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‘Disintermediare’ gli amici: come gli appuntamenti online negli Stati Uniti sostituiscono altre modalità di incontro

‘Disintermediare’ gli amici: come gli appuntamenti online negli Stati Uniti sostituiscono altre modalità di incontro. Ovvero: ti presento una persona? ‘No, grazie’ (Cyrano de Bergerac, atto II).

 

Conoscere persone disposte a condividere con noi un’avventura romantica – a breve, medio o lungo termine – è diventato apparentemente facile. Non che prima fosse difficile, intendiamoci: è che, stando a quello che si può intercettare nelle conversazioni con amici, partner e conoscenti, negli ultimi anni pare che le applicazioni di dating on-line abbiano facilitato, e forse profondamente modificato, questa esperienza. L’incontro tramite applicazioni specifiche di dating e piattaforme dedicate, come evidenzia un articolo del 2019 ad opera di Michael Rosenfeld, Reuben Thomas e Sonia Hausen del Dipartmento di Sociologia della Stanford University, rappresenta per le coppie eterosessuali statunitensi la modalità privilegiata di conoscere un partner romantico.

Rosenfeld, come principal investigator del progetto How Couples Meet and Stay Together-HCMST (In che modo si conoscono e stanno insieme le coppie), è impegnato da più di un decennio nello studio su come gli americani conoscono i loro partner romantici. I dati relativi ai vari step di campionatura (in totale quattro, con un campione di circa 6000 persone) sono disponibili on-line sul sito dell’Università di Stanford nella sezione Social Science Data Collection e fanno riferimento al periodo che va dall’immediato dopoguerra al 2017.

Appuntamenti online le nuove modalita di ricerca del partner Psicologia Fig 1

Fig. 1 Modalità di incontro del partner in coppie eterosessuali dal 2009 al 2017

Osservandoli, appare chiaro come il ruolo che fino a qualche tempo fa era ad appannaggio degli amici (ora al 20%), della famiglia (ora al 7%) e dei contesti didattici (i.e., scuola e Università; circa 9% del totale) venga esautorato a favore di nuovi paraninfi virtuali come Tinder, eHarmony, match.com et similia (39%).

Un altro dato interessante è che, una volta che le coppie sono in una relazione stabile, il modo in cui si sono conosciute non influenza la qualità o la durata della relazione stessa; l’unica differenza appare quella relativa alla velocità con la quale convolano a nozze (chi si conosce on-line è tendenzialmente più precoce nel farlo). Nelle brevi conclusioni gli autori riflettono su come, sebbene la riduzione del ricorso a ‘intermediari’ (non solo per quanto concerne gli incontri romantici, ma in generale in tutti i settori socioeconomici) sia la risultante inevitabile dell’avvento di internet, l’aspetto umano relativo alla famiglia e agli amici può continuare ad assolvere a tutta una serie di importanti funzioni nella vita dei soggetti.

Insomma, questo modo di entrare in una relazione romantica è un segno ineluttabile della distanza interpersonale che internet ha accentuato nella società occidentale o rappresenta una possibilità? Scegliere un potenziale partner da una più ampia rete di persone è un male? Incontrare un perfetto sconosciuto dopo una sorta di ‘selezione virtuale’ è una modalità più o meno legittima dell’uscire con un amico della zia del quale, personalmente, non si sa nulla e la cui selezione è basata sull’idea che qualcun altro ha di noi e di quello che può piacerci? Domande interessanti e, come al solito, con delle risposte che forse fanno capo a criteri decisionali difficilmente generalizzabili. Fino a circa una quindicina di anni fa, conoscere qualcuno tramite il proprio contesto sociale era più o meno la norma: gli amici e la famiglia si occupavano di favorire il legame con un partner dal pedigree accettabile, verificato e garantito personalmente dai membri del proprio enviroment. Un sistema che appare un po’ endogamico, ma che ha sempre fornito una sorta di rassicurante parvenza di controllo. In effetti, termini come romance scamming (adescare qualcuno con il fine di truffarlo), catfishing (creare una falsa identità online) o ghosting (troncare bruscamente una relazione interrompendo ogni forma di comunicazione e di contatto, virtuale e non) erano relativamente sconosciuti fino alla fine del secolo scorso e hanno prepotentemente fatto breccia nella nostra cultura con tutto il carico di paura e caccia alle streghe (mediatiche) annesso. La sensazione è che, nel parlare di relazioni amorose, il rischio di attraversare un ginepraio fatto di ideologie e moralismi più o meno spiccioli sia incombente; forse, stando ai dati, la riflessione su quello che si desidera per sé e per l’altro in un rapporto romantico può ancora avere la precedenza sulla modalità con la quale il rapporto stesso ha inizio.

 

Serial killer: l’attrazione dell’orrore

Il fascino che la figura del serial killer possiede è innegabile. Questo fenomeno è ancora oggi in espansione, come si evince dall’aumento esponenziale di serie tv e film sull’argomento, ma anche dal crescente impegno della comunità scientifica nel rendere valida empiricamente una tecnica forense che rischia di rimanere legata alla fantasia delle serie tv.

 

…l’uomo si differenzia dagli animali perché è assassino; è l’unico primate che uccida e torturi membri della propria specie senza motivo, né biologico né economico, traendone soddisfazione. È proprio questa aggressione «maligna», biologicamente non-adattiva e non programmata filogeneticamente, che costituisce il vero problema e il pericolo per l’esistenza dell’uomo come specie. (Erich Fromm)

Chi almeno una volta nella vita, spinto dalla curiosità, non si è trovato a leggere la storia di qualche famoso serial killer del passato? Molto probabilmente se qualcuno rispondesse di no starebbe mentendo. Il fascino che la figura del serial killer possiede è innegabile e lo è ancor di più ai giorni nostri. Ma cosa ci affascina dei serial killer? Il fatto che siano la personificazione di quanto ancora d’irrazionale, felino e primordiale esiste nella nostra vita apparentemente ordinaria, oppure una curiosità mossa dal bisogno di trovare una spiegazione logica a dei comportamenti apparentemente irrazionali? Basta aprire la homepage di Netflix per essere inondati da serie tv, film e documentari su questi perversi, ma allo stesso tempo affascinanti, personaggi. Ne è un esempio Mindhunter, una serie tv prodotta da Netflix uscita il 13 ottobre 2017 e basata sul libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano (Mind Hunter: Inside FBI’s Elite Serial Crime Unit) scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas.

In questa serie, ambientata a fine anni ’70, Netflix racconta la storia di Holden Ford, un negoziatore frustrato dell’FBI che assieme a Bill Tench inizia a studiare una nuova tipologia di assassino: il Serial killer definito dall’FBI come colui che commette tre o più omicidi in tre o più località distinte intervallate da un periodo di “cooling off” che indica la premeditazione dell’omicidio (Miller, 2014). Lo stesso Douglas, nell’introduzione del suo libro, motiva il suo studio dicendo:

C’è un solo modo per riuscire a dare la caccia ai serial killer in attività: comprendere come pensano, capirne i ragionamenti, per quanto contorti, perversi e letali possano essere, e anticiparne così le mosse. Ma c’è un solo modo per entrare nella mente di un serial killer: parlare con i suoi «colleghi» e predecessori. (Douglas & Olshaker, 1995)

Nel corso delle puntate lo spettatore entra a far parte egli stesso del lavoro dei due detective, partecipa come osservatore alle interviste di serial killer come Ed Kemper, Charles Manson e David Berkowitz aka Son of Sam, diventati nel corso del tempo delle vere e proprie celebrità e inevitabilmente cresce in lui la stessa curiosità che spinge Holden e Bill a perseverare nel loro lavoro.

Ed è proprio questo che non riusciamo a spiegarci, com’è possibile che persone capaci di atti così violenti e sconvolgenti diventino dei veri e propri personaggi famosi e, in ultimo, attirino così tanto la nostra attenzione? Di seguito cercheremo di trovare una risposta a questa domanda.

Per spiegare l’enorme diffusione della figura del serial killer nei film e nelle serie tv, Dietrich e Hall (2010) fanno riferimento al “presupposto edonistico”, secondo cui nella maggior parte dei casi gli animali si avvicinano a ciò che è buono ed evitano ciò che è cattivo. Naturalmente, tutti gli animali curiosi violano questa ipotesi in una certa misura, così come gli esseri umani. Questo è spiegato dal fatto che sembrerebbe che gli esseri umani siano in grado di provare nello stesso momento sentimenti positivi e negativi quando esposti a stimoli avversi. Questo meccanismo viene chiamato co-attivazione e spiega come quando siamo spaventati in realtà potremmo essere anche divertiti. Questo processo fornisce una correlazione positiva tra emozioni opposte, come ad esempio la paura e il piacere. Ad esempio, la co-attivazione permette di spiegare perché andiamo al cinema a vedere film horror (perché guardiamo serie tv e documentari sui serial killer): l’idea è che i sentimenti di piacere ed eccitamento si verificano a stretto contatto con l’essere spaventati, questo porta a pensare che la paura è una diretta conseguenza dei primi (Dietrich e Hall, 2010). Occorre tener presente però che lo spettatore non è solito provare emozioni positive e negative contemporaneamente a meno che non ci sia uno specifico mind-set dove il pericolo viene visto come non reale, fortemente minimizzato o si sente in grado di poterlo gestire. Nel caso delle serie tv lo schermo si frappone tra noi e il serial killer, consentendoci di sentirci perfettamente al sicuro e liberi di essere spaventati.

Un altro fattore che spiega il motivo per cui siamo attratti dalla figura disturbante del serial killer è connesso al bisogno dell’essere umano di ricercare spiegazioni e motivazioni per qualsiasi cosa, in quanto forniscono controllo, permettono di prevedere le azioni future e dal punto di vista emotivo riducono la paura. In aggiunta, dare spiegazioni a ciò che succede nel mondo è importante, specialmente se questo ha ripercussioni negative sulla nostra vita. Nel cercare spiegazioni di eventi fatali, come omicidi perpetrati da serial killer, l’essere umano è spinto da un certo grado di curiosità (Dietrich & Hall, 2010). Questa presenta sempre una componente emotiva positiva e fornisce una sensazione di benessere all’individuo nel momento in cui viene soddisfatta. Quindi ciò che ci attrae dei serial killer è il nostro bisogno di trovare spiegazione al loro comportamento, al fine di evitarli o prevenire i loro crimini. La nostra attrazione è innata ed è sostenuta dalla curiosità; questo spiega parte del fascino dei serial killer.

Così come la co-attivazione, la curiosità e il bisogno di trovare spiegazioni ad oggi spingono gli spettatori a guardare le serie tv e i film sui serial killer, in passato questi stesi fattori hanno spinto gli agenti a mettere a punto una tecnica chiamata criminal profiling.

Il criminal profiling consiste nell’identificazione delle principali caratteristiche di personalità e dei comportamenti di un individuo, con lo scopo di guidare le indagini e identificare dei possibili sospettati (Volpini, 2012). Nonostante sia una tecnica utilizzata da molto tempo come supporto nelle indagini e sia molto popolare rispetto ad altre tecniche forensi mostra uno scarso supporto empirico. Infatti sono pochi gli studi che hanno confrontato a posteriori il profilo utilizzato in fase di indagine con le caratteristiche riscontrabili nell’autore del reato (Oleson, 1996; Wilson & Soothill, 1996). In effetti, la maggior parte del materiale citato a sostegno della validità e dell’accuratezza del criminal profiling non rispetta le linee guida della comunità scientifica.

Quindi come spieghiamo la crescita del criminal profilig nonostante la mancanza di prove empiriche a supporto della sua validità? Kocsis (2003) identifica tre fattori che potrebbero spiegare questo fenomeno: il primo fattore è indubbiamente il Glamour mediatico che circonda questa tecnica; il secondo fattore è dato dal fatto che diversamente dalle altre tecniche psicologiche, il profiling è stato sviluppato dalle agenzie di polizia. Ciò ha comportato che quest’ultime non si sentissero in dovere di convalidare i loro metodi secondo lo standard utilizzato dalla comunità scientifica. Inoltre il profiling essendo impiegato come tecnica investigativa e non come prova legale è sfuggito a tutti i controlli a cui sono soggette le altre tecniche forensi che producono prove legali. Il terzo fattore è una logica a volte esposta quando i profiler si trovano a dover fornire giustificazioni per le loro pratiche. Al centro di questa argomentazione circostanziale c’è l’affermazione che l’accuratezza e quindi la validità dei profili siano indirettamente dimostrati e spiegati attraverso il loro uso e la continua domanda da parte delle agenzie di polizia. Suggerendo che, se i profili non venissero percepiti come precisi la polizia e gli investigatori non avrebbero interesse a richiedere i profili a supporto delle indagini.

Data la forte diffusione del criminal profiling e del suo utilizzo, negli ultimi anni la comunità scientifica si è adoperata nella ricerca di nuovi disegni sperimentali che potessero testare secondo il paradigma scientifico la validità e l’attendibilità di questa tecnica. L’attenzione si è spostata quindi sulla correlazione tra le caratteristiche dei profiler e l’accuratezza del profilo. Infatti è emerso che i profiler professionisti producono profili più accurati rispetto ad altre figure professionali come investigatori e polizia (Kocsis, 2003).

In conclusione, come possiamo evincere dalla lettura di questo articolo, la figura del serial killer desta tanto più fascino ed interesse quanto più è feroce nel dare espressione della propria personalità.

Come abbiamo visto sono numerose le teorie che hanno cercato di spiegare questo fenomeno ancora oggi in espansione. Ciò è dimostrato non solo dall’aumento esponenziale di serie e film ma anche dal crescente impegno della comunità scientifica nel rendere valida empiricamente una tecnica forense che rischia di rimanere legata alla fantasia delle serie tv.

 

La gelosia nelle culture antiche

E’ sorprendente ancora oggi, a distanza di tanti secoli, che in terapia assistiamo ad un vissuto completamente diverso riguardo al tradimento. Spesso il maschio che ha tradito ha sbagliato ma merita il perdono. La donna che ha tradito invece non merita perdono.

 

La gelosia ha assunto vari significati culturali in contesti diversi. S. Benvenuto nel suo libro La Gelosia. Impulso naturale o passione inconfessabile fa un ampia analisi partendo dalla Grecia Antica.

Nella cultura greca l’attenzione era rivolta prevalentemente alla gelosia femminile poiché le donne venivano considerate inferiori agli uomini. La tragedia di Medea è esemplificativa dei legami tra stirpi all’interno della società greca. Medea non solo attraverso un regalo malefico uccide la rivale in amore, ma per vendetta elimina i figli non dando al marito la possibilità di una continuità generazionale. Infatti in Grecia l’eredità è puramente maschile.

Se per un attimo ci soffermiamo ad analizzare i femminicidi in cui vengono uccisi i figli non possiamo non far riferimento a Medea. La differenza sta nel fatto che nelle famiglie attuali spesso l’eredità è considerata femminile. I figli sono della madre. Questa cultura viene anche alimentata dalle sentenze di separazione e divorzio in cui spesso i figli vengono assegnati alla madre. In un impeto di gelosia, quindi, non si uccide solo la donna che si sta perdendo ma si tagliano anche i legami con la sua stirpe ovvero i figli. Spesso di fronte ad episodi simili ci chiediamo ma come si fa ad uccidere i figli? O i figli che c’entrano nelle loro controversie? Il modello relazionale simbolico ci indica la strada non tanto in una semplice vendetta, ma nell’esigenza di interrompere i processi generazionali. Se da un lato c’è la cura dell’eredità dall’altro c’è l’interruzione. Tale interruzione non avviene  solo ed esclusivamente con l’uccisione dei figli, ma anche attraverso meccanismi come ciò che Wallerstein e Kelly hanno definito allineamento del minore con un genitore e Gardner sindrome di alienazione genitoriale – SAP. Nel primo caso subdolamente i genitori trattano come confidenti i figli costringendoli ad una innaturale scelta, con la finalità di escludere l’ex coniuge dalla loro vita.

La SAP si innesca quando i genitori non riescono a superare la crisi personale in seguito alla separazione e quindi trovare dentro di sé motivi di autostima, sospinti anche da motivazioni di conflittualità latente, e hanno bisogno di definire il coniuge negativamente e quindi anche di definirlo ‘inidoneo’ nel ruolo genitoriale. Da qui la sempre più frequente denigrazione dell’altro genitore agli occhi del figlio e la richiesta, formulata in modo più o meno esplicito, che anche il figlio contribuisca a tale definizione scegliendo lui come unico genitore.

Nei casi di alienazione genitoriale non vi è alcuna possibilità di collaborazione in quanto gli ex coniugi si danneggiano l’un l’altro e soprattutto danneggiano il figlio attraverso un conflitto aspro che si manifesta con squalifiche e denigrazioni reciproche, battaglie giudiziarie interminabili.

Questi figli non esistono più solo per loro stessi ma come oggetto di conflitto tra i due genitori.

La rabbia è così intensa che nessuno dei due può accettare i diritti dell’altro neanche come genitore: l’ex coniuge è semplicemente un nemico da eliminare dalla propria vita e anche da quella dei figli, da qui il loro arruolamento all’interno di ‘triadi rigide’. Il Prof. Marco Casonato, docente presso l’Università di Milano – Bicocca, sostiene che

Un genitore disturbato (alienante) o anche un nonno, in genere caratterizzato da un disturbo di personalità Borderline o comunque affetto da un disturbo di personalità ricompreso nel medesimo cluster o affine anche in comorbilità con un altro disturbo, va incontro a quella che Kernberg (1984) ha definito ‘regressione maligna’. Una componente essenziale della PAS è infatti una volontà distruttiva riguardo al coniuge (o al genero) volta ad annullarlo come persona ed il riemergere di un’attitudine simbiotica nei confronti del bambino: il bambino esperito come parte della persona del genitore alienante nei casi più gravi o nei casi più lievi come proprietà personale e non come soggetto autonomo: da cui una varietà di manifestazioni sintomatiche che vanno dal figlicidio e figlicidio-suicidio inteso soggettivamente dal genitore alienante come dinamica abortiva di una parte di sé, di un non-soggetto, al ‘possesso materiale’ del minore sradicato senza tanti complimenti dalla sua continuità esistenziale e portato con sé dal genitore alienante nel corso delle sue peripezie che talora si estendono oltre ai confini del paese d’origine. Va da sé che quale che sia la pervasività della condotta del genitore alienante, essa risulta sempre in un nocumento del minore più o meno esteso.

Anche nell’antica Roma la gelosia era di esclusiva competenza femminile, anche se Giuseppe Flavio scrive che Claudio, Imperatore di Roma, fece uccidere Messalina per gelosia, per avergli fatto le corna. In effetti se andiamo a leggere e ad analizzare quanto scritto da Flavio, Claudio non esprime dolore e/o gelosia  per la perdita dell’amata ma solo e semplicemente per aver messo in crisi la sua autorità:

Vuoi farmi credere che non sono più Cesare! Ma non si toglie così a Cesare il palazzo e i tesori e l’autorità e Venere!

Messalina, come messo in risalto da Giovenale, mette in crisi il ruolo della donna nella società romana visto che si recava mascherandosi nei postriboli più luridi per accoppiarsi con uomini di tutti i tipi e razze. Si comportava da prostituta più che da imperatrice.

Al contrario la moglie a Roma aveva il ruolo di gestire e tenere in ordine la domus. In un necrologio su un sepolcro di una donna particolarmente virtuosa si legge: casta fuit, domum servavit, lanam fecit (era casta, custodiva la casa, lavorava la lana). Le donne venivano educate a svolgere questo ruolo e si sposavano abbastanza giovani (meglio dire bambine visto che, ad esempio, Ottavia si fidanzò con Nerone all’età di 7 anni per poi sposarsi a 11) perché si credeva che dovevano pian piano imparare a svolgere le mansioni nuziali. La fedeltà coniugale era esaltata. Basta ricordare l’episodio di Lucrezia che, moglie di Tarquinio Collatino, fu violentata dal figlio di Tarquinio il Superbo (ultimo re di Roma). Lei non sopravvisse all’oltraggio e si uccise. I romani si adirarono a tal punto per questo spregio alla fedeltà coniugale che rivoltandosi contro il re lo cacciarono e contribuirono così all’instaurazione della Repubblica.

Sul piano generazionale e della discendenza, inoltre, le donne servivano per poter dare una continuità alla stirpe. Ottavia venne ripudiata da Nerone in quanto sterile ed incapace di dargli un figlio. Al di là delle nefandezze di Nerone, egli poté fare questo atto grazie al principio sancito dalle leggi di Roma per cui il marito o la moglie potevano ripudiare il/la consorte. Tra l’altro è risaputo che il figlio doveva essere maschio in quanto la nascita di una figlia femmina veniva considerata una disgrazia. Una legge attribuita a Romolo obbligava ogni padre di famiglia a non uccidere (né abbandonare) i propri figli maschi a pena della perdita di metà dei propri averi, mentre per le figlie tale divieto era limitato alla sola primogenita.

L’importanza data al maschio come continuatore della stirpe gli ha fatto assumere il ruolo patriarcale che per tanti secoli ha costituito la base delle relazioni coniugali. Il maschio poteva disporre della donna a suo piacimento. Ella doveva assumere il ruolo di custode della casa e si doveva occupare dell’educazione dei figli. E’ bene ricordarsi che fino al 1975 l’adulterio era reato e il delitto d’onore fino al 1981 prevedeva pene attenuate.

E’ sorprendente ancora oggi, a distanza di tanti secoli, che in terapia assistiamo ad un vissuto completamente diverso riguardo al tradimento. Spesso il maschio che ha tradito ha sbagliato ma merita il perdono.

La donna che ha tradito invece non merita perdono. Il vissuto emotivo assomiglia a quello di Lucrezia che si uccide per l’oltraggio subito. Ancora oggi una donna su un forum scrive:

io gli voglio un bene infinito ma allo stesso tempo, mi faccio schifo, verso mio marito ma soprattutto verso i miei figli….io vorrei passare la mia vita con lui, ma non posso lasciare i miei bimbi perchè son tutto…non li voglio vedere sballati a destra e sinistra, io soffro da morire ma voglio che i miei figli per quanto posso crescano sereni con una famiglia. Io ho paura non so come comportarmi.

La lotta tra l’ethos e il pathos: la signora si sente vincolata alle promesse matrimoniali. Si sente vincolata alla cura della domus e dei figli così come facevano le donne nell’antica Roma, anche se sa che la felicità, lo star bene, sono nella relazione con l’altro. Importante le sottolineature mi faccio schifo, ho paura non so come comportarmi poiché ci danno la dimensione di come vive il tradimento. Si sente di aver tradito non solo suo marito ma anche la sua storia generazionale ovvero i suoi figli e se ha tradito questi ultimi anche i suoi genitori.

Neanche la rivoluzione sessuale, tipica degli ultimi 30 anni, ha potuto rendere onore a Messalina: i maschi potevano frequentare i bordelli dove andavano a incontrare le prostitute; le donne dovevano rimanere a casa ad occuparsi dei figli e della stessa casa. Ancora in un forum troviamo scritto:

ero indecisa se vedere un ragazzo dolcissimo….ebbene si ho avuto il coraggio di uscire con lui ed è stato bellissimo! mi ha dato un sacco di attenzioni che non ricevevo da tempo ormai! 
per favore non giudicatemi all’apparenza…ci sono tante cose che non vanno tra me e il mio boy..ne abbiamo già parlato ma lui fa finta di non capire…così per una sera volevo riuscire a non pensare a niente e solo divertirmi…e ci sono riuscita….è stato bellissimo davvero…unico…indimenticabile…!
che dite…ho sbagliato??? non ditemi cattiverie…io ora sto bene e mi sento appagata..!

La domanda ho sbagliato e l’affermazione non ditemi cattiverie sono l’emblema della contraddittorietà insita nei vissuti del tradimento. Questa ragazza si sente bene e appagata eppure ha paura di essere giudicata. Quello che dovremo chiederci è da chi si sente giudicata? Nel momento in cui da sola si pone la domanda se ha sbagliato o meno ed ha paura di essere giudicata, non teme solo il giudizio degli altri ma, in qualche modo, si è già autoaccusata. Il confronto è con i sedimenti presenti nel nostro inconscio, è il misurarsi con la nostra storia generazionale. Nel tradimento questa ragazza ha paura di essere paragonata a una nuova Messalina.

Infine anche nella cultura romana vi sono i legami simbolici dei femminicidi. Spesso in questi delitti la gelosia diventa un pretesto per poter affermare, come l’imperatore Claudio, la propria autorità. Le modalità con cui vengono commessi e i moventi sembrano contenere un messaggio chiaro: tu sei mia e non puoi andare con nessun altro.

E’ con l’avvento del cristianesimo che il ruolo della donna viene rivalutato. Gesù proclama il perdono: di fronte alla lapidazione per adulterio, come era usanza nella cultura ebraica, ferma le pietre dei suoi aguzzini dicendo Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Non basta, comunque, solo questo gesto per comprendere quanto Gesù abbia inciso nel cambiare il ruolo che la cultura ebraica assegnava alle donne e ai legami di stirpe. Così come ci dice la Magli:

il bambino è di fatto percepito, più o meno chiaramente, in tutte le società, come un essere misterioso, che viene dal mondo di-là, prima della vita, che è lo stesso mondo di-là del dopo la morte e garantisce con la sua presenza, che c’è comunicazione ed osmosi fra i due mondi.

Nella cultura ebraica questo principio viene esaltato dal figlio maschio primogenito che diventa testimonianza di un rapporto fecondo, nuziale, fra l’uomo-maschio e Dio. Inoltre, la legge del levirato prevedeva che una donna che rimaneva vedova senza figli doveva sposare il fratello del marito ed il primo figlio nato da questo nuovo matrimonio era legalmente figlio del marito morto.

Gesù, come sostiene ancora la Magli, sconvolge questa regola nel momento in cui si commuove davanti alla vedova di Nain la quale aveva un solo figlio e per la quale lui compie il più grande dei miracoli, la risurrezione. Senza questo miracolo la vedova, senza più figli maschi, sarebbe stata costretta a sposare il fratello del marito morto. Il perdono alla prostituta Maria Maddalena che si prostra ai suoi piedi lavandogli i piedi con le sue lacrime e asciugandoglieli con i suoi capelli, così come l’episodio con la samaritana costituiscono ulteriori elementi della valorizzazione delle donne compiuta da Gesù. Emblematico è anche il miracolo della figlia di Giairo, il capo della Sinagoga: Gesù si commuove di fronte ad una persona, ad un maschio, che si dispera per la morte di una figlia femmina (Magli).

L’avvento del cristianesimo, inoltre, porta un cambio di rito di iniziazione: nella società ebraica era la circoncisione che per evidenti ragioni era solo maschile, nel cristianesimo diventa il battesimo che è sia maschile che femminile.

La gelosia anche nella società ebraica era tipicamente femminile anche se essa non ha una propria definizione rispetto all’invidia. Gelosia ed invidia, infatti, erano indicati con lo stesso termine ‘quin’ah’.

In effetti, il termine gelosia nella società ebraica non aveva un senso poiché, essendo la cultura e le tradizioni totalmente incentrate sulla religione, il rapporto era tra Dio e il maschio.

I maschi attraverso la circoncisione, e cioè attraverso il sacrificio di una parte del proprio pene, che è poi una parte che solitamente viene vista come femminile (il prepuzio) assumono l’immagine simbolica femminile, diventano simbolicamente donne, sposano Dio che è pensato e raffigurato come maschio (Magli).

La donna era tentatrice ed impura, essa era semplicemente la genitrice, la porta attraverso la quale continuare la stirpe. La gelosia-invidia era tra maschi: nell’Antico Testamento Caino uccide Abele per invidia poiché i sacrifici di quest’ultimo erano graditi a Dio. In effetti la gelosia contraddistingue i rapporti affettivi (padre, madre, fratelli, sorelle, moglie, figli, etc.) diventa invidia nel rapporto tra membri dello stesso sesso.

La valorizzazione della donna nel cristianesimo trova la sua massima espressione in Maria, mamma di Gesù. La donna ebraica era impura, Maria è la donna pura per eccellenza e in quanto mamma del Signore è oggetto di venerazione. Maria, comunque, come ci mette in guardia Ida Magli, è si un simbolo di rottura con la cultura ebraica ma rimane sempre un simbolo della donna nella storia. Il valore della verginità, che tanta parte ha avuto nelle relazioni familiari e coniugali, viene esaltata proprio nel nome di Maria. Al contrario, però di ciò che sostiene sempre la Magli, Maria in quanto mamma di Gesù è sposa di Dio. Questa non è una rottura da niente poiché fino ad allora erano gli uomini che sposavano Dio offrendo in dono una donna vergine. Anche oggi le suore si definiscono, come Maria, spose del Signore.

Altri due aspetti presenti in Maria rompono la tradizione ebraica sulla visione della donna. Maria nasce senza peccato originale, non ha bisogno di essere battezzata. Nell’antico testamento è stata Eva a farsi tentare dal serpente e a tentare Adamo causando la cacciata dal paradiso terreste. Il serpente, inoltre, striscia ai piedi di Maria che gli schiaccia la testa. Sul piano generazionale Maria rappresenta la redenzione di Eva. La donna è portatrice di valori morali ed ha un contatto diretto con il sacro non più mediato dal maschio.

 

Hai l’ansia? Ecco come ridurla con l’attività fisica

Negli ultimi anni si è resa necessaria l’individuazione di nuovi metodi per contrastare il continuo aumento dei disturbi d’ansia. Alcuni ricercatori hanno sottolineato i benefici dell’attività fisica a questo scopo.

 

I disturbi d’ansia sono i disturbi mentali più prevalenti negli Stati Uniti, si stima che il 30% della popolazione adulta sviluppi un disturbo d’ansia nella propria vita. Sembrerebbe inoltre, che il tasso di prevalenza sia in continuo aumento. Questi dati sottolineano l’importanza di porre maggior enfasi sulla questione, al fine di combattere l’aumento di questi disturbi (Parekh, 2017).

Che cos’è un disturbo d’ansia? Innanzitutto, è importante specificare e capire che cos’è l’ansia e quando è patologica. In letteratura l’ansia è definita come l’anticipazione di un’ipotetica minaccia futura (ben distinta dalla paura, dato che quest’ultima è legata ad una minaccia realmente presente). Il disturbo mentale, nella sua accezione più generale, è concettualizzato come l’insieme di comportamenti, pensieri ed emozioni che recano un disagio significativo all’individuo. Quindi, unendo questi due concetti, possiamo dedurre che il disturbo d’ansia si verifica quando la nostra vita è compromessa in maniera negativa e significativa a causa della nostra ansia (Parekh, 2017).

A livello biologico, si denota un’attivazione del sistema nervoso simpatico (SNS), una delle componenti del sistema nervoso autonomo (SNA), che interviene nel controllo delle funzioni corporee involontarie; in particolare il SNS entra in gioco nelle situazioni di pericolo, quando la nostra sopravvivenza è messa a repentaglio, causando così una reazione di attacco-fuga; tuttavia l’attivazione del SNS è giustificata difronte ad una reale minaccia, non lo è se la minaccia non è presente, e questo è ciò che accade agli ansiosi, specialmente nel disturbo da panico, cioè l’attivazione del SNS da parte di uno stimolo che normalmente non dovrebbe causare quest’attivazione (Mueller, 2007).

Da un punto di vista psicoterapeutico, ad oggi le terapie sono molto efficienti su questi disturbi, in particolare la terapia cognitivo-comportamentale, che stando ai dati risulta essere la più efficace nel trattamento di questi tipi di disturbi (Mueller, 2007).

Una ricerca pubblicata su Frontiers in Psychiatry (Anderson &Shivakumar, 2013) ha sottolineato l’importanza dell’esercizio fisico, oltre che nella prevenzione di disturbi più prettamente medici (si stima che 30 minuti di esercizio fisico medio-intenso per 5 giorni a settimana, riduca la mortalità del 30% in entrambi i sessi) anche nella sua capacità di ridurre i livelli d’ansia, questo avviene per una serie di motivi:

  • L’allenamento porta a cambiamenti a livello dei neurotrasmettitori, quando facciamo uno sforzo fisico, la produzione di serotonina aumenta (neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell’umore);
  • Riduce i livelli di cortisolo (ormone conosciuto come “l’ormone dello stress”);
  • Da un punto di vista più psicologico, l’allenamento ti insegna a concentrarti sul presente, a stare nel qui ed ora, e come enunciato in precedenza, l’ansia altro non è che l’anticipazione di un’ipotetica minaccia futura, riuscire a stare nel momento presente senza rimuginare su possibili esiti futuri è fondamentale nella prevenzione dell’ansia.
  • L’allenamento correla positivamente con l’autostima e la percezione di auto-efficacia, portando cosi la persona a sentirsi più sicura di se stessa, fattore considerato protettivo contro l’ansia (Anderson &Shivakumar, 2013).

Gli autori sottolineano quindi l’importanza di fare attività fisica, oltre che per i benefici medici, anche per gli apporti positivi psicologici, come la riduzione dei livelli d’ansia (Anderson &Shivakumar, 2013).

 

La storia di Edward: quando abbandono e inadeguatezza si riflettono in un paio di forbici – La LIBET nelle narrazioni

Edward mani di forbice, solitario ma in cerca di amore, fragile e allo stesso tempo forte…forse c’è un piccolo Edward è in ognuno di noi?

La LIBET nelle narrazioni – (Nr. 3) Edward mani di forbice

 

Una volta, tanti e tanti anni fa, viveva in quel castello un inventore e tra le tante cose che faceva si racconta che diede vita ad un uomo, un uomo con tutti gli organi, un cuore, un cervello, con tutto… beh quasi tutto, perché vedi, l’inventore era molto vecchio e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato, allora l’uomo fu abbandonato senza un papà, incompleto e tutto solo. Il suo nome era Edward…

 

Così inizia Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, 1990), capolavoro dal sapore gotico – romantico frutto della geniale mente di Tim Burton. Con questo film, il regista sancisce la stretta collaborazione con Johnny Depp, a cui sembra cucirsi perfettamente addosso il personaggio di Edward, introverso e solitario ma dotato di grande sensibilità.

La storia si svolge in una cittadina borghese di provincia dell’America anni ’50-‘60, in cui tutto viene dipinto in modo perfettamente ordinario, legato alle tradizioni e alle buone maniere. A fianco di questo quadro dalle tinte pastello, in un maniero barocco in cima alla collina, uno scienziato decide di dar vita ad una speciale creatura, Edward, che crescerà come un figlio fino al momento in cui improvvisamente morirà. Il nostro protagonista si ritrova così completamente solo, e imperfetto: lo scienziato non era riuscito infatti a finirgli le mani, al cui posto risplendono delle enormi e taglienti forbici. Riferendoci al modello LIBET (Sassaroli, Bassanini, Redaelli, Caselli & Ruggiero, 2014), viene quindi definito il cosiddetto contesto di apprendimento, in cui il nostro protagonista si avvicina per la prima volta alla propria sensibilità, il proprio tema doloroso, di non sentirsi amato e di essere un prodotto incompleto, imperfetto.

Per anni Edward vive nel castello nella completa solitudine, fino al giorno in cui Peggy Boggs, presentatrice porta a porta di cosmetici giunta casualmente al castello, lo convince ad andare con lei in città: conosce così i Boggs, famiglia unita e accogliente, e la loro figlia adolescente Kim di cui col tempo si innamorerà; spinti dal suo aspetto strano e inusuale, anche molti vicini di casa cercheranno di fare la sua conoscenza e in seguito di coinvolgerlo nella vita e negli impegni quotidiani tra vicini. Edward inizia così a scoprire un mondo per lui nuovo, a cui cerca di adattarsi e ‘sottomettersi’ sfruttando e normalizzando la propria diversità, improvvisandosi barbiere e giardiniere del vicinato, credendo così di riuscire dopo anni di solitudine a riscoprire l’amore e l’accettazione da parte degli altri. Un’analisi LIBET di queste interazioni, ci permette di notare come la strategia utilizzata dal nostro protagonista per risultare performante in ogni situazione, e così allontanarsi dal tema, è utilizzare un piano prescrittivo che gli permette di prevenire e reprimere le minacce, controllando il giudizio e il rifiuto altrui.

Questo piano viene tuttavia invalidato, nel momento in emergono difficoltà con la famiglia Boggs e i vicini. Joyce Monroe, spigliata e disinibita casalinga, lo accusa ingiustamente di molestie, ritorcendogli contro il vicinato e tutti i loro pregiudizi rigidi e bigotti; Jim, possessivo fidanzato di Kim, è molto geloso di Edward e lo coinvolge in un furto in casa propria al fine di incastrarlo e di metterlo in cattiva luce e far così sì che ritorni al castello. In seguito a tali episodi, definibili tramite LIBET come invalidazione, riemergono così in Edward in maniera esplosiva i vissuti dolorosi di abbandono e inadeguatezza, che innescano in lui una reazione di aggressività e ritiro, un vero e proprio esordio sintomatologico. Edward infatti fugge furiosamente dalla città tagliando e falciando ogni cosa gli capiti sotto gli occhi, e torna così a immergersi nella propria solitudine all’interno del castello che da sempre ha riconosciuto come unica e vera casa.

Solitario ma in cerca di amore, fragile e allo stesso tempo forte…forse, c’è un piccolo Edward è in ognuno di noi?

Un colloquio immaginario con Edward – restituzione, validazione, motivazione al cambiamento

L: Allora Edward…arrivati a questo punto del nostro percorso insieme, penso che sarebbe utile per avere più chiara la situazione fare insieme un punto rispetto a quello che si siamo detti, che ne dice?

E: Sì, va bene…

L: Proviamo ad aiutarci anche con uno schema grafico (Fig. 1), iniziamo a costruirlo insieme…

E: Ok…

L: Oggi è venuto da me riportandomi una forte sofferenza, che ha iniziato a percepire come insopportabile dal momento in cui ha iniziato a sentire un allontanamento da parte della famiglia Boggs e da Kim, dopo le accuse della Sig.ra Monroe e l’episodio a casa di Jim. Ho capito bene?

E: Sì, da quel momento ho iniziato a stare di nuovo male, e di conseguenza non sono più stato in grado di sopportare la situazione e ho avuto delle reazioni per cui ho sentito bisogno di scappare, avevo una rabbia dentro…

L: Da quanto mi ha detto lei sta male perché in queste situazioni ha sempre cercato di accettare il volere degli altri, pensando di fare un favore agli altri, e in questo modo sperava di essere accettato…tuttavia per come si sono poi sviluppate le situazioni pensa che gli altri non siano stati in grado di comprenderla e comprendere il suo atteggiamento….

E: Io ho sempre cercato di stare bene con gli altri, ho fatto quello che mi chiedevano…volevo solo sentirmi amato e non sentirmi inadeguato e diverso…

L: Per questo ora prova emozioni come tristezza e rabbia. Il suo atteggiamento volto ad essere amato dalle persone che le stanno vicine e il desiderio di sentirsi simile agli altri non è stato compreso, e di questo se ne fa una colpa personale, pensando che siano gli altri ad avere ragione sul fatto che lei in fondo sia diverso e non meritevole d’amore. E’ corretto?

E: Sì, io ho fatto di tutto…ma non è stato abbastanza, forse non ne sono in grado… alla fine non sono come gli altri, forse non merito l’amore degli altri…

L: Questa sofferenza sta emergendo ora poiché lei ha utilizzato queste strategie, come ad esempio cercare di essere accondiscendente verso le richieste degli altri, per riuscire a tenersi lontano da alcuni stati mentali che l’avrebbero fatta soffrire… non sentirsi amato e apprezzato dagli altri e sentirsi diverso ed escluso a causa delle sue fragilità… Ora però questo sembra non essere sufficiente a proteggerla da questi stati, poiché sta riattraversando una sofferenza insopportabile, che l’ha portata a isolarsi e tornare al castello, a vedere nella rabbia e nell’aggressività verso l’esterno l’unica soluzione a questi stati. Edward, lei cosa ne pensa?

E: Non potevo fare altro, io ce l’ho messa tutta per stare bene e piacere agli altri, ma dopo le ultime cose accadute non sono più riuscito a ragionare ed ero così arrabbiato che non riuscivo più a starci dentro…

L: Questo, Edward, le è servito per sopravvivere, le ha permesso di sviluppare una grande sensibilità. Era la cosa migliore che potesse fare e per questo, pensando che potesse aiutarla in tante situazioni simili, è normale e comprensibile che lo segua ancora, come è altrettanto naturale che abbia sofferto nel momento in cui non è riuscito ad ottenere ciò che sperava e desiderava. Con quello che le è successo, è naturale che si senta così, tutti ci sentiremmo così e saremmo vulnerabili su questi punti, soprattutto con la storia che ha lei alle spalle.

E: Sono venuto da lei per questo… non riesco più a gestire nulla, sono risprofondato nella mia solitudine e non so come uscirne…

L: In questo momento, credo che la cosa più onesta che potrebbe fare è prendersi del tempo, quanto riterrà necessario, per riconoscersi che sta soffrendo molto. Ho molta fiducia in lei, so che ha la forza e le capacità per riuscire a superare questo tipo di sofferenza, fino ad ora ha fatto il meglio che potesse fare.

E: Forse del tempo sarebbe la soluzione, ma non sono mai riuscito ad affrontare questi momenti, non so se ne sarò in grado neanche tra un po’ di tempo…

L: È venuto da me a chiedere aiuto, questa è una grande prova di coraggio e un grande passo che lei ha fatto da solo sulle proprie gambe! C’è ancora della strada da percorrere, non lo nego, e il percorso che le propongo è impegnativo e difficile, ma lei non è da solo nel percorrerlo. È anche vero che in questo è importante che lei si metta in gioco per cambiare, in modo da poter percorrere questo percorso insieme mettendo a frutto tutte le sue sensibilità e utilizzandole per stare meglio.

E: Sì io vorrei stare meglio… non ne posso più di stare così, di sentirmi così, vorrei solo essere come tutti gli altri, avere una famiglia e degli amici come tutte le persone là fuori…

L: Edward, queste cose che mi sta dicendo sono bisogni molto importanti, lei merita di avere tutto questo, ma come pensa che sia possibile rinchiuso nella solitudine del suo castello?

E: Non lo so, il mondo fuori mi spaventa, nel castello mi sento protetto e al sicuro, ma allo stesso tempo vorrei poter vivere il mondo là fuori insieme a tante persone che mi vogliano bene per come sono

L: Come abbiamo detto, per fare questo l’isolamento non è la soluzione. Secondo lei, cosa potrebbe succedere di brutto se ritornasse a vivere in mezzo alle altre persone?

E: Non saprei, non credo di riuscirci, forse non ne sono capace, l’ultima volta che ci ho provato nessuno mi ha più voluto e mi hanno cacciato, dopo tutto quello che avevo provato a fare…

L: Lei ha sempre fatto quello che riteneva giusto, cercando di andare sempre incontro agli altri, assecondandoli in tante richieste e mostrandosi compiacente. Questo però l’ha portata a stare male, a passare attraverso questa grandissima sofferenza. Secondo lei, che peso possono avere la frustrazione che lei vive in questi momenti e lo scopo di poter piacere a tutti, un obiettivo che non è perfettamente raggiungibile? Cosa succederebbe se lei abbandonasse tutto questo? Se iniziasse a mostrarsi meno compiacente e a imporre di più la propria volontà, magari anche rifiutando alcune situazioni o richieste?

E: Non so, gli altri potrebbero allontanarsi ancora di più…

L:  Lei cosa spera di realizzare con il nostro lavoro assieme? Se avesse una bacchetta magica, cosa vorrebbe cambiare di sé attraverso questo percorso di terapia?

E: Vorrei stare meglio, e riuscire ad avere una vita come tutti. Una famiglia che mi voglia bene, degli amici che mi stiano vicino…

L: Ok…e per lei quanto è importante da 0 a 10 cambiare questo aspetto?

E: Molto… 10…

L: Quanto pensa che sarebbe in grado di cambiare questo aspetto da 0 a 10?

E: non so, 5 forse…ma vorrei tanto che qualcosa cambiasse

L: Noi insieme lavoreremo su questo, cercando di far si che sia maggiore la tolleranza di alcuni stati emotivi negativi e di conseguenza si riducano alcuni comportamenti che lei mi ha riportato come problematici e che le creano e sostengono la sofferenza. Insieme cercheremo di comprendere cosa la attiva in questi momenti, quali sono i pensieri sottostanti e cercheremo di metterli in discussione, cercheremo nuove strategie per tollerare questa sofferenza.

E: Mi sembra molto difficile, io vorrei molto provare a cambiare, chissà se ne sarò in grado…

L: Tutto questo costa molto impegno, molta fatica, lei è libero di scegliere se farlo o meno. Secondo lei cosa la potrebbe motivare in questo?

E: Sicuramente l’idea di non stare più così male, e magari di poter riabbracciare Kim, e tornare a stare con i Boggs che per me sono stati come una vera famiglia…

L: Potremmo intanto provare a impegnarci per una settimana?

E: Sì posso provare…

L: So che per lei è molto difficile, ma penso che abbia a disposizione tutto ciò che serve. Direi che per oggi sono emerse molte informazioni utili e abbiamo fatto ulteriori passi in avanti. Fissiamo un appuntamento per la prossima settimana?

 

Edward mani di forbice abbadono e inadeguatezza Analisi in chiave-LIBET-Fig1

Fig. 1. Schema grafico del funzionamento in termini LIBET

 

 

Economia dell’informazione, economia dell’attenzione, economia esperienziale: un filo rosso

L’Intelligenza Artificiale (IA) aiuta a condividere le informazioni circa la qualità e le caratteristiche di un bene e/o di quella esperienza, cosicché il consumatore può permettersi di valutare, con qualche certezza in più, anche ex ante le sue scelte di acquisto.

 

Nel presente contributo ipotizziamo che Economia dell’informazione, Economia dell’attenzione, Economia esperienziale siano attraversate da un fil rouge, che è quello dell’intelligenza artificiale (IA). Si tratta di branche diverse dell’economia, che corrono lungo binari diversi. Eppure ci sono degli “scambi” che congiungono tali binari: la IA. Gli utenti e gli stessi data scientist non conoscono fino in fondo le macchine dell’IA (Economia dell’informazione). Troppe informazioni fornite dal digitale e dai big data distolgono l’attenzione, poiché la nostra razionalità limitata non può che ritenere una parte di tale stock di dati e informazioni (Economia dell’attenzione). In qualche senso, l’Economia esperienziale abbraccia entrambe: sia informazioni asimmetriche sia l’enorme mole di dati fra cui muoversi per gestire processi decisionali e scelte. Alcuni beni (c.d. esperienziali nella terminologia economica) o un’esperienza – identificata non nel bene in sé, ma in tutto ciò che lo circonda (emozioni, evocazioni, e così via) – possono essere valutati dal consumatore solo dopo aver verificato a posteriori le caratteristiche intrinseche di quel bene o di quella esperienza. Ma l’IA aiuta a condividere le informazioni circa la qualità e le caratteristiche di quel bene e/o di quella esperienza, cosicché il consumatore può permettersi di valutare con qualche certezza in più anche ex ante le sue scelte di acquisto.

Andiamo al primo punto, quello relativo all’Economia dell’informazione.

Quando chiedete qualcosa a un motore di ricerca, è grazie al machine learning che il motore decide quali risultati (e anche quali annunci pubblicitari) mostrarvi. […] Volete comprare un libro su Amazon, o guardare un film su Netflix? Un sistema di machine learning si prodigherà a consigliarvi quelli che potrebbero piacervi. […] I learner, come sono chiamati gli algoritmi del machine learning […] capiscono dai dati (molti dei quali noi stessi li forniamo (n.d.r.)) ciò che devono fare. E più abbondanti sono i dati, migliori saranno le loro performance. Oggi i computer non hanno bisogno di essere programmati: lo fanno da soli. […] a ogni ora del giorno, dal momento in cui aprite gli occhi a quando andate a dormire, il machine learning è con voi. (Domingos, 2016, p. 11)

Come cambiano i compagni di vita!

Per citarne uno, il learner Nearest Neighbor ha trovato un gran numero di applicazioni, dal riconoscimento della scrittura al controllo dei bracci robotici, passando per i suggerimenti di film, video, musica, libri (Domingos, 2016).

Gli esempi e le argomentazioni tratti da Domingos ci conducono implicitamente a un concetto mainstream dell’Economia dell’informazione: quello dell’informazione asimmetrica, circostanza che si verifica in un rapporto bilaterale (nel nostro caso, tra noi e la macchina), quando un soggetto (la macchina) possiede maggiori informazioni (c.d. informazioni private) della controparte. Davanti a quest’ultima scende un velo di opacità riguardo a caratteristiche, funzionamento, comportamenti, qualità decisionali e predittive della macchina. Secondo la terminologia economica, la qualità del bene “non è osservabile”.

È fondamentale aprire questa scatola nera e scandagliarne attentamente i contenuti, poiché l’IA e le sue tecnologie vengono sfruttate per effettuare scelte, inferenze e previsioni anche in comparti molto sensibili, quali la sicurezza, la giustizia, il mercato del lavoro, la sanità. Le ricadute derivanti da architetture opache e, quindi, non del tutto sotto controllo nella loro gestione e funzionamento sono potenzialmente dirompenti nelle nostre società. Quale esempio per tutti, basti pensare agli strumenti per il riconoscimento facciale.

È preoccupante, in particolare, l’utilizzo della IA per leggere le emozioni. Si tratta di algoritmi che, ad esempio, aiutano nei colloqui di lavoro e a capire se un soggetto indiziato stia mentendo.

Insomma, inquietanti macchine della verità in versione IA. E sappiamo quanto gli algoritmi possano essere biased e portare, di conseguenza, a decisioni del tutto inique.

E allora, in tale contesto di informazione asimmetrica, perché dovremmo fidarci della nuova tecnologia di cui sappiamo ancora troppo poco? E di cui a volte persino i propri sviluppatori non capiscono i risultati?

L’informazione asimmetrica è un classico fallimento di mercato e tipicamente, soprattutto in settore tanto delicato come l’IA, deve intervenire il legislatore per regolamentare. Per regolare l’uso pervasivo della IA è quindi necessario che i governi intervengano attraverso la regolazione. E’ questo il messaggio forte contenuto nel Rapporto 2019 dell’AI Now Institute di New York, un istituto di ricerca interdisciplinare che analizza le implicazioni sociali dell’intelligenza artificiale.

Tutte le nostre attività ci sottopongono alla tagliola degli elevati costi transazionali legati alla ricerca, selezione, elaborazione di dati e informazioni e al fact-checking. Quanto più è alta la marea dei big data, tanto più alta è l’attenzione richiestaci, tanto più elevati sono tali costi. Un modo per eluderli o, quantomeno, abbassarli è delegare all’IA il nostro processo decisionale, le nostre scelte e, di conseguenza, persino la nostra necessità/volontà di sapere e sfidarci nel tentare di sgrovigliarsi nella complessità del mondo esterno per deliberare. Molte nostre risorse possono essere di conseguenza distratte altrove, ma non necessariamente allocate meglio.

È una delega importante quella che le conferiamo, in quanto depaupera parte delle nostre capacità cognitive, deliberative e persino indebolisce la nostra autodeterminazione e autonomia individuale secondo una sorta di moral hazard. Insomma, l’IA può cambiare la nostra struttura degli incentivi. Perdiamo anche in creatività a beneficio dell’omologazione e della moda statistica. Ma l’IA merita tutto questo potere che le riconosciamo? La risposta dovrebbe essere negativa almeno per tre ordini di motivi, alcuni dei quali già menzionati: in primo luogo, la macchina non è del tutto conosciuta e quindi non è del tutto sotto controllo; in secondo luogo, compie numerosi errori. Come esiste l’errore umano, così esiste l’errore artificiale. Inoltre, alcuni problemi comunque permangono: la necessità del fact-checking e del debunking. Per di più, non dimentichiamo che gli stessi algoritmi possono essere deep-faker. Quindi dovrebbe essere ridotto al minimo questo trade-off nella scelta tra le nostre capacità e quelle della macchina. È ottimismo indebito conferirle una delega ampia soprattutto quando ci muoviamo in campi molto delicati e personali. Ricorre di nuovo la domanda: perché riconoscerle tanta fiducia? In terzo luogo, la qualità dell’algoritmo è funzione anche della qualità dei dati.

Qualità e quantità dei dati conducono all’altra branca dell’economia sopra citata, quella dell’attenzione, che origina dall’impianto teorico del premio Nobel, Herbert Simon, che già nel 1971 scriveva come l’informazione consumi attenzione. Quindi l’abbondanza di informazione genera una povertà di attenzione e induce il bisogno di allocare quell’attenzione efficientemente tra le molte fonti di informazione che la possono consumare.

Nel campo dell’esperienza, l’IA può essere ancillare al “passa parola”, velocizzandolo se non viralizzandolo. In economia si definisce “bene esperienziale” quello le cui qualità possono essere valutate solo dopo aver consumato il bene stesso, cioè solo dopo avere acquisito l’esperienza del suo utilizzo. Si tratta quindi di una particolare categoria di beni/servizi di mercato, la cui qualità è nota solo a posteriori. Gli esempi sono tantissimi: da una vacanza a un libro.

Tuttavia, grazie all’IA, per valutare un bene esperienziale non è necessaria ex post una esperienza diretta, ma diventa rilevante anche quella trasmessa da altri. In qualche misura, è possibile anticipare la valutazione del prodotto prima ancora di consumarlo. Vale a dire, l’IA permette di scegliere anche in presenza di informazione imperfetta.

Certo, un grave limite nel mutuare dall’esperienza altrui è il sistema delle preferenze che connota ciascuno e che può depistare in tale esercizio. Ma in community virtuali che si formano sulla base di preferenze simili, i social costituiscono un buon succedaneo dell’esperienza personale nel valutare una scelta. Naturalmente, anche in questo campo le fake sono in agguato.

Pertanto, oggi l’esperienza di acquisto si avvia tramite uno scambio via social; si evolve con la ricerca di informazioni, recensioni, valutazioni e racconti delle esperienze altrui; si prolunga con la visita in uno store fisico; continua con il racconto della propria esperienza, condividendo. Una sorta di customer journey; un market search in versione moderna, cioè secondo una prospettiva IA.

Il bene/servizio acquistato, qualora non soddisfi le aspettative del consumatore – benché esso possa avere un elevato valore economico e qualitativo – si traduce in una esperienza negativa.

Tuttavia, oggi il bene esperienziale si è evoluto in altre direzioni e in altre accezioni rispetto alla nozione classica appena ricordata. Non è il bene – o il paniere di beni – in sé ciò che per il consumatore conta e che intende acquistare, bensì il ricordo, l’emozione, il momento, l’atmosfera. Il bene fisico si trasforma in sensazione, cioè in qualcosa di meno palpabile della fisicità del bene. Anche in tale circostanza i social aiutano a canalizzare tali esigenze tramite la condivisione.

Queste riflessioni conducono a pensare all’economia esperienziale anche in un’altra accezione. Tali dinamiche mutano non solo la domanda e l’offerta di mercato, ma anche un’innovazione del processo produttivo e del prodotto

L’attività produttiva non si limita a fornire nuovi prodotti/servizi, ma – ovviamente – anche quelli tradizionali che vengono però progressivamente “esperienzializzati”. Il nucleo dell’acquisto non è tanto il possesso di un bene, quanto il suo utilizzo per vivere una specifica esperienza.

Anche in tale accezione, un ruolo da protagonista viene assolto dalle info-tecnologie. L’economia dell’esperienza sarà una determinante importante della domanda delle tecnologie digitali centrate sulla fruizione.

Ma anche nelle narrazioni di esperienze tramite social sono in agguato dei pericoli. In particolare, è stato osservato (Calzolari, 2019 ) che la montagna e chi la frequenta sono molto presenti soprattutto su Facebook e Instagram. Il racconto spesso decade nella mera autorappresentazione e nel marketing di se stessi. L’ambiente diventa nuda scenografia e si va a caccia di “like”. In questo caso, i social perdono la valenza di esportazione di una esperienza per diventare solo decadimento di quest’ultima.

 

Soddisfazione coniugale: impatto dei tratti di personalità, ansia e depressione nelle donne in gravidanza

Un recente studio ha indagato i fattori che contribuiscono alla soddisfazione coniugale, prendendo in considerazione come ansia, depressione e profili di personalità possano influenzare questo aspetto durante la gravidanza.

 

L’importanza della valutazione della soddisfazione coniugale e dei fattori associati non può essere trascurata. La soddisfazione coniugale, infatti, determina la felicità personale e l’autorealizzazione in una relazione coniugale e ciò influisce notevolmente sul benessere di bambini e donne, specialmente durante la gravidanza, e sul benessere dell’intera famiglia e società in generale.

Il presente studio (Ezeme, Ohayi, &Mba, 2019) mira ad indagare i fattori che contribuiscono alla soddisfazione coniugale, rendendo una relazione di coppia più o meno stabile. Inoltre, sottolinea l’importanza di valutare lo stato di salute mentale delle donne in gravidanza, in modo tale che, in presenza di insoddisfazione coniugale, ansia o depressione, i profili di personalità possano essere adeguatamente valutati e le donne efficacemente sostenute. Nello specifico, gli studiosi hanno analizzato il modo in cui le persone interagiscono durante le loro relazioni e, soprattutto, hanno prestato particolare attenzione all’influenza dei tratti di personalità sulla soddisfazione coniugale. La letteratura passata, infatti, conferma che la compatibilità coniugale è influenzata dalle caratteristiche di personalità delle due persone che contraggono matrimonio. In generale, studi recenti hanno dimostrato che le caratteristiche di personalità riscontrate nelle coppie soddisfatte sono diverse da quelle riscontrate tra le coppie insoddisfatte; i comportamenti associati a specifiche caratteristiche della personalità possono contribuire alla serenità o al conflitto nella relazione (Sousou, 2004).

Uno degli strumenti più validi per la misura della personalità è il modello a cinque fattori (FiveFactors Model, FFM) che identifica cinque aspetti rilevanti della personalità, chiamati Big Five: nevroticismo, estroversione, coscienziosità, apertura all’esperienza e amicalità. I risultati delle ricerche mostrano che il nevroticismo, l’estroversione e la coscienziosità sembrano essere i fattori più importanti nel determinare come le coppie vivono e si adattano alle situazioni e alle condizioni nelle relazioni coniugali.

Il campione finale dello studio comprendeva 200 donne in gravidanza. L’obiettivo era dimostrare se e come l’ansia, la depressione e i tratti di personalità influiscono sul benessere personale e coniugale. Gli strumenti utilizzati sono:

  • Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS): è una scala composta da 14 item, 7 si riferiscono all’ansia e 7 alla depressione.
  • Index of MaritalSatisfaction (IMS) (Hundson, 1982): è un questionario self-report costituito da 25 item i quali misurano i problemi attuali che hanno ridotto la soddisfazione coniugale.
  • Big Five Inventory (BFI): è un questionario di 44 item che valutano la personalità sulla base di cinque dimensioni (nevroticismo, estroversione, coscienziosità, apertura all’esperienza e gradevolezza).

I risultati mostrano delle correlazioni positive tra l’insoddisfazione coniugale e il nevroticismo, ansia e depressione; mentre estroversione, amicalità, coscienziosità e apertura mentale sarebbero negativamente correlate all’insoddisfazione coniugale. Tuttavia, entrambe le correlazioni di amicalità e coscienziosità non sembrano statisticamente significative; al contrario, apertura all’esperienza, nevroticismo e ansia sarebbero predittori significativi dell’insoddisfazione coniugale. In altre parole, il nevroticismo, l’ansia e la depressione possono essere fattori di rischio per l’insoddisfazione coniugale; mentre tratti della personalità come l’apertura all’esperienza e l’estroversione possono essere fattori facilitanti per la soddisfazione coniugale.

Questi risultati potrebbero derivare dal fatto che l’estroversione è maggiormente associata ad emozioni positive, mentre il nevroticismo è legato all’instabilità affettiva e alle emozioni negative come paura, dolore, rabbia, senso di colpa e imbarazzo. Altri studi hanno sottolineato che l’apertura all’esperienza è una delle caratteristiche più apprezzate della personalità selezionate dal compagno, ma che non migliorano la soddisfazione coniugale se i soggetti soffrono di ansia o depressione (Botwin, Buss, &Schackelford, 1997; Schaffhuser, Allemand, & Martin, 2014).

 

Una panoramica del disturbo dell’eccitazione sessuale femminile e le correlazioni con i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione

Dal punto di vista psicologico, cibo e sesso hanno molti aspetti in comune: sono entrambi fonti di piacere e gratificazione per l’individuo ed esprimono bisogni fondamentali legati alla vita, alla sopravvivenza fisica e affettiva.

Giorgia Cipriano e Manuela Tedeschi – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

L’eccitazione sessuale

Nel DSM-5 (2013) tra le disfunzioni sessuali è stato introdotto il Disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile.

Nell’atto sessuale, l’eccitazione rappresenta la sua fase centrale, cioè una reazione alla stimolazione sessuale, di tipo mentale o emotivo che è appunto soggettiva, ed una fisica come gonfiore, formicolio o sensazione di pulsazione nell’area genitale oppure umidità vaginale.

Come riportato dalla letteratura scientifica, il desiderio sessuale appare influenzato da fattori socio-biologici (genere, età, disturbi ormonali) ma anche da fattori psicologici (percezione di sè, depressione, ecc.), fattori relazionali (comunicazione interpersonale) e contestuali (Træen, Martinussen, Öberg, & Kavli, 2007). Il desiderio sessuale quindi rappresenta il frutto di una complessa azione esercitata da vari elementi a livello cognitivo (pensieri), affettivo (umore) e neurofisiologico (eccitabilità) (Kingsberg, 2010).

L’eccitazione è spiegabile come una tensione emotiva e corporea, che induce attivazione. Essa è, quindi, come l’orgasmo, un fenomeno per lo più fisico che prevede, nella donna, la lubrificazione vaginale e una serie di reazioni di tipo neurovegetativo, muscolare ed endocrino.

Esposito e collaboratori (2017), all’interno della loro rassegna, affermano che:

La risposta sessuale umana è stata inizialmente descritta da Masters e Johnson come un processo lineare composto da fasi distinte (eccitazione, plateau, orgasmo e risoluzione), più tardi modificato da Kaplan nel modello a tre fasi, comprendenti il desiderio, l’eccitazione e l’orgasmo. Secondo l’elaborazione di Basson, la sessualità femminile si articolerebbe in una dinamica ciclica, nella quale sono in gioco fattori emozionali e relazionali. L’attività sessuale viene generalmente stimolata dal desiderio, che può insorgere spontaneamente o essere condizionato da stimolazioni esogene o dal ricordo di esperienze soddisfacenti. L’eccitazione sessuale include l’eccitazione soggettiva/psicologica, insieme all’eccitazione genitale. Entrambe le forme di eccitazione vengono spesso distinte l’una dall’altra, dal momento che donne sane con disordini dell’eccitazione soggettiva mostrano una normale vaso-congestione in risposta a stimoli erotici degli ormoni sessuali sono richiesti per una fisiologica funzione. (K. Esposito, M.I. Maiorino, 2017)

Disturbo dell eccitazione sessuale femminile e disturbi alimentari - immagine 1

Fig 1. Dinamica ciclica della sessualità femminile: fattori emozionali e relazonali

 

Il disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile

Coloro a cui viene diagnosticato il disturbo dell’eccitazione sessuale femminile hanno, come caratteristica principale, l’incapacità di raggiungere ed esperire una “normale” eccitazione femminile spiegabile come l’arrivare e mantenere, fino alla fine dell’atto sessuale, una lubrificazione vaginale in risposta ad un’eccitazione sessuale. La donna, in questo caso, non ha la percezione fisica dell’attivazione sessuale e, infatti durante l’atto, non si verifica il gonfiore dei genitali né la lubrificazione.

Questo disturbo che è tale, se e solo se, i sintomi si protraggono per almeno 6 mesi e causano disagio clinicamente significativo, può essere accompagnato da dolore durante il rapporto sessuale ed è infatti possibile che, a causa di ciò, la donna cominci ad evitare i rapporti sessuali.

Classificazione del disturbo

Il disturbo dell’eccitazione sessuale femminile si suddivide in:

  • Permanente: se esso è presente da quando la donna è sessualmente attiva;
  • Acquisito: se le difficoltà che riguardano la risposta di eccitazione sono insorte in seguito ad apprendimenti culturali ed esperienze personali negative che possono aver condizionato l’atteggiamento verso la sessualità;
  • Generalizzato: la difficoltà a eccitarsi è presente costantemente e al variare dei partner;
  • Situazionale: la difficoltà a eccitarsi è presente con un solo partner o solo in determinate circostanze ambientali.

Ricerche

Dal punto di vista psicologico, cibo e sesso hanno molti aspetti in comune: sono entrambi fonti di piacere e gratificazione per l’individuo. Entrambi, inoltre, esprimono bisogni fondamentali legati alla vita, alla sopravvivenza fisica e affettiva.

Tra i vari ricercatori, Brotto e collaboratori nel 2017 hanno effettuato uno studio con lo scopo di esplorare, nella popolazione generale femminile, quante donne esperissero un basso desiderio sessuale. Nella sua indagine, è emerso che un terzo delle donne ha sperimentato un basso desiderio sessuale per un tempo variabile nel corso di quell’anno.

Altri studi hanno indagato meglio il disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile focalizzandosi sulla relazione con i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Sebbene la malnutrizione possa influenzare la libido, altre caratteristiche centrali dei disturbi alimentari, come l’immagine corporea distorta, l’insoddisfazione del corpo e la vergogna, possono anche compromettere il sano funzionamento sessuale e le relazioni tra individui che lottano con la patologia alimentare. Gli scienziati, perciò, hanno ipotizzato che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione siano in comorbidità con la diagnosi di disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione femminile (A. Graziottin, 2004). Le basi neurobiologiche del desiderio per il cibo e per il sesso sono sottese entrambe dalla stessa via neurobiologica che ha come neurotrasmettitore la dopamina. Sia l’atto sessuale che l’alimentazione sono influenzati dalle emozioni che si esperiscono. Lo studio di Pinheiro e collaboratori, pubblicato sull’International Journal of Eating Disorder nel 2009, in questo campo, ha infatti evidenziato correlazioni in particolare con l’Anoressia Nervosa e con la Bulimia nervosa.

Al contrario, non sono stati ancora effettuati studi per verificare se il disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile sia in correlazione con altri disturbi dell’alimentazione, come ad esempio il Binge Eating Disorder. Da pochi mesi però, è stato esposto al convegno di Riccione della scuola di Psicoterapia cognitivo-comportamentale del network Studi Cognitivi, un poster relativo ad un’indagine preliminare di Cavallaro, Cipriano e Colombo (2019) sulla popolazione generale femminile e, i primi risultati, hanno evidenziato una correlazione tra disturbo dell’eccitazione sessuale femminile e Binge Eating Disorder.

Ma non solo, è stato anche evidenziato che le donne con questo tipo di disturbo presentano meta-credenze positive sul rimuginio. Questi dati ci fanno riflettere su come il disturbo dell’eccitazione sessuale femminile potrebbe essere in comorbidità anche con l’obesità: la sovra-alimentazione potrebbe avere un ruolo potenzialmente antisessuale in quanto, in acuto, un pasto abbondante, ricco di grassi e proteine, potrebbe rallentare la risposta sessuale fisica fino a bloccarla, perché causerebbe una vera e propria dispepsia acuta da sovraccarico alimentare, che “sequestra” molto più sangue a livello intestinale, per la digestione appesantita, sottraendolo al circuito sessuale. L’eccesso di alimentazione, se protratto, porterebbe al sovrappeso fino alla franca obesità, con tutti i problemi associati d’immagine corporea, con crollo dell’autostima e crescente depressione, potenti nemici del desiderio sessuale.

Studi futuri potrebbero indagare anche questa possibile ipotesi.

Trattamento

Il trattamento per le pazienti con disturbi dell’eccitazione e del desiderio sessuale femminile richiede diversi step ed interventi. Infatti, come discusso precedentemente, il disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile è spesso in comorbidità con un disturbo dell’alimentazione e della nutrizione. E’ perciò auspicabile prima lavorare sul disturbo della nutrizione e dell’alimentazione e, solo in un secondo momento, sul disturbo sessuale. Il primo passo così, è comprendere e modificare le cause, spesso emotive o relazionali, del disturbo del comportamento alimentare e solo in seguito intervenire sul disturbo del desiderio e dell’eccitazione sessuale femminile. A tal proposito, il trattamento per questo tipo di disturbo, richiede diverse fasi comprensive di psico-educazione: dare gli strumenti affinché le persone possano accedere alla conoscenza dell’anatomia sessuale e del ciclo di risposta sessuale (fasi del funzionamento erotico), al fine di migliorare la consapevolezza del proprio corpo (esplorazione visiva e cinestesica) e migliorare la comprensione dei fattori fisiologici e psicologici coinvolti nel rapporto sessuale, e prendere coscienza dell’esame delle credenze e dei miti comuni inerenti il sesso. Dopo quindi un buon assessment e la fase introduttiva di psico-educazione, si procede con la terapia cognitivo-comportamentale al fine di conoscersi meglio, di conoscere meglio se stessi in relazione con l’altro, conoscere il proprio piacere e i propri vissuti. A tutto ciò si aggiungono anche esercizi comportamentali, come ad esempio gli esercizi di Kegel per migliorare la sensibilità vaginale, la capacità di eccitamento e di orgasmo. Essendo un disturbo che può presentarsi con diversa severità è consigliabile un tipo di intervento multidisciplinare. Accanto alla terapia psicologica, è auspicabile la presenza di un medico che valuti la prescrizione di farmaci che stimolino il sistema nervoso simpatico, nonché il flusso sanguigno e alcune componenti del sistema nervoso. Attualmente, gli interventi medici/fisici per il disturbo da eccitazione sessuale femminile sono ancora in fase di sperimentazione.

 

Pensiero consapevole e automatico – Il Framing

Ogni clinico dovrebbe tenere in considerazione nel suo lavoro con i pazienti che tutti siamo soggetti a bias ed imparare ad operare con piani più adattivi e funzionali, trasformando l’errore in occasione di apprendimento.

Il presente contributo è il sesto e l’ultimo di una serie di articoli sull’argomento. Nell’ articolo continueremo ad approfondire le teorie di Daniel Kahneman per meglio comprendere le conseguenze dell’attivazione del pensiero lento e veloce in psicoterapia.

 

Il Framing

La cornice entro la quale si presentano le informazioni di un problema influenza notevolmente la scelta delle alternative di soluzione individuate. Gli esperimenti su questo tema sono copiosi.

Nel setting terapeutico con il paziente andiamo a verificare i risultati ottenuti rispetto agli obiettivi concordati durante la terapia. E’ bene non farlo spesso, perché il framing ampio riduce l’avversione al rischio. In pratica si è più disposti a percepire il piacere dei guadagni, ciò che si è ottenuto dalla terapia, piuttosto che il dolore per le perdite, ciò che ancora non si riesce ad ottenere in termini di risultato. E’ possibile, così che il paziente possa ritenersi soddisfatto del trattamento, senza consolidare le nuove acquisizioni e senza aver maturato la capacità di generalizzarle e soprattutto abbandonando il setting prematuramente prima di aver risolto tutte le problematiche presentate.

Il conflitto d’interessi tra omissione e commissione

Il senso di responsabilità è maggiore per il fare (colpa) che per il non fare (rammarico). La differenza è la deviazione dal default, non riduciamo le perdite per non ammettere il fallimento.

Il giocatore che perde continua a giocare, l’innamorato non si dà per vinto e continua a corteggiare la stessa donna che non ne vuole sapere, il broker naif continua a mantenere i suoi investimenti quando la borsa è segnata dall’orso. L’ossessivo non abbandona i suoi rituali compulsivi fin quando non si dice di aver fatto tutto il possibile per evitare l’evento terrifico.

Il rammarico di non aver fatto tutto ciò che era possibile è peggio del rimorso per aver compiuto un’azione dannosa. Tra l’altro i nostri conti mentali sono separati, per l’effetto che agiscono in contesti mentali diversi e separati, quindi le perdite e i guadagni, non sono compensati. Utilizziamo un framing ristretto che ci impedisce di avere una visione di più largo periodo che ci farebbe evitare molti costi sommersi (il famoso “fare trentuno perché abbiamo già fatto trenta”) dovuti agli investimenti in conti perdenti quando sarebbero disponibili investimenti migliori.

L’impegno in piani di vita disadattivi, per esempio, è spesso difficile da dismettere proprio perché il framing è ristretto e l’avversione alla perdita impedisce il cambiamento, anche se si pagano costi sommersi enormi in termini di sofferenza.

Una possibile motivazione a prendere decisioni diverse può essere fornita se la valutazione è congiunta, ossia se anziché valutare un unico scenario (un unico piano) si è nella condizione di valutare più scenari alternativi.  Così è più facile che si arrivi a un’inversione di preferenza (Kahneman, 2013) in contesti mutati.

In realtà, per lo stesso motivo, anche i terapeuti spesso sono restii a riorganizzare strategie terapeutiche risultate fallimentari quando si è alla presenza d’impasse e rotture dell’alleanza.

Frame e realtà

Il framing emozionale è stato valutato da neuroscienziati in molti esperimenti e consiste nell’attivazione dell’amigdala che provoca eccitazione emozionale durante una scelta del sistema 1. Resistere comporta un conflitto con l’attivazione del cingolo anteriore. Le scelte più razionali, condotte da soggetti meno esposti al framing, attivano la corteccia frontale che combina emozione e ragione.

Il framing emozionale influenza le scelte secondo la formulazione e descrizione della situazione, del funzionamento diverso del sé esperienziale e del sé memonico e in virtù del fatto che le decisioni non sono sempre associate all’esperienza, ma spesso forgiate dai ricordi (Kahneman, 2013).

Ciò mette in discussione il modello dell’agente razionale. Abbiamo preferenze sulla durata delle conseguenze dolorose e piacevoli favorite dalla memoria, una funzione del sistema 1 che si è evoluta in funzione della regola picco-fine. La valutazione di un’esperienza retrospettivamente è riferita al momento peggiore e al termine dell’esperienza stessa, mentre vi è disattenzione per la durata.

Quando pensiamo a un fallimento, la finale dei campionati europei persa, trascuriamo tutto ciò che di positivo vi è stato durante il torneo. Un percorso terapeutico può fornire al paziente un’esperienza positiva se la narrazione è ricordata dal sé memonico che ha più influenza del sé esperienziale senza che vi sia un evento, per esempio, in fase di chiusura, momento che proprio per questo va curato in modo particolare con molta attenzione, che metta a repentaglio l’integrità dell’intero percorso. L’illusione della focalizzazione induce in errore sullo stato attuale, il paziente può fermare l’attenzione sul momento senza consolidare il tempo e quindi la durata del trattamento.

Il sé esperienziale mette insieme una serie di momenti che possono essere più o meno felici e più o meno dolorosi, ma la somma dei valori dei vari momenti può essere offuscata dal sé memonico che ferma e rappresenta alcuni momenti critici, il culmine e la fine, mentre la durata è trascurata.

La ricostruzione della narrazione nella sequenza temporale e la regolazione di alcune funzioni esecutive (memoria, attenzione, pensiero) possono ridare coerenza e integrazione tra sé memonico e sé esperienziale, riducendo bias che generano sofferenza per una ricostruzione parziale e distorta degli eventi.

La distanza psicologica

Gli eventi possono essere valutati in modo diverso per la distanza psicologica da cui si valutano. La distanza è temporale e spaziale quindi un evento può essere prossimo o distante in termini temporali o spaziali. Queste distanze secondo la construal level theory influenzano il livello di costruzione della realtà (Mancini, Giacomantonio, 2018).

L’assetto motivazionale in terapia può essere così influenzato rispetto al raggiungimento degli scopi concordati o dei compiti assegnati.

Review della letteratura recente sul tema

La literature review ha utilizzato l’archivio elettronico “EBSCOhost” inserendo le parole chiave “prospect theory; decision making; thought & thinking; framing effect; anchoring effect; anchoring and adjustment heuristic; affect heuristic” e selezionato le pubblicazioni accademiche dell’ultimo decennio relative al processo decisionale in ambito clinico.

Sull’argomento del decision making la letteratura è vasta e ne prenderemo in considerazione solo una parte inerente l’interesse specifico del tema: lavorare in psicoterapia comporta scelte sia per il paziente, sia per il terapeuta soggette a possibili bias che quanto meno, possono ostacolare il raggiungimento degli scopi.

Il processo di decision making è il risultato di processi cognitivi ed emozionali che determinano scelte tra diverse alternative. Pravettoni et al. (2015) distinguono due approcci, uno normativo, l’altro descrittivo. Il primo sostiene che in condizioni d’incertezza e rischio si rappresentano diverse opzioni in termini di utilità attesa e la scelta è fatta in modo razionale rispetto alla probabilità di conseguire il risultato atteso, per il secondo la capacità di prendere decisioni non segue sempre le leggi della razionalità ma è influenzata sia da processi cognitivi sia da aspetti emotivi e sociali.

Il meccanismo del Deferred Acceptance Algorithm (Cormen et al., 2013) può rappresentare un ottimo esempio del primo approccio, consente di rimandare, infatti, le scelte definitive fino a quando si è trovata la soluzione ideale. Quando si giunge alla soluzione ideale tutte le opzioni sono state considerate e non ce n’è una migliore.

La distanza temporale, però, è uno dei criteri con cui costruiamo le scelte (temporal discounting) e spesso l’interesse a breve termine (l’uovo oggi) si contrappone all’interesse a lungo termine (la gallina domani) e la preferenza è inversamente proporzionale al ritardo della ricompensa (Ruokang, Takahashi, 2012; Livet, 2017). Inoltre il Deferred Acceptance Algorithm, non tiene conto delle rappresentazioni e delle emozioni dell’agente il cui ruolo è stato molto bene segnalato dalla teoria del marcatore somatico di Damasio (Lerner et al., 2015).

L’approccio descrittivo, invece, si propone di determinare i pattern cognitivi sottostanti i reali comportamenti decisionali, facendo ricorso alle euristiche (Gigerenzen, 2011; 2015), scorciatoie che consentono di arrivare rapidamente, senza una ricerca esaustiva di tutte le informazioni, a una scelta che consente il raggiungimento degli scopi.

Una grande quantità di studi presenti in letteratura si soffermano sul processo decisionale in termini di guadagni o perdite evidenziando che le persone reagiscono in modo diverso a una particolare scelta a seconda che sia presentata come una perdita o come un guadagno. Mettere in rilievo l’uno o l’altro dei due aspetti complementari influenza la valutazione e le decisioni che ne conseguono.

Gong et al. (2013) hanno condotto una review della letteratura pubblicata in lingua inglese dal 2005 al 2012, utilizzando ricerche elettroniche e bibliografiche attraverso l’utilizzo di Medline, Science Direct e Pro Quest Digital Dissertation.

Le conclusioni mettono in evidenza risultati a volte incoerenti per la presenza di un’eterogeneità di variabili che possono entrare in gioco quando le persone devono effettuare scelte nel campo della salute. Ulteriori conferme in questo senso sono state fornite da altre ricerche (Evangeli et al., 2013; Van’t Riet et al., 2014; Lucas et al., 2016).

Alcuni lavori presi in considerazione attestano, ad esempio, sia che le persone sono più facilmente persuase dell’importanza di mettere in atto comportamenti di prevenzione quando i messaggi hanno un contenuto positivo rispetto ad uno negativo, sia l’opposto.

Kingsbury et al. (2015) hanno esaminato gli effetti del framing sui comportamenti che hanno sia implicazioni sulla salute che nelle relazioni interpersonali. Lo studio ha rilevato che i messaggi inquadrati come guadagno sono più efficaci per promuovere comportamenti positivi in ambito di salute, mentre per quanto riguarda le conseguenze sociali, per sortire maggiori effetti sul comportamento è preferibile inquadrare i messaggi come perdite.

Il framing dei messaggi è importante per incoraggiare il cambiamento del comportamento e deve tenere presente i benefici enfatizzati e le priorità personali dei pazienti (Keyworth et al., 2018) nonché l’ottimismo disposizionale (Zhao et al., 2015).

I messaggi con contenuti negativi, in relazione a quanto afferma la Prospect Theory, necessitano di un’elaborazione più lunga e portano i soggetti a mettere in atto comportamenti difensivi e protettivi (Brown et al. , 2014).

In sostanza  numerose variabili entrano in gioco nella decisione di mettere in atto o meno un determinato comportamento, le caratteristiche individuali dei singoli soggetti, la propensione personale ad assumere rischi, l’esperienza, il contesto organizzativo, le preferenze del paziente, la condivisione del processo decisionale (Broc et al., 2017).

Anche l’età ha il suo peso. Malhotra et al. (2017) e  Pachur et al. (2017) hanno osservato il ruolo dei fattori cognitivi e motivazionali nei processi decisionali di rischio confrontando i giovani con gli anziani: gli anziani sono più ottimisti rispetto ai guadagni e non hanno mostrato alcuna avversione alla perdita.

Gli studi di Lombardi et al. (2010) e di Kreiner et al. (2017) si sono soffermati sull’impatto che una domanda può avere sulla risposta, rilevando che le risposte sono suscettibili di ancoraggio quando viene data al soggetto la possibilità di utilizzare un formato di risposta in scala o utilizzando dei grafici.

Verhofstadt et al. (2016) hanno esaminato come le risposte dei soggetti cambiano a seconda del tipo di ancoraggio che contiene la domanda; se l’ancora è fornita dall’interlocutore e quindi è esplicita oppure viene autogenerata dal soggetto.

Aspetti questi da tenere in debita considerazione durante un colloquio clinico poiché il modo in cui viene posta la domanda dal terapeuta influenza il paziente circa la dimensione che valuta e la risposta che fornisce.

Domande aperte su concetti e costrutti multidimensionali, ad esempio, volte a comprendere il vissuto di un soggetto circa la propria qualità di vita, il proprio benessere o quanto si sente felice senza fornire dei parametri di riferimento, portano il soggetto intervistato ad individuare una propria ancora (il soggetto può confrontarsi con altri soggetti, confrontare la propria vita attuale con quella desiderata, essere sensibile al contesto in cui viene posta la domanda, ecc.) che avrà un impatto sulla stima effettuata ed influenzerà la risposta.

Una ricerca di Lisa et al. (2017) ha esplorato come, oltre al modo in cui viene presentato un problema, anche il tempo diventi un fattore determinante nel processo decisionale. Quando le persone devono affrontare decisioni improvvise ed immediate, la pressione del tempo aumenta gli effetti del framing attivando il pensiero di tipo1, più intuitivo ed emotivo, facilitando risposte automatiche.

Le ricerche sugli effetti del framing nel processo decisionale in ambito psicopatologico non sono moltissime, ma è ragionevole presumere, come rilevato da Jefferies-Sewell et al. (2015) che anche gli esperti del settore non siano immuni da tale effetto. Uno studio di questi autori che ha coinvolto 678 psichiatri attesta che la presentazione delle informazioni sui rischi può influenzare il processo decisionale. Rispetto alla teoria classica in cui le situazioni inquadrate positivamente portano avversione al rischio e le situazioni incorniciate negativamente comportano una maggiore possibilità di scelte rischiose, in questo studio sembra emergere un modello inverso. I partecipanti a cui era detto che i rischi fossero “alti”, si sono mostrati più inclini a scegliere comportamenti di cautela, mentre quelli a cui era detto che il rischio fosse “basso” si mostravano meno propensi a tenere in debita considerazione la sicurezza del paziente. Jefferies-Sewell et al. concludono che gli effetti del framing possono essere spiegati in termini di mancanza di comprensione della probabilità che un certo evento si verifichi e sottolineano l’importanza di un’adeguata formazione soprattutto per professionisti meno esperti.

Parker (2014; 2018) si è soffermato sulle caratteristiche specifiche che entrano in gioco quando si fa una diagnosi, spiegando l’importanza del “ragionamento clinico”. Riprendendo l’esempio riportato da Kahneman relativo all’abilità acquisita da un giocatore di scacchi che a seguito di un ampio addestramento è in grado di prendere decisioni non in base a scelte intuitive, Parker sostiene che in ambito diagnostico è necessario formulare una “diagnosi provvisoria” in maniera “automatica” e successivamente attivare il Sistema 2 per verificare i dati di cui si dispone in modo da confermare o respingere la prima ipotesi diagnostica. In psichiatria i sintomi non hanno un peso assoluto e specifico per questo l’autore sostiene l’importanza di utilizzare in modo integrato il sistema 1 e il Sistema 2 per definire ipotesi soggette a invalidazioni e/o conferme. Gli errori in cui può incorrere il Sistema 1 sarebbero cosi compensati dal Sistema 2.

Parker, inoltre, evidenzia l’importanza e la centralità dell’esperienza, dato che l’analisi dei sintomi non è spesso sufficiente vista la peculiarità dell’indagine clinica che deve tenere in considerazione diverse dimensioni e per questo soggetta a fallacie e bias.

In ambito psicopatologico la diagnosi non trova conferme in prove di laboratorio è, quindi, necessario il ragionamento clinico, oltretutto quasi tutte le diagnosi psichiatriche mancano di una precisa definizione di confini, le categorie diagnostiche si modificano nel tempo e gli stessi sintomi sono presenti in differenti patologie.

Inoltre, un clinico non si limita solamente a fare diagnosi ma si chiede il perché un paziente ha presentato proprio in un momento specifico una determinata condizione e cerca nella sua storia evolutiva una serie di informazioni utili alla definizione del progetto terapeutico (Parker, 2018).

Relativamente agli errori euristici che possono commettere gli esperti, soggetti con adeguata formazione accademica e conoscenze specifiche relative al processo decisionale, Ribiero et al. 2014 e Bennett et al., 2014 in linea con la Prospect Theory, mettono in rilievo la possibilità che anche questi professionisti possano essere soggetti all’effetto ancoraggio che si può verificare anche quando l’ancora è incompleta, inaccurata, irrilevante, non plausibile o persino casuale.

Sebbene tale effetto sia stato ampiamente riconosciuto come un’euristica estremamente robusta e potente, uno studio di Zhao (2012) ha rimarcato che motivare all’accuratezza del giudizio e fornire informazioni sui processi metacognitivi può contrastarlo. Risultati simili sono stati ottenuti da Smith et al. (2013) che, contrariamente a quando riferito da Kanheman, sottolineano come una maggiore conoscenza porta ad un minor effetto ancoraggio e che, in relazione all’influenza delle ancore sulle valutazioni, gli effetti sono ancora più moderati se quelle fornite hanno dei valori estremi.

Anche le ricerche di Chiesi et al. (2011) e De Neys (2014) hanno attestato che le capacità metacognitive sono positivamente correlate alla tendenza a inibire risposte euristiche e alla capacità di prendere in considerazione diverse alternative, riducendo la tendenza a fare affidamento su scelte rapide e predefinite.

Le ricerche di Wendt et al.(2018) e di Zamarian et al. (2019) mostrano, altresì che l’esperienza migliora la capacità diagnostica e quindi diminuisce gli effetti di ancoraggio e di framing.

Da un punto di vista più strettamente neuropsicologico gli studi di McElroy et al. (2013) e di Corser et al. (2014) hanno esaminato il ruolo di entrambi gli emisferi nell’ambito del decision making favorendo la comprensione del contributo di ciascun emisfero nel processo decisionale, mentre altre ricerche hanno evidenziato il ruolo dell’ambiente in relazione ai diversi livelli di analisi per la riformulazione di credenze implicate nei processi di cambiamento decisionale (Kotabe et al. 2016; Kempermann, 2019; Berman et al. 2019).

Di estremo interesse è una ricerca di Johnson et al.(2013) che prende in considerazione il ruolo della Prospect Theory rispetto al tema della socialità. L’essere umano da un punto di vista evolutivo è portato alla socializzazione e, pertanto, il concetto di avversione alla perdita non si può ritenere valido per questo dominio. L’importanza di entrare in relazione è così importante per l’uomo (sopravvivenza e successo riproduttivo) che più facilmente assume i rischi del coinvolgimento sociale con gli altri rispetto a rischi in ambiti non sociali, indipendentemente dal fatto che la scelta sia inquadrata come guadagno o perdita.

Considerazioni conclusive

Nel complesso gli studi sul decision making hanno evidenziato che i soggetti sono sensibili e influenzati dal modo, dal tipo e dal contesto in cui le informazioni cliniche sono comunicate. Dall’analisi della letteratura emerge che diversi fattori possono influenzare le scelte dei soggetti e i risultati che in alcuni casi sono anche discordanti. I dati a disposizione dovranno essere adeguatamente approfonditi da ricerche future.

Sembra, comunque, emergere il ruolo delle capacità metacognitive, del ragionamento clinico e dell’esperienza nel ridurre significativamente i bias in ambito psicopatologico e queste indicazioni rappresentano informazioni che ogni clinico dovrebbe tenere in debita considerazione nel suo lavoro con i pazienti.

Il sistema 1, il pensiero intuitivo, commette errori quando guida il comportamento, ma è anche all’origine di molte scelte corrette. La memoria conserva le abilità acquisite per fronteggiare le situazioni problematiche che si presentano. Ambiente regolare, pratica e feed-back sull’efficacia di pensieri e azioni ci permettono di acquisire un repertorio di competenze, giudizi e scelte intuitive che si rivelano adattivi.

A volte la realtà ci richiede una risposta euristica più complessa, meno rapida, più analitica. Ecco che entra in gioco il sistema 2 che ci avverte che siamo in un territorio pieno di trappole, dilemmi, intoppi e dobbiamo muoverci con cautela per non incorrere in illusioni cognitive.

Avere ben chiaro che siamo soggetti ai bias descritti può aiutarci a operare con piani più adattivi e funzionali e a trasformare l’errore in occasione di apprendimento. E ciò è utile al paziente e al terapeuta.

 

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Disimparare la paura con l’aiuto della mindfulness

La forza specifica della Mindfulness sembrerebbe risiedere nella capacità di alterare sia fisicamente che funzionalmente le connessioni tra le strutture cerebrali coinvolte nell’espressione della paura e nell’apprendimento dell’estinzione, come rivelato da svariati studi di neuroimaging.

 

La sintomatologia ansiosa, così come quella legata al trauma, rappresentano ad oggi due delle sfide principali nella clinica contemporanea su scala globale (Baxter et al., 2014).

È facile immaginare come nell’evoluzione di molte specie, tra le quali la nostra, la paura possa aver avuto un ruolo fondamentale: se infatti l’incolumità dell’individuo rappresenta il primo imperativo per la conservazione a lungo termine della specie, imparare cosa possa essere pericoloso per la sopravvivenza diventa, letteralmente, di vitale importanza. Tuttavia, se imparare a distinguere una minaccia è una dote adattiva necessaria alla sopravvivenza, talvolta l’esperienza di un evento negativo viene indissolubilmente legata ad uno stimolo altrimenti neutro, condizionando la risposta dell’individuo ogniqualvolta si troverà esposto a tale stimolo, da ultimo lasciandolo in balia di emozioni di paura e ansia difficili da spiegare e ancora più difficili da contrastare.

È questo il caso delle fobie, nelle quali la naturale risposta fisiologica di paura e la conseguente risposta comportamentale di freezing o di evitamento risultano sproporzionate alla reale minaccia, o divengono talmente pressanti ed automatiche da inibire qualsiasi alternativa, cronicizzandosi e divenendo talvolta invalidanti. L’apprendimento di tale associazione coinvolge diversi circuiti neurali che convergono nell’amigdala, struttura coinvolta nel consolidamento emotivo della memoria e nella conseguente risposta di paura. Diversi studi di neuroimaging hanno potuto confermare come la sintomatologia ansiosa sia accompagnata da un incremento dell’attivazione nel circuito che include appunto l’amigdala, l’insula anteriore, la corteccia cingolata dorsale anteriore e parti dorsali del mesencefalo, la cui magnitudine di attivazione poteva predire la risposta condizionata allo stimolo (Fullana et al., 2016).

Il trattamento d’elezione proposto per questa problematica è di stampo Cognitivo-Comportamentale e prevede dei protocolli di esposizione allo stimolo volti alla desensibilizzazione; la base teoretica su cui poggia questo tipo di terapia è l’apprendimento dell’estinzione. Esponendo il soggetto allo stesso stimolo che ha originariamente generato la risposta di paura, in un nuovo contesto e con la possibilità di modulare la propria risposta ansiosa, si viene quindi a rompere l’associazione automatica tra quello stimolo ed un esito negativo, aprendo la possibilità di apprendere nuove strategie comportamentali più adattive. Studi sugli umani, così come sugli animali, hanno evidenziato come questo nuovo apprendimento sia reso possibile grazie all’azione della porzione ventromediale della corteccia prefrontale (vmPFC) e dell’ippocampo, che a seguito del processo di estinzione agiscono sull’amigdala sopprimendo la risposta appresa di paura (Fullana et al., 2018; Greco &Liberzon, 2016).

È stato dimostrato come in assenza di estinzione, l’associazione originaria rimanga attiva, ripresentando la stessa risposta condizionata anche a distanza di molto tempo o in contesti differenti; inoltre, nei pazienti affetti da disturbi d’ansia o legati al trauma, sono compresenti pattern di attivazione anomala delle strutture cerebrali coinvolte, nonché un deficit nell’apprendimento dell’estinzione stessa e nel suo mantenimento (Graham & Milad, 2011; Wicking et al., 2016). Per questo motivo, interventi che abbiano come target specifico l’apprendimento dell’estinzione potrebbero massimizzare i risultati delle terapie che si occupano di questa problematica.

Uno studio condotto da Björkstrand e colleghi (2019) si è proposto di indagare se la Mindfulness possa costituire l’alleato ideale nel trattamento delle fobie e dei disturbi d’ansia: questa pratica meditativa ha infatti già dimostrato i propri effetti positivi come coadiuvante in diversi tipi di terapia, accrescendo il livello di attenzione e la capacità di regolazione delle emozioni nei suoi praticanti. Tuttavia, la sua forza specifica sembrerebbe risiedere nella capacità di alterare sia fisicamente che funzionalmente le connessioni tra le strutture cerebrali coinvolte nell’espressione della paura e nell’apprendimento dell’estinzione, come rivelato da svariati studi di neuroimaging (Hölzel et al., 2016; Tang, Hölzel, & Posner, 2015): le dimensioni e il livello di attivazione dell’amigdala sono risultate inferiori dopo un training di Minfulness, mentre l’attività dell’ippocampo risultava in aumento; le connessioni funzionali tra la corteccia prefrontale e l’amigdala risultavano alterate e accompagnate da una maggiore attivazione corticale, inoltre risultava aumentata la connettività strutturale tra la porzione ventromediale della corteccia prefrontale (vmPFC) e l’amigdala che, come abbiamo già detto, è fondamentale nell’apprendimento e mantenimento dell’estinzione.

Il campione sperimentale, composto da soggetti clinicamente sani, è stato assegnato casualmente ad uno di due gruppi, il primo che avrebbe seguito un training di Mindfulness della durata di 10-20 minuti quotidiani nell’arco di quattro settimane, grazie ad un’applicazione disponibile per smartphone (Headspace), il secondo avrebbe costituito il gruppo di controllo, non ricevendo alcun training.

Poi, in seguito all’apprendimento dell’associazione mediante un classico condizionamento aversivo Pavloviano, in cui uno stimolo neutrale (in questo caso l’immagine di quadrati di diverso colore) veniva sistematicamente associato alla somministrazione di una leggera scossa elettrica, vi era una prima fase di estinzione, ottenuta ripresentando gli stessi stimoli, questa volta disgiunti dalla scossa elettrica. Il giorno seguente veniva poi proposta una seconda sessione di estinzione per valutare il potenziale effetto del tempo trascorso (24h) sul mantenimento della stessa.

L’ipotesi principale, ovvero che la Mindfulness abbia un effetto mirato sul mantenimento dell’estinzione, è stata verificata ottenendo un indice del recupero spontaneo, ovvero sottraendo l’indice di conduttanza cutanea relativa all’ultima sessione di estinzione del primo giorno all’indice di conduttanza riscontrato nella prima sessione di re-estinzione nel secondo giorno: in altre parole verificando quanti ‘passi indietro’ in termini di attivazione fisiologica della paura fossero stati fatti durante la notte, tornando ad avere una reazione intensa alla nuova presentazione dello stimolo.

Gli autori non hanno riscontrato differenze significative tra i due gruppi in termini di apprendimento dell’estinzione, entrambi cioè disimparavano con la stessa facilità l’associazione tra lo stimolo e l’assenza di scossa elettrica, tuttavia, solo il gruppo che non aveva partecipato al training di Mindfulness riportava la presenza di recupero spontaneo, confermando l’ipotesi iniziale che potesse esservi un effetto specifico sul mantenimento dell’estinzione.

Con le dovute limitazioni, questo studio contribuisce a validare l’apporto della Mindfulness con potenziali implicazioni per la clinica rivolta alle fobie ed ai disturbi di natura traumatica, che potrebbero certamente giovare dell’inserimento di questa disciplina come coadiuvante nel contesto dei protocolli già esistenti, o divenire la base per interventi specifici mirati a contrastare il recupero spontaneo delle associazioni disfunzionali apprese.

Pensiero consapevole e pensiero automatico – La scelta del cambiamento in psicoterapia

La terapia non dovrebbe essere mirata a togliere i comportamenti sintomatici, che comunque sono il modo in cui il paziente è riuscito a cavarsela finora, quanto piuttosto ad un cambiamento che permetta di aggiungere nuove possibilità, nuove strategie in modo che aumentino i gradi di libertà e il paziente non sia costretto a fare solo come ha sempre fatto, ma possa scegliere se farlo o no avendo altre opzioni.

Il presente contributo è il quinto di una serie di articoli sull’argomento. Pubblicheremo i successivi contributi nei prossimi giorni. Nel presente articolo, così come nei prossimi, continueremo ad approfondire le teorie di Daniel Kahneman per meglio comprendere le conseguenze dell’attivazione del pensiero lento e veloce in psicoterapia.

 

Le scelte rischiose

Cambiare è una scelta rischiosa per qualsiasi individuo: ‘Sai da cosa fuggi, ma non sai quello che cerchi’ come sosteneva Lello Arena nel film di Troisi Ricomincio da tre.

E’ vero che ciò che dovrebbe abbandonare il paziente è qualcosa che lo fa soffrire, ma è l’unica cosa che ha, che conosce e che ha sempre fatto. Si ricordi la vecchietta di Siracusa che pregava lunga vita al sanguinario tiranno perché al peggio non c’è mai limite come afferma anche Frankestein Junior ricordando che ‘potrebbe piovere!’.

L’avversione al rischio ci fa scegliere la cosa sicura e inoltre abbiamo una ‘cecità indotta da teoria’, una volta scelta una teoria e utilizzata è difficile scoprirne i difetti (Kahneman, 2013). Siamo confermazionisti per natura e quando ci imbattiamo in un contro esempio, immaginiamo che vi sarà una spiegazione che al momento ci sfugge, ma sicuramente emergerà a una riflessione più approfondita. Il sistema 2 poi si stanca facilmente e la teoria rimane in piedi.

Se poi consideriamo che le perdite sono più dolorose dei guadagni comprendiamo perché è tanto difficile per i pazienti cambiare e perché lo è anche per i terapeuti.

Guadagni e perdite come ci insegna Kahneman, secondo la Prospect Theory sono valutati secondo il punto di riferimento allo stato precedente ai due eventi.

Entrano in gioco tre caratteristiche operative del sistema 1:

  • 1 la valutazione è relativa al punto di riferimento definito ‘livello di adattamento’. Sopra abbiamo guadagni, sotto perdite. Qual è il punto di riferimento del paziente?
  • 2 la diminuzione della sensibilità vale anche per i cambiamenti. Accendere una candela in una stanza buia ha un grande effetto a differenza di accenderla in una stanza illuminata. Come possiamo far sì che il paziente abbia la sensazione che riusciremo ad accendere la candela nella stanza buia che abita?
  • 3 l’avversione alla perdita è evolutivamente funzionale, evitare le minacce è più urgente che cogliere le opportunità per la sopravvivenza e la riproduzione in un ambiente ostile. Le opzioni del paziente e del terapeuta nel setting sono miste, quindi accettare o rifiutare il rischio dipende dalla capacità di fare un bilancio costi/benefici tra perdite e guadagni del cambiamento.

Quando il terapeuta riesce a far sì che il paziente percepisca e ponga attenzione ai guadagni (1,5-2,5 più grandi delle perdite) la motivazione, l’alleanza e il lavoro terapeutico ne traggono grande beneficio.

La guarigione rientra nella categoria dei guadagni ma l’abbandono dello status quo sebbene sintomatico è percepito come una perdita.

Se la posta in gioco è importante, diventa efficace contrapporre una perdita sicura con una perdita più grande in modo da aumentare la propensione al rischio.

Altri due processi devono essere considerati.

Più alta sarà l’aspettativa di guadagno, più dolorosa sarà la delusione per la perdita. Esperienza comune dei terapeuti che trattano pazienti con alte aspettative di cambiamento è la difficoltà di riportarli a confrontarsi con ciò che è fattibile; in altre parole operare nello spazio prossimale senza generare una forte delusione per la mancanza di progressi che si erano illusi di ottenere.

E poi c’è il rammarico per aver fatto una scelta rischiosa non andata a buon fine e aver rinunciato a un buon guadagno. I pazienti spesso di fronte a loro scelte di vita possono provare rammarico e rimanere oltremodo ancorati a queste esperienze che ostacolano il cambiamento.

Le perdite in relazione alle dotazioni

Abbiamo rilevato l’importanza del punto di riferimento per la Prospect Theory.

Le perdite sono naturalmente valutate in relazione al punto di riferimento che determina un ‘effetto dotazione’. Quali saranno i vantaggi e gli svantaggi di un cambiamento?

L’avversione alla perdita ci spinge a essere conservatori e favorisce lo status quo. Le scelte hanno un forte bias a favore del punto di riferimento, quindi è più appropriato operare cambiamenti piccoli.

Le dotazioni, di qualsiasi genere esse siano, non vanno perse. L’avversione alla perdita favorisce la conservazione delle nostre risorse se e solo se possono essere usate.

L’indicazione per la terapia è prospettare al paziente che quella particolare risorsa (piano semi-adattivo) è diventata spesso inefficace, anche se conserva un certo valore per la funzione che ha svolto in passato e che può ancora svolgere, se utilizzata in modo meno pervasivo e inflessibile da non limitare i gradi di libertà, avendo, così, la possibilità di alternare altri piani più funzionali ai diversi contesti da affrontare.

La terapia non dovrebbe essere mirata a togliere i comportamenti sintomatici, che comunque sono il modo in cui il paziente è riuscito a cavarsela finora, quanto piuttosto ad aggiungere nuove possibilità, nuove strategie in modo che aumentino i gradi di libertà e il paziente non sia costretto a fare solo come ha sempre fatto, ma possa scegliere se farlo o no avendo altre opzioni.

La domanda posta correttamente potrebbe essere ‘Quanto desideri mantenerla, rispetto alle alternative che potresti adottare?’

Visione psicologica e biologica

Negatività e fuga dominano su positività e approccio (Kahneman, 2013). Le risposte automatiche del sistema 1 sono state evolutivamente selezionate per rispondere velocemente a un ambiente pieno di minacce.

L’avversione all’idea di non raggiungere un obiettivo è molto più forte della motivazione a raggiungerlo e questo spesso spinge a difendere lo status quo per evitare perdite (better safe than sorry).

Se navigo sul fiume e mi accorgo che la mia imbarcazione ha una falla posso adoperarmi per ripararla o per scaricare l’acqua che entra nell’imbarcazione. E’ possibile che queste due strategie siano entrambe inefficaci e che la navigazione sia sempre più perigliosa ma non abbandonerò la mia barchetta se non quando avrò la possibilità di saltare su un altro mezzo più sicuro.

In terapia è necessario costruire piani esistenziali più adattivi perché il paziente possa rinunciare a quelli che ha sperimentato ormai come disfunzionali.

Giudizi e calcolo probabilistico

I pesi delle decisioni per ottenere un risultato sono diversi dalla probabilità attribuita al risultato (Kahneman, 2013).

Abbiamo tre situazioni al variare delle probabilità di ottenere un risultato:

  • effetto certezza: la probabilità del risultato varia dal 95% al 100% in questo caso vi è un grande potere nelle scelte;
  • effetto miglioramento: la probabilità del risultato varia dal 5% al 10%, in questo caso vi è una valutazione di aver raddoppiato la probabilità;
  • effetto possibilità: la probabilità varia da 0 a 5% in questo caso vi è un grande potere nelle scelte e si sovrastimano i rischi minimi.

Quando un evento diviene presente e al centro della nostra attenzione gli assegniamo più peso di quanto la probabilità che accada non giustifichi. L’effetto possibilità determina preoccupazione e fa crescere la probabilità percepita della minaccia.

Secondo la Prospect Theory alte probabilità di perdita portano maggiore propensione al rischio, mentre alte possibilità di guadagni portano avversione al rischio (effetto certezza). La speranza di guadagni determina la propensione al rischio, mentre la paura di perdite ingenti spinge l’avversione al rischio (effetto possibilità).

La speranza di evitare la perdita e la paura della delusione sono sperimentate con alta probabilità, mentre la speranza d’ingenti guadagni e la paura di perdite ingenti sono sperimentate con l’effetto possibilità.

Dopo millenni di evoluzione gli esseri viventi si sono dati la regola ‘primo non prenderle e soprattutto salvare la pelle’.

Nei pazienti fobici e ossessivi queste valutazioni determinano circoli viziosi di mantenimento che impediscono il cambiamento e nei terapeuti che si trovano in una situazione di rischio suicidario del paziente, il giudizio e il calcolo probabilistico entrano a gamba tesa.

Sovrastima di eventi improbabili e sottostima di quelli probabili

L’effetto disponibilità rende vivida la rappresentazione di un evento anche se improbabile e l’attenzione accentua l’accessibilità e lo stato emotivo che ne deriva. Il sistema 1 non si disattiva, anche se il sistema 2 sa che la probabilità che si verifichi l’evento è bassa.

Tendiamo a sovrastimare la probabilità di eventi rari e questo influenza le nostre decisioni e i nostri comportamenti. I fenomeni sono l’attenzione focalizzata e i bias confermazionistici. La rappresentazione vivida di un’immagine nella mente dovuta al sistema esperienziale 1 (sceglie in base all’esperienza, alla memoria e all’attenzione) condiziona la scelta al di là della probabilità del verificarsi dell’evento.

La bicicletta è enormemente più pericolosa degli aerei come mezzo di locomozione ma alla faccia di tutte le comparazioni statistiche abbiamo più paura dell’aereo.

Pensiamo a un fobico che ha paura dei cani perché da piccolo è stato morso da un pastore maremmano. E’ possibile che il soggetto abbia una forte attivazione ansiosa, non solo nel momento in cui si trova a una certa distanza da un cane, ma anche quando nella penombra vedrà muoversi una massa indefinita di colore bianco. In queste circostanze, memoria e attenzione si attivano per difendere il soggetto dalla minaccia sovrastimata in termini probabilistici che possa ricevere un’aggressione dal cane. Così è possibile che il fobico possa scappare da sua moglie quando quest’ultima, con fare amorevole gli si avvicina indossando una pelliccia sintetica di colore bianco, ma è meglio correre questo rischio che essere sbranati dal cane irritato dalle avances.

Viceversa, è possibile che il terapeuta, per sicumera, non sia attento a calcolare la probabilità congiunta del rischio di abbandono della terapia da parte del paziente, confidando nelle proprie risorse relazionali e trascurando una serie di accadimenti che nel setting indicano una rottura dell’alleanza terapeutica.

 

Nei prossimi articoli saranno analizzati gli ulteriori contributi di Kahneman alla comprensione delle conseguenze di alcune attivazioni del pensiero lento e del pensiero veloce in psicoterapia

 

Altri articoli sull’argomento:

L’In-coscienza di Greta

Attraverso l’immagine di Greta Thunberg si ripropone, e allo stesso tempo si rinnova radicalmente, il tradizionale motivo archetipico del Fanciullo.

 

Una delle figure più discusse, celebrate ed osteggiate della contemporaneità, ha il volto biondo e levigato di una ragazzina appena diciassettenne. Più ancora che di Trump e di Kim Jong-un, di Papa Francesco o di Putin, questi potrebbero essere ricordati come gli anni di Greta Thunberg, la giovane attivista scandinava, madrina del movimento ambientalista Fridays for Future.

Greta Thunberg è divenuta, nel volgere breve di alcuni mesi, l’oggetto di un’attenzione collettiva e condivisa che possiamo definire, almeno ad un livello quantitativo, senza precedenti. Miliardi di persone hanno assistito alla sua ascesa personale e mediatica, hanno potuto seguirla dai primi scioperi solitari davanti al parlamento di Stoccolma ai più recenti interventi tenuti al vertice delle Nazioni Unite, al Parlamento Europeo, all’Onu e nelle manifestazioni in cui milioni di studenti, ispirandosi a lei, si sono riversati nelle piazze di tutto il mondo, dall’America all’Australia, per protestare contro l’inadeguatezza delle politiche globali sul clima. Fino a vederla immortalata, nelle ultime settimane, sulla copertina del Time, omaggiata come la persona più influente del 2019.

Greta, nella sua fulminea scalata, ha calamitato su di sé non solo gli sguardi, ma pure le reazioni emotive più violente e disparate, così come sciami di congetture, supposizioni e valutazioni non sempre assennate. È diventata l’oggetto di dibattiti televisivi e articoli di giornale; di post, video e meme “virali” scambiati sui social; di chiacchiere da bar, da ufficio e da salotto. Non credo sia improprio dire che, ciascuno di noi, almeno per qualche istante della sua vita, si è dovuto “misurare” con il fenomeno Greta.

Alla luce di una mole tanto ingombrante di proiezioni, non è facile giungere a una sintesi e provare a definire chi sia questa ragazza in rapporto al movimento che intorno a lei si è raccolto: se la si possa ritenere più un’ispiratrice, un’ideatrice o un’iniziatrice; un’ambasciatrice, una portavoce, una statista o magari anche una condottiera.

Ma nelle intenzioni di questo articolo non c’è quella di discutere quale sia il suo ruolo (almeno non nei termini fin qui menzionati) né, tantomeno, quella di avventurarsi tra i meandri dei suoi meriti e delle sue colpe personali, delle sue presunte mire arrivistiche o del suo essere un burattino nelle mani dei potenti signori oscuri dell’imperialismo capitalista. E, allo stesso modo, non interessa entrare nello specifico della sindrome di Asperger che le è stata diagnosticata e nelle manifestazioni sintomatiche e funzionali ad essa associate.

Ciò che si vuole proporre è una lettura diversa del fenomeno Greta Thunberg, che si inserisca nel filone della ricerca psicoanalitica che privilegia, come punto focale dell’esperienza umana, la dimensione collettiva a quella individuale.

La storia della psicoanalisi è infatti, almeno da Totem e Tabù in poi, anche il tentativo di interpretare i movimenti e le dinamiche della società che viviamo. Un tentativo che forse ha trovato la sua massima espressione nella psicologia analitica di matrice junghiana, che ha sviluppato il complesso, articolato e spesso insondabile rapporto che intercorre tra coscienza e inconscio su di una scala non solo individuale, ma anche collettiva.

Quanto più risaliamo a ritroso il corso della storia, tanto più vediamo svanire la personalità sotto il manto della collettività.

Se noi indossiamo una lente analitica per indagare il fenomeno Greta Thunberg, ecco che per prima cosa dobbiamo accettare un rovesciamento paradigmatico rispetto a quanto il pensiero ordinario e individualistico vorrebbe imporci: non è la Greta persona e soggetto, nella sua singolarità pervasa di motivazioni e intenzioni, a farsi promotrice di un’azione sociale che si diffonde e arriva a coinvolgere tante altre molteplici individualità, ma è un’istanza inconscia della collettività, che ha generato e consentito che emergesse, giungendo sino alla nostra coscienza, il simbolo Greta.

L’inconscio collettivo non è affatto un sistema personale incapsulato, è oggettività ampia come il mondo, aperta al mondo. Io vi sono l’oggetto di tutti i soggetti, nel pieno capovolgimento della mia coscienza abituale dove io sono sempre il soggetto che ha oggetti.

Greta Thunberg diviene perciò una rappresentazione archetipica, attraverso cui l’inconscio sommerso della collettività, depositario dei germi e delle potenzialità di ogni futuro mutamento, ha liberato ed imposto sul proscenio manifesto della consapevolezza i suoi fantasmi di trasformazione.

Inconscio e coscienza collettivi sono istanze cangianti, mutevoli, che si compenetrano e operano in un continuo e reciproco scambio, che il più delle volte si consuma inafferrabile alle nostre facoltà ricettive. Soltanto quando la coscienza, nell’insieme di tutte manifestazioni collettive che determinano lo Spirito del tempo – pratiche culturali, politiche, sistemi valoriali e vocazioni spirituali – sembra incanalarsi in una direzione unilaterale e incapace di rendere giustizia ad alcune tra le esigenze più recondite dell’animo umano, le forze inconsce devono agire la loro opposizione con l’affermazione di un Simbolo come Greta.

L’inconscio è quell’istanza psichica nella quale gli elementi non sono scissi – tra gli istinti di dare forma e di vivere – e che può formare dei simboli. Questo accade quando (anormalmente) l’energia dell’inconscio sovrasta quella della coscienza…Il simbolo deve essere la migliore espressione possibile della concezione del mondo in una determinata epoca, tale da non poter essere superata in significato: deve essere così inafferrabile che l’intelletto critico non possa risolverlo.

Greta perciò esiste, ovvero la sua immagine esiste nelle nostre coscienze, perché attraverso di essa ritrovano corpo e voce alcune istanze dimenticate della collettività. Ma per comprendere quali siano, occorre rintracciare gli elementi distintivi che caratterizzano la sua rappresentazione, accantonando nella ricerca gli strumenti razionali a cui siamo soliti affidarci e procedendo per mezzo di una comparazione analogica con le altre rappresentazioni archetipiche della nostra tradizione culturale.

C’è un primo aspetto che si impone con eclatante evidenza e che percepiamo, immediato, nella stessa corporeità della sua immagine. E cioè che Greta è, fondamentalmente, una bambina. Greta Thunberg è bambina nei suoi diciassette anni anagrafici, ma lo è ancora di più nei tratti rotondi e un po’ schiacciati del viso, nelle lunghe trecce bionde che le raccolgono i capelli, nelle linee minute del fisico che rifuggono ogni traccia femminea di adultità. Ed è questa fanciullezza la matrice della dimensione archetipica, il tratto primigenio che si impressiona in noi e, con la forza coercitiva e nouminosa propria soltanto dell’archetipo, ci attrae verso di lei, suscitando sentimenti così primitivi e violenti di invidia e di ammirazione; di odio e di amore; di speranza e disprezzo.

Il suo essere bambina evoca reazioni che scuotono l’animo ben al di sotto delle costruzioni cognitive, ed è per questo che di fronte al fenomeno Greta così facilmente smarriamo la nostra bussola di razionalità e ci lasciamo avvincere da suggestioni emotive. È la forza insita nella sua fanciullezza che rende tanto accesi quanto vaghi, imprecisi, impropri e scorretti i nostri discorsi su di lei.

Se noi scorriamo all’indietro le immagini principali della nostra storia, ritroveremo quella del Fanciullo come una delle più ricorsive. Essa imperversa nei nostri miti così come nelle nostre tradizioni religiose, nelle opere di ogni movimento artistico e di ogni secolo; dalle rappresentazioni divine del Fanciullo Eros/Cupido e di Gesù bambino, sino alle produzioni creative e neo-mitologiche della contemporaneità: basti pensare a figure come Peter Pan, Tom Sawyer, o ai ragazzini-eroi delle recentissime e fortunatissime saghe di Star Wars, Harry Potter o Hunger Games. La figura del fanciullo costantemente ritorna e costantemente ripropone sulla scena la sua essenza archetipica, le sue ataviche peculiarità che Jung, ne Gli Archetipi dell’Inconscio Collettivo, così delineava:

Un aspetto essenziale del motivo del fanciullo è il suo carattere avvenire…Il fanciullo anticipa nel processo di individuazione quella forma che risulterà dalla sintesi degli elementi coscienti e inconsci della personalità…Il fanciullo implica qualcosa che evolve verso l’autonomia.

Il Fanciullo rappresenta, storicamente, l’origine del processo di cambiamento, l’irruzione dei contenuti inconsci sulla scena, nel loro disordine e nell’incoerenza che anticipa ogni forma razionale. Egli introduce nuove possibilità che solo passando del confronto con una coscienza adulta potranno determinare un rinnovamento dell’ordine costituito. Per questo il Fanciullo simboleggia sempre l’inizio e mai la fine, il compimento della trasformazione.

Già Nietzsche, prima di Jung, in Così Parlò Zarathustra, ne coglieva gli attributi fondamentali:

Il fanciullo è innocenza, oblio; un ricominciare, un gioco, una ruota che gira su sé stessa, un primo movimento, una santa affermazione.

Il fanciullo è come un alito di vento che spazza via un’aria stantia, è un portatore di dynamis e di intraprendenza, è un sovvertitore di regole che si affida al gioco, allo scherzo e all’intuizione. Egli ha la facoltà (il potere) di credere a cose in cui i grandi non riescono più ad aver fede, proprio perché è capace di attingere l’energia dalle forze istintuali a cui la coscienza adulta e unilaterale non riesce più ad accedere.

E, per la stessa ragione, il fanciullo è anche Innocente. Non perché non abbia colpe, ma perché essendo un’emanazione di elementi primordiali filogeneticamente anteriori ad ogni possibile concetto di colpa, egli si pone al di là e prima di qualsiasi giudizio.

Se proviamo ad analizzare i fanciulli delle nostre rappresentazioni rinverremo, il più delle volte, gli stessi tratti, essenziali e prototipici. Ma se proviamo a sovrapporre a questi l’immagine di Greta, ci accorgiamo subito di quanto sia improprio ed impreciso il nostro tentativo. Perché è vero che Greta Thunberg simboleggia una richiesta collettiva di cambiamento che potrebbe inaugurare una stagione di rinnovamento, così come è vero che la sua forza traente ci appare connessa alla riproposizione di istanze rimosse “smarrite” dalla coscienza della collettività.

Eppure Greta non scherza e non sorride. Greta non è uno moto di irresponsabilità teso a soverchiare un ordine costituito. Non vediamo in lei alcun libero gioco degli istinti, alcuna dissennatezza, alcuno slancio impetuoso di incoerenza e fantasia.

Il suo incedere è lineare e razionale, avulso all’intuizione, e anche le sue manifestazioni emotive, spesso impregnate di collera, scorrono in perfetta sincronia con gli argomenti del suo discorso. Le sue parole e il suo pianto si fondono in un monito univoco di accusa che rimanda agli adulti la gravità delle loro colpe.

Di lei ci colpisce soprattutto lo sguardo: tetro, severo, giudicante. Uno sguardo che, storicamente, sembra alieno ad ogni altra rappresentazione del fanciullo. Lo sguardo di un giudice che non fa sconti e che condanna senza ulteriori appelli.

E qui forse possiamo individuare l’elemento maggiormente distintivo del simbolo Greta: il suo rapporto esiziale con i temi della colpa e della condanna. Perché se i Fanciulli della nostra tradizione sono per antonomasia degli Innocenti o al massimo, prendendo in considerazione la ricorrente sotto-figurazione dell’Orfano, delle Vittime, Greta Thunberg sembra inaugurare una nuova dimensione dell’immagine archetipica: quella del Fanciullo–Giudice o, addirittura, del Fanciullo-Carnefice.

Una simile trasformazione non si può imputare a qualche moto trascurabile di superficie, ma pare implicare una rivoluzione strutturale nella genesi della rappresentazione: perché, mentre il Fanciullo tradizionale affondava la sua essenza simbolica nel substrato pre-razionale che lo poneva “anteriormente a qualsiasi giudizio”, Greta al contrario trova la sua ragion d’être nel legame con una istanza morale ben più progredita dal punto di vista evolutivo. Una coscienza morale dotata di una certa strutturazione e complessità, meno vincolata ai processi primari di pensiero che, paradossalmente, sembrerebbe essere sprofondata tra i contenuti inaccessibili alla collettività ed è “costretta” a ripalesarsi attraverso l’irruzione fragorosa ed esplosiva di una manifestazione archetipica.

Come si può dare conto di un simile fenomeno?

Potremmo ipotizzare che, nella dialettica conscio/inconscio, la nostra società attuale, postmoderna e a forte trazione capitalistica, abbia rimosso massicciamente dalla propria coscienza collettiva i contenuti superegoici che rimandano alla responsabilità verso le proprie azioni, al prendersi cura di sé stessi, degli altri e del proprio ambiente. E che simili contenuti, indesiderati o perfino illeciti, possano adesso riemergere solo mediante l’imposizione di simboli.

Molto analisti della nostra epoca convergono sull’idea che questa si possa definire una “Società del Narcisismo”, che rincorre e pratica su larga scala una religione dell’Ideale dell’Io in cui l’obiettivo comune (collettivo) è diventato accrescersi, superarsi, espandersi. Come scriveva Erich Fromm nell’Arte di Amare:

La felicità odierna dell’uomo consiste nel “divertirsi”. Divertirsi significa consumare e comprare cibi, bevande, sigarette, gente, libri, film – tutto è consumato, inghiottito. Il mondo è un grosso oggetto che suscita i nostri appetiti, una grossa mela, una grossa bottiglia, un grosso seno; noi siamo i consumatori, gli uomini in eterna attesa, gli speranzosi, e gli eterni delusi.

Non che tale impulso narcisista sia da ritenere in sé, come qualche fondamentalista lo vorrebbe dipingere, un male assoluto. Se esso ha goduto e gode di una tale diffusione, lo si deve soprattutto ai molteplici benefici che ha saputo garantire alla collettività: l’accesso sempre più esteso al benessere materiale, lo sviluppo tecnologico e comunicativo, l’acquisizione di diritti individuali impensabili fino a metà del secolo scorso. Come ogni nuovo impulso, ha affrancato interi popoli da vincoli superati e non più-significanti che si trascinavano avanti come epitaffi simbolici, prosciugati del loro senso originale.

Tuttavia, com’è nella naturale evoluzione di qualsiasi movimento, l’afflato dapprima liberatorio si è via via incanalato con maggiore rigidità nella direzione tracciata dalla spinta unilaterale a godere, finendo per lasciare indietro e offuscare pezzi sempre più voluminosi di umanità. E così, se la religione dell’ideale è per definizione una religione del Volere, essa ha finito con lo strangolare le istanze interiori che invece richiamano la dimensione, antitetica, del Dovere.

Non è un caso che la parola “Dovere” risuoni oggi, alle nostre orecchie, così fastidiosa, addirittura sgradevole: essa ci rimanda inevitabilmente un senso soffocante di imposizione e di colpa. Ma come già ci suggeriva Winnicott nel saggio Lo sviluppo della capacità di preoccuparsi, la colpa è solo una delle due facce del Dovere:

La parola preoccupazione è usata per indicare l’aspetto positivo di un fenomeno il cui aspetto negativo è indicato dalla parola senso di colpa. Il senso di colpa è legato all’ambivalenza e comporta un livello di integrazione dell’io tale da permettere di conservare un’immagine buona dell’oggetto insieme all’idea di distruggerlo. Preoccuparsi si riferisce al fatto che l’individuo si prende cura o prova apprensione, e sente o accetta la responsabilità.

Nel momento in cui noi rigettiamo il Dovere, per risparmiarci il penoso incomodo di sentirci colpevoli, dobbiamo necessariamente privarci della sua controparte positiva, della possibilità cioè di preoccuparci e farci carico dell’altro, di noi stessi, o del nostro ambiente, divenendone “Responsabili”. Ma così facendo non riusciamo più ad accedere alla dimensione più profonda, autentica e totalizzante dello “stare in relazione” e, in generale, dell’esperienza di Amore, un’esperienza che nella sua completezza esige la compenetrazione sinergica del Desiderio e della Cura, ovvero del Volere e del Dovere.

Il risultato è un senso paradossale di distacco, per cui nonostante l’avidità della nostra spinta ad attingere, sfruttare o addirittura inghiottire la realtà, restiamo “gli eterni delusi” di cui parlava Fromm: e non siamo riusciti finora a immaginare, collettivamente, una soluzione alla nostra insoddisfazione che non fosse quella di provare a godere ancora di più, allontanando ulteriormente il fardello gravoso della responsabilità.

Ma la comparsa di un simbolo come Greta Thunberg, la cui originalità sta nel fondere l’urgenza sovversiva di cambiamento propria del fanciullo, allo sguardo severo ed adulto di una coscienza morale che ci rimanda il peso delle nostre negligenze, ci suggerisce che i tempi potrebbero essere maturi per “immaginare insieme” una risposta diversa: una risposta che, anche attraverso il doloroso e inevitabile confronto con la colpevolezza, ci porti a ripensare coscientemente le dimensioni dimenticate della cura e della preoccupazione, per salvaguardare e risanare non solo il pianeta, ma in generale la nostra capacità di vivere appieno la relazione con il tutto che ci circonda.

 

CBT-Italia: Società Italiana di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale – Aperte le domande di ammissione

CBT-Italia è aperta a tutti i professionisti, e futuri professionisti, che hanno scelto la CBT come modello di riferimento clinico (a prescindere dalla scuola frequentata), che condividano i principi ispiratori della società e vogliano sentirsi ben rappresentati, rimanendo costantemente aggiornati e in contatto con tutti gli altri colleghi italiani. 

 

Recentemente è nata CBT-Italia – Società Italiana di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale e si è insediato il primo Consiglio Direttivo composto da Paolo Moderato (Presidente), Antonella Montano (Vice-Presidente), Gabriele Melli (Segretario/Tesoriere), Nicola Lo Savio (Consigliere) e Sandra Sassaroli (Consigliere).

CBT-Italia è aperta a tutti i professionisti, e futuri professionisti, che hanno scelto la CBT come modello di riferimento clinico (a prescindere dalla scuola frequentata), che condividano i principi ispiratori della società e vogliano sentirsi ben rappresentati, rimanendo costantemente aggiornati e in contatto con tutti gli altri colleghi italiani.

L’intento di CBT-Italia è infatti quello di diventare un polo di interesse e riferimento nazionale per tutti coloro che hanno a che fare, a vario grado e titolo, con la pratica e la teoria della CBT, nelle sue varie ramificazioni interne ma condivise e riconosciute a livello internazionale e ancorate a rigorosi processi di validazione empirica delle teorie e dei metodi utilizzati.

Si propone di offrire una casa comune ai terapeuti formati nelle varie scuole italiane, dando spazio alle varie voci e alle varie generazioni che popolano l’arcipelago cognitivo-comportamentale.

Unisciti a noi! Scopri i vantaggi riservati ai soci e le modalità per richiedere subito l’ammissione alla stessa sul sito CBT-Italia.it

 

Gabriele Melli 
Segretario Nazionale CBT-Italia 

Il sesso nella coppia: parliamone!

Una ricerca recente ha analizzato la correlazione tra la soddisfazione sessuale delle coppie e la loro capacità di comunicare efficacemente riguardo agli argomenti legati alla sessualità (Mallory, Stanton, & Handy, 2019).

 

Nei rapporti di coppia, riuscire a comunicare in maniera efficace è senza dubbio essenziale per mantenere un buon equilibrio; non fanno eccezione gli argomenti legati alla sessualità: alcuni studi, infatti, hanno evidenziato che parlare della propria sessualità (sexual communication) con il partner, è fondamentale per lo sviluppo e il mantenimento di una sana relazione sessuale (Masters & Masters, 1980).

Una ricerca condotta nel 2006, per esempio, ha dimostrato che le coppie che lamentavano difficoltà sessuali tra di loro avevano anche più problemi di sexual communication rispetto alle coppie con una vita sessuale soddisfacente (Kelly, Strassberg,& Turner, 2006). Allo stesso tempo, anche coppie con difficoltà a parlare tra di loro di problematiche sessuali o non, vedevano la loro vita sessuale compromessa la maggior parte delle volte (Reese et al., 2014).

Secondo alcuni autori (Metts&Cupach, 1989), la sexual communication comprende sia la self-dislosure sulla sessualità, ovvero la disponibilità a parlare con il proprio partner delle preferenze e dei desideri sessuali (Harris, Monahan&Hovick, 2014) sia la frequenza della comunicazione, ossia quanto spesso le coppie discutono tra di loro dell’argomento.

In letteratura, sono presenti diversi studi riguardo alla connessione tra la sexual communication e le varie dimensioni della sessualità che, ognuna in maniera differente, sembrano risentire di una scarsa comunicazione. Queste dimensioni sono il desiderio sessuale (Mark &Lasslo, 2018), la funzione erettile (Hawton, Catalan, & Fagg, 1992), la lubrificazione femminile (Graham et al., 2004), l’eiaculazione (compresi i problemi di eiaculazione precoce maschile) e l’eventuale dolore provato durante la penetrazione (Meston et al., 2004).

Nel presente studio, gli autori si sono prefissi l’obiettivo di indagare la causalità e la forza della correlazione tra sexual communication e soddisfazione sessuale della coppia attraverso un’analisi di 48 testi presenti in letteratura pubblicati dal 1980 al 2017, che complessivamente riportavano dati di 12.145 soggetti (Mallory et al., 2019).

I risultati hanno mostrato una correlazione positiva tra sexual communication, in tutti i domini indagati (desiderio sessuale, eccitazione, erezione, lubrificazione femminile, eiaculazione e dolore), e soddisfazione generale della coppia riguardo al sesso, ma la forza delle associazioni era varabile tra i diversi settori. In particolare, per quanto riguarda il desiderio e l’orgasmo, la correlazione era più forte nelle donne che negli uomini.

La sexual communication svolge quindi un ruolo particolarmente rilevante nel facilitare il desiderio sessuale delle donne: un ampio studio svolto in Gran Bretagna, riporta una correlazione negativa tra la facilità nel parlare di sesso e la mancanza di interesse per i rapporti sessuali di coppia sia nel campione maschile che in quello femminile (Graham et al., 2017), ma nelle donne sembra avere un effetto più forte, probabilmente perché il desiderio femminile tende ad essere reattivo piuttosto che spontaneo (Both & Everaerd, 2002).

In conclusione, sebbene lo studio riportato possegga alcuni limiti, tra cui il fatto di possedere solo dati self-report e una mancanza di dati longitudinali dei soggetti analizzati, si tratta della prima ricerca su larga scala effettuata sull’associazione tra sexual communication e funzioni sessuali che potrebbe avere importanti implicazioni per il perfezionamento degli interventi di coppia per migliorare la comunicazione e la soddisfazione sessuale (Mallory et al., 2019).

Pensiero consapevole e pensiero automatico – Intuizione e bias in psicoterapia

Il pensiero intuitivo può essere distorto e quindi va corretto per eliminare bias, che saranno comunque ineludibili, ma più piccoli e d’altra parte senza intuizioni predittive, non vi sarebbero informazioni da raccogliere. Questo è ciò che facciamo durante la fase di assessment, in cui formuliamo ipotesi via via che raccogliamo i dati sul paziente, ipotesi che devono restare sempre aperte a successive verifiche e falsificazioni.

Il presente contributo è il quarto di una serie di articoli sull’argomento. Pubblicheremo i successivi contributi nei prossimi giorni. Nel presente articolo, così come nei prossimi, continueremo ad approfondire le teorie di Daniel Kahneman per meglio comprendere le conseguenze dell’attivazione del pensiero lento e veloce in psicoterapia.

 

I giudizi intuitivi

Chi non ha mai espresso un giudizio con sicurezza basandosi su un’intuizione?

Spesso anche in campo clinico i giudizi sono un mix d’intuizione e analisi. Antonio non è riuscito a superare eventi critici nella sua vita. Oggi deve affrontare un grave lutto. Riuscirà a elaborarlo? Una percentuale di colleghi propenderebbe per una risposta negativa inerendo causalmente il fatto che Antonio non è riuscito, con non riuscirà a farlo.

Naturalmente i fattori che potrebbero influenzare il risultato sono molti. Un elemento di correzione attivato dal sistema 2 potrebbe essere la percentuale di persone che elaborano un lutto in maniera adattiva. Questa percentuale determina la probabilità a priori che Antonio elabori il lutto. In questo caso la probabilità a priori è quella che riguarda l’intera popolazione cui Antonio appartiene e che in genere nella quasi totalità dei casi elabora i lutti e prosegue a vivere.

La predizione intuitiva, non regressiva, può essere distorta e quindi va corretta per eliminare bias di sovrastima e sottostima del valore. Gli errori saranno comunque ineludibili, ma saranno più piccoli e d’altra parte le predizioni vanno collegate alle prove, ma senza intuizioni predittive, senza pre-comprensione, come direbbe Gadamer (2000) non vi sarebbero informazioni da raccogliere.

Questo è ciò che facciamo durante la fase di assessment, in cui formuliamo ipotesi via via che raccogliamo i dati sul paziente, ipotesi che devono restare sempre aperte a successive verifiche e falsificazioni. Anche le aspettative sul paziente vanno controllate, giacché possono determinare il successo o il fallimento del trattamento. Intuire che il paziente ha uno ‘spazio prossimale’ di miglioramento molto limitato con un’attribuzione errata può comportare un insuccesso terapeutico, ma anche immaginare margini di cambiamento troppo ampi può portare allo stesso risultato.

La fallacia della narrazione

Nello sforzo di comprendere il mondo, le storie esplicative si snodano sui pochi eventi accaduti e non sui molti che hanno avuto luogo.

Questo vale per la narrazione che il terapeuta si fa sul paziente ma anche per la narrazione che il paziente fa di sé a se stesso (auto immagine) e agli altri (immagine sociale). Ciò è tanto vero che si può arrivare a dire che la terapia ha come scopo la modificazione della narrazione che il paziente ha di se stesso.

Andiamo alla ricerca di cause, eventi salienti che si possano associare a effetti. Inclinazioni e caratteristiche di personalità vanno, ad esempio, a definire l’intero comportamento di una persona e ‘l’effetto alone’ ci porta a basare il giudizio estendendo una caratteristica specifica a tutte le altre qualità.

Un paziente che ha subito un ricovero in SPDC sarà più grave di uno che non abbia subito ricoveri; se un paziente ha difficoltà d’interazione, mi aspetto che sia evitante e avverta una sensazione d’inadeguatezza; il paziente che valuto come dotato di buone risorse susciterà maggiori aspettative di miglioramento e viceversa.

Si costruisce spesso la migliore narrazione con le informazioni limitate che si hanno a disposizione, ignorando la nostra ignoranza. Meno dati vincolanti si hanno più la nostra fantasia è libera di creare a piacimento.

L’illusione di sapere, altresì, determina ‘il bias del senno del poi’ che costruisce ciò che è accaduto con le informazioni che si hanno a disposizione al tempo T1 ma che non erano state previste al tempo T0 e fa sì che si dimentichino le credenze e le predizioni originarie.

Non si valuta in sostanza il processo decisionale ma ex-post il risultato negativo o positivo. Nei resoconti degli storici tutto torna perfettamente e sembra che le cose non potessero andare che nel modo in cui sono andate, gli stessi chiamati a fare previsioni hanno la lungimiranza di una talpa miope con la congiuntivite.

Inoltre, i meccanismi del sistema 1 ci fanno percepire il mondo più ordinato e coerente di quello che è, con l’illusione di prevederlo e controllarlo ci rassicuriamo di fronte all’incertezza dell’esistenza. Le sorprese, però, non mancano e gli eventi che in modo casuale si affacciano nella vita sono spesso imprevisti e imprevedibili come testimoniano le molte storie di cui i pazienti ci fanno partecipi durante il percorso di cura.

L’illusione di validità

Con poche prove riusciamo a costruire con i sistemi 1 e 2 delle buone narrazioni cui crediamo perché sono condivise magari da persone cui vogliamo bene o riteniamo fonti autorevoli e affidabili.

Nella ricostruzione delle storie evolutive dei pazienti quante volte sentiamo dire ‘si è fatto sempre così’, ‘il nonno ci ha trasmesso queste convinzioni che ci sono servite per affrontare il mondo’.

Un altro elemento che determina l’illusione di validità è l’abilità e la competenza: ‘Se l’ha detto lui…’. Quando la fonte è ritenuta e certificata (dalla comunità professionale o scientifica ad esempio) competente le valutazioni sono credute affidabili, almeno fino a prova contraria.

La sicumera con cui si è certi di alcune previsioni è determinata in larga parte dalla sicurezza soggettiva ed espelle il caso da qualsiasi spiegazione.

Insomma siamo tendenzialmente creduloni e presuntuosi.

La realtà, però, è complessa e difficile da capire e le semplificazioni riduzionistiche possono essere di aiuto, anche se si rivelano a distanza illusorie.

Spesso la sicurezza con la quale affrontiamo un problema si rivela poco accurata, mentre l’insicurezza può essere più informativa, in sostanza bisogna essere prudenti nel fare previsioni, se ne possono fare a breve termine, mentre più complesse e difficili sono quelle a lungo termine e soprattutto occorre sempre tenere in considerazione la validità in termini di probabilità.

Gli psicologi clinici fanno buone predizioni a breve termine, durante la seduta terapeutica, ma non riescono a fare previsioni a lungo termine. E’ necessario perciò prendere in considerazione i limiti della propria competenza, feed-back a distanza di anni non è possibile averli e il futuro del paziente è sconosciuto e imprevedibile.

Come possiamo ritenere di aver operato correttamente? Su quali parametri possiamo misurare non la guarigione ma almeno il miglioramento? Sulla diminuzione dei segni e dei sintomi o sulla scomparsa degli stessi? Sulla qualità della vita? Sulla soddisfazione? Per quanto tempo dovrebbe mantenersi la remissione dei sintomi o uno stato di benessere?

Non dimentichiamoci che noi siamo soltanto un piccolo evento nella vita del paziente e che le cose accadono perché accadono.

La supervisione

La visione esterna può portare ad aggiustamenti della visione interna. L’attenzione su indizi trascurati, dati e informazioni sulla classe in cui rientra il caso, altre prove che può farci rilevare un supervisore, ci permettono di fare aggiustamenti appropriati sugli scenari che si sono messi a punto.

L’ottimistica sicurezza della visione interna può essere mitigata nel considerare ciò che potrebbe andare storto o sfuggirci.

Il bias ottimistico ci porta a persistere indipendentemente dagli ostacoli e a scartare una visione esterna e l’hybris può farci credere di essere superiori alla maggior parte degli altri individui nelle qualità che entrano in gioco nel caso specifico (Kahneman, 2013).

Il bias dell’ottimismo può essere spiegato in parte con il wishful thinking e in parte con il principio del vedere ciò che c’è, tipico del sistema 1. Non consideriamo le probabilità a priori, ci concentriamo sul nostro obiettivo, teniamo in considerazione solo la nostra influenza e trascuriamo le variabili esterne in un’illusione di controllo che ci rende troppo sicuri di ciò che crediamo.

Una valutazione adeguata dell’incertezza è una pietra angolare della razionalità contro l’ottimismo intriso di sicumera.

Il ricorso a una buona supervisione consente la costruzione di punti di vista plurimi sia in relazione all’approccio terapeutico verso il problema, sia rispetto alle implicazioni personali che si manifestano nella relazione; è fondamentale per incrementare la consapevolezza degli schemi di sé come persona e come psicoterapeuta che influenzano nel bene o nel male la concettualizzazione del caso.

 

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Motivazione e attività sportiva: le principali teorie

Tra le teorie relative alla motivazione emerge come un clima orientato sul compito sembra favorire l’impegno e si correla a risposte affettive funzionali, come per esempio il divertimento e la soddisfazione; invece, un clima orientato sulla prestazione solitamente produce un impegno limitato e risposte poco funzionali.

 

Nel corso degli anni sono state elaborate, attraverso gli studi sulla motivazione, diverse teorie a riguardo (De Beni & Moè, 2000; Harter, 1978; Atkinson, 1964).

Una delle prime teorie che è stata elaborata è quella di Atkinson (1964), che si configura come la prima teoria motivazionale alla riuscita e riprende il conflitto di Lewin, aggiungendo la componente emotiva. L’obiettivo principale della motivazione alla riuscita è quello di misurare le proprie abilità mediante il raggiungimento di successi, svolgendo attività a cui viene attribuita importanza da parte di chi le svolge (De Beni & Moè, 2000).

In accordo con gli studi di Atkinson (1964), la motivazione alla riuscita dipende da due componenti motivazionali, che sono presenti negli individui in specifiche situazioni, si contrappongono reciprocamente e sono mutualmente escludentesi; la prima è la tendenza al successo (o speranza di riuscita), che implica la motivazione e quindi porta il soggetto ad affrontare i compiti; la seconda è la tendenza ad evitare i fallimenti (o paura degli insuccessi), che produce nell’individuo un atteggiamento di evitamento o ritiro nei confronti delle situazioni e a lungo andare porta alla demotivazione (De Beni & Moè, 2000).

Gli individui che hanno un’alta tendenza al successo scelgono dei compiti di media difficoltà, rispetto a quelli che hanno precedentemente svolto, le cui possibilità di successo rimangono elevate. Una volta che il successo è stato raggiunto, l’individuo tende ad attribuire il proprio successo alle proprie capacità, quindi presenta un locus of control interno. Da ciò si attiva un meccanismo che spinge il soggetto alla ricerca di compiti sempre più ardui, affinchè egli possa partecipare alle sfide ed utilizzare delle soluzioni sempre più efficaci ed alternative (De Beni & Moè, 2000).

Le emozioni che risulterebbero legate alla motivazione al successo sono: la fiducia nella riuscita, il desiderio di affrontare il compito, la soddisfazione e l’orgoglio; esse si manifestano anche prima che l’individuo raggiunga il successo (De Beni & Moè, 2000).

La motivazione ad evitare il fallimento, invece, produce nell’individuo la tendenza a svolgere dei compiti più semplici, in quanto il successo e la riuscita sono sempre facilmente raggiungibili (De Beni & Moè, 2000).

Se il soggetto, che è motivato ad evitare gli insuccessi, deve svolgere dei compiti troppo complessi e ne ricava degli insuccessi, le cause dei propri insuccessi vengono attribuite alla difficoltà del compito, alla sfortuna o alla mancanza di aiuto, pertanto presenta un locus of control esterno (De Beni & Moè, 2000).

Le emozioni associate, in questo caso, sono: vergogna anticipata, dovuta al fatto di sentirsi inadeguati rispetto agli altri o alla sensazione di non avere le giuste capacità per farcela; apatia o rassegnazione (prima di affrontare il compito), ansia o pensieri negativi circa il raggiungimento degli obiettivi (mentre sta svolgendo il compito) (De Beni & Moè, 2000).

Harter (1978), in un suo studio, si pose come obiettivo quello di analizzare l’influenza della valutazione individuale del proprio livello di competenza sulla prestazione.

Ritenendo che la motivazione fosse uno dei principali fattori che determina la condotta umana, il modello di Harter (1978), pone in relazione la motivazione di competenza e il successo: se aumenta la motivazione aumenta anche il successo. Questo modello prende in considerazione anche l’insuccesso; infatti in accordo con lo studioso, se decresce la motivazione, aumenta l’insuccesso (Harter, 1978).

Harter (1978), durante il suo studio, ha analizzato tre tipologie di successo (alto, medio e basso) e tre tipi diversi di rinforzo verbale, che sono: incoraggiamento, svalutazione ed assenza di rinforzo ed ha analizzato nei bambini gli effetti combinati con la valutazione, la prestazione e le aspettative.

I risultati di questi studi, hanno dimostrato come i bambini più piccoli siano dipendenti dall’approvazione sociale e come questa influisca significativamente su come si percepiscono, indipendentemente dal fatto che la performance sia stata adeguata o meno.

I bambini più grandi, al contrario, formulano i loro giudizi personali in base ai loro effettivi successi ed utilizzano i feedbacks sociali per valutare gli insuccessi.

Harter (1978), infine, ritiene che i bambini imparino ad usare dei sistemi critici di valutazione se fin dai primi anni hanno ricevuto dei rinforzi positivi da parte degli adulti, i quali sono utili per stimolarli o proseguire nel loro tentativo di diventare competenti nelle loro attività (Harter, 1978).

Questa teoria risulta importante per altri concetti chiave che verranno ripresi ed approfonditi da altre teorie della motivazione (De Beni & Moè, 2000).

La teoria dell’automotivazione, elaborata da Deci e Ryan (1985), ritiene che le persone, per svolgere un’attività, siano guidate e sostenute dalla curiosità e dal desiderio di testare le proprie abilità mediante l’esercizio in varie attività, ma hanno anche bisogno di esercitare altre forme di controllo, tra cui per esempio quelle sul tipo di compito o situazione da affrontare; hanno quindi bisogno di scegliere. L’autodeterminazione, dunque, consiste nella scelta di svolgere un’azione che è dettata dal libero arbitrio, separata da bisogni o forze esterne.

La teoria dell’autodeterminazione, pertanto ritiene che se il soggetto sceglie deliberatamente una specifica situazione, il livello di motivazione viene mantenuto o si incrementa per il compito, se invece percepisce che il compito è stato imposto dall’esterno, il soggetto si sentirà meno autodeterminato e meno motivato intrinsecamente. Dalle precedenti e da queste considerazioni è possibile affermare che alla base di un comportamento autodeterminato ci sia il bisogno di sentirsi artefici dei propri comportamenti e di scegliere il tipo di compito e come dev’essere svolto (Deci & Ryan, 1985).

La suddetta teoria prevede anche che gli individui siano motivati quando si sentono competenti ed accettati. La scelta di una specifica attività, avverrà in funzione delle abilità possedute e verso quelle mansioni che permettono al soggetto non solo di mettersi alla prova, ma anche di essere approvati socialmente (De Beni & Moè, 2000).

Per quanto riguarda la teoria dell’orientamento motivazionale è stata elaborata da Nicholls (1984; 1992), Dweck (1986) e Ames (1992) ed è diventata una delle più popolari teorizzazioni in ambito sportivo.

Questa teoria, prende in considerazione oltre le caratteristiche individuali e il clima motivazionale che è presente nei vari contesti dove dimostrare competenza risulta importante (Bortoli & Robazza, 2004). Secondo Bortoli e Robazza (2004), un clima orientato sul compito favorisce l’impegno e si correla a risposte affettive funzionali, come per esempio il divertimento e la soddisfazione, invece, un clima orientato sulla prestazione solitamente produce un impegno limitato e risposte poco funzionali.

Nella teoria dell’orientamento motivazionale vengono individuate due prospettive principali, che sono: quella orientata sul compito e quella orientata sull’Io (Bortoli & Robazza, 2004).

Quando un atleta è orientato sul compito, è concentrato sul compito, su quello che sta facendo, sulle operazioni necessarie per raggiungere un obiettivo; i suoi obiettivi principali sono acquisire abilità e conoscenze, impegnarsi, cercare di migliorare sempre di più la prestazione (Bortoli & Robazza, 2004).

Se questi obiettivi il soggetto li raggiunge, egli si sentirà competente e soddisfatto. Con l’orientamento orientato sul compito, quindi, la sensazione di competenza è auto-riferita ed i criteri che definiscono il successo personale sono l’esperienza soggettiva di miglioramento della performance o della capacità di eseguire una determinata mansione (Bortoli & Robazza, 2004).

Quando, invece, un atleta è orientato sull’Io, l’enfasi viene posta sul fatto di superare gli altri, di vincere, di dimostrare che possiede maggiori abilità; in questo caso la percezione di competenza e successo, sono etero-riferiti e dipendono dal confronto con gli altri (Bortoli & Robazza, 2004).

L’orientamento al successo e all’io sono indipendenti e non si escludono vicendevolmente, negli individui possono coesistere ed essere presenti in diversi gradi di combinazione (Roberts, Tresure, & Kavussanu, 1992).

Infatti, un atleta può dimostrare un alto orientamento in una dimensione e basso nell’altra, oppure alto o basso orientamento in tutte e due. Le quattro categorie che ne potrebbero derivare sono: alto orientamento sull’io e basso sul compito, alto orientamento sull’Io e sul compito, basso orientamento sul compito e alto sull’Io, basso orientamento sul compito e sull’Io (Bortoli & Robazza, 2004).

È importante conoscere il grado di orientamento, per comprendere i processi motivazionali che sono insiti in ogni individuo, in quanto alcuni studi hanno dimostrato che per l’atleta possedere un elevato grado di motivazione orientata sul compito ed un orientamento elevato sull’Io, sia più funzionale (Duda & Treasure, 2001).

Gli atleti che possiedono queste caratteristiche possono ricavare la percezione soggettiva di competenza e di successo da più fonti e sono capaci di focalizzarsi, flessibilmente, o sul compito o sull’Io in tempi e circostanze diverse (Cox, 2002).

Un alto orientamento sul compito, unito ad un alto orientamento sull’Io, funge da fattore protettivo di fronte alle conseguenze negative, derivate a loro volta dalla percezione di scarsa abilità in situazioni di prestazione scadente, con degli effetti positivi dal punto di vista motivazionale (Cox, 2002).

Da quest’approccio derivano alcune considerazioni applicative; per gli allenatori è importante comprendere le caratteristiche motivazionali degli atleti, ma anche essere consapevoli del clima motivazionale da loro prodotto (Duda & Treasure, 2001).

Il profilo maggiormente disfunzionale è invece quello costituito da un basso orientamento sul compito e sull’Io, che è maggiormente frequente nelle giovani atlete (Cox, 2002).

Inoltre, anche il modo in cui gli atleti percepiscono le proprie abilità rappresenta un elemento determinante; infatti, un atleta orientato sull’Io e che si percepisce scarsamente competente, mostrerà demotivazione ad affrontare una sfida, in quanto ha paura dell’insuccesso (Duda & Treasure, 2001).

Proprio per questa ragione, è importante utilizzare delle strategie volte ad incrementare l’orientamento sul compito. Alcune strategie che potrebbero essere utilizzate per raggiungere questo scopo sono l’incoraggiamento, l’individualizzazione e l’autoriferimento dei criteri di prestazione. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, i risultati di un atleta non devono essere confrontati con quelli di altri atleti, piuttosto vanno evidenziati gli obiettivi individuali che devono essere migliorati (Duda & Treasure, 2001).

Ogni atleta dev’essere consapevole del suo livello di capacità e di abilità, rispetto al quale vanno valutati, dopo un periodo di allenamento, i progressi e le prestazioni. È importante anche che l’impegno, la partecipazione e il miglioramento personale degli atleti, vengano sempre riconosciuti e valorizzati da parte dell’allenatore, affinchè si possa garantire un’esperienza sportiva positiva e gratificante, anche dal punto di vista motivazionale (Duda & Treasure, 2001).

Il fascino (non troppo) discreto delle fake

Malgrado i meccanismi di fake-detector volti a bonificare l’offerta informativa, si sta assistendo a una crescente difficoltà di distinguere il falso dal vero. Le fake possiedono un fascino (non troppo) discreto. Ma qual è il segreto di tanto fascino?

 

Quante donne andate sul rogo perché la leggenda popolare riteneva fossero streghe possedute dal maligno: più fake di così… si muore!

E, ancora, l’Inquisizione, che ha mietuto vittime sulla base di fondamenti che potrebbero paragonarsi ai peggiori regimi autoritari!

La diceria degli untori…la dice lunga! Ciò che distingue l’attuale dal passato sono la velocità e la diffusione della diceria degli untori.

Per andare ai fatti più recenti, durante la guerra in Iraq (1993-2011), molto nota è l’artata fake di un povero cormorano – divenuto l’icona di quella guerra – il cui piumaggio era intriso di petrolio. Ma c’era un piccolo particolare non sfuggito agli ornitologi: a quel tempo nella zona non erano presenti cormorani di tale specie. Altro che icona; una vera bufala!

Corsi e ricorsi delle fake. Non è la sostanza che cambia, ma la loro tecnologia, poiché la componente umana rimane immutata al fondo di tutto ciò e così pure le motivazioni: manipolare, dirigere l’opinione pubblica, fare propaganda, spostare l’elettorato, destabilizzare, esaltare, denigrare, mettere al bando, ridicolizzare, stupire. Le fake sono alla base della teoria della cospirazione; vengono ideate per nascondere la realtà dei fatti (hoax); hanno lo scopo di sponsorizzare (clickbait); infine, consistono in puro divertissement o in mero errore.

Molte sono le piaghe delle fake:

  • Rappresentano causa ed effetto dell’analfabetismo funzionale.
  • Data la loro velocità nella viralizzazione, minano le capacità cognitive dei soggetti, in quanto pregiudicano il momento della riflessione e l’esigenza di approfondire le fonti e i contenuti delle informazioni (fact-checking).
  • Inficiano, di conseguenza, il processo decisionale in quanto fondato – almeno parzialmente – su informazioni distorte.
  • Sono all’origine di pregiudizi, astio verso l’alterità, divisioni, faziosità, fratture sociali, opinioni eterodirètte.
  • Possono spostare le percezioni di massa attraverso la demagogia e l’“effetto gregge”.
  • La saturazione informativa induce tramite un sistema di “risparmio cognitivo” – secondo la terminologia dei “massmediologi” – a sposare acriticamente argomenti sostenuti da nessun fondamento scientifico – o di altra natura – se non quello di una “autorevole” assertività.
  • E poi, entra in gioco l’emotività che corrobora le fake con il prevalere del soggettivo sull’oggettivo, mediante la diffusione di pezzi costruiti non tanto sui fatti bensì su architetture evocative con forte valore simbolico: è la transizione dal resoconto dei fatti al racconto/storytelling. Questo è il caso della post-verità (post-truth), che nel 2016 l’Oxford Dictionary ha eletto parola dell’anno: la verità dei contenuti è subordinata all’apparenza e a ciò che essa suscita nella sfera emotiva. Il fatto viene così percepito come veridico sulla base di emozioni e sensazioni che tali notizie suscitano sul loro “consumato-re”, senza che quest’ultimo si preoccupi di effettuare alcuna analisi concreta circa la veridicità dei fatti. Sostanzialmente, alla base della post-verità vi è il bias di conferma: i soggetti tendono a enucleare dai fatti esclusivamente gli aspetti e i pezzi che confermano le proprie convinzioni e credenze pre-esistenti. Ciò fa sì che l’individuo resti confinato nel suo ristretto ecosistema informativo (c.d. bolle di filtraggio). Nel 2017, il termine “post-verità” tornò in auge come conseguenza della polemica sull’uso dell’espressione “fatti alternativi” (“alternative facts”) a cui ricorse – “arrampicandosi sugli specchi” – la portavoce presidenziale degli Stati Uniti, Kellyanne Conway, riguardo alla nota vicenda del giorno dell’inaugurazione della Presidenza di Donald Trump.
  • Dal punto di vista tecnologico, la mistificazione informativa si sta rapidamente evolvendo e assumendo strutture poliformiche. È in atto una sorta di trasformismo sempre più sofisticato: dal semplice acquisto di like e dagli account falsi, l’escalation ha portato alle deep-fake – traducibili in “falsi realistici” -, alle fake-face, alla fake-people e così via.

Corollario è la progressiva difficoltà di distinguere il falso dal vero. E ciò malgrado i meccanismi di fake-detector volti a bonificare l’offerta informativa.

Insomma, il fascino (non troppo) discreto delle fake…

Ma qual è il segreto di tanto fascino?

In premessa, si può considerare la peggiore forma di disinformazione quella che avviene mediante le fake-true (o fake truth), cioè tramite false verità, che hanno il vantaggio di non destare scetticismo nell’utente di media cultura.

Nel lavoro ci soffermiamo in particolare sul loro “fascino segreto”, analizzando le possibili motivazioni per cui facciano tanta presa. Specificatamente, ci serviremo dell’economia comportamentale in un contesto di incertezza.

Le fake-true sono notizie vere riproposte con incalzante successione. Tale artato meccanismo provoca nell’utente una sorta di “capogiro” che, facendogli perdere lucidità e piena presenza, deforma nella sua mente la realtà ingigantendola. Quindi, si tratta di fatti rigorosamente autentici ma accostati in modo – potremmo affermare ossessivo – da ottenere un risultato distorto.

È possibile che, nel caso di cattive notizie, tale deformazione renda la realtà apparentemente più grave e/o spaventevole. L’individuo, non più pienamente presente a se stesso all’interno del vortice in cui viene frullato, si ritrova in una situazione affatto confusiva. Non è più in grado di orientarsi ed è ipotizzabile, dunque, che sperimenti una situazione in condizioni di incertezza (soggettiva).

Soffermiamoci, in particolare, su una deformazione di natura negativa. La nostra scelta è giustificata dal fatto che le cattive notizie corrono più veloci e rimangono più impresse nella memoria di quelle buone. A parole tutti desiderano le buone notizie, nei fatti (quasi) tutti vanno a caccia di quelle brutte: terrorismo, cronaca nera, ingiustizie, tradimenti, disgrazie, cataclismi.

Lo psicologo sociale Baumeister (2001) afferma che, nelle reazioni umane, “il male è più forte del bene” (“bad is stronger than good”): le spiacevoli emozioni, i genitori duri e autoritari, le sgradevoli risposte hanno un impatto maggiore della corrispondente realtà controfattuale; le informazioni negative penetrano più a fondo di quelle positive e tendono a persistere nei ricordi.

Il passo successivo nella presente analisi consiste nell’assumere che per l’individuo la cattiva notizia viene percepita come una perdita subìta. In tal caso, possiamo giustificare che le cattive notizie rimangono più impresse nella memoria di quelle buone sulla base della Prospect Theory (Teoria dei Prospetti), una teoria delle decisioni formulata dagli psicologi israeliani Daniel Kahneman e Amos Tversky (1979). Essa spiega come opera tale perdita sulle emozioni del soggetto attraverso l’attitudine psicologica dell’“avversione alle perdite”.

La teoria – validata anche dall’economia sperimentale – afferma che le perdite producono sull’individuo un impatto maggiore rispetto ai guadagni, anche quando essi siano uguali in valore assoluto. Di conseguenza, le persone preferiscono evitare una perdita piuttosto che realizzare un guadagno, sebbene di pari entità.

Il meccanismo per cui quando perdiamo qualcosa l’emozione (negativa) è molto più forte e persistente di quando guadagniamo qualcosa trova fondamento anche nella teoria della “spinta gentile” di Thaler e Sunstein (2009).

Sia la formulazione teorica sia la validazione empirica offrono dunque possibili spiegazioni perché le fake-true attecchiscano e si viralizzino con particolare facilità.

Chapeau!

Ma essendo così robuste e resilienti, per combatterle non sono sufficienti gli algoritmi destinati a scovarle. Il mondo è più complesso e intossicato da interessi colossali: sono quindi necessari la libertà, il pluralismo mediatico e lo spirito critico.

Sta di fatto che la reazione alle fake truth è possibile, ma non riposa negli algoritmi bensì nel cervello delle persone e nell’onestà dell’informazione.

Probabilmente un cambio epocale, dove l’intelligenza artificiale assolve uno scarso ruolo in quanto vanno a prevalere le reti neurali biologiche su quelle artificiali.

 

L’ecstasy o MDMA può avere effetti terapeutici?

L’ecstasy o etilenediossimetanfetamina (MDMA) è una droga illegale in Italia, tuttavia alcuni ricercatori sostengono che il suo utilizzo in ambito psichiatrico possa essere utile per alcuni disturbi mentali.

 

Per quel che riguarda gli effetti che provoca a coloro che la consumano, si denota principalmente un aumento dell’energia percepita e dell’empatia; d’altra parte causa sintomi come astinenza e tolleranza, di conseguenza è stata classificata come una droga ad alto rischio di dipendenza (Cohen, 1995).

Alcuni psichiatri, specialmente in America, stanno sperimentando l’utilizzo di questa sostanza su pazienti con problemi di ansia sociale, in contemporanea, si ricerca anche come rendere sicuro l’utilizzo di questa sostanza, dato che, anche se dovesse risultare efficace per la cura di questo tipo di disturbo, il rischio sarebbe quello di indurre al contempo una dipendenza, quindi un disturbo di addiction da MDMA.

Come tutte le sostanze che provocano dipendenza, l’assunzione di MDMA provoca un’attivazione del circuito dopaminergico della ricompensa, che a sua volta provoca un aumento di motivazione per la ricerca e il consumo della sostanza. E’ importante sottolineare che, il sistema dopaminergico della ricompensa è adattivo e imperativo per la sopravvivenza, è grazie ad esso se quando siamo affamati ricerchiamo il cibo o se quando abbiamo freddo cerchio il calore (Volkow et al., 2011).

Le droghe ingannano il nostro cervello provocando un’ondata innaturale di dopamina nel circuito della ricompensa; l’aumento di questo neurotrasmettitore, che una droga in media provoca, è estremamente più alto e più rapido di quello ottenuto mangiando o durante un atto sessuale; si instaura cosi una dipendenza verso la sostanza.

L’utilizzo di MDMA provoca oltre che ad un aumento di dopamina, anche un aumento di serotonina, neurotrasmettitore deputato nella regolazione dell’umore, del desiderio sessuale e dei comportamenti sociali (Heifets et al., 2019).

Uno studio pubblicato su Science Translation Medicine ha condotto una sperimentazione su topi per capire come la MDMA agisca a livello cerebrale aumentando la socialità e l’empatia, e come ridurre il rischio di dipendenza. Per fare ciò hanno somministrato 2 milligrammi per kilogrammo (mg/kg) di MDMA a dei topi, tuttavia con questa dose non si osservava un aumento della socialità, hanno quindi aumentato la quantità portandola a 7.5 mg/kg osservando cosi un aumento del comportamento sociale (Heifets et al., 2019). Per osservare l’aumento della socialità, i ricercatori hanno messo tutti i topi assieme in una stanza e hanno notato che quelli che avevano ricevuto la dose da 7.5 mg/kg interagivano per più tempo (30 minuti) con altri topi, mentre il campione di controllo che aveva ricevuto un placebo si intratteneva con i suoi simili per un massimo di 10 minuti.

In seguito, hanno messo i topi che avevano ricevuto la dose difronte a due gabbie, una era quella nella quale avevano ricevuto la dose (gabbia A), mentre l’altra era una gabbia ‘’neutra’’ (gabbia B). Nel caso di dipendenza il topo sarebbe dovuto tornare nello stesso luogo in cui aveva assunto precedentemente la sostanza quindi nella gabbia A. Lo studio ha mostrato che questo non accadeva per i topi a cui era stata somministrata la dose da 7.5 mg/kg, ma si verificava per coloro che avevano ricevuto una dose superiore (15 mg/kg) (Heifets et al., 2019).

I ricercatori concludono affermando che la MDMA è in grado di aumentare i comportamenti sociali mediante un aumento di serotonina, inoltre, individuando la dose giusta per un essere umano, è possibile evitare gli effetti della dipendenza patologica, tuttavia sottolineano la necessità di ulteriori trial clinici per comprendere la dose adeguata che non crei dipendenza nell’essere umano (Heifets et al., 2019).

 

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