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La comunicazione prima della parola e del simbolo: l’inconscio non rimosso

L’inconscio è la sede del rimosso, inteso come quel materiale psichico che, in contrasto con Super-Io e Io, viene “dimenticato”. Freud, però, ammette anche l’esistenza di un’ulteriore istanza, l’inconscio non rimosso, la cui formazione è collocabile in una fase evolutiva antecedente alla formazione delle istanze egoiche, supergoiche e dello stesso conflitto edipico.

 

Freud definisce l’inconscio come la sede del rimosso, inteso come quel materiale psichico che, in contrasto con i dettami censori del Super-Io e con la funzione regolatrice dell’ Io, viene “dimenticato”, e dunque segregato in una dimensione di non consapevolezza, attraverso il meccanismo della rimozione (Freud, 1917; Freud, A. 1936).

Questo stretto legame tra inconscio e rimozione lascia intendere che la principale funzione dell’inconscio sia quello di ospitare le pulsioni ritenute inaccettabili a seguito di una valutazione superegoica come anche egoica, e che pertanto non esista altra tipologia di inconscio al di là di quello “rimosso”.

In realtà è lo stesso Freud (1896) ad ammettere l’esistenza di un’ulteriore istanza – che egli chiama inconscio non rimosso – la cui formazione è collocabile in una fase evolutiva antecedente alla formazione delle istanze egoiche, supergoiche e dello stesso conflitto edipico.

Si tratta di un inconscio primitivo, destinato alla conservazione di tutte quelle modalità relazionali apprese nel contesto diadico, in uno stadio preverbale –presimbolico ove il canale somatico è l’unico strumento comunicativo e relazionale.

Al contrario della più nota tipologia di inconscio – quello rimosso – esso non è la sede di pulsioni esiliate perché potenzialmente in contrasto con la coscienza e l’accettabilità sociale. Non c’è conflitto, nel contenuto dell’inconscio non rimosso, ma “soltanto” il retaggio di quel legame sensoriale stabilito nelle prime fasi di vita con l’oggetto materno. Una relazionalità subsimbolica (Bucci, 1997) costruita sulla base di interscambi corporei, interazioni viscerali, percezioni somatiche, visive e prosodiche, che precedono il simbolo e la categorizzazione discreta, in quanto antecedenti qualsiasi processo valutativo o rielaborativo.

Per quanto precoci e connotate di immaturità espressiva, queste memorie conferiscono un’identità, pressoché indelebile, al modello affettivo costruito nel contesto diadico: una sorta di marchio relazionale maturato attraverso l’interazione con l’oggetto primario e per questo destinato a riprodursi per il resto della vita.

Oltre ad un luogo di deposito mnestico, l’inconscio non rimosso è dunque anche un luogo di origine e generazione, e l’assenza di conflitto che lo differenzia dal rimosso non basta a privarlo di una profonda dinamicità. La sua struttura e il suo contenuto molto possono dire sulla natura delle relazioni oggettuali primarie, e su come il loro evolversi trasformante abbia influito nell’organizzazione della vita affettiva, conducendola ove in una direzione evolutiva, ove in una patologica ( Klein, 1921-1958).

Inconscio non rimosso e inconscio rimosso: differenze ed elementi patologici

Sia nell’inconscio non rimosso che in quello rimosso è presente un materiale inaccessibile alla dimensione conscia, ma le motivazioni di questa segregazione sono diverse: nel caso dell’inconscio rimosso si è verificata un’autentica espulsione del materiale, avvenuta a seguito di una valutazione dominata dai principi censori del Super-Io e dalla volontà egoica di uniformarsi agli stessi; nell’inconscio non rimosso, al contrario, il contenuto psichico non è stato prodotto da un’espulsione, bensì dall’accumularsi progressivo di quelle esperienze interattive inconsapevoli, automatiche e dalla forte connotazione viscerale, che non hanno mai avuto accesso alla coscienza perché collocate in una fase precedente la formazione delle capacità simboliche e simbolizzanti, con la quali comunicare aspetti intimi del Sé e accedere riflessivamente alle proprie e alle altrui emozioni (Craparo, 2018).

Più che un conflitto tra gratificazione e censura, il materiale depositato nell’inconscio non rimosso rappresenta dunque la memoria somatica delle prime dinamiche intersoggettive con l’oggetto relazionale.

Ma in assenza di un ambiente materno in grado di tramutare le emozioni in simboli e i simboli in parole, la dimensione emotiva rischia di rimanere intrappolata in una condizione di non accessibilità e non interpretazione in grado di compromettere la formazione stessa del Sé: ciò comporta che nel caso di interazioni sensoriali carenti, e dunque di un vissuto relazionale non adeguatamente responsivo, l’inconscio non rimosso diverrà il deposito di memorie traumatiche, deprivanti e potenzialmente predittive di un Sé patologico e non integrato.

Dunque, se nell’inconscio rimosso il disfunzionamento consiste nella conflittualità tra pulsioni inconciliabili, ma pur sempre maturata all’interno di un Sé già strutturato, coeso e ben differenziato dall’oggetto materno, l’elemento patologico dell’inconscio non rimosso non riguarda un conflitto, ma la natura stessa delle memorie somatiche occorse durante le prime fasi della vita, la cui traumaticità ha impedito la formazione integrata del Sé.

Da qui il possibile ruolo dell’inconscio non rimosso nella formazione di psicopatologie in cui il disagio mostra connotati interpsichici pervasivi e globali, e in cui il conflitto non riguarda lo scontro tra pulsioni contrapposte quanto la struttura, la coesione e in certi casi la sopravvivenza psichica (Craparo, 2018): ad esempio il disturbo psicotico, nel quale ogni possibile relazione rievoca vissuti somatici di frammentazione, distruzione e devitalizzazione, originati da un deficit di differenziazione tra il Sé individuale e quello materno.

Ma anche quei disturbi somatizzanti che McDougall (1989) etichetta come “isteria arcaica”, nella quale il conflitto pulsionale non è relativo al diritto di ottenere soddisfazione delle proprie pulsioni libidiche contro gli ostacoli reali o superegoici, bensì alla più arcaica angoscia di esistere.

L’inconscio non rimosso come memoria implicita

L’emisfero destro è notoriamente destinato all’elaborazione delle sensazioni somatiche, delle percezioni immediate, olistiche, intuitive. È la zona del cervello deputata all’elaborazione delle emozioni, laddove l’emisfero sinistro si mostra maggiormente utilizzato per la codifica dei messaggi verbali, linguistici, delle interpretazioni logiche e analitiche dei dati ambientali.

Ciò fa sì che proprio l’emisfero destro sia destinato a divenire il luogo deputato all’immagazzinamento mnestico di esperienze somatiche arcaiche, che con il tempo assumono la forma di una memoria procedurale costruita sulla base di percezione corporee, comunicazioni non verbali, regolazioni affettive inconsce ricorsive esperite con l’oggetto primario, in questa fase dotato di una forte valenza trasformativo-evolutiva ( Ogden, 1987; 1989).

L’inconscio non rimosso, in qualità di deposito mnestico di materiale protoverbale e non simbolizzato, potrebbe essere dunque collocabile proprio nell’emisfero destro, in cui si presenta come una sorta di memoria procedurale implicita, relativa a tutte quelle abilità e quelle competenze che siamo in grado di attuare senza far ricorso ad una volontà consapevole (Siegel, 1999).

La memoria implicita non soggetta alla rimozione, non verbalizzabile né rievocabile dal punto di vista mnestico, riguarda proprio l’archiviazione inconscia delle esperienze primarie occorse con l’oggetto materno, dalle quali è destinato ad originarsi il nucleo stesso dell’inconscio non rimosso e di tutto quel contenuto presimbolico che avrà un influsso determinante sullo sviluppo della vita affettiva e cognitiva del soggetto. Freud lo definisce come un “patrimonio mnestico di percezioni precedenti che, in quanto mondo interiore, rappresentano un possesso e un elemento costitutivo dell’Io stesso” ( 1923, p. 612).

L’eco dell’inconscio non rimosso

A dispetto della sua natura non verbale e non simbolica, l’impronta della memoria viscerale impressa nell’inconscio non rimosso non si mostra certo priva di capacità comunicativa. Né è destinata a scomparire, con il tempo, quando il linguaggio verbale diventa la principale forma di espressione e relazionalità.

Per quanto non rievocabili a livello cosciente, le esperienze affettive arcaiche e le prime relazioni con l’ambiente sono da considerarsi tutt’altro che perdute. Al contrario, all’interno di questo contenuto misterioso e non verbalizzabile – sovrapponibile ad una memoria procedurale implicita – è percepibile l’ombra stessa dell’oggetto affettivo e delle sue modalità relazionali precipue destinate ad influenzare quelle future (Bollas, 1987).

Proprio in riferimento alla memoria implicita, Siegel (1999) mette in evidenza la sua capacità di influenzare non solo il presente, ma anche e soprattutto il funzionamento individuale futuro. Essa è infatti:

l’insieme dei processi in base al quale gli eventi del passato influenzano le risposte future. Il cervello interagisce con il mondo e registra le diverse esperienze attraverso meccanismi che modificano le sue successive modalità di reazione. (ibidem, 1999, p. 23-24)

Dunque il passato impresso nel nucleo dell’inconscio non rimosso sarà in grado di esercitare una profonda influenza nell’esistenza futura del soggetto, ove si mostrerà come una sorta di risonanza, un’eco affettiva che molto potrà dire sulla natura dell’oggetto primario e del suo approccio relazionale specifico.

In particolare l’impronta di questo materiale subsimbolico sarà percepibile nelle modalità in cui un soggetto costruisce i modelli affettivi che traggono ispirazione proprio dalla natura, più o meno funzionale, dell’holding environment (Winnicott, 1965) e dei primi approcci relazionali con la figura materna (Mancia 2006; Siegel, 1999).

Secondariamente, in quanto elemento somatico, sarà possibile percepirne la presenza negli aspetti concernenti l’espressività corporea, e dunque la capacità di comunicazione non verbale, l’approccio fisico all’altro, la gestione di spazi e distanze, la capacità di guardare e tollerare lo sguardo, e anche l’utilizzo di quegli aspetti paraverbali – prosodia, tono di voce, ritmicità dell’eloquio – che, non meno della componente verbale, si mostrano canali di espressività soggettiva.

A tal proposito Mancia (2006) evidenzia come nella componente prosodica del linguaggio sia presente una forte connotazione emozionale, una sorta di alone affettivo strettamente legato alla fase in cui la parola poteva essere intesa solo nel suo significato ritmico, essendo inaccessibile quello semantico. Il riferimento va alla musicalità espositiva del linguaggio materno, alla sua capacità di sintonizzarsi con lo stato emotivo del bambino e di generare, nella sua dimensione psichica, un senso di ordine e protezione garantito dalla familiarità di quel ritmo sonoro rassicurante, per quanto incomprensibile.

Questa esperienza sensoriale, così come altre verificatesi nelle prime fasi della vita, una volta impressa nell’inconscio non rimosso diverrà una sorta di marchio indelebile destinato a condizionare lo sviluppo di capacità espressive più evolute – ma prima di tutto farà avvertire la sua presenza nella dimensione relazionale corporea, dotandola al contempo di una forte componente interpretativa e rivelatrice del vissuto preverbale del soggetto.

Ciò sta a significare che, anche in un setting psicoterapico, il clinico dovrebbe prestare attenzione a tutte quelle componenti espressive che fanno parte della dimensione somatica del paziente, riconoscendo nella stessa l’eco di quelle relazioni affettive primarie che tanto possono dire sul suo vissuto preverbale specifico.

Il soffermarsi unicamente sul contenuto semantico del linguaggio, tralasciando quello metasignificante espresso dal soma, significherebbe togliere possibilità espressiva a quel materiale presimbolico che dall’inconscio non rimosso continua a parlare, dando voce a tutti le esperienze che hanno preceduto la parola, e per certi versi le hanno preparato la strada (Craparo, 2018).

Conclusioni

Il corpo è in grado di parlare con un linguaggio che sfugge alla parola e che, evidenziando importanti aspetti del Sé attuale e del Sé arcaico, molto rivela sulla natura funzionale o patologica di entrambi.

L’inconscio non rimosso riesce pertanto a comunicare la sua presenza anche dopo l’avvento del simbolo e della parola, sebbene lo faccia in un modo che non segue le stesse regole del dire verbale. Esso non ignora la parola o il simbolo, semplicemente ne precede la formazione. E cercando di esprimere il proprio contenuto subsimbolico valorizza la componente interpretativa, modificativa e mnestica dello strumento somatico come Io corporeo (Winnicott, 1949) che, ancor prima di quello verbale, è capace di proiettare il soggetto in una dimensione relazionale, fissando memorie funzionali e formative, così come traumatiche e annichilenti, per poi riprodurne il contenuto implicito nella formazione del Sé globale.

 

Oltre la personalità: dialettica sistemica e sviluppo borderline (2021) di Cesare Maffei – Recensione del libro

Cesare Maffei propone una spiegazione processuale della personalità borderline, esito di una traiettoria evolutiva disfunzionale prodotta da molteplici fattori personali e interpersonali che mutuamente interagiscono tra di loro nel tempo, si rafforzano e si indeboliscono, generando la pluralità delle configurazioni psicopatologiche borderline.

 

Molti studi e molte teorie si sono concentrate nel definire e capire cosa sia la “personalità”, moltissimo è stato prodotto per definire e capire cosa sia la personalità borderline, in particolare quale fosse il modello maggiormente esplicativo le ragioni della sua comparsa e le difficoltà riscontrate in questa tipologia di pazienti.

Il modello bio-psico-sociale proposto negli anni novanta da Marsha Linehan (1993), secondo cui la personalità borderline è frutto di un’interazione tra ambiente precoce invalidante e vulnerabilità biologica, si è imposto come quello più esaustivo e basato su evidenze empiriche nonostante l’ampissima eterogeneità delle caratteristiche cliniche degli individui diagnosticati con disturbo borderline di personalità.

Come tentativo di dare una spiegazione a tale eterogeneità a partire dal modello di Marsha Linehan, Cesare Maffei propone una spiegazione processuale della personalità borderline, esito di una traiettoria evolutiva disfunzionale prodotta da molteplici fattori personali e interpersonali che mutuamente interagiscono tra di loro nel tempo, si rafforzano e si indeboliscono, generando la pluralità delle configurazioni psicopatologiche borderline.

La facile tendenza alla disregolazione emozionale e comportamentale in quest’ottica emergerebbe da un’interazione transazionale e dialettica tra una predisposizione biologica che renderebbe la persona vulnerabile e ipersensibile ad un elevato numero di stimoli ambientali e un ambiente interpersonale invalidante che richiama conflitto, rifiuto, abbandono che a sua volta elicita e mantiene sempre attiva l’attenzione su stati emotivi dolorosi e contenuti mentali negativi.

Portando una consistente molte di evidenze scientifiche, il libro si muove sull’equilibrio tra due assi: quello di ricercare una prospettiva teorica basata sulle evidenze che spieghi la somiglianza e la comunanza tra gli individui definiti “borderline” e quello di considerare al contempo le differenze individuali frutto di differenti itinerari evolutivi.

Nell’equilibrio precario e spesso spezzato del funzionamento borderline, si autoalimentano meccanismi di attivazione emozionale, mancata regolazione di tali stati emotivi intensi e la messa in atto di comportamenti impulsivi e agiti con lo scopo (improduttivo sul lungo termine) di abbassare l’intensità e l’arousal di questi statiti emotivi; tutto all’interno di un contesto interpersonale che a sua volta alimenta e rinforza le dinamiche insite nella patologia.

Il saggio Oltre la personalità: dialettica sistemica e personalità borderline, edito da Raffaello Cortina Editore, passando in rassegna la teoria bio-psico-sociale di Marcha Linhean, i limiti della categorizzazione di tale disturbo entro criteri diagnostici rigidi e poco esplicativi il funzionamento personologico, rappresenta il tentativo di definire e comprendere tale personalità adottando una concezione sistemica e dinamica nel tempo di evoluzione della patologia che possa permettere di individuare al suo interno i momenti, i contesti, le relazioni e le situazioni che creano e mantengono i meccanismi disfunzionali e ricorsivi della patologia.

Tale concezione è stata proposta a partire dalla raccolta e dalla sintesi più recenti evidenze in ambito neuroscientifico e sperimentale riguardo le manifestazioni cliniche della personalità borderline.

Tra gli intenti dichiarati dell’autore vi è stato anche quello di contribuire a conferire ulteriore veridicità al modello bio-psico-sociale di Marsha Linehan, in particolare alle componenti della vulnerabilità emozionale e interpersonale che si sono mostrate come le più tipiche e rilevanti per la psicopatologia borderline.

Interessanti quindi l’approfondimento sulla vulnerabilità interpersonale e la discussione, ancora aperta, delle prime evidenze che portano a ritenere la sensibilità al rifiuto essere il suo nucleo fondante.

Tale saggio rappresenta di conseguenza uno strumento utile per professionisti esperti del settore che sono interessati a visionare e ad usufruire in ottica clinica delle più recenti evidenze scientifiche riguardo le manifestazioni cliniche e il funzionamento della personalità borderline, o per coloro che semplicemente vogliono approfondire ciò che attualmente la letteratura più recente mette a disposizione per comprenderne le ragioni e i meccanismi di mantenimento.

 

Alessitimia, disregolazione emotiva e connessione mind-body

Il termine alessitimia è stato introdotto da Peter Sifneos nel 1973 per designare una categoria di caratteristiche cognitive e affettive osservate in pazienti con malattie psicosomatiche (De Berardis, Fornaro & Orsolini, 2020).

 

Tale costrutto è stato ampliato nel corso degli anni, fino a diventare un costrutto multiforme e dimensionale che include diverse caratteristiche: a) difficoltà nell’identificare e descrivere i sentimenti, b) difficoltà nel distinguere i sentimenti dalle sensazioni corporee, c) diminuzione della fantasia e d) pensiero concreto e scarsamente introspettivo (Taylor, 1984). Taylor e colleghi (1989) evidenziano come le persone alessitimiche possano manifestare disregolazione affettiva con una conseguente incapacità di riuscire a calmarsi o di gestire le emozioni a causa di una loro inconsapevolezza di queste ultime (De Berardis, Fornaro & Orsolini, 2020). Tale lettura errata delle emozioni è attribuita ad una capacità compromessa di elevare le emozioni da uno stato di esperienza senso motorio a un livello rappresentativo, dove possono essere lette come segnali reattivi di eventi interni o esterni, moderati da meccanismi psicologici (Meza-Concha et al., 2017). Parlando in termini di tratto, le caratteristiche più evidenti dell’alessitimia si osservano in interazioni sociali con alta valenza emotiva (Lane et al., 2015). L’alessitimia è un tratto di personalità relativamente stabile che aumenta la vulnerabilità di sintomi depressivi ed è associato ad un rischio di morte elevato a causa di comportamenti suicidari, violenze e lesioni accompagnate da disregolazione affettiva (Luminet et al., 2001; Tolmunen et al., 2011).

Dato che l’alessitimia è la quintessenza della connessione tra mente e corpo, e che il suo riconoscimento è cruciale nella clinica quotidiana per sviluppare interventi ad hoc, De Berardis e colleghi (2020) hanno svolto una revisione della letteratura per indagare una possibile associazione tra alessitimia, disregolazione affettiva e connessione tra mente e corpo. In accordo con la letteratura, degli interventi pre e post terapia utili a ridurre l’alessitimia sembrano essere utili per una risposta terapeutica efficace e maggiormente funzionale nei confronti del soggetto e della sintomatologia presentata (Rufer et al., 2010; Blaettler et al., 2019). Aaron e colleghi (2020) hanno osservato la relazione tra alessitimia e accuratezza enterocettiva in un campione di giovani adulti: i risultati hanno così evidenziato come alti livelli di alessitimia possano essere associati a livelli di riconoscimento emotivo più o meno accurati (Aaron et al., 2020). Duquette (2020) ha cercato di integrare i risultati neuroscientifici e psicoterapeutici presentando un caso interessante che descrive la consapevolezza dei disturbi emotivi in soggetti con alessitimia. Ha osservato come le persone alessitimiche dovrebbero essere educate sulla capacità di spostare la propria attenzione tra le sensazioni enterocettive ed esterocettive in modo flessibile, in quanto le loro convinzioni precedentemente consolidate sui significati delle sensazioni possono portare alla percezione ambigua e poco chiara delle emozioni (De Berardis, Fornaro & Orsolini, 2020).

Per quanto riguarda un campione non clinico, Elkholy e colleghi (2020) hanno valutato i tassi di alessitimia e il rapporto di questo tratto con la dipendenza da smartphone: attraverso uno studio trasversale su un campione composto da 200 studenti universitari, sono state trovate forti associazioni tra le due variabili indagate (Elkholy, Elhabiby & Ibrahim, 2020). Questa revisione indica come in letteratura siano presenti dati che evidenzino una regolazione emotiva delle persone alessitimiche attraverso diverse forme di comportamenti dipendenti nei confronti di variabili esterne (De Berardis, Fornaro & Orsolini, 2020). L’abilità di esprimere le emozioni può avere un notevole impatto sulla qualità del sonno: Ma e colleghi (Ma, Zhang & Zou, 2020) hanno riscontrato una correlazione positiva tra tratti schizotipici, alessitimia e problemi notturni. Le diverse aree di indagine trattate in relazione all’alessitimia suggeriscono come tale tratto, e la sua connessione tra mente corpo, sia ancora una sfida in ambito clinico. Una buona notizia è che questo tratto sta diventato più frequente all’interno della pratica clinica reale (Bagby, Parker & Taylor, 2020), dove la ricerca sta progredendo e sta cercando di esplorare questo costrutto per trovare una strategia terapeutica adeguata e affidabile (De Berardis, Fornaro & Orsolini, 2020).

Aggressività nella malattia bipolare: dallo stigma alla realtà – Comunicato stampa

Comunicato stampa

Uno studio tutto italiano dell’Università e Ospedale San Raffaele rivela come il bipolarismo non sia sinonimo di aggressività

 

Milano, 8 aprile 2020

A più di quarant’anni dalla Legge Basaglia, che ha permesso all’Italia di essere uno dei primi paesi in Europa e nel mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici, la malattia mentale rappresenta ancora uno dei tabù nella nostra cultura, oggetto di numerosi pregiudizi e stigma sociale. Tra questi c’è l’idea – ampiamente diffusa nella popolazione generale – che il disturbo bipolare sia associato a comportamenti violenti. Uno studio condotto dai medici e ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e pubblicato su Journal of Psycopatology smentisce questo pregiudizio, mostrando come i rari episodi di aggressività nei pazienti bipolari siano prevalentemente concentrati nelle fasi acute di malattia e, nella quasi totalità dei casi, siano correlati a un abuso di alcool o di sostanze stupefacenti. Lo studio, coordinato dalle psichiatre Raffaella Zanardi e Cristina Colombo, professoressa ordinaria presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e direttrice del Centro Disturbi dell’Umore dell’Ospedale San Raffaele Turro, mette a frutto la grande expertise del centro che conta oltre 7000 visite ambulatoriali e 650 ricoveri all’anno.

Che cos’è il disturbo bipolare?

Il disturbo bipolare – che colpisce nel mondo all’incirca una-due persone su cento – è un disturbo cronico ad andamento periodico ed episodico, caratterizzato da alterazioni dell’umore che vanno da un umore depresso – contraddistinto da sensazione di tristezza, vuoto, disperazione, mancanza di energia e/o interesse per le attività abituali – ad un umore elevato, rappresentato da una sensazione di benessere, euforia ed esaltazione, accompagnata da autostima esagerata. Al centro dello spettro si colloca la condizione cosiddetta di eutimia, vale a dire un umore nei limiti della norma. A seconda dello stato in cui si trova il paziente, nonché dell’intensità dei sintomi, si possono descrivere tre diversi tipi di episodi: maniacale, depressivo maggiore e misto.

Lo studio del San Raffaele

Nello studio, i ricercatori hanno preso in considerazione 151 soggetti per un periodo di 12 mesi, focalizzando l’attenzione sia alle fasi acute di malattia sia ai periodi di benessere e cercando possibili correlazioni tra diverse co-diagnosi psichiatriche e aspetti specifici del trattamento, come la continuità e l’adesione alle cure. I comportamenti aggressivi presi in considerazione sono stati: irritabilità, aggressività verbale, aggressività contro oggetti e aggressività verso le persone.

Afferma la dottoressa Raffaella Zanardi, psichiatra del Centro Disturbi dell’Umore dell’IRCCS San Raffaele e prima autrice dello studio:

Abbiamo deciso di analizzare in modo innovativo il concetto di aggressività considerandone diverse sfaccettature e dividendo i comportamenti indubbiamente violenti verso sé e verso gli altri, da aspetti come irritabilità e agitazione che, pur non essendo comportamenti propriamente violenti, allo stesso modo contribuiscono a mantenere lo stigma sociale nei confronti dei pazienti psichiatrici.

I risultati dello studio: la relazione tra disturbo bipolare e aggressività

Il primo dato emerso dallo studio riguarda il fatto che gli episodi di aggressività sono risultati paragonabili o inferiori alla quasi totalità di quelli registrati dai precedenti studi pubblicati sull’argomento. Stratificando il risultato per il tipo di comportamento aggressivo, è emerso come solo l’1,32% dei pazienti aveva mostrato atteggiamenti violenti verso persone, mentre negli altri casi è stata registrata violenza verso oggetti o episodi di violenza verbale.

Non solo: i ricercatori hanno osservato una drastica riduzione dei comportamenti violenti durante i lunghi periodi di benessere (dall’11,92% al 2,64%), raggiungendo in quelle fasi la stessa frequenza registrata nella popolazione generale. Continua la dottoressa Zanardi:

Abbiamo osservato come la quasi totalità degli episodi aggressivi verificatisi nei periodi di benessere fosse correlato alla presenza di una co-diagnosi psichiatrica: disturbi di personalità, disturbo da uso di alcol o abuso di sostanze.

Considerando invece le fasi acute di malattia, è emerso anche in questo caso come la presenza di co-diagnosi, in particolare disturbo da uso di alcol o sostanze, fosse il più grande fattore di rischio per comportamenti aggressivi: non solo ne aumenta la prevalenza, ma modifica anche il rapporto tra i tipi di manifestazioni aggressive, riducendo proporzionalmente i casi di irritabilità ed agitazione psicomotoria, per lasciar spazio ad episodi di violenza verbale e fisica verso oggetti o verso persone.

È stato interessante poter osservare come i sintomi tipici delle fasi maniacali, come agitazione psicomotoria ed irritabilità, spesso stigmatizzati proprio perché ricondotti ad atti violenti, si sono rivelati connessi ad episodi di violenza solo in una netta minoranza dei casi

afferma la professoressa Cristina Colombo, primario del Centro Disturbi dell’Umore e Ordinario di Psichiatria all’Università Vita- Salute San Raffaele.

Un altro dato importante emerso riguarda invece i pazienti che avevano una maggiore aderenza alle visite psichiatriche e psicologiche: questo gruppo di pazienti era correlato a percentuali di comportamenti aggressivi significativamente inferiori rispetto ai soggetti meno collaborativi.

Continua la professoressa:

Resta ancora da capire se la compliance alle visite possa costituire un fattore protettivo verso agiti aggressivi, o viceversa, chi ha comportamenti violenti ha tassi di abbandono più elevati. Siamo speranzosi che i nostri risultati possano aiutare a demolire lo stigma secondo cui la diagnosi psichiatrica equivale a violenza, e che la violenza possa in questo modo essere giustificata da una malattia.

 

Il buffo decalogo del serio lavoro di psicoterapeuta

Ancora un ricordo di Roberto Lorenzini. Alessia Minniti, collega e amica di Roberto, ricevette un po’ di tempo fa -o forse tanto tempo fa: era il 13 ottobre del 2001- da Lorenzini un decalogo buffo sul lavoro di psicoterapeuta. Era desiderio di Roberto che questo decalogo fosse trasmesso a chi veniva dopo di lui, ai giovani e meno giovani che avrebbero fatto il suo stesso mestiere di psicoterapeuta. Siamo lieti di realizzare quel desiderio e di rendere felice Roberto, ovunque egli sia.

 

  1. Ascoltate il paziente, mettetevi nei suoi panni, sentite quello che lui sente.
  2. Esprimetegli solidarietà sulla sua sofferenza, va presa sul serio; anche se per voi è una sciocchezza lui ci soffre.
  3. Dimenticatevi di voi, non state a osservare se state facendo bene o male (lo farete semmai dopo), pensate a lui, al suo modo di causarsi sofferenza.
  4. Cercate di capire non solo quello che dice ma soprattutto il punto di vista dal quale lo dice: è questo che lui spesso ignora.
  5. Cercate di capire qual è il suo progetto esistenziale, gli scopi terminali, le cose per lui irrinunciabili e poi ditegli quanto avete capito, pronti a cambiare idea, a raddrizzarla o buttarla nel cestino se lui non è d’accordo. E allora cercatene insieme un’altra: lui ne sa di sé stesso più di voi e occorre essere d’accordo.
  6. Dategli la mano per esplorare scenari diversi con il vostro aiuto, spiegandogli che non necessariamente quello che ha creduto fino a quel momento è vero o utile per lui. Criticate il modo in cui se lo è messo in testa e fategli sperimentare alternative.
  7. Vogliategli bene, nel senso più pieno del termine. Si può aiutare solo se vogliamo il bene della persona che abbiamo di fronte e se crediamo che possa farcela. Se non adottiamo i suoi scopi o se pensiamo che non ce la farà diventiamo iatrogeni. Non è una colpa ma bisogna passare la mano.
  8. Non vi preoccupate di voi (se il punto 7 è rispettato), male non potete farne. Siamo molto più ininfluenti di quanto pensiamo. Fra qualche anno (lo dico per i più giovani tra voi) le nostre colpe minute, i nostri minuscoli successi, i libri scritti, le cattedre conquistate, i soldi fatti saranno del tutto cancellati. Se qualcosa resterà sarà solo nella memoria delle persone che abbiamo amato, e anche questa per poco. Non prendiamoci troppo sul serio!
  9. Non vi preoccupate delle diagnosi ma delle persone che avete di fronte, guardate alla loro originalità e ricchezza e non solo a quello che non funziona. Pensate che il loro modo di essere è la soluzione più creativa che hanno trovato per sopravvivere: andrebbe protetta e valorizzata come espressione dell’adattabilità genetica e culturale dell’essere umano.
  10. Fatevi curare dai vostri pazienti (senza pagarli naturalmente) perché le emozioni che vi suscitano vi danno continuamente degli stimoli per la riflessione su di voi e una spinta verso il cambiamento.

 

Una precisazione in coda. Questo decalogo è stato lievissimamente rieditato e soprattutto ribattezzato. Esso in origine si chiamava “Il decalogo del buffo lavoro di psicoterapeuta”. Abbiamo attribuito il “buffo” al decalogo e non al lavoro di psicoterapeuta, che anzi ci siamo permessi di definire “serio”. Il bello di questo decalogo sta anche nel fatto che Roberto superò la sua ammirevole tendenza a non prendersi troppo sul serio e a esprimere per una volta un messaggio importante, sia pure temperato da il suo tipico accento buffo alla Lorenzini. Per questo abbiamo ribattezzato questo ultimo scritto di Roberto “il buffo decalogo del serio lavoro di psicoterapeuta”. D’altro canto, dagli amici si impara e agli amici si insegna.

Da Roberto molto abbiamo imparato ma non sempre abbiamo avuto il coraggio di insegnarli a sapersi prendere sul serio quando è necessario. Quindi va bene non prendersi troppo sul serio, come scrisse Roberto nell’ottavo comandamento di questo decalogo, ma al tempo stesso impariamo a prenderci sul serio come psicoterapeuti. E infine, Roberto, perdonaci un ultimo piccolo appunto anche al nono comandamento. Ti diciamo che non solo le persone ma anche le diagnosi sono importanti. E ora basta così: restituiamo la parola a Roberto e rileggiamoci il suo buffo decalogo del serio lavoro di psicoterapeuta.

Perché non sono felice come gli altri?

Questo articolo sulla felicità si pone questi obiettivi: spingere il lettore ad accettare la condizione umana (di sofferenza) e disinvestire sull’illusione della felicità

 

Al giorno d’oggi, sommersi dai social che traboccano di foto spiritose, ritoccate e costruite ad hoc per attrarre l’interesse degli altri, il nostro spirito comparativo è quanto mai messo alla prova.

E più si è insicuri, più ci si sente minacciati dalla condizione positiva degli altri.

“Gli altri sono felici”, “La mia vita fa schifo (perché sono sempre scontento)!”, “Possibile che non riesca ad essere felice?!” “Se vivo sempre emozioni negative, c’è qualcosa che non va in me!”

Se anche tu hai fatto questi pensieri sei perfettamente nella norma.

Si parla recentemente (e direi finalmente) di “Toxic Positivity”, ovvero “positività tossica”, alludendo a questa ricerca di felicità forzata che porta a sminuire o colpevolizzare i propri vissuti e rimandare agli altri l’idea che vivere “felicemente” è possibile e facile.

Sappiamo che non dobbiamo lasciarci ingannare dalle vite degli altri, non possiamo sapere cosa si nasconde dietro ad una foto. Lo sappiamo benissimo: “All that glisters is not gold”, “Non è tutto oro quello che luccica”, scrivevano Esopo e Shakespeare e le ricche star di Hollywood, con le loro vicende personali, ce lo ricordano ogni giorno.

Ma allora come mai non possiamo fare a meno di confrontarci con gli altri e di uscire, quasi sempre o almeno nella maggioranza di noi, perdenti da questo confronto?

E perché non riusciamo ad essere felici come gli altri?

Cosa abbiamo di sbagliato?

Andiamo per gradi.

Come mai viviamo sempre nel confronto sociale?

Il confronto è un normale processo evolutivo, persino indispensabile, sotto certi aspetti, ai fini evolutivi: è una predisposizione necessaria affinché la persona capisca quali sono “le regole” e le richieste per un buon adattamento ed inserimento nel gruppo dei pari.

Oggi, come secoli fa, il gruppo è una risorsa fondamentale per l’uomo ed il volerne far parte è un desiderio più che legittimo. “Sto facendo la cosa giusta? Sto contribuendo abbastanza?” Queste domande guidano il comportamento dell’individuo in una società, facendo sì che ci sia maggior crescita dell’uno e dell’altra. La nostra mente ci mette in guardia circa la minaccia di poter essere rifiutati.

Non deve quindi stupirci, né dobbiamo biasimarci, se abbiamo la tendenza a migliorarci, a confrontarci, o persino a deprimerci se non ci sentiamo “abbastanza adatti”. Quella tristezza dovrà essere la spinta per una crescita. A questo servono le emozioni.

La felicità non è la “condizione naturale” di tutti gli esseri umani

Più che biasimarsi del motivo per cui non riusciamo ad evitare di metterci in una condizione di confronto, dovremmo esaminare uno sbaglio decisamente più sostanziale: quello di considerare la felicità come lo stato naturale dell’uomo.

La felicità, così come la intendiamo nel senso “classico” del termine, ovvero come stato di piena gioia ed appagamento, è un’emozione. Una tra tante. Non c’è nessun motivo per cui dovrebbe essere la nostra “condizione di base”.

Le emozioni primarie dell’uomo sono sei e sono state studiate da Paul Ekman (lo psicologo che ha ispirato il telefilm “Lie to me”, per chi lo conoscesse) che, girando il mondo, ha potuto osservare come queste emozioni fossero “universali”, ovvero interculturali ed innate, in quanto presenti in tutti gli uomini, di differente razza ed età, accompagnate da specifiche espressioni facciali indipendenti dalla cultura e riconoscibili in qualsiasi parte del mondo. Se avete visto il cartone Disney “Inside out” probabilmente ne conoscete cinque: gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto. A queste aggiungiamo la sorpresa. Sei emozioni primarie dalle quali nascono poi tanti altri stati emotivi, le emozioni secondarie, che subiscono invece l’influenza della cultura e della società. Ne sono un esempio la vergogna, l’invidia, la colpa

Ogni emozione ha la sua dignità ed il suo preciso ruolo: tutte lavorano per noi, per garantirci un buon adattamento alla realtà che ci circonda (la paura, ad esempio, ci avverte che siamo in una situazione di pericolo, mentre la rabbia che stiamo subendo un’ingiustizia) e ci garantisce così le migliori condizioni per una buona sopravvivenza. Infatti le emozioni sono il più prezioso bagaglio che ci ha lasciato l’evoluzione!

Se i nostri antenati fossero stati solo felici non si sarebbero accorti che il cibo che stavano mangiando li disgustava e magari li avrebbe persino avvelenati, o che il leone era una minaccia, o non avrebbero prestato cura alla propria famiglia, perché smarrirla non li avrebbe portati a vivere un’emozione di tristezza.

Dovevano invece essere sempre attenti a guardarsi le spalle, a proteggersi, a procurarsi cibo, acqua, un riparo ed il sesso.

Siamo stati progettati per sopravvivere: quello che ci guida è un “dispositivo cerebrale” calibrato per scovare il pericolo e metterci in salvo. E nel corso di anni e secoli, la mente umana ha affinato la sua abilità di prevedere il pericolo e metterci in guardia, adattandosi a stanare le minacce che nel corso del tempo hanno assunto forme diverse: i nostri nemici non sono più i leoni, ma piuttosto l’opinione degli altri, che ci garantisce l’accettazione e la partecipazione ad un gruppo, la perdita del lavoro, che ci offre possibilità di avere cibo ed un tetto, il prestigio sociale che ci promette potere ed un migliore accesso alle risorse della comunità e maggiore appetibilità sessuale.

Le minacce sono evolute con noi, ma il cervello non smette di svolgere la sua funzione di “protettore” e continua a stanarle: la nostra mente non cessa di valutare tutto quello che incontriamo, giudicandolo di volta in volta come adeguato, sufficiente, buono, pericoloso, utile, dannoso, eccetera… (Harris, 2010).

Queste considerazioni offrono quindi una risposta alla domanda: “come mai non riesco ad essere sempre felice?” Semplicemente perché non sei nato per “essere felice”, ma per “essere”.

Le caratteristiche delle emozioni

Dunque pare chiaro che, poiché siamo strutturati per adattarci alle circostanze e migliorare noi ed il nostro ambiente in una continua costante ottica di confronti e valutazioni reciproche, la felicità sia solo una delle tante emozioni a cui possiamo andare incontro nell’arco delle nostre giornate e non c’è motivo per cui debba essere la sola.

La convinzione che dobbiamo essere felici (perché me lo dicono gli altri e loro ci riescono benissimo) in realtà crea la “Trappola della felicità” (Harris, 2010) ovvero più rincorro la felicità come obiettivo di vita, più sarò frustrato e meno sarò felice. Se passo la mia vita ad inseguire la felicità avrò un’esistenza perennemente insoddisfatta: la felicità arriva, dura un po’, e se ne va. Perché così funzionano le emozioni, nessuna ha un particolare permesso per restare più delle altre!

L’emozione per definizione infatti, è un evento di durata limitata, da non confondere con i sentimenti.

L’emozione è una risposta valutativa di un evento, immaginario o reale, che determina una serie di modifiche e reazioni di tipo fisiologico (aumento della frequenza del battito cardiaco, della temperatura corporea, della sudorazione, ecc.), espressivi (atteggiamento verbale e non verbale), cognitivi (valutazioni circa gli eventi attivanti), motivazionali (azione e reazione comportamentale, come attacco o fuga) e soggettive (ovvero il sentimento, la conseguenza dell’elaborazione cognitiva di ciò che sto provando).

Ne consegue che l’emozione sia una risposta intensa, ma dalla durata piuttosto limitata nel tempo, finalizzata alla gestione dell’evento stesso che l’ha provocata.

Quando invece la persona si mette a riflettere su ciò che sta provando e ne elabora una sua consapevolezza (più o meno lucida o deviata) si parla di sentimento.

Il sentimento è l’elaborazione cognitiva di ciò che mente e corpo hanno rapidamente elaborato in risposta ad un evento, ovvero di un’emozione.

Le emozioni quindi sono:

  • fondamentali, hanno infatti funzione espressiva, comunicativa e regolativa (manifestare ciò che si prova in modo educato e rispettoso è fondamentale al proprio benessere);
  • di durata limitata.

Quanto dura un’emozione?

Gli studi su questo aspetto sono contenuti, ma si è visto che ogni emozione ha la propria durata, che potrebbe andare da qualche secondo a parecchie ore (Frijda et al. 1991; Verduyn et al. 2009 ). È stato studiato, nello specifico, che le emozioni spiacevoli hanno una durata maggiore e che la tristezza in particolare necessiti di maggior tempo per essere rielaborata (Verduyn e Lavrijsen, 2014).

In uno studio che ha preso in considerazione 27 emozioni, la tristezza è durata più a lungo, mentre la vergogna, la sorpresa, la paura, il disgusto, la noia, l’irritazione ed il sollievo sono state le emozioni più brevi (Scherer e Wallbott, 1994 ; Verduyn et al. 2009a; Verduyn e Brans, 2012; Verduyn e Lavrijsen, 2014). Nello specifico si è visto che “la tristezza dura fino a 240 volte più a lungo della vergogna, che sembra essere l’emozione più breve. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le differenze di durata sono molto minori” (Verduyn e Lavrijsen, 2014).

Qualcuno potrebbe dire: “ma se le emozioni durano qualche ora al massimo, come mai io allora quando mi arrabbio o sono triste mi porto dietro queste emozioni per una settimana??”.

Quando accade che un’emozione permane nella nostra mente e nel nostro cuore e sembra piantarci la tenda, non è l’emozione che decide di restare, non è una sua iniziativa. Siamo noi che, con mille pensieri e ruminazioni, la ancoriamo nella mente.

Quello che più di tutti è importante tenere in considerazione negli studi sulla durata delle emozioni è, infatti, che questa durata, così come pure l’intensità, siano condizionate fortemente dalle valutazioni che noi stessi facciamo dell’evento che le ha scatenate e dalle strategie che adoperiamo per gestirle.

Si è scoperto che “le emozioni piuttosto brevi sono tipicamente (ma, ovviamente non sempre) suscitate da eventi di importanza relativamente bassa, mentre le emozioni di lunga durata tendono a riguardare qualcosa di molto importante. Alcune di queste implicazioni possono diventare evidenti solo nel tempo, il che mantiene o rafforza l’emozione, facendola durare” (Verduyn et al. 2009b ).

In particolare la durata sembra dipendere fortemente dalla valutazione di una specifica minaccia a cui diamo importanza: quanto sia compromettente l’evento vissuto per l’immagine che la persona ha di sé (Shott, 1979). Ed ecco che torna la comparazione sociale: più la valutazione che faccio di un evento mi rimanda un attacco alla mia immagine personale, maggiore sarà la durata dell’emozione.

Un secondo elemento legato alla valutazione che influisce sulla durata dell’emozione è la ruminazione. Questa è uno spiacevole stratagemma mentale che ci illude di poterci dare una risposta confortante di un evento, o una nuova visione dei fatti, ma in realtà ci lega sempre di più a quanto accaduto e rinforza, minuto dopo minuto, l’emozione provata, alimentandola (Augustine e Hemenover, 2009; Wells, 2009).

La ruminazione non spiega solo le differenze di durata all’interno delle emozioni (un’emozione è tanto più intensa e duratura, quanto maggiore è il tempo di ruminazione), ma anche tra le emozioni (dura di più l’emozione su cui rimugino maggiormente) (Verduyn e Lavrijsen, 2014).

Questi meccanismi spiegano come mai alcune emozioni molto simili possano avere durate differenti: la vergogna ed il senso di colpa hanno molte caratteristiche sovrapposte (Tangney e Dearing, 2002), ma i dati attuali rivelano che ”la colpa è un’emozione che persiste molto più a lungo della vergogna. Allo stesso modo, paura ed ansia si sovrappongono a stati di avversione incentrati sulla minaccia” (Öhman, 2008 ), ma si osserva che la paura è molto più breve dell’ansia.

In conclusione, volendo fare un esempio, immaginiamo di subire un’ingiustizia che ci porterebbe a provare rabbia. Questa emozione potrebbe avere in media la durata di qualche ora. Ma se le nostre valutazioni attivano una serie di ruminazioni sull’ingiustizia subita, la durata sarà maggiore. Se inoltre nella ruminazione si rileva una svalutazione della nostra immagine, allora ci sarà da ipotizzare che la rabbia durerà ancora di più.

Non solo non possiamo essere sempre felici: la vita è sofferenza

La prima delle Quattro Nobili Verità del buddismo afferma: “La vita è sofferenza”. E questo perché non si può sfuggire a malattia, vecchiaia e morte. Ma non solo: il dolore verso un fatto accaduto può essere, come hanno riscontrato gli studi stessi, determinato dai nostri pensieri di non accettazione, di attaccamento ed avversione verso una realtà e sono proprio questi pensieri che influenzano la sofferenza stessa, ingrandendola, mantenendola più a lungo.

Nella psicologia cognitiva le cause della sofferenza sono in parte sovrapponibili a quanto affermato nel buddismo: si genera uno scopo nella mente della persona a causa di una disparità tra ciò che si desidera, o si necessita, e ciò che sia ha; la compromissione dello scopo crea sofferenza e questa sofferenza è poi mantenuta da un meccanismo di non accettazione del fatto che il proprio scopo sia compromesso o minacciato (Mancini e Perdighe, 2012). Lo scopo può essere qualcosa di esterno, un evento che accade o che si teme (avere un lavoro, avere un fidanzato, non avere una malattia), o interno, un’emozione, un pensiero (“non voglio avere paura; non voglio pensare a questa cosa; voglio essere felice”).

Questa è un’ulteriore conferma di come funziona la “Trappola della felicità”: desidero essere felice (perché lo reputo possibile), ma la compromissione del mio scopo (determinata da tutti i fattori precedentemente elencati) genera uno stato di sofferenza. Non accettare questa condizione mantiene ed aggrava la situazione spiacevole, portando magari ruminazioni e colpevolizzazioni (perché gli altri sembrano riuscirci).

Per mettere a tacere questa sofferenza occorre lavorare su tre punti (Mancini e Perdighe, 2012):

  • raggiungere lo scopo;
  • ridefinire lo scopo;
  • rinunciare allo scopo (accettazione).

In poche parole: disinvestimento nel nostro scopo compromesso o accettazione delle circostanze.

Questo articolo sulla felicità si pone proprio questi obiettivi: spingere il lettore ad accettare la condizione umana (di sofferenza) e disinvestire sull’illusione della felicità.

Un nuovo concetto di felicità: Vita Significativa VS Vita Felice

Concludendo possiamo dire che: il solo obiettivo che abbiamo ogni giorno è quello di essere “felici”, ovvero di raggiungere i nostri obiettivi, di far sì che lo stato desiderato e reale combacino.

Cerchiamo di raggiungere la felicità in mille modi, con grandi sforzi.

Puntualmente però, nonostante le nostre fatiche, ci ritroviamo a star male per un motivo o per un altro. E capita persino che ci biasimiamo perché non riusciamo ad essere felici (“come riescono tutti!”).

Ecco la brutta notizia: la felicità esiste, ma è uno stato momentaneo e transitorio così come la tristezza. Se arriva, inevitabilmente se ne andrà. E non è colpa tua. Non è perché non ti basta mai nulla o perché non hai fatto abbastanza.

Progettare di vivere una vita Felice è il primo passo per vivere nell’insoddisfazione.

Ma del resto c’è anche il rovescio della medaglia: anche le emozioni spiacevoli sono transitorie. Se non è così forse si è creato un blocco, occorre chiedere aiuto ad uno specialista.

Dato che la felicità è uno stato transitorio e, per definizione, in quanto animali in continua lotta per l’adattamento ed il progresso, viviamo in uno stato di continua sofferenza, siamo dunque destinati a vivere nell’infelicità?

La vita propone una terza opzione: non possiamo vivere una vita Felice, ma possiamo vivere una vita Piena e Significativa. Sarà dura a livello emotivo, ma molto gratificante.

Cosa si intende con vita significativa?

La psicologia cognitiva più recente, definita “di terza ondata”, sta osservando come alla base del benessere della persona debba esserci una predisposizione all’accettazione delle circostanze che non possono essere modificate. Questo è ad esempio il principio su cui lavora la ACT (Acceptance and Commitment Therapy, Terapia bastata sull’Accettazione e sull’Impegno nell’Azione).

Viene sostituita la concezione di felicità intesa come “stato di contentezza e gioia” (che è tipico dell’emozione) da una nuova prospettiva, quella di “vita ricca e significativa”.

Non si rincorre più uno stato di benessere fugace ed instabile, ma un senso profondo di vita “ben vissuta”, in linea con i propri valori fondamentali, vivendo pienamente tutta la gamma delle emozioni, sia la positive che le negative, imparando ad affrontare il dolore (che è inevitabile) al meglio, con compassione ed accettazione, riducendone gli effetti deleteri al minimo (perché accetto e non rimugino).

Questo obiettivo si raggiunge attraverso un profondo lavoro su se stessi, perché l’accettazione ha bisogno di conoscenza e compassione.

Il più recente approccio psicologico adopera in questa direzione la Mindfulness: una forma di meditazione che aiuta la persona a stare con le proprie emozioni e con i propri pensieri, osservandoli senza giudicare. È un valido strumento per avvicinare i propri vissuti con un occhio curioso e compassionevole, che allena l’accoglienza di quello che c’è, così come è.

La soluzione quindi è abbandonare la speranza vana ed illusoria di una vita “felice” in senso estremo, ed optare per una vita piena, consapevole, significativa.

Questo è il “compromesso” che la vita ti offre, ogni giorno. Coglilo.

Non è “rassegnarsi”, è Vivere Consapevolmente, accettando anche quello che è spiacevole, ma inevitabile.

Troverai una nuova “felicità” che è accettare il “compromesso”, che è vivere il momento presente nel bene e nel male, standoci, senza fuggire.

E questa è una Scelta, che va fatta e praticata ogni giorno.

 

 

Il ruolo delle metacognizioni nelle dipendenze

Grazie al lavoro di Adrian Wells e i suoi collaboratori si è iniziato a studiare il ruolo delle metacognizioni in relazione ai disturbi psicologici, in particolare nell’eziologia e nel mantenimento.

 

Le metacognizioni

Esse sono definite come le cognizioni applicate alle cognizioni o pensieri sul pensiero, ed hanno per oggetto processi e strategie cognitive. In altri termini, sono le conoscenze e i processi cognitivi coinvolti nella valutazione, nel monitoraggio e nella regolazione del pensiero (Flavell, 1979).

Delle metacognizioni si possono distinguere due differenti aspetti: la conoscenza metacognitiva o credenze metacognitive e la regolazione metacognitiva (Flavell, 1979; Wells, 2000). La prima si riferisce alle informazioni che gli individui detengono circa i propri stati interni e i processi cognitivi e le strategie di coping per modificarli. La regolazione cognitiva invece fa riferimento al modo in cui le persone fanno una valutazione della situazione in cui si trovano e delle sensazioni riguardo la propria condizione mentale, si riferisce anche alle funzioni esecutive come il monitoraggio, l’attenzione, il controllo e il rilevamento di errori durante la performance (Wells, 2000).

Un altro aspetto chiave sono le strategie metacognitive, ovvero strategie di controllo e di modifica dei propri pensieri, che le persone mettono in atto per raggiungere un’autoregolazione cognitiva ed emotiva. Queste strategie si riflettono sull’attività cognitiva, che può essere modificata, intensificata e bloccata; hanno anche l’obiettivo di alterare alcuni aspetti della cognizione per ridurre i pensieri e le emozioni negative.

Strategie, esperienze metacognitive e conoscenze metacognitive operano congiuntamente nei disturbi psicologici.

Grazie al lavoro di Adrian Wells e i suoi collaboratori si è iniziato a studiare le metacognizioni in relazione ai disturbi psicologici, in particolare il loro ruolo nell’eziologia e nel mantenimento. Wells e Mattews (1996) hanno proposto il modello Self-Regulatory Executive Function (S-REF) ovvero il modello della funzione autoregolatoria, così chiamato perché descrive i fattori cognitivi e metacognitivi che sono coinvolti nel controllo e nel mantenimento dei disturbi emotivi.

Secondo questo modello le credenze metacognitive, o metacognizioni, determinano l’attivazione di pensieri e stili di coping disfunzionali che a loro volta generano e mantengono i disturbi psicologici. Alcuni di questi sono: stili di pensiero perseverativi come il rimuginio, comportamenti di coping come l’evitamento, ma anche strategie attentive di ipermonitoraggio e comportamenti di sicurezza che ostacolano esperienze in grado di modificare adattivamente le credenze problematiche. Tutti insieme, questi stili di coping vengono chiamati Sindrome Cognitiva Attentiva (CAS; Wells, 2000, 2013; Wells e Mattews, 1994) e rappresentano il nucleo di pensiero centrale nei disturbi psicologici.

La CAS si manifesta con uno stile di pensiero perseverante, con fenomeni di ruminazione, preoccupazione, focalizzazione dell’attenzione su strategie di coping e di autoregolazione disfunzionali. Questo fa sì che l’emozione negativa iniziale, invece che essere fronteggiata in maniera adattiva, si mantenga e che le idee negative del soggetto si rinforzino. Un esempio ideale per capire come opera la CAS può essere riscontrato nel funzionamento del Disturbo di Panico. Un attacco di panico può essere un evento abbastanza comune nella vita delle persone ma nel momento in cui il soggetto continua a preoccuparsi per possibili attacchi futuri, ottiene l’effetto di aumentare e prolungare lo stato di ansia. A questo concorre anche il fatto che egli cercherà di monitorare costantemente le proprie sensazioni corporee e tutto ciò faciliterà il ripresentarsi di attacchi di panico. Questo è ciò che accade nelle persone inclini ad attivare il pattern di risposta cognitivo-attentivo (Wells, 2011).

Il modello della funzione autoregolatoria sostiene che: (i) la CAS derivi da credenze di natura metacognitiva sottostanti piuttosto che da credenze su sé o sul mondo, (ii) l’attivazione della CAS mantenga e rinforzi le emozioni negative e che (iii) sia responsabile del mantenimento di un persistente senso di minaccia e di un’idea di sé negativa.

Le metacognizioni nelle dipendenze

Nel campo delle dipendenze molti studiosi (ad esempio Casale, Rugai, & Fioravanti, 2018; Caselli et al., 2018; Spada, Moneta, & Wells, 2007) hanno cercato di indagare il legame tra le metacognizioni e il comportamento dipendente, questo è stato fatto sia per le dipendenze comportamentali (gambling, uso problematico di Internet, uso problematico dei social network e gioco online) che nell’ambito delle dipendenze correlate ad uso di sostanze nel quale sono state studiate relativamente all’uso di alcool e al fumo.

Una review di Hammoniere e Varescon (2018) ha sottolineato come due tipologie di metacognizioni sono implicate nelle dipendenze comportamentali. Partendo dal fatto che della conoscenza metacognitiva si possono distinguere due aspetti, conoscenza della cognizione e conoscenza dei processi che regolano la cognizione, hanno distinto:

  • Metacognizioni generali circa esperienze cognitivo-affettive. È emersa un’associazione positiva tra questa tipologia di metacognizioni e alcune dipendenze comportamentali come l’uso di alcool e di nicotina, il gambling e l’uso problematico di Internet. In particolare, le credenze circa il bisogno di controllare i pensieri sono il miglior predittore della gravità della dipendenza.
  • Metacognizioni specifiche relative a strategie cognitivo-affettive. Autoregolatorie nei comportamenti che creano dipendenza, ne sono un esempio le strategie per regolare o controllare la cognizione (memoria, attenzione, pensiero) e le emozioni. In questa categoria sono state distinte metacognizioni positive e negative e sono state confermate per l’uso di alcol, di nicotina, nel gambling, nei giochi online e nell’uso problematico dei social media online.

Le metacognizioni positive fanno riferimento alle conseguenze positive (sulla regolazione emotiva e cognitiva) che si pensa possano derivare dal mettere in atto un comportamento.

Esempi di metacognizioni che influenzano la regolazione emotiva sono: “l’alcol mi aiuta a ridurre l’ansia”, “le sigarette mi aiutano a rilassarmi”, “il gioco d’azzardo mi aiuta quando mi sento depresso”. Esempi di quelle che influenzano la regolazione cognitiva sono: “fumare mi aiuta ad essere più concentrato”, “l’alcol mi permette di ridurre la ruminazione”, “il gioco d’azzardo mi aiuta a pensare a qualcos’altro” (Nikčević et al., 2017). La letteratura evidenzia che le metacognizioni positive sono implicate nella fase iniziale del comportamento problematico in quanto motivano l’individuo a intraprenderlo e portarlo avanti (Spada, Caselli, Nikčević & Wells, 2015).

Le metacognizioni negative sono credenze che il soggetto ha circa (1) le conseguenze negative del comportamento sulle funzioni cognitive come “l’alcol danneggerà la mia memoria”; (2) l’incontrollabilità dei pensieri relativi a quel comportamento, “i pensieri sull’alcol sono incontrollabili”; (3) lo stretto legame tra pensiero e azione come “se penso al gioco d’azzardo non posso fare a meno di andare a giocare”; (4) la percezione di mancanza di controllo sul comportamento come “non riesco a controllare l’impulso di fumare” (Nikčević et al., 2017). Nel loro insieme sono responsabili della perpetuazione del comportamento. Inoltre, sono attivate durante e dopo un episodio di coinvolgimento in un comportamento che crea dipendenza, rafforzano sia la percezione del fallimento nell’autoregolazione che gli effetti dannosi del comportamento sul funzionamento, che a sua volta promuovono pensieri ripetitivi e emozioni negative. Conseguentemente, costringono una persona a continuare a mettere in atto il comportamento nel tentativo disadattivo di regolare questi stati interni negativi (Spada, Caselli, Nikčević & Wells, 2015).

Spada, Caselli e Wells (2013) hanno ripreso il modello classico metacognitivo (S-REF) e lo hanno utilizzato nel campo delle dipendenze. Il modello è stato adattato per la dipendenza da nicotina (Spada et al., 2015) e il problem drinking (Spada et al., 2013). Di seguito sarà presentato un esempio relativo al consumo di alcol con lo scopo di far comprendere il ruolo delle metacognizioni nelle dipendenze.

L’alcol, così come le sigarette, è utilizzato come strategia di regolazione cognitiva ed emotiva guidata dalla necessità di controllare i pensieri e dalla percezione di scarsa efficacia del proprio funzionamento cognitivo, quindi una strategia di regolazione metacognitiva. Quest’ultima diventa tutt’altro che una regolazione adattiva in quanto avviene l’attivazione della CAS. Secondo il modello metacognitivo trifasico dell’assunzione problematica di alcol, i soggetti non riescono a far fronte all’impulso di mettere in atto il comportamento che gli produce gratificazione, ovvero bere, anche se sono consapevoli dei danni che questo causerà (Spada et al., 2015).

Spada, Caselli, e Wells (2013), autori del modello originale, sostengono che si possono concettualizzare la CAS e le metacognizioni attraverso tre fasi temporali della nascita della dipendenza; nel caso dell’alcol esse sono: una precedente all’assunzione, una nella quale viene assunto e una posteriore (Spada et al., 2013).

Nella fase di pre-contemplazione, triggers nella forma di impulsi, immagini, ricordi o pensieri attivano la S-REF e ad essa si associano credenze metacognitive che guidano le strategie di valutazione e gli stili di coping. In questa fase, metacognizioni positive come “bere mi farà sentire meglio” e metacognizioni negative come “non riesco a controllare i miei pensieri relativi all’assunzione di alcol” attivano l’elaborazione disfunzionale ripetitiva delle intrusioni e i tentativi di sopprimere questi pensieri (CAS). Questo porta a una escalation di sentimenti negativi e craving. Come conseguenza, si creerà un circolo vizioso in cui il soggetto inizierà ad utilizzare sempre di più la sostanza sia per regolare questi sentimenti che per cercare di allontanare la crescente discrepanza tra lo stato in cui si trova e quello desiderato.

Nella fase di assunzione, metacognizioni positive circa il bere e la riduzione del monitoraggio metacognitivo contribuiscono a un uso sregolato di alcol. La riduzione del monitoraggio deriva da strategie e comportamenti messi in atto per assumere l’alcol che distolgono l’attenzione dal monitoraggio del flusso di informazioni circa gli obiettivi del soggetto e dalla possibilità di identificare segnali che indicano di smettere di bere. Le ridotte capacità di monitoraggio in caso di comportamenti che prevedono l’assunzione di una sostanza come l’alcol, derivano anche dagli effetti chimici della sostanza stessa; essi non devono essere considerati nel caso di uso problematico dello smartphone poiché non viene utilizzata nessuna sostanza. Nel corso del tempo, man mano che si intensifica la gravità del comportamento, emergono credenze metacognitive negative sulla sua incontrollabilità che contribuiscono alla perseverazione del soggetto in questa attività. Esempi di queste metacognizioni sono “bere controlla la mia vita”, “non ho controllo sull’assunzione di alcol”, “continuo a bere nonostante cerchi di smettere”.

Infine, nella fase post-assunzione si attivano credenze metacognitive positive sulla ruminazione post-evento cioè “se analizzo come mai mi sento in questo modo, capirò perché uso l’alcol”. Le conseguenze negative di tipo affettivo, cognitivo e fisiologico che derivano da un uso problematico dell’alcol diventano oggetto di ruminazione. Questo ha l’effetto di far aumentare le sensazioni negative e i pensieri correlati all’alcol e porta al rafforzamento delle convinzioni metacognitive negative su tali pensieri (“non ho alcun controllo sui pensieri relativi all’uso di alcol”). A questo punto, tentativi di sopprimere i pensieri correlati alla sostanza aumentano la probabilità di utilizzarla nuovamente come mezzo per l’autoregolazione.

Da questo modello possiamo constatare come la CAS e le metacognizioni siano presenti nelle dipendenze e come l’approccio metacognitivo si adatti bene a spiegarne l’esordio e il mantenimento.

Possiamo concludere che la teoria metacognitiva sia particolarmente utile per la comprensione delle dipendenze. In modo particolare questa teoria distingue tra due tipologie di metacognizioni. Da un lato le metacognizioni positive inerenti i benefici derivanti del mettere in atto determinate attività (come gioco d’azzardo e l’uso di Internet) per la regolazione emotiva e cognitiva. Dall’altro quelle negative che concernono l’incontrollabilità del comportamento e la pericolosità dei pensieri ad esso associati. È stato trovato che quelle positive sono coinvolte nell’iniziazione dell’attività, quelle negative invece nel suo mantenimento.

 

Genitori, come gestire il problema alimentare – Report e video dal webinar condotto dal CIPda Milano in occasione della X giornata nazionale contro i Disturbi dell’Alimentazione

Report sul webinar tenuto dall’équipe multidisciplinare del CIPda, in occasione della giornata nazionale contro i Disturbi dell’Alimentazione (DA), per fornire ai genitori delle linee guida su come gestire le problematiche alimentari vissute dai loro figli.

 

L’incontro si è aperto con un saluto di benvenuto da parte della direttrice sanitaria del centro: la Dott.ssa Sassaroli; la quale ha ribadito la rilevanza di questo seminario, in quanto la figura del genitore assume un ruolo cruciale e determinante all’interno del quadro sintomatologico che il figlio sta esperendo. È stata focalizzata l’attenzione sui seguenti punti: l’importanza di cogliere la problematica tempestivamente, il maggiore rilievo clinico attribuito al disturbo alimentare oggigiorno rispetto al passato, la necessità di invitare il proprio figlio a rivolgersi a specialisti e soprattutto il bisogno di vicinanza emotiva costante. È stato introdotto anche il concetto di alleanza terapeutica: sia tra paziente e curante, sia tra curante e genitori, in quanto quest’ultimi possono essere una risorsa nucleare per un esito terapeutico proficuo.

Ha preso successivamente la parola la direttrice operativa della clinica: la Dott.ssa Nocita, la quale ha esplicitato l’obiettivo dell’incontro, che consiste nell’offrire ai genitori dei suggerimenti pratici per fronteggiare le criticità emergenti dei propri figli verso cibo e forma fisica.

L’impostazione dell’incontro si è articolata in 3 momenti:

  • Il primo dando voce ai vari specialisti dell’équipe che hanno offerto una prospettiva multidisciplinare rispetto alle strategie efficaci per la gestione delle principali criticità
  • Il secondo proiettando una video-testimonianza di genitori di una paziente che ha superato il disturbo alimentare
  • Il terzo dando spazio al pubblico per domande e curiosità

La Dott.ssa Nocita ha introdotto gli specialisti e stimolato il loro intervento, tramite quesiti specifici:

Dott.ssa Colantonio (psicologa): “Quali sono i campanelli d’allarme per poter individuare precocemente un possibile disturbo alimentare?”

È stato immediatamente ribadito quanto sia difficile individuare i segnali prodromici, in quanto nella società attuale comportamenti quali esercizio fisico protratto e diete dimagranti sono ben accettati e rinforzati: il confine tra un’”innocua” attenzione per l’alimentazione e la forma del corpo e l’esordio di una psicopatologia è, dunque, alquanto labile. Il genitore può, però, concentrare la sua attenzione su tre aspetti cruciali: ipervalutazione del peso e della forma fisica, comportamenti finalizzati alla perdita di peso (dieta ferrea, esercizio fisico eccessivo, abbuffate e meccanismi di compenso) e un’evidente modificazione ponderale (diminuzione o aumento del peso).

Dott.ssa Zagarese (psicologa): “Una volta appurati questi elementi, a quali specialisti è opportuno rivolgersi?”

Primariamente alla figura del medico di base, per poter attuare un primo filtraggio della problematica. Secondariamente a centri clinici con équipe multidisciplinari (psichiatra, psicoterapeuta, nutrizionista/dietista), specializzati nelle problematiche alimentari, che seguano protocolli evidence-based empiricamente efficaci.

Dott.ssa Tramontano (psicologa – psicoterapeuta): “Una volta accertata la diagnosi, come si possono orientare i genitori alla ricerca del trattamento più adeguato?”

Il consiglio è di orientarsi sempre verso terapie Gold-Standard indicate dalle linee guida internazionali (NICE, 2017) come terapie d’eccellenza per il trattamento del disturbo alimentare: la terapia cognitivo-comportamentale migliorata (Enhanced Cognitive Behaviour Therapy, CBT-E), grazie alla sua concettualizzazione transdiagnostica del disturbo, è indicata per tutte le sotto-categorie diagnostiche del disturbo. Il centro CIPda adopera come modello teorico e clinico proprio la CBT-E, indicata come trattamento d’elezione per tutti i target d’età. Si tratta di una terapia individuale e personalizzata: nonostante siano previste procedure implementate in maniera sequenziale, vengono sempre adattate alle esigenze e caratteristiche del paziente, il quale assume un ruolo attivo e cooperativo all’interno del trattamento. Il format individuale prevede anche il coinvolgimento dei genitori o degli altri significativi: nel caso degli adolescenti i genitori vengono sempre coinvolti, mentre nel caso di pazienti adulti vengono coinvolti se e solo se possono configurarsi come una risorsa ai fini del trattamento.

Dott.ssa Ranzini (psicologa – psicoterapeuta): “All’interno di un trattamento individuale, come possono i genitori rappresentare una risorsa per il cambiamento di loro figlio?”

Nonostante la CBT-E preveda un format individuale, i dati di ricerca affermano che i genitori assumono un’importanza cruciale per l’esito del trattamento, potendo diventare una risorsa attiva e determinante. In merito a ciò spetta al terapeuta fornire ai genitori sia spiegazioni sul razionale del trattamento, sia indicazioni psicoeducazionali sulle procedure pratiche ed efficaci da mettere in atto. L’obiettivo del coinvolgimento genitoriale consiste, dunque, nel favorire un ambiente familiare accogliente che possa facilitare il cambiamento; grazie anche alla fiducia che i genitori nutrono verso l’impegno del figlio per il trattamento.

Dott.ssa Ramponi (dietista): indicazioni pratiche per gestire proficuamente il momento del pasto

Il pasto e il seguente post-pasto costituiscono momenti di cruciale difficoltà sia per i pazienti, sia per gli altri significativi. A tal proposito, la prima strategia utile consiste nel prepararsi ai pasti anticipatamente: coinvolgendo il proprio figlio nella pianificazione del menù, individuando insieme a lui gli alimenti soggettivamente più semplici da gestire e concordando la porzione di consumo. La seconda direttiva consiste nel creare un clima più idoneo possibile, attraverso l’attenzione focalizzata su argomenti che non concernono minimamente i temi dell’alimentazione, del peso e della forma fisica. Il terzo punto consiste nel conoscere e saper gestire eventuali difficoltà emergenti: in questi casi è opportuno non costringere il proprio figlio a mangiare, bensì gli si rimanda che sta consumando quanto precedentemente concordato. Queste difficoltà potrebbero essere esacerbate da una sensazione di pienezza durante e post-pasto: è doveroso rimandare che queste sensazioni possono essere fortemente influenzate da stimoli emotigeni o essere conseguenti al sottopeso. Anche nel post-pasto risulta fondamentale proporre attività distraenti per distogliere l’attenzione dal cibo, dal corpo e da tutte le emozioni connesse.

Dott.ssa Amianti (biologa – nutrizionista): indicazioni pratiche per gestire i pasti fuori casa

L’alimentazione sociale si rivela un’esperienza notevolmente complessa, motivo per cui la reazione più frequente è l’evitamento, a cui segue un circolo vizioso di frustrazione, ansia e sensi di colpa. Il genitore può cercare di supportare il proprio figlio pianificando l’uscita, in quanto la pianificazione può aumentare il senso di controllo e conseguentemente abbassare l’ansia.

La specialista invita a focalizzare l’attenzione su tre momenti particolari:

  • Pre-pasto: risulta utile contestualizzare l’evento, definendo tutti gli aspetti che comportano l’uscita stessa: location, tipologia di menù proposto (es. scaricare menù online) per poter concordare a priori i dettagli del pasto
  • Durante il pasto: un ruolo cruciale è assunto dalla rete familiare e amicale che circonda l’individuo, dovrebbero essere totalmente evitati temi connessi a cibo, peso e forma fisica; orientando la conversazione su temi distraenti di altra natura
  • Post-pasto: potrebbero subentrare sensi di colpa e ansia per essere usciti dalla propria zona di comfort; il genitore, per essere di aiuto, potrebbe organizzare attività distraenti e interattive

Conclusi gli interventi dei singoli specialisti, ha avuto inizio il secondo momento dell’incontro: la video-testimonianza dei genitori la cui figlia ha superato il suo disturbo alimentare, a seguito della presa in carico al CIPda. Dalla video-testimonianza dei genitori sono emerse le seguenti indicazioni:

  • Ricordarsi che la causa del disturbo alimentare è sempre multifattoriale: non è mai solo “colpa” del genitore, il quale spesso può provare sensi di colpa per la condizione del figlio
  • Viene ribadita l’importanza di rivolgersi a protocolli validati scientificamente (“Nonostante la rigidità, si è rivelato efficace”), aiutando il proprio figlio a scegliere il percorso più adeguato
  • Manifestare supporto costante ai propri figli, ma sempre rispettando il loro spazio di cura
  • Tenere a mente la metafora dell’orchidea paragonata ad un figlio con disturbo alimentare: “Un’orchidea spoglia, se ben curata, può sempre rifiorire in tutta la sua bellezza; bisogna, però, ricordarsi di tenerla annaffiata!”

Il webinar si è concluso con un ultimo spazio dedicato alle domande dal pubblico: le risposte ai quesiti rimanenti sarebbero state reperibili sulla pagina Facebook, sotto forma di brevi video, che hanno riscontrato un elevato livello di gradimento dagli ascoltatori.

 

GENITORI: COME GESTIRE IL PROBLEMA ALIMENTARE – Guarda il video integrale del webinar:

 

 

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Meditazione su Netflix? Sì con le guide di Headspace

Headspace si presenta come una guida alla meditazione, rappresentata da disegni morbidi e colori vivaci che, accompagnata da una voce narrante, introduce in ogni puntata una diversa tecnica di meditazione.

 

Quante volte accendendo la tv o altro dispositivo, ci siamo detti “avrei bisogno di qualcosa che mi aiuti a rilassare” magari dopo un’intensa giornata lavorativa o semplicemente per trascorrere del tempo in tranquillità. Ebbene sì, Netflix ha da poco introdotto nel suo catalogo una nuova esperienza chiamata “Headspace”, portando comodamente a casa tua la meditazione.

Il 2020 sarà senz’altro ricordato come uno degli anni più difficili e complessi, a causa della diffusione del Covid-19 che ha coinvolto tutto il mondo. Questo ha portato con sé maggiori insicurezze economiche e sociali e nuove sfide da affrontare per la sanità globale. Le persone, a causa di limitazioni e restrizioni imposte, hanno sofferto molto, con ripercussioni non solo sulla salute fisica ma anche psicologica. Difatti, sono aumentate notevolmente sintomatologie ansiose-depressive, disturbi del sonno, stress e problemi relazionali. Inoltre, ha portato ad una maggiore riflessione interna, su tematiche di vita esistenziali e profonde che non troveranno risposte immediate. Il mondo che conoscevamo è cambiato e ha portato inesorabilmente cambiamenti anche dentro noi stessi.

A gennaio 2021, dopo anni dalla creazione della prima app di meditazione, “Headspace” fa il suo debutto sulla piattaforma Netflix, proponendo una nuova esperienza on-demand chiamata “Le Guide di Headspace”, una facile guida alla meditazione che permette a tutti di svolgerla nella comodità di casa propria. Headspace si presenta come una guida alla meditazione, rappresentata da disegni morbidi e colori vivaci che, accompagnata da una voce narrante, introduce in ogni puntata una diversa tecnica di meditazione, prima spiegando la tecnica e poi guidando nella pratica.

Questa novità si compone di 8 episodi. Ognuno di questi ha una durata di 20 minuti: 10 minuti di introduzione alla tecnica meditativa e i suoi benefici e altri 10 minuti di pratica meditativa.

Cosa vuol dire meditare?

La meditazione permette, attraverso una pratica quotidiana, di divenire maggiormente consapevoli dei propri stati interni, pensieri, emozioni, percezioni e del proprio stato corporeo. Generalmente alcune forme meditative propongono di iniziare con il porre l’attenzione ad alcune attività che svolgiamo comunemente nelle nostre vite o che mettiamo in atto in maniera automatica, come ad esempio, spostare l’attenzione sul nostro corpo e prendere consapevolezza delle superfici con cui entra in contatto, per poi spostare l’attenzione al respiro, l’aria che entra ed esce dalle narici oppure l’addome che si alza e si abbassa. Prendere consapevolezza significa ascoltare le sensazioni del nostro corpo, prendere dimestichezza con la natura della nostra mente e osservare il flusso di pensieri, accettandolo per quello che è e sospendendo qualsiasi tipo di giudizio. Così la meditazione si propone di offrire una vita molto più ricca e intensa, caratterizzata dalla consapevolezza, disinnescando il “pilota automatico”.

In particolare, Jon Kabat-Zinn (1994), teorico del protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), definisce con la parola Mindfulness “porre attenzione in un modo particolare, ovvero: essere, nel momento presente e in modo non giudicante”.

Accettare di vivere nel momento presente significa non abbandonare noi stessi, ma anzi prenderci cura.

Perciò la presa di consapevolezza e poi l’accettazione, sono i primi passi necessari per qualsiasi persona che voglia intraprendere un vero cambiamento, che tenga conto dei propri valori reali.

“Capire chi siamo, e sapere dove vogliamo andare è l’inizio di un lungo percorso nel rispetto di noi stessi e degli altri”.

Quali sono i benefici?

I benefici della meditazione non comportano soltanto una maggiore consapevolezza a livello fisico e mentale, ma anche una riduzione dello stress, ansia, paura e aggressività.

Ulteriori studi hanno confermato come praticare meditazione quotidianamente possa portare ad un miglior recupero post-operatorio, aumento delle difese immunitarie, miglioramento del sistema cardio-circolatorio, miglioramento del tono dell’umore (Krygier et al., 2013).

Inoltre, negli ultimi trenta anni, il proliferare di ricerche hanno permesso di verificare l’efficacia meditativa nella gestione delle diverse forme di dolore cronico (Kabat-Zinn, Lipworth, & Burney, 1985).

Visto i promettenti benefici e l’assenza di effetti avversi, non resta che l’invito a provare anche voi questa nuova esperienza. Di questa, potranno beneficiare tutti indistintamente, sia i principianti sia gli esperti di meditazione.

Quali prospettive future?

Intanto, la piattaforma digitale di streaming, ha già pensato ad un’altra sfida che farà il suo debutto il prossimo 28 aprile, lanciando “Le guide di Headspace: il Sonno” offrendo consigli utili e un rilassamento guidato per dormire meglio.

Netflix, promuovendo contenuti di questo tipo, ha dimostrato come possa essere versatile e facile raggiungere gran parte della popolazione, proponendo di tanto in tanto contenuti pensati per essere utili anche al benessere psicofisico delle persone. Chissà se tale esperienza, potrà essere di aiuto in alcuni momenti di difficoltà nella vita quotidiana.

Detto ciò, in futuro potremmo pensare di far arrivare altri messaggi e contenuti, ma anche fornire strumenti pratici, mirati alla prevenzione e alla promozione della salute mentale, come ha fatto con headspace.

 

La principessa che aveva fame d’amore (2017) Come imparare a nutrire se stesse – Recensione del libro

Nel libro La Principessa che aveva fame d’amore, di Maria Chiara Gritti viene affrontato, attraverso la favola, il tema del nutrimento dell’anima e del cuore. Di come molte donne imparano che l’unico modo per essere amate sia quello di sacrificare se stesse pur di avere vicino il principe che le nutrirà con il vero amore. Un principe che però spesso resta un rospo, a cui si dà tutto, ricevendo in cambio poche briciole, oppure niente.

 

Un libro definito “geniale”, che, attraverso il racconto di ambientazioni magiche, affronta con delicatezza il dolore della dipendenza affettiva, ma soprattutto che sa rendere speciale il passaggio verso la rinascita di queste donne-principesse che necessitano soltanto di una guida e una bussola che le aiuti a rimettersi sulla giusta strada, quella verso se stesse.

Parte tutto da una leggenda, quella dei Pani che hanno un grande potere nutritivo, tanto da aiutare i bambini lungo la loro crescita a diventare adulti forti e capaci di trovare felicità e soddisfazione nella loro esistenza. Scopriamo così il Pane del Gioco, dell’Immaginazione, dell’Amicizia, dell’Impegno e tanti altri, fino a quello che completa tutto: il Pane dell’Amore. E’ il Pane più difficile da impastare, i suoi ingredienti sono nascosti nel cuore e solo chi ha il coraggio di avventurarsi li raggiunge. Ed è proprio su questa avventura che ruota il libro, l’avventura che è ricerca dell’amore, della pienezza nella propria vita, di ciò che rende davvero sazi.

Inizialmente però, quest’avventura nasce per trovare il principe che sazierà per sempre la fame della nostra protagonista (che da tempo è affamata); molte energie sono spese e investite per questo scopo. Viene così da pensare, leggendo di questo investimento: energie utilissime ma incanalate male. Quante volte capita infatti nella vita? Si investono tempo, risorse e abilità mentali, emotive e sociali in qualcosa che non funziona, nel ripetere ostinatamente la stessa strada nella speranza che stavolta possa essere diverso, che finalmente tutte quelle energie non siano state spese a vuoto ma avessero un senso, e il senso era ottenere l’amore tanto agognato di un principe.

Ma quello che si domanda l’autrice è questo: Come può una ragazza poco nutrita d’affetto riconoscere il sapore del vero amore?

Non è forse questa la strada per scambiare ogni rospo per un principe a cui darsi completamente, senza però ricevere granché in cambio? Ecco, questo è ciò che definisce la Dipendenza Affettiva, quella strana cecità del cuore che porta ad accontentarsi di un riempitivo qualunque.

Parliamo infatti di Dipendenza Affettiva quando il bisogno di stare con l’altra persona è così rigido da far dimenticare se stessi, i propri bisogni e la propria individualità; quando tutti gli sforzi, reali o mentali, sono concentrati sull’altro e sulla relazione, nonostante la palese infruttuosità. Solitamente si sviluppa a fronte di una forte insicurezza circa la propria identità, di un senso di vuoto affettivo, del non sentirsi riconosciuti e amabili se non attraverso la presenza dell’altro. “Se c’è l’altro allora esisto, allora mi amo”. Ed è per questo che si mette in gioco di tutto pur di avere l’altro vicino, per allontanare il dolore del sentire di non esistere e di non essere degni di amore.

La principessa di questa favola incarna perfettamente tutto ciò; attraverso l’annullamento totale dei propri bisogni, appare come la figlia perfetta. Questo perché, come succede alla protagonista, nella vita di chi sviluppa una dipendenza affettiva, le figure di riferimento sono presenti ma in modo ambivalente, e questo porta spesso a situazioni caratterizzate da una sorta di scambio di ruoli tra genitore e figlio (bambino- adultizzato e genitore-bambino). Nella favola i genitori sono troppo impegnati a cercare di soddisfare il loro vuoto nutritivo e si dimenticano di nutrire la figlia come si deve; da un lato, un padre il cui bambino interiore, denutrito e trascurato, prende il sopravvento richiedendo costantemente ciò che non ha mai ricevuto e dall’altro, una madre pronta ad annientarsi per quel bambino denutrito pur di averlo al suo fianco per sentirsi amata e degna. Ed è in tutto questo che la principessa-protagonista impara a non chiedere più nulla, a non dare “fastidio” ai genitori, anzi, a cercare lei stessa di alleviare i loro dolori facendo di tutto per accontentarsi dei Pani stanchi e senza sapore che le vengono propinati. Diventa col tempo una “brava bambina”, buona e obbediente, al completo servizio dei bisogni (esclusivamente) degli altri, perché, come tante donne, ha imparato che solo così si può essere amate, e, nonostante sia capace e piena di talenti, sacrifica tutto per soddisfare la sua vorace fame d’amore.

La principessa avrà molte difficoltà a riconoscere il vero amore, perché quel vuoto scavato dentro di lei è molto richiedente, distruttivo e pretende di essere riempito con qualsiasi cibo e come le donne che si aggrappano a storie deludenti, perfino violente, anche lei perde l’autostima, la fiducia in sé e la propria vitalità. Finisce col perdere se stessa in questa ricerca affannosa del principe che avrebbe dovuto riempire quel vuoto d’amore. Anni di denutrizione e di percorsi sbagliati le portano via anche la speranza e la convincono di non meritare amore.

Ma è proprio qui che può cominciare la rinascita, è proprio fermandosi dalla frenesia e dal rumore assordante del mondo che si ha la possibilità di ascoltare e comprendere la fame che ci si porta dentro. E attraverso la bellissima metafora che richiama il percorso della psicoterapia, la principessa persa comincia ad imparare tante cose su di sé che neanche immaginava, condivide il suo dolore con altre principesse come lei e intraprende il percorso verso ciò che davvero può nutrirla.

Proprio come molte donne, non è facile risalire dalla voragine in cui si sprofonda, il percorso è fatto di tanti ingredienti sconosciuti da scoprire dentro di sé più che al di fuori: amor proprio, autenticità, fiducia in sé, perdono per i propri errori, capacità di rendersi felice e di rendere piena la propria vita. E’ la metafora del salvare la propria bambina interiore, dimenticata in un angolo remoto del proprio cuore, a cui non è stato permesso di esprimere se stessa e a cui è stato fatto credere che solo un uomo potesse salvarla.

La principessa dovrà dedicare diverso tempo alla bambina nel suo cuore grazie alla scoperta dei suoi talenti e questo le consentirà di tornare a se stessa, di tornare a casa e diventare così la regina del suo cuore. Quando queste donne imparano a non accontentarsi più delle briciole possono prendere in mano la valigia dei sogni e andare nel mondo a realizzare i loro desideri, perché come insegna questa favola, l’unico modo di nutrire il vero amore è imparare a nutrire noi stesse.

 

Yoga in adolescenza: effetti sulla regolazione emotiva, autostima ed affettività

Janjhua et al. (2020) si sono occupati di studiare gli effetti dello yoga sulla regolazione emotiva, l’autostima e l’affettività confrontando tra loro 52 adolescenti che praticavano yoga, con 58 che non lo hanno mai praticato.

 

L’adolescenza è una fase di vita caratterizzata da cambiamenti, oltre che fisici, psicologici, sociali ed emotivi.

Le trasformazioni e gli eventi di vita possono essere esperienze profondamente impattanti, che aumentano la vulnerabilità ed il rischio di insorgenza di disturbi psicologici, come stress, ansia, rabbia, depressione ed esaurimento emotivo.

Ansia e depressione comportano uno scarso rendimento scolastico (Bhasin et al., 2010), difficoltà di comunicazione con amici e familiari (Brooks et al., 2002; Gregory, 2007), abuso di sostanze ed incremento del rischio suicidario (Kumar et al., 2014; Pollock et al., 1995). Inoltre, possono insorgere sensazioni di inadeguatezza sociale (Clarke, 2006), frustrazione e percezione di fallimento (Clark & Rieker, 1986).

Gli adolescenti emotivamente vulnerabili riportano difficoltà nella regolazione emotiva, bassa autostima e problematiche affettive, con insorgenza di disturbi dell’umore.

Agire precocemente sugli aspetti di regolazione emotiva, oltre a migliorare la salute psicologica, può contrastare l’insorgenza di disturbi dell’umore in giovane età adulta (Roza et al., 2003).

Secondo la letteratura, l’autostima, declinata nella percezione delle relazioni interpersonali, gestione delle emozioni negative e controllo sugli eventi di vita (Fiorilli et al., 2019), è il più forte predittore di depressione adolescenziale. Mentre in questa fascia della popolazione, bassi livelli di autostima predicono maggiori difficoltà psicologiche (Kernis et al., 1998; Orth et al., 2008), un’adeguata fiducia di sé aumenta la soddisfazione di vita, la felicità, riduce ansia, depressione e solitudine (Cacioppo et al., 2009).

Nel corso degli anni, lo yoga si è rivelato un ottimo strumento di intervento per contrastare i disturbi dell’umore, difficoltà di autostima e regolazione emotiva, oltre che consentire un miglioramento della salute mentale e contrastare i sintomi ansiosi (Ross & Thomas, 2010).

In particolare, lo yoga è stato integrato nelle attività scolastiche apportando un contributo significativo nell’alleviare lo stress, l’ansia, migliorare la resilienza, l’umore e le capacità di autoregolazione emotiva (Hagen & Nayar, 2014). Oltre ad aver incrementato i livelli di autostima e consapevolezza di sé tra i ragazzi alle scuole superiori (Van Yperen, 2003), ha migliorato le loro capacità cognitive (Van Yperen, 2003), in particolare quelle di memoria e di concentrazione (Galantino et al., 2008).

Coloro che lo praticano divengono consapevoli dei suoi benefici nel controllo emotivo in quanto non va ad agire solo sulla dimensione fisica, ma rafforza gli aspetti mentali ed affettivi.

Rispetto alla semplice ora di educazione fisica praticata nelle scuole superiori, lo yoga ha contribuito in modo rilevante alla gestione della rabbia e al controllo degli impulsi, sostenendo i ragazzi nell’individuare condotte alternative a quelle aggressive (Setty A.G et al., 2017).

Un’ulteriore indagine ha riportato un aumento significativo del benessere mentale ed una diminuzione dello stato di ansia tra i partecipanti, dopo solo 15 giorni di pratica (Telles et al., 2019). Nello studio di Newman et al. (2020), ha aumentato i livelli di autostima, sostenuto nella formazione dell’identità, nella capacità di affrontare la rabbia in modo adattivo e nella pianificazione e concentrazione.

Oltre a promuovere maggiore benessere tra gli individui sani, lo yoga agisce positivamente in persone che soffrono di malattie fisiche apportando benefici nei casi di allergia respiratoria, diabete, malattie coronariche e durante gli interventi di riabilitazione.

Secondo la letteratura, lo yoga ha il potenziale per aiutare gli adolescenti ricoverati per problematiche acute presso gli ospedali psichiatrici, in quanto offre loro uno strumento efficace per regolare gli affetti spiacevoli e trovare sollievo durante il periodo di degenza (Re et al., 2014).

Il linea con le ricerche precedenti, Janjhua et al. (2020) si sono occupati di studiare gli effetti dello yoga sulla regolazione emotiva, l’autostima e l’affettività confrontando tra loro 52 adolescenti che praticavano yoga, con 58 che non lo hanno mai praticato.

In generale, gli studenti che praticavano yoga riportarono un’affettività più positiva, migliore autostima e più efficaci abilità di regolazione emotiva.

Coerentemente con la letteratura precedente, lo yoga apportava un contributo significativo alle abilità di regolazione degli affetti spiacevoli, non presente tra coloro che praticavano solamente educazione fisica (Kumari & Sahu, 2018).

Inoltre, chi praticava yoga aveva riportato maggiore accordo alle affermazioni positive sull’autostima rispetto a quelle negative, a testimonianza di una maggiore fiducia verso di sé, soprattutto legata al contesto sociale. Chi non praticava yoga aveva riportato maggiori affermazioni negative sull’autostima, ed suoi livelli erano significativamente inferiori (Telles, 2017).

Mentre chi lo praticava aveva riportato una maggiore affettività positiva e bassi sentimenti negativi; chi non lo praticava era vittima di sentimenti negativi, maggiore tristezza, rabbia e stanchezza. Inoltre, gli studenti che lo praticavano mostravano una migliore regolazione degli affetti spiacevoli essendo più felici, energici, concentrati e generalmente più sani.

In conclusione, per l’impatto positivo ed i benefici che può apportare nella salute fisica e mentale degli adolescenti, lo yoga dovrebbe essere integrato nel contesto scolastico, accanto alle ore di educazione fisica.

Al fine di offrire programmi di yoga fin dalla tenera età, è necessario formare gli insegnanti, renderli consci dei vantaggi che può offrire, affinché offrendosi come esempio positivo, possano motivare gli studenti all’apprendimento di tale pratica.

 

L’altro volto della divisa

Essere militare è una scelta di vita, una vocazione con la quale si nasce, lo chiamano “amor di Patria”, ma è veramente solo questo? O dietro a quella divisa si nasconde qualcosa di più?

 

La verità? Non si può essere forti da soli, non basta un duro addestramento a trasformare un giovane ragazzo in un uomo dalle spalle forti, ci vuole chi gli insegni a tenere duro, qualcuno che rappresenti un posto più sicuro di una trincea, nel quale fare ritorno dopo una qualsiasi battaglia: la famiglia.

Stress, ansia e difficoltà nelle famiglie dei militari

Le famiglie di militari sono quelle più sottoposte a stress dovuto non solo alle frequenti missioni all’estero, specie nei primi periodi di impiego nelle FF.AA,  ma anche ai numerosi trasferimenti. È noto infatti come questi ultimi influiscano pesantemente sull’equilibrio familiare. Ogni trasferimento determina cambiamenti per tutti i membri della famiglia, da svariate abitudini alle amicizie e impone di dover ridefinire costantemente una nuova routine. Questo spesso porta la famiglia a rinunciare a tutti i benefici conseguiti in un determinato contesto sociale, soprattutto quando si è costretti ad adattarsi ad un habitat scarsamente dotato di servizi, imponendo così a tutti i componenti della famiglia di accontentarsi delle risorse disponibili sul territorio.

Stress, ansia e difficoltà non possono essere considerati problemi legati solo ed esclusivamente alla famiglia del militare, in quanto evidenze empiriche hanno provato come soldati in missione, preoccupati per la propria situazione familiare, siano meno affidabili e meno efficienti nelle prestazioni lavorative. È stato dimostrato però come attraverso l’aiuto e il sostegno, le famiglie siano in grado di risolvere i propri problemi in maniera più efficace, senza pesare psicologicamente sul proprio caro lontano da casa.

Un altro fenomeno alquanto importante, che ha delle ripercussioni nel contesto familiare, è quello del pendolarismo. Spesso, soprattutto quando i figli (se presenti) superano l’età della scuola dell’obbligo, è concesso al militare di alloggiare fuori dalla sede di servizio. Questa soluzione sembra garantire l’unità della famiglia ma solo a prima vista, in quanto il militare pendolare, oltre a sopportare il peso delle ore di viaggio, è costretto a trascorre un tempo estremamente limitato nella propria abitazione, limitando così il dialogo e l’interazione con i cari. Questo fenomeno, se gestito scorrettamente, induce stanchezza, irritabilità, difficoltà di comunicazione, ecc. che possono sfociare in problematiche correlate allo stress quali depressione, traumi e disturbi psicofisici di vario genere. Tutto questo incide fortemente sulla vita del militare caratterizzata pertanto da una serie di limitazioni e vincoli imposti ai progetti personali.

Le difficoltà che emergono, a seguito dei ricorrenti distacchi prodotti dall’invio in missione del partner militare, sono condivise da più famiglie. Il distacco è sempre percepito come negativo e tende a sua volta a generare stress e un senso di privazione, specie in chi resta a casa ad aspettare. Quello che spesso accade è che problematiche come queste vengono taciute per evitare di gravare ulteriormente sulla condizione psicologica di chi, per giuramento, non può sottrarsi ai suoi obblighi professionali.

Con il passare del tempo l’impatto iniziale e le difficoltà del distacco diventano sempre meno forti, ma dover ridefinire costantemente una propria routine, in assenza del partner, risulta essere piuttosto difficile se non si ha qualcuno accanto sul quale poter contare.

Al problema del distacco è correlato quello del ritorno, non è semplice ri-adattarsi ad un contesto con abitudini e routine completamente diverse da quelle alle quali si è stati sottoposti nel periodo di assenza da casa, e alle quali si è costretti a rinunciare nuovamente dopo poco tempo, a tal proposito questo richiede uno forzo, non indifferente, da entrambe le parti.

Famiglia e vita militare: un po’ di storia

Per un lungo periodo, le forze armate hanno ostacolato i militari nel costruirsi una propria famiglia, in quanto si temeva potesse essere un impedimento al lavoro e allo svolgimento della professione di soldato. Questo divieto, in passato, veniva imposto specialmente ai più giovani di età e ai più bassi in grado ma non accadeva lo stesso con i giovani Ufficiali.

Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che negli Stati Uniti si iniziò a comprendere l’importanza del ruolo della famiglia nella vita di un soldato, come meccanismo di sostegno a chi era costretto a combattere al fronte. Questa attenzione però, in un primo momento, era del tutto “strumentale”, in quanto mirava al benessere del militare, e quindi responsabile delle sue prestazioni positive sul lavoro.

A tal proposito a partire dagli anni ’50 era permesso alle famiglie di seguire i militari/congiunti continuamente trasferiti da una base all’altra e si arrivò a comprendere che la famiglia doveva essere pronta a sostenere il peso e le difficoltà di una missione, tanto quanto un soldato.

Ma allora cosa possiamo fare per tutte le famiglie costrette a sopportare il peso dell’attesa?

Supporto alle famiglie dei militari

Il supporto alle famiglie dei militari è utile per creare un equilibrio tra vita privata e esigenze lavorative. Sono state proposte diverse attività di sostegno:

  • un’organizzazione istituzionale interna gestita localmente presso ogni reparto, in grado di fornire assistenza e aiuto in diversi campi professionali (medico, psicologico..);
  • un’associazione volontaria, esterna all’Istituzione, senza legami o vincoli con l’organizzazione militare;
  • un’associazione volontaria che però riceve riconoscimento e sostegno istituzionale a livello locale ovvero dal reparto presso il quale sorge e opera, utilizzando spazi, mezzi di comunicazione e supporto logistico interni;
  • sportello di ascolto gestito da personale militare specializzato nel fornire indicazioni e informazioni.

Spesso vengono organizzati incontri e riunioni per spiegare a mogli/mariti e figli (chiamati in inglese military brat) lo scopo della missione in cui viene impiegato il proprio congiunto.

Nonostante le tante possibili soluzioni alcuni nuclei familiari sentono di non dover condividere le proprie difficoltà, i motivi sono generalmente due: il primo è quello di ritenere che la diffusione di notizie possa nuocere alla carriera del soldato interessato, il secondo è la completa autonomia da parte della famiglia nello gestire la situazione problematica.

In passato si usava inviare lettere ai propri cari, i tempi di attesa erano estremamente lunghi e ogni volta si doveva sperare che non andassero perse, l’invenzione del telefono ha permesso di accorciare i tempi e ha reso la lontananza dal proprio caro più sopportabile. Oggi con lo sviluppo delle tecnologie (Skype, WhatsApp, ecc.) le distanze si riducono ulteriormente e tutti questi strumenti consentono a militari e familiari di rimanere in contatto psicologico ed emotivo.

Supporto alle famiglie dei militari in Italia

In Italia il supporto alle famiglie dei militari non si è del tutto affermato. Purtroppo ancora oggi quando si cerca di parlare con qualcuno dei propri disagi, provati a seguito della mancanza del partner o di un genitore, ci si sente rispondere con frasi del tipo: “sapevi a cosa andavi incontro”, “ma guadagna un sacco di soldi” e si finisce per chiudersi in se stessi perché poco o per nulla compresi. Tutto questo porta all’insorgenza di disagi familiari che spesso si traducono in divorzi (non a caso il tasso di divorzi di membri delle FF.AA in Italia è altissimo).

Nel 1993 un gruppo di mogli e fidanzate ha dato vita a un’organizzazione di supporto chiamata “3M-Moglie, Marina, Militare” e nel 2013 è nata a Grottaglie (TA) l’associazione “L’altra metà della divisa” con l’obiettivo di fornire sostegno completo alle famiglie del personale militare favorendo serenità e benessere. Alla base di questa associazione vi è il motto “insieme possiamo fare la differenza”, l’idea che si vuole trasmettere è quella che qualunque problema può risultare meno spaventoso se condiviso con altri.

La presenza di questi gruppi/associazioni può essere considerata come un duplice aiuto offerto da una parte alle famiglie e dall’altra al militare che potrà assolvere al proprio ruolo con maggiore concentrazione, certo del fatto che i propri  cari non verranno mai lasciati soli.

L’importanza della famiglia e il suo ruolo centrale a sostegno della figura del militare sono ormai noti e, a tal proposito, una poesia di Giuseppe Ungaretti, il grande poeta soldato, che mi ha sempre affascinata per la semplicità e chiarezza nelle parole, recita così “Sorpresa dopo tanto d’un amore. Credevo di averlo sparpagliato per il mondo”. È evidente come il poeta esprima un concetto ampio quale quello del ritorno a casa e la sua successiva sorpresa nel realizzare che l’amore per i cari sia rimasto sempre lo stesso, nonostante lo scorrere del tempo.

Quella di Ungaretti rappresenta per noi la testimonianza di un uomo che ha vissuto due realtà tanto diverse tra loro: quella del campo di battaglia e quella dell’ambiente familiare in cui ogni soldato spera sempre di far ritorno.

In un’intervista ai corpi speciali delle FF.AA un giovane incursore (del quale non è possibile, per privacy, riportare il nome) ha dichiarato:

Una notte durante un addestramento mi è passata la vita davanti, ho pensato alla mia famiglia, ma quando mi sono chiesto perché lo stessi facendo e se ne valesse la pena arrivare fino alla fine del tunnel la mia risposta è stata…Sì.

Di questa affermazione ciò che mi ha colpita di più è stato il pensiero, che questo ragazzo ha rivolto, anche solo per un istante, alla sua famiglia, alla quale, per scelte professionali, è costretto a togliere del tempo.

Ma cosa potrebbe accadere se non si fornisse il giusto supporto psicologico ai membri delle FF.AA?

Suicidi in ambito militare

In un’intervista il Gen. Claudio Graziano, ricordando la figura del nonno, soldato al fronte durante la prima guerra mondiale, afferma:

Lui non aveva voglia di morire, per lui la vita era importante, si accettava la morte perché all’epoca la dimensione della guerra era diversa.

Gli antenati degli attuali corpi speciali delle FF.AA: gli Arditi erano guardati con ammirazione e anche con un po’ di invidia in quanto addestrati a prendere decisioni autonomamente, sfidavano la morte ma erano desiderosi di vita.

Ma allora cosa spinge questi uomini al suicidio?

Il suicidio non può essere mai considerato l’effetto di una sola causa, sono diversi i fattori che intervengono a determinarlo e ancora oggi è concepito come un fenomeno sottovalutato e negato.

Da un militare ci si aspetta che sia perfetto, un eroe chiamato ad intervenire per salvaguardare la nostra sicurezza e sono tutte queste false credenze, ancora purtroppo condivise, che impediscono all’uomo sotto quella divisa di esprimere il suo disagio, portandolo a ricorrere al suicidio come unica soluzione al problema, come ricerca di una libertà che porta alla perdita della libertà stessa.

Quest’ultimo si verifica quando passato, presente e futuro non forniscono più nessuna ragione di vita.

Il suicidio costituisce la terza causa di morte nelle Forze Armate, come riportato nell’articolo Suicidio: linee di comprensione e di epidemiologia dell’Osservatorio Epidemiologico della Difesa:

Dei 155 suicidi notificati all’Osservatorio dal 2006 al 2014, la percentuale maggiore dei casi pari al 60% riguarda l’Arma dei Carabinieri, seguono l’Esercito con una percentuale del 28%, l’Aeronautica con il 7% e infine la Marina con il 5% dei casi.

Potrà apparire come una soluzione banale ma il semplice colloquio, pur non essendo un vero e proprio intervento terapeutico, permette di individuare quelli che possono essere definiti, come riportato nell’articolo sopra citato, “primi indizi di un disagio”. Un passo avanti in questa direzione è stato fatto proprio negli Stati Uniti, dove è stata proposta una serie di programmi educativi al fine di facilitare la comunicazione del disturbo.

Solitudine, ansia, stress, depressione, traumi sono tra le principali cause del suicidio in ambito militare, pensate a quanto possa essere difficile parlarne per chi ogni giorno “rischia la carriera”.

Al pari del suicidio, anche il tentato suicidio richiede un’attenta analisi, il sociologo Emile Durkheim lo definisce così:

Il tentativo di suicidio è l’atto così definito ma arrestato prima che ne risulti la morte.

In queto caso intendiamo sia fenomeni di autolesionismo che il “mancato suicidio”, ovvero un atto di suicidio pianificato ma fallito per cause accidentali.

Nell’articolo in questione, tra le dimensioni psicologiche, costituenti fattori di rischio, viene riportato

Hopelessness, una tendenza a percepirsi disperato, senza via d’uscita.

I costrutti mentali connessi a quest’ultimo si riferiscono a schemi cognitivi alla base dei quali vi è l’aspettativa negativa verso il futuro. Ciò che si vuole evidenziare è che vi è uno stretto legame tra visione negativa del futuro, presenza di sindromi depressive e la tendenza a commettere atti quali il tentato suicidio o il suicidio.

Ritengo importante sottolineare che non possiamo prevedere il suicidio, ma sicuramente è possibile prevenirlo assicurando, anche e soprattutto in ambito militare, la presenza di personale specializzato (psicologi, psicoterapeuti, medici ecc.).

La figura dello psicologo nelle forze armate

Come riportato nel documento ufficiale dello Stato Maggiore della Difesa il supporto psicologico offerto alle famiglie è fondamentale per aiutarle a metabolizzare un lutto o un evento potenzialmente traumatico.

In aggiunta a questo anche il militare stesso viene accompagno in un percorso di riabilitazione al fine di ristabilirsi dopo un incidente/ferimento più o meno grave. Viene effettuato su richiesta di personale specializzato (psicologi, psicoterapeuti, medici) e generalmente tali attività vengono assicurate a livello di singola F.A..

Eventi di questo tipo producono un’interruzione improvvisa nel presente delle famiglie, dei militari o di entrambe le parti, offuscando momentaneamente la possibilità di progettare un futuro degno di essere vissuto. È in contesti come questi che lo psicologo interviene per massimizzare le potenzialità di rispondere in maniera resiliente a tali situazioni, al fine di ristabilire l’equilibrio e riprendere nella maniera migliore possibile il proprio cammino.

Nonostante i continui addestramenti per essere pronti ad affrontare rischi, incertezze e minacce, non si è di certo esenti da ripercussioni a livello emotivo e psicologico. Per un militare perdere un proprio compagno equivale a perdere un membro della propria famiglia ed è noto come il supporto psicologico, sociale e familiare acceleri il processo di ripresa.

L’intervento di sostegno psicologico può essere svolto individualmente o in gruppo, ma non può essere imposto e non può prescindere da una consapevole richiesta da parte della famiglia e/o del militare/civile interessato. Esso dovrebbe essere garantito, se possibile, da psicologi militari/civili della Difesa o da personale appartenente a strutture convenzionate.

A seconda della situazione (decesso, ferimenti, evento traumatico, infermità e malattia) vengono applicati percorsi differenti, progettati su misura.

Le abitudini ci rendono più forti, più sicuri, ma siamo davvero certi del fatto che “prima o poi ci si abitui a tutto?”.

Il supporto psicologico in ambito militare è fondamentale sia per chi parte, e a volte non sa quando farà ritorno, sia, e soprattutto, per chi, con il tempo ha solo imparato ad attendere, non si tratta di “farci l’abitudine”, ma di essere disposti ad aspettare, un’arte che in pochi conoscono, ma che le famiglie dei militari esercitano da sempre.

Biomarcatori della Pedofilia: può la scienza riconoscere un pedofilo? 

L’attuale letteratura suggerisce come i biomarcatori possano essere degli strumenti potenzialmente utili non solo nel coadiuvare il clinico nella diagnosi, ma anche nel trattamento e nella valutazione del rischio nei soggetti pedofili.

 

Introduzione

Il Disturbo Pedofilico viene definito come “un’eccitazione sessuale ricorrente intensa, manifestata attraverso fantasie, desideri o comportamenti, per un periodo di almeno 6 mesi, che comportano attività sessuale con un bambino in età prepuberale o con bambini (in genere sotto i 13 anni di età)” (DSM-5, 2014, p.810). Inserito all’interno dei disturbi parafilici, il disturbo pedofilico risulta essere un argomento connotato da una forte sensibilità. Più generalmente, la pedofilia riguarda il marcato e persistente interesse sessuale per bambini prepuberi, come manifesto da fantasie, desideri, pensieri e comportamenti sessuali dell’individuo (Seto, 2009). Ad oggi rimane tuttavia largamente sconosciuta la prevalenza della pedofilia nella popolazione a causa della mancanza di studi epidemiologici su larga scala. Il DSM-5 (2014) stima una prevalenza attuale del disturbo nella popolazione maschile del 3-5%, tuttavia non basata su forti dati scientifici. Inoltre, restano ancora da chiarire i possibili fattori di rischio alla base dello sviluppo della pedofilia. Dalla letteratura emergono evidenze rispetto al fatto che l’aver subito abusi sessuali in età infantile possa comportare lo sviluppo di un interesse di tipo pedofilico (DSM-5, 2014; Nunes et al., 2013). Nunes e colleghi (2013) mostrano tuttavia come soltanto una minima percentuale delle vittime manifesti poi in età adulta questo disturbo. Proprio per la complessità e la mancanza di robuste evidenze riguardo alla pedofilia risultano particolarmente interessanti alcune recenti ricerche che sembrerebbero suggerire la possibilità di identificare uno o più biomarcatori per questo disturbo.

Si definisce biomarcatore una proprietà oggettivamente misurabile che funge da indicatore di processi biologici anomali e/o normali e il loro nesso con gli esiti clinici (Strimbu & Travel, 2010). In altre parole, è stata indagata la possibilità di riconoscere un pedofilo attraverso dei parametri oggettivi; se ciò fosse possibile, questo si tradurrebbe in un aiuto significativo per il clinico nell’identificazione di un interesse pedofilico. Tanto è vero che l’attuale letteratura suggerisce come i biomarcatori possano essere degli strumenti potenzialmente utili non solo nel coadiuvare il clinico nella diagnosi, ma anche nel trattamento e nella valutazione del rischio nei soggetti pedofili. Una recente review (Jordan, Wild, Fromberger, Muller & Muller, 2020) presenta e analizza i principali studi circa i potenziali biomarcatori della pedofilia, a partire da una concettualizzazione multifattoriale e complessa di quest’ultima.

Fattori genetici e neurobiologici

Considerando le influenze genetiche sulla pedofilia, uno studio riporta una probabilità significativamente più diffusa di incorrere in tale disturbo per i parenti di primo grado di pazienti con diagnosi conclamata, rispetto a parenti di primo grado di soggetti affetti da altre parafilie o depressione (Gaffney, Lurie & Berlin, 1984). La piccola dimensione del campione dello studio sopra citato (33 uomini) e la sua datazione non gli consentono un elevato grado di affidabilità, comunque suggerisce quanto l’interesse scientifico nei confronti di tale disturbo abbia radici ben lontane nel tempo. Ricerche più recenti hanno messo in relazione la prevalenza dell’uso della mano sinistra (handedness) o di entrambe ad interessi sessuali devianti (Bogaert, 2001). Tuttavia, nessuno tra questi elementi sembra godere di una solidità tale da porsi come substrato biologico determinante della pedofilia.

La letteratura si è espressa anche sul versante neurologico identificando come la pedofilia si accompagni a delle compromissioni delle capacità cognitive del soggetto: ridotto QI, attenuazione dell’attenzione e ridotta flessibilità cognitiva (Cantor et.al, 2004). A tal proposito delle ricerche hanno impiegato la tecnica del tracciamento oculare (eye-tracking) come mezzo per valutare le preferenze sessuali devianti. Tale tecnica consente, mediante il tracciamento dei movimenti oculari dell’individuo, di identificare gli stimoli visivi che maggiormente attirano la sua attenzione e verso i quali direziona lo sguardo. Grazie all’eye-tracking è possibile realizzare un effettivo monitoraggio oculare dell’intero percorso effettuato dall’occhio durante la visione di determinati stimoli, osservando, ad esempio, la dilatazione e la contrazione delle pupille, ricavandone informazione sui processi attenzionali.

Renaud et al. (2013) hanno implementato un disegno sperimentale che prevedeva la misurazione dei movimenti oculari in tre gruppi durante la presentazione di immagini che ritraevano bambini o adulti. Il primo gruppo era costituito da pedofili, il secondo da autori di reati sessuali non pedofili ed infine il terzo gruppo era di controllo. I risultati hanno mostrato come i pedofili, rispetto agli altri, abbiano riportato dei tempi di fissazione significativamente più lunghi per gli stimoli raffiguranti bambini. Altri autori hanno implementato un disegno sperimentale simile in cui i soggetti erano chiamati a risolvere un compito cognitivo e parallelamente a questo venivano loro presentati degli stimoli sessuali: immagini di bambini o adulti (Jordan et.al, 2016). I partecipanti per riuscire nel compito erano chiamati ad esercitare un buon controllo dell’attenzione. Si evince come quest’ultimo sia venuto meno nei soggetti pedofili in cui gli stimoli raffiguranti dei bambini erano molto distraenti.

A parere di chi scrive risulta centrale riportare alcune evidenze circa lo sviluppo della pedofilia come fattore acquisito a seguito di lesioni cerebrali soprattutto prima dei 13 anni che avrebbero sortito un effetto iatrogeno sullo sviluppo neurale (Blanchard, 2003). Ulteriori studi osservano una generale ipersessualità a seguito dell’insorgenza di tumori cerebrali, accompagnata da cambiamenti di personalità e/o impulsività (Burns & Swerdlow, 2003). Nell’eventualità in cui in tali soggetti sviluppassero un interesse di tipo pedofilo questo era da considerare come acquisito a seguito del tumore e collocato in un quadro di ipersessualità favorito dalla malattia. Le evidenze sin qui esposte rendono difficile trarre delle conclusioni definitive sui correlati neurali della pedofilia.

Ultimo, non per importanza, aspetto da analizzare sotto il profilo biologico è quello ormonale. Appartiene allo scibile comune la credenza che i pedofili siano connotati da concentrazioni più elevate di testosterone, ma la scienza dimostra che ciò non corrisponde al vero. Nonostante questo, il trattamento per abbassare il testosterone (TLT) viene utilizzato su soggetti pedofili riducendo l’attivazione delle aree cerebrali collegate alle funzioni sessuali, con l’intento di diminuire il loro desiderio sessuale (Shiffer et.al, 2009). Quanto appena constatato va a supportare il fatto che neanche sotto il profilo ormonale sia possibile risalire ad un biomarcatore.

Si ritiene utile illustrare alcune delle tecniche ad oggi implementate per studiare l’interesse di tipo pedofilico.

Pletismografia del pene (PPG)

Appare rilevante ricordare che la pletismografia del pene è ritenuta una tecnica d’elezione per valutare l’interesse pedofilico, tanto da essere indicata dal DSM-5 come un elemento diagnostico aggiuntivo della pedofilia. Tale tecnica rileva l’interesse di tipo pedofilo attraverso le variazioni di circonferenza e volume del pene in risposta a stimoli sessuali (che variano per età e sesso) (McPhail et al., 2019). In altre parole, di fronte all’immagine di un bambino/a il soggetto pedofilo, rispetto al teleiofilo, ovvero colui che è attratto da persone adulte, mostrerà una oggettiva e misurabile eccitazione genitale. Si vuole infine sottolineare che il ruolo della pletismografia del pene è di supporto alla diagnosi e che di certo non può sostituirla.

Risonanza magnetica funzionale

Un’ulteriore tecnica rivelatasi promettente nell’assessment di un interesse sessuale deviante è quella della risonanza magnetica funzionale, la quale permette la raccolta di informazioni emodinamiche, ovvero della circolazione sanguigna del cervello in risposta a stimoli sessuali, certamente più affidabili, rispetto a questionari self-report, nell’individuazione di un interesse pedofilico della persona. L’idea di base è che gli aspetti rilevanti degli stimoli sessuali siano elaborati in maniera preferenziale, catturando l’attenzione del soggetto in maniera più rapida e significativa (Spiering et.al, 2007). Nella review di Jacobs et al. (2020) viene discusso come per ovviare alla possibile manipolazione dei soggetti che osservano passivamente diversi stimoli di natura sessuale, siano utilizzati stimoli visivi subliminali, ovvero una presentazione di stimoli per un tempo inferiore ai 50 ms, ovvero un quantitativo di tempo insufficiente affinché lo stimolo venga percepito ad un livello consapevole.

Approcci comportamentali

Infine, con l’introduzione dei marcatori “bio-comportamentali” Loth ed Evans (2019) suggeriscono l’utilizzo di approcci comportamentali per la valutazione oggettiva dell’interesse sessuale deviante. Questa valutazione può essere ad esempio fatta attraverso misurazioni dei tempi di reazione, misure di precisione in compiti cognitivi o valutazioni di valenza ed eccitazione rispetto ad uno stimolo (Jordan et al., 2020). Jordan e colleghi (2020) spiegano come questi possano rappresentare dei promettenti strumenti “oggettivi” per il processo diagnostico, come ad esempio il tempo di visualizzazione, basato sul fatto che il soggetto tenda ad osservare per un tempo maggiore uno stimolo per lui/lei erotico rispetto ad uno non-erotico, tuttavia i risultati emersi dagli studi scientifici mostrano effetti ancora troppo piccoli o moderati. Nonostante ciò, è proprio il DSM-5 (2014) ad elencare il tempo di visualizzazione tra i marcatori diagnostici del disturbo pedofilico.

Conclusioni

E’ innegabile come il disturbo pedofilico eserciti un peso notevole all’interno della società anche e soprattutto per la sofferenza fisica e psicologica di chi ne è vittima. Indagini condotte in Europa mostrano che 18 milioni di bambini siano vittime di abusi sessuali, con una prevalenza del 9.6% (13.4% nelle bambine e 5.7% nei bambini) (WHO, 2013). D’altro canto, studiare i processi psico-fisiologici di coloro i quali sviluppano tale disturbo può condurre ad una conoscenza più approfondita di una patologia tanto complessa; ciò consentirebbe infatti di agire, laddove possibile, in termini preventivi così da limitare i danni. Da una disamina di quanto presente in letteratura, emerge come la ricerca abbia ancora molto da fare in tal senso e gli studi riguardo ai possibili biomarcatori sono ancora in fase esplorativa. Come si è ampiamente ribadito, i biomarcatori non sono altro che proprietà oggettivamente misurabili che fungono da indicatori di processi biologici anomali e/o normali e il loro nesso con gli esiti clinici (Strimbu & Travel, 2010). Al termine delle evidenze argomentate, in linea con la letteratura (Jordan et al., 2020), è importante sottolineare come nel caso del disturbo pedofilico sia più opportuno parlare di un biomarcatore composito, ovvero di più parametri che, solo se considerati nel loro insieme, potrebbero rivelarsi utili per diagnosi, valutazione del trattamento e prevenzione in soggetti pedofili.

Dal punto di vista diagnostico, come è stato precedentemente illustrato, emerge la considerevole utilità derivante dall’utilizzo di biomarker che possano oggettivamente discriminare un soggetto pedofilo da uno con interessi sessuali teleiofilici, così come risulterebbe certamente vantaggioso poter valutare l’andamento dei trattamenti e della terapia, nonché i loro progressi, positivi o negativi, tramite l’utilizzo dei biomarcatori. Per esempio, come spiegano Jordan e colleghi (2020), i tempi di reazione visiva (Visual Reaction Times, VRT), che permettono di misurare l’interesse sessuale rispetto a degli stimoli (es. immagini di bambini) sulla base del tempo di visualizzazione di essi, possono essere utilizzati per il monitoraggio dell’andamento della terapia in soggetti con interesse sessuale pedofilico: tempi di reazione visiva minori ad ogni follow-up indicherebbero l’effettiva diminuzione dell’interesse pedofilico, nonché un esito positivo del trattamento (per approfondimento si veda: Gray, Abel, Jordan, Garby, Wiegel & Harlow, 2015).

Per quanto concerne il versante preventivo, lo studio di un biomarcatore composito della pedofilia risulterebbe particolarmente utile nel supporto e monitoraggio di soggetti pedofili. Infatti, grazie alla rete si è assistito, soprattutto in tempi recenti, al dilagare di una molteplicità di materiali pedopornografici, facilmente accessibili e diffusi attraverso chat, social, ecc., così come è sempre più agevole l’accesso al dark web, nel quale, come riportato dalla cronaca, sono spesso scoperte numerose chat nelle quali vengono diffusi video di violenze sessuali ai danni di minori. Un articolo del 2004 (Malesky & Ennis, 2004) sottolinea come la partecipazione ad un forum per individui che condividono tendenze pedofiliche rinforzi il senso di appartenenza dell’individuo e la tendenza a normalizzare la percezione dei propri interessi sessuali devianti in quanto condivisi con altre persone. Gli autori suggeriscono inoltre un utilizzo limitato di comunità virtuali per individui con interessi sessuali devianti e soprattutto per individui autori di reati sessuali, prediligendo per questi individui un focus sullo sviluppo e il consolidamento di relazioni sociali adulte. Se grazie ad un biomarcatore composito fosse dunque possibile non solo diagnosticare e valutare gli esiti dei trattamenti in soggetti pedofili, ma anche prevenire la fruizione o il contributo alla diffusione di questo materiale e la normalizzazione di questi atti da parte di coloro che potrebbero tramutare in azioni il contenuto di ciò che osservano e condividono, è chiaro quale importante strumento questo rappresenterebbe nel prevenire i rischi che ne conseguono.

 

Psicoterapia e neuroscienze: uno spazio di integrazione. Il successo della psicoterapia mostrato da specifici cambiamenti a livello cerebrale

La persona in terapia, durante il colloquio, rielabora ed interiorizza i messaggi inviati dal clinico, consentendo così la modifica delle aree implicate nel malessere emotivo. Il terapeuta, grazie al suo lavoro, potrà quindi promuovere dei comportamenti più adattivi e stati emotivi funzionali.

 

L’efficacia di un trattamento psicoterapico può essere verificato tramite molti strumenti, tra questi troviamo ad esempio l’utilizzo di questionari. Tuttavia, possiamo vedere l’efficacia di una psicoterapia anche grazie a tecniche neurofisiologiche che consentono di osservare i cambiamenti sul piano neurobiologico che questo intervento comporta (Basile, n.d.).

L’integrazione tra psicoterapia e studi di neuroscienze ha consentito in particolare di mostrare in maniera concreta quali sono gli effetti della psicoterapia sul cervello umano (Del Corno & Lingiardi, 2010).

Buona parte dei comportamenti messi in atto dalle persone, sono frutto di apprendimenti nel corso di vita e tutto ciò che viene appreso, viene impresso in memoria provocando dei cambiamenti nel nostro cervello. Grazie agli studi di neuroimaging, tecniche che consentono di verificare l’attività cerebrale, è emerso come anche la psicoterapia si basa su queste dinamiche e quindi, quando funziona, va a modificare i circuiti neuronali implicati nelle psicopatologie. Attraverso la psicoterapia, possono essere fissate in memoria nuove esperienze, più funzionali ad uno stato di benessere. Il cambiamento si basa sull’ importante relazione che si instaura tra terapeuta e paziente (Lazzerini & Cammarata, 2015).

La psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale, in particolare, ha diversi studi in quest’ambito che ne supportano l’efficacia per svariate condizioni psicopatologiche, con effetti paragonabili a quelli degli psicofarmaci.

Che cos’è una psicoterapia?

Con il termine psicoterapia si indicano diverse tipologie di tecniche terapeutiche accomunate dall’obiettivo di intervenire sulla sofferenza umana utilizzando metodi e strumenti psicologici.

La pratica della psicoterapia diventa di interesse scientifico verso la fine dell’Ottocento, discostandosi da pratiche quali lo sciamanesimo, l’esoterismo e così via.

Grazie allo sviluppo scientifico di nuovi modelli psicologici, le tecniche psicoterapiche si sono sempre più diversificate e ad oggi vi sono numerosi approcci che consentono di spiegare ed intervenire sul malessere psicologico. La psicoterapia offre al paziente uno spazio relazionale in cui potrà beneficiare di tranquillità, protezione e comprensione. La persona in terapia potrà sentirsi libera da accuse e criticismi, avendo modo di esprimersi con il terapeuta in piena fiducia. Inoltre, durante la psicoterapia, il paziente potrà fare propri alcuni aspetti positivi del terapeuta, come ad esempio determinati atteggiamenti e qualità. Tutto ciò avviene in un contesto relazionale che è regolato da vincoli etici e professionali, come ad esempio tempistiche, luogo e modalità del colloquio. Tali condizioni sono utili per tutelare la relazione d’aiuto che si instaurerà tra le parti.

Ogni psicoterapia sarà caratterizzata da rapporti relazionali molto diversi da paziente a paziente.

Il rapporto che si instaura tra terapeuta e paziente è comunque sempre basato sulla reciprocità: da un lato, consente al paziente di imparare a stare bene, dall’altro, anche il terapeuta impara qualcosa dal proprio paziente e che può aiutarlo ad esempio a migliorarsi come professionista. (Bressi & Invernizzi, 2017).

Il colloquio come mezzo di accesso alla mente

La psicoterapia si concretizza con i colloqui tra terapeuta e paziente. Un colloquio è uno scambio di interazioni tra due soggetti, non è assimilabile ad una comune conversazione, poiché è finalizzato ad un obiettivo che viene concordato tra le parti. In particolare, in ambito psicologico, il colloquio è indirizzato a comprendere il malessere della persona che si rivolge al clinico e grazie al quale potrà condurlo ad uno stato di maggiore benessere (Del Corno & Lang, 2005).

Il colloquio in ambito psicoterapico si differenzia da altre tipologie di colloqui, come potrebbe essere il colloquio con il giudice o con un poliziotto, poiché è finalizzato a comprendere la realtà psichica della persona che si rivolge al clinico (Semi, 2019).

Il colloquio psicologico richiede specifiche competenze professionali per essere gestito ed è parte di un percorso generalmente più lungo, l’esito di un lavoro che gradualmente si raffina. Durante il colloquio si addensano elementi professionali e tecnici, elementi umani e relazionali, si riattivano vissuti e si elaborano trasformazioni. Non si esaurisce mai a fine seduta, poiché psicologicamente continua sia nella mente del paziente che ne conserva il ricordo attraverso immagini e sensazioni, sia nella mente del clinico che rielaborerà il materiale attraverso osservazioni ed ipotesi, riflettendo anche sul suo stesso comportamento (Di Giorgio, 2018).

Come la psicoterapia modifica il cervello

Per diverso tempo i risultati della psicoterapia sono stati studiati mediante osservazione dell’attenuazione dei sintomi, di alcune nuove abilità psicologiche e più in generale, del miglioramento del funzionamento sociale del paziente. Questo la distingue dall’utilizzo degli psicofarmaci il cui effetto è dato dal solo cambiamento biologico a livello cerebrale. Grazie all’avvento delle tecniche di neuroimaging funzionale è stato possibile osservare i cambiamenti dei sistemi cerebrali che la psicoterapia comporta (Karlsson, 2011).

Studi di neuroimaging sui disturbi d’ansia hanno evidenziato come i sintomi (ad esempio mani sudate, voce esitante, agitazione motoria) sono attivati da specifici circuiti neuronali che predispongono ad identificare un pericolo e a preparare il corpo ad agire. Inoltre, grazie a queste tecniche, si è potuto osservare come l’amigdala e la corteccia orbitofrontale siano deputate a mantenere in memoria i ricordi spiacevoli che le persone possono accumulare nel corso della vita.

Durante il colloquio di psicoterapia, per accedere alla sofferenza del paziente, il terapeuta si rappresenta mentalmente la situazione e solo grazie a ciò potrà aver luogo l’intervento psicoterapico. La comprensione della sofferenza del paziente viene fatta trasparire da parte del clinico mediante segnali sul piano emotivo e cognitivo. Se questo importante processo va a buon fine, il paziente interiorizza gli stimoli che gli giungono dal terapeuta in modo positivo, poiché si sentirà capito. Questo processo fa sì che riattivino ed inibiscano le aree cerebrali deputate al mantenimento dello stato di sofferenza. Durante il corso della psicoterapia, il paziente inizierà ad associare il miglioramento del suo malessere e le emozioni positive che prova, alla figura del terapeuta facendo sì che si attivino le aree celebrali della ricompensa o quelle deputate alla ricezione di stimoli relazionali positivi, ovvero quelle zone cerebrali che consentono di accedere ad uno stato di piacere e di provare benessere. In un percorso di psicoterapia, in cui la persona si senta accolta e protetta, il terapeuta potrà quindi offrire uno spazio per ridefinire le proprie difficoltà sul piano emozionale.

Studi sulla relazione tra bambino e caregiver, ovvero la figura che presta cure, riportano inoltre come uno stile di attaccamento sicuro sia correlato in maniera positiva ad una diminuzione dell’attivazione dei circuiti deputati alle reazioni di allarme e ad una maggiore attivazione delle aree connesse alla sensazione di gratificazione. L’attaccamento sicuro è infatti un legame speciale che si instaura tra bambino e figura di accudimento, in un contesto di affetto, cura e protezione ed è connesso ad emozioni positive. La psicoterapia potrà essere quindi un percorso volto a promuovere questo legame speciale, che consentirà al clinico di poter accedere alla sofferenza del paziente. (Del Corno & Lingiardi, 2010).

Le neuroscienze hanno scoperto anche un importante gruppo di neuroni che sono implicati nel processo di psicoterapia: i neuroni specchio. Questa è una categoria di neuroni che ci consente di dare significato alle azioni degli altri quando li stiamo osservando, consentendoci di attribuirvi emozioni e intenzioni e quindi risultano estremamente utili per consentirci di muoverci all’interno delle interazioni sociali. Nello specifico i neuroni specchio (mirror neurons) sono una categoria di cellule neurali che consentono alle persone di imitare un comportamento che viene eseguito da un’altra persona: vedere svolgere uno specifico comportamento attiva tali neuroni, il che consente di codificare quella determinata azione e successivamente, di imitarla. Questa categoria di neuroni è fondamentale anche nel riconoscimento delle emozioni di chi ci sta difronte, perché ne consentono la codifica attraverso il volto e ci fanno immedesimare nelle emozioni che la persona che abbiamo di fronte prova. Sono quindi fondamentali per provare empatia (Matarazzo & Zammuner, 2015).

Il buon esito del percorso di psicoterapia deriverebbe in particolare dai continui rispecchiamenti tra i sistemi dei neuroni specchio delle due persone coinvolte. La persona in terapia potrà rispecchiare l’empatia del clinico interiorizzando il suo atteggiamento: le emozioni negative verranno attenuate dall’atteggiamento positivo ed equilibrato dello psicoterapeuta consentendo così che vengano sbloccati nuovi circuiti cerebrali volti ad una migliore gestione della sofferenza emotiva (Del Corno & Lingiardi, 2010).

Grazie agli studi delle neuroscienze e allo sviluppo delle tecniche di neuroimaging è stato possibile quindi osservare concretamente cosa succede al nostro cervello durante un percorso di psicoterapia e quali cambiamenti provoca su questo, cosa che un tempo non era possibile.

Studi di neuroimaging sugli interventi della TCC

Per diverso tempo i trattamenti psicoterapici sono stati sottoposti a diverse critiche a causa della loro carenza di basi scientifiche, attualmente si sta assistendo ad un importante cambiamento in quest’ambito e alcuni orientamenti psicoterapici promuovono i propri interventi basandoli su studi che ne provano l’efficacia. In particolare, la psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale è il trattamento che vanta il maggior numero di studi, anche in ambito neuroscientifico, che ne supportano l’efficacia per svariate condizione psicopatologiche tra le quali spiccano in particolare depressione maggiore, disturbi d’ansia e disturbo ossessivo-compulsivo. (Del Corno & Lingiardi, 2010). Questa psicoterapia si muove appunto a livello cognitivo, con una ristrutturazione dei pensieri negativi della persona e dei comportamenti, con prescrizioni comportamentali.

In particolare, studi di neuroimaging su soggetti con fobia sociale e sottoposti allo stimolo di dover parlare in pubblico, dopo un percorso di terapia cognitivo comportamentale, hanno evidenziato una normalizzazione dell’attività dell’amigdala, zona cerebrale coinvolta nel mantenimento di questa psicopatologia, esattamente come avviene con il trattamento mediante psicofarmaci. La medesima efficacia si è riscontrata nei casi di fobia specifica a cui alle persone era chiesto di esporsi allo stimolo temuto; a seguito del trattamento, durante l’esposizione i pazienti risultavano avere una minor attivazione delle zone cerebrali implicate nelle fobie. Anche per quanto riguarda gli studi sul disturbo depressivo maggiore, dal punto di vista neurocerebrale sono emersi risultati che provano l’efficacia della TCC in relazione agli psicofarmaci, riportando risultati anche più duraturi nel tempo (Bellamoli et al., n.d.).

Uno studio condotto da Linden e collaboratori nel 2006 in quest’ambito, ha avvalorato l’efficacia degli interventi della terapia cognitivo-comportamentale. In particolare dai risultati è emerso come questa sia efficace nei casi di disturbo ossessivo-compulsivo. Attraverso l’utilizzo di neuroimaging funzionale è stata riscontrata una riduzione dell’attività del nucleo caudato destro, implicata nella genesi e mantenimento di questa condizione psicopatologica, in maniera analoga all’utilizzo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), categoria di psicofarmaci utilizzati per la cura di questo disturbo (Linden, 2006).

In conclusione

La psicoterapia, grazie ai suoi interventi mediati da fattori comunicativi ed emotivi consente quindi di accedere ai circuiti cerebrali del paziente modificandone la conformità. La persona in terapia, durante il colloquio, rielabora ed interiorizza i messaggi inviati dal clinico consentendo così la modifica delle aree implicate nel malessere emotivo. Il terapeuta, grazie al suo lavoro, potrà quindi promuovere dei comportamenti più adattivi e stati emotivi funzionali.

Grazie a questi importanti studi nel campo delle neuroscienze, possiamo comprendere concretamente quali dinamiche consentono alle persone che si sottopongono alla psicoterapia, di uscire dallo stato di sofferenza e ricominciare a stare bene, mostrando inoltre come la psicoterapia sia un importante mezzo di cura che non genera effetti collaterali.

 

Corpi in trasformazione e ritiro sociale. Quanto il diniego dei cambiamenti puberali incide sull’isolamento in adolescenza

In alcuni casi, durante l’adolescenza, il corpo può diventare un inquietante estraneo che fa prepotentemente la sua comparsa sulla scena psichica e impegna la mente nella ricerca di senso rispetto a sensazioni, impulsi e fantasie fino a quel momento inedite.

 

Inevitabilmente, quando si parla di adolescenza, non possono essere ignorate le profonde trasformazioni di ordine fisico, relazionale e psichico che caratterizzano questo periodo dell’arco di vita e che coinvolgono profondamente l’adolescente, richiedendogli un lungo e delicato processo di elaborazione e simbolizzazione, la cui risoluzione, in una prospettiva evolutiva, è lo strutturarsi dell’identità da parte del soggetto.

La pubertà può dunque perturbare il sentimento di familiarità che l’adolescente, fino a quel momento, ha intrattenuto con sé stesso e cimentarne la stabilità identitaria raggiunta fino ad allora. Il corpo può, in alcuni casi, diventare un inquietante estraneo che fa prepotentemente la sua comparsa sulla scena psichica e impegna la mente nella ricerca di senso rispetto a sensazioni, impulsi e fantasie fino a quel momento inedite. Solo gradualmente si giunge alla costruzione di una rappresentazione del nuovo corpo dotato di sesso, momento in cui l’adolescente approda ad una immagine di sé come adulto, con una specifica identità di genere (Monniello, 2016).

Affinché l’adolescente riesca a simbolizzare e farsi una rappresentazione psichica dei mutamenti, è necessario che disponga di uno spazio mentale sufficiente a poter pensare il nuovo corpo. In alcuni casi, invece, le trasformazioni somatiche, le nuove sensazioni e fantasie sessuali, possono essere sentite come eccessivamente invasive e difficilmente integrabili. Possono prodursi così svariate difficoltà nel processo di mentalizzazione dei cambiamenti, che possono culminare nella negazione di questi e ad un ripudio del corpo.

Il diniego delle trasformazioni puberali può giungere fino alle forme estreme di dissociazione mente-corpo, caratterizzate non soltanto da una mancata rappresentazione mentale del sé fisico ma da un corpo sensorialmente muto e costantemente allontanato dalla realtà mentale (Ruggiero, 2019).

Quando si denotano queste problematiche è spesso possibile rintracciare, nella storia evolutiva dell’adolescente, una difficoltà genitoriale nel distinguere il proprio corpo da quello dell’allora neonato e a pensare al funzionamento corporeo del loro figlio, come diverso e separato dal proprio. Quando infatti vi è la tendenza da parte del genitore, a spiegare ciò che osservano nel proprio bambino, riferendosi al proprio funzionamento mentale e corporeo, vi è una pressione nel ragazzo a far suo quel determinato funzionamento, finendo così per scindere, senza avere la possibilità di elaborare e simbolizzare, quelli che invece sono aspetti differenti e originali del proprio funzionamento corporeo e mentale (Ruggiero, 2019).

Queste situazioni avvengono tipicamente all’interno di relazioni caratterizzate da uno stringente contratto narcisistico (Kaës, 2010) fatto di vincoli rigidi e forti idealizzazioni familiari in cui l’adolescente si ritrova bloccato. All’interno di queste dinamiche i genitori vivono il ragazzo come un prolungamento non differenziato di sé, minandone così l’acquisizione di capacità elaborative e simboliche soggettive necessarie perché l’adolescente svolga quello che Raymond Chan chiama “soggettivazione” (Chan, 1998), cioè un processo di differenziazione che coincide con la sensazione, da parte dell’individuo, di sentire di disporre di un corpo sessuato, di un proprio pensiero e di una propria modalità creativa e originaria di presenziare al mondo, il cui procedere comincia dall’appropriazione soggettiva dell’adolescente della propria motricità, sensorialità ed esperienza percettiva, che si attivano e arricchiscono con gli stimoli sensoriali puberali (Monniello, 2016).

Il quadro si fa ulteriormente complesso se si considera che in adolescenza, insieme all’affiorare delle pulsioni, c’è un riproporsi del complesso edipico.

L’aumento della forza e le effettive possibilità fisiche maturate con l’adolescenza, spaventano inconsciamente l’adolescente e lo inducono non solo ad allontanarsi dai genitori ma anche ad assumere su sé stesso quegli aspetti adulti e di responsabilità prima affidati alle figure genitoriali, rispetto la propria vita, la propria autonomia ed emancipazione. Tutto questo implica la necessità di uno scontro-confronto con i propri genitori i quali si oppongono e promuovono questa dinamica di responsabilizzazione in un modo non meno ambivalente dei  propri figli (Loewald, 1979).

Ma in contesti familiari invischianti, l’adolescente può non avere gli strumenti mentali per procedere in questo secondo processo di separazione e individuazione e perciò sentirsi non legittimato e paralizzato rispetto ad un processo che porterebbe a differenziarsi, avvertendo come sbagliati questi nuovi impulsi e sentendosi inadeguato e spaventato nel presentarsi così mostruoso agli occhi degli altri.

Il ragazzo che difensivamente attiva una dinamica dissociativa nei confronti dei cambiamenti in atto, finirà con l’avvertire di star subendo in maniera passiva queste trasformazioni e si porrà, rispetto ad esse, in un atteggiamento di remissione e isolamento, come una vittima il cui aguzzino, oltretutto, è il proprio corpo.

Il ritiro sociale può allora assumere, per l’adolescente, una valenza anestetizzante e difensiva nei confronti di quei vissuti conflittuali e angoscianti attivati da trasformazioni avvertite come troppo perturbanti e invasive.

L’isolamento, nei vari modi in cui va delineandosi, può esser categorizzato come un fenomeno ricercato oppure subito (Corsano et al., 2011).

L’isolamento subito si manifesta con l’emarginazione e la denigrazione di un ragazzo da parte del gruppo dei pari. Questa situazione ripropone e conferma il vissuto di passività avvertito dall’adolescente nei confronti dei mutamenti puberali a cui il proprio corpo è esposto, poiché è proprio in quei ragazzi con un difetto integrativo della relazione mente-corpo che si evincono maggiormente caratteristiche come goffaggine, meccanicità, disarmonia e sbadataggine (Monniello, 2016).  D’altro canto, le stesse vessazioni utilizzate dai gruppi dei pari altro non sono che una modalità per proiettare e allontanare da loro stessi quei sentimenti di estraneità e inadeguatezza a cui il loro stesso sé è sottoposto e di cui l’adolescente con più evidenti difficoltà integrative, diventa ricettacolo e capro espiatorio.

L’isolamento ricercato può invece configurarsi secondo modalità comportamentali e aspetti mentali diversi:

  • Un ritiro all’interno degli ambiti accademici. Questa declinazione coincide con quei casi in cui, a seguito della dissociazione mente-corpo, il sé psichico giunge a coincidere con la totalità del sé e il soggetto è dominato da un’estrema intellettualizzazione e razionalizzazione. Queste persone risultano particolarmente promettenti negli studi professionali e il successo ottenuto in tali ambiti permette loro di rinsaldare la propria autostima e senso di autoefficacia, che tuttavia si scontra con una difficoltà a relazionarsi col mondo e le altre persone.
  • Un rifugiarsi all’interno di mondi di fantasia fatti di videogiochi, film o serie tv. Il controllo dato dal riuscire a gestire ciò che accade nel gioco o sulle emozioni che si riescono a sperimentare a seconda del film o serie tv che si sceglie di guardare; la semplicità con cui è possibile variare o interrompere date emozioni, premendo semplicemente un tasto, permette all’adolescente di entrare in un’atmosfera onnipotente e di avere l’illusione momentanea di essere tornato a padroneggiare la realtà psichica e somatica. Questa modalità di ritiro, in particolare, può manifestarsi in quegli adolescenti in cui la rinuncia all’utilizzo di modalità difensive più infantili verso altre più adulte risulta più conflittuale e difficile.
  • Infine, possiamo osservare un ritiro sociale la cui funzione è creare uno spazio in cui isolarsi da quell’ambiente che impedisce il compito evolutivo dell’adolescenza. L’adolescente che, in maniera preconscia cerca l’isolamento con questo scopo, può sentire il bisogno di star solo per elaborare, riflettere su sé stesso, crearsi gradualmente un proprio pensiero e compiere delle scelte autonome (Corsano, 2003). Il soggetto cerca così di sperimentare un’autonomia nella presa di responsabilità della propria vita, facendosi carico delle proprie decisioni, sensi di colpa e conseguenze delle proprie azioni (Palmonari, 2011). Tuttavia, anche la traiettoria di questa terza modalità rimane di dubbia utilità poiché l’adolescente non ha ancora completato l’interiorizzazione dell’imago parentale che gli fornisce il supporto necessario ad un’autentica autonomia psichica (Cahn, 1998) e il ragazzo, così facendo, si trova a privarsi del confronto e rispecchiamento dato dallo sguardo genitoriale e dei pari che, in questo momento della sua vita, rivestono un ruolo centrale.

 

La Sindrome da alimentazione notturna e la sua relazione con il nevroticismo

La Sindrome da alimentazione notturna (Night Eating Syndrome-NES) è stata inserita, all’interno del DSM-5, nella categoria dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione non altrimenti specificati (American Psychiatric Association, 2013).

 

Essa è associata da una perdita di appetito al mattino, iperfagia serale, ingestioni notturne e disturbi del sonno e dell’umore (Runfola et al., 2014). Ulteriormente, può essere definita come il consumo di almeno il 25% dell’apporto calorico giornaliero dopo il pasto serale e/o il risveglio notturno, con ingestioni che si presentano almeno due volte a settimana.

Gli individui affetti da tale sindrome sono consapevoli delle loro abbuffate notturne e sperimentano un disagio e senso di colpa o, in casi più gravi, una compromissione del funzionamento, con segni e sintomi che perdurano per almeno tre mesi (Allison et al., 2010).

La Sindrome da alimentazione notturna, essendo associata ad un considerevole aumento dell’assunzione di cibo, determina un aumento indesiderato del peso e, di conseguenza, può condurre all’obesità (Gluck et al., 2011).

È bene specificare, però, che il fenomeno delle abbuffate notturne è associato anche ad una scarsa qualità del sonno (Yahia et al., 2017), ad un elevato umore negativo (He et al., 2018), alla dipendenza dal cibo (Nolan & Geliebter, 2016), alla cosiddetta “fame emotiva” (Nolan & Geliebter, 2012) ed ai disturbi da uso di sostanze (Lundgren et al., 2006).

Precedenti revisioni sistematiche hanno suggerito che anche il nevroticismo, ovvero quel tratto della personalità caratterizzato da una prevalenza di emozioni negative, insicurezza e vulnerabilità (Costa & McCrae, 1992), è positivamente associato alla sintomatologia connessa ai disturbi alimentari (Cassin & Von Ranson, 2005), nonché un fattore predisponente per lo sviluppo dei suddetti (Lilenfeld, Wonderlich, Riso, Crosby, & Mitchell, 2006). Tuttavia, nessuno studio empirico ha esaminato la possibile relazione tra nevroticismo e alimentazione notturna ma, sulla base dei risultati delle revisioni sistematiche, è possibile ipotizzare che il suddetto tratto possa essere un considerevole predittore delle abbuffate notturne.

A ciò va aggiunto che, secondo alcuni studi esiste una stretta relazione tra l’alimentazione notturna e il distress psicologico (He et al., 2018), una condizione che può comportare la manifestazione di sintomi depressivi e/o ansiosi (Préville, Boyer, Potvin, Perreault, & Légaré, 1992). Difatti, i pazienti affetti dalla sindrome da alimentazione notturna hanno ricondotto l’insorgenza di quest’ultima ad eventi di vita estremamente stressanti (Allison, Stunkard, & Thier, 2004). In occasione di tali avvenimenti, la “cascata” neuro-endocrinologica coordinata da cortisolo, insulina, grelina (ormone della fame) e leptina (ormone della sazietà), influisce sulle modalità di assunzione del cibo (Masih, Dimmock, Epel, & Guelfi, 2017). Allo stesso tempo, lo stress può alterare il sistema di attivazione della ricompensa, incrementando la ricerca di cibi “comfort” altamente appetibili e ricchi di grassi, in modo tale da poter ottenere una ricompensa da questi ultimi (Morris et al., 2015).

Un aspetto particolarmente rilevante nell’ambito della problematica dello stress e, dunque, del disagio psicologico, concerne le strategie di coping, ovvero quei meccanismi di difesa che l’individuo mette in atto per far fronte ad avvenimenti percepiti come stressanti o comunque ritenuti superiori alle proprie capacità (Lazarus & Folkman, 1984). Talvolta però, è possibile mettere in atto delle strategie di coping tentando di ridurre il disagio psicologico percepito, finendo però con mantenere – o rinforzare – le emozioni e le sensazioni fisiche negative (Umeh, 2004), dando vita a dei meccanismi di difesa disfunzionali.

Alcuni autori hanno scoperto che gli studenti universitari, che sperimentano livelli elevati di stress, hanno maggiori probabilità di mettere in atto comportamenti alimentari notturni, a causa dell’uso di strategie di coping disfunzionali (Wichianson et al., 2009).

Sulla base di quanto appena esposto, è stato ipotizzato che possa esistere una relazione tra nevroticismo ed alimentazione notturna e che questa relazione possa essere mediata dal distress psicologico e dalle strategie di coping disadattive.

Al fine di dimostrare tali ipotesi, un gruppo di ricercatori ha reclutato 578 studenti universitari con un’età media di 20 anni e un indice di massa corporea di 20,61 kg/m2.

Rispetto agli strumenti utilizzati, al fine di valutare il tratto del nevroticismo, ai partecipanti è stato somministrato il Revised Eysenck Personality Questionnaire Short Scale (Qian, Wu, Zhu, & Zhang, 2000) mentre, per quanto concerne la valutazione della sintomatologia connessa alla sindrome da alimentazione notturna, gli studenti hanno completato il Night Eating Questionnaire (Tu, Tseng, Chang, & Lin, 2017).

La Depression Anxiety Stress Scale (Gong, Xie, Xu, & Luo, 2010) e il Simplified Coping Style Questionnaire (Xie, 1998) sono stati utilizzati per stimare, rispettivamente, il distress psicologico e le strategie di coping maladattive.

I risultati ottenuti hanno mostrato che il nevroticismo era positivamente correlato al fenomeno delle abbuffate notturne e che questa relazione era mediata dal distress psicologico, ma non dal coping disadattivo.

La scoperta dell’esistenza di una relazione tra il nevroticismo e i comportamenti alimentari notturni è coerente con i risultati di studi precedenti che hanno mostrato un’associazione tra il suddetto tratto e altri comportamenti alimentari disordinati (Ferguson, Munoz, Winegard, & Winegard, 2012). Dunque, gli individui che presentano livelli più elevati di nevroticismo, che mostrano pertanto una considerevole variabilità dell’umore, ed una maggiore insicurezza, sono da considerarsi come soggetti maggiormente a rischio per quanto concerne lo sviluppo di comportamenti alimentari inadeguati, in cui rientrano le abbuffate notturne.

All’interno di tale relazione si inserisce l’effetto di mediazione svolto dal distress psicologico, che porta ad ipotizzare che l’associazione sopradescritta possa essere in gran parte spiegata dalla presenza di questa variabile, ma saranno necessari ulteriori studi al fine di verificare se possano esservi altri fattori che possano mediare l’associazione tra nevroticismo ed alimentazione notturna.

Ad ogni modo, i risultati emersi comportano delle considerevoli implicazioni dal punto di vista clinico. In primo luogo, la presenza di alti livelli di nevroticismo dei pazienti potrebbe fungere da campanello d’allarme rispetto alla messa in atto di comportamenti alimentari notturni.

In secondo luogo, la scoperta del ruolo di mediazione svolto dal distress psicologico potrebbe essere particolarmente significativo per la pianificazione del trattamento. Difatti, il distress psicologico risulta essere maggiormente suscettibile al cambiamento, anche attraverso interventi a breve termine (Deckro et al., 2002), rispetto al nevroticismo.

 

ADHD nell’adulto. Dalla diagnosi al trattamento (2021) A cura di Claudio Mencacci e Giovanni Migliarese – Recensione del libro

Il volume ADHD nell’adulto. Dalla diagnosi al trattamento è diviso in cinque parti, nella prima si affrontano l’eziologia e le manifestazioni sintomatologiche, nella seconda l’iter della valutazione diagnostica, nella terza la progettazione dell’intervento e nella quarta la comorbilità.

 

L’Attention Deficit and Hyperactivity Disorder (ADHD) descrive una modalità di funzionamento con esordio in età evolutiva che spesso permane, influenzando il soggetto in tutte le fasi della vita. Si caratterizza per una gestione problematica dell’attenzione che genera difficoltà e fallimenti e condiziona la qualità della vita di chi intrattiene il disturbo. Recenti studi epidemiologici attestano che questa sindrome si presenta in modalità eterogenee, impulsività, disorganizzazione, disattenzione, iperattività, disregolazione emotiva, possono variare da soggetto a soggetto e nello stesso individuo in momenti diversi, e colpisce circa il 2,8% della popolazione con età maggiore di diciotto anni.

Fare diagnosi per questi motivi non è semplice e sono necessarie una buona formazione e competenze specifiche. Il testo ADHD nell’adulto. Dalla diagnosi al trattamento si propone come riferimento per fornire indicazioni circa l’eziologia, le manifestazioni cliniche, la diagnosi e il trattamento.

Il volume è diviso in cinque parti, nella prima si affrontano i temi legati all’eziologia e alle manifestazioni sintomatologiche, nella seconda è trattato l’iter complesso della valutazione diagnostica, nella terza si prende in considerazione la progettazione dell’intervento, nella quarta si approfondisce la comorbilità, perché spesso nell’adulto il disturbo si trova sovrapposto ad altra psicopatologia, mentre l’ultima parte si apre agli sviluppi della clinica e della ricerca.

Il testo è stato scritto a più mani, e ogni capitolo può essere letto come un contributo autonomo all’interno di un’impostazione unitaria e organica. Gli autori hanno maturato una lunga esperienza sul tema.

L’obiettivo che si sono posti è quello di sviluppare un’attenzione scientifica sul disturbo e proporre il testo come un primo contributo di riferimento da cui partire per un’ampia riflessione.

Nel trarre le conclusioni, infatti, Mencacci e Migliarese sperano in una sempre maggiore partecipazione e coinvolgimento nelle esperienze innovative di trattamento legate alla sperimentazione di tecnologie bio-mediche e interventi psicologici personalizzati per permettere uno sviluppo rapido e coordinato della ricerca scientifica e della pratica clinica.

Il volume ADHD nell’adulto. Dalla diagnosi al trattamento tratta in modo accurato il disturbo con un’impostazione biologica, psicologica e sociale. Rappresenta un’ottima lettura per chi tratta l’ADHD sia in età evolutiva, sia nell’adulto nei servizi pubblici o in regime di libera professione.

Cognizione ed emozioni nell’invecchiamento

Si parla spesso di “paradosso dell’invecchiamento” intendendo quel fenomeno per cui, nonostante all’aumentare dell’età ci sia un deterioramento a livello fisico e cognitivo, la capacità di controllare l’esperienza e l’espressione delle emozioni funziona efficacemente e può addirittura migliorare.

 

L’avanzare dell’età porta con sé una serie di cambiamenti a livello fisico-sensoriale, cognitivo, sociale ed emotivo-motivazionale oltre che una forte eterogeneità: non tutti gli anziani sono uguali, ma vi è una notevole variabilità intra e interindividuale determinata dalle esperienze di vita, dalle opportunità educative avute, dal contesto familiare, dal tipo di lavoro svolto (De Beni & Borella, 2015). L’invecchiamento è, dunque, un fenomeno multidimensionale e multidirezionale in quanto le varie dimensioni che caratterizzano l’individuo seguono traiettorie differenti.

La risposta dell’anziano sano alla diminuzione dei propri ambiti di efficacia, spiegata dalle normali perdite fisiologiche e sensoriali dettate dall’età, è delineata dal modello SOC (Baltes & Baltes, 1990) secondo cui l’individuo è in grado di mantenere un adeguato livello di funzionamento per mezzo di tre processi: la selezione, l’ottimizzazione e la compensazione. Tramite la selezione restringe il proprio campo d’azione individuando degli obiettivi prioritari, per mezzo dell’ottimizzazione investe le proprie energie e adopera le risorse disponibili per raggiungere gli obiettivi prefissati e infine tramite la compensazione mette in atto strategie volte ad arginare i deficit.

Cambiamenti cognitivi

Per quanto riguarda i meccanismi cognitivi di base, l’età sembra avere un effetto diretto sulla memoria di lavoro o mediato da inibizione e velocità di elaborazione (Birren, 1959; Borella et al., 2008). È stato dimostrato, per esempio, che gli anziani hanno maggiore difficoltà a sopprimere informazioni e item attivati precedentemente ma che nel compito attuale non sono rilevanti, portando a una saturazione della memoria di lavoro (Hasher & Zacks, 1988).

Anche l’intelligenza subisce dei cambiamenti e in questo contesto è necessario far riferimento al modello bifattoriale dell’intelligenza di Horn e Cattell (1966), che distingue l’intelligenza fluida da quella cristallizzata. La prima, determinata biologicamente, è legata alla comprensione di nuovi dati, all’adattamento a nuove situazioni e problemi; la seconda, strettamente influenzate dalla cultura, è legata all’esperienza e alle conoscenze e capacità acquisite con essa. Questi due tipi di intelligenza nell’arco di vita seguono traiettorie ben distinte: la cristallizzata, misurata di solito con prove di vocabolario, rimane stabile con l’età, mentre la fluida, misurata con prove di ragionamento, tende a declinare.

Per quanto riguarda le prestazioni mnestiche, gli effetti legati all’età non sono uniformi ma alcuni sistemi di memoria ne risentono più di altri (De Beni & Borella, 2015). I sistemi più compromessi risultano essere la memoria di lavoro, la memoria prospettica, la memoria a breve termine visuo-spaziale e la rievocazione episodica (in quanto richiede un accesso consapevole o controllato alle informazioni), mentre la memoria a lungo termine, esplicita e implicita, risulta preservata. Bopp e Verhaeghen (2005) in una meta-analisi hanno evidenziato che le differenze tra giovani e anziani sono più accentuate in prove di memoria di lavoro rispetto a prove di memoria a breve termine poiché queste ultime richiedono, rispetto alle prime, il solo mantenimento passivo delle informazioni.

Questi cambiamenti possono essere spiegati a livello anatomico da una riduzione progressiva del volume cerebrale, un assottigliamento delle circonvoluzioni e allargamento dei solchi e ventricoli (De Beni & Borella, 2015). L’atrofia risulta essere specialmente a carico della corteccia prefrontale e parietale e dell’ippocampo, spiegando così i cambiamenti cognitivi, specie attentivi e mnesici (Raz, 2000). A ciò si aggiungono cambiamenti nelle strutture dendritiche, nella mielinizzazione delle fibre nervose e nella sintesi, produzione e ricaptazione di vari neurotrasmettitori, in particolar modo nelle vie dopaminergiche frontostriatali, la cui minore densità spiegherebbe nell’anziano l’aumento dei tempi di reazione.

Infine, bisogna considerare anche il ruolo della metamemoria, ovvero della metacognizione relativa alla memoria. Gli anziani sembrano, infatti, avere concezioni fatalistiche della dimenticanza e pessimismo verso le proprie capacità mnestiche (De Beni & Borella, 2015).

Le emozioni nell’invecchiamento

Riguardo alle emozioni, si parla spesso di “paradosso dell’invecchiamento” intendendo quel fenomeno per cui, nonostante all’aumentare dell’età ci sia un deterioramento a livello fisico e cognitivo, la capacità di controllare l’esperienza e l’espressione delle emozioni funziona efficacemente e può addirittura migliorare (Charles & Carstensen, 2003). A questo consegue il cosiddetto “effetto positività”, secondo cui gli anziani avrebbero la tendenza a prediligere ricordi positivi ai fini del loro benessere o a rielaborare vicende negative del passato in chiave positiva.

Tra i vari approcci teorici che trattano l’elaborazione emotiva nell’invecchiamento di particolare importanza è la teoria della Selettività Socioemotiva (Carstensen et al., 2003) secondo cui all’aumentare dell’età si riscontra una maggiore selettività nelle scelte e nelle relazioni sociali finalizzata alla soddisfazione emotiva. Secondo Carstensen e colleghi, con l’invecchiamento il tempo davanti a sé viene percepito come limitato per cui le proprie azioni sono guidate principalmente da obiettivi emotivi, volti a raggiungere la soddisfazione emotiva attraverso una regolazione della rete sociale incentrata su pochi contatti ma sicuri e familiari. Una serie di studi ha infatti dimostrato che giovani e anziani prediligono esperienze emotive diverse: i giovani mostrano una maggiore attenzione verso gli aspetti negativi di un evento (Baumeister et al., 2001) mentre gli anziani dimostrano maggior interesse per quelli positivi (Mather & Carstensen, 2005).

Cognizione ed emozione

Gli effetti della regolazione emotiva sugli anziani possono essere riscontrati anche in compiti cognitivi di tipo verbale. Un esempio è lo studio di Mammarella e colleghi (2013) che ha indagato le differenze di età tra giovani (20-33 anni), giovani-anziani (60-73 anni) e anziani-anziani (75-85 anni) in una versione affettiva del classico Working Memory Operation Span Test. Esso includeva parole neutre, negative e positive e i risultati hanno mostrato che le parole emotive possono compensare il declino correlato all’età quando è richiesta la memoria di lavoro. Infatti, in linea con gli studi precedenti, i giovani hanno avuto in generale una performance più elevata rispetto agli anziani (ad esempio, Borella et al., 2008), inoltre hanno mostrato un pregiudizio di negatività, ricordando più parole negative che positive. Il risultato più interessante è stato che tutti i partecipanti anziani hanno mostrato un pregiudizio di positività rispetto al gruppo più giovane in quanto hanno richiamato un maggior numero di parole positive rispetto alle neutre. Si è quindi concluso che stimoli emotivi possono influenzare le differenze legate all’età in un compito classico di memoria di lavoro.

Gli anziani presentano un effetto positività anche in altri compiti cognitivi di richiamo e riconoscimento di stimoli. In uno studio (Charles, Mather & Carstensen, 2003) giovani e anziani sono stati confrontati, dopo un compito di distrazione, sul richiamo del maggior numero possibile di stimoli visti in precedenza, distinguendoli da un insieme di nuovi e vecchi stimoli. Gli stimoli in questione erano immagini al computer positive, negative e neutre: il numero di immagini negative richiamate e riconosciute era diminuito rispetto alle neutre e positive con l’aumentare dell’età. Tali risultati sono quindi coerenti con la teoria della selettività socio-emotiva secondo cui ci sarebbe un maggiore investimento nella regolazione emotiva con l’aumentare degli anni.

Dunque, con l’invecchiamento si assiste a un normale declino fisico e cognitivo, che coinvolge principalmente la memoria di lavoro, rendendo più difficoltose molte attività quotidiane. Al contrario, la regolazione emotiva funziona efficacemente e può addirittura migliorare con l’età. Gli effetti del paradosso dell’invecchiamento sono riscontrabili anche in compiti cognitivi, come dimostrato dalla letteratura.

 

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