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Il ruolo della curiosità nella formazione in Psicoterapia – Congresso SITCC 2018

La curiosità nella formazione in Psicoterapia: al Congresso SITCC 2018 Luca Calzolari ne ha ricordato l'importanza, anche come vettore per imparare ad essere bravi terapeuti, mentre si fa la scuola di Psicoterapia.

ID Articolo: 158201 - Pubblicato il: 05 ottobre 2018
Il ruolo della curiosità nella formazione in Psicoterapia – Congresso SITCC 2018
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Il ruolo della curiosità nella formazione in Psicoterapia

Antonia Pierobon, Paola Boldrini, Alessia Minniti, Andrea Bassanini e Luca Calzolari

 

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La curiosità nella pratica clinica ci permette di esplorare il mondo mentale del paziente stimolando esso stesso a esserne curioso e andando a costituire di fatto uno di pilastri centrali dell’alleanza terapeutica. Di conseguenza un’adeguata formazione in psicoterapia non può non prescindere dallo stimolare un atteggiamento curioso nello studente che, però, soprattutto all’inizio del quadriennio è inibito, quasi temuto. L’idea di questo simposio, preparato e realizzato con stimati colleghi con cui da diverso tempo portiamo avanti progetti comuni preziosi nelle sedi congressuali e del percorso spesso faticoso della curiosità nello studente in formazione, mi venne dopo un’esperienza avuta durante il mio primo anno di didattica, nello specifico descrivendo le basi del primo colloquio clinico. A fine della parte teorica ci fu una simulata in cui la terapeuta, una specializzanda, aveva come scopo quello di raccogliere le informazioni utili in un primo colloquio e di fare un abc sulla situazione problematica presentata dal paziente, che in quel caso ero io didatta, di cui non sapeva nulla. Il colloquio fu condotto molto bene e nonostante avvertissi una certa tensione da parte dell’allieva le domande furono congrue rispetto all’ obiettivo così come l’abc. L’unica cosa che mancò, e glielo feci notare, fu di chiedermi il nome, età e altre informazioni utili a capire il contesto personale. Le riflessioni che ne seguirono in classe furono estremamente interessanti perché evidenziarono lo stato mentale della studentessa e quanto lo stesso fosse condiviso da diversi altri allievi, molto centrato sul problema portato dalla persona e meno sull’ essere curiosa della persona portatrice di quella sofferenza. Le credenze dell’allieva erano sulla performance in cui emergeva un tema centrale di inadeguatezza “oddio se non riuscirò a fare un buon colloquio sarò un’incapace”, pensieri che in maniera del tutto congrua le facevano vivere un’esperienza di profonda ansia regolata, in quel caso, da un comportamento di controllo “devo incasellare le informazioni nel modo corretto”. Riflettere su quell’episodio fu particolarmente utile ancora di più perchè in un contesto clinico lo stesso episodio avrebbe potuto portare quel determinato paziente a non sentirsi capito, vedendo il terapeuta troppo occupato ad incasellare le informazioni piuttosto che ad ascoltare ciò che lui, forse per la prima volta, cercava di descrivere. Stiamo parlando, quindi, di un potenziale drop out, con conseguente lettura di sé da parte del terapeuta in termini di conferma della propria inadeguatezza; ciò che fa quella persona, il terapeuta in questo caso, per non sentirsi incapace, è proprio ciò che ha un ruolo chiave nel farlo accedere a quel tema così sensibile. In sede di formazione penso sia molto utile ed importante per noi didatti far emergere il funzionamento mentale dell’allievo cercando di aiutarlo a capire il motivo per cui si è comportato in quel determinato modo. Ad esempio, l’utilizzo di una tecnica di riconosciuta efficacia terapeutica quale l’abc può diventare strumento di esplorazione, nella mente di un allievo centrato sulla curiosità, o di regolazione di ansia, nel caso di cui ho fatto riferimento prima. L’obiettivo è quindi quello di stimolare il ragionamento clinico con quell’apertura che un atteggiamento curioso ci può dare. Per fare questo, ma soprattutto per normalizzare oltre che capire la reazione di ansia degli allievi, potrebbe essere utile parlare dei propri di errori all’interno della nostra formazione e pratica clinica, portando anche i nostri primi colloqui con lo scopo di riflettere con gli studenti su quale stato mentale governava quel determinato momento del colloquio e come abbiamo reagito, magari sbagliando.

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