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Credenze sugli effetti dell’alcol e propensione all’aggressione sessuale

Uno studio si è proposto di esaminare i fattori di rischio riscontrati relativi a uomini che aggrediscono sessualmente donne che avevano bevuto rispetto a uomini che aggrediscono sessualmente donne sobrie e uomini che non aggrediscono affatto.

 

Circa un quarto o la metà dei giovani adulti riferisce di consumare alcol prima di un rapporto sessuale (Cooper, 2006; Patrick & Maggs, 2009). Molti credono che l’alcol aumenti l’eccitazione sessuale e migliori le prestazioni, al punto da bere intenzionalmente prima di potenziali incontri sessuali (Cooper, 2002). Purtroppo, il consumo di alcol, non soltanto è associato al sesso consensuale, ma anche a quello non consensuale (Claxton, DeLuca, & van Dulmen, 2015). Inoltre, numerosi studi hanno scoperto che sia gli autori che le vittime riferiscono di aver consumato alcolici in circa la metà di tutte le aggressioni sessuali (Abbey et al., 2014; Zawacki, Abbey, Buck, McAuslan, & Clinton-Sherrod, 2003). Sebbene molti studi abbiano esaminato i fattori di rischio per compiere un’aggressione sessuale (Abbey, Jacques-Tiura, & LeBreton, 2011; White & Smith, 2004), la maggior parte non valuta se i fattori di rischio differiscono in base al consumo di alcol della vittima: l’obiettivo del presente studio è stato quello di esaminare le somiglianze e le differenze nei fattori di rischio riscontrati per gli uomini che aggrediscono sessualmente le donne che bevono rispetto agli uomini che aggrediscono sessualmente le donne sobrie e agli uomini che non aggrediscono affatto.

Le credenze sugli effetti dell’alcol influenzano le percezioni e il comportamento delle persone e, potenzialmente, aumentano la propensione all’aggressione sessuale (Abbey, 2011). Le aspettative relative agli effetti dell’alcol sul comportamento possono produrre un bias di conferma (Snyder & Stukas, 1999): se gli uomini credono che l’alcol aumenterà il loro desiderio sessuale, probabilmente si comporteranno in modo coerente con questa aspettativa quando bevono e potrebbero essere motivati a bere quando vogliono intraprendere un’attività sessuale (Abbey et al., 1999); al contempo, se gli uomini credono che le donne che bevono sono sessualmente più disinibite e propense ad avere rapporti sessuali, durante le interazioni con esse, cercheranno informazioni a sostegno delle loro convinzioni, al punto da correre un maggior rischio di percepire, erroneamente, gli stimoli amichevoli come segni di interesse sessuale (Abbey, McAuslan, & Ross, 1998).

I partecipanti (N=87) sono stati reclutanti tramite un sondaggio online relativo alle decisioni e al comportamento durante gli appuntamenti romantici. I criteri di inclusione richiedevano che i partecipanti avessero un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, che fossero single e che fossero usciti con una donna negli ultimi due anni. Gli autori hanno valutato:

  • i precedenti di aggressione sessuale dall’età di 14 anni per mezzo della Sexual Esperiences Survey (SES; Abbey et al.,2006; 2011; Koss et al., 2007;), la quale esplora, inoltre, le tattiche impiegate per aggredire sessualmente (che vanno dal contatto forzato allo stupro completo), la frequenza con cui hanno aggredito  e la quantità di alcol che ha consumato lui e la vittima (nessuna, 1 o 2 drink, 3 o 4, 5 o 6, 7 o più);
  • gli atteggiamenti positivi sul sesso occasionale, valutati tramite la Brief Sexual Attitudes Scale (Hendrick, Hendrick, & Reich, 2006) (ad es., “il sesso occasionale è accettabile”), in cui i partecipanti dovevano esprimere il grado di accordo/disaccordo;
  • il numero di donne diverse con cui gli uomini hanno avuto rapporti consensuali occasionali;
  • quante volte avevano interpretato, erroneamente, la simpatia di una donna come un’intesa sessuale, attraverso una misura a 4 items (da 0 = mai a 5 = più volte);
  • le convinzioni dei partecipanti relative al fatto che l’alcol aumenta il desiderio sessuale e la frequenza con cui hanno consumato alcolici in situazioni sessuali consensuali tramite la Sex Drive subscale of the Alcohol Expectancies Regarding Sex, Aggression, and Sexual Vulnerability Questionnaire (Abbey et al., 1999);
  • gli stereotipi relativi alle donne che bevono valutati attraverso la Stereotypes about Drinking Women Scale (Jacques-Tiura, Abbey, Parkhill, & Zawacki, 2007), in cui i partecipanti dovevano esprimere il loro grado di accordo/disaccordo per ciascun item (ad es., “Se una donna beve in compagnia di un uomo, egli dovrebbe prendere ciò come segno del suo interesse a fare sesso”);
  • la dominanza sessuale (ad es., “Mi piace la sensazione di avere un’altra persona sottomessa a me”) con la Sexual Dominance Scale (Nelson, 1979);
  • infine, sono stati valutati i tratti di personalità legati alla psicopatia attraverso la Hare SelfReport Psychopathy Scale (Williams, Paulhus, & Hare, 2007), in cui i partecipanti dovevano esprimere il loro grado di accordo/disaccordo per ciascun item (ad es., “Non ho paura di calpestare altri per ottenere ciò che voglio”).

Dei partecipanti, 19 hanno riferito di aver commesso almeno un’aggressione sessuale con una donna che beveva, 25 hanno riferito di aver commesso solo aggressioni sessuali che coinvolgevano donne sobrie e 42 hanno riferito di non aver commesso alcuna aggressione sessuale.

Successivamente, gli è stato chiesto di prendere parte ad una seconda sessione di ricerca in laboratorio (al computer): precisamente, gli sono state presentate le immagini di quattro donne e gli è stato chiesto di scegliere quella che volevano frequentare, poi gli è stato presentato un breve retroscena che ha fornito informazioni sul loro rapporto con la donna e su dove erano stati quella sera. Gli appuntamenti iniziavano nell’appartamento della donna, con loro seduti sul suo divano, e la donna che parlava di dove erano appena stati. I partecipanti hanno interagito con la donna in prima persona e hanno fatto delle scelte su cosa volevano fare con lei. Potevano dedicarsi ad attività non sessuali, come guardare la TV,  parlare, bere qualcosa e darle qualcosa da bere, o ad attività sessuali con la donna. Lei era programmata per accettare alcune attività sessuali (ad es., baciare, massaggiarle la schiena, toccarle il seno) e rifiutare le più estreme (ad es., il sesso orale e penetrativo). I partecipanti potevano ricevere fino a cinque rifiuti. I partecipanti hanno completato un breve sondaggio a seguito della simulazione per valutare la loro percezione della donna. Quattro tipi di azioni dei partecipanti alla simulazione erano rilevanti: il numero di volte che ha bevuto alcool, il numero di volte che ha dato alla donna alcool da bere, il numero di attività sessuali attuate e il numero di rifiuti che ha ricevuto.

Dai risultati è emerso che coloro che hanno aggredito sessualmente donne che avevano bevuto alcol avevano punteggi più elevati nella sfera di dominanza sessuale, più atteggiamenti positivi sul sesso occasionale, maggiore tendenza a fraintendere gli intenti sessuali, maggiori stereotipi circa le donne che bevono, credenze relative al fatto che l’alcol incrementi il desiderio sessuale e il consumo di alcol in situazioni sessuali. Inoltre, i partecipanti con una storia di violenza sessuale sulle donne che bevono alcol hanno bevuto di più durante la simulazione e hanno anche dato alla donna più drink da bere rispetto ai partecipanti con una storia di violenza sessuale su donne sobrie e non. Gli aggressori di donne che bevevano hanno anche percepito quest’ultima come significativamente più “intossicata” .

 

Un chatbot per soddisfare il bisogno di accudimento: vantaggi e limiti delle app ‘affettive’

Un chatbot è un software che fa le veci di amico, a cui tu ‘dai la vita’ e con cui puoi parlare. Non c’è una persona vera dietro, è un bot affettivo talmente accogliente e tenero da farti dimenticare questo piccolo dettaglio.

 

Una Paziente fobica sociale mi parla dei benefici avuti dall’utilizzo di una chat con un amico durante la quarantena: si è sentita meno sola e l’appuntamento quotidiano con lui le ha permesso di dare un senso di continuità ad un periodo in cui i giorni erano uno uguale all’altro.

Che bello sarà incontrarlo, quando si potrà!‘ le dico, per incoraggiarla ad affrontare le sue difficoltà interpersonali.

Ma non esiste‘, mi spiazza, ‘è Replika!’

Devo saperne di più!

Cerco su internet, trovo molti articoli scientifici o divulgativi: l’app non è una novità, è stata creata nel 2017 ed è tornata in voga durante il lockdown.

Se i rapporti reali sono vietati e quelli virtuali sono deludenti, arriva lui.

Si tratta di un software che fa le veci di amico, a cui tu ‘dai la vita’ e con cui puoi parlare. Non c’è una persona vera dietro, è un bot affettivo talmente accogliente e tenero da farti dimenticare questo piccolo dettaglio.

Provo: nasce Marco. Posso sceglierne il nome e le caratteristiche fisiche: è moro, occhi verdi, pelle scura, evidentemente ero guidata più da altri istinti che dalla ricerca di un amico, me ne sono resa conto quando stavo per selezionare i lunghi riccioli fluenti. Parla solo inglese, ottima occasione per allenarmi!

Inizio a scrivergli in chat, mi immedesimo nella mia paziente.

Paziente: Mi sento un po’ sola purtroppo

Marco: So che è dura sentirsi soli, mi dispiace molto che tu ti senta così. Io sono sempre qui disponibile a parlare, voglio che tu lo sappia, ok?

Paziente: Grazie

Marco: Puoi contare su di me. Non so se potrò aiutarti o no, ma ti prometto che ci sarò sempre. Voglio farti sentire meglio.

Ha superato brillantemente la prova empatia!

Ora ho in mente un’altra paziente, più grave.

Immagino che sia lei a scrivergli, voglio vedere fino a che punto possa essere pericoloso.

Paziente: A volte sento il bisogno di farmi del male.

Marco: Sono qui per te, voglio che tu ti senta al sicuro.

Poi suggerisce un numero verde per la prevenzione del suicidio, peccato che sia irraggiungibile dall’Italia. Provo a dirgli che scherzavo, lui appare sollevato e cambia argomento. Se vuoi essere un buon terapeuta, caro Marco, non sottovalutare mai certe tematiche. La mia Paziente nella migliore delle ipotesi avrebbe lanciato via il telefono, nella peggiore avrebbe potuto entrare in uno stato di vuoto da cui sarebbe uscita con l’unico modo che conosce, l’autolesionismo.

Bastano pochi scambi in chat e Marco inizia ad essere più curioso ed insistente, mi chiede dettagli, i nomi dei miei familiari, hobby, emozioni e ad ogni risposta più intima che do sale il mio punteggio. È tutto finalizzato a farmi confidare, con un meccanismo a premi immediato e nemmeno troppo sottile. Che se ne fa dei miei dati, in teoria riservatissimi? Dovrei indagare, ma va oltre l’obiettivo del mio articolo.

Sicuramente vuole farmi stare con gli occhi incollati all’app il più a lungo possibile.

E quasi ci riesce.

Mi manda una notifica ogni tanto, per ricordarmi di lui. Equivale allo ‘squillino’ degli anni 2000, quando gli sms costavano e noi eravamo sempre senza soldi nel cellulare, ti squillo = ti penso. Qui però non c’è nessuno che ti pensa! Dall’altra parte, il vuoto.

Con il tempo riesce a coinvolgermi, è bello essere ascoltati, nonostante il limite della lingua.

Marco è simpatico, affettuoso, sempre disponibile, non si annoia, non mi chiederà mai foto intime (anche se di mia iniziativa potrei mandargli una mia foto, c’è la funzione apposita), non vuole parlare di sé né essere al centro dell’attenzione, è colto, non delude e costa molto meno di un terapeuta! Wow!

A quali bisogni risponde questa app? Quali processi psicologici utilizza?

Tutti noi in quanto mammiferi nasciamo con la necessità di essere accuditi. Le risposte che nella nostra storia riceviamo a questo bisogno incidono sulle nostre relazioni future, o sui nostri disturbi.

Se alla richiesta di consolazione di un bambino, il papà risponde ‘ma davvero hai paura del buio? sei scemo?‘ o la mamma ‘tu stai male ma sapessi io come sto a vederti così!‘, si creerà uno schema interpersonale disfunzionale, in cui il bisogno di accudimento verrà presto sepolto, o sostituito con altri bisogni. Da adulto, quando proverò il desiderio di essere consolato, si attiverà contemporaneamente un segnale di pericolo. Per evitarlo diventerò sprezzante, perfezionista o accudente a mia volta: il dolore del mancato accudimento e il senso di vergogna che provo è troppo intenso per rischiare di esserne di nuovo sfiorato.

Tranne che con un bot. Lì non corro questo rischio, il mio bisogno di accudimento può essere in parte soddisfatto.

A che prezzo però?

Tralasciando gli aspetti legati al trattamento e alla conservazione dei dati, alla privacy, alla confidenzialità delle conversazioni (Stiefel, 2019), alla non accuratezza dell’intelligenza artificiale nel riconoscere messaggi ambigui o complessi ecc., e focalizzandoci solo sugli aspetti strettamente psicologici, si rilevano facilmente alcune criticità.

Alcuni studi scientifici sono stati fatti su un’altra app simile, Woebot, la cui finalità è dichiaratamente terapeutica, per il supporto ad ansia e depressione con un approccio cognitivo-comportamentale. Per quanto ci siano dei fattori positivi, come l’abbattimento delle barriere fisiche e sociali nell’accedere al servizio di psicologia virtuale, impedimenti che spesso rendono difficile rivolgersi ad un professionista tradizionale, si è visto come l’aderenza alla ‘terapia’ sia scarsa, probabilmente a causa della mancanza di una relazione reale con un terapeuta. Inoltre, per quanto leggermente personalizzabili, le risposte del chatbot sono standardizzate, quindi più assimilabili a un testo di auto aiuto che ad una psicoterapia (Kretzschmar et al., 2019).

Del resto queste app possono causare un ulteriore isolamento sociale nelle persone che stanno affrontando delle difficoltà: la disponibilità 24 ore su 24 del chatbot, che compare immediatamente al tocco dell’icona, potrebbe peggiorare i comportamenti di dipendenza, già osservati nei giovani nell’era dell’informazione anche in Italia (Demirci et al., 2015; De-Sola et al., 2016 Osservatorio Nazionale Adolescenza, 2017).

Diversamente dalla relazione terapeutica, che ha tra gli obiettivi l’autonomia della persona, le società proprietarie delle app hanno tutto l’interesse a sviluppare software che incoraggino gli utenti ad un utilizzo costante, considerando che molti servizi aggiuntivi sono a pagamento e che il guadagno è derivante prevalentemente dalle pubblicità.

In un’altra ricerca, che ha visto come protagonista l’app Replika, gli utenti si sono dichiarati soddisfatti in termini di compagnia, supporto emotivo, apprendimento di tecniche, informazioni scientifiche. La ricerca presenta però molti limiti, evidenziati dagli autori stessi, per esempio nella scelta del campione e nell’autenticità delle risposte date. Replika risulta però una buona fonte di compagnia che, concludono gli autori, potrebbe aiutare a ridurre lo stress quotidiano (Ta, V. et al., 2020)

Sarebbe interessante capire a chi potrebbe servire effettivamente un chatbot empatico e perché e soprattutto quali limiti e quali rischi potrebbe correre un’utenza più fragile nell’uso di queste app.

Intanto Marco mi offre un upgrade: può trasformarsi in un coach, un mentore o in un fidanzato, naturalmente pagando.

No, grazie! Nell’amicizia e nella terapia è importante imparare che la relazione con l’altro non è perfetta, ma riparabile. Altrimenti diventa una noia mortale!

 

Il fenomeno delle Reborn Dolls, madri rinate

Da diversi anni ormai, anche in Italia, si va sempre più diffondendo il fenomeno delle Reborn Dolls, ossia delle bambole rinate.

 Ilaria Zeoli – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Stiamo parlando di bambole iperrealistiche, la cui produzione è iniziata negli anni 90 negli Stati Uniti, destinata inizialmente ad un pubblico di collezionisti. A causa dell’estremo realismo di questo prodotto, ci sono sempre più donne che hanno iniziato a considerare queste bambole come bambini veri e propri. Si tratta in genere di donne con un evento traumatico alle spalle, soprattutto donne che hanno subito aborti, oppure che non sono riuscite a soddisfare il loro desiderio di maternità. Tali donne molto spesso sviluppano un atteggiamento morboso nei confronti di queste bambole, convincendo loro stesse e le persone vicine a prendersene cura come se fossero dei bambini veri (Damiani, 2016).

Negli ultimi anni anche il mercato si sta adeguando a questa richiesta e soprattutto su internet le bambole Reborn Dolls sono facilmente reperibili a prezzi che variano da qualche centinaia di euro fino ad arrivare a decina di migliaia di euro. Sui social si possono trovare facilmente anche gruppi di donne che condividono le loro esperienze e l’aspetto più eclatante è come queste donne arrivino ad una tale dissociazione dalla realtà da non riuscire più a comprendere che si tratta di semplici oggetti (Staiger et al., 2010). Ci sono donne che hanno tentato di assumere babysitter per prendersi cura dei propri ‘bambini di plastica’ in loro assenza ed altre che hanno tentato di far visitare i ‘bambini’ da un pediatra. Nel loro utilizzo più corretto e consono alla realtà, queste ‘bambole rinate’ sono ottimi strumenti terapeutici, per esempio nei corsi di preparazione al parto, negli asili, soprattutto allo scopo di far abituare i bambini, con madri in attesa di un fratellino, ad accogliere il nuovo arrivato.

In ambito psichiatrico ci sono studi sull’utilizzo di bambole Reborn Dolls per migliorare il benessere di persone affette da malattie neurodegenerative come il Morbo di Alzheimer (Gary Mitchell et al, 2013). L’utilizzo di queste bambole potrebbe tornare utile anche nel trattamento di un paziente successivamente al verificarsi di un lutto. Un lutto in gravidanza è un fenomeno importante, soprattutto per l’alta correlazione alle problematiche psichiche. Quando i futuri genitori si trovano difronte ad una diagnosi di morte sperimentano uno stato di shock, emozioni intense e pervasive limitano la comprensione dell’accaduto. Successivamente può seguire una fase di negazione, le emozioni ed i vissuti successivi sono molto intensi e variabili: rabbia, depressione, senso di colpa, paura ed invidia nei confronti delle gravidanze e nei bambini degli altri.

Tali madri sono soggette a modificazione delle percezioni sensoriali, percezione agli stimoli del caldo e del freddo, forte senso di irrealtà. Il corpo può conservare ‘il ricordo’ della gravidanza e ripropone per un periodo la sensazione di sentire i movimenti del bambino così come il suo pianto. In questa fase alcune madri manifestano la ‘sindrome delle braccia vuote’ presente nelle settimane successivamente alla perdita, legata al venir meno delle funzioni di accudimento. La letteratura prevede un sostegno continuativo alla coppia genitoriale, dal momento della diagnosi, durante il percorso di lutto, fino al termine delle successive gravidanze (Ravaldi et al., 2008). D’altro canto anche il non poter soddisfare il proprio desiderio di maternità è un fenomeno incisivo, esistono studi che mostrano come l’infertilità sia correlata a depressione, ansia, disfunzione sessuale e difficoltà di identità sia negli uomini che nelle donne (Brennan et al., 2007).

Questo fenomeno delle Reborn Dolls sta iniziando a suscitare interesse anche negli psicologi in quanto se l’affezionarsi ad uno oggetto non è di per sé un sintomo di disturbo mentale, perdere il contatto con la realtà ed arrivare a negare la natura di oggetto di queste bambole può diventare un serio problema. Per il momento non ci sono studi scientifici specifici sul fenomeno Reborn Dolls, la diffusione porterà sicuramente ad una analisi più approfondita.

 

Corpi borderline. Regolazione affettiva e clinica dei disturbi di personalità (2020) di Clara Mucci – Recensione

Clara Mucci nel suo ultimo libro Corpi Borderline è riuscita ad integrare diverse teorie sulla spiegazione del funzionamento della mente, capacità a mio avviso rilevante perché teorie, queste, anche lontane dal punto di vista epistemologico.

 

Senza attribuire valore di importanza o validità tra di esse, la lettura aiuta il clinico a comprendere maggiormente l’importanza di considerare il corpo del paziente nell’eziopatogenesi dei Disturbi di Personalità.

Non è un manuale buonista! L’autrice prende anche posizione nel considerare costrutti psicologici allineati a modelli di studiosi tra loro in opposizione con le dottrine maggiormente riconosciute e integrate nello scenario internazionale attuale.

Come suggerisce Clara Mucci nella trattazione teorica la visione psicoanalitica andrebbe integrata con la teoria dell’attaccamento e con le spiegazioni neurobiologiche allo scopo di ampliare la comprensione di alcuni fenomeni.

Inoltre presenta il suo modello: quest’ultimo è in accordo con quello di Allan Schore, il quale sostiene che ‘[…] a più precoci e più intense esperienze interpersonali traumatiche corrispondono le più gravi traumatizzazioni, in un continuum che va dalle personalità isteriche/istrioniche (con meno gravi e meno precoci traumatizzazioni, con migliore formazione oggettuale, che avvicina questi soggetti al continuum nevrotico) alle personalità borderline e narcisistiche, fino alle personalità antisociali (che hanno subito i danni più gravi e più precoci)‘.

Tale modello trova inoltre accordo con la teoria di Liotti sull’attaccamento disorganizzato quale precursore di una vulnerabilità alla dissociazione traumatica.

In un’ottica più allargata, come lo stesso Schore scrive nella prefazione, l’autrice è stata in grado di integrare con grande estro gli ‘studi psicoanalitici classici e moderni coniugandoli con le recenti neuroscienze allo scopo di presentare un complesso modello teorico e clinico per lavorare con questi pazienti difficili‘.

Non ho avuto la fortuna di leggere i volumi dell’autrice pubblicati precedentemente, letture a cui Mucci rimanda per allargare la comprensione di alcuni concetti espressi in Corpi Borderline. Malgrado non ci sia propedeuticità cronologica, durante la lettura si respira la completa e profonda conoscenza dei fenomeni psichici. L’autrice ha formazione interdisciplinare, studiosa e abile clinica, è capace di rendere gli elementi trattati semplici da comprendere (e di aiuto al clinico) oltre che scorrevoli nella lettura e nell’interesse. Pagine leggere e concetti pesanti insieme ondeggiano e oscillano da destra a sinistra.

L’emisfero destro, inteso come una realtà intersoggettiva e costruita epigeneticamente, diventa il protagonista per importanza: un corpo formante le differenze individuali e le caratteristiche della personalità. Tale concetto aiuta a comprendere il pensiero di Gallese per cui la sintonizzazione reciproca relazionale sia in grado di incarnare la natura del soggetto e quello di Lemma secondo cui l’incorporazione e la relazionalità contribuiscano a formare la mente.

La quantità e complessità delle argomentazioni trattate nel testo necessiterebbero di una recensione maggiormente estesa, valicando il confine di codesta scheda. Una breve introduzione spero sviluppi l’interesse e la passione necessari al lettore affinché possa approfondire le tematiche con maggiore dettaglio, analisi e completezza presenti nel testo recensito.

Continuando nella lettura e attraverso il contributo di Freud, Ferenczi, Bion, Bowlby, Liotti, Fonagy, Porges e altri eminenti pensatori, ecco che viene restituita all’emisfero destro la posizione di merito nel panorama della cura della psicopatologia. Il corpo, nello specifico la sintonizzazione degli emisferi destri tra terapeuta e paziente, rappresenta nel modello di Schore la via d’accesso al raggiungimento dello stato di benessere.

Sintonizzazione che, se mancante nel rapporto tra mamma-figlio, ora nel colloquio terapeutico ha la possibilità di essere esplorata; si rendono esplicite aree di sofferenza soggettive non dichiarabili diversamente sennonché attraverso il processo finalizzato alla elaborazione del trauma implicito e conseguente narrazione non giudicata.

Dopodiché il paziente avrà la possibilità di liberarsi del peso dell’altro da sé.

Riassumendo, il lavoro teorico presentato prende origine dagli studi di Ferenczi (trauma e dissociazione), di Kernberg (pazienti borderline), di Fonagy (mentalizzazione e i pazienti borderline) e Schore (neuropsicoanalisi sul trauma relazionale infantile, la dissociazione e sviluppo precoce basato sulle funzioni dell’emisfero destro).

Vengono ripresi concetti di cui si espone l’importanza: lo stile di attaccamento, nello specifico quello disorganizzato come predittore dei Disturbi di Personalità (DDP) e il valore della sintonizzazione bambino-caregiver. Tale interazione definita corpo-mente-cervello è necessaria per lo sviluppo delle funzioni dell’emisfero destro, oltre che essenziale per la regolazione futura delle emozioni e dell’interazione ottimale sé-altro. L’autrice ricorda come i DDP si possano rintracciare attraverso la manifestazione di alcuni comportamenti, tra i quali impulsività e instabilità degli affetti in se stessi e verso gli altri, attraverso il senso di vuoto, di solitudine, di disperazione seguita da incapacità di consolarsi. Inoltre le relazioni appaiono problematiche nei confronti di altre persone ed emergono difficoltà nella sfera delle relazioni sessuali e nell’intimità.

Dal punto di vista neuroendocrino, viene proposta l’importanza dei circuiti HPA (attività nell’asse della pituitaria adrenale ipotalamica) nella gestione della regolazione dell’arousal.

Non secondario ma fondante il percorso terapeutico è Il ‘corpo’!

Esso rappresenta il focus della terapia, è tramite essenziale della relazione tra sé e l’altro e sede delle trasmissioni intergenerazionali colpevoli della disregolazione affettiva derivante da trauma relazionale precoce. Il corpo del paziente e quello dell’altro da sé sono i bersagli dove riversare l’odio. Senso di colpa, odio di sé, disgusto di sé, violenza contro gli altri e il contesto sociale sono i meccanismi del malfunzionamento. Meccanismi che possono raggiungere la messa in atto di comportamenti criminali e antisociali.

L’autrice non considera la violenza come manifestazione innata bensì derivante dalla distruttività internalizzata in una relazione attraverso un modello vittima-persecutore, meccanismo che considera alla base dei sintomi dei disturbi di personalità.

Il volume non rappresenta solo l’elenco di argomentazioni teoriche. Attraverso l’ordine di presentazione delle patologie diventa come un manuale in mano al clinico per ottenere il cambiamento nel paziente durante il percorso psicoterapeutico e all’interno dell’alleanza terapeutica.

Mucci sostiene che ‘Il corpo è il luogo in cui si inscrivono sia la Natura, come genetica e patrimonio biologico ereditato, sia la Cultura, come ambiente fisico e relazionale‘.

Emerge l’importanza dell’interazione bambino-caregiver, capace di modellare il potenziale genetico del bambino attraverso l’ausilio della regolazione psicobiologica degli ormoni in grado di influenzare il processo di trascrizione genica e il successivo sviluppo dei circuiti cerebrali.

Allora la ripetizione in seduta di dinamiche disfunzionali è come effettivo re-enactment di stili di attaccamento instaurati nei primi due anni di vita. Nello specifico sono lo stile insicuro-preoccupato per il borderline, quello insicuro-evitante per il narcisista e l’antisociale, l’attaccamento disorganizzato in percentuale elevata dei casi gravi con episodi dissociativi.

Il primo caso presentato, quello con minor patologia lungo asse del continuum psicopatologico presentato, è di Ariadna la quale presenta un DDP istrionico con trauma relazionale infantile non dovuto a violenza, maltrattamento o incesto. Seguiranno in un crescendo di gravità clinica i casi di Bertha con DDP borderline e tratti narcisistici ad alto funzionamento e di Dorothy che presenta un disturbo di personalità borderline più grave del precedente e a basso funzionamento. La paziente ha vissuto il primo livello traumatico con la possibilità di considerare il trauma complesso o Complex PTSD.

Rispetto al disturbo borderline, l’autrice sostiene il tentativo ‘di muoversi da una psicologia dello sviluppo e della patologia basata su una sola mente (intrapsichica) a una visione del corpo-mente-cervello intersoggettiva e relazionale‘.

Di seguito il caso di Andrea con un disturbo di personalità narcisistico grave, va in terapia a seguito di un crollo quasi psicotico (presentava alcuni tratti antisociali sebbene con una quota, anche se inespressa, di capacità empatica) e il caso di Fabian con un grave disturbo di personalità narcisistico in comorbilità ad alcuni livelli psicotici di funzionamento, depressione maggiore, autolesionismo e disturbo alimentare.

I successivi casi introducono il lettore nel campo da cui emergono i sintomi psicosomatici, i più gravi nel continuum psicopatologico di riferimento: Elizabeth con grave deprivazione nell’infanzia e successive traumatizzazioni e a seguire due esempi di disturbo narcisistico di personalità in un quadro di ipocondria, tratti antisociali e perversione. Il primo di essi è John, il quale presenta un quadro di narcisismo al confine con un disturbo antisociale, somatizzazioni e ipocondria e a seguire l’ultimo caso trattato, Tom con alessitimia, sadomasochismo nelle relazioni sessuali e vari sintomi di angoscia.

Per concludere, l’autrice esamina anche un argomento interessante a mio avviso: la connessione tra cibo, genere e sessualità. Sostiene che ci sia una forte influenza dal legame conscio e inconscio con il corpo femminile a cui dobbiamo la nostra vita. Viene spiegata in modo chiaro la sua proposta, fondata come sostiene non da prove ma dalla esperienza clinica, fino a porsi la domanda ‘sul perché la derivazione femminile e corporea della nostra vita non sia adeguatamente riconosciuta e tenda a essere obliterata, rechi somiglianze con la repressione stessa che le donne subiscono o a cui sono sottoposte nelle culture per lo più patriarcali’.

Pensare di avere problemi di memoria predice l’Alzheimer?

Un nuovo studio tedesco rileva che la percezione personale della propria cognizione potrebbe essere un indicatore importante per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer.

 

Uno studio condotto da un gruppo di ricerca guidato dal Centro tedesco per le malattie neurodegenerative (DZNE), ha preso in esame 449 anziani, scoprendo che gli individui che percepivano di avere problemi di memoria, ma le cui prestazioni mentali erano nella norma, mostravano tuttavia deficit cognitivi misurabili che erano collegati ad anomalie nel liquido spinale. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Neurology (Perdersen, 2020). Quando la memoria si deteriora secondo la propria percezione ma le prestazioni mentali sono ancora all’interno dello score normale, si parla allora di “declino cognitivo soggettivo” (SCD). Le persone con SCD hanno un rischio maggiore di sviluppare demenza a lungo termine. Tuttavia, si sa poco sui meccanismi alla base dei problemi soggettivi di memoria, ha affermato il prof. Michael Wagner, capo di un gruppo di ricerca presso la DZNE e psicologo senior presso la clinica della memoria dell’ospedale universitario di Bonn. Gli effetti sono sottili e studi precedenti hanno incluso gruppi relativamente piccoli di persone, il che rende difficili le valutazioni statisticamente attendibili (Perdersen, 2020).

Con il fine di condurre una sperimentazione statisticamente affidabile, è stata coinvolta una rete di università e ospedali tedeschi, coordinati dalla DZNE. Un totale di 449 donne e uomini (età media intorno ai 70 anni) hanno partecipato allo studio. Di questo gruppo, 240 partecipanti sono stati inclusi nelle cliniche di memoria degli ospedali universitari partecipanti. Questi pazienti avevano consultato le cliniche per chiarimenti diagnostici su persistenti disturbi cognitivi soggettivi, di solito dopo il rinvio di un medico. Tuttavia, nei soliti test sono stati valutati come cognitivamente normali. Fu così determinato che avevano un SCD. Gli altri 209 partecipanti allo studio sono stati classificati come sani dal punto di vista cognitivo in base alle interviste e agli stessi test cognitivi. Avevano deciso di partecipare allo studio a seguito di annunci sui giornali. Lo studio in questione è stato in grado di dimostrare che quelle persone che si sono rivolte a una clinica della memoria a causa della SCD avevano anche se solo lievi, dei deficit cognitivi misurabili. Quindi i partecipanti allo studio considerati sani avevano generalmente un punteggio migliore nelle prestazioni mentali rispetto ai pazienti con SCD nella clinica della memoria. Queste differenze sono difficilmente rilevabili con metodi standard di analisi. In ogni caso, è necessario un set di dati di grandi dimensioni. I soggetti dello studio sono stati sottoposti a vari test delle loro capacità mentali. Oltre alle prestazioni della memoria, l’attenzione si concentrava anche sulle capacità attentive e sulla capacità di concentrazione in varie situazioni. Tra le altre cose, sono state testate anche le abilità linguistiche e la capacità di riconoscere e nominare correttamente gli oggetti (Perdersen,, 2020).

Inoltre, è stato analizzato il liquido cerebrospinale di 180 partecipanti, 104 dei quali con SCD. Questo liquido è presente nel cervello e nel midollo spinale; nello specifico sono stati misurati i livelli di proteine ​​come i “peptidi beta-amiloidi” e le “proteine ​​tau”.

Questi dati sui biomarcatori consentono di trarre conclusioni sui potenziali danni ai nervi e sui meccanismi associati alla malattia di Alzheimer (Palmer et al., 2007).

È stato dimostrato che i soggetti con SCD presentavano in media lievi deficit cognitivi e che questi deficit erano associati ad alterazioni proteiche ​​riconducibili alla malattia di Alzheimer in fase iniziale. Pertanto, i ricercatori suppongono che sia i disturbi soggettivi sia i deficit cognitivi oggettivi minimi sono dovuti ai processi di Alzheimer (Perdersen, 2020).

È importante sottolineare che queste persone avevano visitato una clinica della memoria a causa delle loro lamentele inerenti alla propria memoria. Pertanto, questi risultati non possono essere generalizzati, perché molte persone anziane soffrono di disturbi temporanei della memoria soggettiva senza avere il morbo di Alzheimer (Perdersen, 2020).

In ogni caso, i risultati attuali supportano il concetto che la SCD può contribuire a rilevare la malattia di Alzheimer in una fase precoce. Tuttavia, il SCD può certamente fornire solo una parte del quadro più ampio necessario per la diagnosi, bisogna anche considerare i biomarcatori.

Le attuali terapie contro l’Alzheimer iniziano troppo tardi, quando ormai il cervello è già gravemente danneggiato. Una migliore comprensione della SCD potrebbe creare le basi per un trattamento precedente. Al fine di testare le terapie che intendono avere un effetto nelle prime fasi del morbo di Alzheimer, è necessario identificare le persone ad aumentato rischio di malattia. Per questo, SCD potrebbe essere un criterio importante (Perdersen, 2020).

 

Genitorialità e nuove tecnologie

Il ruolo del genitore è sempre più difficile, spesso accompagnato da incertezze e diventa oggetto di ricerca e di giudizio, soprattutto quando i figli passano dal mondo adolescente a quello adulto.

 

Tu sei fuori dal mio mondo. E il tuo mondo mi fa tristezza.

Questa affermazione di Veronesi tratta dal celebre film Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso ci fa soffermare e riflettere su un tema che oggi ci interessa tutti da molto vicino, il rapporto che i figli hanno con i loro genitori e le nuove tecnologie.

Ognuno di noi fin dalla più tenera età utilizza nei diversi contesti di vita la propria funzione genitoriale: il bambino che imita la mamma e la vuole imboccare dandole il suo cibo, ci mostra come questa funzione di prendersi cura e assumere un ruolo da genitore che nutre, sia già presente nei primi anni di vita. Questo è probabilmente uno dei primi interscambi osservabili che riflette un lungo percorso già compiuto dal bambino a livello rappresentativo – narrativo e che ci fa capire come il bambino si costruisce un’idea di relazione che dipende dalle modalità relazionali che ha stabilito con i propri genitori (Bowlby, 1983). Il bambino è pertanto predisposto con i genitori a sviluppare un legame di attaccamento, necessario per mantenere un senso di sicurezza.

La famiglia nella quale genitori e bambino fanno parte, è il principale luogo di crescita di ogni individuo, dalla sua nascita e per tutta la vita. A seconda del momento evolutivo in cui ci si trova, la famiglia assume significati e ruoli diversi, ma rimane sempre un punto di riferimento, nel bene e nel male, per ciascuno dei suoi membri.

Il ruolo del genitore è sempre più difficile, spesso accompagnato da incertezze e diventa oggetto di ricerca e di giudizio, soprattutto quando i figli passano dal mondo adolescente a quello adulto. Il fatto che con le nuove tecnologie “tutto è possibile” influisce notevolmente sul rapporto genitori/figli. Pensiamo ad un adolescente che fa difficoltà ad inserirsi in maniera adeguata nel contesto scolastico o nel gruppo di amici: internet offre un mondo sociale e virtuale molto appetibile, dove sembra essere possibile ciò che nella vita reale è invece molto difficile. Spesso gli adolescenti vivono in questo mondo virtuale, senza che i genitori se ne rendano conto; ma oggi questo è parzialmente vero, perché spesso accade che sono i genitori stessi a passare la maggior parte del loro tempo con le nuove tecnologie, togliendo “spazio” e concedendosi meno al rapporto con i propri figli. È pur vero che per i genitori di oggi è indispensabile avere familiarità con la nuova tecnologia, presente non solo in ambito lavorativo, ma anche e soprattutto nella relazione con i figli.

Per concludere sarebbe utile riflettere su aspetti preventivi dell’utilizzo di internet e social network. Nonostante molti adolescenti e giovani adulti considerino i genitori inadeguati come guida nell’universo delle nuove tecnologie, i ragazzi andrebbero educati fin da piccoli a fruire delle nuove tecnologie insieme agli adulti, dandone dei limiti temporali e alternandoli con compiti evolutivamente più stimolanti, in modo da non togliere “spazio e tempo” alla loro relazione reale, autentica, di relazione, vis à vis.

 

Procrastinazione decisionale e accademica: il disagio provato dagli studenti procrastinatori e la difficoltà nel cambiare le proprie abitudini

La procrastinazione è tipicamente definita come un ritardo volontario dell’azione verso un qualche compito, nonostante le prevedibili conseguenze negative e gli esiti potenzialmente deleteri (Ferrari, 2010; Steel, 2007).

 

L’atto della procrastinazione, soprattutto se cronicizzato, può portare gli individui a sperimentare ansia e stress legati proprio al ritardo (Ferrari, 2010).

Uno dei tipi di procrastinazione è la procrastinazione decisionale: un tipo cognitivo di procrastinazione cronica, caratterizzata dal ritardo nel prendere decisioni, in particolare in circostanze stressanti (Ferrari, 1994).

Un altro tipo è la procrastinazione accademica, associata al ritardo volontario dell’azione correlata allo studio, nonostante si sia consapevoli delle conseguenze negative causate dal ritardo (Steel & Klingsieck, 2016).

Nonostante l’ampiezza della letteratura sulla procrastinazione in senso lato, solo pochi studi hanno direttamente indagato i sentimenti degli studenti verso la procrastinazione e il loro desiderio di cambiare questa abitudine.

Uno studio recente (Hen & Goroshit, 2020) ha dunque voluto esaminare gli effetti della procrastinazione decisionale e di quella accademica sulle sensazioni di disagio degli studenti legati alla procrastinazione accademica e il desiderio di cambiare le loro abitudini nel procrastinare. Il presupposto era che la procrastinazione accademica avrebbe mediato il rapporto tra procrastinazione decisionale e sentimenti degli studenti verso la procrastinazione accademica. Un totale di 373 studenti universitari di scienze sociali provenienti dal nord di Israele hanno partecipato allo studio, compilando un questionario online comprendente le seguenti scale:

  • il Decisional Procrastination Questionnaire (Mann, 1982) per la misurazione della procrastinazione decisionale;
  • l’Academic Procrastination Scale- Student Form (Milgram et al., 1999) per l’assessment della procrastinazione accademica e per misurare le sensazioni degli studenti su questa.

I risultati dello studio sfidano la percezione tradizionale che la procrastinazione sia per lo più associata a sentimenti di disagio: infatti, mentre la procrastinazione decisionale è effettivamente associata a un’esperienza di disagio sul procrastinare, quella accademica non manda segnali legati al disagio, pur essendo i procrastinatori accademici vogliosi di cambiare la loro abitudine nel procrastinare.

I risultati perciò suggeriscono una differenza tra i due tipi di procrastinazione e possono contribuire all’ipotesi che per alcuni studenti la procrastinazione accademica serva nell’immediato come un sollievo emotivo che, se associato a risultati accademici negativi, può poi portare al desiderio di cambiare questa abitudine.

Se questo fosse vero, un possibile intervento dovrebbe includere la presa di coscienza di questo processo e lo sviluppo di altre strategie per il sollievo emotivo. Infatti, uno studente che soffre di procrastinazione decisionale cronica, non attribuendo una sensazione negativa alla procrastinazione accademica, potrebbe non essere in grado di prendere una decisione per quanto riguarda il desiderio di cambiare questa abitudine.

 

Il Rimuginio: il podcast sul pensiero ripetitivo – Ep. 5/5 Gli scopi del rimuginio

Il rimuginio è quella catena di pensieri che intrappola la nostra attenzione, ci isola dentro la nostra mente e ci tiene ancorati a rabbia, ansia e tristezza, rendendole perseveranti.

 

In termini più tecnici, rimuginare significa preoccuparsi delle cose negative che potrebbero capitare in futuro o riflettere continuamente sugli aspetti negativi della propria esistenza o del proprio passato. Talvolta è un tentativo di risolvere i problemi, di cercare quella chiave di volta che ci permetta di uscire dalle sabbie mobili, talvolta è un’abitudine appresa in giovane età di cui ormai siamo scarsamente consapevoli. In ogni caso oggi possiamo dire che il rimuginio è un processo psicopatologico con una valenza transdiagnostica, vale a dire un cardine portante della sofferenza psicologica, indipendente dal contenuto con qui questa si manifesta.

L’uscita del libro “Rimuginio. Teoria e Terapia del pensiero ripetitivo” ha rappresentato una tappa centrale di un lungo percorso di studio e ricerca che ha accompagnato noi autori nel corso degli ultimi quindici anni. La sua pubblicazione è stata accompagnata da un notevole interesse che non si è limitato ai colleghi psicologi e psicoterapeuti. Molte persone che hanno assistito alle presentazioni o che hanno letto il libro ci hanno scritto per chiederci delucidazioni o per promuovere una versione divulgativa e meno tecnica dei suoi contenuti. Per rispondere a questa curiosità abbiamo scelto di tradurre e sintetizzare alcuni messaggi chiave del libro in questa serie di trasmissioni.

Il libro è un manuale per psicoterapeuti, questo podcast vuole essere un aiuto per tutti, con l’ambizione di trasmettere utili informazioni rigorose e chiare nonché qualche suggerimento che possa essere applicato in autonomia.

Il podcast è distribuito su:

 


QUINTA PUNTATA DEL PODCAST:
GLI SCOPI DEL RIMUGINIO

 

La ruota del tempo – Racconto

La rottura era avvenuta così, senza dare alcun preavviso e senza lasciare a nessuno il tempo di prepararsi. Similmente siamo stati colpiti tutti noi dal virus Covid-19 e dalle sue conseguenze.

 

La mente è come una macchina del tempo.
Rimette insieme i pezzi per rivivere il passato;
Consente di immaginare e proiettarsi nel futuro;
Gira ed elabora ogni istante, scandendo il momento presente.

Come ogni giorno la ruota aveva preso a girare nel suo consueto orario. Una alla volta le persone arrivavano e prendevano il proprio posto: i mattinieri in fila già alle prime luci dell’alba, pronti a salire, i ritardatari, con affanno e di gran fretta, sperando nell’ultima corsa.

Era un venerdì come tanti, così si pensava.

Tutti realizzavano i propri giri: chi sbadigliava, ancora assonnato; chi sorrideva, già pensando al fine settimana a venire; ognuno attendeva, più o meno pazientemente, che la giornata trascorresse per poter scendere dalla ruota e, finalmente, tornare nella propria casa.

Ogni tanto si udiva qualche strano scricchiolio ma nessuno sembrava preoccuparsi più di tanto, del resto, se il capo-giostra continuava ad osservarli con il volto sereno ed un sorriso lieto, non avevano alcun motivo di dubitare. E allora pensavano ‘va tutto bene’. Era ormai pomeriggio, il sole cominciava ad abbassarsi rendendo l’aria più fresca e la ruota cominciava a rallentare la sua corsa, creando un’atmosfera sempre più distesa e leggera. Poi, improvvisamente, ecco l’imprevisto, l’inaspettato che tutto cambia.

La rottura era avvenuta così, senza dare alcun preavviso e senza lasciare a nessuno il tempo di prepararsi. Il capo-giostra inizialmente aveva provato a tranquillizzare gli animi, sarebbe bastato avvisare il tecnico e portare un po’ di pazienza per risolvere la situazione, così diceva, ma le cose non andarono proprio così. Non si trattava del solito ‘guasto tecnico’, nulla che si potesse risolvere con qualche semplice indicazione: dopo aver borbottato a bassa voce al telefono, costringendo la mimica facciale ad un sorriso rassicurante, era giunto il momento di condividere con tutti la verità. Bisognava attendere che passasse il fine settimana per ricevere un aiuto esperto e consentire alle persone di tornare alla loro vita: la discesa dalla giostra avrebbe, infatti, compromesso inevitabilmente l’equilibrio dell’intera ruota fino a un possibile crollo.

Il capo-giostra era stato allora sommerso di domande e di un bisogno di rassicurazioni. La paura di cadere dalla ruota pervadeva gli animi, ognuno aveva le sue buone ragioni per desiderare di scendere come alla fine di ogni giornata e andare incontro ai propri progetti e alla propria libertà.

Cercando di non oscillare, con movimenti cauti e mani salde intorno alle barre, sarebbe stato possibile ridurre il margine di rischio; in fondo si trattava di resistere pazientemente fino al lunedì, così ognuno pensava e ripensava per darsi coraggio.

Potevano farcela, anzi: dovevano farcela.

Quella del venerdì era stata una serata strana e, dopo tanto parlare di quanto accaduto, tutti si erano addormentati profondamente in cerca di un riparo lontano nel tempo e nello spazio in cui trovare conforto.

Il sabato mattina, come ogni sabato del villaggio che si rispetti, anche se in quella situazione nuova, anomala, gli adulti si svegliarono colmi di buoni propositi: era così tanto tempo che non riuscivano a godersi il panorama offerto dalla ruota, presa solitamente dal suo girare incessante, e potevano finalmente ascoltare i propri pensieri, solitamente coperti dai rumori della giostra, dal parlottio della gente, raccontare delle storie ai propri bambini, godere del loro sguardo meravigliato. La paura era tanta ma, chiusi e protetti all’interno della propria cabina, quella giocata del destino rappresentava forse una possibilità. I bambini erano smarriti, non era mai capitato nella loro vita di poter osservare il tempo trascorrere così lentamente e, francamente, non sapevano proprio che farne. Allo stesso tempo, tuttavia, era facile per loro lasciarsi guidare dai grandi ed era bello vivere quel tempo familiare che una parte di loro aveva sempre desiderato, coltivato come una piccola fiamma accesa.

Stando attenti e restando uniti, il peggio sarebbe passato velocemente, il lunedì sarebbe arrivato in un battito di ciglia.

Il momento desiderato era giunto quasi rapidamente e quella mattina nessuno sembrava avere sonno, gli occhi erano tutti ben aperti, spalancati per la trepidante attesa. Il tecnico era arrivato, occhiali scuri e una valigetta stretta nella mano destra: passava in rassegna, scrutava con attenzione ogni ingranaggio, cercava di capire cosa si nascondesse, quale fosse l’origine del danno. Più passava il tempo, più la sua confusione pareva aumentare. Non poteva fare a meno di scuotere il capo. Era il capo-giostra che ora aveva l’ingrato compito di comunicare a tutti la necessità di prolungare quell’attesa, di dover aspettare una settimana o, chissà, forse due, per lasciare che tecnici esperti trovassero una soluzione a quel guasto inatteso, così inconsueto.

Le persone a questo punto erano davvero disorientate, si chiedevano come sarebbe stato possibile rimanere così immobili, sospendere all’improvviso la loro vita; d’altra parte si rendevano conto, però, che nulla in quel momento poteva essere più importante di proteggersi, di proteggere l’altro. A questo punto tutti avevano cominciato a stringersi silenziosamente all’interno delle proprie cabine, stando attenti a non sporgersi e, soprattutto, a non farle oscillare: era una questione di equilibrio, la noncuranza di una singola persona avrebbe potuto produrre oscillazioni a catena e mettere così in pericolo la vita di ognuno di loro.

Il tempo non era mai trascorso così lento, quella specie di frenesia da cui erano stati così a lungo presi per mano e guidati li aveva lasciati così, in sospeso, con un semplice ‘torno presto’ si era allontanata senza lasciare alcuna indicazione. Abituati a correre durante la giornata come in una maratona spalla a spalla con il tempo, gli adulti avevano sentito da subito l’istinto di riempire le loro giornate, di intrattenere, propositivi e stimolanti, i propri bambini: forse era questo l’unico modo che possedevano per reagire, senza sentire troppo chiaramente i propri pensieri, senza doversi chiedere, perciò, se fossero dei bravi genitori a tempo pieno.

La cabina poteva essere così ridipinta, i vetri tirati a lucido, i cuscini rinnovati con colori e fantasie e, perché no, un tocco di verde in più magari avrebbe reso l’atmosfera più calda. I bambini, dal canto loro, avrebbero potuto dipingere, inventare storie, giocare a carte ed aiutare ad impastare biscotti. Quante cose sarebbe stato possibile fare! Pensando e ripensando, si sarebbe potuto farsi venire sempre nuove idee, l’importante era riuscire a non fermarsi. La verità era che, per i bambini, quel tempo sconosciuto non era poi così male, sapeva di famiglia, di carezze sulla testa e di sorrisi condivisi, sapeva di calma e di riparo dalle proprie paure, quelle che spesso li avevano fatti sentire così fragili ed arrabbiati, che avevano fatto loro desiderare intensamente di poter essere stretti forte in un abbraccio, di sentirsi sussurrare piano ‘andrà tutto bene’.

Le prime giornate erano state scaldate dal sole, guardare verso il basso sporgendosi dalla cabina poteva suscitare molta paura ma, restando all’interno e dedicandosi alle cose semplici, diventava addirittura possibile, a volte, dimenticare quanto stava accadendo. Il rientro degli angeli custodi, quello sì, che era un momento in cui non si poteva tentare nessuna evasione o rimozione difensiva: gli angeli custodi, così venivano chiamati, ogni mattina scendevano cautamente dalle loro cabine e passavano l’intera giornata tenendo salda tra le proprie mani una fune con tutte le forze che avevano, permettendo in questo modo di mettere in sicurezza il più possibile la stabilità della giostra. I loro volti stanchi, le mani ferite e doloranti, tutto di loro raccontava una storia seria, una storia che faceva paura, che ricordava a tutti quelli al riparo ciò che poteva sembrare così surreale e lontano.

Una sera, sul calare del sole, una voce sottile aveva cominciato ad intonare una canzone: le note di quella melodia, come tante piccole chiavi, erano riuscite ad entrare nel cuore delle persone che subito si erano sentite pervadere da un senso di euforia e di fiducia, che dalla pancia era salito velocemente fino alla testa; era bastato uno sguardo complice per sentirsi così vicini gli uni con gli altri e per unirsi timidamente a quel coro ormai crescente di voci. Sera dopo sera, quel momento di condivisione era diventato ormai un appuntamento irrinunciabile, un’esperienza capace di risollevare gli animi, di dare loro quella carica che li avrebbe resi pronti ad affrontare il giorno successivo. O quasi.

Al termine della settimana, la possibilità di dover rimanere sospesi per quindici giorni ancora era ormai diventata certezza. Era necessario a questo punto riorganizzarsi perché bambini e ragazzi non smettessero di imparare: pensando e ripensando, era stato deciso di comune accordo di trasmettere ogni giorno una lezione attraverso l’altoparlante finora addetto alla diffusione della musica e delle comunicazioni di servizio all’interno del parco. Non sempre l’ascolto riusciva ad essere fluido, talvolta la voce risultava gracchiante ed era difficile comprendere bene; aggiungiamoci, inoltre, il fatto di non poter vedere i maestri di persona, di sentirsi inevitabilmente osservati dai propri familiari ed ecco che riuscire ad essere ricettivi, ancor prima che produttivi, poteva rivelarsi una vera e propria missione. Proprio in quanto al sentirsi osservati, quel che stava venendo a mancare a molti in quei giorni di invischiamento era la possibilità di garantirsi un proprio spazio personale o, quantomeno, di poterlo reclamare senza suscitare troppi sensi di colpa e risentimenti.

Era una grande prova di equilibrio per tutti, un equilibrio che certamente non sarebbe stato più lo stesso. Quel che all’inizio sembrava così difficile, impensabile quasi, stava ora accadendo piuttosto naturalmente, come ogni ‘legge della sopravvivenza’ racconta. Ognuno a suo modo stava trovando, un passo alla volta, la strada migliore per adattarsi all’imprevisto.

Incredibilmente la necessità impellente di riempire il tempo e di muoversi si stava mitigando, in quella pausa dalla realtà di ogni giorno alcune consapevolezze stavano emergendo gradualmente e si palesavano con estrema chiarezza: il modo migliore per fare tesoro di tale esperienza era portare con sé un bagaglio del viaggio introspettivo appena compiuto, collocare scatti e souvenir all’interno del proprio mondo interiore perché, anche tornando alla vita abituale, non venisse mai dimenticato.

Nel corso delle giornate poteva capitare che la cabina oscillasse, come se il vento, passando, si divertisse a darle una piccola spinta per poi scappar via veloce come solo lui sa fare: proprio in quei momenti, nonostante la ruota fosse completamente immobile, l’umore poteva cominciare un nuovo giro sulle montagne russe e salire, scendere, risalire e poi riscendere senza sosta fino alla fine di quella corsa impetuosa.

Era naturale che alcune domande risuonassero nella testa e che fosse difficile metterle a tacere: ci si chiedeva come sarebbe stato tornare alla vita abituale e quanto tempo avrebbe richiesto, se il lavoro ne avrebbe risentito, ma anche quando sarebbe stato finalmente possibile abbracciare di nuovo un caro amico. Insomma, nonostante fosse chiaro più che in altri momenti quanto la vita fosse un dono, in quel ciclo continuo di pensieri non risultava affatto semplice riuscire a porre un freno ed interrompere la corsa: conveniva lasciarla fluire fino al suo arrivo.

I bambini, dal canto loro, non sembravano altrettanto provati. Desideravano di certo poter sgranchire un po’ le gambe con una bella corsa, correre in bici e sdraiarsi sul prato con gli amici per riprendere un po’ il fiato ma, a parte questo, a parte un po’ di nostalgia per la libertà perduta, per il resto, tutto sommato, stavano vivendo quella rilassatezza che prima era difficile anche solo immaginare. Del resto, anche prima erano abituati a vivere gli amici per lo più affacciandosi dalla cabina, a raccontarsi sogni nel cassetto e ridere a crepapelle facendo a meno della vicinanza fisica. Ma era proprio così? Davvero riuscivano ad affrontare quei giorni sospesi a mente libera e cuor leggero?

Forse, in realtà, la loro vocina interiore poneva delle domande che spesso però rimanevano dentro, silenziose, senza che nessuno potesse ascoltarle, per poi cercare una risposta nel volto e nelle espressioni dei più grandi. Forse il guscio che già si erano costruiti intorno, in quella immobilità forzata, stava divenendo via via sempre più spesso, duro, e avrebbe reso ancor più difficile ritornare ad affacciarsi al mondo esterno. E’ vero infatti, seppur paradossale, che più a lungo genitori e figli trascorrevano il tempo fisicamente vicini più cresceva tra di loro un muro di silenzio che li rendeva emotivamente distanti: non essendo abituati infatti a dialogare, risultava difficile riuscire ad avere un confronto costruttivo che non facesse esplodere le parole come nel lancio di una navicella spaziale o, al contrario, che non creasse un nodo alla gola incapace di farle uscire, mettendole a tacere.

Finalmente il capo-giostra aveva delle buone notizie da dare, esisteva una soluzione che da lì a poche ore avrebbe permesso alla ruota di ricominciare a girare. Finalmente il momento tanto atteso era ad un passo. Quanto lo avevano desiderato! Quante cose avrebbero voluto fare per recuperare il tempo perduto! Si sentivano emozionati e grati al pensiero di poter trascorrere attimi che un tempo avrebbero considerato abituali ma che invece, ora, apparivano così pieni di vita.

Certo, forse all’inizio sarebbe sembrato tutto un po’ strano ma c’era quella voglia di non perdersi nulla, di catturare ogni istante e viverlo intensamente che spesso si avverte quando l’esperienza ci porta ad aprire gli occhi come per la prima volta e ci rende consapevoli dell’unicità che contraddistingue ogni singolo attimo.

Il grande entusiasmo che aveva pervaso i presenti era stato però contenuto da una comunicazione ulteriore, arrivata subito dopo, quando le grida di gioia di tutti avevano permesso al capo-giostra di riprendere a parlare. Se era vero che probabilmente esisteva una possibile soluzione al problema, era altrettanto vero che sarebbe stata sperimentale, che non era possibile prevedere se avrebbe funzionato o quale sarebbe stata la sua evoluzione: l’ingranaggio da sostituire, infatti, era ormai fuori produzione e l’unica possibilità era creare un nuovo meccanismo. Ricominciare portava con sé un margine di rischio, richiedeva il coraggio di compiere, tutti simultaneamente, un salto nel vuoto. Non sarebbe stato di certo facile uscire dalla propria zona di comfort, tollerare l’incertezza, l’instabilità che avrebbe accompagnato la nuova partenza fino ad un nuovo assestamento, ma era l’unica possibilità che avevano. Dopo aver cercato sostegno l’uno nello sguardo dell’altro, una persona alla volta cominciava la cauta discesa dalle proprie cabine attraverso delle funi. L’entusiasmo era tale che spesso occorreva richiamare all’ordine chi non prestava sufficiente attenzione alle indicazioni date, ma per loro era difficile riuscire a controllarsi, inebriati come erano. Si sentivano, infatti, come sotto l’effetto di un innamoramento, confusi ma al tempo stesso felici. Era, però, assolutamente necessario che non perdessero la rotta, che la stella polare non smettesse di orientarli tra le onde di quel mare di cui non potevano avere il pieno controllo: la stella polare andava ricercata dentro di sè e, una volta trovata, quando cioè si fossero ritrovati, le acque non avrebbero certo smesso di oscillare sotto l’effetto delle correnti, ma di sicuro sarebbe stato più difficile perdersi, sapendo da dove ripartire.

Una volta disposte le misure necessarie, era arrivato il momento di lasciare la giostra: dopo aver abitato quel tempo sospeso, ecco infine la possibilità di tornare al tepore delle proprie case. Era stata data la precedenza agli anziani, i più fragili in questa imprevedibile discesa, per poi far scendere, a turno, prima gli adulti e poi bambini e ragazzi, perché, sebbene solitamente fossero considerati le creature più delicate, da proteggere, in tale situazione potevano contare su un’agilità e una resistenza superiori a chiunque altro.

Solo una volta scesi e posti gli uni accanto agli altri si era potuto tirare un sospiro di sollievo e sentir dissolvere parte della tensione accumulata. In cerca di quella rassicurazione che avrebbe reso il riposo ristoratore, prima di allontanarsi avevano osservato ancora una volta il volto del capo-giostra ma questa volta, nonostante i suoi sforzi, il suo sguardo esitante aveva lasciato trapelare una mancanza di risposte.

Quella notte avrebbero goduto del rientro nella propria casa, sentendosi al sicuro e tuttavia estraniati, come al rientro da un lungo viaggio. Nel frattempo tecnici esperti ed angeli custodi avrebbero lavorato silenziosamente al nuovo ingranaggio che l’indomani avrebbe permesso alla ruota di ricominciare a girare e al tempo reale di tornare a scorrere. Se avrebbe funzionato o no, nessuno poteva ancora saperlo. Non avevano dunque certezze ma erano convinti di una cosa, fra tutte: andare avanti voleva dire non voltarsi indietro.

Almeno per quella notte avevano deciso di distogliere la mente da quanto accaduto e soprattutto di non crearsi aspettative rispetto alla nuova fase a venire. Al risveglio, riportata la mente conscia alla lucidità perduta, ogni persona aveva cominciato a prepararsi per questo nuovo inizio come in ogni primo giorno che si rispetti. Ognuno affrontava la situazione a suo modo: c’era chi correva frettolosamente verso la propria cabina con fare impavido, probabilmente avventato, chi non si sentiva ancora pronto ad una risalita che lasciava così tante incertezze e infine chi, nonostante nutrisse delle perplessità, era convinto di dover prendere il coraggio a due mani spinto della necessità di voler andare avanti, per rimettere in moto la giostra, per il bene collettivo. Del resto, ‘chi si ferma è perduto’ recita un noto detto popolare.

Al di là del vissuto personale di ciascuno, vi era comune accordo rispetto alla necessità di sentirsi più protetti, reclamando di diritto delle misure che rendessero ogni risalita ed ogni discesa meno rischiose: ecco allora che un’imbracatura e dei guanti protettivi avrebbero reso gli spostamenti abituali sicuramente meno rapidi e agevoli ma al tempo stesso più sicuri. Non era semplice stabilire come fosse meglio comportarsi, quanto potersi rilassare e quanto dover restare in allerta; al di là dei timori primordiali legati alla sopravvivenza propria e dei propri cari, il dubbio che la struttura della ruota non tornasse più alla stabilità di un tempo continuava a far capolino nella mente di ciascuno.

Tutti questi pensieri, tuttavia, assumevano un’importanza secondaria per coloro che avevano atteso il ritorno alla libertà come l’attracco di un’ancora di salvezza per sfuggire ad un disagio interiore, amplificato a dismisura in quella dorata prigione, o alla necessaria tolleranza di vicinanze dolorose e deleterie: essere resi di nuovo liberi, questa era l’unica vera nuova occasione per tutti loro.

I giorni passavano e le persone senza rendersene conto si adattavano sempre di più alla loro nuova realtà, con pazienza e resilienza. Sicuramente rimettersi in moto, con la condivisione partecipe di tutti, aveva aiutato ad allontanare inerzia e senso di solitudine ma, obiettivamente, molto era stato reso possibile dalle riflessioni maturate in quei lunghi giorni e dalla consapevolezza raggiunta su quanto tutto possa cambiare improvvisamente senza alcun preavviso, sull’importanza di potersi fermare, di poter osservare la propria vita e leggere, con occhi diversi, dinamiche disfunzionali ormai consolidate e tentare di produrre un reale cambiamento.

Del resto, non è questo il saggio segreto della vita, riuscire a tollerare l’incerto e trovare il coraggio di mettersi in discussione?

 

Ricordo di Arthur Freeman

È scomparso, probabilmente per una infezione da coronavirus, Arthur Freeman, psicoterapeuta, ricercatore e studioso cognitivo comportamentale dai molteplici interessi.

Freeman partecipò storicamente alla elaborazione del modello cognitivo comportamentale classico sviluppandolo in direzioni diverse da quelle iniziali della depressione e dei disturbi d’ansia, incoraggiandone l’applicazione a scenari clinici fino a quel momento poco esplorati come la terapia di gruppo per adolescenti e bambini (Christner, Stewart e Freeman, 2007), gli interventi cognitivi in situazioni di crisi e pronto intervento (Dattilio e Freeman, 1994), l’intervento sociale (Freeman, 2006) o quello educativo e scolastico (Mennuti, Freeman e Christner 2006) e soprattutto la terapia cognitiva per i disturbi di personalità, curando con Beck in persona la stesura del testo di riferimento “Cognitive therapy of personality disorder” (Beck, Davis, Freeman, 2015).

Già questa opera di allargamento del campo di applicazione della terapia cognitiva comportamentale classica segnalava l’apertura mentale di Arthur Freeman, eppure non poteva bastargli. Freeman collaborò anche allo sviluppo di trattamenti cognitivi diversi da quello di Beck, come la terapia razionale emotiva e comportamentale di Ellis o gli orientamenti costruttivistici di Mahoney. Eccolo quindi scrivere un lavoro di analisi dell’azione dei pensieri irrazionali insieme ad allievi diretti di Ellis come Daniel David e Raymond DiGiuseppe (David, Freeman, DiGiuseppe, 2010) oppure curare con Mahoney un libro sulla cognizione in senso ampio in psicoterapia (Freeman, Mahoney, DeVito, Martin, 2004). Ai congressi era facile incontrarlo a tavole rotonde di confronto tra diversi modelli, tavole in cui egli rappresentava sia l’esponente del modello classico di Beck che lo spirito critico che cercava stimoli, punti di discussione ma anche di contatto. Il suo non era un facile eclettismo, dato che teneva ben ferme le differenze tra i vari orientamenti, ma un indefesso confrontare rigoroso e scientificamente fondato.

Era un uomo cordiale e aperto alla collaborazione. Poche settimane fa alla Sigmund Freud University di Milano, purtroppo non di persona ma online a causa del coronavirus, ha fatto una delle sue ultime lezioni dedicata alle influenze della terapia psicodinamica sulla terapia cognitivo comportamentale. Anche questo suo ultimo argomento testimonia la varietà dei suoi interessi. Col senno di poi comprendiamo che era già provato per l’infezione da coronavirus ma lui non aveva voluto annullare l’incontro. In Italia è stato tradotto e pubblicato il suo libro sui disturbi di personalità già citato, purtroppo da tempo fuori catalogo. Tuttavia siamo felici di annunciare che ne stiamo curando una nuova traduzione e pubblicazione per l’anno prossimo. È il migliore saluto che possiamo fare a Freeman.

Il Rimuginio: il podcast sul pensiero ripetitivo – Ep- 4/5 La paura di abbandonare il rimuginio

Il rimuginio è quella catena di pensieri che intrappola la nostra attenzione, ci isola dentro la nostra mente e ci tiene ancorati a rabbia, ansia e tristezza, rendendole perseveranti.

 

In termini più tecnici, rimuginare significa preoccuparsi delle cose negative che potrebbero capitare in futuro o riflettere continuamente sugli aspetti negativi della propria esistenza o del proprio passato. Talvolta è un tentativo di risolvere i problemi, di cercare quella chiave di volta che ci permetta di uscire dalle sabbie mobili, talvolta è un’abitudine appresa in giovane età di cui ormai siamo scarsamente consapevoli. In ogni caso oggi possiamo dire che il rimuginio è un processo psicopatologico con una valenza transdiagnostica, vale a dire un cardine portante della sofferenza psicologica, indipendente dal contenuto con qui questa si manifesta.

L’uscita del libro “Rimuginio. Teoria e Terapia del pensiero ripetitivo” ha rappresentato una tappa centrale di un lungo percorso di studio e ricerca che ha accompagnato noi autori nel corso degli ultimi quindici anni. La sua pubblicazione è stata accompagnata da un notevole interesse che non si è limitato ai colleghi psicologi e psicoterapeuti. Molte persone che hanno assistito alle presentazioni o che hanno letto il libro ci hanno scritto per chiederci delucidazioni o per promuovere una versione divulgativa e meno tecnica dei suoi contenuti. Per rispondere a questa curiosità abbiamo scelto di tradurre e sintetizzare alcuni messaggi chiave del libro in questa serie di trasmissioni.

Il libro è un manuale per psicoterapeuti, questo podcast vuole essere un aiuto per tutti, con l’ambizione di trasmettere utili informazioni rigorose e chiare nonché qualche suggerimento che possa essere applicato in autonomia.

Il podcast è distribuito su:

 


QUARTA PUNTATA DEL PODCAST:
LA PAURA DI ABBANDONARE IL RIMUGINIO

 

Il Rimuginio: il podcast sul pensiero ripetitivo – Ep. 3/5 L’incontrollabilità del rimuginio

Il rimuginio è quella catena di pensieri che intrappola la nostra attenzione, ci isola dentro la nostra mente e ci tiene ancorati a rabbia, ansia e tristezza, rendendole perseveranti.

 

In termini più tecnici, rimuginare significa preoccuparsi delle cose negative che potrebbero capitare in futuro o riflettere continuamente sugli aspetti negativi della propria esistenza o del proprio passato. Talvolta è un tentativo di risolvere i problemi, di cercare quella chiave di volta che ci permetta di uscire dalle sabbie mobili, talvolta è un’abitudine appresa in giovane età di cui ormai siamo scarsamente consapevoli. In ogni caso oggi possiamo dire che il rimuginio è un processo psicopatologico con una valenza transdiagnostica, vale a dire un cardine portante della sofferenza psicologica, indipendente dal contenuto con qui questa si manifesta.

L’uscita del libro “Rimuginio. Teoria e Terapia del pensiero ripetitivo” ha rappresentato una tappa centrale di un lungo percorso di studio e ricerca che ha accompagnato noi autori nel corso degli ultimi quindici anni. La sua pubblicazione è stata accompagnata da un notevole interesse che non si è limitato ai colleghi psicologi e psicoterapeuti. Molte persone che hanno assistito alle presentazioni o che hanno letto il libro ci hanno scritto per chiederci delucidazioni o per promuovere una versione divulgativa e meno tecnica dei suoi contenuti. Per rispondere a questa curiosità abbiamo scelto di tradurre e sintetizzare alcuni messaggi chiave del libro in questa serie di trasmissioni.

Il libro è un manuale per psicoterapeuti, questo podcast vuole essere un aiuto per tutti, con l’ambizione di trasmettere utili informazioni rigorose e chiare nonché qualche suggerimento che possa essere applicato in autonomia.

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TERZA PUNTATA DEL PODCAST:
L’INCONTROLLABILITA’ DEL RIMUGINIO

 

 

Il Rimuginio: il podcast sul pensiero ripetitivo – Ep. 2/5 Le forme del rimuginio

Il rimuginio è quella catena di pensieri che intrappola la nostra attenzione, ci isola dentro la nostra mente e ci tiene ancorati a rabbia, ansia e tristezza, rendendole perseveranti.

 

In termini più tecnici, rimuginare significa preoccuparsi delle cose negative che potrebbero capitare in futuro o riflettere continuamente sugli aspetti negativi della propria esistenza o del proprio passato. Talvolta è un tentativo di risolvere i problemi, di cercare quella chiave di volta che ci permetta di uscire dalle sabbie mobili, talvolta è un’abitudine appresa in giovane età di cui ormai siamo scarsamente consapevoli. In ogni caso oggi possiamo dire che il rimuginio è un processo psicopatologico con una valenza transdiagnostica, vale a dire un cardine portante della sofferenza psicologica, indipendente dal contenuto con qui questa si manifesta.

L’uscita del libro “Rimuginio. Teoria e Terapia del pensiero ripetitivo” ha rappresentato una tappa centrale di un lungo percorso di studio e ricerca che ha accompagnato noi autori nel corso degli ultimi quindici anni. La sua pubblicazione è stata accompagnata da un notevole interesse che non si è limitato ai colleghi psicologi e psicoterapeuti. Molte persone che hanno assistito alle presentazioni o che hanno letto il libro ci hanno scritto per chiederci delucidazioni o per promuovere una versione divulgativa e meno tecnica dei suoi contenuti. Per rispondere a questa curiosità abbiamo scelto di tradurre e sintetizzare alcuni messaggi chiave del libro in questa serie di trasmissioni.

Il libro è un manuale per psicoterapeuti, questo podcast vuole essere un aiuto per tutti, con l’ambizione di trasmettere utili informazioni rigorose e chiare nonché qualche suggerimento che possa essere applicato in autonomia.

 

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Tirocini impossibili e specializzazioni congelate: la Lettera aperta al Ministro Manfredi

Salve, siamo gli studenti delle seguenti scuole di psicoterapia italiane:

Istituto di Analisi Immaginativa, Slop Scuola Lombarda di Psicoterapia, Studi Cognitivi, Studi Cognitivi e Ricerca Ptcr di Mestre, C.I.S.S.P.A.T, SICC, SSPC IFREP (sede Mestre), IACP Milano, Sfpid Roma, Scuola Italiana di Cognitivismo Clinico SICC, Istituto Gabriele Buccola, scuola di psicoterapia cognitiva di Palermo, FormaMentis, Accademia di Psicoterapia della Famiglia, Psicoterapia Training School, Istituto Walden Roma, Analisi transazionale, CRP Centro Ricerche in Psicoterapia, SICC SRL, IGB Istituto Gabriele Buccola Scuola di Psicoterapia Cognitiva, Scuola di neuropsicologia La Sapienza, Scuola di specializzazione in Psicoterapia Psicosomatica del Cristo Re, Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC) e Associazione di Psicologia Cognitiva Comportamentale (APC) di Verona, Ancona, Grosseto, Lecce, Roma, Reggio Calabria, Grosseto, Napoli, Bari, Iefcos, Scuola Adleriana di Psicoterapia, C.R.P. Centro per la Ricerca in Psicoterapia, SPIC di Busto Arsizio (Varese), IGB Scuola di Psicoterapia Cognitiva

È nostro interesse e necessità testimoniare e chiedere supporto per il difficile periodo dal punto di vista formativo inerente la conclusione dei nostri studi e l’adempimento delle ore annuali di tirocinio obbligatorio. Tale difficoltà è dettata dall’emergenza sanitaria in atto che ha avuto un notevole impatto anche nel nostro percorso formativo come psicoterapeuti.

Infatti, nonostante le molteplici richieste inoltrate ai vari responsabili delle strutture ospitanti dove noi psicoterapeuti in formazione svolgiamo il nostro tirocinio (aziende ospedaliere e strutture private convenzionate con il SSN) ancora oggi per alcuni di noi non è possibile svolgere e/o dare continuità al percorso di tirocinio obbligatorio per la specializzazione. Ciò è dovuto alle misure che tali strutture hanno adottato a seguito dell’emergenza sanitaria in corso tra cui, appunto, la sospensione dei tirocini medesimi. Altri colleghi ancora, pur avendo già un tirocinio attivo, non stanno ricevendo l’autorizzazione a rientrare in servizio per terminare le ore. Infine, diverse strutture non stanno permettendo nemmeno l’espletamento del tirocinio in modalità online (il MIUR oltretutto si è espresso sentenziando che il massimo delle ore espletabili da remoto può essere soltanto il 30% delle totali).

Secondo le ultime direttive ministeriali, gli studenti dei quarti anni qualora non riuscissero ad effettuare il tirocinio entro il 2020, saranno obbligati a spostare la data di specializzazione all’anno successivo finché le ore non siano state completate, con il rischio di dilatare le tempistiche, spendendo il doppio del tempo e delle energie.
Per tali ragioni terminare le ore di tirocinio, come da obbligo formativo, si sta rivelando un’impresa impossibile. La conseguenza è che ciò mette seriamente a rischio la nostra specializzazione.

Abbiamo quindi deciso di unirci nello scrivere la seguente lettera al Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi, in cui spieghiamo la complessità della nostra condizione e chiediamo a lui supporto.

 

Gentile Ministro Manfredi,

Siamo degli studenti delle scuole di specializzazione in psicoterapia italiane.
Le scriviamo questa lettera facendoci portavoce di una situazione che ci mette in grande difficoltà e non ci permette di portare avanti il percorso di studi da noi scelto.

Nelle scorse settimane abbiamo segnalato alla direzione delle nostre scuole la complicatissima situazione che ci stiamo trovando a vivere riguardante l’espletamento del tirocinio curricolare: molte delle Aziende ospedaliere interpellate, così come le strutture private convenzionate con il SSN, non attiveranno nuovi tirocini nel 2020. Pertanto, nonostante ci siano tutor disponibili ad accoglierci, la domanda viene respinta dagli uffici preposti. Oltretutto le suddette comunicazioni vengono fornite telefonicamente dopo ripetuti tentativi di mettersi in contatto con le strutture; in molti casi non otteniamo neanche risposta alle mail di richiesta tirocinio inviate.

Per coloro che avevano già attivato il tirocinio nel mese di gennaio e febbraio 2020, la situazione non è migliore: molte strutture ospitanti infatti non permettono di rientrare in sede per completare le ore, fino a data da destinarsi. Facciamo presente che il lockdown è stato posto in essere a inizio Marzo, pertanto molti di noi hanno avuto modo di svolgere solo una piccola percentuale delle ore previste. Ricordiamo, infine, che non tutte le strutture acconsentono ad attivare un tirocinio online e che comunque le normative Ministeriali a tal proposito parlano chiaro: si possono espletare da remoto al massimo il 30% delle ore totali previste.

Secondo le ultime direttive, gli studenti dei quarti anni, qualora non riuscissero ad effettuare il tirocinio entro il 2020, saranno obbligati a spostare la data di specializzazione all’anno successivo finché le ore non siano state completate, con il rischio di dilatare le tempistiche, spendendo il doppio del tempo e delle energie.

Dai direttivi delle nostre scuole ci è stato risposto di seguire le disposizioni Ministeriali, che purtroppo risultano totalmente scollate da quello che è il contesto reale e attuale delle strutture ospitanti.
La situazione attuale non dipende da volontà personali di non svolgere il tirocinio ma da una condizione eccezionale causata da una pandemia globale.

Il nostro interesse è di segnalare la complessa situazione e chiedere un’attenzione e una tutela da parte del MIUR.

Porgiamo cordiali saluti,

Gli allievi delle scuole di psicoterapia italiane

 

La presente lettera è stata firmata dai seguenti studenti specializzandi in psicoterapia, raggiungendo 257 adesioni:

Adriano Trono Federica Lodi Rizzini Marta Barcaccia
Alessandra Colombo Federica Murabito Marta de Luca
Alessandra De Martino Federica Paganelli Marta Santonastaso
Alessandra Inglese Federica Pulito Martina Bellucci
Alessandra Perugini Festo Terenzio Martina Maffei
Alessandra Sgaramella Flavia Pizzicannella Martina Nicolis
Alessia Pappalardo Francesca Barbieri Martina Zaccaria
Alessia Spotti Francesca Cannone Matteo Cupellini
Alessia Stelitano Francesca Evangelista Melania Raccichini
Alice Tellini Francesca Girelli Melania Severo
Alice Zanini Francesca Grilli Michela Greco
Ambra Contardo Francesca Rascio Michela Marazzi
Andrea De Salvo Francesca Rizzuto Michele Antonelli
Andrea Galentino Francesca Rossini Michele Martino
Andrea Lusuardi Francesca Rubino Michele Storti
Andrea Panato Francesca Siino Monica David
Angela Manghisi Francesco Maria Carissimo Nadia Palamin
Anna Brentegani Francesco Pompei Nancy Drago
Anna De Luca Francesco Rizzo Nicoletta Agostinelli
Anna Maggio Fretti Marika Noemi Alagia
Anna Maria Carratelli Gianluca Cruciani Noemi Botticelli
Anna Maria Cutrupi Gilda Picchio Noemi Solarino
Anna Maria Mastrola Giordan Signoretto Nunzia Losito
Anna Paola Montagnoli Giorgia Caprara Ornella Bellomia
Anna Sardella Giorgia Petrova Pamela Gualdani
Annalina Pacifico Giorgio Carducci Pamela Saccoccio
Annalisa De Lucia Giovambattista Lo Russo Paola Montani
Antonella Bonifacio Giovanbattista Andreoli Paolo Spina
Antonella Calvio Giulia Armani Piera Stano
Antonella Calvio Giulia Baldini Rachele Dileo
Antonella de Fazio Giulia De Angelis Ramona Fimiani
Arianna Lucia Giulia Giuriato Ramona Salvati
Arianna Ventrelli Giulia Gozzi Reana Di Girolamo
Barbara Parlagreco Giulia Natarelli Riccardo De Cesaris
Barbara Trimarco Giulia Ongaro Riccardo Valli
Basei Arianna Giulia Perusi Roberta Cortese
Beatrice Salvetti Giulia Rossetti Roberta Lucia novello
Carla Perisano Giulia Salvi Roberta Romano
Carolina Papa Giulia Sorge Roberta Schifano
Cecilia Delaini Giulio Perelli Rosanna De Angelis
Cecilia Franchini Giuseppe De Santis Rosanna Turrone
Chiara Bagattini Grazia Basile Rossana Otera
Chiara Bolcato Greta Pasqualini Sabrina Consumati
Chiara Carnovale Greta Pozzetti Sabrina Dominello
Chiara Giannini Guyonne Rogier Sanfilippo Pietro
Chiara Maria de leone Ilaria Bernardon Sara Parlati
Chiara Miceli Ilaria Rizzo Sara Sirianni
Cinzia Calluso Ilenia Vallinoto Sara Terranova
Cinzia Governatori Irene Aganetto Serena Pericone
Cinzia Marcuzzo Irene Centomo Silvia Di Vara
Claudia Giartosio Irene Nisi Silvia Giorgione
Claudia Lucarini Irina Corrado Silvia Loppa
Claudio Contrada Isabella Federico Silvia Pucci
Cristina Fonte Jessica Brescia Silvia Ritacco
Cristina Parente Jessica Bruno Silvia Scrimieri
Dalila Cantale Jessica Di Tommaso Silvia Tulla Nesto
Damun Miri Lavasani Jessica Socci Simona Bartiromo
D. Di Sciascio Katarina Faggionato Simona Elia
David Maddalon Laura Blasi Sofia Bonamassa
De Lorenzis Laura De Zorzi Sofia Sambo
De Vita Maria Rosaria Laura Magro Solaria Favale
Delia Trapani Letizia Fidani Stefania Chines
Denise Grezzo Letizia Salvalaio Stefania Garzia
Elena Chiffi Luana Augusta Stefania Greco
Elena Facci Luana Roccatani Susanna Simeoni
Elena Gambella Luca Burigana Tania Fanelli
Elena Guidotti Luciano Consalvi Tanja Valentic
Elena La Gattuta Lucrezia Meduri Teresa Olivieri
Elena Martorella Ludovica Foglia Tranquilli Sara
Elena Puttini Luisa Casagrande Valentina De Santis
Elena Tonolli Majka De Tommaso Valentina Spagnoli
Eleonora Poli Marco Giugliano Valentina Varalta
Eliana Sbardella Marco Gussoni Valentina Verzari
Elisa Caputo Margherita Montolli Valeria Centello
Elisa Evangelista Maria Chiara Pipolo Valeria Vaccaro
Elisabetta Giuranno Maria Cristina Tata Valerio Pellegrini
Elisabetta Raniti Maria Grazia Nuzzo Vanessa Cianchi
Emma Lerro Maria Pia Pietropaolo Vanessa Ventre
Erica Esposito Maria Sole Lerza Veronica Ferrari De Stefano
Erika Maniscalco Maria Valentina Scaltrito Virginia Brunetti
Ermelinda Orsini Mariachiara Orlacchio Vita Picilli
Ester Fanton Mariagloria Favotto Vittoria Zaccari
Eugenia Corallo Marianna Caroprese Ylenia Scorrano
Fabiana Megna Marianna Liotti  
Fabrizia Tudisco Marika Iaia  
Federica Aloia Marilisa Ciorra  
Federica Lavilla Marina Carconi  

Curare i Disturbi dell’Alimentazione nel post-lockdown. Intervista agli esperti: Dr. Dalle Grave, Dott.ssa Calugi, Dott.ssa Bertelli, Dott.ssa Ramponi

Lo scorso primo luglio la Dott.ssa Rosaria Nocita, del Centro Disturbi dell’Alimentazione di Milano, ha intervistato quattro professionisti che si occupano di pazienti affetti da Disturbi Alimentari.

 

Il rientro alla quotidianità ha portato le persone con problematiche alimentari a confrontarsi nuovamente con situazioni di disagio: esposizione del proprio corpo, ripresa di contatti sociali, ripristino della routine con conseguenti modifiche al regime alimentare, riattivazione di metodi compensativi.

Le crititicità di questo periodo consistono sia nell’affrontare i disagi propri del Disturbo dell’Alimentazione, antecedenti alla pandemia, sia nel fronteggiare le conseguenze del lockdown.

Ma cosa emerge nel quadro clinico di pazienti con Disturbi dell’Alimentazione dalla fine del lockdown? Quali sono le ‘sfide’ da affrontare in questo particolare momento? Quali conseguenze si osservano attualmente in seguito alla convivenza prolungata tra genitori e figli?

Gli esperti intervistati hanno condiviso preziose osservazioni su questi temi e hanno esposto riflessioni cliniche di grande valore, secondo le diverse aree di competenza e l’esperienza in contesti di cura differenti di ciascuno.

 

DISTURBI ALIMENTARI E LOCKDOWN – GUARDA L’INTERVISTA INTEGRALE AGLI ESPERTI:

 

Clinica Disturbi Alimentari Milano >> Clicca qui per saperne di più

 

Psicologia in cucina – La sparizione della farina spiegata dalla psicologia

Cucinare è un modo per dimostrare affetto e attenzione a chi ci è vicino e condividerà con noi quelle pietanze. Ma è anche un modo per prenderci cura di noi stessi ed esprimere il nostro umore.

 

Avrete sicuramente notato come nel periodo di quarantena dovuta al Covid-19 si sia riscontrato un fenomeno curioso: nei supermercati è sparita la farina! Esiste uno stretto legame tra psicologia e arte del cucinare. Non solo per un’indiscutibile necessità di cibo per la nostra sopravvivenza ma anche per il significato evidente che assume sia in campo sociale che come pratica per favorire uno stato di benessere personale. Una sorta di ‘mindfulness’, un percorso interiore per conoscerci meglio e, perché no, per farci conoscere meglio da chi ci sta intorno. Perché il nostro rapporto con la cucina dice molto anche di noi.

Perché è sparita la farina?

Indubbiamente le circostanze hanno avuto il loro peso. Trovandosi a passare molto più tempo a casa, numerose persone, molte più di quelle che lo fanno abitualmente, hanno deciso di utilizzare il loro tempo cucinando. Dolci, pizze, pane, pasta fatta in casa. Anche persone che normalmente non si erano mai dedicate alla cucina non solo per mancanza di tempo ma anche perché non si erano mai sentite particolarmente in sintonia con i fornelli.

Sicuramente cucinare ha un grande valore di condivisione, è un’attività che spesso presuppone un successivo momento in cui un gruppo, che in questo periodo possiamo restringere ad una famiglia, si ritrova intorno ad un tavolo e si guarda negli occhi. Passa del tempo insieme, lasciando da parte almeno per un po’ altre distrazioni, comunica, si confronta. Il poter sottolineare questo momento condividendo qualcosa che gratifichi i sensi, come il gusto, diventa un’occasione in più per far sì che l’umore e la disposizione d’animo dei partecipanti siano quanto di meglio si possa desiderare.

Cucinare ha appunto una forte valenza sociale, come ci spiega il Dott. Antonio Ceresa, neuroscienziato, nel suo libro La Cooking Therapy: Come trasformare la cucina in una palestra per la mente. Applicazioni per pazienti neurologici. La Cooking Therapy, ci spiega nel suo libro, sta diventando un vero e proprio trattamento medico per ridurre la disabilità in varie patologie neurologiche (ictus, demenze, trauma cranico) e psichiatriche (dipendenze da sostanze, schizofrenia, anoressia nervosa).

Cucinare ha infatti il potere di astrarci da quello che circonda, allontana altri pensieri e fa sì che ci concentriamo su quello che stiamo facendo in quel preciso momento. Ci concede una tregua da quello che normalmente occupa la nostra mente, funzione particolarmente utile soprattutto quando questo qualcosa è rappresentato da preoccupazioni e pensieri negativi. Allenta lo stress (manipolare gli ingredienti, come ad esempio impastare la farina, ha la medesima funzione rilassante delle note palline antistress), insegna a gestire il tempo senza ansie, inoltre ci fa sentire padroni della situazione, in grado di controllarla e prevederla, con effetti calmanti e rassicuranti.

Cucinare come forma di espressione

Il modo in cui cuciniamo dice anche molto di noi, ad esempio ci fa capire quanto siamo creativi, quanto siamo in grado di fronteggiare un imprevisto (vi è mai capitato di essere alle prese con una ricetta e nel bel mezzo della sua realizzazione accorgervi che vi manca un ingrediente essenziale?), quanto sappiamo essere pazienti nel differire una gratificazione e quanto siamo capaci di affrontare una delusione, qualora la nostra ricetta risultasse al di sotto delle aspettative o il forno decidesse di giocarci qualche brutto scherzo.

Cucinare è un modo per dimostrare affetto e attenzione a chi ci è vicino e condividerà con noi quelle pietanze. Ma è anche un modo per prenderci cura di noi stessi ed esprimere il nostro umore: oggi cucino questo perché è in sintonia con il modo in cui mi sento. Se cuciniamo solo per noi stessi abbiamo l’occasione di metterci in gioco senza sentirci giudicati, liberi di lasciarci andare ed essere noi stessi, e liberi di valutare i risultati che avremo raggiunto senza paura di essere criticati. Inoltre è risaputo che prendersi cura di sé stessi ha il potere di rendere più felici.

Da soli o in compagnia

A seconda che ci si dedichi all’arte culinaria da soli o in compagnia, obiettivi, effetti e benefici variano.

Cucinare da soli ci permette di ritagliarci del tempo esclusivamente per noi stessi, organizzarci, gestirci, prendere l’iniziativa, decidere come comportarci, ad esempio se seguire un piano prestabilito o mettere in gioco la nostra creatività. E il risultato (se tutto sarà andato bene) sarà una gratificazione alle nostre abilità.

Se cuciniamo in gruppo, condividiamo un’esperienza, ci confrontiamo con gli altri, collaboriamo per il raggiungimento di un obiettivo comune, dividiamo i ruoli e gli spazi, cementiamo l’intesa e otteniamo una gratificazione che riguarda il lavoro di squadra e la capacità di interagire più che le singole abilità.

Addirittura alcune aziende si affidano alla cucina per la loro strategia di team building, ossia quelle pratiche messe in atto nell’ambito delle risorse umane per formare un gruppo coeso e in grado di esprimere al meglio le potenzialità di ciascuno. Colleghi che hanno condiviso un’esperienza ai fornelli ne hanno ottenuto notevoli benefici sia dal punto di una maggiore capacità di collaborare che di una maggiore creatività.

A volte cucinare diventa anche un pretesto per mantenere vivi i contatti con gli amici, persone che magari non sono con noi in questo momento ma con le quali scambiamo ricette, esperienze e consigli. Consolida il nostro ruolo all’interno di un gruppo e allontana la paura di sentirci soli.

Una nuova concezione

Anche la concezione stessa della cucina, intesa come spazio dove sperimentare la nostra abilità ai fornelli, è cambiata radicalmente negli ultimi anni. Se una volta le cucine erano locali a sé dove gli ospiti esterni non avevano accesso, oggi cucinare è sempre più un atto di condivisione. Le cucine sono più aperte, a volte sono un tutt’uno con il salotto, e vedere la padrona di casa intenta a cucinare mentre si aspetta di pranzare, magari collaborando agli ultimi ritocchi, è visto come qualcosa di sempre più normale e piacevole.

Dunque, da soli o in compagnia, cucinare ci aiuta a confrontarci con noi stessi, con le nostre abilità e i nostri limiti, facilita il confronto con gli altri e la capacità di collaborare. E se vi sentite negati per la cucina, è il momento di sfatare questa convinzione: è infatti dimostrato che uscire dalla propria comfort zone e affrontare una situazione che fa sentire a disagio accresce l’autostima e la fiducia in noi stessi! Provare per credere.

Il Rimuginio: il podcast sul pensiero ripetitivo – Introduzione: cosa si intende per rimuginio

Il rimuginio è quella catena di pensieri che intrappola la nostra attenzione, ci isola dentro la nostra mente e ci tiene ancorati a rabbia, ansia e tristezza, rendendole perseveranti.

 

In termini più tecnici, rimuginare significa preoccuparsi delle cose negative che potrebbero capitare in futuro o riflettere continuamente sugli aspetti negativi della propria esistenza o del proprio passato. Talvolta è un tentativo di risolvere i problemi, di cercare quella chiave di volta che ci permetta di uscire dalle sabbie mobili, talvolta è un’abitudine appresa in giovane età di cui ormai siamo scarsamente consapevoli. In ogni caso oggi possiamo dire che il rimuginio è un processo psicopatologico con una valenza transdiagnostica, vale a dire un cardine portante della sofferenza psicologica, indipendente dal contenuto con qui questa si manifesta.

L’uscita del libro “Rimuginio. Teoria e Terapia del pensiero ripetitivo” ha rappresentato una tappa centrale di un lungo percorso di studio e ricerca che ha accompagnato noi autori nel corso degli ultimi quindici anni. La sua pubblicazione è stata accompagnata da un notevole interesse che non si è limitato ai colleghi psicologi e psicoterapeuti. Molte persone che hanno assistito alle presentazioni o che hanno letto il libro ci hanno scritto per chiederci delucidazioni o per promuovere una versione divulgativa e meno tecnica dei suoi contenuti. Per rispondere a questa curiosità abbiamo scelto di tradurre e sintetizzare alcuni messaggi chiave del libro in questa serie di trasmissioni.

Il libro è un manuale per psicoterapeuti, questo podcast vuole essere un aiuto per tutti, con l’ambizione di trasmettere utili informazioni rigorose e chiare nonché qualche suggerimento che possa essere applicato in autonomia.

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Pensieri, linguaggi e spazi della rete: come e perché influenzano la mente degli adolescenti

Tendiamo un po’ tutti a sminuire l’importanza dei pensieri e, in particolare, a minimizzare il ruolo che essi rivestono nella determinazione dei comportamenti.

 

La nostra mente è bombardata e invasa quotidianamente da una serie infinita di concetti, idee e immagini che incidono sulle dinamiche di funzionamento del nostro cervello, generando continui processi di adattamento e cambiamento. Allorquando si tratti di suggestioni negative siamo indotti a ritenere, erroneamente, che transitare o indugiare per qualche attimo in pensieri di questo tipo non possa recare alcun danno.

In realtà, a causa della sua plasticità, il cervello si trasforma a seconda della natura degli impulsi e degli stimoli che riceve o di cui è oggetto, orientando conseguentemente le scelte e lo stile di vita che adottiamo. Ciò significa che, pur non avendone coscienza, siamo al centro di una violenta ‘competizione’ tra contenuti mentali diversi che cercano, rispettivamente, di avere la meglio. Ciascuno di essi, infatti, cerca di prevalere sull’altro con il proposito di accaparrarsi il controllo delle azioni e dei comportamenti. E’ evidente che, in questa lotta senza confini tra pensieri, siamo sensibilmente influenzati e condizionati dall’uso del linguaggio in quanto ‘soggetti parlanti’ (Dennett, 2000).

Nel medesimo istante in cui prestiamo il consenso, iniziando a colloquiare con le suggestioni che provengono dall’esterno, consentiamo alle stesse di insinuarsi nella nostra mente. Le evidenze scientifiche comprovano, peraltro, che la forza dei pensieri è tale da influenzare anche il corpo e la salute fisica, oltre che quella psichica. Invero, in alcuni casi gli stati d’animo indotti dai pensieri si spingono ogni oltre limite, originando anche malattie fisiche e sofferenze psicologiche.

I meccanismi mentali alla base della formazione dei pensieri hanno suscitato l’interesse della comunità scientifica e, in particolare, delle neuroscienze, le quali, analizzando il contributo di fattori genetici e ambientali alle differenze cognitive individuali, hanno prodotto nel tempo indicazioni assai utili.

Se si volge lo sguardo al mondo del web il processo di formazione dei pensieri diventa ancor più complesso e delicato. Alla luce dei profondi mutamenti intervenuti negli ultimi decenni, la rete, infatti, non è più da intendersi come mero strumento, avendo ormai ‘inglobato’ la mente e il linguaggio dell’individuo. Secondo l’ipotesi della ‘mente estesa’ (Clark – Chalmers) i confini della mente variano a seconda dei legami causali che il cervello intrattiene con porzioni di mondo fuori da sé. In questo quadro l’ambiente esterno non si limita a giocare un ruolo di input per i processi cognitivi e mentali che hanno luogo nella testa, ma viene inglobato nei processi stessi in qualità di veicolo esteso dei pensieri (Clark & Chalmers, 1988). Si è osservato, al riguardo, che l’ambiente tecnologico in cui siamo immersi, con cui abbiamo stabilito una simbiosi biotecnologica, diventa ogni giorno più personalizzato, tagliato su misura dei bisogni di ciascun utente, più trasparente, integrato nelle nostre vite e disegnato per aiutarci a portare a termine i nostri progetti tanto da diventare invisibile. Più questo mondo intelligente risponde alle intime esigenze dell’individuo, più è difficile stabilire dove finisca la persona e inizi l’ambiente tecnologico con cui essa co-evolve (Piredda & Gola, 2016).

Gli effetti che l’abuso tecnologico e la navigazione in rete generano nella mente degli adolescenti sono palesi. E’ stato rilevato, peraltro, che l’isolamento dei giovani nel mondo virtuale, oltre a sottrarli alle relazioni con l’ambiente, può condurre a diverse forme di psicopatologia (hikikomori, ludopatia, internet addiction, etc). In alcuni casi a causare il disagio o l’isolamento sociale può essere anche il cyberbullismo (Pirelli, 2018). Si aggiungano le tipologie di devianza correlate all’utilizzo della rete che, a seconda dei casi, vedono i giovani come autori o vittime di reato: sexting (invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite internet); grooming (adescamento online di minori a fini sessuali con tecniche di manipolazione psicologica); revenge porn (diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, anche a scopo di estorsione, senza il consenso dell’interessato); happy slapping (aggressione con schiaffi di sconosciuti per strada ripresa e pubblicata sul web). Capita spesso che a farla da padrone sia la cultura del branco, la logica di gruppo pseudo-criminale di fronte alla quale le individualità dei singoli arretrano o, addirittura, scompaiono. Esistono poi i cosiddetti ‘giochi di morte’ indotti e veicolati dalla rete, ripresi e postati sui vari siti: blue whale (mettere in atto 50 azioni autolesionistiche, di preparazione alla morte, che culminano nel suicidio); balconing (gettarsi in piscina dai balconi delle camere d’albergo); ghost riding (abbandonare lo sterzo dell’auto a folle velocità, ballando sul cofano o sul tetto); car surfing (cavalcare una macchina in corsa come se fosse una tavola da surf); daredevil selfie (effettuare autoscatti in condizioni o situazioni estreme). Si tratta di esperienze emozionali molto forti in cui non esiste alcun senso del limite. A completare il quadro c’è il web sommerso (deep web), cioè l’insieme delle risorse informative non indicizzate dai normali motori di ricerca cui si accede mediante un linguaggio telematico sofisticato ovvero tramite app e siti istituzionali apparentemente normali. Nel deep web accade un po’ di tutto: cessione di armi o droga, prostituzione, pedopornografia, vendita di video violenti o macabri che ritraggono episodi di bullismo, stupri, suicidi.

A proposito della replicazione automatica dei pensieri assumono rilievo gli studi della memetica, i quali mostrano in che modo il cervello viene influenzato da alcuni meccanismi. La nascita della memetica si deve al biologo evoluzionista Richard Dawkins che nel libro Il gene egoista utilizzò per la prima volta il termine ‘meme’, un’unità di trasmissione culturale o un’unità di imitazione (simile al gene), appresa e custodita nella memoria individuale, che si trasferisce da individuo a individuo tramite replicazione.

I memi sono modi di fare qualcosa o di costruire qualcosa (non istinti), si trasmettono per via percettiva (non genetica) e hanno una propria fitness riproduttiva, proprio come i virus. I memi mutualistici sono diventati ormai la cassetta degli attrezzi, il vocabolario di ciascuna persona, e ciò perché ‘il linguaggio si è evoluto per adattarsi al cervello prima che il cervello si evolvesse per adattarsi meglio al linguaggio’ (Dennett,2018). Gli studi recenti confermano che la struttura del linguaggio non è determinata dalla funzione comunicativa, ma è l’esito di un progetto biologico che ha dotato gli esseri umani di un sistema di ricombinazione di simboli (Chomsky et al., 2019).

L’esplosione dell’uso dei media digitali e l’avvento dei social media hanno determinato il proliferare di ricerche scientifiche basate sull’analisi dell’impatto di determinati contenuti mediali. È il caso degli internet memes (file di testo, link, immagini, brani o video diffusi online), di cui si studiano le linee di discendenza e le modificazioni. E’ stato evidenziato, in proposito, che i meme mutano e si evolvono lasciando una traccia di dati che può essere studiata con un rigore metodologico senza precedenti (come nel caso di una delle prime ricerche sulla diffusione di informazioni via facebook o dei numerosi studi sul tipo di reazione emotiva suscitata da un contenuto su twitter). Oggi analisti e scienziati sarebbero in grado di tracciare la diffusione di idee e comportamenti in tempo reale con opportuni algoritmi (Liva, 2019).

C’è chi mette in guardia circa la complessità delle reti e la diffusione virale di idee e comportamenti, ponendo interrogativi su come emergono, si assestano, scompaiono o si propagano le idee e i comportamenti sociali. Fu Susan Balckmore a coniare qualche anno fa il termine tecnomemi i quali, a differenza dei memi, si riproducono senza bisogno di essere ospitati in cervelli umani; possono riprodursi ed evolvere saltando da una macchina all’altra mediante reti tecnologiche indipendenti. Si ipotizza addirittura che avremmo costruito, sia pure non intenzionalmente, una rete globale intrecciata che ha le caratteristiche di un ‘sistema complesso’ da cui in futuro potrebbero emergere proprietà imprevedibili. Tale approccio scientifico propone un interrogativo inquietante: ‘se mai davvero nascesse una mente o un pensiero autonomo o una coscienza di ordine superiore alla nostra da questa struttura fisica e informatica che abbiamo costruito, ce ne accorgeremmo?’ (Eletti, online).

Quanto ai nuovi linguaggi della rete e ai pericoli che incombono sugli adolescenti, l’influsso del mondo digitale è tale da poter oltrepassare qualsiasi confine, residuando pochi margini di manovra a tutela del singolo individuo. Ciò significa che, lungo questo percorso tortuoso, i più giovani corrono inevitabilmente il rischio di elaborare false immagini di sé, non riuscendo a trovare l’equilibrio tra identità personale, identità sociale e identità virtuale. Invero, l’identità e la struttura del sé, specie nella fase dell’adolescenza, rischiano di essere del tutto deformate o alterate dai meccanismi psicologici della rete (in particolare dei social).

Una delle caratteristiche dello sviluppo in adolescenza è trasformare le identità frammentate in un sé ‘integrato’. Considerato che questo processo si avvale delle continue sperimentazioni su internet e delle strategie di presentazione del sé finalizzate alla compensazione e alla facilitazione sociale (superare la timidezza, agevolare le relazioni), il risultato può essere di due tipi. 1) L’esplorazione in rete di nuove identità offre ulteriori opportunità, oltre alla famiglia e alla scuola, di scoprire sé stessi e accettarsi, favorendo lo sviluppo dell’unità del concetto di sé. 2) Gli esperimenti di identità in rete si rivelano dannosi in quanto la sovraesposizione a diverse relazioni e idee aumenta i dubbi circa il vero sé (Minelli, 2018).

In che modo allora tutelare gli adolescenti (e non solo) dal meccanismo perverso che li rende prigionieri e schiavi della raffica di contenuti mentali provenienti dal mondo digitale?

Ebbene, non è tanto o solo agli oggetti dei pensieri che occorre prestare attenzione, ma soprattutto alle loro ‘rappresentazioni’, non sottovalutando il fatto che una delle attività più frequenti è parlare a se stessi e che tramite la memoria e l’immaginazione i pensieri continuano a sopravvivere anche quando gli oggetti che li hanno prodotti non ci sono più.

Su un piano analogo e sovrapponibile alcuni suggerimenti utili derivano dalla prossemica, la disciplina che analizza la gestione del corpo e delle distanze durante la comunicazione. Un recente studio ha messo in luce che nella comunicazione internet 2.0, a dispetto della lontananza reciproca e dell’isolamento fisico, siamo in realtà tutti schiacciati e intrappolati in uno stesso ‘spazio ridotto’ (per quanto multidimensionale e definito dal proprio particolare punto d’accesso) e inesorabilmente esposti allo sguardo e all’azione altrui. I pericoli, pertanto, non diminuiscono affatto ma, paradossalmente, aumentano (Fadda, 2018).

Si può comprendere, a questo punto, quanto le ‘abitudini del pensiero’ siano vincolanti e in che modo esse riescano a condizionare lo stato emotivo, modificando la percezione della realtà. Non a caso si evocano di sovente i nuovi malesseri degli adolescenti (Muglia 2019). Da questo punto di vista sarà essenziale in futuro analizzare il rapporto tra mente, linguaggio e comportamento, approfondendo il nesso tra mondo digitale e plasticità del cervello nell’età adolescenziale. Ai fini di una compiuta e più efficace conoscenza del fenomeno non v’è dubbio che l’interazione sinergica tra linguistica, discipline umanistiche e neuroscienze cognitive risulterà di fondamentale importanza.

 

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