La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello

Alcuni studi hanno dimostrato come la psicoterapia produca dei cambiamenti anche nell'attività funzionale del cervello - Neuropsicologia

ID Articolo: 114485 - Pubblicato il: 15 ottobre 2015
La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello
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Luana Lazzerini, Valentina Reda, Manuela Cammarata, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

La psicoterapia, può produrre modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti. Tali esperienze vengono registrate nelle reti neuronali che formano il cervello.

Introduzione

Negli ultimi venti anni, l’avvento di nuove modalità di indagine delle neuroscienze (PET, fMRI, ERPs…) ha permesso di studiare sempre più approfonditamente i cambiamenti nel sistema cerebrale umano vivente. La capacità del cervello di essere modificato, sia durante lo sviluppo che da adulto, dall’esperienza e dall’ambiente è chiamata plasticità neurale.

La plasticità neurale permette la formazione della mente umana tramite l’interazione tra i processi neurofisiologici cerebrali e le esperienze vissute. Queste ultime costituiscono il nostro patrimonio più importante in quanto influenzano e guidano il nostro modo di elaborare le diverse informazioni.
Le principali evidenze sulla plasticità neurale derivano da studi relativi ai processi di apprendimento e memoria che mettono in luce come sia possibile, in seguito ad esperienze ambientali e interpersonali, andare a modificare la struttura cerebrale.

Quasi tutti i comportamenti umani sono frutto di un processo di apprendimento. Anche quando compiamo azioni apparentemente automatiche, in realtà stiamo mettendo in atto un processo cognitivo complesso che coinvolge il nostro sistema nervoso centrale il quale, una volta ricevute le informazioni provenienti dall’ambiente, le confronta con quanto già elaborato e le conserva attraverso il processo di memorizzazione. Quando si apprende e si memorizza qualcosa di nuovo, questa nuova esperienza lascia una traccia nel nostro sistema nervoso. È ormai evidente, quindi, che qualsiasi processo mentale intrapsichico o relazionale deriva da meccanismi che avvengono a livello neuronale nel cervello e che, viceversa, qualsiasi esperienza che facciamo, ogni cambiamento dei nostri processi psicologici e cognitivi modifica plasticamente le strutture anatomiche cerebrali corrispondenti.

La reciproca interazione tra cervello ed esperienza si nota anche nei disturbi psicopatologici. Questi, infatti, sono caratterizzati sia da un tipico pattern sintomatologico ricorrente che da tipici pattern di attivazione cerebrale. I pazienti che soffrono di disturbi d’ansia e depressione maggiore, ad esempio, mostrano spesso un’eccessiva attivazione di alcune strutture cerebrali e un ridotto funzionamento di altre.

La riduzione sintomatologica in tali disturbi la si ottiene sia a seguito di trattamenti farmacologici che a seguito di trattamenti psicoterapici.
Come si può facilmente intuire le terapie farmacologiche, messe a punto per ottenere un miglioramento sintomatologico nei disturbi psicopatologici, agiscono a livello biochimico in maniera mirata sul sistema nervoso centrale. Meno intuibile invece risulta il meccanismo tramite il quale la psicoterapia produca un sollievo sintomatologico negli stessi disturbi. Eppure la psicoterapia, in particolare la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC), è considerata un trattamento di provata efficacia nei Disturbi d’Ansia e nei Disturbi dell’Umore. La TCC mira a modificare i nostri schemi cognitivi (strutture di conoscenza che ci permettono di dare significato alle nostre esperienze, modalità tipiche che determinano il nostro modo di comportarci e di pensare), avvalendosi dell’integrazione di tecniche cognitive e comportamentali.
Le prime hanno lo scopo di modificare le convinzioni disfunzionali relative a se stessi e al mondo esterno; le seconde mirano all’acquisizione di nuove strategie tramite esercizi comportamentali condivisi tra terapeuta e paziente.

Messaggio pubblicitario La psicoterapia, può produrre, quindi, modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti. Tali esperienze vengono registrate nelle reti neuronali che formano il cervello.
In questa sede prenderemo in eseme i cambiamenti neurali che si verificano in seguito al trattamento psicoterapico. Per far ciò illustreremo più in dettaglio cosa si intende per plasticità neurale, in che modo si esprime e come viene studiata; parleremo della psicoterapia, in particolare della TCC, illustrandone i principi sui quali si basa e le tecniche che utilizza; ed infine illustreremo i cambiamenti neurali prodotti dalla psicoterapia in accordo con la letteratura scientifica recente.

La Plasticità Neurale

L’interazione reciproca tra cervello e comportamento è fatto noto e ormai radicato, anche perché, per molti risulta essere tanto straordinario quanto misterioso. Quando si dice che il comportamento e l’esperienza modificano il cervello si vuol proprio intendere che essi modificano il cervello fisicamente. Il cervello di un bambino cresciuto in Italia si costruisce con una struttura cerebrale diversa da quella di un bambino cresciuto in Finlandia. Questa è la ragione per cui il primo, da adulto, capirà l’italiano facilmente e il secondo no. In questo caso non si può esattamente dire quali siano le differenze strutturali, ma si sa che una parte del cervello è stata modificata da esperienze diverse. Numerosi sono gli esempi che dimostrano come l’esperienza abbia modificato il numero o la dimensione dei neuroni oppure il numero o la dimensione dei collegamenti tra neuroni. Woollett, K., & Maguire nel 2011, ad esempio, hanno dimostrato che il cervello dei guidatori di taxi londinesi rispetto a quello dei cittadini londinesi non guidatori di taxi è caratterizzato da un maggior volume dell’area posteriore dell’ippocampo, struttura cerebrale cruciale per la memoria e la ricerca visuo-spaziale.

La capacità del cervello di essere modificato, sia durante lo sviluppo che da adulto, dall’esperienza e dall’ambiente è chiamata plasticità neurale.
La dottrina tradizionale, ritenuta valida fino a pochi anni fa, sosteneva che le cellule nervose non fossero in grado di riprodursi dopo la nascita: si trattava di un patrimonio fisso, passibile solo di perdite nel corso della vita.
William James nel 1890 descrisse la plasticità come

il processo di una struttura abbastanza debole da cedere ad un’ influenza, ma abbastanza forte da non cedere all’improvviso. Il tessuto nervoso sembra dotato in misura straordinaria di questo tipo di plasticità, cosicché possiamo stabilire […] che negli esseri viventi i fenomeni di abitudine sono dovuti alla plasticità dei materiali organici di cui sono composti i loro corpi.

Nei decenni successivi, inoltre, la ricerca ha permesso di evidenziare che il cervello è dotato di una plasticità ancora maggiore di quella che James sospettasse: per esempio l’esperienza visiva dei gatti in via di sviluppo dirige la formazione di connessioni nel cervello (Cabelli et all, 1995); l’apprendimento di un compito in una lumaca di mare rafforza la connessione tra due neuroni specifici (Bailey e Chen, 1988).

Nel corso degli anni la scoperta della formazione di nuove cellule nervose nel cervello adulto ha letteralmente sovvertito il dogma vigente in passato.
L’affascinante caratteristica della plasticità neurale intriga gli sfaccettati ambiti della psicologia. L’interesse degli psicologi è rivolto al modo in cui l’esperienza modifica fisicamente il cervello e di conseguenza il comportamento futuro.
L’importante massa di informazioni circa i fenomeni di plasticità è stata fornita, negli anni, da numerosi studi condotti sia in assenza che in presenza di una lesione encefalica o periferica.
Tale fenomeno infatti risulta essere di primaria importanza per spiegare, ad esempio, la tendenza dei deficit neurologici conseguenti a lesione cerebrale a carattere non evolutivo a regredire nel tempo, sia spontaneamente che in seguito ad interventi neuro riabilitativi.

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