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Autolesionismo e Adolescenza: “Non Potevo Farci Nulla”

ID Articolo: 19793
novembre 06
16:47 2012
Modificato il: 06/11/2012 (16:49)
(voti: 4, media: 4,50 su 5)
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Autolesionismo-e-Adolescenza-“Non-Potevo-Farci-Nulla”. - Immagine: © Eky Chan - Fotolia.comChi utilizza l’autolesionismo sostiene che farsi del male li riporti in contatto con il loro corpo e con la mente, come se fosse un modo per esprimere emozioni indicibili, tenendole però sotto controllo.

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“Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su qualcun altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio. Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi dolore, te lo meriti. Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.”

Dal libro Un urlo rosso sangue di Marilee Strong.

Hikikomori- la ribellione silenziosa?. - Immagine: © lassedesignen - Fotolia.com

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Chiamato da alcuni autori autolesionismo intenzionale (deliberate self-harm, DSH, Favazza 1996), l’autolesionismo si riferisce a una serie di comportamenti che l’individuo mette in atto intenzionalmente per recare danni o lesioni al proprio corpo o ad alcune parti di esso. Secondo Armando Favazza (Favazza, 1996), che per primo ha identificato tali comportamenti come una sindrome con caratteristiche simili al Disturbo del Controllo degli Impulsi NAS, l’autolesionismo presenta alcune specifiche componenti:  pensieri ricorrenti di danneggiare il proprio corpo, incapacità di resistere agli impulsi di danneggiarlo, da cui deriva la distruzione o la alterazione del tessuto corporeo; crescente senso di tensione prima di mettere in atto condotte autolesionistiche, sensazione di gratificazione e di benessere successiva all’atto.

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Attualmente in Italia viene segnalato un tasso di incidenza che oscilla intorno al 30% degli adolescenti senza alcuna diagnosi psichiatrica, contro il 60% circa tra i malati psichiatrizzati. Ferirsi con tagli e ustioni sono le più comuni forme di autolesionismo tra i giovanissimi, alcuni degli altri metodi includono l’avvelenamento e l’overdose in età più adulta. L’autolesionismo è stato associato a depressione e ansia, a comportamenti antisociali e, soprattutto, all’uso di alcool (il rischio è raddoppiato), all’uso di cannabis e al fumo (Cerutti & Manca, 2009; Cerutti et al, submitted).

Messaggio pubblicitarioUna delle maggiori difficoltà connesse a questo disturbo è che i comportamenti autolesivi sono spesso sottostimati poiché vengono messi in atto in condizione di segretezza e sono frequentemente accompagnati da sentimenti di vergogna. Coloro che si autoferiscono, infatti, quasi sempre tendono a isolarsi e a nascondere le proprie ferite soprattutto per il timore di essere giudicati.  Ricordo E., 14 anni, che chiusa in bagno con il rasoio in mano si tagliava e guardava il sangue scorrere e cadere sul pavimento e intanto le lacrime le segnavano il viso. Sapeva di avere bisogno di aiuto ma in quella circostanza i suoi unici pensieri erano: “Che cosa penserà la gente di me? Penseranno che sono matta? Che cosa andranno in giro a dire quando lo sapranno? Penseranno che ho qualcosa che non va… Penseranno che lo faccio solo per attirare l’attenzione”. 

Le ragioni per cui le persone si feriscono sono molteplici, ma va scardinato lo stereotipo dell’adolescente turbato, emotivamente labile e ribelle che compie gesti estremi come e che quindi può anche autolesionarsi. Questo è, a mio parere, solamente uno stereotipo, uno stigma che serve alle persone a ignorare la malattia mentale, ancora oggi vissuta con grande segreto e forse, come segno di debolezza.

Marsha Linehan. - Immagine: © University of Washington http://faculty.washington.edu/linehan/

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L’autolesionismo non è un modo per attirare l’attenzione, né un tentativo di suicidio. Prendiamo ancora le parole di chi l’ha vissuto: F. ha 30 anni ora. Nel 1992, quando ha cominciato, non aveva mai sentito parlare di autolesionismo. “Non era la sensazione del dolore stesso, ma la reazione del corpo”, ha detto. “Una sorta di sensazione intorpidita. Quando mi facevo male mi sentivo completamente calma, la mia mente si concentrava sul dolore e la ferita e tutti gli altri pensieri e problemi sconvolgenti abbandonavano la mia mente nel frattempo. C’è un equivoco in base al quale l’autolesionismo sarebbe un tentativo di morire”, dice. “E ‘davvero l’esatto contrario. A volte, quando ho sentito che non volevo più vivere, mi facevo del male e mi sentivo più viva. E’ stato un meccanismo di sopravvivenza”.

Molte persone si fanno del male perché sono invase dalle loro emozioni, come la tristezza o l’ansia o forti stress e recare danno al proprio corpo rappresenta un modo per gestire queste emozioni vissute come intollerabili. Chi utilizza l’autolesionismo in questo modo sostiene che farsi del male li riporta in contatto con il loro corpo e con la mente, come se fosse un modo per esprimere emozioni indicibili, tenendole però sotto controllo. Ci sono poi tutta una serie di altri motivi connessi a patologie psichiatriche che portano una persona a farsi del male (come purificarsi o tentare di espiare una colpa di un trauma subito), che qui non stiamo ad analizzare. Ciò che forse si può generalmente dire è che l’autolesionismo può essere meglio capito come un meccanismo maladattivo di coping che funziona – almeno al momento (Klonsky, 2007; DiLazzero, 2003).

 

 

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  • martina

    Ma se si fanno solo dei graffi..pero per gli stessi motivi..stress sofferenza ansia..e
    sempre autolesionismo..??

    • chiara

      Si

    • niki

      Martina sono una ragazza della tua età, sono autolesionista ho provato ad uccidermi 2 volte e sono stata ricoverata in ospedale. Io ti consiglio di non parlarne ai tuoi amici,o almeno stai attenta perché anch’io ne ho parlato a due mie “amiche” e hanno solo messo delle brutte voci in giro su di me quindi stai bene attenta agli amici veri e a quelli falsi. Io é da un’anno che non ne parlo più a nessuno,dopo che ho tentato di uccidermi mi hanno mandato da una psicologa però io non riesco ad aprirmi facilmente dopo quello che ho passato a maggio dell’anno scorso….sai vorrei che qualcuno come mia mamma se ne accorgesse ma però non vede che io sto male, e io non riesco a parlare con lei di questo mio problema perché ho paura di quello che può pensare.

  • Michela Muggeo

    Cara Martina,

    potrei dirti di sì. A volte senza che noi lo vogliamo ci troviamo a sperimentare delle emozioni che ci fanno stare male e ognuno di noi trova dei modi per gestirle, spesso per uscirne e non provarle più. L’autolesionismo è purtroppo una di queste strategie.
    Se hai bisogno non esitare a scrivere ancora.
    Michela

    • martina

      Il fatto e che io ho solo tredici anni..e sono gia due volte che mi graffio..si soffrivo pero sai xk..?? Xk una volta..piu o meno quattro mesi fa anche cinque mi sono lasciata cn il mio ragazzo e quando io dico che amo amo veramente nonostante la mia eta..allora quando lui mi ha lasciata ci sono rimasta molto male..male fino a sprofondare in un mare di lacrime..e arrivata a un certo punto ho pensato se mi faccio male sento piu il dolore fisico e nn morale..poi questa volta l’ho fatto xk ero arrabbiata e allo stesso momento triste dovevo sfogarmi..xk ho litigato cn la mia migliore amica..ho voluto chiudere cn lei per una serie di motivi e c’era sempre nei momenti csi ma questa volta no..

      • Michela Muggeo

        Martina,

        capisco quanto tu possa soffrire, una storia d’amore che finisce, così come un’amicizia sono senza dubbio eventi che ci fanno stare male, anche a 13 anni. Dalle tue parole leggo tristezza e rabbia mischiate, una “palla” dentro che preme per uscire.

        Ti devo dire però, che queste emozioni sono parte della vita e ti troverai a provarle ancora. Il dolore emotivo, mentale o “morale” – come lo chiami tu- è un dolore che non possiamo cercare di evitare, ma va vissuto, tenuto, espresso e poi vedrai che passa e non succede niente. Nei momenti di grande difficoltà in cui non sappiamo cosa e come fare ci possono essere strategie che possono essere imparate, anche chiedendo aiuto.

        Ricordati poi che la vita è fatta anche di tante emozioni piacevoli, ricercale e vivile.

        • martina

          Si..infatti io ho mostrato di chiedere aiuto ..ne ho parlato cn i miei amici..ma nn hai miei genitorixk innanzitutto ho paura e vergogna..poi sento che loro nn mi capirebbero..il mio amore per un ragazzolo prendono alla leggera..poi cmq ho consultato un sito per trovare un rimedioe anche li parla di eventi felici..quindi ne parlero un’altravolta cn loro ..chiedendo aiuto e provando a prnsarea cose felici..ma quandostaro male da nn riuscirea spiegarmi e sfogarmi cn qualcuno cm faro..?? Anche xk molte volte scoppio in lacrimequando sn in casa e se nn parlo cn i miei cn chi posso parlare..??molte volti succede di scoppiare in lacrolimr

          • Michela Muggeo

            Mi sembra che tu sia stata molto brava e abbia già trovato da sola delle ottime strategie: parlarne con gli amici mi sembra una buona idea, confrontati con loro e scoprirari che probabilmente anche a qualcun altro succedono le cose che stanno succedendo a te. Quando i pensieri e le emozioni ti sembrano così tante potresti scriverle, magari tenendo un diario. Ricordo quando avevo la tua età io e la mia migliore amica avevamo un diario segreto in comune e ogni settimana ce lo passavamo e ognuno scriveva per l’altra.

            Mi sembra importante anche invitarti a parlarne con i tuoi genitori, soprattutto quando senti di non stare bene. Magari sapere che non sei da sola basterà a farti stare meglio. E poi chi lo ha detto che non capirebbero?

            Potresti anche parlarne con un adulto di riferimento, magari una zia a cui sei particolarmente affezionata oppure un professore a scuola.

            Quando sei triste e ne hai la possibilità cerca non solo di pensare a cose felici ma anche di fare qualcosa che ti piaccia, magari guardando un programma che ti piace, ascoltando la tua musica preferita, o facendo un giro con le tue amiche. Quando questo non è possibile ricordati che sono “solo” emozioni, che a volte ci fanno male, ma solo sopportandole e vivendole passano.

            Sei stata molto brava e anche coraggiosa a scrivere qui, vedrai che ce la farai.

          • martina

            Si..io faro il possibile per riprendermi..ci sn gli amici..mi sono rivolta alla mia insegnante di lettere che mi capisce molto e mi aiuta e continuero a seguire siti cm questo..ma soprattutto quelli indirizzati ai rimedi..ma cn mamma nn ne parlero..mi faro forza xk a volte ce l’ho..so che nn sn sola..grz mille x avermi risposto..ora mi sento viva..e mi riprendero..

          • martina

            Michela..ma riusciro ad evitare di graffiarmi..??Ho paura di peggiorare..ck pgni tanto la voglia di graffiarmi c’e..ma ho promesso di nn farlo piu..

  • giulia

    Ciao sono Giulia. Anche io sono un’autolesionista. Ho 15 anni. Tutto è partito dalla scuola, stress, ansia. Adesso ho problemi anche di famiglia. Insomma, tante cose che mi portano a tagliarmi, soprattutto polso sinistro. E in questi giorni ho provato anche a suicidarmi facendomi investire. Di questo problema ne ho parlato solo con alcune mie amiche ma non con i genitori, tanto non capirebbero. Io vorrei uscire da questa situazione, ma non so cosa fare! Grazie della vostra attenzione, se mi potete aiutare. Vi ringrazio in anticipo! :*

    • Michela Muggeo

      Ciao Giulia,

      intanto ti suggerisco di parlarne con qualcuno vicino a te, magari un professore a scuola oppure potresti rivolgerti al servizio psicologico scolastico. Potrebbe essere un primo passo che aiuta te a sentirti ascoltata e magari puoi farti aiutare anche nel come comunicare questo tuo disagio ai tuoi genitori. E’ importante, quando non si sa cosa fare, chiedere aiuto.

    • beatrice

      Ciao Giulia, sono una mamma con una figlia che ha +/- lo stesso problema e ti suggerisco con il cuore di parlarne con il genitore con cui comunichi meglio.

  • Sara

    Ciao sono Sara, ho 14 anni. Sono autolesionista, bulimica e bipolare. Soffro d’ansia e depressione. Provo tanto odio verso di me; penso che sia nato a seguito di alcune cose che mi sono successe, quali il bullismo e violenze (non sessuali). Riguardo a quello che avete scritto, ci sono persone autolesioniste che non vogliono suicidarsi, ma ce ne sono alcune, che invece lo vogliono; io sono una di quelle. Ultimamente sto esagerando, e mia madre ha paura di entrare inbagno perché non sa cosa potrebbe trovare. Volevo solo dire che la miglior cosa che si possa fare, è parlarne a qualcuno. Mia madre se n’è accorta da sola, e non so se sarei ancora qui se lei non mi avesse aiutata. Penso che un problema come l’autolesionismo, oggi sia ancora un tabù. Chi ne soffre non ne parla con nessuno per paura di essere giudicato.. Vorrei che questo problema venisse più discusso. Ora, in risposta dei silenziosi urli rosso sangue delle persone autolesioniste, c’è solo il silenzio da parte delle personeche le circondano.
    È bello potersi sfogare su siti come questo, grazie

  • asia

    Anche io sono autolesionista e ho solo 13 anni tutti mi giudicano tutti mi prendono in giro…ne ho parlato cn delle amiche ma loro non mi hanno capita…in questo momento vorrei solo che morire….non c e la faccio piu’….tutti mi odiano tutti mi vogliono MORTA mi chiamano con l anonimo dicendomi:guarda un po ho una lametta in mano mi sto tagliando vuoi venire??e altri insulti…aiutatemi perfavore

    • Stefania

      Ciao tesoro! Mi chiamo Stefania, sono una ragazza che non ha di questi problemi, ho quasi 13 anni. Io ti consiglio di lasciar perdere la lametta, anzi fai meglio a buttarla fuori dalla finestra. Cerca di fare un po di ordine nella tua vita. Non so perchè sei ora autolesionista e nè voglio saperlo, ma se mi vuoi ascoltare, azzera tutto! Fai finta che fino ad ora non sia successo nulla! Pensa solo al positivo e che tutto è finito. Cerca di fare nuove amicizie e lascia perdere quegli stronzi che ti fanno gli scherzi, anzi quando vedi l’anonimo non rispondere o cambia numero. Asia sono sicura che ce la farai…<3 :) Buona fortuna

  • Rob

    “Cominci a prendere a calci la porta. Butti la roba in giro per la
    stanza, fuori dalla finestra. Non riesci a calmarti. Non sai neppure che
    cosa ti abbia ridotto in questo stato. Ti pianti le unghie nella pelle
    del polso. Non senti niente. É come se stessi guardando un film su
    qualcun altro, non sei tu. Ti togli la camicia, ti guardi allo specchio.
    Odio, disgusto, frustrazione, rabbia, rimorso. Quasi come in un
    rituale, senza nemmeno pensare a quel che fai, prendi la lametta… sangue
    che gocciola. Ci sfreghi su qualcosa di antisettico, lo rifai, fino a
    quando sei calmo, soddisfatto. Spalmi sangue in giro. É brutto, ma il
    sangue è reale, è umano, ti fa sentire bene! Al tempo stesso, provi
    dolore, te lo meriti. Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione.
    Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi,
    punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a
    sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che
    sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in
    colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.”

    In tutta questa descrizione però manca quella dei problemi che fanno sentire le persone così male; alla fine il problema non è mica tagliarsi! O ti tagli, o ti deprimi, o ti lamenti, o spacchi la testa a qualcuno… E’ lo stesso, se delle persone vivono da disadattate che si può fare? Avete soluzioni soddisfacenti davvero?

    Per me non sono nemmeno malate queste persone, malate di cosa? Di un certo odio per la loro esistenza che è intrinsecamente costituita da vincoli opprimenti che non possono abbattere ma ai quali si possono solo sottomettere ed adattare alla meno peggio? Ed è una malattia la ribellione a questi incastri?

    Si afferma a parole che non si sa cosa riduce in questo stato, ma alla fine invece lo sa bene chi si taglia, il problema è che quel che ti riduce così te lo devi sorbire e basta. E’ come quando qualcosa ti attacca… Tuo malgrado o cerchi di scappare o cerchi di lottare… Altre alternative però non ne hai, sei incastrato in un conflitto per la sopravvivenza al quale non puoi più sottrarti, e questo ti fa star male, mica bene.

    O si riescono a togliere le cause a monte del mal di vivere umano o nulla, le cure in commercio a ben vedere non curano nulla di quel che si vorrebbe davvero curare.

    Certo arriva lo psicoterapeuta, il buon pastore, il curatore di anime che dice di ascoltarti e di poterti aiutare, ma a ben vedere ti ascolta solo con un orecchio, perché oltre ad ascoltarti non può darti mica un buon lavoro, non può darti la stima sociale di cui magari hai bisogno, non può darti una donna che ti piaccia, non può toglierti la fatica di vivere, non può fare nulla di tutto questo e anche nel caso in cui potesse far qualcosa non farà nulla per aiutarti materialmente in tal senso, perché per questo comunque tu non sei un cazzo.

    Insomma non può fare nulla come te, e allora com’è che a parole dice di poterti aiutare? Aiutare a far cosa? A vivere come comunque non vuoi vivere?

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