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Anosognosia – Definizione Psicopedia

È una situazione patologica di scarsa consapevolezza di un deficit motorio e/o cognitivo a seguito di una lesione cerebrale, senza deficit intellettivo

Di Chiara Niger

Pubblicato il 17 Mar. 2015

Aggiornato il 03 Apr. 2019 13:52

Anosognosia: in ambito neurologico il termine viene utilizzato per indicare una situazione patologica in cui è presente scarsa consapevolezza di un deficit motorio e/o cognitivo a seguito di una lesione cerebrale o insulto cerebrale, in assenza di un deficit intellettivo rilevabile e generalizzato.

[blockquote style=”1″]It is not only difficult, it is impossible for patients with certain right-hemisphere syndromes to know their own problems – a peculiar and specific ‘anosognosia,’ as Babinski called it. And it is singularly difficult, for even the most sensitive observer, to picture the inner state, the ‘situation’ of such patients, for this is almost unimaginably remote from anything he himself has ever known[/blockquote]

(Oliver Sacks)

La parola “anosognosia” deriva dal greco ed è composta da tre morfemi: “a” come “assenza, “nosos” come “malattia” e “gnosis” come conoscenza. In ambito neurologico il termine viene utilizzato per indicare una situazione patologica in cui è presente scarsa consapevolezza di un deficit motorio e/o cognitivo a seguito di una lesione cerebrale o insulto cerebrale, in assenza di un deficit intellettivo rilevabile e generalizzato.

Il termine viene introdotto per la prima volta da Babinski nel 1914 anche se casi di anosognosia erano già stati riscontrati per esempio da vonMonakov nel 1885 e da Anton (1889). In entrambi i casi i pazienti descritti presentavano un’anosognosia per la cecità: a seguito di un evento cerebrale che aveva colpito le aree deputate alla visione, questi soggetti avevano perso la capacità di vedere ma affermavano di non essere ciechi. Tale fenomeno si associa spesso a confabulazione e può essere visto anche come l’opposto del fenomeno blindsight in cui una persona è in grado di rilevare la presenza di uno stimolo visivo nell’emicampo controlaterale alla lesione, ovvero quello colpito da scotoma. Il fenomeno dell’anosognosia, oltre a riguardare la vista, può essere riscontrato anche per le funzioni motorie quindi in pazienti colpiti da paresi o plegia, per le funzioni linguistiche, per quelle mnesiche, per la demenza, per il neglect e in altre sindromi e condizioni.

Diverse sono le ipotesi che sono state chiamate in causa per spiegare l’anosognosia. Per quanto riguarda l’anosognosia per l’emiplegia la prima ipotesi risale a Weinstein e Kahn (1955) che vedono nel comportamento anosognosico un meccanismo di difesa simile alla negazione, ipotizzando anche una personalità premorbosa con una tendenza, per l’appunto, alla negazione e alla repressione. Sebbene alcuni studi scientifici abbiano supportato tale ipotesi, sono molti anche quelli che l’hanno sfatata (Ramachandran, 1995) portando diverse argomentazioni: se l’anosognosia è un meccanismo di difesa, come è possibile ottenere un miglioramento con la stimolazione calorica vestibolare? Hecaen and Albert (1978) riconducono invece il fenomeno ad uno stato di “confusione”; tuttavia molti pazienti anosognosici hanno prestazioni normali ai test cognitivi che vengono somministrati.

Un’ulteriore ipotesi fa riferimento a una de-afferentazione per cui vi sarebbe un fallimento nella ricezione di un feedback sensoriale: i pazienti anosognosici non sarebbero in grado di ricevere informazioni circa la collocazione del loro arto. Tuttavia anche questa ipotesi pare non spieghi interamente l’apparire di una condizione anosognosica (Heilman, 2014).

Secondo l’ipotesi feed-forward i pazienti con anosognosia avrebbero perso l’intenzione a muoversi; in questo modo non potrebbero rendersi conto di essere in grado o meno di muovere il proprio arto. Tuttavia pare essere vero anche il contrario: nel confronto con pazienti che presentano un neglect motorio, i pazienti con anosognosia hanno aree cerebrali risparmiate dalla lesione che gli consentono di avere un’intenzionalità motoria. Quello che non sono in grado di fare è di paragonare un atto intenzionale con uno effettivamente compiuto  e quindi di cogliere il mismatch tra previsioni di movimento e feedback (Berti et al., 2005).

Sembra quindi non esserci univocità circa le ipotesi eziologiche riguardanti l’anosognosia. Bisogna considerare che l’anosognosia non è un fenomeno “tutto-o-niente” ma il grado di consapevolezza può variare e, parallelamente, anche l’atteggiamento. Infatti il paziente può negare il deficit oppure può riconoscere la sua presenza ma dargli poca importanza, disinteressarsi, non prendere in considerazione le conseguenze che da esso potrebbero derivare (anosodiaforia). Di solito utilizza strategie cognitive per spiegare le ovvie difficoltà che presenta.

Dall’osservazione clinica sembra che soggetti che presentano una lesione a destra abbiano un atteggiamento più euforico e disinteressato mentre quelli con lesione a sinistra abbiano reazioni maggiormente catastrofiche. Spesso l’anosognosia per lesioni a sinistra viene sottostimata a causa dell’afasia che caratterizza tali situazioni e rende quindi difficile la valutazione di questi pazienti. L’anosognosia per l’afasia è un fenomeno complesso che chiama in causa le competenze di automonitoraggio della persona e quelle di autocorrezione (Marshall et al., 1985): il riscontro di queste ultime suggerisce la presenza di un certo grado di consapevolezza implicita. Inoltre sembrano esserci diversi gradi di consapevolezza in relazione a diversi aspetti del linguaggio (Prigatano & Schacter, 1991).

Il fenomeno dell’anosognosia è molto frequente nei soggetti colpiti da ictus, sia a destra che a sinistra, e purtroppo rappresenta un fattore prognostico negativo in quanto può essere di ostacolo alla riabilitazione funzionale del paziente; proprio perché può avere un forte impatto sulla vita del paziente e sulle sue capacità di gestire le attività della vita quotidiana è necessario conoscerla e valutarla per meglio calibrare il trattamento riabilitativo (Vossel et al., 2013). Non si presenta in fase acuta bensì in fase cronica.

Per quanto riguarda le basi neuroanatomiche sembra che la gravità sintomatologica sia maggiore quando sono colpite sia le aree frontali che quelle parietali (Pia et al., 2004). La conoscenza del fenomeno anosognosia è fondamentale per la sua valutazione che passa attraverso le domande del clinico e l’utilizzo e il supporto di alcuni questionari e scale che possono essere rilevati in letteratura (Open Question Arti Inferiori, Berti et al., 1996; AHA – Assessment of Anosognosia For Hemianaesthesia, Spinazzola et al., 2008). Fare domande riguardo alla consapevolezza del paziente è il punto cruciale; infatti, come detto in precedenza, il paziente può avere la percezione del deficit ma sottostimare le sue conseguenze (anosodiaforia), sovrastimarle oppure può non riconoscere il proprio arto plegico come suo (somatoparafrenia). Quindi è necessario condurre una buona indagine per meglio comprendere il grado di consapevolezza al fine di regolare il trattamento.

Per quanto riguarda il trattamento si va dall’utilizzo di stimolazioni sensoriali ad un potenziamento delle capacità di automonitoraggio e metacognizione. L’utilizzo della stimolazione calorica vestibolare nei casi di neglect con anosognosia ed emianestesia ha avuto buoni risultati anche nel miglioramento dell’anosognosia (Cappa et al., 1987; Ronchi et al., 2013).

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BIBLIOGRAFIA:

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