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Guarire dalle ferite psicologiche lasciate da un narcisista violento – Le risposte di fluIDsex

Se finisci una storia con un narcisista maligno diagnosticato e violento, come puoi uscire dai traumi fisici e dai graffi nell’anima? (Icara)

 

Cara Icara, ci sono relazioni che finiscono e ci obbligano a fare i conti con tutto il dolore che ci hanno procurato. Se il suo ex era un narcisista maligno posso immaginare quando sia stato complicato gestire il vostro rapporto e quanta sofferenza possa averle arrecato. I narcisisti maligni sono esperti di manipolazione affettiva ed usano ricatti e colpevolizzazioni per mantenere il controllo sul partner e affermare la propria superiorità.

Ma anche se porta ancora i segni dell’accaduto possiamo partire da una considerazione positiva: la sua storia con questa persona è finita. Tutt’altro che scontato in un panorama dove moltissime persone faticano a uscire da relazioni violente.

Ora che una fase negativa è finita si concentri su tutte le cose positive di cui finora non poteva godere, dedichi tempo e attenzioni a sé, si dedichi quelle attenzioni che prima venivano assorbite dal suo partner narcisista. Il percorso di guarigione può essere lungo, ma è più facile se accanto ha delle persone affidabili e premurose; ma se il dolore è ancora forte e pensa che le persone che ha accanto non riescano a capirla valuti la possibilità di vedere un terapeuta.

E chissà che un nuovo incontro non scacci definitivamente i demoni del passato.

 

Mattia Nese  

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Correlazione fra l’uso dello smartphone e performance attentive, mnestiche e cognitive

La tecnologia mobile, fra cui lo smartphone, ha attualmente una diffusione capillare. Che impatto producono le nuove tecnologie sull’attenzione, sulla memoria e sulle performance cognitive dell’individuo? Diverse recenti ricerche hanno indagato le correlazioni che esistono fra questi fattori e l’ uso dello smartphone.

Abstract

L’utilizzo protratto dello smartphone fa decrescere i tempi attentivi, in particolar modo dell’attenzione sostenuta. Riguardo alla memoria, il rapido reperimento delle informazioni, che la tecnologia mobile permette, incide negativamente sulla memoria personale, ovvero sulla capacità di ricordare episodi della propria vita, i luoghi che si sono visitati e le persone che si sono incontrate. Anche in ambito cognitivo, un uso eccessivo dello smartphone inficia le performance cognitive individuali, determinando, per esempio, nel contesto scolastico, performance scadenti negli apprendimenti scolastici.

Keywords: smartphone, attenzione, memoria, prestazioni cognitive.

 

Uso dello smartphone ed effetti sulle performance cognitive

La tecnologia mobile, fra cui lo smartphone, ha attualmente una diffusione capillare. Alcune applicazioni presenti nei telefoni cellulari si sostituiscono all’uomo. In pratica, svolgono alcune delle funzioni tipiche dell’uomo, basti pensare, per esempio, al reperimento di informazioni. Da questo punto di vista, il consultare i motori di ricerca ha preso il posto dello sfogliare voluminose enciclopedie. Che impatto producono le nuove tecnologie sull’attenzione, sulla memoria e sulle prestazioni cognitive dell’individuo? Diverse recenti ricerche hanno indagato le correlazioni che esistono fra i fattori summenzionati e l’uso dello smartphone.

Relativamente all’attenzione, Nikken e Schols (2015) hanno riscontrato che l’uso protratto dello smartphone fa decrescere i tempi attentivi nell’età evolutiva. In altre parole, l’utilizzo del telefono incrementa la disattenzione.

A questo riguardo, è noto da tempo che la distrazione, che l’uso del telefono mobile produce, diviene pericolosa quando si guida. Uno studio di Caird e coll. (2014) ha evidenziato che lo scrivere un messaggio, quando si guida un’auto, rappresenta un evento che frequentemente causa incidenti stradali. Inoltre, anche il solo leggere un messaggio sul proprio telefono, quando si guida, è una condotta estremamente pericolosa e questa è un’abitudine diffusa sia fra la popolazione giovanile che fra gli adulti, come dimostra una recente indagine del Center for Disease Control and Prevention Statunitense (2016).

Quella che subisce gli effetti più negativi dall’uso continuo dello smartphone è l’attenzione sostenuta, come dimostra uno studio di Lee e coll. (2015). L’attenzione sostenuta, in accordo con Csikszentmihalyi, Abuhamdeh e Nakamura (2014), può essere definita come uno stato mentale che permette all’individuo di essere completamente concentrato su quello che sta facendo.

Come si è detto, lo smartphone dà la possibilità di effettuare qualsiasi ricerca e ciò consente in brevissimo tempo di reperire l’informazione desiderata. Se da un lato il rapido accesso a questo enorme database ha incrementato il possesso di informazioni, dall’altro lato, come diversi studi evidenziano (Frith e Kalin, 2015; Özkul e Humphreys, 2015), il rapido reperimento delle informazioni incide negativamente sulla memoria personale, ovvero sulla capacità di ricordare episodi della propria vita, i luoghi che si sono visitati e le persone che si sono incontrate.

Anche in ambito cognitivo, un uso eccessivo dello smartphone inficia le performance cognitive individuali, determinando, per esempio, nel contesto scolastico, performance scadenti negli apprendimenti scolastici (Beland e Murphy, 2014; Lepp e al., 2014).

In conclusione, se la tecnologia mobile incrementa l’accesso alle informazioni di un gran numero di persone, di fatto essa può avere delle ripercussioni negative sull’attenzione, sulla memoria e sulle prestazioni cognitive degli individui (Wilmer e al., 2017).

Determinanti sociali della salute mentale

I determinanti sociali della salute mentale sono costituiti dalle politiche di governance, sociali, macroeconomiche e dai valori culturali e sociali; tali determinanti contribuiscono ad assegnare a ciascun individuo uno status socio-economico, ovvero una posizione all’interno della gerarchia sociale. In base alla posizione sociale ciascuno avrà maggiori o minori probabilità di imbattersi in fattori di rischio e suscettibilità individuale alla malattia.

 

Un gruppo di colleghi psicologi e non, tutti aderenti alla Rete Sostenibilità e Salute, grazie al prezioso supporto di Dors (il Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute), hanno da poco tradotto un documento tematico pubblicato dall’OMS nel 2014 che titola “I Determinanti Sociali della Salute Mentale“, introdotto da una prefazione di Marialuisa Menegatto e di Adriano Zamperini.

Come gli aspetti sociali determinano lo stato di salute

Cosa sono i determinanti sociali della salute mentale e quali implicazioni possono avere per il lavoro degli psicologi?

Nel 1948, sotto la guida dello psichiatra George Brock Chisholm, il primo direttore generale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha definito la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”.

Esattamente cent’anni prima, nel 1848, Rudolph Virchow, inviato dal governo prussiano in Polonia per combattere un’epidemia di tifo constatò che le vere cause del diffondersi di questa fossero la povertà, le condizioni igieniche e la presenza di uno stato autoritario e repressivo. Affermò inoltre che “i progressi della medicina possono prolungare la vita umana, ma i miglioramenti delle condizioni sociali possono ottenere questo risultato più rapidamente ed efficacemente” (Virchow, 1959).

Nello stesso secolo Freud identificò uno dei principali determinanti per l’insorgenza dell’isteria nella cultura patriarcale e nel set di norme e di valori di cui era portatrice (Freud, 1892).

Che cos’hanno in comune questi tre eventi storici, apparentemente senza legame e che costituiscono la cornice semantica all’interno della quale leggere il documento? Utilizzando il modello ecologico di Bronfenbrenner (1977) si potrebbe affermare che tutti pongono l’accento sull’interazione dinamica tra l’individuo e il suo macrosistema.

E’ proprio questa interazione, tra individuo e società, ad essere diventata il fulcro dei numerosissimi studi epidemiologici che costituiscono il background metodologico del documento e in cui viene dimostrato in maniera incontrovertibile, a livello di popolazione, il divario nell’aspettativa di vita, nell’incidenza e nella prevalenza per quasi la maggior parte delle patologie al variare delle condizioni socio-economiche: i poveri trascorrono più tempo delle loro più brevi vite affetti da patologia (Marmot, 2016). Ad esempio, in Glasgow, città nota agli epidemiologi, il divario nell’aspettativa di vita, tra quartieri ricchi e quartieri poveri, ammonta a  28 anni (Hanlon, 2006). Ad uno sguardo più attento, da questi studi emerge un altro dato importante che verrà evidenziato nel documento: entro una certa misura, non sono le condizioni materiali di per sé a determinare gli esiti di salute, quanto la struttura e l’organizzazione della società. A livello nazionale, ad esempio, negli Stati Uniti il reddito nazionale procapite è di un terzo più elevato rispetto a quello Svezia ma negli USA il rischio per un quindicennne di non arrivare al sessantesimo compleanno è il doppio rispetto alla Svezia (13vs7 su 100) e le condizioni di salute sono sensibilmente peggiori (Malik, 2014).

A livello individuale, all’interno di una stessa popolazione, tutti questi studi vengono arricchiti negli anni dall’introduzione del costrutto di gradiente di salute, a cui viene data grande importanza nel documento tradotto. La distribuzione della salute secondo un gradiente indica che per qualsiasi indicatore di status socio-economico considerato (istruzione, reddito, posizione lavorativa) ad ogni posizione sociale corrisponde un livello di salute peggiore di quello della posizione immediatamente superiore (Maciocco, 2014).

L’influenza dei determinanti sociali sulla salute mentale

Questa è l’assunzione alla base del paradigma dei determinanti sociali della salute, successivamente fatto proprio anche dall’epidemiologia psichiatrica che ha portato a rilevare ad esempio che per qualsiasi popolazione esaminata la depressione mostra tassi di prevalenza 1,5/2 volte maggiori in individui appartenenti al gruppo sociale dal reddito inferiore (Patel,  Kleinman,  2003). Come sostiene Saraceno (2016), in base a quanto evidenziato dal proprio studio critico con Levav e Kohn (Saraceno et al., 2005) sulla salute mentale, le persone con status socio economico più basso corrono un rischio relativo di sviluppare schizofrenia 8 volte maggiore rispetto a quelli con status socio-economico più alto (Holzer et al., 1986). Il benessere mentale e psicologico è influenzato non solo da caratteristiche e peculiarità individuali, ma anche dalle circostanze socioeconomiche nelle quali le persone si trovano e dal contesto generale in cui vivono (WHO, 2012).

L’OMS sottolinea nel documento che salute mentale e disturbi mentali non siano termini opposti e che la salute mentale non sia immaginabile come “solamente l’assenza di disturbo mentale”(WHO, 2013). Il documento tuttavia, pur dovendosi avvalere, per necessità metodologiche, della rilevazione quasi esclusiva dei disturbi mentali (sia quelli definiti “comuni” come ansia e depressione che quelli definiti “gravi” come schizofrenia e disturbo bipolare),  sottolinea la presenza di una grande sofferenza che non raggiungerebbe la soglia per essere diagnosticata come disturbo mentale e che colpirebbe una larga parte della popolazione (Murray, 2010).

Affrontare i determinanti sociali dei disturbi mentali comuni e dei disturbi mentali sottosoglia significa ridimensionare il peso dell’individuo nei processi che portano alla sofferenza in favore del rapporto tra l’individuo e il proprio contesto di vita all’interno del quale sono distribuiti e stratificati in maniera diseguale, quei fattori di rischio e di protezione, di carattere materiale, relazionale e simbolico, che predicono gli esiti di salute individuali.

I fattori di rischio e di protezione, intesi come cause che precedono immediatamente gli esiti di salute vengono definiti determinanti prossimali.

Quelle condizioni che determinano una distribuzione differenziale dei fattori di rischio e di protezione, ovvero le cause delle cause, rappresentano i determinanti sociali di salute (o determinanti distali o determinanti strutturali) cioè l’insieme delle condizioni contestuali in cui gli individui nascono, crescono, lavorano, invecchiano e muoiono, influenzate dalle politiche e dalla cultura.

I determinanti sociali della salute mentale sono costituiti dalle politiche di governance, sociali, macroeconomiche e dai valori culturali e sociali; tali determinanti influiscono sui processi di stratificazione della società tramite la distribuzione di opportunità e risorse, contribuendo ad assegnare a ciascun individuo uno status socio-economico, ovvero una posizione all’interno della gerarchia sociale, in base al reddito, l’istruzione, la posizione lavorativa, la classe sociale e il gruppo etnico. In base alla posizione sociale ciascuno avrà maggiori o minori probabilità di imbattersi nei determinanti prossimali (fattori di rischio materiali, psicosociali, comportamenti insalubri, condizioni di suscettibilità individuale alla malattia).

Inoltre, all’interno dei determinanti sociali oltre alle politiche abitative, lavorative e di welfare, che esercitano i loro effetti cumulativi lungo tutto il ciclo di vita, è possibile inserire anche tutti quegli aspetti di contesto quali il grado di fiducia reciproca, la coesione sociale, la discriminazione, il capitale sociale, anch’essi strettamente correlati (Wilkinson, Pickett, 2009) alle disuguaglianze sociali. Tanto più sono inique le politiche di distribuzione delle risorse, maggiori sono le disuguaglianze materiali, simboliche e di potere, minore è la coesione sociale, maggiore l’insorgenza di malattie mentali (Pickett, Wilkinson, 2010).

Depressione, ansia, violenza e razzismo non solo solamente reazioni psicologiche: essi sono anche fenomeni sociali poiché è anche al di fuori del soggetto che essi trovano gli elementi per il loro sviluppo (De Piccoli, 2014). A partire dalla consapevolezza che i fattori di rischio e di protezione agiscono su diversi livelli (l’individuo, la famiglia, la comunità, la struttura sociale e il livello di popolazione), un approccio fondato sui determinanti sociali di salute richiede azioni su molti livelli e su settori differenti (WHO, 2014) con una attenzione particolare agli interventi sulla qualità del contesto (Costa, 2014), tramite azioni di empowerment sul rendimento di questo volti all’attivazione e al coinvolgimento degli attori locali in un’ottica partecipativa.

 

Salute mentale: oltre i fattori di rischio individuali, il ruolo dei determinanti sociali-grafico

Relazione tra determinanti sociali, disuguaglianze ed esiti di salute mentale 

 

L’importanza di agire sul ciclo di vita e sulla trasmissione intergenerazionale della disuguaglianza

Il contributo dell’approccio dei determinanti sociali della salute mentale proposto dal documento insiste sulla necessità di azioni focalizzate sull’intero ciclo di vita, familiare alla psicologia dello sviluppo con cui condivide anche un’attenzione ad un’ottica intergenerazionale. Le disuguaglianze sociali ed economiche che si tramandano di generazione in generazione, determinano con il tempo, il radicamento delle disuguaglianze relative alla salute mentale (WHO, 2014; Campion, 2013).

Esemplare a questo proposito è la ricerca delle psicologhe dell’infanzia Hart e Risley (2003) le quali hanno calcolato che la differenza, in termini di numero di parole (più avanti si concentreranno anche sulla qualità delle parole), a quattro anni di età tra un bambino proveniente da una famiglia svantaggiata e quello di una famiglia avvantaggiata si aggiri attorno ai trenta milioni. Un bambino nato e cresciuto in una famiglia ricca di media ascolta, a quattro anni, trenta milioni di parole in più rispetto ad un suo coetaneo proveniente da una famiglia povera. Immaginiamo quanto possano allontanarsi le traiettorie di vita dei due bambini, se proviamo ad osservarli a scuola dieci anni dopo, dopo altri dieci anni a lavoro, e a trent’anni dalla nascita, diventati genitori, quando il divario linguistico ereditato nelle prime fasi di vita verrà tramandato alla propria prole.

Adottare un approccio che prenda in considerazione i determinanti sociali lungo il ciclo di vita significa per cui agire anche sulla trasmissione intergenerazionale della disuguaglianza e agire per migliorare le condizioni di vita quotidiana da prima della nascita, durante la prima infanzia, in età scolare, durante la creazione del nucleo familiare, nel corso dell’età lavorativa e durante la vecchiaia; permette sia di migliorare le condizioni di salute mentale nella popolazione che di ridurre il rischio per quei disturbi mentali associati alle disuguaglianze sociali (WHO, 2014).

Come psicologi, confrontarci con la sofferenza e provare ad agire per contrastarla, ci porta con immediatezza ad attribuirle un senso all’interno di una cornice di significato individuale, che ci permette anche di sperimentare un senso di efficacia relativo alle nostre azioni. Aprirsi ai determinanti sociali della salute mentale, significa, a partire dalle ampie evidenze scientifiche che questa prospettiva ci offre, ricollocare tale sofferenza nella dimensione che le compete ovvero nell’interazione tra l’individuo e il suo ambiente e questo vuol dire essere maggiormente consapevoli che le esperienze di sofferenza si configurano come la sedimentazione, nei corpi e nella mente, di un insieme eterogeneo di esperienze sociali, che attraversano le biografie degli individui e che li legano – gli uni agli altri – in specifici contesti d’azione (Cardano, 2008).

Questo rende la sofferenza e la salute mentale un problema non più meramente tecnico. Non dipende, alle sue origini, da fattori esclusivamente individuali ed ignorare questa inoppugnabile evidenza, equivale a continuare a spegnere il fuoco della sofferenza nell’individuo senza  prevenire gli incendi che la causano, trattare ortopedicamente gli individui per riportarli nelle stesse condizioni ambientali che hanno generato la sofferenza. Però le buone condizioni di vita quotidiana, le cose che realmente contano, sono distribuite in modo disuguale, molto più di quanto sia accettabile, (Marmot, 2016) e il risultato di una distribuzione disuguale delle condizioni della vita è che la salute si distribuisce in modo disuguale (ibidem).

Forti di queste evidenza, in quanto professionisti, dovremmo, in un’ottica preventiva, dare il nostro contributo per la creazione di una società più equa, giusta e meno nociva perché “un mondo più giusto sarebbe un mondo più sano” (WHO, 2008). Questo ci permetterebbe inoltre di riappropriarci, dopo 40 anni, del messaggio di Basaglia, soprendentemente assonante con l’intuizione di Virchow: “La medicina è una scienza sociale e la politica non è altro che medicina su larga scala” (1959).

Buster Keaton: uno dei maestri del cinema muto

Durante la rassegna del Cinema ritrovato 2017 sono state proiettate diverse pellicole di Buster Keaton uno dei maestri dell’epoca muta che è tornato a vivere grazie all’impegno della Cineteca di Bologna e del suo laboratorio “L’Immagine Ritrovata”. Buster Keaton e la sua intera opera cinematografica sono infatti al centro di un progetto di restauro che come obiettivo ha quello di restituire al pubblico di tutto il mondo la possibilità di apprezzare le grandi opere di quest’ultimo.

 

I film Neighbors e The goat di Buster Keaton: la visione pessimistica della vita e la resilienza

Tra i film visti “NEIGHBORS” e “THE GOAT”.

Pochi registi hanno saputo sfruttare “la mise en scène”, Buster Keaton è senz’altro uno di questi. In Neighbors una staccionata e una corda da bucato creano l’intero balletto comico. Keaton nei suoi andirivieni le attraversa, le scavalca, ci passa sotto, sperimentando tutte le forme di movimento che la situazione gli consente.

In “The Goat” sembra, anzi estende, lo stile di Neighbors, il balletto non si svolge più nel cortile ma nella città intera, l’equivoco assume una gravità maggiore.

Le comiche di Keaton hanno tutte una certa peculiarità, rispecchiano la sua visione pessimistica della vita. Keaton ci mostra la situazione di serenità e subito dopo il suo esatto opposto, il rovescio della medaglia, un mondo che è soggetto all’imprevisto. In ogni caso, però, il suo personaggio balla e si muove sulle note della resilienza, riesce sempre a superare le avversità.

La resilienza è la capacità di autoripararsi, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo: esempio intravedere in un fallimento una opportunità di crescita personale e/o un miglioramento delle proprie competenze.

Sebbene nei suoi film la resilienza sia rappresentata dalla continua necessità di uscire fuori da situazioni scomode, ecco invece alcune strategie che possono aiutarci ad attuare questo concetto fuori da un film, nella vita reale:

1) Mantenere un atteggiamento costruttivo
Le persone resilienti riconoscono che per quanto negative possano essere le circostanze, potrebbe sempre andare peggio. Esse non si soffermano su quanto gravi sono i loro problemi e non perdono tempo ed energie a fantasticare quanto potrebbero ulteriormente peggiorare. Infine il fallimento è percepito come una potenziale risorsa costruttiva.

2) Cercare di trarre una “lezione” da ciò che è accaduto
Invece di inventarsi delle scuse o cercare dei capri espiatori per i loro fallimenti, le persone resilienti cercano di imparare da ogni errore, mettendo a fuoco quelle che possono essere potenziali lezioni di vita.

3) Accettare la propria vulnerabilità
Le persone resilienti non hanno paura di ammettere le proprie debolezze, infatti approfittano dei fallimenti per identificare quali aree di se stessi possano migliorare: proprio questa consapevolezza ed accettazione della propria vulnerabilità favorisce lo sviluppo di strategie di crescita personale.

4) Riconoscere i punti di forza
La resilienza permette di utilizzare il fallimento quale opportunità per riconoscere le nostre qualità positive, ricordandoci ad esempio quali risorse abbiamo utilizzato in passato nei momenti difficili o i nostri punti di forza che ci hanno fatto arrivare dove siamo oggi.

5) Elaborare strategie per migliorare come individui
Non dobbiamo vedere il fallimento come la fine, ma come l’inizio di qualcosa: quando un tentativo di raggiungere un nostro obiettivo inizialmente fallisce, soffermiamoci a considerare come possiamo affrontare la questione in modo diverso la prossima volta.

La resilienza non è una qualità innata e immutabile e chiunque, con volontà ed impegno, può svilupparla e imparare a migliorare a partire dalle proprie battute d’arresto.

Combattere la depressione: stimolazione cerebrale o terapia farmacologica?

Per il trattamento della depressione è stato confrontato il metodo della stimolazione transcranica a corrente diretta continua (tDCS) con un farmaco, un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina.

 

Un nuovo studio mette in dubbio l’efficacia dei trattamenti per la depressione basati sulla stimolazione cerebrale mediante corrente elettrica a bassa intensità. La tecnica è nota come stimolazione transcranica a corrente diretta continua (tDCS) ed è stata considerata un’alternativa promettente al trattamento con farmaci antidepressivi.

I ricercatori dell’ospedale universitario di San Paolo (HU-USP) e dell’Istituto di psichiatria dell’ospedale das Clínicas (HC-FMUSP-IP), in Brasile, dimostrano come la tDCS risulti meno efficace dell’escitalopram, un farmaco antidepressivo. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nel New England Journal of Medicine.

Antidepressivi o tDCS?

Il gruppo di ricercatori guidato da André Brunoni, professore presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università Medical School di San Paolo e direttore del Servizio di Neuromodulazione, ha reclutato 245 pazienti con depressione e li ha suddivisi in tre gruppi in maniera casuale.

Un gruppo è stato trattato con tDCS più placebo per via orale, il secondo ha ricevuto il trattamento tDCS sham più il trattamento anti-depressivo e il terzo ha ricevuto il trattamento tDCS sham più il placebo orale.

Il trattamento tDCS è stato somministrato in sessioni di 30 minuti per 15 giorni feriali consecutivi, seguiti da sette sessioni settimanali. L’escitalopram è stato somministrato ad una dose di 10 mg al giorno per tre settimane e 20 mg al giorno per altre sette settimane. Il limite inferiore della tDCS rispetto all’ escitalopram è stato definito da un punteggio minimo, almeno il 50% della differenza nei punteggi in soggetti trattati con placebo rispetto a quelli trattati con l’antidepressivo. Il che significa che il tDCS dovrebbe essere efficace almeno nel 50%, tanto quanto l’antidepressivo, ma in questo studio, tale aspettativa, non si è verificata.

I risultati mostrano che il trattamento con tDCS non è più efficace del trattamento con escitalopram, quindi gli autori hanno concluso che la stimolazione transcranica non può essere raccomandata come terapia di prima linea contro la depressione. L’antidepressivo è più facile da somministrare e molto più efficace. D’altra parte, studi precedenti hanno dimostrato che la tDCS è migliore rispetto al placebo.

Secondo lo studio, inoltre, i pazienti che hanno ricevuto il trattamento con tDCS presentavano livelli più elevati di rossore cutaneo, acufene e nervosismo rispetto agli altri due gruppi, e mania di nuova insorgenza, che si è sviluppata in due pazienti di questo gruppo. Mentre, i pazienti che ricevevano escitalopram presentavano sonnolenza e costipazione più frequenti rispetto a quelli degli altri due gruppi.

Depressione: come funziona la tDCS e i rischi delle soluzioni fai-da-te

Si stima che circa il 12% -14% della popolazione mondiale soffre di depressione, e sembrerebbe relativamente facile trovare siti di auto-aiuto con i video che mostrano come somministrare la tDCS a casa.

Il Professore dichiara:

Questi siti che pretendono di dimostrare come stimolare il proprio cervello rappresentano un enorme rischio per i pazienti con depressione. Le soluzioni “fai da te” sono fortemente contro-indicate. Mi aspetto che il nostro studio abbia un impatto su questo fenomeno perché abbiamo dimostrato che ci sono effetti collaterali negativi e che non è così efficace come molti pensano.

Brunoni ha anche sottolineato l’importanza di non confondere la tDCS con altri metodi come la terapia elettroconvulsiva (ECT), che prevede una corrente molto più forte – tipicamente 800 milliampere, o 800 volte la corrente utilizzata nella tDCS – ed è progettata per produrre una scarica controllata. Altre differenze includono il fatto che la ECT fornisce un breve impulso piuttosto che una corrente costante.

Il dispositivo tDCS è uno stimolatore a corrente continua di bassa intensità collegato a due elettrodi di superficie (anodo e catodo). In generale, la tDCS anodica induce la depolarizzazione dei neuroni (attiva) mentre la tDCS catodica favorisce la loro iperpolarizzazione (inibisce). Nei soggetti con depressione, gli elettrodi vengono posizionati sulle loro tempie in modo che la corrente possa attraversare la corteccia prefrontale dorsolaterale (un’area con attività diminuita in tali soggetti). Le persone con depressione mostrano l’ipoattività cerebrale in diverse aree cerebrali, ma soprattutto in questa regione; si pensa che il meccanismo d’azione della stimolazione possa aumentare l’attività nella corteccia prefrontale dorsolaterale, ma ancora non è stato dimostrato nessun effetto di questo tipo.

Esistono ulteriori tecniche progettate per modificare l’attività elettrica del cervello: la stimolazione magnetica transcranica, la stimolazione transcranica a corrente alternata, la stimolazione profonda del cervello e gli ultrasuoni focalizzati. Di queste, solo la stimolazione magnetica transcranica e la terapia elettroconvulsiva sono attualmente approvate dalla Food and Drug Administration (FDA) per il trattamento della depressione.

 

Fino all’osso (To the bone, 2017): un film sui disturbi alimentari – Recensione

Fino all’osso: 7 storie, 7 personaggi le cui vicende sono legate da un denominatore comune: i disturbi alimentari. Ma la volontà della regista è quella di dare spazio alla protagonista indiscussa del film: Ellen, una ventenne alle prese con un’anoressia nervosa che l’accompagna praticamente da sempre.

 

To the bone, Fino all’osso: la trama

In uno dei mille tentativi (falliti) di cure, Ellen, spinta dalla compagna del padre e dalla sorella, inizia un nuovo cammino, quello in una casa che ospita ragazzi che soffrono di disturbi alimentari. Ed è nella condivisione degli spazi comuni e non solo, che si inizia a formare un gruppo che risulta vincente nelle sue dinamiche di confronto e di supporto. La casa, grande, senza porte e cestini, con i bagni chiusi fino a mezz’ora dopo i pasti (per evitare le condotte di eliminazione), è comunque calda e confortevole, rifugio di sofferenze grandi, baia di sicurezza e protezione.

La visione del disturbo alimentare con un po’ di giusta ironia

La dimensione su cui si articola il film è quella prospettica: non ci si sofferma mai sulle cause del disturbo alimentare e sui sensi di colpa che ne possano derivare, ma la problematica alimentare viene inquadrata nella sua difficoltà ma anche nel suo superamento: si è protagonisti della propria vita fino in fondo, fino all’ultima conta delle calorie ingerite, fino all’ultima corsa che non guarda in faccia la stanchezza e la sopportazione, fino all’ultimo conato che sa di liberazione.

Per non appesantire troppo le vicende che sono comunque di un calibro emotivo importante, la regista utilizza l’ironia e una buona dose di sarcasmo per rappresentare, ad esempio, i momenti di alta tensione legati ai pasti e alla difficilissima “prova-peso” che porta con sé l’incubo di salire sulla bilancia, sentenza di condanna a morte. Qualche parola va spesa per la voce della speranza, affidata all’interpretazione di un bravissimo attore, Keanu Reeves, che nel ruolo del dottor Beckham, urla contro la malattia spesso con un linguaggio anche colorito, spronando ad abbandonare la paura che intimorisce e che non permette di essere se stessi.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER DEL FILM FINO ALL’OSSO:

L’importanza della famiglia quando è presente un disturbo alimentare

Certo il faro è volutamente puntato su Ellen e sui suoi vissuti legati al disturbo alimentare ma soprattutto quando i protagonisti sono così giovani, diventa imprescindibile non integrare i genitori nel percorso di cura. Nel film il padre di Ellen non appare mai: oberato di impegni, è echeggiato come colui che lavora sempre. La mamma di Ellen viene rappresentata con un disturbo di personalità bipolare e anche la compagna del padre sembra avere un’unica preoccupazione, quella di dover trovare una “sistemazione” per Ellen.

Nella riunione familiare che il dottor Beckham chiederà espressamente di fare (sostenendo, a ragione, di essere un pezzo molto importante nel processo di cura), appare una confusione che sembra dare una chiara idea di quale siano state le condizioni di ambivalenza e di disagio in cui ha vissuto la protagonista: nella totale assenza del padre, si accende una confusionaria sfida verbale tra le due opposte fazioni, paterna e materna, che ignorano totalmente i bisogni di Ellen.

Quello di non tenere conto della famiglia è sicuramente una scelta della regista ma se il messaggio voleva essere quello di spiegare che cosa significa vivere un disturbo alimentare, sicuramente un pezzo importante è stato accantonato: i disturbi alimentari sono patologie che coinvolgono l’intero nucleo familiare e non tenerne conto significa non affrontare il problema nella sua interezza e complessità. E nel momento in cui nel film la famiglia esce di scena, il percorso di cura che la giovane protagonista insegue diventa più impervio: il cammino è in salita e la battaglia sarà tutta tra Ellen ed Ellen, nella sfida dei limiti del proprio corpo e nella lotta per l’affermazione della propria identità.

Il ragionamento clinico in psicoterapia – Ciottoli di Psicopatologia Generale

Si potrà riconsiderare il sintomo come uno scopo strumentale (strategia) in conflitto con altri scopi strumentali i quali magari perseguono lo stesso scopo o antiscopo terminale. Un sintomo è dunque semplicemente una strategia difettosa che ha complessivamente costi troppo elevati spesso dallo stesso punto di vista di quegli scopi che cerca di perseguire. Insomma non funziona o, più spesso, non funziona bene ma comunque un po’ funziona e non avendo nulla di meglio non la si può abbandonare.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Ragionamento clinico – Nr. 23

 

Il ragionamento clinico del terapeuta a partire dal sintomo del paziente

Quando ho di fronte a me un paziente o più in generale una persona cerco di seguire attraverso la traccia delle sue parole il filo del suo ragionamento e nel farlo anche io ragiono e da questo mio ragionare scaturiscono domande, attenzioni, atteggiamenti che a loro volta influenzano il dipanarsi del filo del ragionamento dell’altro. I fili dei due ragionamenti si intrecciano, si intessono e si influenzano l’un l’altro. Normalmente al termine sono abbastanza in grado di descrivere il ragionamento dell’altro, molto meno il mio perchè evidentemente mi do per scontato, mi sembra naturale, ovvio e non ci bado, non è un oggetto esterno ma il soggetto descrittore. Siccome invece è parte fortemente in gioco immagino ora di essere un omuncolo piccino piccino seduto sul bordo interno della soffice circonvoluzione frontale sinistra con i piedi che spencolano sopra il corpo calloso e di osservare cosa mi dice il mio cervello mentre cerca di capire cosa diavolo il cervello dell’altro dice a lui. Dunque provo a seguire il ragionamento che più o meno automaticamente parte di fronte ad un paziente con un sintomo.

Intanto definisco sintomo un comportamento o una emozione che il soggetto stesso ritiene inadeguato, sgradevole e di cui vorrebbe liberarsi (insomma rispetto al quale ha sviluppato un problema secondario).

Dopo averne indagato la pervasività e le varie forme che assume nei diversi ambiti esistenziali (la gravità) mi chiedo:
a cosa serve? quale risultato vuole ottenere o pericolo scongiurare? e ciò lo faccio più facilmente se vado a ricostruire in quali circostanze il sintomo è nato (scompenso ed esordio) prima di diventare col tempo un’abitudine automatica. Continuando ad approfondire questa indagine sulla sua utilità (Laddering) cerco di identificare gli scopi terminali o gli antiscopi che organizzano l’esistenza del soggetto. Il sintomo acquista così significato nel contesto della vicenda esistenziale della persona, dei suoi valori e dei piani di vita. Fin qui cerco di dare un senso, un significato a ciò che agli stessi occhi del paziente appariva insensato, ascopico, estraneo a sè e come tale fuori dal suo controllo mentre si tratta di un’ espressione che persegue o salvaguarda qualcosa di molto importante per lui. Il paziente collabora volentieri perchè ci si occupa direttamente del sintomo che lo tormenta e perchè il capirne il senso lo fa sentire meno matto.

Una seconda fase che potremmo dire essere la prova del 9, la verifica della prima, parte sempre dal sintomo ma per indagare i motivi per cui gli dia tanto fastidio. Insomma le ragioni del secondario ognuna delle quali va indagata con la stessa tecnica precedente (laddering). Anche in questo caso si arriverà per una via diversa a definire gli scopi terminali e gli antiscopi del soggetto, insomma il suo panorama esistenziale, il perchè e il come sta al mondo.

Il sintomo come strategia in conflitto con altri scopi

A questo punto si potrà riconsiderare il sintomo come uno scopo strumentale (strategia) in conflitto con altri scopi strumentali i quali magari perseguono lo stesso scopo o antiscopo terminale. Un sintomo è dunque semplicemente una strategia difettosa che ha complessivamente costi troppo elevati spesso dallo stesso punto di vista di quegli scopi che cerca di perseguire. Insomma non funziona o, più spesso, non funziona bene ma comunque un po’ funziona e non avendo nulla di meglio non la si può abbandonare.

Compreso il senso e l’utilità del sintomo pur continuando ad avvertirne il disagio avviene una operazione di normalizzazione dello stesso che riduce il secondario principale motore da un lato del cambiamento ma anche, dall’altro, della sofferenza che ha l’effetto dannoso di far percepire la situazione come emergenziale riducendo paradossalmente la disponibilità ad abbandonare gli antichi e sperimentati modi di fare per provarne di alternativi.

Gli scopi che organizzano l’esistenza sono in parte genetici in parte di origine culturale, familiare ed esperienziale ed il loro cambiamento è opera ardua prefigurando una rivoluzione del paradigma (per dirla con Khun) esistenziale e quando ciò avviene siamo di fronte a vere e proprie rare conversioni. Ancorchè molto difficile da ottenere, il più delle volte non c’è alcuna richiesta ne volontà di metterli in discussione. Questo dunque è un livello di cambiamento in cui raramente mi avventuro per incompetenza e timore di tentazioni da guru e mi accontento di una ristrutturazione che elimini la sofferenza con il minimo cambiamento possibile (mi sembra peraltro una forma di rispetto dell’unicità dell’altro).

Ma anche le strategie di perseguimento degli scopi o di evitamento degli antiscopi sono apprese, in genere precocemente e nel contesto familiare. Allora faccio notare al paziente come esse si siano dimostrate in passato adattive e addirittura decisive per la sopravvivenza nel contesto di apprendimento che in genere è quello della famiglia d’origine. Gli faccio poi notare come oggi in un contesto diverso siano invece disadattive e si siano trasformate in sintomi, qualcosa che mette in atto perchè ha sempre fatto così non accorgendosi che se prima funzionava adesso è addirittura controproducente rispetto agli stessi obiettivi per cui si era sviluppato.

La ristrutturazione cognitiva

Successivamente inizia la parte per così dire creativa della terapia (la cosiddetta ristrutturazione cognitiva) che per semplicità distinguo in due livelli. Il primo livello consiste nell’elaborazione di nuove strategie compatibili comunque con i vincoli intrapsichici, interpersonali e contestuali attuali, attaccando solo quelli che rappresentano un rinforzo ed un mantenimento del sintomo. Si tratta di riscoprirle nel proprio patrimonio comportamentale in cui magari in modo minoritario e saltuario sono state però presenti nel tempo, copiarle osservando gli altri ed in particolare quelli più vicini al soggetto come aspetto motivazionale oppure inventarle di sana pianta come se si trattasse di un vero e proprio problem solving. Averle identificate non basta e si tratta poi di sperimentarle inizialmente in contesti protetti che ne garantiscano il successo e il rinforzo per poi progressivamente generalizzarle e ripeterle finchè non sostituiscano i vecchi automatismi.

Dopo aver gattopardescamente cambiato tutto perchè nulla cambi mi limito a provare a perturbare il livello superiore dell’assetto motivazionale auspicando un processo di cambiamento da lasciare avvenire da solo in tempi lunghi e grazie alle esperienze che il soggetto vive che sono i perturbatori più significativi.

Lo faccio da un lato cercando di reputare meno assoluti e doveristici gli scopi evidenziando come normalmente non comportino la realizzazione e la felicità di cui li si accredita e dall’altro considerando meno intollerabili e minacciosi gli antiscopi, sostanzialmente rendendoli per quanto sgradevoli pensabili e immaginando schemi operativi non per prevenirli ma per viverli qualora vi ci si trovasse. Nel frattempo l’omuncolo piccino picciò annoiato del freddo computare dei neuroni corticali si è calato in basso e con la flottiglia di surf della terza ondata tenta di cavalcare i marosi che si spintonano tra l’amigdala e il lobo limbico in attesa di farmacologici soccorsi.

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Interventi psicologici per le coppie con problematiche di infertilità

Uno degli interventi principali che si va a svolgere con queste coppie è la consulenza all’interno dei centri di Procreazione Medicalmente assistita. Lo scopo principale del sostegno psicologico alle coppie infertili è quello di assicurarsi che comprendano le implicazioni delle loro scelte di trattamento, che ricevano un adeguato sostegno emotivo e che possano far fronte in modo sano alle conseguenze dell’esperienza dell’ infertilità.

 

L’importanza di interventi di sostegno psicologico per le coppie con problemi di infertilità

Sono svariati i fattori psicosociali che modulano il desiderio di avere un bambino: fattori legati alla personalità, processi socioculturali, dinamiche familiari, fattori economici e processi relazionali di coppia. Quando questo desiderio diventa forte e non viene soddisfatto naturalmente, può generare una ferita narcisistica che può portare a una diminuzione della sicurezza in se stessi. Le conseguenze possono essere sentimenti di disperazione e impotenza, senso di colpa e problematiche di coppia, sessuali e relazionali. Infatti, mentre fino a qualche tempo fa l’ infertilità veniva considerata un problema fisico, oggi è risaputo che le componenti psicologiche giocano un ruolo importante non solo come elemento causale, ma anche come conseguenza dell’iter diagnostico e terapeutico.

La ricerca di una gravidanza può avere diversi esiti: dall’arrivo di un figlio dopo vari tentativi alla decisione di intraprendere un percorso di procreazione medicalmente assistita; dalla decisione di perseguire la strada dell’adozione all’accettazione di rimanere una coppia senza figli. Per alcune coppie questo problema potrebbe costituire motivo di separazione. E’ dunque indispensabile un sostegno psicologico che accompagni nella fase decisionale e nell’elaborazione dei vissuti. Non a caso in Italia la legge 40, che regola la normativa in merito alla procreazione medicalmente assistita, indica la necessità di un servizio di sostegno psicologico all’interno dei centri di PMA.

Uno degli interventi principali che si va a svolgere con queste coppie è quindi la consulenza all’interno dei centri di Procreazione Medicalmente assistita. Lo scopo principale del sostegno psicologico alle coppie infertili è quello di assicurarsi che comprendano le implicazioni delle loro scelte di trattamento, che ricevano un adeguato sostegno emotivo e che possano far fronte in modo sano alle conseguenze dell’esperienza dell’ infertilità. Si ritiene, sulla base di numerose ricerche, che un approccio integrato (medico e psicologico) aumenti i risultati positivi, aumenti la soddisfazione del paziente, riduca le reazioni psicologiche negative ed aiuti meglio i pazienti a concludere la loro esperienza (Galhardo A. et al., 2015; McNaughton-Cassill M.E. et al., 2002).

Andiamo a vedere quali sono le maggiori problematiche su cui si va ad operare in questo tipo di interventi.

La gravidanza come esito dei trattamenti di Procreazione medicalmente assistita

Anche se i pazienti hanno molte aspettative positive su come potrebbe essere vivere una gravidanza, in realtà quando questo accade si trovano a confrontarsi con la possibilità di complicazioni, ansie e preoccupazioni, soprattutto per chi ha già vissuto esperienze di aborti spontanei. Alcune donne possono avere un rifiuto della gravidanza per paura di eventi negativi nel corso della stessa. Il fatto che alcune donne non siano felici e serene come vorrebbero può causare in loro anche sensi di colpa e vergogna. Un altro vissuto comune è il dover dimostrare a se stessi e agli altri di essere genitori perfetti.

Gli obiettivi che ci si pone in questi casi sono la normalizzazione della gravidanza, lo sviluppo dell’attaccamento al feto ed essere sostenuti nel diventare genitori. Altri obiettivi importanti sono la riduzione dell’ansia, aiutare la coppia a confrontarsi con le emozioni che stanno vivendo sviluppando un senso di autostima. Nei casi di fecondazione eterologa è necessario anche occuparsi di elaborare e gestire i sentimenti ambivalenti verso il feto.

Le gravidanze multiple

Le coppie che affrontano un percorso di PMA in alcuni casi si trovano a dover decidere se trasferire uno o più embrioni, quindi se avere una gravidanza gemellare (talvolta anche plurigemellare) o meno. Anche in questo caso, spesso per le coppie una gravidanza gemellare sembra la soluzione ideale in quanto consentirebbe di ottenere una “famiglia già fatta”. Tuttavia i futuri genitori hanno bisogno di avere un quadro realistico di cosa significherebbe essere genitori di tre o quattro bambini della stessa età, quindi allo stesso stadio di sviluppo. Vanno sostenuti nella riflessione sull’accudimento pratico, finanziario e domestico, nonché sugli aspetti psicosociali, la stabilità della coppia e le conseguenze per la loro salute mentale. Naturalmente bisogna aiutare la coppia a considerare anche i problemi della scelta opposta, ossia della riduzione fetale: sentimenti di angoscia, stress, paura; senso di colpa e lutto per la perdita di uno o più feti.
L’obiettivo è quello di far fare alla coppia una scelta informata, consapevole e adatta alla loro situazione specifica.

La decisione di interrompere il trattamento

Per alcune coppie il fallimento dei tentativi di PMA può comportare una crisi esistenziale con diverse reazioni emotive anche gravi. La prospettiva di vivere senza un figlio dovrebbe essere affrontata fin dall’inizio del trattamento, tuttavia è necessario riaffrontarla in un momento così delicato. E’ importante che lo psicologo sostenga i pazienti nell’esplorare il significato personale della perdita di un obiettivo fondamentale della loro vita, ma anche che rinforzi le loro risorse e gli aspetti positivi del vivere una vita senza figli.

La sessualità di coppia

La sessualità è una delle principali tematiche che deve essere affrontata con questi pazienti, in quanto in alcuni casi può essere la causa del mancato concepimento (vaginismo, dispareunia, disfunzione erettile, rapporti poco frequenti), mentre in altri casi le problematiche possono essere la conseguenza dell’obiettivo procreativo, che fa perdere di spontaneità l’attività sessuale. I problemi possono essere causati infatti dalla programmazione rigida dei rapporti, dalla presenza psicologica del team medico nell’intimità dei pazienti e dal fatto che i rapporti diventano orientati solo al fine riproduttivo.

Lo psicologo va quindi a valutare se le problematiche sessuali sono primarie o secondarie all’ infertilità, a capire se ci sono psicopatologie che vanno ad influire sulla sessualità (ansia, depressione ecc.), ed aiuta la coppia a ristabilire la sessualità come fonte di piacere e non solo orientata all’avere un figlio.

La prospettiva dell’adozione

Lo scopo del sostegno psicologico in questo caso è creare un ambiente sicuro in cui la coppia possa esprimere i sentimenti di perdita e le reazioni di adattamento ai problemi medici. In seguito si può aiutare la coppia a valutare se desidera o meno avere e crescere un figlio con cui non si ha un legame genetico. Bisogna aiutare la coppia anche a valutare l’impatto che potrebbe avere un nuovo fallimento, considerando che la strada per l’adozione è in molti casi lunga e tortuosa.

Nel caso la coppia decida per l’adozione, va aiutata a non idealizzare eccessivamente il bambino e a non riporre su di lui eccessive aspettative. Se si tratta di infertilità secondaria vanno prese in carico anche le emozioni dei figli già presenti in famiglia, che possono crearsi la fantasia di non essere stati in grado di soddisfare abbastanza i loro genitori.

Altri possibili interventi psicologici per chi affronta le difficoltà dell’ infertilità

Vediamo ora quali altri servizi possono essere attuati nei centri di PMA oltre al sostegno psicologico di coppia.

  • Informazioni psicosociali scritte o videoregistrate: informazioni preliminari da offrire alle coppie su aspetti fisici, emotivi, psicologici e sociali delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita.
  • Consulenze telefoniche: possono essere usate per chiarire aspetti del trattamento medico e per esprimere cosa sta comportando il trattamento a livello personale.
  • Gruppi di sostegno: lo psicologo fa da organizzatore, conduttore e mediatore. Possono essere strutturati in diversi modi, ad esempio aperti a tutte le problematiche legate all’ infertilità o solo ad una specifica. I gruppi di sostegno hanno diverse funzioni benefiche per i partecipanti: alleviare l’isolamento, fornire sostegno emotivo in tutte le fasi della PMA, ridurre i livelli di ansia, esplorare i propri atteggiamenti rispetto a infertilità, gravidanza, nascita e genitorialità, aumentare l’autostima.

Ci sono vari interventi che possono essere effettuati anche in altri contesti, quali studi privati o all’interno di associazioni che si occupano di nascita e sostegno alla genitorialità.

  • Consulenza individuale, di coppia e gruppi di sostegno: questi servizi sono molto simili nei contenuti a quelli che si possono effettuare nei centri di PMA, con la differenza che cambia il contesto e non si fa parte dell’équipe medica che si occupa della coppia.
  • Spazio informativo per la coppia con problematiche di infertilità e sterilità: utile per informare le coppie sugli aspetti medici, biologici e psicologici dell’ infertilità, nonché per orientare a servizi e cliniche presenti sul territorio.
  • Percorsi di accompagnamento alla PMA: utili per affrontare le emozioni intense e talvolta confuse rispetto alle procedure di PMA, dubbi e perplessità.

 

Il supporto psicologico nel percorso riabilitativo

Alcuni studi mostrano l’efficacia dell’ intervento psicologico durante il trattamento fisioterapico, specialmente per quel che riguarda il riconoscimento delle emozioni presenti nella fase di riabilitazione e l’utilità del sostegno psicologico per il raggiungimento di uno stato di benessere psico-fisico.

Silvia Pomi, Lorena Menta

 

La fisioterapia è una disciplina che si pone una sfida importante, quella di co-costruire con il paziente una via di guarigione. Non è un percorso statico, ma dinamico, che richiede collaborazione e compartecipazione tra fisioterapista e paziente. I costrutti psicologici e gli interventi di sostegno psicologico possono apportare un valido sostegno in tutte quelle situazioni in cui la manifestazione sintomatica va oltre un’evidenza clinica.

Il concetto di salute, così come definito dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità): “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in una assenza di malattia o d’infermità”, implica un’inscindibile unità tra la componente fisica e quella psichica della persona. Di fronte alla malattia appare di primaria importanza tenere conto che questo binomio diventa ancora più evidente e richiede dall’ambito sanitario un approccio globale al paziente.

La vulnerabilità emotiva nella riabilitazione

La vulnerabilità emotiva a cui è esposto il paziente che ha subito un infortunio o che manifesta dolori cronici è un aspetto osservabile da tutti coloro che intervengono nella fase di riabilitazione.

Persone ansiose o predisposte alla depressione appaiono particolarmente suscettibili al dolore; gli stress emotivi possono essere infatti associati ad un aumento di dolore, in quanto viene ad aumentare l’attività dei sistemi biologici responsabili della stimolazione nociva.

Le modificazioni viscerali causate da fattori di ordine emotivo e psicologico a loro volta contribuirebbero nel provocare uno stato di malessere generalizzato. (Drago E., 2017)

Alcuni studi condotti a Londra presso il St. Thomas Hospital da Harding e Williams (2009) mostrano l’efficacia dell’intervento di sostegno psicologico durante il trattamento fisioterapico, specialmente per quel che riguarda il riconoscimento delle emozioni presenti nella fase di riabilitazione e l’utilità del sostegno psicologico per il raggiungimento di uno stato di benessere psico-fisico.

Harding e Williams sostengono che la cosiddetta “intelligenza emotiva” faccia da protagonista nei percorsi di riabilitazione e mettono in luce l’importanza per gli operatori della fisioterapia nel saper dare risposte emozionali adeguate ai propri pazienti. Ciò va a sottolineare come la guarigione oltre ad essere fisica, avvenga in modo parallelo a livello mentale ed emotivo e saper identificare ed esprimere le proprie emozioni durante il trattamento produce un incremento dei benefici. Dare importanza ai vissuti mentali, sentirsi riconosciuti nelle emozioni che si accompagnano alla riabilitazione consentirebbe al paziente di velocizzare il raggiungimento degli obiettivi sul piano organico.

Negli ultimi anni si è assistito a una integrazione sempre maggiore tra le  discipline mediche e psicologiche. L’esperienza della malattia coinvolge infatti la persona in tutti i suoi aspetti fisici, emozionali e relazionali; la disabilità, in particolare, “è un evento destrutturante, che obbliga ad una valutazione della condizione psicologica del paziente e delle sue relazioni, per accompagnare e guidare al meglio le reazioni emotive, per contenere l’angoscia, per individuare e sostenere la parte sana, capace dell’adattamento migliore alla situazione”.

Nell’ambito della riabilitazione fisioterapica si assiste quotidianamente all’esperienza della persona che, divenuta disabile, deve fare i conti con la difficoltà ed a volte l’impossibilità di recuperare un’abilità perduta; in questo caso un progetto riabilitativo globale promuove un percorso per giungere alla costruzione di un nuovo e costruttivo concetto di sé, anche attraverso l’elaborazione dell’evento traumatico, la rimodulazione delle aspettative, delle relazioni, degli affetti e degli interessi, al fine di raggiungere i livelli massimi di autonomia. (Matteucci L., 2005).

Un intervento psicologico adeguato ha un fondamentale ruolo di collegamento ad integrazione dell’atto terapeutico: supporta le modalità di approccio al paziente, le informazioni intorno alla malattia fornite alla famiglia, il linguaggio utilizzato per comunicare le ipotesi diagnostiche, prognostiche e terapeutiche.

In una recente ricerca Australiana di Jackson A.C.; Liang R.; Frydenberg E.; Higgins R.; Murphy B.M (2016) è stato esaminato lo stato attuale dei programmi psico-sociali per genitori di bambini con patologie croniche e quindi con particolari esigenze sanitarie. Lo scopo dei programmi di training ai genitori è quello di assistere le famiglie attraverso il rafforzamento del loro ruolo, migliorare le interazioni genitore-figlio e con il resto della famiglia. Ciò è particolarmente importante per le famiglie di bambini con esigenze di assistenza sanitaria speciale come una patologia cronica. I risultati mostrano positivi miglioramenti a livello familiare in una vasta gamma di aree di funzionamento (salute mentale, genitorialità, comunicazione, problem solving).

Per quanto riguarda gli adulti molti sono gli studi che descrivono la correlazione tra i problemi della sfera psicologica e le problematiche neurologiche (Cieza A.; Anczewska M.; Ayuso-Mateos J.; Baker M.;Bickenbach J.; Chatterji S.; Hartley S.; Leonardi M.; Pitkänen T., 2015). In particolare nelle Sclerosi Multiple un recente studio di Pagnini F.; Bosma C.; Phillip D. e Langer E. (2014) ha messo in luce che interventi di sostegno psicologico hanno un impatto positivo sui sintomi della malattia quali la fatica, il dolore, la vitalità fisica e la qualità del sonno. Nelle SLA le linee guida nazionali parlano della necessità di un supporto psicologico professionale sia per le famiglie che per i pazienti e in particolare l’intervento psicologico attuato al momento della diagnosi.

In conclusione l’analisi della letteratura ha sottolineato le connessioni tra problemi psicologici e disabilità sia da parte del paziente che del care-giver e quanto questo possa compromettere il processo di cura e quindi il trattamento riabilitativo.

L’ impatto del sostegno psicologico sul percorso di riabilitazione fisioterapica

In un recente lavoro su professionisti impiegati nell’U.O. di Medicina Riabilitativa e Fisiatria Territoriale dell’area Età Evolutiva del Distretto di Fidenza da diversi anni (6% 3-5 anni di servizio, 32%  5-10 anni, 32% più di 10 anni e il 29% di più di 20 anni), L. Menta ha cercato di indagare, attraverso l’utilizzo di un questionario (costruito prendendo spunto da un sito specializzato sull’argomento e individuando elementi utili su altri questionari esistenti), l’impatto di un sostegno psicologico sul percorso fisioterapico. Lo scopo di questa ricerca è quello di indagare, in modo anonimo: il tipo di organizzazione e quindi il tipo di patologie trattate, l’eventuale necessità, da parte degli operatori, del sostegno psicologico durante il progetto/programma di riabilitazione fisioterapica, il tipo di emozioni esternate dai pazienti e l’influenza di esse sull’esito del trattamento riabilitativo. È stato somministrato a Fisioterapisti e Fisiatri che lavorano con adulti ed età evolutiva. I dati mostrano un’identificazione nella dimissione e nella diagnosi come i due eventi più critici di tutto il percorso dal punto di vista emotivo (in entrambi i casi per il 42% di essi).

Dal progetto è emerso che gli utenti manifestano le loro emozioni durante le sedute riabilitative e durante la fase di valutazione e questo influenza l’esito di esse; la quasi totalità degli operatori (93% degli intervistati), ritiene che sia necessario il supporto psicologico durante il progetto riabilitativo e che questo possa contribuire a una migliore gestione di esso e che il supporto psicologico potrebbe determinare una migliore compliance dei pazienti alle proposte riabilitative.

Ogni condizione di patologia organica, comporta una quota di stress personale e familiare, spesso amplificato dalle strategie con cui si affronta la malattia, e dalle modalità di relazione terapeutica adottate dall’equipe curante.

L’intervento psicologico è mirato a favorire il processo di accettazione e adattamento alla patologia, facilitando la relazione terapeutica con l’equipe curante, sostenendo il paziente sul piano emotivo, promuovendo l’assunzione di responsabilità individuale nel processo decisionale, ma contemporaneamente, sostenendo l’assunzione delle responsabilità di cura da parte dell’equipe. Solo in tal modo si può ottenere una relazione buona, ove esista uno scambio autentico, una reale condivisione delle scelte terapeutiche, pur mantenendo ruoli chiari e definiti: medico, infermiere, paziente. Lo psicologo contribuisce, dunque, alla realizzazione di un modello di cura che comprenda l’ascolto, maggiore attenzione alle esigenze personali e alla sofferenza emotiva del paziente, rendendolo più partecipe al proprio percorso terapeutico. Il lavoro col paziente e i familiari, d’altra parte, oltre ad offrire sostegno, favoriscono la comprensione delle esigenze terapeutiche (e organizzative ), con l’obiettivo di migliorare l’aderenza alle cure e mantenere, per quanto possibile, un’accettabile qualità della vita.

È da considerare inoltre che in Lombardia, si stanno attuando normative in materia e la Giunta Regionale ha inserito, nelle regole di sistema 2014, tra le norme di accreditamento per le strutture riabilitative, la figura dello psicologo come obbligatoria. In particolare, tra i requisiti organizzativi, nel caso delle “Aree Degenza Riabilitazione intensiva ad alta complessità” e “Riabilitazione intensiva” è richiesta la presenza di uno psicologo o un neuropsicologo per almeno 15 ore/settimana ogni 20 posti letto, mentre per area Degenza – “Riabilitazione estensiva”  è richiesta la presenza di uno psicologo o un neuropsicologo per almeno 10 ore/settimana ogni 20 posti letto.”.  (DELIBERAZIONE N° X / 1185 Seduta del 20/12/2013)

Passeggiare con il proprio cane rende felici?

Secondo una nuova ricerca dell’University of Liverpool, chi possiede un cane è anche motivato a passare del tempo con l’animale passeggiando all’aria aperta perché lo fa star bene.

 

Chi possiede un cane in salute trascorre più tempo all’aria aperta

Nello studio, i ricercatori hanno scoperto che chi possiede un cane tende a passare molto più tempo all’aria aperta, a camminare di più e ipotizzano i ricercatori che ciò potrebbe aumentare l’emozione di felicità anche grazie alle interazioni sociali che si instaurano grazie al loro amico a quattro zampe. Questi sentimenti di felicità, tuttavia, sono correlati al fatto che il padrone percepisce il cane come un animale sano e in grado di godere della passeggiata. Viceversa, la percezione di avere un cane pigro o troppo vecchio, ridurrebbe la motivazione ad uscire fuori per camminare.

Il Dottor Carri Westgarth, ricercatore presso l’Università di Liverpool, ha dichiarato che i fattori che motivano e aumentano il desiderio del cane a camminare sono numerosi e complessi, ma sappiamo che possono correlarsi anche a modalità di comportamentali ed emotive dell’uomo.
Circa otto milioni di famiglie del Regno Unito possiedono un cane, quindi per un numero sempre maggiore di persone portare il cane a spasso è un’attività quotidiana. Chi possiede un cane generalmente è più attivo fisicamente rispetto a chi non può godere di tale privilegio.

I benefici di una passeggiata col proprio cane

Se si portasse fuori il cane per almeno 30 minuti al giorno, ogni giorno, si supererebbero facilmente i 150 minuti di attività fisica settimanale (la minima consigliata per promuovere un buono stato di salute).

Il Dottor Westgarth ha aggiunto che è chiaro ed evidente che uscire fuori per camminare soddisfa le esigenze emotive del padrone come anche quelle del proprio cane. Sarebbe importante sensibilizzare maggiormente la popolazione su questo argomento e soprattutto sui benefici sia a livello fisico che emotivo, che si riscontrano nel possedere un cane.

I comportamenti impulsivi e disregolati derivano da una scelta volontaria? – Coscienza e comportamento

Anche i paradigmi teorici che considerano la maggior parte delle azioni come governate da impulsi automatici e inconsci riconoscono che la coscienza possa avere una certa influenza tale da interrompere o prevenire azioni fortemente automatizzate (Baumeister, Masicampo & Vohs, 2011). Occorre una premessa: l’impatto di componenti neurochimiche o basate sulla relazione di attaccamento o sul condizionamento comportamentale su risposte automatizzate o coscienti non è escluso. Tuttavia l’interesse principale riguarda il modo in cui processi automatici e coscienti interagiscono nel governare il comportamento.

 

L’abbandono del controllo può derivare da una scelta consapevole?

Un altro aspetto interessante riguarda gli studi su come un comportamento apparentemente incontrollato (impulsivo o disregolato) possa essere l’oggetto di una scelta volontaria. In particolare, ci si riferisce a tutti i comportamenti come il consumo di alcool, sostanze stupefacenti ma anche immersione in attività come l’alimentazione o la sessualità che mostrano una componente gratificante e/o fortemente distraente (Caselli & Spada, 2015).

Molti approcci teorici considerano questi comportamenti come il risultato di una motivazione inconscia, di un apprendimento o frutto di uno sbilanciamento neurochimico di circuiti cerebrali. Tutte queste componenti hanno certamente un ruolo che spesso viene riconosciuto all’interno della vasta gamma di fattori predisponenti o moderatori del comportamento (Robinson & Berridge, 1993) oppure fattori che hanno un impatto diretto sulla decisione individuale. È meno chiaro quanto siano considerati dall’individuo all’interno del processo decisionale e quanto siano vincoli che governano la decisione al di là della volontà. Ma l’abbandono del controllo cosciente può essere una scelta consapevole?

Le sostanze psicoattive come modalità di autoregolazione volontaria per fuggire da stati di coscienza dolorosi

Diverse ricerche e parecchi modelli teorici mostrano come l’abbandono del controllo sia spesso un’attività consapevole guidata dallo scopo di ridurre stati interni di disagio oppure staccare la mente da pensieri fastidiosi e preoccupazioni (funzione autoregolatoria dell’uso di sostanze). Si tratterebbe quindi di abbandonare la coscienza per trovare sollievo e la sostanza sarebbe un mezzo utile anche se non necessario. La riduzione dello stato di coscienza non sembra necessariamente connesso all’atto o alle caratteristiche psicoattive della sostanza. Il picco di riduzione della tensione corporea avviene subito dopo la presa di decisione e prima dell’inizio del consumo della sostanza vero e proprio. Non sono tanto il cibo o l’alcool a ridurre la coscienza e la tensione, ma la scelta di concentrarsi sul cibo o sull’alcool o su un qualsivoglia oggetto desiderato e cercare di raggiungerlo.

Questo rivela come la strategia più comune e rapida per ridurre la coscienza sia restringere il fuoco dell’attenzione sull’immediato presente e su stimoli concreti dell’ambiente (Baumeister, 1990). Quindi è possibile abbandonare il controllo cosciente anche senza l’uso di sostanze psicoattive. Queste possono essere sostituite da attività assorbenti che catturano completamente l’attenzione. L’immersione in simili attività può essere quindi una scelta cosciente per fuggire da stati di coscienza dolorosi (Caselli et al., 2010; Heatherton & Baumeister, 1991; Hull, 1981). Concentrarsi su aspetti concreti è un modo rapido per evitare pensieri astratti, significati elaborati o autovalutazioni o implicazioni a lungo termine. La consapevolezza è ridotta ai movimenti, alle sensazioni del presente e a prefigurazioni desiderate e concrete. Questa prospettiva mentale che abbiamo definito rimuginio desiderante (Caselli & Spada, 2010, 2015) può anticipare il comportamento vero e proprio e nel breve termine essere anche una fonte di riduzione della tensione, una via cognitiva attraente per fuggire da preoccupazioni, minacce e pressioni.

Anche in questo caso i comportamenti apparentemente disregolati, impulsivi (automatici) possono essere modalità di autoregolazione volontaria che mirano a ridurre i livelli di coscienza.

L’alta autoconsapevolezza presente nei binge eaters

Vediamo quello che accade nei binge eaters: persone che tendono ad effettuare frequenti abbuffate. Diversi studi hanno mostrato che il fattore predisponente di maggiore impatto è un’alta tendenza all’autoconsapevolezza (self-consciousness, Heatherton & Baumeister, 1991). L’episodio di binge eating si realizza con maggior frequenza nel momento in cui vi è un calo di consapevolezza in una persona mediamente eccessivamente consapevole. I binge eaters mostrano segni di alta autoconsapevolezza, soprattutto pubblica, vale a dire sono molto attenti al modo in cui possono apparire agli occhi degli altri. Questa forma di costante attenzione all’immagine pubblica è (1) faticosa e (2) aumenta l’esposizione a maggiori pensieri negativi (minacce per l’autostima) e possibili processi ruminativi. L’esito è una maggior vulnerabilità a emozioni negative come ansia e depressione, sia per il più frequente senso di minaccia, sia per la tendenza alla ruminazione, sia per la fatica mentale del controllo.

L’eccesso di autoconsapevolezza (e le sue controparti di ruminazione e controllo; Sassaroli e Ruggiero, 2003) e le sue conseguenze, motivano le persone a scegliere di abbandonare il controllo per (1) uscire dalla fatica dello sforzo autoconsapevole costante, (2) ridurre il malessere che si accompagna alla coscienza dei pensieri negativi e al perseverare della ruminazione mentale (Spada et al., 2015; Caselli & Spada, 2015).

I binge eaters possono cercare di rimuovere pensieri negativi dalla coscienza restringendo il fuoco attentivo. Questo ha una conseguenza principale: la rimozione delle inibizioni. In una condizione in cui la coscienza è tenuta a basso livello, diventa impossibile monitorare in modo adeguato il consumo di cibo e identificare quei segnali (e.g. sazietà, sollievo) che ci dicono che l’obiettivo è stato raggiunto o anche solo prendere in considerazione una serie di altre informazioni che potrebbero influenzare la nostra decisione (es. conseguenze negative a lungo termine come la colpa del giorno dopo). In conclusione è possibile che la perdita di controllo sia un comportamento almeno in parte determinato da un processo consapevole e volontario.

È piuttosto arduo sostenere che le persone siano motivate a danneggiarsi. Forse questa è una delle ragioni che storicamente ha condotto in auge una prospettiva di deficit per cui: le persone si danneggiano perché non hanno la capacità di autocontrollo sufficientemente sviluppata. Dare questa spiegazione dei comportamenti autodistruttivi non significa necessariamente attribuire all’ individuo una volontà inconscia di danneggiarsi. In questo senso due precisazioni sono d’obbligo: (1) la motivazione non è ferirsi o danneggiarsi ma tenere lontano dalla coscienza pensieri negativi, (2) la volontarietà è innanzitutto intesa come volontà di uscire dalla fatica imposta da uno stato di iper-coscienza prima di intenderla come volontà di ferirsi con gli impulsi che emergono una volta che abbandoniamo la coscienza.

 


Coscienza & Comportamento:

1 – Libero dalla coscienza o libero arbitrio? Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci – Introduzione

2 – Emozioni, attenzione e controllo cosciente delle azioni – Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci

3 – I comportamenti impulsivi e disregolati derivano da una scelta volontaria?

4 – Come le convinzioni sul controllo influenzano il comportamento


La Mindfulness riduce stress e glicemia nelle donne

Un programma di riduzione dello stress basato sulla consapevolezza (Mindfulness Based Stress Reduction – MBSR) della durata di 8 settimane, non solo riduce lo stress, ma è in grado anche di abbassare la glicemia. È quanto emerge da uno studio curato da Nazia Raja-Khan, della Penn State College of Medicine di Hershey, Pennsylvania (USA) e pubblicato dalla rivista Obesity.

 

Gli effetti benefici della MBSR nel ridurre lo stress e la glicemia

La MBSR, un programma intensivo di formazione guidato da un istruttore, comprende meditazione, consapevolezza del corpo e altre tecniche che aiutano a ridurre l’ansia. È stato sviluppato alcuni decenni fa da John Kabat-Zinn professore presso la University of Massachusetts Medical School per aiutare i pazienti a gestire il dolore durante i trattamenti contro il cancro e altre gravi malattie. Questa tecnica ha dato risultati positivi e ne è stata ipotizzata l’efficacia anche nella riduzione delle malattie cardiache in individui in sovrappeso oppure obesi.

Per valutare questo aspetto, i ricercatori guidati da Nazia Raja-Khan (1) hanno diviso 86 donne, con un indice di massa corporea superiore a 25, in due gruppi: il primo ha ricevuto otto settimane di MBSR, il secondo un programma di educazione sanitaria incentrato sulla dieta e l’esercizio fisico. Entrambi i gruppi sapevano che l’obiettivo principale dello studio era la riduzione dello stress. Dopo 8 e dopo 16 settimane i ricercatori hanno analizzato i cambiamenti dei livelli di stress, dell’umore, della qualità della vita e del sonno. Sono stati anche valutati pressione sanguigna, glicemia, peso e altri parametri.

Dopo otto settimane, il gruppo MSBR presentava un netto miglioramento della consapevolezza e della diminuzione dello stress rispetto al gruppo che ha eseguito dieta ed esercizio fisico. La percezione di stress è rimasta più bassa nel gruppo MBSR anche dopo 16 settimane. Le donne del gruppo MBSR mostravano inoltre riduzione dei livelli di  zucchero nel sangue dopo 8 e 16 settimane mentre le donne del gruppo di educazione sanitaria non mostravano nessun cambiamento del profilo glicemico. Entrambi i gruppi avvertivano nel complesso minore stress psicologico, meno ansia e sonno migliore, ma non si sono registrati diminuzioni dei parametri infiammatori e/o del livello di colesterolo. Inoltre nessuno nei due gruppi aveva perso peso e le risposte all’insulina non apparivano migliorate.

In conclusione, donne con sovrappeso o obesità, dopo MBSR, hanno presentato riduzione significativa dello stress e hanno avuto effetti benefici sulla glicemia. Studi futuri che dimostrano i benefici cardiometabolici a lungo termine del MBSR saranno fondamentali per l’istituzione della MBSR come strumento efficace nella gestione dell’obesità.

Vagare con la mente quando guidiamo, quanto è pericoloso?

La disattenzione dei conducenti è un fattore importante per gli incidenti stradali e soprattutto per quanto riguarda gli incidenti mortali. Le fonti più evidenti di distrazione sono esterne, come telefoni o altri dispositivi mobili, ma molti incidenti si verificano senza ovvie distrazioni esterne.
Il vagare con mente o sognare ad occhi aperti è una forma di distrazione, nella quale chi guida inizia a fantasticare e a spostare l’attenzione dalla guida ai propri pensieri.

 

Sognare ad occhi aperti alla guida è molto frequente

In un nuovo studio è stato dimostrato che sognare ad occhi aperti durante la guida è molto comune. I volontari che hanno partecipato a questa ricerca hanno dichiarato che sognare ad occhi aperti si verifica per il 70 per cento del tempo in cui guidano.

Utilizzando misure elettrofisiologiche, i ricercatori hanno affermato di poter identificare i cambiamenti specifici nei modelli cerebrali quando i volontari erano nella fase del “sogno ad occhi aperti”.

La disattenzione dei conducenti è un fattore importante per gli incidenti stradali e soprattutto per quanto riguarda gli incidenti mortali. Le fonti più evidenti di distrazione sono esterne, come telefoni o altri dispositivi mobili, ma molti incidenti si verificano senza ovvie distrazioni esterne.
Il vagare con mente o sognare ad occhi aperti è una forma di distrazione, nella quale chi guida inizia a fantasticare e a spostare l’attenzione dalla guida ai propri pensieri.

Ma per garantire un buon livello di sicurezza, i guidatori dovrebbero rimanere concentrati per poter rispondere rapidamente a eventi imprevisti.

Gli effetti sul cervello della distrazione alla guida

In questo nuovo studio, pubblicato in “Frontiers in human Neuroscience”, i ricercatori hanno chiesto a un gruppo di volontari di utilizzare un simulatore di guida, collegandosi ad un sistema di monitoraggio elettrofisiologico, per misurare l’attività elettrica del loro cervello. Per cinque giorni consecutivi, i volontari hanno avuto il compito di eseguire due simulazioni di guida di 20 minuti lungo un tratto monotono di autostrada diritta ad una velocità costante. Tra i due compiti giornalieri, hanno completato un test scritto per simulare l’effetto di stanchezza mentale di un giorno di lavoro.

Durante l’esperimento, i volontari hanno sentito un allarme a intervalli casuali, e ogni volta che questo allarme suonava dovevano indicare su tablet o su computer se la loro mente fosse stata distratta proprio prima di sentire l’allarme.

Abbiamo scoperto che durante la guida simulata, le menti della gente “vagavano” molto, alcuni per periodi superiori al 70 per cento del tempo totale“, ha detto il dottor Carryl Baldwin della George Mason University, che era coinvolto nello studio.

Lo studio ha scoperto che le menti dei partecipanti erano più propense a fantasticare nel secondo percorso della simulazione, ovvero la strada che portava a casa dopo il lavoro.

Secondo i risultati, in media i guidatori erano consapevoli dei loro sogni ad occhi aperti solo il 65 per cento del tempo.
I ricercatori hanno riferito di poter anche rilevare direttamente il ”fantasticare” dall’attività cerebrale dei volontari.
Siamo stati in grado di individuare i periodi nei quali la mente vagava attraverso distintivi modelli cerebrali elettrofisiologici, alcuni dei quali addirittura indicavano che i conducenti erano probabilmente meno ricettivi agli stimoli esterni”, ha detto Baldwin.
Che cosa significa? La mente è pericolosa, e se è così, possiamo smettere di farlo?

Perdersi nei propri pensieri può essere una parte essenziale dell’esistenza umana ed è inevitabile“, ha detto. “Può essere un modo per ripristinare la mente dopo una lunga giornata in ufficio. Ciò di cui non siamo ancora sicuri è quanto sia pericoloso durante la guida. Abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per scoprirlo.”
In termini di miglioramento della sicurezza in futuro, un’opzione potrebbe essere creare sistemi di trasporto autonomi, come autovetture che permettono di “auto-guidarsi, ma che siano anche in grado di ricatturare la nostra attenzione quando necessario”.

Thirteen Reasons Why: i vissuti psicologici dietro al suicidio di Hannah Baker – Recensione della serie

Preceduta dal gran successo ottenuto dal libro, Thirteen reasons why di Jay Asher, con protagonista Hannah Baker, la serie televisiva omonima prodotta da Netflix è stata anticipata da grandi attese. Se le tematiche affrontate sono tutt’altro che leggere, la serie non manca di artifici narrativi degni del migliore giallo.

 

Preceduta dal gran successo ottenuto dal libro, Thirteen reasons why di Jay Asher, la serie televisiva omonima prodotta da Netflix è stata anticipata da grandi attese. L’adattamento dell’opera di Asher mantiene le promesse in termini di popolarità, con più di 11 milioni di mentions dopo appena un mese dal suo rilascio.

Se le tematiche affrontate sono tutt’altro che leggere, bullismo, violenza, discriminazione, abuso di sostanze, la serie non manca di artifici narrativi degni del migliore giallo: suspense, colpi di scena, ironia, il tutto condito con una sapiente regia e fotografia e senza stravolgere la trama originaria del romanzo.

THIRTEEN REASONS WHY – GUARDA IL TRAILER:

https://www.youtube.com/watch?v=kHUe5oBvfHI

Thirteen reasons why – La trama

Hannah Baker è una 16enne studentessa del Liberty High School, da poco arrivata in città. Era, perché fin dai primi minuti sappiamo che la ragazza si è suicidata da pochi giorni, che i suoi compagni sono sconvolti e che l’evento appare inspiegabile. Dopo poco però scopriamo che un senso c’è, che il gesto è stato non solo premeditato ma anche studiato a tavolino: Hannah ha lasciato infatti 7 cassette che, nello svolgersi delle puntate, una per ogni lato della cassetta, ci faranno scoprire dettagli sulla sua vita e sulle sue motivazioni. Ogni lato di ogni cassetta racconta una storia che ha per protagonista lei e un altro personaggio. Le cassette sono numerate perché c’è un ordine nell’ascolto, una escalation nelle motivazioni e nei vissuti, nelle violenze e nella disperazione, un percorso che porta Hannah Baker verso una scelta di non ritorno.

Curiosa la scelta del mezzo con cui Hannah Baker decide di incidere le sue parole, le vecchie musicassette ormai in pensione da anni considerando che la serie è ambientata nel 2017. Questa scelta inusuale, voluta dalla stessa Hannah, si accompagna ad un’altra altrettanto desueta: assieme alle cassette Hannah Baker ha lasciato una mappa cartacea, su cui ha segnato con delle crocette dei punti che nello svolgersi della storia saranno delle tappe esplicative. Questo ritorno al passato, potremmo dire anche questo tocco vintage data l’età della ragazza, ci comunica che c’è un pensiero dietro al gesto, una ricercatezza fin troppo leziosa. Un prendere le distanze dal mondo a cui sente di non appartenere, quello dei suoi coetanei fatto di smartphone e cuffie beats, a cui pure non è estranea. Del resto la vediamo arrotondare con un lavoretto pomeridiano altrettanto vintage, vende infatti pop corn nel cinema della città, il Crestmont, e assieme a lei Clay, altro protagonista della serie e altra figura ‘diversa’ rispetto agli altri.

I vissuti di Hannah Baker – uno sguardo psicologico alla serie

Da spettatore di Thirteen reasons why e si viene catapultati in una sorta di thriller, si vede la serie tutta d’un fiato per i continui colpi di scena inattesi che tengono viva la curiosità. Da psicologo la visione lascia nella mente la eco di una nota stonata. Quello che non convince è proprio tutto quello che dovrebbe andare oltre il romanzo e andare a toccare nel vivo i problemi. Ma è proprio quello che sembra non fare, anzi. Saltando con disinvoltura da un tema all’altro e non toccandone mai uno nel profondo si ha l’impressione che gli accadimenti di Thirteen reasons why siano funzionali solo a mantenere alta la suspense. Inoltre la presenza di personaggi altamente stereotipati non aiuta a rendere il tutto più credibile (il ricco, borioso, viziato, cattivo; il belloccio quarterback che sembra cattivo ma poi scopriamo avere la madre alcolizzata e la figura paterna assente; la perfettina della scuola che nasconde la sua omosessualità; le cheerleader che sono delle ochette alla mercé dei giocatori di football; il bravo e buon ragazzo che muore in un incidente, lo ‘sfigato’ invisibile ma intelligente e sensibile). Si finisce per non prendere sul serio i temi seri e per prendere sul serio gli aspetti futili di qualsiasi teen drama.

Hannah Baker inizialmente attira anche una certa sensazione di fastidio perché sembra sia lei stessa ad esasperare avvenimenti del resto non così drammatici, non così gravi, portando paradossalmente anche noi spettatori a sminuire il suo vissuto. Perché anche di vissuto si tratta, non solo di eventi oggettivamente dannosi.
Quasi del tutto inedita in letteratura questa accentuazione di desiderio di vendetta da parte della vittima, quanto piuttosto di senso di vergogna e colpa che la accompagna, cose che aumentano il rischio di suicidio, come illustrato dalla recente meta analisi di Holt e colleghi (2015).

Hannah vive intensamente quello che le accade e con queste cassette lascia la sua vendetta che sa avrà conseguenze serie, lascia a tutti i coprotagonisti dei racconti un turbinio di sensi di colpa, rimuginio, ansia che si manifestano con abuso di sostanze (alcol e marijuana) e, in altri casi, con meccanismi di rimozione. Ma alla fine tutti capiranno che le loro azioni hanno un peso anche quando le compiono con leggerezza. Il disimpegno morale con condotte di ‘spegnimento’ momentaneo del giudizio morale viene sgretolato quando, ascoltate le cassette, si fanno i conti con i fatti, la realtà.

Senza dubbio si tratta di una serie corale, laddove ogni avvenimento si genera e si evolve in una serie di relazioni e non potrebbe svolgersi altrimenti. Ogni personaggio di Thirteen reason why, anche secondario, concorre a favorire, ostacolare, avallare e in ogni caso prende parte alle azioni, in una vicenda in cui ogni tassello è determinante.

Anche questo sottolineare il concorso di colpe ci ricorda che laddove c’è una vittima di bullismo, c’è qualcuno che è il bullo, ci sono i complici, ci sono gli spettatori, ci sono figure di riferimento assenti o inadeguate a gestire o anche solo a notare la situazione.

L’obiettivo dichiarato della serie è quanto mai ambizioso e mirabile, ovvero puntare i riflettori su un fenomeno ancora troppo sommerso e sfuggevole. Ma anche un po’ pretenzioso, dato che i temi affrontati sono tanti e complessi. Hannah Baker è vittima di cyberbullismo e bullismo, discriminazione sessuale, e, infine, di violenza sessuale. Ma non solo, è vittima anche di una violenza più sottile e meno manifesta, come l’indifferenza dei genitori e la disconferma dello psicologo della scuola nell’unico momento in cui, esasperata, cerca apertamente conforto in una figura adulta di riferimento.

Nota di pregio di Thirteen reason why è il porre l’attenzione al bullismo e in generale ad espressioni di disagio in età evolutiva come fenomeni compositi e complessi, che vanno affrontati su più fronti e più livelli. Non si può prescindere dall’intervento degli adulti, delle figure di riferimento (insegnanti, coach) e dei compagni stessi, ma nemmeno si può eludere un confronto con i ragazzi, con cui lavorare in percorsi di aumento di responsabilità e comprensione delle possibili conseguenze, da cui non possono prescindere percorsi di intervento e prevenzione (Cook et al., 2010). Gli Autori evidenziano come i fattori predittivi possano essere di natura individuale e contestuale, e sulla base di queste riflessioni andrebbero creati modelli di intervento multicomponenziali.

C’è ancora molto da fare, c’è ancora molto da definire e migliorare in termini di interventi e ricerca, ancora molto eterogenea in termini di costrutti indagati e analisi (e.g. Jiménez-Barbero et al., 2016), ma è grazie a prodotti come Thirteen reasons why che si riesce a smuovere anche l’opinione comune su problematiche che sono vicine a noi, più di quanto pensiamo.

 

Comportamenti di sicurezza tra i pazienti con disturbo di panico: una nuova lista per identificarli con maggior precisione

comportamenti di sicurezza sono quei comportamenti agiti in una situazione ansiogena, senza cui l’ ansia aumenterebbe in maniera sostanziale. Pertanto, sebbene si resti nella situazione temuta, in realtà la si sta ancora evitando.

 

Ansia: tra evitamento ed esposizione

La relazione tra ansia ed evitamento fobico ha ricevuto considerevole attenzione negli ultimi quarant’anni. L’evitamento e la fuga possono presentarsi in risposta a pericoli e paura, e a loro volta, tali risposte possono mantenere le credenze fobiche. Per contro, la teoria dell’apprendimento ci insegna che l’esposizione a stimoli fobici comporta la riduzione dell’ ansia. Questo processo è meglio noto come “abituazione”. L’esposizione viene ritenuta un trattamento altamente efficace per i disturbi di panico e fobia sociale.

Tuttavia, in alcuni pazienti fobici, i miglioramenti ottenuti con la sola esposizione sembrano relativamente modesti. Ad esempio, sebbene i soggetti con fobia sociale si trovino ripetutamente esposti a situazioni sociali durante la vita quotidiana, essi non sembrano mostrare una forte riduzione dell’ ansia. Si ipotizza che il fattore di mantenimento dell’ ansia siano i comportamenti di sicurezza, agiti all’interno della situazione ansiogena (Clark et al.2006).

comportamenti di sicurezza sono quei comportamenti agiti in una situazione ansiogena, senza cui l’ ansia aumenterebbe in maniera sostanziale. Pertanto, sebbene si resti nella situazione temuta, in realtà la si sta ancora evitando. Questi comportamenti di sicurezza funzionano come un amuleto. I comportamenti di sicurezza utilizzati spesso dalle persone con attacchi di panico includono: evitare di andare in giro senza i farmaci in borsa (anche se non li prendono mai o raramente); assicurarsi di avere il cellulare con sé quando ci si allontana da casa; stare vicino all’uscita quando si prende un autobus o il treno (Nakano et al.2008).

Salkovskis e colleghi (1991) ritengono che i comportamenti di sicurezza agiti nelle situazioni ansiogene giochino un ruolo importante nel mantenere l’ ansia, nonostante l’esposizione, poiché essi impediscono alle persone di confrontarsi direttamente con la disconferma delle loro credenze catastrofiche ed irrazionali. Per esempio, un soggetto con fobia sociale che evita lo sguardo dell’altro per timore di essere notato e deriso, probabilmente pensa “sono riuscito ad evitare di essere notato e di essere considerato strano, perché ho evitato lo sguardo altrui”. Impegnarsi in comportamenti di sicurezza mette al riparo le persone dalle loro minacce percepite, compromettendo però la possibilità di scoprire quanto siano in realtà improbabili le catastrofi immaginate. Se i pazienti continuano ad usare comportamenti di sicurezza per “prevenire” il danno, il nesso logico con la minaccia percepita si rafforza e l’esposizione agli stimoli fobici finisce per distorcere ulteriormente la credenza.

Comportamenti di sicurezza e disturbo di panico

Poche ricerche si sono occupate di esaminare i comportamenti di sicurezza nel disturbo di panico. Nel caso del panico, l’attacco si manifesta come risultato dell’errata interpretazione delle sensazioni corporee che si accompagnano normalmente all’ ansia, che vengono identificate come pericolose.

Salkovskis e colleghi (1996) elencarono 10 tipici comportamenti di sicurezza e chiesero a più di 100 soggetti con disturbo di panico quanto spesso ricorressero a tali comportamenti quando si sentivano ansiosi. Successivamente, correlando l’uso dei comportamenti di sicurezza con le cognizioni catastrofiche, identificarono diverse ipotetiche associazioni teoriche. Ad esempio, una persona che teme di svenire è probabile che si aggrappi a qualcosa, mentre una persona che teme un attacco di cuore si asterrà dall’esercizio fisico.

I comportamenti di sicurezza possono essere molto subdoli e idiosincratici. Ad esempio, mentre alcuni soggetti che temono le palpitazioni evitano di bere alcolici, altri possono bere per ridurre la loro ansia in pubblico. Per i primi soggetti, evitare l’alcool è un comportamento di sicurezza, mentre per i secondi il consumo di alcool è un comportamento di sicurezza. La personale visione di ciò che è catastrofico determina quale azione sia un comportamento di sicurezza. In maniera simile, alcuni soggetti preferiscono fare shopping in posti affollati, sentendosi più sicuri quando vi sono attorno molte persone disponibili, mentre altre entrano nei negozi soltanto quando vi sono pochissime persone presenti, ad esempio la mattina presto o la sera tardi, poiché possono evitare di essere visti qualora avessero un attacco di panico.

Molti comportamenti di sicurezza non sono immediatamente riconoscibili (si parla di comportamenti “covert”), come l’avere nel portafoglio abbastanza soldi per assicurarsi che siano pronti qualora succeda qualcosa, assicurarsi di portare il telefono cellulare o che qualcun’ altro sia a casa mentre il soggetto è fuori.

Tutti questi comportamenti sono normali nel senso che possono verificarsi quotidianamente nella vita di chiunque, ma è il processo cognitivo del paziente che rende queste azioni dei comportamenti di sicurezza. Per identificare correttamente i comportamenti di sicurezza “covert” sembrano essere necessari ben più di 10 elementi elencati da Salkovskis e colleghi.

Una recente ricerca, svolta da Funayama e colleghi presso l’università di Kyoto, pubblicata nel 2013, ha individuato una lista di 25 comportamenti di sicurezza più frequentemente riportati dai soggetti con disturbo di panico, e li ha correlati con i sintomi ansiosi, le situazioni agorafobiche e le risposte al trattamento di tali soggetti.

A 46 pazienti, partecipanti ad un trattamento cognitivo comportamentale di gruppo per il disturbo di panico, fu consegnata la lista di comportamenti di sicurezza sviluppata dagli autori in base alle esperienze con pazienti con disturbo di panico. La lista conteneva 25 item, a cui i pazienti potevano aggiungere ulteriori comportamenti agiti e non presenti in elenco. La lista comprendeva: portarsi dietro i farmaci, distrazione dell’attenzione, portarsi dietro una bottiglia di plastica, bere acqua, focalizzare l’attenzione su qualcosa, portarsi dietro il cellulare, assicurarsi della posizione delle uscite, cercare di stare assieme a qualcuno, cercare una via di fuga, sedersi vicino alla porta sul treno o in autobus, rimanere fermi, portare soldi extra, aggrapparsi a qualcosa, accovacciarsi, aprire la finestra, muoversi lentamente, chiudere gli occhi, leggere un libro o una rivista, spingere il carrello mentre si fa shopping, muoversi, ascoltare musica dalle cuffie, chiedere aiuto, prendere le medicine prima di uscire, tenersi a qualcuno, controllare i movimenti di braccia e gambe.

Altri comportamenti aggiunti dai soggetti furono: canticchiare a bassa voce, portarsi dietro asciugamani e salviette per le mani, portare dietro carta d’identità e patente, esporsi al vento, incrociare le gambe, bere alcol, evitare alcol, fumare, prendere più vestiti, evitare di mangiare prima di uscire, studiare la via del ritorno e controllare il calendario, guidare da soli, camminare veloci, portarsi dietro un ventaglio, portarsi dietro un piccolo snack, cercare un lavandino, incrociare le braccia, dormire, fare una doccia, evitare gli angoli della stanza, dormire a pancia in giù, guardare la tv, controllare l’agenda del partner, giocare sul cellulare, portarsi dietro un paio di slip, camminare con lo sguardo basso.

Aver dietro i medicinali (n=29), distrarre l’attenzione (n=27), portare una bottiglia di plastica (n=24) e bere acqua (n=23) furono riportati da più della metà dei pazienti. Le più forti correlazioni tra sintomi del panico e comportamenti di sicurezza furono rilevate tra l’evitare i sintomi di derealizzazione ascoltando musica con le cuffie, prevenire le parestesie spingendo il carrello durante lo shopping, evitare il senso di nausea accovacciandosi o restando fermi. L’associazione più forte tra situazioni agorafobiche e comportamenti di sicurezza fu rilevata tra la paura di prendere un autobus o un treno da soli e il bisogno di muoversi. Riuscire a rimanere fermi è indice di risposta positiva al programma di CBT, mentre il cercare di concentrarsi su altro predice una scarsa risposta al trattamento (Funayama et al. 2013).

La ricerca, sebbene limitata, ha posto le basi per lo sviluppo di linee guida nell’identificazione dei comportamenti di sicurezza tra soggetti con disturbo di panico, e potrebbe essere uno strumento d’aiuto ai clinici per fornire trattamenti CBT ancor più individualizzati ed efficaci.

La psicologia di Internet (2017) di Patricia Wallace – Recensione del libro

Patricia Wallace nella sua seconda edizione de La psicologia di Internet racconta come la rivoluzione di Internet sia giunta a influenzare e cambiare le nostre abitudini di comportamento, le regole si comunicazione e i rapporti tra le persone “in modi talvolta curiosi“.

 

Nel 1999 Patricia Wallace – insegnante della Graduate School del Maryland University College studiosa in materia di psicologia delle relazioni e dell’apprendimento – pubblica la prima edizione de Psicologia di Internet. Per dare al lettore un’idea del contesto, nel 1999 Mark Elliot Zuckerberg era studente di liceo e ancora non si sospettava cosa avrebbe mai ideato pochi anni dopo.

Instagram, come molti altri social ora in voga, non era nemmeno allo studio, sarà lanciato infatti undici anni dopo. Le librerie erano ancora principalmente fatte di muri e persone e se ti serviva comprare qualcosa cercavi il negozio più vicino non il pc o la Wi-Fi per un rapido acquisto online.

Internet rappresenta un ambiente completamente nuovo per il comportamento sociale e l’autrice de La psicologia di Internet ha continuato a studiarlo in tutte le sue manifestazioni e prodotti e come ci spiega:

Abbiamo avuto migliaia di anni di evoluzione per prendere confidenza con le interazioni umane in situazioni a faccia a faccia, ma appena due decenni per il mondo online diffuso su larga scala, e ora è il luogo, dove si svolge molta dell’interazione umana, con strumenti del tutto diversi (….) Non solo manca il contatto faccia a faccia, ma c’è anche la distanza fisica, l’incertezza sul pubblico che ci vede e ci ascolta, la percezione dell’anonimato, la mancanza di un feedback immediato e gli strumenti di comunicazione che usiamo si basano principalmente su testo e immagini. Al tempo stesso Internet è un motore senza precedenti di innovazione, connessione e sviluppo umano.


Ricordiamo il significato del termine Internet? Dal punto di vista tecnico è definito come un sistema globale di reti di computer interconnesse, che fanno uso dello stesso protocollo di comunicazione. L’obiettivo del libro La psicologia di Internet è soprattutto fornire un’analisi degli aspetti psicologici di qualunque situazione in relazione a mezzi digitali e ai nuovi ambienti virtuali.

Gli ambienti d’internet cambiano e si evolvono molto rapidamente, per cui non è possibile mantenere uno schema classificatorio fisso. Si può però creare uno schema del genere basato su caratteristiche specifiche che possono influenzare il comportamento umano.

La psicologia di Internet: quali sono gli ambienti internet di maggior uso comune?

Il web: ricordiamo la definizione? World Wide Web è il primo ambiente online, che è stato reso disponibile a milioni di persone. Il web è considerato una fonte d’informazioni molto importante.

La faccia oscura di Internet: il Deep Web e il Dark Web. Il Deep Web è molto più esteso del Web di superficie. La maggior parte del materiale è in database accessibile solo agli utenti che sono in grado di inserire gli opportuni termini di ricerca. Il Dark Web è una sottosezione del Deep Web, in altre parole i siti che sono invisibili ai motori di ricerca che scansionano il Web di superficie e richiedono un’autorizzazione o software dedicati. Spesso queste piattaforme sono sfruttate a sfondo criminale, per evitare la censura, e per commettere atti illeciti.

Un altro ambiente degli utenti della rete è la posta elettronica, memorizziamo gli indirizzi email delle persone che incontriamo più degli indirizzi di casa.

I forum di discussione asincrona sono ambienti che permettono uno scambio continuato, in cui le persone partecipano a discussioni su un argomento. Quest’ultime possono durare poche ore, oppure anche arrivare a durare settimane. I forum di discussione asincrona possono utilizzare piattaforme diverse: indirizzi di posta elettronica e sistemi di bacheca elettronica.

Le piattaforme più amate dai teenagers sono certamente le chat sincrone e di messaggistica istantanea, permettono o di riprodurre una conversazione in tempo reale usando solo parole digitate su una tastiera.

I blog sono siti che sono aggiornati continuamente con nuovo materiale e che permettono ai lettori di esprimere la propria opinione mediante commenti. La maggior parte dei contenuti è informale.

I social network: la vera rivoluzione in materia di rapporti interpersonali; forniscono la possibilità di costruire un proprio profilo e di connettersi con familiari, amici, colleghi e altre persone. I social network permettono di scrivere post su una bacheca centrale, ma anche di inviare messaggi come se fossero normali SMS. Sono social network anche i siti utilizzati per la condivisione di contenuti (YouTube, Flickr, Instagram e Snapchat). Insomma creiamo e manteniamo relazioni umane, attraverso una macchina e senza un umano davanti a noi…o almeno non necessariamente. In particolare Twitter è un social network, dove gli utenti possono scambiarsi messaggi e aggiungere altri contenuti mediali. Ogni utente può accumulare followers (persone che lo seguono) che vede tutti i suoi messaggi di testo. Qui, gli utenti possono seguire chiunque, senza bisogno dell’approvazione della richiesta d’amicizia. La convenzione dell’hashtag facilita la ricerca dei messaggi tramite parole chiave.

I messaggi WhatsApp, simili a Twitter, sono dei brevi che la maggior parte dei destinatari legge non appena arrivano, spesso interrompendo quello che stanno facendo senza nemmeno avere la percezione di essersi distratti.

Internet fa perdere tempo?

Questa domanda è il titolo che Wallace sceglie per il capitolo undicesimo del suo libro La psicologia di Internet. Spesso i ricercatori ci chiedono di misurare per quanto tempo siamo connessi, ma se abbiamo internet al polso, per misurare passi e calorie, e lo smartphone in tasca per i messaggi, la posta elettronica o altro, di fatto, siamo connessi 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Certo la connettività ubiquitaria ha molti vantaggi e aumenta la nostra efficacia: posso fare la spesa su un’App mentre sono in metropolitana e sto andando in studio, posso terminare un articolo mentre sto attendendo il treno lavorando in condivisione con il collega che è rimasto in ufficio e molte altre cose ancora.

Effetti collaterali? Forse il mio capo si aspetterà che io risponda a una sua mail la domenica. Vita personale e vita professionale si mescolano ed emergono nuovi obblighi morali e aspettative. Come racconta l’autrice nel libro La psicologia di Internet costruire un equilibrio tra casa e lavoro è divenuto molto più complesso da quando la connettività ubiquitaria è la nostra compagna inseparabile. Saper stabilire i confini diviene importante quanto complicato, lo spazio e il tempo non sono più gli elementi che tracciano il confine.

Nel testo si citano diverse ricerche sull’argomento ad esempio in uno studio longitudinale, i ricercatori hanno studiato coppie newyorkesi per due anni, hanno raccolto dati sulla loro vita di coppia, sui livelli di stress e sull’uso degli strumenti tecnologici. I risultati hanno evidenziato una forte correlazione tra l’uso continuo dello smartphone e un effetto “straripamento”, per cui la vita professionale invadeva pericolosamente la vita domestica, provocando maggiore stress e minore soddisfazione relazionale.

Le caratteristiche della rete creano dipendenza?

Numerose sono le ricerche condotte dagli anni novanta su questo tema e naturalmente con esiti diversi secondo la tipologia del campione. Tuttavia un punto comune da rilevare è che vi sono ambienti virtuali particolarmente affascinanti e irresistibili. Wallace spiega:

Qualsiasi ambiente di Internet può rivelarsi sufficientemente attraente da generare problemi a persone vulnerabili che sono di per sé inclini a comportamenti compulsivi in altri contesti della loro vita. Tuttavia, analizzando più da vicino gli studi che valutano i tassi di prevalenza, si può notare che determinati ambienti ricorrono regolarmente.

Ecco gli ambienti più irresistibili e connessi alla dipendenza: social network; le aste online e i giochi online. L’architettura di questi ultimi è progettata per indurre la persona a giocare ripetutamente. L’autrice descrive gli effetti psicologici ma anche i vantaggi che hanno su chi ne usufruisce, con particolare attenzione ai bambini e agli adolescenti.

Una dimensione psicologica patognomica collegabile alla dipendenza dalla rete è identificabile mediante l’acronimo inglese FOMO (Fear of Missing Out) coniato negli anni Novanta. Nell’Oxford English Dictionary si legge: “L’ansia che in quel momento possa verificarsi da qualche altra parte un evento interessante o eccitante, frequentemente generata da post visionati su un social medium”.

Insomma sempre connessi per l’ansia di non sapere tutto? Ovvero sperimentare la paura di essere tagliato fuori, questo sentimento è uno degli indici di dipendenza patologica da internet.

Un’ulteriore dimensione psicologica tipica degli ambienti online e della comunicazione virtuale è il grado di anonimato possibile. Quando il livello di consapevolezza di sé è più basso, esso può influenzare il comportamento delle persone. Un’altra variabile modulatrice è la presenza o assenza di un’autorità locale. Il più importante modulatore del comportamento nei diversi ambienti online è lo scopo che anima le persone che li visitano, ma talvolta lo scopo può essere il sentimento di paura dell’essere tagliato fuori. Questa paura può essere così intensa da farci dimenticare le scadenze, confondere le priorità e trascurare le relazioni. I messaggi sul social a volte sostituiscono le interazioni a faccia a faccia, i messaggi vocali creano l’illusione di essere più in relazione, le persone non imparano o disimparano a utilizzare i feedback della comunicazione non verbale, non c’è nessuno da guardare negli occhi e i neuroni specchio non si attivano. La mancanza di reciprocità può essere in relazione anche a comportamenti aggressivi spesso presenti in rete, che l’autrice esamina alla luce degli studi di psicologia dell’aggressività.

La studiosa, in La psicologia di Internet, approfondisce il tema delle dinamiche di gruppo in rete e di alcuni fenomeni sociali che come il conformismo, il confronto d’idee, i conflitti e la collaborazione.

Infine potere agli utenti

In conclusione ricordo l’obiettivo del libro La psicologia di Internet ovvero analizzare l’impatto psicologico che internet ha sull’essere umano. Vi sono effetti potenzialmente dannosi, pertanto sono opportune alcune raccomandazioni in modo particolare a beneficio dei giovani e degli adolescenti.

La rete è una tecnologia molto giovane e in continuo cambiamento che offre potenzialità e numerosi vantaggi. Wallace prende in considerazione l’altruismo, il volontariato e l’uso del Web per campagne di raccolta di fondi e diffusione di gruppi di sostegno.

Studiare la relazione tra essere umani e internet comprende anche lo studio del potere che gli utenti hanno su internet e sugli sviluppi e usi futuri. Non siamo però per forza dipendenti: abbiamo, infatti, la possibilità di influenzare questo strumento.

E poi il futuro? Non posso che essere d’accordo con la prudenza dell’autrice nel formulare previsioni:

Ci sono voluti cent’anni perché i libri arrivassero ad avere un’influenza tanto fondamentale sulla società; e per noi oggi, seicento anni dopo, i libri continuano a essere una parte essenziale delle nostre vite.. Considerando quanto Internet ci abbia sorpreso nei primi decenni della sua esistenza, l’unica previsione sicura è che sono in serbo per noi molte altre sorprese.

Negligenza spaziale unilaterale e anosognosia

Le diverse manifestazioni della negligenza spaziale unilaterale sono intrinsecamente caratterizzate da inconsapevolezza per il deficit, per indicare tale fenomeno si utilizza il termine anosognosia.

Francesca Maria Fumagalli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

La negligenza spaziale unilaterale

L’ eminattenzione spaziale unilaterale, o negligenza spaziale unilaterale (NSU) o neglect, come l’afasia, non è più concepita come un disordine monolitico, ma come una sindrome neuropsicologica “debole” (Ladavas, 2012), ossia frequente associazione di sintomi e segni, determinati da meccanismi patologici distinti benché in parte comuni.

È caratterizzata dall’incapacità di percepire, elaborare e rispondere a stimoli presentati nell’emispazio controlesionale, in assenza di deficit sensoriali elementari (Vallar at al., 2012). In particolare, durante l’attività spontanea o nell’eseguire uno compito specifico, i pazienti negligenti riducono il loro ambito d’azione e non dirigono l’esplorazione verso la metà spaziale controlaterale alla lesione.

In fase acuta il paziente può manifestare una deviazione più o meno completa e irremovibile degli occhi e del capo verso il lato della lesione; qualora lo stato di vigilanza permetta al paziente di entrare in contatto verbale con l’esaminatore, se questo gli si rivolge dal lato sinistro, il paziente risponde verso il lato opposto non negletto (Denes & Pizzamiglio, 1996). Nonostante vi siano prove empiriche a sostegno del fatto che gli stimoli trascurati vengano elaborati a livello non consapevole, i soggetti con negligenza spaziale unilaterale si comportano come se non fossero più in grado né di percepire né di concepire l’esistenza di una parte dello spazio.

La negligenza spaziale unilaterale può interessare lo spazio extra-personale o peripersonale, la parte controlesionale del corpo, ed in questo caso si parla di negligenza personale o emisomatoagnosia, infine il paziente può non utilizzare gli arti controlesionali pur in assenza di paralisi, si parla quindi di negligenza motoria (Vallar & Papagno, 2007). In base al sistema di riferimento può essere riferibile a coordinate di tipo egocentrico, quali il piano medio-sagittale del corpo (NSU egocentrico), oppure “basato o riferito sull’oggetto”, interessandone la prozione controlesionale indipendentemente dalla sua posizione rispetto al piano medio-sagittale (NSU allocetrico).

La negligenza spaziale unilaterale si manifesta quindi con un ampia gamma di sintomi che hanno rilevanza in situazioni e contesti differenti: per esempio il paziente può presentare difficoltà a trovare il cibo nel proprio piatto, a orientarsi in un percorso, a leggere un giornale o a pettinarsi (Carlomagno, 2007).

Sul piano neuroanatomico nella maggioranza dei pazienti la lesione è localizzata nell’emisfero destro e il deficit riguarda la parte sinistra dello spazio (Vallar & Papagno, 2007). L’incidenza accertata di tale sindrome dipende dai test diagnostici utilizzati ma è di oltre il 40% nei cerebrolesi destri e di circa il 20% nei sinistri. La letteratura conferma l’opinione clinica che la negligenza spaziale unilaterale sia associata a un danno della regione parietale, in particolare del lobulo parietale inferiore, o fronto-parietali nel territorio dell’arteria cerebrale media di destra, ma sono riportati casi di negligenza spaziale unilaterale a seguito di lesioni circoscritte ad altre aree cerebrali quali frontale, temporale, strutture sottocorticali come talamo e gangli della base e anche cerebellari (Denes & Pizzamiglio, 1996).

Alcune evidenze suggeriscono che il 43% circa dei pazienti con negligenza spaziale unilaterale recupera spontaneamente nelle due settimane successive alla valutazione in fase acuta (Farné et al., 2004), nel 40% circa dei paziente in fase subacuta e cronica è ancora presente neglect, nel 33% dei paziente la negligenza spaziale unilaterale diventa cronica (Karnath et al., 2011)

La presenza di negligenza spaziale unilaterale è fattore prognostico negativo dopo l’ictus in termini sia di risultato funzionale del recupero che di durata del ricovero ospedaliero; ne consegue che pazienti con ictus che non presentano neglect mostrano un miglior riadattamento al contesto di vita quotidiana (Appelros et al., 2002).

L’ anosognosia nella negligenza spaziale unilaterale

Gainotti (1972) indagò le reazioni emozionali nei pazienti affetti da lesioni cerebrali osservando che soggetti con lesione cerebrale sinistra manifestavano principalmente reazioni catastrofiche ai fallimenti rispetto ai test cognitivi o sintomatologia ansioso-depressiva. Al contrario, riscontrò una reazione emotiva opposta tra i pazienti affetti da una lesione emisferica destra: scarsa consapevolezza delle difficoltà (anosognosia), tendenza a minimizzare, indifferenza rispetto alla malattia o mancanza di reazione emotiva adeguata al deficit (anosodiaforia), creazione di rappresentazioni deliranti circa il lato controlesionale dello spazio corporeo e/o extracorporeo (somatoparafrenia) fino a veri e propri atti di violenza verso tali arti ritenuti “alieni” (misoplegia). Tali reazioni di indifferenza risultarono correlate con la presenza di negligenza spaziale e personale.

Le diverse manifestazioni della negligenza spaziale unilaterale sono intrinsecamente caratterizzate da inconsapevolezza per il deficit: il paziente infatti può non essere consapevole del fatto che la sua prestazione a prove che esaminano la negligenza spaziale extra-personale (lettura, disegno) è scadente (Vallar & Papagno, 2007). Per indicare tale fenomeno si utilizza il termine anosognosia.

In origine riferito alla mancata consapevolezza dell’emiplegia in seguito a ictus cerebrale (Babinski, 1914;1918), fu applicato a differenti condizioni cliniche quali l’emianopsia, i disturbi di memoria, i disturbi del linguaggio e altre condizioni (Jenkinson et al., 2011). L’ anosognosia è descrivibile come la mancanza di consapevolezza (insight) o sottostima di uno specifico deficit sensoriale, percettivo, motorio, o cognitivo causato da una lesione cerebrale, con una frequenza nella popolazione cerebrolesa che varia tra il 7% e il 77% (Dai et al., 2014). Risulta più frequente dopo lesione cerebrale destra, anche se risulta di difficile valutazione nei soggetti cerebrolesi sinistri a causa del possibile concomitante deficit afasico (Jenkinson et al., 2011).

Di solito l’ anosognosia compare in fase acuta o sub-acuta e tende a regredire spontaneamente nei giorni o settimane successive all’evento acuto. Ciononostante la presenza di anosognosia può essere fluttuante nel corso del tempo, e vi sono dati a sostegno di una possibile permanenza anche mesi dopo l’evento acuto. Secondo Vocat & Vuillermier (2010) sarebbe l’interazione di differenti fattori neurologici e neuropsicologici a determinare l’eventuale permanere di anosognosia anche oltre la fase acuta. In particolare una diminuzione dei deficit riguardanti propriocezione, la negligenza spaziale, il disorientamento spazio-temporale pare correlare con la riduzione dell’ anosognosia, mentre il perdurare a livello cronico (a 6 mesi) dell’ anosognosia correlerebbe con il persistere di negligenza spaziale unilaterale, disturbi della memoria, disorientamento spazio-temporale. Inoltre, secondo gli autori, la presenza di anosognosia in forma cronica sembra avere correlati neurali parzialmente differenti rispetto a quelli riscontrati nel caso di anosognosia in fase acuta, suggerendo che alla base dell’insorgenza e del mantenimento dell’ anosognosia vi sia un complesso network di regioni cerebrali responsabili.

Inconsapevolezza e negazione di malattia si possono manifestare in varie condizioni morbose e la loro origine è verosimilmente eterogenea (Denes & Pizzamiglio, 1996).  Nel caso di disordini neurologici quali deterioramento intellettuale, confusione e attenuazione dello stato di vigilanza, inconsapevolezza e negazione di malattia sono parte costitutiva di tali disordini anziché sintomo derivante da disfunzioni accessorie, aspecifiche e pervasive. Tale definizione comprende inoltre fenomeni di negazione di disordini neurologici unilateriali (emiplegia, emianopsia, emianestesia) che hanno un problematico rapporto con la negligenza spaziale unilaterale.

La valutazione dell’ anosognosia nei pazienti con negligenza spaziale unilaterale

Nel caso della negligenza spaziale unilaterale, l’ anosognosia può includere una negazione dell’emiparesi (anosoplegia) e di altri deficit, incluse l’emianestesia, l’emianopsia e/o l’eminattenzione, nell’emispazio visivo oppure tattile o uditivo (Blundo, 2010). A volte può raggiungere un livello di gravità tale per cui il paziente può anche riferire in modo perseverante che gli arti controlaterali non appartengono a lui, talvolta anche attribuendoli a un altro (emisomatoagnosia). Tale patologia si verifica a seguito di lesioni estese dell’emisfero non dominante in sede parietale, frontale e temporale come pure nell’insula e nelle adiacenti regioni sottocorticali.

Sono altresì documentati in letteratura casi di anosognosia senza negligenza spaziale unilaterale e viceversa, a dimostrazione del fatto che rappresentano due processi indipendenti (Jenkinson et al., 2011).

La valutazione dell’ anosognosia per il neglect può essere effettuata clinicamente nel corso del colloquio oppure chiedendo al paziente di valutare la propria capacità di eseguire o meno correttamente un test (ad esempio cancellazione di stimoli target, bisezione di una linea) prima e dopo la sua esecuzione usando una scala Likert (Vallar & Papagno, 2007). La scala di Catherine Bergego (CBS) è basata su una diretta osservazione funzionale del paziente in dieci situazioni reali, quali per esempio rassettarsi capelli e viso, vestirsi o muoversi in carrozzina. Le stesse domande sono proposte ai pazienti e alle persone che li assistono per consentire una stima della anosognosia valutando la differenza tra l’autovalutazione e la valutazione fatta dal terapista (Azouvi et al., 2003).

In letteratura sono state documentate condizioni in cui il paziente è consapevole dei deficit neurologici ma non della negligenza. Inoltre, il fatto che la negligenza spaziale unilaterale possa verificarsi senza deficit neurologici senso-motori (e viceversa) indica che i relativi meccanismi di monitoraggio sono indipendenti.

Nel corso del recupero funzionale, anche aiutato dai trattamenti riabilitativi, il paziente può divenire gradualmente consapevole che “non presta attenzione e non esplora la parte sinistra dello spazio” e mettere in atto conseguenti strategie di compenso (Vallar & Papagno, 2007).

Si è stimato che il 23% circa dei pazienti dopo ictus presentano neglect, il 17% anosognosia e il 9.6% entrambe le sindromi (Appelros et al., 2007). Data la frequente copresenza di negligenza spaziale unilaterale e anosognosia in fase acuta post-ictus, Appelros e collaboratori (2002) hanno osservato come negligenza spaziale unilaterale e anosognosia siano predittori del livello di autonomia nella vita quotidiana (ADL, Activity of Daily Leaving).

Impatto dell’ anosognosia sulla vita del paziente

La presenza di anosognosia a seguito di una lesione cerebrale può impattare sulla percezione individuale della Qualità della Vita (QOL, quality of life): soggetti affetti da schizofrenia con uno scarso insight rispetto alla patologia riferiscono una qualità della vita soggettivamente percepita come migliore rispetto a quanto riportato dei soggetti con buone capacità di insight. Tale rapporto è stato riscontrato anche in pazienti con demenza e lesioni cerebrali di natura traumatica (Appelros et al., 2007).

In linea con tali ipotesi Dai e collaboratori (2014) hanno effettuato uno studio volto a verificare la relazione tra neglect, anosognosia e qualità della vita percepita. Il campione di 60 soggetti con diagnosi di ictus (ischemico ed emorragico) destro e venne suddiviso tre gruppi sperimentali, 20 soggetto “A+N+” che presentavano anosognosia e neglect; 20 soggetti “A-N+” con neglect ma non anosognosia; 20 soggetti “A-N-” senza neglect e anosognosia, quest’ultimi selezionati da un campione omogeneo per caratteristiche demografiche e presenza di emiplegia. Gli strumenti di misura utilizzati comprendevano la valutazione dell’ anosognosia per l’emiplegia secondo la procedura proposta da Bisiach e collaboratori (1986), la valutazione del neglect tramite la Rivermead Behavioral Inattention Test (BITC), l’indagine dalla qualità della vita tramite la Stroke-Specific Quality of Life (SS-QOL), l’analisi dello stato cognitivo per mezzo del Mini Mental State Examination (MMSE). I risultati dimostrarono che i soggetti con anosognosia percepivano una miglior qualità di vita: punteggi più altri al SS-QOL vennero ottenuti dal gruppo “A+N+” e da un gruppo non inserito a causa dell’esiguità del campione e definito “A+N-”, ossia con anosognosia e non neglect.

La mancanza di consapevolezza del proprio deficit, così come il disinteresse verso le sue conseguenze, rappresentano un grave ostacolo alla riabilitazione e influenzano quindi la qualità della vita sia del paziente che dei suoi familiari e (Niger, 2014).

L’ anosognosia per la negligenza spaziale unilaterale rappresenta un complicazione di notevole importanza in riabilitazione: a causa della scarsa consapevolezza dei propri deficit i pazienti spesso rifiutano o forniscono scarsi livelli di compliance al trattamento, con un conseguente impatto negativo sul recupero funzionale e in generale a livello prognostico (Jenkinson et al., 2011). Inoltre, come riportato in precedenza il persistere di neglect può esacerbare la gravità della concomitante anosognosia: ne consegue che una riduzione della negligenza spaziale correla con un miglioramento in termini di consapevolezza (Jenkinson et al., 2011).

Tra le varie metodologie riabilitative della negligenza spaziale unilaterale ricordiamo metodi sia di tipo cognitivo (ad esempio addestrare il paziente a prestare attenzione alle informazioni presentate nell’emispazio trascurato), sia di tipo fisiologico (per esempio l’uso degli occhiali prismatici). Inoltre in letteratura sono disponibili prove sufficienti per dare una indicazione a favore del trattamento visuo-esplorativo (strategia top-down), inteso come strategia in cui si insegna esplicitamente al paziente ad orientarsi attivamente ed esplorare l’emicampo negletto (Inzaghi & Algeri, 2010).

Mindfulness e ipnosi per alleviare il dolore acuto in pazienti ospedalizzati

Interventi basati su mindfulness e ipnosi sarebbero in grado di ridurre drasticamente il dolore acuto nei pazienti ospedalizzati, questo secondo la nuova ricerca pubblicata nel Journal of General Internal Medicine.

 

L’efficacia degli interventi di mindfulness e ipnosi nella riduzione del dolore acuto

Lo studio condotto dall’ University of Utah ha avuto l’obiettivo di indagare gli effetti degli interventi di mindfulness e ipnosi sul dolore acuto in pazienti ricoverati in setting ospedaliero.

Dopo aver ricevuto una sola sessione di 15 minuti di uno di questi interventi (mindfulness o ipnosi) i pazienti all’ospedale dell’Università dello Utah a Salt Lake City hanno riportato una immediata riduzione dei livelli di dolore simile a quella che ci si potrebbe aspettare da un antidolorifico oppiaceo.
È stato davvero sorprendente vedere tali risultati significativi dati da una singola sessione di interventi psicologici”, ha detto il dottor Eric Garland, autore principale dello studio e direttore dell’Università degli Utah Center on Mindfulness e Integrative Health Intervention Development.

Data l’attuale epidemia di oppioidi nella nostra nazione, le implicazioni di questo studio sono potenzialmente enormi. Queste brevi terapie di mente-corpo potrebbero essere integrate efficacemente nella cure mediche standard, come terapie aggiunte alla gestione del dolore“.

Lo studio ha coinvolto 244 partecipanti che hanno riportato dolore non gestibile a causa di una malattia o di una procedura chirurgica.
I volontari sono stati assegnati in modo randomizzato a diverse condizioni di trattamento: un intervento basato sulla mindfulness, uno basato sull’ipnosi e una psicoeducazione mirata al trattamento diretto del dolore.

Gli interventi sono stati somministrati da operatori sanitari ospedalieri che avevano completato la formazione di base in ogni tipo di trattamento.
Tutti e tre i metodi di intervento hanno ridotto l’ansia dei pazienti e hanno aumentato i loro sentimenti di rilassamento. Tuttavia, i pazienti che hanno partecipato all’intervento di suggerimento ipnotico e l’intervento di attenzione hanno sperimentato rispettivamente una riduzione del dolore al 29% e al 23%.

I pazienti che hanno ricevuto gli interventi di mindfulness e ipnosi hanno riportato una significativa diminuzione della loro necessità percepita di assumere farmaci oppioidi.

Al contrario, i pazienti che hanno partecipato all’intervento mirato al dolore sperimentavano solo una riduzione del dolore del 9%, senza ridurre la loro necessità di assumere farmaci oppioidi.

Ricerche precedenti suggeriscono che gli interventi di carattere psicologico attuati settimanalmente possono essere un modo efficace per ridurre i sintomi del dolore cronico e diminuire gli abusi di oppioidi prescritti.

Garland e il suo team di ricerca interdisciplinare intendono approfondire le terapie di mindfulness e ipnosi come strumenti non-oppioidi per ridurre il dolore e intendono condurre uno studio nazionale di replicazione in un campione di migliaia di pazienti in più ospedali in tutti gli Stati Uniti.

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