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I complessi sintomi della fame: l’esempio del Minnesota Starvation Experiment

Ormai molti anni fa Ancel Keys mise in piedi uno studio per osservare durante sei mesi, quali fossero gli effetti fisiologici e psicologici di una dieta con una forte restrizione calorica e sul modo migliore di nutrire e riabilitare chi aveva sofferto condizioni di fame e malnutrizione estrema.

 

Il 19 novembre 1944, con la seconda guerra mondiale che stava per concludersi e le forze alleate che si facevano strada tra la distruzione e la miseria di un Europa devastata dalle bombe, negli Stati Uniti iniziava un controverso ed estenuante esperimento che, per quanto datato, ancora oggi suscita un notevole interesse clinico. L’avanzata dei soldati americani verso Berlino faceva incontrare ogni giorno civili, che in fuga dalla furia della battaglia, erano riusciti a sopravvivere con pane, patate e poco più, sopportando ogni tipo di privazione psicofisica.

Ancora relativamente poco la scienza si era occupata della fame umana e sugli effetti globali che essa poteva avere sull’organismo umano. Così Ancel Keys, un giovane professore dell’Università del Minnesota e consulente del dipartimento di guerra, mise in piedi uno studio per osservare durante sei mesi, quali fossero gli effetti fisiologici e psicologici di una dieta con una forte restrizione calorica e sul modo migliore di nutrire e riabilitare chi aveva sofferto condizioni di fame e malnutrizione estrema.

Per lo studio, che successivamente prese il nome di “Minnesota Starvation Experiment”, furono selezionati 36 giovani obiettori di coscienza normopeso e in piena salute, che si erano offerti volontari rispondendo a uno strano volantino che chiedeva: Will you starved that they be better fed? (Morirai di fame affinché vengano nutriti meglio?).

Durante lo studio i vari partecipanti erano liberi di frequentare i loro corsi universitari, ma avevano l’obbligo di dormire nel laboratorio di igiene dell’università e di assolvere a diversi compiti durante la settimana, quali percorrere almeno 35 chilometri a piedi e consumare circa tremila calorie al dì con attività varie, a fronte di un apporto calorico giornaliero dalla dieta di solo 1800 calorie. L’obbiettivo era di perdere almeno 1 Kg a settimana, fino a raggiungere una riduzione di peso del 25% alla fine del periodo di digiuno. La quantità di cibo che ogni uomo riceveva durante i pasti dipendeva da quanto veloce stesse progredendo verso il suo obbiettivo settimanale.

Man mano che l’esperimento andava avanti, i partecipanti cominciarono a essere più affamati, l’entusiasmo iniziale cominciò a scemare e il potente effetto della limitazione del cibo iniziò a fare effetto.

Gli uomini riportarono numerose modificazioni fisiologiche come: ridotta tolleranza alle basse temperature, vertigini, stanchezza estrema, indolenzimento muscolare, dolori addominali, scomparsa del desiderio sessuale, perdita di capelli, ridotta coordinazione, ipersensibilità al rumore e alla luce e ronzii nelle orecchie. Oltre a questi sintomi furono rilevati anche importanti cambiamenti psicologici: depressione, irritabilità, apatia, ansia, sbalzi del tono dell’umore.

Molti lasciarono le lezioni universitarie perché semplicemente non avevano più energie e motivazioni necessarie per frequentare con costanza e concentrarsi.

Questa inedia prolungata pian piano alimentò ideazioni ossessive riguardo il nutrirsi, un atto che ben presto divenne ritualizzato, al fine di alleviare l’enorme sofferenza data dal digiuno forzato. Molti diluivano il loro cibo con acqua per farlo sembrare di più, altri sminuzzavano gli alimenti in piccolissimi pezzetti, altri ancora tenevano il boccone a lungo in bocca per assaporarlo meglio. Tutti quanti cominciarono a mangiare più lentamente nel tentativo di allungare il tempo passato a contatto con il cibo e la maggior parte arrivò a masticare una moltitudine esagerata di chewing-gum e a bere una gran quantità di tè e caffè per attenuare la sensazione di fame.

Molti uomini cominciarono a collezionare libri di cucina e di ricette. Ormai il cibo era diventato un pensiero fisso e assillante che non riuscivano più a togliersi dalla testa. Parecchi fra gli obiettori non riuscirono ad aderire alla dieta e manifestarono episodi bulimici, seguiti da rimproveri a se stessi e sensi di colpa. Un partecipante passando davanti a un fornaio, fu attirato così tanto dall’odore dei dolciumi all’interno, che addirittura comprò una dozzina di ciambelle per poi distribuirle a dei bambini in strada, con il solo intento di poterli guardare mentre si abbuffavano davanti a lui.

Una volta finito l’esperimento, la maggior parte dei partecipanti, non avendo più restrizioni riguardo la dieta, non riuscì per molti mesi a tornare a un regime alimentare normale, mangiando in maniera smoderata e arrivando a essere sovrappeso. Alcuni in seguito alle frequenti abbuffate, furono costretti a rivolgersi al pronto soccorso per farsi sottoporre a lavanda gastrica.

Questo esperimento, come già detto, seppur concluso da quasi ottanta anni, ha ancora una grande importanza dal punto di vista clinico e diagnostico. I sintomi che accusarono i giovani infatti, sono quelli che comunemente vengono riscontrati in un disturbo alimentare, nello specifico l’anoressia nervosa.

Le alterazioni emotive, sociali, cognitive, fisiche e del comportamento alimentare osservate negli obiettori di coscienza sono le stesse che, di fatto, si riscontrano nelle persone affette da anoressia nervosa e possono, per molti aspetti, essere considerate conseguenze dirette del digiuno.

Nella pratica clinica quindi, un aspetto fondamentale da chiarire dal punto di vista psicoeducativo, sta nel comprendere come i complessi sintomi emotivi e cognitivi che si pensava fossero esclusivi dell’anoressia nervosa, sono da ritenersi causati in realtà dal repentino calo ponderale e dalle condizioni di estremo sottopeso in cui molto spesso versano le pazienti che presentano tale disturbo.

 

Riflessione aperta: vivere la gravidanza durante l’emergenza Coronavirus

Oggi viviamo un momento storico difficile ed estremamente complesso che merita di essere osservato con cautela. Ai tempi del Coronavirus, appare fondamentale valutare i fattori di vulnerabilità materna e di coppia durante la gravidanza e fornire, se necessario, interventi psicologici di sostegno.

 

Generalmente la ricerca di un figlio è caratterizzata da un insieme multifattoriale di processi che si sviluppano contemporaneamente su più livelli: psichico, fisico e sociale. In tale percorso entrano una serie di desideri, aspettative e investimenti emotivi che sono del singolo, della coppia, della famiglia e del sistema socioculturale in cui si vive .

Nel momento in cui si raggiunge la gravidanza, si verificano profondi cambiamenti fisiologici e psichici, non solo il corpo si prepara per fare spazio ad un altro diverso da sé, ma in stretta connessione con se stessa, ma avvengono trasformazioni emotive che scavano così internamente all’individuo che si prepara a sviluppare la propria identità materna o paterna. L’arrivo di un figlio richiede anche una stretta collaborazione nella coppia nel tentativo di strutturare uno spazio fisico e mentale che accolga il figlio, è uno spazio di condivisione affettiva che mette in sintonia le aspettative di entrambe le componenti coinvolte.

Sappiamo dalla letteratura che nelle diverse fasi della gravidanza possono esserci situazioni di elevato stress, per il concepimento, per la tipologia di gravidanza, il timore del cambiamento, le variazioni ormonali e tante altre (solo per citarne alcune).

Oggi viviamo un momento storico difficile ed estremamente complesso che merita di essere osservato con cautela. Appare fondamentale valutare i fattori di vulnerabilità materna e di coppia durante la gravidanza ai tempi del coronavirus e valutare la possibilità di fornire interventi psicologici adeguati a sostegno delle future madri e padri che possano andare a ristrutturare eventuali situazioni creatasi in questa epoca di Pandemia (che possano aiutare la coppia a ristrutturare configurazioni di vissuto e di assistenza o cura creatasi..). Il Coronavirus e la sua rapida diffusione hanno messo sotto forte pressione il sistema sanitario italiano che, oltre a gestire i ricoveri dell’epidemia, deve garantire alle donne in gravidanza i servizi di assistenza e di gestione della gravidanza stessa. La presenza di così tanti casi positivi negli ospedali ha reso necessaria l’adozione di nuove precauzioni per tutelare le donne incinte e i loro figli, riducendo inoltre il rischio che il coronavirus sia trasmesso ai nuovi nati anche nel caso in cui la madre sia risultata infetta. Questo ha comportato nuove norme e procedure come ad esempio l’impossibilità di essere accompagnate alle visite dal proprio partner, l’accesso attraverso percorsi specifici agli ambulatori, la distanza tra operatori e pazienti che ha reso per molti la percezione dell’ambiente meno accogliente. Fino ad ora non abbiamo numerose ricerche che spiegano il funzionamento del virus nelle donne in gravidanza, o nei neonati, sappiamo da alcune ricerche fatte in Cina che il virus (SARS-CoV-2) non sembra passare nel sangue del cordone ombelicale, nel liquido amniotico e nel latte materno. Non ci sono casi di trasmissione dalla madre al feto durante la gravidanza e sembra essere che il contagio possa eventualmente avvenire dopo la nascita, in seguito ai contatti tra madre e figlio (se la madre ha contratto il virus). Il rapporto tra madre e neonato nei 9 mesi di gravidanza e nei primi giorni dopo il parto è molto importante, sarebbe preferibile, quindi, mantenere invariata la vicinanza madre-figlio alla nascita dove possibile.

Tuttavia, nonostante tutte le premesse, dal racconto narrativo di alcune testimonianze di donne in gravidanza raccolte e dalle paure e rappresentazioni del loro vissuto, è stato possibile capire che si è creato un contesto nuovo di “accoglienza” che sembra rispecchiare paure profonde in tema di responsabilità genitoriale e un contesto relazionale in cui vengono veicolate informazioni diverse dagli operatori connesse anche esse alla paura del contagio. Si è costituito un contesto virtuale di accoglienza della gravidanza e del bambino che ha permesso la creazione di uno spazio immaginario costituito da gioie e paure condivisibili attraverso il cyberspazio, che funge da surrogato di abbracci, baci, e carezze che avrebbero invece avuto un impatto di nutrimento immediato attraverso il corpo.

Il timore del contagio sembra veicolare informazioni che si depositano in primis attraverso il corpo e in secondo luogo emotivamente vengono trasformate in segni o sintomi. Emerge una solitudine emotiva inattesa rispetto alle aspettative immaginarie del “diventare madre” determinata dal distanziamento sociale nel quale viviamo a causa del coronavirus che ha trasformato i rituali di festa attorno alla gravidanza da parte di parenti, amici e conoscenti.

In virtù di tutte le narrazioni raccolte e del pericolo di “ trasmissibilità” alla nascita, abbiamo ritenuto necessario interrogarci sulle possibili reazioni emotive a questo da parte delle donne in gravidanza e sulle trasformazioni relazionali nella relazione madre-figlio/a. Cosa provano le donne che scoprono la gravidanza oggi? Quali sono gli stati emotivi? Cosa provano invece le donne che partoriscono in questo periodo? Cosa narrano? Quali effetti psicologici può avere questo nella rappresentazione della gravidanza, nella formazione di un identità materna e nella rappresentazione delle responsabilità connesse alla figura di genitore? Quali emozioni più ricorrenti possiamo rintracciare nei loro vissuti? Di cosa hanno bisogno?

Sarà necessario comprendere come queste variazioni di contesto sociale abbiano influito durante la gravidanza e come il distanziamento sociale avrà influito sui bambini appena nati che magari per molto tempo non potranno essere accolti tra le braccia dei nonni o ancora peggio tra quelle di mamme che hanno contratto il virus, che non potranno interagire con un volto neutro, ma con un volto “mascherato”.  Sappiamo che il primo strumento con cui un neonato/una neonata viene al Mondo è il suo cervello somatico ed è proprio il corpo il primo magazzino di raccolta informazioni sull’ambiente circostante, ne consegue che sarà importante tener presente le variabili che influenzeranno la relazione del nuovo nato/a con l’ambiente. Dice la dottoressa Anna La Mesa “il suono del vagito di un bimbo squarcia emozioni profonde”, l’importante è che le mani che accolgono siano forse mani serrate di paura ma non vuote.

A tal proposito in questo clima di timore e di preoccupazioni con l’equipe dell’Associazione Idee di Salute abbiamo costruito un questionario con il fine di indagare alcune aree scegliendo come campione donne che scoprono la gravidanza durante la quarantena e a donne che partoriscono in questa quarantena, di rintracciare i vissuti emotivi delle donne in gravidanza, l’insorgere di disturbi legati all’umore, all’ansia o al sonno, e di osservare le loro risposte e le loro richieste con l’obiettivo di accogliere le necessità  di queste mamme e di questi bimbi che avranno il compito di risvegliare una profonda speranza di vita in coloro che avranno la fortuna di ascoltare il suono del loro primo pianto.

 

Sei una donna in gravidanza o che ha partorito durante questo periodo? Puoi aiutare la ricerca compilando un questionario. Clicca QUI.

Grazie Infinite

Let me take a selfie: nell’epoca dei social media l’autostima narcisistica è in grado di spiegare il comportamento online di promozione del Sé?

Uno studio si propone di indagare alcuni aspetti del comportamento di postare selfie in relazione ai sottotipi del narcisismo adattivo, all’autostima e al ruolo che l’interazione tra l’autostima individuale e i sottotipi del narcisismo hanno nel predirlo.

 

Il narcisismo è conosciuto per l’essere caratterizzato da una forte tendenza alla promozione del Sé, oltre che da una spiccata inclinazione al voler apparire affascinanti agli occhi degli altri (Lee, Ahn, & Kim, 2014) e questo ha spinto la letteratura a studiare la relazione tra il narcisismo e il comportamento di postare selfies, considerando quest’ultimo come il risultato dell’intento di promuovere la propria immagine sui social media (Fox & Rooney, 2015; Weiser, 2015). Vari studi hanno infatti confermato che il numero di selfies pubblicato giornalmente è molto alto (Sorokowski et al, 2015), che le donne più degli uomini tendono ad utilizzarli come strumenti per ottenere ammirazione (Carpenter, 2012) e che è presente una relazione circolare tra il narcisismo ed il postare selfies (Fox & Rooney, 2015). Sembrerebbe infatti che alti livelli di narcisismo siano associati ad un elevato numero di selfies scattati e che tale comportamento aumenterebbe a sua volta i livelli di narcisismo dell’individuo.

Tuttavia essendo poche le ricerche che trattano il rapporto tra il narcisismo ed il comportamento di postare i selfies, il presente studio (March & McBean, 2018) si propone di indagare alcuni aspetti: la relazione tra i sottotipi del narcisismo adattivo e il comportamento di postare selfies, la relazione tra l’autostima e il comportamento di postare selfies e il ruolo che l’interazione tra l’autostima individuale e i sottotipi del narcisismo hanno nel predire il comportamento di postare i selfies.

Sono stati somministrati a 227 partecipanti di età compresa tra i 18 e i 73 anni dei questionari online, includendo oltre alle informazioni sul genere e l’età, il Narcissistic Personality Questionnaire (NPI; Ackermann et al., 2011), che misura il narcisismo attraverso le sottoscale Leadership/Autorità, Esibizionismo Grandioso e Senso di diritto/ Sfruttamento, il Rosenberg Self-Esteem Scale (Rosenberg, 1965), che misura i livelli di autostima utilizzando una scala Likert a 4 punti, e la valutazione del numero di selfies pubblicati in una settimana attraverso una scala Likert a 7 punti (Fox & Rooney, 2015).

I risultati hanno mostrato che la sottoscala dell’Esibizionismo Grandioso risulta essere l’unica ad essere associata positivamente con il comportamento indagato, in linea con i risultati dei precedenti studi (Moon et al., 2016; Weiser, 2015). È stata inoltre trovata un’associazione positiva tra i livelli di autostima e il numero di selfies postati. Nello specifico, bassi livelli di autostima sono associati a un’elevata presenza del comportamento di promozione del Sé online, come indicato dai risultati di studi precedenti (Mehdizadeh, 2010). Infine, è stato rilevato che l’interazione tra la sottoscala dell’Esibizionismo Grandioso e la bassa autostima è in grado di predire il comportamento di postare selfies, corroborando le precedenti ricerche secondo le quali l’autostima è in grado di moderare la relazione tra il narcisismo ed altri comportamenti (Barry e al, 2010).

I risultati complessivamente confermano l’esistenza di una relazione tra il narcisismo e il comportamento di postare selfies e sottolineano come la bassa autostima sia un importante moderatore in questa relazione. Tuttavia, il presente studio ha il limite di non considerare altri fattori che potrebbero intervenire nel determinare il comportamento online degli individui. Nello specifico, è necessario considerare le tendenze in voga nelle nuove generazioni e la possibilità che il comportamento di postare i selfies sia il risultato di una moda anziché l’esito di un determinato tratto di personalità (Bergman et al, 2011). Il presente studio ha infatti considerato un campione con un range di età molto ampio (18-73 anni), ma è auspicabile per il futuro indagare il rapporto caratteristico tra ciascuna categoria rientrante nelle nuove generazioni (es. Baby Boomers, Generation X e Millenials) ed il comportamento di postare selfies.

 

L’effetto orso bianco

Confidandoci con gli amici o con i familiari spesso ci siamo sentiti rispondere “non pensarci!”. Tuttavia, gli esperimenti di Wegner sul famoso effetto orso bianco suggeriscono che questo sia il peggior consiglio che si possa dare: infatti, cercare di sopprimere i pensieri può essere effettivamente controproducente.

 

 Prova ad eseguire questo compito: non pensare ad un orso polare, e vedrai che la maledetta cosa ti verrà in mente ogni minuto.

È così che Fëdor Dostoevskij sfidò suo fratello, come riporta nel suo racconto del 1863 Note invernali su impressioni estive. Questa famosa citazione fu ripresa successivamente da Wegner, professore di  psicologia di Harvard, padre della ricerca sulla soppressione del pensiero, che incuriosito da questo aneddoto, nel 1987 decise di compiere un semplice esperimento (Wegner D.M., 1987) per capire se tale frase avesse un fondamento di verità. D’altronde è un’esperienza comune a tutti noi quella di tentare di allontanare i pensieri spiacevoli che affollano la nostra mente. Sia che si stia cercando di non pensare a un evento traumatico, sia che stia cercando di non pensare al nostro cibo preferito durante una dieta oppure a un amore perduto che ci sta facendo soffrire molto. La nostra esperienza quotidiana ci suggerisce continuamente che tentare di sopprimere un pensiero è una cosa non affatto facile.

L’esperimento di Wegner era molto semplice, un gruppo di volontari fu fatto sedere in una stanza e fu chiesto loro di pensare per cinque minuti a qualsiasi cosa, tranne che al famoso orso bianco di Dostoevskij. A ciascun partecipante fu dato poi il compito di suonare un campanello ogni volta che l’orso polare gli fosse venuto in mente. In brevissimo tempo un concerto di campanelli cominciò a risuonare nella stanza, evidenziando che nessuno dei volontari era in grado di sopprimere quel fastidioso pensiero proibito.

Successivamente Wegner diede istruzioni ai partecipanti di “provare a pensare a un orso bianco” per cinque minuti. A quel punto, i volontari pensarono a un orso bianco anche più spesso rispetto a un altro gruppo di controllo a cui era stato dato un compito inverso, ovvero di cercare prima di pensare a un orso bianco e poi tentare di non pensarci. I risultati suggerirono che il tentativo di soppressione del pensiero per i primi cinque minuti, aveva causato un “rimbalzo” nella mente dei partecipanti, spingendoli paradossalmente a pensare all’orso bianco ancora di più.

Nei decenni successivi Wegner sviluppò e ampliò la sua teoria sull’effetto orso bianco, detta teoria dei “processi ironici”. Constatò in maniera inequivocabile che quando proviamo a non pensare a qualcosa, una parte della nostra mente effettivamente evita il pensiero proibito, ma un’altra parte, tenta di controllare ogni tanto i nostri processi interni per assicurarsi che il pensiero non venga fuori, conducendoci quindi ironicamente a pensarci ancora di più.

Riguardo alle dipendenze ad esempio, uno studio più recente (Erskine J.A, Georgiou G.J, Kvavilashvili L., 2010) ha dimostrato come tentare di sopprimere i pensieri sul fumo porta dapprima a una riduzione del fumo, per poi assistere a un grave effetto di rimbalzo che induce a fumare molto di più.

Ma quali sono allora le strategie che possiamo mettere in atto per riuscire a diminuire la frequenza con cui si presenta un certo pensiero sgradevole?

Wegner ha descritto diversi metodi che lui e altri hanno trovato efficaci per aiutare a sopprimere i pensieri indesiderati:

  • Scegliere un distraente efficace e concentrarsi su quello: in un altro studio Wegner ha chiesto ai partecipanti di pensare a una Volkswagen rossa piuttosto che a un orso bianco. Avere un pensiero distraente ha aiutato i partecipanti a sopprimere il pensiero indesiderato. Quindi ad esempio, scegliere di rivolgere la nostra concentrazione su attività alternative piacevoli, può permetterci di riuscire a canalizzare con minor frequenza la nostra attenzione sui pensieri sgradevoli.
  • Rimandare il pensiero: delimitare uno spazio nella quotidianità della durata di mezz’ora dove potersi preoccupare, si è dimostrato efficace a evitare di rimuginare per il resto della giornata.
  • Riduzione del multitasking: essere oberati di impegni e sottoporsi a un notevole carico mentale facilita la comparsa di pensieri sgradevoli.
  • Esposizione e accettazione: permettersi di esporsi al pensiero che si vuole evitare in maniera consapevole e accettare che esso entri nel nostro flusso di coscienza, farà in modo che sia meno probabile che quel pensiero affolli la mente altre innumerevoli volte.
  • Meditazione e consapevolezza: le pratiche di meditazione come la Mindfulness, rafforzano il controllo mentale e aiutano le persone a evitare i pensieri indesiderati permettendo di distanziarsi da essi.

Gli esperimenti di Wegner sull’effetto orso bianco di fatto sembrano andare in direzione contraria rispetto a quella che è la nostra esperienza comune. Quante volte confidandoci con gli amici o con i familiari ci siamo sentiti rispondere: “non pensarci!”.

Stai cercando di smettere di fumare? Non pensarci. Stai cercando di non mangiare dolci? Non pensarci. Stai cercando di superare il dolore di una relazione finita? Non pensarci.

Gli esperimenti di Wegner suggeriscono che seppure animato da buone intenzioni, questo è il peggior consiglio che si possa dare. Cercare di sopprimere i pensieri può essere effettivamente controproducente. Nel tentativo costante di sopprimere i pensieri sgradevoli, la maggior parte delle persone si ricorda di pensare ad altro, ma ogni tanto si ricorda anche di pensare a quello che non sta pensando solo per assicurarsi di non pensarci: ecco che allora come per magia, prendono forma nella nostra mente il dannato pacchetto di sigarette, le gustose barrette di cioccolato, la tanto desiderata vecchia fiamma.

Quindi quando avete un pensiero di cui volete disfarvi, invece di evitarlo e far sì che diventi un ossessione, lasciate che arrivi e accettatelo con calma, distraete la mente con attività piacevoli, rilassatevi e affrontatelo con consapevolezza. Solo così il vostro orso bianco se ne andrà in letargo.

 

Cosa può cambiare nella vita del medico e di ogni operatore sanitario in una situazione di pandemia come quella attuale per COVID-19?

Il Dr. Paolo Pellegrino, medico specializzato in anestesia e rianimazione, psicoterapeuta e docente di psicologia, in questo video risponde alle domande del giornalista Romano Tripodi nel corso dell’intervista realizzata dall’Associazione Medicina e Frontiere, fondata dal prof. Michele Guarino. Durante l’intervista, il dott. Pellegrino, spiega come la pandemia stia avendo degli effetti psicologici non solo su chi è stato colpito dal virus, ma anche su medici e operatori sanitari in generale, implicando alcuni cambiamenti (Ndr).

 

 Certamente la situazione che stiamo vivendo da quasi due mesi, ormai lo dicono tutti, sta inevitabilmente cambiando molti aspetti della nostra vita, della nostra esistenza. Ogni cambiamento significativo porta con sé cambiamenti nel modo di vedere e pensare noi stessi, di vedere il mondo e gli altri, cambiamenti nel nostro modo di sentire e di vivere la realtà, cambiamenti nei nostri comportamenti personali e sociali. E giustamente può valer la pena chiedersi: ci sono e quali possono essere questi cambiamenti a cui può andare incontro e probabilmente a cui sta andando incontro il medico e il personale sanitario in genere?

Mi azzardo a fare qualche riflessione in questo senso dato che nel mio percorso professionale ho conosciuto e vissuto gli aspetti impegnativi e drammatici di una terapia intensiva. Successivamente, dopo la specializzazione in psicoterapia, ho iniziato ad occuparmi, ormai da anni, di indagare, studiare e valutare gli effetti e le reazioni psicologiche di fronte a situazioni difficili o problematiche che la persona umana si può trovare a vivere.

E quindi cosa sta mutando? In primo luogo direi l’immagine di sé, a cui inevitabilmente e necessariamente fa riscontro un cambiamento nella percezione dell’altro e nel vissuto relazionale con l’altro. Questi mutamenti io direi che possono riguardare tre aspetti: la propria salute, la propria bontà, il proprio potere.

Riguardo alla propria salute, sottolineerei che il prendersi cura di persone malate o bisognose può significare postulare la propria salute o la propria sufficienza. Io posso curare perché sono sano. Proprio perché sono sano e ho le sufficienti difese dalle malattie, in particolare della malattia che sto curando, e so come affrontarla, mi percepisco e costruisco la mia capacità e possibilità di curare l’altro, il malato.

In questa linea l’assistere una persona bisognosa può offuscare la consapevolezza del proprio bisogno o del rischio a cui si va incontro. Forse molti nostri colleghi, all’inizio di questa drammatica pandemia, non hanno avuto modo di realizzare il proprio bisogno di autoprotezione. E il curare la salute degli altri, in questo caso, ha comportato la compromissione della propria salute (e in ogni caso rimane sempre il rischio di poterla compromettere). Ecco allora che in questa situazione la malattia dell’altro non postula più la mia salute, ma piuttosto la inficia, la mette a rischio: sottolinea quanto anche io, medico, infermiere, psicologo,… non sono immune dalla malattia, ma posso essere vulnerabile, fragile e debole.

Riguardo al secondo aspetto, la bontà, direi che l’essere e sentirsi benefattore o salvatore può contribuire a garantire una buona immagine di sé, come una persona buona, che sa essere accogliente, comprensivo, sa abbracciare e sostenere. In una situazione di pandemia come l’attuale, il malato, che è fonte di possibile contagio e quindi di malattia, diventa un nemico, una minaccia, diventa l’untore da cui bisogna tenersi lontano. In questo caso la mia bontà, la mia comprensione e accoglienza possono sbiadire; invece di sentirmi buono e accogliente mi posso sentire teso, ostile, oppure freddo, distante, o persino cinico: il paziente è guardato con sospetto, bisogna mantenere le distanze da lui! E potrei arrivare anche a provare sentimenti di rabbia verso di lui perché mi fa sentire cattivo, perché in qualche modo sta mettendo in crisi la mia bontà, l’immagine di me come buono e accogliente. In altre parole, la difficoltà o l’impossibilità di aiutare (perché mi devo tenere a debita distanza, perché non posso o non riesco ad avere tutte quelle accortezze e delicatezze e affettuosità che magari sono solito avere verso un paziente) facilita l’insorgenza del dubbio sulla mia bontà ed io posso arrivare addirittura a percepirmi come cinico o persino malvagio.

L’ultimo aspetto, il proprio potere. In generale il medico, o chiunque svolge una professione di care-giving, si può proporre come padre onnipotente, che è in grado di risolvere più o meno tutto e quindi in grado di avere un certo potere sulla malattia e sullo stato psicofisico del malato. Ma l’incontro con una patologia per la quale non è facile avere una terapia adeguata, con una malattia che pertanto non è facilmente risolvibile, attacca l’immagine del potente salvatore, generando nel professionista sentimenti d’impotenza e di depressione: la scoperta della propria impotenza può far vivere come insopportabile o persecutoria la malattia del paziente!

In sintesi mi sentirei di dire che questa pandemia sta avendo degli effetti non solo clinici ma anche psicologici, e non solo su chi è stato colpito dal virus, ma anche su chi si prende cura di chi ne è affetto. Da una parte, quindi, ritengo che tutto ciò possa aiutare noi medici, e tutti gli operatori sanitari, a un’utile e forse opportuno ridimensionamento della visione idealizzata della nostra professione. Dall’altra mi sembra importante essere consapevoli del fatto che ci possono essere dei cambiamenti nella percezione dell’immagine di sé, dell’altro, della propria professione e del proprio ruolo.

Pertanto un’adeguata riflessione e consapevolezza sui cambiamenti che questa pandemia sta generando, penso possa aiutarci certamente a ridimensionare la tendenza a una visione idealizzata di sé, ma al contempo può metterci in guardia, proteggerci e preservarci da sensazioni di profonda frustrazione che potrebbero aprire le porte a fenomeni più seri e drammatici quali quelli del burnout.

 

GUARDA L’INTERVISTA INTEGRALE:

 

Effetti secondari del COVID-19 – Risvolti psicologici della quarantena

Il presente contributo è stato scritto prima che iniziasse la Fase 2 dell’emergenza

Improvvisamente la nostra vita è cambiata: i diversi decreti che si sono succeduti ci hanno visto abbandonare le nostre abitudini, le nostre routines, la nostra libertà.

 

Quali sono gli effetti psicologici del COVID-19, o meglio della pandemia? Quando tutto sarà finito come reagirà la mente? Il rischio di un Disturbo da Stress Post Traumatico è reale! La parola chiave diventa: RESILIENZA.

Dichiarazione della pandemia

 Improvvisamente la vita di tutti noi è cambiata: da Febbraio si sono susseguiti una serie di Dpcm (Decreti ministeriali del presidente del consiglio) dal contenuto sempre più restringente, passando dall’epidemia alla pandemia: ci hanno detto di non recarci più a lavoro, di non andare più a scuola, gradualmente di non recarci più in palestra, di non andare più a correre, o al centro commerciale, ai giardinetti, di non incontrare più gli amici, né tantomeno i nostri cari. In questa escalation di privazioni ci è stato detto di AVER PAURA!

Per quale motivo? Per quale assurda ragione dobbiamo rinunciare alla nostra libertà?

Il motivo è invisibile, un virus che non possiamo percepire, ma che sta mietendo tante vittime in tutto il mondo.

E allora la priorità assoluta è divenuta preservare il bene primario, la vita. Restando chiusi in casa, uscendo solo per motivi strettamente necessari, e con le dovute cautele (mascherine e guanti entrati ormai a far parte del nostro abbigliamento), si riduce il rischio di essere contagiati.

Come recita l’art.13 della Costituzione Italiana

La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione […] se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

E l’art.16 prosegue

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.

Le limitazioni la legge le ha stabilite, non è possibile neppure uscire dal proprio comune e per circolare occorre portare con sé un modulo, un’autocertificazione, sì perché se non c’è un valido motivo che giustifica il nostro spostamento si va incontro ad un’ammenda e si diventa fuorilegge.

All’improvviso la tecnologia è diventata la nostra migliore alleata, non che prima non lo fosse, costringendo anche chi aveva poca dimestichezza con smartphone, tablet e pc a familiarizzare con essi, con lo scopo comune di restare “collegati” con il mondo. Ecco allora che si è iniziato a lavorare da casa con la formula dello smart working, gli studenti hanno iniziato a fare scuola in videoconferenza, tutti siamo ricorsi alle videochiamate per poter comunicare e restare in rete.

Persino le terapie psicologiche-psicoterapiche si svolgono online…

Effetti psicologici della quarantena

Gli occhi sono puntati sulla salute fisica ed è giusto in un momento di emergenza.

Ma guardiamo ora l’altra faccia della medaglia! Quali effetti comporta questa clausura obbligata? Quali sono gli effetti psicologici?

Ciascuno di noi “era” abituato a ritmi frenetici, tra lavoro, scuola, famiglia, impegni con gli amici, hobby…le giornate erano scandite da ritmi frenetici e 24 ore erano a volte anche poche per far fronte ai tanti impegni. All’improvviso tutti abbiamo dovuto rinunciare a tutto ciò: costretti a casa, a vivere h24 con i nostri familiari: niente più svaghi, niente più spazi propri, ma un unico spazio condiviso.

A breve termine c’è chi può aver beneficiato di questa spina staccata, sicuramente i bambini, finalmente a casa con mamma e papà e non più sbalzati tra nido, scuola e nonni. Gli stessi bambini che non riescono a spiegarsi e rappresentarsi questo cambiamento repentino, che relegati in casa non capiscono perché non possono più andare fuori a giocare, non possono più incontrare i compagni, o andare dai nonni.

Tutti siamo magari stati “contenti” di poterci riposare un po’…ma nessuno immaginava inizialmente tutto questo, nessuno immaginava la gravità della situazione e il suo perdurare così a lungo.

Ogni giorno veniamo bombardati da informazioni e la speranza è che ci venga detto che è tutto finito e possiamo finalmente riappropriarci della nostra vita. Invece no, tra informazioni spesso divergenti tra loro, la vecchia vita sembra ormai un ricordo lontano e tutti siamo chiamati a riformulare le nostre priorità e le nostre abitudini.

Allora ecco che si insinua la paura, perché la mente umana ha paura dell’ignoto, il non conosciuto: ci affidiamo a ciò che conosciamo perché ci fa sentire sicuri, tranquilli, protetti, perché ci permette di poter prevedere le conseguenze, rinunciando ad esplorare ciò che è posto in ombra, ciò che è sconosciuto o poco noto, proprio perché riduce la nostra capacità di predire, agire, reagire.

Come reagiremo una volta terminata la fase 1? Dal 4 maggio potremo di nuovo circolare e non vediamo l’ora che ciò succeda, siamo scalpitanti, contando i giorni e le ore che ci separano dalla rinascita, dalla riconquista dei nostri spazi.

Ma sin da ora quotidianamente i mezzi di informazione ci mettono in guardia sulle buone norme da seguire, sulle cose da evitare, sul come comportarci nel nuovo mondo “digitalizzato”: sono, infatti, al vaglio diverse ipotesi su app in grado di avvisarci se veniamo in contatto con possibili soggetti contagiati, il tutto nel rispetto della privacy.

Siamo pronti? Davvero non vediamo l’ora di riaccendere i motori?

Sicuramente c’è bisogno di ripartire, in primis per ragioni economiche, dato lo stallo nel quale siamo confinati.

Ma teniamoci pronti perché il mondo non sarà come lo abbiamo lasciato: la spensieratezza che fino a gennaio connotava ciascuno di noi, ha lasciato il posto alla paura. Si ha paura di andare al supermercato, si avrà paura di prendere un mezzo pubblico, si avrà paura di incontrare un amico, si avrà paura di fare qualsiasi cosa che prima era automatica. Nel prossimo futuro ogni nostra azione diverrà ragionata e dovremo imparare a convivere con emozioni quali l’ansia, l’angoscia, la tristezza.

La mente umana necessita di tempi adeguati per metabolizzare gli eventi, darvi un senso ed accettarli: il COVID-19 rappresenta sicuramente un trauma per ciascuno di noi, esso ha posto una frattura tra un prima e un dopo. Infatti nella vita che vivremo la memoria ci riporterà costantemente ai momenti pre-pandemia e non potremo non provare un senso di sopraffazione perché la nostra capacità di autodeterminazione verrà messa a dura prova!

In seguito all’esposizione a eventi del genere è possibile sviluppare un Disturbo da Stress Post Traumatico (PTDS). Infatti, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione (DSM-5) riconosce tra i criteri per la diagnosi come la persona debba essere stata esposta ad un evento traumatico nel quale erano presenti entrambe le caratteristiche seguenti:

  1. la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri;
  2. la risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore.

La parola d’ordine, allora, diventa RESILIENZA, intesa come capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici e/o stressanti, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità, senza soccombere.

È imprescindibile non lasciarsi abbattere dal cambiamento, ma trarne insegnamento per la vita futura.

Ecco allora che lo slogan “ANDRA’ TUTTO BENE”, che ci siamo ripetuti come un mantra sortirà effetti benefici: bisogna crederci! Allora sì che andrà tutto bene!

 

Psicoterapia: per una prospettiva psicodinamica dell’intervento

La psicoterapia viene considerata, all’unanimità, come una modalità di intervento effettuato con mezzi prettamente psicologici che, pur attuati mediante procedure che differiscono tra loro per il diverso orientamento teorico a cui si rifanno, sono finalizzati ad aiutare le persone nella soluzione dei propri problemi affettivi, emotivi, comportamentali, interpersonali di vario genere e a incrementare la qualità della vita

L’attività psicoterapeutica: verso il processo di cambiamento

La legge del 18 febbraio 1989, n. 56, in Italia, decreta che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione e addestramento in psicoterapia (D.M. 11 dicembre 1998, n.509).

Tale attività si rende utile in relazione alla “domanda” di cui il paziente si fa portatore e saranno il problema e gli obiettivi che il soggetto pone in essere ad orientare quest’ultimo verso un intervento psicologico-clinico o più propriamente psicoterapeutico (Cionini, 2001).

Per inciso, risulta utile distinguere tra domanda e committenza. Con il termine committenza s’intende l’interpretazione della situazione (il che cosa, il come e il perché); la domanda consiste, invece, nei significati generalizzati che fondano e rendono sensate tali teorie (Salvatore, 2015).

Per ciò che concerne lo sviluppo della psicoterapia, è interessante sottolineare che negli ultimi anni si sono sviluppati diversi orientamenti e la diversificazione di tali approcci ha favorito la possibilità di accedere a quadri teorici differenti, che si rendono utili ognuno in base ad ogni caso e richiesta specifici che il terapeuta dovrà accogliere.

Altresì, oltre alle differenze tra le varie scuole, la psicoterapia si è sviluppata diversamente nelle varie parti del mondo anche in relazione alle tradizioni politiche e culturali esistenti nei diversi paesi (Cionini, 2013).

Per fare soltanto alcuni esempi, la psicoanalisi ha avuto origine nella cultura mittel-europea e solo successivamente si è diffusa anche nei paesi di cultura anglosassone, mentre, al contrario, l’ottica comportamentista (e più recentemente quella cognitivo-razionalista) si è sviluppata in coerenza con lo spirito scientifico della cultura anglosassone, e solo in un secondo momento si è diffusa nel resto d’Europa (Cionini, 2013).

A tal proposito, in virtù della presenza fortemente eterogenea di modelli psicoterapeutici, ad oggi non è stato possibile ricondurre a una definizione univoca il concetto di psicoterapia (Cionini, 2013). Tuttavia, si colgono in modo evidente degli aspetti comuni ai diversi approcci, senza i quali l’intervento psicoterapeutico non si renderebbe possibile. Primo fra tutti, assume un ruolo fondamentale il concetto di relazione terapeutica, vale a dire una relazione interpersonale fra il terapeuta e il paziente che consenta l’instaurarsi di un’esperienza affettivamente ed emotivamente significativa e che comporti un’alleanza terapeutica benefica per il paziente e volta al raggiungimento di un cambiamento attraverso obiettivi sempre condivisi in uno spazio altamente collaborativo tra i due soggetti.

Tale relazione si svolgerà all’interno di uno spazio di cura definito setting, che dovrà essere riservato e adeguato alle esigenze terapeutiche.

Altresì, il processo di cambiamento viene coadiuvato dall’azione del terapeuta atta a garantire al paziente la conoscenza e l’acquisizione di nuovi punti di vista e prospettive con i quali, quest’ultimo, potrà ampliare il proprio range di azione con procedure che possano orientarlo verso un comportamento sempre maggiormente adattivo. Il paziente dovrà, dunque, essere supportato dal terapeuta, il quale, con un atteggiamento di contenimento, sostegno emotivo, comprensione, accettazione ed empatia, favorirà il cammino verso il cambiamento (Cionini, 2001).

Il cambiamento in psicoterapia deriva, quindi, dalle caratteristiche succitate che vengono orientate dalle procedure e dalle tecniche che caratterizzano la modalità di intervento del terapeuta.

Parallelamente alle comunanze testè esposte, le teorie epistemologiche di riferimento a cui ogni scuola di psicoterapia fa capo, oltre alle diverse modalità di pensare la definizione degli obiettivi, l’articolazione del setting, l’impostazione del contratto terapeutico, la modalità di valutazione clinica, il ruolo più o meno centrale attribuito alla relazione terapeutica e le tecniche e le procedure specifiche, rappresentano, all’opposto, gli aspetti difformi di ogni approccio.

In definitiva, la psicoterapia viene considerata, all’unanimità, come una modalità di intervento effettuato con mezzi prettamente psicologici che, pur attuati mediante procedure che differiscono tra loro per il diverso orientamento teorico a cui si rifanno, sono finalizzati ad aiutare le persone nella soluzione dei propri problemi affettivi, emotivi, comportamentali, interpersonali di vario genere e a incrementare la qualità della vita; quindi che la psicoterapia porti a cambiamenti personali che implicano uno sviluppo del modo di vedere, pensare, sentire, agire (Cionini, 2013). Tali cambiamenti permetteranno a chi ne usufruisce, di sperimentare nuove modalità con cui vivere la propria relazione col mondo.

Psicodinamica nella psicoterapia

Parlare di psicoterapie ad orientamento psicodinamico significa riferirsi a quelle tecniche derivanti dalla psicoanalisi, nata ad opera di Sigmund Freud (1856-1939) all’alba del Novecento. All’interno di questo paradigma si inseriscono diversi contributi quali quello della “Psicologia analitica” di C.G. Jung (1875-1961), della “Psicologia individuale” di Alfred Adler (1870-1937), degli “Psicologi dell’Io”, della “Scuola inglese” con Melanie Klein (1882-1960), della “Psicoanalisi interpersonale e relazionale”, della “Psicologia del sé” di Kohut (1913-1981), della “Teoria dell’attaccamento” di Bowlby (1907-1990) e la continuazione della sua opera a cura di Mary Ainsworth (1913-1999), di Jacques Lacan (1901-1981) e della “Scuola francese”  (Cionini, 2013). Tuttavia, il movimento psicoanalitico non esaurisce la sua portata alle scuole predette; queste ultime, infatti, rappresentano solo alcuni degli sviluppi e degli scenari teorici che hanno ospitato una vastissima varietà di altri autori.

L’approccio psicodinamico è dunque basato sui fondamenti della psicoanalisi ma si differenzia da quest’ultima per il numero di sedute e per il mancato utilizzo del lettino. Nella terapia psicoanalitica, infatti, il paziente è disteso e il numero di sedute è maggiore rispetto a quello della terapia psicodinamica, dove il paziente sarà, inoltre, seduto.

Altresì, all’interno della psicoterapia psicodinamica si distinguono un tipo di psicoterapia psicodinamica a lungo termine (più di ventiquattro sedute o della durata di oltre sei mesi) e una psicoterapia psicodinamica a breve termine (meno di ventiquattro sedute o sei mesi) (Gabbard, 2010).

Le terapie psicodinamiche, pur basandosi su differenti modelli teorici, presentano degli aspetti comuni che travalicano le specifiche cornici di riferimento e che riguardano i concetti di alleanza terapeutica, transfert, controtransfert, resistenza ed elaborazione e le modalità conclusive della terapia (Gabbard, 2010).

È interessante notare come un aspetto fondante la particolarità di questo approccio sia rappresentato dalla curiosità che il paziente mostra riguardo la conoscenza verso se stesso.

Il paziente che può beneficiare di un tale intervento è un soggetto interessato a conoscere e a comprendere quei modelli pregressi e inconsci che hanno tracciato, nella sua esperienza soggettiva di vita, un percorso più o meno consolidato che lo rende oggi intrappolato in schemi disfunzionali che gli causano sofferenza. Sono dunque il desiderio di comprendere se stessi, la volontà che si realizzi una certa consapevolezza del funzionamento del proprio sé e una significativa motivazione, a indicare al paziente la propria adeguatezza a un simil trattamento (Gabbard, 2010).

In questo senso, diventa importante durante l’intervento, che il terapeuta sappia cogliere la capacità di mentalizzazione del proprio paziente, ovvero la capacità di quest’ultimo di percepire i propri e gli altrui stati mentali come spiegazioni del comportamento e, pertanto, di comprendere che il proprio comportamento è guidato da punti di vista e credenze non sempre condivisi dall’altro da sé.

Tutto ciò richiede e implica la comprensione dei propri stati interni (Gabbard,  2010).

Altresì, l’intervento psicodinamico oscilla tra un atteggiamento più prettamente espressivo a uno maggiormente supportivo, che il terapeuta deve flessibilmente adottare in base ai bisogni del paziente (Gabbard, 2010).

Lo psicoterapeuta psicodinamico osserva, inoltre, le modalità con le quali il paziente è solito relazionarsi al mondo e all’altro da sé e, in questo caso, al terapeuta, manifestandole nella relazione con quest’ultimo.

Oltre all’osservazione delle caratteristiche succitate, il terapeuta dovrà saper cogliere se il paziente è in grado di gestire gli impulsi e di tollerare le frustrazioni mostrandosi resiliente davanti alle avversità; in questo caso ci si troverà davanti a un Io forte caratterizzato da buone risorse. Contrariamente, un soggetto che controlla con difficoltà gli impulsi e mostra problematiche relative all’esame di realtà o alla tolleranza di taluni stati affettivi, mostra un Io debole (Gabbard, 2010).

Fondamentale per risolvere il disagio psichico della persona è, altresì, saper comprendere il conflitto inconscio che anima e muove la sofferenza manifesta del paziente, ovvero quella difesa che si contrappone a un desiderio o a un impulso, creando disagio e dolore (Gabbard, 2010).

Tutti gli elementi sin qui presentati vengono colti ed elaborati in un’ottica di collaborazione costante tra il terapeuta ed il paziente, i quali, sin dai primi momenti della loro relazione comunicheranno l’un l’altro e stabiliranno sempre apertamente gli obiettivi da raggiungere e i momenti di esplorazione di alcune questioni.

In questo senso, anche la parte conclusiva della terapia può assumere diverse forme e verificarsi secondo diverse modalità in base al caso specifico e deve essere un momento altamente partecipato e condiviso tra paziente e terapeuta.

Conclusioni

In definitiva, la psicoterapia psicodinamica si pone l’obiettivo di comprendere un’altra persona in modo empatico e non giudicante, all’interno di una relazione significativa stabilita con quest’ultima. In questo modo è possibile favorire un processo di comprensione di sé stessi e delle proprie modalità di relazionarsi al mondo, facilitando il processo di apertura e di fiducia con e nell’altro da sé.

Il terapeuta che si mostra sensibilmente interessato ad accogliere e a comprendere la storia dell’altro, può sostenere la persona e aiutarla a liberare la propria esistenza dalla coltre di nebbia che ha oscurato, per forse gran parte del suo tempo, quelle risorse che spesso non si conoscono ma che si possiedono e che, dunque, devono essere individuate e riconosciute.

In questo modo, dopo essere stata accompagnata ed emotivamente sorretta, ogni persona può finalmente imparare a librarsi verso un volo autonomo e più consapevole della propria esistenza, libera di lasciare entrare dentro di sé nuovi mondi, nuovi spazi, per più ampi racconti di sé.

La conversazione nell’era digitale. Come la tecnologia sta plasmando il nostro cervello sociale (2019) di F. Fiorilli – Recensione

La conversazione nell’era digitale è un testo che fornisce in modo estremamente esauriente una serie di importanti nozioni sul funzionamento del cervello e della comunicazione, in particolare su come la tecnologia stia modificando le nostre competenze sociali.

 

Il titolo stesso ci fornisce un immediato spunto di riflessione, ovvero aiuta a comprendere che se da un lato la comunicazione grazie alle nuove tecnologie viene estremamente facilitata e semplificata, dall’altro il fenomeno della conversazione subisce una serie di sottrazioni paralinguistiche fondamentali per l’evoluzionismo filantropico.

Non è mia intenzione aprire l’ennesima polemica sugli aspetti negativi per la psiche umana di questo impoverimento comunicativo, mi propongo soltanto di attivare un forte pensiero critico rispetto al fenomeno. Per fare ciò è necessario avere accesso ad una serie di informazioni sul funzionamento della mente.

Con concetti semplici ed efficaci, fruibili anche ai “non addetti ai lavori”, ma utilissimo se adottato dai professionisti del settore, questo manuale fornisce una prima rassegna di teorie sullo sviluppo, filogenetico e ontogenetico, della psiche sociale e del cervello relazionale.

Una volta creato un framework teorico, il lettore avrà la possibilità di riflettere sui processi psicologici e le funzioni mentali che vengono attivati, o disattivati, dinanzi a questo nuovo adattamento (o disadattamento); ed è proprio nell’ultimo capitolo che l’Autrice si sofferma sulla necessità di recuperare quelle competenze sociali che costituiscono da sempre la base di uno dei bisogni primari dell’essere umano, quello della socializzazione: funzioni metacognitive e metaemotive, accudimento ed empatia, condivisione, trasmissione analogica delle emozioni e degli affetti.

L’interazione, in fisica, viene definita come

la reciproca azione fra le particelle, corpi o sistemi, che porta a una modifica del loro stato e della loro energia. (Vocabolario Treccani)

Il cervello, in psicologia, viene considerato come un sistema che per sopravvivere deve scambiare energia con gli altri sistemi, se questo non avviene si raggiungerebbe uno stato definito entropia della mente (Scrimali T., 2006).

Il libro spiega, quindi, la necessità di contrastare l’impoverimento dell’interazione, di recuperare le sue originali connotazioni non verbali.

L’argomento è estremamente attuale e si affianca ai numerosi progetti di psicoeducazione volti a prevenire e gestire non solo le dipendenze dalle nuove tecnologie, ma soprattutto a modificare l’aridità comunicativa che caratterizza le nuove generazioni nel rapporto con i pari e con le figure di attaccamento.

Un libro piacevole da leggere, interessante dal punto di vista teorico e accademico, di ispirazione dal punto di vista dell’intervento professionale.

 

Non di solo pane vive l’uomo: una riflessione amara sulle conseguenze emotive della quarantena

Il presente contributo è stato scritto prima che iniziasse la Fase 2 dell’emergenza

Mia figlia abita a Baggio. Da un mese non posso vederla. La legge è inflessibile. I virologi, che ogni giorno ci arringano dai media reali e virtuali non hanno dubbi: in questo periodo di diffusione del coronavirus ogni contatto umano è pericoloso.

 

Non voglio certo fare polemiche. Ho qualche dubbio che un tipico virus respiratorio possa essere controllato con le classiche misura della quarantena e della ricerca e dell’isolamento dei contatti. Non sono comunque un igienista e mi rimetto come ogni cittadino all’indicazione degli esperti. Del resto, come diceva Socrate, è nostro dovere obbedire sempre alle leggi (Platone, Critone).

Nel disperato tentativo di rallentare la marcia del virus le autorità hanno adottato misure di profilassi senza precedenti nella storia recente del nostro paese. Le libertà fondamentali garantite dalla costituzione sono state rapidamente sospese: libertà di movimento, libertà religiosa, libertà di manifestazione, libertà di riunione e di svolgere attività politica. Le elezioni sono rinviate sine die.

Questi provvedimenti davvero draconiani sono stati salutati con uno straordinario consenso, anzi sono stati in qualche modo invocati dai media e da vastissimi strati dell’opinione pubblica. Le trasgressioni sono relativamente infrequenti. Non si è manifestata alcuna forma di opposizione organizzata. Anzi in taluni casi le forze dell’ordine sono dovute intervenire per impedire improvvisati pogrom di cittadini ipoteticamente infetti da parte della maggioranza benpensante. Dobbiamo concludere che le attuali restrizioni della libertà personale rappresentano ed in qualche modo esprimono sentimenti ampiamente diffusi nella nostra società.

La formulazione delle misure restrittive viene presentata ai cittadini come espressione di asettici dati scientifici. In realtà le diverse strategie adottate nei vari paesi dell’unione europea dimostrano che la selezione delle misure di profilassi implica delle scelte. La società, la politica sono state chiamate a stabilire delle priorità, a identificare ciò che è veramente vitale per l’uomo contemporaneo. Questa gerarchia, squisitamente etica e politica, ha governato i tempi dei divieti e presto governerà le priorità nella progressiva liberalizzazione di attività e stili di vita, che seguirà inevitabilmente all’emergenza.

L’epidemia da coronavirus rappresenta quindi un test proiettivo molto potente. Ci informa sulla contemporaneità più che ogni inchiesta di popolazione o studio sociologico.

Al centro troviamo, anzitutto, la vita fisica, e non poteva che essere così. Le attività sanitarie sono state autorizzate tout court. Forze dell’ordine, protezione civile ed esercito svolgono quasi esclusivamente la funzione di garantire il rispetto delle misure profilattiche. La lotta contro l’epidemia non può fare a meno di loro. Viene poi evidentemente il settore alimentare. Il cibo è necessario alla sopravvivenza.

Ma oltre il corpo? La cultura, la religione, la politica? Soprattutto quale spazio dare alle forze motivazionali che legano gli umani gli uni agli altri?

Il governo, ma direi gli italiani, non hanno avuto dubbi. Le emozioni, gli affetti non hanno una realtà materiale. Anzi, nella prospettiva di un rigido riduzionismo materialista, non esistono affatto. Con coerenza il governo ha interrotto senza la minima esitazione qualsiasi visita agli ospiti degli istituti penitenziari. Ne è scaturita una serie di rivolte per le quali è costata la vita a 13 detenuti. Mentre è stata rispettata la famiglia nucleare, le coppie sposate o conviventi, i genitori con i loro bambini o ragazzi, le interazioni intergenerazionali sono state cancellate con un rigo di penna. Le visite ai figli adulti o ai nonni sono state messe al bando. All’amore tra l’uomo e la donna non è stata riconosciuta alcuna rilevanza sociale.

Un paradigma fortemente biologico governa poi la vita dei malati negli ospedali. La inevitabile paura di noi operatori, così come l’epistemologia che domina la cultura medica contemporanea, ha dettato indicazioni precise: nessun contatto umano.

Le interazioni con i malati sono ridotte al minimo, a quel minimo reso necessario dalla cura del corpo. Volti irriconoscibili avvolti da tute e mascherine fanno capolino brevemente oltre porte per il resto sempre chiuse. La scienza virologica, ci viene spiegato senza cessa dai media, non consente di accomiatarsi da chi ci lascia per sempre: madre padre, marito, moglie, figlio e figlia. Si muore soli. Non ci sono eccezioni: E i forni attendono i cadaveri senza quell’ultimo saluto che le civiltà umane hanno imparato a riconoscere anche ai peggiori nemici.

Confesso che sono rimasto sgomento ed ho qualche difficoltà a riconoscermi in una comunità nazionale così indifferente ai legami del sangue e del cuore. Ma non si tratta di romanticismo od idiosincrasia. Come psichiatri, e come psicoterapeuti, soprattutto come uomini, sappiamo bene che l’amore è necessario alla vita. Tanto quanto la farina che va a ruba nei supermercati.

Negli anni ‘30 nei reparti di pediatria era uso allontanare qualsiasi familiare dal bambino. Presenze troppo emotive rallentano il lavoro dei clinici e certo comportano potenziali rischi infettivologici.

Le conseguenze furono gravi. Presto i bambini si rattristavano, perdevano interessi e vitalità, peggioravano e talvolta morivano. René Spitz (1945) fu in grado interpretare la sindrome dell’ospedalismo come espressione della deprivazione dalla figura materna. Lo studio sperimentale ed etologico del legame madre-bambino ricevette poi un impulso straordinario degli studi di John Bowlby.

Lo psicologo britannico dimostrò che i legami parentali e di coppia hanno una specifica base nei comportamenti geneticamente determinati e sono un prerequisito per la sopravvivenza di tutti i mammiferi.

Del resto i nostri vecchi sapevano bene che di cuore, di crepacuore, si muore. E la moderna epidemiologia ci ha fornito precise conferme empiriche: i lutti, le separazioni, sono seguiti da un significativo incremento di decessi. L’isolamento sociale comporta un incremento della morbilità e della letalità di svariate malattie.

L’uomo ha bisogno di amore. L’uomo ha bisogno di amicizia. La salute psichica e fisica dipendono da una persistente rete di contatti umani e sociali. Quali danni sta producendo l’isolamento sociale che stiamo perseguendo con tanta pervicacia?

Le cronache dell’epidemia ci parlano ogni giorno di coniugi, fratelli e figli che muoiono a breve distanza da un congiunto. Banali coincidenze statistiche?

Temo proprio che la paura che ci attanaglia in questa fase così difficile ci stia portando fuoristrada. Forse scopriremo presto che alla paura abbiamo sacrificato ciò ci cui abbiamo più bisogno.

 

Religione e vita sessuale: un’analisi sul rapporto tra sessualità e religiosità in un campione di giovani adulti

Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Sexuality & Culture ha indagato la correlazione esistente tra religiosità, etnia, vita sessuale e identità sessuale in un campione di studenti universitari (Hall et al., 2020).

 

Non c’è dubbio che nel corso dei secoli la religione abbia considerevolmente influenzato la concezione dell’amore e del sesso nella cultura occidentale e, più in generale, in tutte quelle culture che di religione sono intrise fino all’osso (es. Njus & Bane 2009; Soloski et al. 2013;). Naturalmente, non tutte le religioni sono uguali né lo sono tutti i religiosi; in questo studio gli autori si sono soffermati sull’analisi della religiosità (intesa qui come il sentimento di fede verso un’entità superiore, di devozione) in correlazione con l’etnia, il rapporto verso la sessualità e l’identità sessuale in un campione di giovani adulti iscritti all’università (Hall et al., 2020).

Come ormai è risaputo, la religiosità è spesso associata ad atteggiamenti tendenzialmente conservatori e alcune ricerche hanno dimostrato che queste attitudini potrebbero essere influenzate anche dall’etnia e dall’identità culturale (Ahrold & Meston 2010); per quanto riguarda la sfera sessuale, la religiosità sembra avere un impatto maggiore sulle donne che sugli uomini; le donne religiose, quindi, vedono la loro vita sessuale maggiormente influenzata dal credo religioso rispetto alla controparte maschile (Owen et al., 2010). Questo però, non ha lo stesso peso per tutte le etnie: infatti, sembra che una religiosità intrinseca sia associata a conservatorismo sessuale più nelle giovani donne asiatiche che in quelle europee, americane (Ahrold & Meston 2010) e afroamericane (es. Rostosky et al. 2003).

Il presente studio (Hall et al., 2020), partendo dal presupposto che la religiosità influenzi atteggiamenti e credenze riguardanti il romanticismo e la sessualità, si pone l’obiettivo di fare un passo avanti rispetto alla letteratura presente sull’argomento, esaminando valori e comportamenti relazionali che potenzialmente si associano all’essere religiosi.

Il campione preso in analisi, composto da 6068 studenti universitari sia maschi che femmine, ha dovuto inizialmente definirsi come molto religioso, moderatamente religioso, mediamente religioso, moderatamente non religioso e per nulla religioso seguendo una scala Likert a 5 punti. Ha inoltre dovuto specificare la propria etnia, la cultura attuale d’appartenenza, l’identità sessuale e la propria visione riguardo ad alcuni ambiti della sessualità e dei rapporti romantici (matrimonio, divorzio, aborto, convivenza pre-matrimoniale, friendship with benefit -ovvero quelle amicizie con frequenti rapporti sessuali che tuttavia non sono riconosciute come relazioni romantiche-, l’esistenza del “vero amore”, ecc.) per un totale di 100 domande.

I risultati hanno mostrato studenti con un punteggio più elevato nella religiosità, avevano più probabilità di credere nell’unico “vero amore” ed erano più tendenti a rimanere sposati anche nel caso di un tradimento del partner o di sentimenti verso altre persone; inoltre, un alto livello di religiosità era anche associato alla disapprovazione verso l’omosessualità e verso le friendship with benefit. Gli studenti religiosi hanno anche mostrato remore nella convivenza prematrimoniale, verso l’aborto e verso l’utilizzo di siti o applicazioni (meeting, Tinder…) per incontrare un potenziale partner.

Tuttavia, le analisi dei dati hanno anche suggerito una differenza significativa tra le varie etnie riguardo alla religiosità, suggerendo che le associazioni tra la religiosità e i risultati appena citati possano essere valide solo in alcuni casi (Hall et al., 2020).

 

La validità dell’ipotesi di automedicazione di Khantzian nelle new addictions

Le dipendenze patologiche e le new addictions hanno varie caratteristiche in comune. Le ricerche scientifiche indicano come sia sempre maggiormente credibile l’ipotesi che nelle dipendenze senza uso di sostanze, così come nelle tossicodipendenze, il comportamento messo in atto da chi ne soffre sia un tentativo di automedicamento.

Cosa hanno in comune le dipendenze da sostanze stupefacenti e le new addiction

L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive il concetto di dipendenza patologica come quella

condizione psichica, e talvolta anche fisica, derivante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica, e caratterizzata da risposte comportamentali e altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i sui effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.

Oggi il termine dipendenza patologica viene utilizzato anche per descrivere un gruppo di disturbi caratterizzati, non dall’abuso di sostanze, ma da una ricerca spasmodica di un comportamento o di un oggetto, senza il quale la vita della persona diviene problematica o insostenibile. Si fa riferimento alle così dette new addictions, legate alle nuove tecnologie, allo shopping compulsivo, alla dipendenza da gioco d’azzardo, o a quella da lavoro, o da cibo, o ancora a quella affettiva. Le tossicodipendenze e le addictions, colpiscono un gran numero di persone nel mondo e sono accomunate da diversi aspetti:

  • dal fatto che, chi ne è affetto, è costretto a reiterare lo stesso comportamento, in modo compulsivo, anche se questo è inadeguato e disfunzionale (craving);
  • sono tutte espressioni di una situazione di disagio;
  • le ricerche nel campo delle neuroscienze dimostrano come in tutte queste entità patologiche, ciascuna con una sua modalità peculiare di presentazione, siano presenti alterazioni dei meccanismi celebrali che controllano la gratificazione e la motivazione.

E’ allora lecito pensare che tossicodipendenze ed addictions abbiano un’eziologia comune, che siano determinate dalla medesima causa.

L’ipotesi dell’automedicamento di Edward Khantztian

Una delle ipotesi eziologiche per spiegare l’insorgenza delle dipendenze da sostanze è quella formulata, negli anni Settanta del secolo scorso, da Edward Khantzian e David F. Ducan e nota come ipotesi dell’automedicazione. Inizialmente Khantzian partì dall’idea che i tossicodipendenti fossero individui caratterizzati da un deficit nelle funzioni dell’Io e che la ricerca della droga rappresentasse un tentativo di potenziarne i meccanismi di difesa. Successivamente, considerando la casistica dei soggetti da lui trattati, si pose la domanda se la scelta della sostanza psicoattiva fosse casuale. Giunse alla conclusione che il tipo di droga era selezionato in modo tale che le proprietà farmacologiche della sostanza fossero idonee ad alleviare gli stati affettivi disturbanti del soggetto. Khantzian faceva particolarmente riferimento all’eroina ed alla cocaina.

La teoria dell’automedicamento e gli studi sperimentali

Esistono a supporto della teoria dell’automedicamento alcuni studi sperimentali, tra questi particolarmente interessante è quello condotto nel 1977 da Wusmer L. e Pecksnifr Mr. Si tratta di una ricerca in cui un gruppo di eroinomani è stato trattato con doxepina e paragonato ad un gruppo di controllo trattato con placebo. La doxepina ha provocato una significativa riduzione del craving. Gli autori hanno concluso che gli eroinomani fossero affetti da sindrome ansiosodepressiva che andava in remissione per effetto del trattamento con il farmaco antidepressivo. Come riportato, anche, da Rounsaville et al (1982), il disturbo da abuso di sostanze risponde ad appropriati trattamenti con psicofarmaci contro sindromi target come la fobia e la depressione.

Vi sono, infine, evidenze cliniche, a sostegno dell’ipotesi della self-medication, che riguardano gli individui dipendenti da oppiacei e farmaci sedativo-ipnotici.

Tutti questi dati confermano l’ipotesi di Khantzian secondo la quale i tossicodipendenti depressi usano gli oppiacei nel tentativo di curare uno stato di malessere psichico intollerabile.

Per quel che riguarda le new addictions è stato ipotizzato che, anche per queste dipendenze, possa essere valida la teoria di Khantzian.

Diversi studi suggeriscono che i meccanismi celebrali alla base dell’obesità siano simili a quelli della tossicodipendenza e di conseguenza l’obesità sia da considerare come il risultato di una dipendenza da cibo. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Granada, assieme ai ricercatori della Monash University australiana, hanno condotto uno studio per verificare quest’ipotesi. Sono state ricercate le differenze tra le connessioni funzionali nei sistemi di ricompensa nel cervello degli obesi e dei normopeso. La ricerca si è avvalsa di scansioni funzionali fatte con la risonanza magnetica che hanno mostrato che il desiderio di cibo è associato con l’attivazione di connessioni neuronali diverse, a seconda che la persona sia di peso normale o in sovrappeso. Una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori dell’University of Alabama at Birmingham (USA) e pubblicata sull’American Journal of Public Health ha individuato una correlazione tra depressione e obesità. I ricercatori hanno utilizzato i dati provenienti da uno studio, molto vasto, denominato CARDIA (Coronary Artery Risk Development in Young Adults), che ha monitorato  per 15 anni, un gruppo di giovani adulti, uomini e donne, di età compresa tra i 18 e i 30 anni. E’ stato dimostrato che coloro i quali manifestavano tendenze depressive (livelli misurati a 10, 15 e 20 anni), aumentavano di peso, accrescendo la propria circonferenza addominale più velocemente degli altri; mentre quelli che risultavano già essere in sovrappeso non manifestavano peggioramenti sull’equilibrio psichico.

Nel gioco d’azzardo patologico uno studio condotto da Gianni Savron et. al e pubblicato nel 2001 sulla Rivista di Psichiatria ha dimostrato come i giocatori patologici presentano, rispetto ai controlli, una maggiore sensibilità all’ansia e maggiore distress . Shinohara et al.(1999) hanno osservato un incremento di beta-endorfine, adrenalina e dopamina all’inizio del gioco e durante la partita.

I dati degli studi epidemiologici sulla dipendenza da internet mettono in evidenza come i fattori di rischio, nei giovani, siano rappresentati da problemi psicologici, psichiatrici o familiari preesistenti all’insorgenza del  disturbo. Marazziti et al. (2015) segnalano come tra i disturbi più frequenti vi siano disturbi dell’umore e ansia. Per gli adolescenti elementi di particolare vulnerabilità sono la bassa autostima che, diverse ricerche mettono in correlazione con una maggiore probabilità di sviluppare depressione, oltre all’identità insicura e alle competenze sociali deboli. Infine negli adulti, sono spesso presenti problemi di solitudine, insoddisfazione nel matrimonio, stress collegato al lavoro, depressione, insicurezza dovuta all’aspetto fisico ed ansia.

Esistono diversi motivi per poter pensare che lo shopping compulsivo possa essere una strategia per alleviare uno stato depressivo sottostante. Gli studi di Lejoyeux et al (1996) evidenziano che sentimenti negativi di tristezza, di solitudine, di frustrazione o di rabbia generano un aumento nella tendenza a fare acquisti. Lo shopping è invece associato ad emozioni piacevoli come felicità e senso di potere e competenza  (Alonso-Fernandez, 1999). Faber e O’Guinn (1992) hanno condotto una ricerca che ha evidenziato come gli acquirenti compulsivi hanno punteggi di autostima molto più bassi rispetto ai normali consumatori. Per questi soggetti patologici fare acquisti potrebbe essere un modo per innalzare la propria autostima e combattere frustrazione ed umore depresso. A conferma dell’ipotesi di un legame tra depressione e shopping compulsivo, ci sono i risultati dello studio di McElroy et al. (1994) in cui nove soggetti su tredici trattati con antidepressivi mostrano una completa o parziale remissione dei sintomi caratteristici dello shopping compulsivo.

I dati degli studi scientifici confermano come tossicodipendenze e addictions abbiamo molte caratteristiche comuni e come sia plausibile pensare che, anche per le dipendenze senza uso di sostanze, esista un legame tra comportamento compulsivo e sintomi di depressione ed ansia. Queste evidenze rendono la teoria dell’automedicamento molto probabile e applicabile ad ogni tipo di dipendenza.

 

Dialoghi con Sandra – VIDEO del primo incontro “Coronavirus: emozioni e difficoltà nella quarantena”

Dalla clinica alle più profonde riflessioni sul contesto in cui oggi viviamo, accompagnati da Sandra Sassaroli e dai clinici del suo gruppo. Continua il successo dei Dialoghi con Sandra. Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del primo incontro col Dott. Gabriele Caselli.

 

I Dialoghi con Sandra sono un’occasione per confrontarsi, uno spazio per pensarsi. A partire dagli argomenti riguardanti la clinica, ci si apre a riflessioni più ampie sulla nostra esistenza e sul contesto in cui oggi viviamo, accompagnati da Sandra Sassaroli e dai clinici del suo gruppo.

Gli incontri hanno cadenza settimanale, ad ogni incontro è presente un ospite diverso, invitato a discutere in tono lieve e confidenziale di un particolare argomento con Sandra, coinvolgendo tutti i partecipanti all’evento virtuale.

Ospite del primo incontro è stato il Dott. Gabriele Caselli, il quale ha affrontato l’argomento “Coronavirus: emozioni e difficoltà nella quarantena”.

Per tutti gli interessati, pubblichiamo il video dell’incontro:

 

 

 

Non perderti l’incontro di oggi mercoledì 6 maggio alle ore 14.00

Per partecipare è sufficiente registrarsi al webinar cliccare il link:

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Il legame e le emozioni tra lo psicoterapeuta e il paziente: il lavoro psicologico ai tempi del Covid-19

In questi giorni in cui abbiamo tanto tempo per riflettere, mi sono soffermato su di un pensiero legato al dolore, alle emozioni e alle dinamiche afferenti alla relazione tra lo psicoterapeuta e il paziente ai tempi del Covid-19.

 

Mi sono chiesto se il legame e i connotati emotivi abbiano subito delle modificazioni. Inevitabilmente stiamo vivendo una tragedia di immani proporzioni e talvolta al dolore subentra lo scoraggiamento, l’arresa, mentre, in altri casi, la resilienza ci permette di adattarci alle nuove esigenze di vita.

Ed è nell’osservare la nostra fragilità e impotenza che emerge il lavoro psicologico, nello spazio di condivisione terapeutico, come dire che in ogni deserto può esserci la strada che conduce alla rinascita. Come non mai, la professionalità psicologica è chiamata a leggere in modo appropriato il contesto sociale all’interno del quale opera.

Per rimanere vicino ai nostri pazienti ci siamo fermati nelle nostre attività cliniche che prevedevano sedute “vis à vis” a favore di colloqui mediante altri strumenti, con interventi a distanza, da remoto (skype, videochiamate, ecc.). Ciò è stato necessario nell’ottica di una protezione verso sé stessi e gli altri e comunque anche per attenerci alle direttive legislative.

Rimanere accanto ai pazienti in un momento in cui viene meno lo spazio fisico, complesso, appare necessario non solo deontologicamente ed eticamente, ma anche moralmente per chi in questo momento aggiunge sofferenza a quella già preesistente.

È proprio nel momento in cui viene meno lo spazio fisico e concreto, dove è precluso lo spostamento, che la piattaforma digitale diviene rappresentativa, una risorsa importante per affermare la nostra presenza, per continuare a contribuire al benessere dei pazienti.

Il mezzo informatico ci permette di essere vicini e presenti anche in una distanza territoriale, una distanza che, però, protegge senza allontanare.

Ci siamo adeguati ad una nuova modalità di strutturare il setting del colloquio. Abbiamo perso la canonica, in base al modello di riferimento, strutturazione terapeutica.

Prima, abituati nel nostro studio, ci sentivamo protetti da uno spazio dove contenuto e contenitore interagivano, lasciando anche spazio alla rappresentazione mentale. Il paziente adesso conosce i nostri spazi più intimi e familiari. Adesso la nostra comunicazione passa in remoto. Si organizza tutto all’interno di quello spazio virtuale. Dietro uno schermo avviene il processo del cambiamento.

Ma siamo propri sicuri che così facendo riusciamo ad essere compassionevoli mantenendo inalterata la relazione? Un paziente in seduta attraverso skype mi dice: “dottore noto che lei ha molti quadri, le piace l’arte?”. E allora lì vi è l’ingresso nel tuo mondo. Il paziente conosce e si riconosce in alcune tue intimità familiari che prima venivano celate dietro il setting più ortodosso dello studio.

In questo spazio si riconfigura il rapporto, si assiste all’amplificazione ed inevitabile condivisione emotiva.

Il setting rimodellato ridetermina il significato affettivo dei vissuti del paziente poiché l’esposizione al disagio si amplifica. Avviene un cambiamento nella relazione poiché c’è uno spazio di dolore condiviso dove il paziente e lo psicoterapeuta si riconoscono e si leggono, nel momento attuale di difficoltà legata al Covid-19, abbattendo spazi che prima erano più conformi al setting tradizionale.

Le paure del paziente diventano quelle dello psicoterapeuta; in questo spazio-scenario potremmo scoprirci vulnerabili mettendo a nudo le nostre fragilità. Se questo può apparire deleterio perché la simbolizzazione del terapeuta subisce la vulnerabilità, penso però che d’altro canto possa dare uno spazio di riflessione al paziente.

Ritengo che lo psicoterapeuta, ammettendo le proprie fragilità all’interno dello scenario relazionale proposto dal paziente, eviti quella simbolizzazione che può essere d’ostacolo. Il contenuto affettivo che comunque permea il rapporto non è mai eliminabile, ma è parte del lavoro di psicoterapia.

Lo psicoterapeuta è investito di molte attese, di emozioni positive e/o negative a seconda del ruolo a cui viene associato. In questa simbolizzazione si mescolano agiti emozionali di fantasia, ma anche aspettative realistiche nei confronti del rapporto terapeutico.

Se rileggiamo e individuiamo le fantasie del paziente, esse diventano una finestra attraverso cui comprendere le altre relazioni e gli equilibri in cui è immerso.

Il buon terapeuta all’interno dell’interazione non può e non deve escludere la dimensione emotivo-affettiva. Già dall’analisi della domanda si costruisce quel patto di fiducia e di comprensione che, personalmente, chiamo “comunanza sinergica”.

Lo psicoterapeuta con la propria competenza e stabilità, solidifica il sostegno emotivo durante tutto il percorso di psicoterapia. Diviene una risorsa in grado di stimolare il cambiamento permettendo di raggiungere quella consapevolezza e dare voce e capacità di narrazione dei propri bisogni.

Non è presente solo il colloquio clinico nella relazione tra lo psicoterapeuta e il paziente ma anche una connessione più profonda, nel corso della quale il terapeuta entra in contatto con le sensazioni del paziente essendo l’evocatore di emozioni e di arcaici pensieri.

Un bravo psicoterapeuta deve essere molto preparato e pronto ad intercettare le sensazioni che gli trasmette il paziente. Rimanere vicino a lui differenziandosi.

Ma ai tempi del covid-19, il lavoro terapeutico può subire un arresto, quasi una paralisi omeostatica. Non è da escludere che se il lavoro terapeutico non sta funzionando vuole dire che è subentrata una collusione, un tipo di relazione che si può creare tra lo psicoterapeuta e il paziente, a causa della quale tra i due si crea un’alleanza distorta che inevitabilmente porta a cristallizzare la situazione patogena impedendo ogni forma di cambiamento psicologico.

Ai giorni attuali, con i nostri pazienti, la metodologia ha subito un processo di ri-costruzione, di riformulazione, attenta al contesto sociale e al divenire dello sviluppo terapeutico.

Come uscirne fuori?

Sicuramente non imponiamo l’obiettivo pregresso del percorso in itinere ma riformuliamo l’analisi della domanda. In questa riformulazione c’è subito un cambiamento, un’attenzione in grado di analizzare i momentanei conflitti, fornendo uno spazio entro cui poterli esprimere e sperimentare, nella consapevolezza che ogni approccio psicoterapico ha un proprio punto di vista su dove orientarsi.

Ritengo che lo psicoterapeuta e il paziente debbano liberarsi delle proprie immagini, verbalizzarle e contestualizzarle in un tempo come questo.

I sentimenti e le emozioni espresse all’interno del setting terapeutico, se ben gestiti, rappresentano un ottimo indicatore della terapia.

In ogni seduta terapeutica ed in ogni momento della vita quotidiana il confronto con le emozioni diviene necessario.

All’interno del lavoro psicologico, lo psicoterapeuta si trova dinanzi ad alti livelli emozionali. E allora diviene necessario portare il paziente a modificare le proprie risposte emozionali in riferimento alle situazioni specifiche vissute.

Nell’importanza al presente, nel “qui ed ora“, lo psicoterapeuta utilizza gli strumenti e le procedure più idonee per la modificazione dei comportamenti e dei pensieri, più o meno espliciti e disadattivi, a favore di una regolazione emozionale più adattiva che contempli anche una accettazione della sofferenza attuale, poiché non c’è da gestire solo un pregresso emotivo ma anche quello che contemporaneamente accade nel contesto sociale.

Il lavoro sul “qui ed ora” include la capacità di essere nel momento presente, reale, accettandolo anche nel suo paradossale divenire. L’ancoraggio al futuro catastrofico e al passato idealizzato subisce una battuta d’arresto, di sospensione, a favore di uno spazio esperienziale condiviso anche nell’accettazione della vulnerabilità.

Ed è proprio in questo scenario che tra lo psicoterapeuta e il paziente si innesca un rapporto esclusivo ed irripetibile ma anche una difficoltà legata ad un rimodellamento relazionale.

Lo psicoterapeuta, frenando le proprie istanze narcisistiche, fa da specchio ed il paziente proietta su di lui una serie di emozioni contrastanti che comprendono apprezzamento, affetto, ma anche rancore per non essere in grado di sollevarlo.

Ma lo psicoterapeuta in questo momento potrà provare emozioni che potrebbero direttamente sollecitare ulteriormente il paziente?

Può accadere certamente che durante il percorso di psicoterapia il paziente possa intercettare le emozioni dello psicoterapeuta, rielaborandole attraverso il proprio patrimonio emozionale.

Il paziente potrebbe esplicitarle direttamente o portarle attraverso altri canali, il non verbale, i sogni, ecc. La psicoterapia è un incontro umano, e le parole e le emozioni possono allontanare dalla realtà, creare nuove immagini, fantasmi.

La psicoterapia, però, non può allontanarsi da tutto ciò, perché la psiche e l’essere umano vivono grazie ad esse e non lontano da esse. Bisogna accoglierle in modo da poter lavorare su quella trasformazione, su quel cambiamento.

Il benessere psicologico, come formulato dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, viene inteso non solo come mero stato di assenza patologica o di disagio, ma come situazione nella quale ciascuno è in grado di sfruttare le proprie capacità cognitive ed emozionali per riuscire ad adattarsi costruttivamente alle situazioni che, di momento in momento, si trova a vivere, siano esse caratterizzate da input interni o esterni.

Se riflettiamo, nel corso della nostra vita ognuno di noi ha sperimentato situazioni talmente diversificate e uniche. L’unica cosa che prima o poi ci accomuna è la propria morte o quella di una persona a noi cara. Adesso però abbiamo qualcosa che ci accomuna, stiamo vivendo in parallelo la stessa situazione drammatica legata al Covid-19. Vi è uno spazio emotivo di condivisione che è intimamente legato al significato. D’altronde anche noi come psicoterapeuti siamo pervasi da paure.

Come già detto, all’interno di questa esperienza possiamo permetterci di condividere con il nostro paziente la vulnerabilità e la fragilità.

Sicuramente il momento che noi tutti stiamo vivendo ci permetterà in un futuro, dopo la sofferenza, anche di essere maggiormente resilienti. In questo caso è importante sollecitare e analizzare la nostra capacità riflessiva e quella del paziente, cioè la capacità introspettiva di guardare sé e l’altro, oltre ad analizzare quali strategie si è in grado di mettere in campo per far fronte all’attuale disagio.

Siamo talmente sovra stimolati in modo diretto e indiretto dalla complessità della situazione da poterci sentire inadeguati come psicoterapeuti.

Essere attenti al nostro essere come psicoterapeuti ci permette di accogliere la nostra vulnerabilità e non dare adito alle eccessive richieste del paziente che in questo momento potrebbero essere eccessive. Essere attenti a noi, anche attraverso il costante monitoraggio di un supervisore esperto, ci permette di regolare la nostra emotività.

Il lavoro con questa emozione diviene una costante e costituisce un ingrediente centrale per la psicoterapia.

Quando portiamo il paziente a rivolgere l’attenzione verso ciò, in effetti lo aiutiamo ad accedere ad importanti bisogni e a creare un nuovo significato.

In questo spazio di condivisione, dove ad ogni seduta vicendevolmente lo psicoterapeuta e il paziente si chiedono “come sta?”, frase iniziale riservata prima quasi esclusivamente al terapeuta, ora diviene un comune terreno di condivisione emotiva, dove anche il paziente, paradossalmente e forse neanche tanto, si prende cura del proprio psicoterapeuta. In questo scenario il processo del paziente diviene quello dello psicoterapeuta e la terapia si indirizza ad attivare schemi condivisi.

Le emozioni ci forniscono dettagli sulle nostre reazioni agli eventi esterni e quindi è necessario esserne consapevoli. All’interno di questa consapevolezza risultano soddisfatti gli obiettivi terapeutici.

La capacità di essere consapevoli alle proprie emozioni e sentimenti divengono dei regolatori per parametrare la sofferenza. Una sorta di acquisizione di strategie per regolare le emozioni disfunzionali.

La sofferenza ci mette in allerta in una situazione di disagio; attraverso essa noi facciamo di tutto per evitare che si verifichi nuovamente.

Il rischio è quello che l’eccessivo controllo alle reazioni emotive possa portare ad elaborare strategie disfunzionali, non prestando più attenzione ai segnali emotivi della propria esperienza.

Quindi appare necessario anche intercettare quelle che sono le risposte emozionali attuate affinché avvenga una elaborazione adattiva e congruente.

In psicologia si parla spesso, giustamente, dell’importanza delle emozioni e come abbiamo già detto alla necessità di accettarle.

In questo scenario di preoccupazione condivisa, anche lo psicoterapeuta – essere umano, si trova ad affrontare una difficoltà. Certo noi tutti sappiamo che le stesse vanno portate all’interno del proprio percorso personale e di supervisione.

Ma siamo proprio sicuri che non ci sia dell’altro?

Consideriamo che noi tutti abbiamo subito almeno una volta nella vita un dolore e con i nostri strumenti, che ancor di più noi terapeuti che dovremmo possedere, siamo riusciti a superarlo. E anche se il paziente riproponesse lo stesso disagio/dolore da noi sperimentato, non sarà mai lo stesso poiché appartiene ad un “tempo” diverso, già elaborato (o almeno si spera).

Adesso, invece, stiamo assistendo ad una emozione riferita agli eventi attuali (Covid-19), in un “tempo” condiviso e con “parametri emozionali” condivisi o quasi vista la soggettività di ognuno.

Questo è il dilemma e forse anche, paradossalmente, il privilegio.

La risposta è che “Noi” proviamo quanto asserito dal paziente in un tempo “presente” e non legato o dovuto ad esperienze pregresse.

Potremmo non avere sperimentato la stessa esperienza del dolore portato da un paziente per la perdita ad esempio di un caro ma ciò che ci accomuna come non mai adesso diviene oggetto di uno spazio condiviso e condivisibile.

Questa parte umana ci permette di comprendere l’altro come non mai. Lo psicoterapeuta non resta indifferente alla realtà altrui e si emoziona di fronte alle parole del paziente, poiché in quelle parole si riconosce.

La nostra formazione ci ha permesso di prenderne le distanze, di analizzare le emozioni, ma ciò appare più complesso poiché entrambi siamo immersi in un comune denominatore: ”pandemia da coronavirus”. E forse è necessario recuperare nella psicoterapia quella umanità che a tratti è stata persa. Appare difficile immaginare che ciò sia stato recuperato grazie a delle sedute su un monitor, in un setting diverso; per quanto mi riguarda inimmaginabile fino a qualche tempo fa.

E per finire, forse, dobbiamo ammettere e dire che anche lo psicoterapeuta può legittimamente piangere. Può emozionarsi poiché gli eventi di vita non lo lasciano indifferente.

Lo psicoterapeuta, come ogni altra persona, di diritto affronta il proprio vissuto come quello dei propri pazienti.

Il confine tra lo psicoterapeuta ed il paziente è dato dalla separazione del silenzio, quel silenzio fatto di commozione, dove non c’è più spazio per le parole.

Il ruolo dello psicologo è quello di essere un chirurgo estetico delle emozioni (cit. Carmelo Dambone).

 

Moderni untori: invidia, rabbia e solitudine ai tempi del coronavirus

La diffusione di un’epidemia come quella di coronavirus ha colto la popolazione alla sprovvista, con conseguenze importanti sulla società contemporanea e lo sviluppo di sentimenti di rabbia, invidia e solitudine.

 

Per millenni l’umanità è stata del tutto impotente di fronte alla malattie infettive. Peste, colera, febbre gialla, malaria e tubercolosi hanno mietuto nei secoli milioni di vittime.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la salute pubblica ha conosciuto un’epoca d’oro senza precedenti. Con lo sviluppo degli antibiotici, la letalità della maggior parte delle malattie batteriche è stata drasticamente ridimensionata. I vaccini hanno neutralizzato quasi completamente le minacce delle malattie virali. I farmaci antivirali hanno dimostrato di poter tenere sotto controllo lo spettro dell’AIDS.

Per un attimo l’umanità ha intravisto la possibilità di potere completamente risolvere il problema delle malattie infettive come significativa causa di mortalità nelle popolazioni umane immunocompetenti. Il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita non è sembrato però sanare le angosce ipocondriache. Anzi negli ultimi anni il terrore della malattia e della morte ha raggiunto una rilevanza sociale sconosciuta ai nostri progenitori. Il trattamento di malattie banali (come le malattie esantematiche dell’infanzia) o molto rare è divenuta oggetto di dibattiti feroci. Quattro casi di meningite solo pochi mesi fa hanno scatenato una vera isteria collettiva con code agli uffici di vaccinazione.

La nostra comunità ha inseguito con esasperata determinazione il sogno di una longevità garantita. Si è affermata la convinzione che la morte sia un evento che riguarda solo la terza età. Oggi i media presentano abitualmente ogni decesso come espressione di un’imprudenza, una colpa, un disservizio da attribuire ora ai medici, ora agli amministratori, ora ad alcuni gruppi sociali arretrati e oscurantisti.

La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno. I morti si contano a migliaia. La vaccinazione è ancora lontana. Nessuna misura di profilassi è in grado garantire la salute, nessun presidio terapeutico garantisce la salvezza. E l’impotenza si trasforma in rabbia.

In questa epoca di quarantena i contatti umani sono pochi. Dobbiamo rivolgerci a canali virtuali per renderci conto del clima sociale. E qui, sui media, la rabbia impazza. Si percepisce la disperazione ma soprattutto la ricerca di un colpevole. Sono meccanismi proiettivi molto noti a chi si occupa di gruppi, comunità e istituzioni. Leggendo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, abbiamo imparato che la caccia all’untore è una pratica gradita alle masse terrorizzate e ampiamente promossa dai governi autoritari.

La gogna mediatica punta il dito in direzioni precise. Dimostra un peculiare intuito nel selezionare i nemici del popolo. Su questo vorrei richiamare appunto la vostra attenzione. Mentre molte attività industriali più o meno essenziali proseguono, mentre le necessità alimentari muovono e concentrano milioni di persone ogni giorno, i social media, la stampa e la politica hanno allergie molto specifiche. In prima fila i runner, che serenamente si muovono in solitudine più o meno completa negli spazi vuoti. Poi i bambini, rinchiusi in casa da settimane ed evidentemente in sofferenza. Le coppie, costrette ad incontrarsi clandestinamente in prossimità dei supermercati o abbracciate sul sellino di una moto, non trovano maggiore comprensione.

Forse l’impatto epidemiologico di queste categorie di cittadini è particolarmente pericoloso per l’epidemia in corso? Lasciamo questa domanda agli esperti e cerchiamo invece di comprendere le informazioni che queste idiosincrasie possono offrirci rispetto alle forze consce ed inconsce che condizionano i funzionamenti dei gruppi.

Dobbiamo allora chiederci prima di tutto cosa accomuna i moderni untori, i bersagli preferiti dei media reali e virtuali. Giovani sportivi, coppie, genitori con figli rimandano tutti quanti ad una esperienza di godimento. Cercano e forse hanno trovato una felicità.

La nostra epoca ha ormai seppellito quasi completamente qualsiasi manifestazione del sacro. La quarantena attuale è solo l’ultima sciagura che affossa forse definitivamente comunità pastorali ormai al collasso. Anche senza coronavirus la quaresima rimane un nome quasi vuoto per indicare le settimane precedente alla Pasqua.

Per secoli gli europei hanno condiviso il dolore della vita attendendo comunitariamente nel digiuno la Croce Salvifica del Cristo. Oggi è il virus a portare il dolore, e come nell’Europa Ancien Régime è l‘autorità dello stato a chiudere i teatri, imporre coprifuoco e digiuni. Runner, amanti e bambini non sanno o non vogliono uniformarsi. Continuano a creare una felicità umana: il corpo, la vita, l’aria e il sole.

Melanie Klein e i suoi allievi ci hanno insegnato che l’invidia rappresenta una straordinaria forza motivazionale a livello individuale e sociale. Sigmund Freud ha scoperto che nulla genera una gelosia più intensa di un uomo e di una donna uniti dall’amore e capaci di generare un discendenza.

L’epidemia di coronavirus agisce come una cartina tornasole. Rivela tutta la disperazione, la rabbia e l’invidia che allignano nella società contemporanea. La dissoluzione dei simboli condivisi, la disintegrazione delle forme di aggregazione politica, sindacale, religiosa, il costante arretramento della cultura umanistica ci hanno lasciato soli. Mentre i nuclei familiari si restringono e il paradigma celibatario dilaga, la vita sociale è sempre più ampiamente sostituita dai contatti virtuali. Rimaniamo soli di fronte al computer. Con nessuno possiamo condividere la rabbia, il dolore e l’esperienza ormai quotidiana del lutto. E questo collasso sociale, purtroppo resterà con noi anche quando il virus non sarà che un triste ricordo.

 

Nel mare c’è la sete (2020) di Erica Mou – Recensione del libro

Nel mare c’è la sete è un romanzo sulla possibilità di guardare in modo diverso al proprio passato, con uno sguardo più compassionevole verso noi stessi, approdando a quell’accettazione di sé, fondamentale per poter dare valore alle proprie scelte.

 

Attenzione! L’articolo può contenere spoiler

Io sono una spiaggia che a un certo punto, a furia di
pressare e compattare e archiviare, si è ritrovata montagna.
Più alta persino di una giraffa.
Voglio tornare a essere mare, voglio tornare all’acqua certa che mi riconoscerà.

 Nel mare c’è la sete è il romanzo d’esordio della cantautrice Erica Mou, in cui al centro della narrazione c’è la complessità del mondo delle relazioni, in particolare quando un trauma passato condiziona pesantemente rapporti, affetti e scelte di vita.

Nel mare c’è la sete: quattro pasti

La vicenda si svolge apparentemente nell’arco di 24 ore, scandite da quattro pasti che cadenzano il libro come strofe di una canzone. In realtà, in questo lasso di tempo, ripercorriamo insieme a Maria, la protagonista e narratrice della storia, i suoi ultimi venticinque anni di vita, a partire dal momento in cui sostiene di aver ucciso sua sorella minore Estate.

Il libro inizia proprio con l’anniversario della sua morte.

Nel mare c’è la sete: vedersi attraverso gli altri

Maria è una ragazza di 32 anni, che ha messo su un bizzarro negozio, in cui la sua mansione è quella di pensare e confezionare regali per persone importanti, per conto di chi non riesce a farlo per insicurezza o per pigrizia. Un lavoro quindi rivolto alla soddisfazione dei desideri altrui, che è una costante nella vita di Maria. Le sue scelte personali infatti sembrano più sintonizzate su gusti, desideri e bisogni degli altri che su quelli propri (“E’ una vita che rubo vite”). La stessa idea del negozio era stata della sua cara amica Ruth, dei tempi del soggiorno a Londra, e in fondo a Maria nemmeno piace e cova l’intento di volersene disfare.

Maria convive con Nicola, un ragazzo molto diverso da lei. Maria si definisce imperfetta, una di quelle persone che nella borsa non trova mai niente. Nicola invece, pilota di aerei, è secondo sua madre il ragazzo perfetto: strutturato e preciso nelle sue abitudini, molto attento alla forma e alla superficie delle cose, senza andare in profondità, nemmeno degli stati mentali dolenti di Maria.

In questo rapporto, Maria sente di non aver costruito niente insieme a Nicola: vivono in una casa che a loro non piace, hanno una cane solamente immaginario e non riescono ad avere un dialogo autentico. La decisione di andare a vivere insieme era stata presa subito dopo essersi conosciuti

con la fretta che hanno i complici di un reato con il motore acceso, senza il tempo di pensare, con la rapidità di chi deve sopravvivere e dunque scappa. Io da una casa troppo vuota, lui da una sovraffollata.

Maria ha difficoltà a lasciare Nicola e, probabilmente, il suo non chiederle troppo dei suoi malesseri (lui stesso esprime l’ansia attraverso dolori fisici notturni) le rinforza la tendenza a non voler affrontare i propri temi dolorosi, ma piuttosto a evitarli e sfuggirne.

Nel mare c’è la sete: un trauma in famiglia

A segnare profondamente la vita di Maria e della sua famiglia è un evento tragico avvenuto quando aveva 7 anni: mentre stavano giocando insieme nella loro cameretta, un incidente domestico causa la morte della sorellina di 5 anni, Estate (titolo della canzone preferita dai suoi genitori).

Da quell’evento traumatico, si costruisce granitica in Maria la credenza di essere la responsabile della morte di Estate, come

un blocco di marmo in mezzo al petto, tra le costole e lo sterno.

Anche se le persone intorno a lei (tranne suo padre) cercano di rassicurarla, a parole, ripetendole che non è stata colpa sua, l’atteggiamento della sua famiglia le conferma, nei gesti e nel clima relazionale, questa convinzione profonda e dolorosa. Il padre cade in una profonda depressione e attua un serrato silenzio nei suoi confronti, interrotto solo da occasionali rimproveri; sua madre intrattiene con lei un rapporto meramente formale, dove non c’è spazio per l’ascolto dei bisogni emotivi di Maria, ma solo per preoccupazioni di carattere materiale, a partire da quella per il poco appetito mostrato da sua figlia.

Maria si sente incollata addosso l’etichetta della colpevole, dell’ “assassina” e sembra non sentirsi degna di desiderare e decidere il meglio per sé. Inoltre, l’abitudine costante a non essere vista, fa in modo che anche Maria stessa non veda, riconosca e accetti il suo mondo interiore. Filastrocche e giochi di parole composte nella sua mente l’aiutano, in certi momenti, a dissociarsi da un mondo percepito come non comprensivo, indifferente e giudicante.

Nel mare c’è la sete: riconoscersi

Le 24 ore, attraverso cui seguiamo Maria, la conducono a un altro momento cardine della sua vita: la decisione di continuare o meno la gravidanza, che ha scoperto poco più di una settimana prima. Maria, col suo profondo vissuto di indegnità, credeva di essere sterile, pensava che da lei non potesse nascere alcun essere umano e che la natura gliene avesse dato conferma fino a quel momento .

Maria è combattuta tra diversi scenari: c’è una parte di lei che vorrebbe conoscere la creatura che potrebbe dare alla luce e che, nella sua fantasia prevalente, è una bambina di nome Libertà, libera da nomi assegnati per tradizione di famiglia, da etichette, aspettative e condanne; allo stesso tempo, sente anche di non essere pronta a questo importante momento, pensa di non aver costruito nulla e di condannare la bambina o il bambino che nascerà ai condizionamenti del trauma vissuto. Teme infatti il rischio che possa diventare un gesto di espiazione per sé stessa e per la sua famiglia, una nuova nascita per simbolicamente assolverli dalla morte di Estate. D’altra parte, immaginando di dire a tutti di aver abortito, percepisce il loro sguardo critico e disprezzante e la conferma, una volta per tutte, che è davvero lei l’assassina e l’unica da condannare nel “processo”.

Tuttavia, di fronte all’immensità del mare (“spazi grandi, adatti alle decisioni grandi”), Maria percepisce dentro di sé una nuova voce che le dice:

Io non sono un’assassina. Io sono una bambina che stava giocando nella sua cameretta.

A poco a poco, prendendo contatto con la bimba che è stata e prendendosene finalmente cura, sente sgretolarsi dentro di sé quel “pregiatissimo” blocco di pietra al petto, al di sotto del quale c’è

una bussola, proprio come quella di Ruth, che trova il nord di dove voglio andare.

Finalmente libera, emerge in lei il pensiero che ci sia un’altra strada da percorrere: scegliere per la prima volta senza dover rendere conto agli altri e temere costantemente il loro giudizio, ma dando legittimità al proprio sentire.

Maria sceglie di interrompere la gravidanza e, insieme a questa importante decisione, inizia a sentire il bisogno di dare una svolta a quella patina piatta e apparentemente confortante che era diventata la sua vita: come un immenso e calmo mare, che tuttavia non può nutrire la sete perché la sua acqua non si può bere.

Nel mare c’è la sete è un romanzo, che ha il suono di “una lunghissima canzone”, sulla possibilità di guardare in modo diverso al proprio passato, con uno sguardo più compassionevole verso noi stessi, approdando a quell’accettazione di sé, fondamentale per poter dare valore alle proprie scelte.

 

La nostra alimentazione può aumentare il rischio di demenza?

Lo studio pubblicato su Neurology si è concentrato sull’esaminare le reti alimentari e il loro legame con lo sviluppo di demenza.

 

Nel 2020 non è un segreto che una dieta sana possa portare giovamento oltre che al corpo in generale, anche al nostro cervello. Tuttavia, potrebbe non essere solo questione di quali alimenti mangiamo, ma piuttosto come combiniamo tra loro i cibi che assumiamo (Samieri et al., 2018).

Secondo un nuovo studio pubblicato sul giornale Neurology il 22 aprile 2020, la rivista medica dell’American Academy of Neurology, le persone la cui dieta consisteva principalmente in carni altamente elaborate, cibi amidacei come patate, snack, biscotti e torte, avevano maggiori probabilità di sviluppare una demenza negli anni successivi, rispetto alle persone che mangiavano una più ampia varietà di cibi sani (Samieri & Kimberly, 2020).

Quindi, secondo i ricercatori che hanno condotto il suddetto studio sperimentale, esiste una complessa interconnessione tra gli alimenti nella dieta di una persona, ed è importante capire come queste diverse connessioni, o reti alimentari, possano influenzare il cervello sottintendendo che la dieta potrebbe essere una strategia efficacie per prevenire la demenza (Samieri & Kimberly, 2020).

Numerosi studi hanno dimostrato che una dieta più sana, ad esempio una dieta ricca di verdure a foglia verde, bacche, noci, cereali integrali e pesce, può ridurre il rischio di demenza di una persona. Molti di questi studi si sono concentrati sulla quantità e sulla frequenza di ingestione di questi alimenti. Lo studio pubblicato su Neurology si è concentrato maggiormente sull’esaminare le reti alimentari e ha riscontrato importanti differenze nei modi in cui gli alimenti venivano consumati congiuntamente.

Lo studio ha coinvolto 209 persone con un’età media di 78 anni affette da demenza e 418 persone, bilanciate per età, sesso e livello di istruzione, sane (Samieri & Kimberly, 2020).

Cinque anni prima i partecipanti avevano compilato un questionario sull’alimentazione che descriveva quali tipi di alimenti consumavano durante l’anno e con quale frequenza, da meno di una volta al mese a più di quattro volte al giorno. Hanno anche fatto controlli medici ogni due o tre anni. I ricercatori hanno utilizzato i dati del questionario sugli alimenti per confrontare quali alimenti venivano spesso consumati (Samieri & Kimberly, 2020).

È emerso che le persone che hanno sviluppato la demenza tendevano a mangiare carni altamente elaborate come salsicce, salumi e patè con cibi ricchi di amido come patate, alcool, snack, biscotti e torte. Secondo i ricercatori questi dati suggeriscono che la frequenza con cui la carne ‘’elaborata’’ è combinata con altri insalubri alimenti, possa essere un importante fattore che concorre ad aumentare il rischio di sviluppare una demenza (Samieri & Kimberly, 2020).

Trattandosi di dati preliminari, si denota la necessità di condurre ulteriori studi prima di affermare con “certezza” che la dieta seguita da un individuo possa incidere sulla probabilità di sviluppare una demenza, si denota inoltre la necessità di comprendere, quali demenze siano più correlate al cibo, dato che il panorama di questa tipologia di disturbo è estremamente ampio e non è costituito unicamente dalla sindrome di Alzheimer (Samieri & Kimberly, 2020).

 

La gravidanza ai tempi del Covid-19

La gravidanza si presenta dunque come un momento di notevole complessità psicologica e quindi anche di potenziale vulnerabilità. Cosa implica affrontarla durante l’emergenza sanitaria da Covid-19?

 

Sono una psicoterapeuta e sono incinta. Non che questi siano privilegi di questi tempi, ma con questo articolo vorrei condividere alcune riflessioni su cosa vuol dire diventare mamma ai tempi del Covid19. Cercherò di dare il mio contributo personale e professionale, facendo luce sullo stato attuale della ricerca, sugli aspetti psicologici implicati nella gestazione e sulle opportunità presenti sul territorio nazionale.

La gravidanza costituisce di per sé un momento particolare della vita di una donna, in cui gli aspetti di cambiamento psicologico e somatico richiedono complesse capacità di adattamento.

Oltre alle trasformazioni fisiche, la gestazione implica nuovi ed importanti equilibri riguardo all’identità individuale, di coppia e sociale (Della Vedova, 2009). La donna in gravidanza deve confrontarsi contemporaneamente con le modificazioni corporee in atto e con l’assunzione del ruolo materno, processo che implica responsabilità e timori. Gli aspetti relativi alla costruzione dell’identità femminile-materna devono inoltre essere conciliati con i cambiamenti che il nuovo ruolo impone rispetto al contesto, all’identità lavorativa, culturale e sessuale della donna (Ibidem).

La gravidanza si presenta dunque come un momento di notevole complessità psicologica e quindi anche di potenziale vulnerabilità.

In questo periodo di cambiamento, la gestione delle emozioni diviene ancor più complessa se i nostri punti di riferimento sono distanti, se ci troviamo a combattere contro un nemico invisibile che non conosciamo, se non possiamo contare del tutto sui Servizi Sanitari.

Tuttavia, ciò che rende insopportabile tutto questo e ci fa sentire ancora più deboli e impotenti è il bisogno assoluto e irrinunciabile di avere risposte certe su come andranno le cose.

L’ansia deriva proprio dalla percezione di aver perso capacità predittiva rispetto a un certo dominio di fenomeni (Kelly, 1955; Lorenzini e Sassaroli, 1995). Improvvisamente il sistema sa di “non sapere”. Non è il semplice “non sapere” che genera ansia. Le molte cose che non conosciamo non ci danno alcuna preoccupazione. Quest’ultima subentra invece solo a seguito di un fallimento previsionale (Lorenzini e Scarinci, 2013). Fino a quel momento credevamo di sapere, poi una invalidazione ci convince che sbagliavamo. In un certo ambito conoscevamo e invece non conosciamo più. E più è ampio il campo in cui si resta senza prevedibilità, maggiore sarà l’ansia (Lorenzini e Sassaroli, 1995).

Ma non c’è solo l’ansia. Lo scoraggiamento è la sensazione che si ha di fronte alla necessità di compiere un lavoro faticoso, dall’esito incerto e del tutto inaspettato (ibidem). Infatti, di fronte a una invalidazione, il sistema deve compiere un lavoro di ristrutturazione complessivo dovendo aggiornare le mappe che si sono dimostrate imprecise (ibidem). Questo lavoro di ristrutturazione interna sarà tanto più faticoso, lungo e impegnativo tanto più l’invalidazione (o la previsione di essa) colpirà una credenza centrale del nostro essere al mondo (ibidem).

Pensiamo all’importanza che attribuiamo allo scopo “diventare una buona madre”: quanta più incertezza percepiamo intorno a noi e tanto più catastrofiche saranno le nostre previsioni per il futuro, molto più difficile sarà vivere nel momento presente per poter sfruttare tutte le possibili risorse disponibili e godere del benessere della dolce attesa.

C’è poi l’emozione della rabbia suscitata dalla percezione del senso di ingiustizia subito: di certo avevamo immaginato una gravidanza migliore, proprio ora doveva accadere?

Anche il senso di colpa fa la sua parte: il timore di poter contrarre il virus se non sufficientemente attente, anticipa uno scenario catastrofico che deve fare i conti con il nostro senso di responsabilità; la possibilità di non poter offrire al bambino la sicurezza che si auspicava, ci delinea come le artifici di un atto immorale.

Ma non tutto è perduto!

Diversi sono gli strumenti a disposizione che consentono di riacquisire una maggiore prevedibilità rispetto al futuro e che permettono di gestire il forte carico emotivo che le future mamme si trovano ad affrontare oggi.

Importante è la conoscenza scientifica dello stato della ricerca. Uno studio pubblicato pochi giorni fa sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology – Maternal Fetal Medicine (2020), riguarda l’analisi dei dati iniziali sugli esiti delle gravidanze nelle pazienti affette da Covid 19. L’analisi ha valutato i primi casi riportati in letteratura, provenienti dalla Cina, in attesa che vengano pubblicati anche i primi dati sull’esperienza italiana (Di Mascio et al.,2020). Dai risultati dello studio, emerge che nelle madri infette da infezioni da coronavirus, tra cui il COVID-19,> 90%, delle quali presentava anche polmonite, il parto pretermine è il più comune risultato negativo della gravidanza. Anche l’aborto spontaneo, la preeclampsia, il parto cesareo e la morte perinatale (7-11%) erano più comuni che nella popolazione generale (Ibidem). Un dato importante, però, è l’apparente assenza di evidenze di trasmissione verticale della malattia, ovvero di trasmissione dell’infezione dalla madre al feto in utero (Ibidem). In altre ricerche è stato rilevato che il liquido amniotico, il sangue del cordone, i tamponi nasofaringei dei neonati, i tamponi placentari e vaginali e i campioni di sangue di madri COVID positive erano infatti risultati sempre negativi alla ricerca del virus SARS-CoV-2 (Chen et al., 2020; Fan et al., 2020; Wang et al.,2020; Zhu et al.,2020; Li et al.,2020; Chen et al., 2020; Chen et al., 2020).

Queste analisi forniscono i primi strumenti per soddisfare l’urgente bisogno di numeri che possano orientare il counseling e il management delle gravidanze affette da Covid 19. L’analisi è certo limitata dalla scarsa presenza di dati sul primo trimestre di gravidanza, sul quale dovranno far luce i progetti di ricerca che però sono già in corso.

Altri strumenti a disposizione per combattere l’incertezza del futuro sono quelli che consentono alle neomamme di sentirsi “più preparate”, che in tempi più fortunati sarebbero stati forniti dai corsi di accompagnamento alla nascita. La tecnologia corre in aiuto: girando sul web è possibile trovare corsi di ogni tipo (anche gratuiti) che offrono la possibilità di ricevere un supporto ostetrico – ginecologico rispetto a vari aspetti della gestazione: la fase del travaglio, la fase espulsiva, la preparazione della valigia, l’allattamento. Molte Asl o Associazioni presenti sul territorio offrono la possibilità di conoscere da vicino gli ambulatori della sala parto del proprio ospedale e gli spazi appositamente riservati alle gravide positive al Covid19, nonché tutte le nuove procedure adottate per la degenza durante questa pandemia.

Ma non sempre le soluzioni pratiche rappresentano l’unica pillola da assumere per diminuire l’ansia e lo sconforto. Queste emozioni vengono alimentate anche dall’altra faccia della medaglia: l’incapacità di prevedere tutto e l’impossibilità di avere certezze sugli esiti futuri. Essere supportate su questo aspetto ha l’importante funzione di ridurre la vulnerabilità della donna in dolce attesa e il rischio di sviluppare psicopatologie a breve e a lungo termine.

Dagli sviluppi nello studio della salute mentale in gravidanza e nel puerperio emerge che circa il 40% delle donne che soffrono di depressione post-partum hanno ottenuto un analogo valore riferito al periodo gravidico (Heron et al., 2004). Ricerche recenti segnalano l’importanza dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) per il trasmettersi al feto degli effetti di una condizione di forte stress della madre. Un disturbo depressivo o di ansia può infatti non solo attivare l’asse HPA materno, ma può anche aumentare il rilascio di corticotropin releasing hormone (CRH) dalla placenta comportando un’interferenza sul parto stesso inducendolo. È inoltre ipotizzabile che una condizione depressiva possa alterare l’escrezione di ormoni vasoattivi con effetti vasocostrittivi sulla circolazione placentare e di conseguenza comportare un ridotto accrescimento fetale e basso peso alla nascita (Kurki et al., 2000).

La gravidanza, per i profondi cambiamenti biologici, psicologici e sociali che comporta, può così rappresentare un importante fattore di stress ed essere quindi considerata già di per sé un agente eziologico per l’insorgenza di disturbi psicologici in soggetti vulnerabili. In altre parole, lo stato emotivo con cui si affronta la gravidanza è un elemento favorente condizioni di scompenso psicopatologico in donne già vulnerabili.

I quadri clinici che più̀ frequentemente si riscontrano nel periodo gravidico sono i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore con i primi che si rilevano in circa il doppio dei casi rispetto ai secondi (Brockington et al., 2006).

Se a questa vulnerabilità aggiungiamo quella indotta dalla diffusione del Covid19, capiamo quanto risulta indispensabile una stretta collaborazione fra Psicologia e Ostetricia/Ginecologia ancor più in questi tempi.

È fondamentale affrontare la sofferenza emotiva fin dalle prime fase della gravidanza e legittimarsi il bisogno di sentire alcune emozioni, riconoscerle e condividerle anche attraverso un percorso di Psicoterapia. Su questo piano, sono diversi i professionisti che continuano a svolgere Psicoterapia on- line offrendo vari trattamenti che consentono di sentirsi meno sole, meno deboli, meno vulnerabili e più competenti, sia nel periodo della gestazione che nel postparto.

Se è vero che avremmo sperato di regalare ai nostri figli un mondo migliore, è pur vero che loro sono il simbolo della rinascita e la certezza che la Vita conosce bene la strada da percorrere.

Concludo facendo un augurio sincero e di cuore a tutte noi.

 

Attaccamento ansioso – evitante: caratteristiche, evoluzione e sintomatologia ansiosa

I bambini con attaccamento evitante sono soliti maturare un’immagine di sé priva della capacità di suscitare negli altri risposte positive e affettuose poiché la figura di attaccamento è indisponibile alle richieste di aiuto e vicinanza.

 

La tendenza delle persone a creare un legame è dovuta alla propensione innata degli umani di cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia (Bowlby, 1979).

Come è stato notevolmente approfondito nella letteratura scientifica, ogni adulto – influenzato dalle relazioni avute con le proprie figure di riferimento durante l’infanzia – sviluppa uno specifico stile di attaccamento, ossia una peculiare modalità di relazionarsi agli altri.

Nonostante siano stati individuati quattro stili (pattern) di attaccamento (sicuro, ansioso – evitante, ansioso – ambivalente e disorganizzato), nel presente articolo si prenderà in esame solo lo stile di attaccamento ansioso – evitante. Quest’ultimo risultata essere alla base di molti conflitti e problematiche riguardanti le dinamiche relazionali, quali ad esempio la paura di creare una relazione, la difficoltà a fidarsi e il desiderio di una piena autonomia e indipendenza dall’altro.

Attaccamento ansioso – evitante nei bambini

I genitori dei bambini che sviluppano un attaccamento ansioso – evitante, spesso, non riescono a soddisfare il bisogno di vicinanza protettiva di cui questi necessitano per un adeguato sviluppo psico-emotivo. I bambini con attaccamento insicuro – evitante sono soliti maturare un’immagine di sé priva della capacità di suscitare negli altri risposte positive e affettuose poiché la figura di attaccamento è indisponibile alle richieste di aiuto e vicinanza: i bambini reagiscono a tale condizione alternando momenti di indipendenza e momenti di agitazione in cui cercano la figura di attaccamento.

Il “mancato contenimento” della figura di attaccamento non permette al bambino l’elaborazione dei sentimenti negativi nei suoi confronti, i quali si trovano scissi da quelli positivi. Questa situazione porta il bambino a incanalare i sentimenti negativi in ambito sociale (ribellione, contestazione, aggressione), oppure a rimuoverli per difesa (Stern, D., 1987).

Attaccamento ansioso – evitante negli adulti

Gli adulti che sviluppano il modello di attaccamento definito “ansioso-evitante” hanno paura della possibilità di farsi coinvolgere emotivamente nelle relazioni interpersonali; la vita tende a essere improntata sul desiderio di conquista di autonomia e autosufficienza personale che esclude – se necessario – il ricorso agli altri, considerati individui non affidabili e su cui non poter contare. Questa posizione difensiva verso la vita e le relazioni interpersonali è una misura di prevenzione contro il rischio di ulteriori delusioni dovute a esperienze di rifiuti continui.

Per non correre il rischio di essere rifiutati, tali individui tendono a sopprimere la loro emozionalità: la capacità di amare e di lasciarsi amare è costantemente frenata e bloccata dalla paura di poter incontrare nella vita la sofferenza già sperimentata durante l’infanzia.

Stile di attaccamento ansioso – evitante e sintomatologia ansiosa

Le persone con tale stile di attaccamento, e non consapevoli dei conflitti emotivi ad esso connesso, tendono a sperimentare vissuti di agitazione e ansia. Più precisamente, i conflitti intrapersonali – essendo per propria natura un fattore stressante – determinano un’attivazione fisiologica dell’organismo (arousal), la quale acquisisce sempre maggiore intensità se non riconosciuta. Tale attivazione corrisponde a ciò che le persone nel gergo comune definisco ansia e/o agitazione: essa si può manifestare mediante attacchi di ansia, sonno intermittente, difficoltà ad addormentarsi o risvegli anticipati, somatizzazione o preoccupazioni per la salute. Più precisamente, il conflitto emotivo, non trovando possibilità di esprimersi tramite un canale verbale, si manifesta attraverso il canale corporeo.

In tale dinamica psicologica, gioca un ruolo protettivo essenziale la mentalizzazione – ossia la capacità di comprendere i propri stati mentali – la quale permette di mantenere costante l’attivazione fisiologica determinata dal conflitto, modulando gli affetti derivanti dalle emozioni, e permette di affinare il pensiero verbale mediante la consapevolezza della capacità riflessiva, la quale è visibile nelle azioni e nei discorsi del soggetto (Lago, G., 2016).

La capacità di mentalizzazione (o funzione riflessiva) è determinata dalle esperienze avute con le persone di riferimento durante l’infanzia, anche se è possibile nel corso della vita incrementarla mediante esperienze emozionali correttive.

Trattandosi di processi inconsci, tendenzialmente, a queste persone sfugge la consapevolezza dei propri processi mentali e delle conseguenze che questi hanno sullo sviluppo della personalità e sulle relazioni interpersonali (Fonagy P., Leigh T., Steele M., Steele H., Kennedy R., Mattoon G., Target M. & Gerber A., 1996).

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