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Un incontro con una ragazza romana

Agnese una donna romana che non fu più una pedina dei traffici politici dei suoi tempi e sociali della sua famiglia, ma scelse il suo nome e un suo destino. La piccola Agnese non era una teenager dei nostri tempi impegnata nei suoi primi filarini amorosi, ma parte del grande gioco sociale della nobiltà romana.

 

Passeggiavo per Roma qualche settimana fa, quando era ancora possibile passeggiare e il Coronavirus ancora non ci confinava in casa, diretto a un’occasione di lavoro che ora non ricordo, quando mi imbattei in una chiesa. Una chiesa dedicata a Sant’Agnese, la Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura. Mosso da curiosità consultai su wikipedia o sulla targa fuori dalla chiesa – anche questo non lo ricordo più bene – chi fosse questa santa e trovai la storia di una giovane donna martirizzata a 12 o forse 15 anni durante la persecuzione di Diocleziano.

Pur distrattamente interessato, non potei fare a meno di chiedermi cosa avesse potuto convincere una giovane ragazza romana di nobile famiglia a rinunciare ai piaceri della vita mondana per la castità. Pare che la ragazza fosse stata promessa in sposa dal figlio del prefetto di Roma e che lo avesse respinto preferendo la sua scelta religiosa e che poi il respinto l’avesse denunciata come devota al Cristo, religio illicita, all’autorità. La ragazza non abiurò la sua fede e il tribunale la fece giustiziare nonostante la tenera età.

Mi accompagnò subito una torma di pensieri, i più moderni e liberali, che deridevano questa scelta autopunitiva e repressiva della ragazza in base alle categorie moderne della libertà sessuale e del godimento terreno: perché non si era sposata con quel tipo che l’amava? E se anche non le piaceva perché non si era goduta la sua vita mondana invece di abbreviarla per una fede soprannaturale? Si presentarono però a controbattere altri pensieri che sostenevano che forse gli avvenimenti erano stati più complessi e che non si doveva giudicare una persona col metro moderno della repressione sessuale. Il che poteva essere vero: perché quella ragazza doveva sposare qualcuno che lei forse non desiderava? Probabilmente a quel tempo il parere della donna non era tenuto in gran conto e ritenere la vita matrimoniale di una donna di un’epoca così antica più libera di una scelta religiosa era forse un pregiudizio moderno.

Una sposa all’epoca era una persona con scarsi diritti, sottomessa al marito e destinata a un futuro di fattrice e di gestione della casa. Una religiosa, al contrario, poteva essere una donna autonoma e dotata di un ruolo pubblico. Rinunciava ai piaceri del mondo e della carne? Il mondo però le sarebbe stato precluso anche come donna sposata e anzi forse più precluso. Quanto alla carne, si tratta di un’ossessione dei nostri tempi, sempre un po’ adolescenziali e maschietti.

Anche questo però poteva essere a sua volta un giudizio astratto e superficiale. Non potevo escludere che Agnese potesse avere davvero agito anche per paura dell’impegno affettivo e sessuale e non per libera scelta. È possibile che a quei tempi l’idea della passione romantica fosse meno diffusa e idealizzata che nel presente, ma non era del tutto assente. Basti pensare a Catullo e altri. Epperò Catullo risaliva a tre o quattro secoli prima e i tempi di Agnese erano diversi, più attratti dal soprannaturale, non solo cristiano. E così via pensavo pigramente mentre i pensieri continuavano ad attormarsi.

La verità più semplice è che non sapevo nulla di questa Agnese, se non il suo nome. Mentre ero impegnato in queste inoperose speculazioni mi venne in mente però un particolare che poteva rendere la storia di Agnese più vissuta e concreta. Non sapevo quale fosse la famiglia nobile a cui apparteneva Agnese. Non so perché mi vennero in mente i Claudi, tra le famiglie più antiche e nobili. Poteva essere una Claudia? Nessuno mi può rispondere. In realtà non solo io, ma nemmeno wikipedia sembrava sapere a quale famiglia appartenesse Agnese.

Che fosse una Claudia o meno, però di certo Agnese come nobile romana non aveva un suo nome proprio. Cosa intendo dire? Che le donne a Roma non avevano un nome personale, ma portavano tutte indistintamente il cognome della famiglia. E così nella famiglia Claudia capitava che tutte le donne si chiamassero Claudia. E quando scrivo tutte, intendo tutte. Mentre i maschi di famiglia avevano tre nomi, di cui uno proprio e personale, ad esempio Appio Claudio Cieco il sui nome personale era Appio, nome appunto suo e solo suo, le donne di una famiglia si chiamavano tutte, ma proprio tutte, con lo stesso nome che era quello della famiglia: nel caso della famiglia dei Claudi, si chiamavano tutte Claudia.

Di colpo mi chiesi quali fossero le implicazioni pratiche di una simile situazione. Immaginai una riunione di famiglia in cui tutte le donne si chiamassero con lo stesso nome. Ad esempio, ancora nel caso della famiglia Claudia: Claudia la nonna, Claudia le figlie, Claudia le nipoti, Claudia le zie e le cugine e così via. Come facevano a chiamarsi tra loro, avendo tutte lo stesso nome? Probabilmente utilizzando nomignoli di cui è svanita la memoria. Un modo sottile per anonimizzarle, queste donne.

E così la figlia di Marcio Tullio Cicerone si chiamava Tullia, come Tullia si chiamava sua zia o sua nonna, le sue cugine e le sue figlie e nipoti. Solo la madre, provenendo da un’altra famiglia, aveva un altro nome, che però era in comune con un’altra torma di zie e cugine. Forse per questo il padre Cicerone chiamava sua figlia Tulliola, piccola Tullia, per distinguerla e darle una piccola individualità. E già, perché a pensarci bene, se tutte le donne di una famiglia si chiamavano allo stesso modo, nessuna di loro aveva una sua individualità, questo era chiaro.

Ed ecco che invece una di loro si converte al cristianesimo, fa voto di castità e assume un nome che non è quello della famiglia, sia pur nobile. Scelse di battezzarsi Agnese, forma latinizzata del nome greco antico Ἁγνή che significava pura, casta. Da casta, Agnese non fu più una pedina dei traffici politici e sociali della sua famiglia e scelse un suo destino. La piccola Agnese non era una teenager dei nostri tempi impegnata nei suoi primi filarini amorosi ma una pedina nel grande gioco sociale della nobiltà romana.

Di Agnese non sappiamo quale fosse il nome da ragazza pagana, il primo nome che in realtà era il cognome di famiglia come abbiamo già detto. Lo abbiamo dimenticato. E forse di questo Agnese sarebbe contenta. Finalmente con un nome tutto suo, forse accettò felice il martirio. E forse anche questa spiegazione, troppo sociologica, non rende giustizia ad Agnese, che nutriva un afflato spirituale più elevato delle nostre curiosità sessuali di eterni moderni teenager malcresciuti.

 

Morire per una foto: le selfie deaths – Psicologia Digitale

Le situazioni a rischio più frequenti che conducono alle cosiddette selfie deaths comprendono trovarsi in aree impervie ad alte altitudini, su cascate, su binari dei treni, fare selfie con armi che accidentalmente esplodono un colpo, mentre si è alla guida o con animali non addomesticati.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 10) Morire per una foto: le selfie deaths

 

La notizia è di pochi giorni fa: Olesya Suspitsyna, giovane guida turistica, è morta cadendo da un dirupo nel parco turco di Duhan, famoso per le sue cascate.

Lì con una amica, si era allontanata dalla recinzione di sicurezza per scattare un selfie che la ritraesse con lo sfondo spettacolare della scogliera ma è scivolata compiendo un volo di 35 metri, troppi perché potesse salvarsi.

Dall’autoscatto al selfie

Alzi la mano chi non ha mai scattato un selfie: non c’è nemmeno bisogno di spiegare che cos’è. Selfie è un termine giovane: nascita e prima definizione risalgono al 2005 quando il fotografo Jim Krause lo utilizza per la prima volta nel suo book Photo Idea Index. Nel 2012 l’Accademia della Crusca lo definisce ‘un autoscatto creato per essere condiviso sui social’, ponendo l’accento sulla condivisione e sull’unicità del termine, di cui non esiste infatti un corrispettivo italiano. L’anno successivo il termine ‘selfie’ diventa parola dell’anno per l’Oxford Dictionary che ne dà una definizione identica: ‘foto di sé (da soli o in compagnia) destinata alla condivisione’, riconoscendone in via definitiva la popolarità.

Il selfie come condotta a rischio: le selfie deaths

Le cosiddette ‘selfie deaths’ (dette anche killfies) sono decessi causati da una condotta a rischio attuata col preciso scopo di scattare un selfie; vanno incluse in questa triste numerica anche le persone morte per prestare soccorso o che erano con chi materialmente faceva lo scatto. Si tratta di morti che avrebbero potuto essere evitate se qualcuno non avesse spinto la voglia di un autoscatto social oltre i limiti. La maggior parte delle selfie deaths avvengono in India, seguite da Russia, USA e Pakistan; le situazioni a rischio più frequenti sono: trovarsi in aree impervie ad alte altitudini, su cascate, su binari dei treni, fare selfie con armi che accidentalmente esplodono un colpo, mentre si è alla guida o con animali non addomesticati, come tigri (Lamba et al, 2017). Ad oggi sono state registrate ufficialmente 327 ‘selfie deaths’. Il numero totale di morti potrebbe essere molto più alto, dato che molti casi potrebbero non essere stati considerati selfie deaths.

Killfies: nuove teorie e aree di ricerca, dipendenza o narcisismo?

Del fenomeno ci siamo già occupati qualche mese fa, con la lente delle teorie di Daniel Kahneman secondo cui il processo decisionale ‘immediato’ è coinvolto nei comportamenti a rischio, inclusi quelli che possono portare alla morte per una foto. Ci sarebbero però anche altre spiegazioni.

Per Lodha e De Sousa (2019), rispettivamente psicologa clinica e psichiatra operativi in India, i selfie sono validi mezzi di definizione, rappresentazione ed espressione di sé e strumenti per rimanere in contatto con gli altri. Parte importante dell’identità personale, possono rappresentare un problema quando l’uso è disfunzionale e rivela fenomeni psicologici come scarsa fiducia in se stessi (da qui il bisogno di essere validati dal giudizio esterno, i like), o tendenze narcisistiche preesistenti (tesi esplorata a fondo da Maddox, 2017). Molti professionisti della salute mentale associano la compulsione a farsi selfie con altri disturbi mentali, come dismorfofobia e insoddisfazione corporea e in rari casi addirittura psicosi, oltre che con bassa autostima, FOMO (fear of missing out, la paura di essere esclusi dai social) e isolamento. Secondo Lodha e De Sousa possiamo parlare di ‘sindrome da selfie’ o ‘disturbo da dipendenza da selfie’, o, come lo definirebbe Bergum (2019), selfitis: compulsione clinicamente significativa, una vera e propria dipendenza, a scattare più volte al giorno foto di se stessi da pubblicare sui social.

Le selfie deaths sarebbero una delle conseguenze di questo disturbo, quella più tragica: l’impulso incontrollabile porta a comportamenti rischiosi, senza preoccupazione o comunque sottostimando il rischio in nome della foto perfetta.

Selfie vs killfie: guardami mentre mi mostro

Ogni giorno moltissimi selfie vengono scattati e condivisi senza alcuna conseguenza per l’incolumità delle persone. E’ chiaro che attira più l’attenzione dei media l’evento tragico, seppur per fortuna molto raro.

Per dare un senso a queste morti si ricorre spesso ad una narrativa che riconduce al mito di Narciso e del suo specchiarsi in se stesso, anche se un selfie non dice solo ‘guarda qua, qui, ora’ ma anche ‘guardami mentre mi mostro’: siamo più nell’ambito della micro celebrity, del creare di se stessi un brand. Secondo Maddox (2017) la lettura del sé patologicamente Narciso è anacronistica: per la Generation Me, quella dei nativi digitali, i social sono parte delle normali interazioni quotidiane; una generazione fortemente influenzata dai social e soprattutto dalla quantificazione: il ‘sé quantificato’ di cui parlano Lodha e De Sousa (2019), il cui valore dipende dal numero di like, commenti, follower.

Le selfie deaths, se pure un fenomeno di nicchia, hanno attirato l’attenzione di studiosi e portato alla nascita di un movimento, il Selfie to die for, che promuove la sensibilizzazione sui rischi di spingersi troppo oltre per fare una foto.

Fare selfie comunque ha anche molti aspetti positivi: espressione di sé, condivisione, attenzione e accettazione da parte degli altri; solo che, a volte, con un costo troppo alto.

 


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Gestione Documentale: di cosa si tratta?

Gestione Documentale: di cosa si tratta?

L’AgID (Agenzia per l’Italia digitale) dà questa definizione:
La gestione documentale dei procedimenti amministrativi garantisce la corretta amministrazione dei documenti dalla produzione alla conservazione.

Wikipedia fornisce queste informazioni:
Il Document management system (DMS), letteralmente Sistema di gestione dei documenti, è una categoria di sistemi software che serve a organizzare e facilitare la creazione collaborativa di documenti e di altri contenuti. Tecnicamente si tratta di un’applicazione lato server che si occupa di eseguire operazioni talvolta massive sui documenti, catalogandoli ed indicizzandoli secondo determinati algoritmi.

Ogni giorno le Aziende si trovano a fare i conti con enormi e continui flussi di lavoro che possono (e devono) essere migliorati per restar dal passo con i tempi. Ogni giorno le Amministrazioni devono raccogliere, ordinare, catalogare, organizzare, conservare, gestire dati e documenti che circolano in grandissima quantità e velocità. In tutto questo sistema, una corretta gestione documentale può risultare come strategia vincente da adottare.

Quali sono i documenti con i quali adottare la gestione documentale?
PEC, E-Mail, immagini, scansioni, fatture, documenti office, fatture e molto altro.

Document Management System (DMS)

Ovvero, un software di gestione documentale che agevola l’accesso alle informazioni conservate.
Questo permette di ridurre notevolmente i costi aziendali per archiviazione, ottimizzando anche il workflow documentale e garantendo l’operatività lavorativa.

I Vantaggi?

Ricerca: informazioni e documenti recuperabili in pochi istanti.

Accessibilità: possibilità di raggiungere le informazioni ovunque, sia da web che da client.

Eco – Friendly: particolare attenzione all’ambiente e alla riduzione di inquinamento, grazie all’eliminazione della carta.

Sicurezza: la personalizzazione degli accessi permette di accedere ai file solo a chi dispone degli permessi necessari per farlo. Inoltre, vengono rispettare le normative sulla privacy.

Valore ai documenti: la possibilità di valorizzare i propri documenti, grazie all’archiviazione, alla conservazione e rendendoli inalterabili nel tempo.

Riduzione dei costi: si abbattono costi di archiviazione, spedizione e gestione dei documenti. Inoltre, un buon sistema di gestione documentale permette di evitare inutili perdite di tempo e, di conseguenza, ottimizzare il lavoro.

Cyberchondria: googla un sintomo e ti dirò cos’hai

In questo momento storico in cui sembra che “dott. Google” sappia tutto, è sempre più frequente pensare o sentire da parenti e amici “sai quel mal di testa che ho?! Ho googolato e potrebbe essere un tumore al cervello, che ansia!”.

Marino Claudia – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Mestre

 

La ricerca di informazioni online rispetto alla propria salute è un fenomeno in crescita in tutto il mondo. Le statistiche nazionali indicano che circa il 35% degli italiani che usano Internet cerca online informazioni relative alla salute (Eurostat, 2018). Da un lato le ricerche online sulla salute comportano una serie di vantaggi come l’anonimato nel cercare le informazioni imbarazzanti, la gratuità delle informazioni ricevute e, perché no, la sensazione di “saperne di più” sui propri sintomi (Starcevic & Berle, 2013). D’altra parte, però, le pericolose auto-diagnosi e la conseguente sfiducia nel nostro medico di base o nello specialista di turno risultanti dalla ricerca di sintomi su siti internet di varia natura sembra peggiorare i livelli di ansia per la salute (White & Horvitz, 2009). A questo riguardo, in una recente meta-analisi, McMullan e colleghi (2019) hanno trovato un’associazione “media” tra ansia per la salute e la frequenza nella ricerca di sintomi. In altre parole, sembra che cercare sintomi online abbia a che fare con la preoccupazione per il proprio stato di salute (Taylor & Asmundson, 2004), ma, allo stesso tempo, sembra che il comportamento di ricerca di informazioni online possa avere anche delle caratteristiche specifiche. Anche se attualmente non c’è consenso internazionale sul ritenere la ricerca online la causa o la conseguenza dell’ansia per la salute, i ricercatori sembrano essere concordi sul fatto che cercare i propri sintomi online possa contribuire in modo significativo al peggioramento di un’ansia per la salute che probabilmente è pre-esistente (Starcevic & Berle, 2015) o ad innescare l’ansia per la salute in persone che prima di cercare non avevano livelli problematici di distress.

Cos’è la Cyberchondria: definizione e correlati psicologici

Al di là della ricerca online di sintomi di per sé, il termine “cyberchondria” indica una ricerca eccessiva e il perseverare in tale attività compulsivamente nonostante l’aumento dell’ansia per la salute esperito e la compromissione del funzionamento della vita quotidiana (Starcevic & Berle, 2013). Quindi, i molteplici e diversi risultati delle ricerche online di un sintomo, spesso, rendono il quadro diagnostico molto confuso e le persone tendono a cercare rassicurazioni dai medici prenotando molte visite per avere più pareri, facendo quindi accesso con più frequenza ai servizi del sistema sanitario nazionale. In questo senso, oltre ad aumentare i costi della sanità pubblica, i pazienti sperimentano un distress tale da provare sfiducia nei medici a causa della probabile incongruenza delle diagnosi ricevute dai medici in persona e online.

La natura multidimensionale della cyberchondria è stata catturata in uno strumento proposto da McElroy e Shevlin (2014): la Cyberchondria Severity Scale (CSS). Questa scala è stata tradotta in diverse lingue ed esiste anche una versione italiana che sarà pubblicata nei prossimi mesi.

La versione originale della scala contiene 33 item divisi in 5 sottoscale:

  • Compulsion: indica come il comportamento di continuare a cercare sintomi online comprometta il normale funzionamento quotidiano (esempio di item: “Cercare online i sintomi o le condizioni mediche percepite interrompe le mie attività sociali offline (riduce il tempo che passo con amici e familiari)”).
  • Distress: indica l’ansia per la salute legata alle ricerche online (esempio di item: “Incomincio a farmi prendere dal panico quando leggo online che un sintomo che ho è associato a una malattia rara/grave”).
  • Excessiveness: indica il ricorso ripetuto ed eccessivo all’uso di Internet per cercare i sintomi percepiti (esempio di item: “Leggo pagine web diverse riguardo la stessa presunta condizione medica”).
  • Reassurance: indica la ricerca di rassicurazioni dal medico per la grave preoccupazione scaturita dalla consultazione di siti web sulla salute (esempio di item: “Discuto delle mie scoperte mediche online con il mio medico di base/lo specialista”).
  • Mistrust of medical professional (reversed): indica la (s)fiducia nella diagnosi del medico rispetto ai risultati delle ricerche online (esempio di item: “Mi fido più della diagnosi del mio medico di base/specialista che della mia auto-diagnosi online”).

Al di là delle proprietà psicometriche della scala, questa misura evidenzia come la cyberchondria sia caratterizzata sia da aspetti comportamentali (per esempio, cercare eccessivamente informazioni online) che emotivi (cioè, la preoccupazione per la propria salute) che cognitivi e relazionali. In questo senso, fino ad ora è stata il fulcro del dibattito scientifico internazionale sulla definizione del fenomeno e dei suoi correlati.

Infatti, sembra che la cyberchondria abbia delle caratteristiche in comune sia con l’ansia per la salute “tradizionale” (essendone la “forma online”) sia con il disturbo ossessivo-compulsivo (per la natura compulsiva delle ricerche online; Fergus & Russell, 2016). Ciononostante, la caratteristica distintiva di questo fenomeno consiste nel fatto che non solo gli ipocondriaci cerchino online (e finiscano per stare peggio) ma anche chi non ha ansia per la salute in partenza può poi provarla come conseguenza delle ricerche online su un sintomo più o meno banale. Quindi, l’escalation di ansia e le ricerche online sfociano nell’aumento del tempo speso a cercare sintomi online e portano, quindi, a una compromissione della vita quotidiana (McElroy, Kearney, Touhey, Evans, Cooke, & Shevlin, 2019).

Fergus and Dolan (2014) hanno, inoltre, evidenziato delle aree di sovrapposizione tra la cyberchondria e l’uso problematico di Internet (PIU). Sembra, infatti, che oltre ad “avvenire” su Internet, la cyberchondria, come PIU, sia caratterizzata dalla difficoltà nel controllare l’uso di Internet che porta a conseguenze negative nella vita quotidiana lavorativa e relazionale. Nello specifico, sembra che i cyberchondriaci abbiano alti livelli di intolleranza all’incertezza e sensibilità all’ansia (e.g., Fergus, 2015; Norr, Albanese, Oglesby, Allan, & Schmidt, 2015) e, al contrario, bassi livelli di qualità della vita (Mathes, Norr, Allan, Albanese, & Schmidt, 2018). Questa riflessione pone delle questioni fondamentali sul modello teorico di riferimento (PIU vs. ansia per la salute) e, quindi, sul tipo di trattamento psicoterapeutico più adeguato da adottare per trattare questo fenomeno (Fergus & Spada, 2017).

Un modello metacognitivo per la cyberchondria

In riferimento all’inquadramento teorico della cyberchondria, un contributo interessante è quello di Fergus e Spada (2017, 2018) i quali hanno proposto una concettualizzazione metacognitiva del problema. Vista la sovrapposizione della cyberchondria con altri disturbi (ansia per la salute, PIU, DOC), gli autori hanno dimostrato che alcuni correlati di tali disturbi possono avere un ruolo nella spiegazione della cyberchondria. Nello specifico, Fergus e Spada (2017) hanno evidenziato che le credenze metacognitive, che sembrano essere coinvolte in PIU (Spada, Langston, Nikčević, & Moneta, 2008), possono essere rilevanti anche per la cyberchondria. La cyberchondria sembra, infatti, essere associata alle tre credenze metacognitive relative alla salute (Bailey & Wells, 2015): biased thinking beliefs (“Pensare al peggio a proposito dei sintomi mi terrà al sicuro”), thought illness fusion beliefs (“Preoccuparmi delle malattie rende probabile che accadano”) e credenze su uncontrollability of thoughts (“Rimuginare sulla malattia è incontrollabile”). Relativamente all’associazione con il DOC, gli autori hanno suggerito il link con due costrutti del modello metacognitivo del DOC (Wells, 2000): credenze sui rituali (“Devo cercare online informazioni sulla salute altrimenti non sarei in grado di rilassarmi”) e segnali di stop (“Posso smettere di cercare i sintomi online solo quando ho un forte senso di certezza”).

Quindi, Fergus e Spada (2018) hanno disegnato un modello metacognitivo della cyberchondria sulla base del Self-Regulatory Executive Function (S-REF; Wells & Matthews, 1994; Figura 1).

Cyberchondria modello metacognitivo FIG1

Figura 1. Adattamento del modello teorico presentato in Fergus & Spada (2018).

Concretamente, un cyberchondriaco potrebbe avere un pensiero (o un’immagine, un ricordo, una sensazione) legato alla sua salute (trigger), per esempio “ho un forte mal di testa, sarà grave?!”. Questo trigger attiva le sue credenze metacognitive sulla salute e il cyberchondriaco potrebbe ritrovarsi a pensare qualcosa del tipo “pensare il peggio di questo mal di testa mi salverà” (biased thinking beliefs), oppure “non posso smettere di pensare al mio mal di testa, è più forte di me” (uncontrollability of thoughts), oppure, più raramente, “se non mi preoccupo del mal di testa finirà che è un tumore al cervello” (thought illness fusion beliefs). Queste credenze contribuiscono all’escalation di ansia per la salute in quanto, verosimilmente, indurranno il cyberchondriaco a rimuginare sulla condizione di salute percepita, come strategia solo apparentemente funzionale per affrontare l’evento attivante, cioè il mal di testa iniziale. Inoltre, le credenze metacognitive così attivate portano il cyberchondriaco a cercare online i sintomi del suo mal di testa spinto dall’ulteriore credenza che di aver bisogno di cercare online altrimenti “non avrei pace, non starei mai bene” (credenze sui rituali) e di dover continuare a cercare finché, per esempio, “ho una sensazione interiore che mi segnala che posso fermarmi” o finché si sente più calmo (segnali di stop). Le credenze metacognitive e le credenze sui rituali e i segnali di stop diventano quindi fattori di mantenimento per le ricerche eccessive e per l’aumento di ansia per il mal di testa. Infatti, i risultati delle ricerche online ripetute forniranno una lunga serie di possibili diagnosi di malattie più o meno gravi in cui il cyberchondriaco si riconoscerà, diventando, così, ancora più preoccupato di avere davvero un tumore al cervello. A questo punto, sarà ancora più convinto di non poter controllare i suoi pensieri catastrofici sul mal di testa (uncontrollability of thoughts) e di doversi preoccupare più che può per scongiurare il tumore (thought illness fusion beliefs), sperimentando sempre più ansia e continuando a guardare più siti web che può in cerca di rassicurazioni o possibili cure. Infine, verosimilmente, prenoterà una serie di esami e di visite, anche contro il parere del suo medico di base.

In conclusione, in questo modello, la presenza costante di una minaccia percepita in forma di probabile malattia con il distress provato di conseguenza amplifica la difficoltà nell’auto-regolazione proprio per la continua attivazione delle credenze metacognitive e su rituali e segnali di stop.

Dal punto di vista clinico, il modello metacognitivo della cyberchondria identifica alcuni degli aspetti preferenziali su cui lavorare con un cyberchondriaco: le credenze metacognitive sulla salute e le credenze sui segnali di stop e sui rituali. Infatti, la terapia metacognitiva, che sembra efficace per trattare il disturbo d’ansia per la salute (es., Bailey & Wells, 2014) e il DOC (Wells, 2000), potrebbe essere particolarmente appropriato in questo contesto.

Ritornando alle preoccupazioni di parenti e amici che si affidano al Dott. Google, una raccomandazione sensata potrebbe essere quella di confrontarsi con il proprio medico di base rispetto al dubbio di avere una malattia prima di ingaggiarsi in ricerche online compulsive e di fare lo sforzo, per quanto difficile, di riconoscere tempestivamente le nostre credenze metacognitive sulla salute evitando, così, di diventare dei cyberchondriaci a tutti gli effetti.

 

La Psicoterapia on line con gli Adolescenti

La cura degli adolescenti presuppone, nel clinico, una buona dose di pazienza e flessibilità. Si tratta di una modalità differente rispetto alla terapia con adulti. Cosa accade quando si tratta di terapia on line?

 

La consulenza on line agli adolescenti può essere difficile. Una forte resistenza può esistere quando si lavora con gli adolescenti a causa della loro transizione evolutiva da bambino ad adulto. Per combattere questo, i terapeuti devono dotarsi di una varietà di tecniche creative che promuovono sia l’espressione verbale che non verbale in un modo terapeutico. A maggior ragione nelle sessioni on line, tutto ciò si complica ulteriormente. Questo articolo fornisce spunti clinici appropriati per assistere i terapeuti nell’aumento del coinvolgimento dell’adolescente, consentendo nel contempo a questi ultimi di comunicare i loro pensieri, comportamenti e sentimenti in modo non tradizionale.

La cura degli adolescenti presuppone, nel clinico, una buona dose di pazienza e flessibilità. Si tratta di una modalità differente rispetto alla terapia con adulti.

In questa emergenza sanitaria da Covid-19 Skype o Whatsapp sono diventate le uniche alternative al setting vis à vis nel proprio studio professionale.

Nei casi più emergenziali, il supporto psicoterapico (Bellak, 1968) ha lo scopo di alleviare lo stato di sofferenza e di panico, nonché stati più acuti di sofferenza mentale. Anche le terapie brevi (Burke, 1978) sono spesso utilizzate per ridurre stati ansiosi, disturbi sessuali, comportamento suicidario in adolescenti e adulti.

Cosa accade, però, quando si tratta di condurre una terapia on line? E’ bene che il clinico abbia chiaro, con largo anticipo, se l’adolescente in questione è adatto ad un trattamento on line.

Le terapie dinamiche a breve termine, caratterizzate da lunghezze abbreviate (10–40 sessioni), sono diventate più diffuse negli ultimi tre decenni (Bellak, 1992). Le terapie a breve termine si basano su una rapida diagnosi psicodinamica, un focus terapeutico, un’alleanza terapeutica rapidamente formata, la consapevolezza dei processi di interruzione e separazione e la posizione direttiva del terapeuta. Molti adolescenti bisognosi di terapia sono resistenti all’attaccamento e al coinvolgimento a lungo termine in una relazione che può essere ambigua, che vivono come una minaccia al loro emergente senso di indipendenza e separazione. La terapia dinamica a breve termine può essere il trattamento di scelta per molti adolescenti perché minimizza queste minacce ed è più sensibile alle loro esigenze di sviluppo (Bellak, 1968).

In uno studio del 2016 su adolescenti in Australia si è scoperto che il 72% degli adolescenti ha dichiarato che avrebbero avuto accesso alla terapia online se avessero avuto un problema di salute mentale. Il 32% ha affermato che avrebbe scelto la terapia online rispetto agli incontri vis à vis (Sweeney et al. 2016).

Uno studio pubblicato nel Journal of Child and Adolescent Psychopharmacology nel 2016 ha scoperto che, mentre sono necessarie ulteriori ricerche in quest’area, la crescente gamma di programmi di e-terapia (utilizzo di piattaforme costruite appositamente), per bambini e adolescenti, mostra un incremento in fatto di utilizzo. Lo studio (Stasiak et al. 2016) ha infatti monitorato il processo di selezione, da parte dei teenager, dei portali presenti in rete per la richiesta di aiuto psicologico.

In uno studio recente (Fitzpatrick et al., 2017), i ricercatori hanno valutato l’efficacia di un app terapeutica cognitivo-comportamentale basata sul web chiamata Woebot nei giovani adulti con sintomi di depressione e ansia.

Molti dei partecipanti allo studio hanno riferito che l’uso quotidiano di Woebot ha comportato una significativa riduzione di sintomi di ansia e depressione già dopo due settimane, misurate attraverso la Patient Health Questionnaire (PHQ-9), la Generalized Anxiety Disorder 7-item scale (GAD-7) e la Positive and Negative Affect Schedule (PANAS).

In termini di efficacia la terapia on line, rispetto a quella off line, conduce ai medesimi risultati in fatto di cura e di comprensione delle problematiche del paziente (Migone, 2003). Cambia il setting nel senso che in un contesto c’è la presenza di un Computer e nell’altro no.

Gli adolescenti visti in consultazione (con l’utilizzo di strumenti multimediali) in questo contesto legato al flusso pandemico, lamentano sintomi ricorrenti, come depressione e ansia. Avvertono un senso di costrizione legato al fatto di dover stare a casa e non mentalizzano in modo approfondito su quali possano essere i rischi reali della malattia.

Esistono numerose barriere che impediscono ai giovani di accedere ai servizi di salute mentale, tra cui lo stigma percepito (Gulliver et al., 2010), un’aspettativa o preferenza per l’autosufficienza, preoccupazioni relative alla riservatezza ( Gulliver et al., 2010) e mancanza di conoscenza e accessibilità dei servizi (Gulliver et al., 2010). Una delle strategie più recenti per aggirare tali ostacoli è stata la fornitura di servizi online.

In molti casi la terapia on line viene condotta alla stessa stregua di una terapia “vis à vis”. Il metodo e le tecniche terapeutiche rimangono le stesse. L’adolescente può, talvolta, avere bisogno di un accompagnamento verso la terapia on line. L’analista deve tener conto di questa possibilità in modo da rendere semplice il superamento delle suddette impasse. Allo stesso modo, dalla letteratura emerge (Marmor, 1979) che le terapie brevi trovano sempre più spazio all’interno della società. Ciò non esclude, però, che per alcuni pazienti si debba far ricorso a percorsi lunghi perché più adeguati per loro.

La ribellione dell’anima (2019) di M. V. Saccone – Recensione del libro

Che succede al nostro io quando rinunciamo a ciò che sogniamo o a quello che ci fa sentire vivi? Che succede quando conduciamo un’esistenza che non ci appartiene, ma che continuiamo per accontentare gli altri non ascoltando più la nostra essenza?

 

Sono questi gli interrogativi a cui risponde la scrittrice, appassionata di psicoanalisi, Maria Valentina Saccone, nel suo libro La ribellione dell’anima. Inserito dalla casa editrice Aracne nella sua collana di narrativa Istantanee, questo racconto affronta un tema molto delicato di cui raramente si sente parlare, quello della depersonalizzazione e lo affronta in modo semplice e diretto, dove “semplice” non sta per banale. L’autrice, attraverso le sue pagine scritte come un diario, riesce a far capire a chiunque cosa significhi soffrire di depersonalizzazione e come sia difficile, ma necessario, il percorso per uscire dalla depressione.

Chi è Sabina? Chi siamo tutti noi? Chi sei tu?

Questa domanda non trova una risposta immediata e forse per nessuno di noi può esserci una risposta univoca. Ma ancora di più: forse non c’è una vera risposta a “chi sono io”.

Nel corso degli otto capitoli del libro vediamo infatti come la protagonista Sabina, attraversa una vera e propria trasformazione di se stessa che non si concluderà di certo con la delineazione perfetta del proprio io. Noi siamo esseri in divenire, ma soprattutto, tutte le nostre scelte, tutte le nostre esperienze, aggiungono un particolare al nostro io rendendoci diversi da quello che eravamo nell’istante precedente.

Proprio per questo motivo il percorso alla scoperta della nostra essenza dura almeno quanto la nostra esistenza. Ciò che colpisce dalle prime righe del libro è proprio il sottolineare questo concetto attraverso la presentazione di Sabina come una ragazza alla “continua ricerca di se stessa”.

Apparentemente ha tutto ciò che si possa desiderare: bellezza, un lavoro e una storia d’amore nata da poco. Ciò non basta a preservarla da un trauma subito nell’infanzia a cui nemmeno lei credeva dover ancora farci i conti.

La quotidianità che rappresenta la gabbia del nostro io

Nel primo capitolo si racconta la routine di Sabina, proprio quella quotidianità che ha contribuito alla ribellione della sua anima. Sabina infatti non è contenta o soddisfatta della vita che sta conducendo e il rituale della sveglia, impostata alle 7:05, non fa altro che scandire il ritmo di una vita che non era quella che sognava. Aveva abbandonato le sue passioni per passare le giornate chiusa in un ufficio, con un lavoro che oltre a non rappresentarla, non faceva altro che procurarle un enorme stress. Si legge infatti:

Avevo abbandonato tutti i miei sogni per passare l’intera giornata nella più profonda solitudine alternata allo stress mentale che il mio lavoro implicava.

Questa vita diversa da quella desiderata era il frutto di quello che nel corso della sua adolescenza si era sentita dire dalla madre. Ciò che segna però più di tutto Sabina, sono le ansie trasmesse proprio da quella madre, la quale a sua volta era cresciuta in un clima simile. La casa per Sabina non è quindi un rifugio, ma è una “gabbia dorata” che annienta la sua personalità ricordandole costantemente tutto ciò che non aveva. Passò la maggior parte della sua infanzia e adolescenza da sola e la sua unica via di fuga era la scrittura.

All’età di ventotto anni, aveva finalmente trovato un uomo da cui non sentiva di dover fuggire, Mattia, eppure dopo qualche tempo lui si rivelò essere una persona superficiale e poco empatica. Questo porta la protagonista di La ribellione dell’anima a immaginare altro, nonostante ciò non riesce a fare a meno di lui. Anche in questa relazione, però, la madre di Sabina si intromette volendo conoscere i genitori del suo ragazzo, che nemmeno Sabina stessa conosceva. Si comincia già ad evincere da qui come l’io della ragazza protagonista del libro cominci a scricchiolare:

Il limite della mia sopportazione era ormai stato superato, eppure sforzavo la mia mente e il mio cuore ad accettare quella vita che non mi apparteneva, con un lavoro che mi stava stremando completamente, un uomo che sembrava un vegetale ambulante e una madre con tratti narcisistici […] e totalmente incapace di empatia.

L’unico appiglio alla realtà è il padre che la ama in modo genuino e questo sarà uno dei fattori positivi che la aiuterà nel difficile percorso che dovrà affrontare.

La depersonalizzazione: io non sono più io

Già nell’introduzione ci immedesimiamo in quello che sta succedendo a Sabina. Come dal titolo del libro, la sua anima si sta ribellando. Sabina si guarda allo specchio, ma non si riconosce. L’immagine che vede riflessa non sa a chi appartiene, le sue emozioni le sono estranee. Ogni cosa intorno a lei, tutti gli oggetti, è come se perdessero consistenza. Lei stessa perde consistenza, si sfiora un braccio, ma non sente nulla. Il velo tra immaginazione e realtà si è dilaniato condannando la protagonista a vivere una vita, la sua vita, come se ne fosse solo la spettatrice. Non riesce però a comprendere quanto le stia succedendo, perché al contempo riesce lucidamente a descrivere e scrivere le proprie sensazioni, anche se di suo ormai non sente più nulla.

In un giorno come un altro, nella sua solita routine, nella sua gabbia, qualche meccanismo si intoppa. Improvvisamente sente una pesantezza allo stomaco accompagnata da una sensazione di profondo terrore che le impedisce di vedere il futuro, inteso come l’attimo successivo rispetto a quello che sta vivendo.

La domanda che accompagna tutto il libro e quindi la sofferenza di Sabina è quale sia il senso della vita, nella misura in cui essa ha un termine: che senso ha tutto ciò che facciamo se siamo destinati a morire?

Una sua amica, Marta, psicoterapeuta, le dice che soffre di depersonalizzazione. Se ne parla poco di questo disturbo, eppure è un disturbo che aggredisce proprio l’io di un individuo e allo stesso tempo si manifesta come una difesa dell’individuo stesso. Dal momento in cui la mente si trova di fronte ad un dolore che sa di non poter sopportare è come se si distaccasse dal corpo. Non sono più io a vivere un incidente, un trauma, ma io sono lo spettatore. Così è come se la mente si mettesse al riparo.

Sabina, come la maggior parte delle persone, sente per la prima volta questa parola ed è spaventata perché non capisce cosa le stia capitando, si sente impazzire.

Nonostante la sua passione per la psicologia e la psicoanalisi, all’inizio è riluttante all’idea di dover rivolgersi ad uno specialista. Sarà proprio però l’inizio di questo percorso ad offrirle la possibilità di rialzarsi, unita alla sua voglia di tornare a stare bene.

La paura del giudizio: la “normalità” che non comprende

Nel corso dei capitoli successivi si entra sempre più nel vivo di ciò che sta accendendo a Sabina, o per meglio dire, dentro la sua anima. Superato l’iniziale spavento dovuto dall’idea di dover assumere dei farmaci, o anche semplicemente dall’entrare negli studi degli psicoterapeuti, comincia un percorso che la porterà a dover affrontare i traumi subiti all’infanzia, traumi che credeva aver rimosso, superato, ma che invece erano lì, nel proprio inconscio, aspettando il punto di rottura. I capitoli centrali del libro rendono senza filtri la sensazione di terrore e angoscia che caratterizzano le giornate di Sabina. Il suo dolore fisico e mentale è tangibile. Attraverso un linguaggio semplice e comune, la scrittrice Maria Valentina Saccone, oltre a farci sentire in prima persona il dolore di Sabina, ci delinea anche uno spaccato della società contemporanea: perché infatti la protagonista del libro mostra un’iniziale avversione al rivolgersi ad uno specialista? Da cosa nasce la paura di intraprendere un percorso che la porterebbe inizialmente ad un uso controllato di psicofarmaci teso alla guarigione? In semplici parole: la paura del giudizio.

La diffidenza di Sabina, nonostante – come già accennato – sia appassionata di psicologia, nasce dalla paura del giudizio delle persone che comunemente chiamiamo “normali”. Oltre a vivere un difficile momento di depressione, la protagonista del libro della Saccone, si trova a dover fuggire gli sguardi di tutti quelli che la vedono entrare nelle cliniche o negli studi degli psicoterapeuti.

È invece proprio grazie a questo percorso che cominciano a delinearsi le cause della depersonalizzazione prima e della depressione dopo che hanno colpito l’io di Sabina e che colpiscono molte persone. A seguito di quanto era accaduto, il livello di serotonina della protagonista si era notevolmente abbassato provocando l’impossibilità da parte del suo sistema nervoso di produrlo in modo autonomo. Gli antidepressivi servivano per riattivare un meccanismo che si era momentaneamente fermato, e successivamente si andava diminuendone l’assunzione fino ad arrivare alla totale sospensione.

Verso la guarigione Sabina si rende conto di come la paura del giudizio nasca dalla poca comprensione dei disturbi mentali. Le cosiddette “persone normali” relegano ai margini chi è affetto da patologie mentali, eppure siamo tutti esseri umani, tutti meritevoli di rispetto.

Questo racconto ci fa comprendere quanto ancora si sappia poco dei disturbi mentali, della depressione, e di come spesso se ne faccio un uso improprio nel linguaggio quotidiano. Ci sono molte realtà che non conosciamo, ma che nonostante questo, sbagliando, giudichiamo.

La ribellione dell’anima è un invito per chi soffre, a sentirsi meno solo, e a chi non soffre, a rendersi conto che siamo tutti esseri viventi, e tutti abbiamo una mente che a volte, per proteggersi, si ribella e così facendo ci mette di fronte ad un’unica scelta: iniziare a conoscere noi stessi.

 

Perché tradiamo? Quali sono le motivazioni che ci spingono al tradimento?

Una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Sex Research ha indagato le motivazioni sottostanti all’infedeltà verso il proprio partner.

 

Quando si parla di tradimento, si fa principalmente una distinzione tra il tradimento sessuale e quello emotivo, il primo consiste semplicemente nell’avere rapporti sessuali con persone differenti dal proprio partner, mentre il secondo, consiste nell’essere innamorati o catturati emotivamente da un individuo diverso dal nostro partern (Hackathorn & Ashdown, 2020).

Il campione dello studio era composto da 545 membri di AshleyMadison.com, un sito Web popolare per coloro che sono interessati ad avere relazioni extraconiugali, i partecipanti hanno completato un breve sondaggio online anonimo sulle motivazioni che li spingono a tradire il proprio partner.

La maggior parte dei partecipanti (81%) ha dichiarato di essere maschio e l’età media era di 48,89 anni (Hackathorn & Ashdown, 2020).

Non sorprende che coloro che hanno indicato che il loro partner principale non soddisfaceva adeguatamente i loro bisogni avevano maggiori probabilità di cercare un partner secondario, dato che la mancata soddisfazione di bisogni sessuali ed emotivi li portava a ‘’disinnamorarsi’’.

Il fattore principale alla base del tradimento, è l’insoddisfazione per la relazione primaria, mentre la soddisfazione verso il partner secondario si dimostra un fattore poco significativo nel motivare il tradimento (Hackathorn & Ashdown, 2020).

Ciò che comunemente pensiamo, è che l’infedeltà sia guidata dal fatto che incontriamo una persona che reputiamo ‘’migliore’’ rispetto al nostro partner, o per lo meno con cui ci sentiamo meglio; in realtà, stando ai risultati dello studio in questione, la conditio sine qua non alla base del tradimento non dipende dal partner secondario, ma dalla capacità del partner primario di soddisfare i nostri bisogni.

Gli uomini tendono di più ad attuare il tradimento sessuale rispetto alle donne, comportamento che sottende alla insoddisfazione sessuale (in termini di frequenza) con il partner primario; l’essere cristiani e la sociosessualità (essere a proprio agio con il sesso occasionale) si rivelano come fattori predisponenti al tradimento (Hackathorn & Ashdown, 2020).

Si tratta tuttavia di uno studio preliminare, i ricercatori, si stanno domandano perché molte persone tendono a portare avanti la relazione nonostante tradiscano il proprio partner; l’ipotesi che è stata avanzata riguarda la dissonanza cognitiva, che si verifica quando il nostro comportamento è incoerente con il nostro atteggiamento: “tradisco ma so che è sbagliato tradire”. Questa incoerenza genera angoscia, di conseguenza per rimediare a questo stato di malessere è necessario ristabilire la coerenza tra comportamento e atteggiamento; per farlo bisogna agire modificando uno dei due, quindi, in questo caso specifico, o non tradiamo o cambiamo atteggiamento. Tipicamente l’essere umano tende a modificare l’atteggiamento piuttosto che il comportamento, la motivazione principale è che quest’ultimo è molto più difficile da modificare dato che richiede più impegno, mentre è più facile cambiare il proprio atteggiamento ad esempio: “non c’è nulla di male nel tradire ogni tanto, ne beneficia la mia relazione primaria”.

I ricercatori sono quindi interessati a comprendere quali sono le modifiche di atteggiamento che gli individui infedeli attuano per giustificare il proprio comportamento e non cadere in dissonanza congitiva (Hackathorn & Ashdown, 2020).

La terapia cognitiva: breve prontuario

Non esiste una sola psicoterapia cognitivo comportamentale, ne esistono tante, esistono le psicoterapie cognitivo comportamentali.

 

Questa varietà esiste fin dalla nascita dei primi esempi di questi trattamenti, la terapia cognitivo comportamentale di Beck (CBT) e la terapia razionale emotiva comportamentale di Ellis (REBT) e si è accentuata con gli sviluppi degli ultimi 20 anni, che hanno visto la scena arricchirsi delle cosiddette psicoterapie cognitive di “terza onda“ o di processo in cui il trattamento non tenta più di modificare i contenuti cognitivi che creano disadattamento (ad esempio: “non sono all’altezza”) ma si focalizzano sugli atteggiamenti mentali dannosi (ad esempio: “faccio troppa attenzione alla mia ansia”).

Queste differenze a volte sono sottili e difficili da spiegare, soprattutto dal punto di vista pratico. L’infografica che pubblichiamo è un modo semplice e sintetico di rappresentare alcune di queste differenze. Speriamo che essa sia un aiuto per tutti, pazienti, studenti e colleghi

 

Ruggiero e Sarracino - INFOGRAFICA - Terapia cognitiva

Infografica realizzata dal Dott. Diego Sarracino e dal Dott. Giovanni Maria Ruggiero

 

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Sesso e social media: impatto e soluzioni

La visione di film ricchi di scene sessuali incide significativamente sui comportamenti degli adolescenti come, ad esempio, l’anticipazione dei primi rapporti sessuali, la tendenza ad avere più partner e la minore propensione ad usare il preservativo negli incontri casuali.

 

Uno degli aspetti fondamentali e più complessi nella vita dell’essere umano è senz’altro la sessualità.

La dimensione sessuale e gli atti ad essa correlati rappresentano, nella gerarchia dei bisogni, un elemento primario come Abraham Maslow (1954;1971) indicò nella celebre “Piramide dei Bisogni”. Si tratta infatti di un aspetto fisiologico, situato alla base delle necessità umane, strettamente legato al corretto compimento dell’individuo.

La sessualità riguarda sia le pratiche finalizzate al piacere e alla riproduzione, sia gli aspetti psico-sociali, fondamentali per la costruzione dell’identità, relativi al genere maschile e/o femminile, ivi comprese le modalità di espressione dei generi ed il vissuto interiore individuale, da cui possono derivare esperienze disforiche come quelle annoverate nei principali manuali diagnostici (ad esempio la “Disforia di genere” nel DSM-5).

L’ambito sessuale è stato oggetto di numerosi studi da parte di discipline quali biologia, psicologia, etologia e sociologia e concerne tutta la vita relazionale dell’individuo.

Ogni essere umano, sin dalla nascita, viene accolto ed accudito in base alla propria connotazione biologica ed al ruolo culturale relegato al genere e, crescendo, costruisce la propria identità sessuale, caratterizzata da una commistione di variabili quali i rapporti con l’ambiente familiare, la cultura in cui è inserito e l’interazione con l’altro.

Una divisione basata sull’identità di genere è più complicata di una basata sui meri comportamenti sessuali per almeno due ragioni: innanzitutto l’identità è un costrutto complesso da definire nella sua interezza, in secondo luogo, ogni essere umano ha una concezione diversa della propria identità sessuale e del ruolo di genere che può derivarne.

È utile ed altresì doveroso, differenziare il termine “sessualità” da “attività sessuale”: nel primo caso si fa riferimento specificatamente agli aspetti psicologici, sociali e culturali del comportamento sessuale umano, mentre col secondo termine ci si riferisce generalmente alla messa in atto del rapporto sessuale vero e proprio.

Questi due concetti, ampiamenti usati ed a volte confusi, sono intrinsecamente legati fra loro e sono l’uno il presupposto dell’altro; infatti, l’insieme degli aspetti psico-sociali legati alla concezione e all’espressione del sesso, inteso in senso lato, esercitano un’influenza sul comportamento e sulle attività sessuali.

In virtù di quanto detto il sesso può essere immaginato come un ampio contenitore di elementi positivi e negativi che concorrono a delineare il benessere psichico; basti pensare alle teorie freudiane principali e a come lo sviluppo psicosessuale in età evolutiva incida sull’investimento psichico nell’età adulta.

La scoperta dei propri organi riproduttivi e della loro utilità, la manipolazione, la fantasia sessuale, l’autoerotismo, il desiderio e la scoperta del piacere sono tutti aspetti positivi che dovrebbero essere normalizzati da parte degli adulti, piuttosto che censurati, per garantire un corretto raggiungimento della maturità.

La poca attenzione e la scarsa sensibilità al tema determinano una serie di outcomes negativi come la repressione, i disturbi legati alla sessualità, la concezione di un “sé” inadeguato rispetto alle aspettative sociali, le perversioni violente, l’astinenza, sino ad arrivare a ciò che oggi dilaga con esiti psicologici devastanti tra le comunità più giovani con l’avvento dell’era digitale: “slut shaming”, “body shaming”, “revenge porn”, bullismo, cyberbullismo, ecc…

Specialmente durante il periodo di quarantena forzata sono risultati ancora più influenti i messaggi veicolati dalle principali fonti di informazione come, ad esempio, smartphone, tablet, computer, televisione, ecc…

Non meno rilevanti sono gli effetti che la pornografia ha avuto ed ha tutt’ora sul comportamento dell’essere umano, soprattutto sui giovani.

A tal proposito, Martellozzo e colleghi (2016) hanno effettuato un interessantissimo studio per comprendere l’impatto della pornografia online sui ragazzi, attraverso un sondaggio che ha coinvolto circa 1000 preadolescenti e adolescenti, di età compresa tra gli 11 e i 16 anni.

I risultati hanno dimostrato come la visione ripetuta di contenuti pornografici può avere un effetto desensibilizzante rispetto all’impatto di immagini e/o video, portando i giovani a sperimentare meno ansia e disgusto rispetto a ciò che si sta osservando.

Il rischio maggiore è che questo accesso facilitato ed incontrollato a qualsiasi contenuto online possa condizionarli, specialmente quelli più introversi e sensibili, che molto spesso sperimentano difficoltà nella sfera sessuale (ad esempio ansia da prestazione, impotenza, insicurezza e vergogna legate alla percezione di sé stessi) inficiando pesantemente anche il concetto di intimità.

Pertanto, vista la rilevanza e la complessità del fenomeno in questione, risulta ancora più cruciale il ruolo dell’educazione sessuale, ossia quell’insieme di attività volte ad istruire individui di tutte le età circa l’importanza dell’essere informati sul sesso e le tematiche ad esso connesse (maturazione sessuale, anatomia e fisiologia dell’apparato genitale, i cambiamenti durante la fase di pubertà, la psicologia, le problematiche di tipo morale, la conoscenza delle abitudini legate al contesto di provenienza dei ragazzi) per sfatare i miti e ridurre le distorsioni cognitive.

Chiarite queste premesse, ora il focus si sposterà sull’impatto che il cinema e più in particolar modo i contenuti sessuali espliciti di film e serie, hanno sul comportamento dei giovani.

Contrariamente alla pornografia, i contenuti filmici o seriali non a “luci rosse” possono essere maggiormente filtrati in base ad un più corretto modo di intendere il sesso, in quanto atto sessuale.

Infatti, mentre nel primo caso la trasformazione dei contenuti sessuali in didattici comporta significative perdite economiche, nel secondo questo problema non si presenterebbe in egual misura poiché il sesso non è l’elemento centrale.

Molti attualmente sono i film o le serie tv, che presentano scene esplicite e/o eccessivamente enfatizzate; basti pensare ad un film cult degli anni Ottanta come 9 settimane e ½, alla più recente saga cinematografica Cinquanta sfumature o alla serie tv Game of Thrones.

Un’importante nonché preziosa eccezione nel panorama televisivo è costituita dalla serie Sex Education, un prodotto che raffigura molte delle difficoltà che derivano dai primi approcci sessuali (e le conseguenze che queste possono avere sul rapporto con sé stessi e con gli altri) in tutte le sfaccettature possibili, in modo naturale e concreto ma con leggerezza ed ironia.

Prima di entrare nel merito della disamina di alcuni studi scientifici legati all’impatto dei suddetti contenuti sui giovanissimi, è doveroso premettere che la tv ha descritto spesso gli adolescenti come individui introversi, tormentati, indecisi, quasi apparentemente disinteressati all’argomento per inerzia.

In effetti potrebbe anche essere così, tuttavia si sentiva il bisogno di una storia più rilassata, moderna ma ancora attenta alle problematiche dei più giovani e capace di comunicare loro senza troppi moralismi o patimenti.

Come già affermato precedentemente, la serie televisiva Sex Education rappresenta sia un’alternativa alle classiche serie adolescenziali che un’importante scommessa sul modo di affrontare l’argomento “sessualità”.

Parlano chiaro le sceneggiature che trattano non solo di sesso, ma anche di rapporti contorti, amori non corrisposti, scoperta di sé, bullismo e omosessualità.

Un caso emblematico è rappresentato dalla singolare storia di Otis, un adolescente britannico, figlio di una scrittrice e terapista sessuale di fama nazionale, con un problema ansiogeno che interferisce con la sua esposizione sociale e, più in particolar modo, con le pratiche di autoerotismo.

Egli non accetta l’aiuto di sua madre poiché infastidito dalla sua continua e pressante invadenza nella vita scolastica e intima; la sua storia rappresenta quella difficoltà che molti adolescenti sperimentano nel dialogo con i propri genitori, specialmente quando si affrontano argomenti delicati come la sessualità.

Sulla scorta di quanto detto, film, documentari e serie tv, costituiscono, dunque, una preziosa fonte di svago e divertimento, ma anche di conoscenza.

Che tali prodotti abbiano un forte impatto emotivo sugli spettatori, è argomento noto.

Oltre ciò è rilevante anche che esercitino una forte influenza sugli atteggiamenti e i comportamenti: ad esempio, diversi sono stati gli studi empirici che hanno indagato l’aumento dell’aggressività nei giovani a causa di una fruizione più ampia e poco censurata di scene violente in televisione o al cinema (Anderson e colleghi,2003).

Uno studio longitudinale condotto dallo psicologo americano dell’University of Missouri, Ross O’Hara, si è occupato del rapporto tra sesso e cinema, attraverso un quesito piuttosto interessante: le scene “bollenti” presenti e trasmesse sul grande schermo, hanno un’influenza sui giovani e, eventualmente, in che misura? 
A questa ricerca, durata complessivamente sei anni (2003-2009), hanno partecipato 1228 persone (di cui 611 maschi e 617 femmine) di provenienza principalmente europea.

Dallo studio è emerso come nel campione, la visione di film ricchi di scene piccanti, incida significativamente sui loro comportamenti come, ad esempio, l’anticipazione dei primi rapporti sessuali, la tendenza ad avere più partner e la minore propensione ad usare il preservativo negli incontri casuali.

I risultati suggeriscono che la limitazione di film a contenuto erotico negli adolescenti, ritarderebbe il loro debutto sessuale e ridurrebbe la sensation seeking, normalmente esperita durante questa fase evolutiva, e, dunque, anche il loro impegno in comportamenti sessuali rischiosi futuri.

Fare ciò può essere un compito estremamente arduo, date le abbondanti quantità di sesso (Gunasekera, Chapman & Campbell, 2005) e violenza esplicita (Nalkur, Jamieson & Romer, 2010) ritratte nei film; tuttavia un approccio promettente consisterebbe nell’educazione all’alfabetizzazione mediatica, ossia la capacità di accedere ai media, di riconoscere e valutare criticamente i loro diversi aspetti e contenuti.

Una ricerca condotta da Pinkleton e colleghi (2008) ha mostrato dei risultati importanti in merito alle condotte sessuali rischiose degli studenti statunitensi. Precisamente, è stato attivato un programma curriculare di alfabetizzazione mediatica su un ampio campione (N=532) di studenti di scuola media, confrontati con un gruppo di controllo, per verificare i cambiamenti rispetto ai miti ed alle aspettative sul sesso.

Gli esiti di questo quasi-esperimento sono stati estremamente positivi: si è registrato un aumento della responsabilizzazione e della self-efficacy nel resistere alla pressione dei pari circa le prime esperienze sessuali, riducendone la percezione della prevalenza “normativa” durante la pubertà e migliorando il loro atteggiamento verso l’astinenza.

Considerando i risultati di questi studi circa l’impatto, le conseguenze ed i possibili interventi sulle condotte a rischio, sorge spontaneo chiedersi in che termini gli adolescenti parlino di sesso.

Uno studio più recente, condotto da Rosita Maglie nel 2017, ha messo in evidenza degli aspetti interessanti circa la comunicazione CMC (computer-mediated communication) sul tema della salute sessuale e riproduttiva.

In particolare, sono stati osservati gli scambi comunicativi tra esperti in materia e adolescenti all’interno dei cosiddetti “Q&A Websites”, ossia piattaforme in cui si possono rivolgere delle domande ed ottenere delle risposte garantite da equipe di professionisti.

Dal punto di vista metodologico, questi dialoghi virtuali vengono collezionati in un grande corpus, suddiviso in domande (Q-posts) e risposte (A-posts), e sottoposti alla analisi linguistica, con il supporto di software che consentono di osservare con più fluidità i dati.

Il sito oggetto di questa indagine è Kinsey Confidential, ma ci sono altri studi che seguono la medesima direzione tematica e metodologica (Harvey, 2013; Maglie, 2015). Le domande rivolte dai giovani sono estremamente rappresentative della loro idea di sessualità e delle relative preoccupazioni e conoscenze.

Vengono annoverate diverse pratiche sessuali con una notevole ricorrenza, timori rispetto alle conseguenze dei loro comportamenti, malattie sessualmente trasmissibili, probabilità di gravidanza, orientamento sessuale, pregiudizi, stereotipi ecc…Oltre a questi contenuti, è stato dato rilievo alla forma espressiva, in quanto i ragazzi contrappongono ai loro dubbi una buona padronanza del lessico sessuale, dimostrando di saper adeguatamente utilizzare e destreggiarsi tra i termini tecnici del campo medico.

Gli esperti che provvedono a fornire le risposte hanno una grande responsabilità sulle proprie spalle, in quanto devono offrire una comunicazione accogliente, comprensiva, empatica e non giudicante, normalizzando le preoccupazioni, informando accuratamente sui rischi e su come prevenirli, evitando prescrizioni specifiche che solo delle visite mediche o degli esami approfonditi possono offrire.

In accordo con le conclusioni dello studio, questi dati sono rilevanti ai fini della pratica clinica e dovrebbero incoraggiare a migliorare due aspetti: in primis, gli stili comunicativi verbali, normalmente infruttuosi o inadeguati per la fase evolutiva, che implicano un dialogo esente dai filtri virtuali (es. l’anonimato, la scrittura e il contesto asincrono); in secondo luogo, la qualità delle informazioni fornite dagli adulti, per incrementare la consapevolezza e la responsabilità.

In aggiunta, è auspicabile promuovere il benessere e la salute sessuale in un’ottica di prevenzione primaria, piuttosto che di intervento.

In conclusione, considerato quanto sino ad ora è stato detto, è necessario che in futuro la sessualità, data la sua intrinseca delicatezza ed importanza per l’essere umano, si associ ad un filone educativo ad hoc, oltre a ben sperare che tutto ciò che arrivi, per vie dirette o indirette, allo sguardo degli inesperti e dei più piccoli, possa essere modulato e filtrato in maniera adeguata, a garanzia del benessere psicosessuale delle generazioni prossime all’età adulta.

 

L’ansia in un’ottica interdisciplinare: il corpo prigioniero della mente

Il Pilates, disciplina volta a stimolare il benessere, ha ripercussioni importanti sia sulla mente sia sull’organismo dell’individuo. Si dedica prevalentemente alla rieducazione della respirazione: questo rappresenta una grande risorsa negli stati d’ansia.

 

L’esperienza clinica fin qui accumulata mi ha insegnato che la valigia dello psicoterapeuta deve contenere tanti strumenti che coadiuvano gli interventi che ognuno di noi può mettere in campo come aiuto per i pazienti che incontriamo.

Nell’ottica della interdisciplinarietà e della lettura teorica, dove mente e corpo sono un’unità inscindibile, e nelle situazioni in cui i pazienti portano un carico di ansia riconoscibile nella mente, con fissazioni e pensieri ricorrenti, nel fisico, con blocchi muscolari, ho sempre pensato che la soluzione fosse, oltre ad un sostegno psicoterapeutico, anche un lavoro attraverso il corpo.

Non tutti i pazienti sono stati disponibili ad accedere allo stesso tipo di intervento sul corpo: per alcuni era assai complicato partecipare a delle sedute di training autogeno; per altri ancora era impensabile rilassarsi e concentrarsi sulla respirazione. Altri hanno addirittura raccontato di un’amplificazione dei sintomi in situazioni che avrebbero dovuto invece aiutarli nel cambiamento.

L’incontro con questi pazienti e l’uso delle indicazioni contenute nel libro di Greenberger, mi hanno permesso di identificare alcuni sintomi comuni alle persone ansiose. L’autore sostiene che ai pensieri che caratterizzano il paziente ansioso, si susseguono, come in una catena, specifici stati d’animo, funzioni fisiche e comportamenti.

I pensieri di cui i pazienti raccontano hanno dei contenuti dai quali si evincono convinzioni di una sopravvalutazione dei pericoli e\o al contrario una sottovalutazione della propria capacità di affrontarli, nelle più articolate situazioni; una predisposizione a leggere tutto o quasi in termini di preoccupazione e\o catastrofismo. Gli stati d’animo, che possono anche raggiungere un’elevata intensità, vanno su un continuum che va dal nervosismo, all’agitazione, passando per l’ansia fino a raggiungere situazioni di vero panico. A questo si aggiungono i campanelli fisici come le mani sudate, la tensione muscolare, l’accelerazione cardiaca, i capogiri che influiscono sia sui pensieri sia sugli stati d’animo in senso assolutamente peggiorativo, in un vortice senza via d’uscita.

Infine arrivano tutti quei comportamenti atti a evitare situazioni che generano ansia o ad abbandonarle, atteggiamenti di perfezionismo o di controllo e l’adozione di misure di protezione, come l’evitamento di situazioni di socialità.

Per i pensieri e gli stati d’animo, il lavoro psicoterapeutico si è centrato sulla loro identificazione e registrazione quotidiana anche attraverso un diario giornaliero. Si ritrovavano dal nervosismo generalizzato, fino al completo panico, passando per stati di agitazione. I pensieri più frequenti erano le preoccupazioni contenenti situazioni catastrofiche, come l’imminente infarto dopo aver salito le scale, o l’incapacità a fronteggiare “pericoli” vissuti come eccessivi rispetto alla realtà (un cane che sembra una tigre).

Veniamo ai comportamenti. Propri del soggetto ansioso sono quei comportamenti di evitamento delle situazioni e\o protezione dai presunti pericoli, in modo che il soggetto possa sentirsi al sicuro e stare apparentemente meglio.

Come dice Greenberger:

quando usiamo comportamenti protettivi, spesso crediamo di fronteggiare bene l’ansia ma, di solito i comportamenti protettivi ci fanno concentrare sul pericolo e rinforzano l’idea che le situazioni siano altamente rischiose anche quando in realtà non è detto che lo siano (Greenberger, D. Padesky, C.A. p. 290).

E allora i racconti dei pazienti erano di evitamento delle scale per salire, ma anche l’ascensore che mette ansia; non si pratica più attività fisica per non incorrere in malesseri tipo la tensione, i dolori e il bruciore ai muscoli, la facile stanchezza, la respirazione difficile, l’accelerazione cardiaca, il tremore, le palpitazioni e gli spasmi.

Tutto questo finisce per avere un peso anche in termini di socialità fortemente impedita: abolizione dei viaggi e degli incontri con gli amici; non si possono frequentare luoghi pubblici poiché sempre in “pericolo di vita”. In aggiunta a questo, anche l’impossibilità di trovare persone sempre disposte ad ascoltare i racconti di malesseri e guai che colpiscono questi soggetti.

I racconti dei pazienti sono centrati sulla chiusura sociale; a causa dei sintomi che si ritrova anche nell’impedimento, a volte, a svolgere qualsiasi attività fisica, anche in chi ne aveva sempre praticata. E’ così che anche il fisico, la muscolatura, la postura ne risente.

Il corpo vissuto e percepito come “malato” e non più fonte di benessere e i “sintomi” come unici compagni di vita: il corpo prigioniero della mente.

Ogni segnale è trasformato subito in sintomo e di lì s’inizia il percorso medico e specialistico. I medici spesso diventano amici, ai quali il paziente si rivolge per qualsiasi cosa, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Chiede indagini approfondite che portano alla scoperta dell’assenza di un qualsivoglia problema organico. Non basta, oggi internet consente alle persone un’autodiagnosi, che nel caso dei soggetti ansiosi funziona esattamente come uno di quei comportamenti che incidono amplificando, in senso negativo, pensieri, stati d’animo e azioni, intorno all’ansia.

Fortunatamente i pazienti che ho incontrato si sono poi imbattuti in medici e\o amici che, esclusa qualsiasi causa organica o individuata e curata, hanno invitato le persone a rivolgersi a uno psicologo.

Ma lo psicologo poco può fare se non si attiva anche un lavoro attraverso il corpo. Molti dei pazienti, refrattari a qualsiasi tecnica di rilassamento proposta, li ho inviati presso un personal trainer, per intraprendere con lui un percorso centrato sul corpo e sulla sua riscoperta come fonte di benessere, attraverso due discipline sportive, il pilates e la ginnastica posturale.

Il Pilates, disciplina volta a stimolare il benessere, ha ripercussioni importanti sia sulla mente sia sull’organismo dell’individuo. Si dedica prevalentemente alla rieducazione della respirazione: questo rappresenta una grande risorsa negli stati d’ansia. Si lavora sull’uso corretto del diaframma che oltre ad apportare una migliore ossigenazione al cervello, stimolando aree fino allora quiescenti, controlla anche le nostre paure e angosce. Sappiamo che di fronte ad un pericolo c’è un aumento dell’ansia, e che questo corrisponde anche a un aumento della respirazione: controllare la respirazione significa trasformarla da un sintomo passivo ad uno strumento per aiutare lo scioglimento dell’ansia stessa.

E’ una pratica fisica e mentale che aiuta a sviluppare consapevolezza di se stessi, del corpo e della mente, ma in termini di sano e piacevole, di potenziale da sviluppare e non come gabbia da cui dover fuggire.

Joseph Pilates affermava che la forma fisica era il primo requisito per la felicità, pensando che mente e corpo non potevano essere separati nel raggiungimento dell’obiettivo del benessere, poiché si influenzano a vicenda.

L’altra disciplina, cui si sono avvicinati molti dei pazienti con una sintomatologia ansiosa, è la ginnastica posturale. Tra gli obiettivi della ginnastica posturale c’è quello di migliorare la percezione del corpo per poterlo usare al meglio.

Durante le mie ricerche bibliografiche spesso ho sentito definire la ginnastica posturale come una disciplina dolce, dove gli esercizi sono eseguiti ponendo l’attenzione a ogni singolo movimento e la respirazione deve mantenere un ritmo regolare e continuo, scandendo tempi e pause per immaginare il corpo come fonte di benessere. Considerando che per molti pazienti la sintomatologia ansiosa porta alla percezione del proprio corpo come una prigione, la disciplina in sé li aiuta a modificare, passando attraverso l’esperienza del sentire, il costrutto mentale distorto.

Cosa i pazienti si sono portati via da questa esperienza e che li aiuta nella quotidiana gestione dell’ansia?

Sicuramente l’esercizio nella “rieducazione alla respirazione”. In entrambe le discipline è fondamentale, ma questo insegnamento è ciò che poi può essere applicato negli stati d’ansia, di paura e di stress, quando la nostra respirazione diventa più ampia del normale e può essere letta come un segnale di pericolo imminente per la nostra incolumità. La gestione dell’ansia passa anche attraverso il controllo della respirazione: un lungo respiro ci permette di calmarci, di non entrare in confusione, di ridimensionare quanto sta accadendo e prendere una decisione.

Altro elemento importante è il cambio di costrutto mentale circa il proprio corpo: da malato a fonte di benessere e soddisfazione. Questo aspetto, trattato in psicoterapia, ha permesso ai soggetti di migliorare l’idea ma anche l’immagine di se stessi, nella dimensione relazionale. Chi soffre d’ansia ha la tendenza a chiudersi, a limitare il più possibile i rapporti sociali: questa è una delle conseguenze più difficili da vincere.

Un modello di riferimento e di azioni centrato sul paziente e sull’interdisciplinarietà, e la possibilità per i pazienti di riprendere una vita dove sono padroni di se stessi e del loro corpo, deve necessariamente prevedere una sinergia d’incontri, che ha come obiettivo alleviare la sofferenza e le paure e allo stesso tempo imparare tecniche fruibili per la gestione quotidiana dell’ansia.

 

Essere genitori in tempo di pandemia: come mantenere un ambiente sano e promuovere la resilienza

Paura, incertezza, distanziamento sociale, rinuncia alle proprie abitudini, per rallentare la diffusione di COVID-19, possono rendere difficile mantenere un atteggiamento di calma in famiglia. 

 

E’ però fondamentale, ora più che mai, per salvaguardare il benessere dei bambini e dei ragazzi, aiutarli a sentirsi al sicuro, validare le loro emozioni, gestire il loro comportamento con una disciplina positiva (AAP, 2020), controllare la propria reattività emotiva per evitare che normali discussioni diventino lotte di potere, o preoccupazioni diventino catastrofiche previsioni.

Bambini e ragazzi possono rispondere in maniera differente a situazioni di stress in base all’età e all’interazione tra fattori personali e ambientali. Tra le manifestazioni più frequenti che possiamo osservare, secondo The National Child Traumatic Stress Network (Tab.1), in questo periodo:

Covid 19 e famiglia come e possibile promuovere la resilienza nei bambini Tab 1

Tab. 1: Reazione a situazioni di stress in bambini e ragazzi

Cosa può fare un genitore per aiutare bambini e ragazzi a rispondere allo stress?

Non è possibile rendere esenti bambini e ragazzi dallo stress che la pandemia può favorire, così come non possiamo evitare loro gli alti e bassi della vita, i momenti di difficoltà, le perdite, i dolori che la vita inevitabilmente comporta, ma è possibile aiutarli ad acquisire competenze per far fronte, riprendersi dalle difficoltà ed essere preparati per le sfide future.

I genitori possono, infatti, promuovere nei figli la resilienza, la capacità di riuscire ad adattarsi alle avversità. Quando i bambini sono resilienti, sono più coraggiosi, più curiosi, più adattabili, più disponibili al mettersi in gioco (Gail Hornor, 2007); conoscono i loro limiti e si spingono per uscire dalla loro zona di comfort. Questo li aiuta, a lungo termine, a raggiungere i loro obiettivi e a risolvere i problemi in modo indipendente(Gail Hornor, 2007).

Cosa è la resilienza?

La capacità di riuscire ad adattarsi alle avversità. Non è una specifica abilità, ma è un costrutto dinamico e multidimensionale correlato all’interazione tra gli individui e i differenti ambienti nei quali si sperimentano (famiglia, pari, scuola, comunità e società) (APA, 2020). Negli ultimi vent’anni, tantissimi studi, hanno evidenziato come una buona relazione genitoriale sia uno dei fattori più importanti, insieme alle attitudini personali, per lo sviluppo di resilienza nei bambini e per fronteggiare gli effetti negativi dello stress quotidiano (APA,2020). Philip Fisher, professore di psicologia presso l’University of Oregon, che studia gli interventi nella prima infanzia per migliorare il funzionamento dei bambini provenienti da contesti svantaggiati, sottolinea come la presenza di un caregiver coerente e protettivo, specialmente quando si è in situazioni di stress, è il fattore che fa differenza nello sviluppo sano di un bambino (Kirsten Weir; 2017).

Come si può promuovere la resilienza?

Di seguito sono proposti alcuni suggerimenti per promuovere la resilienza nei bambini in famiglia:

  • Creare un ambiente strutturato e organizzato
  • Connettersi con i propri figli “esserci nel qui e nell’ora”
  • Parlare di emozioni in famiglia
  • Comunicare comprensione
  • Promuovere l’utilizzo di un linguaggio positivo e rispettoso
  • Promuovere il reciproco aiuto
  • Favorire e incentivare le relazioni sociali a distanza
  • Promuovere abilità pianificazione e di problem solving
  • Promuovere abilità di autocontrollo
  • Incoraggiare lo sviluppo di flessibilità cognitiva
  • Promuovere lo sviluppo di competenze /abilità
  • Offrire l’occasione di aiutare gli altri
  • Promuovere il gioco creativo e l’esercizio fisico
  • Coltivare l’ottimismo
  • Incoraggiare pratiche di mindufulness (consapevolezza)

Mantenere routine in famiglia (ora del pranzo, tempo per i device, giochi insieme, attività scolastiche, ora della cena e dell’addormentamento), fornire ascolto, supporto, dedicare del tempo speciale (in cui giocare insieme, leggere delle storie, svolgere attività insieme) parlare delle emozioni che si stanno sperimentando in questa eccezionale situazione, e ancora ridurre l’atteggiamento di critica (sei uno stupido! combini solo guai) a fronte di un linguaggio positivo e rispettoso (in questo esercizio c’e qualcosa che non va, riguardalo bene; presta attenzione quando versi l’acqua, eviterai di farla cadere) permette lo sviluppo di una relazione empatica e accogliente all’interno della quale i bambini e ragazzi si possono sentire al sicuro e possono beneficiare dei contatti a distanza (videochiamate, messaggi, telefonate) con parenti e amici.

Promuovere attività e giochi volti a favorire le abilità di autocontrollo, ingaggiarli nella soluzione di situazioni problematiche, senza offrire loro soluzioni, ma invitandoli a trovarle autonomamente, modellare strategie di problem solving (mostrare come sia necessario generare soluzioni alternative alla soluzioni di problemi), chiedere di pianificare, organizzare la giornata o un’attività, sono fattori che permettono di potenziare il funzionamento esecutivo, localizzato nella corteccia pre-frontale, la cui attivazione in situazioni di stress ha il potere di calmare l’amigdala (centro delle emozioni), che è il punto dove ha inizio la risposta fisiologica allo stress.

Rinforzare la partecipazione alle routine familiari, comprese le faccende domestiche, il sostegno ai fratelli più piccoli, o a chi ne ha bisogno in famiglia o a distanza tra gli amici, parenti, compagni; Promuovere lo sviluppo di punti di forza, valorizzando le aree di competenza (sport, musica, attività scolastiche, giochi, creatività), al fine di favorire lo sviluppo di una mentalità flessibile orientata all’idea di miglioramento possibile e non fissa, guidata dal pensiero dicotomico: sono intelligente versus non sono intelligente.

Dedicare del tempo ad attività sportive in casa (sfruttando la tecnologia), e dall’inizio della fase due anche fuori casa (rispettando le regole del distanziamento sociale), proporre attività e giochi creativi, far respirare in famiglia un clima positivo, mostrando la capacità di affrontare con ottimismo una situazione di difficoltà; incoraggiare pratiche di mindfulness, definita da Jon Kabat Zinn la consapevolezza che emerge prestando attenzione, in modo non giudicante, allo scorrere dell’esperienza nel presente, momento dopo momento (Kabat Zinn, 1990); chiedere ai bambini di concentrarsi ad esempio su ciò che possono vedere, sentire, annusare, toccare e persino gustare in quel momento, imparare a connettersi su ciò che sta accadendo nel qui e nell’ora piuttosto che pensare al futuro, imparare a stare con le emozioni percepite come spiacevoli. Ognuno di questi aspetti, come dimostrato da centinaia di studi, contribuisce alla riduzione dello stress (American Accademy, 2016; Mascaro 2016; Tarrasch; 2018) e aiuta i bambini a districarsi di fronte a situazioni stressanti senza mai perdere il timone.

Non è semplice promuovere la resilienza in questa attuale situazione di Pandemia, modificare il proprio modo di rispondere alle situazioni di stress; riconoscere le opportunità dietro questa grande sfida può essere una strategia vincente. I bambini hanno straordinarie capacità di rispondere a situazione di difficoltà, ma hanno bisogno di sapere e di esperire che c’è un adulto nella loro vita che crede in loro, li ama incondizionatamente ed è al loro fianco nel fronteggiare le sfide della vita.

 

Disturbo dello spettro autistico e atipie motorie

Accanto ai sintomi socio-comunicativi e alla presenza di comportamenti ed interessi ripetitivi e ristretti, il disturbo dello spettro autistico (ASD) sembra essere caratterizzato da una motricità con connotazioni atipiche.

 

Circa l’80% dei bambini con ASD infatti presenta difficoltà motorie di varia natura, con un impatto significativo sulla qualità di vita e lo sviluppo sociale. E’ evidente un ritardo nell’acquisizione delle prime tappe dello sviluppo motorio (posizione eretta, seduta, in piedi, camminare) e una goffaggine nelle acquisizioni di motricità fine e nella coordinazione motoria (prendere, infilare, tenere un oggetto, incastrare). Tra le difficoltà grosso-motorie che sembrano evidenti già entro il secondo anno di vita, osserviamo l’asimmetria posturale e la deambulazione atipica che talvolta si riflette in un’anomalia del pattern tacco-punta o in un’andatura “a papera” (Esposito, G. e Venuti, P., 2008). Lievi atipie nel cammino (minor forza applicata a livello della caviglia e diversa postura dell’anca e del bacino durante il passo) sono state riscontrate anche da uno studio recente dell’IRCCS Medea di Bosisio Parini condotto tramite il GRAIL, una piattaforma che integra un sistema di analisi del movimento e del cammino su tapis roulant e un sistema di realtà virtuale (Biffi et al., 2018).

Tra le difficoltà fino-motorie i bambini con ASD mostrano maggiori difficoltà nei compiti che richiedono una coordinazione occhio-mano (ad esempio in compiti di lancio e recupero di una palla o nella manipolazione di perline da infilare in sequenza).

La precocità di comparsa delle anomalie motorie già nei primi mesi di vita ha indotto numerosi ricercatori ad ipotizzare che esse possano essere dei marcatori importanti di una possibile diagnosi di ASD. Ad esempio, già entro il primo anno di età è possibile osservare un ritardo nell’acquisizione delle prime tappe motorie dello sviluppo, come la conquista del controllo posturale (Fournier et al., 2010; Esposito, G. e Pasca, S.P., 2013; Nickel et al., 2013) in soggetti che riceveranno successivamente una diagnosi di ASD. In particolare una ricerca di Nickel et al. (2013) ha indagato lo sviluppo posturale di bambini ad alto e a basso rischio biologico di ASD attraverso videoregistrazioni di attività quotidiane e di gioco a 6,9,12 e 14 mesi. Dallo studio emerge che mentre per i bambini a rischio ASD il repertorio posturale migliora con l’avanzare dell’età, quindi le posture più basilari vanno via via scomparendo lasciando il posto a quelle più avanzate (seduta non sostenuta o posizione eretta), per i bambini con successiva diagnosi di ASD si osserva un ritardo nell’acquisizione di tutte le posture indagate (posizione eretta, seduta, in piedi, camminare), repertori di posture più ristretti e, dai 9 mesi in poi, trascorrono più tempo in posture meno avanzate (sdraiato, seduto). Rimandano quindi a una traiettoria evolutiva unica che non segue un andamento parallelo a quello osservato negli altri bambini.

Poiché i progressi posturali permettono ai bambini di interagire con oggetti e persone in modo nuovo e più sofisticato, ritardi nello sviluppo posturale potrebbero avere effetti a cascata non solo sulle abilità motorie ma anche in altri domini compresa l’esplorazione degli oggetti, la vocalizzazione e il comportamento sociale e comunicativo, limitando le opportunità di esplorazione e di apprendimento.

È possibile concludere che un monitoraggio precoce delle competenze motorie possa consentire di individuare l’eventuale presenza di traiettorie di sviluppo atipico e di poter lavorare sulle stesse attraverso programmi riabilitativi motori specifici.

COVID-19: al di là della paura

In questi giorni segnati dall’emergenza Covid-19 si può scorgere l’invito alla scoperta di un senso nuovo di comunità, di apertura all’altro integrando il valore dell’autorealizzazione, che ha dominato finora la società post-moderna fondata sull’utilitarismo, con quella che Frankl definisce autotrascendenza: realizzarsi nella relazione e per il bene comune.

 

Una grande paura
soverchiante
uccide il virus
della libertà
l’emergenza
martellante
di cui ci cibano
non deve renderci schiavi
-ciò che non si può vedere

Già in altri articoli su questo giornale si era parlato della paura; mai come oggi, in questa situazione di emergenza, questa emozione domina i vissuti emotivi di tutti noi.

La paura, come tutte le emozioni ha una natura adattiva, rende vigile l’individuo e lo aiuta nella preparazione di strategie per mettere in salvo la propria vita, intesa sia a livello corporeo che psichica. Il nostro corpo in una situazione di pericolo produce un ormone specifico, l’adrenalina, che induce cambiamenti a livello fisiologico, preparandoci a reazioni di fuga o di immobilità (freezing). Modelli neurobiologici, tra cui quello di Siegel e Ledoux, mettono in evidenza come dinnanzi a uno stimolo spaventoso il sistema limbico si attivi e, con lui, i processi inferiori di elaborazione che generano reazioni impulsive, rigide e ripetute; la corteccia prefrontale, connessa a una modalità superiore di elaborazione, resta invece inibita. Per modalità superiori di elaborazione di intende processi razionali come la capacità di riflessione e autoconsapevolezza. Nella concezione di Maclean, che vede il cervello come tripartito, “cervello trino”, esso sarebbe diviso in tre parti:

  • la corteccia prefrontale, connessa al linguaggio verbale e analitico;
  • il sistema limbico, strettamente connesso alla sfera emotiva;
  • tronco encefalico, la parte più ancestrale della mente, sede degli impulsi e delle sensazioni, detto cervello rettiliano.

La regione limbica, situata nella parte centrale del cervello, comprende:

  • l’amigdala, una struttura a forma di mandorla, dalla cui forma deriva il suo nome, coinvolta nei processi di valutazione di significati, nell’elaborazione dei segnali e nell’attivazione delle emozioni. L’amigdala svolge un ruolo fondamentale nel controllo di specifiche reazioni emotive, nello specifico la rabbia e la paura;
  • l’ippocampo, una struttura a forma di cavalluccio marino, che svolge un ruolo molto importante per quanto riguarda la memoria e il richiamo di eventi autobiografici.

Queste due strutture cerebrali coordinano gli imput provenienti dalle regioni corticali superiori con informazioni provenienti dal tronco cerebrale e il resto del corpo.

L’area limbica si è sviluppata nel corso dell’evoluzione dei mammiferi ed ha reso possibili operazioni più complesse rispetto a quelle connesse al tronco encefalico che si trova alla base del cranio che ha la funzione di mediare l’attivazione fisiologica e la vigilanza oltre allo stato fisiologico corporeo; inoltre quest’area ancestrale comprende neuroni che attivano reazioni di attacco-fuga-congelamento volti alla sopravvivenza.

L’area limbica contribuisce alla costruzione di stati emotivi, come la rabbia, la paura, la tristezza, riunendo gli imput sensoriali provenienti dal tronco encefalico. Inoltre il sistema limbico valuta il significato degli stimoli ed essa influenza l’orientamento dell’attenzione. L’area limbica dunque può essere definita una sorta di ponte tra il tronco cerebrale, più primitivo, e la corteccia cerebrale, legata a processi razionali. Ogni area cerebrale ha la sua funzione e solo attraverso il dialogo di queste tre specifiche aree si può raggiungere un’integrazione a livello cerebrale e dunque valutare, scegliere ed agire in modo adattivo in base al contesto nel quale ci si trova. La corteccia cerebrale, o neocorteccia, è la parte più esterna degli emisferi cerebrali e svolge funzioni di elevata complessità come: mediare funzioni di elaborazione delle informazioni, coordinare diversi processi come l’attenzione e il collegamento fra pensiero ed emozione.

Nella situazione di crisi che questa emergenza globale ci impone di affrontare è bene soffermarsi brevemente anche sul concetto di stress, strettamente connesso alla paura. Per stress si intende il vissuto di condizioni sia interne che esterne che portano gli esseri umani ad allontanarsi da uno stato di equilibrio. Alcuni tipi di stress sono definiti positivi, eu-stress, e favoriscono un funzionamento ottimale. Altri tipi di stress, soprattutto se protratti nel tempo, risultano essere nocivi anche a livello biologico causando degli squilibri nella secrezione del cortisolo, chiamato ormone dello stress, che serve per modificare il metabolismo in maniera adattiva. Una situazione di stress e di paura a lungo termine può rendere maggiormente difficili i processi di elaborazione delle informazioni di tipo top-down, un’elaborazine integrale cognitiva, emotiva e sensomotoria che ha origine nella corteccia cerebrale, lasciando spazio a un tipo di elaborazione bottom-up, legata a parti più antiche del cervello, dove i lobi frontali sono inibiti, così come l’ippocampo, e si vive in una situazione di allarme costante. Il pericolo coronavirus può facilitare l’inibizione di processi superiori, come la consapevolezza, la gestione dei vissuti emotivi e la capacità di riflessione, lasciando spazio a processi e reazioni irrazionali, dove l’esame di realtà può essere profondamente alterato. Bisogna porre attenzione alle reazioni irrazionali di attacco-fuga e congelamento che sperimentiamo in questo stato di allarme e notare quanto esse siano adattive. Queste reazioni sono attivate dal tronco cerebrale in presenza di una minaccia e servono per la sopravvivenza, ma come detto in precedenza, occorre mediare, attraverso l’utilizzo di aree cerebrali superiori, e riflettere sugli stati emotivi per una loro gestione più efficace. In questo specifico stato di emergenza sembra che abbia inizialmente dominato la reazione di difensiva dell’attacco, basti pensare agli assalti, a volte anche brutali, dei supermercati e l’iniziale colpa della diffusione del virus allo “straniero”. Questo tipo di difesa primitiva, fortunatamente, si è mostrata, in poco tempo, non funzionale e immotivata, e si è passati a un tipo di difesa maggiormente adattiva: la fuga. Come si fugge da un pericolo invisibile, chiusi nelle proprie case? Continuando ad agire e mostrandosi intoccabili alla paura e al dolore. Il secondo periodo è stato caratterizzato da un iper adattamento alla quarantena, con un’esplosione sui social di tutorial e tecniche per organizzare al meglio il proprio tempo, per fuggire dalla paura e stati emotivi negativi. Ha dominato in questo secondo tempo l’homo felix e l’homo faber, che tanto fa gola a quello che Lacan definirebbe il “discorso del capitalista” e all’economia globale. Anche nell’emergenza, forse a maggior ragione, ci siamo concessi poco tempo e poco spazio per coltivare l’interioritá, riflettere e interrogarci. La fuga dalla paura ci ha fatto scappare da noi stessi attraverso qualsiasi tipo di attività e ci ha permesso di restare, seppure a distanza, seppure nelle nostre case, dei “turboconsumatori” di fake news, di cibo, di tempo. Questa ultima fase della quarantena, forse la più critica, e le successive saranno probabilmente maggiormente caratterizzate da quello che viene definito “freezing”, immobilizzazione, meccanismo difensivo contro tendenza nell’epoca contemporanea, in cui anche una crisi mondiale, sia economica che sociale, paragonabile a quella generata da una vera e propria guerra, è estremamente “fast”, per dirlo con un termine maggiormente evocativo, sia nella genesi che nella sua evoluzione.

Le reazioni difensive di immobilizzazione sono tra le più antiche e sono associate alla totale passività, lo svenimento o la morte apparente. Ovviamente questo meccanismo di difesa, così come gli altri sopra descritti, risulta essere funzionale dinnanzi al pericolo ma inizia a diventare un ostacolo qualora estremamente rigido, non flessibile e pervasivo. La fase che ci aspetta, di un parziale riapertura, ci invita ad aprirci a noi stessi, a cercare di renderci consapevoli dell’emergenza che stiamo vivendo sia come singoli che come tessuto sociale. Anche in questo caso, come in tutte le situazioni drammatiche e che lacerano il senso di continuità dell’esistenza, vi è l’occasione di cogliere una domanda di senso. Abbiamo parlato fino ad ora della dimensione biologica, tipicamente animale, e quella psicologica e sociale nella crisi, ma c’è nella persona un livello spirituale, o noetico, che ha a che fare con la capacità, propria solo all’essere umano, di autotrascendenza, di andare oltre la paura dopo esservi entrati in contatto e di dar un senso soggettivo, personale ma anche collettivo. Nonostante i condizionamenti biologici ai quali ci siamo riferiti inizialmente, l’uomo resta ultimamente libero e responsabile delle sue azioni in qualsiasi situazione. Seppure sottoposto a numerose influenze, l’individuo può scegliere, anche nella situazione più critica, in quanto quest’ultima non lo determina. Durante questa quarantena forzata, sposando la prospettiva frankliana, gli individui hanno messo in campo valori creativi che permettono la realizzazione dell’essere umano attraverso lo svolgimento di attività concrete, facendo riferimento a ciò che l’essere umano produce: qualsiasi tipo di ricetta, video tutorial, giochi alternativi per i bambini, ecc… Vi è anche un altro modo di realizzarsi attraverso quelli che vengono definiti valori esperienziali. L’individuo, in questo caso, si realizza nel ricevere ciò che il mondo gli offre come la relazione con gli altri o un momento di relax, momenti che nella frenesia della quotidianità tendevano ad essere trascurati o limitati. L’ultimo tipo di valori descritto da Frankl fa riferimento proprio alle situazioni limite, come quella che stiamo vivendo, e sono i valori di atteggiamento. L’uomo, facendo riferimento a questa categoria valoriale, resta libero di scegliere il proprio atteggiamento dinnanzi alla realtà, critica o devastante che sia; per fare ciò l’essere umano utilizza: l’autodistanziamento, quindi prendere le distanze da uno specifico evento, oggettivandolo, imparando a gestirlo al meglio e cogliere un significato più profondo, e l’umorismo, che consiste nel cercare il meglio anche in situazioni ineluttabili.

Per Frankl ogni essere umano è caratterizzato dalla “forza di resistenza dello spirito”, la forza di far fronte ad eventi estremamente stressanti e di cogliere in essi un’opportunità di crescita.

Dinnanzi alla “tragica triade” dell’esistenza umana (morte, sofferenza e colpa), l’essere umano ha l’opportunità di scoprire un nuovo senso e nuovi orizzonti di crescita.

In questi giorni si può scorgere l’invito alla scoperta di un senso nuovo di comunità, di apertura all’altro, integrando il valore dell’autorealizzazione, che ha dominato finora la società post-moderna fondata sull’utilitarismo, con quella che Frankl definisce autotrascendenza: realizzarsi nella relazione e per il bene comune.

Il COVID-19, nelle sue drammatiche ripercussioni, può essere l’occasione per spingerci ad essere ricercatori di un mondo nuovo interiore ed esteriore e allo stesso tempo un modo nuovo di stare nel mondo. Lo stesso modo di vivere la quarantena mostra una sorta di evoluzione, dall’essere affamati dell’approvantion-seeking, mostrando agli altri e a noi stessi le nostre moltissime passioni, hobby, ricette impeccabili per fare qualsiasi cosa, alla sensation seeking, quindi la ricerca di emozioni forti e la ricerca del piacere che purtroppo è stata frustrata, se non fosse per l’uso massiccio dei social, il consumo (forse lo spreco) di una grande quantità di cibo e l’adrenalina suscitata dallo shopping online sfrenato. Questo momento storico, che ci mette in contatto con l’inautenticitá di molte cose delle quali ci siamo circondati, ci invita a guardare invece al sense-seeking, a diventare ricercatori di senso; l’impatto traumatico del dolore e dell’emergenza nella nostra vita ha messo in crisi, mettendo in luce la sua inconsistenza, il comandamento dei nostri giorni “Godi, divertiti a tutti i costi”, dove non vi era posto per la sofferenza e la sua dimensione introspettiva. Il dolore che proviamo oggi come singoli, come comunità, come popolo, questa volta davvero nel profondo globalizzato, è un’occasione di riscoperta. Il successo e il fallimento sui quali, come su una fune tesa, si muoveva vacillante ma con atteggiamento fintamente spavaldo l’homo sapiens, descritto da Frankl, non vengono più ritenuti fondamentali, di primaria importanza. Ci cogliamo come esseri che stanno soffrendo, come quello che lo stesso autore descrive come homo patients, che si muove su un asse verticale, richiamando l’idea di trascendenza, tra disperazione e realizzazione. Queste dimensioni non sono legate ad oggetti o ad obiettivi materiali, a differenza del successo e del fallimento, ma piuttosto all’atteggiamento che si sceglie di avere. Dunque cogliere il dolore e la sofferenza che stiamo sperimentando per renderli un’opportunitá nuova. Alla fine della quarantena e di questa pandemia la domanda che ci porremo non sarà solo “Cosa ho imparato a fare di nuovo?”, ma anche “Cosa ho imparato di nuovo su di me, sugli altri, sul mondo che mi circonda? Come può arricchire questa nuova consapevolezza la mia vita?”.

Pensando a come la terapia della Gestalt approccia ai sogni mi sembra significativo calare alcune tecniche e sfumature nella situazione attuale. Si invita l’individuo a raccontare al presente il sogno, nel nostro caso un incubo, si cerca di stimolare il contatto con le emozioni che si sperimentano nel qui ed ora fino ad arrivare a una sorta di chiusura del lavoro sul sogno, dove solitamente si chiede: “quale messaggio esistenziale credi ti stia comunicando questo incubo? Cosa voleva dirti e cosa ti porti da questa esperienza?”. Queste sono le domande che ci si presentano in questo momento, come esseri umani e come collettività, questa la nostra sfida oggi: capire il senso e il significato profondo di questa emergenza oltre la paura e a quali nuovi orizzonti di senso potrebbe aprirci.

Se il mondo ti crolla addosso. Imparare a veleggiare tra le ondate della vita. (2012) di Russ Harris. Edizione italiana a cura di Giovanbattista Presti

A volte siamo chiamati ad agire, reagire e resistere di fronte ad urti importanti della vita, ma il vero problema, suggerisce l’autore di Se il mondo ti crolla addosso, sarebbe quello di rinunciare a lottare e reagire per ciò che conta veramente per noi, seppur accompagnati dal dolore, dalla rabbia o dalla paura.

 

“Non c’è nulla di buono o di cattivo, è il pensiero che lo rende tale”, così recitava una celebre frase di William Shakespeare che riprende Russ Harris all’interno di Se il mondo ti crolla addosso, ma l’autore ci ricorda che non tutto può essere migliorato, gestito e curato attraverso l’uso esclusivo della ragione ma che bisogna “imparare a veleggiare tra le ondate della vita” e delle emozioni senza lasciarsi travolgere, imparando a gettare l’ancora quando serve.

Il testo infatti si propone come un manuale di auto-aiuto, che offre al lettore interessato, validi spunti e suggerimenti per lavorare in tal senso.

Russ Harris, medico e psicoterapeuta, autore di diverse pubblicazioni e testi tradotti anche in italiano come La trappola della felicita. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere e Se il mondo ti crolla addosso, consente al lettore un lavoro interiore attraverso i principi dell’ACT (Acceptance and Commitment Therapy).

All’interno di Se il mondo ti crolla addosso, il focus viene posto sulla “sberla” o divario che in maniera più o meno grave possiamo sperimentare tra la realtà immaginata che vorremmo avere e quella con la quale ci troviamo a fare i conti e che a volte può essere esasperatamente diversa ed inaspettata (crisi, perdite, malattie…).

Non mancano le aperture dell’autore e riferimenti ad aspetti intimi della propria vita che sicuramente impreziosiscono il testo e coinvolgono emotivamente ancor di più il lettore.

Attraverso un linguaggio semplice ma che non trascura nulla, Russ Harris nei vari capitoli spiega la natura di certe reazioni emotive, qualunque esse siano (rabbia, tristezza, paura…) o di pensieri e attraverso i principi dell’ACT, spiega come procedere in questo lavoro personale che ognuno di noi è chiamato a portare avanti.

Gentilezza verso se stessi, “gettare l’ancora” quando ci troviamo in un mare in tempesta, prendere un posizione ed un ruolo attivo rispetto a ciò che accade e che spesso non dipende da noi ma, ci porta a riflettere l’autore, a noi spetta la scelta di continuare a struggerci e distruggerci ad esempio all’interno delle nostre emozioni, evitamenti e pensieri catastrofici, peggiorando il problema, o agire e re-agire in modo funzionale.

Connessione, defusione, espansione ed azione consapevole in sintonia con i propri valori, sono concetti chiave all’interno dell’ACT ed anche all’interno del testo, che offre una serie di esercizi pratici e schede che consentono di mettersi sin da subito in gioco.

Infatti è anche quest’ultimo aspetto sul quale sembra puntare l’autore, ossia il fare, l’azione; spiega infatti che seppur siamo abituati a sentire “è il pensiero che conta”, ciò che crea la realtà in cui viviamo sono le nostre azioni, azioni che devono essere orientate dai nostri valori, ossia da ciò che conta veramente per noi.

Ed a volte siamo chiamati ad agire, reagire e resistere di fronte ad urti importanti della vita, ma il vero problema, suggerisce l’autore, sarebbe quello di rinunciare a lottare, reagire, per ciò che conta veramente per noi, seppur accompagnati dal dolore, dalla rabbia o dalla paura.

Rispetto a ciò l’autore ci suggerisce la sua formula della resilienza da applicare di fronte ad una possibile situazione problematica: cambia ciò che può essere cambiato, accetta quello che non può essere cambiato e vivi secondo i tuoi valori.

Ma quali valori? Anche rispetto a ciò Russ Harris, offre delle linee guida per riuscire ognuno nel proprio intimo a trovare i propri.

Ma dobbiamo anche riuscire a porci degli obiettivi che, anche in questo caso, vanno sviluppati secondo una struttura suggerita all’interno del testo reperibile nell’Appendice, in quanto i principi dell’ACT, va sottolineato, non sono autoreferenziali, ma supportati da una validità empirica.

Non mancano riferimenti alla mindfulness e relativi esercizi elaborati e suggeriti dall’autore ispirati ad essa.

Un invito dunque a prendere la giusta distanza dai nostri contenuti mentali e reazioni emotive, riconoscendoli come nostri ma senza identificarsi con questi, rimanendo nel presente, disposti ad accettare ciò che non può essere cambiato ed agire verso la direzione che vorremmo prendesse la nostra vita, in modo consapevole e funzionale, attraverso una flessibilità psicologia che consenta un migliore adattamento rispetto alle situazioni nelle quali ci possiamo trovare.

Un invito che può essere utile tanto ai non addetti ai lavori quanto al professionista che lavora per la promozione del benessere psicologico.

 

Masturbazione femminile: ne parliamo?

Il presente studio ha rivelato che la masturbazione non è una prerogativa delle donne single: il 13% delle donne in coppia e il 15% delle donne single si masturbano una volta a settimana, con un picco nelle giovani coppie.

 

Per molto tempo, la pratica della masturbazione femminile è stata considerata un tabù; nonostante, ad oggi, vi sia un maggior accesso da parte delle donne al materiale pornografico online o agli oggetti sessuali, come ad esempio i sex-toys, la masturbazione è ancora lontana dal diventare una componente abituale del repertorio sessuale femminile, al pari degli uomini.

La presente indagine è stata condotta mediante un questionario online, con un campione di 913 donne francesi di età compresa tra i 18 e i 69 anni. I suoi obiettivi sono stati quelli di descrivere e spiegare la crescente diffusione della masturbazione tra le donne francesi, e di fornire un aggiornamento sulla questione dell’accettabilità di tale pratica tra la popolazione femminile, in un’epoca in cui le norme culturali in materia sembrano essersi evolute. Nello specifico, i nuovi dati, raccolti attraverso l’IFOP (Istituto Francese d’Opinione Pubblica), sono stati confrontati con quelli risalenti a indagini precedenti sulla sessualità, condotti in Francia.

Dai risultati emerge che il comportamento di masturbazione femminile è molto più vicino a quello degli uomini di quanto non lo fosse prima. Essa infatti pare essere un’attività in fortissima crescita. Secondo i dati, nel 2017, tre donne su quattro (74%) ammettono di essersi masturbate nel corso della loro vita, contro il 60% nel 2006 (CSF), il 42% nel 1992 (ACSF) e appena il 19% nel 1970 (Rapporto Simon). Tuttavia, resta comunque una pratica più diffusa tra gli uomini (95%), oltre che ad essere una pratica molto più occasionale per le donne: soltanto il 14% delle donne ha dichiarato di masturbarsi almeno una volta a settimana, contro il 50% degli uomini.

Le indagini precedentemente citate hanno evidenziato le difficoltà delle donne nell’accettare tale forma di piacere, puramente individuale, poiché non rientra nel contesto socialmente accettabile della relazione di coppia. Alfred Spira ha, a questo proposito, messo in luce la quasi impossibilità, per le donne del tempo, di accogliere l’esistenza di una forma di sessualità in cui il piacere è ottenuto in solitaria (Spira & Bajos, 1993). Anche Béjin (1993) vedeva, da un lato, tracce di un residuo del tradizionale pudore femminile, dall’altro il riflesso di una pratica ancora associata all’idea della solitudine. Pertanto, non richiedendo l’attaccamento a un partner, masturbarsi significava confermare la teoria di non essere attraenti. Più recentemente sono stati messi in risalto gli effetti di una eccessiva “romanticizzazione” della sessualità femminile, che impedirebbe alle donne di associare, in maniera spontanea, piacere e sessualità, oltre a considerare il loro piacere in modo indipendente dalla figura del partner (Legouge, 2016). Tuttavia, l’incremento di tale tendenza, secondo Bozon (2008), è dovuto al fatto che la masturbazione è diventata una pratica “socialmente più legittima”. Ciò rifletterebbe un cambiamento di percezione della masturbazione all’interno di una popolazione femminile che fino ad oggi la vedeva come un “triste sostituto” del rapporto sessuale di coppia, e che al contempo vedeva il partner “l’unico depositario del proprio piacere” (Legouge, 2008). I suddetti cambiamenti si riflettono anche nella sfera mediatica e musicale, ad esempio artiste come Miley Cyrus (Adore You), Lady Gaga (Sexxx Dreams), Hailee Steinfeld (Love Myself) rivendicano nelle loro canzoni questa pratica da una prospettiva femminista, mentre le produzioni cinematografiche, come ad esempio “Black Swan” (2011), “The To – Do List” (2013), o le serie Tv americane come “Orange is the New Black”, hanno moltiplicato le scene relative alla masturbazione femminile, promuovendone la “normalizzazione”. Inoltre, è anche significativamente aumentato il numero di donne che accedono ai siti web pornografici, dal 4% nel 2006 (CSF) al 43% nel 2015 (Indagine IFOP –Porngig/Novembre 2015), e che leggono libri sull’autoerotismo, dal 57% delle donne nel 2012 al 67% a gennaio 2015 (sondaggio IFOP – Femme Actuelle, 2015). Infine, nel 2017 quasi una donna francese su due (49%) ammette di aver utilizzato un sex – toy, contro il 37% nel 2012 e appena il 9% nel 2007.

Il presente studio ha, inoltre, rivelato che la masturbazione non è una prerogativa delle donne single: il 13% delle donne in coppia e il 15% delle donne single si masturbano una volta a settimana, con un picco nelle giovani coppie. Solitamente le donne implicate in una relazione sentimentale che tendono comunque a masturbarsi hanno un profilo specifico: sono più abbienti, hanno un livello più elevato di istruzione, rivestono posizioni lavorative che richiedono maggiori responsabilità. Una possibile spiegazione potrebbe essere dovuta al fatto che si tratta di donne intraprendenti, capaci di assumere il controllo nella loro vita professionale così come in quella privata e sessuale. Da un lato, il fatto che tra le donne single che ricorrono alla masturbazione vi è una percentuale più alta in coloro che hanno una vita sessuale insoddisfacente (19%) rispetto a coloro che sono molto soddisfatte (10%), può suggerire che masturbarsi sia una pratica tipica di chi ha una vita sessuale fallimentare. D’altro lato però il fatto che vi sia il 18% delle donne in coppia con una vita sessuale intensa (almeno 3 volte a settimana) che ricorre alla masturbazione, suggerisce che vi siano ulteriori motivazioni alla base, fra cui l’inadeguatezza e la mancanza di efficacia dei rapporti coniugali, o più in generale quando vi è scarsa soddisfazione relativamente alla qualità o alla frequenza. Ciò sta a sottolineare che la masturbazione non è assolutamente svincolata da una vita sessuale abbondante in una coppia.

Infine, la masturbazione sembra essere più accettabile, da un punto di vista sociale, se si tratta di donne single; in caso contrario, verrebbe interpretata come la manifestazione di problemi. Infatti, per il 45% delle donne implicate in una relazione, la masturbazione resta un tabù perché temono che questo comportamento venga interpretato come segno dell’incapacità del proprio partner di soddisfare le loro esigenze.

Possiamo concludere che, sebbene la masturbazione femminile sia, ad oggi, più ampiamente accettata e riconosciuta, siamo ancora lontani dalla sua inclusione all’interno di un repertorio sessuale tipico della donna, o quantomeno facile da ammettere con i propri partner. Pertanto, la menzione di questa forma di piacere individuale continua ad essere un ostacolo, soprattutto all’interno di una relazione, in cui ciò che non viene detto appesantisce il significato di questa pratica.

ATTenzione alla vibrazione! Un’applicazione dell’Attention Training Technique all’uso delle nuove tecnologie

Il progetto “Shift Focus and Be Positive” era orientato a offrire agli adolescenti “strumenti” utili per l’uso corretto di Internet e delle nuove tecnologie, con particolare riferimento alla gestione positiva delle situazioni potenzialmente stressanti.

Claudia Marino – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Mestre

 

È sempre più frequente sentir dire che “gli adolescenti stanno male perché sono sempre connessi” o che “i ragazzi di oggi sono distratti perché hanno sempre il telefono in mano”. È conseguentemente frequente anche la richiesta di insegnanti e genitori di aiutare i ragazzi a “spegnere il telefono almeno mentre studiano” perché “come fanno a concentrarsi se lo smartphone vibra di continuo?”. In linea con le preoccupazioni della società rispetto all’effetto delle nuove tecnologie, è stato recentemente dimostrato che l’uso problematico di Internet, dello smartphone e tutte le sue applicazioni può portare a conseguenze negative per la salute dei giovani (es, Liang & Leung, 2018; Marino, Gini, Vieno, & Spada, 2018). Difficoltà ad addormentarsi, ansia, depressione, solitudine, bassi livelli di successo accademico sono solo alcune di queste. Concretamente, il disagio sperimentato online potrebbe essere ricondotto ad eventi quotidiani della vita online dei ragazzi, come non ricevere reazioni (ad esempio in termini di like e condivisioni) ai propri post e foto caricate sui social oppure ricevere messaggi spiacevoli oppure anche sentirsi stressati dalla quantità di messaggi ricevuti e dalla pressione a dover rispondere subito a tutti (es., Marino, Finos, Vieno, Lenzi, & Spada, 2017) oppure la Fear Of Missing Out (FOMO, cioè la paura di essere esclusi da eventi importanti; Fuster, Chamarro, & Oberst, 2017) e phubbing (cioè, guardare lo smartphone durante un’interazione interpersonale; Chotpitayasunondh & Douglas, 2016). In questo senso, è stato anche dimostrato che l’uso problematico delle tecnologie, in termini di perdita di controllo del tempo speso online e compromissione della vita scolastica e amicale, ha a che fare con la difficoltà nell’auto-regolazione da un punto di vista emotivo, cognitivo e comportamentale (es., Caplan, 2010). Sembrerebbe, per esempio, che persone con alti livelli di uso problematico di Internet tendano a ruminare e rimuginare di più rispetto ai “non problematici” (Şenormanci et al., 2013) come strategia per far fronte agli eventi negativi online; tuttavia queste strategie contribuiscono ad aumentare i loro livelli di ansia e depressione (Wang et al., 2018).

Allora, cosa possiamo fare con gli adolescenti per prevenire l’uso problematico di Internet?

Spada e Marino (2017) hanno recentemente suggerito la potenziale utilità di interventi di prevenzione che mirino a modificare le credenze che i ragazzi hanno sui loro stessi pensieri e sulla loro flessibilità attentiva. Infatti, secondo la teoria metacognitiva (Wells, 2009), la Cognitive Attentional Syndrome (CAS) è un particolare stile di pensiero che gioca un ruolo fondamentale nei disturbi psicologici, compresi i comportamenti a rischio come l’uso problematico di Internet (Spada et al, 2008). La CAS si riferisce a uno stile di pensiero perseverante che si manifesta in forma di rimuginio, ruminazione, attenzione focalizzata sulla fonte della minaccia e comportamenti di coping maladattivi che impediscono un’efficacie auto-regolazione di emozioni e pensieri (si veda per esempio, Fisher & Wells, 2009). Nel contesto specifico dell’uso di Internet, la presenza di alcune meta-cognizioni può attivare delle strategie di coping maladattive come il rimuginio e la ruminazione; a loro volta, esse facilitano l’uso di Internet come mezzo preferenziale di auto-regolazione emotiva e cognitiva favorendo, quindi, un uso disregolato e problematico delle tecnologie (Spada & Marino, 2017; Marino, Vieno, Moss, Caselli, Nikčević, & Spada, 2016). Inoltre, sembra che questi stili di pensiero si consolidino proprio durante i primi anni dell’adolescenza (es., Bacow, Pincus, Ehrenreich, & Brody, 2009), così come in adolescenza l’uso problematico di Internet inizia a manifestarsi come problema.

In quest’ottica, abbiamo costruito ed implementato un progetto pilota di prevenzione per adolescenti che aveva lo scopo di aumentare la consapevolezza dei ragazzi rispetto alle loro capacità attentive, di esercitarsi nello spostamento dell’attenzione dagli effetti dei trigger “tecnologici” attraverso l’Attention Training Technique (ATT) per ridurre l’impatto della CAS e di sperimentare tecniche basate sul problem solving in sostituzione a quelle basate su stili di pensiero perseveranti per affrontare le situazioni difficili online.

Il progetto “Shift Focus and Be Positive”

Il progetto è stato costruito da alcuni ricercatori e collaboratori del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università di Padova in collaborazione con la London South Bank University e ha previsto la partecipazione di ogni classe (prime, seconde e terze della scuola secondaria di secondo grado) a due incontri da circa due ore ciascuno, a cadenza settimanale e in presenza delle insegnanti referenti per il progetto. Gli incontri sono stati caratterizzati da un alto grado di interattività, spesso associata ad una maggiore efficacia degli interventi di prevenzione con gli adolescenti.

Il progetto era orientato a offrire agli adolescenti “strumenti” utili per l’uso corretto di Internet e delle nuove tecnologie, con particolare riferimento alla gestione positiva delle situazioni potenzialmente stressanti che avvengono online (per esempio, venire esclusi da un gruppo Whatsapp, vedere che i propri “amici” pubblicano su Facebook o Instagram foto di eventi ai quali non si è stati invitati, ricevere un numero eccessivo di messaggi da un compagno troppo insistente, non ricevere abbastanza “like” ad una foto, sentirsi “tormentati” dalla vibrazione dello smartphone).

Nello specifico, nel corso del primo incontro sono state proposte attività interattive mirate ad evidenziare le conseguenze negative della CAS e a sviluppare strategie funzionali di problem solving. Attraverso un gioco di carte a squadre e una discussione finale, i ragazzi sono stati stimolati a riconoscere e ragionare sull’esistenza di due tipi di strategie che si possono adottare quando ci si trova a dover far fronte ad una situazione di disagio online: alcune sono più passive e centrate sul rimuginio o ruminazione che, come abbiamo visto, non consentono di risolvere positivamente la situazione; altre sono centrate sul problema e permettono all’individuo di pensare a cosa può fare concretamente per trovare una soluzione (strategie di problem solving).

Il secondo incontro, a distanza di una settimana dal primo, aveva l’obiettivo di esercitarsi nello spostamento dell’attenzione dai trigger “tecnologici” (ad esempio, la vibrazione dello smartphone, una notifica sui social, un messaggio di Whatasapp) per ridurre le conseguenze negative della CAS e migliorare, così, la qualità del tempo speso in classe e non (per es. spostando l’attenzione dalla vibrazione dello smartphone al contenuto della lezione, o alla partita di calcio). A questo scopo è stato proposto ai ragazzi un adattamento al tema dell’ATT (Wells, 2009) e un “ATT partecipato”. Concretamente, è stata preliminarmente progettata e registrata una traccia audio di 12 minuti contenente una sequenza di suoni “tecnologici” (es, vibrazione, suoneria dello smartphone, rumore della stampante, suoni delle notifiche) che seguiva l’alternanza e la sovrapposizione dei suoni in modo simile all’ATT originale di Wells (1990): attenzione selettiva su un suono alla volta, rapido spostamento da un suono all’altro e attenzione “divisa” simultaneamente su più suoni. L’audio è stato fatto ascoltare in classe e ai ragazzi è stato chiesto di seguire le istruzioni della voce dell’audio. La discussione che ha seguito l’attività ha permesso di rendere i ragazzi consapevoli del fatto che, esercitandosi, era possibile direzionare la loro attenzione. Nella seconda parte del secondo incontro, i ragazzi hanno invece “costruito” un ATT “partecipato” in cui, impersonando ruoli diversi (es., l’insegnante, il genitore, ecc.), utilizzavano le loro voci e delle frasi su cui spostare di volta in volta l’attenzione con lo scopo di mostrare concretamente come calare nella vita quotidiana l’esercizio di spostamento dell’attenzione. Questo adattamento dell’ATT è stato presentato non come strategia di coping da utilizzare nei momenti di stress ma come un’attività esperienziale in cui i ragazzi hanno sperimentato il loro controllo meta-cognitivo sui processi mentali in termini di capacità di gestire l’attenzione e di riuscire a non “fissarsi” eccessivamente sulle loro sensazioni e pensieri negativi (Fisher & Wells, 2009) scatenati, a volte, da un trigger tecnologico.

I partecipanti

Al progetto hanno partecipato un totale di 104 studenti (39 maschi e 57 femmine; Metà =14.8, DS=.84; di N= 8 partecipanti mancano i relativi dati) frequentanti 4 classi (due di prima, 1 di seconda e 1 di terza) di una scuola secondaria di secondo grado di Padova. In media, i ragazzi dichiarano di trascorrere circa 3 ore su Internet in un giorno qualunque della settimana.

La valutazione

Con lo scopo di valutare l’efficacia delle attività proposte nel promuovere buone prassi legate all’uso di Internet, ai ragazzi è stato chiesto di rispondere a due questionari anonimi, uno all’inizio del progetto e uno circa una settimana dopo il secondo incontro, appaiati successivamente sulla base di un codice alfanumerico. Nello specifico, gli studenti hanno compilato le seguenti scale:

  • Frequenza delle attività online: 8 domande relative alla frequenza quotidiana d’uso di Internet (Siciliano et al., 2015), su una scala da 1 (“mai) a 5 (“molto spesso”). Ad esempio: “Quanto spesso svolgi le seguenti attività su Internet in un giorno infrasettimanale?”: “Chatto”, “ascolto musica”, “sto sui social network” ecc.
  • Uso problematico di Internet: Short Problematic Internet Use Test (SPIUT; Siciliano et al., 2015). Lo SPIUT contiene 6 item ognuno dei quali riflette un aspetto particolare dell’uso problematico di Internet su una scala da 1 (“mai) a 5 (“molto spesso”) tra cui salienza, conflitti familiari, controllo del tempo speso online, conseguenze su sonno e relazioni (es., “Hai trascurato i compiti per passare più tempo online?”).
  • Stile di pensiero perseverante: Cognitive Attentional Syndrome Inventory (CAS-I; Wells, 2009). La versione originale utilizzata nella pratica clinica è stata adattata per età e contesto. Il nostro adattamento consiste in 14 item su una scala da 1 (“mai) a 5 (“molto spesso”). Gli item comprendono diversi aspetti: la proporzione di tempo passato a rimuginare o a preoccuparsi dei problemi (2 item); strategie di coping maladattive come evitamento di pensieri e situazioni, tentativi di controllare pensieri ed emozioni, immersione nelle serie tv e videogiochi (inseriti al posto dell’assunzione di alcol e droghe) (7 item); credenze metacognitive positive (es, “preoccuparmi mi aiuta ad affrontare i problemi”) e negative (es, “alcuni pensieri possono farmi impazzire”) (8 item).
  • Credenze sull’attenzione: 4 item costruiti ad hoc (per es., “posso controllare la mia attenzione” da 1 “per niente d’accordo” a 5 “completamente d’accordo”) con lo scopo di osservare un eventuale cambiamento relativamente alle credenze sulla propria attenzione che rappresentava il fulcro del secondo incontro.

Per quanto riguarda le attività online, è emerso che i ragazzi utilizzano internet con alta frequenza (“spesso” e “molto spesso”) per chattare (74%), stare sui social network (82%), per ascoltare musica (78%) e guardare serie tv (55.2%). Le attività relative ai videogiochi online (17.6%) rivelano invece una frequenza d’uso più bassa. In generale, l’utilizzo di Internet in adolescenza sembrerebbe strettamente legato alle esigenze di socializzazione caratteristiche di questa fase di vita e ad attività in cui immergersi come musica e serie tv.

Sui dati raccolti sono stati condotti una serie di t-test per campioni appaiati per valutare se, tra la prima e la seconda somministrazione, ci siano stati eventuali cambiamenti nelle medie di uso problematico (t(92) = 1.43; p = .16) e CAS (t(92) = -1.87; p = .06). I punteggi totali in questi due aspetti non sono cambiati in modo significativo tra il pre e il post-intervento. Seguendo un approccio puramente esplorativo, abbiamo condotto una serie di t-test per campioni appaiati utilizzando item singoli delle scale con l’obiettivo di osservare nel dettaglio eventuali cambiamenti in particolari aspetti dell’uso problematico di Internet e della CAS.

Come cambiano la frequenza d’uso e l’uso problematico di Internet?

Rispetto al tempo trascorso a guardare film o serie tv, abbiamo osservato una diminuzione significativa nella frequenza della messa in atto di questo comportamento (t(91) = 2.77, p<.05). In particolare la percentuale di ragazzi che usano Internet per questo scopo “molto spesso” durante la giornata quasi si dimezza, passando dal 26% al 15%.

Rispetto all’item dell’uso problematico di internet (SPIUT) “Ti sei accorto di essere rimasto online più tempo di quello che volevi?”, sembra migliorata la capacità nella gestione consapevole della quantità di tempo trascorso online (t(92) =2.54, p<.05). Inoltre, i ragazzi hanno riferito di aver ricevuto meno spesso rimproveri da parte dei genitori o degli amici a causa dell’uso troppo frequente di Internet alla fine dell’intervento (t(92) =2.03, p<.05).

Come cambia la CAS?

Rispetto alle domande del CAS-I, abbiamo osservato dei cambiamenti significativi in tre item. Nello specifico, è diminuito l’ingaggio nel rimuginio (“Nell’ultima settimana quanto tempo hai passato a rimuginare o a preoccuparti dei tuoi problemi”, t(92) = 3.77, p<.001). Inoltre, rispetto alle strategie di coping utilizzate per affrontare emozioni o pensieri negativi, i ragazzi sembrano “continuare a pensarci” (t(92) = 3.56, p<.001) e “immergersi nelle serie tv” (t(92) = 2.85, p<.01) in modo meno frequente dopo l’intervento.

Le credenze sull’attenzione che cambiano

In uno dei 4 item costruiti ad hoc per questo progetto (“Le persone possono controllare la loro attenzione”), i ragazzi hanno riportato un livello di accordo maggiore nel post-test rispetto al pre-test (t(92) = -2.95, p<.05), indicando di essere diventati più consapevoli della possibilità di controllare attivamente la propria attenzione.

Conclusioni

I risultati preliminari di questo intervento di prevenzione sembrano indicare che, per quanto limitate a due soli incontri, le attività proposte hanno portato a un miglioramento nella capacità di gestire il tempo passato online, di utilizzare strategie più adattive, e che i ragazzi abbiano compreso che possono controllare la direzione della propria attenzione per evitare gli effetti negativi della CAS. In altre parole, coerentemente con gli obiettivi iniziali, il progetto ha permesso ai ragazzi di apprendere nuovi strumenti utili ad affrontare e gestire in maniera positiva eventuali situazioni di stress nella vita online. In particolare, il cambiamento sulle credenze sul controllo dell’attenzione suggerisce che il breve intervento ha contribuito a dimostrare l’inesattezza della falsa credenza riportata dai ragazzi durante il progetto che “la mente fa quello che vuole e non posso farci niente”.

Inoltre, sembra che i ragazzi abbiano colto un altro dei punti centrali dell’intervento: rimuginare e continuare a pensare ai problemi e alle preoccupazioni non è utile, così come non è utile scegliere comportamenti immunizzanti di soppressione dei pensieri come immergersi nelle serie tv per non pensare (Fisher & Wells, 2009).

Nella fase conclusiva degli incontri, la riflessione condivisa a cui i ragazzi sono arrivati, sperimentando in prima persona il problem solving e verificando che è possibile governare l’attenzione, è stata che spesso quello che fa stare male una persona non è tanto ciò che le accade online o il contenuto specifico dei suoi pensieri rispetto a quell’evento, ma il tipo di risposta che dà alle cose che le succedono e che pensa. In altre parole non sono le situazioni più o meno negative (e tantomeno Internet di per sé) a determinare come ci sentiamo e quanto ci pensiamo, ma il modo in cui decidiamo di reagire ad esse. Questa conclusione ci è sembrata particolarmente in linea con quanto proposto da Wells in relazione al ruolo dello stile di pensiero che adottiamo più frequentemente nel direzionare della nostra attenzione (Wells, 2013). Sarà interessante verificare se i cambiamenti osservati saranno mantenuti nel follow-up previsto per il prossimo settembre.

Questo report ha lo scopo di presentare alcune evidenze preliminari ed è ovviamente caratterizzato da una serie di limiti di cui tenere conto, tra cui la mancanza di un gruppo di controllo, la selezione non casuale del campione, la mancanza (per ora) di un follow-up, la bassa numerosità campionaria.

Ciononostante, riteniamo interessante condividere con la comunità degli psicologi che con soli due incontri psico-educativi nelle classi è possibile incidere sugli stili di pensiero e, indirettamente, sull’uso di Internet degli adolescenti. In particolare, nonostante sia preferibile utilizzare l’ATT all’interno di un percorso psicoterapeutico, questi risultati indicano che il meccanismo dell’ATT potrebbe costituire un valido strumento anche nell’ambito del lavoro di prevenzione con gli adolescenti.

Pensiamo, in fine, che replicare il progetto in altre classi e contesti possa essere auspicabile per contribuire a verificare se intervenire sui processi metacognitivi possa essere un modo promettente di prevenire il tanto temuto uso problematico di Internet tra gli adolescenti.

 

Disturbi Alimentari nel post Covid-19

Tra le conseguenze delle misure messe in atto per contenere la diffusione del Covid-19 rientra la sospensione di diverse attività, fattore di cui possono aver risentito persone con Disturbi Alimentari, costrette alla sospensione dei trattamenti psicologici e/o comportamentali.

 

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono divenuti nel corso degli ultimi decenni tra i più comuni problemi di salute, oramai la maggior parte degli ospedali ha un reparto ad essi dedicato. Si tratta di disturbi che colpiscono la popolazione alle età più disparate, dall’infanzia all’età adulta, con un picco di esordio in età adolescenziale; può colpire la popolazione femminile così come quella maschile. I fattori di rischio e l’eziologia sono multifattoriali: ambientali, neurobiologici, psicologici, sociali, a questa ragione il trattamento ha subito un evoluzione sempre più complessa e specifica.

Secondo i dati della Società Italiana dei Disturbi del Comportamento Alimentare (SISDCA), in Italia colpiscono ogni anno 8.500 persone tra uomini e donne. Questi dati allarmanti hanno diretto la ricerca e gli interventi a studiare metodi di intervento sempre più adeguati e rispondenti alle richieste. I DA non sono altro che la manifestazione del disagio mentale della società moderna, la loro individuazione e quindi intervento sono resi tardivi e complessi dalla richiesta d’aiuto da parte del paziente, che molto spesso dissimula e nega la presenza di un problema; per questo, da parte dei familiari, non sempre è agevole l’identificazione se non in casi limite, come grande aumento di peso o perdita dello stesso. I modelli estetici post moderni portano a facilitare tale dissimulazione, così come agevolano lo sviluppo della patologia stessa.

I disturbi del comportamento alimentare e la dipendenza

Spesso si è parlato di disturbi dell’alimentazione come una “sottocategoria” dei disturbi da dipendenza, centrandosi sui patterns del comportamento: compulsione, deterioramento del funzionamento psicosociale, perdita di controllo, utilizzazione dell’oggetto (cibo/sostanza) per affrontare lo stress, persistenza del comportamento pur in presenza di conseguenze negative, ricadute durante il trattamento. Questa estensione del concetto di dipendenza non consente di fare il distinguo tra le diverse diagnosi, infatti nei DCA non troviamo il criterio della tolleranza e la sindrome da sospensione. Inoltre si è osservato come il cibo non è la fonte della compulsione, quanto invece il controllo dell’astinenza da questo, sia nei casi di binge eating, che di bulimia che di anoressia. Per questa ragione gli interventi sull’addiction sono poco risolutivi, in quanto l’astinenza del cibo va a colludere con la compulsione del controllo.

Il trattamento, che ad oggi ha avuto maggiori riscontri positivi, è quello gli interventi mutlimodali, interventi che prendono in considerazione più fattori, dallo psicologico, al sociale, al comportamentale, al neurobiologico, ma soprattutto all’esperienziale.

In termini di intervento psicoterapico si parla di psicoterapia cognitiva-comportamentale di terza generazione, dove l’enfasi è sul cambiamento contestuale ed esperienziale, modificando la funzione degli eventi psicologici problematici, senza intervenire direttamente sul loro contenuto, sulla forma o sulla loro frequenza, indebolendo le catene causali che conducono all’evitamento. Il paziente attua, perciò una trasformazione della consapevolezza con i propri vissuti interni (pensieri, emozioni e sensazioni).

I DA e la Pandemia del 2020

Con l’incremento dei contagio da covid-19 e soprattutto dei decessi, il governo Italiano si è trovato costretto a sospendere ogni attività del paese, chiudendo le scuole, le attività commerciali, le attività sportive e a diradare le prestazioni sanitarie se non per le emergenze, costringendo la popolazione alla quarantena per la salute pubblica.

La restrizione sociale, la privazione del contatto sociale e familiare ha effetti importanti sulla salute mentale, così come ci riporta Brooks &co nella ricerca sull’impatto psicologico della quarantena. Gli effetti negativi riscontrati sono lo svilupparsi di emozioni quali rabbia, confusione, paura, disturbo da stress post-traumatico. Tra i fattori di rischio troviamo il protrarsi del periodo di quarantena, perdite finanziarie.

I Disturbi dell’Alimentazione sono tra i fattori di rischio, in quanto, le persone con questi disturbi sono costrette alla sospensione dei trattamenti psicologici e/o comportamentali. Il tema del controllo che in questi pazienti è ricorrente viene amplificato dal timore dell’infezione, che viene gestito solitamente con la restrizione alimentare, comportamenti compensatori e/o abbuffate.

Nel periodo di quarantena il soggetto DCA è esposto ai fattori che hanno contribuito ad innescare il disturbo: impossibilità di attività fisica, forzata convivenza con familiari che possono contribuire al mantenimento del disturbo, esposizione a quantità di scorte alimentari, evitamento di esposizione sociale, così come la riduzione di peso incontrollata può esporre tali pazienti a rischi fisici gravi.

Il fattore dell’isolamento sociale, che è una delle prime manifestazione di questa tipologia di pazienti, nel periodo di quarantena non può che andare ad incidere negativamente, prospettando un ritiro dai trattamenti anche successivo alla pandemia.

Inoltre la situazione di grave rischio che questi pazienti vivono può portare alla comorbilità con altri quadri clinici, quali la depressione, i disturbi d’ansia, il disturbo da dipendenza, disturbo da stress post-traumatico, cosa che andrebbe a incidere negativamente sulla prognosi del DCA.

Al fine di gestire e prevenire quadri clinici disastrosi, per tutta la popolazione italiana sono stati istituiti numeri di emergenza ai quali riferirsi in caso di crisi, piuttosto che diverse associazioni del privato sociale, associazioni di professionisti e piccole realtà locali hanno messo a disposizione forze di volontari e specialistiche per la gestione del territorio. Questi pazienti rientrano tra coloro i quali subiscono maggiori rischi a causa della difficoltà a chiedere aiuto, a riconoscere i segnali prodromici rispetto ai comportamenti di buona prassi. E’ utile fare una riflessione maggiore sui quei pazienti che si sono trovati costretti ad abbandonare/sospendere/ridurre i trattamenti.

È necessario mantenere il rapporto terapeutico soprattutto nei momenti di distanziamento sociale, responsabile di questo è il clinico, in quanto il paziente non sempre riesce a pensare oltre il proprio sintomo, mentre il terapeuta è in grado di fare una valutazione prospettica ed è sua responsabilità dare alternative, monitorare e intervenire anche attraverso la rete socio-sanitaria.

Nel prossimo futuro si avranno dati maggiori a riguardo, soprattutto per le fasce evolutive più a rischio: gli adolescenti, costretti al ritiro sociale, nascosti online!

 


 

 

Oltre la risposta emozionale all’emergenza pandemica. Il COVID-19 come vaccino semiotico – Parte I: Analisi dello Scenario

Di fronte all’emergenza sanitaria data dalla pandemia di Covid-19, la paura ha lavorato come un potente stimolatore di comportamenti protettivi, così come un decisivo inibitore di abitudini che si sono interrotte per rispettare le misure di lockdown.

Il testo è una versione breve e rielaborata dell’articolo: Venuleo, C., Gelo, O., Salvatore, S. (2020). Fear affective semiosis, and management of the pandemic crisis: covid-19 as semiotic vaccine. Clinical Neuropsychiatry, 17(2), 117-130.

 

L’adattamento all’emergenza sanitaria mette oggi le persone davanti al complesso compito socio-cognitivo di integrare nel loro assetto mentale il riferimento ad un bene comune astratto come regolatore saliente del loro modo di sentire, pensare, e agire; se non sostenuto, questo compito sarà particolarmente difficile da realizzare entro le forme emozionali di interpretazione dell’ambiente che sembrano caratterizzare l’attuale risposta della popolazione alla crisi pandemica.

La pandemia del COVID-19 è esperita oggi come una delle più grandi minacce di tutti i tempi, a differenti e interrelati livelli: preoccupazioni individuali – la paura di essere contagiati e/o di infettare qualcuno, di perdere famigliari ed amici, di rimanere soli, di non farcela economicamente – si intrecciano con preoccupazioni a livello sociale, economico e anche politico, e il senso generale di essere proiettati in un scenario di incertezza, dove niente sarà come prima (Time, 2020).

La situazione confronta i clinici, le istituzioni sanitarie e i politici con uno scenario dove, probabilmente per la prima volta, dimensioni di salute e dimensioni sociali sono ricorsivamente e profondamente intrecciate: da un lato, l’evoluzione della situazione sanitaria, e quindi la possibilità di tutelare la salute psico-fisica di migliaia di persone, dipende da come la società gestisce il lockdown; dall’altro lato, la praticabilità del lockdown è in funzione delle persone, driver non intenzionali di contagio.

Come risultato di questo intreccio, le classiche distinzioni tra livelli di analisi e di intervento (ad es., il livello individuale della salute psico-fisica individuale e il livello sistemico del governo delle condizioni sociali economiche e sanitarie) vengono meno, portando all’emergenza di un nuovo pattern di problemi critici che, per aggiungere un ulteriore elemento, devono essere compresi e affrontati molto rapidamente.

La risposta emozionale all’emergenza sanitaria: risorse e limiti

Una serie di sintomi rende evidente come le persone abbiano risposto all’emergenza “con la pancia”: si pensi alle connotazioni polarizzate delle esperienze delle persone (da un lato la valorizzazione dell’in-group, il senso di appartenenza ad una nazione chiamata a lottare e resistere insieme, dall’altro la connotazione dell’altro come nemico e fonte di problemi – ad es. i runner, le persone a passeggio con il cane), al linguaggio intriso di metafore di guerra (i medici come eroi e combattenti, gli ospedali come trincee), alla tendenza non secondaria ad aderire a teorie complottiste.

D’altra parte, una reazione di paura, e più in generale un’attivazione affettiva connotata di ansietà, è una risposta comune a condizioni ed eventi che rappresentano un’importante violazione di canonicità (per una review, vedi Townsend, Eliezer & Major, 2013; per un’analisi della risposta emozionale alla pandemia, vedi Kim & Niederdeppe, 2013). L’attivazione legata alla paura può giocare un ruolo importante nell’adattamento, consentendo all’organismo di interrompere routine e mobilitare risorse cognitive e fisiche rispetto al compito vitale di affrontare l’emergenza (Lazarus, 1991). Rispetto al COVID-19, è ragionevole pensare che la diffusa risposta di paura abbia lavorato come un potente stimolatore di comportamenti protettivi (lavarsi frequentemente le mani, indossare le mascherine, rispettare le distanze sociali), così come un decisivo inibitore di abitudini che si sono interrotte per rispettare le misure di lockdown; per restare nel contesto italiano, i livelli di compliance della popolazione sono stati marcatamente più alti di quelli che ci sarebbe potuto aspettare se si considera il livello piuttosto basso di capitale sociale (spirito pubblico, fiducia nelle istituzioni, committenza sul bene comune) caratterizzante la comunità italiana (Salvatore, Avdi et al., 2019).

Tuttavia, come da più parti sottolineato (inter alia: Nacoti et al., 2020; Radulescu & Cavanagh, 2020), la gestione della pandemia non potrà esaurirsi nel momento in cui sarà raggiunto il livello zero del contagio, ma richiederà una strategia a medio termine, che dovrà impegnare le istituzioni in uno sforzo di coordinamento transazionale delle politiche socio-sanitarie (ad es., nel campo della ricerca scientifica e farmaceutica, dell’organizzazione della salute, della regolazione delle frontiere) e coinvolgere le persone nella modifica delle loro abitudini quotidiane (ad es. limitazioni di movimenti, uso delle maschere protettive, rispetto delle misure di distanziamento nei contatti sociali).

Nel vicino futuro, le persone dovranno non solo aderire a misure di regolazione restrittiva e nuove routine, ma soprattutto confrontarsi con il difficile compito di modulare i propri comportamenti nella vita quotidiana, trovando un equilibrio contingente tra le domande multiple della vita (relazioni sociali, richieste lavorative) e richieste del governo post crisi. Inoltre, dovranno farlo in una finestra temporale relativamente estesa. Ciascuno dovrà compiere scelte quotidiane in condizioni di ambiguità e di conflitto – cioè mediare continuamente tra abiti consolidati e nuove regole di prevenzione e precauzione che implicitamente veicolano un differente modello di relazione sociale. In ultima analisi, ciò significa che le persone dovranno integrare nel loro assetto mentale il riferimento ad un bene comune astratto – il governo del rischio di nuova insorgenza della pandemia – come regolatore saliente del loro modo di sentire, pensare, e agire.

La nostra ipotesi è che, se non sostenuto, questo complesso compito socio-cognitivo sarà particolarmente difficile da realizzare entro le forme emozionali di interpretazione dell’ambiente che sembrano caratterizzare l’attuale risposta della popolazione alla crisi pandemica. Come evidenziato dalla tradizione psicodinamica, l’interpretazione emozionale porta infatti le persone a modi semplificati di interpretazione dell’esperienza e si caratterizza in senso auto-referenziale, volta com’è a riprodurre il proprio sistema di assunzioni, piuttosto che ad esplorare la realtà analiticamente (Salvatore, 2016; Salvatore & Venuleo, 2009; 2017). Quando pensano “con la pancia” le persone danno per scontata la loro esperienza, che quindi diventa non interrogabile, satura, invariante, caratterizzata da rigide posizioni, affermazioni dicotomiche (si/no), valutazioni polarizzate (bello/brutto, buono/cattivo, amico/nemico). Dunque, più il ricorso a forme emozionali di interpretazione dell’esperienza è elevato, meno le persone sono capaci di usare la cognizione per esplorare, modulare, imparare dagli errori, valorizzare la pluralità dei punti di vista – dunque, in ultima analisi, andare oltre l’assolutizzazione del proprio mondo di vita e assimilare la dimensione sistemica del bene comune nella loro vita (Salvatore, Mannarini et al., 2019).

Il COVID-19 come “attaccapanni” dell’incertezza

Come suggerito da una prospettiva semiotica e psicodinamica e dalla psicologia culturale (Fornari, 1979; Salvatore & Freda, 2011; Salvatore & Venuleo, 2008; Valsiner, 2007), il processo di costruzione del significato (sensemaking) non si sviluppa in risposta a fatti e oggetti singoli e discreti del mondo sociale e fisico ma è organizzato da significati generalizzati (ad es. “la vita è una questione di fortuna”; “il mondo è sotto l’attacco di un estraneo pericoloso”) che orientano poi specifiche valutazioni ed opinioni rispetto a quegli oggetti. In accordo a questo principio, le persone non rispondono emozionalmente alla pandemia di per sé, ma al più globale scenario mediatico e istituzionale che media e dà forma alla rappresentazione della pandemia. Più nello specifico, le persone hanno iniziato a preoccuparsi quando e a causa del fatto che si sono verificate una sequenza di rotture nelle stabili routine personali e sociali – ad es., il capo di governo che comunica direttamente alla nazione, le trasmissioni tv e i giornali monopolizzati da temi ruotanti attorno alla pandemia, scuole ed uffici chiusi, restrizioni individuali che riducono la libertà individuale come mai accaduto prima. Se a livello funzionale queste misure costituiscono risposte tecniche alla questione socio-sanitaria, a livello semiotico – e cioè a livello di costruzione dei significati con cui si interpreta la realtà – esse si sono offerte come un pattern di elementi che nella loro totalità hanno alimentato una connotazione embodied e generalizzata del campo globale di esperienza come minacciato da un potente nemico.

In accordo alla nostra ipotesi interpretativa, le risposte psicologiche di paura, preoccupazione, sospetto e così via non devono essere comprese, dunque, come risposte alla pandemia da essa intrinsecamente determinate, ma come modalità di dare senso all’esperienza di rapido cambiamento distruttivo del campo socio-istituzionale. Per avere un’idea dell’evidenza controfattuale a supporto di questa tesi, consideriamo il cambiamento climatico, un driver reale e concreto dall’impatto catastrofico per l’intera umanità, esponenzialmente molto più dirompente della Sars-CoV-2, ma incapace di produrre anche remotamente una reazione di paura come quella attivatasi con la pandemia.

Comprendere, anche nella sua evoluzione, l’interpretazione affettiva dell’attuale scenario, richiede di tenere in conto il contesto e la dinamica di questa interpretazione, cioè le condizioni culturali entro cui tale interpretazione affettiva è stata attivata. Anche se un’analisi sistematica di tali condizioni va al di là degli scopi di questo articolo, qui possiamo brevemente riferirci ai diversi autori che, da prospettive diverse, hanno evidenziato come lo scenario socio-culturale contemporaneo sia caratterizzato da una condizione endemica di ansietà, alimentata dalla profonda incertezza attivata dalla turbolenza socio-economica (ineguaglianza economica trasformazione antropologica indotta dal flusso migratorio, trasformazione delle forme di lavoro, accelerazione tecnologica, progressive sinergie uomo-macchina) indotta dallo sviluppo tecnologico e dalla globalizzazione (Elchardus & Spruyt, 2016; Inglehart & Norris, 2017; Mannarini & Salvatore, 2019; Russo, Mannarini & Salvatore, 2020). La nemicalizzazione dell’altro – cioè l’interpretazione del campo sociale nei termini dello schema amico/nemico (Salvatore, Mannarini et al., 2019) – è l’indicatore più evidente di questa ansietà. L’interpretazione affettiva dello scenario pandemico è dunque in piena continuità con l’ansietà culturale che è al cuore del milieu culturale. E, in ultima analisi, questo significa che, indipendentemente dalle caratteristiche mediche della pandemia COVID-19, è il milieu culturale che rende prevalente questa interpretazione – e la relativa risposta di paura – in molte società, non l’opposto. Questa tesi può apparire paradossale; tuttavia, si possono considerare due aspetti a suo supporto. Primo, la variabilità del modo con cui la pandemia è stata approcciata nei diversi paesi, che porta a pensare che l’interpretazione sia funzione delle differenti cornici affettive che caratterizzano i diversi milieu culturali di questi paesi. Per esempio, la visione svedese delle misure restrittive di contrasto e prevenzione può essere compresa come riflettere l’interpretazione affettiva della società come dotata di una capacità di contenimento, un inerentemente “buono” da portare in primo piano; per fare un altro esempio, l’orientamento inziale del governo britannico di contare sull’immunità di gregge può essere vista come riflettere la connotazione focalizzata sul potere dell’in-group di sconfiggere il nemico, qualunque sia il sacrificio individuale. In secondo luogo, la storia recente insegna che l’interpretazione affettiva in termini di ansietà/paura dello scenario sociale non necessita di una reale situazione pericolosa per attivarsi. L’élite politica, l’Euro, i migranti o gli Arabi sono segni generalizzati usati in anni recenti per alimentare ciò quella che è stata chiamata politica della paura (Wodak, 2015).

 

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