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Disturbi internalizzanti ed esternalizzanti: cosa si intende?

Approfondiamo le due categorie in cui si suddividono le manifestazioni psicopatologiche in età evolutiva: disturbi internalizzanti e disturbi esternalizzanti

Di Maria Gazzotti

Pubblicato il 06 Lug. 2023

Aggiornato il 13 Lug. 2023 03:48

Le problematiche in età evolutiva vengono suddivise in disturbi esternalizzanti e disturbi internalizzanti. Scopriamo cosa si intende.

 S., 15 anni, nell’ultimo anno ha iniziato a preoccuparsi costantemente per lo studio, pensando a verifiche e interrogazioni dei giorni successivi, ma anche alla risposte date nei compiti scritti, immagina costantemente scenari negativi sul futuro chiedendosi cosa farà da grande e teme quello che i coetanei possono pensare di lei. Non riesce a smettere di pensare, si sente frequentemente stanca, fatica a dormire.

M., 11 anni, si arrabbia spesso per piccole cose, litiga ripetutamente con i compagni di classe, riceve frequenti note da parte degli insegnanti, che la descrivono come sfidante e irrispettosa delle regole. È dispettosa nei confronti dei compagni, soprattutto quando pensa che le abbiano fatto un torto, e sfida apertamente gli insegnanti, rifiutandosi di seguire o uscendo dall’aula senza autorizzazione. Nonostante i genitori abbiano cercato di imporre delle regole, M. persiste nel suo comportamento, che la sta portando a un basso rendimento scolastico, con rischio di perdere l’anno, e difficoltà con i coetanei. 

In cosa differiscono le situazioni descritte? Nel nel primo caso la sintomatologia sperimentata è rivolta principalmente verso di sé, verso l’interno, e risulta ascrivibile a un disturbo d’ansia generalizzata, mentre nel secondo caso i sintomi si rivolgono verso l’esterno, coinvolgendo le altre persone e il contesto, configurandosi come un disturbo oppositivo provocatorio.

Approfondiamo ora le due grandi categorie in cui rientrano le manifestazioni descritte: i disturbi internalizzanti e i disturbi esternalizzanti.

Le problematiche internalizzanti

I problemi internalizzanti indicano difficoltà sviluppate e mantenute all’interno della persona, spesso caratterizzate da ipercontrollo, inteso come la tendenza a controllare o a regolare i propri stati interni emotivi e cognitivi in modo eccessivo e inappropriato. Spesso portano con sé bassa autostima, difficoltà scolastiche e difficoltà nelle relazioni sociali (Di Pietro e Bassi, 2021).

I disturbi internalizzanti sono spesso accomunati dal ritiro sociale, comportamento che implica solitamente autosvalutazione di sé, delle proprie abilità sociali o timore del giudizio, e da problemi psicofisiologici, lamentele di fastidi, malattie o dolori fisici che non hanno una base medica accertata, ma sono probabilmente causati da disagio psicologico; alcuni esempi sono il mal di stomaco, il mal di testa e le vertigini.

I disturbi d’ansia costituiscono la categoria maggiore dei disturbi internalizzanti; sono caratterizzati da pensieri negativi, interpretazioni negative o errate di sintomi ed eventi, attivazione fisiologica, ipersensibilità a segnali fisici, paura e ansia in relazione a situazioni specifiche o in modo generalizzato.

Tra i disturbi d’ansia in età evolutiva rientrano il disturbo di panico, l’agorafobia, il disturbo d’ansia da separazione, il disturbo d’ansia sociale e il disturbo d’ansia generalizzata.

Nella sfera internalizzante rientrano anche i disturbi depressivi. La depressione è caratterizzata da umore depresso, tristezza, irritabilità, perdita di interesse nelle attività, alterazioni del sonno e dell’appetito, rallentamento, mancanza di energie, senso di inadeguatezza, lamentele somatiche e preoccupazioni sulla morte.

Aspetto tipico della depressione in età evolutiva è l’irritabilità, che rischia di essere fuorviante in quanto bambini e ragazzi possono faticare a riconoscere ed esprimere le loro emozioni e dall’esterno l’irritabilità potrebbe non venire collegata alla tristezza, impedendo il riconoscimento dello stato depressivo (Di Pietro e Bassi, 2021).

 Talvolta si rischia di non dare il giusto peso a queste difficoltà, proprio per il fatto che i sintomi si esprimono verso l’interno e sono meno visibili dall’esterno: un bambino che sta in silenzio durante la lezione per la paura di arrossire o balbettare, dà meno nell’occhio di un compagno che lancia il materiale scolastico o scorrazza per la classe.

Generalmente non è possibile individuare una causa specifica per questi disturbi, ma si tratta di influenze reciproche tra variabili personali, comportamentali e ambientali. I sintomi possono persistere per diversi anni e aumentare la possibilità di recidive quando non trattati oppure mantenersi fino all’età adulta.

Le problematiche esternalizzanti

Questo tipo di problemi si caratterizza per il fatto che il bambino o l’adolescente riversano il disagio verso l’esterno; comprendono il disturbo da deficit d’attenzione e iperattività (ADHD), il disturbo oppositivo provocatorio e il disturbo della condotta. Non si tratta però sempre di disturbi, ma la diagnosi si effettua nei casi in cui il comportamento tende a cronicizzarsi nel tempo e ha conseguenze negative per il soggetto o per altre persone (Di Pietro e Bassi, 2021).

Il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività interessa il bambino fin dai primi anni di vita, si mantiene durante lo sviluppo e spesso persiste anche in età adulta. Come dice il nome, le caratteristiche tipiche sono appunto difficoltà di attenzione, impulsività e iperattività. Questi bambini faticano a mantenere l’attenzione e a concentrarsi, tendono ad agire senza pensare a quello che stanno facendo, hanno difficoltà a modificare il loro comportamento sulla base dei loro errori e non riescono a stare fermi o tranquilli. Sono di continuo alla ricerca di attenzioni, perdono le cose, sono disorganizzati e sempre in movimento, hanno difficoltà ad andare d’accordo con fratelli e sorelle e si sentono facilmente frustrati. Affinché sia possibile diagnosticare il disturbo, i deficit devono avere un impatto significativo sui principali ambiti di vita del bambino o dell’adolescente (Di Pietro e Bassi, 2021).

Il disturbo oppositivo provocatorio è un quadro ricorrente di comportamenti oppositivi, provocatori, disobbedienti e ostili verso le figure di riferimento. Tra i comportamenti messi in atto ci sono la violazione delle regole, attacchi di rabbia, il polemizzare con gli adulti, l’uso di parolacce, il disturbare, l’attribuire ad altri le cause dei propri comportamenti, umore negativo e irritabilità (Kaufman et al., 2016).

Infine, il disturbo della condotta è un quadro persistente e ripetitivo di comportamento in cui vengono violati i diritti di base degli altri o le principali regole sociali, sia in famiglia che nel contesto sociale più ampio. Alcuni comportamenti presenti nel disturbo della condotta implicano azioni prevaricanti, come aggressività fisica o violenza sessuale, altri invece riguardano comportamenti come furti, fuga da casa o saltare la scuola (Kaufman et al., 2016).

Conclusioni

Non è sempre facile distinguere le fisiologiche manifestazioni dell’infanzia e dell’adolescenza da veri e propri disturbi. Per questo è importante rivolgersi ad uno specialista che possa aiutare nell’inquadramento e nell’impostazione di un eventuale percorso terapeutico, senza sottovalutare il vissuto del bambino o dell’adolescente.

 

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Maria Gazzotti
Maria Gazzotti

Redattrice di State of Mind

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Di Pietro & Bassi (2021). L’intervento cognitivo comportamentale per l’età evolutiva. Strumenti di valutazione e tecniche per il trattamento. Erickson.
  • Kaufman, J. et al. (2016) K-SADS-PL DMS-5. Yale: Yale University. Trad. it. K-SADS-PL DMS-5. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson, 2018.
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