“Me la sono cercata?”: legame tra responsabilità percepita, contaminazione mentale e molestie sessuali
Il timore della contaminazione mentale, presente in quasi la metà degli individui con disturbo ossessivo compulsivo (DOC) (A. E. Coughtrey et al., 2012), rimanda alla paura di venir contaminati in assenza di contatto diretto con il contaminante, che viene affrontata con operazioni di lavaggio continuo.
Queste compulsioni, non ne riducono l’intensità, ed essendo le fonti di contaminazione non oggetti ma persone, dunque diffuse, l’individuo continuerà a sentire su di sé la sensazione di sporco (S. Rachman, 2004).
Secondo la teoria cognitiva, i sentimenti di contaminazione consistono in pensieri, ricordi o immagini percepiti come inappropriati o immorali (Elliott & Radomsky, 2009) che risalgono a insulti e aggressioni sessuali. Inoltre, tale violazione viene interpretata come segnale di assenza di valore e debolezza, che mina la fiducia in sé (Stanley Rachman et al., 2015).
La ricerca ha testato la relazione tra contaminazione mentale e sentimenti di violazione; inducendo il ricordo dell’abuso in vittime di traumi sessuali che, oltre a provare ansia, disgusto e senso di sporco (ovvero sentimenti di contaminazione), avevano attuato comportamenti di lavaggio ripetuto (Fairbrother & Rachman, 2004; Stanley Rachman et al., 2015).
Tali sensazioni venivano sperimentate anche in individui sani, che ascoltando registrazioni di scenari di violazione sessuale, si immaginavano vittime o autori di un bacio non consensuale (ad es. Fairbrother et al., 2005).
Utilizzando il paradigma del “bacio sporco”, Radomsky & Elliott (2009) avevano riscontrato un legame tra il grado di contaminazione mentale segnalata e fattori cognitivi, ovvero la percezione di responsabilità personale per il bacio e la percezione dello stesso come violazione.
La percezione di responsabilità inflazionata (Salkovskis, 1985) caratteristica del DOC, rimanda al sentirsi responsabili delle potenziali conseguenze negative legate alla contaminazione. Questa è stata manipolata in diversi studi, generando una maggiore sintomatologia compulsiva, come rituali di lavaggio, controllo comportamentale (Lopatka & Rachman, 1995) e ricerca di rassicurazione.
Senza considerare livelli così estremi di violazione sessuale, come un bacio non consensuale, anche le molestie sessuali possono compromettere la salute mentale delle vittime, danneggiare l’autostima, incrementare il rischio di autolesionismo, alimentazione scorretta e uso di sostanze (Chiodo et al., 2009).
Tali molestie sono comportamenti sessuali deliberati o ripetuti, sgraditi dal destinatario, volte a creare un ambiente ostile, offensivo o degradante.
Lo studio di Krause & Radomsky (2021), ha cercato di identificare in un campione di studenti universitari, se la manipolazione della percezione di responsabilità individuale può essere un fattore chiave nell’indurre elevati livelli di contaminazione mentale, e dunque compulsioni di pulizia tipiche del DOC, come rituali di lavaggio.
Questi fattori sono stati esaminati dopo l’esposizione ad una registrazione che descriveva un caso di molestia sessuale sul posto di lavoro. I partecipanti sono stati randomizzati in tre condizioni (HR: alta responsabilità, LR: bassa responsabilità, NR: assenza di responsabilità).
Nelle condizioni HR e LR veniva chiesto di immaginarsi come vittime delle molestie sessuali. Mentre nella prima, dopo che l’evento era stato divulgato ad un amico, egli suggerisce che i comportamenti della vittima avevano contribuito alle molestie, nella seconda, l’amico suggerisce che la vittima non ha fatto nulla per cercarsele.
I partecipanti nella condizione NR dovevano immaginarsi mentre guardavano uno spettacolo televisivo in cui un personaggio femminile era vittima della molestia sessuale.
I partecipanti di tutte le condizioni avevano riportato livelli più elevati di disgusto, sporcizia e ansia, dimostrando come un paradigma di immagini di molestie sessuali, nonostante sia una delle forme meno estreme di violenza era sufficiente a provocare sentimenti di contaminazione mentale in assenza di preoccupazioni di contaminazione da contatto fisico.
Coloro che dovevano immaginare un episodio di molestie sessuali durante uno spettacolo (NR), avevano riferito un minore senso di responsabilità per l’evento, e minori livelli di contaminazione mentale rispetto alle altre condizioni.
Immedesimandosi nella vittima, la percezione di responsabilità non variava tra coloro ai quali veniva detto che il comportamento adottato invitava (HR) o no (LR) alla violenza. Infatti, tra i due gruppi non c’erano differenze di sporcizia e ansia percepita; che venivano riportate maggiormente dal gruppo LR rispetto alla condizione NR (in cui il partecipante non si immedesimava nella vittima e non avveniva l’induzione di responsabilità).
Il verificarsi delle molestie su di sé, o rivolte ad un altro personaggio, non solo manipola l’attribuzione di responsabilità delle stesse, ma soprattutto il livello di violazione percepito, che sembra giocare un ruolo maggiore nell’insorgenza e mantenimento della contaminazione mentale (Ishikawa et al., 2015).
Probabilmente non sono emerse differenze di responsabilità percepita tra chi era indotto ad averla (HR) e chi no (LR), poiché tutti gli studenti avevano frequentato un corso di formazione sulla violenza sessuale, e si trattava di un campione giovane.
Replicare l’indagine in diverse popolazioni, come anziani o abitanti in luoghi rurali, in cui le questioni relative alla colpa della vittima sono meno salienti, potrebbe fornirebbe spunti interessanti.
Il gruppo a cui era stato detto che la violenza non era giustificata dal comportamento della vittima (LR), aveva anche riportato maggiori livelli di ambiguità verso la responsabilità, rispecchiando da vicino la natura della sintomatologia del DOC (A. Coughtrey et al., 2018). Tale angoscia per una propria ipotetica responsabilità, potrebbe aver contribuito ad incrementare i livelli di contaminazione mentale.
Nello studio non sono emerse differenze nelle condizioni rispetto all’urgenza percepita dei partecipanti a lavarsi le mani o al tempo trascorso a lavarle. Tale impatto nullo viene ricondotto all’impiego di una violazione sessuale meno estrema rispetto alle indagini precedenti e non sufficiente a suscitare una compulsione legata al lavaggio. Dunque, non è emerso un aumento della sintomatologia legata al DOC all’aumentare della responsabilità percepita.
Sebbene non sia emerso il ruolo decisivo della percezione di responsabilità, viene rafforzato il ruolo della percezione di violazione, nei sintomi di contaminazione mentale. In altre parole, più ci si sente personalmente vicini alla violazione, maggiore è la sintomatologia negativa (cioè ansia, disgusto e sporcizia) che viene sperimentata.
La consapevolezza che la contaminazione mentale può essere indotta attraverso un’attività di immaginazione di molestie sessuali, sottolinea l’importanza da parte dei clinici di prendere sul serio tutte le forme di violazione sessuale, anche quelle “minori”, che possono impattare notevolmente sulla salute psichica.
Sognare ci protegge dalla neuroplasticità invasiva
David Eagleman si è soffermato sul ruolo della plasticità neurale durante il sonno per proporre una nuova ipotesi (pre-print, Eagleman, 2020); i processi di neuroplasticità sono infatti attivi anche quando apparentemente non siamo soggetti a stimolazioni sensoriali particolari.
Fin dall’antichità l’uomo si interroga sul significato dei sogni. Queste bizzarre allucinazioni notturne sono legate in qualche modo alle nostre attività quotidiane, celano oscuri significati sepolti sotto gli strati inconsci della mente, oppure si tratta di narrazioni del tutto casuali?
Quando in ambito psicologico parliamo di sogni, è difficile non tirare in ballo Freud; ma nonostante la teoria psicoanalitica sia tutt’ora criticata da molti per la mancanza di basi scientifiche oggettive, il padre della psicoanalisi si augurava che in futuro gli scienziati avrebbero avuto strumenti a disposizione per andare più a fondo nella questione (Freud, 1895). Lasciando a latere le questioni teoriche, sui sogni oggi sappiamo molte più cose che all’epoca, grazie soprattutto agli avanzamenti tecnologici e a numerosi e interessanti studi, che hanno evidenziato una possibile funzione adattativa (Grieser et al, 1972; Crick et al, 1983; Revunsuo, 2000).
In un recente lavoro, David Eagleman si è soffermato sul ruolo della plasticità neurale durante il sonno per proporre una nuova ipotesi (pre-print, Eagleman, 2020). I processi di neuroplasticità sono infatti attivi anche quando apparentemente non siamo soggetti a stimolazioni sensoriali particolari (come nel caso dell’assenza di input visivi mentre dormiamo) e più in generale consentono di adattare la connettività alle richieste dell’ambiente. Ad esempio, soggetti che hanno perso la vista in età adulta presentano riorganizzazioni neurali dinamiche piuttosto veloci, tali che una stimolazione sonora elicita attività (osservabile in fMRI) non solo nella corteccia uditiva ma anche in quella visiva occipitale (Voss et al, 2008); in altre parole, il cervello subisce rapidi cambiamenti anche quando l’input di un certo tipo si ferma. Quando un senso viene definitivamente perduto, ridistribuire connessioni e funzioni è certamente vantaggioso.
Questa riorganizzazione si può osservare anche per mezzo di una deprivazione sensoriale temporanea, ad esempio bendando i partecipanti a uno studio per qualche giorno. In un esperimento di questo tipo, soggetti bendati per cinque giorni sono stati in grado di discriminare le differenze in un testo braille in modo significativamente superiore rispetto al gruppo di controllo, che aveva subito lo stesso paradigma di allenamento alla lettura in braille ma senza essere bendati (Merabet et al, 2008); anche in questo caso, sono state osservate attivazioni nella corteccia occipitale, oltre che in quella somatosensoriale. La corteccia visiva verrebbe reclutata da processi di natura sensoriale diversa, tramite dei cambiamenti rapidi nella connettività neurale, per giungere a un’elaborazione cross-modale dell’input; a conferma di ciò, interferendo nei circuiti occipitali tramite TMS è stata provocata un’interruzione del miglioramento nella discriminazione tattile nei soggetti del gruppo sperimentale. Il miglioramento è scomparso dopo un giorno dalla rimozione della benda, indicando che il processo è reversibile.
Tuttavia, se è sicuramente un vantaggio per il cervello poter ridistribuire la sua attività utilizzando anche distretti che una volta costituivano il substrato neurale di funzioni non più presenti (come la vista nel caso dei ciechi non congeniti), non lo è se la plasticità neurale coinvolge una corteccia sensoriale che riceve una minore stimolazione solo temporaneamente, ma spesso. Da questo punto di partenza, Eagleman propone la sua Teoria dell’Attivazione Difensiva: l’attività onirica durante il sonno REM costituirebbe un meccanismo di difesa per proteggere la corteccia visiva da una neuroplasticità invasiva e potenzialmente dannosa durante le ore in cui la funzione visiva è inibita, ovvero nelle ore di cecità fisiologica durante il sonno. Tenendo impegnata la corteccia visiva durante la notte, si impedirebbe la sua “riconversione”.
Il sonno REM viene innescato da una popolazione specializzata di neuroni che si trovano a livello del ponte; la loro attivazione stimola il nucleo genicolato laterale, in comunicazione con la corteccia visiva (oltre che un’inibizione muscolare, che ci mantiene più o meno immobili durante il sonno e ci impedisce di ‘agire’ ciò che stiamo sognando) (Hobson et al, 1975; Chase et al, 2008). Tale circuito, altamente specifico, difficilmente si è mantenuto nel corso dell’evoluzione senza nascondere una funzione importante dietro di sé.
Questa teoria avanza inoltre una previsione: quanto più forte è la plasticità neurale di un organismo, tanto più grande sarà il rapporto tra sonno REM e sonno non REM. L’analisi dei dati su numerose specie di primati oltre che sull’uomo confermerebbe l’ipotesi di Eagleman e colleghi: più sonno REM, più plasticità. In particolare, più ci si avvicina filogeneticamente all’uomo, più aumenterebbero i livelli di neuroplasticità e il tempo medio di sonno REM in rapporto al sonno totale. Questa scoperta sarebbe in linea con la letteratura sul sonno REM nelle varie fasi della vita: nei bambini il rapporto sonno REM/sonno totale è elevato, negli anziani è piuttosto basso, e la plasticità neurale è rispettivamente molto forte nei primi e quasi assente nei secondi (Abuleil, 2019).
Nomofobia: il sottile Confine tra Paura di stare senza Smartphone ed Uso Problematico del Dispositivo
Kaviani e colleghi hanno svolto uno studio in merito, che mirava a determinare se la nomofobia potesse aumentare la probabilità di uso problematico dipendente, proibito e pericoloso del telefono cellulare.
Al giorno d’oggi vivere senza un telefono cellulare può porre le persone in una posizione di svantaggio. Per molti, non è solo una questione di comodità. Sociologicamente parlando, il desiderio di cercare connessioni in un mondo sempre più individualizzato, di sviluppare un senso di appartenenza in una comunità frammentata e globale, di avere accesso a informazioni illimitate in una società che valorizza e preferisce la conoscenza e di godere della gratificazione istantanea associata alla comodità, non rappresenta, apparentemente, un insieme di motivazioni irrazionali (Bauman, 2001; Bauman, 2000; Lyotard, 1984; Shove, 2003). I telefoni cellulari stanno cambiando il comportamento, le relazioni, la comunicazione e le dinamiche che si verificano nella vita di ognuno di noi. A seguito di ciò, negli ultimi anni è esponenzialmente aumentata la dipendenza dal dispositivo, impiegato per moltissime attività quotidiane, ed è inoltre emersa una nuova fobia: la nomofobia. Questa patologia consiste proprio nella paura di rimanere senza il proprio telefono cellulare, e può colpire individui di sesso ed età differenti.
Kaviani e colleghi hanno svolto uno studio in merito, che mirava a determinare se la nomofobia potesse aumentare la probabilità di uso problematico dipendente, proibito e pericoloso del telefono cellulare. Con “uso problematico dipendente del cellulare” si intende una situazione in cui si ha incapacità di spegnere il telefono, in cui si avverte un senso di vuoto senza di esso e in cui talvolta ci si sente incapaci di vivere. Inoltre, questo tipo di situazione potrebbe generare un’incapacità di resistere all’impulso di usare il telefono. È stato anche documentato l’uso di alcune funzioni del telefono in aree proibite o vietate come biblioteche, cinema, aerei o spazi dove è richiesto il silenzio: questi eventi indicano un “uso problematico proibito del telefono”, anche definito antisociale. Oltre a quest’ultimo, è stato ampiamente documentato l’“uso problematico pericoloso degli smartphone”, che può ad esempio generare una guida distratta o un distratto attraversamento della strada (Bach et al., 2015; Stimpson et al., 2013).
Nello studio di Kaviani e collaboratori, il campione comprendeva 2838 partecipanti (maschi n = 1337 femmine n = 1501) reclutati da varie piattaforme online. Lo strumento utilizzato per misurare la nomofobia era il Nomophobia Questionnaire (NMP-Q), mentre l’uso problematico del cellulare è stato misurato utilizzando il Problematic Mobile Phone Use Questionnaire (PMPUQ-R). I risultati hanno rivelato una forte correlazione positiva tra la nomofobia e tutti e tre i fattori di uso problematico. Oltre alla nomofobia, ulteriori analisi statistiche hanno rivelato che una giovane età e un maggior tempo trascorso al cellulare durante il giorno aumentavano significativamente la dipendenza problematica, l’uso proibito e l’uso pericoloso. Per ciò che concerne il genere, la sperimentazione ha rivelato che i maschi erano più propensi a impegnarsi nell’uso proibito e pericoloso, mentre non sono state trovate differenze di genere significative nell’uso dipendente.
Come sostenuto da questo studio, esibire comportamenti problematici può indicare un’eccessiva dipendenza dal proprio telefono. Per porvi rimedio, non è sufficiente rimproverare l’individuo sul suo comportamento: gli interventi dovranno considerare l’esistenza e le ragioni della nomofobia e come questa possa incoraggiare un uso problematico. Questo potrebbe tradursi in campagne che, piuttosto che moralizzare sull’uso problematico del telefono, riconoscono le importanti funzioni sociali del dispositivo e offrono meccanismi per ridurre i comportamenti problematici senza disconnettere le persone dalla loro rete. Nel frattempo, tra i trattamenti indicati per questa tipologia di disturbo, è stato dimostrato che le pratiche di consapevolezza riducono i comportamenti problematici e pericolosi del telefono cellulare nell’ambito della sicurezza stradale (Feldman et al., 2011). Le tecniche mindfulness, infatti, possono essere efficacemente impiegate per ridurre l’uso problematico dei dispositivi mobili.
Lettura e COVID: come sono cambiate le nostre abitudini?
Negli ultimi decenni attenzione e ricerca sono state dedicate alla lettura e alle implicazioni psicologiche ed emotive legate a tale attività (Marshall, 2020 per una review).
Analizzando la letteratura, emergono cinque principali aree di interesse: lettura durante il tempo libero, lettura di notizie, lettura per studio o lavoro, lettura per la socializzazione e infine lettura condivisa con i bambini (Scales & Rhee, 2001; Mol et al., 2008; Torppa et al., 2020). Tuttavia, poco sappiamo dell’attività di lettura durante crisi collettive, come quella che stiamo sperimentando in questo periodo storico.
La pandemia COVID19 rappresenta un’occasione unica per studiare il modo in cui le persone gestiscono il loro tempo libero ed eventuali cambiamenti nelle abitudini che possono dipendere dalle caratteristiche individuali o dagli aspetti sociali. Che impatto ha avuto la pandemia COVID19 sulle nostre abitudini di lettura e ascolto dei media? E quali sono stati i cambiamenti dal punto di vista motivazionale e psicologico?
Il virus SARS-CoV-2, nelle sue prime fasi di diffusione, ha severamente colpito la popolazione europea, in particolare modo quella italiana e spagnola portando i rispettivi governi a prendere misure restrittive con l’intento di confinare la popolazione nelle loro case e ridurre, in tal modo, il contagio. All’interno di questo contesto senza precedenti, i ricercatori si sono mossi con l’obiettivo di indagare i cambiamenti nelle abitudini di lettura e media durante il lockdown spagnolo e italiano.
READ-COGvid: A Database From Reading and Media Habits During COVID-19 Confinement in Spain and Italy è la pubblicazione dello studio di un team di ricercatori in cui viene fornito un ampio database che raccoglie risposte di individui spagnoli e italiani, uno strumento unico che permette ad altri studiosi interessati di formulare ipotesi nel contesto delle scienze linguistiche e psicologiche (Ladislao et al., 2020).
Le risposte raccolte si riferiscono alla somministrazione di un questionario online, inviato ad associazioni educative, studenti di diverse università, amici e familiari con la richiesta di compilarlo. Dopo un’iniziale rilevazione degli indici socio demografici, viene chiesto ai partecipanti di completare le scale relative alle abitudini di lettura e di utilizzo dei media in tre momenti differenti: la prima scala si riferisce a situazioni in cui si è trascorso del tempo in casa (ad esempio durante il weekend) in periodi ante confinamento, la seconda si riferisce alle prime due settimane di lockdown e infine la terza scala si concentra sul periodo successivo (dopo alcune settimane di lockdown). Nello specifico, vengono indagate le abitudini legate alla frequenza di lettura e al tipo di supporto utilizzato (cartaceo vs digitale) per ogni categoria di lettura, e la frequenza di utilizzo dei media nei tre momenti osservati. Per la rilevazione degli indici psicologici viene indagato il distress, la motivazione alla lettura, la difficoltà percepita durate la lettura, la difficoltà di attenzione durante l’esecuzione di compiti e infine la disponibilità a valutare le fonti di informazioni, come cercare l’autore, scartare fonti inaffidabili e privilegiare articoli provenienti da fonti esperte.
Un totale di 11634 persone in Spagna e 2175 in Italia hanno risposto al questionario, ma ne sono stati considerati 4800 finali poiché alcuni di essi non hanno completato tutti gli item o non rispondevano ai requisiti richiesti per la compilazione, ad esempio non maggiorenni, non residenti in Spagna o in Italia.
Il campione finale preso in considerazione per le successive analisi statistiche è prevalentemente femminile, di media età e ben istruito.
Poiché la lettura durante il tempo libero è appurata essere un’attività benefica per la salute cognitiva ed emotiva (Marshall, 2020), gli autori dello studio hanno ipotizzato che la quantità di tempo impiegato in questa attività aumenti, alla luce anche del fatto che le persone durante le prime settimane di lockdown attuino comportamenti volti a migliorare il proprio stato di benessere (López-Bueno et al., 2020). Al contrario, sulla base dello studio di Garfin (2020), che dimostra che l’esposizione di notizie relative a crisi collettive determina un aumento degli stati di ansia e comportamenti di salute non adattivi (Garfin, 2020), gli autori si aspettano una diminuzione o una invariabilità della quantità di tempo trascorso nella lettura di notizie, in quanto ciò può aiutare a ridurre l’impatto emotivo spiacevole legato alla lettura di informazioni covid-relate.
I risultati dello studio mostrano che le donne spendono più tempo nella lettura rispetto agli uomini e tali differenze di genere sono più pronunciate nella lettura per la socializzazione rispetto alle altre categorie di lettura.
Indipendentemente dal genere, per quanto concerne la categoria “Lettura di notizie”, i risultati riportano un tempo di lettura maggiore all’inizio del lockdown rispetto alle settimane precedenti il lockdown, ma questo tempo tende a diminuire un mese dopo. Più stabile è il pattern della categoria “Lettura durante il tempo libero” in cui gli individui tendono a leggere di più le prime settimane di lockdown rispetto a prima e l’andamento rimane stabile un mese dopo. Anche il tempo di “Lettura di social network” è maggiore nelle prime settimane di lockdown rispetto a prima, ma nonostante l’utilizzo dei social network sia diminuito un mese dopo, il suo utilizzo è rimasto comunque superiore rispetto al livello basale. Infine, il tempo di “Lettura per studio o lavoro” è aumentato all’inizio del lockdown e continua ad aumentare un mese dopo rispetto al suo inizio. Riassumendo quindi, tutte le categorie di lettura hanno subito un incremento del loro tempo nelle prime settimane di lockdown rispetto ai momenti precedenti, con andamenti diversi nei momenti successivi. Lo studio conferma pertanto che la lettura durante il tempo libero aumenta nelle prime settimane di lockdown, mentre la lettura di notizie diminuisce nei momenti successivi.
La vastità del campione e la varietà di indici rilevati rendono il database un valido strumento per esplorare le abitudini di lettura durante crisi collettive. Ricerche future potrebbero utilizzare il database per indagare il modo in cui i fattori sociali e individuali modulano i cambiamenti in queste abitudini o, ancora, per approfondire i comportamenti strategici e critici delle persone nei confronti delle fonti delle informazioni. Arricchire la conoscenza sull’adattamento delle abitudini delle persone è di primaria importanza: ci aiuta a formulare indicazioni in contesti futuri simili e distribuire messaggi di positività che coinvolgano e spingano le persone a svolgere attività volte a promuovere il loro benessere mentale. La lettura è una di queste e, ancora una volta, ha dimostrato essere di supporto in questo periodo: ci ha permesso di viaggiare e ci ha dato un posto dove andare, anche quando dovevamo rimanere dove eravamo.
E quando diventerò grande? Analisi dell’evoluzione dei DSA nella scuola secondaria di secondo grado
La Legge 170/2010 riconosce e descrive quattro Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA): Dislessia, Disortografia, Discalculia e Disgrafia.
Essi, si legge, “si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana”. Si intende per Dislessia un disturbo specifico che si manifesta con una difficoltà nell’imparare a leggere, in riferimento soprattutto ai parametri di correttezza e rapidità della lettura. La Disgrafia è invece definita come un disturbo specifico di scrittura che si manifesta in difficoltà nella realizzazione grafica, ben distinta dalla Disortografia che riguarda, invece, l’abilità di scrittura rispetto ai soli processi linguistici di transcodifica. La Discalculia, infine, è definita come un disturbo che si manifesta con una difficoltà negli automatismi del calcolo e dell’elaborazione dei numeri.
La caratteristica principale di questi disturbi è, quindi, la specificità: ogni disturbo, infatti, interessa uno specifico dominio di apprendimento (lettura, scrittura o calcolo) lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale.
I DSA, pertanto, hanno una natura neurobiologica, sono determinati, cioè, da una modificazione nel funzionamento delle aree cerebrali deputate alla lettura, alla scrittura e/o al calcolo. Non si tratta di una malattia, quindi, ma sono il risultato di una modalità particolare di funzionamento delle reti neuronali, quella che ad oggi viene sempre maggiormente definita “neurodiversità”.
Questi disturbi sono, inoltre, evolutivi, ossia tendono ad avere una diversa espressività nelle varie fasi della vita dell’individuo.
Data la classe di età in cui si manifestano e diagnosticano (fine seconda primaria), l’insieme dei DSA è un argomento molto trattato nei programmi di formazione del corpo insegnate fin dalle primissime classi della scuola primaria. Ma non dimentichiamo che un dislessico è tale anche da adulto. Nella scuola secondaria di secondo grado, ad esempio, è più difficile, nei casi meno gravi, identificare gli studenti con difficoltà di apprendimento, grazie a strategie compensatorie che questi studenti nel tempo hanno imparato a mettere in atto, ma questo non vuol dire che tali caratteristiche non siano più degne di attenzione professionale o didattica.
Pertanto, risulta fondamentale capire come evolvono i DSA in età adulta. Si può asserire che l’evoluzione del disturbo dipende in buona misura dalla severità del profilo clinico.
Per quanto concerne la Dislessia, nel 45% dei casi è stato riscontrato come la lettura diventa più fluente e corretta: si parla in questo caso di “dislessia compensata” (Littyinen, 1998), termine che potrebbe indurre a pensare che ci sia stata, o sia in atto, una risoluzione del disturbo, mentre in realtà rimangono deficit di automatizzazione ed errori soprattutto nella lettura di parole a bassa frequenza (ad esempio termini specialistici e/o tecnici delle varie discipline, parole straniere, etc.) Resta comunque evidente, pertanto, una certa affaticabilità durante la lettura, difficoltà nella comprensione del testo, nelle prove strutturate, a tempo e a scelta multipla (Stanovich, 1986).
Da questi dati emerge, quindi, che difficoltà persistono anche al termine della scuola secondaria e oltre, nello studio in ambito domestico, anche come diretta conseguenza dell’aumento delle difficoltà strutturali e lessicali dei libri di testo e, in generale, della mole dei contenuti didattici. Nella scuola secondaria, in generale, pur intravedendosi un certo miglioramento dei parametri di rapidità e correttezza della lettura, si assiste di solito ad un peggioramento dell’andamento didattico legato ad un aumento della discrepanza fra richieste e prestazioni.
Nei casi più severi poi, (circa il 35%), la lettura resta invece molto stentata e lenta (< 3 sill/sec), inaccurata e spesso per questi studenti risulta impossibile studiare senza lettore umano /sintesi vocale. Si parla in questo caso di “dislessia persistente”.
L’aumento del carico di studio e la complessità crescente dei nuovi contenuti didattici, complica maggiormente il percorso scolastico se non vengono utilizzati, nella didattica e nello studio, strumenti compensativi e misure dispensative che, senza ridurre i contenuti, modifichino in maniera appropriata l’input e l’approccio al compito di apprendimento, riducano la mole di studio e diano spazio a tempi di lavoro più estesi. Basti pensare che i ragazzi con DSA non supportati rappresentano una delle principali cause di dispersione scolastica (Rapporto del MIUR “La dispersione scolastica nell’anno scolastico 2016/2017 e nel passaggio all’anno scolastico 2017/2018”).
Questa situazione, in un contesto scolastico e familiare non adeguatamente preparato, influenza negativamente il benessere emotivo dell’adolescente, conseguenze che si riflettono sull’aspetto comportamentale, sull’autostima, sulle dinamiche affettivo-relazionali rispetto ai pari (McNulty, 2003).
Anche per quanto riguarda la Disortografia, in base alla sua evoluzione, si può identificare una distinzione tra un profilo “compensato” e uno “persistente” (Fenzi e Cornoldi, 2015). Nel primo caso, con il passare del tempo, gli errori fonologici e fonetici (relativi alla conversione fonema-grafema) tendono a diminuire, mentre si riscontrano resistenze su quelli ortografici (legati esclusivamente agli aspetti grammaticali della lingua). Nei casi più severi, invece, permangono errori di tipo fonologico, fonetico e ortografico anche in età adulta.
Un discorso a parte va fatto poi per Disgrafia e Discalculia. Nel primo caso, essendo il problema legato esclusivamente all’aspetto grafico della scrittura, si tende a compensarlo facilmente grazie anche ad una didattica che è sempre più computer-based. Anche nei contesti lavorativi questa caratteristica è facilmente gestibile grazie al pieno inserimento di programmi informatici di scrittura in uffici, aziende e altri luoghi di lavoro.
Diverso è il discorso per la Discalculia che, chiamando in causa, nella sua forma pura, gli aspetti basali dell’intelligenza numerica, influenza molti aspetti della vita del soggetto, da quelli lavorativi a quelli personali e della vita privata (si pensi all’uso del denaro, alla concezione numerica di tempo e distanze, etc.). In questi casi si ha una vera e propria “cecità numerica” (Butterworth, 1999) in cui regna sovrana una scarsa comprensione intuitiva dei numeri e del concetto di numerosità e grandezza.
Di fatto, a prescindere dagli aspetti prettamente clinici, è fondamentale anche dire che l’evoluzione della persona con DSA molto dipende anche dal sostegno didattico, psicologico ededucativo-pedagogico potenziale già dai primi anni della scuola primaria. È assodato, infatti, che i DSA, nonostante siano disturbi a base neurobiologica, risentono molto dell’influenza positiva o negativa dell’ambiente (Stella, 2013), in termini di sviluppo sano ed equilibrato della persona e competenze acquisite in termini di gestione del disturbo.
Comprendere l’adolescente. Indicazioni cliniche in ottica Cognitivo Comportamentale (2021) di Simona Tripaldi, Marika Ferri, Clarice Mezzaluna – Recensione del libro
Comprendere l’adolescente si propone di analizzare e trattare il “mondo” adolescenziale a 360 gradi.
Il libro si apre in chiave teorica, dedicandosi poi ai temi connessi alla psicopatologia in adolescenza e mettendo in luce l’importanza degli stili di attaccamento e del ruolo genitoriale e quello della Psicoterapia, focalizzandosi su diverse tecniche evidence-based CBT.
L’adolescenza è sicuramente una delle fasi più delicate nella vita dell’essere umano. Per anni è stata spesso stigmatizzata e considerata solamente come una fase di passaggio e di preparazione alla vita adulta, ad oggi però grazie all’apporto fondamentale fornito dalla psicologia dello sviluppo, dalla ricerca e non solo, si è arrivati a comprendere come la sostanziale riorganizzazione del proprio assetto psicologico, che l’adolescente vive, sia un qualcosa di imprescindibile e con un proprio e profondo significato. L’adolescente deve infatti affrontare diversi compiti di sviluppo derivanti dai mutamenti evolutivi che vive, cercando di strutturare nuovi schemi e strategie per affrontare questi significativi cambiamenti. L’adolescente deve affrontare una riorganizzazione del proprio assetto psicologico per fronteggiare da una parte i cambiamenti a livello fisico e dall’altra una rielaborazione della propria identità e del concetto di sé affrontando inoltre scelte importanti per conseguire le proprie aspirazioni formative e lavorative future.
Il libro Comprendere l’Adolescente riesce a dare un’ottima visione in chiave teorica della tematica adolescenziale, analizzando gli aspetti psicopatologici e fornendo un grande contributo clinico e psicoterapeutico, dando importanza ai cambiamenti sopra descritti, tipici della terra di mezzo, ma approfondendo anche il ruolo cruciale degli stili di attaccamento e degli stili educativi, e infine, fornendo strategie funzionali per supportare una efficace genitorialità.
Il libro si apre con una prima parte in chiave teorica, in cui i primi capitoli sono dedicati alla descrizione e alla definizione di adolescenza e dei suoi tratti distintivi, definendo come caratterizzanti gli aspetti del cambiamento, della variabilità e della disarmonia: il cambiamento può avvenire attraverso la disorganizzazione, in cui l’individuo vive una vera e propria destabilizzazione prima di diventare adulto, inoltre tale percorso è altamente variabile e dipende dal contesto ambientale, da influenze culturali e temporali e infine è disarmonico, in quanto lo sviluppo psicologico ed emotivo non procede sempre di pari passo con quello fisico.
L’incipit del libro mostra inoltre l’influenza della cultura e della società sulla definizione di adolescenza e le influenze legate alle differenze tra il genere femminile e maschile. Viene offerta inoltre un’ottima revisione in chiave evolutiva delle sotto-fasi di sviluppo adolescenziale e una focalizzazione sul Modello di Concettualizzazione Clinica LIBET – Life themes and plans Implications of biased Beliefs (Sassaroli, Caselli & Ruggiero, 2016; Ruggiero, Spada, Caselli & Sassaroli, 2018), in cui la separazione e l’indipendenza dal nucleo familiare e dalle figure significative può generare sentimenti ambivalenti e contraddittori e stati di vulnerabilità emotiva ricorrenti caratterizzati da insicurezza, incertezza e destabilizzazione o senso di esclusione e solitudine che possono essere gestiti con strategie compensatorie di diverso tipo, che possono essere più o meno funzionali. La prima parte si chiude con una riflessione sull’importanza che ricoprono gli insegnanti ed i genitori in questo delicato periodo di vita.
I capitoli successivi offrono una visione della tematica in chiave neurocognitiva, dando una spiegazione dal punto di vista neuroscientifico della complessità dello sviluppo adolescenziale, focalizzandosi poi sull’importanza del ruolo che riveste lo sviluppo sessuale in adolescenza ed infine analizzando lo sviluppo dell’identità nelle sue sottocategorie: temperamento, carattere e personalità.
La seconda metà del libro si incentra invece maggiormente sugli aspetti clinici e psicopatologici, prendendo in considerazione gli aspetti di disregolazione emotiva e le strategie di coping.
La regolazione emotiva è infatti fondamentale per il benessere psicofisico e consente alle emozioni di stare in equilibrio tra loro, ricerche recenti evidenziano come la disregolazione emotiva in adolescenza sia connessa a livelli più elevati di sintomi depressivi, problemi comportamentali ed emotivi e impatta negativamente con le relazioni interpersonali. La capacità di far fronte a eventi e circostanze stressanti, di regolare le emozioni e di utilizzare strategie di coping adattive, svolgono un ruolo primario nello sviluppo della resilienza e nella riduzione del rischio di psicopatologia durante l’infanzia e l’adolescenza e permettono di utilizzare pensieri e comportamenti intenzionali e consapevoli.
Successivamente viene dato ampio spazio al ruolo che rivestono gli stili di attaccamento e gli stili educativi genitoriali nel vissuto adolescenziale e alle strategie funzionali da mettere in atto nelle interazioni e nel rapporto con gli adolescenti al fine di fornire ai genitori una base di supporto tenendo sempre in considerazione l’individualità dei ragazzi, tali strategie vanno dal Parental Monitoring all’autoefficacia genitoriale, dall’utilizzo di una comunicazione efficace alle capacità di ascolto attivo, da modalità di gestione dei problemi complessi basate sull’utilizzo del problem solving all’uso di una comunicazione assertiva e alla comprensione dei sistemi motivazionali.
Nella parte finale del libro infine gli autori si sono dedicati alla descrizione dei possibili quadri psicopatologici in adolescenza e all’importanza del ruolo che riveste la psicoterapia con la descrizione delle diverse tecniche evidence-based CBT per il trattamento di pazienti adolescenti, quali la REBT, la DBT, la Mindfulness ed il Parent Training.
Tutto questo grazie all’impegno degli autori: Simona Tripaldi, Marika Ferri e Clarice Mezzaluna, psicoterapeuti, formatori e ricercatori che operano da anni sul territorio nazionale, che grazie alla loro esperienza clinica, didattica e di ricerca, e alla collaborazione di giovani clinici e importanti autori del cognitivismo italiano, quali E. Abbate, V. Ascani, L. Candria, G. Costantini, M. Di Egidio, V. Mancini, M. Mascolo, R. Sciore e V. Valenti hanno permesso una riflessione così completa sul tema dell’adolescenza e non solo. La prefazione è stata curata dalla Prof.ssa Simona Scaini, vicedirettore del Dipartimento di Psicologia di Milano e vicedirettore ad interim del corso di Laurea triennale in Psicologia della Sigmund Freud University di Milano.
La lettura del libro risulta molto chiara e fornisce al contempo una visione completa e articolata del mondo adolescenziale, dando un contributo importante sia al professionista, accompagnandolo passo dopo passo nella comprensione dell’adolescente e nell’intervento in contesto clinico, sia al genitore, con l’obiettivo di sostenerlo nella costruzione di un’identità autonoma del figlio.
Tornare a dormire. Una guida pratica per dormire meglio e superare l’insonnia (2021) di Federica Farina
Dopo una prima parte che illustra e spiega i meccanismi del sonno, Tornare a dormire presenta strumenti e tecniche da utilizzare per ritornare a dormire in modo naturale.
Tredici milioni d’italiani soffrono d’insonnia, la qualità della loro vita ne è fortemente e negativamente influenzata e solo una piccola percentuale di queste persone riceve un trattamento.
Il DSM-5 definisce l’insonnia come “l’insoddisfazione per la qualità del sonno associata a difficoltà nell’addormentamento e/o nel mantenimento e/o risveglio precoce”.
La regolazione del nostro ciclo sonno/veglia è uno degli aspetti più importanti per mantenere un buon livello di salute, eppure oggi si dorme meno e spesso male. Una delle maggiori cause è da attribuire all’eccessivo utilizzo dei dispositivi elettronici e al ritmo frenetico della vita che ci impedisce di vivere con un atteggiamento consapevole il qui e ora, il momento presente. Si è creato un disallineamento tra biologia umana e civiltà determinato dall’evoluzione del progresso tecnologico e dell’organizzazione sociale (luce artificiale; mobilità e fuso orario; elettronica; ritmi di vita; tensioni e preoccupazioni generate dalle richieste sempre crescenti di prestazioni).
Il libro Tornare a dormire è un manuale di auto aiuto che propone al lettore tecniche cognitive e comportamentali per comprendere e gestire il disturbo.
È bene ricordare, come rileva Grazia Rizzotto nella Prefazione, che “la Task Force dell’European Sleep Research Society, nell’ambito delle linee guida per la diagnosi e il trattamento dell’insonnia, ha indicato la CBT-I come la terapia di prima scelta nella gestione del paziente con insonnia cronica, in linea, peraltro, con le più importanti società mondiali che operano nel settore, quali l’American Academy of Sleep Medicine, l’American College of Physician e la British Association for Psycofarmacology”.
La prima parte, illustrativa e propedeutica, del volume di Federica Farina introduce il lettore a conoscere tutto quello che c’è da sapere sul sonno. Viene illustrato il Modello del doppio processo di regolazione del sonno composto dal processo S (omeostatico) che induce e regola il sonno, ed è influenzato da fattori umorali, ormonali, da fattori genetici, psicologici, ambientali e socioculturali e dal processo C (circadiano) che regola numerose funzioni fisiologiche e metaboliche nelle 24 ore, tra cui il ciclo sonno-veglia. Sono presi in considerazione, inoltre, gli stadi del sonno REM e non-REM. Leggendo questa parte potrete scoprire se siete gufi o allodole e non mi soffermo di più su questi aspetti per non togliere la curiosità al lettore. È valutato, ancora, il fabbisogno di sonno riguardo all’età e le modalità del sonno (luoghi, persone con cui si dorme, tempi, durata e regolarità); le differenze di genere; le conseguenze dell’insonnia (stanchezza e faticabilità; difficoltà di concentrazione, memoria e attenzione; conseguenze sulla salute generale; alterazione della regolazione emotiva; ripercussioni sulle relazioni affettive e sociali; conseguenze economiche e sociali) e le caratteristiche dell’insonnia determinata da fattori predisponenti, precipitanti e perpetuanti.
La seconda parte è una sezione pratica in cui sono illustrati gli strumenti e le tecniche da utilizzare per ritornare a dormire in modo naturale.
L’autrice ha un’esperienza pluriennale nel campo, lavorando da molto tempo nel Centro di Medicina del Sonno del Servizio di Neurofisiopatologia della Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” Presidio Columbus.
Il testo è corredato da schede di automonitoraggio, diari del sonno ed esercizi pratici utili se sperimentati con costanza per tornare ad avere un sonno tranquillo e riposante.
Che vita meravigliosa: la bellezza e l’amarezza dell’imprevedibilità della vita cantate da Diodato – Rubrica Psico-canzoni
Diodato con la sua canzone Che vita meravigliosa ci regala diverse immagini che esprimono la bellezza e l’amarezza dell’imprevedibilità della vita e degli eventi in cui siamo immersi.
Accompagnati dalle sue parole, scopriamo insieme che finché esistiamo è impossibile non essere vivi, ma che possiamo scegliere nella limitatezza umana come esserlo.
Vi ricordate il film La vita è una cosa meravigliosa del 1946? L’opera cinematografica di Frank Capra presenta la vita in tutte le sue sfaccettature: gioia, dolore, soddisfazione, preoccupazione, impotenza di fronte all’operato altrui e molto altro. Avvalendosi del canale comunicativo musicale Antonio Diodato, più noto semplicemente come Diodato, dona una descrizione molto simile del viaggio che tutti stiamo affrontando attraverso il brano Che vita meravigliosa, colonna sonora del film La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek.
Sai questa vita mi confonde coi suoi baci e le sue onde sbatte forte su di me. Avvolto nel turbinio emozionale di differenti eventi, l’essere umano sembra cercare continuamente una stabilità, non rendendosi conto che proprio le onde dell’imprevedibilità, come quelle evidenziate dal tracciato dell’elettroencefalogramma, indicano che c’è vita. L’onda vitale è continua, non si ferma neanche nei sogni, dove l’inconscio prende spazio per mostrarsi con maggior libertà e l’attività del cervello, ancor più durante il sonno profondo, è talmente in movimento da esprimersi nell’alternanza di onde cerebrali. Mentre pensi che questo non vivere sia già morire, chiudi gli occhi lasciando un sospiro alla notte che va.
La stabilità è inesistente e il senso di sicurezza che spesso le associamo è illusorio, poiché siamo artefici della nostra vita limitatamente. Abbiamo alcuni strumenti per poter cambiare determinati elementi e scegliere alcune strade piuttosto che altre. A volte ci illudiamo di aver raggiunto dei punti, come fosse una piantina tracciata, mentre, volenti o nolenti, le strade che possiamo percorrere si formano e mutano in un continuo divenire.
Ah che vita meravigliosa questa vita dolorosa, seducente, miracolosa, vita che mi spingi in mezzo al mare, mi fai piangere e ballare come un pazzo insieme a te. È difficile poter restare nel mare di emozioni che conseguono dall’esperire e sentire appieno la vita, perché vorrebbe dire lasciarsi andare a dolore, tristezza, rabbia e altre sensazioni meno piacevoli. Fingersi morti viventi e quindi cercare consciamente o inconsciamente, attraverso meccanismi difensivi, di non entrare in contatto con le emozioni e di credere di vivere sospesi, è forse una delle forme di controllo più alte rispetto all’imprevedibilità della vita. È impossibile infatti rimanere realmente sospesi in una realtà che sempre fluisce.
Sì avrei potuto andare altrove, non dare fuoco ad ogni emozione, affezionarmi ad un cliché, ovvero la fuga, la negazione e la razionalizzazione sono altri modi attraverso cui da una parte ci difendiamo e dall’altra proviamo ad eludere la spinta vitale insita in ognuno di noi.
Ma sei la vita che ora ho scelto e di questo non mi pento neanche quando si alza il vento è il momento in cui siamo pronti a prendere la vita per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse, godendoci appieno ogni attimo con consapevolezza.
Gandhi diceva che la vita non è aspettare la tempesta, ma imparare a danzare sotto la pioggia e oggi, sulla stessa scia, Diodato ci propone la vita come un mare dove possiamo scegliere se farci trasportare inermi dalle onde o immergerci in esse, perché solo mettendo la testa dentro l’acqua possiamo scoprire le meraviglie che l’arricchiscono. E non vorrei mai lasciarti finire, no non vorrei mai lasciarti finire…
CHE VITA MERAVIGLIOSA – Ascolta il brano:
Troppo controllo fa perdere il controllo – VIDEO dal webinar organizzato da CIP Modena
Il webinar organizzato da CIP Modena si propone come un momento di riflessione sul tema dell’autocontrollo, in particolar modo sull’eccesso di autocontrollo, che spesso può portare a difficoltà interpersonali e psicologiche. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’evento.
L’autocontrollo, definito come la capacità di inibire impulsi, desideri e comportamenti e di posticipare la gratificazione per perseguire obiettivi a lungo termine, viene considerato una caratteristica positiva ed è spesso associato alla felicità e al successo.
Ma un eccessivo autocontrollo può essere in realtà problematico tanto quanto lo è un controllo scarso, conducendo a svariate difficoltà interpersonali e psicologiche, come peggior funzionamento sociale, isolamento, scarsa espressività emotiva, perfezionismo e rigidità.
Durante l’incontro sono state illustrate le principali caratteristiche dell’ipercontrollo, i modi in cui si manifesta nella popolazione, quali sono i suoi svantaggi per il benessere e il principale approccio terapeutico che si è focalizzato sul suo trattamento, la RODBT.
Il webinar è stato condotto dalla Dr.ssa Alessia Offredi, Psicologa – Psicoterapeuta. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’incontro:
TROPPO CONTROLLO FA PERDERE IL CONTROLLO
Guarda il video del webinar:
Recensione di un libro sui Beatles, di un blog e di un blogger
Il blog di Leonardo Tondelli, l’autore di Getting Better, fu uno dei primi. Scrive bene, scrive pop e colto, colto e pop, non è un trombone, ma nemmeno troppo leggero. Il suo umorismo è efficace, mai adolescenziale o peggio bislacco o da caserma come in molti aspiranti spiritosi del web avviene.
È uscito un bel libro sui Beatles: Getting Better di Leonardo Tondelli, pubblicato per Arcana. Non sono un cultore di rock e pop e nemmeno dei Beatles, eppure mi è capitato di ascoltarli moltissimo soprattutto dopo aver letto questo libro. Anzi, ho finito per ascoltarle tutte le canzoni dei Beatles, man mano che leggevo. Mi è anche capitato di leggere altra roba su di loro e ho scoperto che questo non è il primo libro che esamina tutte le canzoni dei Beatles una per una, ma è l’unico che mi abbia incoraggiato ad ascoltarle tutte e, se non altro per questo, lo raccomando. Non ho molto da aggiungere se non quello che dice la presentazione del libro: è fatto bene, è coinvolgente, ti invoglia ad ascoltare le canzoni una a una man mano che si legge. Non si tratta solo dell’aneddoto che accompagna ogni canzone e che l’autore è andato a pescare in ogni fonte possibile ma anche del fatto che Leonardo ti sa parlare dei Beatles come inventori di un nuovo modo di far musica (ricordo le analisi di Ticket to Ride, di I Want You (She’s so Heavy), delle canzoni di George Harrison e della grandezza della batteria di Ringo Starr in Come Together), come contestatori dei ruoli tradizionali di genere e al tempo stesso inguaribili maschilisti, grandi interpreti ma anche esecutori maldestri. Ti racconta i dolori intimi di John Lennon e ti fa capire la sua strana storia d’amore e maternità con Yoko Ono come nessuno. E come nessuno ti fa capire l’impenetrabilità inquietante della psiche di Paul McCartney. E così via.
In realtà non volevo parlare solo di questo. Volevo raccontare che Leonardo questo libro, prima di pubblicarlo, lo ha fatto uscire a puntate sul suo blog (leonardo.blogspot.com). Lo confesso, questa non è solo una recensione del libro di Leonardo ma anche del suo blog. Oggi i blog sono non dirò dimenticati e nemmeno semi-dimenticati, ma sono in quello stadio del quasi dimenticato che ancora tutti ricordano. Ricordiamoci: i blog esplosero all’inizio del millennio, prima dei social. Più liberi di Facebook o Tweeter, ognuno se li costruiva come voleva e permettevano di realizzare un vecchio sogno:
“anche io saprei scrivere come Giorgio Bocca, se solo potessi pubblicare anche io su un giornale gliela farei vedere a tutti”.
Chi ha pronunciato questi virgolettati? Nessuno in verità, o forse tutti noi, oppure più o meno un mio vecchio compagno di università che, stranamente, si chiamava anche lui Leonardo. E chi era Giorgio Bocca? Un giornalista di tanto tempo fa che dal quasi dimenticato sta passando a essere semidimenticato; a suo modo Giorgio Bocca, come tutti i giornalisti d’opinione, era un po’ ciò che c’era prima dei blog: gente che scriveva sui giornali, cha dava l’impressione di scrivere come tutti (“anche io saprei scrivere come Giorgio Bocca”) e che per questo esprimeva l’opinione un po’ di tutti come avviene oggi sui social e ieri sui blog, e che generava la voglia di scrivere come loro su una tribuna nazionale (“se solo potessi pubblicare anche io su un giornale gliela farei vedere a tutti”).
In quei giornalisti, Bocca a sinistra, Montanelli a destra e tanti altri, ci si rispecchiava e attraverso loro si aveva l’impressione di esprimersi, l’illusione di contare qualcosa, di non navigare sommersi in una massa irrilevante ma di essere cittadini di Atene, pieni e rilevanti partecipatori della democrazia. Con in più il vantaggio che quei giornalisti erano in fondo pochi, dieci o poco più o poco meno. Non vi era quindi profusione di opinioni, non vi era caos, non vi era frammentazione.
Poi arrivarono i blog. Apparirono, e fu il primo segnale di minaccia per i giornali. Ognuno si apriva la sua tribuna pubblica su internet e iniziava a dire la sua. A quei tempi si discuteva di Berlusconi soprattutto. Poi sopraggiunse l’11 settembre e si passò a parlare di Islam e Occidente, con un po’ o tanto Cristianesimo. E tutti a dire la loro, come tanti Bocca e Montanelli. Il sogno di essere tutti Giorgio Bocca si realizzava.
La realtà era però diversa. Prima di tutto la frammentazione, all’inizio poco apparente. I primi blog erano pochi. Poi esplosero e iniziò il caos. Non una ma mille opinioni. Lungi dal dialogare, ognuno iniziò a parlare per sé. E poi le gerarchie. L’idea che tutti potessero essere Giorgio Bocca era un’idea utopica, se vogliamo comunista. L’idea che non vi sarebbe stata più una sola élite privilegiata che aveva tutto non solo la ricchezza ma soprattutto l’accesso alla parola pubblica. Al suo posto sarebbe apparsa un’umanità egualitaria ma non mediocre che tutta scrive bene e tutta bene parla e si esprime e dialoga e contribuisce all’avanzamento civile e sociale e che mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Illusioni. Purtroppo, non era così e non poteva essere così. Ben presto fu chiaro che non eravamo uguali. C’era chi scriveva bene e chi no. E c’era chi scriveva meglio e chi peggio, chi solo benino e chi benissimo. E questa fu la prima dolorosa rivelazione.
Tra questi che scrivevano Leonardo emerse ben presto. Il suo fu uno dei primi blog e spiccò subito. Mi capitò di leggerlo e da allora, catturato dalla sua scrittura, non ho smesso di seguirlo. Scrive bene, c’è poco da fare, c’è da invidiarlo ma anche da imparare da lui, anche copiandolo. Scrive pop e colto, colto e pop, non è un trombone ma nemmeno troppo leggero. Il suo umorismo è efficace, mai adolescenziale o peggio bislacco o da caserma come in molti aspiranti spiritosi del web avviene. E non è un caso se ancora oggi il suo blog è li e si fa leggere. Io ho imparato molto da lui, ero da buon ex studente di Liceo Classico trombone e sostanzialmente illeggibile; non so se sono davvero migliorato come comunicatore ma Leonardo mi ha indicato una via e lo ringrazio.
Inoltre, Leonardo ha fatto carriera, ha scritto sull’Unità e sul Post, a conferma che le cose sono sempre complesse: i blog hanno corroso i giornali ma non li hanno sostituiti. Semmai sono i social ad aver sostituito i blog, che sono rimasti davvero in pochi a essere letti e aggiornati con nuovi argomenti, e tra questi solo quello di Leonardo forse davvero è ancora vivo mentre gli altri sono in rovina. Insomma, i blog hanno aperto la strada ai social, piattaforme già pronte, aperte al contributo occasionale e momentaneo, non costruito come quello dei blog che imitava il formato dell’articolo di giornale. Troppo complesso il blog per la media di noi medio-men, solo uno con il talento del giornalista di Leonardo poteva farcela a tenere in piedi il suo a quasi vent’anni dalla comparsa di Facebook. Leggetelo.
E tuttavia non basta. Leonardo non è solo un blogger che ce l’ha fatta a diventare giornalista. Questa è una recensione non solo del suo libro sui Beatles o del suo blog ma forse è una recensione di Leonardo blogger. Una disanima dei temi che tratta prenderebbe troppo tempo e spazio. Mi limiterò a due o tre argomenti e considerazioni che fanno di Leonardo un tipo davvero interessante. Se ho capito bene, insegna italiano o comunque materie letterarie alle scuole medie di Carpi e, se insegna come scrive, deve essere davvero bravo. Come tipo sembra -ma potrei sbagliare- molto emiliano e si porta addosso un po’ di quel sapore stereotipato -e con gli stereotipi si va sul sicuro o si sbaglia di sicuro- ma innegabilmente proprio di quella terra sempre tra Peppone e Don Camillo che riesce ad essere al tempo stesso bonariamente comunista e bonariamente capitalista, bonariamente cattolica ma anche anticlericale ma anche qui bonariamente, non alla maniera irritata e aggressiva dei loro cugini romagnoli. Ha questo afflato educativo a metà strada tra il toscano Don Milani e il piemontese Gianni Rodari, afflato che nel tessuto scolastico emiliano credo abbia trovato il suo terreno di coltura, favorito dall’amministrazione comunista ma anche al fondo cattolica e quindi attentissima alla crescita culturale e sociale del popolo. Una delle sue serie migliori sono i post “Emilia paranoica” e lì qualche volta Leonardo si confessa, facendo intravedere la sua storia e il suo ambiente, a metà strada tra Lenin e Stato della Chiesa, che è il marchio di fabbrica dell’Emilia. E così via andando avanti, accumulando mezze verità e banalità plausibili.
Ora però basta con queste genericità e guardiamo Leonardo in azione. Oltre i Beatles ed Emilia paranoica, un altro dei suoi argomenti favoriti sono le vite dei Santi. Le pubblica sul suo blog ma anche sul Post. Questa serie rappresenta davvero Leonardo al suo meglio. Leonardo prende un santo e ne descrive la vita e l’effetto è davvero spiazzante. Non è mai agiografico ma nemmeno banalmente dissacrante come un illuminista di provincia. Può rivelare certe ipocrisie della santità, certe credenze irrazionali (come l’esistenza o l’inesistenza di san Cristoforo) ma poi non insiste troppo su questo punto neo-razionalista. A volte sembra sfiorare un atteggiamento alla Chesterton, la posa da conservatore-chic di chi da moderno torna al cattolicesimo cercando una fonte di genuina appartenenza e identità tradizionale per reagire alla liquidità alla Bauman e vischiosa dell’età contemporanea.
Quest’ultima è l’operazione culturale tentata ad esempio dal Foglio, un giornale che quando apparve sembrava più un blog collettivo -esistevano anche i blog collettivi, come Macchianera (macchianera.net) che esiste ancora e nessuno legge più- che un giornale e che in fondo è rimasto un po’ quello. Conosciamo la strategia del Foglio ed è quella dell’ateo devoto ed è in due passi: il primo è decidere di credere pur avendo perso ogni fede perché la delusione della perdita della fede illuminista e giacobina è stata troppo forte; il secondo passo è iniettare sangue letterario in questa operazione che rischia di essere esangue rimpolpandola di un dandysmo anti-moderno e al tempo stesso ultra-moderno portato al limite estremo, curando allo spasimo lo stile e la perfezione scolpita della scrittura per giustificare i rischi della deriva reazionaria per non dire nazi-chic.
Leonardo non tenta mai questa operazione ambigua ma talvolta ti spiazza lambendo certi confini neo-conservatori, ma mai con il dandysmo e le pose del Foglio. Se a volte lo fa ci riesce in maniera sottilissima, così sottile da essere impercettibile. O forse, siamo sinceri, non lo fa mai davvero e semmai usa l’onestà intellettuale per insegnarci qualcosa. Quando ad esempio ammette di essere stato vittima di arroganza illuminista quando aveva deriso le processioni contro la peste del 1576 indette da San Carlo Borromeo, processioni superstiziose e dannose perché naturalmente avrebbero diffuso la peste malgrado tutte le preghiere che durante esse si sarebbero recitate. Perché arroganza? Perché lo stesso Leonardo, quando scopre che San Carlo aveva raccomandato che a queste processioni si dovesse rispettare il distanziamento sociale di tre metri, lo ammette e lo scrive. E lo scrive in una maniera tale che sembra che tutto sia calcolato fin dall’inizio, che quasi Leonardo abbia attirato il lettore nella sua invettiva illuminista e anti-clericale per poi fregarlo accompagnandolo a scoprire insieme a lui che questi cattolici di qualche secolo fa, lungi dall’essere superstiziosi e irrazionali come pensavamo noi illuministi, sapevano bene proteggersi dal contagio tenendosi a distanza di tre metri l’uno dall’altro per tutta la processione. E qui arriva poi il colpo da maestro in cui Leonardo lambisce la posizione reazionaria-chic ma senza impantarcisi: che poi a quei tempi -scrive Leonardo (ma non sto riportando le parole esatte, badate; andate a cercarvi da soli quel post sul suo blog)- più severi e seri dei nostri le distanze sociali erano rispettate sul serio, se non altro per la maggiore severità della polizia. Ancora un po’ e scrive che a quei tempi i treni arrivavano in orario.
Ci senti un po’ il piacere dell’intelletto acuto che sa scandalizzare non solo il borghese conservatore ma anche quello un po’ più radical-chic. Ecco, radical-chic è un termine che Leonardo odia e a ragione. Questo odio gli consente di non diventare mai un Tom Wolfe, un conservatore dandy. Eppure, al tempo stesso Leonardo un calcetto qua e là ai radical-chic lo rifila sempre, se non altro costringendoli, dopo avere a loro e a noi regalato il più bel libro sui Beatles mai pubblicato (esagero? No), a leggere la più bella serie di santi cristiani mai scritta (esagero? Forse) nella quale, accanto a tante giuste critiche laiche e progressiste alla religione, ci sono improvvise e strategicamente piazzatissime e piccole e decise spinte a riesaminare un certo anticlericalismo un po’ spicciolo che affligge il borghese illuminato.
Concludo qui, mettendo da parte altri tesori del blog e del blogger Leonardo. Non citerò la sua convincente critica al vecchiume umanistico di chi si attarda a studiare l’aoristo greco che si unisce al suo intenso amore per le materie umanistiche (la sua cultura è vasta e solida), non citerò la sua serie di Bob Dylan altrettanto bella di quella sui Beatles (a quando il libro?), non citerò il suo amore senza snobismi elitari non solo per i Beatles e Bob Dylan ma per molta altra musica pop, non citerò nemmeno un suo strano romanzo distopico e fantascientifico alla Philip Dick che gli occupò il terzo o quarto anno di vita del suo blog, e così via. Forse c’è un filo rosso che tiene insieme tutto: l’umanesimo classico e la polemica anti-classica, il progressismo e le spintarelle anti-anticlericali, il pop nella musica e la classicità intessuta di pop nella scrittura. Ci sono anche le ossessioni simpatiche sebbene a tratti inquietanti, come quella contro Renzi trasformato nel simbolo del male; ma forse è solo uno dei suoi trucchi per attirare il lettore radical-chic, o forse no, non posso e non voglio ridurre Leonardo Tondelli -la persona e il blogger- a uno schema. Insomma, andate a leggervi il suo blog: https://leonardo.blogspot.com/. C’è tutto quel che ha scritto da venti anni e più.
Fattori di ricaduta e linee guida per il trattamento nel disturbo alimentare
Dinnanzi a plausibili ricadute, la soluzione coincide con il decentramento dal sintomo e con l’analisi delle cause sottostanti, ovvero riflettere su quali siano state le cause primarie della manifestazione del disturbo alimentare (Dalle Grave, 2018).
Negli ultimi anni la prevalenza del disturbo alimentare (DA) è in notevole incremento (10,6% life-time; Galmiche et al., 2019): nonostante l’eziologia sia multifattoriale (es. predisposizione genetica, fattori ambientali, difficoltà interpersonali, diffusione di ideali estetici che nobilitano la magrezza ecc.), numerose altre variabili possono spiegare i meccanismi di mantenimento e di ricaduta nel disturbo (Dalle Grave, 2018).
La scelta del singolare nell’espressione “disturbo alimentare” non è casuale, bensì trova spiegazione nella teoria transdiagnostica di Fairnburn, la quale definisce il confine tra le varie diagnosi di disturbo alimentare come labile, rendendo notevolmente frequente il viraggio tra di esse (Fairburn, Cooper & Shafran, 2003). Coerentemente con questa concettualizzazione, sono stati individuati i fattori di ricaduta più frequenti associati al disturbo alimentare e le relative terapie Golden-standard che ne garantiscono la prevenzione e il trattamento.
Trattamenti Golden-standard per il disturbo alimentare
Cognitive Behavioral Treatment (CBT)
Con terapia cognitivo-comportamentale si fa riferimento a un gruppo di psicoterapie basate su una componente cognitiva, fondamentale nello sviluppo e nel mantenimento della condizione psicopatologica e sul trattamento di tali meccanismi cognitivi.
Alla luce di una formulazione transdiagnostica, la CBT “migliorata” (enhanced, CBT-E) nasce e si sviluppa presso l’Università di Oxford (Fairburn, Cooper & Shafran, 2003), con l’obiettivo di voler superare le difficoltà annesse ad una differenziazione categoriale propria del DSM-5.
A tal proposito nel 2000 la CBT, riconosciuta come uno dei trattamenti più efficaci per il disturbo alimentare, fu modificata dal Centre for Research on Dissemination (CREDO) di Oxford in CBT-E: Enhanced Cognitive Behaviour Therapy. Secondo una formulazione transdiagnostica, il disturbo alimentare costituisce una singola macro-categoria ombrello: accomunata dalla medesima psicopatologia nucleare (eccessiva valutazione del corpo e della forma fisica) e dalla quale derivano le altre manifestazioni cliniche. È stato evidenziato come, insieme all’eccessiva valutazione, spesso si presentano componenti psicologiche e cognitive che possono incidere sul rischio di sviluppare un DA: perfezionismo clinico e bassa autostima nucleare.
Secondo la CBT-E, dunque, il disturbo alimentare è determinato dall’interazione tra distorsioni cognitive (bassa autostima, controllo, perfezionismo) e condotte comportamentali (restrizione calorica, vomito, esercizio fisico).
Mediante la cooperazione di un’equipe multidisciplinare, la CBT-E prevede un trattamento individuale articolato in tre passi:
1° passo: recupero ponderale, con l’obiettivo di delineare la comprensione condivisa del disturbo
2° passo: trattamento dei meccanismi di mantenimento del DA
3° passo: comprensione dei fattori scatenanti, con l’obiettivo di conservare i cambiamenti e prevenire possibili ricadute a breve e lungo termine
Nella CBT-E sono previsti due protocolli distinti, sulla base del peso del paziente: uno specifico per pazienti sottopeso e uno per pazienti normopeso e sovrappeso (sedute di 50 minuti, per 20 settimane).
Nel suo sviluppo più recente la CBT-E viene, appunto, denominata “migliorata”, poiché inserisce delle nuove modalità per affrontare e trattare l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo.
All’interno di questo trattamento il sistema familiare assume un ruolo periferico: nel protocollo è prevista, infatti, una sola seduta con i genitori per evidenziare i fattori familiari che potrebbero ostacolare la terapia ed eventualmente poche altre sedute congiunte, solo in vista di necessità. L’evidenza clinica ha permesso di affermare quanto la CBT-E sia una terapia efficace e potenziale: mediante una formulazione transdiagnostica, in cui il focus attentivo non è rivolto alla diagnosi, bensì ai fattori di mantenimento soggettivi, ha permesso di trattare il disturbo alimentare in maniera caso-specifico. È stato evidenziato, dunque, come la CBT-E sia una terapia d’elezione per il trattamento della psicopatologia alimentare grave e complessa, con popolazione clinica sia adulta, sia adolescenziale.
Family Based Treatment (FBT)
Il “trattamento basato sulla famiglia” si configura come una terapia evidence-based di matrice anglosassone (primi ‘90) caratterizzata dall’interazione di elementi cardine sia dell’orientamento cognitivo-comportamentale, sia di quello sistemico-relazionale (Russel, 1987; Le Grange, 2018).
La peculiarità della terapia consiste nell’attribuire una valenza nucleare all’intera famiglia nel trattamento del DA. La famiglia rappresenta, dunque, la risorsa per il processo terapeutico e non un possibile fattore ostacolante. La finalità ultima, infatti, consiste nel garantire un clima collaborativo tra ogni membro, per fronteggiare il disturbo.
La FBT è articolata in 3 fasi:
1° fase (sessioni 1-10): finalizzata al 75% del recupero ponderale + psicoeducazione genitoriale
2° fase (sessioni 11-16): finalizzata al 90% del recupero ponderale + normalizzazione delle abitudini alimentari: spinta graduale verso l’autonomia alimentare
3° fase (sessioni 17-20): revisione del lavoro svolto e discussione sui possibili risvolti futuri
Nella FBT è previsto un protocollo di 20-24 sedute, a cadenza settimanale, dalla durata di 50-60 minuti ciascuna.
Da uno studio su popolazione clinica adolescenziale con anoressia nervosa è emerso che il 78% del campione non soddisfasse più i criteri diagnostici per un DA, dimostrando come i risultati post-trattamento FBT possano essere promettenti (Paulson-Karlsson, Engstrom, Nevonen, 2009).
Nonostante ciò, un limite intrinseco sembra essere la totale assenza di uno spazio terapeutico individuale: impattando, in particolar modo, nell’età evolutiva. In fase prepuberale/adolescenziale, infatti, la manifestazione del disturbo potrebbe costituire una modalità identitaria per delineare la propria individualità (Schwartz; Maynard; Uzelac, 2008). Di controparte, il vantaggio di tale peculiarità consiste nel poter individuare l’altro significativo, come risorsa nella risoluzione di conflitti familiari intrinseci, sottolineando come la collaborazione familiare sia una variabile fondamentale e significativa (Varchol & Cooper, 2009).
Fattori di ricaduta
Come evidente nella realtà clinica, la categoria diagnostica dei disturbi alimentari presenta alti tassi di ricadute e drop-out (Pisetsky, Schaefer, Wonderlich, Peterson, 2019): dato fondamentale ai fini preventivi e terapeutici. Con l’obiettivo di spiegare i fattori di ricaduta, la CBT-E utilizza la metafora del “disco rotto”: la mente, infatti, potrebbe essere definita come un contenitore di DVD, in cui quest’ultimi rappresentano i diversi stati mentali (es. studente, figlio, genitore, disturbo alimentare ecc.) che si attivano in specifiche situazioni (es. a scuola, si attiva il DVD “studente”). In presenza del DVD “disturbo alimentare” il cd sembra rotto e continua a girare, sovrapponendosi agli altri DVD nelle diverse aree di vita. Alla luce di ciò, in seguito ad un percorso di cura, un primo passo fondamentale sembra essere quello di imparare a differenziare tra il concetto di scivolata (singolo episodio di abbuffata, vomito o restrizione) e quello di ricaduta (blocco totale del DVD). Dunque, dinnanzi a plausibili ricadute, la soluzione coincide con il decentramento dal sintomo (espellere il DVD, disattivandolo non appena si attiva) e con l’analisi delle cause sottostanti, ovvero riflettere su quali siano state le cause primarie della manifestazione del disturbo alimentare (Dalle Grave, 2018).
Coerentemente, in letteratura, due trial clinici controllati e randomizzati (RCT) hanno sottolineato che i principali fattori di ricaduta possono essere suddivisi in due categorie: aspettative irrealistiche sul post-trattamento e mancata distinzione tra scivolata e ricaduta (Dalle Grave et al.,2013; Richard, Bauer & Kordy, 2005).
Aspettative irrealistiche sul post-trattamento
Molti pazienti nutrono l’utopistica aspettativa di azzerare totalmente la sintomatologia DA post-trattamento (es. zero episodi di abbuffata): si tratta di uno scenario rischioso, che addirittura può alimentare il rischio di ricaduta. Risulta, dunque, realistico e doveroso aspettarsi possibili criticità e scivolate.
Mancata distinzione tra scivolata e ricaduta
In numerosi casi di DA si verifica il bias (errore valutativo) di confondere i concetti di scivolata e ricaduta. Il primo fa riferimento ad un singolo evento circoscritto (es. singolo episodio di vomito), a seguito del quale ci si può ristabilire e riprendere il percorso. Il secondo termine, invece, implica un totale ritorno alla linea di base: azzerando tutto il lavoro terapeutico svolto. Le scivolate sono elicitate da quattro stimoli principali: eventi che modificano il peso e la forma fisica (es. gravidanza), cambiamenti nell’alimentazione (es. dieta ferrea), eventi di vita avversi (es. lutti) e sviluppo di depressione clinica.
All’interno di trial clinici controllati e randomizzati (RCT) questi fattori di ricaduta si sono dimostrati costanti e ricorsivi. La letteratura, dunque, suggerisce ai clinici un costante monitoraggio preventivo, al fine di non annullare il processo terapeutico svolto e di garantire il mantenimento degli obiettivi raggiunti (Dalle Grave et al., 2013; Richard, Bauer & Kordy, 2005).
Maschi contro femmine: retaggio culturale o genetica?
Le ipotesi alla base delle differenze di genere sono ancora in corso di studio e riflettono con elevata probabilità l’elevata espressione genica del cromosoma X e la ridotta espressione dei geni presenti nel cromosoma Y.
La tanto discussa dicotomia tra genere maschile e femminile sembrerebbe non derivare esclusivamente da un retaggio tradizionale e culturale. Sin dal primo anno di vita, infatti, è possibile notare differenze nella scelta di target visivi in movimento tra maschi e femmine. I bambini risultano più attratti dall’immagine di una macchinina in movimento, mentre le bambine risultano attratte da un volto in movimento (Luchtmaya, B. Cohen, 2002). Le ipotesi alla base di queste differenze tra i sessi sono ancora in corso di studio e riflettono con elevata probabilità l’elevata espressione genica del cromosoma X e la ridotta espressione dei geni presenti nel cromosoma Y, oltre alla possibilità di mutazioni de novo e le differenti caratteristiche biologiche, quali le differenze di ormoni androgeni.
Ciò spiegherebbe anche la diversa scelta professionale tra uomo e donna. Per anni gli studiosi hanno tentato di dare una spiegazione alla predilezione femminile per le professioni riguardanti la care e che mettessero in gioco competenze empatiche e comunicativo-linguistiche, rispetto alla self-sistematicità maschile. Alcuni ritengono che ad uguali esposizioni ambientali non vi sia alcuna differenza tra il fenotipo XX e il fenotipo comportamentale XY. Per altri, invece, non si tratta di semplice “nurture”, ossia influenza esperenziale; tra i vari studi a favore di quest’ultima ipotesi, ve ne sono alcuni che associano una troppa elevata quantità di testosterone in epoca prenatale in un feto XY alla comparsa di un fenotipo autistico, caratterizzato quindi da elevata tendenza alla sistematicità, al ridotto repertorio di interessi e di interesse comunicativo (Auyeung, B. Cohen, 2010) (Knickmeyer, B. Cohen, 2006).
Per ultimo ma non per ordine di importanza, esamineremo uno dei prototipi classici nella differenza tra generi: la propensione ritenuta tutta al femminile, di parlare di più dei maschietti. Si tratta davvero solo di un prototipo? Non sembrerebbe tale dagli studi condotti dal Paediatrics Child Health, secondo i quali le bambine presenterebbero delle cellule molto più complesse nelle aree deputate al linguaggio, che faciliterebbero l’acquisizione dei complessi meccanismi alla base delle abilità verbali (Kolb, 2009).
Per concludere, sebbene i prototipi siano sempre da analizzare in base al contesto, è vero anche che alcune caratteristiche genetiche veicolano in modo importante la nostra risposta a quel determinato ambiente, in un quadro epigenetico generale.
Diabete Mellito di tipo 1: implicazioni psicologiche e efficacia di un approccio integrato in ottica biopsicosociale
Lo psicologo ha un ruolo importantissimo nella gestione del diabete di tipo 1 (T1DM) con lo scopo di garantire l’adesione al programma di trattamento, sviluppare mezzi per affrontare lo stress, sviluppare capacità di autoregolazione e aiutare la famiglia a coordinare i propri sforzi.
Il diabete è una malattia endocrina cronica nella quale il corpo non è in grado di produrre o utilizzare correttamente l’insulina e si presenta in due forme primarie: diabete mellito di tipo 1 (T1DM) e diabete mellito di tipo 2 (T2DM). Il T1DM (o insulino-dipendente) rappresenta circa il 10% dei casi di diabete e insorge tipicamente nella tarda infanzia o nella prima adolescenza. Si tratta di una malattia autoimmune derivante dalla complessa interazione di una predisposizione genetica con fattori immunitari e cause ambientali non ancor ben chiare. La prevalenza del T1DM in Italia è compresa tra lo 0.04% e lo 0.1%.
Nel T1DM il sistema immunitario identifica erroneamente le cellule beta pancreatiche come invasori e le distrugge; ciò compromette o elimina la loro capacità di produrre insulina che è un ormone fondamentale per l’organismo poiché regola l’ingresso e l’utilizzo del glucosio nelle cellule. Il diabetico di tipo 1 è dunque particolarmente vulnerabile all’iperglicemia e, se non trattato, può incorrere nel coma o la morte.
I primi sintomi più comuni sono: minzione frequente, sete insolita, consumo eccessivo di liquidi, perdita di peso, affaticamento, debolezza, irritabilità, nausea, desiderio incontrollabile di cibo (soprattutto dolci) e svenimento. L’imprescindibile terapia farmacologica consiste in somministrazioni quotidiane di insulina, ma è l’approccio integrato medico-psicologico a risultare il più efficace nella cura di questa patologia cronica.
Dal punto di vista psicologico, la comunicazione della diagnosi rappresenta un momento difficile per tutto il sistema familiare così come la gestione della malattia che provoca ansia stravolgendo equilibri relazionali e affettivi preesistenti, nonché le abitudini quotidiane. L’esordio della malattia rischia di diventare fonte di forte malessere e rilevanti problemi psicologici.
Le comuni reazioni alla diagnosi includono: ferita narcisistica, reazione depressiva, atteggiamento di rifiuto e negazione (che porta a banalizzare o addirittura trascurare la terapia quotidiana) e aumento della dipendenza. Nel caso dell’adolescente le cose si complicano maggiormente e occorre individuare nuovi approcci e linguaggi che non rispondono più soltanto ai problemi di ordine medico, ma tengono largamente conto della specificità di questo periodo critico di sviluppo biologico, psicologico e sociale. L’adolescente si confronta con il problema della propria identità, anche sessuale e con la formazione di un’immagine di sé e di un sistema relazionale a partire da un corpo che nel suo funzionamento è “carente”, questo può portarlo ad ignorare la patologia, con ricadute gravi sull’accettazione della terapia e la sua gestione.
Numerosi studi hanno dimostrato l’esistenza di un rapporto bidirezionale tra stato psicologico e controllo metabolico del diabete di tipo 1. Inoltre, una malattia cronica, insorta in età evolutiva, grava sullo sviluppo emozionale e rientra tra i fattori di rischio per lo sviluppo della personalità.
Stress e depressione minano la buona cura di sé e incidono negativamente sulla patologia del diabetico di tipo 1 che già di per sé presenta generalmente un profilo psicologico caratterizzato da livelli elevati di ansia, stress, ma anche sintomi depressivi.
L’evidente impatto di questa malattia sull’aspettativa e la qualità di vita e i costi sociali ed economici che da essa derivano hanno motivato numerosi tentativi di intervento di prevenzione primaria (tra cui l’intento di trattare la malattia nella fase autoimmune latente), ma allo stato attuale nessuna terapia si è dimostrata efficace. Risulta fondamentale, dunque, riflettere in chiave di prevenzione secondaria e terziaria; queste, pur non permettendo di evitare la comparsa della patologia, sono fondamentali per introdurre comportamenti adeguati richiamando la partecipazione attiva e significativa del paziente e del contesto in cui è inserito. La finalità risulta la promozione della salute volta a ridurre la gravità e la complicazione della patologia e a migliorare la qualità della vita.
Il fatto che l’esordio del diabete induca uno sconvolgimento tipico delle situazioni di crisi, con conseguente dolore mentale, ha condotto l’American Diabetes Association a ritenere necessaria una valutazione psicosociale preliminare nella gestione della patologia; uno screening in tal senso non si deve limitare agli atteggiamenti nei confronti della malattia, ma va esteso anche alle aspettative sulle cure e sull’evoluzione della stessa e alla qualità di vita in generale.
Sarebbe preferibile inserire il trattamento psicologico tra le cure di routine, ma rimane comunque necessario eseguire uno screening per problemi psicosociali (depressione, disturbi comportamento alimentare, deterioramento cognitivo ecc.) in tutti i casi in cui l’adesione ai regimi terapeutici è mediocre. Sottolineare l’importanza di valutazione e sostegno psicologico nei piani di cura del diabete fa emergere la convinzione che il benessere psichico sia parte fondamentale della gestione di questo tipo di malattia.
Il coinvolgimento attivo del paziente è essenziale dato che uno stretto controllo dei livelli di glucosio, la corretta alimentazione, il controllo del peso, l’attività fisica, l’astensione dal fumo e l’educazione terapeutica possono fare una grande differenza nella progressione della malattia e riducono di oltre il 50% la probabilità e la progressione dei disturbi correlati al diabete (malattie agli occhi, malattie renali, disturbi nervosi, malattie cardiovascolari ecc.). Sfortunatamente l’adesione ai programmi di autogestione è molto bassa, tanto che solo il 15% dei pazienti sembra aderire alle raccomandazioni terapeutiche; da qui l’utilità che il bambino e l’adolescente con diabete siano seguiti da un team con una formazione specifica anche in direzione psicologica. Le caratteristiche di cronicità del T1DM e le notevoli ripercussioni psicosociali fanno sì che un approccio globale e integrato verso il paziente, che comprenda interventi psicosociali e comportamentali da integrare con quelli medici, sia da considerarsi una necessità essenziale. La letteratura recente ha dimostrato che fattori relativi alle dinamiche familiari sono fondamentali nel trattamento e nella gestione del diabete: alti livelli di coesione familiare, comportamento di sostegno e risoluzione dei problemi in gruppo sono associati ad un miglior regime di aderenza e controllo glicemico (oltre a migliorare significativamente le relazioni), mentre la conflittualità e un inadeguato monitoraggio da parte dei genitori sono fattori di rischio per uno scarso controllo e cura di sé.
Risulta fondamentale uno specifico spazio di intervento psicologico, per il paziente e i familiari, volto alla gestione dell’impatto della diagnosi e del disagio emotivo conseguente; ad esplorare il significato della malattia e monitorarne l’elaborazione psichica; individuare i bisogni e le emozioni; identificare le risorse interiori disponibili e promuovere l’accettazione della malattia e infine migliorare l’adesione al trattamento tramite interventi psico-educazionali.
Lo psicologo ha dunque un ruolo importantissimo nella gestione del T1DM con lo scopo di garantire l’adesione al programma di trattamento, sviluppare mezzi per affrontare lo stress, sviluppare capacità di autoregolazione e aiutare la famiglia a coordinare i propri sforzi. Fornisce al paziente, ma anche agli altri componenti del sistema, uno spazio dove poter esprimere ognuno il proprio disagio, ricevere supporto, ma anche l’opportunità di acquisire nuove strategie di coping e senso di autoefficacia.
Più in generale l’orientamento di cura del diabete di tipo 1 consiste in un approccio medico-psicologico integrato, centrato sull’individuo nella sua globalità somato-psichica e in un intervento che includa, ove necessario, la famiglia e l’ambiente sociale in cui egli è inserito.
Manuale di Sopravvivenza per Genitori (2020) – Recensione del libro
Le autrici hanno sviluppato un libro per genitori di facile comprensione, inserendo esempi concreti, possibili scenari, suggerendo strategie facilitanti ed efficaci all’acquisizione di comportamenti funzionali e adattivi all’ambiente di vita del bambino.
La volontà esplicita di questo manuale è sin da subito quello di affrontare l’argomento con grande capacità, fornendo in modo chiaro nozioni generali necessarie per capire appieno il tema trattato. Una narrazione che comprende la capacità dei genitori di instaurare una relazione con i figli favorendo quella che in ambito terapeutico viene definita alleanza.
L’alleanza è lo spazio che intercorre fra due persone e si caratterizza per la condivisione e la fiducia che si crea fra le persone coinvolte. E’ attraverso l’alleanza e la relazione che ne consegue che si assiste a quel processo di genitorialità capace di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni dei figli, bisogni che sono estremamente diversi a seconda della fase evolutiva (Levin, 1984).
Con domande dirette, le autrici si interrogano sull’operato dell’adulto in famiglia, spingendolo a diventare un genitore preparato e attento non solo a rispondere ad esigenze cognitive e sfide quotidiane, ma anche ad osservare il mondo emotivo del bambino, privilegiando il benessere nella sua dimensione globale
Una guida utile per affrontare il problema in qualità di genitori in rapporto alle fasi evolutive del bambino. Infatti, vengono illustrate modalità per fronteggiare l’agire in divenire del bambino con una precisa consapevolezza e pragmaticità.
La diversa formazione teorica delle autrici conferisce al libro una multisettorialità che ben si incastra nella confezione degli esempi pratici di cui il manuale è ricco. L’utilizzo di tecniche cognitivo-comportamentali è sorretto dall’applicazione di un principio basilare della scuola cognitiva: la mentalizzazione. L’accesso e l’utilizzo di abilità cognitive e metacognitive, come il decentramento (assunzione di una prospettiva diversa dalla propria) consentirà a chi usufruirà di questa lettura di poter espletare nel miglior modo possibile quelli che sono gli obiettivi primari: la conoscenza del bambino come individuo e, come tale, con le sue peculiarità, con alcuni punti di forza consolidati e altri ancora in crescita.
L’adozione di un approccio sistemico familiare, in supporto all’elaborazione di tale manuale permette inoltre di cogliere la famiglia nella sua complessità e al di là di ogni semplificazione, sia come sistema relazionale in continuo interscambio con l’ambiente esterno, sia come spazio primario nel quale l’individuo costruisce la propria identità, cresce e cambia (Paolo Gambini, 2007).
L’adulto è chiamato a svolgere una funzione importante, quella che Bruner definisce scaffolding e Bowlby base sicura. Ruolo fondamentale dei genitori, per Bowlby, è quindi quello di fornire una Base Sicura ai propri figli, permettendogli una progressiva autonomizzazione ma considerando che essi necessitano costantemente del sostegno parentale. (John Bowlby, 1989)
Bruner nel 1976 utilizzò per primo, insieme a Wood e Ross il termine scaffolding (“impalcatura”) in un articolo pubblicato dal Journal of Child Psychology and Psychiatry.
Il concetto fu utilizzato come metafora dell’intervento della persona esperta che aiuta quella meno esperta (il bambino) nella risoluzione di un problema o di un compito che da solo non riuscirebbe a portare a termine. L’adulto rappresenta dunque il cardine nell’acquisizione da parte del bambino di abilità sempre più sofisticate ed evolute.
Una parte importante del libro è dedicata infine alle emozioni, al loro ruolo nel nostro mondo interno e interpersonale. Viene messo in risalto dalle autrici la loro funzione nella regolazione e sintonizzazione emotiva di tutti quei momenti di vita, specialmente tra genitori e figli, e
che consentono al bambino di sapere che le sue emozioni incontrano l’empatia dell’altro, sono accettate e ricambiate. (Stern, 1985)
Un contenuto ricco di sostanza, risposte pratiche ai quesiti che gli adulti potrebbero porsi di fronte a nuove sfide e passaggi generazionali. Grazie all’ottima penna e alla brevità dei capitoli la lettura risulta scorrevole e piacevole, una fonte valida d’informazione, un manuale per i genitori per aiutarli a raggiungere una migliore consapevolezza del proprio stato interno e di comprendere quello dei loro bambini. La consapevolezza genera infatti la possibilità di scegliere, e in questo caso si tratta di scegliere la risposta più adeguata al momento evolutivo in atto. Altresì, il libro si presta a diventare un’ottima guida per psicologi, psicoterapeuti e per le diverse figure professionali che lavorano con il bambino e la famiglia. Uno strumento e un metodo che permette di guidare le relazioni familiari, supportare il genitore all’educazione emotiva del proprio figlio e a migliorare le dinamiche di interazione adulto-bambino.
L’importanza della cura di sé per i professionisti del campo della salute mentale
L’articolo mette in luce quali potrebbero essere le strategie necessarie per poter proteggere i professionisti della salute mentale dal rischio di burnout, tra queste emergono le tecniche di mindfulness.
Al giorno d’oggi, si è ancora soliti sottovalutare il lavoro dei professionisti del campo della salute mentale quando, in realtà, la pandemia di Covid-19 ha rivelato quanto esso possa essere necessario, nonché particolarmente stressante, determinando un incremento del rischio di burnout (Luther et al., 2017).
Difatti, a causa della naturale propensione al voler aiutare il maggior numero possibile di clienti, i clinici costituiscono una popolazione particolarmente vulnerabile per questo fenomeno.
Rokach e Boulazreg (2020) si sono proposti di effettuare una revisione sistematica, al fine di poter richiamare l’attenzione su alcuni dei principali pericoli connessi all’ambito clinico e, allo stesso tempo, mettendo in luce quali potrebbero essere le strategie necessarie per poter proteggere questi professionisti dal rischio di burnout.
È bene specificare come, a dispetto di ciò che si potrebbe pensare, i clinici possono incorrere nel rischio di isolamento sia fisico che emotivo. Difatti, il trattamento prevede che il terapeuta riceva i pazienti per tutto il giorno, in sessioni consecutive, determinando quasi l’assenza di un contatto con le persone del “mondo esterno”; dunque, non sorprende che l’isolamento e la solitudine siano tra i principali rammarichi degli operatori (Gündoğan, 2017).
Il terapeuta, inoltre, essendo impegnato costantemente nelle differenti sedute, rischia di non essere informato rispetto alle notizie quotidiane, il che è abbastanza paradossale in questa era caratterizzata da notifiche immediate (Rokach, 2019).
Ulteriormente, è la stessa stanza di consultazione ad essere isolante e, se si aggiunge l’insufficiente movimento fisico esercitato dal terapeuta quotidianamente, ciò potrebbe determinare una vera e propria deprivazione ambientale.
Di fronte a questi fattori di stress, la frustrazione da parte del clinico cresce e, specialmente per i novizi nel campo, la capacità di essere autentici, mentre si presta attenzione al cliente, può diminuire (Levitt & Jacques, 2005).
Paradossalmente, nonostante l’intenso contatto relazionale che caratterizza la pratica psicoterapeutica, l’isolamento emotivo viene sperimentato da molti terapeuti (Rokach & Sha’ked, 2013). Concentrarsi esclusivamente sui clienti lascia poco spazio, se non nullo, per dar voce alle emozioni e ai bisogni del clinico. Infatti, si è soliti aspettarsi che lo psicoterapeuta sia in grado di mettere da parte le sue preoccupazioni personali, al fine di agire “nel migliore interesse del cliente”. Pope e Tabachnick (1993) hanno scoperto che l’80% dei terapeuti che sperimentano ansia e rabbia durante il loro lavoro hanno dichiarato di dover essere in grado di contenerli ed evitare di condividerli.
Andando oltre, non si può sottovalutare il fatto che i terapeuti abbiano a che fare principalmente con popolazioni patologiche, la cui percezione delle persone o della società talvolta appare distorta (Pearlman & Saakvitne, 1995).
La letteratura indica che ben il 50% di tutti gli psicoterapeuti vengono molestati o addirittura attaccati fisicamente da un cliente nel corso della loro carriera (Pope & Tabachnick, 1993). Naturalmente, tali attacchi possono aumentare la vulnerabilità personale, diminuire il benessere emotivo e incrementare i dubbi sulle proprie competenze (Hill et al., 2003).
Talvolta ci si dimentica che i clinici, prima di essere professionisti, sono persone e, come tali, non sono esenti da eventi di vita personali che potrebbero incrementare in loro una significativa angoscia. Può accadere che le terapeute decidano di non comunicare ciò che accade nella loro vita privata, per esempio, quando restano incinte (Miller & Giffin, 2019), nutrendo un senso di colpa dovuto al solo fatto di essere in dolce attesa. La mancata comunicazione può portare ad una stanchezza mentale che potrebbe compromettere l’efficacia del professionista (Bienen, 1990).
L’atteggiamento appena descritto viene talvolta generato dalla credenza di dover essere perfetto, che caratterizza molti professionisti nel campo della salute mentale. Fu Albert Ellis che per primo decise di esplorare le credenze irrazionali tipiche degli psicoterapeuti (Ellis & Grieger, 1977) e il suo lavoro suggerì che spesso i terapeuti si trovano a mettere in atto proprio quei comportamenti che solitamente cercano di estinguere nei loro pazienti.
Sulla base di quanto appena esposto, appare dunque necessario per questi professionisti esercitare una maggior cura personale.
Sebbene la ricerca sull’autocura sia aumentata intorno agli anni ‘70 (Levin, Katz, & Holst, 1976), la sua concettualizzazione iniziale ha suscitato un dibattito tra gli operatori sanitari. Difatti vi era, e vi è ancora, chi ritiene che tale pratica sia de-professionalizzante, narcisistica e inaccettabile (Segall & Goldstein, 1989).
In realtà, essendo la psicoterapia una vocazione impegnativa, irta di rischi professionali, bisognerebbe iniziare il processo di auto-cura stabilendo aspettative realistiche, rendendosi conto che è normale sentirsi stanchi e sopraffatti. È importante riconoscere gli eventi stressanti ed è altrettanto essenziale rendersi conto che essi sono condivisi dalla maggior parte, se non da tutti, i terapeuti.
A volte, questa consapevolezza potrebbe essere raggiunta attraverso la supervisione. Sarà dunque necessario essere inseriti all’interno di un team di professionisti che possano condividere il carico di lavoro ed alleggerire così il peso di ogni membro coinvolto.
Allo stesso tempo, la cura di sé dovrà essere personalizzata. Questo implicherà sapersi prendere cura del proprio corpo attraverso una dieta adeguata, un sonno abbondante, esercizio fisico e le interazioni significative con gli altri.
L’autoconsapevolezza è il precursore di qualsiasi tentativo atto a ridurre lo stress, motivo per cui dev’essere una caratteristica distintiva del clinico (American Psychiatric Association, 2010).
Essa può essere raggiunta in diversi modi, tra cui la mindfulness, che implica una focalizzazione deliberata e non giudicante dei pensieri e/o delle sensazioni corporee nel momento presente.
Le pratiche di mindfulness determinano innumerevoli benefici legati al benessere, alla prevenzione del burnout e alla cura di sé (Norcross & VandenBos, 2018).
Wise, Hersh e Gibson (2012) hanno coniato un modello che sottolinea la necessità di guardare gli aspetti positivi dell’occupazione, l’importanza di accettare potenziali debolezze e promettere a sé stessi di cambiare l’atteggiamento per affrontare le suddette e l’importanza di essere coerenti e di creare routine che implichino la cura di sé.
Concludendo, con questo articolo si è voluto mettere in luce come la pratica clinica, al pari di altre professioni, celi innumerevoli rischi ai quali gli operatori potrebbero sfuggire mettendo in atto una maggior cura personale, smettendo di vedere quest’ultima come un atteggiamento narcisistico, bensì come una pratica necessaria al benessere personale e all’efficacia professionale.
Di catcalling e pappagallismo: la molestia di strada
Fischi, battute sessiste, allusioni sessuali, domande invadenti, insulti offensivi, suoni di clacson, inseguimenti per strada o in macchina. Sono l’insieme di molestie di strada, ribattezzate in inglese con il termine catcalling e in italiano rese dal termine pappagallismo.
Nell’ottobre del 2014, il gruppo di attivisti per la violenza domestica “Hollaback!” ha pubblicato un video su YouTube per evidenziare la prevalenza delle molestie di strada e la conseguente oggettificazione del corpo femminile. Attraverso le riprese di una telecamera nascosta, si osserva la giornata di una giovane donna, in jeans e maglietta nera a girocollo, che cammina per le strade di New York per dieci ore. Nel corso della giornata, la telecamera ha registrato oltre 100 casi di comportamento oggettivante diretto verso di lei, comprese offese verbali, commenti volgari, sguardi fissi, ammiccamenti, fischi e gesti rudi. Questo video, diventato rapidamente virale – al momento conta 50 milioni di visualizzazioni su YouTube – descrive con chiarezza il fenomeno del catcalling (Holland, Koval, Stratemeyer, Thomson, & Haslam, 2017).
L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL VIDEO
10 HOURS OF WALKING IN NYC AS A WOMAN – Guarda il video:
Origine del termine
Fischi, battute sessiste, allusioni sessuali, domande invadenti, insulti offensivi, suoni di clacson, inseguimenti per strada o in macchina. Sono l’insieme di molestie di strada, ribattezzate in inglese con il termine catcalling per rievocare i versi emessi per attirare (call) l’attenzione dei gatti (cat). In realtà, all’origine di questa espressione ci sarebbe uno strumento, il “catcall”, utilizzato nel teatro inglese nel XVII secolo; era una sorta di fischietto che il pubblico impiegava per esprimere disapprovazione, rispetto allo spettacolo o agli attori, attraverso un suono stridulo e sgradevole, come il verso di un gatto (cat) arrabbiato.
Si parla anche di “stranger harassment” perché è una tipologia di molestia che implica interazioni brevi e unilaterali in luoghi pubblici (per esempio, strade, mezzi di trasporto, parchi pubblici) caratterizzate dal fatto che la vittima e l’autore del catcalling non si conoscono (Fairchild e Rudman, 2008).
In italiano potrebbe essere reso dal termine pappagallismo che, secondo il Treccani, rimanda al comportamento proprio di chi, in modo insistente e grossolano, importuna le donne per la via (i cosiddetti “pappagalli della strada”), ma la sostanza non cambia: si tratta di una molestia a sfondo sessuale, perpetrata ai danni di donne e ragazze, da parte di passanti di sesso maschile di tutte le età.
Dati allarmanti
Uno studio interculturale ideato dal movimento Hollaback! e dalla Cornell University, condotto in 22 paesi su oltre 16.000 donne, ha rilevato che l’84% subisce per la prima volta molestie di strada prima dei 17 anni (Hollaback!, 2016). Rispetto al contesto nazionale, il 69% delle donne italiane intervistate ha dichiarato di essere stata pedinata da un uomo o da un gruppo di uomini e conseguentemente di essersi sentita in pericolo, e più della metà delle intervistate ha dichiarato di aver subito carezze e palpeggiamenti indesiderati da parte di sconosciuti. A conferma di questi dati, l’ultima indagine Istat sulla percezione della sicurezza stradale, che risale al 2018, delinea un quadro preoccupante: quasi 4 donne su 10, una percentuale pari al 35%, non si sentono al sicuro quando escono di casa da sole nelle ore serali e infatti ben il 36, 6% di loro non escono da sole di notte per paura.
Complimento o molestia?
In mancanza di chiari segnali di disponibilità, ossia in mancanza del consenso dell’altra persona, ogni commento non richiesto rivolto all’aspetto fisico, all’abbigliamento o all’atteggiamento della vittima, ogni fischio e ogni strombazzata dall’auto, ogni invasione del proprio spazio personale con avvicinamenti e pedinamenti sospetti, costituiscono delle vere e proprie molestie, ai danni di donne sconosciute, incrociate casualmente per strada.
Per dirlo con le parole di Michela Murgia in Stai zitta (2021),
non è un playboy quello che fa un complimento da una macchina, ma un estraneo convinto di avere il diritto di esprimere sul tuo corpo un parere che non gli hai assolutamente richiesto.
Il tentativo di sminuire la portata del catcalling e ridurlo a tentativo maldestro di approccio, alla stregua di un goffo complimento, implica ignorare le norme sociali che regolano gli scambi di corteggiamento.
Per conoscere e approcciare qualcuno, esistono contesti e momenti di socializzazione adeguati, soprattutto modalità rispettose dell’altro, che implichino un chiaro consenso.
Il flirt è un gioco relazionale che avviene all’interno di un contesto chiaro e leggibile da entrambi i partner, durante il quale l’espressione di un complimento è accettabile in quanto parte dell’intento relazionale, cioè volto a manifestare interesse e apprezzamento per l’altra persona. Nel catcalling, invece, non c’è un contesto riconoscibile e manca il consenso da ambo le parti in quanto si tratta di un’attenzione indesiderata unilaterale, da parte di uno sconosciuto verso una passante che, in quel momento, non esiste in quanto persona, ma come preda sessuale di sesso femminile.
Nella società italiana, l’espressione del consenso mediante chiari segnali di disponibilità costituisce un tema spinoso in quanto spesso non ritenuto un elemento importante e decisivo nell’interazione sociale e sessuale, per cui il rifiuto dello scambio stesso genera rabbia e frustrazione da parte degli uomini. Inoltre, è comune, purtroppo anche tra le donne, romanticizzare la molestia definendo l’uomo molestatore incrociato per strada come un corteggiatore maldestro e l’atto del catcalling come un’attenzione lusinghiera di cui andare fiere; tutto ciò è molto pericoloso perché significa legittimare questi atti chiaramente discriminatori, espressione di una mentalità sessista e svalutante.
In realtà, qualsiasi attenzione sessuale indesiderata rivolta a donne sconosciute, incontrate per strada, attraverso comportamenti verbali e fisici, costituisce una molestia perché non ha nulla a che fare con un tentativo consensuale di corteggiamento, motivato dal piacere e dall’apprezzamento per l’altra persona, bensì costituisce una manifestazione della violenza di genere, motivata dalla volontà di prevaricazione verso il sesso femminile. Durante il catcalling si cerca di ristabilire le dinamiche di potere uomo-donna, di mantenere alto il vessillo della mascolinità davanti al gruppo di amici, e non si tratta di rivolgere un complimento sincero alla passante di turno.
In Italia, così come in molti altri paesi, questo fenomeno non è ancora considerato un reato, complice la tendenza comune a ritenere che qualificare tentativi di approcci in strada come comportamenti penalmente perseguibili sia lesivo della libertà individuale di avanzare proposte ai fini del corteggiamento.
Tuttavia, come ha precisato la dott.ssa Andreoli nel corso del suo intervento al Tempo delle Donne 2020, che cosa sia identificabile come molestia o meno è un fatto, in quanto presenta delle caratteristiche chiare, codificabili e ripetibili, e perciò non può diventare un argomento lasciato alla sensibilità individuale o all’opinione personale:
che cosa sia l’invasione della dignità, dello spazio, della libertà, del corpo di una persona non può essere oggetto di dibattito.
L’oggettivazione sessuale
La teoria dell’oggettivazione sessuale funge da quadro utile per la comprensione degli effetti del catcalling così come di altre forme di molestie sessuale. Proposta per la prima volta da Fredrickson e Roberts nel 1997, questa teoria mira a spiegare gli effetti del vivere in un contesto socioculturale in cui le donne sono costantemente oggettivate sessualmente, oppure ridotte a corpi da usare e/o valutare, piuttosto che essere considerate come persone a pieno titolo. Nell’ambito di questa teoria, il catcalling può essere considerato a tutti gli effetti come una forma di oggettivazione sessuale interpersonale (Fisher, Lindner & Ferguson, 2017)
Nonostante l’oggettivazione sessuale possa esprimersi in una pluralità di forme, oltre le attenzioni sessuali indesiderate sperimentate nelle molestie di strada, (come la pornografia, i massmedia e le pubblicità),
il filo conduttore che attraversa tutte le forme di oggettivazione sessuale è l’esperienza di essere trattati come un corpo (o un insieme di parti del corpo ) valutato prevalentemente per il suo utilizzo (o il consumo da parte di) altri. (Fredrickson & Roberts, 1997, p. 174)
La reiterazione di tali esperienze e la continua esposizione all’oggettivazione sessuale portano le donne a interiorizzare una visione oggettivata del proprio corpo, anche detta auto-oggettivazione, con conseguente spiacevoli: l’auto-oggettivazione è associata a sentimenti di vergogna per il proprio corpo, a un monitoraggio costante del proprio aspetto esteriore e a disagio psicologico (ad es. Fuller-Tyszkiewicz et al. 2012; Kozee et al. 2007; Szymanski e Feltman 2014), in particolare si riscontrano sintomi di disturbi alimentari, depressione e disfunzione sessuale (ad esempio, Calogero 2009; Calogero e Thompson 2009; Lindner et al. 2012; Noll e Fredrickson 1998; Tiggemann e Kuring 2004).
Le conseguenze psicosociali della molestia di strada
Diversi studi hanno documentato gli effetti psicologici avversi del catcalling: una cattiva immagine corporea, sintomi di ansia e depressione, un decremento nella percezione di sicurezza e un incremento del timore dello stupro (ad esempio, Davidson et al. 2016, 2015; Fairchild e Rudman 2008; MacMillan et al. 2000; McCarty et al. 2014; Schneider et al. 1997).
Le molestie in strada da parte di estranei possono indurre delle importanti modificazioni comportamentali. Una delle conseguenze più frequenti del catcalling è infatti l’evitamento: cambiare strada e percorso, non prendere più quel mezzo di trasporto, evitare posizioni geografiche particolari, non frequentare determinati luoghi, non uscire di sera e di notte (Livingston, 2015). A tal proposito, secondo lo studio condotto da Hollaback! nel 2016, più dell’88% delle donne italiane ha riportato di prendere una strada diversa per tornare nella propria abitazione per timore di incorrere in una molestia.
L’impatto emotivo fortemente negativo ha accomunato tutte le intervistate alla presente indagine (Hollaback, 2016): secondo i dati elaborati dal gruppo di ricerca, l’essere molestate verbalmente per strada evoca forti reazioni di rabbia, paura e ansia; queste iniziali reazioni emotive possono condurre a effetti a lungo termine quali depressione e bassa autostima. La principale reazione emotiva è sicuramente la paura, che conduce ad attuare manovre di evitamento che limitano fortemente l’espressione libera e personale nella vita quotidiana.
Similmente, un recente studio di O’Leary (2016) ha riportato che la maggior parte delle donne descrive il catcalling come scortese o offensivo e che le risposte emotive più frequenti comprendono la rabbia, l’essere infastiditi, imbarazzati e sentirsi a disagio e/o nervosi.
Spesso le donne elaborano tecniche e strategie per evitare situazioni potenzialmente rischiose e sentirsi meno vulnerabili alla vittimizzazione: ad esempio, indossare occhiali da sole, un cappuccio della giacca, vestirsi “in modo” semplice o rendersi meno attraenti; o anche assumere posture particolari per sembrare cattive, per esempio spalle fisse o faccia accigliata (Escove, 1998). Appare chiaro che il rischio di subire una molestia e/o averla già subita influenza pesantemente le donne nel quotidiano, dalla scelta di cosa indossare alla valutazione su quale strada prendere e in che fascia oraria uscire.
La maggior parte delle donne risponde alle molestie di strada con comportamenti non assertivi, come evitare il contatto visivo o ignorare completamente l’autore se chiamate in causa (Fairchild & Rudman, 2008; Folkman, Lazarus, Gruen, & DeLongis, 1986; Magley, 2002), che possono portare ad atteggiamenti auto-colpevolizzanti (si parla di victim blaming) come una forte vergogna e critica del proprio aspetto fisico ed estetico e una tendenza all’auto oggettivazione sessuale (Calogero e Jost, 2011; Fairchild e Rudman, 2008). Anche Escove (1998) ha riportato che i comportamenti più comunemente usati per rispondere ai molestatori consistono in metodi passivi o meno diretti, come ignorare lo sconosciuto, dare risposte non verbali (come lanciare occhiate piccate), e spostare la direzione del proprio corpo, allontanandosi dal molestatore.
StandUp!
Nell’attesa di un provvedimento legislativo che definisca a chiare lettere la molestia di strada, un importante progetto internazionale ideato da Hollaback! e L’Oréal Paris è stato avviato anche in Italia grazie alla collaborazione del Corriere della Sera e dell’Associazione Alice Onlus: si tratta di Stand Up, un programma di formazione e sensibilizzazione contro le molestie in luoghi pubblici che offre a donne e uomini informazioni chiare su come prendere posizione in maniera sicura quando subiscono o sono testimoni di un atto di molestia.
Appena il 25% delle donne vittime di molestia sessuale in luogo pubblico afferma di essere stata aiutata da qualcuno e l’86% non sa cosa fare quando è testimone di un episodio di molestia. Sono i risultati di una ricerca internazionale, condotta nell’Aprile del 2019 da Ipsos in collaborazione con i ricercatori della Cornell University e L’Oréal Paris, che ha coinvolto oltre 15.000 partecipanti di tutte le età, provenienti da 8 paesi differenti.
È qui che interviene il corso di formazione online di circa un’ora, basato sul metodo delle 5D’s di Hollaback!: Distrarre, Delegare, Documentare, Dare sostegno e Dire. Nel corso del webinar online, della durata di un’ora, vengono forniti degli strumenti pratici e sicuri con cui intervenire durante una molestia: si può distrarre (per esempio, avviando una conversazione fingendo di essere un amico della persona molestata), delegare (parlare con qualcuno, chiedere l’intervento di una persona che detiene l’autorità come il conducente del mezzo), documentare (filmare la molestia e/o fare da testimone in caso di denuncia), dare sostegno (parlare per verificare se la vittima sta bene e confortarla) o affrontare il molestatore direttamente a parole (dire).
In conclusione, a causa della normalizzazione e della mancanza di conseguenze legali per gli estranei che attuano molestie di strada, il catcalling continua a verificarsi con un ritmo costante. Questa subdola forma di molestia è talmente pervasiva nella vita pubblica da far parte radicalmente del tessuto sociale italiano e sarà quindi molto difficile sradicarla senza un’adeguata sensibilizzazione e formazione.
Insonnia e disturbi psichiatrici: l’efficacia del trattamento cognitivo-comportamentale dell’insonnia
Quando si parla di insonnia si fa riferimento a difficoltà di addormento, di mantenimento del sonno (frequenti risvegli notturni o problemi a riaddormentarsi una volta svegli) o risvegli precoci al mattino con incapacità di riaddormentarsi.
Paola Maneri – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano
Tali difficoltà risultano presenti nonostante condizioni favorevoli all’addormentamento. Ma perché si possa parlare di insonnia è necessario che quanto appena descritto comprometta il funzionamento della persona nella vita quotidiana e che si verifichi più di tre volte a settimana per almeno tre mesi (APA – American Psychiatric Association, 2013).
Relativamente alle cause dell’insonnia, Spielman (1987) parlò di tre tipologie di fattori: fattori predisponenti, cioè condizioni (per esempio lavorare su turni) o tratti individuali (familiarità, genere femminile) che incrementano la vulnerabilità o la predisposizione all’insonnia; i fattori precipitanti, ovvero forme di stress acuto, come cambiamenti lavorativi o del proprio stile di vita o l’insorgenza di una patologia medica o psichiatrica, che conducono all’esordio dell’insonnia; infine, i fattori perpetuanti sono quelli implicati nel mantenimento dell’insonnia, ad esempio le eccessive preoccupazioni per il sonno o abitudini e comportamenti disfunzionali messi in atto per compensare l’insonnia.
Nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5; APA, 2013) l’insonnia è riportata sia come condizione indipendente (Disturbo da insonnia) sia come criterio diagnostico di alcuni disturbi psichiatrici, per esempio disturbi depressivi e disturbi d’ansia, ma viene comunemente osservata anche in altri disturbi che non la annoverano tra i criteri diagnostici.
Fino a poco tempo fa si distingueva l’insonnia primaria, la quale si presenta in forma indipendente e autonoma, dall’insonnia secondaria che invece si ha quando consegue a condizioni mediche o psichiatriche. Effettivamente, in alcuni pazienti l’insonnia rappresenta una difficoltà del sonno secondaria a una condizione coesistente e in casi del genere ci si aspetta che la terapia rivolta a quest’ultima riduca o elimini del tutto l’insonnia. Laddove, invece, la relazione tra insonnia e disturbo concomitante venga vista come apparente ci si aspetta che la terapia mirata al disturbo psichiatrico o medico coesistente abbia un effetto minimo o nullo nei confronti delle problematiche del sonno. In molti casi succede che i disturbi in comorbidità si aggravino e si mantengano reciprocamente. Tuttavia, oggi, il concetto di insonnia secondaria è stato sostituito da quello di insonnia in comorbidità, in quanto, quest’ultimo, riesce meglio a chiarire la posizione di indipendenza dell’insonnia stessa e ad assicurare, dunque, tale separazione anche in merito al trattamento (Sánchez-Ortuño & Edinger, 2012).
L’insonnia in comorbidità è maggiormente diffusa rispetto a quella primaria e inoltre risulta essere più persistente e legata a conseguenze più importanti rispetto all’insonnia primaria. Ciò è spiegato dal fatto che spesso l’insonnia, quando non trattata separatamente, interferisce con la gestione del disturbo concomitante e permane come sintomo residuo anche dopo il successo del trattamento di quest’ultimo, aumentando il rischio di ricadute o, in casi più gravi, di suicidio (Edinger et al., 2009).
La Terapia Cognitivo-Comportamentale dell’Insonnia (CBT-I) rappresenta il trattamento di prima linea per l’insonnia cronica. Si tratta di una terapia non farmacologica che può essere condotta individualmente, in gruppo o anche online. Essa comprende tecniche cognitive e comportamentali che hanno come obiettivo la modifica dell’insieme di credenze errate sul sonno e relativi comportamenti disfunzionali che contribuiscono al mantenimento del disturbo. Tra le tecniche comportamentali troviamo: la Tecnica del Controllo dello Stimolo (Stimulus Control Therapy, SCT) il cui scopo è quello di ristabilire l’associazione tra camera, letto e sonno riducendo i comportamenti svolti nello stesso ambiente (la camera da letto) ma non compatibili con l’addormento; la Tecnica della Restrizione del Sonno (Sleep Restriction Therapy, SRT), attraverso una parziale deprivazione di sonno, ha l’obiettivo di ridurre il tempo che la persona trascorre a letto e regolarizzare il ritmo sonno-veglia. Le tecniche cognitive puntano all’identificazione e alla modifica delle credenze disfunzionali riguardanti il sonno che interferiscono con la predisposizione e il processo di addormentamento. La CBT-I include anche Tecniche di Rilassamento (Relaxation Therapies, RT), particolarmente indicate per pazienti che hanno difficoltà a rilassarsi, le quali mirano a ridurre gli stati di attivazione incompatibili con il sonno favorendo uno stato di calma sia al livello fisiologico che mentale. Sono inoltre importanti le istruzioni di igiene del sonno consistenti in una serie di comportamenti che favoriscono una maggiore qualità ed efficacia del sonno stesso e che quindi si prefissano di contrastare quelle abitudini ostacolanti l’addormentamento, per esempio l’assunzione di sostanze stimolanti o cercare di dormire in un ambiente non adeguato (Schoenfeld, 2012).
La CBT-I produce miglioramenti del sonno paragonabili a quelli ottenuti con il trattamento farmacologico con ipnoinducenti durante le fasi acute (4-8 settimane) ed è legata a una maggior durata degli effetti alla fine del trattamento (Smith & Perlis, 2006; Jansson-Fröjmark & Norell-Clarke, 2016).
A questo punto è lecito chiedersi: la CBT-I è efficace quando l’insonnia è in comorbidità con altri disturbi psichiatrici? E se sì, in che misura?
Inizialmente l’efficacia della CBT-I è stata determinata da studi in cui il trattamento veniva testato su pazienti con insonnia primaria e quindi non in comorbidità con altri disturbi. Diversi studi clinici dimostrano, però, che pazienti con insonnia cronica in comorbidità con diagnosi mediche o psichiatriche, tra cui dolore cronico, HIV, depressione, disturbo da stress post-traumatico (DSPT) e dipendenza da alcol, mostrano miglioramenti nel sonno quando trattati con CBT-I (Smith & Perlis, 2006). Ancora, la CBT-I in persone con insonnia e deliri di persecuzione persistenti non solo ridurrebbe le difficoltà relative al sonno, ma anche la paranoia. Tuttavia, è solo dal 2006 che questa terapia è stata riconosciuta come utile ed efficace per l’insonnia in comorbidità, a seguito di una pubblicazione dell’American Academy of Sleep Medicine (AASM) in cui sono stati presi in considerazione una serie di studi che analizzavano pazienti affetti da insonnia con comorbidità mediche o psichiatriche (Sánchez-Ortuño & Edinger, 2012). Risultati più recenti assocerebbero la CBT-I con miglioramenti della sintomatologia in comorbidità (Jansson-Fröjmark & Norell-Clarke, 2016). Ad ogni modo, il clinico dovrebbe sempre avere bene in mente la maggiore complessità data da un quadro clinico che presenta simultaneamente l’insonnia e un disturbo psichiatrico. Per tali ragioni, sarebbe opportuno ricorrere alla CBT-I in combinazione con un trattamento evidence-based, farmacologico o psicologico, per lo specifico disturbo psichiatrico concomitante.
Nonostante ad oggi non siano presenti sufficienti dati di efficacia riguardanti la CBT-I per determinati disturbi psichiatrici, verranno di seguito riportati i risultati finora ottenuti, seppur con diversi limiti, riguardanti in particolar modo la numerosità sia degli studi in merito sia dei campioni presi in esame. Nello specifico, l’insonnia è stata valutata in comorbidità con depressione, disturbo bipolare, disturbi d’ansia, psicosi e schizofrenia e DSPT.
Depressione
Alcuni studi sperimentali hanno riportato che la perdita di sonno può provocare alterazioni sia al livello cognitivo che affettivo le quali, a loro volta, aumentano il rischio di sviluppare qualche forma di depressione. Ciò è determinato dal fatto che i disturbi relativi al sonno compromettono la regolazione e la stabilità emotiva e possono altresì alterare i processi neurali provocando l’insorgenza della depressione (Li et al., 2016).
Difficoltà legate al sonno sono comuni nel disturbo depressivo maggiore (DDM), ma spesso trattate in modo inadeguato. Infatti, pazienti che presentano profili del sonno irregolari sono associati a esiti clinici significativamente peggiori rispetto a quelli con profili del sonno nella norma. In particolare, in pazienti anziani affetti da DDM, l’insonnia è legata a un esito peggiore del trattamento. Pazienti che riportano problemi nel mantenimento dello stato di addormentamento e risvegli precoci al mattino hanno maggiori probabilità di presentare ideazioni suicidarie rispetto a pazienti che non fanno esperienza di queste problematiche. Difficoltà del sonno posso anche presentarsi come sintomi residui in pazienti che hanno risposto positivamente al trattamento con antidepressivi e questo, specialmente se presente con una certa continuità, può condurre a un maggior rischio di ricadute (Manber et al., 2008; Dolsen et al., 2014).
Come anticipato, i risultati degli studi condotti finora si basano su piccoli campioni di pazienti, tuttavia hanno dimostrato come l’intervento con la CBT-I rafforzi la risposta al trattamento per la depressione suggerendo quindi che l’approccio ottimale consisterebbe nel trattare i due disturbi in modo indipendente (Sánchez-Ortuño & Edinger, 2012). A questo proposito, Manber e colleghi (2008) hanno condotto uno studio con pazienti affetti da DDM e insonnia in cui un primo gruppo era trattato con CBT-I e terapia farmacologica (escitalopram), il secondo con escitalopram e una terapia di controllo. Il primo gruppo ha riportato tassi di remissione significativamente maggiori sia in merito ai sintomi di insonnia (62% vs. 33%) che della depressione (50% vs. 8%).
La formula online della CBT-I sarebbe in grado di ridurre in modo significativo sia l’insonnia che i sintomi depressivi (Gosling et al., 2014).
La CBT-I ha riportato risultati promettenti nei confronti dei sintomi depressivi riportati dai pazienti e i miglioramenti ottenuti durerebbero fino a 2 anni dopo il termine della terapia (Manber et al., 2008; Ballesio et al., 2017).
Disturbo bipolare
Le difficoltà del sonno sono aspetti centrali nel disturbo bipolare in quanto un minor bisogno di sonno può verificarsi durante gli episodi maniacali e l’insonnia o l’ipersonnia possono essere presenti durante gli episodi depressivi. Uno scarso tempo complessivo di sonno e precoci risvegli mattutini sono correlati con lo sviluppo di sintomi ipomaniacali e maniacali (Dolsen et al., 2014). Più del 70% dei pazienti affetti da disturbo bipolare riporta insonnia clinicamente significativa ed è associato a ricadute e tentativi di suicidio. La CBT-I porterebbe a questi pazienti una riduzione dei sintomi dell’insonnia, una maggiore qualità ed efficacia del sonno e un miglioramento dell’umore.
Harvey e colleghi (2015) hanno creato la CBT-BP che consiste in una modifica della CBT-I applicata in modo specifico al disturbo bipolare e caratterizzata da interventi comportamentali (controllo dello stimolo, restrizione del sonno, tecniche di rilassamento di 30-60 minuti, messa a punto di una routine per il risveglio), interventi cognitivi (modifica delle convinzioni erronee e non necessarie riguardanti il sonno, riduzione di ansia e preoccupazioni legate al sonno e al momento pre-addormentamento) e interventi volti a migliorare il proprio funzionamento diurno. La CBT-BP, in un follow-up a 6 mesi dopo il trattamento, si è rivelata essere associata a un tasso di ricaduta inferiore e a una minor durata degli episodi.
Disturbi d’ansia
L’ansia tende a precedere l’insorgenza dell’insonnia nella maggior parte dei casi in cui questi due disturbi si trovano in comorbidità. Insonnia e disturbi d’ansia, in particolare il disturbo d’ansia generalizzata (in comorbidità con l’insonnia nel 70% dei casi), condividono la presenza di eccessive preoccupazioni. Risultati emersi da alcune ricerche hanno evidenziato effetti moderati sull’esito dell’insonnia ottenuti con un trattamento per l’ansia; in modo analogo una serie di altri studi ha rilevato che l’effetto della CBT-I nei confronti di una riduzione dei sintomi dell’ansia risulta moderato (Dolsen et al., 2014).
Una meta-analisi sugli effetti della CBT-I sui sintomi dell’ansia ha mostrato un effetto combinato da lieve a moderato (Jansson-Fröjmark & Norell-Clarke, 2016).
Tuttavia, allo stato attuale, le prove di efficacia risultano molto limitate impedendo la possibilità di generalizzare l’applicazione della CBT-I ai pazienti con disturbi d’ansia.
Psicosi e schizofrenia
L’insonnia è presente in persone con paranoia e rischia di peggiorare le esperienze psicotiche. Alcuni studi hanno evidenziato la correlazione tra sintomi dell’insonnia e pensiero persecutorio (Myers et al., 2011). Anche la schizofrenia è tipicamente caratterizzata da alterazioni e problematiche del sonno che possono influenzare negativamente la qualità della vita. Infatti, la comorbidità stimata è compresa tra il 36% e il 52% e l’insonnia in questi casi peggiorerebbe i sintomi della schizofrenia e aumenterebbe fino a tre volte il rischio di comparsa del pensiero paranoide. È importante considerare che i parenti di pazienti affetti da schizofrenia riportano le difficoltà relative al sonno come primo segnale notato precedentemente a una ricaduta. Freeman e colleghi (2015) hanno realizzato uno studio in cui mostrano che una forma relativamente breve della CBT-I può avere importanti benefici nel miglioramento del sonno in pazienti con deliri e allucinazioni e che tali benefici si manterrebbero fino alla valutazione finale di follow-up. Uno studio pilota ha verificato l’efficacia della CBT-I in forma breve rispetto alla riduzione di deliri di persecuzione e disturbi psicotici: la metà dei partecipanti allo studio ha registrato una riduzione dei deliri di persecuzione e due terzi degli stessi ha sperimentato una diminuzione dei sintomi legati all’insonnia (Myers et al., 2011; Dolsen et al., 2014).
È stato inoltre dimostrato che l’intervento CBT-I è in grado di ridurre in modo significativo la paranoia oltre che l’insonnia. Si ipotizza che l’insonnia possa influire nell’insorgenza del pensiero di tipo paranoico (Sánchez-Ortuño & Edinger, 2012).
Disturbo da stress post-traumatico (DSPT)
Il 70-87% dei pazienti con DSPT segnalano disturbi del sonno. In particolare, insonnia e incubi presenti nel primo mese successivo a un evento traumatico possono predire lo sviluppo del DSPT. Dal momento che il sonno ha anche una funzione ristorativa e influenza la regolazione delle emozioni, la scarsa qualità del sonno stesso potrebbe influire sull’elaborazione emotiva delle esperienze traumatiche e dunque facilitare l’insorgenza di DSPT (Schoenfeld, 2012).
Alcuni studi suggeriscono che l’insonnia clinicamente significativa persiste in un numero considerevole di pazienti per i quali, diversamente, il DSPT sarebbe in remissione. A tale proposito, sulla base dei risultati ottenuti principalmente da studi condotti su veterani di guerra che al ritorno presentavano DSPT, la CBT-I apporterebbe dei benefici a questa tipologia di pazienti (Sánchez-Ortuño & Edinger, 2012).
La CBT-I è stata anche utilizzata in alcuni studi in combinazione con la Terapia di Ripetizione Immaginativa (Imagery Rehearsal Therapy, IRT), una tipologia di intervento finalizzata al trattamento degli incubi. Tali studi hanno dimostrato miglioramenti degli incubi, della qualità del sonno e dei sintomi di DSPT. Pertanto, complessivamente, questa combinazione sembrerebbe correlata a esiti migliori rispetto alla singola terapia, IRT o CBT-I (Jansson-Fröjmark & Norell-Clarke, 2016).
I risultati presentati mostrano come la CBT-I possa essere realmente efficace anche quando applicata in presenza di un altro disturbo psichiatrico. Complessivamente, la CBT-I è associata a una migliore remissione dell’insonnia, mentre relativamente alle patologie psichiatriche concomitanti gli esiti migliori sono stati modesti. Pertanto sarebbero opportuni maggiori ricerche e studi in merito, con campioni più numerosi, in modo da poter confermare ed estendere la validità di questo trattamento. Inoltre, è bene sottolineare che gli studi riportati hanno coinvolto quasi esclusivamente soggetti adulti, dunque sarebbe interessante valutare l’effetto del trattamento anche in soggetti in età adolescenziale o inferiore.
Ciò che risulta chiaro è che l’insonnia in comorbidità va trattata come disturbo a sé, indipendente dal disturbo psichiatrico concomitante, al fine di ottenere un miglior esito complessivo. Infine, un aspetto da chiarire riguarda la tempistica, ovvero il momento in cui sottoporre la CBT-I, se prima, dopo o in concomitanza con l’intervento applicato al disturbo psichiatrico in comorbidità.
Concludendo, nonostante i vantaggi ottenuti (relativamente all’insonnia primaria e cronica) e da verificare (per quanto concerne l’insonnia in comorbidità con un altro disturbo medico o psichiatrico), la terapia cognitivo-comportamentale dell’insonnia risulta attualmente poco applicata, pertanto sarebbe opportuno, come già detto, approfondire gli studi in modo da aumentare la potenza di efficacia e la diffusione della terapia stessa.
L’Emotion Focused Therapy: il potere trasformativo delle emozioni
Nella ricerca e in ambito clinico c’è un crescente interesse nei confronti del lavoro con le emozioni in Psicoterapia. L’Emotion Focused Therapy (EFT) o Terapia Focalizzata sulle Emozioni, in particolare, ha fatto dell’emozione l’elemento centrale del processo terapeutico.
Le emozioni ci dicono cosa è importante per noi in una situazione e quindi fungono da guida per ciò di cui abbiamo bisogno o vogliamo. Questo, a sua volta, ci aiuta a capire quali azioni sono appropriate.
Nella ricerca e in ambito clinico c’è un crescente interesse nei confronti del lavoro con le emozioni in Psicoterapia. L’Emotion Focused Therapy (EFT) o Terapia Focalizzata sulle Emozioni, in particolare, ha fatto dell’emozione l’elemento centrale del processo terapeutico.
Che cosa è l’EFT-Emotion Focused Therapy
L’EFT – Emotion Focused Therapy (Elliott, Watson, Goldman e Greenberg, 2004; Greenberg, 2015; Greenberg e Johnson, 1988; Greenberg e Paivio, 1997; Greenberg, Riso e Elliott, 1993; Greenberg e Watson, 2006; Johnson, 2004) è un approccio al trattamento supportato empiricamente, integrativo ed esperienziale (Greenberg, Watson e Lietaer, 1998). È integrativo in quanto sintetizza elementi di Terapia Centrata sulla Persona (Rogers, 1959), Terapia della Gestalt (Perls et al., 1951), Terapia esperienziale (Gendlin, 1996) e Terapia esistenziale (Frankl, 1946; Yalom, 1980) con le moderne teorie sulle emozioni, le teorie cognitive, le teorie sui sistemi dinamici di attaccamento, gli approcci narrativi ecc.
L’Emotion Focused Therapy si basa sulla comprensione del ruolo delle emozioni nel cambiamento psicoterapeutico: si fonda, infatti, su un’analisi attenta dei significati e del contributo delle emozioni all’esperienza umana e al cambiamento terapeutico. L’EFT si concentra sull’aiutare le persone a prendere coscienza ed esprimere le proprie emozioni, imparare a tollerarle e regolarle, riflettere su di esse per dar loro un senso e trasformarle. Imparare a conoscere le emozioni non è sufficiente; invece, ciò che serve è che i clienti facciano esperienza di quelle emozioni che sorgono nella sicurezza della seduta di terapia, dove possono scoprire da soli il valore di una maggiore consapevolezza e di una gestione più flessibile delle emozioni. La terapia focalizzata sulle emozioni aiuta sistematicamente, ma in modo flessibile, i clienti a diventare consapevoli e a fare un uso produttivo delle proprie emozioni.
Emotion Focused Therapy e Emotionally Focused Therapy
È importante non confondere l’Emotion Focused Therapy con l’Emotionally Focused Therapy (Johnson, 2004): sebbene in sigla appaiano uguali, sono infatti due approcci molto differenti sia in termini operativi che per gli obiettivi che inseguono (Brubacher, 2017).
Emotion Focused Therapy e Emotionally Focused Therapy hanno una origine comune in un approccio alla terapia di coppia particolarmente attento alla dimensione emotiva. Sue Johnson e Leslie Greenberg negli anni ’80 del XX secolo hanno insieme condotto una serie di ricerche che hanno trovato esito nella Emotionally Focused Therapy quale approccio per la terapia di coppia. Dai primi studi le strade dei due ricercatori hanno preso specificità diverse.
L’Emotion Focused Therapy di Greenberg si è sviluppata come una terapia esperienziale-umanistica con un processo di cambiamento incentrato sulle emozioni, tanto è vero che l’approccio individuale era originariamente chiamato “psicoterapia esperienziale di processo” (Greenberg, Rice e Elliott, 1993). L’Emotion Focused Therapy ha una connotazione intrapsichica e nasce prima di tutto come terapia individuale per poi codificare anche modalità per lavorare con la coppia. L’Emotionally Focused Therapy di Johnson, invece, nasce primariamente come terapia di coppia per poi rimodellarsi come psicoterapia individuale.
L’efficacia della Emotion Focused Therapy
L’EFT è nata come approccio al cambiamento delle persone in psicoterapia (Rice e Greenberg, 1984), per poi evolversi in una teoria completa del funzionamento e della pratica terapeutica.
L’idea di base nell’EFT è che sebbene le emozioni siano fondamentalmente adattive, possono diventare problematiche per una serie di ragioni: traumi passati, deficit di abilità (ad esempio, non aver mai imparato a simboleggiare le emozioni nella consapevolezza o essere stato insegnato a ignorarli o respingerli), o evitamento delle emozioni (per paura del loro impatto su se stessi o sugli altri).
L’EFT sottolinea l’importanza della consapevolezza, accettazione e comprensione delle emozioni; l’esperienza viscerale dell’emozione in terapia; e l’importanza di cambiare le emozioni nella promozione del cambiamento psicoterapeutico.
I clienti, di conseguenza, diventano più abili nell’accesso alle informazioni importanti e significati su se stessi e sul proprio mondo forniti dalle emozioni come diventare più abili nell’usare quelle informazioni per vivere in modo vitale e adattivo.
L’EFT, in sintesi, è un approccio progettato per aiutare i clienti a diventare consapevoli e fare un uso produttivo delle proprie emozioni.
È stato dimostrato che l’Emotion Focused Therapy è un approccio efficace. Il metodo è supportato empiricamente come trattamento basato sull’evidenza per Depressione, Ansia, Traumi e Abuso, Problemi alimentari, Personalità borderline, Problemi interpersonali (Greenberg e Goldman, 2018). In particolare Jeanne Watson (Elliott, Watson, Greenberg e Goldman, 2004; Greenberg e Watson, 2006; Watson e Greenberg, 2017), professoressa dell’Università di Toronto in Canada nonché grande esponente della psicoterapia umanistico-esperienziale ha contribuito allo sviluppo della terapia focalizzata sulle emozioni e ha condotto numerose ricerche che hanno confermato l’efficacia e l’utilità dell’Emotion Focused Therapy nei disturbi d’ansia e nella depressione.
L’Emotion Focused Therapy viene utilizzata sempre più frequentemente in terapia individuale e di coppia e, pur essendo un sistema terapeutico peculiare, viene spesso integrato da professionisti di approcci psicodinamici, cognitivi, gestaltici, centrati sul cliente ecc. Come modello terapeutico può essere appresso in percorsi formativi riconosciuti dall’ISEFT – International Society of Emotion Focused Therapy che danno anche l’opportunità di ottenere la certificazione di Terapeuta EFT.