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Depressione: persino i profumi non sono più gli stessi – Correlazioni tra sintomi depressivi e capacità olfattive

L’esame delle strutture cerebrali dei pazienti depressi ha messo in evidenza alcune modificazioni in strutture anatomiche implicate anche nella neurofisiologia dei processi olfattivi. Si potrebbe dunque supporre che nei pazienti depressi si verifica non solo un abbassamento del tono dell’umore, ma anche una diminuzione delle loro capacità olfattive.

 

Attualmente si stima che il 15% della popolazione mondiale soffra di disturbi mentali. Si ritiene, inoltre, che una percentuale compresa fra l’8% e il 12% abbia avuto un episodio depressivo nel corso del ciclo di vita. L’esame delle strutture cerebrali dei pazienti depressi ha messo in evidenza alcune modificazioni che si riscontrano a diversi livelli nel sistema prefrontale limbico. Molte di queste strutture anatomiche sono anche implicate nella neurofisiologia dei processi olfattivi. Alla luce di ciò, si può supporre che nei pazienti depressi si verifica non solo un abbassamento del tono dell’umore, ma anche una diminuzione delle loro capacità olfattive.

Keywords: depressione, funzioni olfattive, sistema limbico

Depressione: dal sistema limbico ai processi olfattivi

Attualmente si stima che il 15% della popolazione mondiale soffra di disturbi mentali (Atasanova e al., 2008; Prince e al., 2007). Si ritiene, inoltre, che una percentuale compresa fra l’8% e il 12% abbia avuto un episodio depressivo nel corso del ciclo di vita (Croy e al., 2014). Relativamente al genere, le donne sono più a rischio rispetto agli uomini e, fra le fasce d’età, quella dei giovani adulti, con un’età compresa fra 18 e 44 anni, ha una maggiore probabilità di ammalarsi di depressione (Hischfeld e Cross, 1982).

L’esame delle strutture cerebrali dei pazienti depressi ha messo in evidenza delle modificazioni che si riscontrano a diversi livelli nel sistema prefrontale limbico, ovvero nella corteccia orbitofrontale, nella corteccia cingolata anteriore e posteriore, nell’ippocampo, nell’amigdala, nell’insula e nel talamo (Hoflich e al., 2012).

Alcune di queste strutture anatomiche sono anche implicate nella neurofisiologia dei processi olfattivi. Infatti, le tecniche di neuroimaging hanno confermato che le emozioni e gli odori sono elaborati prevalentemente nelle stesse strutture cerebrali, quali l’ipotalamo, l’amigdala, la corteccia orbitofrontale e l’insula (Zald e Pardo, 2000). Questo è spiegato dal fatto che, a livello embriogenetico, il bulbo olfattivo dà origine al sistema limbico, che è responsabile dei processi emozionali (Kohli e al., 2016).

Nel cervello umano il bulbo olfattivo e l’ippocampo sono le uniche aree nelle quali è stata dimostrata una neuroplasticità postnatale, inclusa la neurogenesi (Altman, 1969; Boldrini e al., 2009). Relativamente agli episodi depressivi maggiori, diverse ricerche (Murray e al., 2008; Sahay e Hen, 2007; Snyder e al., 2011) hanno riscontrato che durante il loro decorso diminuisce il volume dell’ippocampo e la capacità di neurogenesi di esso. A questo riguardo, si ipotizza che l’azione di alcuni farmaci antidepressivi vada ad incrementare il volume dell’ippocampo e la sua capacità di neurogenesi (Boldrini e al., 2009).

Il bulbo olfattivo nei processi depressivi

Anche il bulbo olfattivo sembra implicato nei processi depressivi. Nei ratti, per esempio, la distruzione/rimozione del bulbo olfattivo determina una forma depressiva. Per spiegare tale fenomeno è stata avanzata l’ipotesi che la bulbectomia olfattiva crei una disfunzione nel sistema limbico (Song e Leonard, 2005). Ancora, gli studi di neuroimaging hanno dimostrato che esiste una riduzione del volume del bulbo olfattivo in pazienti che soffrono di depressione (Negoias e al., 2010). Alla luce di questo, si può ipotizzare che una disfunzione del bulbo olfattivo possa alterare non solo la funzione olfattiva, ma anche incrementare i sintomi depressivi (Negoias e al., 2010; Pause e al., 2001). Alcune ricerche, a tal proposito, hanno avanzato l’ipotesi che i trattamenti terapeutici per la depressione, sia farmacologici che psicoterapeutici, migliorano e incrementano le funzioni olfattive (Yuan e al., 2014; Naudin e al., 2012; Swiecicki e al., 2009).

In conclusione, si può supporre che nei pazienti depressi si verifica non solo un abbassamento del tono dell’umore, ma anche una diminuzione delle loro capacità olfattive (Taalman e al., 2017).

Quando il divorzio psicologico non si raggiunge: la guerra del legame disperante

Il divorzio, e la fine di un matrimonio in generale, rappresenta un importante momento di cambiamento che coinvolge l’intero progetto di vita di entrambi i coniugi. Questa fase comporta la riorganizzazione di tanti aspetti della propria esistenza e quotidianità: aspetti economici, abitazione, rete relazionale, immagine sociale.

 

Le sei dimensioni del divorzio di Bohannan

Nel 1973 Paul Bohannan ha elaborato sei dimensioni che coinvolgono la coppia al momento della separazione:

  • Divorzio emozionale: rappresenta lo scioglimento del progetto di vita comune costruito fino ad allora, dei sogni e delle speranze nati durante il tempo trascorso insieme.
  • Divorzio legale: lo scioglimento legale del vincolo.
  • Divorzio economico: cambiamento di status che può creare una condizione di disagio economico per uno o entrambi i coniugi.
  • Divorzio comunitario: abbandono dell’abitazione comune o allontanamento da amici e rispettive famiglie e più in generale della rete sociale costruita insieme.
  • Divorzio genitoriale: quando l’elevata conflittualità non permette di mantenere un accordo educativo nei confronti dei figli o avviene con essi una separazione intenzionale o per motivi di affidamento legale.
  • Divorzio psicologico: “separazione di sé dalla personalità e dall’influenza dell’ex coniuge” (Bohannan, 1973), ovvero imparare a vivere la propria vita senza l’altro.

La separazione della coppia giunge positivamente al termine quando entrambi i coniugi hanno accettato la fine del rapporto e ne hanno compreso le cause e le dinamiche implicite.

Tuttavia quando il matrimonio finisce contro la volontà di uno dei due coniugi, colui che lo subisce vive una condizione emotiva assimilabile al lutto (Gambini, 2010), termine che indica appunto “tutti quei processi psicologici, consci o inconsci, che vengono suscitati dalla perdita di una persona amata” (Bowlby, 1983); si tratta quindi di una esperienza di perdita che provoca un profondo dolore.

Il divorzio come lutto

Nel 2005 David Sbarra e Robert Emery, due psicologi americani, nel tentativo di approfondire tale sovrapposizione, hanno teorizzato il “modello ciclico del lutto”.

Tale modello prevede tre emozioni:

  • Amore, che implica nostalgia per la perdita o la segreta speranza che tutto possa tornare come prima; rimanere fissati su questa emozione determina la negazione psichica della separazione, nella speranza che possa avvenire una riconciliazione;
  • Collera, a causa della frustrazione subita, della sensazione di essere stato ingannato e del dolore percepito; questa emozione se non correttamente elaborata può portare ad attribuire all’altro tutte le colpe della separazione e i torti subiti; l’ex coniuge diventa così la causa della rovina della propria vita.
  • Tristezza, legata al sentimento di solitudine e sconforto che la separazione determina; una fissazione su questa emozione può provocare pensieri suicidari o stati depressivi, nei quali tutte le colpe della separazione vengono attribuiti a se stessi.

Tipicamente al termine di una relazione tali emozioni compaiono una per volta con forte intensità, con il tempo le stesse iniziano a diminuire di profondità tendendo sempre più a manifestarsi simultaneamente (Sbarra & Emery, 2005).

Se controllati, riconosciuti ed elaborati correttamente questi contenuti psichici possono portare ad una nuova rinascita e all’accettazione della separazione e del divorzio, in vista di un nuovo personale progetto di vita.

Solo così è possibile attuare il “divorzio psicologico” di cui parla Bohannan (1973).

Non tutte le coppie però riescono, a seguito della rottura del legame, a giungere ad un divorzio psicologico.

Il legame disperante

Alcune separazioni diventano, di fatto, impossibili: la paura di perdersi si trasforma in una guerra in tribunale e più in generale in una lotta continua che si alimenta di ogni minimo pretesto. Tale scontro nella mente dei coniugi dovrà portare ad un unico vincitore e alla conseguente punizione dell’altro.

Nasce così quello che Cigoli, Galimberti e Mombelli (1988) definiscono “legame disperante”.

Il legame disperante è ciò che non permette alla coppia di raggiungere il divorzio psicologico: il rapporto non può essere mantenuto in vita perché è distruttivo, ma spezzarlo comporterebbe una profonda angoscia, che deve essere evitata perché troppo dolorosa.

L’altro è considerato come il “male”, a cui vanno attribuite tutte le colpe, anche quelle personali. Ed è proprio questa logica che alimenta il desiderio di distruggerlo: dal punto di vista giuridico, economico e psicologico; al fine di vendicarsi del torto subito.

Per tali persone il giudice assume la funzione di dimostrare che «l’altro ha torto e io ho ragione»; mentre interventi di tipo clinico e terapeutico o di mediazione familiare, che sarebbero auspicabili, vengono rifiutati.

All’interno di questa fase non vi è spazio per l’elaborazione del dolore, che potrebbe condurre alla fine dei conflitti e all’inizio di una nuova vita per ciascuno degli ex coniugi.

Il divorzio legale poi comporta profonde trasformazioni materiali: problematiche economiche, il rientro nella propria famiglia di origine, solitudine.

Queste difficoltà oggettive si sommano a quelle psicologiche e si trasformano in ulteriori pretesti per arrivare allo scontro: ricatti per il mancato pagamento dei versamenti, sentimenti di frustrazione per la propria condizione materiale di vita, denunce.

In questa battaglia, incentrata sul desiderio di rivalsa, i figli rimangono sullo sfondo, non visti. Ed è in questo tipo di coppie ad alta conflittualità che “il disordine relazionale pervade l’area della genitorialità, chiamando un figlio, attraverso i suoi sintomi, a giocare la sua parte nel sistema” (Bogliolo & Bacherini, 2005)

Il divorzio genitoriale si trasforma nell’impossibilità di mantenere un accordo educativo nei confronti dei figli: il genitore perde la consapevolezza delle proprie responsabilità e dei propri compiti in relazione al ruolo di madre e padre.

Inoltre le difficoltà a scambiarsi informazioni relativamente ai figli, senza creare un’ulteriore occasione di scontro, si trasformano in vera e propria condizione di incomunicabilità i cui mediatori diventano spesso gli stessi figli: oltre alla breve telefonata, ai messaggi tramite segreterie telefoniche ed SMS, alla email e ai fax inviati tramite legali di parte, la coppia ricorre spesso ai figli, che devono portare con sé, quando si spostano dalla casa della mamma a quella del papà e viceversa, anche il carico dell’assenza di comunicazione genitoriale.

Tuttavia in questa condizione ciascuno dei due ritiene di essere il genitore più idoneo e pretende che ciò gli venga riconosciuto dal sistema giudiziario attraverso l’esercizio dell’affidamento.

Questa logica diventa ancora una volta pretesto per alimentare ulteriori conflitti che in questo caso si spostano all’interno dell’aula di tribunale che mettono in gioco ulteriori meccanismi, come quello ad esempio delle false denunce (“l’altro presenta stili di vita non idonei per un minore”, “l’altro è negligente nei confronti dei bisogni del figlio”, ecc…), nel tentativo di screditare l’altro coniuge e vincere la battaglia dell’affidamento.

L’impossibilità quindi di attuare un divorzio psicologico (Bohannan, 1973) e superare “la fase della collera”(Sbarra & Emery, 2005) impedisce una ridefinizione efficace dei propri ruoli genitoriali e il loro esercizio.

Anche i figli vivono la separazione dei genitori come un lutto: provano paura, si sentono disorientati per la perdita della loro quotidianità e delle loro certezze, vivono la tristezza di qualcosa che c’era prima e adesso non c’è più; provano rabbia per via dell’impotenza che sperimentano in tale situazione; attribuiscono spesso a sé la colpa dell’accaduto; vivono la vergogna, percepiscono la separazione dei propri genitori come qualcosa per cui essere imbarazzati agli occhi degli altri (Emery, 2008).

Infine il bambino sperimenta il senso di impotenza: spera inizialmente di riuscire a riunificare i genitori, ma il suo desiderio di onnipotenza si scontra ben presto con una realtà diversa.

Il persistere di una intensa conflittualità tra i genitori può provocare nel tempo disturbi profondi nei figli dal punto di vista psicofisico, relazionale e comportamentale e questo è il motivo per cui l’ intensa e prolungata conflittualità genitoriale è considerata una violenza psicologica che può sfociare in una vera e propria azione di mobbing genitoriale (Najman, Behrens, Andersen, Bor, O’Challagan & Williams, 1997)

Tale violenza si concretizza in azioni quali: indurre il figlio a scegliere un genitore a discapito dell’altro, con l’instaurarsi così di conflitti di lealtà, sentimenti di colpa, di inadeguatezza e di abbandono; utilizzare il figlio per ottenere informazioni sull’ex coniuge, il decidere se parlare o meno, se mentire o dire la verità, fa vivere loro un profondo conflitto di lealtà (Baker, 2010).

Superare una situazione di alta conflittualità come il divorzio richiede sicuramente un notevole lavoro su se stessi e sul proprio ruolo di genitore, è necessario attraversare la fase del dolore, accettarla, elaborarla e lasciare andare la propria sofferenza, iniziando a investire su di sé e sulle proprie risorse. Questo cammino è molto faticoso e talvolta è opportuno affidarsi ad un esperto che possa fare da supporto e facilitatore nelle dinamiche di coppia e personali.

Solo così è possibile sganciarsi dal proprio passato ed essere finalmente liberi di essere felici.

Che schifo, solo a guardare ho bisogno di lavarmi! Disturbo ossessivo-compulsivo e propensione al disgusto

Uno dei campioni clinici in cui è stato dimostrato che è presente un’alta propensione al disgusto, è quello di pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo, in particolare con sintomatologia di paura della contaminazione.

Silvia Locatelli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Bolzano

 

Tutti noi, almeno una volta, abbiamo provato disgusto per qulacosa, dal cibo scaduto dimenticato nel frigo, alle notizie più scabrose lette sui giornali. Infatti la funzione primaria del disgusto è quella di difendere il proprio organismo da degli stimoli dannosi (Rozin & Fallon, 1987; Rozin, Haidt, & McCauley, 2000). Appare ovvio come essere disgustati dal latte scaduto ci evita di berlo e quindi stare male. Mentre il disgusto per situazioni sociali o fatti moralmente discutibili potrebbe avere la funzione di proteggere gli individui attraverso il mantenimento dell’ordine all’interno della comunità (Rozin & Fallon, 1987).

Questo articolo si propone di indagare i fattori che possono aumentare la vulnerabilità nel provare disgusto in contesti non elicitanti, cioè in contesti in cui il disgusto non sembra avere una funzione protettiva. L’importanza di questa analisi risiede nella possibilità che tali fattori possano portare a provare disgusto verso il proprio essere o agire. Quindi il trattamento efficace della vulnerabilità al disgusto potrebbe avere un valore preventivo.

Disgusto e Disturbo Ossessivo-Compulsivo: la paura della contaminazione

Uno dei campioni clinici in cui è stato dimostrato che è presente un’alta propensione al disgusto, è quello di pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo, in particolare con sintomatologia di paura della contaminazione (Olatunji & Sawchuk, 2005). Infatti il 50% dei pazienti riporta come i comportamenti patologici verso l’igiene siano dovuti a un pensiero ricorrente di evitamento del contagio (Olatunji & Sawchuk, 2005). Inoltre, è stato ipotizzato che la propensione al disgusto stessa possa essere uno dei fattori di mantenimento della patologia (Olatunji & Sawchuk, 2005), se non persino uno dei fattori che aumentano l’incidenza di drop-out dei pazienti (Ludvick, Boshen & Neuman, 2015).

Il disgusto è una delle sei emozioni di base (Ekman, 1993), con una risposta fisiologica precisa, l’attività parasimpatica che produce l’aumento della salivazione e nausea (De Jong et al., 2011), e un correlato neurale specifico, l’insula (Sprengelmeyer, 2007).

Inizialmente venne studiato come reazione di avversione verso certi cibi, quindi elicitanti disgusto, caratterizzati sia da aspetto fisico, che a carattere ideativo, che quindi riportano la conoscenza della provenienza di questi alimenti (Rozin & Fallon, 1987; Rozin, Haidt, & McCauley, 2000). La risposta comportamentale consiste nell’allontanamento dall’oggetto disgustoso, poichè potrebbe essere dannoso o contaminate, mantenendo il ruolo di difesa del corpo (Rozin & Fallon, 1987).

Esso può essere suddiviso in diversi domini, più sensoriali o culturalmente determinati, in base a quale tipo di stimolo li elicita: disgusto centrale, dalla natura animale, interpersonale, e morale (Rozin, 2009). Gli ultimi tre sono connessi a credenze cognitive, piuttosto che sensoriali, e riguardano rispettivamente: il contagio per la mortalità e la decomposizione, la distanza da chi è considerabile come disgustoso, e la preservazione di un ordine sociale (Rozin, 2009). Per ciò che concerne il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, la ricerca è maggiormente concentrata sul primo dominio, ovvero il disgusto centrale. È caratterizzato da 1) rifiuto dell’incorporazione orale, 2) senso di pericolosità dell’oggetto disgustoso, 3) e contaminazione potenziale che può produrre.

Il ruolo primario del disgusto centrale è quello del rifiuto del cibo, così la bocca acquisisce il ruolo di porta (Rozin & Fallon, 1987), e si rafforza la credenza che “si diventa quello che si mangia” (Rozin & Haidt, 2000). Data questa premessa, per quanto riguarda la contaminazione, maggiormente legata al tatto e alla vista, Rozin propone come due leggi magico-simpatetiche, possano regolarla: la legge del contagio, una volta che si è in contatto con qualcosa di contagioso, si rimarrà contaminati sempre; e la legge della similarità, due oggetti che appaiono uguali nella forma, lo saranno anche nella sostanza (Rozin & Fallon, 1987; Rozin & Haidt, 2000).

I pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo provano più disgusto degli altri? Come può essere misurata l’esperienza di disgusto in termini di differenze individuali? Va inanzitutto fatta una distinzione tra propensione al disgusto (PD), ovvero la facilità di un individuo di essere disgustato, e la sensibilità al disgusto (SD), ovvero l’intensità della valutazione negativa nel momento in cui si prova disgusto (Ludvick, Boshen & Neuman, 2015).

Verranno proposti dei lavori che trattano la propensione al disgusto in campioni normali e con Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Per questo scopo, nella maggior parte degli studi, lo strumento utilizzato è la Disgust Scale Revised (Olatunji et al., 2009), che valuta l’inclinazione/propensione a provare disgusto in più domini: animali, prodotti del corpo, morte, violazioni del normale sviluppo, cibo, sesso, igiene, leggi simpatetiche (contagio improbabile). Nonostante ci sia stato l’interesse di proporre nuovi strumenti che meglio spieghino la variabilità delle risposte nei pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo (Melli et al., 2015a), la variabilità risulta essere confondente per la concettualizzazione del disturbo, e di conseguenza per il successivo trattamento.

Il disgusto nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo: quali conseguenze nel trattamento?

Infatti, la letteraura scientifica, e di conseguenza la proposta di trattamento, si è concentrata su aspetti legati all’ansia nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo, ma se pensiamo al sintomo di paura del contagio, una domanda sorge spontanea: qual’è l’emozione che si vuole evitare? Cioè, il problema è la paura dello stimolo disgustoso, o la facilità di sentire il disgusto? La risposta a questa domanda dà ai clinici la possibilità di intervenire con trattamenti più efficaci. Entrambi i tipi di evitamento, della minaccia e del disgusto, generano compulsioni, ad esempio la pulizia, ma la risoluzione di tali comportamenti compensatori passa attraverso l’analisi di quale emozione li ha generati.

Per esempio in uno studio di Verwoerd e collaboratori (2013), è stato evidenziato che, in un campione non clinico, suddiviso per bassi o alti punteggi di evitamento del contagio, l’errore cognitivo riguarda la probabilità che uno stimolo sia minaccioso in base a quanto l’individuo si senta disgustato, avvalorando l’evitamento stesso. Si tratta quindi dello stesso errore cognitivo che si riscontra nella sintomatologia ansiosa: “provo ansia, allora c’è una minaccia” equivale a “provo disgusto, allora c’è una contaminazione”, con la diferenza che entrano in gioco emozioni diverse (Verwoerd et al., 2013). Quindi l’errore cognitivo sottostante l’evitamento potrebbe essere comune ai due tipi di esperienza emotiva.

Di seguito verranno riportate le evidenze nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo a favore di una distinzione tra evitamento in termini di paura in una situazione valutata come minacciosa, e tra evitamento della situazione che genera disgusto.

Innanzi tutto, studi clinici hanno appurato che l’affettività negativa, ansia e depressione, non sono dei fattori determinanti per il legame tra Propensione al Disgusto (PD) e sintomi di paura della contaminazione nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo, mentre è la PD stessa ad essere determinante (Olatunji et al., 2016, Melli at al., 2016, Melli et al., 2015b, Ludvick, Boshen & Neuman, 2015). Quindi l’ansia non è uno dei fattori che spiegano statisticamente questo legame.

In uno studio di Melli e collaboratori (2015a), gli autori hanno sviluppato una scala per distingure due dimensioni possibili all’interno di paura della contaminazione: l’evitamento del danno, e l’evitamento del disgusto, per verificare se la minaccia o se l’emozione stessa di disgusto generino l’evitamento in un campione di pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo. La scala è stata chiamata Contamination Fear Core Dimensions Scale (CFCDS), composta da 8 item, 4 per evitamento del danno e 4 per l’evitamento del disgusto. All’individuo è poi richiesto di dare un punteggio su scala Likert da 0 a 5 per ogni singolo item. Gli autori trovarono come l’evitamento del disgusto fosse associato al sintomo di contaminazione e al contagio mentale, mentre l’evitamento del danno fosse maggiormente associato al sintomo di responsabilità (Melli et al., 2015a).

Hanno quindi dimostrato come queste due dimensioni siano distinte, sebbene correlate, ed entrambe parte della paura della contaminazione. Inoltre la forza dello studio riguarda l’attenzione posta a meccanismi motivazionali di evitamento della contaminazione, cioè se sia la motivazione a evitare di provare disgusto o la paura verso una minaccia (Melli et al., 2015a).

È il disgusto a scatenare l’evitamento o qualcos’altro? Per esempio, si è indagato il ruolo dei pensieri ossessivi come attivatori (Melli et al., 2016). I risultati hanno dimostrato come i pensieri ossessivi non siano di fatto mediatori, ma che ci sia una relazione diretta tra PD e paura del contagio. Ancor più interessante, gli autori hanno svolto lo studio con un campione di pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo, predicendo come nel campione generale solo coloro che presentavano il sintomo di contaminazione avrebbero mostrato questo pattern. Un risultato che sarebbe stato poco sorprendente se si fosse tenuto conto di un campione di soli pazienti con sintomo di contaminazione. Quindi gli autori hanno sottolineato come, in generale, durante il trattamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, nel momento in cui vi sia la presenza di paura per il contagio, vada tenuto conto della propensione al disgusto del paziente (Melli et al., 2016).

È quindi plausibile interrogarsi riguardo al ruolo della PD negli altri sintomi. In un lavoro di Olatunji e collaboratori (2016), composto da tre studi, in realtà si è visto come in base a quali misure si utilizzino, la PD può spiegare con più o meno forza sintomi di contaminazione o tutti gli altri sintomi. Infatti nel primo studio che analizza la propensione al disgusto attraverso la Disgust Scale, i sintomi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo attraverso il Padua Inventory, e l’ansia attraverso l’Anxiety Sensitivity Index-3, la DP spiegherebbe maggiormente i sintomi di contagio del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, ma mediata dall’ansia. Nel secondo studio proposto, la Disgust Scale per la PD, l’Obsessive-Compulsive Inventory OCI-R per i sintomi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo, e la Depression Anxiety Stress Scale per l’ansia, la relazione tra PD e sintomi di contagio non è significativamente diversa dalla relazione tra PD e tutti gli altri sintomi. Mentre nel terzo studio in cui si prende in considerazione sia PD che sensibilità al disgusto, e la sintomatologia DOC misurata attraverso la Dimensional Obsessive-Compulsive Scale DOCS, entrambe le dimensioni di disgusto sono collegate con più forza ai sintomi di non contagio, invece che alla contaminazione stessa (Olatunji et al., 2016).

Altri sintomi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo e disgusto: quali relazioni?

Nonostante lo studio abbia sottolineato come il disgusto possa essere un mediatore nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo in generale e non solo della contaminazione, gli autori non distinguono quali siano gli altri sintomi coinvolti, e in quale entità. Effettivamente gli autori hanno anche messo in luce come, in base al tipo valutazione, i risultati cambino. Indipendentemente da tutto ciò, è anche plausibile che altri sintomi siano sì spiegabili in termini di disgusto, ma attraverso la mediazione di altri elementi.

Per esempio, se per il sintomo di eccessiva responsabilità, la PD possa essere mediata, o vada in parallelo, al tratto di colpevolezza (Melli et al., 2015b). Gli autori, al di la di controllare sia dimensioni affettive come ansia e depressione, hanno studiato un campione clinico discriminato attraverso la DOCS.  Con analisi di regressione, gli autori hanno trovato come il tratto di colpevolezza non predica la sintomatologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, mentre la propensione al disgusto sia un predittore non solo della contaminazione, ma sorprendentemente anche dell’ossessione di simmetria e ordine. Mentre per sintomi come responsabilità degli errori e inaccettabilità dei pensieri non erano predette né dalla PD né dalla colpevolezza. Quindi si potrebbe ipotizzare che, attraverso la mediazione tra PD e ossessione della simmetria e dell’ordine, il paziente con DOC proverebbe disgusto e quindi metterebbe in atto le compulsioni per placare la sensazione di non essere completo, e quindi disgustoso, ma non per evitare una minaccia futura (Melli et al., 2015b).

Ma tale ipotesi non è ancora stata testata. La forza di tale articolo riguarda l’importanza che anche il disgusto possa elicitare i comportamenti compulsivi per placare la contaminazione, ma potenzialmente anche per altri sintomi del DOC.

Quindi, una volta appurato che la propensione al disgusto è in stretto legame con contaminazione, e forse con altri sintomi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, è lecito chiedersi se ci sono, e quali possano essere, dei mediatori cognitivi all’interno di questa relazione. Infatti, si è visto come, in un campione non clinico, un errore cognitivo sia presupporre che si possa essere contaminati in situazioni innoque (Verwoerd et al., 2013).

La contaminazione mentale

In uno studio di Melli e collaboratori (2014) si investiga se vi sia una componente di contaminazione mentale (CM), meccanismo cognitivo attraverso cui si prova disgusto senza che sia effettivamente presente un oggetto contaminante, dunque attivata anche solo dal pensare o ricordare qualcosa di disgustoso, sporco o immorale. Di conseguenza il paziente con Disturbo Ossessivo-Compulsivo può risolvere tale sensazione mettendo in atto una compulsione. In questo studio la contaminazione mentale è stata misurata attraverso la Vancouver Obsessional Compulsive Inventory – Mental contamination scale VOCI-MC. Gli autori trovarono che in un campione clinico di pazienti, con la presenza del sintomo di contaminazione, nel 61,9 % del campione era presente anche la contaminazione mentale. Ma ancor più interessante, se si inserisce come mediatore la contaminazione mentale, la correlazione tra PD e contaminazione nel DOC si rafforza (Melli et al., 2014). Gli autori hanno proposto che individui con un’ alta contaminazione mentale, nel momento in cui sono posti in una situazione innocua, possano sentirsi più disgustati di individui che hanno una bassa CM. Dunque hanno ipotizzato di testare se tali individui possano mettere in atto compulsioni compensatorie più intense o frequenti, e in caso affermativo creare proposte di trattamento più efficaci (Melli et al., 2014).

Ma questo risultato, e la successiva ipotesi, riguardano la contaminazione mentale senza che il campione sia stato sottoposto a una situazione, ma attraverso l’analisi statistica di mediazione tra diverse scale, la VOCI-MC, la DOCS per contaminazione, e la Disgust Proponsity Questionnaire. Potrebbe essere interessante integrare un disegno sperimentale, come quello degli scenari potenzialmente contaminanti di Verwoerd e collaboratori (2013), in un campione clinico, o in un campione con punteggi alti alla VOCI-MC.

Ma prima di testare il ruolo della contaminazione mentale in una situazione innocua, o nell’evocazione di un ricordo di qualcosa di dannoso, ne va chiarita la relazione con la PD e la contaminazione da contatto vera e propria. Infatti, una volta che si è distinto tra paura e disgusto per qualcosa di minaccioso, in termini di evitamento del danno o del disgusto (Melli et al., 2015a), la CM potrebbe agire solo su uno o su entrambi i tipi di evitamento (Melli at al., 2017).

In un campione di pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo, in cui vi erano pazienti con sintomi primari di contaminazione, vi è una forte correlazione tra CM, PD e evitamento del disgusto, che è significativamente maggiore di quella esistente tra CM, PD e evitamento del danno (Melli et al., 2017). Inoltre dall’analisi di mediazione e bootstrapping, la contaminazione mentale diminuise l’errore standard nella relazione tra PD e la paura di contaminazione basata sull’evitamento del disgusto, rispetto alla relazione senza mediatore. Dunque, i risultati suggeriscono che individui con alta PD in situazioni potenzialmente dannose/disgustose (contaminanti o moralmente inaccettabili), possono sentirsi contaminati mentalmente, e allo stesso tempo percepirsi molto disgustati, e entrambi i meccanismi potrebbero riattivarsi con il solo pensiero, o memoria, di quell’evento o eventi simili (Melli et al., 2017).

Riassumendo, tutti i lavori presentati riportano come il disgusto possa essere una dimensione fondamentale del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, in particolare:

  • pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo e sintomi di contaminazione hanno un’alta propensione al disgusto (Olatunji et al., 2016),
  • in base alla valutazione che si utilizza, e a quali sintomi si indagano, la propensione al disgusto è una componente diffusa del Disturbo Ossessivo-Compulsivo al di là dei sintomi di contaminazione (Olatunji et al., 2016, Melli et al., 2015b, Melli et al., 2016),
  • è possibile distinguere due tipi di evitamento dello stimolo disgustoso/contaminante, uno legato alla paura del danno/malattia, e uno legato all’evitamento del provare disgusto (Melli et al., 2015a),
  • in pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo e sintomi di contaminazione, la propensione al disgusto non sia mediata da pensieri ossessivi (Melli et al., 2016), o da tratti di colpevolezza (Melli et al., 2015b),
  • ma che un’altra distorsione cognitiva, la contaminazione mentale, possa essere un mediatore tra propensione al disgusto e evitamento del disgusto in pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo (Melli et al., 2014, Melli et al., 2017),
  • oppure che sia presente un errore cognitivo, ragionamento basato sul disgusto, in individui con un’alta paura della contaminazione (Verwoerd et al., 2013).

Quindi le valutazioni su che cosa possa essere disgustoso e contaminante nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo sono un’ enfatizzazione di normali meccanismi. Infatti, se pensiamo al modello di Rozin (1987, 2000, 2009), la funzione del disgusto è di allontanarsi, e quindi di evitare, lo stimolo dannoso. La valutazione se allontanarsi o meno si basa su due leggi che definisce “magiche”, quindi non provabili empiricamente. Le due leggi simpatetiche, infatti, “impongono” che: una volta in contatto con qualcosa di contagioso, si rimarrà contaminati sempre (legge del contagio); e due oggetti che appaiono uguali nella forma, lo saranno anche nella sostanza, quindi se uno è disgustoso e pericoloso, lo sarà anche l’altro (legge della similarità) (Rozin & Fallon, 1987; Rozin & Haidt, 2000). Appare ovvio come, se le due leggi sono applicate in contesti non così pericolosi, un individuo possa comunque magnificarle, e quindi avvertire un maggiore senso di pericolosità in termini di alta propensione al disgusto. Inoltre, se pensiamo al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, in cui è presente un ragionamento basato sul disgusto e/o contaminazione mentale, l’agito evitante o compulsivo appaiono come una possibile soluzione disfunzionale.

Tipi di evitamento e terapia

Da un punto di vista terapeutico, rilevare, e distinguere, quale evitamento il paziente metta in atto è fondamentale: da un lato attraverso l’estinzione di quei comportamenti appresi in termini di condizionamento pavloviano, adatta per quei sintomi generati dall’ansia, ma poco utili per la paura della contaminazione mediata dal disgusto, trattabile in termini di controcondizonamento (Ludvick, Boshen & Neuman, 2015).

Infatti è stato ipotizzato che le reazioni al disgusto potrebbero essere mantenute tramite il condizionamento valutativo, ovvero il cambiamento della valenza di uno stimolo, dato dall’accoppiamento con un altro stimolo, attraverso una relazione di tipo astratto, quindi di pensiero. Tali relazioni astratte potrebbero essere le leggi magico-simpatetiche, ragionamento basato sul disgusto, e la contaminazione mentale (Ludvick, Boshen & Neuman, 2015).

Se pensiamo all’ultima, la generazione di alta propensione al disgusto potrebbe essere data da un apprendimento di tipo referenziale, dove lo stimolo incondizionato non va a predire quello condizionato, ma è solo il suo riferimento, ovvero la sola presenza dello stimolo incondizionato genera una valutazione di quello condizionato, senza che questo sia effettivamente presente (Ludvick, Boshen & Neuman, 2015). Quindi il trattamento non si baserà sull’estinzione, ma sul controcondizionamento: l’accoppiamento tra stimolo incondizionato vecchio e un nuovo stimolo condizionato a valenza positiva, per spezzare il legame precedente (Ludvick, Boshen & Neuman, 2015).

Quindi, nonostante vi siano eviedenze di una relazione tra propensione al disgusto e Disturbo Ossessivo-Compulsivo, essa andrebbe maggiormente approfondita: 1) se la propoensione al disgusto appartiene solo alla paura del contagio, o se, in parte, anche ad altri sintomi; 2) quali possano essere altre distorsioni cognitive che rafforzano il legame, oltre a contaminazione mentale e ragionamento basato sul disgusto; 3) quali possano essere i contesti elicitanti, ovvero se situazioni neutre non disgustose possano attivare la propensione al disgusto nei pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo; 4) e se esiste un legame diretto tra queste distorsioni e gli agiti compulsivi per risolverle. Infatti chiarire la relazione può dare indicazioni su quale trattamento possa essere più efficace per il disgusto (Melli et al., 2014), per esempio, se  interpretiamo il trattamento in termini di controcondizionamento di un apprendimento valutativo (Ludvick, Boshen & Neuman, 2015).

Inoltre, in letteratura, ci si è maggiormente concentrati sulla dimensione di disgusto centrale nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo, passaggio logico fondamentale se si tiene conto del modello di disgusto, e delle evidenze riportate sul DOC.

Nonostante può essere interessante indagare anche un’altra componente del disgusto, quello interpersonale. Ovvero, il disgusto interpersonale riguarderebbe la creazione di una distanza di chi è potenzialmente, o è, considerabile come disgustoso (Rozin & Haidt, 2000). Se pensiamo agli stimoli che normalmente lo generano, potrebbe essere plusibile che la valutazione del disgusto interpersonale nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo sia generata in termini di autoreferenzialità: è l’inviduo stesso lo stimolo disgustoso, oltre che gli altri. Gli stimoli che normalmente elicitano disgusto interpersonale possono essere suddivisi in quattro domini: stranezza (si riferisce al contatto con qualcosa di non familiare o di cui non si conosce l’origine), marchio morale (rifiuto di quegli individui che hanno condotte non accettabili), malattia (reazioni avversive verso i malati che ci ricordano la nostra vulnerabilità), sfortuna (repulsione per quegli individui che hanno subito una disgrazia), e in questi casi il contagio riguarda il rifiuto dell’acquisizione delle caratteristiche di quegli individui da rifiutare (Rozin & Haidt, 2000).

Quindi è ipotizzabile che individui con Disturbo Ossessivo-Compulsivo possano avere anche un’alta propensione al disgusto interpersonale, data a sua volta da un probabile meccanismo di contagio mentale o di autoreferenzialità, che genera evitamento, o tentato controllo, del disgusto.

Tuttavia queste ultime speculazioni vanno al di là di ciò che è stato presentato in questo articolo, proposto per indagare i fattori che possono aumentare la vulnerabilità nel provare disgusto. L’analisi ha riportato evidenze a favore di un legame tra disgusto e Disturbo Ossessivo-Compulsivo, e ne ha messo in luce la peculiarità, importante per l’utilizzo di nuovi trattamenti, da integrare a quelli standard.

Le onde beta e la working memory: cosa ricordiamo e cosa dimentichiamo?

I ricercatori del Massachussets Istitute of Technology in un recente studio pubblicato su Nature Communications, hanno mostrato come le onde beta fungano da “cancelli” per la working memory, determinando quali informazioni debbano essere immagazzinate in memoria e quali invece valga la pena dimenticare.

 

Il ruolo delle onde beta

Il ritmo cerebrale beta funge da “freno”, stabilendo quali informazioni, conservate nella working memory per un breve periodo di tempo, debbano essere espresse e influenzare di conseguenza il comportamento dell’individuo” afferma Mikael Lundqvist, un post-dottorato al MIT, sezione Learning and Memory e autore principale dello studio pubblicato.

In uno studio precedente (2016), Lundqvist, Miller e colleghi avevano mostrato come l’attività elettrica combinata di milioni di neuroni nel cervello generava delle oscillazioni, definite ritmi cerebrali, ognuno dei quali con una frequenza specifica; avevano inoltre evidenziato come in particolare il ritmo gamma fosse associato alla codifica e al recupero mnestico.

Trovarono poi un aumento dei ritmi gamma quando si verificava un abbassamento dei ritmi beta o viceversa e che questi ultimi fossero anche associati alle cosiddette informazioni “top-down”, cioè quei segnali, provenienti dalla corteccia, che si generano quando il soggetto sta compiendo un compito nel quale è presente un obiettivo, con il fine di portarlo a termine seguendo quelle che sono le regole del compito stesso (Lundquist, Miller, Rose, Herman et al., 2016).

Le onde beta definiscono le informazioni da conservare nella working memory

Partendo da queste evidenze, i ricercatori ipotizzarono che i ritmi beta agissero da meccanismo consapevole di controllo e selezione di quella parte dell’informazione che deve essere estratta dalla working memory.

La Working Memory (WM), secondo i ricercatori, rappresenta un “blocco da disegno” che gli individui sono in grado di controllare consapevolmente; di fatto, riportano gli autori dello studio, si è in grado di scegliere a cosa pensare, scegliere quando “pulire” la Working memory e dimenticare alcune informazioni non essenziali.
Infatti è possibile tenere a mente delle informazioni e aspettare per prendere decisioni finché non se ne aggiungono altre che possano contribuire alla scelta.

Per testare questa loro ipotesi, i ricercatori hanno registrato l’attività cerebrale di alcuni animali, in particolare dalla corteccia prefrontale, sede della working memory; la registrazione veniva effettuata mentre gli animali erano impegnati in un compito di working memory.
All’inizio veniva fatto vedere loro un paio di oggetti, ad esempio, A seguito da B, poi veniva mostrato loro un altro paio di oggetti ed essi a quel punto dovevano stabilire se A fosse seguito da B ma non da C o se B non fosse seguito da A.
Gli animali erano istruiti a rilasciare una barra nel caso in cui avessero determinato la giusta sequenza (Lundqvist, Herman, Miller et al., 2018).
Da questo compito sperimentale, i ricercatori sono stati in grado di osservare l’attività cerebrale degli animali osservando come questa variava se l’animale stava compiendo il giusto accoppiamento o meno.

Se l’animale anticipava l’inizio della seconda sequenza, teneva in memoria l’oggetto A rappresentato da un aumento delle onde gamma; se al contrario l’oggetto visto era A, allora si osservava una “caduta” delle onde beta, come se l’oggetto A fosse stato tolto dalla working memory, perché in quel momento non gli serviva per compiere l’accoppiamento.
Subito dopo le onde gamma aumentavano di frequenza e a questo punto il cervello degli animali era in grado di fare uno switch sull’informazione riguardante l’oggetto B, che per la regola appresa, deve seguire A per determinare l’accoppiamento corretto.

Quest’interazione tra onde gamma e beta, a parere dei ricercatori, agisce come ci si aspetta agisca un meccanismo di controllo volitivo, cioè le onde beta fungono da cancello di accesso per le informazioni da tenere brevemente nella working memory.

Lo studio di Lundqvist, Herman, Miller e colleghi (2018) supporta l’ipotesi per la quale le onde beta supportano il meccanismo di controllo e selezione delle informazioni da “tenere a mente”.

Le informazioni che teniamo a mente non sono stabili come se avessimo tenuta accesa una luce, un pensiero, in realtà lampeggiano in attesa di essere selezionate e ogni volta ne lampeggia una a causa delle nostre onde cerebrali” (Tim Buschman, assistente professore di all’Università di Princeton).

Violenze a scuola: applicare le linee guida redatte al MIUR

COMUNICATO STAMPA

VIOLENZE A SCUOLA, SELLINI (AUPI): APPLICARE LE LINEE GUIDA REDATTE AL MIUR NEL LUGLIO 2017

“Esperti di tutti gli ambiti e discipline, docenti ma soprattutto psicologi hanno redatto insieme ai tecnici del Ministero dell’Istruzione e su input del sottosegretario, Vito De Filippo, un documento contenete le linee guida su cui lavorare per iniziare ad affrontare il tema del disagio a scuola. Il gruppo di lavoro è stato istituito nel luglio 2017 e a dicembre ha terminato le attività. Ora, dopo i recenti fatti di cronaca che testimoniano violenza e abusi a più livelli negli ambienti di studio e formazione, è quanto mai urgente dare seguito alle indicazioni contenute in quel documento e iniziare, da subito, con serie e puntuali iniziative di prevenzione”.

È quanto dichiara il segretario generale del sindacato degli psicologi italiani (AUPI) e presidente della società scientifica, Form – Aupi, Mario Sellini, a seguito dei recenti episodi di violenza a scuola.

“Lavorare sulle linee guida redatte al Miur – prosegue Sellini – ci consentirebbe di avere uno strumento formidabile per la rilevazione e l’individuazione dello Stress lavoro-correlato. Si tratta uno strumento immediatamente utilizzabile che consentirebbe di fotografare lo stato di benessere di tutti gli operatori scolastici. Perché non applicarlo? Eppure, la rilevazione dello stress lavoro correlato è legge dello Stato. Perché non dotare la scuola di uno strumento capace di dirci, per ciascun istituto scolastico e per tutto il personale, lo stato dell’arte? Noi psicologi siamo certi che la stragrande maggioranza delle realtà scolastiche siano immuni da rischi collegati allo stress lavoro correlato. Ma quello che noi potremmo definire uno screening servirebbe ad individuare quelle (poche) realtà che dopo uno studio potrebbero presentare problematiche tali da richiedere un intervento, monitorando, nel contempo, tutte le altre. Perché non utilizzare modi di fare prevenzione che hanno dato risultati importanti in altri campi?”

Per Sellini il bollettino di guerra delle violenze nella scuola si allunga ogni giorno di più, senza scatenare misure di prevenzione efficaci.

“Genitori che picchiano e minacciano gli insegnanti; insegnanti violenti (fortunatamente pochi) con gli alunni; ragazzi che vanno a scuola con il coltello tra i libri”.

Sono anni che gli Psicologi lanciano l’allarme. Sempre più la scuola diventa il luogo dove le frustrazioni presenti ed emergenti in strati sempre più ampi di popolazione trovano l’humus ideale nel quale attecchire.

“Personale scolastico (dirigenti, docenti, ota ecc.) sempre più soggetto a pressioni e a richieste che esulano dalla mission istituzionale. Una scuola alla quale viene chiesto di sopperire a tutte le carenze della società. Una scuola alla quale viene chiesto di educare e far crescere in modo armonico i ragazzi anche quando le famiglie e le altre agenzie sociali sono inesistenti o disattente.

Come contrastare questa violenza? Qualcuno preferirebbe la repressione, il pugno duro. Qualche altro propone le telecamere in ogni classe. Qualcuno addirittura si sbilancia e, perché no, i metal detector all’ingresso. Ma siamo proprio sicuri che questa sia la strada?”

Gli Psicologi dicono no. Non è questo il modo di fare prevenzione. Con le telecamere ed i metal detector non si costruisce una scuola del benessere.

Da qui la proposta di Sellini: “Ripartiamo dalle linee guida predisposte dal gruppo di lavoro e dalle proposte operative in esse contenute, in primis dalla rilevazione dello stress lavoro correlato. Iniziamo a fare una prevenzione finalmente efficace”.

L’autostima in età evolutiva: come si costruisce il valore di Sé nei più piccoli

I bambini con bassa autostima sono coloro che hanno sperimentato qualcosa che ha fatto interiorizzare loro il fatto che non sono degni d’amore.

Introduzione: gli altri nella costruzione di autostima

L’ autostima è un costrutto in continua evoluzione che si comincia a costruire fin dai primissimi anni di vita e rappresenta il valore che ogni soggetto attribuisce a se stesso. Tale valore non è pre-esistente, ma si costruisce mediante i rimandi che le persone significative (genitori, fratelli, nonni, parenti frequentati abitualmente) danno al bambino, cioè l’idea di se stesso del bambino viene plasmata dalle informazioni che egli riceve su di lui dall’esterno.

Ciò significa che quando i genitori supportano e sostengono il bambino nelle sue scelte, manifestano affetto facendolo sentire degno d’amore e vietano determinati comportamenti contrassegnando questi ultimi come sbagliati, senza dare giudizi di valore sul bambino stesso (vale a dire “quello che hai fatto è sbagliato” e non “tu sei sbagliato” o “sei cattivo”) concorrono per costruire nel loro figlio un’immagine positiva di sé. Tuttavia, crescendo, il bambino si scontrerà con una realtà ben diversa da quella familiare in cui la fiducia in sé stesso verrà messa a dura prova.

Autostima e scuola

L’ingresso scolastico è un momento spartiacque per vari motivi all’interno della vita di un bambino. Per la prima volta si troverà solo con figure d’accudimento molto diverse dai genitori, cioè gli insegnanti, con i quali stabilirà una relazione differente, sebbene intensa, che richiederà ulteriori capacità di gestione dei rapporti. Inoltre sarà ugualmente importante affrontare il confronto con i coetanei, con i compagni di scuola e con le altre figure scolastiche con le quali verrà in contatto. In accordo con il modello bio-psico-sociale la costruzione ed il consolidamento del costrutto dell’ autostima è dipendente da diversi fattori di natura personale, relazionale, sociale e culturale ed è proprio con il passaggio a scuola che questi fattori si presentano e si impongono. Il principale ostacolo che i bambini si trovano ad affrontare mettendo alla prova la loro autostima a scuola è il voto.

Compito delle figure educative, in questa fase, è evitare l’identificazione del valore personale con il voto in pagella. In alcuni bambini con tratti perfezionisti infatti, potrebbe scattare il pensiero “ho preso 5, quindi io valgo 5”, vale a dire che si consolida come distorsione cognitiva il pensiero “Io sono il voto che mi danno”. Infatti il grado di autostima è influenzato molto dalla credenza o meno di poter raggiungere un risultato desiderato e dalla consapevolezza o meno di poter efficacemente rimediare a un insuccesso.

Ciò dipende essenzialmente da ciò che viene chiamato “Locus of Control” o “Stile di attribuzione”. Quando un bambino ha uno stile di attribuzione esterno tende ad attribuire la causa dei suoi successi o insuccessi a fattori esterni da lui (Ad es. Ho preso un bel voto perché il compito era facile/sono stato fortunato – Ho preso un brutto voto perché il compito era difficile/la maestra ce l’ha con me). Mentre quando un bambino ha uno stile di attribuzione interno attribuisce a lui stesso gli esiti (ad es. Ho preso un bel voto perché ho studiato e mi sono impegnato – Ho preso un brutto voto perché stavolta non ho studiato bene). Ovviamente sarebbe auspicabile una commistione dei due stili in base ad una valutazione obiettiva, ma non sempre ciò si verifica con conseguenti ripercussioni sull’ autostima: dallo strutturarsi del senso di colpa, quando il locus of control è sempre interno, alla deresponsabilizzazione quando è esterno.

Come riconoscere una bassa autostima nei bambini e come mantenerla positiva?

I bambini con bassa autostima sono coloro che hanno sperimentato qualcosa che ha fatto interiorizzare loro il fatto che non sono degni d’amore. Può trattarsi di un vissuto di deprivazione affettiva o trascuratezza in famiglie problematiche o in famiglie dove l’affetto non viene espresso in modo caldo ed accogliente, o esperienze che sono state metabolizzate in maniera distorta (come gelosie verso i fratelli o genitori poco presenti a casa poiché molto impegnati sul lavoro) che fanno pensare al bambino di essere sbagliato o di non meritare affetto. In genere si riscontra in bambini con locus of control interno molto rigido, in cui lo stile di attribuzione degli eventi è centrato su se stessi e, conseguentemente, le cause di ciòche accade intorno a loro vengono ricercate all’interno della persona stessa. Tutto ciò si traduce in senso di colpa poiché se i genitori si pongono in un atteggiamento di distanza affettiva, per il bambino ciò è dovuto necessariamente a qualcosa che lui ha fatto. Ricordiamo, inoltre, che buona parte dell’infanzia è caratterizzata da un tipo di pensiero definito “egocentrico”. Il bambino coinvolge se stesso in tutti gli accadimenti che lo circondano,spiegando fenomeni di varia natura con l’intervento della sua volontà, incapace di cogliere la differenza fra il proprio pensiero e quello altrui. Si tratta di una tappa assolutamente normale dello sviluppo, tuttavia è bene tenere presente che il bambino utilizza le informazioni in suo possesso, per quanto frammentarie ed incomplete, conferendo loro un significato assoluto e che ciò può giocare a suo svantaggio quando si tratta di interiorizzare esperienze positive sul proprio sé.

La bassa autostima si manifesta con atteggiamenti di chiusura, tono di voce basso, scarsa voglia di mettersi in gioco, accentuata paura di sbagliare. Può manifestarsi, altresì, con forme psicosomatiche quali disturbi gastrointestinali, cefalee, disturbi di conversione, alterazioni del controllo sfinterico, sintomi della sfera alimentare. Ciò è dovuto alla natura essenzialmente passiva di coloro che hanno poca stima di sé. Infatti sono stati individuati dalla ricerca tre stili di comportamento che sono caratterizzati da profili comunicativi ben precisi:

  1. Il comportamento Passivo ovvero subire gli altri, non essere in grado di dire la propria opinione, avere difficoltà nel prendere decisioni, pensare che gli altri siano migliori di noi, avere paura del giudizio degli altri e richiedere la loro approvazione, non essere in grado di dire di “No” ad una richiesta.
  2. Il comportamento Aggressivo ovvero non rispettare o violare i diritti altrui, essere convinti di non sbagliare, attribuire i propri errori agli altri, iper-valutarsi, non accettare il punto di vista altrui, non cambiare la propria opinione anche di fronte all’evidenza dei fatti, colpevolizzare o inferiorizzare gli altri, arrogarsi il diritto di giudicare (solitamente questo tipo di comportamento è ciò che ritroviamo nei fenomeni di bullismo).
  3. Il comportamento Assertivo ovvero non subire gli altri, non permettere che gli altri siano aggressivi, accettare punti di vista differenti, essere pronti a modificare la propria opinione,non pretendere che gli si comportino in base alle proprie aspettative, non giudicare, non essere possessivi.

La bassa autostima porta ad un circolo vizioso di ciò che viene definito “impotenza appresa”. Svalutare se stesso e le proprie risorse porta il bambino a crearsi delle aspettative negative sui compiti che dovrà affrontare, condizionandolo nel pensiero e nei comportamenti (ciò comporta disagi come ansia da prestazione e scarsa motivazione data dalla distorsione cognitiva di pensieri come “Non sono capace”; “Non ce la farò mai” etc..) e causando inevitabilmente il fallimento del compito stesso. Ciò andrà a rinforzare il pensiero iniziale e le condotte di evitamento, favorendo lo stabilizzarsi di una bassa autostima.

Il mantenimento e lo sviluppo dell’ autostima dipende dalle esperienze positive di efficacia che il bambino sperimenta giorno dopo giorno. Nello specifico è bene prestare attenzione ai seguenti fattori:

  • I successi: ovvero tutte quelle volte che il bambino sente di essere riuscito in qualcosa;
  • L’autoefficacia: ovvero il senso di competenza, il sentirsi capace di fare;
  • L’accettazione del gruppo: ovvero il senso di apprezzamento da parte del gruppo dei pari e delle persone significative;
  • La soddisfazione: ovvero la sensazione che deriva dalla realizzazione delle proprie potenzialità.

Pertanto è importante insegnare ai nostri bambini a riconoscere le loro abilità e ad individuare i loro  limiti, sottolineando e rinforzando positivamente i loro successi (ricordiamoci che per quanto possano sembrare piccoli a noi adulti per loro si tratta di grandi traguardi), promuoviamo il senso di responsabilità che favorisce un corretto stile di attribuzione e stimoliamo l’espressione emotiva in maniera tale che i bambini possano imparare a riconoscere e controllare le emozioni negative che provano senza sentirsi sbagliati.

Il ruolo della metacognizione nel gioco d’azzardo patologico

Sono state condotte numerose ricerche per investigare il ruolo della metacognizione nel Gioco di azzardo patologico, le quali hanno portato a risultati interessanti. In uno studio di Lindberg e collaboratori (2011) è stata indagata la possibile relazione tra gioco di azzardo patologico, depressione e ansia.

 

Il gioco di azzardo patologico tra le addiction

Il gioco d’azzardo patologico (GAP o problem gambling) è ormai ampiamente considerato dalla comunità scientifica come un disturbo appartenente alle cosiddette addiction, comportamenti impulsivi volti al soddisfacimento di un bisogno fisico e/o psicologico che conducono, in un consistente numero di casi, a conseguenze negative in diversi ambiti della vita di un individuo.

Il termine addiction deriva dal verbo latino addicere che in italiano si può presumibilmente tradurre con “vincolare”, “obbligare” ed è stato inizialmente utilizzato senza uno specifico riferimento all’uso di sostanze. È solo da un secolo che il termine è stato impiegato per identificare un discontrollo comportamentale conseguente l’abuso di stupefacenti (Potenza, 2006), per poi essere esteso a quelle che oggi vengono chiamate nuove dipendenze (new addiction) che comprendono tutte quelle dipendenze, senza sostanza, le cui conseguenze riguardano costi sul piano emotivo ed interpersonale, oltre che professionale e finanziario.

A causa dell’aumento esponenziale che si registra nella popolazione generale, il Gioco di azzardo patologico è oggi oggetto di numerose ricerche volte ad identificare i fattori di vulnerabilità e di mantenimento alla base del disturbo ed individuare trattamenti specifici che possano essere applicati per la cura di tale dipendenza. Sebbene la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), considerata il principale trattamento evidence-based per il Gioco di azzardo patologico, abbia mostrato efficacia nella riduzione della frequenza dei comportamenti patologici di gambling e indice di astinenza maggiore (Toneatto, 2005), ad oggi una grande mole di ricerca si è focalizzata maggiormente sugli aspetti più prettamente metacognitivi del disturbo, sottolineando quanto le credenze metacognitive (Wells, 2012) siano implicate nel mantenimento del comportamento patologico preso in considerazione.

La metacognizione e il gioco di azzardo patologico

Il modello Self-Regulatory Executive Function (S-REF) proposto da Wells e Matthews (1996) infatti si basa sull’idea cardine secondo cui esistono una serie di credenze metacognitive responsabili dei disturbi psicologici e che esse causino il mantenimento della sofferenza attraverso strategie di coping maladattive che riguardano l’attenzione (es: monitoraggio della minaccia), il comportamento (es: evitamento) e la cognizione (es: rimuginio e ruminazione).

La metacognizione è stata quindi associata a numerosi problemi di natura psicologica tra cui depressione (Papageorgiou and Wells 2003), ansia, procrastinazione patologica, problemi alcol-correlati, dipendenza da nicotina (Spada, 2006a, 2006b, 2007, 2008, 2009). Partendo da queste considerazioni sono state individuate credenze metacognitive (es: incontrollabilità e pericolosità, bisogno di controllo dei pensieri) implicate nella sofferenza psicologica che vanno a mantenere e ad aggravare i disturbi sopracitati, per cui diventa di fondamentale importanza la loro identificazione e comprensione ai fini terapeutici.

A questo proposito sono state condotte numerose ricerche per investigare il ruolo della metacognizione nel Gioco di azzardo patologico, le quali hanno portato a risultati interessanti. In uno studio di Lindberg e collaboratori (2011) è stata indagata la possibile relazione tra gioco di azzardo patologico, depressione e ansia.

A 91 soggetti con Gioco di azzardo patologico è stata somministrata una batteria di test self-report che comprendeva il Metacognitions Questionairre 30 (MCQ-30), l’Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS) e il South Oaks Gambling Scale (SOGS) il cui punteggio medio tra i partecipanti indicava un livello moderato di gioco di azzardo patologico. Le domande di cui si compone il SOGS vertono principalmente su due dimensioni del Gioco di azzardo patologico: conseguenze del gambling (SOGS-1) che riguardano per lo più problemi finanziari, e la natura del comportamento patologico messo in atto dal giocatore (SOGS-2) (Oliveira, 2002).

I risultati hanno rilevato che ansia, depressione e credenze metacognitive negative circa incontrollabilità e pericolosità sono significativamente associate alle conseguenze del gambling (SOGS-1); è stato inoltre osservato che le stesse variabili, in aggiunta alle sottoscale dell’MCQ-30 di fiducia nelle proprie capacità cognitive e bisogno di controllo dei propri pensieri sono predittori del comportamento patologico di gambling (SOGS-2).

Ulteriori analisi hanno riscontrato che le metacredenze rilevate attraverso l’MCQ-30 possono essere ritenute predittori del gioco di azzardo patologico indipendentemente da ansia e depressione, dimostrando di rivestire un ruolo cruciale a prescindere da sintomi ansiosi e depressivi.

Basandosi su questi risultati, Spada e collaboratori (2015) hanno compiuto ulteriori ricerche per comprendere in modo più esaustivo l’influenza della metacognizione sul Gioco di azzardo patologico ed in particolare hanno investigato quali siano gli scopi (goals) del gambling e quali siano i segnali di inizio e di fine del comportamento problematico messo in atto dal giocatore, facendo riferimento al modello teorico S-REF.

In questo studio per “scopo” si intende la finalità che il comportamento di gambling ha sulla regolazione cognitiva, ovvero la regolazione dei propri stati interni (Caselli, 2017), ed è stata indagato attraverso l’utilizzo della Metacognitive Profiling Interview (Wells, 2000), un’intervista semistrutturata che si compone di domande volte a tracciare il profilo metacognitivo dei soggetti.

I partecipanti allo studio (10 uomini con diagnosi di gioco di azzardo patologico) sono stati invitati a pensare ad un episodio recente di gambling e a riflettere sulla possibile presenza di pensieri negativi o stati emotivi indesiderati prima di giocare, valutando su una scala da 0 a 10 la valenza di questi pensieri/stati. Una volta elicitato l’episodio, l’intervistatore ha proceduto con le domande concernenti diverse aree della metacognizione: 1) credenze positive (es: Quale effetto credevi che il gioco avrebbe avuto sui tuoi sentimenti e pensieri?); 2) credenze negative (es: Sei riuscito ad esercitare il controllo sul gioco?); 3) scopi del gambling, segnali di inizio e fine (es: Hai utilizzato il gioco come strategia di gestione del disagio, preoccupazioni o pensieri negativi? Cosa ha segnalato che era giusto iniziare a giocare? Cosa ha segnalato che era giusto smettere di giocare?); 4) impatto del gambling sulla consapevolezza (es: Cosa è successo alla tua consapevolezza dell’ambiente circostante mentre stavi giocando?). Tutti i partecipanti hanno identificato una certa forma di pensiero perseverante come motivo principale per iniziare a giocare, come preoccupazioni economiche o familiari legate al gambling e le credenze positive riscontrate riguardavano principalmente l’efficacia del gioco nell’interrompere tale pensiero ripetitivo, mentre quelle negative l’incontrollabilità del gioco e il suo impatto sugli stati cognitivo-affettivi.

Circa gli scopi del gambling, 6 partecipanti hanno dichiarato di considerare il gioco come mezzo per risanare le difficoltà economiche, mentre 4 di loro come mezzo per migliorare lo stato cognitivo-affettivo. I partecipanti hanno inoltre affermato di non comprendere se e quando lo scopo era o meno raggiunto e che i segnali di inizio di gioco riguardavano l’idea di una possibile soluzione ai problemi o la sensazione che quello fosse il momento giusto per vincere. Tutti i partecipanti hanno riportato che il segnale di interruzione del gioco era rappresentato dall’esaurimento di denaro e che il gambling riduceva il senso di autoconsapevolezza.

I risultati di Spada e collaboratori sono in linea con il modello S-REF, dimostrando non solo che specifiche credenze metacognitive giocano un ruolo cruciale nell’insorgenza e mantenimento di comportamenti di addiction (Spada, 2013), ma che il gambling potrebbe essere considerato dai giocatori d’azzardo patologici come una strategia di coping per risolvere e/o regolare i propri stati interni (cognitivi e affettivi), con la conseguenza paradossale di incrementare la sofferenza psicologica ed i comportamenti disfunzionali associati, in un circolo vizioso che si automantiene.

Alla luce di queste nuove conoscenze circa la metacognizione e il ruolo importante che riveste nell’espressione di varie tipologie di addiction, una riflessione riguarda la possibilità che un primo intervento terapeutico di Terapia Metacognitiva (condurre il paziente verso una più chiara comprensione dei suoi processi mentali e fornirgli strategie adattive per interrompere i processi disfunzionali alla base della sua sofferenza quali rimuginio, ruminazione, soppressione dei pensieri ecc.), potrebbe essere utile nella riduzione dei comportamenti patologici tipici delle dipendenze e che un intervento più prettamente cognitivo-comportamentale che miri ad una ristrutturazione cognitiva (da applicare successivamente o in parallelo) potrebbe essere efficace nel diminuire il rischio di ricaduta.

La riduzione del comportamento patologico nell’addiction, attraverso la modifica e flessibilizzazione delle credenze che gli individui hanno circa i loro pensieri, delle modalità di rapportarsi con essi e di gestire gli eventi mentali che inducono ad agire in modo disfunzionale, potrebbe limitare la sintomatologia ansiosa e depressiva molto spesso riferita da questi pazienti, creando un terreno fertile per una terapia che aspiri ad una completa risoluzione delle problematiche emotive connesse al disturbo.

Peter Fonagy: la biografia e la teoria della mentalizzazione – Introduzione alla Psicologia

Secondo Peter Fonagy l’armonia nella relazione di attaccamento madre-bambino favorisce lo sviluppo del pensiero simbolico e la presenza di una base sicura contribuisce al processo di mentalizzazione precoce.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Chi è Peter Fonagy?

Peter Fonagy è nato a Budapest il 14 agosto del 1952 ed è uno psicologo clinico e psicoanalista. Ha studiato psicologia clinica presso l’University College di Londra, dove attualmente, è titolare della cattedra di psicoanalisi contemporanea, scienza dello sviluppo e direttore del dipartimento di psicologia clinica, dell’educazione e della salute. Inoltre, è direttore esecutivo dell’Anna Freud Center, formatore e supervisore alla British Psycho-Analytical Society, membro della British Academy, e dell’Academy of Social Sciences.
Fonagy ha ricevuto l’ Otto Weininger Memorial Award  per il suo contributo allo sviluppo della psicoanalisi contemporanea e per aver contribuito a migliorare il dialogo tra analisti e terapeuti cognitivisti.
Fonagy è autore di numerosi articoli e di oltre 16 libri.

La Teoria di Peter Fonagy

Fonagy ha fornito diversi contributi scientifici in vari campi, tra cui l’attaccamento. Egli ha approfondito, in particolare, il concetto di metacognizione o reflective self function, cioè funzione del Sé riflessivo o funzione riflessiva.
Con il termine mentalizzazione si fa riferimento ad una competenza metacognitiva dalla quale dipendono la capacità di comprendere le manifestazioni affettive altrui, la capacità di regolazione affettiva, di controllo degli impulsi e di automonitoraggio. Quindi, si tratta di processi psicologici che consentono di comprendere il proprio funzionamento e l’altrui in termini di stati mentali, cioè sentimenti, convinzioni, intenzioni e desideri.

La mentalizzazione

L’acquisizione di una buona mentalizzazione è strettamente legata allo sviluppo della teoria della mente che consente all’individuo di differenziare ciò che è da ciò si vorrebbe essere.
Un soggetto che non possiede un modello di teoria della mente, non sarà in grado di dare un senso ai comportamenti altrui, avvertendo una mancanza di controllo sulla propria vita e sull’ambiente circostante che si traduce in difficoltà a relazionarsi con gli altri in maniera adeguata.

Per comprendere la mentalizzazione non può essere trascurata la teoria dell’attaccamento; la funzione riflessiva è infatti mediata dalle relazioni di attaccamento con i caregiver, i quali devono essere, a loro volta, in grado di mentalizzare ed essere amorevoli e riflessivi, ponendo, in questo modo, le basi per un attaccamento sicuro.

Il bambino, inizialmente, non ha la capacità di discernere i contenuti mentali dalla realtà, ma li considera coincidenti. Tale capacità cognitiva è definita equivalenza psichica e consiste nell’effettuare un parallelismo tra tutto quello che è presente nella mente e il mondo esterno e viceversa.

La capacità di attribuire stati mentali intenzionali a se stessi e gli altri, però, non si sviluppa prima dei 4 anni di età.
Tuttavia, esistono dei segnali che fungono da precursori di tale attività, quali: indicare o guardare, controllare le reazioni della madre.
Tra i 6 e i 18 mesi, infatti, il bambino comincia a essere in grado di interagire mentalmente con il caregiver. Quindi, se la madre è in grado di rispecchiare lo stato emotivo presentato dal bambino, offre al figlio la possibilità di riconoscere ciò che egli stesso prova. Di conseguenza, la rappresentazione che la madre elabora dello stato affettivo del bambino, è interiorizzata dallo stesso tra le rappresentazioni del proprio Sé.
Se, al contrario, il rispecchiamento esercitato della madre è equivalente allo stato emotivo del bambino, la percezione che egli ha del proprio disagio può tramutarsi in una fonte di paura, amplificando l’emozione e perdendo così il suo potenziale simbolico.
Inoltre, se il rispecchiamento non si verificasse, o fosse contaminato dalla preoccupazione della madre, il processo di sviluppo del Sé sarà negativamente influenzato.

Secondo Fonagy l’armonia nella relazione di attaccamento madre-bambino favorisce lo sviluppo del pensiero simbolico e la presenza di una base sicura contribuisce al processo di mentalizzazione precoce.

L’equivalenza psichica

Oltre al concetto di equivalenza psichica, l’esistenza di una realtà psichica si realizza anche attraverso il  “far finta”, ovvero idee esperite come rappresentazioni senza essere sottoposte a un esame di realtà.
Questa modalità è espressa attraverso il gioco, in cui il bambino attribuisce significati agli oggetti.
Intorno al quarto, quinto anno di vita le modalità dell’equivalenza psichica e del far finta vengono sempre più integrate tra loro, e il bambino riesce a rappresentare gli stati mentali in quanto tali e riconosce che questi stessi stati costituiscono delle rappresentazioni che possono essere fallibili o modificabili, perché potrebbero essere diverse da quanto accade nella realtà.
Ovviamente in questo processo apparentemente semplice, il bambino necessita invece della presenza costante di un adulto che lo aiuti a sperimentare ripetutamente i suoi pensieri e i suoi sentimenti che devono, a loro volta, essere rappresentati nella mente del genitore, orientandoli nella realtà.

Durante il gioco, il caregiver sostanzia le idee e le emozioni del bambino creando un legame con l’ambiente esterno. Per questo, è necessario creare un legame con la realtà, individuando una prospettiva alternativa, che non è presente ancora nella mente del bambino.
Questo processo è determinante per favorire nel bambino la comprensione e l’accettazione delle due realtà, interna ed esterna, senza dover scindere il funzionamento dell’Io per mantenere una duplice modalità di pensiero. Lo scopo, dunque, è creare un continuum tra ciò che è presente in se stessi e la realtà circostante.
Quindi, la funzione riflessiva espressa dal genitore svolge un ruolo fondamentale nel processo di adattamento alla realtà, agevolando non solo lo sviluppo della capacità di gestire le proprie idee e i propri affetti, ma anche di riflettere prima di agire.
Insomma, lo sviluppo della capacità riflessiva infantile risulta essere direttamente influenzata dalle modalità relazionali espresse dal caregiver, come sensibilità, responsività e disponibilità, grazie alle quali il bambino impara e elaborare il mondo percettivo ed emotivo.

La presenza di un attaccamento sicuro, dunque, aiuta i bambini a usufruire di tutti quei processi interattivi sociali che agevolano la comprensione delle dinamiche interpersonali e di usare lo sviluppo di tutti quei processi metacognitivi, fondamentali per l’organizzazione del Sé.
Nelle famiglie in cui la capacità riflessiva del genitore è compromessa o nei casi di abuso infantile o trauma, viene meno la possibilità per il bambino di sperimentare i propri stati mentali attraverso l’identificazione con lo stato mentale dell’oggetto.

Secondo Fonagy per favorire la mentalizzazione è necessario focalizzarsi sull’importanza di condizionare i processi mentali allo scopo di modificare le rappresentazioni di sé e degli altri. Tutto questo serve per sviluppare rappresentazioni interne degli affetti volte ad aiutare il bambino a padroneggiare i propri sentimenti, distinguere l’interno dall’esterno, il reale dall’irreale, stabilire una reciprocità nel dare e avere, sviluppare la capacità di tollerare la frustrazione e posporre la gratificazione.

Lo scopo finale, secondo Fonagy, è sviluppare un processo in cui la mente è in grado di acquisire una maggiore conoscenza sul mondo, di pensare a se stesso e agli altri, e di mantenere questi processi stabili attribuendo significati a emozioni e situazioni incomprensibili.

La terapia basata sulla mentalizzazione

Fonagy e Bateman nel 2004 misero a punto la terapia basata sulla mentalizzazione (MBT) ovvero la capacità di possedere pensieri riguardanti gli stati mentali come condizioni distinte, ma derivanti dal comportamento (Bateman & Fonagy, 2004).

La mentalizzazione, dunque, origina dal sentirsi compresi dalla figura di attaccamento attraverso l’ascolto e la comunicazione, presupposti su cui fondare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Il disturbo di personalità, quindi, rappresenta il fallimento della comunicazione e della relazione di apprendimento, da cui si genera sfiducia nell’esperienza, non modificazione delle credenze sul mondo (di sé in relazione agli altri), e senso di isolamento.
Quando il paziente affetto da disturbi di personalità giunge in terapia, mostra questa sfiducia nei confronti del terapeuta e un grande senso di frustrazione. Per questo, il terapeuta proverà la stessa emozione che si tradurrà in sensazione di non essere ascoltato.
La terapia, quindi, ha lo scopo di creare le condizioni, aumentando la metacognizione, in cui la conoscenza possa essere implementata e generalizzata al mondo esterno, ponendo fine all’isolamento del paziente.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Disturbo dello spettro autistico negli adulti e riduzione della risposta cerebrale quando si sente il proprio nome

Il gruppo di ricerca EXPLORA della Ghent University in Belgio mostra come la risposta più bassa del cervello all’udire il proprio nome non sia presente solo nei bambini a rischio di una diagnosi di autismo, ma anche negli adulti con una diagnosi di autismoLo studio è stato condotto dalla dottoranda Annabel Nijhof, sotto la supervisione dei professori Roeljan Wiersema e Marcel Brass. Questo studio non era mai stato condotto prima in individui adulti con una diagnosi di disturbo dello spettro autistico.

 

La risposta cerebrale di chi è affetto da autismo quando sente il proprio nome

Solitamente quando si sente qualcuno pronunciare il proprio nome, a prescindere dal luogo in cui si trova, scatta una risposta orientativa forte e questo è considerato un aspetto importante e di successo per quanto riguarda le interazioni sociali. Le persone percepiscono l’udire il proprio nome come l’intenzione di un altro individuo di attirare la propria attenzione.
Studi precedenti hanno dimostrato come i bambini che sono a rischio di una diagnosi di autismo rispondono meno di fronte all’ascolto del proprio nome.
Questo potrebbe essere dovuto proprio al fatto che i sintomi principali del disturbo dello spettro autistico (ASD) riguardano l’interazione sociale e la comunicazione. Ed è proprio una diminuita risposta orientativa all’ascolto del proprio nome uno dei più forti predittori per lo sviluppo di un disturbo dello spettro autistico.

Il gruppo di ricerca EXPLORA della Ghent University in Belgio mostra come la risposta più bassa del cervello all’udire il proprio nome non sia presente solo nei bambini a rischio di una diagnosi di autismo, ma anche negli adulti con una diagnosi di autismo.
Lo studio è stato condotto dalla dottoranda Annabel Nijhof, sotto la supervisione dei professori Roeljan Wiersema e Marcel Brass. Questo studio non era mai stato condotto prima in individui adulti con una diagnosi di disturbo dello spettro autistico.

Lo studio

Lo studio si è occupato del confronto tra un gruppo di adulti con disturbo dello spettro autistico e un gruppo di controllo, costituito da adulti senza una diagnosi di autismo.
I partecipanti allo studio sono stati posti in uno scenario sperimentale nel quale, mentre veniva registrata la loro attività cerebrale, venivano pronunciati i nomi propri dei soggetti, il nome di altri sconosciuti ed il nome di persone conosciute, senza che fosse chiesto loro di rispondere a questi richiami.

Risultati

Dai risultati è emerso che, come previsto, nei soggetti senza disturbo dello spettro autistico la risposta cerebrale all’udire il proprio nome, rispetto all’udire il nome di altri adulti, era molto più forte. Ma per quanto riguarda i soggetti con diagnosi di autismo questo effetto preferenziale nei confronti del proprio nome era totalmente assente.
A livello cerebrale, questa differenza del gruppo sperimentale rispetto al gruppo di controllo era correlata ad una diminuita attività della giunzione temporale-parietale destra.
Studi precedenti si sono occupati di collegare la giunzione temporale-parietale destra ai processi di distinzione sé-altro e di mentalizzazione degli stati mentali altrui, processi esperiti diversamente dai soggetti con diagnosi di autismo, rispetto a soggetti senza questo tipo di diagnosi.

Applicazione dello studio

Questo studio è stato il primo a dimostrare la diversità di risposta nel cervello di adulti con disturbo dello spettro autistico all’udire il proprio nome, indicativi di deficit centrali nei processi di distinzione sé-altro, associati ad una disfunzione della giunzione temporale-parietale destra.
Questi risultati sono dunque molto importanti per aprire una serie di studi sulla possibilità di utilizzare la risposta neurale atipica al proprio nome come potenziale marker biologico dei disturbi dello spettro autistico.

Il prezzo del patriarcato. Uno studio israeliano sul sessimo: come il dominio maschile influenza negativamente il benessere di uomini e donne – FluIDsex

Uno studio condotto da Orly Bereket e Rotem Kahalon dell’Università di Tel Aviv, Israele, pubblicato sulla rivista di Springer Sex Roles, evidenzia come la polarizzazione maschile nei confronti delle donne, capace di ritrarle unicamente con una possibilità dicotomica “caste” oppure “promiscue”, influenza l’autonomia ed il benessere femminile e minaccia le relazioni intime eterosessuali.

 

Lo studio è stato condotto su 108 uomini israeliani eterosessuali, di cui il 77% minore di trent’anni ed il 55% single. I partecipanti tramite un questionario online hanno risposto ad una serie di domande, tra cui alcune sulla propria percezione della sessualità femminile, su eventuali legami tra castità/promiscuità femminile e tratti positivi/negativi, sulle loro relazioni e vite sessuali attuali e passate, se hanno oggettivato le donne e se si sono sentiti protettivi e paternalistici nei loro confronti.

I risultati hanno mostrato che il sostegno del predominio maschile influenza negativamente il benessere di uomini e donne rafforzando la disuguaglianza di genere, oggettivando le donne e limitando la loro sessualità. I partecipanti che sostenevano la dominanza maschile erano più inclini a ricreare una dicotomia femminile castità-promiscuità inconciliabile, ad oggettivare le donne sessualmente, esprimere un doppio standard che vede gli uomini più liberi sessualmente rispetto alle donne ed infine a mostrare un sessismo “benevolo” incentrato sui ruoli maschili più protettivi, rispetto a quelli tradizionali femminili, di cura.

Tale studio, avvenuto nel 2017 a Tel Aviv, e pubblicato nel 2018, dimostra come ancora alcuni uomini trovino il piacere sessuale e l’amore incompatibili. Tali credenze, come spiega il ricercatore Bareket influenzano la vita relazionale delle coppie eterosessuali:

Questi uomini possono avere difficoltà a sentirsi attratti dalle donne che amano, o amare le donne da cui sono sessualmente attratti, portando ad insoddisfazione cronica nelle loro relazioni sentimentali.

Date le conseguenze, i ricercatori invitano i terapeuti a riflettere sul patriarcato e sulla dicotomia sesso-amore con i propri pazienti. La terapia può utilizzare degli interventi psico-educativi, volti a riduzione del disagio relazionale, lavorando sul sessismo e sul dominio sociale, promuovendo empatia e rispetto verso gli altri.

 


La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

C’era una volta la prima volta. Come raccontare il sesso e l’amore a scuola, in famiglia, a letto insieme (2003) di Fabio Veglia e Rossella Pellegrini – Recensione del libro

C’era una volta la prima volta. Come raccontare il sesso e l’amore a scuola, in famiglia, a letto insieme è un libro scritto da Fabio Veglia e Rossella Pellegrini, della casa editrice Erickson. All’interno di questo piccolo manuale sulla sessualità troviamo le domande di migliaia di studenti delle scuole medie inferiori e superiori di tutta Italia.

Sharon Vitarisi – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

Commetti il più vecchio dei peccati nel più nuovo dei modi.
William Shakespeare

 

 C’era una volta la prima volta. Come raccontare il sesso e l’amore a scuola, in famiglia e a letto insieme è un libro scritto da Fabio Veglia e Rossella Pellegrini, della casa editrice Erickson. All’interno di questo piccolo manuale sulla sessualità troviamo le domande di migliaia di studenti delle scuole medie inferiori e superiori di tutta Italia. I titoli dei capitoli di questo libro sono domande emblematiche, scritte dagli studenti in forma anonima e corrispondono alla sessualità reale, così come viene vissuta prima di essere discussa. Da qui si capisce l’esigenza degli autori di trovare un linguaggio semplice, comune e immediato per parlare di un tema che molto spesso viene visto come un tabù all’interno delle famiglie e delle scuole italiane.

C’era una volta la prima volta si pone come obiettivo l’educazione alla sessualità ad ogni età e in ogni situazione di vita: “rassicura chi è in crisi sulla propria vita sessuale o sulla possibilità di educare quella degli altri, ma anche per mettere in crisi chi è troppo sicuro di sé”.

Inoltre, permette una riflessione sulle emozioni che la sessualità suscita, come rabbia, vergogna, tristezza e divertimento, per entrare in contatto con le sue diverse sfaccettature.

Gli autori mettono in gioco la loro professionalità sul tema, raccontando, mettendosi dal punto di vista dell’adolescente che sta sperimentando una fase di vita molto turbolenta e piena di riflessioni sul proprio corpo.

C’era una volta la prima volta: come raccontare e raccontarsi

Una parte del libro C’era una volta la prima volta viene dedicata ai consigli per i genitori ed educatori che vogliono comunicare e parlare di sessualità con i propri figli o allievi. L’idea di fondo è riconoscere come il sesso sia parte integrante della vita di ogni individuo e che si deve innanzitutto accettare questa condizione per poter evitare le censure e false informazioni, andando verso un’idea di sessualità migliore e più appagante. Partire dalla propria responsabilità di genitore o educatore, apprendere come entrare in contatto con la propria sessualità è il primo passo per trovare il modo più adeguato per parlarne agli altri e con gli altri.

Ciò che si sottolinea in questa parte è la necessità di trovare un linguaggio comune con cui poterne parlare, non troppo scientifico, non troppo scontato, tenendo a mente quello del corpo, che secondo gli autori è quello più immediato per parlare d’amore.

Un altro capitolo è riservato ai ragazzi che vogliono parlare di sesso con gli adulti. Sottolineano l’importanza della comunicazione, di trovare un adulto competente che riesca a rispondere e contenere dubbi e confusione, perché una scarsa informazione sulla sessualità potrebbe comportare delle conseguenze difficili da gestire.

Le dimensioni della sessualità

La prima parte di C’era una volta la prima volta si conclude con la spiegazione di quelle che gli autori definiscono “dimensioni della sessualità”. Gli autori fanno presente il loro punto di vista, dicendo che la sessualità non è il principale motore o organizzatore della vita umana, ma che può connotare qualsiasi esperienza della nostra vita.

Si inizia questo viaggio all’interno della sessualità parlando della dimensione riproduttiva, quella che garantisce la continuità della specie umana; il bisogno riproduttivo è una spinta innata insita in ogni individuo.

La seconda è la dimensione ludica, cioè, la parte più divertente della sessualità, dove al suo interno essa si trasforma in un gioco. Se si rimane solamente all’interno di questo lato del sesso si rischia di “accontentarsi, di rimanere all’interno di una caverna, in una realtà virtuale” che ha poco a che vedere con la totalità di questa esperienza.

La dimensione sociale, quella dello “stare insieme” ad un’altra persona, rende la sessualità un bisogno di costruzione e condivisione con l’altro. Qui si sgancia dalla sua missione primordiale di riproduzione, e dal semplice gioco amoroso.

Successivamente troviamo la dimensione semantica: siamo proprio lì, dove avviene l’amore. Il sesso inizia ad essere un incontro fra due corpi che necessita di una coscienza condivisa con l’altro.

Fino ad arrivare alla dimensione narrativa, all’interno della quale nasce una storia. “Nei racconti generiamo senso e significato per la vita” ed è proprio in questa realtà che si inizia a fare l’amore generando un racconto che viene condiviso con l’altro.

Infine, l’ultima, ma non meno importante, è la dimensione procreativa. Dopo aver raccontato una storia si ha il bisogno di introdurre un nuovo piccolo personaggio. Dall’amore si passa all’atto creativo di introdurre un bambino nella propria vita ed iniziare a generare nuovo senso e significato.

Parliamo di sessualità

Quanti buchi ha la donna? Perché hanno sempre voglia di quella cosa lì? Quanti orgasmi si fanno con un pieno?

Queste sono solo alcune domande che gli adolescenti italiani si sono posti mettendoli davanti a persone competenti che hanno voluto parlare di sessualità fino in fondo, con il giusto linguaggio e le giuste metodologie.

Le altre le troverete nel libro, e ognuna di esse va a comporre un capitolo di psicoeducazione sulla sessualità. Il linguaggio usato, come detto in precedenza, è intuitivo, semplice, spiega cose complesse senza giri di parole e analisi scientifiche. Mette in condizione il lettore di percepire che l’educazione sessuale non è semplice prevenzione o informazione: l’educazione sessuale è educare alla vita, alla coscienza di sé e dell’altro. La sessualità diviene qualcosa di comprensibile sia per gli educatori/genitori, sia per gli adolescenti. In ogni pagina si cerca un luogo comune e lo si scompone per trovare chiarezza e comprensione.

Inoltre, C’era una volta la prima volta porta il lettore a entrare in contatto non solo con le problematiche legate alla sfera sessuale, ma anche con i piaceri e le emozioni positive. Fare sesso non deve essere un problema, un punto spiacevole della vita che viene affrontato con ansia e perplessità, ma un atto naturale e cosciente che può portare sensazioni di piacere e anche di responsabilità verso se stessi e l’altra persona.

In conclusione, questo libro è sorgente di informazioni, domande, riflessioni e metodologie utili quando si inizia a parlare di sessualità, sia a scuola, che in famiglia. Aiuta a riconoscere le varie sfaccettature di questo tema così delicato ma fondamentale. Porta un punto di vista fresco e genuino, emozionando il lettore con parole e metafore intuitive e accessibili a tutti.

Genitori, educatori, adolescenti o semplicemente persone comuni che vogliono comunicare con sé stessi e con gli altri della sessualità, possono leggere C’era una volta la prima volta per educarsi, emozionarsi e riflettere sul sesso, per essere poi in grado di mettere in pratica quanto appreso. Nella propria intimità, oppure, davanti a un pubblico assetato di domande che ha bisogno di essere guidato nel percorso di conoscenza di sé e della propria sessualità.

Virtuale e familiare: come gestire l’utilizzo dei dispositivi tecnologici da parte dei bambini

Sempre più spesso mi capita di essere interpellata sull’utilizzo degli schermi da parte di bambine e bambini. Ecco perchè ho iniziato ad occuparmi della questione e a cercare di capire, andando dietro al nostro tempo e cercando insieme di anticiparlo, come aiutare i genitori che si trovano a dover gestire una delle forze apparentemente più ingestibile di questa epoca: il virtuale.

 

Come posizionarsi di fronte all’utilizzo di telefoni, computer e tablet?

In un convegno dello scorso settembre (Waimhbl,2017)  i colleghi psicologi presenti hanno dimostrato come adottare una posizione clinica vuol dire non giudicare gli adulti che si occupano di educazione (genitori, nonni, baby sitter, maestri, etc.) ma sostenerli, spiegando loro in quale fase della crescita si trova il bambino per capire i suoi bisogni specifici.

Se si pensa ai primi mesi di vita, è evidente che per crescere si ha bisogno di toccare gli oggetti, metterli in bocca, odorarli, manipolarli, poi lanciarli, riprenderli, in pratica farli propri. La visione passiva impedirebbe dunque di sperimentare il mondo in modo attivo, di vivere la sensazione concreta di poter agire su di esso. Si può allora riflettere insieme sul fatto che il tempo passato davanti ad uno schermo permette di utilizzare solo due sensi: vista e udito. Che cosa succede allora se non si usano tutti e cinque i sensi? Come professionisti dell’infanzia, non si puo ignorare che numerose ricerche dimostrano e confermano i pericoli della televisione e dell’uso dello schermo in particolare prima dei tre anni (Ripamonti, 2016).

Tutto il tempo passato davanti agli schermi non è “perso” ma è di certo un tempo in cui non vengono utilizzate le capacità primordiali che sono innate per il gioco e adeguate all’età.

Secondo il report tecnico dell’AAP (American Academy of Pediatrics (Reid Chassiakos et al., 2016) bisogna considerare che per un bebé di pochi mesi, il ritmo rapido delle immagini, dei colori e dei suoni sono di una intensità largamente superiore alle stimolazioni abituali della sua vita quotidiana. Uno schermo acceso cattura l’attenzione ma rischia di renderlo eccitato, agitato e di nuocere alla sua concentrazione. Ci tengo a sottolineare che rischia: ciò significa che utilizzare un tablet per giocare non equivale necessariamente a compromettere il suo apprendimento, ma certamente a disinvestire nella relazione, con gli altri e con se stessi.

Relazione con se stessa e con se stesso

Il gioco è fondamentale per sviluppare creatività e capacità creative, intellettuali ma anche emotive; giocare permette di confrontarsi con l’apprendimento e il divertimento ma anche con due punti essenziali, purtroppo spesso dimenticati, se non rimossi: la noia e la solitudine. La bambina e il bambino devono poco a poco imparare a sostenere l’assenza, il vuoto e la monotonia; nel caso di un tablet, ecco un oggetto esterno che riempie, in modo facile e immediato, il vuoto interno, impedendo di poter restare all’ascolto delle proprie emozioni e di gestire ogni piccola e grande frustrazione.

L’uso frequente delle nuove tecnologie non sembra aiutare lo sviluppo della capacità sociali del bambino. Il tablet rischia di scoraggiare l’interazione sociale in anni nei quali nel cervello avvengono importanti sviluppi neuronali e neurogenerativi. Una prima conseguenza, derivante dall’isolamento nel quale si immergono bambini rapiti dal loro gadget tecnologico, è una minore capacità nella comunicazione (Solo Tablet, 2013).

Dunque, meno gioco reale in solitudine, meno gioco reale in compagnia.

Relazione con gli altri

Le esperienze intersoggettive tra madre, padre e figlio ma anche tra fratelli e sorelle contengono emozioni condivise che permettono al bambino e alla bambina la sintonizzazione con l’altro,  in modo tale che le esperienze piacevoli siano amplificate e che quelle negative siano ridotte e contenute, con una intenzione congruente per capirsi e stare bene.

E’ possibile osservare nelle nostre stesse famiglie come la comunicazione quotidiana si intrecci ormai sempre più frequentemente con il tempo dello schermo: le conversazioni telefoniche dirette e vocali si sommano alle interazioni che avvengono tramite le applicazioni. Il risultato è che figli non solo passano sempre più tempo davanti ad uno schermo, ma vedono i propri genitori farlo, negli orari e nei momenti in cui prima si era “irraggiungibili”.

I momenti adatti e consacrati alla relazione diventano sacri allora per ogni membro della famiglia!

Nessun programma televisivo può avere lo stesso valore di una parola veramente indirizzata ad un figlio, ad una figlia e aggiungerei che i piccoli hanno tanto bisogno che si racconti loro delle storie, quanto i grandi hanno piacere nel farlo.

Secondo i colleghi che si occupano di studiare l’argomento (Waimhbl, 2017) non esiste ancora sufficiente letteratura scientifica per poter arrivare a confermare le ipotesi sulla tossicità degli schermi ma è evidente, ad ogni livello, il rischio del tempo sottratto alle interazioni sociali.

Insomma, fra familiare e virtuale non si dovrebbe compiere una scelta: il virtuale può e deve essere utile a costruire il familiare. Come ci ha insegnato Donald Winnicott, non esiste un bambino: esiste una relazione.

Nuove cellule staminali sono state trovate nel cervello degli adulti

Gli autori del presente studio sono riusciti a rintracciare per la prima volta le singole cellule staminali e la loro progenie neuronale all’interno del cervello adulto. Questo studio fa luce su come i nuovi neuroni vengano prodotti durante l’intero arco della vita.

 

Come si formano le nuove cellule staminali nel cervello adulto

La generazione di cellule nuove si pensava finisse al termine dello sviluppo embrionale, tuttavia recenti ricerche hanno dimostrato che il cervello adulto può generare nuove cellule per tutta la vita. Una delle aree in cui questo accade è l’ippocampo, una struttura cerebrale implicata in molti dei processi di apprendimento e memoria, svolge un ruolo importante nella formazione delle memorie esplicite e nella trasformazione della memoria a breve termine in memoria a lungo termine.

In un nuovo studio pubblicato su Science, il laboratorio di Sebastian Jessberger, professore del Brain Research Institute dell’Università di Zurigo, ha mostrato per la prima volta il processo attraverso il quale le cellule staminali neurali si dividono e i neuroni neonati si integrano nell’ippocampo del topo adulto. Lo studio, condotto da Gregor Pilz postdoc e dalla studentessa di dottorato Sara Bottes, ha utilizzato l’imaging in vivo a 2 fotoni e l’etichettatura genetica delle cellule staminali neurali per osservare le divisioni delle cellule staminali nel momento in cui si sono verificate, e per seguire la maturazione delle nuove cellule fino ai due mesi.

Osservando le cellule in azione e nel tempo, il team ha mostrato come la maggior parte delle cellule staminali si dividono solo per pochi round prima che maturino nei neuroni. Questi risultati offrono una spiegazione sul perché il numero di cellule appena nate diminuisce drasticamente con l’avanzare dell’età. “In passato era ritenuto tecnicamente impossibile seguire le cellule staminali monocellulari nel cervello nel corso del tempo, data la profonda localizzazione dell’ippocampo nel cervello“, ha detto Jessberger.

Ha aggiunto che la svolta è stata resa possibile solo formando una squadra interdisciplinare. “Siamo stati fortunati che un gruppo di collaboratori, tra cui Fritjof Helmchen del Brain Research Institute e David Jörg e Benjamin Simons dell’Università di Cambridge, si siano uniti per mettere insieme le loro competenze nell’imaging cerebrale profondo e nella modellazione teorica, che ci ha permesso di ottenere e interpretare i nostri dati.”

Lo studio ha risposto a domande di lunga data, ma i ricercatori hanno affermato che questo è solo l’inizio di molti altri esperimenti volti a capire come i nostri cervelli siano in grado di formare nuove cellule per tutta la vita. “In futuro, speriamo di essere in grado di utilizzare cellule staminali neurali per la riparazione del cervello – ad esempio per malattie come l’invecchiamento cognitivo, il morbo di Parkinson e l’Alzheimer o la depressione maggiore“, riassume Jessberger.

13 reasons why it’s no longer a wonderful life: la serie TV “Tredici” e la psicologia del suicidio

È passato abbastanza tempo dalla diffusione della serie TV Tredici (13 reasons why) e forse è possibile parlare del finale senza rovinare la sorpresa. Come si dice? Senza spoilerare; rovinare però è una traduzione migliore e precisa.

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta il 30/01/2018

 

Attenzione, da qui spoiler! La protagonista alla fine si suicida. Senza pretendere di recensire la qualità della serie, riflettiamo insieme sulla rappresentazione del suicidio. Molto è stato scritto e detto dai tanti addetti alla psicologia che hanno visto lo spettacolo. Tra i tanti pareri, colpisce quello di Psychology Today che nota come la serie, accanto al merito di sensibilizzare il pubblico sul disagio giovanile, il bullismo e la violenza sessuale, ha il difetto di concludere la storia con un suicidio presentato con tratti irrealistici che finiscono per rafforzare alcune delle fantasie tipiche delle persone a rischio.

Tredici: il suicida come spettatore di vendetta

L’intera serie TV Tredici ruota intorno alla stupefacente capacità della protagonista di influenzare dopo la morte il gruppo dei coetanei che l’ha fatta soffrire e che in qualche modo ha creato del ragioni del suicidio. Non intendiamo giudicare le scelte di sceneggiatura e drammaturgiche. Non si può negare che l’idea funzioni e che leghi lo spettatore alla storia. La serie di cassette lasciate da Hannah, la ragazza suicida, ipnotizza non solo gli altri personaggi della serie ma soprattutto lo spettatore. Scelta quindi drammaturgicamente azzeccata, psicologicamente però rischiosa. Perché? Perché questa è proprio una delle tipiche fantasie di chi ha pensieri suicidari. Invece di comprendere che uccidendosi pongono fine alla propria vita, alcune persone a rischio si crogiolano nell’immaginare gli effetti del loro atto sui loro conoscenti, quasi illudendosi di essere ancora vivi dopo la morte, ma vivi in maniera diversa, dietro le quinte e al tempo stesso più potenti, capaci di tirare le file, di condizionare la mente e la vita di chi è ancora vivo. Ed è quello che riesce a fare la protagonista di Tredici con le sue cassette. Dopo morta è più viva che mai, tutta l’esistenza dei suoi amici, dei suoi compagni di scuola e dei suoi parenti è piena del fantasma della morta alla quale non riescono a smettere di pensare, con la quale non riescono a smettere di interagire come se fosse ancora viva. Ma non lo è. È morta. E lo spettatore lo dimentica a sua volta.

Hannah vive dopo la morte e ci riesce con le cassette e con il suo inquietante agente rimasto tra noi, il terribile Tony, rimasto tra i vivi ma con un ruolo di messaggero della morta e forse di tutti i morti, angelo custode e accompagnatore nell’aldilà dei trapassati come Ermes psicagogo e anzi di più, visto che è in grado di fare anche il movimento contrario riportando continuamente Hannah in vita dall’aldilà con le sue cassette.

Tredici e La vita è meravigliosa: due modi di vedere al suicidio

È un modo di trattare il suicidio pessimistico e deprimente. Non si tratta di squalificare le sofferenze della ragazza o di banalizzare il bullismo. Si tratta però di opporsi alla presentazione del suicidio come mezzo efficace per prendersi le proprie rivincite. Volendo assumere la posa dei laudator temporis acti, possiamo ricordarci di un’altra opera che ha fatto un uso simile eppure diverso della rappresentazione del suicidio come mezzo per risolvere le ingiustizie. Il classico La vita è meravigliosa di Frank Capra, in inglese It’s a wonderful life. Anche lì c’è un protagonista maltrattato dal destino e dalla cattiveria umana e anche lì c’è un pensiero di morte per suicidio, gettarsi da un ponte nel fiume gelido e in tempesta durante una tormenta di neve notturna. Il suicidio è scongiurato dall’intervento metafisico di un angelo molto diverso dall’inquietante Tony: Clarence, il buffo angelo di seconda classe. La salvezza però non scongiura le fantasie di morte di George Bailey, il protagonista recitato da James Stewart. Certo, non sono più fantasie suicide ma di non essere mai nato e che però seguono di pochi minuti pensieri suicidari veri e propri. Fantasia così tenacemente invocata che infine viene soddisfatta: d’accordo, vediamo cosa accadrebbe se tu non fossi nato, dice il rassegnato Clarence al disperato George Bailey.

L’effetto è opposto a quello di Tredici. Il protagonista si rende conto che la sua morte, lungi dal risolvere i problemi, non solo non lo rende più potente e capace di controllare gli eventi e la mente degli altri, non solo lo annulla come essere vivente ma produce uno scenario oggettivamente più infelice e più negativo. Improvvisamente George Bailey si rende conto di tutte le cose buone che ha fatto vivendo e che non si sono realizzate perché lui non è nato. Suo fratello è morto annegato perché lui non era lì a salvarlo. La città è in mano a un banchiere senza scrupoli perché lui non ha gestito e fatto prosperare la cooperativa per piccoli risparmiatori ereditata dal padre. Sua moglie è sola e i suoi figli non sono mai nati a loro volta. E così via.

Il paragone è in parte discutibile perché non si tratta di suicidio ma di non nascita. Tuttavia –accanto al fatto che George Bailey aveva fantasticato il suicidio nel fiume- c’è un dettaglio che rende l’accostamento ancora più credibile. In entrambi i casi, sia in “13 reasons why” che in “It’s a wonderful life”, l’innesco della catastrofe finale è dato dallo smarrimento sbadato di una somma di denaro che va versata in banca. L’analogia è così forte da far venire il dubbio che gli autori di Tredici l’abbiano inserita volontariamente.

In entrambi i casi lo smarrimento dei soldi è interpretato dal protagonista come conferma che tutto gli va storto, che lui o lei è un’incapace e scatena la disperazione finale, l’autoflagellazione vittimistica e la decisione di ripudiare la vita. Decisione che in It’s a wonderful life è ottimisticamente smentita in maniera realistica e convincente. George Bailey ha fatto tante cose buone nella vita e farle sparire non nascendo ha un effetto malefico e terribile. In Tredici invece la bontà della decisione è confermata. Il suicidio determina la consapevolezza nei tormentatori del male fatto a Hannah, quasi suggerendo che abbia fatto bene a uccidersi.

E allora facciamo i laudator temporis acti fino in fondo. I tempi sono bui se pensiamo che la vita non solo non valga la pena di essere vissuta ma che non vivendola il mondo migliori. La vita era meravigliosa al tempo dei film di Frank Capra mentre oggi una serie TV ci da almeno Tredici ragioni per le quali potrebbe non esserla più.

Super Mario nella Terapia Metacognitiva Interpersonale – Narrativa & Psicologia

Loredana è una giovane donna apparentemente forte e decisa. Solare, con una smania addosso di dover far star bene gli altri, per poi perdersi nella ricerca della sua di felicità. Non a caso è un medico.

 

Si è presentata nel mio studio circa sei mesi fa, ancora ricordo quel giorno, aveva fatto forse due minuti di ritardo (se così si può chiamare) ed era mortificata oltre che trafelata! Mi chiarisce subito che mi ha contatta perché vuole “imparare a vivere le relazioni con più serenità” e mi spiega che per lei significa non sentirsi sottomessa, sfruttata e dipendente.

In questi sei mesi abbiamo parlato a lungo della relazione con Alberto, conosciuto un anno fa a casa di amici. Lo descrive come un tipo deciso, verbalmente aggressivo a volte, imprenditore di grande successo. Lo stima e ammira molto, ma la relazione è piuttosto complicata e Loredana sente che le “manca il fiato”. Oscilla tra il sentirsi poco per lui al percepirsi troppo in altri casi. E nessuna delle due situazioni è serena. La prima la porta ad assecondarlo, a sentirsi estremamente influenzabile; la seconda costretta e sfruttata: “Gli sto dando troppo per quello che merita“. È un’altalena continua che si ripete in ogni seduta.

Loredana sta male. In questi mesi abbiamo parlato della sua famiglia, del rapporto con i genitori, dei rapporti passati in cui ha sempre deciso lei di interrompere le relazioni, abbiamo analizzato gli eventi più recenti legati ad Alberto. Da queste narrazioni, in linea con la terapia metacognitiva interpersonale, abbiamo ricostruito uno schema interpersonale patogeno a partire dal desiderio di autonomia. Loredana vorrebbe assecondare i propri desideri ma: da una parte percepisce la reazione dell’altro che ostacola e controlla e porta una risposta del sé rabbiosa e orientata alla fuga dalla relazione con conseguente immagine di sé indipendente e capace; dall’altra percepisce l’altro sofferente, la reazione emotiva è legata al senso di colpa e ad un’immagine di sé di persona cattiva, dannosa che può per questo perdere l’amore della persona amata. In quest’ultimo caso si attiva l’accudimento invertito alla vista dell’altro che sta male e il conseguente timore di essere abbandonata o non voluta se non fa qualcosa per riparare alla sofferenza altrui.

Se dovesse rimanere sola sente di non essere al sicuro perché crede di non poter provvedere a sé stessa, di non esserne capace e prova paura. Loredana mi dice: “Mi immagino come Super Mario, il personaggio del videogioco, quando cade e sprofonda nel vuoto. Questo è per me la chiusura di una relazione… non aver fatto un salto abbastanza lungo per raggiungere l’altra sponda. Poi per carità la relazione, come il gioco, non è mica facile… gente che vuole ucciderti (ride) ma nel percorso a volte trovi pure dei funghi magici e ti senti grande, pieno di energie e vai avanti nonostante le insidie e gli ostacoli perché sai che poi riassaporerai quei brevi ma intesi momenti in cui ti senti al sicuro”.

L’ultima volta prima dell’estate l’ho vista in lacrime, dopo l’ennesima lite con Alberto, mi ripeteva “Non posso farcela, non ne sono capace, non sto bene da sola, non sto bene con qualcuno, non ne uscirò mai“. Doveva recarsi ad una cena con le amiche per salutarle prima dell’estate mentre l’ufficio di Alberto aveva organizzato all’ultimo minuto una cena con compagne/compagni al seguito. Lui ha un ruolo importante in azienda e ha “costretto” Loredana ad andare con lui: “Mi sono sentita in colpa perché ha iniziato a dirmi che le fidanzate degli altri non fanno così, aiutano il proprio compagno, sono presenti quando è necessario… non riuscivo a credere a quello che diceva, sapevo che non era così eppure… sono andata a quella cavolo di cena! Si può immaginare la discussione furiosa dopo”. Loredana ha chiaro lo schema ma al momento, com’è normale in questa fase della terapia, riesce a vedere di esserci stata dentro solo dopo l’abbassamento del tono emotivo.

Decido allora di fare un esercizio in immaginazione a partire da un episodio narratomi precedentemente con l’idea di attuare un reparenting e accedere alle parti sane. Loredana all’epoca aveva circa quindici anni e ricorda la madre che in lacrime le chiede di restare a casa perché ha bisogno di lei; ha discusso con il padre e non vuole rimanere sola. Nell’esercizio Loredana rivive la scena, sente nuovamente il senso di colpa, “un pugno allo stomaco”, e nel farlo troviamo inaspettatamente un elemento in più nella direzione del reparenting che avevo pensato di attuare: ricorda che la madre le aveva detto che poteva uscire, il viso abbattuto certo ma amorevole, ma che è la stessa Loredana a scegliere di non andare fuori con il ragazzo. Al termine dell’esercizio Loredana è scossa. “Loredana abbiamo visto un punto molto importante. Ha fatto una scelta mossa dal senso di colpa. Il timore che l’altro possa stare male e abbandonarla se non è una brava figlia, e oggi se non è una brava compagna, la spinge a reprimere ciò di cui lei ha bisogno. Ma lei può scegliere se assecondare questo senso di colpa o andare nella direzione di ciò che desidera”. Loredana ripensa all’episodio del passato: “Tornando indietro non so cosa farei oggi”. Le dico di contattarmi se non sta bene nei giorni successivi, perché non ci vedremo per circa tre settimane.

Il 5 settembre è di nuovo nel mio studio.

Loredana (L): sono partita alla fine…

Terapeuta (T): ah bene con Alberto allora? Parigi mi aveva detto…

L.: No… me ne sono andata a mangiare burritos in Messico! (Ride)

T.: Messico?!

L.: Sì ne avevo bisogno… Non sapevo più cosa volevo, o forse chi ero. Dopo l’ultima seduta ero molto confusa, per la prima volta ho come capito che potevo fare qualcosa, che non era così scontato dover per forza aiutare e limitarsi. Forse non volevo andare lì per un motivo preciso ma di certo dovevo fuggire. In fondo non è spesso cosi? Non sappiamo più se volevamo scoprire un posto nuovo o sotterrarne uno vecchio, non crede?

T.: Ora che mi ci fa pensare può capitare, crede sia questo il caso allora? Fuggire? E da cosa?

L.: Eh qui viene il bello (ride) forse da me stessa, non saprei… Dalla mia testa (ride di nuovo) come se parlare un’altra lingua ci cambiasse non solo la forma dei pensieri ma anche il contenuto! “Te echo de menos” come se dirlo così non significasse sempre “mi manchi”, come se quelle parole nuove potessero placare l’emozione che contengono.

T.: Una bella osservazione. Trovo curioso che abbia scelto proprio questa frase come esempio, mi vuole aggiungere qualcosa? Stava ripensando a qualcosa in particolare?

L.: Probabile… Be’ durante i miei viaggi ho sempre sentito la nostalgia di ciò che lasciavo quando ero in un posto nuovo e poi sentivo nostalgia di quel luogo o di quelle persone al ritorno. Come se non fossi stata mai presente nel momento che stavo vivendo. Ma con il capo girato dietro le mie spalle a guardare quello da cui mi ero allontanata, insomma l’opposto del pensiero mindful che abbiamo visto insieme (ride). Ho capito questo mentre camminavo sotto la pioggia con i vestiti appena ritirati in lavanderia in una stradina di Tulum. Sentivo la pioggia rinfrescante sulla mia pelle e mi sentivo libera. Avevo sbagliato strada e non ritrovavo l’albergo. Una sensazione bellissima di paura ma nello stesso tempo di gioia della scoperta e della libertà di essere sola. Di poter inevitabilmente pensare solo a me stessa senza sensi di colpa. L’angoscia della solitudine a braccetto con la felicità della libertà di essere chi vogliamo. Perdersi, ma forse è in quelle occasioni che ritroviamo noi stessi. Forse è questo il vero viaggio. Ma per perdersi è necessario cambiare strada e forse andare lontano. E soffrire forse. Almeno un po’. Cioè sentirsi più… non saprei dire… In bilico. Non so come quando ci alziamo velocemente e abbiamo un capogiro, ecco quella sensazione. Stai per cadere ma non cadi, ti sembra di essere in una realtà parallela ma sai di essere ancora in questo mondo. Ci sei e non ci sei. L’incertezza.

T.: Questo ha provato in quel momento? 

L.: Sì totalmente! In effetti quella sensazione l’ho provata più volte… Intendo l’incertezza, paura e libertà e poi anche poter costruire una nuova me. Nessuno mi conosceva, e probabilmente delle persone incontrate non rivedrò nessuno. Puoi essere cioè che vuoi, puoi mettere da parte la vergogna e vedere che succede ad essere diversa.

T.: In che modo ha provato questo? Si è sentita diversa in cosa?

L.: Lei lo sa, ne abbiamo parlato molto. Alberto conosce bene l’inglese e faccio andare avanti lui quando siamo all’estero. Be’ ero sola e l’italiano medio sa meno inglese di me (ride) mi sono dovuta fare carico di un gruppo di connazionali che avevano bisogno di qualcuno che parlasse per loro in aeroporto negli Stati Uniti. Che ridere! Io come guida!! Ci crede!?! (Ride ancora)

T.: Io si, me lo posso immaginare bene, anzi me lo immaginavo anche prima che diventasse la sua realtà. Probabilmente il senso del viaggio non era scoprire un luogo nuovo, ma una nuova parte di sé in relazione a quei luoghi. Far venire alla luce quello che temeva piuttosto che sotterrare il vecchio. 

L.: Si è stato così che ho capito che posso farcela. Che non succede nulla se sono sola e mi concedo la libertà di pensare solo a me stessa. Credo che avevo bisogno di provare che anche sola non succede nulla. Sono fuggita da alcuni cani che mi inseguivano in piena notte in un piccolo villaggio, ho messo da parte la vergogna parlando in lingue diverse, ho superato il disgusto tra sudore e alberghi non proprio puliti, e, nonostante la paura, ho nuotato a largo per poter ammirare le tartarughe marine nuotare sotto di me…

T.: Vedo una luce diversa nei suoi occhi mentre parla, felicità? 

L.: Sì felicità, la gioia di essere consapevole di avercela fatta. Si ricorda Super Mario? Mentre ero sull’aereo per andare ho sentito che ero caduta in quella sensazione di vuoto, paura, solitudine e forse senso di colpa per aver pensato solo a me…. non è stata una sensazione piacevole, ma poi mi sono detta che da lì si poteva risalire, che non era arrivato il momento del game over (ride). Ho respirato profondamente, sono uscita dalla mia mente guardandomi intorno, dicendomi che andava tutto bene e qualsiasi difficoltà potevo affrontarla, che si ero sola, era vero, e stavo andando lontano, vero anche questo ma mi stavo agitando perché mi soffermavo sopra questi pensieri, se li avessi lasciati sciolti mi sarebbe venuto un attacco di panico!

T.: Brava Loredana, vedo che ha attuato le tecniche viste insieme di detached mindfulness per gestire il rimuginio, deve essere stato veramente difficile emotivamente quel momento…

L.: Molto, oltretutto ero partita e non sapevo nemmeno se Alberto ed io eravamo ancora una coppia. All’aeroporto di Dallas ho iniziato a scrivergli, in quel momento avevo bisogno di sapere che c’era. Mi sono detta “ora hai bisogno di sentirlo, di essere in contatto, poi capirai che cosa fare, una cosa alla volta, procedi passo dopo passo” cioè mi rendo conto sempre di più che se mi metto a guardare la scalinata intera non arriverò mai. L’ho capito prima di salire sulla piramide nel sito di Uxmal. Ho fatto un gradino alla volta per arrivare alla vetta, e guardando solo quel gradino in cui mettevo il piede. Poi arrivata ho guardato il paesaggio ed è stato favoloso. Ho capito che è lo stesso per tutto comprese le relazioni. Se guardo troppo oltre mi spavento. Ho capito che dovevo fermarmi.

T.: Fermarsi? In che senso?

L.: Stavo mollando con Alberto, come ho sempre fatto nelle mie relazioni precedenti. Come nello schema. L’altro mi ostacola, mi arrabbio e cerco la fuga. È più semplice, no? Stare insieme a qualcun altro mi “costringe” ad assecondare e se non lo faccio l’altro sta male e non mi vuole. Poi, vista la nostra ultima seduta, ho capito che stavo rimettendo in moto le mie solite dinamiche viste insieme. E lì mi sono letteralmente fermata e mi sono presa la pausa messicana! Mi sono detta “ecco Lory di nuovo gli stessi comportamenti, la stessa paura che ti spinge ad allontanarti, fermati un attimo e rifletti”. Con Alberto stiamo insieme, ma sono andata via di casa. Ho capito che avevo bisogno di stare sola, di avere qualcosa di mio. Lui è rimasto senza parole ma ha capito. Ovvio che penso convenga anche a lui (ride)… il mio senso di non essere amata e amabile di certo non si elimina in sei mesi di terapia… ma il punto è che io sto meglio così devo ricostruirmi, ricompattarmi. Ho capito che la presenza continua mi affatica troppo perché oltre alle dinamiche relazionali devo gestire le mie e al momento non posso farcela, d’altronde bisogna essere anche consapevoli dei propri limiti no? Come ci siamo dette più volte

T.: Si Loredana è proprio così, ha fatto dei grandi passi in avanti, tanta consapevolezza sulle proprie dinamiche.

L.: Si si è vero, è come se nel viaggio avessi applicato ciò che ci siamo dette in questi mesi, cioè più che applicato non saprei… provato forse. Super Mario per salvare la principessa Daisy deve tentare e ritentare. Ironia della sorte io da piccola con il mio Game Boy non ho mai finito il gioco così come non ho mai portato avanti una relazione tanto a lungo. Ora è arrivato il momento di godere del gioco senza l’angoscia di dover necessariamente salvare la principessa.

Manipolare le emozioni negative attraverso la stimolazione cerebrale

Una nuova ricerca, pubblicata su Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience e Neuroimaging mostra che le emozioni negative possono essere rafforzate o indebolite modificando l’eccitabilità del cervello. Utilizzando la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) (una particolare tecnica di stimolazione cerebrale) i ricercatori dell’Università di Münster in Germania, hanno scoperto che la stimolazione di tipo eccitatorio, rispetto a quella inibitoria, riduce maggiormente la risposta del cervello a immagini spaventose.

 

La stimolazione cerebrale può influenzare la regolazione emotiva

Cameron Carter, editore del Journal, in cui è stato pubblicato l’articolo ha detto: “Lo studio conferma che la modulazione della regione frontale nell’emisfero destro, influenza direttamente la regolazione delle informazioni emotive nel cervello in una modalità top-down. Queste scoperte evidenziano ed espandono l’ambito delle potenziali applicazioni terapeutiche della rTMS”.

Per confrontare gli effetti di una singola sessione di rTMS eccitatoria e inibitoria della corteccia prefrontale dorsolaterale, gli autori tedeschi hanno diviso 41 partecipanti sani in due gruppi ed hanno eseguito la tecnica mentre i soggetti osservavano volti paurosi, utilizzati per evocare emozioni negative o facce neutre per la condizione di controllo.

I risultati mostrano effetti opposti: la stimolazione eccitatoria diminuiva il processo di elaborazione visiva dei volti paurosi mentre quella inibitoria aumentava il processo sensoriale, allo stesso modo la rTMS eccitatoria riduceva i tempi di reazione impiegati dai partecipanti per rispondere agli stimoli e diminuiva l’arousal emotivo elicitato dai volti paurosi, la rTMS inibitoria invece aumentava entrambi questi processi.

L’autore senior Markus Junghöfer afferma “Questi risultati dovrebbero incoraggiare lo sviluppo di ricerche sui meccanismi di stimolazione magnetica della corteccia prefrontale dorsolaterale implicata tra gli altri anche nella depressione. ”

Proprio su questo versante, lo studio appare interessante: nella depressione infatti si osserva un’alterazione dell’elaborazione delle emozioni nella corteccia prefrontale dorsolaterale, che causa un’amplificazione delle emozioni negative e una riduzione di quelle positive. L’idea più diffusa oggi è che la stimolazione magnetica inibitoria a livello della corteccia prefrontale abbia effetti antidepressivi in quanto ridurrebbe l’elaborazione delle emozioni negative.

I risultati ottenuti da questa nuova ricerca suggeriscono invece che la rTMS eccitatoria potrebbe fornire una nuova via nel trattamento del disturbo depressivo.

Wonder: un film sulla diversità, l’inclusione e la famiglia – Recensione del film

Wonder è il film tratto dall’omonimo libro di R.J. Palacio . È un racconto trasversale che abbraccia diversi argomenti. Si spazia dal tema della diversità, dell’inclusione a tematiche quali la famiglia, il senso di sè, l’adolescenza. 

 

Wonder: la trama

Il personaggio principale è un bambino di 12 anni, August Pullman, per gli amici e familiari Auggie, che si trova all’ingresso della scuola media non avendo mai frequentato una scuola per via della sua condizione.

Auggie è affetto da una malattia congenita dello sviluppo cranio facciale, la sindrome di Treacher Collins, che comporta displasia orotomandibolare bilaterale e simmetrica, senza anomalie degli arti, associata a diverse anomalie della testa e del collo.

In questo caso il bambino è stato sottoposto a 13 interventi come riportato all’inizio del film proprio dal protagonista, alcuni per farlo respirare autonomamente altri per farlo sentire meglio, lasciando però sul viso cicatrici visibili. Questo fa sì che al bambino venga impartita un’ educazione domiciliare da parte della madre, una fumettista talentuosa che alla nascita di suo figlio, e viste le complicazioni smette di scrivere la tesi e si dedica a lui. Qui emergono il senso di protezione e di dovere della madre nell’ottica del prendersi cura inteso come “contenimento” , in quanto la madre si fa carico di paure, ansie e aspettative sue e del bambino fino a quando entrambi i genitori decidono che il bambino sia pronto e lo iscrivono in una scuola pubblica.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

Le dinamiche genitoriali e familiari nel film Wonder

Qui entrano in gioco dinamiche di coppia e genitoriali che nel film sono velate dal legame molto forte tra i genitori. Quasi alla fine del film c’è una bella scena di complicità dove la madre serena porta a termine la tesi e torna a nuova vita forte della comprensione e del sostegno del marito.

Le dinamiche familiari si intrecciano con la storia della sorella del bambino, Via, una ragazza molto responsabile alla quale è stato chiesto di crescer in fretta e che mostra nei confronti di suo fratello protezione e dedizione.

Sono tanti i temi che si intrecciano nel film che viene raccontato da diversi punti di vista. Questo a sottolineare che a seconda delle prospettive la visone di una problematica è diversa.

Le emozioni di Auggie per l’ingresso alle scuole medie

Elemento portante è l’ingresso a scuola del bambino.
C’è la paura che suscita il diverso, o chi non ci somiglia; c’è il bullismo; il coraggio di iniziare un nuovo percorso e la voglia di affrontare il mondo essendo se stessi.

Il ragazzo “bullo” che muove insulti nei confronti di Auggie, all’inizio, forte del consenso di alcuni amici si ritrova ad essere solo nel momento della scoperta delle sue azioni, complice una famiglia poco sensibile che prende le sue difese senza comprendere il disagio del ragazzo.
Alla fine si sentirà dispiaciuto e consapevole dei propri errori e in una scena esternerà il proprio dispiacere al preside.

Auggie è un bambino forte ma al contempo pieno di ansie e paure che si scopre artefice di un cambiamento positivo dei suoi coetanei nella classe.
Questo cambiamento è sottolineato dal preside della scuola nel suo encomio finale dove cita alcuni passi di un autore fondatore della scuola che sottolineano come la forza di un cuore che trascina altri cuori è motivo di orgoglio e di importanza più di un’ opera di carità.

Alla tematica dell’inclusione si accostano ragazzi che si accingono all’adolescenza, già carica di significati per loro.

Conclusioni sul film Wonder

È un film che fa riflettere per i contenuti attuali e per il senso di sentirsi diversi in un’ epoca in cui la diversità è spesso associata a punto di debolezza.

In questo film la forza dimostrata da questa famiglia fa molto riflettere su quanto sia importante un senso di famiglia ben radicato. Non si fanno cenni al percorso di aiuto o sostegno della famiglia ma spicca il senso di unione tra loro, il rispetto e l’amore per Auggie e più in generale per la famiglia.

L’emozione di paura è assemblata nella corteccia prefrontale – Report dal convegno con Joseph Ledoux

Il 10 e 11 Febbraio si è svolto a Roma un interessante convegno intitolato Anxiety organizzato dalla Italian Psychoanalytic Dialogues e dalla International Neuropsychoanalysis Society; la main relation è stata tenuta da uno speaker d’eccezione, Joseph Ledoux.

 

Dopo almeno tre decenni dedicati allo studio dei correlati neurali di ansia e paura e dopo aver ben identificato il ruolo della amigdala, Joseph Ledoux (2017) ha formulato una versione aggiornata della sua teoria.

La tesi sostenuta da Joseph Ledoux merita di essere riassunta e diffusa perché pone qualche difficoltà all’ approccio bottom up alle emozioni. Ledoux parte da una osservazione: la parola “paura”, nel linguaggio comune fa riferimento al feeling che invade la nostra coscienza quando riteniamo di essere in pericolo, e la riconosciamo in noi stessi grazie alla introspezione, e negli altri per manifestazioni direttamente osservabili, come il freezing, la fuga, i tremori, le espressioni facciali. Invece, osserva Joseph Ledoux, con lo sviluppo delle neuroscienze il termine “paura” è utilizzato di solito in riferimento a uno specifico stato di attivazione del circuito neurale che coinvolge l’amigdala e che media tra gli stimoli minacciosi e le reazioni di difesa.

Per alcuni, riduzionisti eliminativisti, il riconoscimento del ruolo di questo circuito neurale consentirebbe di dar conto della esperienza della paura in modo oggettivo, senza far riferimento a descrizioni che utilizzano un linguaggio psicologico introspettivo considerato non oggettivo e inaccurato.

Altri ritengono che il sentimento soggettivo della paura sia istanziato nell’amigdala, vale a dire che essa sia il substrato della esperienza della paura. Un terzo approccio, quello proposto in precedenza da Joseph Ledoux stesso, ipotizza l’esistenza di due circuiti della paura, uno subcorticale e inconscio, l’altro corticale, prefrontale e conscio. Il primo, implicito, renderebbe ragione delle reazioni fisiologiche e comportamentali della paura, il secondo, esplicito, della esperienza soggettiva della paura.

Joseph Ledoux: tra paura e difesa

In realtà, suggerisce Ledoux, il termine “paura” va riservato soltanto alla esperienza conscia della paura, mentre il termine “paura” non andrebbe proprio utilizzato quando si parla del circuito sottocorticale che coinvolge l’amigdala. Questo andrebbe denominato, invece, circuito della difesa e della sopravvivenza, la cui attivazione non è una condizione necessaria e nemmeno sufficiente per provare l’emozione di paura. Infatti:

  • L’esperienza soggettiva di ansia e paura non correla bene con le misure di risposte fisiologiche e comportamentali di difesa
  • Pazienti con danni della amigdala non hanno le normali risposte fisiologiche alle minacce, ma hanno l’esperienza soggettiva della paura e del panico
  • Minacce processate soltanto a livello inconscio implicano un aumento della attività della amigdala e attivano risposte fisiologiche periferiche, anche quando la persona rimane inconsapevole della minaccia e non sperimenta la paura
  • L’esperienza della paura non è connessa ad un singolo circuito subcorticale ma anche a circuiti coinvolti nella termoregolazione, equilibrio dei liquidi corporei, regolazione della energia oltre a quelli più noti connessi con la difesa dai predatori.

In sintesi, Joseph Ledoux trae alcune conclusioni. Il termine “paura” va riservato all’esperienza conscia della paura e non va utilizzato per l’attivazione del circuito della amigdala. L’esperienza soggettiva della paura emerge in circuiti corticali come risultato della integrazione di informazioni nella memoria di lavoro, informazioni che riguardano rappresentazioni sensoriali e vari ricordi, informazioni che possono provenire anche dalla attivazione del circuito cerebrale che coinvolge l’amigdala e dedicato alla difesa e alla sopravvivenza, e anche dai feedback che provengono dalle risposte corporee.

Il circuito che coinvolge l’amigdala va denominato circuito di difesa e sopravvivenza e la sua attivazione non è una condizione né necessaria né sufficiente per l’esperienza soggettiva della paura. L’esperienza della paura è assemblata nella corteccia, in particolare in quella prefrontale, e non nelle strutture sottocorticali.

Può essere interessante aggiungere un dato emerso da un nostro esperimento (Couyoumdjian, 2016). L’ipotesi era che la riduzione della valutazione negativa della propria emozione di paura, in soggetti con fobia specifica, avrebbe ridotto la paura degli stimoli fobici. I partecipanti erano pazienti con fobia specifica e con un problema secondario, cioè valutavano negativamente se stessi per il fatto di avere la fobia. Ad esempio, molti di loro si giudicavano fifoni e vigliacchi. Con un intervento strettamente cognitivo, il doppio standard, abbiamo ridotto la valutazione negativa che davano di se stessi per la loro fobia.

Il risultato è stato che la reazione fisiologica (misurata tramite la Hearth Rate Variability) di fronte allo stimolo fobico si riduceva significativamente, ma non si modificava l’esperienza soggettiva di paura (misurata tramite Visual Analogue Scale introspettive).

L’aspetto interessante non è tanto l’indipendenza del vissuto di paura dalla reazione fisiologica, che è un fatto ben noto e ampiamente argomentato da Joseph Ledoux, quanto piuttosto che un intervento strettamente cognitivo abbia modificato la reazione fisiologica, che si presume essere sottocorticale, ma non l’esperienza soggettiva della paura, che si presume essere corticale.

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