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L’infortunio sportivo: fattori psicologici di vulnerabilità e di protezione, prima e dopo l’evento

L’ infortunio sportivo è un evento che comprende diversi fattori bio-psico-sociali. Lo psicologo dello sport può giocare un ruolo chiave sia nell'individuazione di eventuali fattori di rischio, sia nell'aiutare l'atleta a gestire le conseguenze di tali eventi.

ID Articolo: 155279 - Pubblicato il: 30 maggio 2018
L’infortunio sportivo: fattori psicologici di vulnerabilità e di protezione, prima e dopo l’evento
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L’ infortunio sportivo costituisce un momento molto critico nella vita di un atleta. È importante pertanto individuare eventuali segnali di rischio prima e dopo l’infortunio, sui quali allenatore, atleta stesso e psicologo dello sport, possano intervenire in maniera tempestiva ed efficace.

Laura Zamboni – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

La vita è sempre degna di essere vissuta e lo sport dà possibilità incredibili per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare motivazioni. (Alex Zanardi)

Messaggio pubblicitario Le ricerche e la letteratura sull’ infortunio nello sport sono aumentate notevolmente negli ultimi venti anni, si possono osservare due macro aree di interesse: da una parte le variabili psicologiche che agiscono sulla vulnerabilità ed aumentano la probabilità che un infortunio possa accadere e, dall’altra, le reazioni emotive e cognitive che si manifestano tendenzialmente negli atleti dopo questo evento e come queste ultime influiscano sul recupero. Entrambi i filoni di ricerca muovono nella direzione di individuare le dimensioni salienti per ridurre l’incidenza e la portata di questi eventi, favorendo una buona preparazione psicologica prima e agevolando il recupero nel percorso successivo.

Porre attenzione su questi aspetti permette di individuare dei segnali di rischio per l’atleta prima e dopo l’ infortunio sportivo, sui quali allenatore, atleta stesso e psicologo dello sport, possano intervenire in maniera tempestiva ed efficace.

L’infortunio

L’ infortunio sportivo dovrebbe essere considerato come un evento che comprende diversi fattori bio-psico-sociali e, in quanto tale, dovrebbe essere trattato in maniera olistica, con attenzione alle funzioni fisiche, emotive e cognitive (Conti, Di Fronso, Bertollo, 2015). Secondo Podlog (2014) in particolare, l’ infortunio sportivo coinvolge quattro aree interconnesse: l’area del benessere fisico (dolore, possibilità di cambiamenti permanenti, restrizioni temporanee dei movimenti), l’area del benessere emozionale (ansia, paura), l’area del benessere sociale (perdita del ruolo, diverso modo di relazionarsi con l’ambiente sportivo) e l’area del sé (immagine personale, obiettivi e piani di vita, auto-efficacia).

Il rischio di infortunio

Nell’ infortunio sportivo una parte delle cause sono da ricercare nella natura fisica: struttura corporea, livello di condizione, attrezzature e superfici di gioco, tipo di sport praticato, etc. Tuttavia, esistono in letteratura diversi modelli che considerano anche il peso delle variabili psicologiche nella vulnerabilità a questo evento.

Uno dei modelli più accreditati è quello di Andersen e Williams (1998): il modello stress-infortunio. Secondo gli autori, una situazione stressante può generare una risposta di stress che varia lungo un continuum ed è strettamente legata alla valutazione cognitiva individuale (quindi al significato che l’atleta attribuisce) rispetto al fattore esterno. In particolare, Andersen e Williams individuano tre categorie di variabili che sembrerebbero influenzare la risposta dell’atleta: personalità (ansia di tratto, perfezionismo), storia degli stressor (eventi di vita maggiormente stressanti, precedenti infortuni) e le strategie e le risorse di coping. Il meccanismo postulato da questi autori per spiegare la relazione tra stress ed infortunio coinvolge sia la sfera attentiva sia quella somatica. Possiamo ad esempio pensare a quanto riferiva Hans Selye già negli anni 50: “ogni stress lascia una cicatrice indelebile, e l’organismo paga per la sua sopravvivenza dopo una situazione stressante, diventando un po’ più vecchio”.

Un atleta che si trova in una condizione di stress, avrà una risposta attentiva alterata da quest’ultimo evento, con un conseguente aumento della tensione muscolare, riduzione del campo visivo e quindi incremento della distrazione. Negli stati di stress, infatti, è comune una contrazione non richiesta di determinati gruppi muscolari, ciò può portare a diverse conseguenze sul piano fisico: riduzione della flessibilità ed affaticamento che possono sfociare in distorsioni, stiramenti e strappi. Allo stesso modo, la riduzione dell’attenzione, oltre a peggiorare la performance, potrebbe più facilmente condurre ad errori o incidenti dovuti proprio alla distrazione.

Un altro approccio che va nella stessa direzione è il modello dell’influenza dei fattori psicologici sull’ infortunio sportivo di Junge (2000), basato su ricerche condotte su calciatori, che distingue tre categorie: stress psicologici, risorse di coping e stato emozionale.

Numerosi studi sono stati intrapresi per verificare il modello stress-infortunio: Thompson e Morris (1994) osservarono come il rischio di infortunio sia elevato quando recenti eventi stressanti di vita siano presenti, non solo, i livelli di vigilanza ed attenzione decrescevano notevolmente in concomitanza degli stressor.

Per quanto riguarda gli aspetti di personalità, è stato evidenziato che persone con sentimenti di depressione, malessere e apatia, riportavano infortuni più di frequente (Kolt & Kirkby, 1999). Altri tratti correlati ad un maggiore rischio sarebbero: ansia di tratto, ansia di stato e vulnerabilità allo stress (Williams & Andersen, 1998).

Diversi approfondimenti del modello provengono da Petrie (2004), secondo cui bassi livelli di supporto sociale aumentano la vulnerabilità individuale al rischio di infortunio, mentre un alto supporto sociale sembrerebbe apportare una maggiore protezione. Questo autore rileva anche che l’ansia competitiva possa avere sia un effetto diretto, sia indiretto sull’infortunio, con una correlazione con umore negativo. Il supporto sociale, inoltre, giocherebbe un ruolo di protezione nel rapporto con rabbia e depressione.

Nonostante questi studi abbiano ricevuto sono alcune verifiche empiriche e sia necessario ancora un approfondimento dell’argomento, ciò che emerge è il fatto che gli atleti non utilizzino uno stile di coping unidirezionale, bensì diverse strategie, funzionali all’evento stressante.

Diverse, inoltre, le implicazioni che è possibile ricavare e che possono essere utili nell’ambito della psicologia dello sport. Nell’ottica della prevenzione, sarebbe utile sviluppare strategie di resilienza per aiutare gli atleti a riconoscere la relazione tra tratti di personalità, eventi di vita negativi, pensieri, emozioni e stati fisiologici, con lo scopo di minimizzare l’impatto degli stressor. A tal fine possono essere predisposti interventi psicoeducativi, tecniche di stress-management e goal setting. Un’operazione importante può essere fatta rispetto all’attenzione, come già osservato da Tamorri, Benzi, Reda (2004), secondo i quali l’utilizzo dell’imagery può essere di notevole sostegno anche nel caso l’atleta stia vivendo situazioni stressanti, scegliendo, a seconda del contesto, se utilizzare immagini riproduttive, creative o emotive. Gli stessi autori suggeriscono la formulazione di una valutazione del rischio psicosociale dell’atleta ad inizio della stagione, con riguardo agli eventi stressanti di vita e alle risorse per gestire lo stress, per pianificare efficaci interventi di prevenzione. In maniera simile Johnson e Ivarsson (2010) suggeriscono che sia gli atleti (nel loro studio, calciatori) sia gli allenatori debbano prestare attenzione nell’identificare le variabili, in particolare, le strategie di coping utilizzate per elaborare le difficoltà di tutti i giorni e, di conseguenza, il loro possibile impatto sul rischio di infortunio. Altre indicazioni derivano da studi di Pensgaard e Roberts (2000): un clima di alta competitività, rivalità interna, concentrazione sulla performance e bassa collaborazione sportiva, sembrano correlare con un maggiore rischio di infortunio sportivo. Ciò mostra come l’intervento di prevenzione che lo psicologo dello sport può mettere in campo, oltre ad essere rivolto al singolo atleta, debba tenere in considerazione anche l’intero contesto di squadra.

L’intervento di recupero dopo l’ infortunio sportivo

Un’interessante review della letteratura inerente le fasi di recupero dall’ infortunio sportivo è stata condotta da Conti, di Fronso e Bertollo (2015), i quali hanno suddiviso in diverse fasi gli interventi di recupero.

Strettamente correlato a quanto sopra descritto rispetto alle strategie di coping, quando si verifica un infortunio intercorrono molteplici fattori nella risposta ed elaborazione. I primi studi vedono l’approfondimento dei modelli di risposta al dolore (Hardy e Crace, 1990) che considerano l’infortunio come una forma di perdita e descrivono, rifacendosi al modello di Kubbler-Ross (1969), diversi momenti contrassegnati da particolari emozioni: rifiuto, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione e riorganizzazione. Di elaborazione più recente sono i modelli di valutazione cognitiva (Albinson e Petrie, 2003; Ardern et al.2015), secondo cui le risposte emotive e comportamentali all’infortunio sono mediate dalla valutazioni cognitive e dall’attribuzione personale di significato. Nella risposta di coping non intervengono quindi fasi uguali per tutte le persone, come descritto nel modello precedente, ma caratteristiche di personalità e situazionali si intrecceranno per dare origine ad un modo soggettivo di elaborazione e fronteggiamento. La considerazione delle particolari chiavi di lettura di ciascuna persona ci permettono di spiegare le reazioni tipiche di catastrofizzazione, over-generalizzazione, colpevolizzazione e negazione. Ad esempio, se per la maggior parte degli atleti l’ infortunio sportivo rappresenta un evento di rottura, per altri può essere una pausa, un sollievo in un periodo di stallo.

L’approccio maggiormente accreditato attualmente è il modello integrato di risposta psicologica all’infortunio e al processo di riabilitazione (Wiese-Bjornstal, Smith, Shaffer e Morrey, 1998), secondo il quale esisterebbe una relazione circolare tra aspetti cognitivi, risposte emotive e comportamentali. Viene teorizzato un collegamento tra le risposte post infortunio e la riabilitazione, dove fondamentali sono sia i fattori personali (caratteristiche dell’infortunio e dell’atleta infortunato) sia dati situazionali (influenza dei compagni, dello staff, dinamiche familiari e caratteristiche dello sport praticato). A seguito di questa prima fase, osservabile nei primi momenti successivi all’infortunio, diversi autori hanno descritto dinamiche tipiche del processo di riabilitazione, nel modello bio-psico-sociale della riabilitazione sportiva (Brewer, Andersen e Van Raalte, 2002) in cui i molteplici fattori si influenzano tra loro. In particolare la motivazione intrinseca sembra svolgere un ruolo fondamentale nell’influenzare l’aderenza al trattamento, così come giocano un ruolo favorevole anche: la tolleranza al dolore, la forza mentale, la percezione di gravità dell’infortunio, autoefficacia e percezione sociale. Al contrario, fattori aggravanti risultano essere i disturbi dell’umore e la paura di infortunarsi di nuovo.

Alla luce di quanto sostenuto nei vari modelli, sono possibili diverse implicazioni per la pratica dello psicologo dello sport, tenendo in considerazione sia la fase d’intervento sia le caratteristiche sopra descritte. Se consideriamo ad esempio la fase acuta post-infortunio, possiamo osservare come l’aspetto centrale sia la valutazione cognitiva ed emotiva dell’atleta rispetto all’evento, per questo, diversi autori (O’Connor, Heil, Harmer e Zimmerman, 2005) suggeriscono che siano utili interventi educativi rispetto all’ infortunio sportivo. Ciò che andrebbe fatto in una prima fase consisterebbe nel fornire accurate informazioni pratiche sia sull’infortunio sia rispetto al percorso di riabilitazione, con tutte le emozioni che si vivranno. Secondo Podlog (2004) questo intervento è in grado di promuovere un senso di investimento personale ed un ruolo attivo, cosicché aumentino le probabilità di aderenza al trattamento. Non solo, anche le tecniche self talk e ristrutturazione cognitiva, influenzano direttamente le risposte emotive e comportamentali dell’atleta.

Evans e Hardy (1995) ritengono che il goal setting sia fondamentale anche in questa fase, con particolare attenzione alla formulazione di obiettivi sia fisici sia psicologici legati alla performance sportiva, secondo una prospettiva olistica.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA L’imagery, utile anche nella prevenzione, può essere un’altra tecnica a sostegno del recupero. In letteratura vengono descritte diversi tipi di visualizzazione: healing imagery (focalizzata sui processi di guarigione), pain managment imagery (processi di allontanamento del dolore), rehabilitation process imagery (per velocizzare l’apprendimento e migliorare l’esecuzione di esercizi riabilitativi), performance imagery (fasi di attività dello sport, per continuare ad allenare le abilità sportive). A queste tecniche sono affiancate anche l’imagery con lo scopo di rilassamento, motivazionale, di gestione dell’ansia e per incrementare l’autoefficacia. Per quanto riguarda il rilassamento, anche in questo caso, si rivelano utili metodologie tipiche del mental training, quali: rilassamento muscolare progressivo (Jacobson, 1938), controllo del respiro, biofeedback e training autogeno (Schultz). L’efficacia si manifesta non solo nell’alleviare il dolore, ma anche nel ridurre il livello generale di tensione muscolare, migliorando i parametri neurovegetativi e modulando le varie fasi della riabilitazione (Podlog et al., 2014).

Il dolore è temporaneo. Può durare un minuto, un’ora, un giorno, o un anno… Ma a un certo punto sparirà e qualcosa prenderà il suo posto. Se ti fermi, invece, durerà per sempre (Lance Armstrong).

Conclusioni

Da questa prima breve disamina emerge come siano diversi i fattori psicologici coinvolti nell’evento dell’ infortunio sportivo. Nonostante la letteratura sulla prevenzione psicologica dell’infortunio sia ancora in fase di sviluppo, si può osservare come diverse caratteristiche giochino un ruolo predisponente, caratteristiche rispetto alle quali lo psicologo dello sport può agire, non solo lavorando con il singolo atleta, ma anche informando le altre figure tecniche (allenatori, dirigenza, squadra).

Un’attenta analisi della condizione psicosociale dell’atleta, insieme ai suoi tratti di personalità, interventi mirati alla gestione dello stress ed al miglioramento del focus attentivo, possono essere alcuni degli ambiti di interesse per lo psicologo dello sport che intenda operare in un’ottica preventiva.

Allo stesso modo, una volta verificatosi l’ infortunio sportivo, prima che l’atleta possa ritornare alla pratica sportiva, l’utilizzo di tecniche quali: goal setting, imagery e tecniche di rilassamento, potranno essere d’aiuto nel recupero psicofisico. Ridefinire e ristrutturare insieme all’atleta il significato dell’evento, unita ad una chiara valutazione ed educazione rispetto al percorso che lo coinvolgerà, sono utili passaggi per favorire l’aderenza alla riabilitazione e promuovere l’autoefficacia.

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