expand_lessAPRI WIDGET

Depressione post partum dei padri: fattori di rischio, di protezione e prevenzione

Vasta è la letteratura sulla depressione post-partum materna. Negli ultimi decenni l’interesse clinico e di ricerca si è spostato sulla depressione dei padri e sui possibili esiti e risvolti nella crescita dei figli.

 

Ciononostante, la conoscenza dei fattori di rischio della depressione paterna è scarsa. Alcuni studi hanno dimostrato che tra i fattori di rischio associati al disagio psicologico paterno prenatale è possibile includere un rapporto coniugale insoddisfacente, una scarsa rete sociale e informazioni insufficienti sulla gravidanza e il parto (Boyce et al., 2007). Altre ricerche hanno evidenziato come l’avere un rapporto non supportivo, la disarmonia coniugale, l’essere disoccupati, la giovane età, uno scarso funzionamento sociale e una storia passata segnata da un disturbo psichiatrico siano associati a problemi di salute mentale paterni durante il periodo perinatale (Bellard & Davies, 1996; Harvey & McGrath, 1988; Lovestone & Kumar, 1993).

Fattori di rischio biologici: il ruolo degli ormoni

Sulla base delle conoscenze esistenti sulla depressione post-partum materna, è possibile ipotizzare che la depressione vissuta da un padre potrebbe essere causata da cambiamenti ormonali che si verificano durante la gravidanza della sua compagna e nel periodo post-natale (Kim & Swain, 2007).

In primo luogo, la depressione post-partum paterna potrebbe essere correlata a cambiamenti nei livelli di testosterone, che diminuiscono durante la gravidanza della partner e dopo il parto (Fleming et al., 2002; Storey et al., 2000). I livelli di testosterone inizierebbero a diminuire almeno un paio di mesi prima del parto e tendono a mantenersi bassi per diversi mesi dopo il parto per la maggior parte dei padri (Wynne-Edwards, 2003).

Diversi ricercatori suggeriscono che tale diminuzione comporta minore aggressività, una migliore concentrazione, un maggior investimento nella genitorialità e la presenza di un attaccamento più forte con il proprio bambino (Wynne-Edwards, 2003; Clark & Galef, 1999). I padri che hanno bassi livelli di testosterone esprimono più empatia e manifestano la necessità di rispondere al pianto dei bambini (Rohde et al., 2005).

In secondo luogo, la depressione post-partum paterna potrebbe essere correlata a più bassi livelli di estrogeni. Negli uomini il livello di estrogeni comincia ad aumentare durante l’ultimo mese di gravidanza della partner fino al periodo post-parto (Berg & Wynne-Edwards, 2002). In considerazione delle scoperte sul rapporto tra l’aumento dei livelli di estrogeni e i comportamenti materni (Numan, 1994), l’aumento di estrogeni nel padre sembrerebbe accrescere comportamenti genitoriali più attivi dopo la nascita del figlio.

Fleming e colleghi (2002) hanno anche scoperto che più il padre è coinvolto e attivo nel suo ruolo genitoriale, maggiore è il livello di estrogeni rispetto ad altri padri. Dunque sembrerebbe che la presenza di una disregolazione di estrogeni paterni possa costituire un altro fattore di rischio importante per l’umore depresso dei padri.

Un altro fattore di rischio biologico nella depressione post-partum paterna potrebbe essere la presenza di livelli più bassi di cortisolo, un ormone che regola le risposte fisiologiche agli eventi stressanti (Nelson, 1999). Alti livelli di cortisolo sono generalmente associati a elevati livelli di stress. Tuttavia, per una madre, durante il post-parto, elevati livelli di cortisolo sono associati ad un aumento della sensibilità e responsività verso il bambino (Fleming, O’Day & Kraemer, 1999) e ad un umore meno depresso (Fleming & Anderson, 1987). Allo stesso modo livelli più bassi di cortisolo nei padri potrebbero essere legati a difficoltà nel legame padre-figlio ed essere associati ad un maggiore umore depresso.

Ancora, la depressione post-partum paterna potrebbe essere correlata a livelli di vasopressina bassi, che aumentano dopo la nascita del bambino, in modo analogo al livello di ossitocina della madre (Young & Frank, 1999). La vasopressina sembra giocare un ruolo importante nel migliorare lo sviluppo del legame genitore-bambino per i padri (Wang, Ferris & De Vries, 1994). Un recente studio su una varietà di piccole scimmie, note per il loro ampio coinvolgimento nella genitorialità, riporta in particolare nel periodo post-partum la presenza nei padri di comportamenti come il trasportare, proteggere e nutrire la prole (Welberg, 2006). Simili comportamenti paterni durante il primo mese di vita del bambino sono associati ad un rapido aumento dei recettori della vasopressina nella corteccia prefrontale del cervello. Forse allora, i padri umani con bassi livelli di vasopressina possono avere difficoltà con comportamenti genitoriali adeguati e così di nuovo essere più vulnerabili alla depressione.

In ultimo, la depressione post-partum paterna potrebbe essere correlata a cambiamenti nei livelli di prolattina, che gioca un ruolo importante per l’insorgenza ed il mantenimento di comportamenti genitoriali (Storey et al., 2000). I livelli di prolattina negli uomini aumentano durante la gravidanza e continuano ad aumentare nel corso dei primi anni (Storey et al., 2000). Livelli alti di prolattina nel periodo postnatale sono legati a maggiori risposte agli stimoli infantili nei neo-padri (Storey et al., 2000). Un livello di prolattina più basso, pertanto, potrebbe portare un neogenitore ad avere difficoltà ad adattarsi alla genitorialità e quindi esporlo a stati d’animo più negativi.

Fattori di rischio ambientali

L’adozione di un modello ecologico può fornire una prospettiva più ampia nella comprensione di come i diversi livelli di appartenenza, come la famiglia, la comunità, il lavoro, la società e la cultura, interagiscono e influenzano lo sviluppo di un individuo (Bronfenbrenner, 1979). Nuove esigenze e responsabilità durante il periodo post-partum sono spesso causa di importanti cambiamenti nella vita di un padre, cambiamenti che possono diventare fattori di rischio ambientali per lo sviluppo di una depressione.

I padri spesso sperimentano più difficoltà nello sviluppo di legami affettivi con i loro figli rispetto alle madri, che tendono a sviluppare un attaccamento quasi istantaneo dopo la nascita del bambino. Il legame padre-bambino sembra svilupparsi più gradualmente nei primi due mesi dopo il parto (Anderson, 1996). Prima di allora, i padri hanno maggiori difficoltà rispetto alle madri nel creare un legame emotivo con i loro bambini (Edhborg et al., 2005). Questo relativamente lento sviluppo del legame di attaccamento potrebbe essere correlato ad un sentimento di impotenza e depressione nel padre nei primi mesi successivi al parto.

Uno dei fattori che possono rendere la genitorialità paterna difficile è l’assenza di un buon modello genitoriale di riferimento. Negli ultimi anni, è visibile un aumento delle aspettative della società verso i padri di avere un maggiore coinvolgimento nella genitorialità, ma molti padri non hanno acquisito adeguate competenze genitoriali dai propri padri o da altri familiari di sesso maschile (Barclay & Lupton, 1999). La mancanza di comprensione di ciò che ci si aspetta da un padre potrebbe causare ansia e portare ad un maggiore rischio di depressione post-partum paterna (Condon, Boyce & Corkindale, 2004).

Anche la mancanza di ricompense e gratificazioni nella genitorialità potrebbe contribuire allo sviluppo di una depressione post-partum paterna. I padri riportano spesso come feedback positivi, ad esempio, i sorrisi dei loro bambini, che fungono da gratificazione e rinforzo ai comportamenti paterni di caregiving (Anderson, 1996). Tuttavia, la mancanza di esperienza di un padre nel suo ruolo genitoriale, le poche ore a disposizione per stare con il bambino soprattutto nei primi mesi di vita, possono rendere le interazioni padre-figlio angoscianti. I padri riferiscono anche di sentirsi isolati dal legame esclusivo madre-bambino e di sentirsi gelosi del maggiore tempo che le loro partner passano con il bambino, in particolare del legame che si sviluppa attraverso l’allattamento al seno (Rutter et al., 2004). È interessante notare che i padri possono segnalare anche sentimenti di gelosia verso i loro bambini, perché i bambini occupano una grande quantità di attenzione della partner (Goodman, 2002).

Inoltre, a causa di improvvisi cambiamenti di vita, le relazioni coniugali spesso risultano minacciate durante i primi tempi del periodo post-natale (Anderson, 1996). I padri segnalano una maggiore insoddisfazione nei rapporti di coppia, tra cui la mancanza di intimità (Meighan et al., 1999) e la perdita di interesse nella relazione sessuale (Condon, Boyce & Corkindale, 2004).

Nei rapporti coniugali, lo stress della genitorialità dei padri durante il periodo post-partum può essere ulteriormente complicato dalle differenze di percezione dei ruoli di genere distinti di padri e madri. L’enfasi sul ruolo dell’uomo come il capofamiglia può essere aumentata a causa dei maggiori oneri finanziari dopo la nascita del bambino, e, a sua volta, può impedire ai padri di essere più coinvolti nella genitorialità. Una maggiore sensazione di fallimento in termini di prestazioni può essere significativamente correlata al disagio psicologico tra i padri (Morse, Buist & Durkin, 2001).

Fattori di protezione e prevenzione per la depressione postnatale paterna

Diversi tipi di supporto possono facilitare il processo di transizione verso la paternità durante il periodo post-partum, fungendo da fattori di protezione per la depressione paterna. Il supporto più efficace probabilmente proviene dal proprio partner perché la depressione post-partum paterna è strettamente legata alla salute mentale della partner.

Un maggiore incoraggiamento da parte della madre e la possibilità di discutere attivamente e congiuntamente come coppia su come prepararsi all’arrivo del bambino può promuovere il coinvolgimento del padre nella genitorialità e alleviare lo stress di diventare genitore. Le madri che condividono il ruolo genitoriale con i padri possono evitare i sentimenti che provano molti padri di isolamento dal rapporto madre-bambino, così come sentimenti difficili da gestire, quali, ad esempio, la gelosia verso il bambino.

Inoltre, il sostegno e il riconoscimento da parte di altri membri della famiglia dell’importanza del ruolo paterno e la comprensione delle difficoltà che i padri possono incontrare possono avere un effetto positivo sui padri stessi.

Il supporto da parte della società, come ad esempio la possibilità di usufruire del congedo di paternità retribuito, sembrerebbe aiutare i padri ad adattarsi ai cambiamenti del periodo post-partum. Ad esempio, Feldman e colleghi (2004) hanno dimostrato che permessi lunghi di paternità sono associati ad un atteggiamento più positivo verso la genitorialità. D’altra parte, congedi di paternità più brevi sono associati con bassa qualità di cura dei figli e minor adattamento al lavoro tra padri.

Purtroppo non tutti i Paesi possono vantare una politica per la paternità retribuita o comunque garantire ai padri in diversa misura tale diritto.

Può essere comune per i nuovi padri la percezione di non essere compresi e la mancanza di una rete di sostegno (Areias et al., 1996). Infatti, tradizionalmente, i padri sono stati in gran parte riconosciuti solo nel ruolo di supporto per le loro partner. Tuttavia, considerato il recente aumento del coinvolgimento dei padri nella genitorialità, sarebbero necessari supporti adeguati dalla società che si concentrino sui ruoli attivi dei padri per aiutarli ad alleviare il loro stress nel periodo post-partum.

I programmi psicoeducativi aiutano i padri a comprendere i loro ruoli previsti ed attesi. I risultati suggeriscono che un programma di prevenzione per la depressione post-partum per le madri e i rispettivi partner è più efficace di un programma per le sole madri (Morgan et al., 1997). Per lo stesso motivo, un programma sulla depressione post-partum sia per i padri che per le madri potrebbe essere più efficace per alleviare la depressione paterna. I padri allo stato attuale sono spesso coinvolti in corsi pre-parto. Essi dovrebbero essere inclusi in ogni contatto con gli operatori sanitari anche successivamente al parto.

Inoltre, poiché l’ansia e l’umore depresso potrebbero iniziare durante la gravidanza della partner, un intervento precoce per entrambi i genitori sarebbe più efficace prima che i sintomi diventino gravi.

Infine, incoraggiare i padri a cercare l’aiuto di professionisti del settore sanitario per un assessment e una valutazione completa e a prendere in considerazione l’ausilio di una psicoterapia o antidepressivi potrebbe migliorare significativamente la salute della famiglia.

Lo screening, la prevenzione e il trattamento dovrebbero prendere in considerazione tutta la famiglia.

Il Disturbo da Stress Post Traumatico. Allo studio nuove prospettive per la diagnosi, la cura e la prevenzione

Il Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) è una malattia psichiatrica complessa che ha come agente eziologico il trauma ed un complesso quadro sintomatico con ampie zone di sovrapposizione con altre patologie.

 

Tale disturbo, inizialmente associato all’impiego dei soldati in operazioni militari, sta diventando sempre più comune a causa della ricorrenza con cui ai nostri giorni si verificano gravi incidenti, violenze private, atti criminali/terroristici, emergenze sanitarie e calamità naturali che possono far sperimentare ad un individuo o ad un’intera comunità esperienze di forte paura e terrore.

La diagnosi del PTSD avviene attraverso la verifica dei criteri descritti nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (APA, 2013), utilizzando strumenti di valutazione come ad esempio il Clinician-Administered PTSD Scale (Weathers et al.,2018). Al momento, il trattamento di elezione del disturbo è la psicoterapia, che consente di desensibilizzare i pensieri spiacevoli e angoscianti legati al trauma e di attivare le reti neuronali necessarie a far transitare il ricordo traumatico dalla corteccia prefrontale, in cui rimane emotivamente attivo, alla corteccia parietale, dove viene elaborato e memorizzato come evento passato.

Al riguardo, una ricerca (Haiyin Li et al., 2020) pubblicata dal Journal of Clinical Investigation sembra aver individuato alcune novità. In particolare, i ricercatori del Center for Addiction and Mental Health di Toronto, esplorando i meccanismi molecolari alla base del PTSD, hanno riscontrato che, nei soggetti esposti a forti stress ed eventi traumatici, tende ad aumentare la presenza di un complesso proteico denominato GR-FKBP51 che, a distanza di tempo, continua a permanere a livelli elevati solo in coloro che sviluppano la malattia. Il quadro di situazione verificato ha indotto i ricercatori a ritenere che tale complesso proteico possa essere utilizzato come un biomarcatore diagnostico e a sviluppare un peptide capace di limitarne la formazione, favorendo la prevenzione ed il trattamento del disturbo.

E’ già da tempo noto che lo stress determina una iperattività dell’apparato endocrino e quindi una maggiore produzione di ormoni che svolgono un ruolo importante nell’ambito dei processi d’attivazione fisiologica dell’organismo conseguenti all’esposizione ad una minaccia. Normalmente, il nostro corpo è capace di ripristinare una situazione di equilibrio. Quando ciò non avviene, il perpetuarsi dello stato di attivazione può determinare dei ‘malfunzionamenti’ che possono incidere significativamente sullo stato di salute e di benessere. In tale prospettiva è possibile ipotizzare che la maggiore presenza del complesso GR-FKBP51 possa contribuire a determinare nei soggetti coinvolti in eventi traumatici e/o sottoposti a forti stress emotivi le anomalie funzionali delle aree cerebrali preposte al processamento degli stimoli emozionali, alla valutazione/identificazione dei contesti sicuri e alla definizione della soglia della reattività emotiva più volte osservati negli studi condotti con tecniche di neuroimaging.

In conclusione, lo studio canadese ha sicuramente introdotto una prospettiva intrigante seppur meritevole di approfondimenti e conferme scientifiche attraverso la replicazione dei fenomeni osservati. Al riguardo, è auspicabile che siano sviluppati nuovi filoni di ricerca scientifica che consentano, integrando competenze mediche, psicologiche e sociali, di indagare con una prospettiva più ampia il complesso meccanismo che determina il manifestarsi del PTSD e di individuare le linee di azione più idonee alla sua prevenzione, diagnosi  e cura.

 

Autore: Giacinto D’Urso

Mollami (2019) – Cinema & Psicoterapia

Il film Mollami diretto dall’esordiente Matteo Gentiloni parla delle vicissitudini di Valentina, un’adolescente che ‘rovina tutto ciò che tocca’.

 

Info

Regia di Matteo Gentiloni. Interpretato da Martina Gatti, Alessandro Sperduti, Gianmarco Tognazzi

Trama

I problemi di Valentina nascono da un’esperienza traumatica vissuta nell’infanzia: il fratello muore tuffandosi in mare da uno scoglio, sollecitato dalla sorella che lo sbeffeggia perché pauroso.

Il senso di colpa che accompagna la ragazza è rappresentato da Renato un grande pupazzo di colore blu che solo lei può vedere e che compare quando sta per combinarne una delle sue.

Un derivato della morfina, il PCP le dà sollievo da questo peso che l’accompagna, anche quando decide di postare in rete un filmato hard che la riguarda. Il padre, un avvocato di successo, a questo punto la manda in una comunità in Austria per aiutarla e per lenire il suo senso di vergogna. L’accompagna un praticante dello studio, Antonio. I due non raggiungeranno mai la rehab, ma il viaggio servirà ad entrambi per elaborare i loro vissuti dolorosi, darsi una prospettiva diversa e cambiare molte cose nella loro vita.

Motivi d’interesse

Valentina ha un vissuto doloroso alle spalle, la madre, insicura, fragile e vulnerabile l’ha abbandonata, il padre assente non le offre cura e protezione. Le manca una base sicura, un riferimento che ogni ragazzo dovrebbe avere. La ragazza ha utilizzato un piano semiadattivo immunizzante (sesso e droga) come strategia di coping per il dolore che ha sperimentato nella sua vita. Si sente responsabile per la morte del fratello e convive con un forte senso di colpa. Il suo compagno di viaggio, Antonio, dal canto suo, ‘sopravvive’ senza avere la capacità di fare scelte che gli diano un’autodirezionalità e il senso della vita. Subisce l’ambizione della fidanzata che lavora nello stesso studio e, pur di ottenere riconoscimenti per sé stessa e per il compagno, si offre, cedendo alle lusinghe del titolare, padre di Valentina.

La storia propone due diverse soluzioni agli spaccati di vita autentici che sono narrati nel film, ed entrambe passano per la presa di consapevolezza di significati da ristrutturare e di stati emotivi da regolare. L’abbraccio di Valentina al pupazzo blu si contrappone all’utilizzo del PCP che fa scomparire Renato e simboleggia il perdono e l’accettazione, mentre il diniego che Antonio pone alla richiesta della fidanzata di tornare insieme, segna una netta presa di distanza dalla mancanza di capacità di scelta.

Indicazioni di utilizzo in terapia

Il film semplice e didascalico, può essere molto utile per lavorare sul senso di colpa e per rendere meno condizionante e più tollerabile il tema del disamore e meno utile e automatico il piano immunizzante di alcuni pazienti. Chi volesse approfondire le procedure di utilizzo dei film in terapia può fare riferimento alla bibliografia sotto citata.

 

MOLLAMI – Guarda il trailer del film:

https://www.youtube.com/watch?v=1vwGtxX7kRk

Prendersi una pausa da Instagram: gli Effetti sul Benessere Soggettivo

Negli ultimi anni Instagram (Ig) è diventato un social network molto utilizzato, contando oltre 1 miliardo di utenti attivi (Salvati, 2020).

 

Sebbene ci siano prove significative che dimostrano che l’utilizzo di questo social abbia un impatto negativo sulla soddisfazione del corpo tra le donne (Kleemans et al., 2018; Tiggeman & Barbato, 2018), pochissime ricerche hanno studiato gli effetti del suo uso sul benessere soggettivo. L’unico studio sperimentale in questo campo ha dimostrato che gli effetti di Instagram sul benessere dipendono in gran parte dalle tendenze al confronto sociale (de Vries et al., 2018). Questo processo, infatti, si pone come variabile moderatrice nella relazione tra l’esposizione ai post e il benessere percepito (Tiggemann & McGill’s, 2004). Poiché i social network si basano su una presentazione positiva di sé, ciascun utente è continuamente sovraesposto a caratteristiche e qualità positive di altri utenti, il che potrebbe evocare sentimenti di invidia. Inoltre, Ig consente agli utenti di modificare le proprie fotografie per renderle più accattivanti, con possibilità di cambiare tonalità, luminosità e saturazione tramite la scelta di filtri: ciò può contribuire all’accrescimento della cultura del perfezionismo (Lup et al., 2015). Questo implica che gli utenti non solo hanno maggiori probabilità di promuovere un sé ideale, ma hanno anche più probabilità di essere esposti al sé ideale degli altri, aumentando così la tendenza a confronti sociali verso l’altro (Festinger, 1954), che quindi inducono affetti negativi. È stato scoperto che le donne usano i social network più degli uomini (Muscanell & Guadagno, 2012) e che sono più attive rispetto ad essi in termini di frequenza di caricamento di foto (Ferenczi et al., 2017), perciò quando si studia l’associazione tra uso di Ig e benessere il genere deve essere preso in considerazione.

Nel 2019, Fioravanti e colleghi hanno realizzato uno studio il cui obiettivo era indagare se un’astensione di una settimana da Ig influisse sul benessere soggettivo di giovani donne e uomini, ipotizzando che prendersi una pausa dal social avrebbe potuto avere un effetto positivo sul benessere, che questo effetto avrebbe potuto essere moderato da tendenze di confronto sociale, e che probabilmente l’effetto sarebbe stato più forte nelle donne (Fioravanti et al., 2019). Gli 80 partecipanti, reclutati tramite pubblicità sui social network, sono stati selezionati sulla base di alcuni criteri di inclusione: avere almeno 18 anni e possedere un account Ig da almeno 1 anno, periodo in cui ne era stato fatto un utilizzo quotidiano. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale al gruppo sperimentale e di controllo, ciascuno dei due composto di 20 femmine e 20 maschi: il gruppo sperimentale si sarebbe astenuto dall’utilizzare il social per una settimana, mentre il gruppo di controllo avrebbe continuato ad accedervi come di consueto. Per ridurre al minimo la tentazione di visitare il social, ai membri del gruppo sperimentale è stato chiesto di eliminarne l’applicazione sui dispositivi in loro possesso.

Prima della sperimentazione è stato svolto un test preliminare, lo State Appearance Comparison Scale (Tiggemann & MCGill, 2004), per valutare la frequenza con cui gli utenti si impegnavano nell’elaborazione dell’aspetto e nel fare confronti con altri utenti del social. Per indagare il benessere soggettivo è stata utilizzata la versione italiana della Satisfaction with Life Scale (SWLS, Di Fabio & Gori, 2016), scala di autovalutazione che misura la soddisfazione globale della vita, mentre per valutare l’esperienza affettiva piacevole o avversiva derivata dall’astensione dal social è stata utilizzata la versione italiana del Positive and Negative Affect Schedule (PANAS, Terracciano et al., 2003). Entrambi i questionari sono stati sottoposti all’inizio e alla fine della sperimentazione.

Questa ricerca ha mostrato che prendersi una breve pausa dall’uso di Ig potrebbe avere un effetto positivo sul benessere soggettivo delle donne, sia in termini di soddisfazione per la vita che di emozioni positive correlate (Fioravanti et al., 2019). Le donne che hanno smesso di utilizzare questo social per una settimana hanno mostrato una crescita significativa nei punteggi affettivi positivi, mentre il gruppo di controllo ha esperito una diminuzione significativa. Le variazioni sull’affetto positivo erano principalmente un prodotto delle tendenze al confronto sociale, poiché smettere di utilizzare il social aveva avuto effetti positivi solo tra donne che avevano riferito una tendenza al confronto con altre utenti. Il confronto poteva incidere non solo sull’insoddisfazione corporea derivata dalle immagini sui social network, ma anche sul decremento dell’affetto positivo (Fioravanti et al., 2019). È opportuno specificare che le variazioni nei livelli di soddisfazione di vita possono essere spiegate anche da altri fattori rispetto alle tendenze di confronto sociale. Anche se la condivisione di foto relative all’aspetto è molto comune su Ig, molti utenti sono esposti a un’ampia varietà di immagini, come ad esempio a foto di viaggi, o che comunque non hanno a che fare con l’aspetto fisico. Di conseguenza, non si può escludere la possibilità che i processi di confronto sociale debbano essere affrontati a un livello più generale. Inoltre, si potrebbe ipotizzare che l’aumento dei livelli di soddisfazione della vita possa essere dipeso anche dalla mancata ricezione di feedback, giudizi e opinioni, sulla loro vita condivisa. Una motivazione aggiuntiva per i risultati ottenuti in questo studio potrebbe essere anche spiegata dal fatto che essere un utente attivo può essere arduo, poiché i social network incoraggiano un impegno costante nella pubblicazione di nuovi contenuti. In questo studio, il confronto sull’aspetto non è risultato significativamente inferiore negli uomini rispetto alle donne (Fioravanti et al., 2019), tuttavia, studi precedenti hanno dimostrato che l’importanza che si attribuisce al proprio aspetto è inferiore per gli uomini rispetto alle donne (Cash et al., 2004). Questo potrebbe essere un altro fattore che aiuta a spiegare perché astenersi dal confrontare il proprio aspetto su Ig potrebbe essere più vantaggioso per le donne.

Queste evidenze mostrano come processi cognitivi connessi all’utilizzo di Instagram possano incidere negativamente sul benessere soggettivo, e come quindi prendersi una pausa dal social potrebbe aumentare affetti positivi e livelli di soddisfazione della vita.

 

Il Morbo di Parkinson, la Deep Brain Stimulation e lo sviluppo di strategie di intervento integrato nella gestione della malattia

Il morbo di Parkinson è il più frequente dei disordini del movimento che colpiscono l’individuo nell’età adulta fra i quaranta ed i settanta anni.

 

Questa è una malattia neurodegenerativa cronica che si manifesta allorquando la perdita di neuroni nella substantia nigra determina un calo nella produzione di dopamina e la comparsa di accumuli della proteina ‘alfa-sinucleina’ in varie aree del cervello.

La patologia causa progressivamente forme più gravi di acinesia, malfunzionamenti di diverse funzioni motorie e vegetative, irrigidimento della muscolatura, tremori e disturbi psichici (principalmente di natura depressiva, ansiosa e cognitiva) che limitano e logorano la qualità di vita del malato.

Ad oggi non esiste una cura che consenta di guarire dal morbo di Parkinson ed i principali trattamenti sono solo capaci di limitarne la manifestazione sintomatologica. In tale quadro, la Deep Brain Stimulation (DBS) si è rilevata particolarmente efficace per migliorare le capacità motorie attraverso la stimolazione elettrica delle aree cerebrali coinvolte nella modulazione del movimento. Tale terapia è stata oggetto di particolare attenzione nell’ambito del mondo della ricerca scientifica e sembra che in futuro potrà essere ulteriormente perfezionata.

Infatti, la rivista Brain Stimulation ha recentemente pubblicato gli esiti di uno studio (Canessa A.et al., 2020) che ha consentito di identificare dei biomarcatori specifici dello stato di deambulazione. Nel merito, i ricercatori, analizzando il funzionamento del nucleo subtalamico (STN) in malati con impianto di stimolazione profonda, sono addivenuti alla conclusione che quando l’individuo incomincia a camminare, l’attività di questa area cerebrale tende a caratterizzarsi per una variazione di frequenza della banda beta. L’identificazione di questi segnali ha consentito agli esperti di sviluppare algoritmi matematici che permetteranno in futuro di realizzare dispositivi capaci di modulare la DBS adattandola allo stato ed al bisogno del singolo, migliorandone quindi la capacità di deambulazione.

Il perfezionamento delle terapie a disposizione per il trattamento del morbo di Parkinson risulta determinante per accrescere le aspettative e la qualità della vita oltre che per il mantenimento di un adeguato livello di inclusione sociale dei pazienti e del loro nucleo familiare.

Resta, tuttavia, imprescindibile ricercare forme d’intervento multi professionali che coinvolgano il medico (ad esempio il neurologo, il geriatra ed il medico di famiglia), lo psicologo, il nutrizionista e l’assistente sociale. In particolare, lo psicologo risulta determinante per lo sviluppo di interventi mirati alla gestione dello stress (che come noto è causa del peggioramento dei sintomi della malattia come ad esempio i tremori), dell’ansia, dei disturbi del sonno (di cui sono conosciute le implicazioni sulla gestione delle emozioni, sul tono dell’umore, sulla memoria e in generarle sulla funzionalità della corteccia prefrontale, sede di tutte le funzioni neurocognitive di ordine superiore), allo sviluppo delle life skills e al rafforzamento dei fattori di protezione della resilienza individuale e familiare. Affrontare, dunque, la malattia con un approccio biopsicosociale può contribuire allo sviluppo di strategie di gestione del paziente più efficaci perché finalizzate, anche in situazioni di crisi come quella conseguente alla pandemia da COVID-19, al suo completo benessere fisico, mentale e sociale.

 

 

NUMB dei Linkin Park: i vissuti dell’adolescente e il conflitto genitori-figli – Rubrica Psico Canzoni

La rubrica si propone di dare un’interpretazione dei testi di alcune canzoni. Numb dei Linkin Park si presta ad una lettura dei vissuti interiori di un adolescente e della sua relazione con il genitore.

Psico Canzoni – (Nr.1) NUMB dei Linkin Park

 

Introduzione

La Rubrica Psico-Canzoni nasce col fine d’interpretare alcuni testi di canzoni, talvolta avvalendosi anche del relativo video. L’interpretazione è esclusivamente di carattere psicologico, attraverso tanto la lente psicodinamica quanto quella sistemico relazionale.

I brani vengono scelti in base ai contenuti riportati nel testo e alla loro fruibilità nello spiegare temi di carattere intrapsichico e l’interpersonale.

NUMB – Linkin Park

L’8 Settembre 2003 è la data d’uscita del singolo Numb dei Linkin Park, tratto dall’album Meteora.

Come si legge sin dalla prima strofa I’m tired of being what you want me to be il brano si focalizza su uno specifico ambito del conflitto tra genitore e adolescente: le aspettative che l’adulto nutre nei confronti del figlio. Per un giovane, che già si trova a fare i conti con i cambiamenti corporei e relazionali tipici dell’adolescenza, diviene molto faticoso e controproducente aderire a quello che qualcun altro vuole da lui, soprattutto se quel qualcuno è la madre o il padre.

L’adolescenza è una fase molto delicata della vita di ogni individuo, dedicata alla conoscenza e alla ricerca del proprio Sé autentico. Durante il percorso di scoperta il genitore può divenire la base da cui partire, dove partire è allontanarsi, senza sentirsi mai solo. Talvolta questa compagnia può costare cara per chi ne usufruisce, poichè può essere vincolata da fili impercettibili, o come li chiamerebbe Ivan Boszormenyi-Nagy “lealtà invisibili”. Questi fili non lasciano piena libertà di pensiero ed azione, ma tengono costantemente il ragazzo o la ragazza attenti a non varcare la soglia della volontà genitoriale che hanno introiettato.

La tossicodipendenza, l’anoressia e simili non sono una ribellione a quello che i genitori desiderano per il figlio, ma la manifestazione dell’impossibilità di differenziarsi da un genitore. Dove il filo invisibile è poco elastico, questa sintomatologia diventa l’unica via per sopravvivere ad un’alternativa di schiaccianti sensi di colpa.

Quella che per anni è stata chiamata “ribellione” adolescenziale, ora sembra più una lotta dell’individuo per far emergere se stesso, in un contesto familiare, che, per paura, credenze, per mantenere il controllo o altro ancora, cerca di impedirne inconsciamente la differenziazione.

Quando il desiderio di essere sempre più se stesso e meno quello che il genitore vuole (to be more like me and be less like you) riesce a prevalere sui fili invisibili e i conseguenti sensi di colpa, finalmente vi è un inizio di individuazione, che permette all’adolescente di iniziare a ragionare con la propria testa e ad ascoltarsi, prendendo la via che lo porterà ad essere unico.

Come ogni lutto, anche l’adolescenza, intesa come la perdita dell’infanzia nell’acquisizione della maturità, deve permettersi di passare per la rabbia, che per alcuni si traduce in un momento d’insensibilità (da cui il titolo della canzone Numb).

Solo dopo questa fase sarà permessa dentro l’individuo l’umanizzazione del genitore, che comporta emozioni quali delusione, tristezza e infine consapevolezza davanti a chi sembrava tanto grande.

But I know that you were just like me with someone disappointed in you è l’amara consapevolezza che fa cadere il mito genitoriale e nella caduta di Dedalo forse Icaro può salvarsi, perchè non sarà costretto a mettersi ali di cera che bruceranno al Sole, ma potrà imboccare la propria strada che custodirà la sua autenticità.

 

NUMB, LINKIN PARK – Guarda il video:

 

The Social Dilemma (2020) – Recensione del film

‘Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu’. Poche, semplici parole per riassumere il senso di The Social Dilemma, il docufilm in onda da Settembre 2020 sulla piattaforma Netflix.

 

Il messaggio è chiaro e colpisce noi spettatori che, seppur consapevoli della crescita esponenziale della dipendenza dai social network, facciamo ancora fatica a rallentare le nostre interazioni con lo smartphone.

Il filone narrativo del documentario diretto da Jeff Orlowski, regista già vincitore di un Emmy Award con Chasing Ice (2012), si muove in parallelo su due filoni: quello razionale delle interviste e delle testimonianze di ex dirigenti e impiegati delle aziende social e quello più emotivo, in cui viene narrata la vita di Ben (Skyler Gisondo) un adolescente sempre più immerso all’interno del suo smartphone. Il sistema di programmazione che gestisce i social è rappresentato metaforicamente da 3 avatar di Ben, che il regista utilizza come espediente simile a quello del film di animazione Inside Out (2015) della Pixar, anche se questa volta non si dà forma e voce alle emozioni umane, ma appunto al sistema operativo dello smartphone del protagonista.

Il dilemma di cui si parla fa riferimento sia alle implicazioni etiche e sociali dell’utilizzo della tecnologia e della sovrapproduzione di disinformazione, sia ad una interessante disquisizione su come i social media mettano in atto una ‘manipolazione’ dell’individuo con lo scopo di generare profitti. Nulla di originale? Vero, se non per il fatto che antiche strategie di indirizzo dell’opinione pubblica attraverso media come giornali e tv, ora sono costruite sul singolo individuo, agendo su sistemi di ricompensa molto conosciuti a chi si occupa di neuroscienze.

Attraverso le testimonianze di Tristan Harris, voce principale, (ex consulente etico di Google, ora presidente del Center For Human Technology), Justin Rosenstein (co-inventore del tasto ‘mi piace’ di Facebook) e altri (Jaron Lanier, Shoshana Zuboff, ecc…) si spiega come tutto sia utile a mantenere questo sistema: il numero di reazioni ad un post, il tempo di visualizzazione, le ricerche utilizzate tramite Google…

L’obiettivo sarebbe quello di definire profili ad personam, che possono essere utilizzati da pubblicitari o politici per spostare l’attenzione dello user verso specifici contenuti, alimentando un circolo vizioso da cui il cliente fa fatica ad uscire, trovandosi a circoscrivere tra l’altro la propria gamma di interessi a poche tematiche o personaggi.

Tali pericolose implicazioni vengono descritte nel docufilm osservando contingenze specifiche come quelle delle elezioni presidenziali e amministrative di importanti nazioni, in cui i principali protagonisti della sfera politica potrebbero potenzialmente utilizzare le strutture ad algoritmi con il fine di creare per ogni fruitore dei social una sorta di bolla, un mondo in cui si costruisce una propria verità e proprie motivazioni.

Vengono citati a tal proposito mostri sacri della letteratura e della cinematografia come The Truman Show (1998) e Matrix (1999) per spiegare in modo semplice il concetto della ‘bolla’ creata da un meccanismo con cui ci interfacciamo costantemente, a cui diamo continuamente indicazioni attraverso like, commenti, visualizzazioni e ricerche.

Colpisce soprattutto la testimonianza degli intervistati, di chi per primo iniziò a creare questi algoritmi, stupiti a loro volta dagli effetti collaterali sottovalutati inizialmente dai primi ideatori, come ad esempio l’influenza sui disturbi mentali degli adolescenti, comprovati dalla ricerca scientifica e dalle correlazioni statistiche: incremento di ritiro sociale, ideazioni suicidarie collegate all’interazione con i social, depressione, ansia sociale, FOMO (fear of missing out) e, ovviamente, dipendenza dagli stessi social.

Un piccolo spazio, che forse poteva essere maggiore considerando la rilevanza sul tema, è dato alla spiegazione dei meccanismi di ricompensa alla base della dipendenza (concetti conosciuti a partire dagli studi di James Olds e Peter Milner del 1954), che rendono inconsapevole l’utente social della dipendenza stessa.

Il meccanismo viene spiegato in modo semplice ed è importante ricordarne alcuni punti salienti: quando arriva un like, il nostro cervello lo interpreta come una ricompensa e rilascia una ‘scarica’ di dopamina dando forza a quello che viene definito ‘dopamine-driven feedback loop’. Questo circolo vizioso si caratterizza sostanzialmente dalle seguenti fasi.

Si inizia con l’interazione con il social di turno che, forte del suo algoritmo, ci spinge continuamente a condividere nuovi contenuti. Successivamente avviene un’azione effettiva (il post, il retweet, il commento, o anche solo il ‘rallentare davanti ad un’immagine’). Più lunga sarà l’attesa, maggiore sarà la soddisfazione nel momento in cui si riceve una reazione (un like, un follow, un commento) che viene interpretata dal cervello come ricompensa e che genera quella piccola ‘scarica’ di dopamina sufficiente ad innescare nuovamente il circolo vizioso, che si protrae nel tempo e che può portare inconsapevolmente ad una vera e propria dipendenza, come accade per le sostanze stupefacenti o le slot-machine. Il lettore interessato al tema della dipendenza da social network può leggere gli interessanti studi di Quinghua, Guedes e Krach, solo per citarne alcuni.

Il documentario si conclude con il termine dell’arco narrativo delle vicende di Ben e, nei titoli di coda, con le raccomandazioni degli intervistati sopra citati, che consigliano tra l’altro di ridurre drasticamente il tempo passato al cellulare, di evitare di creare profili social a ragazzi troppo giovani, di disattivare le notifiche, di seguire più personaggi politici possibile e di ampliare gli interessi seguiti attraverso queste piattaforme. Tutto questo con il fine ultimo di ‘spiazzare’ gli algoritmi ed evitare che ci condizionino oltre misura.

The social dilemma si configura quindi come un interessante documentario che aiuta lo spettatore ad avviare una riflessione personale sull’utilizzo eccessivo dei social network, da consigliare soprattutto agli adolescenti, ovvero alla fascia statisticamente più a rischio per quanto riguarda il tema della dipendenza da smartphone e delle implicazioni psicologiche e sociali che ne derivano.

 

THE SOCIAL DILEMMA – Guarda il trailer del docufilm:

Libera puoi: l’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Regione Emilia-Romagna scrive alle donne per incoraggiarle ad uscire dal silenzio – Comunicato Stampa

Comunicato Stampa

“Libera puoi”. La Commissione delle Pari Opportunità dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Regione Emilia-Romagna scrive alle donne per incoraggiarle ad uscire dal silenzio e celebrarle oggi, 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sul genere femminile. Grazie ad una rete antiviolenza forte e attiva a livello regionale aumentano le denunce da parte delle donne.

 

24 Novembre, Bologna

Il valore della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, celebrata il 25 novembre, non sarà uguale a quello degli anni passati. Il 2020 passerà alla storia non soltanto come anno della Pandemia ma anche come momento storico di protezione delle donne che, grazie ad una rete regionale e nazionale antiviolenza, hanno intrapreso un cammino di denuncia.

Il lockdown, imposto come misura di contenimento alla diffusione del COVID19, ha sottoposto le donne a un rischio ancora più alto rispetto ad abusi e maltrattamenti. Da marzo fino a giugno 2020 in Emilia-Romagna, secondo quanto riferito dall’ISTAT, il numero verde 1522 ha registrato oltre 800 richieste di aiuto, protezione o consulenza da parte delle donne, per denunciare atti di violenza o stalking.

La buona notizia è la capacità delle donne di essere più coraggiose grazie anche alla presenza di una rete antiviolenza, di cui gli psicologi e le psicologhe dell’Emilia-Romagna sono parte integrante e attiva.

Libera puoi, la violenza non è un destino ma è una condizione che ingabbia uomini e donne i cui cancelli possono essere aperti dice lo slogan del Ministero delle Pari Opportunità. USCIRE DAL SILENZIO, parlare della violenza può favorire un percorso verso l’autonomia. Si tratta di un percorso psicologico impegnativo ma possibile

Sono le parole della Commissione delle Pari Opportunità dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, che in questa ricorrenza sottolinea l’importanza di spezzare la catena del silenzio.

Carmelina Fierro - Coordinatrice Commissione PO Ordine Psicologhe e Psicologi ER

Imm. 1 – Dott.ssa Carmelina Fierro,
Coordinatrice della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna

Nel 2020 le telefonate al numero antiviolenza 1522 sono cresciute del 73%. Il 30,7% delle donne continua a chiedere aiuto per violenza e per stalking. Una su due teme per la propria incolumità.

In compenso la lotta alla violenza non si è mai fermata, né ha rallentato. I centri antiviolenza, le case rifugio, le Istituzioni, i distretti sanitari (Pronto Soccorso e AUSL) e l’Ordine delle psicologhe e degli psicologi dell’Emilia-Romagna hanno messo in rete interventi di contrasto e prevenzione al fenomeno dando ascolto e sostegno alle vittime di abusi.

Questa giornata – spiega la Coordinatrice della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna Carmelina Fierro – necessita di un’attenzione particolare e specialistica perché legata all’identità di ciascuna persona e nello specifico dei soggetti coinvolti in una dinamica di violenza che attualmente si manifesta soprattutto nei confronti della donna. Non solo protezione ma anche riprogettazione. La vittima di violenza, danneggiata nella sua integrità personale, necessita di un intervento psicologico mirato che l’accompagni e l’aiuti a riconoscersi ed essere riconosciuta con le proprie caratteristiche, limiti e pregi. Un percorso che diventa indispensabile per conquistare o riconquistare la propria salute psicologica. L’intervento psicologico nell’ambito della violenza significa quindi lavorare per una ristrutturazione del modo di concepire e di pensare se stesse/i in relazione alle altre persone, offrire la possibilità di cambiare la prospettiva della propria esistenza

 

Ansia sociale e alessitimia in relazione al bere problematico e alla teoria della mente

Un recente studio ha testato tre ipotesi: (1) l’ansia sociale predice l’alessitimia nel caso di depressione controllata, (2) l’alessitimia media il rapporto tra ansia sociale e bere problematico e (3) l’alessitimia media il rapporto tra ansia sociale e scarsa teoria della mente. I risultati hanno confermato le ipotesi iniziali?

 

I disturbi d’ansia sono i più comuni nell’ambito dei problemi di salute mentale (Baxter, Patton, Scott, Degenhardt, & Whiteford, 2013): nello specifico, il disturbo d’ansia sociale (SAD) è quello più comune al mondo (Ruscio et al., 2008). Si tratta di un disturbo cronico e pervasivo, caratterizzato da un’intensa paura e dall’elusione di situazioni sociali o di performance, che portano ad un’interferenza clinicamente significativa in diverse aree della vita di una persona, influenzando il funzionamento lavorativo e le relazioni interpersonali (American Associazione Psichiatrica, 2013). Le persone con ansia sociale possono sperimentare disagio soggettivo e somatico durante le interazioni sociali, spesso caratterizzato da un aumento della frequenza cardiaca, sudorazione e tremore (Stemberger, Turner, Beidel, & Calhoun, 1995). L’ansia sociale è un fattore di rischio per l’abuso di alcol nei giovani adulti (Schry & White, 2013), presumibilmente perché l’alcol agisce come “lubrificante sociale” a causa dei suoi effetti ansiolitici e disinibenti (Thomas, Randall, Book, & Randall, 2007).

Con il termine alessitimia (Sfineos, 1973) si intente un tratto di personalità subclinica, presumibilmente di origine biologica (Alessitimia Primaria, Freyberger, 1977; Thorberg, Young, Sullivan, Lyvers, Hurst, Tyssen, et al., 2016), che comporta pensiero simbolico notevolmente ridotto, piuttosto orientato verso l’esterno, una limitata capacità di identificazione e descrizione delle emozioni e dei sentimenti, un’attività fantastica impoverita e infine difficoltà di differenziare i sentimenti e le sensazioni somatiche di eccitazione emotiva (Nemiah, Freyberger, & Sifneos, 1976). Le persone altamente alessitimiche sono spesso preoccupate dagli eventi esterni e tendono a non sollecitare l’aiuto o il conforto degli altri a causa delle loro difficoltà interpersonali, che spesso si riflettono in una profonda solitudine (Qualter, Quinton, Wagner, & Brown, 2009). Essa è connessa ad una varietà di disturbi psicologici: depressione, ansia, ossessione-compulsione, schizofrenia, disturbi dello spettro autistico, PTSD e disturbi del comportamento alimentare. Tra il 28% e il 58% dei pazienti con diagnosi SAD hanno riportato elevati livelli di alessitimia (Cox, Swinson, Shulman, & Bourdeau, 1995), dimostrando che le difficoltà di identificazione e comunicazione delle emozioni e sentimenti rappresentano un impedimento maggiore per le relazioni interpersonali. Un’altra possibilità è delineata dal fatto che, in alcuni casi, l’alessitimia potrebbe essere una reazione ad un’intensa e cronica ansia o stress psicologico (Alessitimia secondaria, Freyberger, 1977).

Le persone socialmente ansiose possono non avere una visione accurata di come gli altri le percepiscono a causa di deficit nella comprensione degli stati mentali ed emotivi degli altri in situazioni sociali (Hezel & McNally, 2014), che è anche caratteristica dell’alessitimia (Lyvers, McCann, et al., 2018). La capacità di comprendere, identificare e ragionare sugli stati soggettivi degli altri è nota come teoria della mente (Onuoha, Quintana, Lyvers, & Guastella, 2016). Quest’ultima comporta due processi: il rilevamento o l’identificazione degli stati altrui sulla base di prove osservabili e il ragionamento o l’interpretazione degli stessi, al fine di prevedere o comprendere il comportamento degli altri.

Tra il 24% e il 48% (Buckner et al., 2008) delle persone con una diagnosi di SAD soddisfano i criteri per una diagnosi di Disturbo da uso di alcol nel corso della vita (AUD), rispetto a un tasso di prevalenza dell’AUD del 15% nella popolazione generale (Kessler et al., 2005). La comorbilità dell’ansia sociale e del bere problematico è stata riportata in campioni sia clinici che non clinici. L’abuso di alcol e la dipendenza spesso precedono lo sviluppo della SAD (Gilles et al., 2006). Ricerche sperimentali indicano che il consumo di alcol può diminuire l’ansia da prestazione in soggetti con SAD e che aumentano l’assunzione di alcol dopo un compito (Abrams et al., 2002). Un continuo ricorso a sostanze ansiolitiche come l’alcol per autoregolarsi, indipendentemente dalla quantità di assunzione, aumenta probabilmente il rischio di un uso problematico e di dipendenza. Inoltre, alti livelli di alessitimia sono comuni in individui con diagnosi di AUD (Thorberg, Young, Sullivan, & Lyvers, 2009): questi possono utilizzare sostanze come l’alcol per compensare la loro incapacità di modulare gli affetti (Speranza et al., 2004).

L’alessitimia può quindi svolgere un ruolo di mediazione nella relazione tra l’ansia sociale e il bere problematico, ipotesi esaminata in un recente studio condotto da Lyvers et al. (2019). Lo scopo è stato quello di ottenere delucidazione relative ai possibili fattori perpetuanti nell’ansia sociale e nel bere problematico. Il ruolo dell’alessitimia è importante in quanto possibile fattore di rischio per entrambi disturbi esplorati. Tre ipotesi testate: (1) l’ansia auto-riferita relativa ai contesti sociali predice l’alessitimia, nel caso di depressione controllata; (2) l’alessitimia media il rapporto tra ansia sociale e bere problematico; (2) l’alessitimia media il rapporto tra ansia sociale e scarsa teoria della mente. Il campione indagato consiste in 301 soggetti non clinici.

L’ansia sociale è stata valutata per mezzo della Social Interaction Anxiety Scale (SIAS, Mattick & Clarke, 1998), composta da 20 item che esplorano il livello di stress associato alle interazioni sociali ordinarie, del tipo “Ho difficoltà a parlare con altre persone”. L’alessitimia è stata valutata tramite la Toronto Alexithymia Scale 20 (TAS-20, Bagby, Parker & Taylor, 1994), composta da 20 item che esploravano (1) la difficoltà di identificare sentimenti (DIF, ad es. “Sono spesso confuso circa le emozioni che provo”), (2) la difficoltà nel descrivere i sentimenti (DDF, ad es. “E’ molto difficile per me descrivere a parole i miei sentimenti”), (3) il pensiero orientato verso l’esterno (EOT, ad es. “Preferisco parlare alle persone delle loro attività quotidiane piuttosto che dei loro sentimenti”). E’ stata inoltre utilizzata la Depression Anxiety Stress Scales-21 (DASS-21; Lovibond & Lovibond, 1995), una misura self-report, costituita da 21 item, che indaga l’esperienza emotiva negativa dell’ultima settimana. Nello specifico indaga: depressione (es. “Sento che la vita è senza significato”), ansia e stress. La teoria della mente è stata valutata tramite la Reading the Mind in the Eyes Test – Revised (RMET-R; Baron-Cohen et al., 2001), che esplora il riconoscimento delle emozioni attraverso le immagini degli occhi di uomini e donne: si tratta di 36 fotografie e intorno alla foto ci sono aggettivi del tipo “cauto”, “insistente”, “annoiato”, “avvilito”. Infine, l’utilizzo di alcol è stato misurato per mezzo dell’Alcohol Use Disorders Identification Test (AUDIT, Saunders et al., 1993), i cui valutano tre fattori: il consumo di alcolici, misurata da tre elementi (es. “Quanto spesso beve drink alcolici?”); la dipendenza da alcol (es. Quanto spesso durante l’ultimo anno si è sentito non in grado di smettere di bere una volta iniziato?”); e problemi legati all’alcol (es. “Lei o qualcun altro si è ferito a causa del suo alcolismo?”).

Le relazioni tra le variabili sono state coerenti con le aspettative, tanto che l’ansia sociale è emersa significativamente correlata con l’alessitimia, la teoria della mente, il bere problematico e la depressione. Inoltre, l’ansia sociale prevedeva alessitimia anche dopo aver tenuto sotto controllo la depressione, che indica che il rapporto tra ansia sociale e l’alessitimia non dipende dalla depressione (Ertekin et al., 2015). Dai risultati è inoltre emerso che l’ansia sociale può essere un risultato dell’alessitimia, o viceversa: i punteggi di ansia sociale correlano con le componenti “difficoltà a identificare le emozioni” e “difficoltà a descrivere le emozioni” dell’alessitimia. Inoltre, l’alessitimia media il rapporto tra ansia sociale e consumo problematico di alcol: precisamente l’uso di alcol per far fronte alle emozioni negative è stato specificamente collegato ad un aumento del rischio di dipendenza da alcol. L’alessitimia associata all’ansia sociale può quindi incoraggiare una dipendenza dagli effetti ansiolitici e disinibitori dell’alcol per ridurre l’ansia, incoraggiare l’espressione emotiva e rendere le interazioni sociali più facili da affrontare. Il presente studio ha anche accertato un ruolo di mediazione dell’alessitimia nel rapporto tra ansia sociale e scarsa teoria della mente. Pertanto, appare evidente che gli errori di identificazione e riflessione sugli stati mentali sembrano portare a risultati interpersonali negativi, promuovendo e mantenendo l’ansia sociale. Tuttavia, emerge che una scarsa teoria della mente nell’ansia sociale non può essere completamente giustificata dall’alessitimia.

In conclusione, le caratteristiche alessitimiche e la scarsa teoria della mente possono influire su coloro che soffrono di ansia sociale e il bere problematico: le difficoltà di identificazione e ragionamento sugli stati mentali altrui hanno il potenziale di perpetuare e mantenere l’ansia sociale e aumentano il rischio problemi di AUD. Poiché lo studio ha utilizzato un campione non clinico, i risultati indicano che le caratteristiche alessitimiche sono prominenti non solo tra gli individui con SAD, ma anche nei giovani adulti non diagnosticati che riferiscono di soffrire di ansia nel contesto delle interazioni sociali.

 

Dipendenza da gioco d’azzardo: un aiuto dai racconti dei pazienti – Comunicato Stampa

Comunicato Stampa – SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

Una nuova ricerca condotta dalla SISSA e dall’Università di Roma Tre identifica per la prima volta marcatori narrativi della dipendenza da gioco d’azzardo e apre la strada ad approcci innovativi di tipo terapeutico e preventivo.

 

Trieste, 9 novembre 2020

Come si raccontano le persone affette da gioco d’azzardo patologico? Che informazioni possiamo estrarre dalle loro narrazioni? Uno studio condotto dalla SISSA – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati e dall’Università di Roma Tre ha analizzato per la prima volta in dettaglio le parole e le costruzioni linguistiche usate da soggetti con dipendenza da gioco d’azzardo. I ricercatori hanno identificato così alcuni elementi caratteristici del loro stato emotivo e cognitivo nei diversi stadi della malattia. Lo studio, pubblicato su Addictive disorders and their treatment, apre nuovi scenari per lo sviluppo di percorsi di recupero e prevenzione basati sulle competenze linguistiche.

Condividere, attraverso il racconto, le proprie esperienze con amici o parenti è un esercizio che molti di noi svolgono quotidianamente. Eppure le narrazioni personali rappresentano un processo per nulla banale. Ci aiutano a ordinare e a dare un senso alle nostra storia, permettono di integrare i diversi aspetti del vissuto psichico, dei diversi tempi – passato, presente e futuro – in cui vive la nostra mente.

Le parole che un individuo usa quando racconta un fatto o descrive una condizione interiore riflettono i suoi stati psicologici e rappresentano anche il suo particolare stile cognitivo, emotivo, i tratti di personalità, nonché gli eventuali sintomi di disturbi psicologici di cui può soffrire. Ecco perché il racconto di sé rappresenta anche un’importante via di accesso ai processi emotivi e cognitivi che viene utilizzata sia in contesti di ricerca che terapeutici.

Un gruppo di ricercatori e ricercatrici della SISSA e dell’Università di Roma Tre ha per la prima volta analizzato le narrazioni dei pazienti affetti da dipendenza al gioco d’azzardo per identificarne le problematiche più comuni e fornire possibili strumenti terapeutici innovativi.

In particolare, i ricercatori hanno intervistato 30 soggetti in trattamento per disturbo da gioco d’azzardo presso i servizi pubblici per le dipendenze della Regione Friuli Venezia Giulia. Le interviste, realizzate in forma semi-strutturata, riguardavano vari aspetti della loro esperienza con il gioco, dall’aspetto compulsivo, ai tentativi di controllare il desiderio, dai fattori scatenanti la dipendenza a quelli utili a raggiungere l’astinenza e riprendere il controllo.

Gli studiosi hanno quindi analizzato le parole utilizzate dai pazienti con il LIWC (Linguistic Inquiry and Word Count), il software più utilizzato al mondo per gli studi di linguistica computazionale.

Abbiamo così identificato diversi marcatori linguistici delle problematiche emotive e cognitive dei giocatori d’azzardo, che variano nelle diverse fasi della dipendenza – spiega Stefano Canali, ricercatore del Laboratorio Interdisciplinare della SISSA e del Cosmic Lab dell’Università di Roma Tre e responsabile dello studio. – Il più evidente fra tutti è l’assenza totale di parole e frasi riferite al futuro. Un fenomeno che probabilmente è allo stesso tempo indice e causa della difficoltà che ha il giocatore d’azzardo a pensare agli effetti dei comportamenti impulsivi e rischiosi sul suo domani.

Un altro marcatore narrativo che lo studio ha individuato è l’uso contemporaneo di espressioni in prima persona e in forma passiva per raccontare il rapporto col gioco.

È come se il soggetto si sentisse di essere ‘agente’ e responsabile dei comportamenti di gioco e, allo stesso tempo, di essere ‘agito’, passivo, trascinato dal desiderio e dagli automatismi. Questa contraddittorietà narrativa è indice di una chiara dissociazione del sé – afferma il ricercatore – Infine, a questi indicatori si affianca un’estrema difficoltà a descrivere i vissuti emotivi legati al desiderio del gioco e alla perdita del controllo. Un deficit narrativo che sembra migliorare con il percorso terapeutico.

Si tratta di uno studio pilota che ci ha permesso di dimostrare l’importanza dell’analisi del linguaggio nella comprensione delle funzioni psicologiche coinvolte nelle dipendenze – conclude Canali – Dal punto di vista clinico, i marcatori narrativi possono rappresentare un nuovo elemento di supporto nel processo terapeutico, oltre che un possibile strumento di riconoscimento di soggetti a rischio. Essi aprono inoltre la strada all’impiego di tecniche di potenziamento delle competenze narrative generali come strategie complementari nei percorsi di cura delle dipendenze, in analogia a quelle che si stanno sperimentando ad esempio con i pazienti affetti da autismo.

Gioco d’azzardo in Italia e in Friuli Venezia Giulia: dati 2019 e 2020

Secondo il Libro Blu 2019 dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli pubblicato a giugno 2020, lo scorso anno l’ammontare complessivo delle puntate in Italia (slot machine, videolottery, lotterie gratta e vinci, scommesse sportive, superenalotto, gioco online ecc.) è stato di 110,5 miliardi di euro. Il volume di gioco del Friuli Venezia Giulia è stato pari a un miliardo e 369 milioni di euro, per un dato pro capite di 1.305,94 euro anno, considerando che in tale popolazione sono incluse anche persone istituzionalizzate o impossibilitate al gioco.

Nel corso del 2020, in concomitanza con la pandemia da SARS-Cov 2, si è vista una crescita sostanziale del gioco online. Solo nel mese di marzo 2020 i nuovi conti di gioco aperti sono aumentati del 35% rispetto a quelli di febbraio. Un’indagine condotta dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa ha riportato che tra i profili online aperti negli ultimi mesi, il 96% è stato aperto da giocatori che non avevano mai giocato su internet. Secondo la stessa fonte, il fatturato dovuto al gioco online è aumentato significativamente nel marzo 2020 rispetto all’anno precedente. In particolare, il fatturato dovuto al gioco del Poker online è più che raddoppiato (da 7.2 a 16 milioni di euro), mentre quello associato ai casinò online è passato da circa 73 milioni di euro nel marzo 2019 a 94 milioni di euro nel marzo 2020.

 

L’integrazione della TMS con la psichiatria e la psicoterapia. La metodica e l’uso in ambito psichiatrico – VIDEO

Il Centro Stimolazione Magnetica Transcranica ha proposto un incontro sulla plasticità sinaptica per una cura efficace, con un focus su TMS, dipendenze e disturbi emotivi. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’incontro. 

 

Il 21 Luglio 2020 si è tenuto un incontro per conoscere e scoprire la Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS) e i suoi utilizzi in ambito psichiatrico.

Lo Studio Clinico San Giorgio, ora diventato Centro Stimolazione Magnetica Transcranica – CIP TMS, propone un approccio innovativo e integrato per il trattamento di disturbi emotivi e dipendenze patologiche. Neuropsichiatria e psicoterapia si integrano con la Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS), una metodica di neuromodulazione cerebrale non invasiva ed efficace nella cura di dipendenze, depressione, disturbi ossessivi, sindrome di Tourette e delle demenze. Per i nostri lettori pubblichiamo il video dell’evento “L’integrazione della TMS con la psichiatria e la psicoterapia. La metodica e l’uso in ambito psichiatrico” All’incontro hanno partecipato la dr.ssa Vaccaro, la dr.ssa Crespi, il dr. Ferro il dr. Schiena e il dr. Ruggiero.

 

TMS, PSICHIATRIA E PSICOTERAPIA – Guarda il video integrale del webinar:

 

Speranza, consapevolezza e cambiamento

Speranza è una delle parole più frequentemente menzionate nelle conversazioni di tutti i giorni: le persone sperano nel raggiungimento di un bene o nell’evitamento di un male, quasi come tendenza naturale. Che cosa significa da un punto di vista psicologico sperare? La speranza può aiutare ad avviare azioni che migliorino il nostro stato d’animo e il modo di porsi nella Vita?

 

Dunque c’è la luce
e ogni foglia è attaccata al ramo
con esatto amore
e ogni foglia in orario
lascia il ramo
con audace resa
e ogni uscire dalla soglia
del corpo è ricevuto
con unanime benvenuto
da quella scienza della gioia
che proprio ora proprio qui
riempie il foglio di ghirigori
per dirti che dunque
la luce c’è.
(Chandra Livia Candiani)

Negli ultimi mesi, la letteratura scientifica sta mostrando gli effetti legati al confinamento per il Covid-19 e alla gestione dell’emergenza sul benessere delle persone. Tali effetti erano stati considerati preventivamente da gruppi di professionisti ad inizio dell’evento pandemico, sulla scia di alcuni primi dati già pubblicati sulla popolazione cinese ed ora confermati dalle numerose evidenze scientifiche.

Dagli studi e dalle osservazioni rilevate, emerge che in molti siano stati colpiti nelle dimensioni vitali per l’essere umano, quale quella fisica, psicologica, sociale. Tra i disturbi maggiormente rilevati, e sovente intrecciati tra loro, sono stati individuati:

Infine, non meno importanti, le domande legate al senso e al significato sulla propria identità, sulle relazioni, sul lavoro, sull’ambiente, sulla Vita, la malattia e la morte. Alcuni tra i disagi sopra riportati sono stati evidenziati anche tra la popolazione infantile, che ha subito di riflesso la gestione dell’emergenza e le problematiche ad esse associate da parte dei familiari.

Nelle conversazioni quotidiane dei mesi passati ed odierne, spesso sentiamo frasi come:

“Spero di stare meglio”

“Spero che le cose vadano meglio”

“Spero che si risolva tutto per il meglio”

“Spero che vada, davvero, tutto bene…”

Pensieri che sovente ci accompagnano nel nostro percorso di vita, quasi un augurio che in automatico nasce spontaneo, da dentro, soprattutto nei momenti di crisi. Riflessioni molto attuali e vive, che hanno camminato insieme a noi in questi mesi, che si sono visti negli sguardi della gente per strada e che faticosamente ha ripreso le attività, o che ha dovuto fare i conti con cambiamenti importanti sul versante familiare, finanziario, lavorativo, amicale.

Secondo Shimanoff il termine speranza è una delle parole più frequentemente menzionate nelle conversazioni di tutti i giorni: le persone sperano nel raggiungimento di un bene o nell’evitamento di un male, quasi come tendenza naturale.

L’etimologia stessa della parola speranza ci rimanda a un tendere verso: dal latino “spes= speranza”, a sua volta collegato alla radice sanscrita “spa= tendere verso una meta”. Tendere verso un miglioramento, a partire da una condizione di malessere, frustrazione, insoddisfazione, anche paura e angoscia. La definizione di speranza contiene quindi nozioni individuali, orientamenti futuri, implica partecipazione attiva da parte dell’individuo e rappresenta la possibilità di un risultato positivo.

Che cosa significa da un punto di vista psicologico sperare? La speranza può aiutare ad avviare azioni che migliorino il nostro d’animo e il modo di porsi nella Vita?

Alcuni primi studi sulla dimensione della speranza sono stati condotti in situazioni di minaccia alla vita ed associati pertanto alla capacità della persona di trovare un senso all’evento avverso. Ad esempio Korner e McGee hanno documentato la relazione tra la speranza e la sopravvivenza degli ebrei nei campi nazisti. Sulla scia di quei primi studi, la dimensione della speranza è stata considerata come fattore fondante la relazione di cura e pertanto approfondita nelle sue componenti e qualità dal punto di vista delle persone malate. Una delle definizioni che ne deriva è:

forza vitale dinamica multidimensionale caratterizzata da un’aspettativa fiduciosa, ma incerta, di raggiungere un bene futuro che, per la persona che spera, è realisticamente possibile e personalmente significativo. 

In particolare è stato mostrato che vivere con speranza è un fattore significativo che aiuta le persone ad adattarsi alla malattia, a ridurre lo stress e a migliorare il benessere psicologico e la qualità della vita. La mancanza di speranza, definita come percezione di una situazione insormontabile dove nessun obiettivo sembra raggiungibile, è associata invece a depressione e al desiderio di affrettare la propria morte.

In uno studio condotto da Johnson su un gruppo di persone malate di tumore sono stati delineati 10 attributi della speranza, riassunti nella tabella sottostante.

  • Aspettative positive: una previsione positiva con speranza di un domani migliore, nonostante la malattia.
  • Qualità personali: una forza interiore, un approccio alla vita volto a risolvere i problemi e il raggiungimento di importanti obiettivi.
  • Spiritualità: fede verso un Essere superiore; speranza di una vita dopo la morte dove rincontrare i propri cari trovando uno scopo per vivere quello che resta della vita.
  • Obiettivi: fissare e raggiungere obiettivi di breve termine.
  • Confort: essere liberi dal dolore.
  • Assistenza: il comportamento degli altri per i contatti fisici, attenzione all’umore e  avere un’onesta informazione.
  • Relazioni interpersonali: relazioni ricche di affetto con amici e famigliari, relazioni oneste verso coloro che danno assistenza.
  • Controllo: possibilità di decidere sulle proprie cure.
  • Eredità: lasciare qualcosa di valore agli altri.
  • Rassegna della propria vita: riconoscere gli obiettivi raggiunti e i contributi dati per migliorare le vite degli altri.

Un altro studio ha evidenziato i fattori che invece ledono la speranza nelle persone malate:

  • Abbandono e isolamento: sia da parte della rete famigliare e sociale, che da parte degli operatori (percezione di una scarsa comunicazione con gli operatori).
  • Dolore: e disagio incontrollabili.
  • Svalutazione: della personalità.

Esiste uno strumento che aiuta a comprendere come la persona sta vivendo la speranza in un percorso legato alla malattia, composto da alcune domande che rimandano nella maggior parte dei casi agli attributi sopra descritti. Ad esempio:

  • Ho una profonda forza interiore?
  • Posso ricordare tempi felici e gioiosi?
  • Mi sento di dare e ricevere cura/amore?

Queste domande evidenziano l’importanza della qualità della relazione con se stessi e gli altri significativi (famigliari e amici) per poter nutrire in modo positivo la speranza.

Gli studi citati, anche se relativi ad un gruppo specifico – persone malate – orientano a riflessioni che ciascuno può porsi, a prescindere da una condizione di malattia, per poter iniziare a portare attenzione alla propria vita e alla speranza di darle valore e di renderla ogni giorno migliore:

  • Che cosa significa per me stare meglio?
  • In che modo posso prendermi cura del mio benessere?
  • Lo desidero veramente?
  • Mi interessa?
  • Che cosa sto cercando di fare affinché questo si possa realizzare?
  • Che tipo di relazione ho con la mia quotidianità?
  • Come la vivo?

Spesso tendiamo a delegare al di fuori di noi la risposta a queste domande, per molteplici ragioni:

  • per via delle aspettative degli altri su di noi;
  • per le aspettative che noi abbiamo su noi stessi;
  • per il non sentirci capaci;
  • per la sfiducia che abbiamo in noi stessi e negli altri;
  • per la paura di sbagliare;
  • per i giudizi che tendiamo a dare a noi stessi e agli altri;
  • per scarsa assunzione di responsabilità.

L’esperienza legata al lockdown e al Covid-19 ha fatto emergere l’importanza della consapevolezza di se stessi e delle relazioni con gli altri, alla quale non siamo quasi mai educati. Spesso, spinti da ritmi frenetici, siamo portati fuori da noi, alla ricerca di qualcuno o qualcosa che speriamo apporti un miglioramento nella nostra vita, allontanandoci dalla possibilità che abbiamo in ogni momento di partire da noi stessi per comprendere cosa ci fa stare bene, che cosa condiziona il nostro sentire e il nostro agire e che cosa possiamo fare per agire un cambiamento. Questo tipo di consapevolezza si costruisce gradualmente ogni giorno a partire dalle cose quotidiane della vita, ad esempio ogni volta che siamo presenti a ciò che facciamo, ogni volta che nutriamo un pensiero bello su di noi o sentiamo affetto per noi stessi e per qualcuno al quale vogliamo bene, quando portiamo attenzione alla motivazione di un nostro agire o ci prendiamo cura di una sofferenza che stiamo provando. In sostanza ogni volta che non deleghiamo ciò che siamo, rivolgendo lo sguardo dentro noi stessi per comprendere che il cambiamento non è qualcosa che altri possono darci ma è qualcosa che appartiene alle nostre capacità.

Un possibile parallelismo con questi significati è costituito dalla prevenzione e dagli stili di vita salutari, rispetto ai quali sono disponibili molte ricerche che ne evidenziano il ruolo centrale per la salute. La prevenzione in una delle sue accezioni è prima di tutto conoscenza di sé, in relazione ai pensieri, alle emozioni, alle relazioni e a come le viviamo. Ad esempio mangiare sano o fare attività fisica sono alcune delle principali indicazioni degli stili di vita salutari, ma se deleghiamo il nostro benessere a queste indicazioni, comprovate scientificamente, non considereremo una parte importante della salute: come ci sentiamo? Quali emozioni mettiamo nel piatto che mangiamo? Che cosa impedisce di prenderci l’impegno di fare attività fisica?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come stato di completo benessere fisico, sociale e mentale e non soltanto l’assenza di malattia e infermità. In questa ottica la salute non è una condizione astratta, ma un mezzo finalizzato ad un obiettivo, quello di costruire il proprio benessere. Negli ultimi anni, diversi documenti di integrazione sottolineano anche l’importanza della spiritualità per la tutela e la promozione della salute, in quanto essa può aiutare a sostenere le cure, a gestire le difficoltà della vita e a migliorare la condizione di benessere che a sua volta aumenta il piacere di vivere.

I mesi precedenti hanno fatto emergere l’importanza di pensare alla salute ogni giorno, a partire dalla consapevolezza di che cosa ci aiuta a stare bene non solo dal punto di vista fisico, ma anche delle emozioni, delle relazioni, delle domande che possiamo farci nello stare nella Vita e nel comprendere quali significati può avere per noi. Per riprendere alcune domande relative alla speranza:

  • Ho una profonda forza interiore?
  • Posso ricordare tempi felici e gioiosi?
  • Mi sento di dare e ricevere cura/amore?

Portare attenzione a questi aspetti aiuta a discriminare che cosa ci condiziona e che cosa invece può essere fatto a partire da noi in modo attivo e responsabile, non giudicando quello che percepiamo di non riuscire a fare, ma dando valore all’azione che compiamo, anche una sola. Infine ‘farci accompagnare’ da queste riflessioni e agire in modo coerente ad esse, sostiene nel discriminare le informazioni veramente attendibili rispetto alla propria salute, limitando le paure che condizionano spesso la messa in atto di comportamenti che non tutelano realmente se stessi, ma sono adottati proprio perché inscindibilmente legati a stati d’animo che amplificano il bisogno di controllo.

 

Bambini con sintomi ansiosi? E se provassimo ad aiutarli attraverso i genitori? Il programma space, assolutamente spaziale!

Oggi gli studi rilevano che i disturbi d’ansia rappresentano uno dei disturbi psichiatrici più diffusi tra bambini e adolescenti. Come possiamo aiutare i giovani con sintomi ansiosi? La soluzione è semplice: utilizzare un metodo di provata efficacia, come l’innovativo programma SPACE.

 

Nel momento storico in cui viviamo, i sintomi ansiosi crescono esponenzialmente nella popolazione, senza fare distinzioni tra uomini e donne e non risparmiando i giovani. Proprio i bambini rischiano però di non veder riconosciuti i propri sintomi dagli adulti, che possono interpretarli come “normali paure dei bambini” o, peggio, mandare il messaggio più o meno esplicito che “il bambino sta solo facendo i capricci” e riprenderlo o ignorarlo invece di comprenderlo e aiutarlo.

Oggi gli studi rilevano che i disturbi d’ansia rappresentano uno dei disturbi psichiatrici più diffusi tra bambini e adolescenti (Costello et al., 2005). I sintomi, spesso non riconosciuti e/o non trattati correttamente, determinano poi implicazioni negative sullo sviluppo e sul funzionamento globale, causando grave disagio e carico anche su genitori e familiari, nonché costi sociali significativi.

Prendere atto di questa situazione ci mette di fronte a un quesito importante: come possiamo aiutare i giovani con sintomi ansiosi? La soluzione è semplice: utilizzare un metodo di provata efficacia!

L’innovativo Programma SPACE (Supportive Parenting for Anxious Chilhood Emotions) basato sulla Resistenza Non Violenta (NVR, Not Violent Resistance) ideato dagli autori internazionali Haim Omer e Eli Lebowitz risponde a questa richiesta. SPACE è un programma nato dalla percezione di molti genitori di aver perso il proprio spazio personale (da qui l’acronimo) a causa dei sintomi ansiosi dei propri figli, di cui si sentono ostaggio. Rappresenta un intervento di parent training che si rivolge esclusivamente ai genitori e fornisce una serie di strumenti pratici che mirano ad aiutarli a identificare le varie forme di adattamento che forniscono, implementare piani dettagliati per ridurre i comportamenti di adattamento e strategie per far fronte alle dure reazioni del bambino. Così facendo riusciranno a modificare il modo in cui si rapportano ai problemi dei figli, rendendolo più costruttivo e produttivo, anziché limitandosi ad assecondare passivamente i sintomi o a tentare di modificare direttamente i comportamenti dei figli rischiando continue escalation.

Perché SPACE?

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) ha da sempre fornito prove di efficacia molto elevata per il trattamento dei disturbi d’ansia (per una revisione si veda Caselli, G., Manfredi, C., Ruggiero, G.M. & Sassaroli, S., 2016). Quando però si prendono in carico i giovani pazienti, non sempre si riescono a ottenere risultati soddisfacenti. Una possibile spiegazione è dovuta al fatto che la CBT richiede la partecipazione attiva del paziente e una collaborazione costante col terapeuta, elementi non sempre facili da realizzare coi bambini. Avviene frequentemente, infatti, che i bambini rifiutino la psicoterapia, non ne capiscano il senso o vi partecipino malvolentieri, con scarso impegno e/o poca costanza. Bisogna poi considerare il contesto di vita del bambino e i fattori familiari che sono coinvolti nella genesi e/o nel mantenimento dei sintomi: i fattori esterni rivestono un’importanza maggiore nel caso di un bambino poiché egli dipende maggiormente dagli altri e non ha ancora sviluppato molte risorse per comprendere e gestire se stesso, i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri comportamenti e gli eventi che affronta.

Quando la partecipazione del bambino al trattamento non risulta possibile o quando non si ottengono sufficienti benefici dalla terapia individuale, un intervento rivolto ai genitori può costituire un’alternativa efficace e praticabile. È questo che si propone il Programma SPACE. L’assunto è che un genitore tiene troppo al proprio figlio per abbandonarlo, trascurarlo o non impegnarsi per aiutarlo a stare meglio. Può sorprendere l’effetto che sottolineare un elemento così ovvio può avere sia sui genitori, che si riappropriano in questo modo del legame genitoriale, che sui figli, che sperimentano tutta la potenza della presenza e dell’amore dei genitori. Il Programma parte da questo assunto, mobilita i genitori e li guida nel raggiungimento del loro intento. Ciò è fondamentale perché permette di agire anche su quei casi in cui un trattamento classico sul bambino non sarebbe attuabile. È significativo rilevare che proprio a seguito dell’attuazione di SPACE molti bambini accettano di iniziare la psicoterapia che prima avevano rifiutato o, nel caso non sia mai stata proposta, chiedono ai genitori se ci sia qualcuno a cui rivolgersi.

Altro elemento da ricordare è l’effetto che il Programma ha progressivamente anche sui genitori: molti di loro riferiscono una sempre maggiore percezione di capacità ed efficacia associate a una parallela diminuzione del disagio e della percezione di impotenza scatenata dal sentirsi in balìa dei sintomi dei propri figli.

Gli autori

Eli Lebowitz è direttore del Programma per i disturbi d’ansia infantile e adolescenziale presso la Yale School of Medicine, Child Study Center. Le sue ricerche si concentrano sullo sviluppo, la neurobiologia e il trattamento dell’ansia e dei disturbi correlati, con particolare attenzione alle dinamiche familiari e al ruolo dei genitori. Dirige progetti di ricerca finanziati dai maggiori fondi internazionali ed è autore di articoli di ricerca e libri sull’ansia infantile e adolescenziale.

Haim Omer è docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv ed è il fondatore, insieme a Irit Schorr-Sapir, della School of Non Violent Resistance di Tel Aviv, centro ufficiale di insegnamento, supervisione e promozione dell’approccio della Resistenza Non Violenta e della Nuova Autorità (New Authority, NA). Nel corso dei suoi quarant’anni di carriera come psicoterapeuta, ricercatore accademico e insegnante ha pubblicato oltre settanta lavori riferiti alla psicologia della demonizzazione, alla “presenza” genitoriale, alla NVR in famiglia, nella scuola e nella comunità, alla NA e alla funzione di “àncora” in quanto ponte tra i concetti di autorità e attaccamento.

Gli autori lavorano da anni in ambito clinico e i loro metodi sono validati e utilizzati in tutto il mondo: sono sorti centri che utilizzano la NVR in Israele, Germania, Svizzera, Francia, Austria, Paesi Bassi, Belgio, Inghilterra, Danimarca e Svezia e molti dei libri di Omer sono stati tradotti in inglese, tedesco, giapponese, ebreo, francese, portoghese, olandese e finalmente anche italiano.

Parallelamente al lavoro pratico si è sviluppato anche quello di formazione, sono infatti stati creati dei corsi specifici per l’apprendimento del metodo della NVR. Anche in Italia cominciano ad essere presenti dei pioneristici corsi formazione e dei seminari di presentazione come quello organizzato da Studi Cognitivi a gennaio 2018.

Il programma SPACE

Gli autori hanno messo a punto un programma manualizzato che si rivolge ai genitori di bambini e ragazzi con sintomi ansiosi, fornendo strategie innovative per attaccare i sintomi intervenendo sulle dinamiche sottostanti le interazioni tra i genitori e i ragazzi ansiosi. Il Programma, in questo modo, va a riempire un vuoto, permettendo di intervenire anche in contesti in cui la psicoterapia tradizionale non trova una proposta efficace.

Il fulcro del Programma SPACE è il concetto di adattamento familiare, ovvero i modi in cui i genitori vengono coinvolti nell’ansia del loro bambino. Vengono così presi in considerazione i comportamenti dei genitori finalizzati ad aiutare il bambino a evitare il disagio causato dal disturbo, sia in termini di coinvolgimento attivo nei sintomi ansiosi del figlio (ad esempio dormire vicino a un bambino che soffre di ansia da separazione) che di modificazioni delle abitudini familiari a causa della sua ansia (ad esempio non invitare ospiti a casa se il proprio figlio soffre di fobia sociale). L’attenzione viene quindi spostata al ruolo che tali dinamiche rivestono nello sviluppo e nel mantenimento dei disturbi d’ansia (elemento spesso trascurato dai classici protocolli terapeutici): l’obbiettivo (ridurre fino a eliminare i sintomi ansiosi del bambino) viene così raggiunto agendo sul modo in cui i genitori si approcciano ai sintomi ansiosi del figlio. Alcuni studi hanno già dimostrato il ruolo dell’adattamento familiare come predittore dell’esito della terapia (Crawford & Manassis, 2001; Garcia et al., 2010) e hanno rilevato l’efficacia di interventi sui genitori volti a ridurlo (Storch et al., 2010). Prendere in considerazione questo fattore sembra quindi naturale nell’impostazione di una terapia che si proponga di essere efficace.

Per raggiungere il risultato si introduce un altro concetto importante del Programma, quello di iniziative unilaterali, ovvero di azioni intraprese senza il consenso del figlio. Non è difficile immaginare che un bambino (ma anche un adulto) non voglia cambiare strategie e modalità che, seppur disfunzionali, lo fanno sentire protetto o tranquillo, anzi questo è proprio ciò che sta alla base del mantenimento del disturbo. Spesso però i genitori sono riluttanti a intraprendere azioni che i loro figli non accettano, agendo su base emotiva, spinti dal desiderio di accudimento o intimoriti dalle possibili proteste e ritorsioni che il figlio potrebbe mettere in atto. In questo modo stanno però dimenticando che i bambini hanno ancora bisogno che i genitori si prendano cura di loro e li aiutino a prendere decisioni e mettere in atto strategie di cui non sono ancora capaci: aspettando indefinitamente che il figlio sia d’accordo a lavorare sul problema, i genitori possono, al contrario, caricare sulle sue spalle un peso che non è in grado di sopportare.

Fondamentale e innovativa in ambito terapeutico è la cornice teorica della Resistenza Non Violenta (NVR), che guida la visione terapeutica e le strategie adottate. Questa scelta non dipende solo dalla formazione degli autori ma consegue alla scelta della tecnica più funzionale al contesto: quando si agisce sulla riduzione dell’adattamento familiare insorgono facilmente comportamenti di resistenza da parte dei bambini (e, più in generale, di chiunque si trovi a veder modificate modalità che sostengono i propri sintomi). Di fronte alle possibili minacce verbali e fisiche dei bambini è fondamentale che i genitori riescano a reagire in modo tale da persistere nel loro intento benevolo evitando al contempo le possibili escalation. La NVR fornisce gli strumenti e l’attitudine per poter raggiungere questo obbiettivo. Basata sulle lotte di Gandhi e Martin Luther King e adattata al contesto clinico e familiare da Haim Omer, si fonda sul concetto che in una situazione di conflitto o disaccordo la scelta di focalizzarsi sul cambiare l’altro porta a un’ostinata resistenza e all’escalation, perdendo così l’opportunità di agire in modo utile. La NVR mira invece al cambiamento prodotto attraverso la modifica del proprio comportamento, facendosi la domanda “Come posso proteggermi e mantenere le mie convinzioni senza aggredire o arrendermi?”. Così facendo i genitori possono gestire il disagio o la resistenza del figlio mantenendo al contempo un atteggiamento supportivo nei suoi confronti, offrendogli costantemente la sensazione di presenza e di un’ancora per resistere alle sue stesse potenti emozioni.

Il Programma SPACE è un metodo strutturato ma flessibile, organizzato in 8 sessioni di trattamento comuni a cui possono essere aggiunti, se il caso lo prevede, alcuni dei 5 moduli di intervento supplementari dedicati ad elementi specifici; richiede quindi 10-15 sedute a cadenza settimanale.

Per implementare l’efficacia del Programma è importante la presenza e la partecipazione di entrambi i genitori: loro saranno la parte attiva del trattamento ed è quindi fondamentale che siano presenti alle sedute, siano d’accordo sul metodo e collaborino per stabilire gli obiettivi e le strategie per raggiungerli. A tal proposito nel libro vengono proposti diversi strumenti che afferiscono alla NVR. Gli autori guidano il lettore passo passo spiegando i concetti in modo chiaro, quasi palpabile e inserendo numerosi esempi clinici: è come essere accompagnati per mano lungo un sentiero in cui si avverte tutta la potenza della resistenza non violenta e l’importanza di resistere per raggiungere l’obiettivo di stare meglio. Nei diversi momenti del trattamento si farà la conoscenza con l’annuncio (se possibile sempre scritto), il sit-in, la ricerca di sostenitori e varie strategie per fronteggiare i problemi che possono insorgere sia nei genitori che nel bambino.

Proprio la ricerca di sostenitori è una delle basi dell’approccio nella NVR e consiste nella ricerca di persone (familiari, amici, figure significative ma anche semplici conoscenti) che, una volta messe a conoscenza del problema, desiderino sostenere i genitori nelle azioni volte ad aiutare il figlio e stare vicini al ragazzo. Il ruolo dei sostenitori è infatti duplice: da un lato forniscono supporto ai genitori e ne sostengono gli obbiettivi e le strategie, dall’altro forniscono vicinanza e sostegno al figlio, contattandolo quando si verificano dei problemi ed essendo presenti per lui, passando del tempo insieme, aiutandolo a guardare le cose in modo più razionale, sostenendolo nel mettere a punto una strategia per rimediare a eventuali comportamenti negativi e nel trovare modi più funzionali di reagire in futuro. Essi sono quindi alleati preziosi che svolgono una parte fondamentale del processo terapeutico. Sono inoltre la prova tangibile della volontà dei genitori di rompere il segreto sui comportamenti problematici del figlio per poterlo aiutare al meglio.

Per concludere posso dire che questo manuale accende l’attenzione su un argomento di cui spesso ci si dimentica, ovvero i disturbi d’ansia dei bambini, e lo fa fornendone una nuova lettura e un diverso approccio terapeutico, allontanandosi dall’intervento diretto sul bambino (che non viene negato e può affiancarsi al Programma SPACE, creando una sinergia che massimizzi i risultati di entrambi i percorsi terapeutici) e focalizzandosi sugli elementi relazionali che lo circondano. I sintomi vengono affrontati indirettamente andando ad agire sui meccanismi che li mantengono e garantendo al contempo un ambiente di presenza, sostegno, resistenza alla violenza e collaborazione per il raggiungimento dell obiettivo. Haim Omer e Eli Lebowitz, tradotti dai professionisti Daniela Leveni e Daniele Piacentini (già curatori del primo manuale di NVR tradotto in italiano, “La nuova autorità. Famiglia, scuola e comunità”, 2016), ci aprono una nuova finestra sui disturbi emotivi e su come approcciarsi ad essi in modo nuovo. L’efficacia del programma è stata testata con diversi studi, il più importante dei quali è un confronto controllato tra SPACE per i genitori e CBT per il bambino (Lebowitz et al., 2019). Questo è uno studio di non inferiorità, cioè applica una metodologia che mira a dimostrare che un nuovo trattamento ha effetti comparabili a uno stabilito. SPACE si è dimostrato efficace quanto la CBT sul miglioramento dei sintomi d’ansia, ma più veloce ed efficace nel raggiungimento del de-adattamento dei genitori. Bisogna tenere presente che questo confronto comprendeva bambini che erano disposti a ricevere cure. Se si considera però che SPACE mostra un’efficacia simile anche quando il bambino rifiuta il trattamento, l’argomentazione a favore di SPACE diventa più forte.

Infine, sebbene il manuale sia rivolto in particolare ai disturbi d’ansia nei bambini, molti spunti possono essere utilizzati anche nel lavoro con gli adulti e in generale con disturbi diversi: le strategie e l’approccio presentati rappresentano quindi strumenti generalizzabili che arricchiscono il patrimonio formativo del professionista. Trattandosi di strategie di provata efficacia, conoscerle e prenderle in considerazione può permettere di trovare soluzioni funzionali in contesti di stallo terapeutico. Sembra quindi ragionevole volgere lo sguardo verso questo metodo e valutarne l’integrazione nel lavoro clinico.

Per approfondire l’approccio della Resistenza non violenta clicca QUI.

 

XII edizione: Giornata Nazionale Parkinson – Comunicato Stampa

Comunicato Stampa

XII edizione Giornata Nazionale Parkinson
28 novembre 2020

90 centri su tutto il territorio nazionale, quest’anno sulla piattaforma virtuale: GIORNATAPARKINSON2020.FONDAZIONELIMPE.IT

 

Anteprima – Giornata Nazionale Parkinson 2020

Interverrà il Viceministro della Salute, Sen. Pierpaolo Sileri

Sono stati invitati a partecipare i 20 assessori regionali alla Salute per la Tavola Rotonda:
“Sanità – Modelli Regionali a confronto”
27 novembre 2020
GIORNATAPARKINSON2020.FONDAZIONELIMPE.IT

 

Si collegheranno virtualmente, ognuna dalla propria “cabina di regia”, su un portale messo a disposizione dalla Fondazione LIMPE per il Parkinson Onlus (organizzatrice e promotrice della GNP) i 90 centri Parkinson che da 12 anni si danno appuntamento l’ultimo sabato di Novembre, che in questo 2020 corrisponde al giorno 28, per offrire ai pazienti e alle loro famiglie informazioni preziose e puntuali su questa malattia così complessa ed eterogenea: il Parkinson. A maggior ragione quest’anno – durante il quale le malattie croniche hanno visto venir meno quella continuità assistenziale di cui necessitano – il messaggio di Fondazione Limpe per il Parkinson Onlus affiancata dall’Accademia LIMPE – DISMOV, che patrocina la Giornata dalla sua nascita, sarà ancora più incisivo.

Questa XII edizione ha ricevuto il Patrocinio della Rai, delle Regioni italiane, la Media Partner della TGR, del GR Radio Rai e di Radio 1 Rai. Inoltre è prevista anche una importante anteprima virtuale venerdì 27 Novembre.

Il fulcro sarà l’intervento del Viceministro della Salute Sen. Pierpaolo Sileri, che porterà in diretta i suoi saluti istituzionali. Seguirà la Tavola Rotonda: “Sanità – Modelli Regionali a confronto”, moderata dal Presidente della Fondazione LIMPE per il Parkinson Onlus, Prof. Leonardo Lopiano, affiancato dal Presidente dell’Accademia LIMPE – DISMOV Prof. Mario Zappia. Questo momento di confronto verrà arricchito dai preziosi contributi del Prof. Sergio Pillon – Componente del Tavolo Tecnico Tecnologie Innovative ISS e dal Dr. Nicola Vanacore –  Direttore Reparto CNAPS – Promozione e valutazione delle politiche di prevenzione delle malattie croniche ISS.

Sono stati invitati a partecipare i 20 assessori regionali alla Salute per discutere su tre aspetti fondamentali legati alle politiche sanitarie per le malattie croniche: la Telemedicina in Italia, i Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) e la Rete Ospedale – Territorio.

L’anteprima della GNP 2020 vedrà anche la partecipazione attiva dei Partner della Giornata, che da anni sostengono questa iniziativa sociale, come il Vice Direttore della TGR Rai Roberto Gueli e il meraviglioso Vincenzo Mollica che concederà in questa occasione una sua intervista in esclusiva.

La XII edizione della GNP inaugurerà la prima edizione del PREMIO LIMPE per la Comunicazione Scientifica di qualità nelle sue 5 declinazioni – Radio, TG, Contenitori TV, Agenzie, Quotidiani.

I nomi dei 5 giornalisti premiati verranno resi noti nel corso della diretta.

Saranno anche presenti i rappresentanti di alcune Aziende Farmaceutiche che operano nel mondo della malattia di Parkinson e che contribuiscono a sostenere la ricerca scientifica e molte iniziative sociali.

Il leit motiv della GNP 2020 sarà #muoviamocinsieme per affrontare la malattia di Parkinson perché solo creando una solida rete si riusciranno ad ottenere grandi risultati.

PER CONSULTARE IL PROGRAMMA >> CLICCA QUI

 

Personalità e COVID-19: stabilità o cambiamento?

Le preoccupazioni legate al COVID-19 e lo stress generato dalle restrizioni sociali, impattano fortemente a livello psicologico ma non solo.

 

Evidenze sottolineano come la personalità possa subire dei cambiamenti come riflesso di un adattamento a nuove situazioni (Specht et al., 2011) ed una pandemia sconvolge notevolmente i bisogni di base oltre che le attività quotidiane degli individui.

I cinque fattori della personalità (estroversione, gradevolezza, coscienziosità, nevroticismo e apertura all’esperienza), sebbene siano caratteristiche individuali stabili a fronte di eventi normativi (McCrae & John, 1992), potrebbero mutare in condizioni concomitanti di forte disagio. In particolare, il nevroticismo, caratterizzato da instabilità emotiva, vulnerabilità e insicurezza, è considerato il tratto più reattivo allo stress generato da un evento avverso (Jeronimus et al., 2013; Löckenhoff et al., 2009) e subisce un decremento grazie ad interventi clinici volti a migliorare la salute mentale (Roberts et al., 2017).

La ricerca di Sutin et al. (2020) ha testato in due fasi, a distanza di 6 settimane (Febbraio 2020 e Marzo 2020), un campione statunitense nei fattori di personalità, valutando il loro mutamento in risposta alla pandemia di COVID-19. Gli autori hanno verificato se il nevroticismo nelle sue componenti ansiose, potesse subire un incremento nella seconda fase, più acuta e complicata a livello psicologico. Inoltre, hanno ipotizzato che il fattore coscienziosità potesse aumentare in risposta alla diffusione di messaggi volti ad enfatizzare il senso di responsabilità individuale. Sono stati esplorati ulteriori cambiamenti nei soggetti considerati ad alto rischio: adulti con età superiore ai 65 anni e coloro in isolamento.

Per ciascuno dei 5 fattori di personalità, gli autori hanno valutato tre sfaccettature. Ansia, depressione e instabilità emotiva per il nevroticismo; socievolezza, assertività e livello di energia per estroversione; curiosità intellettuale, sensibilità estetica e immaginazione creativa per apertura all’esperienza; compassione, rispetto e fiducia per gradevolezza ed infine organizzazione, produttività e responsabilità per coscienziosità.

Rispetto alla valutazione nella prima fase della pandemia e contrariamente alle ipotesi iniziali, alla seconda somministrazione i livelli di nevroticismo sono diminuiti insieme alle componenti associate di ansia e depressione; mentre l’instabilità emotiva non ha subito cambiamenti.

Nonostante le ingenti perdite economiche, la necessità di accaparrarsi beni primari e la preoccupazione individuale della presenza del virus abbiano causato ansia e stress, il nevroticismo non ha subito un incremento. Questo risultato è ricondotto al fatto che tale tratto, in queste condizioni contestuali, non viene riferito al sé, ma ricondotto ad una condizione condivisa da tutti nella società, una sorta di destino comune. Dunque la tendenza globale è quella di valutare sé stessi non più emotivamente angosciati di quanto lo siano le altre persone, unita al collocamento all’esterno del motivo del disagio, piuttosto che ad una propria mancanza personologica.

Alla seconda valutazione, non sono mutati nemmeno i livelli di coscienziosità. Invece che un incremento del senso di responsabilità, è aumentato l’aspetto della produttività, indicante la sensazione di sentirsi efficienti nel fronteggiare la crisi.

Il rispetto (inteso come sfaccettatura di coscienziosità e valutato come tendenza ad aderire rigorosamente a principi etici) è diminuito tra i partecipanti adulti più giovani, con età inferiore a 65 anni e lavoratori. Questo risultato è ricondotto ad un item del NEO-PI-3 (McCrae & Costa, 2010), volto a misurare la volontà nel perseguire i propri impegni, ma che ora ha assunto un significato differente con il mutamento del contesto sociale: l’andare a lavoro/scuola mentre si è malati non è considerato segno di coscienziosità, bensì di incoscienza. Restare a casa invece manifesta senso di responsabilità e impegno nel tutelare l’intera comunità.

Mentre nella seconda fase della somministrazione l’estroversione era lievemente aumentata nelle sue componenti di assertività e livello di energia, la socievolezza non ha subito alcun cambiamento.

L’essere in isolamento ha influito sui tratti di personalità; coloro che non erano in quarantena avevano livelli inferiori di nevroticismo e umore meno depresso alla seconda misurazione. L’affettività negativa e la depressione, generati dallo stato di solitudine, possono persistere insieme alla componente ansiosa anche nel lungo periodo (Brooks et al., 2020). L’isolamento ha portato ad un decremento di energia, curiosità, apertura mentale, gradevolezza e coscienziosità; con noia, sfiducia e riduzione delle capacità organizzative, a causa della minore pressione nel dover portare a termine gli impegni in modo tempestivo.

Globalmente i cambiamenti nei tratti sono stati di entità minima, a sostegno di una stabilità intrinseca della personalità nel fronteggiare stress acuti provenienti dall’ambiente (Mc Crae & Costa, 1986). E’ possibile che i tratti di personalità siano resilienti a fattori stressanti per garantire una propria bussola personale, continuità del proprio concetto di sé e della propria identità (Specht et al., 2011). Probabilmente aspetti come le variazioni dell’affettività di stato e la salute mentale, potrebbero risentire maggiormente dell’impatto del COVID-19 (McGinty et al., 2020).

Tuttavia è anche probabile che cambiamenti della personalità generati dalla crisi richiedano più tempo per consolidarsi; dunque la ricerca presente è limitata per non aver potuto verificare mutamenti nel lungo periodo e in altri contesti. Infine, il contesto sociale più ampio svolge un ruolo rilevante: oltre ad influenzare gli stati affettivi ansiosi o depressivi, agisce mutando le concezioni individuali, come nel caso del significato attribuito all’item che misurava la responsabilità (ora divenuto segno di incoscienza) nel perseguire le proprie attività nonostante la malattia.

 

Meme: analisi psicologica della nuova forma di comunicazione

Quante volte ci capita di condividere sui social o su chat private immagini che rispecchiano a pieno un nostro sentimento, una circostanza vissuta con qualcuno o un’esperienza comune di vita quotidiana?

 

Questa forma di comunicazione e condivisione, che da anni ormai circola in Internet, prende il nome di “meme” ed è l’emblema della cultura partecipativa in cui viviamo, dove, tramite i mezzi tecnologici di cui disponiamo, non vi è più distinzione tra chi produce e chi consuma. Innumerevoli individui creano, diffondono e trasformano memi su reti amatoriali di partecipazione culturale mediata (Milner, 2012).

Il meme, dunque, è un artefatto della cultura pop, che tramite la combinazione di un’immagine e di una didascalia apparentemente incongrue articola sentimenti e reazioni relativi a momenti di vita quotidiana. È, quindi, una forma di narrazione altamente visiva che richiede una certa alfabetizzazione digitale e che mobilita sentimenti di appartenenza e processi identitari.

Il concetto di meme si è evoluto nel tempo e adattato allo sviluppo dei mezzi di informazione, incorporando nel corso della sua ontogenesi una serie di caratteristiche distintive senza le quali non potrebbe essere tale.

Evoluzione del concetto di meme: dalla biologia alla comunicazione digitale

Il termine meme è stato coniato nel 1976 dal biologo Richard Dawkins che, abbracciando un approccio darwiniano, lo utilizza per riferirsi a una “unità di trasmissione culturale”, un artefatto che, come il gene, si propaga di generazione in generazione tramite l’imitazione. L’autore fa l’esempio di “melodie, idee, slogan, modi di vestirsi, modi di fare vasi o di costruire archi”. Per Dawkins, l’evoluzione culturale ha superato quella biologica come determinante del comportamento umano. Il meme si basa sulla nozione di replicabilità e, secondo il biologo, deve essere dotato di tre proprietà per avere successo: longevità, fecondità e stabilità.

Successivamente, grazie al contributo di diversi autori, si sono sviluppate diverse direzioni ontologiche del concetto, passando da una prospettiva biologica a una epidemiologica (Castaño Díaz, 2013). Il cognitivista Dan Sperber (1996), intendendo il meme come un replicatore culturale, sposta l’attenzione sulla natura rappresentativa dello stesso e ne analizza il processo di propagazione, che può essere verticale (su generazioni, come i geni) e/od orizzontale (tra i membri di una certa popolazione, come i virus). La psicologa Susan Blackmore (1999), sostenendo il ruolo centrale dell’imitazione per la replicazione del meme, aggiunge che esso non è autonomo ma richiede un soggetto per riprodursi. Infine, Daniel Dennet (1995) contribuisce all’evoluzione del concetto sottolineandone la possibilità di variazione, contrapposta alla stabilità sostenuta da Dawkins (1976). I contributi di questi autori hanno permesso il passaggio da una prospettiva di riproduzione genetica (meme-gene) a una modalità di riproduzione virale (meme-virus) che prevede la presenza di un ospite per replicarsi.

Infine, come conseguenza del diffondersi del digitale e dalla constatazione delle caratteristiche di replicabilità, interattività e portata dei nuovi media delineati da Nancy Baym (2010), nasce il concetto di “Internet meme”. Esso è una unità di informazione (idea, concetto o convinzione) che si replica via Internet sotto forma di immagine, video o frase e che può mutare ed evolversi. Tale mutazione può avvenire per significato, per struttura o per forma.

Costrutti e teorie psicologiche relate al meme

Come anticipato, il meme nella cultura digitale è un artefatto che, combinando un elemento visivo con una descrizione, ironizza sulla quotidianità. Chi produce un meme non intende creare qualcosa di unico o dar vita a una “creazione spettacolare” quanto più a raggiungere il maggior numero di persone possibile tramite il senso di appartenenza e la condivisione di affinità affettive e la sua comprensione richiede la mobilitazione di una serie di conoscenze classificatorie (Kanai, 2016).

Una delle teorie psicologiche riscontrabili specialmente nelle fasi di produzione e comprensione di un meme è indubbiamente la teoria dell’insight di Köhler (1917). Con insight (o intuizione) lo psicologo gestaltista intende, in un contesto di apprendimento, un processo attivo di valutazione delle risorse a disposizione e di utilizzo creativo di esse, al di là della loro funzione originaria. Esso permette una ristrutturazione dei dati a disposizione che consente di cogliere nessi non percepiti prima. In effetti, un meme assume senso e significato solo se immagine e didascalia, apparentemente non correlate, vengono abbinate e l’allineamento concettuale dei due elementi consente di cogliere qualcosa di nuovo socialmente applicabile (Kanai, 2016).

Il costrutto psicologico che sicuramente emerge da questa trattazione è quello di identità, in particolare quella sociale, e i concetti di appartenenza e classificazione ad essa associati. Tajfel e Turner (1979) con identità sociale si riferiscono a quella parte dell’immagine di sé che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale, unita alle componenti valutative ed emotive legate a tale appartenenza. L’identità sociale si costruisce per mezzo di tre processi funzionalmente collegati: la categorizzazione, l’identificazione e il confronto sociale. L’individuo ordina e semplifica la realtà facendo riferimento a un numero limitato di categorie di appartenenza di vario tipo, tendendo a massimizzare le somiglianze tra soggetti di una stessa categoria e le differenze tra categorie contrapposte. Successivamente, la base psicologica per la costruzione della propria identità sociale è il senso di appartenenza a determinate categorie. Infine, l’individuo confronta continuamente il proprio ingroup con l’outgroup per mezzo di bias valutativi che lo portano a favorire il proprio gruppo e a svalutare gli altri (Fig. 1). Questi processi di definizione di un’identità sociale positiva rispondono al bisogno di autoaccrescimento e autostima.

Meme: un artefatto della cultura pop per l'espressione dei sentimenti onlineFIGURA 1 – Meme tratto dalla pagina facebook “La Cricca degli Psicologi Folli”

Infine, spesso i memi associano una determinata situazione a una espressione facciale estrapolata da altri contesti (film, eventi pubblici, quadri ecc.; vedi Fig. 2). La comprensione del meme, in questo caso, è facilitata dall’universalità di determinate espressioni facciali. Ekman, esponente dell’approccio psicoevoluzionista, con la teoria neuro-culturale (1973) afferma l’esistenza di programmi neurofisiologici innati che danno luogo a emozioni primarie a cui corrispondono specifiche espressioni facciali, universalmente riconosciute.

Meme: un artefatto della cultura pop per l'espressione dei sentimenti online

FIGURA 2 – Meme tratto dalla pagina facebook “Classical Art Memes”

 

Valutazione delle esperienze infantili attraverso l’Adult Attachment Interview durante il percorso terapeutico

L’Adult Attachment Interview (AAI) è un’intervista strutturata, composta di 20 domande, che indagano gli episodi che il paziente ha vissuto in relazione alle principali figure di attaccamento, tipicamente i propri genitori.

Silvia Locatelli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Spesso nella pratica clinica ci interroghiamo rispetto a quali siano state le esperienze del paziente durante la sua infanzia. Questo obiettivo, in base ai diversi approcci terapeutici che possiamo utilizzare, ci aiuta nella concettualizzazione del caso e nella conseguente condivisione del funzionamento al paziente, ad esempio conoscendo come alcune psicopatologie hanno parte della propria eziologia nella storia di attaccamento (Platts, 2002). Ma non solo. Infatti, gli episodi infantili di per sé possono essere significativi, ma può essere più significativo come il paziente li narra. Il modo in cui il paziente racconta le proprie esperienze, infatti, può fornire informazioni su come potrebbe procedere il percorso terapeutico (Talia et al. 2013, Talia et al., 2019).

La valutazione che può essere più utile sia per raccogliere gli episodi infantili e sia l’ulteriore analisi di come il paziente li narra è la Adult Attachment Interview (AAI). Si tratta di un’intervista strutturata, composta di 20 domande, che indagano gli episodi che il paziente ha vissuto in relazione alle principali figure di attaccamento, tipicamente i propri genitori (Main, 2008, Steele, 2009, Hesse, 2016). Inoltre l’intervista va a indagare altri episodi significativi che elicitano la ricerca di vicinanza, o la cognizione della loro assenza, rispetto a lutti significativi e eventi traumatici, la relazione attuale con il proprio figlio, o immaginato, e di come la relazione con i genitori del paziente si sia evoluta nel tempo (Main, 2008, Steele, 2009, Hesse, 2016). Dopo la raccolta di tali informazioni, sarà poi necessario un lavoro di analisi del trascritto dell’intervista per codificare non tanto la veridicità degli episodi raccontati, ma come il paziente li narra secondo principi di pragmatica della comunicazione (Main, 2008). Si tratta di un passaggio importante, poiché ci darà informazioni rispetto a quanto l’intervistato sia collaborativo nelle risposte che propone, quanto sia esaustivo e rilevante nel racconto degli episodi e, soprattutto, quanto l’intero racconto sia coerente e non contraddittorio nella sua struttura (Main, 2008, Hesse, 2016, Steele, 2009). Quindi il prodotto dell’analisi ci darà indicazioni rispetto a come l’intervistato, o il nostro paziente, ricordi, rappresenti nella propria mente, e quindi racconti le proprie esperienze infantili, secondo quattro categorie principali: rappresentazione di attaccamento sicuro, di attaccamento insicuro distanziante, invischiato, e di lutto o trauma irrisolto (Steele, 2009). In questo articolo non tratterò le differenze peculiari tra le diverse classificazioni, per i dettagli rimando alla letteratura di riferimento per una sintesi accurata del rationale riguardante l’intervista e le classificazioni (Main, 2008, Hesse, 2016).

L’esito dell’intervista, al di là delle classificazioni sicure o insicure, ci potrà quindi fornire indicazioni su come il paziente possa aver affrontato situazioni passate, legate alla propria infanzia, ad alto carico emotivo. Secondo l’analisi potremo notare come ne possa parlare in modo coerente, oppure in modalità più disfunzionali, come preoccupandosene nel momento presente o distanziandosene in modo freddo e razionale. Inoltre, tenendo conto del presupposto che le rappresentazioni di attaccamento possano influenzare le relazioni interpersonali attuali, la conoscenza degli stili di attaccamento potrebbe elucidare alcune lacune nell’eziologia di alcune forme psicopatologiche e promuovere il processo di cambiamento psicoterapeutico (Platts, 2000). Non entrando nel merito del dibattito rispetto ad alcune forme di psicoterapie basate sull’attaccamento o informate sull’attaccamento, non è confutabile questo principio, ad esempio a partire dai lavori di Liotti sulle rappresentazioni di attaccamento legate al trauma e disturbi dissociativi (Liotti, 2006). Secondo questo principio, altri autori hanno ipotizzato come l’attaccamento sia rilevante per alcuni fenomeni psicopatologici: disturbo borderline di personalità (Bateman, 2006), disturbo da stress post traumatico (Stoval-McClough, 2006), depressione maggiore (McBride, 2006), disturbo ossessivo compulsivo (Dordon, 2009).

Infatti, l’utilizzo dell’intervista in più momenti del percorso terapeutico può aiutare il terapeuta a sviluppare una migliore comprensione delle difficoltà emotive passate del paziente, quindi di ampliare i modi di adattarsi alle difficoltà attuali che l’individuo mette in atto (Steele, 2009). Questo si evidenzia con l’impatto delle domande sull’intervistato, in modo da ‘allertarlo’ sulla rilevanza della propria storia di attaccamento, in modo da dare un senso alle modalità di coping attuali del paziente (Steele, 2009). Motivo per cui è preferibile la forma dell’intervista, piuttosto che un questionario carta e matita. Questo è possibile grazie alla struttura delle domande, poiché non appena l’intervista inizia, viene chiesto all’intervistato di descrivere la propria famiglia di origine, chi si è preso cura di lui/lei durante l’infanzia, come le relazioni si sono evolute nel tempo, e come si sente nel momento presente rispetto al modo in cui è stato cresciuto (Steele, 2009). Quindi l’AAI, e non altre forme di valutazione autosomministrate riguardo le relazioni attuali, può meglio aiutare il terapeuta nella comprensione di come la probabile storia di attaccamento del paziente possa aver formato le modalità di regolazione emotiva del paziente e le rappresentazioni mentali (o stati mentali) associate a tali stati emotivi (Steele, 2009). Questi sono i principi per cui l’AAI può essere utilizzata all’inizio del percorso di terapia.

Oltre al contenuto delle informazioni che l’AAI ci può fornire, alcuni autori hanno ipotizzato come queste possano influenzare il processo terapeutico di per sé. Per esempio i processi influenzati possono riguardare la relazione terapeutica e l’aderenza al trattamento.

Ad esempio, in un lavoro di Talia e collaboratori (2013) si è visto come, in base a quale fosse lo stile di attaccamento del paziente, quest’ultimo poteva relazionarsi in modo diverso al terapeuta durante le sessioni di terapia. Infatti i pazienti con attaccamento distanziante avevano la tendenza a evitare, o limitare, la vicinanza emotiva al terapeuta, mentre pazienti sicuri e preoccupati avevano la tendenza a cercarne la vicinanza, anche se pazienti preoccupati avevano poi la tendenza a resistere al supporto del terapeuta, contrariamente a pazienti sicuri (Talia, 2013). Inoltre, in un articolo successivo, gli stessi autori hanno evidenziato come i risultati alla AAI predicessero la valutazione della relazione terapeutica da parte del paziente a conclusione della terapia stessa (Talia, 2019). Quindi una valutazione iniziale con l’AAI potrebbe aiutare il clinico nella previsione di come la relazione terapeutica potrebbe procedere, a che cosa fare più attenzione, secondo il principio per cui le rappresentazioni di attaccamento influenzano come il paziente si avvicini o meno al proprio terapeuta. È interessante notare come in questo lavoro gli autori abbiano proposto un approccio terapeutico breve basato sulla relazione (BRT), quindi l’associazione tra attaccamento e relazione terapeutica possa essere stata ulteriormente esaltata (Talia, 2019). Quindi potrebbe essere interessante misurare se l’AAI predica l’andamento della relazione terapeutica in psicoterapie non basate esclusivamente sulla relazione.

Infine, in un altro lavoro di metanalisi si è indagato se le rappresentazioni di attaccamento possano influenzare l’alleanza terapeutica (Dinier, 2011). Gli autori hanno quindi dimostrato come pazienti con attaccamento sicuro abbiano un’alleanza terapeutica qualitativamente migliore, mentre pazienti insicuri presentino un’alleanza terapeutica più debole, influenzando negativamente l’efficacia della terapia a cui erano sottoposti (Dinier, 2011). Trattandosi di una metanalisi, gli autori hanno tenuto conto di diverse misure dell’attaccamento negli adulti, sarebbe interessante verificare la bontà di questo risultato rispetto al solo utilizzo della AAI. Infatti non esistono evidenze di una correlazione diretta tra rappresentazione di attaccamento con i propri genitori durante l’infanzia, misurato con l’AAI, e rappresentazioni di attaccamento nelle relazioni attuali (Steele, 2009). Trattandosi di due aspetti diversi, se non due costrutti differenti, dell’attaccamento nell’adulto, non è detto che entrambi possano influenzare l’alleanza terapeutica con la stessa potenza.

In generale l’AAI ha contribuito alla letteratura rispetto ad approcci terapeutici di tipo psicodinamico (Steele, 2009). In particolare è rilevante come una diversa analisi dell’AAI, riguardante maggiormente la funzione riflessiva e la mentalizzazione, e non le classificazioni di attaccamento, sia stata fondamentale per la terapia basata sulla mentalizzazione per il disturbo borderline di personalità di Fonagy (Bateman, 2006). Per quanto riguarda gli approcci esclusivamente cognitivi, non tanto l’AAI, ma il modello in generale della teoria dell’attaccamento, è stato utilizzato, in particolare per la psicoterapia cognitivo evoluzionista di Liotti (Liotti, 2006). Tuttavia altri autori hanno utilizzato il modello di attaccamento come parte delle teorie degli schemi di Beck (Platts, 2002). Nonostante, in questo lavoro non sia fatto un riferimento specifico all’AAI, potrebbe essere interessante verificare le ipotesi proposte con l’utilizzo dell’intervista, invece dell’utilizzo di misure autosomministrate.

È comunque importante ricordare come l’AAI non si sostituisca al lavoro terapeutico, ma sia un’aggiunta al lavoro terapeutico, indipendentemente dall’approccio scelto (Steele, 2009). Infatti si tratta di una buona valutazione che al di là delle analisi prodotte può essere materiale di discussione con il paziente, per esempio nel momento in cui riportasse eventi significativi. In particolar modo nella discussione di lutti irrisolti (Steele, 2009).

Tuttavia si tratta di una valutazione ‘costosa’. Infatti è un’intervista della durata di 60-90 minuti, per cui si dovrà tenere conto delle ore spese per l’analisi e la produzione di una relazione scritta al paziente. Quindi, tenendo conto che i test autosommnistrati hanno numerose limitazioni, tra cui non misurare le esperienze infantili ma le relazioni attuali, sono comunque strumenti più veloci sia nella somministrazione che nella codifica. Sarà quindi compito del terapeuta, attraverso il colloquio clinico, comprendere se una valutazione così dispendiosa come l’AAI possa essere utile al lavoro con il proprio paziente. Infatti, a meno che non si tratti di una valutazione necessaria, come attuando la terapia basata sulla mentalizzazione, il costo dell’AAI è alto, nonostante possa essere indiscussa l’utilità di questo strumento rispetto a come il paziente racconti la propria storia, e di come questa modalità possa influenzare il percorso, e l’efficacia, della terapia.

cancel