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Neurodivergenze e difficoltà di adattamento in un mondo a misura di neurotipici

Le neurodivergenze non sono disturbi da correggere ma differenze da comprendere, e le difficoltà spesso nascono da ambienti poco inclusivi

Di Michela Mancino

Pubblicato il 25 Feb. 2026

Neurodiversità e neurodivergenze

Spesso ciò che appare come una difficoltà nasce non tanto da caratteristiche intrinseche alla persona, quanto dall’incontro fra queste e un ambiente poco flessibile e per nulla inclusivo, che tende ad escludere e stigmatizzare ciò che è “diverso”. (Kidwell J. L., 2025) 

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di neurodiversità, un termine che invita a guardare le differenze nel funzionamento mentale non come disturbi da etichettare, ma come manifestazioni naturali della diversità umana. 

Si tratta di un termine “advocacy”, nato, quindi, per il sostegno e la promozione attiva di una causa. Venne diffuso da Judy Singer – sociologa australiana con sindrome di Asperger – alla fine degli anni Novanta, che lo utilizzò per sottolineare come le differenze neurologiche, così come quelle fisiche, culturali o di genere, facciano parte della naturale biodiversità della specie umana. 

Il giornalista Harvey Blume citò questo termine per la prima volta il 30 settembre 1998 sulla rivista “The Atlantic”. Blume dichiarò: “la neurodiversità può essere altrettanto cruciale per il genere umano quanto la biodiversità per la vita in generale. Chi può dire quale tipo di cablaggio si rivelerà il migliore in un dato momento? La cibernetica e l’informatica, per esempio, potrebbero favorire un’organizzazione ‘autistica’ della mente” (Blume, 1998). 

Inizialmente, secondo le ipotesi della Singer, il termine veniva utilizzato per riferirsi prevalentemente alle caratteristiche delle persone appartenenti allo Spettro Autistico, ma ci si rese conto che molti altri gruppi di persone con funzionamento “atipico” potevano rientrare in questo concetto. 

Parlare di neurodiversità, oggi, significa riconoscere che esistono molteplici e differenti modi di percepire, pensare e sentire il mondo, tutti degni di pari dignità e rispetto. 

In tale cornice, lo Spettro Autistico, l’ADHD, i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, l’Alta Sensibilità ed altre differenze di funzionamento neurologico, non indicano necessariamente un disturbo, ma forme di neurodivergenza, cioè modalità di funzionamento che si discostano da ciò che la società considera “normale”. 

A tal punto è importante fare una precisazione: il termine “normale” appartiene alla statistica e indica ciò che è più comune in una data popolazione, ma non equivale a “sano” o “funzionale”, né, per questo, implica che ciò che differisce dalla norma sia intrinsecamente problematico. 

La distinzione tra i termini neurodiversità e neurodivergenza è sottile ma fondamentale: la prima si riferisce al principio generale della naturale diversità neurologica, la seconda alle singole condizioni che incarnano tale diversità.

Come sottolineano Talbot (2025) e May (2025), riconoscere la neurodiversità implica superare la logica binaria tra “normale” e “anormale” per abbracciare una visione più sfumata del funzionamento umano, dove la variabilità diventa parte integrante della salute. 

Analogamente al termine biodiversità, che descrive la varietà tra organismi viventi e gli ecosistemi di cui fanno parte, la neurodiversità rappresenta la vasta gamma di variazioni neurologiche negli esseri umani, espressioni di una naturale variabilità, intrinseca al mondo naturale così come alla specie umana. 

Il termine neurodivergente si riferisce, invece, alle persone il cui sviluppo neurologico differisce da quello che viene considerato “tipico” o “neurotipico”. 

Mentre circa l’80% delle persone può essere descritto come “neurotipico”, avendo seguito uno sviluppo neurologico che si allinea con le caratteristiche comuni della maggioranza, il restante 20% circa presenta quella che viene definita come neurodivergenza o neuroatipicità (Thapar, Cooper & Rutter, 2017). Queste persone hanno caratteristiche neurologiche che si sono sviluppate in maniera atipica, attraverso traiettorie neuroevolutive differenti, determinate da una complessa interazione tra fattori genetici, biologici e ambientali. 

Durante lo sviluppo, alcune connessioni neuronali possono consolidarsi o organizzarsi in modi diversi rispetto alla norma, influenzando così il modo in cui vengono elaborate le informazioni, le emozioni e le esperienze sensoriali. Tali differenze strutturali e funzionali non indicano un “errore”, ma una “variazione” nel modo in cui il cervello si adatta e interpreta il mondo. 

Esse possono riguardare diverse aree del sistema nervoso e le relative funzioni, come l’elaborazione sensoriale, le funzioni esecutive, la regolazione emotiva, la cognizione sociale, il linguaggio e la motricità, dando origine a profili cognitivi e comportamentali unici. 

Lo spettro delle neurodivergenze

Quando si parla di neurodivergenze non si può fare riferimento a singole categorie rigidamente separate da confini netti, ma ad una mappa fluidamente intrecciata di funzionamenti, uno “spettro” (Koi, 2021).

Il concetto di “spettro delle neurodivergenze” diventa estremamente utile per comprendere la diversità interna a ciascuna condizione e per evitare l’illusione di uniformità o “modello standard”.

Condizioni diverse (Spettro Autistico, ADHD, DSA, PAS/Alta Sensibilità, Tourette…) possono sovrapporsi, intrecciarsi e manifestarsi in combinazione. Ciò significa, ad esempio, che due persone nello Spettro Autistico possono mostrarsi in modi molto differenti tra loro, oppure, persone con ADHD possono sperimentare tratti comuni anche ad altri profili neurodivergenti.

Tale concezione ci invita a guardare alle neurodivergenze come a dei punti all’interno di un ampio spettro di funzionamenti neurologici, dove la sovrapposizione, la variabilità e l’unicità di ogni persona sono la norma, e non l’eccezione.

Quando si parla di neurodivergenze, i funzionamenti che vengono menzionati più frequentemente sono quelli che rientrano nello Spettro Autistico e nell’ADHD.

Le persone nello Spettro Autistico elaborano e vivono il mondo con modalità spesso diverse dalla norma: percezioni sensoriali intense, interessi assorbenti e molto specifici, modalità comunicative peculiari, modi di stare nel sociale che possono richiedere tempi e strumenti differenti. 

Lo Spettro Autistico, così come le altre neurodivergenze, non va considerato come un disturbo in sé, ma come una variante neurologica che, in un ambiente opportuno, può dare espressione a potenzialità spesso sottovalutate (Kidwell, 2025). Ad esempio, molte persone nello Spettro Autistico mostrano una straordinaria capacità di concentrazione su specifici argomenti di interesse, un pensiero logico-analitico molto sviluppato che tende a manifestarsi nella capacità di trovare pattern, ed un’attenzione ai dettagli superiore alla norma; caratteristiche che, in contesti adeguati – come la ricerca scientifica, l’informatica, le arti visive (per citarne alcune) – vengono considerate competenze di grande valore. Quando l’ambiente sociale e/o lavorativo riconosce e accoglie queste caratteristiche, ciò che in altri contesti verrebbe interpretato come “rigidità” può invece tradursi in precisione, affidabilità e profondità di pensiero.

Anche nelle persone con ADHD il rischio è che le aspettative tradizionalmente correlate con tale neurodivergenza, quali la “disattenzione” e l’“iperattività”, rischino di ridurne la complessità.

Le modalità di funzionamento dell’ADHD includono una mente veloce, curiosa, ricca di associazioni, una forte energia d’azione e un’attenzione che può oscillare ed essere selettiva. In contesti poco flessibili queste caratteristiche vengono viste come “disfunzioni”, ma in contesti più adeguati, possono rappresentare risorse preziose. Una mente rapida, ad esempio, può favorire la creatività e la capacità di trovare soluzioni originali; la curiosità e la ricerca di stimoli possono tradursi in apertura mentale e desiderio di apprendere; persino l’attenzione, sebbene discontinua, quando l’interesse è alto, può tradursi in una capacità di concentrazione profonda (hyperfocus), utile per portare avanti progetti con grande dedizione.

L’invito è, quindi, di spostare lo sguardo verso ciò che quelle caratteristiche possono diventare quando trovano un ambiente che sa accoglierle.

Ora, questa concezione non intende in alcun modo negare l’esistenza di condizioni gravi e invalidanti: ci situazioni in cui le difficoltà legate alle neurodivergenze “causano compromissione clinicamente significativa del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti” (DSM-V, 2013).

È chiaro, dunque, che un confine tra “naturalmente diverso” e “patologico” esiste e che riconoscerlo è essenziale per garantire il diritto alla cura e al supporto in tutte quelle situazioni in cui vi è una compromissione tale da rendere necessari interventi terapeutici e supporti specifici.

Ciò che cambia, però, è la prospettiva da cui osservare le neurodivergenze: è un invito a non etichettare la persona neurodivergente come “strana” o “malata”, ma a comprendere come fattori biologici (genetici e neuroevolutivi) interagiscano con variabili ambientali nel determinare il livello di funzionamento e benessere, in modo da adottare un approccio più umano, capace di integrare diversità, complessità, vulnerabilità e rispetto.

Quando il contesto diventa la vera difficoltà

Secondo la Neurocognitive Mismatch Theory (Kidwell, 2025), il nucleo del disagio vissuto da molte persone neurodivergenti non deriva dalle caratteristiche neurologiche in sé, – sia che riguardino le modalità di attenzione, le percezioni sensoriali, gli interessi, le modalità relazionali, insomma, il modo di percepire e interpretare il mondo – ma dal disallineamento tra il loro funzionamento e le richieste dell’ambiente.

Ciò che spesso genera difficoltà è, quindi, l’incontro tra quel modo specifico di funzionare e un contesto che non è pensato e strutturato per accoglierlo (Kidwell J. L., 2025).

Le neurodivergenze non sono una diagnosi in sé, ma lo diventano se l’ambiente intorno le stigmatizza e non è inclusivo, promuovendo, in tal modo, un vissuto di disadattamento nella persona.

L’ambiente – familiare, scolastico, lavorativo, sociale – può infatti esacerbare o attenuare le difficoltà, e favorire o ostacolare lo sviluppo di meravigliose potenzialità.

Immaginiamo, per esempio, una persona con ADHD inserita in un contesto scolastico basato esclusivamente su lezioni frontali, lunghe ore senza movimento, e la presenza di regole rigide.  Secondo questo approccio, non è l’ADHD a costituire il “disagio” primario, ma il fatto che l’ambiente richiede un tipo di funzionamento che non ha “spazio” per quel profilo.

Invece, in un contesto flessibile, dinamico e creativo, quelle stesse caratteristiche potrebbero rivelarsi risorse preziose.

Allo stesso modo, una persona nello Spettro Autistico in un contesto sociale o lavorativo che non apprezza e valorizza la sua profondità di pensiero, oppure che non comprende le sue diverse modalità percettive e comunicative, può sentirsi esclusa o “inadeguata”. Invece in un contesto progettato per essere inclusivo, le stesse caratteristiche possono trasformarsi in punti di forza: la precisione e l’attenzione ai dettagli, così come la sensibilità percettiva, possono contribuire ad una maggiore consapevolezza.

Se l’ambiente fosse concepito per accogliere la diversità e promuovere inclusività – con strumenti, tempistiche, modalità di lavoro differenziate – allora il funzionamento atipico potrebbe integrarsi naturalmente.

Questo cambio di paradigma trasforma il focus da “cosa c’è che non va nel soggetto” a “cosa manca o non funziona nel contesto”, un passaggio fondamentale. Si passa così da una concezione di deficit a una consapevolezza di molteplici potenzialità che non hanno modo di esprimersi.

In tale ottica, anche la psicoterapia con persone neurodivergenti dovrebbe focalizzarsi, non sulla neurodivergenza in sé, ma sulle difficoltà associate che possono emergere a causa del mismatch ambientale, come ansia, depressione o rischio di burnout (Novak et al., 2025).

Un fenomeno importante da considerare con attenzione è quello delle misdiagnosi e delle conseguenti diagnosi tardive. Numerosi studi mostrano infatti che alcuni comportamenti ed aspetti emotivi, tipici dei funzionamenti neurodivergenti (in particolare l’ADHD e lo Spettro Autistico), possono essere fraintesi e interpretati come disturbi psichiatrici primari quali, ad esempio, Disturbi della Personalità, Disturbi dell’Umore, Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Disturbi d’Ansia, Disturbi Correlati a Sostanze e Disturbi da Addiction , o come condizioni legate al burnout, senza riconoscere la neurodivergenza sottostante (Kentrou, et al.,2024, Pehlivanidis et al., 2020). In questi casi si parla di “oscuramento diagnostico”: manifestazioni secondarie catturano l’attenzione clinica e finiscono per “oscurare” la condizione primaria, che rimane sullo sfondo o non viene riconosciuta. Questa misinterpretazione diagnostica può generare nella persona vissuti di angoscia, isolamento, ansia e confusione, con un impatto significativo sul benessere psicologico e sul senso di Sé.

L’importanza dell’inclusività

Viviamo in un sistema che tende a normare, a categorizzare e ad etichettare ciò che si discosta dalla norma statistica, dimenticando che la variabilità è la regola della natura, non l’eccezione (Talbot N., 2025).

L’obiettivo non è “normalizzare” il funzionamento neurologico, ma sostenere il benessere e la salute mentale, aiutando la persona a gestire le comorbilità e a sviluppare strategie di adattamento efficaci all’interno dei contesti in cui vive, studia e/o lavora, così da di ridurre il più possibile l’impatto del mismatch ambientale.

La sfida più urgente oggi è quella di trasformare la società, renderla più inclusiva e relazionale, orientata alla convivenza delle differenze, riconoscendo la dignità di ogni modalità di funzionamento umano.

Essere inclusivi, in questo senso, non significa soltanto accogliere e includere chi “funziona in modo diverso”, ma ripensare le regole stesse con cui consideriamo ciò che è adattivo o funzionale. Significa creare ambienti – educativi, lavorativi, sociali – capaci di adattarsi ai bisogni delle persone, piuttosto che costringere le persone a adattarsi ad un unico modello.

Come sottolineano Chapman e Botha (2022), la promozione di ambienti neuro-inclusivi non è soltanto una questione etica, ma una condizione necessaria per il benessere e lo sviluppo di tutti, neurodivergenti e neurotipici.

Ognuno di noi contribuisce, con la propria unicità, a quella neurodiversità che rende la società viva, creativa e capace di evolversi. Riconoscere questo significa impegnarsi collettivamente a costruire contesti che sappiano valorizzarla. L’inclusività non è un atto di gentilezza, ma una necessità evolutiva, il modo più autentico per far fiorire la ricchezza del funzionamento umano in tutte le sue forme.

Riferimenti Bibliografici
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