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Psicologia, vittima del capitalismo nell’”Epoca della Vulnerabilità”? – Recensione del libro di Gioele Cima (2024)

"L’epoca della vulnerabilità" racconta di come la psicologia si sia diffusa nella cultura di massa, dando una lettura estrema del fenomeno, ma con alcuni spunti interessanti

Di Valentina Davi

Pubblicato il 18 Giu. 2024

Aggiornato il 24 Giu. 2024 11:28

L’assassino è sempre… il capitalismo

Siamo qui riuniti per dare l’estremo saluto alla psicologia, che dopo quasi un secolo di agonia si è spenta sotto i colpi reiterati del capitalismo. 

Ne danno il triste annuncio i pochi che ancora non hanno condiviso sui social l’ultimo disturbo autodiagnosticato sotto l’ennesimo post “Se hai questi 5 sintomi significa che…”.

Nobile disciplina nata con l’intento di comprendere il funzionamento della mente, la psicologia nell’ultimo secolo è evasa dalla stanza terapeutica invadendo la vita quotidiana: oggi tutti parlano di (e vantano) traumi, stress, disturbi psicoqualcosa (scegliete pure il vostro preferito) e assistiamo impotenti a un’inflazione del linguaggio psicologico e della sofferenza mentale.

Ma come siamo arrivati a questo sfacelo? 

Gioele Cima, “ricercatore indipendente” (immagino da Big Pharma o meglio ancora da Big APA), svela i colpevoli di questo aberrante delitto nel suo ultimo libro intitolato “L’epoca della vulnerabilità” (2024), edito da Piano B. 

“L’epoca della vulnerabilità” è un libro polemico, che racconta la storia di come la psicologia si sia diffusa nella cultura di massa, dando una lettura estrema, marxista e antipsichiatrica del fenomeno, (“Ma ha anche dei difetti!”), che offre comunque alcuni interessanti spunti di riflessione che ho apprezzato. Tuttavia, essendo un testo polarizzato, è necessario leggerlo mettendosi nella giusta prospettiva e con spirito critico, senza lasciarsi trascinare, ricordandosi che la realtà è complessa e ogni punto di vista, preso singolarmente, ne coglie solo alcuni aspetti e rischia di essere estremamente riduttivo.

“Non sanno che portiamo loro la peste”

Secondo Cima, tutto ebbe inizio con lo sbarco della psicoanalisi in America.

Come racconta Paolo Migone (2017), Condirettore di “Psicoterapia e Scienze Umane”, negli anni ‘30, a causa delle persecuzioni razziali in Europa, i maggiori esponenti della psicoanalisi si trasferirono negli Stati Uniti e, complice il fatto che all’inizio soltanto i medici potevano esercitarla, si assistette a una medicalizzazione della stessa che la rese più “spendibile” e non più solo terapia di nicchia.

Pare che già Freud nel 1909, profetizzando quanto sarebbe accaduto negli anni a venire con la diffusione della psicoanalisi, avrebbe detto a Jung, mentre sbarcavano in America, “Non sanno che portiamo loro la peste” (probabilmente una falsa citazione, ma divenuta simbolo di un evento epocale). 

E infatti, nel momento in cui il linguaggio psicoanalitico ha abbandonato il lettino, la psicoanalisi ha contaminato e influenzato diversi ambiti, dall’arte (es. le avanguardie del Novecento, dall’espressionismo al surrealismo) alla letteratura (Kafka, James Joyce…), dal cinema (qualcuno ha detto Woody Allen?) alla cultura in generale, sdoganando il linguaggio psicologico, prima relegato all’interno della stanza terapeutica, e rendendolo mainstream. 

L’egemonia della psicoanalisi verrà in seguito sfidata e messa in crisi da altri approcci (es. Comportamentismo, Cognitivismo, Psicologia umanistica) che contribuiranno a diffondere ulteriormente il linguaggio psicologico nella vita di tutti i giorni.

L’”Anno Zero”: la pubblicazione del DSM III

Ma è con il 1980 che Cima identifica l’Anno Zero della Cultura Terapeutica, l’inizio della fine. Il 1980 è la data di pubblicazione del DSM III, la terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association (APA), la più grande e influente associazione psichiatrica del mondo. Si tratta di un libro che i clinici utilizzano per formulare diagnosi e comunicare tra di loro, punto di riferimento per i rimborsi delle assicurazioni e dei servizi sanitari, autentico bestseller. Se un disturbo non è presente nel DSM, allora non “esiste”. Insomma, è la Bibbia (o il Necronomicon?) del campo “psi”.

A differenza delle prime versioni prive di criteri diagnostici, il DSM-III ha adottato un approccio strettamente descrittivo e dichiaratamente “ateorico”; un tentativo di “far andare d’accordo tutte le scuole e i paesi del mondo, permettendo quindi la comunicazione tra operatori diversi, basandosi solo sull’aspetto esteriore dei sintomi, senza ipotesi teoriche sottostanti le quali erano responsabili della divisione tra scuole” (Migone, 2013). 

Questo approccio, mantenuto anche nelle edizioni successive, prevede dei cut off, cioè richiede la presenza di un numero minimo di sintomi sul totale di quelli elencati per diagnosticare un disturbo. Conseguenza è che individui con sintomi diversi possono ricevere la stessa diagnosi e una persona può ricevere più diagnosi contemporaneamente. 

Si è così assistito a un aumento esponenziale delle diagnosi e al dilagare di vere e proprie “epidemie” di disturbi (ADHD, autismo, disturbo bipolare…), come ha denunciato per esempio in più occasioni Allen Frances, supervisore della task force per la stesura del DSM-IV. 

Tuttavia questo problema di attendibilità e validità della diagnosi secondo DSM, che ha portato a un’inflazione diagnostica, non sembra facilmente risolvibile: un sistema diagnostico attendibile e valido che non si basi solo su criteri descrittivi, ma anche su una teoria condivisa delle malattie mentali, non pare al momento possibile “perché la disciplina è ancora frammentata in scuole diverse, senza una teoria unitaria del funzionamento della mente, della teoria dello sviluppo, della teoria della terapia, del problema del rapporto mente-corpo, ecc.” (Migone, 2013). 

Il periodo della Cultura Terapeutica

Cima suddivide il periodo della Cultura Terapeutica in due ere: l’Epoca dell’Autonomia e L’Epoca della Vulnerabilità.

L’Epoca dell’Autonomia

Nell’Epoca dell’Autonomia, l’Uomo – dice l’autore – è un individuo che mira a raggiungere una propria autonomia, la propria autorealizzazione, che deve essere produttivo. Il disturbo mentale viene visto come un elemento che impedisce all’Uomo di funzionare e quindi la psichiatria e la psicologia hanno il compito di aggiustarlo; che si tratti di psicofarmaco o psicoterapia non importa, quello che conta è che la cura permetta il ritorno del lavoratore alla produttività. In effetti tra i criteri dei vari disturbi riportati nei DSM compare: “I sintomi devono causare disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti”.  

Un’interpretazione marxista della psicologia al servizio del capitalismo

L’Epoca della Vulnerabilità

Con l’avvento del nuovo millennio si apre, invece, una nuova epoca, quella della vulnerabilità, caratterizzata da incertezza diffusa: attacchi terroristici, crisi finanziarie, pandemie, hanno minato il nostro senso di sicurezza, facendoci sentire fragili. L’Uomo è visto come una creatura vulnerabile e il disturbo mentale diventa parte dell’essere umano stesso. Non si ha più ansia, si è ansiosi, non si ha più depressione, si è depressi, non si ha più un disturbo, ma si è il disturbo

In effetti questa nuova condizione diventa terreno fertile per il proliferare di servizi di psicologia/terapia discutibili che non fanno altro che promuovere l’idea che anche aspetti prima considerati normali (per esempio disattenzione, tristezza, tensioni relazionali…) siano in realtà sintomi di un disturbo vero e proprio (ADHD, depressione, relazioni tossiche…). 

La fragilità è il nuovo business, non solo per (pseudo)professionisti del settore, ma anche per le persone “comuni” e gli influencer, che hanno capito che ostentare la propria sofferenza psicologica (vera o presunta) è il modo migliore per capitalizzare in questo millennio, che si tratti di like e cuoricini per i primi o di monetizzare attraverso sponsorship, libri, ospitate in tv per i secondi. 

Come scrive Selvaggia Lucarelli (2024) dal 2018 in poi sulle varie piattaforme social è iniziato il trend del dolore: “Improvvisamente è chiaro a tutti coloro che creano contenuti monitorando algoritmi che c’è solo un ruolo in quel momento sul web che produce enorme engagement, consenso unanime ed empatia universale: quello della vittima”.

L’alba di un nuovo giorno che verrà

Lagna e vittimismo paralizzano l’azione; svalutano e sovrastano la sofferenza di chi, magari in silenzio, soffre davvero di un disturbo psicologico; lucrano su una presunta fragilità vista come tratto immutabile dell’essere, anziché come un aspetto su cui lavorare.

Quindi eccoci qui riuniti a piangere la dipartita della psicologia, vittima del capitalismo nell’Epoca della Vulnerabilità. Speriamo però sia solo una morte apparente, con l’augurio che arrivi presto un’epoca migliore, l’Epoca del “Se hai questi 5 sintomi, tranquillo, non hai niente!”.

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Valentina Davi
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Coordinatrice di redazione di State of Mind

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