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L’anosognosia e la malattia di Alzheimer: qual è il legame?

L'anosognosia è un aspetto presente nella malattia di Alzheimer che rende ancora più difficile la sua gestione e l'assistenza da parte dei caregivers

Di Lucilla Castrucci

Pubblicato il 16 Giu. 2020

L’anosognosia è stata da sempre riconosciuta come uno dei sintomi tipici della malattia di Alzheimer. Recentemente è anche considerata un indicatore dell’evoluzione della demenza.

 

I pazienti non consapevoli dei propri limiti tendono a sopravvalutare le proprie capacità e creano maggiori difficoltà a chi deve assisterli e monitorali.

La mancanza di consapevolezza dei propri deficit cognitivi è molto comune nelle persone con demenza. L’anosognosia riguarda circa l’81% dei malati di Alzheimer conclamato e fino al 60% delle persone con lieve declino cognitivo, che potrebbe rappresentare il primo stadio della malattia. Le conseguenze di questa inconsapevolezza si riflettono non solo sulla persona malata, ma anche sui suoi familiari e sui caregivers che cercano di aiutare qualcuno che, sostanzialmente, non riconosce di avere un problema e rifiuta quindi di essere aiutato.

L’anosognosia

L’anosognosia è un fenomeno descritto da Babinski e generato da una lesione all’emisfero cerebrale destro. Il termine deriva infatti dal greco e sta a significare che il paziente non è in grado di accorgersi di avere un deficit fisico o mentale.

Il paziente anosognosico è incapace di riconoscere e di riferire il suo stato di malattia. Manifesta, invece, la convinzione di possedere ancora le capacità che aveva prima del danno neurologico. Se messo a confronto con i suoi deficit, fornisce spiegazioni incoerenti e si perde in confabulazioni.

La malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa, progressiva e irreversibile che porta ad una perdita delle funzioni cognitive a cominciare dalla memoria. Il processo patologico inizia molto prima delle manifestazioni dei sintomi. Caratteristica tipica di questa malattia è la presenza delle placche senili, costituite da depositi di beta-amiloide extra-cellulare, e la presenza di grovigli neurofibrillari intracellulari. Lo svilupparsi di placche senili porta alla perdita di sinapsi e neuroni, che si traduce in un’atrofia grossolana delle zone cerebrali colpite, in genere a partire dal lobo temporale.

La relazione tra anosognosia e malattia di Alzheimer

L’anosognosia riguardo alla compromissione della memoria è un fenomeno storicamente noto nella malattia di Alzheimer. Recentemente l’associazione tra anosognosia e Alzheimer è stata studiata utilizzando diverse metodologie: cognitive, psicologiche e di neuroimaging.

Una delle ipotesi che le ricerche hanno provato a verificare è se la mancata consapevolezza per i disturbi della memoria si associ ad una maggiore rapidità del declino cognitivo e quindi ad un aumentato rischio di comparsa di demenza.

Nel 2018 Joseph Therriault ha guidato una studio basato sui dati raccolti dall’Alzheimer Disease Neuroimagining Initiative (Adni), un centro di ricerca globale a cui partecipano pazienti che accettano di consegnare le loro valutazioni cliniche e gli esami di immaginig. I risultati della ricerca si possono così sintetizzare: coloro che presentano anosognosia per i disturbi della memoria, hanno una funzione metabolica cerebrale compromessa e più alti livelli di depositi di beta-amiloide rispetto a chi ha ancora consapevolezza del proprio deficit. La disfunzione metabolica cerebrale si manifesta nelle aree tipicamente colpite nell’Alzheimer.

Hanseeuw Bj et al, in uno studio pubblicato nel 2019 su Annals of Neurology, hanno analizzato il legame tra l’alterazione nella consapevolezza delle capacità di memoria e la beta-amiloide. Gli autori hanno stratificato 468 pazienti con lieve deficit cognitivo di tipo amnesico, in gruppi con e senza consapevolezza del loro danno. Hanno valutato così l’associazione tra lo stato di autocoscienza e il carico di beta- amiloide, nonché la relazione tra questo stato e il metabolismo cerebrale di glucosio basale e dopo 24 mesi di follow-up. I risultati della ricerca hanno confermato un legame del carico di beta-amiloide e la riduzione progressiva dell’autocoscienza dei deficit della memoria. L’anosognosia era presente nei pazienti tre anni prima della diagnosi di demenza.

In conclusione l’anosognosia, in pazienti con iniziale declino cognitivo, predice l’imminente riduzione del metabolismo nelle regioni cerebrali coinvolte nell’Alzheimer ed è un indicatore della successiva evoluzione della demenza.

L’anosognosia nella gestione del paziente con Alzheimer

L’anosognosia nell’Alzheimer, oltre ad essere rilevante nell’ambito clinico lo è in quello assistenziale. Il fatto che i pazienti non siano consapevoli dei loro deficit, rende più difficile coinvolgerli nelle attività necessarie per rallentare il decadimento cognitivo. Inoltre, la mancata coscienza dei propri limiti, fa sì che le persone con demenza possano mettere a rischio la propria vita e quella altrui. Chi si occupa di questi pazienti, oltre a far fronte al carico assistenziale, deve vincere le resistenze di chi, non riconoscendosi malato, rifiuta l’aiuto. Nei malati di Alzheimer comportamenti agitati e aggressivi possono essere innescati da relazioni interpersonali non serene che s’instaurano tra i pazienti e i caregivers. Se chi assiste un paziente anosognosico sottolinea i suoi fallimenti, la persona malata potrebbe sentirsi criticata irragionevolmente. In queste circostanze, a causa del declino cognitivo e della scarsa capacità nel controllo emotivo, il paziente potrebbe essere turbato e ricorrere all’aggressione fisica. Per prevenire o ridurre l’agitazione e l’aggressività, i caregivers debbono riuscire a capire come si sentono i pazienti e a percepire i deficit dalla loro prospettiva. Pertanto, la valutazione dell’anosognosia è un requisito essenziale per una cura efficace.

 

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