EFT-NOVEMBRE-2022

Il pianto in seduta: influenza su alleanza e cambiamento in terapia

Quando l'alleanza di lavoro è percepita come forte, i pazienti sperimentano il loro pianto come un momento utile per la risoluzione dei sentimenti negativi

ID Articolo: 192146 - Pubblicato il: 11 aprile 2022
Il pianto in seduta: influenza su alleanza e cambiamento in terapia
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Il pianto è un’importante forma di espressione emotiva considerata anche un’esperienza benefica dal momento che può avere un impatto positivo sull’umore e sui sentimenti, portando alla risoluzione o alla riduzione della tensione e dei sentimenti negativi (Vingerhoets, 2013; Capps et al., 2015).

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA I pochi studi disponibili sul tema del pianto in terapia suggeriscono che i pazienti piangono nel 14/21% delle sessioni di terapia (ad es, Robinson et al., 2015), sottolineando l’alta frequenza e la rilevanza del pianto in questo contesto. La letteratura sottolinea che il pianto può essere considerato un indice di coinvolgimento da parte del paziente nel processo terapeutico e come un indicatore di un processo di guarigione (Rottenberg et al., 2008; Vingerhoets, 2013); questo risulta particolarmente vero quando un’esperienza di pianto è seguita da un intervento terapeutico di comprensione profonda e un’integrazione delle emozioni riguardanti l’episodio (Capps et al., 2015).

L’esperienza del pianto può anche avere un impatto sull’alleanza terapeutica e su una relazione di lavoro favorevole e produttiva. Quando i pazienti sentono che il pianto ha permesso loro di comunicare qualcosa che non potevano esprimere a parole, sperimentano un maggiore senso di connessione, legame e lavoro collaborativo con il loro terapeuta (Zingaretti et al., 2017), giungendo spesso alla risoluzione della condizione stressante (Stanton et al., 2000). Alcuni studi riportano infatti che l’espressione attiva dei sentimenti dolorosi permette agli individui di sopportare il loro disagio come doloroso ma tollerabile e aumenta il senso di controllo personale (Lepore et al., 2000).

Pianto in terapia e attaccamento

Il pianto inoltre è considerato un comportamento legato all’attaccamento in quanto può essere una strategia per stabilire e mantenere la vicinanza del caregiver (Bowlby, 1982; Nelson, 2005). Anche se pochi studi hanno adottato un approccio di attaccamento-caregiving per esplorare le esperienze di pianto nel setting terapeutico, Nelson (2005) ha ipotizzato che i comportamenti di pianto dei pazienti in terapia suscitino un’esperienza di attaccamento e caregiving, poiché il pianto può ricordare le precedenti esperienze di attaccamento facendo sentire la relazione terapeutica come una base sicura (Ainsworth et al.,1978) dalla quale i clienti esplorano e sperimentano le loro emozioni. A sostegno di ciò, Robinson e colleghi (2015) hanno scoperto che il pianto era un modo possibile per i pazienti di esprimere i loro bisogni di attaccamento al loro terapeuta.

Pianto e alleanza terapeutica

Per approfondire i risultati già presenti in letteratura, uno studio molto recente di Genova e colleghi (2021) ha esplorato le associazioni tra l’esperienza del pianto dei pazienti e la loro percezione dell’alleanza di lavoro e del cambiamento terapeutico, oltre a considerare il ruolo dello stile di attaccamento dei pazienti.

I risultati hanno indicato che la maggior parte dei pazienti piange in terapia (83%), suggerendo che il pianto rappresenta un fenomeno relativamente comune.

Inoltre, le emozioni negative prevalenti riportate dopo il più recente episodio di pianto in terapia erano tristezza per 46 pazienti (53,5%), frustrazione per 33 (38,4%), e impotenza per 24 (28,2%).

La maggior parte (67,4%) dei pazienti ha parlato della loro esperienza di pianto con il loro terapeuta, molti (42%) pensavano che piangere migliorasse la loro relazione terapeutica, mentre nessuno di loro pensava che piangere la peggiorasse, confermando i risultati di Capps e colleghi (2015) che riportano che le esperienze di pianto dei pazienti, anche se tristi o frustranti, non portano necessariamente a un deterioramento o a un declino della relazione terapeutica.

Messaggio pubblicitario Per quanto riguarda la relazione tra l’esperienza generale del pianto e l’alleanza terapeutica, i risultati hanno mostrato che più alta era l’alleanza di lavoro riportata dai pazienti, meno depressi e più sollevati si sentivano generalmente dopo il pianto, suggerendo quindi che quando l’alleanza di lavoro è percepita come forte, i pazienti sperimentano il loro pianto come un momento utile per la risoluzione dei sentimenti negativi. Inoltre, quando l’esperienza del pianto era seguita da una maggiore consapevolezza, quando era vissuta come un momento di genuina vulnerabilità e sentivano che il loro terapeuta era di supporto, i pazienti percepivano l’alleanza terapeutica come ancora più forte.

Questi risultati, nel complesso, suggeriscono che il pianto in terapia non è di per sé un indicatore di una scarsa alleanza terapeutica, piuttosto la qualità dell’esperienza del pianto, la sua successiva esplorazione come momento di maggiore consapevolezza, e le successive emozioni positive derivate da quel pianto possono essere correlate con una buona alleanza terapeutica.

Pianto e cambiamento terapeutico

Per quanto riguarda la relazione tra l’esperienza generale del pianto e il cambiamento terapeutico, i risultati hanno mostrato che i pazienti si sentivano più sollevati, più rilassati, più felici e meno tesi dopo il pianto se percepivano il loro processo terapeutico come efficace nel risolvere i loro conflitti intra-psichici, reazioni problematiche e problemi interpersonali. Inoltre, più alto era il cambiamento terapeutico riportato dai pazienti, più essi sperimentavano l’episodio di pianto come un momento di autenticità, di maggiore insight, auto-consapevolezza e auto-efficacia, insieme alla sensazione di essere più compresi ed emotivamente connessi con i terapeuti.

Conclusioni

In sintesi, i risultati di questo studio supportano ed estendono la rilevanza della qualità dell’alleanza di lavoro e del cambiamento terapeutico in relazione alla qualità dell’esperienza di pianto dei pazienti in terapia. Coerentemente con il modello clinico focalizzato sull’affetto di McCullough et al. (2003), i risultati di questo studio hanno riscontrato una relazione terapeutica e un cambiamento significativamente più elevati nei pazienti le cui esperienze di pianto in terapia sono state seguite da un maggiore senso di sollievo.

Inoltre, per i pazienti con stile di attaccamento preoccupato e respingente, i risultati hanno mostrato l’importanza dell’alleanza terapeutica e del cambiamento sulla sensazione di fiducia nel raggiungimento degli obiettivi terapeutici dopo il più recente episodio di pianto, e sulla tendenza generale a provare più sollievo e meno tensione dopo aver pianto in terapia.

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Bibliografia

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  • Bowlby, J. (1982). Attachment and loss: retrospect and prospect. American journal of Orthopsychiatry, 52(4), 664.
  • Capps, K. L., Fiori, K., Mullin, A. S., & Hilsenroth, M. J. (2015). Patient crying in psychotherapy: Who cries and why?. Clinical Psychology & Psychotherapy, 22(3), 208-220.
  • Genova, F., Zingaretti, P., Gazzillo, F., Tanzilli, A., Lingiardi, V., Katz, M., & Hilsenroth, M. (2021). Patients’ crying experiences in psychotherapy and relationship with working alliance, therapeutic change and attachment styles. Psychotherapy, 58(1), 160.
  • Lepore, S. J., Ragan, J. D., & Jones, S. (2000). Talking facilitates cognitive–emotional processes of adaptation to an acute stressor. Journal of personality and social psychology, 78(3), 499.
  • McCullough, L. (Ed.). (2003). Treating affect phobia: A manual for short-term dynamic psychotherapy. Guilford Press.
  • Nelson, J. K. (2005). How therapists deal with crying and caregiving, including their own. In J. K. Nelson (Ed.), Seeing through tears: Crying and attachment (pp. 173–192). New York, NY: Taylor and Francis.
  • Robinson, N., Hill, C. E., & Kivlighan Jr, D. M. (2015). Crying as communication in psychotherapy: The influence of client and therapist attachment dimensions and client attachment to therapist on amount and type of crying. Journal of Counseling Psychology, 62(3), 379.
  • Rottenberg, J., Bylsma, L. M., Wolvin, V., & Vingerhoets, A. J. (2008). Tears of sorrow, tears of joy: An individual differences approach to crying in Dutch females. Personality and Individual Differences, 45(5), 367-372.
  • Stanton, A. L., Danoff-Burg, S., Cameron, C. L., Bishop, M., Collins, C. A., Kirk, S. B., … & Twillman, R. (2000). Emotionally expressive coping predicts psychological and physical adjustment to breast cancer. Journal of consulting and clinical psychology, 68(5), 875.
  • Vingerhoets, A. (2013). Why only humans weep: Unravelling the mysteries of tears. OUP Oxford.
  • Zingaretti, P., Genova, F., Gazzillo, F., & Lingiardi, V. (2017). Patients’ crying experiences in psychotherapy: Relationship with the patient level of personality organization, clinician approach, and therapeutic alliance. Psychotherapy, 54(2), 159.
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