expand_lessAPRI WIDGET

Intervista a Paolo Michielin, docente di Psicologia clinica all’Università di Padova

Paolo Michielin, lei è stato il primo presidente dell’Ordine Nazionale degli Psicologi, nell’ormai lontano 1990. Che cosa ricorda e che cosa è rimasto nella psicologia professionale italiana di quell’esperienza?

Il mondo della psicologia professionale che aveva ricevuto con la legge n. 56/1989 un riconoscimento e un ordinamento attesi da decine di anni, arrivava a questo appuntamento diviso, e a volte in conflitto, tra ambiti di intervento e approcci diversi. Ho dovuto quindi puntare su un dialogo, un’apertura e un rispetto di tutte le diverse anime della psicologia per formare un’identità comune, per far emergere le ragioni dello stare insieme. Fondamentali passaggi di questo percorso sono stati il Codice deontologico e il Nomenclatore tariffario, che definisce cosa fa e, dunque, chi è lo psicologo.

 

Parliamo di psicoterapia: che cosa è cambiato in questi anni? La Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) che è sempre stato il suo modello culturale di riferimento, è molto cambiata in questi 25 anni.

La ricerca sull’efficacia teorica e sull’efficacia nella pratica dei trattamenti si sta imponendo come metodologia di base anche in altri modelli psicoterapeutici, oltre che nella TCC, e credo che questo sia un processo molto positivo.  A sua volta la CBT si è arricchita di dimensioni e termini che all’inizio della sua storia non erano parte essenziale del bagaglio tecnico e culturale, come la relazione terapeutica. Una nuova generazione di terapia cognitivo-comportamentale si è sviluppata: parliamo di Schema Therapy, di ACT, di Mindfulness Based Therapies, di Terapia Metacognitiva, di EMDR;  ma parliamo anche di termini come amore, compassion e self compassion che ormai sono entrati nel linguaggio di molte forme di CBT.  Questa positiva evoluzione ha determinato anche spinte centrifughe per cui credo che, nel mondo cognitivo-comportamentale, sia necessaria la stessa opera di conoscenza reciproca, di dialogo e di rispetto che ho portato avanti nell’Ordine; un’opera che ci consenta di riscoprire le radici scientifico-culturali comuni, le finalità e i metodi condivisi, e di abbandonare partigianerie e pretese di superiorità.

 

Lei è un uomo delle istituzioni e che ha sempre lavorato dentro le istituzioni. Come vede ora la situazione della psicologia e della psicoterapia nel Servizio Sanitario Nazionale, anche in relazione alle sperimentazioni che stanno avvenendo con successo in altri paesi?

La psicologia è parte essenziale del sistema sanitario e il suo contributo diventerà sempre più importante nel tempo; penso ai temi dell’assistenza psicologica ai bambini e agli adolescenti, decisiva per il loro futuro e che deve essere potenziata, o ai pazienti fragili, con malattie croniche e invalidanti. Per ampliare i nostri ambiti di intervento (e le possibilità occupazionali) è necessario mostrare che i trattamenti psicologici sono effettivamente realizzabili, efficaci, apprezzati dai pazienti ed economicamente vantaggiosi. Recentemente è uscito un libro curato dagli amici Giusi Maiani e Giorgio de Isabella, purtroppo prematuramente scomparso, che parla dei vantaggi che la psicologia può offrire alla medicina e alla salute in genere e mostra anche il rapporto costo-efficacia dei nostri interventi. Nei servizi che ho diretto mi sono impegnato a mostrare che, con risorse ragionevoli, è possibile individuare e curare le donne con depressione post-partum, assistere a domicilio i pazienti fragili e le loro famiglie, limitando di molto la necessità di ricovero, sostenere i minori che vivono in famiglie a rischio e i loro genitori, senza che diventi necessario l’inserimento in una comunità… Un modello di riferimento validissimo, che sarebbe entusiasmante riuscire ad applicare in Italia, è lo IAPT-Improving Access to Psychological Therapies; nel Regno Unito esso assiste ogni anno quasi un milione di persone con disturbi emotivi comuni ed impiega migliaia di psicoterapeuti, prevalentemente di formazione cognitivo-comportamentale.

 

Quali competenze deve avere uno psicologo-psicoterapeuta per partecipare a questo processo di sviluppo dell’assistenza sanitaria?

Ci sono competenze “di sistema” che sono la capacità di lavorare in gruppi multiprofessionali, di integrarsi in organizzazioni complesse, condividendone gli scopi e i modi di funzionare, di fare progetti, di prendere dimestichezza con risorse e costi, di documentare l’utilità del proprio lavoro. Per quanto riguarda, invece, le specifiche competenze psicoterapeutiche, ricordo che gli unici requisiti per lavorare nel SSN sono aver concluso un corso di specializzazione riconosciuto ed essere autorizzati alla psicoterapia. Non occorrono ulteriori certificazioni, patentini o iscrizioni ad elenchi di società: sta alla coscienza e alla responsabilità del singolo psicologo utilizzare, come dice il Codice deontologico, solo metodologie e tecniche nelle quali sia adeguatamente preparato ed aggiornato. Questa acquizione di competenze, soprattutto per le tecniche nuove, è facilitata non solo dalla disponibilità di corsi, master…, ma anche dall’esistenza di manuali di trattamento e dalla collaborazione con colleghi già formati. E, a mio giudizio, il bagaglio di competenze dello psicoterapeuta cognitivo-comportamentale dovrebbe essere sufficientemente ampio, non limitato a un’unico metodo o tecnica: per rispondere ai bisogni specifici di ciascun paziente è necessario utilizzare un insieme di tecniche diverse, quelle appunto più adatte a lui. Tra queste tecniche, vorrei spendere una parola a favore delle più consolidate e sperimentate, come ad esempio l’attivazione comportamentale, che oggi magari sono meno “di moda” ma che restano fondamentali nel nostro bagaglio.

 

In Italia ci sono due storiche associazioni di CBT, la SITCC e l’AIAMC. Sappiamo che lei si è candidato per la presidenza di quest’ultima. Come mai ora?

Credo, come dicevo, che all’interno del complesso e variegato mondo cognitivo-comportamentale sia necessaria un’opera di dialogo fattivo e rispettoso tra le diverse componenti, che altrimenti rischiano di andare ognuna per conto proprio, e sia opportuno riscoprire le radici e le prospettive comuni, la necessità e l’utilità di stare insieme. Nello stesso tempo, credo che le società scientifiche dovrebbero promuovere di più la partecipazione dei soci, stimolarne la crescita scientifica e professionale, e offrire molti più servizi utili alla loro pratica quotidiana. Per quanto riguarda, infine, l’AIAMC, associazione composta prevalentemente da psicologi clinici, penso che ora sia necessario un presidente di estrazione clinica, dopo due presidenti che hanno certamente solide competenze, ma uno in ambito metodologico-statistico e l’altro nella psicologia del lavoro.

 

 

 

— Aggiornamento di Mercoledì 27 Settembre 2017 —

Pubblichiamo una precisazione del Prof. Aristide Saggino all’intervista di State of Mind a Paolo Michielin. [NdR]

 

Gentilissimi,
ho letto sul sito State of mind l’ntervista al Dott. Paolo Michielin nella quale appare la frase “Per quanto riguarda, infine, l’AIAMC, associazione composta prevalentemente da psicologi clinici, penso che ora sia necessario un presidente di estrazione clinica, dopo due presidenti che hanno certamente solide
competenze, ma uno in ambito metodologico-statistico e l’altro nella psicologia del lavoro.” Io sarei quello con solide competenze metodologico-statistiche. Pur ringraziando per le solide competenze, vorrei farrilevare quanto segue:
1) sono inserito nell’elenco degli psicoterapeuti e quindi per le leggi italiane sono a tutti gli effetti uno psicoterapeuta;
2) ho la specializzazione post-laurea in Psicologia Clinica presso l’ Università La Sapienza di Roma e quindi sono uno Specialista in Psicologia Clinica (sempre per la Repubblica italiana);
3) sono un Professore Ordinario di Psicologia e non di Statistica. Basterebbe una sia pur minima conoscenza degli ordinamenti accademici italiani per sapere che i raggruppamenti preceduti dalla sigla M-PSI, come quello cui appartengo, sono tutti raggruppamenti di insegnamenti psicologici, laddove quelli statistici sono
preceduti dalla sigla SECS.
4) last but not the least, sono anche responsabile del conto terzi di terapia cognitivo-comportamentale della Università di Chieti-Pescara.
Tenendo conto di tutti questi elementi di fatto la frase riportata all’inizio non rappresenta assolutamente le mie capacità professionali. Sarebbe come dire che un cardiologo universitario è uno statistico o un metodologo solo perchè oltre a fare il cardiologo si occupa anche di ricerca cardiologica!

Con viva cordialità,
Aristide Saggino
Professore Ordinario di Psicologia Generale,
Psicobiologia e Psicometria,
Università di Chieti-Pescara

 

— Aggiornamento di Giovedì 28 Settembre 2017 —

Pubblichiamo una replica del Prof. Paolo Michielin alla precisazione del Prof. Aristide Saggino. [NdR]

Il prof. Saggino insegna Tecniche di analisi dei dati, materia che appartiene al Settore Scientifico Disciplinare M/PSI03 che fa parte del maxi gruppo 11/E1. Il settore di Psicologia clinica, cui il mio insegnamento Psicologia Clinica appartiene,  (M-PSI/08) è molto lontano concettualmente.

11/E – Psicologia 11/E1 – Psicologia generale, psicobiologia e psicometria M-PSI/01 – Psicologia generale
M-PSI/02 – Psicobiologia e psicologia fisiologica
M-PSI/03 – Psicometria
11/E2 – Psicologia dello sviluppo e dell’educazione M-PSI/04 – Psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione
11/E3 – Psicologia sociale, del lavoro e delle organizzazioni M-PSI/05 – Psicologia sociale
M-PSI/06 – Psicologia del lavoro e delle organizzazioni
11/E4 – Psicologia clinica e dinamica M-PSI/07 – Psicologia dinamica
M-PSI/08 – Psicologia clinica

Il focus della mia intervista è una panoramica che abbraccia la nascita della professione di psicologo e il futuro della psicoterapia, in Italia e all’estero. Alla presidenza AIAMC, in tutta l’intervista, sono dedicate poco più  di 2 righe. Quelle di Saggino più che precisazioni sono autoproclamazioni di competenze, che nessuno aveva messo in dubbio, e che sono impertinenti con i temi  dell’intervista.

Prof. Paolo Michielin, docente di Psicologia Clinica

Congresso del European Council for Eating Disorders – ECED a Vilnius (Lituania), 7-9 Settembre 2017 – Report

È la prima volta che una conferenza internazionale sui disturbi alimentari (DA) si svolge nell’area dell’ex Unione Sovietica; area geografica nella quale pare esserci molto fermento culturale finalizzato all’apprendimento di approcci terapeutici efficaci. Il tema principale della conferenza è stato quello dei DA nei setting multiculturali; tema decisamente interessante con cui sempre con maggiore frequenza i professionisti della salute mentale si confrontano.

 

L’efficacia della MBT nel trattamento dei pazienti borderline con disturbi alimentari

Dopo l’introduzione di Aurelius Veryga (Ministro della Salute Lituano), Hubert Lacey (fondatore dell’ECED), Brigita Baks (responsabile del comitato scientifico), Dainius Puras (Relatore Speciale dell’ONU sul diritto alla salute) e di Martynas Marcinkevicius (direttore del centro di salute mentale di Vasaros in Lituania), prende la parola il Prof. Paul Robinson dello Univeristy College of London – UCL per la sua lezione magistrale sul Mentalisation-Based Treatment for Eating Disorders (MBT-ED).

Dopo una rapida introduzione sulla Mentalization-Based Therapy (MBT), il Prof. Robinson illustra un RCT multicentrico (NOURISHED study) nel quale, insieme al suo gruppo di lavoro, ha confrontato il trattamento MBT-ED con una gestione specialistica di supporto clinico (Specialist Supportive Clinical Management – SSCM-ED) in pazienti con DA e Disturbo Borderline di Personalità (DBP). Sebbene l’alto tasso di drop-out – solo il 22% dei soggetti ha completato il follow-up a 18 mesi – abbia reso i risultati di difficile interpretazione, gli autori hanno riscontrato un miglioramento clinico nella sintomatologia generale e specifica dei DA.

Alla fine della relazione vado via con alcune perplessità sull’efficacia – anche prospettica, e spero di essere smentito negli anni a venire – dell’approccio descritto in una popolazione clinicamente complessa (e con una psicopatologia “specifica”) come i DA. Se confrontiamo questi dati con quelli che la MBT ha ottenuto nel trattamento del DBP, infatti, il drop-out si assesta intorno al 12% e i miglioramenti clinici appaiono decisamente più consistenti.

Attaccamento, regolazione emotiva e il Sè nei pazienti affetti da disturbi alimentari

Il secondo giorno di lavori, dopo un dibattito sulla necessità dei ricoveri obbligatori per i pazienti con DA, vede il susseguirsi di diversi seminari clinici tra i quali quello di alcuni colleghi scandinavi (i.e., Rasmus Isomaa, Andreas Birgegård, Emma Forsén Mantilla, Elin Monell) su “Attaccamento, regolazione emotiva e il Sé: un modello integrativo con esemplificazioni cliniche”. In questo seminario i colleghi illustrano un modello clinico dove invitano i clinici a riflettere su diverse componenti costitutive dei DA. Nello specifico, l’interazione tra modelli di attaccamento, regolazione emotiva, la relazione del paziente con il proprio DA, l’immagine del sé e i sintomi alimentari specifici. I colleghi, pur suggerendo un approccio terapeutico centrato sui sintomi, stimolano una riflessione complessa sull’interazione di questi fattori per un management clinico maggiormente efficace.

L’immagine corporea nei pazienti con disturbi alimentari

Nel pomeriggio, oltre alle sessioni parallele di poster, assisto al seminario di Gerard Butcher e Michel Probst (rispettivamente del “Cognitive Solutions Clinic” a Dublino e della University of Leuven) su “Il corpo come amico o nemico: la gestione pratica delle problematica relativa all’immagine corporea nei DA”. Nel corso del seminario, dopo una breve introduzione sul concetto di immagine corporea, l’attenzione viene focalizzata su come, non solo all’interno dei social network (Facebook e Instagram su tutti), l’immagine proposta del corpo maschile e femminile “thin and toned” (magro e tonico) sia praticamente onnipresente anche nelle riviste specifiche di attività non prettamente di “fitness” come lo Yoga. In effetti, su quest’ultimo punto ci sono anche alcune ricerche che testimoniano questa tendenza e, le implicazioni socio-culturali di tali messaggi.

Successivamente a questo cappello teorico, il seminario continua con alcune esemplificazioni di interessanti interventi clinici gruppali focalizzati sull’immagine corporea ai quali prendiamo parte.

Il terzo, e ultimo, giorno di lavori ci vede – come gruppo di lavoro – presentare un lavoro sulle variabili cognitive e metacognitive nei DA, dove abbiamo assunto che non solo il perfezionismo e la bassa autostima, ma anche altre credenze cognitive e metacognitive specifiche per l’ansia (e.g., il Worry) avrebbero discriminato tra soggetti con DA e un gruppo di controllo. Come obiettivo secondario dello studio, inoltre, abbiamo illustrato le possibili differenze – in particolare per quanto riguarda le variabili di Worry, Controllability e Perfectionism – tra i sottotipi di DA, con un focus specifico su Anoressia e Bulimia Nervosa. Vivace il dibattito con la platea, prevalentemente composta da terapeuti di orientamento psicodinamico, sui pro e contro dell’implementare la complessità del trattamento versus l’esplorazione di nuove direzioni. A nostro modo di vedere, infatti, un possibile percorso alternativo – per aumentare la comprensione clinica e migliorare l’efficacia terapeutica del trattamento dei DA – potrebbe includere l’esplorazione del ruolo dei processi metacognitivi nella genesi e nel mantenimento di tali patologie.

Il Congresso si conclude con un dibattito dal titolo “la focalizzazione sull’immagine corporea è una componente essenziale per il miglioramento clinico nei DA?” che vede Fernando Fernandez-Aranda (University of Barcelona) difendere il “si” e Cynthia Bulik (Karolinska Institutet), opporre un deciso “no”. La discussione con la platea è accesa e il dibattito estremamente stimolante. Per la maggior parte, i colleghi si schierano per il “si” con motivazioni che vanno dall’analisi di studi correlazionali tra i DA e l’insoddisfazione corporea al fatto che, in termini nosografici, la componente “immagine corporea” sia presente in tutti i manuali della American Psychiatric Association (APA).

C’è da dire che il concetto di immagine corporea non è limitato soltanto all’insoddisfazione corporea, alla forma corporea, al body checking o all’essere felici del proprio corpo, ma risulta più ampio e inclusivo di dimensioni del sé quali, ad esempio, il self-concept o il self-scheme; in tale ottica, infatti, la discrepanza di risultati che riscontriamo in letteratura potrebbe derivare sia dalla vasta serie di strumenti e procedure di valutazione clinica, sia dalla notevole eterogeneità concettuale relativa a tale costrutto. D’altro canto, la Bulik sottolinea come i disturbi dell’immagine corporea siano clinicamente rilevanti nei campioni di pazienti con AN e, meno, nei pazienti con BN e DAI. Inoltre, citando Caterina da Siena, si ipotizza la scarsa riuscita di un trattamento psicoterapico focalizzato sull’immagine corporea, data la presenza di una forte componente ascetica e non focalizzata su un aspetto prettamente relativo a forme corporee, ponendo contestualmente la variabile culturale come dirimente nella genesi di problematiche relative alla body image. In definitiva, la Bulik suggerisce di non considerarla come componente “essenziale” ma, piuttosto, come una variabile da trattare quando presente.

Il dibattito, finito con delle votazioni vere e proprie (per alzata di mano), vede vincitore di gran lunga Fernandez-Aranda e il “si”.
Personalmente, concordo con una visione cauta (non ecumenica) e, in linea di massima – dovendo proprio scegliere – sceglierei la posizione della Bulik con la motivazione principale della penuria di studi clinici a supporto dell’”essenzialità”. Se osserviamo la letteratura CBT sull’argomento, infatti, possiamo notare come, oltre alla componente non trascurabile di una definizione univoca e per quanto possibile “netta” del costrutto, quando è stato confrontato l’intevento CBT-E (enhanced cognitive therapy) con uno CBT con una componente di ristrutturazione cognitiva incentrata sull’immagine corporea (CBT-C), entrambi i trattamenti sono risultati altrettanto efficaci sulla variabile dell’immagine corporea sia al post-trattamento che al follow-up di 4 mesi. Ovviamente ulteriori studi verranno condotti ma, allo stato attuale della ricerca, non mi sentirei di definire tale variabile come “essenziale” in tutto lo spettro dei DA.

 

Il congresso termina con un convivio a base di prodotti tipici lituani e, davanti al buffet imbandito, i contrasti del dibattito appena concluso sembrano appianarsi e assumere una luce diversa. Un plauso all’impeccabile organizzazione e alla determinazione dei colleghi lituani che hanno permesso uno svolgimento puntuale e rigoroso dei lavori nonché una piacevolissima permanenza in una stupenda capitale europea. A Parigi (2019)!

Presentazione delle Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei pazienti con Disturbi dell’alimentazione – Report dall’evento

Presentate a Roma il 7 settembre, presso il Ministero della Salute le Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei pazienti con Disturbi dell’ alimentazione (DA).

Paola Medde

 

Anoressia e bulimia rappresentano un problema di crescente importanza per la sanità pubblica e per tutte le persone coinvolte (professionista, famiglia, paziente). Negli ultimi decenni si è registrato un abbassamento dell’età dell’esordio; ciò significa che individui sempre più giovani sono a rischio elevato di danni permanenti a seguito della malnutrizione, con conseguenze sullo sviluppo del sistema nervoso centrale, ancora in fase di completa formazione, e sull’apparato scheletrico.

Nella letteratura scientifica le linee guida costituiscono un insieme di raccomandazioni operative emergenti dall’analisi sistematica dei dati di studi clinici la cui utilità consiste, essenzialmente, nel “guidare” appunto operatori sanitari e specialisti nelle decisioni di intervento e orientare i pazienti nell’appropriatezza delle terapie in una prospettiva di trasparenza.

Ad oggi, consapevoli che ancora molto si deve fare, poiché nel campo dei Disturbi dell’alimentazione sono ancora pochi gli studi di ricerca sul trattamento nutrizionale, risulta prioritario – si legge in una nota del Ministero – “cercare di rendere omogeneo, sull’intero territorio nazionale, ogni intervento terapeutico e strutturare programmi multidisciplinari, validati, efficaci ed efficienti”.

Linee guida per la riabilitazione dei Disturbi dell’alimentazione - Report dall'evento - IMM. 2

Immagine 1 – Foto dall’evento Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei pazienti con Disturbi dell’alimentazione

Per questo, già nel marzo 2015, la Direzione Generale per l’Igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, guidata da Giuseppe Ruocco, ha istituito un Tavolo di lavoro, coordinato da Denise Giacomini, per la stesura delle prime “Linee di Indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei pazienti con disturbi dell’alimentazione“, documento approvato in sede di Conferenza Stato Regioni a giugno 2017.

Linee guida per la riabilitazione dei Disturbi dell’alimentazione - Report dall'evento - IMM.1

Immagine 2 – Foto dall’evento Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei pazienti con Disturbi dell’alimentazione

Il Quaderno Linee di indirizzo nazionali per la riabilitazione nutrizionale nei pazienti con Disturbi dell’alimentazione (DA) rappresenta un manuale operativo per la valutazione nutrizionale e per la scelta terapeutica più opportuna, che deve comunque basarsi sulla continuità assistenziale e sulle attività dell’equipe multidisciplinare, tenendo conto delle caratteristiche multifattoriali e multidimensionali del disturbo. Nonostante il documento prodotto si focalizzi sui metodi e gli strumenti di valutazione e intervento nutrizionale, la prospettiva interdisciplinare rimane alla base del percorso diagnostico e terapeutico e, l’approccio integrato, inteso come più professionisti (psichiatra, psicologo-psicoterapeuta, nutrizionista etc) che con diverse competenze collaborano al trattamento di patologie complesse, non deve essere trascurato.

Se, infatti, nel caso dell’ anoressia si evidenzia la necessità di supplementi nutrizionali (integratori), nutrizione artificiale (sondino naso gastrico) a seguito della malnutrizione carenziale,  “per quanto riguarda le condizioni di malnutrizione legate alla presenza di crisi bulimiche e/o comportamenti di eliminazione e le condizioni in cui si può associare anche una malnutrizione per eccesso, più che di interventi nutrizionali si dovrebbe parlare di interventi di psico-educazione alimentare, che sono in genere parte costitutiva di tecniche di trattamento psicologiche come le terapie cognitivo-comportamentali”, si ribadisce nell’introduzione.

Il documento sui disturbi alimentari presentato al Ministero deve essere un riferimento importante per i professionisti che operano nel settore al quale deve seguire una riflessione seria sistematica e sperimentata su come procedere. Alla base del trattamento nutrizionale dei disturbi dell’ alimentazione è fondamentale l’approccio multidimensionale, interdisciplinare e pluriprofessionale integrato per una gestione programmata degli interventi nutrizionali, organizzata in modo da essere coordinata con le terapie mediche e psicologiche.

La pubblicazione rappresenta, inoltre, un ausilio per i professionisti del settore utile ad “intercettare” precocemente i pazienti grazie ad una collaborazione attiva con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta che, in modo sistematico parteciperanno attivamente al processo, al fine di ridurre il rischio di complicanze, ospedalizzazioni e cronicità.

Come le convinzioni sul controllo influenzano il comportamento – Coscienza e comportamento

Anche i paradigmi teorici che considerano la maggior parte delle azioni come governate da impulsi automatici e inconsci riconoscono che la coscienza possa avere una certa influenza tale da interrompere o prevenire azioni fortemente automatizzate (Baumeister, Masicampo & Vohs, 2011). Occorre una premessa: l’impatto di componenti neurochimiche o basate sulla relazione di attaccamento o sul condizionamento comportamentale su risposte automatizzate o coscienti non è escluso. Tuttavia l’interesse principale riguarda il modo in cui processi automatici e coscienti interagiscono nel governare il comportamento.

 

Il ruolo delle convinzioni sul controllo cosciente del comportamento

Un’altra componente che influenza il controllo cosciente sul nostro comportamento sono le convinzioni che noi abbiamo circa le nostre capacità di controllo (Wells, 2009). Negli articoli precedenti abbiamo descritto alcuni esempi in cui comportamenti apparentemente incontrollabili possano essere esito di un controllo cosciente. Questa lettura distorta circa la controllabilità del comportamento non colpisce solo chi osserva il comportamento ma anche chi lo agisce.

Le convinzioni più studiate in questa direzione sono le credenze circa l’incontrollabilità del pensiero e del proprio comportamento (es. non riesco a smettere di rimuginare quando comincio, dentro di me c’è qualcosa più forte di me su cui non ho controllo, sono i miei impulsi a decidere le mie azioni).

Quale impatto hanno queste convinzioni sull’esercizio dell’autocontrollo? Negli ultimi dieci anni numerose ricerche hanno rilevato come ritenere che certi sintomi siano incontrollabili porta a intensificarli (per una revisione vedi Wells, 2013). In sintesi, il miglior modo per perdere il controllo è pensare di non avere controllo. Rispetto a diversi fattori predisponenti come temperamento, attaccamento o personalità le convinzioni di incontrollabilità sono elementi prossimali nella cascata che conduce al fallimento dell’esercizio efficace di autocontrollo.

Perché non cerchiamo di esercitare ogni giorno un controllo sul tempo atmosferico? Perché pensiamo che sia qualcosa fuori dal nostro controllo. Una convinzione magica circa la possibilità di influenzare il tempo atmosferico potrebbe indurci a esercitare uno sforzo in questo senso e provare a danzare intorno a un totem per evocare la pioggia. Al polo opposto, la convinzione che i nostri impulsi siano fuori controllo ci pone nella posizione peggiore per esercitare qualsivoglia forma di controllo efficace, uno stato di impotenza appresa rispetto ai propri automatismi. Ogni sforzo in una direzione di autocontrollo è percepito come inefficace e quindi superfluo. Si innesca una profezia che si auto-avvera: siccome non ho controllo sul mio comportamento, non esercito controllo, il mio comportamento appare impulsivo e privo di controllo e ciò conferma l’idea di non avere alcun controllo (Caselli, Ruggiero, Sassaroli, 2017).

L’esito finale solidifica una percezione di stabile impotenza verso ciò che ci accade dentro. Stati interni dolorosi, le reazioni a questi o addirittura le proprie scelte non ricadono sotto il dominio personale ma sono attribuiti agli scherzi del fato, all’intenzionalità avversa degli altri, alla propria ormai inflessibile natura genetica.

 

 


Coscienza & Comportamento:

1 – Libero dalla coscienza o libero arbitrio? Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci – Introduzione

2 – Emozioni, attenzione e controllo cosciente delle azioni – Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci

3 – I comportamenti impulsivi e disregolati derivano da una scelta volontaria?

4 – Come le convinzioni sul controllo influenzano il comportamento


Le funzioni del sonno e l’effetto sulle funzioni cognitive

L’effetto del sonno è importantissimo sul potenziamento di altre funzioni cognitive come apprendimento, concentrazione e attenzione, e sulla capacità di partecipare attivamente alla vita sociale. Il riposo, inoltre, influisce sul mantenimento dell’equilibrio psico-emotivo della persona, stabilizzando il tono dell’umore, allentando le tensioni e riducendo i livelli di ansia e stress.

Ilaria Biasion, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI BOLZANO

 

Le fasi del sonno e le funzioni esecutive

Il sonno viene definito come uno stato comportamentale reversibile, caratterizzato da isolamento percettivo e assenza di responsività agli stimoli ambientali ma, al tempo stesso, un complesso insieme di processi fisiologici e comportamentali (Carskadon & Dement, 2005).
In base a misure polisonnografiche, il sonno è stato diviso nelle categorie REM e NREM, o sonno ad onde lente. I cicli del sonno sono detti così per via della loro associazione con la presenza (REM) o assenza (NREM) di rapidi movimenti oculari.

La maggior parte dei ricercatori sostiene che la principale funzione del sonno sia quella di promuovere lo sviluppo cerebrale e l’apprendimento. Durante questa fase, infatti, il cervello ne approfitta per eliminare le sostanze di scarto attraverso il sistema linfatico, il quale pompa liquor nei tessuti cerebrali ripulendoli dalle proteine tossiche accumulate durante il giorno. Tale processo è indispensabile poiché, ad esempio, l’accumulo di una di queste proteine, la beta amiloide, è correlata all’insorgenza di malattia di Alzheimer (Nedergaard et al., 2013).

Molte sono state, negli ultimi anni, le ricerche relative al sonno, le quali hanno portato alla comprensione di quale sia la sua importanza e quella relativa alla cura dei disturbi legati a questo processo fisiologico fondamentale. Tali disturbi sembrano avere un impatto enorme sull’efficienza mentale e in generale sulla qualità della vita delle persone. Grazie al crescente interesse nei confronti di questo tema, e allo sviluppo di laboratori specifici del sonno, gli studiosi hanno potuto diagnosticare e trattare, in modo efficace, un numero sempre crescente di pazienti riportanti disturbi del sonno. Una gestione ottimale di questi disturbi richiede, quindi, una comprensione globale dei meccanismi patologici che ne stanno alla base e ancora prima una buona conoscenza della fisiologia del sonno (Thien Thanh Dang-Vu, 2007).

Lo sviluppo delle tecniche di neuroimmagine, negli ultimi decenni, ha fornito un importante strumento di ricerca non invasiva, consentendo il rilevamento di alterazioni anatomiche sottili e di variazioni del flusso sanguigno cerebrale, nonché, una comprensione circa la fisiologia del sonno umano, presentando mappe cerebrali funzionali delle diverse fasi (Maquet et al., 1997; Braun et al., 1997), e dando sostegno ad un suo ruolo nell’apprendimento e nella memoria (Peigneux et al., 2004).

L’importanza dello studio relativo ai disturbi del sonno nasce dalla considerazione di quanto esso sia essenziale per le prestazioni cognitive, in particolare gioca un ruolo fondamentale nel processo di memorizzazione (Maquet, 2001), poiché potenzia e riattiva le tracce mnestiche e le incorpora nei circuiti della memoria a lungo termine, favorisce i meccanismi di plasticità neuronale, influenza la capacità di prendere decisioni e di ragionare.

Non solo, ma l’effetto del sonno è importantissimo sul potenziamento di altre funzioni cognitive come apprendimento, concentrazione e attenzione, e sulla capacità di partecipare attivamente alla vita sociale. Il riposo, inoltre, influisce sul mantenimento dell’equilibrio psico-emotivo della persona, stabilizzando il tono dell’umore, allentando le tensioni e riducendo i livelli di ansia e stress.

Anche gli studi più recenti hanno evidenziato come la scarsa qualità del sonno si associ ad uno scarso funzionamento cognitivo, in particolare Nebes e collaboratori in uno studio del 2009 hanno riportato un’associazione con la riduzione delle funzioni esecutive.

La prevalenza media di persone che lamentano problematiche inerenti il sonno in età adulta varia tra l’8% e il 18% (Asplund & Aberg, 1998). Queste anomalie sono più frequenti con l’avanzare dell’età e colpiscono più le donne che gli uomini. I disturbi più significativi sono l’insonnia, l’apnea notturna, la narcolessia e la sindrome delle “gambe senza riposo”.

Gli Episodi di Sonnolenza Diurna (EDS) sono il sintomo più frequentemente riportato, durante il giorno, dai soggetti che presentano disturbi del sonno, e possono essere conseguenti a frammentazione del sonno notturno o sfasamento del ritmo circadiano.
Il sonno è quindi necessario per il normale funzionamento cerebrale, tuttavia non solo la qualità risulta essere importante, ma anche la quantità, infatti le persone che ne sono deprivate sono in grado di svolgere normalmente la maggior parte dei compiti cognitivi di breve durata, ma dopo due giorni di deprivazione, le prestazioni in compiti che richiedono elevati livelli di funzionamento peggiorano (Horne & Petit, 1985). In particolare si ha un rendimento compromesso nelle prove che richiedono attenzione, allerta e vigilanza.

Uno studio recente (2011), condotto da Jane Ferrie dell’University College London Medical School, si è occupato di valutare gli effetti della qualità e della quantità di sonno. Lo studio ha dimostrato, ancora una volta, come una buona qualità del sonno sia fondamentale per il funzionamento e per il benessere della persona, inoltre la sua privazione e la sonnolenza hanno degli effetti negativi sulle prestazioni in compiti che valutano i tempi di risposta, l’attenzione e la concentrazione. Per quanto riguarda la quantità, questa viene associata ad una vasta gamma di aspetti importanti della vita, come ad esempio il funzionamento sociale e la salute mentale e fisica, quindi la quantità di ore che si passano a dormire influenza la qualità della vita. Secondo tale studio inoltre, la durata ideale del sonno notturno pare essere di 6-8 ore, superare tale durata o al contrario, dormire meno, avrebbe degli effetti negativi; contribuirebbe, infatti, ad un declino fisico e cognitivo.

Il sonno e le funzioni cognitive nell’adulto anziano

Anche se le prestazioni cognitive diminuiscono con l’aumentare dell’età, vi è una variabilità individuale nella grandezza di questi decrementi cognitivi (Ardila, 2007). Tale variabilità sembra dipendere dalle differenze individuali legate alle disfunzioni cerebrali alla base dell’invecchiamento, come ad esempio la gravità dell’atrofia a livello corticale (Raz, Gunning-Dixon, Head, Dupuis, Acker, 1998). Tuttavia un altro potenziale contributo alla variabilità individuale dei deficit cognitivi associati all’età, giunge dagli studi relativi alla quantità e alla qualità del sonno. Come detto in precedenza, i disturbi sono presenti in una percentuale piuttosto alta nella popolazione e tendono ad aggravarsi con l’avanzare dell’età. Molte persone anziane riferiscono problemi cronici nella fase iniziale del sonno, nella durata e nella qualità, con conseguenze negative quali sonnolenza, cadute e disabilità funzionale (Vaz Fragoso & Gill, 2007).

Anche se la letteratura relativa alle prestazioni cognitive degli anziani con problemi del sonno appare abbondante (Haimov, Hanuka & Horowitz, 2008), ci sono poche informazioni sul grado in cui i disturbi possono contribuire alla variabilità individuale della performance cognitiva riscontrata in queste persone, in particolare pare non esserci un accordo specifico su quali siano le principali funzioni cognitive a risentire della scarsa qualità del sonno.

Uno studio effettuato da Bastien e collaboratori nel 2003 ha riportato l’esistenza di una correlazione tra la qualità del sonno, auto-riferito dalle persone, e la velocità di elaborazione delle informazioni (Bastie net al., 2003), le funzioni esecutive (attenzione divisa, memoria di lavoro, capacità di inibizione, fluenza verbale e problem solving) e la memoria a lungo termine (Schmutte et al., 2007).

Altre ricerche hanno mostrato come poco sonno abbia un impatto sulle prestazioni in compiti che valutano i tempi di reazione semplici e complessi, l’attenzione e la vigilanza (Blatter et al., 2006).

Alcuni studiosi, inoltre, sostengono che la perdita di sonno porti a transitorie modificazioni nel metabolismo del cervello, riducendo l’efficienza nella corteccia prefrontale (Killgore, 2010), di conseguenza, si presume siano maggiormente correlate alla qualità del sonno le funzioni esecutive legate proprio alle regioni prefrontali (Durmer & Dinges, 2005; Jones & Harrison, 2001).

Negli anziani ciò appare particolarmente evidente visto che le regioni prefrontali sono altamente sensibili all’età e le maggiori differenze in termini di prestazioni cognitive legate all’età si riscontrano proprio nelle attività dipendenti dalla corteccia prefrontale (MacPherson, Phillips, Della Sala, 2002).

Un altro fattore importante da tenere in considerazione nel contesto del sonno e delle funzioni cognitive in età avanzata, è che gli indicatori soggettivi della qualità del sonno sono costantemente connessi a misure di depressione (Riemann, Berger, Voderholzer, 2001). Ad esempio, Riemann e collaboratori (2001) hanno suggerito che, in maniera ambivalente, i problemi di sonno sono sintomi di depressione e, allo stesso tempo, possono rappresentare un fattore di rischio per la depressione. Inoltre Naismith e collaboratori, in un lavoro del 2011, hanno dimostrato che i disturbi del sonno in pazienti anziani con depressione, influenzano le funzioni cognitive. Una correlazione, ad esempio, è stata trovata tra la durata dei risvegli notturni e le prestazioni in prove di apprendimento, memoria, fluenza semantica, inibizione di risposte irrilevanti e problem solving.

Dalla revisione della letteratura in merito alla relazione esistente tra sonno e funzioni cognitive, appare evidente quindi come esso influisca in modo importante sulla qualità della vita, in particolare prendersi cura del sonno significa avere riguardo nei confronti della propria salute psicofisica ma anche della propria prospettiva di vita.

La filosofia spiegata con le serie tv (2017) di T. Ariemma, una rivoluzione didattica tra i banchi di scuola di Ischia – Recensione e intervista all’autore

Nel libro La filosofia spiegata con le serie tv, che racchiude il suo metodo didattico, Ariemma invita non solo gli studenti ma tutti i lettori a scovare l’imperativo categorico di Kant nell’isola di Lost o a conoscere il mondo delle idee di Platone dietro lo specchio di Black Mirror.

 

Tommaso Ariemma (Napoli 1980), docente di Estetica presso le Accademie di Belle Arti di Lecce e Perugia e attualmente insegnante di filosofia presso il liceo statale di Ischia ci racconta la sua passione per la filosofia e la nascita di quella che ormai viene da tutti definita “Una rivoluzione didattica”.

Nel libro La filosofia spiegata con le serie tv, che racchiude il suo metodo didattico, Ariemma invita non solo gli studenti ma tutti i lettori a scovare l’imperativo categorico di Kant tra i sopravvissuti dell’isola di Lost, a conoscere il mondo delle idee di Platone dietro lo specchio di Black Mirror, e a riflettere sul pensiero di Macchiavelli seguendo le orme di Twin Lannister del Trono di Spade. Un’idea originale, innovativa e fuori dagli schemi, che lascia stupiti nell’immaginare che si sia sviluppata tra i banchi di scuola di un liceo.

Far appassionare gli adolescenti ai grandi filosofi del passato non deve essere un’impresa facile, eppure lui c’è riuscito perfettamente, soverchiando il metodo didattico tradizionale e stimolando l’interesse degli alunni attraverso un canale preferenziale, quello delle serie tv. E’ interessante capire l’impatto che questo approccio ha avuto sugli studenti dal punto di vista motivazionale e sul loro livello di apprendimento. Alcune risposte ci sono arrivate dal professore stesso, in un’intervista lasciata in esclusiva per State of Mind.

 

La filosofia spiegata con le serie tv – Intervista all’autore

Intervistatrice (I): Professore, che impatto ha avuto sugli studenti la spiegazione dei grandi filosofi del passato attraverso le serie tv?

Tommaso Ariemma (T.A.): Si dice cha la filosofia nasca dalla meraviglia. Ho voluto prendere alla lettera questa tesi di Aristotele applicandola al mio insegnamento: per avvicinare i miei studenti alla filosofia ho voluto stupirli, spiazzarli. All’inizio sono apparsi un po’ disorientati, in seguito il mio approccio ha generato in loro grande motivazione allo studio della filosofia. Aristotele aveva ragione.

 

I: Ci sono stati dei miglioramenti significativi dal punto di vista relazionale, motivazionale o dell’apprendimento seguendo questo metodo non convenzionale?

T.A.: Secondo le direttive ministeriali l’approccio didattico più recente si fonda su conoscenze, abilità e competenze, trascurando il vero fuoco intorno al quale ruota l’apprendimento: la motivazione o, se vogliamo usare un termine più vicino ai giovani, la grinta. Il mio approccio “pop”, non convenzionale, lavora proprio sulla motivazione, come se sussurrasse alle menti dei ragazzi: “Impegnati, perché ciò che sta accadendo è fuori dal comune, è un’occasione unica”. I miei ragazzi si sentono così “speciali” e questo ha un impatto positivo anche sulla stima di sé e sul coinvolgimento in classe.

 

I: Ci sono state delle ricadute positive anche sul suo livello di motivazione nello svolgere il ruolo di docente?

T.A.: Confesso che nei primi mesi di insegnamento a scuola mi sono sentito spaesato e demotivato. Provenivo da un insegnamento universitario decennale, avevo pubblicato 15 libri, ero abituato a fare ricerca filosofica a livelli molto alti. Andare in classe e recitare uno dei tanti manualetti in circolazione annoiava persino me, figuriamoci i ragazzi. La mia fortuna è stata quella di essermi occupato, da studioso e filosofo, di serie tv e cultura pop. Quando ho capito che potevo portare le mie vere competenze in classe è accaduto ciò che qualcuno ha definito una “Rivoluzione didattica”. Mi sono sentito anch’io, come i miei ragazzi, un po’ speciale. Come vede, il metodo ha funzionato in primis sulla mia motivazione.

 

Ringrazio il prof. Ariemma per la disponibilità e per averci raccontato di un metodo nuovo, originale e autentico per alimentare un aspetto essenziale della conoscenza: l’entusiasmo.

La danza come rimedio all’invecchiamento cerebrale

La danza sembra essere un’attività che consente di migliorare l’equilibrio delle strutture cerebrali anche durante la vecchiaia, poiché richiede l’integrazione di informazioni sensoriali (uditive, visive, vestibolari) e il controllo motorio di tutto il corpo, oltre al coinvolgimento di abilità cognitive. Uno studio recente, eseguito in un centro tedesco per i disturbi neurodegenerativi e pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience, ha mostrato gli effetti sul volume dell’ ippocampo e sull’ invecchiamento cerebrale di due differenti tipi di attività fisica: danza e allenamento di fitness tradizionale.

 

La danza: un’attività che contrasta l’invecchiamento cerebrale e migliora l’equilibrio

Con l’avanzare dell’età tutti gli esseri umani vanno incontro a una degenerazione psico-fisiologica che coinvolge anche le strutture cerebrali, compromettendo funzioni cognitive ed equilibrio. Allo stesso tempo, però, è risaputo che la plasticità cerebrale è preservata lungo tutto l’arco di vita, sopratutto attraverso attività che tengono in allenamento le funzioni cognitive.

Tra le strutture cerebrali più colpite dall’ invecchiamento cerebrale si ricorda l’ippocampo che, con l’avanzare dell’età, determina deficit nel consolidamento delle informazioni in memoria, nell’apprendimento e nell’orientamento spaziale (Barnes et al., 2009; Driscoll et a., 2003). Allo stesso tempo, esso è una delle poche regioni che negli anni riesce a generare nuovi neuroni, garantendo plasticità cerebrale anche da adulti (Kempermann et al., 2010; Spalding et al., 2013). Oltre alle attività sopra citate, l’ippocampo sembra essere implicato anche nell’equilibrio, funzione essenziale per la mobilità e la qualità della vita in età anziana (Dordevic et al., 2017).

Rispetto a quanto descritto, la danza sembra essere un’attività che consente di migliorare l’equilibrio delle strutture cerebrali anche durante la vecchiaia, poiché richiede l’integrazione di informazioni sensoriali (uditive, visive, vestibolari) e il controllo motorio di tutto il corpo, oltre al coinvolgimento di abilità cognitive.
Uno studio recente, eseguito in un centro tedesco per i disturbi neurodegenerativi e pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience, ha mostrato gli effetti sul volume dell’ ippocampo di due differenti tipi di attività fisica: danza e allenamento di fitness tradizionale.

A questa ricerca hanno preso parte 68 soggetti sani di età compresa tra 63 e 80 anni, sottoposti a un programma di allenamento di 18 settimane. In particolare, essi erano assegnati in modo randomizzato a due tipi di attività: un programma di danza in cui era necessario imparare sempre nuove coreografie di diversi generi o un programma di fitness tradizionale con esercizi ripetitivi, come la camminata nordica o andare sulla cyclette.

Dai risultati si evinceva che in entrambi i gruppi era presente un incremento del volume dell’ippocampo, dimostrando che tutte e due le attività fisiche producevano effetti benefici sull’ invecchiamento cerebrale. La danza, però, sembrava mostrare un effetto più profondo perché era l’unica ad assicurare beneficio anche a livello dell’equilibrio. Ciò è giustificabile dal fatto che nell’imparare nuove coreografie era necessario tenere sempre attivo il processo di apprendimento, richiamando alla memoria i passi, la velocità, il ritmo, la formazione mentre si era sottoposti a pressione temporale senza alcun aiuto da parte degli istruttori.
Da questi dati si può pensare di elaborare un programma di attività che consenta di massimizzare gli effetti anti-età sul cervello. A tal proposito, gli autori dello studio stanno valutando di creare un sistema di allenamento sensoriale basato sull’attività fisica, chiamato “Jymmin” dall’unione di jamming e ginnastica.

Concludendo, questo studio si inserisce nella gamma di quelli già esistenti in letteratura sugli effetti cognitivi e neurali dell’attività fisica lungo tutto il ciclo di vita e, a differenza delle ricerche già esistenti, cerca di stabilire cosa rende un’attività fisica migliore di un’altra.

Tutti vorremmo vivere in salute, senza dipendere dagli altri, quanto più a lungo possibile e l’attività fisica è uno dei fattori che possono contribuire a questo obiettivo. In particolar modo la danza sembra avere un ruolo diverso e più significativo delle altre attività meramente di allenamento fisico, perché determina cambiamenti non solo a livello fisico ma anche psichico.

Congresso dell’EABCT 2017: il report dalla seconda giornata

Questa edizione del congresso EABCT (European Association for Behavioural and Cognitive Therapies) si sta assumendo molti rischi, forse perfino troppi. Mentre a Stoccolma un anno fa erano prevalsi i toni dell’autocelebrazione, quest’anno si preferisce guardare in faccia i punti critici. È successo il primo giorno con Hayes, è successo ancor di più con Wells in questo secondo giorno che sto andando a raccontarvi.

 

Perchè l’eclettismo nella psicoterapia cognitivo-comportamentale?

Per capire l’impatto della presentazione di Wells occorre però fare un passo indietro e tornare alla presentazione di Adam Radomsky durante la prima giornata. Radomsky aveva parlato di un aspetto tra quelli più critici della psicoterapia cognitivo-comportamentale: perché così pochi la eseguono fedelmente? Perché così tanti si perdono in un eclettismo mal definito? In concreto, perché solo il 16% dei terapisti cognitivo-comportamentali, quando eseguono i protocolli per i disturbi d’ansia o ossessivo-compulsivo, prescrivono con convinzione, efficacia e chiarezza l’esposizione comportamentale? Lo aveva detto anche Mehmet Sungur nel discorso introduttivo della cerimonia d’apertura: troppi terapisti cognitivo-comportamentali non eseguono la terapia cognitivo-comportamentale e sono solo genericamente cognitivi, ossia parlano di pensieri. Cosa che in realtà fanno tutti, anche i rogersiani e gli psicoanalisti.

In genere a questa domanda si risponde con le solite argomentazioni del paziente difficile o della relazione terapeutica. Qui però non si parla di pazienti difficili (qualunque cosa significhi questa espressione) ma di pazienti ansiosi e ossessivi in un servizio psicologico specializzato per pazienti ansiosi e ossessivi della Concordia University di Montreal dove lavora Radomsky. Di cosa stiamo parlando, allora?

Radomsky ha fatto una piccola indagine nel suo gruppo di lavoro e altrove e ha scoperto che le quattro risposte più ricorrenti alla domanda: “perché non istruisci il paziente all’esposizione comportamentale?” sono:

  • “Non mi piace rendere i miei pazienti troppo ansiosi” (I don’t like making my client feel too anxious)
  • “Preferisco la terapia integrata perché suona più carina” (I prefer integrative because it feels nicer)
  • “Non sono venuto in questo campo per far soffrire le persone” ((I didn’t go into this field to make people suffer)
  • “Se vedo che l’esposizione turba il mio paziente, ci prendiamo una pausa e parliamo delle crisi evolutive precoci” (If I see that exposure is upsetting my patient, we’ll take a break and talk about early developmental crises)
  • “Vorrei che la terapia comportale per i disturbi d’ansia non avesse così tanta esposizione” (I wish behavior therapy for anxiety disorders didn’t have so much exposure in it).

Paziente difficile? O difficoltà nostre nell’eseguire la psicoterapia cognitivo-comportamentale? Ognuno può trarne le conclusioni che vuole. Si può pensare che hanno ragione quelli che dicono che i pazienti sono tutti difficili, che la soluzione è “integrare” gli interventi cognitivo comportamentali con interventi definiti per lo più “relazionali” e che troppo spesso corrispondono agli interventi della client-centered therapy di Rogers, ovvero delle soste supportive e accoglienti che servono a gestire la terapia in attesa che il paziente si decida ad affrontare gli interventi davvero terapeutici, e così via.

In fondo anche la risposta di Radomsky è compromissoria. Come ho scritto ieri: “visto che l’esposizione comportamentale è una delle nostre bestie nere (è tanto più bello chiacchierare col paziente della sua storia personale) Radomsky suggerisce di inserire negli interventi di esposizione degli aspetti rassicuranti che mantengano in parte quei safety behaviours che lo aiutano a controllare l’ansia, chiamandoli supportive approaches.” Aspetti rassicuranti o ancora una volta una “integrazione” che annacqua? Oppure si tratta di una posizione inevitabilmente di attesa supportiva che rientra nella good practice. Possibile, ma chiamiamola col suo nome: attesa supportiva e non terapia.

I dati di efficacia della terapia metacognitiva

Secondo Adrian Wells questa tendenza integrativa è però una vera deriva che sta deteriorando l’efficacia della psicoterapia cognitivo-comportamentale. Wells nella sua presentazione dal provocatorio titolo “Metacognitive Therapy: is more effective than other therapies?” parla anche di questo. Prima parla però del suo modello metacognitivo, che abbiamo già illustrato altrove. Wells racconta poi i dati di efficacia della terapia metacognitiva e, un po’ come era accaduto il giorno prima per Arnzt con la Schema Therapy, sono dati impressionanti. La terapia metacognitiva mostra un concreto e significativo incremento di efficacia su tutti i disturbi di elezione della terapia cognitivo comportamentale: Disturbo d’ansia generalizzata, depressione maggiore, fobia sociale, disturbo ossessivo compulsivo e disturbo post-traumatico da stress. L’efficacia passa una un 60% della psicoterapia cognitivo comportamentale a un 80% di remissioni per il disturbo d’ansia generalizzato e, ancor più impressionante, da un 25% della psicoterapia cognitivo comportamentale per il disturbo ossessivo compulsivo (eh si, va detto: la psicoterapia cognitivo comportamentale funzionicchia ma non fa sfracelli con gli ossessivi; meglio che niente, certo, visto che tutto il resto non funziona per niente) a un abbagliante 75%. Dati da confermare nella pratica reale? Vero. Gli studi di Wells però sono numerosi e robusti e devo confessare che la mia pratica clinica personale conferma queste cifre.

Adrian Wells - EABCT 2017 Ljubljana
Adrian Wells

 

Ciò che conta nella presentazione di Wells è però altro. Wells mostra anche altri dati in cui paragona interventi cognitivi, metacognitivi e “integrati” che combinano interventi vari in sequenza. Ebbene, le prestazioni peggiori sono degli interventi “integrati”. Questo dato presta a Wells l’occasione per una tirata appassionata contro l’ecclettismo e la terapia integrata, a suo dire all’origine della crisi della stessa psicoterapia cognitivo-comportamentale. Troppi, dice Wells, di fronte alle difficoltà di esecuzione della psicoterapia cognitivo-comportamentale si rifugiano in un facile eclettismo travestito da psicoterapia integrata. Rifugio non innocuo che deteriora la qualità della diffusione della pratica cognitivo-comportamentale tra gli operatori.

Quale sia il futuro, non è facile a dirsi. Questo congresso ha mostrato audacia, invitando Hayes e Wells dopo anni di assenza. Molte nuove terapie mostrano efficacia significativa (Schema Therapy e Terapia Metacognitiva). La psicoterapia cognitivo-comportamentale presenta una crescente crisi nella qualità della sua esecuzione tra gli operatori che ci fa porre domande sulla qualità dei training e delle supervisioni. Le risposte classiche sono sempre state di integrare con gli aspetti relazionali o, peggio, dei fattori comuni alla Lambert che nascondono un sostanziale annacquamento e una distorsione nella concezione dei pazienti, troppo facilmente tacciati di essere difficili.

La soluzione non può essere: visto che non riusciamo a farla, annacquiamola. E nemmeno può essere il sostenere che ciò che conta è la concettualizzazione cognitivo-comportamentale del caso mentre la tecnica viene dopo. Ovvero: limitiamoci a descrivere cognitivamente il paziente. La verità è che la concettualizzazione è l’unica cosa che i terapisti cognitivo-comportamentali ancora fanno bene mentre il problema è quello che si fa dopo. È dopo la concettualizzazione che si inizia a non fare (sottolineo: a non fare) la terapia cognitivo-comportamentale.

Judith Beck e la CBT per i disturbi di personalità

Altre presentazioni interessanti della giornata sono state quelle di Judith Beck (di cosa stavamo parlando? De te fabula narratur) che parla dei disturbi di personalità e della loro nota difficoltà di ingaggio nel contratto terapeutico. Beck ripropone il modello cognitivo-comportamentale riportando le credenze dei vari pazienti e proponendo di applicare queste concettualizzazioni alle loro difficoltà di ingaggio, analizzandole nei termini delle loro stesse credenze e sviluppando una buona alleanza terapeutica attraverso tecniche di validazione di derivazione rogersiana e gestendo il proprio disagio analizzandolo cognitivamente.

Judith Beck - EABCT 2017 Ljubljana
Judith Beck

Nulla di nuovo, la validazione rimane lo strumento principe della gestione del paziente difficile, non si discute. Rimane il dubbio che la validazione, utilizzata al di fuori dell’alveo teorico della terapia dialettico comportamentale di Marsha LInehan e “integrata” nella terapia cognitivo-comportamentale perda il suo senso clinico e diventi solo un modo per gestire un paziente recalcitrante. Sarà questa la “integrazione” sbagliata di cui parla Wells e che fa diminuire l’efficacia della psicoterapia cognitivo-comportamentale?

L’applicazione rigorosa delle procedure EMDR

L’ultima presentazione a cui assisto è quella di un simposio del gruppo di ricerca di Isabel Fernandez sulla EMDR (eye movement desensitization and reprocessing), procedura di terapia specifica per il trauma. I pregi e i problemi della EMDR sono noti: è una tecnica efficace per il trauma ma non si conosce bene il suo meccanismo di funzionamento e spesso è applicata indiscriminatamente a pazienti non traumatizzati.

EMDR Simposio - EABCT 2017 Ljubljana

Il gruppo di Fernandez presenta una interessante ipotesi neurologica basata su dati di neuro-imaging sul funzionamento della EMDR. Seguono poi delle illustrazioni cliniche sulle applicazioni della EMDR. Ciò che colpisce nella EMDR, al di là degli aspetti neurologici e clinici sui quali ho scarsa competenza, è la sua rigorosità di applicazione, l’enfasi che vien posta sulla fedeltà della sua esecuzione. Insomma, non ci sono cedimenti a ecclettismi o contaminazioni. Forse questo spiega parte del suo successo. Insomma, questo congresso ci dice che la psicoterapia cognitivo-comportamentale deve affrontare il problema dell’aderenza.

Il cervello comunica al nostro corpo come bruciare grassi dopo un pasto

Gli scienziati della Monash University’s Biomedicine Discovery hanno trovato un meccanismo con il quale il cervello bilancia l’alimentazione con la spesa energetica, risolvendo un enigma per la ricerca e offrendo una potenziale nuova via per il trattamento dell’ obesità.

 

L’ obesità è un fattore di rischio importante per molte malattie tra cui le malattie cardiovascolari, diabete, malattie epatiche e diversi tumori,e  sembra essersi diffusa a macchia d’olio in Australia.

I ricercatori del programma di malattie metaboliche e obesità hanno dimostrato tramite modelli di laboratorio che l’alimentazione controlla il “browning” (brunimento) del grasso, cioè la conversione del grasso bianco, che contiene l’energia, in grasso bruno, che controlla il consumo e la spesa di energia. Il grasso nel corpo umano è immagazzinato in cellule speciali denominate adipociti che modificano il loro status da bianco a marrone e viceversa.

Lo studio pubblicato sulla rivista Cell Metabolism, mostra che dopo un pasto il cervello risponde alla quantità di insulina presente in circolazione, che aumenta come conseguenza dell’aumentato glucosio nel sangue.

Il cervello invierebbe poi dei segnali per promuovere l’ “imbrunimento” del grasso e il dispendio di energie.

Al contrario, dopo un digiuno, il cervello istruisce questi adipociti imbruniti a convertirsi in adipociti bianchi, iniziando nuovamente l’immagazzinamento di energie.

Questi processi aiutano a prevenire sia l’eccesso di peso che l’eccesso di perdita di peso in risposta sia ad un’eccessiva alimentazione che a condizioni di digiuno, in modo che nel tempo il peso rimanga relativamente stabile.

I ricercatori hanno dimostrato che la capacità del cervello di sensibilizzarsi ai livelli di insulina e di coordinare l’alimentazione con il dispendio energetico attraverso l’imbrunimento degli adipociti è controllato da un meccanismo ad interruttore che si attiva dopo il digiuno per reprimere la risposta all’insulina, inibendo l’imbrunimento e conservando le energie, e in seguito si spegne dopo un pasto per facilitare la risposta dell’insulina e promuovere l’imbrunimento e il consumo di energie.

Quello che accade nel contesto dell’ obesità è che l’interruttore è disfunzionale, non si spegne durante i pasti – ha dichiarato il ricercatore, il professor Tony Tiganis – Di conseguenza, l’imbrunimento degli adipociti è spento e tutto il tempo e le spese energetiche diminuiscono, quindi quando si mangia, non si vede un aumento proporzionale delle spese energetiche – e tale condizione promuove l’aumento di peso.

Abbiamo mostrato non solo perché questo accade ma anche il meccanismo fondamentale implicato. È stato molto emozionante – ha detto il dottor Dodd.

I ricercatori stanno esplorando ulteriormente la possibilità di indurre l’inibizione dell’interruttore per scopi terapeutici per promuovere lo spargimento di grasso in eccesso.

L’ obesità è un fattore importante e con un impatto importante considerando le malattie presenti in tutto il mondo e, per la prima volta nella storia moderna, potrebbe portare ad una diminuzione dell’aspettativa di vita globale – ha dichiarato il professor Tiganis – Ciò che i nostri studi hanno dimostrato è che esiste un meccanismo fondamentale in gioco che normalmente assicura che la spesa energetica sia abbinata all’assunzione di energia. Quando questo meccanismo si “guasta”, si verifica l’aumento di peso.

Potenzialmente la scoperta di questo meccanismo potrebbe aiutare nella creazione di una nuova terapia per promuovere la perdita di peso negli individui obesi, ma ogni nuova terapia ha bisogno di tempi lunghi prima di poter essere accettata.

 

Trattato dei disturbi di personalità (2017) di J. M. Oldham, A. E. Skodol, D. S. Bender – Recensione

Il Trattato dei disturbi di personalità, di John M. Oldham, Andrew E. Skodol, Donna S. Bender è un corposo volume, scritto da più autori di diverse formazioni cliniche e culturali, che prende in considerazione gli aspetti, diagnostici, psicopatologici, eziologici, neurobiologici e di trattamento di questi disturbi che hanno una prevalenza in forte crescita.

 

I disturbi di personalità (PD) hanno un ruolo particolarmente stimolante in psichiatria: l’approccio diagnostico categoriale non consente una comprensione adeguata, tant’è che il DSM5 ha introdotto una sezione specifica in cui nella classificazione si introduce un approccio dimensionale; la definizione dei sintomi e dei segni siano essi considerati in termini polittici, monotetici o persino prototipici definiscono quadri psicopatologici molto diversi anche per lo stesso disturbo e la frequente co-occorrenza rappresenta un ulteriore elemento di complessità; viepiù, definire indicatori di processo e di esito per valutare l’efficacia dei trattamenti è una sfida ancora aperta sulla quale ormai da qualche tempo molti ricercatori si sono ingaggiati.

Trattato dei disturbi di personalità – Concetti clinici ed eziologia

Il Trattato dei disturbi di personalità, di John M. Oldham, Andrew E. Skodol, Donna S. Bender è un corposo volume, scritto da più autori di diverse formazioni cliniche e culturali, che prende in considerazione gli aspetti, diagnostici, psicopatologici, eziologici, neurobiologici e di trattamento di questi disturbi che hanno una prevalenza in forte crescita.

L’edizione italiana è stata curata da Franco Del Corno e Vittorio Lingiardi e la prefazione è di Steven E. Hyman.

La prima parte del volume “Concetti clinici ed eziologia” si apre con un capitolo dedicato all’evoluzione della classificazione diagnostica dal DSM I del 1952 fino al DSM5 del 2013. La storia della classificazione della patologia di personalità apre uno sguardo sui progressi nella comprensione dei disturbi di personalità.

Gli autori del Trattato dei disturbi di personalità avvertono che a mano a mano che impareremo di più a proposito delle eziologie e delle patologie di questi disturbi, non sarà più necessario, o persino desiderabile, limitare i nostri schemi diagnostici a fenomeni descrittivi e ateoretici, e potremo mirare a una comprensione arricchita della patologia della personalità, a migliori trattamenti e a linee guida per la prevenzione.

Nel secondo capitolo del Trattato dei disturbi di personalità sono descritti i modelli e le teorie della personalità: le teorie psicodinamiche con particolare riferimento ai contributi di Kernberg, le teorie cognitive di Beck e Young, il modello Five-Factor, sono prese in considerazione le prospettive biologiche e i sistemi neurali con riferimento a Cloninger e al suo modello a due domini (temperamento e carattere) e vengono descritte ricerche che misurano la trasmissione genetica dei tratti e dei comportamenti di personalità. Infine vengono descritti i modelli integrativi, il modello socio-evolutivo di Millon, la teoria interpersonale di Lorna Benjamin, chiamata Structural Analysis of Social Behavior, il modello dei domini funzionali di Westen.

Molto spazio nel Trattato dei disturbi di personalità è riservato al modello dimensionale della sezione III del DSM 5, non solo con il capitolo di chiusura e con l’appendice che riporta integralmente la sezione, ma già dal terzo capitolo, in cui si fornisce una panoramica della nozione di “compromissione fondamentale” nei disturbi di personalità e si descrive la storia di questo concetto e della sua affermazione proprio nel modello della Sezione III del DSM-5. Un’ampia parte del capitolo è dedicata alle ricerche che possono essere d’aiuto per esprimere con più precisione le caratteristiche di questo concetto e dimostrarne la potenziale validità e utilità, insieme ad alcuni esempi clinici in cui le modalità disfunzionali riguardano le categorie di identità, autodirezionalità, empatia e intimità.

Il quarto capitolo tratta il ruolo dell’attaccamento. Il progredire della comprensione sulla connessione tra sviluppo cerebrale e prime esperienze psicosociali ha reso evidente che il ruolo evolutivo della relazione d’attaccamento va ben oltre il garantire una protezione fisica al bambino e modella lo sviluppo della personalità.

La teoria dell’attaccamento viene sempre più considerata come un significativo supporto teorico alla comprensione e alla cura dei disturbi di personalità.

Negli ultimi 30 anni si è assistito a un rapido aumento della conoscenza riguardo alla neurobiologia dei substrati cerebrali. Vulnerabilità biologiche modellate da disposizioni genetiche, unitamente ai traumi o ai vincoli provenienti dall’ambiente sono considerate nel quinto capitolo e discusse in relazione ai disturbi borderline, schizotipico, antisociale ed evitante. In particolare un aspetto che va rilevato è che il disturbo di personalità borderline è il disturbo che è stato più volte preso a riferimento nei vari capitoli. Ciò è spiegabile dal fatto che il borderline, tra i disturbi di personalità è quello più studiato.

Le principali dimensioni che sono prese in considerazione sono la regolazione emotiva e affettiva, la modulazione degli impulsi/dell’azione, la cognitività interpersonale/sociale e l’ansia connessa alle difese che ne contrastano le manifestazioni.

Nel sesto capitolo sono considerati una serie di studi che prendono in esame la prevalenza e i fattori socio-economici, socio-demografici e la compromissione del funzionamento.

Il capitolo successivo passa in rassegna i due modelli della patologia della personalità proposti dal DSM-5 – l’approccio categoriale della Sezione II derivato dal DSM-IV e il nuovo modello ibrido dimensionale-categoriale della Sezione III e prende in considerazione i temi relativi alla valutazione, alla diagnosi e alla diagnosi differenziale.

Benché l’interazione clinico-paziente possa essere un’occasione di osservazione utile e obiettiva, gli autori raccomandano di essere cauti nell’interpretarne la significatività, e invitano a cercare di integrare questa informazione in un quadro complessivo più ampio del bpersonalità del paziente.

Diversi strumenti sono proposti per il processo di valutazione inventari self-report, interviste semi-strutturate, il colloquio clinico su un inventario di caratteristiche psicopatologiche, l’utilizzo di informant.

Il Decorso e l’esito sono trattati nell’ottavo capitolo del Trattato dei disturbi di personalità dove si sottolinea che i PD dimostrano solo una moderata stabilità e, nonostante siano associati genericamente a esiti negativi, possono migliorare nel tempo e beneficiare di specifici trattamenti, anche se non sono molti gli studi longitudinali prospettici con valutazioni ripetute nel tempo che possono far comprendere in modo più specifico il decorso: Children in the Community Study (CICS) Brook et al., 2002; McLean Study of Adult Development (MSAD) Zanarini et al., 2003; Collaborative Longitudinal Personality Disorders Study (CLPS) Gunderson et al., 2000.

Trattato dei disturbi di personalità – Il trattamento

La seconda parte del volume riguarda il trattamento e si apre con un capitolo di Donna S. Bender sull’alleanza terapeutica, fattore che si è distinto nella letteratura empirica come il più solido predittore dell’outcome delle psicoterapie. Indipendentemente dal modello di trattamento adottato con i pazienti con disturbi di personalità, è evidente che prestare attenzione all’alleanza è della massima importanza. La relazione con questi pazienti va attentamente monitorata e le dinamiche accuratamente gestite perché il paziente possa sperimentare un’esperienza emozionale correttiva.

Nel capitolo 10 del Trattato dei disturbi di personalità sono riassunti i principali concetti psicoanalitici e psicodinamici e descritti i differenti modelli di psicoterapia psicodinamica applicati al trattamento dei disturbi di personalità.

Al di là delle differenze, all’interno della cornice psicoanalitica i principi di intervento sono: 1) l’interpretazione; 2) l’analisi del transfert; 3) un atteggiamento tecnicamente neutrale; e 4) l’utilizzo delle proprie risposte controtransferali.

Il capitolo 11, curato da Martin Bohus, è invece dedicato alla psicoterapia cognitivo-comportamentale. Offre una guida al trattamento dei pazienti ed è basato principalmente su concetti evidence-based derivanti dagli approcci della terapia dialettico-comportamentale e dell’Acceptance and Commitment Therapy.

J. Christopher Fowler, John M. Hart hanno curato il capitolo seguente del Trattato dei disturbi di personalità che illustra le terapie cognitivo-comportamentali manualizzate, incluso l’approccio basato sull’accettazione (Gratz, Gunderson, 2006), che si sono dimostrate efficaci nel ridurre la sintomatologia associata ai disturbi di personalità, con particolare riferimento al disturbo borderline.

In successione i capitoli seguenti prendono in considerazione le psicoterapie di gruppo, familiari e di coppia con esemplificazioni di orientamenti teorici e tecnici diversi e con l’illustrazione di aspetti che facilitano o viceversa ostacolano il trattamento; l’approccio psicoeducativo rivolto al paziente e ai suoi familiari con riferimento alle applicazioni più note (i gruppi multifamiliari secondo l’approccio di Gunderson, le applicazioni della DBT, dello STEPPS e del Family Connections); i trattamenti somatici con riferimenti agli studi metanalitici sui trattamenti farmacologici; il trattamento collaborativo che prevede l’intervento di più di un professionista in un approccio alla cura integrato caratterizzato da confronto, collaborazione affinché l’intervento sia coerente e unitario ed eviti di produrre “scissioni”; ed infine i problemi legati ai confini del setting con illustrazioni esemplificative di superamento o violazione in relazione alle diverse patologie.

Trattato dei disturbi di personalità: problemi, popolazioni e setting particolari

La parte terza del volume si occupa di problemi, popolazioni e setting particolari e si apre con il capitolo 18 sulla valutazione e gestione del rischio suicidario. Sono illustrati protocolli di terapia e gestione che possono ridurre il rischio di suicidio nei pazienti con disturbi di personalità che spesso fanno ricorso a comportamenti anticonservativi. Gli autori evidenziano che i risultati degli studi sui fattori di rischio suggeriscono che eventi di vita stressanti e alcune comorbilità psichiatriche possono essere fattori di rischio modificabili per ridurre un’esacerbazione acute-on-chronic del rischio suicidario.

Il diciannovesimo capitolo riporta molti studi che hanno indagato la comorbilità tra disturbi di personalità e uso di sostanze. La letteratura sulla doppia diagnosi è nutrita e prende in considerazione sia le principali questioni diagnostiche, sia i modelli eziopatogenetici e di trattamento, sia la ricerca genetica più recente su questi disturbi.

Questa parte del Trattato dei disturbi di personalità si chiude con due capitoli, il primo sul disturbo antisociale su cui quasi assenti sono i modelli di trattamento risultati efficaci a verifiche empiriche e il secondo sui disturbi di personalità trattati in un contesto medico con la descrizione di proposte tecniche di gestione di questi pazienti in contesti terapeutici sia in fase di acuzie, sia per trattamenti di lungo corso.

Il Trattato dei disturbi di personalità si chiude con alcune riflessioni sulle direzioni future. Il capitolo 22 si concentra su due aspetti del disturbo borderline di personalità (Borderline Personality Disorder, BPD): i problemi relativi all’interazione sociale e alcune forme di alterazione percettiva (percezione del dolore e dissociazione), con l’intento di mostrare in quale modo le attuali metodologie delle neuroscienze comportamentali e degli approcci traslazionali possano essere d’aiuto per capire i meccanismi sottesi a questa psicopatologia e, in ultima istanza, per contribuire a migliorare i trattamenti destinati ai pazienti con BPD.

L’ultimo capitolo è incentrato come già accennato sulla sezione III del DSM-5.

Il libro di Oldham, Skodol e Bender, Trattato dei disturbi di personalità, offre un’ampia panoramica sui disturbi di personalità utile sia per chi alle prime armi ha bisogno di approfondire temi specifici, sia a terapeuti più esperti che trattano da anni questo tipo di disturbi.

Il testo riporta ampi riferimenti alla letteratura relativa ad aspetti clinici e neurobiologici, forse l’eterogeneità degli autori non ha permesso un’articolazione più dettagliata di alcune parti, soprattutto di quelle che riguardano il trattamento. Va detto che nell’economia del lavoro, composto di oltre settecento pagine, forse sarebbe stato eccessivo dilungarsi su alcuni temi, anche perché proporre facili soluzioni ai clinici che trattano questa popolazione impegnativa sarebbe fuorviante, troppe sono le questioni contrastanti opportunamente trattate in modo esplicito e chiaro dal testo.

Un libro che contribuisce a migliorare la comprensione di questi disturbi, e dei rilevanti progressi scientifici compiuti negli ultimi anni, la cui lettura va consigliata ai professionisti della salute mentale.

Congresso dell’EABCT 2017: il report dalla prima giornata

Il 47esimo congresso della European Association for Behavioural and Cognitive Therapies (EABCT) inizia mercoledì 13 settembre con il discorso introduttivo del principale organizzatore della manifestazione, Mehmet Sungur, Professore di Psichiatria all’Ospedale Universitario di Marmara, Istanbul. Non è un momento del tutto felice per Sungur, che avrebbe voluto inaugurare il congresso nella sua Istanbul, sede originaria del congresso. Le preoccupazioni per i rischi del terrorismo internazionale hanno suggerito lo spostamento a Lubiana in Slovenia. 

Mehmet Sungur - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Mehmet però si lascia alle spalle le difficoltà del mondo e si concentra su quelle della psicoterapia cognitivo-comportamentale -meno drammatiche ma altrettanto confuse- e tenta di elencarle concentrandosi sulla principale, che ormai si ripropone uguale a tutti gli ultimi congressi:

“la terapia cognitivo comportamentale conserva ancora una sua identità coesa e coerente oppure è diventata un ombrello troppo ricco di contenuti nel quale si raccoglie un po’ di tutto, accomunato solo da una generica attinenza con l’attività mentale?”

Mehmet non risponde ma ha il merito di porre la domanda e non sarà l’ultima volta in questo congresso.

Il 47esimo Congresso EABCT

Il giorno dopo iniziano i lavori del congresso. La prima relazione a cui assisto è di Keith Dobson, professore di psicologia a Calgary, Australia. Presenta un modello cognitivo classico per il trauma. Nulla di nuovo, ma ha il merito di ricordarci che la psicoterapia cognitivo comportamentale è ancora il trattamento più efficace per le condizioni post-traumatiche insieme all’eye movement desensitisation and reprocessing (EMDR), trattamento emergente che ha affiancato la terapia cognitivo-comportamentale per il trauma ma non la ha mai scalzata.

Keith Dobson - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

 

Dopo Dobson, ascolto Arnoud Arnzt, lo psicologo professore dell’Università di Amsterdam che da anni porta avanti la cosiddetta Schema Therapy, terapia specifica per i disturbi di personalità. I dati di Arnzt sono impressionanti. Secondo i suoi dati la Schema Therapy è definitivamente il trattamento più efficace per i disturbi di personalità. Dati rigorosi, frutto di una meta-analisi faraonica che raccoglie i dati di 72 studi effettuati su 4463 pazienti dal 1990 a oggi. La Schema Therapy, tra le nuove terapie, è quella che mantiene la parentela più stretta con la psicoterapia cognitivo-comportamentale classica. All’intervento razionalista classico questa nuova psicoterapia unisce una forte componente emozionale ottenuta attraverso interventi di tipo immaginativo, guided imagery, e relazionale, self-disclosure e re-parenting, individuati dallo stesso Arnzt come gli interventi decisivi.

Arnoud Arntz - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Una terapia a elevata temperatura emotiva, in cui il terapista svolge una funzione di forte ri-genitorializzazione (re-parenting) per così dire. Con alcuni limiti, certo, ma anche con una vicinanza e un coinvolgimento forti.
Non basta però: c’è anche un altro elemento. Che è il grande impegno tecnico. La Schema Therapy è una terapia da eseguirsi in maniera molto meticolosa, con interventi descritti in maniera formalizzata e replicabile ed esercizi dall’esecuzione minuziosa e dal timing controllatissimo. Secondo Arnzt, questo aspetto tecnico è centrale e i terapisti migliori sono proprio i più tecnici, quelli che più si impegnano nell’apprendimento e nell’esecuzione fedele dell’intervento. Il dato empirico più stupefacente riportato da Arnzt è che la tecnica migliora e predice la relazione terapeutica, dato contro-intuitivo ma -secondo Arnzt- corroborato da conferme empiriche.

Psicoterapia ed esposizione comportamentale


Nel pomeriggio assisto a un intervento di Adam Radomsky della Concordia University di Montreal su come rendere la psicoterapia cognitivo-comportamentale più accettabile e amichevole. Secondo Radomsky il problema non è il paziente, ma il terapista. Siamo noi che abbiamo difficoltà a eseguire la nostra terapia, non il paziente a reggerla. Ci annoiamo, ci confondiamo e spesso  nascondiamo le nostre difficoltà dietro lo schermo della relazione con il paziente. Sosteniamo di non eseguire i protocolli per non danneggiare il paziente, per non renderlo meno motivato, meno partecipe. Insomma, per non danneggiare la relazione terapeutica. La realtà è che siamo noi quelli che fanno fatica e confusione.

Adam Radomsky - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Per rimediare, Radomsky propone degli accorgimenti che rendano la nostra psicoterapia più digeribile. Per esempio, visto che l’esposizione comportamentale è una delle nostre bestie nere (è tanto più bello chiacchierare col paziente della sua storia personale) Radomsky suggerisce di inserire negli interventi di esposizione degli aspetti rassicuranti che mantengano in parte quei safety behaviours che lo aiutano a controllare l’ansia, chiamandoli supportive approaches. Che è interessante, anche se è in contraddizione con l’assunto iniziale: se siamo noi terapisti ad avere problemi con l’esposizione comportamentale forse varrebbe la pena chiedersi quali siano i nostri safety behaviours (pardon, ora si chiamano supportive approaches) che ci aiuteranno a eseguire quei maledetti interventi di esposizione che tanto ci mettono a disagio.

Dibattito: Il futuro della psicoterapia cognitivo-comportamentale

Sungur Hayes Salkovskis Hofmann Leahy - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Infine c’è il dibattito. Dibatte un quartetto di voci: un esponente della psicoterapia cognitivo comportamentale classica, Paul Salkovskis, un esponente dei nuovi sviluppi, Steven Hayes, e due studiosi posizionati in mezzo tra conservazione e innovazione, Robert Leahy e Stefan Hofmann. Moderatore Mehmet Sungur, ancora lui. Chiaramente è li per la sua esperienza di gestione del rischio di terrorismo ai congressi. Il problema è che Hayes e Salkovskis battagliano da una ventina d’anni sul futuro del paradigma cognitivo, e lo fanno in maniera intensa, sfiorando spesso l’offesa personale. Dieci anni fa, al congresso di Helsinky, l’offesa personale non la sfiorarono ma la centrarono in pieno e finì con Hayes con gli occhi lucidi, tanto era rimasto scosso dal violento sarcasmo di Salkovskis. Ancora una battuta dell’inglese e una lagrima gli avrebbe rigato le guance.

Questa volta Hayes si emoziona ma non piange. Rinnova le sue accuse a Salkovskis. Va detto che sono pugni duri. Hayes gli imputa, e con lui imputa l’intera vecchia guardia dei teorici della psicoterapia cognitivo comportamentale, da Beck a Clark, di aver creato un modello che funziona clinicamente ma che è teoricamente debole perché debole è la conoscenza della psicologia di base di questi vecchi teorici e clinici. Un modello che si funziona, ma per ragioni diverse da quelle pensate da Beck e Clark.
Salkovskis non può non rispondere duramente, dicendo che queste accuse sono ridicole. Reazione inevitabile: Hayes ha appena dato dei cialtroni a Beck, Clark e Salkovskis. Con l’aggravante che Clark e Salkovskis sono psicologi, e quindi doppiamente cialtroni. Almeno Beck si salva essendo psichiatra e medico. Qualche semplificazione teorica al patriarca Beck la si può perdonare: la sua formazione non è psicologica. Non Clark e Salkovskis che, da psicologi, passano per due rintronati che non hanno ancora capito la materia che hanno studiato all’Università. Eppure è quello che sta dicendo Hayes.

Steven Hayes - Paul Salkovskis - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA
Steven Hayes e Paul Salkovskis

Dopo il “ridicolo” fucilato da Salkovskis però lo scontro si sgonfia. Il colpo Salkovskis peraltro non lo ha sparato a Hayes ma alle sue accuse; stavolta niente attacco ad personam. C’è un altro colpetto beffardo di Hofman che da del “carismatico” a Hayes (sembra un elogio ed è un offesa) mentre Lehay, che è un piacione, si affanna a metter pace. L’urto frontale infine non avviene, ormai i due contendenti sono stanchi da anni di duelli. Semplicemente prendono atto di parlare due linguaggi troppo diversi e incompatibili. Va detto finalmente: i nuovi sviluppi sono qualcosa di filosoficamente altro rispetto alla psicoterapia cognitivo-comportamentale classica. Il nuovo paradigma “processuale” –volgarmente chiamato di “terza onda” (la prima essendo stato il comportamentismo e la seconda la psicoterapia cognitivo-comportamentale classica)- ha tagliato le radici con il passato. Non è uno sviluppo ma una rivoluzione.

Ci pensa Mehmet Sungur però a sganciare la bomba terroristica:

“per diventare terapisti processuali la formazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale classica, quella che ancora oggi tutti gli studenti seguono nei loro primi passi, è ancora necessaria?” La domanda è talmente gravida di conseguenze che finisce per rimanere senza risposta.

Mehmet rilancia temerario (fermatelo!): siamo ancora uniti o ci stiamo dividendo? Stavolta rispondono tutti e quattro: rimaniamo uniti, per carità! Lo dice perfino Hayes. Lo dicono con una faccia un po’ così, un po’ confusi e stupidi come nel finale primo dell’Italiana in Algeri di Rossini, con un’espressione un po’ così come in una canzone di Jannacci.

Trauma e alimentazione: il nesso nascosto nel cibo – Report dal seminario con Natalia Seijo

Nelle corso delle due giornate di formazione sul trattamento dei disturbi del comportamento alimentare in relazione al trauma, la dott.ssa Natalia Seijo ha alternato la spiegazione di contenuti teorici, la trasmissione di elementi di pratica e di strumenti terapeutici e la visione e discussione di casi clinici esemplificativi.

Di Valentina Congedo

Il trattamento della Dissociazione Traumatica. I molti volti e i molti sintomi della traumatizzazione. Riconoscimento clinico ed intervento” è un corso di formazione pratica avanzata organizzato da Area Trauma e dal Centro Clinico Crocetta. Si è svolto a Torino a partire dal 21 gennaio 2017 e ha offerto cinque preziosi week end di approfondimento teorico e pratico tenuti da esperti di trauma e dissociazione.

Il master si è concluso nel fine settimana del 9 e il 10 settembre con il seminario “Trauma e alimentazione: il nesso nascosto nel cibo” , con la partecipazione della Dott.ssa Natalia Seijo, psicoterapeuta specializzata in psicosomatica e nel trattamento dei disturbi alimentari, dei traumi complessi e della dissociazione traumatica, EMDR Europe Supervisor, terapeuta e trainer sensorimotor.

Nelle corso delle due giornate di formazione, la dott.ssa Seijo ha alternato la spiegazione di contenuti teorici, la trasmissione di elementi di pratica e di strumenti terapeutici e la visione/discussione di casi clinici esemplificativi.

L’atmosfera accogliente ha permesso agli uditori di fare domande di approfondimento o di rapido confronto sui propri pazienti con Disturbi del Comportamento Alimentare. Le tematiche del trauma e della dissociazione nei disturbi alimentari sono stati affrontate con efficacia e con la semplicità che deriva da una grande professionalità, fatta di preparazione ed esperienza e che contrasta con la difficoltà e la fatica del lavoro psicoterapeutico. La vitalità e l’energia della dott.ssa Natalia Seijo e della sua collaboratrice possono essere “strumenti” ulteriori per combattere l’alone mortifero e autodistruttivo che accompagna i disturbi del comportamento alimentare.

Un rapporto disturbato con il cibo è pericoloso, perchè sembra prevalere sull’istinto primario dell’essere umano, quello di sopravvivere; considerare il proprio corpo come un nemico o come l’arena in cui si combatte una sanguinosa battaglia tra parti del Sè, è angosciante. Eppure è ciò che accade nel mondo interno delle persone che soffrono di un disturbo alimentare con aspetti dissociativi.

Per comprendere come si struttura una personalità con queste difficoltà, è necessario indagare molto indietro nel tempo, agli albori della storia di vita. Natalia Seijo ha ribadito diverse volte, nel corso delle due giornate, che il disturbo alimentare non ha esordio quando si manifestano i sintomi, ma molto tempo prima. Durante l’infanzia, la persona struttura un sistema psichico che sarà il teatro di un disturbo alimentare conclamato o meno, o che una situazione o una fase di vita stressante potrà far precipitare in sintomi stabili o discontinui. La platea ha sentito la dott.ssa Seijo che paragonava ripetutamente il mondo interno di un individuo a un carciofo, composto di strati, strati e strati. Il trattamento ideale delle persona con DCA è quello che procede dagli strati più esterni, ossia dai sintomi, a quelli più profondi, con il giusto ritmo. La psicoeducazione e un’alimentazione almeno minima sono la condizione necessaria ma non sufficiente di un trattamento terapeutico efficace.

L’attaccamento e la diagnosi di disturbo alimentare

Trauma e alimentazione - Seminario con Natalia Seijo - 2

Nell’assessment psicodiagnostico, la raccolta dell’anamnesi deve iniziare dalla storia di attaccamento verso i principali caregiver, al fine di individuare il tipo di attaccamento del paziente.

La storia di attaccamento determina la strutturazione di una base sicura (Bowlby, 1973), ossia di un insieme di risorse interne, strategie o processi utili ad autoregolarsi, far fronte al dolore e calmarsi. In età precoce, la base sicura di un bambino sono i suoi caregiver; successivamente, la base sicura sarà costituita dalla loro interiorizzazione, ossia dall’aver fatto proprie le loro modalità di rispondere ai suoi bisogni.

Da adulti, l’attivazione della rappresentazione interna della base sicura può avvenire attraverso il richiamo di pensieri, immagini e comportamenti confortanti. Nella persona che soffre di un disturbo del comportamento alimentare, si è strutturata una strategia disfunzionale di rassicurazione attraverso il cibo; la relazione con il cibo, in diverse modalità, è usata come risorsa per attivare la base sicura e calmarsi.

Gli stili di attaccamento in relazione ai disturbi alimentari

L’esame dello stile di attaccamento rivela che esso è frequentemente di tipo insicuro. L’articolazione tra i criteri diagnostici del DSM5, il tipo di attaccamento e il profilo di personalità permette di fare la corretta diagnosi di disturbo del comportamento alimentare.

Trauma e alimentazione il nesso nascosto nel cibo - Report dal seminario con Natalia Seijo - SLIDE 1

 

Natalia Seijo ha affermato che i terapeuti che voglio occuparsi di persone che soffrono di un disturbo del comportamento alimentare, devono conoscere i concetti di trauma e dissociazione. Durante l’assessment, se emerge un attaccamento disorganizzato, è probabile che nell’eziopatogenesi giochino un ruolo fondamentale il trauma e le difese dissociative.

Nella storia precoce di relazione di un individuo, la base che crea un attaccamento disorganizzato è caotica, frequentemente minacciosa e spaventosa, a tratti amorevole ma in modo imprevedibile; nonostante ciò, essa resta la base “sicura”, poiché è necessaria per sopravvivere. Questa modalità di attaccamento ha come risultato la dissociazione del mondo interno. La sopravvivenza emotiva dipende dalla divisione interna, come specchio della dissociazione interna alla figura di attaccamento.

Nei disturbi del comportamento alimentare, la dissociazione può essere presente a diversi livelli: è una difesa naturale che si attiva rapidamente quando la persona si sente in pericolo; può essere funzionale in un episodio traumatico circoscritto, ma non se si cronicizza come principale o più frequente meccanismo di protezione. In tali casi al disturbo alimentare si associa un disturbo dissociativo dell’identità, in cui una parte del mondo interno ha un disturbo alimentare.

Se non correttamente diagnosticato, il grado di dissociazione può generare problemi nel trattamento terapeutico.

La divisione del mondo interno nei pazienti con disturbo del comportamento alimentare

Nella sua esperienza clinica, Natalia Seijo ha individuato parti di personalità ricorrenti nel mondo interno delle persone con un disturbo del comportamento alimentare con aspetti dissociativi. Spesso, queste persone non hanno vissuto l’infanzia, sono state trattate come piccoli adulti fin da quando hanno memoria; sono state forzate ad assumersi responsabilità che non spettavano a loro. Il mondo interno ha dovuto usare la dissociazione per crescere più rapidamente in una parte e uno sviluppo accelerato non può essere salutare. La bambina non scompare, ma resta in una parte, come bloccata nel tempo.

 

La bambina che non è mai stata

La dott.ssa Seijo chiama la parte precocemente adultizzata “La bambina che non è mai stata”: è quella parte che cresce troppo velocemente e che affronta tutte le richieste provenienti dall’ambiente.

È la parte più danneggiata che genera più difese. Contiene il dolore e la frustrazione per aver dovuto imparare a fare le cose da sola. Ha imparato ad autoregolarsi e autocontrollarsi attraverso il cibo. È la parte dominante nel mondo interno delle persone con anoressia nervosa.

È una parte controllante, sfiduciata, spesso alimentata dalla comorbilità con un disturbo ossessivo di personalità e un disturbo dell’immagine corporea.

La bambina che non ha potuto crescere

La parte infantile che rimane bloccata nel tempo è chiamata “La bambina che non ha potuto crescere”. La raccolta anamnestica svolta con la famiglia lascia emergere l’immagine di un bambino o una bambina precoce, con comportamenti non appropriati all’età. Ha sviluppato la convinzione  che “si ha bisogno di essere malati per ottenere attenzione” e attraverso il cibo cerca di essere vista. È la parte dominante nel mondo interno di chi soffre di bulimia. Ha appreso che il cibo è il miglior modo per compensare rabbia, tristezza e frustrazione col cibo. La vita emotiva è disregolata e spesso si riscontrano comportamenti impulsivi.

La critica patologica

La “critica patologica” è il primo aspetto del Sè con con cui Natalia Seijo consiglia di lavorare nel trattamento dei DCA; è una parte aggressiva, spesso associata alla “Bambina che non è mai stata”.

Nella storia di vita del paziente, “la critica patologica” ha avuto una funzione utile, quella creare uno schermo protettivo agli attacchi e al disprezzo proveniente dal mondo esterno. Però essa blocca l’autostima del paziente e filtra la realtà attraverso una prospettiva negativa.

Il sè rifiutato

Un’altra parte identificata è il “Sè rifiutato”: essa è la parte del mondo interno che contiene la distorsione dell’immagine corporea, quell’immagine di Sè che la persona non vuole tornare a essere mai più.

Il sè nascosto

Una delle ultime parti a cui si può accedere nel lavoro terapeutico è il “Sè nascosto”: protegge il sistema interno non mostrandosi, perché farlo, in passato, è stato pericoloso. È una parte che somatizza ciò che non può esprimere in altro modo. Si sviluppa presto nella vita; le emozioni dominanti in essa sono paura, umiliazione e vergogna.

Il sè cicciottello

Il “Sè cicciottello” è la parte dissociativa che si mostra più spesso nel binge eating e nell’iperfagia; è collegata al sovrappeso, diventa impressa nel sistema interno e, anche se  la persona dimagrisce, continua a esistere ed è resistente al cambiamento.

 

Trauma e alimentazione: linee guida sulla terapia

Come linee guida per la terapia, Natalia Seijo afferma che il lavoro sul “Sè rifiutato” è l’ultima parte della terapia. Prima bisogna aver calmato “La critica patologica”, poi “La bambina che non è mai stata”, successivamente “La bambina che non è mai cresciuta” permettendole di evolvere e integrandola nel sé adulto. Lavorando con il “Sè rifiutato”, emergerà anche il “Sè nascosto”.

Il terapeuta deve riconoscere il significato che il paziente dà al proprio disturbo alimentare, così come rispettare la struttura dissociativa che lo ha mantenuto.

Questa organizzazione psichica è il modo in cui il paziente è stato capace di dare a ogni parte del sè qualcosa che esso richiedeva senza entrare in un conflitto insopportabile. È stata funzionale alla sopravvivenza. Per essere una figura di attaccamento sostitutiva, il terapeuta deve essere comprensivo e compassionevole rispetto a questo. Per essere d’aiuto, dovrà essere validante rispetto all’esperienza di un paziente che ha sviluppato un rapporto disfunzionale col cibo, e aiutarlo a trovare una strategia stabile alternativa di attivazione delle sicurezza interna.

 

L’utilizzo del test MMPI-2 nella valutazione della genitorialità

In ambito forense, il MMPI-2 è uno dei test clinici più frequentemente utilizzato, in molti casi giudiziari scelto per fornire informazioni utili sulla personalità dei protagonisti, laddove i fattori psicologici siano ritenuti utili alla soluzione del caso. Così come i test grafici ed i test proiettivi, il MMPI-2 non è stato costruito a scopo peritale, ma rappresenta uno strumento clinico ad esso adattato.

Rachele Recanatini, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

 

MMPI: il questionario di valutazione della personalità

Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI) è un questionario di autovalutazione che ha lo scopo di individuare le caratteristiche strutturali della personalità e la presenza di eventuali disturbi psicologici. È costituito da 567 item che comportano risposte dicotomiche, di tipo vero/falso. Può essere facilmente somministrato sia a singoli individui, sia a gruppi di persone, ed il completamento richiede circa un’ora e trenta minuti per gli adulti.

Le domande sono scritte in modo da essere comprese da persone con almeno sei anni di scolarità. Le risposte agli item di ciascuna scala vengono poi annotate e registrate su un foglio di profilo, mentre lo scoring può essere effettuato manualmente o usando programmi computerizzati che lo valorizzano, riducendo gli errori e permettendo un minor dispendio di tempo e di energie da parte del somministratore. Inoltre, l’oggettività dell’assegnazione dei punti assicura attendibilità nell’elaborazione del protocollo dei test, soprattutto utilizzando i code-type per l’interpretazione, elemento particolarmente importante in ambito giuridico.

MMPI-2: la versione aggiornata dell’ MMPI

Il MMPI-2 è la forma aggiornata del MMPI, destinata a persone con più di 18 anni di età. Il test nella sua forma definitiva ha mantenuto le 10 scale cliniche e le scale di validità tradizionali, a cui sono state aggiunte 3 scale di controllo (VRIN, TRIN, F-Back), 15 scale di contenuto ed alcune scale supplementari (Butcher et al., 2001). Le scale, empiricamente valutate, hanno un significato molto chiaro e stabile: un punteggio alto ad una particolare scala clinica viene associato statisticamente a determinate caratteristiche comportamentali, applicate oggettivamente alle persone che si sottopongono al test.

Il questionario fornisce quindi una descrizione valida e chiara delle problematiche, dei sintomi e delle caratteristiche personologiche dell’esaminato, espresse con un linguaggio clinico. I punteggi, inoltre, permettono di prevedere alcuni comportamenti o risposte a diversi approcci trattamentali e riabilitativi. Nello specifico, il questionario è composto da 10 scale cliniche, o scale di base, che coprono le tradizionali categorie psicopatologiche di riferimento: Ipocondria, Depressione, Isteria, Deviazione psicopatica, Mascolinità-Femminilità, Paranoia, Psicastenia, Schizofrenia, Ipomania, Introversione sociale.

I Punteggi T che vanno da 57 a 65 potrebbero indicare semplici aspetti caratteriali, mentre da 76 a 85 si presentano sintomi pervasivi, clinici ed onnipresenti, non situazionali. Il MMPI-2 è uno strumento che analizza tre livelli di validità, attraverso gli indici L (bugia cosciente), F (frequenza di patologia) e K (controllo delle scale inconscio), i quali ci dicono se il questionario risulta valido e quindi se si possa leggere, ancora prima del profilo clinico. Questo aspetto è molto importante in quanto nel MMPI la psicopatologia è valutata da ciò che dice il soggetto, quindi è fondamentale indagarne la validità rispetto all’immagine che la persona ha di sé. In ambito peritale si trovano costantemente MMPI non validi: quando L e K risultano superiori a 65 T ci indicano che l’individuo mente sapendo di mentire o mente per un meccanismo di controllo inconsapevole, effettuando una simulazione o dissimulazione di patologia; nel caso in cui l’indice F superi 85 T, unito alle scale di nevrosi (HS e HY) o di psicosi (PA e SC) superiori a 65 T, indica che il soggetto probabilmente non ha capito la consegna, in quanto sarebbe un paziente eccessivamente grave. Il test è considerato dubbio nel caso in cui, ad esempio, ci troviamo in ambito civile con una elevazione della scala L: la persona potrebbe offrire un’immagine positiva o negativa a seconda di ciò che vorrebbe ottenere, come analizzeremo più in dettaglio in seguito. In ambito peritale il test non si può risomministrare se non a distanza di circa un anno, per questo l’esperto potrà soltanto annotare che le difese risultano troppo elevate. Esistono inoltre le scale addizionali, che facilitano l’interpretazione delle scale di base ed approfondiscono la natura dei vari disturbi, e le scale di contenuto, che permettono di descrivere e predire diverse variabili di personalità.

L’utilizzo dell’ MMPI-2 in ambito forense

In ambito forense, il MMPI-2 è uno dei test clinici più frequentemente utilizzato, in molti casi giudiziari scelto per fornire informazioni utili sulla personalità dei protagonisti, laddove i fattori psicologici siano ritenuti utili alla soluzione del caso. Così come i test grafici ed i test proiettivi, il MMPI-2 non è stato costruito a scopo peritale, ma rappresenta uno strumento clinico ad esso adattato; attualmente sono pochi i professionisti che utilizzano strumenti specifici, i cosiddetti Forensic Assessment Instruments (Gulotta, Villata, 2002).

Il MMPI-2 valuta inoltre un certo numero di “atteggiamenti” di risposta della persona che si sottopone al test: ogni strumento self-report è infatti suscettibile di manipolazioni, siano esse a livello inconsapevole o conscio (Bagby et al., 2006). All’interno di un contesto forense, l’ordinanza del Giudice potrebbe portare un professionista psicologo ad utilizzare il test MMPI-2 durante il ricorso in giudizio per ottenere la collocazione prevalente o l’affidamento dei figli.

L’impiego dell’ MMPI-2 per la valutazione delle competenze genitoriali

L’introduzione della legge 54/20061 (Legge 8 febbraio 2006, n. 54: “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”) ha fornito nuove importanti indicazioni sulla disciplina dei rapporti e delle responsabilità dei genitori con i figli minori in occasione della rottura dell’unità familiare. Sempre più spesso, infatti, le situazioni di separazione conflittuale richiedono valutazioni psicogiuridiche di un esperto che viene chiamato dal Giudice per fornire un contributo tecnico utile, nella tutela del benessere psicofisico dei minori coinvolti, attraverso una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), indagine psicologica prevista dall’articolo 61 del Codice di Procedura Civile.

Il CTU ha il compito di valutare le competenze genitoriali delle parti in causa, allo scopo di rispondere al quesito inerente il miglior regime di affidamento e collocazione dei figli. È lo psicologo quindi che si deve esprimere, in qualità di esperto, riguardo la salute mentale ed emotiva del genitore, valutare i possibili problemi di adattamento e le questioni legate allo sviluppo dei bambini coinvolti. La capacità genitoriale rappresenta sicuramente un concetto molto complesso. I metodi e gli strumenti di valutazione della genitorialità sono molteplici, nell’intento di indagare i fattori individuali, familiari, sociali e dell’ambiente di vita, e le loro reciproche interazioni riguardo al funzionamento genitoriale (Di Blasio, 2005).

Nell’interesse primario del benessere del minore, uno degli aspetti da approfondire è rappresentato dalle caratteristiche personologiche del genitore, che possono essere valutate proprio attraverso la somministrazione del MMPI-2. Nello specifico, studi recenti hanno rilevato che gli strumenti ed i metodi di indagine che utilizza il CTU per la valutazione delle capacità genitoriali sono per il 22% il colloquio individuale, il 17% il colloquio di coppia ed il 16% il MMPI-2, al primo posto tra i test (Gulotta, 2016).

Dato il grande impulso all’utilizzo di questo questionario in alcuni studi è stato suggerito l’utilizzo di scale e di indici di validità sia standard che aggiuntivi per valutare ogni possibile distorsione nelle risposte (Posthuma e Harper, 1998). Come per ogni questionario di personalità, anche il MMPI-2 presenta punti deboli nel caso di somministrazione in ambito giuridico; in particolare, risulta ovvio come la motivazione dell’esaminato abbia effetti sulle risposte agli item, tuttavia questa è la ragione per cui sono state sviluppate le scale di validità: individuare la presenza di elementi motivazionali che possano invalidare il test (Pope et. al, 2006).

A questo punto, sembra corretto chiedersi in che modo siano da considerare tali scale durante lo scoring del questionario: è per questo che le valutazioni di personalità di genitori che si contendono l’affido familiare sono tra le più complesse che lo psicologo si può trovare ad affrontare. Nello specifico, ci sono due ordini di difficoltà: la qualità delle informazioni che si hanno a disposizione, spesso sospetta, e la mancanza di misurazioni appropriate in questo ambito. La sfida più difficile in ambito forense è valutare la credibilità dell’esaminato: il genitore che richiede l’affidamento del figlio potrebbe essere davvero valido e competente o semplicemente molto abile nel mentire.

Il Consulente Tecnico è spesso chiamato ad esprimere il suo parere sulla credibilità del genitore, come richiesto dal Giudice date le sue particolari conoscenze. Il MMPI-2 è il test più impiegato in ambito forense e spesso ci permette di identificare modalità di risposta non valide. Gli autori del test Hathaway e McKinley, infatti, già molti anni fa avevano tenuto in grande considerazione tale aspetto inserendo scale di controllo e di validità. All’interno di una consulenza tecnica in caso di separazione conflittuale, in particolare, i genitori tendono ad avere un atteggiamento difensivo, sostengono l’assenza di problemi e, allo stesso tempo, tendono a fornire informazioni particolarmente negative nei confronti dell’altro. Il professionista deve quindi esplorare attentamente ed approfondire tali questioni, adattando al suo scopo le misurazioni testistiche; i genitori che si sottopongono alla compilazione del MMPI-2 in un contesto valutativo per l’affido, presentano sintomi e comportamenti in modo diverso da chi, ad esempio, richiede la valutazione di un danno.

Risultati scientifici indicano come l’erronea autopresentazione positiva rappresenti un reale e costante problema nella compromissione della validità ai test nella valutazione della genitorialità (Carr et al., 2005). Gli studi condotti sull’argomento evidenziano che i genitori appaiono molto preoccupati per la loro immagine sociale, tendendo a produrre profili particolarmente difensivi, ovvero alti punteggi alle scale L o K (Butcher et al., 2000). La maggioranza dei genitori non raggiunge punteggi patologici alle scale cliniche ma almeno il 20% degli uomini ed il 23.5% delle donne presentano punteggi ben definiti al di sopra di 65 T; le scale che si elevano maggiormente sono la 6, Paranoia, in entrambi i genitori, la 9, Ipomania, per gli uomini e per le donne la scala 4, Deviazione psicopatica. Genitori che ottengono un profilo non difensivo e sincero spesso ammettono di sentirsi sospettosi e pieni di risentimento, dato il contesto di elevata conflittualità genitoriale. Ciò potrebbe causare l’elevazione della scala della Paranoia: in questo caso è importante dare minore rilevanza alle caratteristiche psicopatologiche della scala, ponendo l’accento sull’atteggiamento collaborativo, sulla sincerità e sui particolari vissuti emotivi che il genitore si trova a dover sperimentare (Marzioni, Sardella 2007). La scala L misura la tendenza a manipolare le risposte allo scopo di fornire un’immagine di sé eccessivamente virtuosa e positiva. Un punteggio T particolarmente elevato, sopra 65, evidenzia la mancata accettazione dei propri difetti, debolezze, piccole disonestà, allo scopo di porsi favorevolmente all’esaminatore; potrebbe altresì indicare una autopercezione eccessivamente ingenua ed una forte tendenza ad essere rigidi e moralisti. La scala K rileva lo stile difensivo nei confronti del test, una riluttanza nel fornire delle risposte personali, con punteggi superiori a 55 T in maniera moderata, al di sopra di 70 T marcatamente.

Nel contesto di valutazione genitoriale le scale di validità risultano elevate, ponendo un grave problema per l’interpretazione. Alcuni suggeriscono di considerare un profilo non valido con la scala L superiore a 70 T, dato il particolare contesto (Gitlin, 2005): circa il 90% di genitori che si contende la custodia di un figlio riporta punteggi pari o inferiori a 70 T. La media della scala K è di 59 T, superiore di un decile rispetto alla media standardizzata: ben il 90% dei genitori riporta un punteggio pari o inferiore a 68 T. All’interno del range 59-68 T si trovano persone intimidite, inibite, che mostrano autocontrollo ed efficacia personale. La tendenza a manipolare il test, in questo contesto, viene considerata solo per punteggi superiori a 68 T.

Queste nuove norme invitano a riflettere sull’adeguamento che i professionisti si trovano a dover operare nell’interpretare il MMPI-2 nel contesto di affidamento, per evitare che la grande maggioranza dei genitori appaia molto meno collaborativa di quanto sia in realtà e che una notevole quantità di informazioni vada persa a causa dell’invalidazione del profilo (Marzioni, Sardella 2007). Una forma estremamente manipolatoria della tendenza ad apparire virtuosi viene chiamata “faking good” o profilo dissimulatorio, in cui troviamo le scale L e K significativamente elevate, mentre la scala F al di sotto di 50 T; tali soggetti riportano solitamente profili bassi alle scale cliniche. Il profilo difensivo indica la tendenza a presentarsi in maniera irrealisticamente favorevole, ma meno apertamente rispetto al profilo precedentemente descritto. Le scale L e K sono elevate significativamente ma non in maniera estrema, per cui l’invalidazione del test deve essere indagata con cautela. Le scale cliniche dovrebbero comunque, a mio avviso, essere valutate con attenzione poiché potrebbero riflettere delle problematiche significative, al di sopra di 60 T.

Nel contesto di separazione conflittuale, è stata scoperta una interessante correlazione tra la Sindrome di Alienazione Genitoriale (PAS) e l’elevazione di particolari scale nel MMPI-2: studi scientifici hanno rilevato che i genitori alienanti mostravano punteggi più elevati rispetto alle scale che indicano l’utilizzo di difese primitive, mentre i genitori alienati erano simili al campione di controllo (Gordon et al., 2008). Nello specifico, i risultati indicano che le madri che mostravano comportamenti alienanti ottenevano punteggi significativamente elevati alla scala K e bassi alla scala F (Siegel, Langford, 1998).

Rispetto alla personalità dei genitori che si contendono l’affidamento dei figli, è stato riscontrato nella maggioranza dei casi un particolare codice (3-6/6-3) che rileva un rifiuto dei problemi personali accompagnato da una forte ambizione, un notevole bisogno di controllo, una repressione dei propri impulsi ostili ed aggressivi, ed una rigidità nei giudizi; sono persone che desiderano essere riconosciute socialmente e che spesso manifestano profondi sentimenti di sospettosità nei riguardi dei propri familiari, che non riconoscono la loro rabbia ed hanno scarsa consapevolezza emotiva. Il 12% dei genitori valutati riportano un codice (3-4/4-3) che indica invece un ipercontrollo, in particolare se la scala Pd è più elevata della scala Hy. La caratteristica principale è una intensa e persistente rabbia, una costante richiesta di attenzione ed approvazione, fino ad apparire falsi e disonesti; anche in questo caso è prevista la negazione dei problemi personali. Stessa percentuale per il codice (4-6/6-4) che rileva la presenza di immaturità e narcisismo, in persone passivo-dipendenti che richiedono attenzioni ma si infastidiscono di fronte alle richieste altrui. Spesso tale codice è associato ai conflitti coniugali: eccessiva superbia, astio e gelosia nei confronti dell’altro. I code type descritti sono considerati profondamente negativi rispetto alle capacità genitoriali, in quanto caratterizzati da estrema rigidità, scarso insight e difficoltà relazionali, unite a profonda negazione, emozioni di rabbia, frustrazione ed ostilità. La configurazione maggiormente negativa è determinata dalla correlazione con una elevazione della scala Deviazione psicopatica, che spesso descrive un atteggiamento materno che fornisce una base non sicura, con scarso accudimento e vicinanza affettiva, e della scala Paranoia, qualora si associ ad una forte identificazione con i figli, con estrema severità nel caso in cui le aspettative genitoriali vengano disattese. Tale caratteristica è riscontrata spesso in genitori di bambini che affrontano un trattamento psicologico.

In conclusione possiamo dire che l’uso del MMPI-2 viene ampliamente citato nelle cause civili di valutazione per l’affidamento dei figli minori e per la limitazione della potestà genitoriale, in cui l’obiettivo è stabilire gli accordi di affido o di visita del genitore nell’interesse dei bambini coinvolti. La valutazione genitoriale tramite il questionario MMPI-2 ci può offrire informazioni preziose, non solo nell’identificare problemi psicologici e comportamentali, ma anche caratteristiche che ci possono suggerire alcune specifiche capacità parentali.

La Cassazione riporta numerosi casi in cui l’affido non è stato riconosciuto a seguito di una serie di test psicologici, incluso il MMPI-2, da cui emergeva un profilo psicologico instabile e patologico di un genitore. Alla luce di quanto emerso, ritengo importante valutare i singoli punteggi delle scale di validità, ma soprattutto integrarli con le informazioni ottenute dall’elevazione delle altre scale, in un contesto di assessment in cui analizzare anche la storia di vita della persona, osservare il suo comportamento durante la somministrazione ed il suo grado di collaborazione complessivo. A mio avviso è fondamentale utilizzare un assessment di tipo collaborativo (Finn, 2009), ricordandosi che la valutazione è richiesta da un genitore e spesso subita in maniera involontaria dall’altro; già dal colloquio iniziale, infatti, lo psicologo riveste un ruolo decisivo nel riconoscere i bisogni dell’esaminato, nel fornire chiare informazioni sul percorso valutativo e nell’indagare le competenze di ciascun genitore.

Cyberbullismo: guida completa per genitori, ragazzi e insegnanti – Recensione

Il libro, scritto da Mauro Berti (Sovrintendente capo della Polizia di Stato e responsabile dell’Ufficio Indagini Pedofilia), Serena Valorzi (Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale esperta in dipendenze da comportamento) e Michele Facci (Psicologo ed esperto in pericoli e potenzialità di internet), delinea in modo chiaro, immediato ed efficace la natura del cyberbullismo, le sue differenze con il bullismo e le implicazioni psicologiche e legali di questo fenomeno sempre più in espansione.

 

Che cos’è il Cyberbullismo? Ha le stesse caratteristiche del bullismo o ci sono delle differenze?

Gli autori sostengono che avere la capacità tecnica di usare uno strumento informatico non significa saperlo usare responsabilmente. Per questo motivo la guida è indirizzata non solo ai genitori e agli insegnanti, ma anche ai ragazzi stessi, al fine di renderli consapevoli delle implicazioni che può avere una navigazione non responsabile, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo dei social network.

Il fenomeno del bullismo

Il fenomeno del bullismo venne studiato da Olweus negli anni ’70, a partire da situazioni problematiche che si erano create nelle scuole scandinave e che in poco tempo si diffusero in tutto il mondo, in particolare nei paesi anglosassoni. Oggi il bullismo viene definito come “Il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”.

Per parlare di vero bullismo è necessario che i comportamenti siano reiterati nel tempo e che i ruoli di vittima e carnefice siano ben definiti. E’ all’interno di questo contesto che si colloca il cyberbullismo.

Quando si parla di cyberbullismo

Si può parlare di Cyberbullismo quando le azioni nei confronti della vittima avvengono all’interno della rete, come un blog, un sito internet, un social network o ambienti virtuali come WhatsApp. Spesso la vittima non conosce l’identità del suo aggressore, che può nascondersi dietro un nickname o agire in anonimato. Il Cyberbullismo è una forma di violenza, che si manifesta in forme e modalità diverse: minacce e offese occasionali volte a fomentare discussioni (Flaming), utilizzo di comunicazioni illecite e aggressive reiterate nel tempo (Harassment), vere e proprie persecuzioni che limitano lo spazio di libertà della vittima (Cyberstalking), fino all’appropriazione illecita delle credenziali di accesso o di materiale fotografico che permetta all’aggressore di fingersi la vittima, allo scopo di ledere la sua reputazione (Impersonation).

Il furto di identità è considerato a tutti gli effetti un comportamento criminale. La forma più diffusa di cyberbullismo sembra essere il Cyberbashing o Happy slapping, che consiste nell’esercitare violenza sulla vittima da parte di una o più persone, mentre qualcuno sta video-registrando. Il contenuto del filmato viene poi caricato in rete. Anche questo è considerato un comportamento criminale perseguibile penalmente. Da questa breve descrizione ci si rende conto che il cyberbullismo non riguarda solo i giovani ma che è molto diffuso anche nel mondo degli adulti, in particolare in ambito lavorativo. Come dimostrato da una recente ricerca, anche i meno giovani (età media 34 anni) fanno abuso della rete, in particolare dei social network.

Per quanto riguarda i giovani, una ricerca ISTAT del 2014 ha mostrato la veloce diffusione del fenomeno nelle nuove generazioni. Dai dati emerge che il 5,9 % dei ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 17 anni che utilizzano il cellulare e/o internet, sono vittime di ripetute azioni vessatorie tramite e-mail, chat, sms o social network. Tra questi, le femmine sono le vittime più frequenti (7,1% contro il 4,6% dei maschi). Le condotte tipiche che caratterizzano il fenomeno sono le continue pressioni psicologiche, aggressioni, molestie, diffamazioni, furti di identità, trattamento illecito di dati personali e detenzione o diffusione di immagini erotiche minorili.

Negli ultimi anni i social network e il canale youtube hanno radicalmente modificato l’approccio al mondo di internet, che una volta veniva utilizzato soprattutto come canale di conoscenza e di approfondimento. Ciò a cui abbiamo assistito è la nascita di un mondo parallelo, che segue leggi proprie della comunicazione umana, che altera i confini della propria identità e stravolge le norme etiche che una volta regolavano la riservatezza e il rispetto della privacy, propria e altrui. Nel mondo dei social network tutto è immediato quanto immutabile, e se non si conoscono i suoi lati oscuri ci si può ritrovare facilmente intrappolati nelle sue dinamiche, nel ruolo di vittima o di carnefice.

Il libro, molto fruibile e divulgativo, contiene gli elementi necessari per un approfondimento generale di un fenomeno dalla crescita inquietante, non solo dal punto di vista psicologico ma anche per quanto riguarda gli elementi giuridico-legali. Infine, vengono proposti spunti di riflessione interessanti sugli aspetti di prevenzione, che possono risultare utili nella pratica educativa quotidiana.

Dopo l’Edipo: un impasse generazionale – Una lettura dell’opera Sette contro Tebe di Eschilo

Antigone nell’ opera Sette contro Tebe rappresenta quel passaggio importante che permette di rompere le eredità transgenerazionali disfunzionali, quella possibilità di creare un invento, al di là dell’oracolo e delle predestinazioni. L’inventum si inscrive nel registro della concepibilità e rimanda al non-ancora e non al già noto (Di Maria, 2000), quindi appartenente alla dimensione del futuro e capace di trasformare le ritualità generazionali; un tradimento se vogliamo, un tradimento che ha dignità di esistere, se ha la funzione di rompere tradizioni così forti da diventare cieche.

Dott.ssa Anna Ruggirello, Dott.ssa Maria Maddalena Viola, dott.ssa Linda Giusino

L’opera di Eschilo ” Sette contro Tebe “

Laio, figlio di Labdaco e discendente di Cadmo, fondatore della città di Tebe, viene accolto dal re Pelope e innamoratosi del figlio Crisippo lo rapisce portandolo a Tebe e abusando di lui. Il giovane Crisippo si uccide per la vergogna e Pelope scaglia una maledizione su Laio: se avesse avuto un figlio sarebbe stato ucciso per mano di questo. La maledizione si abbatte su Laio e sulla sua stirpe e, come racconta il mito, Laio viene ucciso per mano del figlio Edipo che sposa la madre Giocasta e diviene re di Tebe. Da questa unione incestuosa nascono i fratelli Eteocle e Polinice e le figlie Antigone e Ismene.

L’opera Sette contro Tebe di Eschilo narra dei figli di Edipo e della maledizione che portano e che li precede. Eteocle e Polinice si accordano per regnare sulla città di Tebe alternandosi un anno ciascuno ma improvvisamente Eteocle, allo scadere del proprio anno, non vuole più lasciare il regno al fratello Polinice che dichiara guerra alla sua città, alla sua patria, a suo fratello.

Il regista Marco Baliani, che ha diretto l’opera durante il 53° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa, in questa rivisitazione ha voluto porre l’accento sull’oracolo di Apollo che narra di una maledizione che si perpetuerà nel trigenerazionale: se Laio avesse procreato lui e la sua famiglia “avrebbero avuto sfracelli e morti” per almeno 3 generazioni.

I sette contro Tebe, la terza generazione maledetta giunge così al suo compimento: la guerra fratricida tra Eteocle e Polinice.
La scena si presenta spoglia di architetture teatrali e colpisce la presenza di un unico grande albero totemico, simbolo aggregativo della polis e della devozione della città agli Dei. Quello che sarà il campo di battaglia è ricco di piccoli trucioli di sughero con ai margini perimetrali sette blocchi di pietra bianca ad indicare le sette porte che delimitano l’ingresso nella città e che avvolgono tutto lo spazio interno che presto diverrà scenario di una guerra fratricida.

Tebe è dunque una città contesa tra eserciti fratelli, una città angosciata e colpita dagli esiti di una stirpe maledetta che ha peccato di hybris ed è stata punita.

Dall’alto di una casa, dietro la cavea del teatro greco di Siracusa, Eteocle parla alla sua gente paragonando Tebe ad una nave che non può affondare, in una sorta di grande rassicurazione per avere, tra i loro, una schiera di marinai-combattenti valorosi che proteggeranno Tebe e la sua gente. La paura è palpabile dall’inizio dell’opera, lo spettacolo si presenta subito in movimento, di corsa, in continua azione, l’arrivo del messaggero che annuncia l’imminente attacco dell’esercito nemico porta il panico nella popolazione. Eteocle appare come un re amato e preoccupato di rincuorare la popolazione ma anche un re deciso, che ammonisce le donne e la sorella Antigone per gli eccessi di paura che manifestano. Il messaggero annuncia che a ciascuna delle sette porte di Tebe l’esercito nemico assegnerà un guerriero e che alla settima e ultima porta ci sarà Polinice stesso a combattere. Eteocle ascolta il messaggero analizzando attentamente le caratteristiche di ciascun guerriero e scegliendo anch’egli fra i suoi uomini un guerriero all’altezza dello scontro. Su questo punto la tragedia si permea di riti e danze primitivi e aborigeni come primitiva e antica è la sorte maledetta di tale generazione, libertà stilistica già preannunciata dalla scelta dei costumi e delle maschere. Queste ultime, verranno indossate dai guerrieri tebani, e verranno fatte uscire, per essere mostrate al pubblico, da una struttura di bambù che evoca quella dell’uomo vitruviano di Leonardo, in ultime saranno appese su ogni pietra/porta. La struttura vitruviana composta da un cerchio e un quadrato, se letti in chiave simbolica, anche basandosi sulle riletture cristiane della teoria del microcosmo, rimandano allusivamente alla sfera divina quale perfezione di circonferenza, mentre il quadrato al mondo terreno. L’uomo, il valoroso scelto ne I sette contro Tebe, dunque, a metà tra divino e terrestre rappresenterebbe un elemento di raccordo capace di unire i due mondi; ciò farebbe di loro guerrieri eletti, pronti a combattere fieri e lontani dalla paura.

La contrapposizione tra maschile e femminile nell’opera Sette contro Tebe

Il contrasto tra il coro delle vergini tebane, tutto composto di donne, atterrito dalla paura e il re Eteocle, sprezzante della paura delle donne, riportano alla mente lo stereotipo di una fragilità più al femminile che non vale la pena di prendere in considerazione. Eteocle ammonisce così il coro, che cerca di dissuaderlo dalla sua posizione irremovibile, e lo esorta a non strepitare e a non dare consigli in “questioni maschili” come una guerra.

Una contrapposizione fra maschile e femminile ben definita in ruoli e responsabilità; contrapposizione che diventa cieca e inflessibile, e che suscita alcune domande nello spettatore: a cosa in effetti sembra non potercisi sottrarre? Alle ripetizioni dei mandati generazionali? In quale relazione ci si pone nei confronti dell’oracolo? Il vaticinio diventa un fatto assoluto e incommensurabile? I turbamenti di Eteocle potrebbero rappresentare indizi da dover interrogare?

L’impasse generazionale e relazionale

Nel proseguo la figura di Eteocle diviene maggiormente incerta: egli è un uomo solo nella sua decisione, sa che affrontando il fratello in battaglia entrambi troveranno la morte, teme d’altro canto di sfidare gli Dei cambiando il terribile destino che è riservato alla sua stirpe. Qui sembrerebbe dipanarsi quell’impasse generazionale a titolo di questo scritto. L’impasse sarebbe così rappresentato dalla continuità generazionale della maledizione che parrebbe impossibile da spezzare per la presenza di quel divino a cui probabilmente ci si può solo prostrare; ma si tratterebbe anche di un impasse relazionale nella impossibilità di mischiare quel maschile e femminile in una relazione che porti allo sviluppo per il tramite di un’interruzione generazionale non pensabile.

Lo stereotipo tra razionale e irrazionale in Sette contro Tebe

Nella rappresentazione il coro si presenta per nulla compatto e fisso come vuole la tradizione delle tragedie: è fatto, invece, da individui e individualità sempre in movimento. La dimensione di gruppalità presente nel coro spicca come elemento di vitalità, di emozionalità che, tuttavia, non può essere presa in considerazione perché al limite con l’irrazionale. Ecco il dispiegarsi di un secondo stereotipo; nel senso comune, infatti, si è soliti rendere due opposti dicotomici il razionale e l’irrazionale, dove quest’ultimo prende le vesti di istintualità, e come tale non ponderata. Le emozioni, a nostro modo di vedere arricchito di certo di cultura psicologica, rappresentano delle bussole per orientare la nostra attenzione e comprenderne la natura e quel turbinio sperimentato durante lo svolgersi della tragedia, misto di paura, adrenalina, terrore che emerge nelle danze corali de I sette contro Tebe, allertando sulla sorte avversa.

Nel coro spicca la figura di Antigone dominata dall’inquietudine. Ed ecco il presentarsi del turbamento ancora. La sorella di Eteocle si fa simbolo del femmineo con il suo corredo di carnale istinto di pace suggerendo il dolore corale come somma di individuali patimenti. Antigone ha un ruolo chiave nella tragedia, se immaginiamo la maledizione come un modello familiare che si tramanda, Antigone è colei che propone di spezzare la catena riflessiva che perpetua il comportamento adesivo ai modelli dei padri. Antigone esalta il valore del legame familiare, che seppur inquinato, sporco, maledetto può essere salvaguardato; propone di riscrivere il senso di quello che si è abbattuto sulla sua famiglia ma si scontra con l’amaro destino che presto si manifesterà “O dolore: dormirai nello stesso letto del padre”. Ma Antigone è una donna e nel momento in cui gli uomini della città devono partire per la guerra le donne devono tacere, la sua voce diventa un riverbero sterile dinanzi alla cecità indotta dai turbamenti emotivi.

La scena fa sentire forte la confusione, lo stato emotivo di una città sotto imminente assedio, grida di guerra, esplosioni tuonanti, cavalli galoppanti, urla, preghiere e gesti ossessivi di paura. Prevale una rappresentazione indiretta della realtà: una drammaturgia dell’invisibile, un combattimento virtuale, dove il nemico è presente nei suoni delle spade che fragorosamente si fanno sentire, negli scoppi di bombe, nei rombi di aerei ed elicotteri, a riecheggiare quell’Apocalipse now del 1979 diretto da Francis Ford Coppola e ancora attuale negli ultimi avvenimenti riguardanti la Siria e i paesi limitrofi.

Antigone: il personaggio in Sette contro Tebe che rompe le eredità transgenerazionali disfunzionali

L’arrivo del messaggero annuncia la morte dei due fratelli e che il nuovo re di Tebe, Creonte, ha deciso di dare sepoltura solo ad Eteocle. Ancora una volta la voce saggia e ribelle di Antigone irrompe nella scena sfidando tale decisione, sfidando le leggi della città e il perpetuarsi del dolore nella sua stirpe e nella sua generazione. Antigone rivendicando la sepoltura per entrambi i figli di Edipo, valorizza ancora una volta il potere del legame affettivo, della relazione: “C’è un potere tremendo nell’essere nati dalle stesse viscere, dalla stessa madre sventurata e dallo stesso padre infelice. …anima mia…il cuore nato da una stessa stirpe ti unisca, viva, ad un morto”. Antigone dunque decide di seppellire anche da sola il fratello Polinice. La tragedia si conclude con il coro che approva la decisione di Antigone e propone anche un corteo per la memoria di Eteocle che ha protetto la città di Cadmo.

Antigone rappresenta quel passaggio importante che permette di rompere le eredità transgenerazionali disfunzionali, quella possibilità di creare un invento, al di là dell’oracolo e delle predestinazioni. L’inventum si inscrive nel registro della concepibilità e rimanda al non-ancora e non al già noto (Di Maria, 2000), quindi appartenente alla dimensione del futuro e capace di trasformare le ritualità generazionali; un tradimento se vogliamo, un tradimento che ha dignità di esistere, se ha la funzione di rompere tradizioni così forti da diventare cieche.

Elaborare il lutto: per andare avanti si deve perdere qualcosa

Nel finale tragico si annida inoltre il tema della possibilità di elaborare il lutto, inteso come elemento psichico necessario affinché i personaggi, la famiglia e poi l’intera polis possano proseguire lungo un cammino evolutivo che metaforicamente sembra rappresentare la condizione umana e soggettiva che troppo spesso rimane incastrata dentro lutti irrisolti e tragedie personali che sembrano assumere il sapore di condanne esistenziali e inesorabili. Con la morte dei due fratelli, e attraverso la presenza di Antigone, figura capace di sostare psichicamente dentro la dimensione di paura, terrore e sofferenza, sembra che si alluda alla possibilità di ritrovare la funzione creativa e di legame, a fronte di un vissuto mortifero che nasce prima nel tabù dell’incesto e che appare riproporsi a livello transgenerazionale nelle sue caratteristiche traumatiche.

Il segreto, il tabù, il trauma, infatti, assumono la funzione simbolica di elementi che congelano e pietrificano dentro un tempo che collassa, perdendo le sue coordinate storico-temporali condannando il soggetto a rimanere prigioniero di un presente eterno, nel quale il nemico è sempre alla porta impendendo dunque la possibilità di muoversi, impendendo tanto l’ingresso quanto l’uscita di elementi psichici e vitali. Pertanto, nel contesto di tale rappresentazione è solo con la morte, solo con il lutto, celebrato attraverso un corteo funebre, che è possibile permettere ai fantasmi psichici di trasformarsi in antenati (Schutzenberger, 2004), e dunque attraverso ciò permettere il superamento del trauma originario; possiamo quindi concludere questo breve saggio, cogliendo nel triste epilogo della tragedia, un elemento vitale e vivificante, ovvero la consapevolezza, seppur dolorosa, che per andare avanti si deve inevitabilmente perdere qualcosa.

Ecstasy: come agisce sul cervello e quali sono i suoi effetti – Introduzione alla Psicologia

L’ ecstasy è una metamfetamina avente attività eccitante ed entactogena ovvero genera empatia ed euforia agevolando le relazioni sociali. Il nome tecnico dell’ ecstasy è 3-4 metilenediossimetamfetamina (MDMA). 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

L’ ecstasy è una sostanza psicoattiva, poiché provoca effetti allucinogeni e stimolanti simili a quelli ottenuti dalle amfetamine. Esistono anche varianti della stessa classe, come l’MDEA (Eve), l’MDA (Love Drug), e l’MBDM (TNT).

Si tratta di un composto semisintetico ottenuto dal safrolo, uno degli olii essenziali presenti nel sassofrasso, nella noce moscata, nella vaniglia, nella radice di acoro, e in diverse altre spezie vegetali. Spesso, oltre al principio attivo, si utilizzano altre sostanze che ne potenziano l’effetto, come anfetamine, cocaina, caffeina, efedrina o farmaci per uso umano o veterinario.

L’ ecstasy, abitualmente, è preparata clandestinamente sotto forma di capsule, polveri e, per lo più, compresse colorate, con nomi e disegni originali in superficie che rappresentano sia il marchio di colui che l’ha preparata sia i differenti effetti.

Questa sostanza è consumata, solitamente, insieme a bevande alcoliche alle quali conferisce un retrogusto amaro. Inoltre, la si può trovare anche sotto forma di polvere e a volte viene sniffata, occasionalmente fumata, ma raramente iniettata.

Gli effetti dell’ ecstasy possono durare ore e consistono nell’ eliminazione dell’ansia, rilassatezza, assenza di fame, di sete e di sonno.

Si sperimenta, innanzitutto, un senso di fervore, seguito da un senso di calma e benessere sociale, spesso accompagnato da un acutizzarsi della percezione dei colori e dei suoni. Provoca, inoltre, un senso di maggiore energia e forza personale, e ha un moderato effetto allucinogeno.

Ecstasy: storia dell’uso

La 3,4-metilenediossimetanfetamina è stata sintetizzata per la prima volta nel 1912 nei laboratori farmacologici tedeschi Merck, che la brevettarono pensando di ricavarne un farmaco antifame, ma la prima guerra mondiale portò le case farmaceutiche a orientare la produzione esclusivamente per fini bellici.

Dopo la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, l’MDMA e molte altre sostanze brevettate furono consegnate agli alleati come bottino di guerra. Il brevetto rimase nel dimenticatoio per molti anni, ma nel 1950  l’esercito degli Stati Uniti, in pieno clima di Guerra Fredda, commissionò lo studio di alcune sostanze psicotrope tra cui l’LSD e l’MDMA, per utilizzo militare, nonostante l’avesse utilizzato come siero della verità.

Il composto fino all’inizio del 1970 non venne mai prodotto, finché non suscitò l’interesse del chimico Alexander Shulgin che, scoprendone il potenziale empatico, lo consigliò ad alcuni psicoterapeuti.

A partire dalla fine degli anni ’70, l’Mdma si diffonde negli ambienti della controcultura californiana e statunitense, e contemporaneamente alcuni psichiatri della West Coast cominciano a utilizzarla nel corso delle sedute psicoterapeutiche, nelle terapie di coppia e con pazienti borderline, con difficoltà di comunicazione anche e soprattutto nella interrelazione fra psicoterapeuta e paziente. Erano state sfruttate le caratteristiche di entactogenicità della molecola poiché facilitavano il dialogo e la verbalizzazione. Gli psicoterapeuti californiani portarono avanti un po’ di ricerca, ma in maniera informale, per il timore che, una volta nota come droga di strada, potesse essere sottoposta a restrizioni di carattere giuridico e legislativo.

Fino a tutto il 1984 in America è assolutamente legale l’uso dell’ ecstasy e così comincia a entrare nel giro studentesco e si diffonde in diversi ambiti sociali.

Ben presto, l’ ecstasy si diffonde in Europa, soprattutto nei locali di tendenza frequentati dai giovani.

Il I luglio 1985 in America si interrompe l’uso di Mdma che viene inserita nella categoria delle droghe pericolose.

Il 22 aprile dello stesso anno l’ ecstasy viene messa fuori legge in Svizzera; il 18 luglio in Germania; in Italia nel 1988. Il Dpr 309/90 stabilisce la dose giornaliera: 50 mg, difficile da comprendere realmente poiché dipende da come è stata creata la pastiglia. In Gran Bretagna è stata bandita dal 1977, come tutte le altre anfetamine psichedeliche.

Come l’ ecstasy agisce sul cervello

L’ ecstasy agisce sui circuiti serotoninergici del cervello, aumentandone la produzione. La serotonina è il neurotrasmettitore che, tra le altre cose, controlla l’umore, le emozioni, l’aggressività, il sonno, l’appetito, l’ansia, la memoria e la percezione. I canali lungo i quali viaggia questa sostanza sarebbero il bersaglio principale dell’ ecstasy.

Un uso regolare e cronico della sostanza determinerebbe un effetto neurotossico, ovvero si avrebbe un danno permanentemente a carico della produzione di serotonina. Di conseguenza potrebbero insorgere patologie psichiche come depressione, psicosiattacchi di panico e danni permanenti della memoria.

Gli effetti dell’ ecstasy

L’ ecstasy produce sostanzialmente tre tipi di effetti:

  • Effetti positivi o a breve termine. Dopo aver assunto l’ ecstasy si verifica un aumento delle capacità sensoriali e percettive. Di conseguenza le emozioni, l’intimità e l’affettività, sono amplificate. Si percepiscono, inoltre, euforia, spensieratezza, beatitudine e mancanza di emozioni negative e disinibizione sociale. Gli effetti hanno durata diversa a seconda della sostanza assunta, ma generalmente durano dalle 4-6 ore a 8-12 ore, e iniziano dopo venti-sessanta minuti dall’assunzione.
  • Effetti negativi fisiologici. L’ ecstasy dopo gli effetti positivi genera: nausea, allucinazioni, brividi e sudorazione, aumento della temperatura corporea, tremore, crampi muscolari e offuscamento della vista. Inoltre, genera un aumento della pressione sanguigna e frequenza cardiaca, tachicardia, disidratazione dovuta a intensa sudorazione, crampi e svenimenti dovuti anche all’innalzamento notevole della temperatura corporea (fino a 43 gradi). L’insorgere di problemi cardiaci e/o respiratori e il surriscaldamento eccessivo del corpo possono essere causa di morte, anche in seguito a una sola assunzione.
  • Effetti negativi psicologici. Subito dopo l’assunzione si verifica una perdita della recaptazione di serotonina con conseguente manifestazione di insonnia, perdita di appetito, scarsa concentrazione e riduzione della capacità di giudizio.

È stato dimostrato che l’ ecstasy non solo degenera le terminazioni e diramazioni del sistema nervoso, ma le fa rigenerare in maniera anormale, impedendone la riconnessione con alcune aree del cervello. Il risultato è il manifestarsi di disturbi cognitivi, emotivi, della capacità di apprendimento, della memoria.

Conseguenze derivanti dall’assunzione di ecstasy

L’ ecstasy, come tutte le sostanze stupefacenti, porta a dipendenza e ad assuefazione, ovvero il consumo di dosi sempre maggiori per provare gli effetti piacevoli legati alla funzione psicoattiva della sostanza.

L’overdose di ecstasy può essere fatale, perché l’improvviso innalzamento della temperatura corporea può portare a un arresto cardiaco o a un ictus.

La sospensione brusca dell’assunzione di ecstasy in soggetti che ne fanno uso abitualmente provoca una sintomatologia di tipo astinenziale con cefalea, sudorazione profusa, palpitazioni, vertigini, crampi muscolari, disturbi vasomotori ed effetti spiacevoli, in gergo denominati crasi, rappresentati da ansietà, tremori, irritabilità, disturbi del sonno, affaticamento, depressione e isolamento sociale. L’uso continuativo di ecstasy può portare all’insorgere di stati permanenti di depressione, paranoia, psicosi in genere, distruzione dei muscoli scheletrici, insufficienze renale ed epatica acute.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Disturbi comportamentali nella demenza – Behavioral and Psychological Symptoms in Dementia (BPSD)

I disturbi comportamentali sono spesso identificati con il termine Behavioral and Psychological Symptoms in Dementia (BPSD) e sono definiti come un gruppo eterogeneo di manifestazioni caratterizzate da alterazioni della percezione, del contenuto di pensiero, dell’umore e del comportamento che si osservano frequentemente in pazienti affetti da demenza (IPA Consensus conference; 1996).

Francesca Colli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

Nella definizione della patologia dementigena i disturbi comportamentali BPSD risultano rilevanti come i disturbi cognitivi e sono fortemente correlati con il grado di  deficit funzionale che essa comporta (Cerejeira et al.; 2012).

Si è rilevato che la maggior parte dei soggetti affetti da demenza sviluppa un disturbo comportamentale durante la sua storia di malattia (Lyketsos et al.;2000; Hersch et al.; 2007).

Infatti, fin dalle prime descrizioni delle patologie dementigene, i disturbi comportamentali sono stati individuati come sintomi propri di queste condizioni. Jean-Etienne-Dominique Esquirol (1838) nella definizione di “Demenza senile” rileva che tale problematica è frequentemente accompagnata da disturbi emotivi.

Anche Alzheimer (1907) ha segnalato la presenza di disturbi comportamentali quali paranoia, deliri, allucinazioni e urla nella sua paziente Auguste D.

Solo dal 1980 però i disturbi non cognitivi delle demenze sono stati considerati fondamentali per la valutazione delle sindromi demenziali. Attualmente nel manuale DSM-V, nella diagnosi dei casi di decadimento cognitivo, si valuta la presenza di disturbi comportamentali.

Le determinanti dei disturbi comportamentali della demenza

I BPSD possono essere determinati da una vasta gamma di fattori ambientali, psicologici e neurologici e dall’interazione tra di essi.

L’eziologia di questi disturbi comportamentali può essere varia: alcuni hanno una causa organica importante e diretta, altri sono riconducibili a meccanismi psicologici normalmente osservabili, ma in questi casi fallaci.

Un esempio del primo caso è la presenza di allucinazioni visive nei casi di demenza a corpi di Lewy (LBD) che sembra essere collegata a un danno a livello del nucleo basolaterale dell’amigdala e del paraippocampo ed è correlata con la patologia da alfa-sinucleina a livello della corteccia frontale (Williams et al. 2006).

Un’altra vasta gamma di sintomi invece non può essere riconducibile a un’alterazione organica: la deflessione del tono dell’umore che si osserva in una persona che mostra le prime manifestazioni di perdita della memoria e di alterazione dell’efficienza cognitiva potrebbe essere la normale reazione di un individuo che si rende conto di essere affetto da una patologia grave e che si isola socialmente a causa del disagio che essa comporta.

Un’ipotesi interessante relativa all’eziologia dei disturbi comportamentali nella demenza è stata proposta da Cummings (Cummings; 2003). L’autore definisce differenti classi sintomatologiche a seconda della proteina principalmente coinvolta in ogni forma di demenza: quando la proteina coinvolta è la tau, come ad esempio nella Demenza frontotemporale (FTD), la sintomatologia comportamentale è caratterizzata da disinibizione, apatia e comportamenti compulsivi. In altri casi, in cui vi è una disfunzione dell’alfa-sinucleina, come nel caso della malattia di Parkinson (PD) e della LBD, si rileva una prevalenza di allucinazioni, deliri e disturbi del sonno.

Caratteristiche comuni nei disturbi comportamentali in pazienti con demenza

La prevalenza dei disturbi comportamentali BPSD varia ampiamente nei differenti studi, ma si possono definire alcune caratteristiche comuni.

In primo luogo il loro decorso non è lineare rispetto all’andamento dei disturbi cognitivi e funzionali della sindrome demenziale, nonostante si osservi un aumento della frequenza e della gravità di essi con il progredire della sindrome dementigena (Lyketsos; 2002).

Inoltre più disturbi comportamentali possono essere presenti contemporaneamente nello stesso individuo.

Sebbene alcuni disturbi comportamentali possano regredire altri BPSD, quali apatia, agitazione, ripetitività e resistenza aggressiva sono cronicamente presenti e in genere persistono fino alla morte.

Inoltre la presenza di BPSD è stata associata a un’evoluzione prognostica peggiore, a decadimento cognitivo maggiormente ingravescente e rapido e a maggiori difficoltà nelle attività della vita quotidiana (Paulsen et al.; 2000).

Quattro tipologie di disturbi comportamentali nella demenza

Nonostante i sintomi neuropsichiatrici dei soggetti con demenza siano molto eterogenei, essi possono essere raggruppati in quattro classi principali (Petrovic et al.; 2007).

La prima tipologia di sintomi riguarda l’alterazione del tono dell’umore: la depressione può essere osservata fin dalle fasi iniziali della patologia e può essere interpretata come reazione comprensibile alla situazione clinica caratterizzata da perdita della forza, della salute, del ruolo e dell’autonomia. Nella persona affetta da patologia dementigena la depressione è spesso accompagnata da importanti stati ansiosi.

Una seconda classe di sintomi comprende manifestazioni di aggressività, disinibizione, irritabilità e agitazione (Chan et al.; 2003).

La disinibizione è tipica delle fasi iniziali della FTD, ma si osserva anche nei soggetti affetti da Alzheimer (AD). Essa consiste nella messa in atto di comportamenti motori e verbali impropri. La consapevolezza dell’inadeguatezza di queste condotte è scarsa (Holm et al; 2007). La disinibizione può anche manifestarsi con condotte impulsive di gioco d’azzardo o di operazioni finanziarie eccessivamente rischiose (Manoochehri et al.; 2012).

L’aggressività è frequente nella demenza: i comportamenti aggressivi sono difficilmente prevedibili ed evitabili. Essa è definita come un comportamento fisico e verbale che ha l’obiettivo di colpire o ferire un altro individuo (Kolanowski et al 1995). Le condotte aggressive nelle patologie demenziali sono messe in atto con grande intensità, ma spesso mancano della corretta sequenza fisica per produrre un effettivo danno nell’altra persona.

L’irritabilità è spesso connessa alle prime fasi della malattia e può essere ricondotta alle sempre maggiori difficoltà che il paziente si trova ad affrontare con il progredire della patologia.

In questa classe di disturbi comportamentali BPSD si possono inserire anche i disturbi del comportamento motori: affaccendamento e wandering.

Il primo termine indica la tendenza dell’individuo affetto da patologia dementigena a continuare a manipolare oggetti diversi, parti del proprio corpo o vestiti. Il comportamento è afinalistico e ripetitivo e solitamente si osserva negli stadi più avanzati della patologia (Boccardi et al.;2007). Il wandering è il continuo girovagare senza una metà precisa: spesso è protratto per molto tempo e a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Un’altra classe sintomatologica di disturbi comportamentali BPSD riguarda le manifestazioni delle psicosi in particolare deliri e allucinazioni. Le allucinazioni, specialmente visive, sono più frequenti nella LBD e sono più rare nell’AD. Il soggetto ritiene vere queste manifestazioni e si sintonizza emotivamente sul contenuto di esse piuttosto che sulla realtà circostante (Boccardi; 2007). Si possono poi rilevare idee deliranti, che non raggiungono mai una strutturazione chiara e sono tipicamente meno complesse di quelle dei pazienti non affetti da sindrome dementigena.

I contenuti dei deliri esprimono spesso delle preoccupazioni comprensibili e sono collegati al tipo di compromissione cognitiva del soggetto. Gli esempi più comuni sono: la convinzione che le altre persone nascondano o rubino alcuni oggetti, la convinzione che il partner sia un impostore (sindrome di Capgras), l’accusa verso i caregiver di abbandono e cospirazione e la credenza che gli altri individui agiscano con fini malevoli o con intenti discriminatori (Tariot et al; 1995).

I deliri sono quindi idee, non corrispondenti alla realtà, che il malato di demenza crea dentro di sé per darsi una spiegazione di ciò che succede attorno a lui, poiché non è in grado di comprendere correttamente la situazione dal punto di vista cognitivo (Boccardi; 2007).

L’ultima classe di disturbi comportamentali della demenza è caratterizzata dai disturbi del ritmo sonno-veglia e dell’appetito.

Nei soggetti affetti da demenza si osserva una disorganizzazione dei regolari ritmi circadiani che regolano il normale alternarsi della condizione di sonno e veglia (Loewestein et al.; 1982). I principali disturbi riportati sono insonnia, ipersonnia, parasonnie, eccessiva attività motoria notturna, apnee notturne e disturbi del ritmo sonno-veglia (Beaulieu-Bonneau et al.;2009). Solitamente la gravità del disturbo del sonno aumenta con il progredire della patologia dementigena (Moe et al.; 1995).

Queste condizioni spesso contribuiscono a peggiorare la qualità di vita dell’individuo (Rongve et al.; 2010).

Il comportamento alimentare nel paziente con demenza

Per quanto riguarda il comportamento alimentare nella patologia dementigena sono state osservate numerose alterazioni tra le quali anoressia, iperfagia, cambiamento di preferenze alimentari, consumo di sostanze non edibili. Questi disturbi sono connessi al decadimento cognitivo e ai correlati organici della patologia demenziale (Frissoni et al.; 1998; Ikeda et al.; 2002). Questa tipologia di disturbi comportamentali BPSD è spesso correlata con lo stadio di gravità della patologia (Taemeeyapradit et al.; 2014).

I soggetti affetti da AD lamentano spesso perdita di appetito e conseguente calo ponderale (Grundman et al.; 1996), nella LBD vengono riportate difficoltà di deglutizione e perdita dell’appetito (Shinigawa et al.; 2009), mentre nella FTD si osserva un aumento dell’appetito con la comparsa di preferenze verso cibi specifici e condotte alimentari ripetitive (Ikeda et al.; 2002).

L’assessment dei disturbi comportamentali nella sindrome dementigena

Esistono numerosi strumenti per la definizione e l’assessment dei disturbi comportamentali nei soggetti con demenza.

La scala Cohen-Mansfield Agitation Inventory (CMAI) permette di individuare i sintomi di agitazione e di stabilirne la frequenza (Cohen-Mansfield; 1996).

L’UCLA Neuropsychiatric Inventory (NPI) (Cummings et al; 1994) indaga la presenza di numerosi BPSD e permette di valutare anche la loro frequenza, la gravità e il distress psicologico dei familiari.

L’utilizzo di scale di misurazione dei disturbi comportamentali BPSD è utile sia nella fase diagnostica e di scelta dei trattamenti terapeutici e riabilitativi, sia per la verifica di tali interventi al fine del monitoraggio o dell’eventuale sospensione di essi.

Legame tra sintomi da attacco di panico e recettori sensibili all’acidosi metabolica

Attacco di panico e acidosi metabolica: Ricercatori dell’Università di Cincinnati hanno riscontrato che, nel comportamento e nella fisiologia legate all’ attacco di panico, svolgono un ruolo cruciale i recettori associati alla morte di cellule T relative al gene 8 (TDAG8). I recettori TDAG8, infatti, sono sensibili ai cambiamenti del pH e sono stati identificati per la prima volta nelle cellule immunitarie del corpo, dove regolano le risposte infiammatorie.

 

Attacco di panico: conseguenza dell’ acidosi metabolica?

Il disturbo da attacco di panico (DAP) è una sindrome caratterizzata da episodi improvvisi e ricorrenti di ansia eccessiva accompagnata da un forte iperarousal (Kessler et al., 2005) con sintomi fisici quali palpitazioni del cuore, sudorazione o raffreddamento, difficoltà a respirare, nausea e dolori al petto. Tale condizione si manifesta solitamente durante l’adolescenza o nella prima età adulta (Beesdo et al., 2010).

Nonostante i progressi ottenuti per diagnosticare e trattare il disturbo, la sua fisiopatologia presenta ancora degli aspetti poco chiari.
Da alcuni studi pre-clinici sono emerse evidenze che attribuiscono l’avvio dell’attacco di panico a una disregolazione dell’equilibrio acido- base presente nel corpo; dunque, esso sarebbe una conseguenza dell’ acidosi metabolica (Vollmer et al., 2015; Wemmie, 2011). Quello che resta da analizzare è quale sia il meccanismo attraverso il quale la rottura dell’equilibrio del pH generi i sintomi fisiologici del panico.

Ricercatori dell’università di Cincinnati hanno riscontrato che, nel comportamento e nella fisiologia legate all’attacco di panico, svolgono un ruolo cruciale i recettori associati alla morte di cellule T relative al gene 8 (TDAG8). I recettori TDAG8, infatti, sono sensibili ai cambiamenti del pH e sono stati identificati per la prima volta nelle cellule immunitarie del corpo, dove regolano le risposte infiammatorie. A livello cerebrale tali recettori sono collocati in cellule immunitarie dette microglia. Sebbene sulla fisiologia del panico sia emersa la potenziale correlazione tra recettori TDAG8 e sintomi del panico, bisogna stabilire se questi recettori abbiano un ruolo significativo tale da dare origine al disturbo da attacco di panico.

A partire da ciò, uno studio pilota successivo si è posto l’obiettivo di indagare se l’espressione dei recettori TDAG8, in adolescenti e giovani adulti, fosse diversa tra due gruppi: campione sperimentale di soggetti con disturbo d’attacco di panico e campione di controllo costituito da soggetti in salute. I risultati hanno dimostrato una correlazione significativa sia tra i recettori TDAG8 e la gravità dei sintomi del disturbo, sia tra gli stessi e la risposta al trattamento con antidepressivi. Potrebbe accadere, dunque, che i pazienti in trattamento presentino una remissione dell’espressione dei TDAG8.

In conclusione, studi futuri dovrebbero analizzare ulteriormente il legame tra i recettori TDAG8 e il disturbo d’attacco di panico per spiegare se e come essi possano predire la risposta positiva al trattamento farmacologico. Inoltre si potrebbe indagare la natura di tali recettori, valutando se l’alterazione del loro funzionamento sia determinata da una variazione genetica o da altri fattori ambientali.

cancel