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Quella pazza gioia di Virzì: splendido ritratto della follia e della disperazione

Il film La pazza gioia ha come protagoniste due donne di una comunità terapeutica, entrambe con alle spalle storie di sfruttamento e abbandono - Recensione

Di Guest

Pubblicato il 31 Mag. 2016

La pazza gioia: Colpiscono le due figure di donne, splendidi ritratti di follia e disperazione, di mancanza di limiti, di folle ricerca di una gioia impossibile che poi, paradossalmente, proprio grazie a quella follia che rifiuta ogni limite, sembra diventare possibile.

Valeria Bigarella

 

Che Virzì fosse un genio, capace di dipingere ritratti estremamente realistici, al tempo stesso comici e commoventi, dei più svariati personaggi, lo si sapeva già.
Questa volta si è cimentato con la salute mentale, e non ha certo mancato l’obiettivo.
Del film La pazza gioia colpiscono molte cose, non ultima la bellezza degli scenari toscani, dalle campagne pistoiesi al mare. Mare che ha sempre il ruolo di “momento di svolta” nella storia di Donatella, una delle due protagoniste.

ATTENZIONE: L’articolo svela parti della trama del film

 

I personaggi de La pazza gioia

Ma soprattutto colpiscono le due figure di donne, splendidi ritratti di follia e disperazione, di mancanza di limiti, di folle ricerca di una gioia impossibile che poi, paradossalmente, proprio grazie a quella follia che rifiuta ogni limite, sembra diventare possibile.

Beatrice è letteralmente incontenibile: non smette mai di parlare, giudica tutto e tutti, si sente in pieno diritto di violare ogni tipo di norme e regole, si sente al di sopra degli altri. Ma è anche una donna intelligente: è assolutamente fantastica la scena in cui si presenta alla famiglia adottiva a perorare la causa dell’amica riuscendo a farsi passare per la psicologa e a farsi ascoltare, o la scena in cui si presenta a Donatella come la psichiatra della comunità. Perchè è così, i folli a volte sono convincenti: credono così ciecamente in ciò che dicono, oppure sono così motivati a mentire, spinti da un bisogno impellente e patologico, che saremmo portati a creder loro, se poi non ci fosse la realtà a smascherare le loro balle!

Beatrice piega le norme a beneficio suo e di chi decide di volta in volta di favorire, in modo talvolta molto generoso, come fa con Donatella, ma anche con l’uomo per il quale ha sacrificato tutto e nel cui amore si ostina a credere, ciecamente, contro ogni evidenza. E questo è l’altro aspetto della sua patologia: il legame delirante e distruttivo con quell’uomo che l’ha sfruttata e rovinata, ma che lei continua a cercare.

 

Il rapporto tra le due protagoniste

Si potrebbe azzardare una lettura in chiave femminista del film, perché una cosa che accomuna le due protagoniste è proprio l’essersi rovinate la vita a causa di uomini che le hanno sfruttate e abbandonate. Non solo i rispettivi amanti, ma anche il padre stesso di Donatella, che l’ha abbandonata da piccola e che lei continua a idealizzare e a cercare.

Ma sarebbe una lettura riduttiva e semplicistica. Il profondo malessere di entrambe ha radici molto più lontane e profonde: nell’infanzia, nelle storie di solitudine e abbandono (soprattutto di Donatella), ma ha anche una componente genetica, chiaramente espressa dalla battuta “sono nata triste”.

Succede spesso nelle comunità terapeutiche che si creino dei forti legami tra pazienti e questo purtroppo non è sempre un bene. Spesso accade che la “caduta” di uno travolga anche l’altro, che uno sia coinvolto dai “colpi di testa” dell’altro, come accade a Donatella, trascinata da Beatrice in una fuga che le costa molto cara. Il lieto fine, qui, appare forse un po’ forzato. Credo che Virzì ne La pazza gioia abbia fatto questa scelta per lasciare un messaggio di speranza e di incoraggiamento, di fiducia nella possibilità di curarsi e stare meglio, a partire da una scelta di vita e dalla costruzione di buone relazioni terapeutiche. Fondamentale qui il ruolo della comunità, di cui è enfatizzato l’aspetto materno e di accoglienza. La possibilità di riscatto, di salvezza, che c’è, se si accetta l’aiuto che viene offerto.

 

L’articolo continua dopo il trailer de La pazza gioia (2016):

La realtà delle comunità terapeutiche

Per quanto il messaggio sia certamente condivisibile, mi sento però di precisare che la realtà delle comunità terapeutiche e in particolare i percorsi dei pazienti soggetti a restrizioni giudiziarie sono un po’ più dure di quanto descritto. Il clima è senz’altro quello, le relazioni che si creano sono molto intense, sia quelle tra pazienti che quelle col personale, che spesso si prodiga anche oltre quanto strettamente dovuto; anche le attività sono ben rappresentate. Ma le regole (per quanto possano variare da struttura a struttura) sono molto più rigide: denaro e cellulari in genere non circolano liberamente, ma sono custoditi dal personale e utilizzati sotto sorveglianza; i farmaci non sono distribuiti negli spazi comuni, dove possono essere scambiati come caramelle, ma in infermeria, dove i pazienti entrano uno alla volta e si controlla che ciascuno assuma i suoi; se ci fosse una cantina con del vino sarebbe accuratamente sotto chiave e non basterebbe creare un diversivo per entrarvi; e in caso di fuga, in particolare di chi ha misure giudiziarie, si avvisano immediatamente autorità competenti e forze dell’ordine, qualsiasi operatore è tenuto a farlo subito, non si aspetta certo di riunirsi per discuterne! Anche volendo fare uno strappo alla regola, si potrebbe al massimo aspettare mezz’ora per cercarli nelle vicinanze, ma non trovandoli scatterebbe immediatamente l’allarme. E a cercare i fuggitivi sarebbero polizia e carabinieri, non il personale della struttura, in piena notte, a 100 km di distanza!

Lo dico anche per rassicurare il grande pubblico sul fatto che i cosiddetti “pazzi criminali”, le figure più temute dell’immaginario comune, non fuggono così facilmente.
Però soffrono proprio così. Hanno quegli occhi, quei volti, quel dolore, quelle storie.

A Virzì il grande merito di averle raccontate e descritte in modo esemplare ne La pazza gioia, di aver dato un volto umano a quelli che sono di solito percepiti solo come “mostri”, privi di umanità, esseri alieni con i quali non si può comunicare. No, i “pazzi criminali” sono persone come noi, ma con una malattia pesante e spesso con storie drammatiche di abbandono e sfruttamento. Curarli, fare il tutto possibile per la loro riabilitazione, è dovere della società e di chi, come noi terapeuti, ha scelto questo mestiere.

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