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Psicofisiologia degli eventi critici (2018) – Recensione del libro

Gli autori del testo Psicofisiologia degli eventi critici sono professionisti che da anni portano il loro contributo per alleviare la sofferenza connessa alla violenza e traumi psicologici. Nei loro curricola si legge che due autrici lavorano come psicologhe con salda esperienza sulla psico-traumatologia ed operazioni militari e due autori come esperti militari nell’uso di armi e tecniche marziali di combattimento.

 

Psicofisiologia degli eventi critici è un libro molto interessante che attraverso la trattazione di tematiche psicologiche fondanti l’impianto teorico di riferimento costruisce l’edificio della consapevolezza e della gestione dell’aggressività allo scopo di ottenere una qualità di vita migliore per sé e gli altri. Inoltre conducono a migliorare le condizioni lavorative degli addetti al lavoro in contesti dove l’aggressività è un elemento caratterizzante.

Bertuzzi e Cornali, dopo aver lavorato per anni immerse nel contesto delle carceri allo scopo di migliorare le condizioni di lavoro delle guardie carcerarie, hanno ipotizzato e poi concretizzato la stesura del libro Psicofisiologia degli eventi critici per trasmettere le loro esperienze consolidate.

Diversi i temi trattati nei 13 capitoli del libro, la cui lettura risulta veloce ed esaustiva rispetto ai contenuti, grazie anche alla capacità degli autori di dare rilievo soltanto agli elementi sufficienti e necessari per un’adeguata comprensione dei vari costrutti senza perdersi in lunghi ed inutili giri di parole.

Comprendere la risposta fisiologica di attacco-fuga ad un evento critico

Nella lettura si incontrano diversi autori illustri, tra cui Bandura e Zimbardo. Essi ci ricordano come l’aggressività sia un comportamento appreso, contesto dipendente, e come il confine tra il bene ed il male non sia così ben delineato.

Secondo gli autori, uno degli errori nel quale spesso le persone cadono quando si trovano di fronte ad eventi violenti (es. aggressione armata) riguarda l’attenzione univoca sul soggetto aggressivo; gli autori sottolineano come sia invece opportuno confrontarsi con il contesto in cui l’evento violento è accaduto, in quanto anche l’ambiente potrebbe essere responsabile dell’insorgenza delle condizioni favorevoli alla violenza stessa.

Ne discende come l’uomo sia un animale che risponde alle situazioni pericolose (reali o supposte) attraverso la messa in atto del sistema di attacco e fuga.

Allo scopo di comprendere meglio tale funzionamento, la conoscenza dei concetti di rischio e sicurezza risulta necessaria: dalla lettura di Psicofisiologia degli eventi critici emerge un ottimo esempio di come le reazioni fisiologiche esperite ci diano a priori una risposta esauriente (emozioni e arousal) del fenomeno critico.

Dall’analisi emerge che un elemento fondamentale nella percezione del rischio, il quale guida l’intenzionalità del soggetto di fronte ad una situazione sensibile alla sicurezza, è la formazione di giudizi, i quali dipendono dalla valutazione soggettiva del rischio stesso in opposizione alle stime oggettive probabilistiche; quindi si avranno alcune percezioni sottostimate, mentre altre verranno sovrastimate dal soggetto che vive l’insicurezza. La consapevolezza di sé, il sistema di pensiero intuitivo insieme al riconoscimento dei limiti personali sono elementi fondamentali per realizzare il processo di formazione dei giudizi il più possibile esente da inquinanti di natura irrazionale (ad esempio avere la convinzione che qualcosa sia pericoloso solo perché un familiare ce lo ha proiettato).

La paura

Un intero capitolo di Psicofisiologia degli eventi critici è dedicato alla paura, descritta come arcaico sistema di difesa per “evitare di metterci nei guai”. Tale emozione non ha solo una accezione negativa (es. il panico), ma anche positiva (elemento evolutivo, come ad esempio la paura dei serpenti o di un predatore che ci rincorre).

L’aspetto importante per fronteggiare la criticità è porsi la seguente domanda: “coma saperla gestire?”. Come si afferma nel testo:

il panico, infatti, è la negazione del libero arbitrio e della ragione. È semplicemente la vittima che di fronte al pericolo non sa più che fare e vede saltare ogni schema.

Gestire le proprie reazioni psicofisiologiche, l’aiuto della Psicologia

Un ulteriore aspetto interessante che gli autori propongono, o almeno che tranquillizza rispetto l’impotenza dell’evento subito, è la capacità di educare con l’esercizio psicologico l’istinto attacco-fuga-paralisi, per esempio attraverso modalità quali la respirazione e la consapevolezza. In tal modo migliora la probabilità di conseguenze sgradevoli o nefaste.

Consapevolezza di sé, concetti di vita e di morte

La lettura prosegue con i contributi sulla scienza della vittimologia e sui concetti di vita e di morte (attraverso i costrutti di Freud e Jung, rispettivamente Morte e Ombra); da questi si evince che “non è l’evento che crea l’emozione ma ciò che il soggetto pensa dell’evento”. Si sottolinea nuovamente l’importanza della conoscenza di sé e come questa passi anche attraverso il riconoscimento degli aspetti oscuri che ci appartengono.

Come gli esperimenti di Milgram e il concetto di “autoassoluzione” di Bandura, gli autori propongono che per giungere alla consapevolezza del proprio sé è fondamentale un aspetto che potrebbe essere rimosso, ossia che tutte le persone, anche quelle maggiormente “sane e pacifiche”, possono compiere atti malvagi, diventare cioè “cattivi”.

Tornando al concetto di paura, come sostiene Grossman:

la fobia umana universale si realizza quando è un altro essere umano a minacciare la nostra incolumità.

Da questa affermazione emerge quanto sia difficile accettare che un altro essere umano possa decidere della nostra vita o morte. Potere che ha il carnefice di fronte alla vittima.

Arnoul nel suo capitolo affronta il meccanismo dell’autodifesa; letto con interesse e ricco di spunti motivazionali, l’autore afferma come non solo la consapevolezza di sé, il lavoro psicologico, ma anche l’addestramento fisico è importante per gestire un evento critico.

In conclusione

Lasciando progressivamente il piano teorico, gli autori conducono il lettore verso delle soluzioni pratiche e spendibili per affrontare gli eventi violenti.

In particolare, viene presentato il modello dello Stress Inoculation Training (SIT) come intervento per acquisire adeguate strategie di fronteggiamento dello stress. Tale modello di intervento si sviluppa nel tempo attraverso fasi specifiche che portano il soggetto a prendere conoscenza delle dimensioni del proprio agire fino ad acquisire maggiori strategie di coping utilizzabili qualora si debbano affrontare eventi critici. L’obiettivo del modello si raggiunge attraverso un training appositamente strutturato dove l’esercitazione graduale è un elemento caratterizzante.

Ancora, attraverso il percorso formativo attivante, denominato Psy-Sim e proposto dagli autori con l’aiuto di professionisti esperti, i partecipanti vengono inseriti in un contesto protetto in cui si esercitano per raggiungere la consapevolezza di sé, comprese le parti aggressive del sé poco razionalizzate. Come sostengono le autrici:

La funzione delle Psy-Sim è quella di riprodurre nel modo più dettagliato possibile uno spaccato di vita e di attivare quanto di dormiente è presente nelle persone. […] nulla va tralasciato […]”. Tra gli argomenti formativi si inseriscono l’hostage rescue e l’hostage survival.

Per gli addetti ai lavori, e per chi fosse interessato, a mio avviso il libro è un manuale utilizzabile da coloro che sono interessati agli eventi critici e a come vengono affrontati dall’essere umano.

La curiosità come fattore terapeutico negli approcci di terza generazione – Congresso SITCC 2018

La curiosità come fattore terapeutico negli approcci di terza generazione

 

Il benessere si genera anche attraverso la curiosità, questo è ciò che suggerisce un interessante filone di ricerca (Kashdan & Silvia, 2009). La curiosità è stata definita come uno dei meccanismi fondamentali del sistema della ricompensa e della motivazione intrinseca, che hanno profonde influenze sul benessere della persona. Le persone curiose si impegnano in attività sfidanti ed espandono così la loro conoscenza, le abilità, gli sforzi diretti a un obiettivo e il senso di sé. Inoltre, la curiosità aumenta la tolleranza allo stress determinato dall’auto-consapevolezza che risulta dal provare nuove cose e comportarsi con modalità che sono al di fuori della propria zona di comfort. La curiosità motiva le persone a esplorare il mondo e accettare le sfide ed è rilevante per ottenere una vita piena. Le persone più curiose hanno maggiori e più durature risorse psicologiche e sono più reattive agli eventi di vita che offrono maggiori opportunità di crescita e competenza. Quando siamo curiosi siamo pienamente consapevoli e recettivi a qualsiasi cosa incontriamo nel momento presente, e l’attenzione al momento presente sappiamo essere una componente essenziale dei cosiddetti approcci di terza generazione, o mindfulness-based. Ma l’attenzione non basta, paradossalmente l’attenzione non accompagnata da apertura, curiosità e accettazione può generare malessere. Lo ha dimostrato Kashdan (2011) in una ricerca i cui risultati suggerivano che persone con elevata consapevolezza ma scarsa curiosità reagivano a stimoli minacciosi con comportamenti difensivi e strategie di regolazione emotiva maladattive. Gli approcci mindfulness-based, infatti, sottolineano l’importanza dell’apertura e accettazione includendole in modelli bi- o tri-componenziali della mindfulness (Bishop et al., 2004; Shapiro et al., 2006). In questo intervento analizzeremo il costrutto di curiosità nella teoria e nella pratica degli approcci mindfulness-based con riferimenti alla letteratura scientifica e alla pratica clinica dei relatori.

Non ci sono problemi, solo soluzioni (2017) di Virgile Stanislas Martin – Recensione del libro

Non ci sono problemi, solo soluzioni di Virgile Stanislas Martin passa in rassegna, in modo semplice e diretto, le idee che ci guidano nella nostra vita quotidiana, relazionale e professionale. Un invito al lettore a riesaminare i propri schemi di pensiero e le proprie abitudini mentali che spesso frenano il cambiamento e la crescita individuale.

 

Virgile Stanislas Martin, insegnante certificato di Programmazione neuro-linguistica e formatore in Terapia breve, studia da anni il tema della gestione del cambiamento e dell’intelligenza emotiva. L’autore parte dal presupposto che solo un cambiamento individuale è in grado di generare delle modifiche apprezzabili nell’ambiente che ci circonda.

Non ci sono problemi, solo soluzioni: identificare gli schemi limitanti

Per sostenere questo ragionamento V. Martin, in Non ci sono problemi, solo soluzioni, prende in esame gli errori di logica più comuni:

  • tentare di risalire alla causa del problema come se ciò ci permettesse di arrivare prima alla soluzione
  • ricercare il colpevole, perché è insita nell’essere umano la tendenza a rappresentarsi più facilmente come vittima che come diretto responsabile di ciò che accade (perché capitano tutte a me?)
  • aspettare che le cose si risolvano da sole, prendersi del tempo, procrastinare

Secondo Martin, questi errori di logica, o pensieri disfunzionali, sono solo alcuni dei tasselli che compongono la nostra rappresentazione mentale del problema. Fin dalla più tenera età costruiamo infatti delle “mappe mentali”, una sorta di rappresentazione interiore del mondo che ci circonda. Il problema è che, il più delle volte, questa mappe non coincidono con la realtà, motivo per il quale rischiamo di andare fuori strada.

A nessuno di noi verrebbe in mente di seguire una mappa disegnata da un bambino di sei anni, che vi ha regalato. Eppure è proprio in quell’età che ci creiamo le nostre “mappe mentali”, solo che spesso ci dimentichiamo di aggiornarle.

Capita spesso che il significato che diamo agli eventi tende proprio a confermare la nostra mappa mentale. Questi errori di pensiero, che l’autore definisce “schemi limitanti”, filtrano la realtà e conducono a un’interpretazione erronea della situazione. L’abbandono, il fallimento, il senso di colpa, la dipendenza, sono esempi di schemi limitanti che portano la persona a confermare l’idea che ha costruito su di sé e sul mondo.

Esiste una definizione di follia e che amo particolarmente: fare e rifare sempre la stessa cosa e attendersi risultati differenti.

Non ci sono problemi, solo soluzioni: gli ostacoli al cambiamento

Ma come fare per superare questi schemi limitanti e orientarci grazie a nuove mappe mentali? Per rispondere a questa domanda, nel libro Non ci sono problemi ma solo soluzioni, Martin fornisce una sorta di elenco di “cose da non fare”, dei veri e propri ostacoli al cambiamento, seguito da brevi argomentazioni in merito:

  • Fare finta che il problema non esista: negare la realtà delle cose e non riuscire a riconoscere le conseguenze negative di un determinato problema
  • Sabotarsi: attuare comportamenti passivi il cui vero obiettivo è quello di evitare di risolvere il problema, tanto “tutto andrà a posto da solo”
  • Pensare troppo: analizzare nel dettaglio il problema per comprenderne la causa, cercare di capirne l’origine e la sua evoluzione
  • Adottare strategie fallimentari: rifiutare l’aiuto, non osare, tergiversare o sospendere una soluzione che si era rivelata efficace
  • Criticare invece di agire: incolpare sempre gli altri o auto-criticarsi eccessivamente
  • Subire un ambiente negativo: vivere in un ambiente limitante o frequentare persone troppo negative

Si tratta quindi di cambiare atteggiamento, punto di vista e successivamente modo di comportarsi nella situazione problematica. Il focus è spostato dall’esterno (l’ambiente che ci circonda, le persone che ci criticano, le difficoltà relazionali) all’interno (le nostre risorse e il nostro potenziale).

Una modalità di pensiero che ricorda per alcuni versi il buddismo Zen, a cui si fa riferimento in diverse parti del testo, e che viene sintetizzata dall’autore nella seguente citazione del Mahatma Gandhi:

Dovete essere voi il cambiamento che volete vedere in questo mondo

Coerente con l’approccio della Terapia Breve Strategica dall’inizio alla fine, Virgile Stanislas Martin espone in modo sintetico e chiaro in Non ci sono problemi, solo soluzioni quali sono i presupposti per cambiare le modalità attraverso le quali una persona costruisce la propria realtà personale e interpersonale. E se queste pagine non dovessero bastare il lettore viene invitato a “cercare l’aiuto di un professionista, preferibilmente formato in terapia breve”.

“Vinca il peggiore” – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 42

È la vita in sé ad essere vorace necessitando di continua energia per mantenersi, limitando l’entropia di Tanatos e dunque l’altro è necessariamente preda o, nel migliore dei casi, competitor rispetto alle risorse.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Vinca il peggiore (Nr. 42)

 

La vita non ha alcun senso se non se stessa.

Il burattinaio supremo è la forza cieca della vita che tende a conservarsi, ampliarsi e riprodursi con frenetica ingordigia.

Essa potrebbe essere identificata per reificarla col “gene egoista”, descritto dal biologo inglese Richard Dawkins, che progetta e costruisce macchine sempre più adatte alla sopravvivenza e alla sua riproduzione, oppure lasciarla astratta con il nome generico di forza della vita o Eros nell’accezione freudiana di energia contrapposta a Tanatos. La vita dunque non serve a niente se non a se stessa, non è strumentale a nulla e tutto invece è da essa utilizzato.

La vita è una guerra continua senza esclusione di colpi e regole per l’affermazione individuale (lotta intraspecifica) e tra le specie (lotta interspecifica).

Così come le modificazioni anatomiche e funzionali che sono avvenute nell’evoluzione naturale ipotizzata da Darwin sono strumentali al predominio in questa guerra, così anche gli strumenti culturali di cui soprattutto la specie umana si è dotata (filosofie, religioni, sistemi valoriali) avendo ormai l’evoluzione culturale superato e inglobato l’evoluzione naturale stessa, non sono veri o assoluti ma semplici ulteriori strumenti di questa guerra senza fine.

Non esiste un sistema culturale migliore o più giusto, la dimensione su cui si valutano è “vincente-perdente”.

L’aggressione e l’utilizzo o proprio la distruzione dell’altro nella lotta interindividuale o tra gruppi (nazioni, etnie, specie, ecc) non viene messa in atto solo ed esclusivamente se si valuta elevato il rischio di sconfitta o per altre valutazioni nel rapporto costi/ benefici, comunque sempre per una valutazione di convenienza bellica.

Tutti i sistemi valoriali sono un modo ulteriore di sopraffazione dell’altro. Quelli vincenti scrivono le narrazioni e si presentano come “migliori, buoni e giusti” fintantoché non vengono sconfitti ed una nuova narrazione subentra a ribaltare le verità consolidate. Alleanze transitorie o tregue sono certamente possibili ma solo quando gli interessi coincidono e valgono soltanto per il periodo in cui tale coincidenza dura per rompersi subito dopo.

È certo che la nostra civiltà si estinguerà come è successo a tutte le altre culture anche molto più grandi che l’hanno preceduta, il cui oblio ci fa ritenere i più evoluti sorridendo o inorridendo ai loro stili di vita e valori.

È anche molto probabile che la vita stessa nella sua espressione umana si estingua come è successo praticamente a tutte le altre specie spesso per mano nostra. Non sarà di certo una gran perdita, se non per noi, e saranno altre specie vincenti, magari batteriche, a rappresentare la vita. Se poi anche tutte le altre forme di vita si estingueranno l’entropia e il caos avranno la meglio sarà finalmente la pace universale.

In tutto questo il singolo individuo è solo un tentativo che non conta nulla ed anche la singola specie abbastanza poco.

Tutto è lecito purché funzioni aumentando la sopravvivenza individuale e soprattutto la riproduzione. Gli apparati culturali/ ideologici che pongono limitazioni a questo stabilendo ciò è che è o non è lecito e/o giusto sono essi stessi macchine da guerra  per la sopraffazione dell’altro.

Il comportamento più opportuno per ciascuno è quello che a seconda del suo posto nella gerarchia di forze del suo ambiente gli prospetta la maggiore sopravvivenza e possibilità riproduttiva, contemporaneamente il soggetto svilupperà un modo di vedere la realtà che lo giustifica e lo considera il migliore.

Qualsiasi giudizio di valore su persone o situazioni è espresso da un soggetto individuale o collettivo e rispecchia i suoi interessi.

Per capirci, i nazisti hanno avuto un solo imperdonabile torto: hanno fatto male i conti e così hanno perso diventando per questo i cattivoni di questo minuscolo brandello di storia di cui presto si perderà ogni memoria.

La partita della vita che seleziona i migliori per il proprio esclusivo interesse non è regolata da alcun ente, arbitro o regolamento esterno, non ci sono dei o altre forze. Né arbitri né spettatori. In un certo senso il gioco è estremamente corretto ed è impossibile barare essendo l’inganno e qualsiasi altra mossa di baro inclusa nelle possibilità: “tutti contro tutti, senza regole, senza esclusione di colpi e all’ultimo sangue”.

Inoltre, l’esito della partita è in grandissima parte dovuto al caso, per cui la nostra illusione di controllo è del tutto fallace: sulla maggior parte delle cose della vita e certamente sulle più importanti non abbiamo pressochè nessun controllo, accadono e basta e solo post hoc ce ne diamo false spiegazioni causali.

È legittimo chiedersi “ma perché tutto ciò?”

È legittimo ma è una stronzata, è così perché è così e la stessa domanda ce la si sarebbe potuta porre se fosse stato diversamente: in qualche modo doveva pur “essere” o, se non altro, “non essere” secondo il ben noto dilemma del principe di Danimarca.

Naturalmente qualsiasi affermazione (comprese queste mie righe che potremmo definire “relativismo evoluzionista”) è equivalente a qualsiasi altra senza alcuna corrispondenza con la realtà. Si può scegliere quale far propria a seconda della situazione e del momento inconsapevolmente guidati dalla propria convenienza che poi non è davvero propria ma della “forza della vita” del tutto disinteressata al singolo individuo tanto quanto noi lo siamo di un nostro villo intestinale. Certo la cosa migliore sarebbe tacersi completamente invece di dire ottuse parzialità in attesa della pax entropica, ma parlare è utile a far venir sete.

Machiavelli nel suo “Principe” descrive in modo analogo l’animo e il comportamento umano arrivando a concludere che l’uomo è malvagio e tale malvagità è ontologica e immodificabile. Non sono d’accordo perché già questo è un giudizio: sarebbe come dire che i solidi pesanti sono pigri perché tendono a poggiarsi per terra e a non muoversi o che i gas sono invadenti perché tendono ad espandersi e ad occupare tutto il volume disponibile.

È la vita in sé ad essere vorace necessitando di continua energia per mantenersi limitando l’entropia di Tanatos e dunque l’altro è necessariamente preda o, nel migliore dei casi, competitor rispetto alle risorse.

In questo senso la vita va distinta dall’esistenza che prevede esclusivamente l’”esserci” e può attribuirsi a tutti gli oggetti inanimati che non si riproducono e non muoiono e assistono distaccati alla lotta per la vita che si svolge intorno a loro e talvolta li utilizza come strumenti. L’esistenza è stabile e pacifica (magari un po’ monotona), la vita precaria e vorace, feroce per sua stessa natura ed è profondamente connessa con la morte (compaiono contemporaneamente nel panorama universale).

Se questa appena descritta è la realtà oggettiva come soggettivamente appare quest’oggi a me, il funzionamento delle cose a livello psicologico, quello delle rappresentazioni interne che alcuni viventi, tra cui l’uomo, hanno sviluppato la faccenda diversamente. Siccome questi viventi vivono sopratutto in un mondo di idee, questi “fenomeni” (le rappresentazioni), per dirla con Kant, diventano più importanti della “cosa in sè”, distante e inconoscibile, e sono loro a farci stare bene o male. Per questo ideali, ideologie, ed altri autoinganni come innamoramenti, amori, religioni e fedi di ogni genere sono utilissimi e rappresentano l’unica realtà che determina stati d’animo e comportamenti. Tutte le ricerche e l’osservazione clinica e quotidiana mostrano che attribuire un senso alla propria vita, meglio se assoluto e trascendente, sia uno dei principali motivi di benessere.

Tali costruzioni comportano un doppio vantaggio, da un lato costituiscono il nucleo dell’identità personale e ci danno l’impressione di particolarità e unicità e contemporaneamente di appartenenza (grande conforto rispetto all’anonimato e all’inutilità reale), dall’altro danno l’impressione di comprensione e conseguente padronanza sulla realtà. Che poi ciò non sia affatto vero è davvero questione di poco conto, che tutt’al più comporterà una puntina di delusione quando se ne dovrà prendere atto, ben compensata in anticipo dai vantaggi relativi all’identità e all’agentività. Inoltre è probabile che tale presa d’atto sia contemporanea o immediatamente precedente alla morte e dunque il vissuto di essersi sbagliati molto breve.

È dunque estremamente utile avere un senso per la propria vita, è giusto e importante avere delle proprie idee precise, crederci fermamente e combattere per esse. Ma sarebbe altrettanto importante tenere a mente che si tratta semplicemente di uno dei possibili modi di vedere le cose e di dare senso all’esistenza, che non è assoluto, e dunque è inopportuno imporlo agli altri con le buone o, peggio, con le cattive maniere e si tratta semplicemente di pattuire poche regole comuni che sono anch’esse un accordo e non una verità assoluta, che consentano a ciascuno di perseguire il “suo personale” senso della vita.

I vari ideali, i“sensi della vita”, le prospettive esistenziali, sono incommensurabili tra loro, come ci insegnavano delle mele e delle pere alle elementari. Non esiste un riferimento comune esterno su cui misurarle, né un convertitore di valore come per le valute. Così come le strutture (organi e apparati) e le strategie comportamentali diverse tra le specie e tra gli individui si misurano solo rispetto alla loro capacità di ottenere sopravvivenza e riproduzione, altrettanto nel mondo dei fenomeni, della realtà psichica, i modi di vedere, gli ideali e quant’altro, tutti, compreso questo mio, egualmente autoingannevoli, si misurano esclusivamente sulla loro capacità di produrre benessere nel loro portatore.

 

PS:
Naturalmente quanto scritto fin qui corrisponde esclusivamente alle mie convenienze personali in questa fine estate e può cambiare radicalmente, trasformandomi in un integralista buono per qualsiasi fede qualora ne avveda la convenienza. Oppure, più probabilmente, lasciarmi continuare a vivere secondo le abitudini consolidati e i valori del mio gruppo, fingendo di crederci.
“Stretta la foglia, larga la via dite la vostra che ho detto la mia” (diceva amabilmente al termine di un racconto lo stesso mio nonno che in altri momenti affermava perentorio “primiera o non primiera a casa mia voglio primiera”) che tanto una vale l’altra.

 

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Con quale facilità si riesce a cambiare il giudizio che abbiamo di una persona? I buoni sono sempre buoni e i cattivi sono sempre cattivi?

Un nuovo studio, pubblicato recentemente su Nature Human Behaviour, condotto da Siegel, Mathys, Rutledge & Crockett, dal dipartimento di Psicologia Sperimentale di Oxford, dalla Scuola Internazionale di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, il dipartimento di Psichiatria computazionale del Max Planck e il dipartimento di psicologia dell’università Yale, indaga i meccanismi che sottostanno la formulazione di giudizi sul comportamento morale o immorale di altri, aprendo un varco sulla nostra capacità di rettificarli.

 

Impieghiamo pochissimo tempo, nella misura di millisecondi, a formulare un’impressione o a fare inferenze sul carattere o sulla moralità di una persona nuova, che non conosciamo. Siamo addirittura capaci di saltare alle conclusioni su una persona sconosciuta a partire da pochissime informazioni, specie se quest’ultime possiedono contenuto negativo: una volta che abbiamo stabilito che una persona è “cattiva”, questa, per noi, lo rimarrà per sempre.

La capacità di formulare giudizi sulla base di impressioni soprattutto negative a carattere putativo è estremamente adattiva, in quanto consentirebbe all’individuo di porre rapidamente l’attenzione su soggetti pericolosi o potenzialmente tali nell’ambiente esterno, evitando così conseguenze negative per se stesso (Johnson, Blumstein, Fowler & Haselton, 2013).

Tuttavia un’attribuzione sbagliata di caratteristiche negative ad una persona in realtà “buona” danneggia gravemente le relazioni sociali o fornisce una motivazione per disimpegnarsi prematuramente o disincentivare nuove interazioni, che potrebbero invece rivelarsi positive o cooperative.

Perciò l’abilità di inferire correttamente il carattere, soprattutto di tipo morale, di una persona, diventa critica sia per un sano funzionamento sociale ma soprattutto per il mantenimento delle relazioni interpersonali nel corso del tempo (Todorov, 2018).

Quali sono pertanto i meccanismi che consentono di rivedere e ri-aggiornare le prime imprecise impressioni circa una persona e quali sono le dinamiche che differenziano la formulazione di un giudizio positivo da uno negativo? Come siamo in grado di ricrederci?

Lo studio sperimentale

Per rispondere a questa domanda, Siegel, Mathys, Rutledge & Crockett (2018) hanno investigato i meccanismi dell’inferenza morale proponendo che la formulazione di impressioni e credenze circa il carattere morale di altri, in particolare basate su impressioni negative, siano più “incerte” e volatili rispetto a quelle positive.

Secondo gli autori, le persone modificherebbero le loro impressioni seguendo un meccanismo regolato dalle norme Bayesiane per le quali la revisione dei giudizi è proporzionale all’incertezza delle credenze: sostanzialmente, a parere dei ricercatori, ci concediamo di essere più flessibili nel riconsiderare la “cattiveria” di altri alla luce di nuove informazioni sul loro comportamento modificato.

Se infatti le credenze su una persona sono negative, queste potrebbero essere rapidamente modificate, se l’impressione iniziale si è rivelata sbagliata.

Nello studio preso in considerazione, 38 partecipanti erano istruiti a predire ripetutamente le scelte di due “agenti” scegliendo tra azioni morali e non morali circa la possibilità di guadagnare denaro e infliggere uno shock elettrico ad altre persone per ricavare un profitto, riportando le proprie credenze “buone” o “cattive” sull’“agente” e la loro certezza e accuratezza.

Come ci si aspettava, le impressioni degli agenti “buoni” e “cattivi” rapidamente si sono stabilizzate lungo la direzione attesa, tuttavia le impressioni sugli agenti “cattivi” hanno avuto un grado di incertezza maggiore rispetto a quelle sugli agenti “buoni”.

Le persone più facilmente formulavano rapidamente impressioni negative sull’agente definito “cattivo” a partire dal suo comportamento non morale; allo stesso tempo, sorprendentemente, queste impressioni negative si sono rivelate più volatili, incerte e più flessibili al cambiamento.

Conclusioni e limiti dello studio

Questi risultati, a parere degli autori, sono piuttosto ottimistici in quanto dimostrano che, in un contesto di formulazioni di giudizi morali, le persone sono più inclini e volenterose a perdonare le infrazioni morali di una persona e a rivederne l’impressione generale.

È bene sottolineare che questo studio ha delle limitazioni; prima fra tutte il fatto che le infrazioni morali prese in considerazioni non sono rilevanti per il Sé, cioè non hanno coinvolto i partecipanti in prima persona. Quali potrebbero essere i risultati se l’agente “cattivo” infliggesse dolore a noi o a persone a noi care, massimizzando così i propri guadagni? Saremmo in grado di perdonarlo allo stesso modo?

In secondo luogo, i ricercatori hanno inoltre tralasciato tutta la questione valoriale sulla quale si basa in parte la formulazione dei nostri giudizi sulla moralità o immoralità di altri. I nostri giudizi dipendono dai nostri valori o dalle nostre credenze?

Nonostante ciò, va dato merito ai ricercatori per essere riusciti ad utilizzare un modello computazionale in grado di catturare e comprendere le dinamiche circa il modo attraverso il quale modifichiamo le credenze sulla moralità di altri “agenti”.

Il non riconoscimento del lutto nell’aborto precoce, possibili interventi terapeutici

Un aborto precoce è un lutto profondo e pervasivo, la cui elaborazione può durare dai 6 mesi fino a due anni successivi all’evento.

 

Nonostante il lutto prenatale colpisca in Italia ogni anno moltissimi genitori, lo spazio di supporto al lutto perinatale è bassissimo e ancor di più lo è per l’ aborto precoce.

La diagnosi precoce della gravidanza (che sempre più spesso è espressamente ricercata dalla coppia) fa sì che il bambino entri a far parte subito dell’immaginario della coppia. Proprio per questo motivo, a qualsiasi stadio la gravidanza si interrompa e il bimbo muoia, l’impatto di tale evento è estremamente forte e le modificazioni fisiche e psichiche del corpo materno non possono non avere un’influenza sul lato psicologico.

Erroneamente si è portati a pensare che perdite precedenti alla morte perinatale tra la 27a settimana di gravidanza e i 7 giorni dopo il parto abbiano un impatto psicologico minore nei genitori e nei parenti, così come si pensa che dopo il parto tale evento sia molto più duro da sopportare.

Di fronte ad un aborto precoce la tendenza più diffusa è quella di minimizzare, incoraggiando la coppia a “riprovare subito”; l’assenza o la scarsità di ricordi condivisi con il bambino morto rendono il lutto nell’ aborto precoce un lutto poco condivisibile all’esterno e poco riconosciuto. Pertanto l’evento di perdita, profondamente vissuto nell’intimo delle madri e dei genitori, può risultare poco comprensibile all’esterno perché si piange un bambino “sconosciuto” al mondo (Kirkley-Best & Kellner, 1982), su cui nessuno, a parte i genitori, i fratellini e talvolta i nonni, ha avuto spazio e tempo per pensare e verso il quale nessun altro ha stabilito un legame di attaccamento.

Ma come elaborare il lutto di un bambino che non è mai venuto al mondo e quindi, per la legge, non esiste? Come ci si sente quando la società preme perché si “rimetta in cantiere un’altra vita”, dopo aver “messo al mondo” la morte?

Il non riconoscimento del lutto nell’ aborto precoce

In questo tipo di lutto si tende a soffrire in maniera proporzionale al desiderio di gravidanza, senza aggrapparsi a ricordi oggettivi, in quanto la perdita è molto precoce e si hanno solo ricordi costruiti durante il breve periodo di gestazione. Il lutto prenatale è un lutto composito in quanto vi è la perdita di una persona unica, nata a livello immaginario, scomparsa prima di essere attivamente conosciuta, seguito dal fallimento esistenziale della capacità di conservare e di mettere al mondo la vita.

In gravidanza, tutte le energie fisiche, emotive e relazionali sono focalizzate sul formare una nuova vita, quando “il progetto” fallisce, l’elaborazione dell’evento, l’accettazione del lutto e della sofferenza sono molto difficili.

Si tratta, di un evento inaspettato e soprattutto innaturale che si può tradurre in un senso di perdita della propria capacità di generare, di mettere al mondo una creatura: la madre sente di aver fallito come donna, può odiare il suo corpo e in generale se stessa per la sua incapacità nel generare vita.

Per la madre il bimbo è parte di sé, quindi la sua perdita è come se comportasse la perdita di una parte di se stessa ed è pertanto accompagnata da un forte senso di vuoto. Le ripercussioni psicologiche di questa perdita sono da mettere in rapporto con il livello di attaccamento e con il tipo di perdita. È un lutto profondo e pervasivo che può durare dai 6 mesi fino a due anni successivi all’evento. L’elaborazione del lutto può avvenire anche dopo due anni di tempo. Per questo è difficile stabilire la differenza tra un normale processo di lutto e la presenza di lutto complicato solo su criteri temporali.

È importante tener presente che ogni gravidanza, indipendentemente dalla sua durata e dal suo esito, è parte integrante nella storia di vita della madre e della coppia genitoriale, ha un suo ruolo ed una sua intrinseca importanza. Un aborto precoce può pertanto mandare in crisi il normale funzionamento psicologico di una persona.

John Bowlby (1980), con la sua teoria etologica dell’attaccamento, ha descritto le varie reazioni che compaiono dopo la perdita di una figura significativa; l’assenza di tale figura attiva il sistema motivazionale dell’attaccamento, un sistema motivazionale innato (Liotti, 2001), che spinge l’individuo alla ricerca della persona assente e a fare qualunque cosa sia possibile per riottenere la sua vicinanza e le sue cure. Quando gli sforzi falliscono compare una profonda tristezza ed un sentimento di disperazione.

Nell’opera “La perdita”, Bowlby distingue nel cordoglio quattro fasi: la prima Stordimento ed incredulità, la seconda Struggimento per la persona perduta, la terza Disorganizzazione e disperazione e la quarta Riorganizzazione.

La prima fase prevede shock e negazione. La fase di shock nell’ aborto precoce è direttamente proporzionale all’imprevedibilità dell’evento e al desiderio di gravidanza. Inoltre, non avendo ricordi oggettivi della perdita è più difficile creare una costruzione mentale in quanto c’è incredulità, nell’ aborto precoce bisogna attenersi ai pensieri costruiti in quel periodo. La negazione nell’ aborto precoce è molto più intensa per il fatto che non essendoci ancora i movimenti fetali la madre non può fare matching con ciò che sente pertanto il pensiero che i medici abbiano potuto sbagliare diagnosi è molto forte, fino a quando non compaiono complicazioni come perdite ematiche ecc.

Dopo la dimissione dall’ospedale inizia il momento più difficile per i genitori, quello del ritorno alla loro realtà, con la dura necessità di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte di quel bambino tanto atteso, si avverte fortissima la necessità di essere accuditi ed aiutati, e soprattutto di non essere lasciati soli.

Tutto ciò è seguito da un desiderio persistente e invadente di ciò che si è perso ed è molto forte perché, unito alla collera rivolta verso se stessa, determina un senso di colpevolizzazione che la madre rivolge verso di sé in quanto sente di avere contribuito direttamente alla perdita del proprio bambino. Vi è inoltre un importante momento di realizzazione, in cui la coppia realizza ciò che è realmente accaduto, in cui vi è profonda tristezza, confusione e senso di colpa (“Forse ho sbagliato, se non avessi fatto… se non avessi camminato così tanto…”).

Ciò che deve essere affrontato con più attenzione in questo periodo sono i pensieri e le aspettative che la coppia genitoriale ha avuto durante il periodo della gravidanza. Oltre a pensieri di perdita, ci sono pensieri negativi che la madre tende a rivolgere verso se stessa quindi di colpa e di auto rimprovero di non essere in grado di creare vita ma morte, permane inoltre, e in maniera eccessiva, la preoccupazione, cioè il pensare ossessivamente a tutto ciò che riguarda la perdita e da qui può nascere l’inadeguatezza nel creare vita.

La fase dello struggimento per la persona perduta in questo caso può durare mesi, spesso anche anni.

In questa fase di protesta, l’emozione principale è la rabbia, accompagnata da sentimenti di ingiustizia, rammarico, rancore (“Perché proprio a me?”), ricerca delle colpe e contrattazione (accordi, voti col soprannaturale: “Se il bimbo sopravvivrà io farò…”). La rabbia può intensificarsi per la sensazione di perdita di controllo, per il fatto di non aver avuto possibilità di scelta o per non aver capito cosa stesse accadendo e può indirizzarsi verso una persona o un operatore. Altri sintomi ricorrenti in questa fase sono insonnia, incubi, flash back dei momenti più traumatici (es. le parole del medico, la sala operatoria, etc.).

Disorganizzazione e disperazione è la fase più lunga e delicata del processo di elaborazione del lutto prenatale. La ricerca della persona cara pone in luce la sua definitiva assenza, vissuta con una generalizzata tristezza ed un persistente umore depresso. Lo stato di vigilanza della precedente fase lascia il posto ad un minore arousal e un apparente disattenzione e disinteresse verso tutto ciò che accade, rafforzata in questo tipo di lutto dall’evitamento del mondo esterno il quale viene visto come fonte di doppio disagio; in primis perché la donna può sentirsi dire sempre le stesse cose e quindi non sentirsi accudita ma solo responsabile della sua perdita, pertanto ciò andrà a rafforzare la sua credenza di non capacità di generare, poi per l’invidia nel vedere gli altri bambini. In questa fase la rabbia è rivolta ancora di più verso se stessa.

La riorganizzazione rappresenta la fase della ristrutturazione. In questa fase si realizza il distacco dalla persona scomparsa ed un progressivo riadattamento alla realtà, con il graduale recupero di interessi e relazioni sociali. Questa “ridefinizione” comporta un atto cognitivo, non solo emotivo, di costruzione di nuovi schemi rappresentativi interni di sé e della persona persa, con la definitiva consapevolezza dell’irreversibilità della morte. La solitudine e il rammarico lasciano il posto al disgelo emotivo, alla ricerca di supporto e alla sofferenza senza angoscia. Nascono nuovi interessi e nuove abitudini, verso un adattamento alla vita senza la presenza di quel bambino, nuove relazioni e attività, nuova forza interiore, ritorno all’attaccamento e al desiderio di maternità.

Il tempo di elaborazione è molto più lungo in quanto un aborto precoce è un lutto non riconosciuto dal mondo esterno e pertanto ci vuole più tempo per elaborarlo. In questo caso le famiglie di origine hanno un ruolo molto forte di sostegno ai genitori in lutto.

Quando un lutto di questo tipo colpisce una famiglia, inevitabilmente vengono coinvolte tutte la figure che gravitano attorno alla coppia genitoriale, come amici e parenti, che spesso non sanno come affrontare la situazione e come essere da supporto. Tentare di minimizzare, razionalizzare o appellarsi alla natura ha effetti negativi, soprattutto nei primi mesi della perdita e alcune frasi sono vissute come aggressive e inutili (Ravaldi, 2009).

Un aborto precoce costringe i genitori a vivere realtà diverse da quelle desiderate o immaginate e rappresenta un momento della vita estremamente delicato e difficile, che merita rispetto, ascolto e partecipazione non giudicante.

La nascita di un legame

Maternità e paternità non iniziano solo alla nascita, il bambino nasce dentro la mente della coppia molto prima del concepimento e durante la gravidanza, i genitori si preparano interiormente all’arrivo del bambino.

I pensieri rivolti al bambino prima e durante la gravidanza sono gli elementi del legame che si crea con il futuro nascituro e tale legame è direttamente proporzionale al tempo di attesa della gravidanza: se è una gravidanza tanto desiderata ed è stata difficile nell’ottenerla, il legame con il futuro bambino sarà ben più forte; ci sono gravidanze che durano anni di speranza, eternità di disperazione.

Quando finalmente si realizza la gravidanza e il bambino è reale e presente nel ventre materno, fin dalle prime ecografie, intraprendono il percorso della genitorialità e prende forma un primo legame di attaccamento, che è specifico di quella relazione con quel bambino in quel momento. Mamma e bambino comunicano immediatamente fra di loro e da parte di entrambi inizia uno scambio attivo di stimoli, pensieri, emozioni e la famiglia inizia a creare un nuovo e fisiologico spazio per accogliere il nascituro.

Molto spesso la gioia dell’attesa trasporta i genitori in un futuro dove la nascita è già avvenuta e la presenza del bambino è finalmente disvelata, e fisicamente definita nel quotidiano familiare; questa proiezione può avvenire naturalmente fin dalle prime settimane di gravidanza, a dispetto di ogni tendenza volta a informare la donna delle elevate possibilità di aborto spontaneo o di perdita fetale (Pullen, 2008).

Immaginare il nuovo bambino nella propria realtà quotidiana, ristrutturare ed adattare la coppia – famiglia all’ingresso del figlio ha una precisa funzione evolutiva. Divenire madre, divenire padre, contrariamente a quanto si possa pensare, non avviene al momento del parto, ma, fisiologicamente, spesso in modo impercettibile e inconscio durante tutto il percorso di genitorialità. Ogni futuro genitore durante l’attesa del bambino fantastica sul nascituro, su come sarà, il nome, il genere, a chi somiglierà, quanto sarà grande, se avrà i capelli, se sarà sano ecc. e in questo modo entrambi i genitori cominciano a fargli spazio, non solo nell’esterno, ma soprattutto nella propria mente e ci si prepara psicologicamente a quello che verrà dopo il parto. Si parla in questo caso di “bambino ideale” fantasticato atteso durante la gravidanza. Il genitore proietta tutte le sue aspettative sul bambino e lo concepisce come la realizzazione di un progetto personale e di coppia e così il bambino inizia a crescere nella mente dei genitori.

Quando il legame si spezza in modo violento e drammatico, viene a mancare quell’essere con il quale si è creato giorno dopo giorno un rapporto di continuità e scoperte. A seconda del grado di attaccamento che la madre ha sviluppato nei confronti del bambino, le conseguenze del lutto saranno diverse.

L’elaborazione del lutto da parte dei genitori

L’elaborazione del lutto nel caso di un aborto precoce è un percorso che ognuno affronta con le proprie risorse e secondo i propri tempi, vi è una differenza di tempi tra il padre e la madre. L’ideale sarebbe dunque che i congiunti provassero a sincronizzare le loro reazioni al lutto il più possibile, cercando di indovinare i sentimenti dell’altro. In questo modo ognuno dei due riceverà il conforto e il sostegno dell’altro.

Se non adeguatamente elaborato un aborto precoce può trasformarsi in “lutto complicato” ed influenzare negativamente il legame con gli altri figli o la genitorialità futura.

Reazioni alla perdita

Con il passare dei giorni il senso di vuoto e di inutilità cresce in maniera esponenziale, si inizia ad odiare il proprio corpo che non è stato in grado di tenere in vita un bambino. Le reazioni di odio per il proprio corpo sono concentrate soprattutto sulla pancia, si evita di guardala e soprattutto di metterla in evidenza e si spera che il prima possibile ritorni com’era.

Una mamma con la morte del figlio muore anche in una parte di sé, quella del genitore e dei sogni, delle speranze e delle attese per il futuro che vanno in frantumi.

Le reazioni sono ben diverse da madre a padre in quanto da un punto di vista evoluzionistico le femmine dei mammiferi dedicano molto più tempo al processo riproduttivo di quanto lo facciano i maschi. È immaginabile che i sentimenti verso una vita in via di sviluppo siano più intensi nelle donne.

Le reazioni dei padri sono poco conosciute poiché nella nostra cultura il manifestarsi dei sentimenti nell’uomo viene criticato. Molti uomini non sono abituati a esprimere il dolore, a piangere liberamente, nella maggioranza dei casi le loro reazioni si traducono quindi in nervosismo e in una fuga nel lavoro. Proprio per questo motivo il loro dolore tende ad essere poco riconosciuto e supportato e spesso vengono visti solo come mezzo attraverso cui chiedere notizie della madre, ignorando che anch’essi possono essere profondamente prostrati dalla perdita del figlio. Inoltre, anche quando riescono a mostrare il proprio dolore spesso vengono tacciati di poca creanza in quanto è diffusa l’idea che il marito dovrebbe supportare la moglie nella gestione della sofferenza e non soffrire lui, come se quel bambino non fosse stato anche suo figlio.

Detto ciò a causa di esperienze diverse nei partner la coppia può andare in crisi, unendo al lutto per il bambino quello per la fine del rapporto di coppia.

Aspetti psicopatologici nelle gravidanze successive a una perdita prenatale

La morte prenatale è un fattore di rischio che mina il benessere delle gravidanze successive e condiziona lo stile di attaccamento genitore-bambino pertanto è importante ricevere un sostengo psicologico e un accompagnamento nella nuova attesa dopo la perdita.

È importante che una nuova gravidanza non venga ricercata per colmare il vuoto o rimpiazzare la perdita precedente in quanto si tratta di una nuova vita e come tale deve avere tutta la sua importanza e non deve essere considerata un sostituto.

La gravidanza successiva a un aborto precoce è spesso condizionata dall’esperienza precedente. Si gioisce ma si ha paura, si spera e si inizia a costruire il legame di attaccamento ma allo stesso tempo ci si sente distaccati, insomma si vive quella che è una vera e propria alternanza di emozioni contrastanti. Soprattutto i primi mesi possono essere vissuti con forti sentimenti di incertezza, con ansia e stress. Alcune coppie possono “negare” la nuova gravidanza per paura di una nuova perdita, sperimentando iperprotettività, ansia o, al contrario, distacco e freddezza.

Sono molto importanti la serenità materna e la serenità della coppia nell’influenzare la buona salute psicofisica del nascituro, soprattutto per l’istaurarsi di un buon legame madre bambino nei mesi successivi al parto.

Se è vero che ogni bambino perduto merita di essere ricordato, è anche vero che ogni bambino in arrivo merita di essere accolto al meglio per la sua unicità e dovrebbe poter godere di una madre e un padre liberi di lasciarsi andare all’amore, e non impietriti dal dolore e dalla paura. L’esperienza del lutto, se non elaborata e metabolizzata nel modo corretto, può avere ripercussioni significative, può esserci infatti il rischio che la madre, in caso di una successiva gravidanza, sviluppi un legame inadeguato con il nuovo figlio, dove il bambino morto può venire idealizzato o “sostituito” a quello della gravidanza attuale. Questa idealizzazione porterebbe ad una proiezione di una perfezione che non esiste e il bambino nato non sarebbe mai all’altezza del precedente, crescendo così svalutato e svalorizzato agli occhi del genitore. In questi casi si parla di Sindrome del sopravvissuto (o PASS).

I pensieri e le emozioni derivanti da un’esperienza di aborto precoce

Dato che le madri non vivono solo l’esperienza del lutto ma anche una profonda ferita esistenziale, che può far generare pensieri di incapacità a generare una nuova vita e di incuria nel non essere state in grado di proteggere il proprio bambino. Tale rimuginio depressivo e di colpa è maggiore nelle madri che hanno investito una carica cognitiva ed emotiva maggiore. “Perché è accaduto proprio a me? “Perché lei che è una cattiva madre ha dei figlio ed io no?”, tali pensieri vengono vissuti con una profonda autocritica e con di difficoltà di esposizione all’esterno perché pervasi da sentimenti di indegnità “Ho dei pensieri cattivissimi, sono una persona orribile”.

Soprattutto nei primi mesi dopo la perdita il senso di colpa entra a fare parte quasi quotidianamente dei pensieri della persona in lutto, che potrebbe avere bisogno di ripetute rassicurazioni al riguardo. Molte donne hanno sensi di colpa, rimproverano se stesse e si chiedono se la perdita del loro bambino sia imputabile a qualcosa di preciso che avrebbero dovuto o non dovuto fare. Alcune hanno l’impressione di avere fallito nel loro ruolo di moglie e di madre, esse percepiscono questa perdita come uno scacco nei confronti delle attese del congiunto e della famiglia in generale.

La comunicazione della perdita e le fasi successive

Le modalità con le quali un aborto precoce viene percepito e comunicato al genitore possono rappresentare un trauma ulteriore, così come le modalità di intervento successive alla diagnosi e il supporto ricevuto durante il parto e le dimissioni. Un’attenzione maggiore ai bisogni dei genitori durante queste fasi, permettono un migliore recupero e forniscono un indubbio strumento per la resilienza, mentre la malpractice data dall’assenza di supporto complica il percorso aggiungendo un trauma al trauma.

Il sostegno psicologico ed il supporto empatico ai genitori dovrebbero iniziare contestualmente all’evento di perdita e divenire parte integrante dell’assistenza ginecologica ed ostetrica, che occupandosi esclusivamente degli aspetti organici e medici minimizza o evita completamente la cura del dolore “psichico” intrinseco alla morte prenatale. 
(Ravaldi et al., 2007).

Sempre chi affianca i genitori in questo periodo difficile dovrebbe evitare, come invece spessissimo accade, di incentivare subito una nuova gravidanza. Questo perché, fisicamente parlando, sarebbe bene che al corpo fosse lasciato il tempo di riprendersi da un evento comunque traumatico; inoltre perché spesso una gravidanza intrapresa senza che il processo di elaborazione dell’accaduto sia a buon punto porterebbe nuovo stress e a rivivere in maniera amplificata le paure che spesso lo stato gravidico porta con se, se non addirittura ad evitare un coinvolgimento emotivo con il nascituro per timore che qualcosa vada nuovamente male, mentre sappiamo benissimo quanto sia importante per la salute del nascituro che questo legame sia attuato nel modo più profondo possibile.

Ancora, una nuova gravidanza potrebbe amplificare il divario che a volte c’è nella coppia sui sentimenti conseguenti al lutto, quindi sarebbe bene lasciare il tempo alla coppia di ritrovarsi come coppia prima che mettersi nuovamente alla prova come genitori.

Quando un aborto precoce diventa un lutto complicato

Per lutti complicati intendiamo quelle reazioni che non tendono a diminuire e a moderarsi con il passare del tempo, e che interferiscono significativamente con il funzionamento personale e sociale.

Solitamente il predittore più importante che espone le persone verso un lutto traumatico è, secondo i teorici dell’attaccamento, aver sviluppato uno stile di attaccamento problematico disorganizzato, avendo così una probabilità maggiore nell’incorrere in un Disturbo Post-Traumatico. Ma è stato dimostrato che dipende anche dalla tipologia del lutto, come in questo caso la perdita di un figlio, che si può incorrere nello sviluppo di un Disturbo Post-Traumatico perché si parla di un lutto improvviso e lacerante, che lascia nei genitori una frattura in quanto la perdita viene percepita come impossibile da gestire e da sopportare.

In questo caso i sintomi che possono comparire sono i flashback, e anche la reazione fisiologica riveste un ruolo importante, in cui si ha l’attivazione del sistema ortosimpatico, normalmente quando il pericolo passa il simpatico si disattiva grazie all’attivazione del parasimpatico, ma durante un tale trauma vi è uno squilibrio, si ha la tipica reazione di trasalimento in cui la persona traumatizzata si spaventa per qualsiasi cosa anche e soprattutto per qualcosa che ricorda il trauma stesso. Inoltre nella persona traumatizzata la dimensione temporale viene persa, in cui la persona si ferma all’evento del trauma.
Inoltre si ha una forte tendenza ad evitare tutto ciò che rimanda all’episodio traumatico. Vi è un tentativo di evitare ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti relativi o strettamente associati al lutto. Si possono voler evitare persone, perché si informano sul loro stato emotivo ricordando il trauma, oppure evitare i luoghi, come in questo caso l’ospedale o lo studio medico dove si è ricevuta la notizia, oppure sensazioni corporee che ricordano l’evento traumatico, come in questo caso dolore addominale, la vista del sangue o odori particolari. La persona ha un attività mentale continua, cerca di distogliere la sua attenzione ma un attimo dopo è costantemente lì.
 Riassumendo, i predittori del dolore complicato in questo tipo di perdita sono: la precoce perdita, l’esposizione al trauma, una precedente storia psichiatrica, lo stile di attaccamento che si è instaurato in questo lasso di tempo, il mancato sostegno sociale.

Poiché il carattere improvviso della perdita non permette l’instaurarsi di un lutto anticipato e l’assenza di un corpo tangibile da piangere rende irreale la perdita e impedisce di focalizzare l’evoluzione di un lutto, si spiega perché sia così difficile da risolvere.

Cosa fare

Gli studi sulla resilienza e sull’elaborazione del lutto ci dicono che requisiti necessari sono il tempo, il ricordo, l’integrazione dell’evento e delle nostre reazioni ad esso all’interno della nostra vita.

Come in tutti gli eventi traumatici, il periodo immediatamente successivo all’evento ha un’importanza essenziale, pertanto è molto importante la prima comunicazione della perdita, gli operatori sanitari dovrebbero essere pronti soprattutto nell’essere empatici col dolore della perdita e a indirizzare i genitori verso qualcuno che sia in grado di fornire loro aiuto, considerando che i ricordi degli eventi si consolidano nel momento immediatamente successivo, con la mediazione degli ormoni dello stress (adrenalina, norepinefrina, cortisolo), forma un ricordo vivido e catastrofico, quindi è essenziale che medici, ostetriche e infermieri abbiano la preparazione necessaria per informare, sostenere e accudire coppia dei genitori.

Emdr e la Terapia Sensomotoria

L’EMDR e la Terapia Sensomotoria si focalizzano sui disturbi post-traumatici sbloccando meccanismi disfunzionali a livello somatico, cognitivo ed emotivo.

La psicoterapia non elimina il dolore ma aiuta i genitori a liberarsi dai vissuti di colpa, incapacità e incuria e da tutte le emozioni negative che ostacolano la piena risoluzione del lutto.

Il trattamento EMDR è un metodo psicologico efficace nella risoluzione adattiva di un lutto prenatale sia fisiologico che complicato. In particolare, con il metodo EMDR i genitori e lo psicoterapeuta lavorano insieme sugli aspetti più traumatici della perdita del figlio o della figlia avvenuta durante la gravidanza, al parto o dopo la nascita (la comunicazione della diagnosi e della morte, immagini dell’ospedalizzazione, ricovero, intervento chirurgico, parto, degenza, rientro a casa). Nel caso di un aborto precoce gli aspetti traumatici possono riguardare l’aver perso la possibilità di generare e quindi il vedersi inutili, sentirsi negati la possibilità di diventare genitori da non dimenticare tutto ciò che succede durante l’aborto precoce dalla comunicazione alla sala operatoria, il ritorno a casa e il confronto con la società.

L’EMDR può essere usato al fine di completare l’elaborazione di aspetti traumatici nel lutto fisiologico, per evitare i fattori che complicano l’elaborazione, e nel lutto complicato, per elaborare gli ostacoli che impediscono l’elaborazione.

La Terapia Sensomotoria è una terapia basata sul colloquio, orientata al corpo, sviluppata negli anni ‘80 da Pat Ogden, con il contributo di Ron Kurtz (1990) e del metodo Rolf di Integrazione Strutturale (Rolf 1987), arricchita da contributi dei campi dell’attaccamento, delle neuroscienze e della dissociazione. Unisce approcci cognitivi ed emotivi, dialogo e interventi fisici che affrontano direttamente i ricordi impliciti e gli effetti neurobiologici del trauma. Utilizza come punto di accesso primario l’esperienza somatica anziché gli eventi o la “storia” per il trattamento dei traumi, si rivolge alla modalità di elaborazione delle informazioni da parte del corpo e alla sua interfaccia con le emozioni e con l’attribuzione di significati cognitivi.

Conclusioni

Un lutto prenatale mette sempre a dura prova la coppia genitoriale, ma dipende dal momento e dall’investimento delle persone coinvolte. Infatti nell’ aborto precoce la sofferenza è direttamente proporzionale all’investimento in quella gravidanza, e quindi quel bambino già è presente nell’immaginario della coppia. Ciò che fa aumentare la sofferenza in tale perdita è il non riconoscimento perché non essendoci stato un bambino già formato per la società non è una cosa grave, ma viene visto come un evento facilmente attraversabile, dimenticando così ciò che viene costruito dalla coppia in quel breve periodo.

Sia la madre che il padre si chiudono perché dalla società verranno solo respinti anziché accuditi, come anche dalla stessa sanità. Il senso di colpa pertanto è molto presente e l’assunzione di responsabilità è tanto maggiore nella madre, soprattutto perchè ha la credenza di aver causato direttamente o indirettamente un danno, di aver avuto la volontà di farlo e di aver avuto il poter di evitarlo. Ciò comporta un abbassamento dell’autostima morale in cui la madre valuta negativamente non solo il proprio comportamento ma anche se stessa in quanto artefice dello stesso. Inoltre il bias del senno di poi è molto più forte in quanto molte volte nell’ aborto precoce non si riesce a risalire alle cause dell’ aborto ed ecco che tale modalità di pensiero può aumentare, aumentando cosi anche il senso di colpa.

Pertanto è fondamentale nella percorso terapeutico affrontale le credenze che sono alla base di tale emozione, per alleviare il dolore ed arrivare piano paino all’accettazione di un aborto precoce.

La ruminazione rabbiosa è perseverante solo se la ritengo incontrollabile: il ruolo della metacredenza in uno studio prospettico – Congresso SITCC 2018

La ruminazione rabbiosa è perseverante solo se la ritengo incontrollabile: il ruolo della metacredenza in uno studio prospettico

Alessia Offredi, Davide Varalli, Gabriele Caselli, Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli

 

La ruminazione rabbiosa è uno stile di pensiero perseverante relativo alle cause e alle conseguenze di un episodio che ha suscitato rabbia nel soggetto. Essa può essere mantenuta da specifiche credenze metacognitive, ovvero convinzioni dell’individuo sui propri pensieri e sulle proprie capacità di gestirli. Il presente studio ha l’obiettivo di identificare se la ruminazione rabbiosa tende a perseverare per caratteristiche processuali interne, o sia perseverante a causa di specifiche metacredenze. Un campione non clinico di settantasei soggetti ha partecipato alla ricerca compilando un monitoraggio giornaliero per due settimane, che misurava episodi di rabbia, ruminazione e credenze metacognitive. I risultati mostrano che, nei quattro giorni successivi all’episodio di rabbia, la metacredenza relativa all’incontrollabilità dei pensieri è l’unico predittore stabile di ruminazione rabbiosa, al contrario del numero di episodi di rabbia e ruminazione stessa, che hanno un effetto limitato nel breve termine. I dati supportano la necessità di focalizzare l’intervento terapeutico sulla convinzione di incontrollabilità, attraverso una concettualizzazione e un trattamento svolti in ottica metacognitiva.

 

Le dimensioni dello stress psicosociale

Lo stress non è una condizione assoluta, ma è piuttosto risultato della nostra percezione: un evento diventa problematico quando un individuo lo percepisce come causa di un dispendio di energie superiore al livello da lui considerato accettabile.

Roberto Minotti e Jasmine Di Benedetto

 

Una lettura antropologica dello stress

Durante la preistoria l’uomo e la donna avevano dei ruoli sociali ben definiti dal loro milieu e conseguenzialmente a ciò il maschio aveva maturato un habitus guerriero che lo spingeva ad andare a caccia, in generale a procacciare cibo per il sostentamento del gruppo domestico, della tribù. La femmina rispettava le disposizioni da lei incorporate procreando e preoccupandosi della cura, della gestione e dell’educazione della prole.

Nel complesso il gruppo domestico viveva in una società semplice dove il pericolo era sempre in agguato ed era rappresentato da un animale feroce da cui doversi difendere, da una calamità naturale, dall’aggressione di una tribù vicina.

Queste situazioni di pericolo generano nel cervello degli impulsi che attivano il nervo vago smart ventrale il quale inibendosi produce una reazione di tipo attacco/fight o di evitamento/flight, funzionale alla sopravvivenza e, per tale ragione, si è trasmessa di generazione in generazione per giungere sino a noi. Il nostro sistema nervoso autonomo ha quasi del tutto perso l’impulso primitivo, animalesco di congelamento/freezer indotto dal nervo vago dorsale più antico, che risulta essere maladattativo per l’uomo/animale sociale in quanto non permette lo sviluppo delle relazioni/affiliazioni sociali.

Questo perché viviamo in una società complessa dove il rischio di vivere situazioni estremamente pericolose è quasi assente rispetto all’antichità o comunque contestualizzabile in situazioni limite come guerre, terrorismo, calamità naturali, incidenti, ecc.. Abbiamo ereditato geneticamente queste risposte automatiche inibitorie in quanto funzionali alla sopravvivenza, che vengono attivate o riattivate quando l’individuo ha subito un trauma che ha riguardato la sua sicurezza ed incolumità, andando a modificare sia il suo livello fisiologico di risposta a stimoli, sia il livello cognitivo ed emotivo.

È sufficiente il ricordo del trauma per innescare una serie di processi fisiologici quali palpitazioni, problemi respiratori, iper-sudorazione come se la persona stesse nuovamente rivivendo il trauma reale; ciò dipendente da quello che la nostra mente produce partendo da schemi mentali (reti neurali) che, proprio a causa dell’evento traumatico, tende a cristallizzarsi, non permettendo la sana connessione tra diverse zone dell’encefalo. Potremmo dire che il trauma rappresenta l’assenza di metabolismo tra le vare aree dell’encefalo che tendono continuamente all’associazione e alla connessione.

La comprensione dello stress

In una prospettiva psicologica, lo stress non è considerato come una condizione assoluta che può colpire le persone, ma come un accadimento che diventa problematico solo qualora sottoponga un individuo a un dispendio di energie superiore al livello da lui considerato accettabile.

Fondamentale è il momento della valutazione del processo mentale, durante il quale un individuo dà ad un evento un significato soggettivo e personale.

È il percepire l’evento come stressante, che lo rende tale. Se un individuo considera le proprie risorse come adeguate a far fronte alle richieste che gli arrivano dall’esterno, può adattarsi con successo anche se le domande ambientali sono considerevoli. Questo processo si chiama coping e considera tutte le strategie che l’individuo mette in atto per risolvere le difficoltà.

Lazarus e Folkman (1984) definiscono il coping come gli sforzi costanti, sia cognitivi che comportamentali, di cambiare o gestire specifiche domande interne o esterne che sono valutate come gravose o eccessive per le risorse della persona ed i processi di valutazione delle strategie da adottare sono essenzialmente due: la valutazione primaria e secondaria.

Folkman e Lazarus (1988) considerarono quindi otto principali strategie di coping:

  • attivazione di confronto
  • di stanziamento
  • autocontrollo
  • ricerca di supporto sociale
  • accettazione della responsabilità
  • fuga ed evitamento
  • problem solving programmato
  • rivalutazione positiva

Questi autori differenziano due tipi di coping: quello centrato sul problema e quello centrato sull’emozione. Nel processo di coping centrato sul problema l’individuo analizza il problema per capirlo meglio, lo elabora e segue un piano di azione. In questo contesto, la persona chiede anche consiglio a persone amiche o familiari e talvolta anche a persone specializzate come uno psicologo.

Nel coping centrato sull’emozione, il soggetto cerca di rimuovere il problema o di osservarne soltanto il lato positivo; rivaluta positivamente tutta la faccenda e si rifiuta di pensarci eccessivamente.

I processi di coping possono, quindi, aiutare gli individui a mantenere l’adattamento psicosociale durante le condizioni di difficoltà che sono fondamentali per resistere allo stress. Questa capacità è il potere o l’abilità di ritornare alla forma di composizione originale dopo essere stati piegati, schiacciati o sottoposti a forti tensioni.

Mccubbin, Thompson, Thompson e Futrell (1999) individuano le seguenti caratteristiche principali per la resilienza: l’elasticità e la galleggiabilità.

Secondo questi autori i fattori critici per il recupero rispetto alla condizione di difficoltà sono:

  • la capacità di integrazione
  • il supporto nella costruzione del senso di stima
  • l’ottimismo
  • la fiducia in sé ed uguaglianza
  • il sostegno di guida
  • i significati
  • lo schema

Un contributo importante viene anche da Olson, che ha definito un suo modello (MASH – Multisystem Assessment of Stress and Healh) che per valutare i concetti di stress, delle strategie di coping e adattamento considerando quattro unità di analisi: l’individuo, la coppia, la famiglia e il sistema sociale e lavorativo.

Secondo questa ipotesi quanto più un individuo, una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro privilegiano, nei momenti di stress, gli aspetti di vicinanza emotiva e di flessibilità circa le regole e le strutture di potere e sviluppano una buona comunicazione, tanto più l’evento stressante ha la possibilità di essere superato.

È oramai accertato che lo stress non è da considerarsi negativo, piuttosto una moneta a due facce (Farrè, 1999). Fino a quando il livello delle catecolamine, dei cortisteroidi danno tono all’organismo e alla psiche preparando l’individuo ad una prestazione ottimale, tale processo è positivo e benefico; quando viceversa i livelli fisiologici e psichici oltrepassano la soglia di guardia tale processo può divenire nocivo. Queste due risposte vengono definite nella letteratura riguardante lo stress come: eustress (dal greco eu “bene”) e distress (dal greco dys “peggiore”). Secondo Richard Earle, direttore del Canadian Istitute of Stress,

l’eustress è qualcosa di molto simile a quanto chiamiamo vitalità; in altre parole, è tutta l’efficacia dell’energia da stress e riduce al minimo la velocità dell’invecchiamento (Earle, Imrie & Archbold, 1990)

Non bisogna però dimenticare l’altra faccia della medaglia quando cioè il continuo accumularsi di stimoli stressori porta ad un’eccessiva attivazione fisiologica e quindi a intensi periodi disadattamento generale dell’individuo.

Nella tabella di seguito proposta sono riassunte le conseguenze ai vari gradi stress appena descritti e le tipologie di risposta date dall’organismo.

Tabella 1 (Farrè, 1999):

vari gradi di stress

Sono state formulate alcune ipotesi secondo cui l’iniziale livello di stress che migliora le risposte mentali e fisiche dell’individuo, con l’aumento del grado di stress porti invece ad un loro decadimento.

Un’ipotesi denominata degli sprechi cognitivi, afferma che gli eventi più stressanti sono proprio quelli che sfuggono al nostro controllo perché richiedono da parte dell’individuo una continua ed intensa attenzione.

La seconda ipotesi, detta del senso della frustrazione, è relativa alle risposte di fastidio, aggressive e di rabbia derivanti dalla frustrazione per lo stress percepito.

L’ultima teoria, del senso d’impotenza, afferma appunto che un individuo che si imbatta in ripetuti insuccessi per raggiungere un obiettivo difficile, tenda successivamente a trascurare anche gli obiettivi più semplici.

Questa teoria deriva da quella formulata da Martin E.P. Seligman (l’impotenza appresa) (1975); che grazie ad un suo ormai noto esperimento (Ricordiamo che tale esperimento prevedeva il coinvolgimento di tre gruppi di studenti. Il primo gruppo era esposto ad uno stressore: un ronzio e dovevano farlo cessare premendo i pulsanti giusti su di un pannello posto di fronte a loro, ma nessun pulsante poteva far smettere tale ronzio poiché l’apparecchiatura era finta. Il secondo gruppo era anch’esso esposto al ronzio, ma la sua apparecchiatura era efficace e rispondeva ai comandi. Il terzo gruppo non era sottoposto ad alcun rumore. Nella seconda fase dell’esperimento tutti e tre i gruppi erano esposti al rumore e potevano, manovrando una cassetta, far cessare il rumore. I risultati dimostrarono che il secondo ed il terzo gruppo ben presto impararono ad usare la cassetta per far cessar il ronzio, mentre il primo gruppo non utilizzò la cassetta subendo tutto il fastidio per l’intera durata dell’esperimento) arrivò a descrivere tre caratteristiche circa l’impotenza appresa: motivazionale (in cui la persona non fa nulla per cambiare lo stato di stress), cognitiva (la stessa persona non riesce ad apprendere le strategie idonee affinché cambiare tale stato) ed emotiva (in cui la persona può ammalarsi di depressione).

Successivamente Seligman (1991) cambiò l’espressione impotenza appresa con pessimismo appreso mettendo l’accento proprio sull’incapacità del soggetto nel trovare soluzioni e strategie efficaci alla risoluzione dell’evento stressante.

Nell’uomo, infatti, gli stressori più comuni sono quelli di tipo sociale e psicologico; il presente studio cercherà di esaminare ed evidenziare come alcuni tratti psicologici, stimoli sociali e comportamenti interagiscano tra loro determinando reazioni spesso disadattive.

Sembra oramai ben chiara la correlazione tra sistema immunitario, sistema nervoso centrale e stress (Mezzani & Pacciolla, 2002). Situazioni psicologicamente intollerabili per l’organismo si possono tradurre in malattia organica.

Specifici studi effettuati su animali di laboratorio sembrano confermare che l’alto livello di stress modifichi in qualche misura anche il sistema vegetativo, endocrino, immunitario e che in ultima analisi, influenzi il decorso di malattie organiche gravi.

La correlazione tra psiche e soma è meglio spiegabile quando il locus of control, quando questo è di tipo esterno, cioè l’individuo tende a darsi spiegazioni più irrazionali senza nessuna base conoscitiva, le conseguenze allo stress appaiono più gravi.

Donald Meichenbaum (1995) è giunto all’elaborazione di un programma (stress inoculation training) tenendo conto dell’aspetto cognitivo. Secondo questo autore, attraverso un addestramento all’immunizzazione dallo stress, l’individuo arriva ad affrontare meglio lo stress considerando tale terapia equivalente al classico vaccino. La prima fase di immunizzazione incomincia con l’apprendimento del senso dello stress e della sua natura cognitiva. Si procede quindi ad affrontarlo in modo adeguato e alla modificazione delle cognizioni errate. L’ultimo step è insegnare al soggetto ad applicare queste nuove conoscenze in situazioni reali. Tra le procedure per la padronanza ed il controllo dello stress si procede con tecniche di rilassamento; queste modalità risultano essere molto efficaci a fronteggiare lo stress come pure il ricorso a strategie cognitive atte a ristrutturare i problemi e gestirli in maniera più adeguata. Questa pratica comprende anche giochi di ruolo e modellamenti con il terapeuta e anche esercitazioni in situazioni reali (Pervin & John, 1997).

L’ipnosi in pratica. L’induzione della trance e la sua applicazione in ambito clinico (2018): alla scoperta dell’uso della tecnica ipnotica in psicoterapia – Recensione del libro

ll testo L’ ipnosi in pratica di Rabuffi, Petruccelli e Grimaldi riesce in modo chiaro ed essenziale a fornire indicazioni pratiche per chi vuole conoscere la tecnica dell’ipnosi in ambito clinico.

 

Nella prima parte del libro L’ ipnosi in pratica si affronta un tema molto importante: l’ ipnosi clinica non va assolutamente confusa con l’idea mistica e teatrale dell’ ipnosi da spettacolo.

L’ ipnosi è infatti una procedura applicata con successo in ambito clinico per lo sviluppo personale, nel controllo del dolore e delle emozioni, nelle dipendenze, nell’ansia, nella depressione, per elaborare ricordi traumatici e accedere a processi e pensieri inconsci, con un sempre maggiore riscontro in letteratura scientifica.

In merito all’ipnotizzabilità dei soggetti, in uno studio condotto alla University of California di Stanford su un campione di circa 20.000 individui è stato evidenziato come circa il 10% sia refrattario all’ ipnosi, il 30% raggiunga uno stato di leggera trance, un altro 30% raggiunga uno stato intermedio e il resto entri in una condizione di ipnosi profonda (Perussia, 2013).

L’ ipnosi in pratica: dove ha origine l’ ipnosi?

Da un punto di vista storico viene ricordato che, sebbene l’ ipnosi sia un fenomeno riconosciuto già dagli antichi egizi, è ai lavori di Mesmer (1734-1815) che si fa risalire l’ ipnosi moderna. La figura di Charcot (1825-1893) sarà successivamente determinante per la diffusione negli ambienti medici ufficiali della tecnica ipnotica alla Salpetriere, ritenuto da molti l’ospedale psichiatrico più famoso dell’Ottocento. (Casiglia E., 2015)

P. Janet (1859-1947), S. Freud (1856-1939), C. Hull (1884-1952) sono alcuni tra i primi autori famosi che hanno applicato il metodo ipnotico e fornito un contributo rilevante al suo studio in ambito clinico.

Sarà Milton Erickson (1901-1980), allievo di Hull, a concepire l’ ipnosi come uno stato modificato di funzionamento che il soggetto può utilizzare per trovare le risorse utili alle sue problematiche; l’ ipnosi non modifica quindi la persona né le sue esperienze di vita passata ma aiuta le persone a superare i limiti appresi così da poter utilizzare pienamente le proprie risorse.

In cosa consiste praticamente una seduta di ipnosi?

Nel libro L’ ipnosi in pratica sono ben descritte le cinque fasi del processo: preparazione, induzione della trance e relativo approfondimento, suggestione terapeutica ed emersione. Viene fornita la descrizione di numerosi approcci per il processo di induzione verbale, non verbale e con tecniche strumentali (Perussia, 2013; Petruccelli & Grimaldi, 2013; Benemeglio, 2014; Regaldo., 2014). Vengono inoltre descritte interessanti suggestioni (dirette e indirette) per promuovere il cambiamento e affrontare specifici disturbi.

Secondo la descrizione fornita dall’American Psychological Association, una sessione di ipnosi inizia con l’ipnotista che informa la persona sulle caratteristiche essenziali del processo e sul fatto che gli verranno somministrate delle suggestioni, tali da favorire esperienze immaginative.

L’ipnotista sceglierà quindi, anche sulla base delle caratteristiche della persona, il metodo più opportuno per l’induzione, l’approfondimento della trance e guiderà la persona affinché risponda, con la sua esperienza soggettiva, a delle suggestioni di cambiamento della percezione, delle emozioni, dei pensieri e comportamenti.

I dettagli delle procedure ipnotiche e delle suggestioni terapeutiche somministrate cambieranno a seconda degli obiettivi che si pone il professionista in accordo con il soggetto (American Psychological Association, 2003).

Nella fase di suggestione terapeutica gli schemi e le strutture abituali della persona sono temporaneamente modificati, così da renderla più ricettiva a nuovi modelli di associazione e di funzionamento mentale.

Secondo M. Erickson (1982), la persona ipnotizzata rimane se stessa. L’ ipnosi non altera la sua esperienza di vita passata ma consente di conoscere maggiormente se stessi esprimendosi più adeguatamente.

Il processo ipnotico termina con l’emersione dallo stato di trance.

Durante la trance e nelle fasi immediatamente successive alla emersione si possono verificare modificazioni della memoria come, ad esempio, l’ipermnesia. Un caso di ipermnesia (notevole aumento delle capacità di memoria) è stato documentato da Granone (1994) che è riuscito, in uno dei suoi esperimenti, a far trascrivere ad un individuo in ipnosi un testo di trenta parole che il soggetto aveva letto una sola volta prima. La stessa prova ripetuta numerose volte in stato di veglia, dopo attenta lettura del testo, non aveva fornito lo stesso risultato. Un altro esempio di ipermnesia è la regressione di età (che non ha nulla a che vedere con la regressione a vite precedenti! nda) che si manifesta in ipnosi secondo due differenti modalità: il soggetto vede e ricorda il passato con la sua personalità presente oppure dimentica il suo stato presente per assumere atteggiamenti ed espressioni del passato (Pradevecchi, 2001).

In conclusione

L’ultima parte del libro L’ ipnosi in pratica è dedicata agli aspetti giuridici dell’ ipnosi con riferimento alle implicazioni penali per chi applicasse su altre persone il metodo ipnotico senza essere un professionista sanitario e con scopo scientifico o di cura.

L’ ipnosi è una tecnica che in determinate situazioni può essere estremamente efficace ma come tutte le tecniche terapeutiche va utilizzata solo nei casi in cui sia realmente opportuno e da parte di personale sanitario con specifica esperienza e preparazione.

Il testo L’ ipnosi in pratica non sostituisce la formazione di base necessaria al clinico per poter utilizzare questa tecnica ma rappresenta uno strumento ricco di riflessioni e indicazioni operative per la pratica nelle varie situazioni.

Psicologia Epigenetica: la nuova frontiera della Psicologia

Le recenti conoscenze relative all’impatto della gestione dello stress sull’epigenetica cellulare determinano un nuovo settore delle scienze psicologiche: la psicologia epigenetica, cioè lo studio scientifico dell’influenza dei fattori psicologici sui processi epigenetici. L’impatto, sia clinico che non, della psicologia epigenetica è assolutamente rilevante.

 

Prima di introdurre la definizione di Psicologia Epigenetica farò un breve excursus storico nel settore della biologia teorica e delle neuroscienze per far meglio comprendere il perché è giustificato parlare di un nuovo settore ed un nuovo paradigma della psicologia scientifica.

I piuttosto recenti concetti di neuroplasticità ed epigenetica sviluppati rispettivamente all’interno delle neuroscienze e nel contesto della biologia molecolare, hanno anche prodotto un terreno culturalmente fertile per la nascita del settore della Psicologia Epigenetica: vediamo in sintesi perché.

Psicologia Epigenetica: alle sue orgini le scoperte sulla neuroplasticità

La neuroplasticità è un concetto che è stato (ri)accettato e condiviso dalla comunità scientifica meno di due decenni fa (anche se in passato è stato più volte considerato almeno dal punto di vista teoretico) ed ha decretato una svolta all’interno del paradigma dualistico mente/corpo perché ha dimostrato come l’aspetto psicologico possa determinare un cambiamento strutturale e funzionale nelle cellule nervose (neuroni) che compongono il sistema nervoso.

Attraverso tecnologie che hanno permesso un dettaglio temporale e spaziale del cervello prima inarrivabile (soprattutto grazie alla risonanza magnetica funzionale e alla tomografia ad emissione di positroni) è stato possibile registrare il cambiamento morfologico e funzionale di strutture quali ad esempio l’ippocampo, la corteccia prefrontale e l’amigdala, in seguito all’esposizione di specifiche esperienze che hanno indotto un determinato pattern psicologico.

Tra i più noti e paradigmatici studi sulla neuroplasticità c’è la ricerca sui tassisti londinesi che in seguito a due anni di intenso apprendimento della mappa della città per superare la prova necessaria per essere abilitati, sviluppano maggiormente una porzione di ippocampo dedicata alla codifica mnemonica delle informazioni spaziali (Maguire et al., 2006); o lo studio dove si dimostra che un periodo di otto settimane dove vengono apprese ed eseguite tecniche di gestione dello stress determinano una diminuzione della densità cellulare dei neuroni amielinici dell’amigdala (Hölzel et al., 2010).

Questa serie di studi hanno recentemente intaccato il modello biomedico largamente condiviso dalla comunità professionale che dava per scontata l’impossibilità anche teorica da parte dei processi psicologici di indurre modificazioni morfologiche e funzionali a livello cellulare (modello dualistico mente/corpo).

Alla luce di questi recenti studi sulla neuroplasticità si comprese con chiarezza che l’aspetto mentale poteva generare un cambiamento sulla morfologia e sulla funzione cellulare anche se non si conoscevano i dettagli del meccanismo biologico molecolare attraverso il quale avveniva questo cambiamento (Berlucchi & Buchtel, 2009).

Ecco il motivo per cui è fondamentale a questo punto parlare di epigenetica.

Epigenetica: l’importante contributo alla Psicologia

L’epigenetica, cioè il secondo fattore che ha creato le basi per lo sviluppo della Psicologia Epigenetica, ha rivoluzionato il dogma centrale della biologia molecolare (adottato dal mainstream biomedico da più di mezzo secolo) perché ha dimostrato che l’informazione biologica non era esclusivamente unidirezionale (nel senso che fluiva unicamente dal genotipo rappresentato dal DNA al fenotipo rappresentato dagli aminoacidi) ma, almeno in parte, bidirezionale perché includeva anche i vari meccanismi che selezionavano attivamente quali porzioni di DNA “esprimere” in aminoacidi (e quindi in proteine, i “mattoncini” che costituiscono le nostre cellule) rendendo virtualmente “silenti” e non funzionali quelli non codificati in un fenotipo.

Il cambiamento di paradigma è stato importante perché da una visione unidirezionale e lineare che ad un genotipo vedeva corrispondere un determinato e specifico fenotipo (cioè un particolare organismo), si è passati ad un concetto molto più complesso dove il contesto fenotipico cellulare dialoga continuamente in maniera dinamica con le informazioni codificate nel DNA.

Le conseguenti implicazioni di cosa si intende per fitness dell’organismo (e quindi delle derivanti dinamiche evoluzionistiche) in questa nuova visione è un qualcosa di molto diverso rispetto la visione precedente che assegnava una priorità assoluta alle informazioni genetiche contenute nei cromosomi rispetto le informazioni non provenienti dal genotipo.

In sintesi negli ultimi anni si è passati ad una visione biologica dove al genotipo veniva attribuito un valore assoluto, che dettava in maniera deterministica la maggioranza delle caratteristiche dell’organismo, ad una visione dove invece l’ambiente esterno al DNA contribuisce attivamente a regolarne la funzione modellando la forma e le funzioni dell’organismo.

Abbastanza recentemente il settore della biologia molecolare dove si studia l’effetto differenziale dell’espressione genetica è stato definito “epigenetica” perché si riferisce appunto alla capacità della cellula di operare “sopra” il piano genetico ossia sulle informazioni codificate nel DNA.

Il termine è stato utilizzato prendendolo in prestito dal grande embriologo inglese Conrad Waddington che nel 1942 coniò questa parola per riferirsi alle varie differenti traiettorie fenotipiche che possono derivare dal medesimo genotipo.

Non è un caso che Waddington fosse un embriologo perché, malgrado il concetto di epigenetica non fosse accettato e riconosciuto dai sostenitori del dogma centrale della biologia molecolare, qualsiasi studioso di biologia dello sviluppo dell’organismo era ben consapevole dell’importanza dei processi “extra” genetici perché l’unico modo di spiegare lo sviluppo differenziale di organismi pluricellulari da un’unica cellula (rappresentato, ad esempio, nei vertebrati dall’uovo fecondato dallo spermatozoo) è quello di pensare ad un meccanismo che, oltre a fare molte copie dell’originale, sceglie selettivamente cosa deve essere espresso (e cosa no) in aminoacidi e quindi in proteine per generare cellule morfologicamente differenti pur contenenti il medesimo DNA (pensiamo per esempio a quanto differente sia una cellula nervosa da una del sangue o muscolare).

L’epigenetica dunque amplia e rende più complesso il dogma centrale della biologia molecolare perché aggiunge un nuovo flusso informazionale che seleziona quale porzione di genotipo deve essere espressa, e cosa invece deve essere “silenziata”, influenzando il fenotipo dell’organismo senza alterare il contenuto stesso del DNA.

Mi sono dilungato nel descrivere questo cambiamento paradigmatico del settore della biologia molecolare e della plasticità neurale perché questa nuova visione “allargata” ed maggiormente interconnessa tra le informazioni genetiche e quelle “extra” genetiche permette, come vedremo di seguito, di considerare i fattori psicologici quali fattori “esterni” al DNA ma che ne modulano l’espressione determinandone la fitness globale.

Non è un caso che ad una ricerca scientifica pioneristica pubblicata nel 2004, di cui parlerò tra breve, abbiano collaborato proprio biologi molecolari e psicologi. Come vedremo, per la prima volta nella storia della scienza, questo studio ha dimostrato come il livello genetico e quello psicologico siano interconnessi in un modo assolutamente inconcepibile fino a pochi anni fa.

Psicologia Epigenetica: l’influenza dello stress sui telomeri

Negli anni Ottanta le innovative ricerche sui telomeri della dott.ssa Blackburn e del suo team di ricercatori (Blackburn, 1991; Blackburn, 2010) hanno evidenziato come queste strutture biologiche composte da DNA non codificante che si trovano sulla parte terminale di tutti i cromosomi (per evitarne la disgregazione strutturale del DNA stesso e la fusione intercromosomica) sono fondamentali per determinare la longevità e la senescenza cellulare.

La misurazione dei telomeri è diventata in biologia molecolare il riferimento più affidabile per determinare la longevità cellulare tanto che i telomeri sono ormai considerati al pari di “orologi” biologici che indicano lo stato di salute delle cellule.

Più sono lunghi i telomeri e più è efficace il lavoro di manutenzione fatto sugli stessi telomeri per opera della telomerasi (un’enzima dedicato a questo scopo) più lunga è la vita della cellula e migliore sarà la sua fitness globale. Più corti sono i telomeri più la cellula tende ad avere problemi d’invecchiamento fino al punto in cui, al limite inferiore della loro lunghezza, i telomeri generano un segnale molecolare che avvia il processo di apoptosi (morte cellulare) decretando lo sfaldamento di tutto il genotipo dei cromosomi e quindi il declino irreversibile di tutta la struttura e funzione cellulare.

La dott.ssa Elizabeth Blackburn è stata insignita del premio Nobel per la medicina per i suoi rivoluzionari studi sui telomeri ed insieme ad altri colleghi, tra i quali spicca la psicologa Elissa Epel, nel 2004 ha dimostrato non solo che persone soggette a stress cronico per la continua assistenza prestata ai figli disabili presentano telomeri più corti rispetto chi non ne è esposto (l’ordine di grandezza è di circa 13 anni di invecchiamento cellulare!) ma anche che gestire poco efficacemente lo stress accelera il processo d’invecchiamento cellulare genetico, attraverso l’accorciamento velocizzato dei telomeri per il sempre più ridotto potere di mantenimento da parte della telomerasi (l’enzima che “ripara” la struttura dei telomeri).

Come precedentemente descritto questo accorciamento accelerato predispone nel medio/lungo termine a molte malattie cardiocircolatorie, immunitarie ed oncologiche (Prinz, 2011).

La ricerca delle due colleghe ha dimostrato inoltre un fattore di proporzionalità negli effetti telomerici sia rispetto l’esposizione allo stress negativo percepito sia rispetto il numero di anni di assistenza ai figli e quindi di stress cronico vissuto. Maggiore era il numero di anni in cui le madri si erano prese cura dei propri figli ed avevano vissuto la situazione con grande disstress psicologico (stress cronico), minore era la lunghezza dei loro telomeri e l’attività della telomerasi ma, combinando i dati di entrambi i due gruppi di madri, è emerso anche che le donne che erano riuscite a gestire più efficacemente lo stress mostravano telomeri più lunghi e una telomerasi più attiva rispetto coloro che gestivano lo stress meno efficacemente.

Personalmente sono convinto che questo studio sia una pietra miliare di quella che definisco Psicologia Epigenetica perché segna una svolta nella storia sia della biologia che della psicologia.

Per Psicologia Epigenetica intendo lo studio scientifico delle influenze che gli aspetti psicologici, nelle loro componenti cognitive, emotive e motivazionali, operano sull’espressione selettiva dell’informazione genetica (Epigenetica).

Lo studio citato ha dimostrato scientificamente per la prima volta, ed in un gruppo di persone, la connessione tra uno specifico stato psicologico esperienziale legato al vissuto personale ed il livello considerato dalla biologia come il più intimo e profondo, rappresentato dalla memoria genetica contenuta in tutte le cellule del nostro organismo.

Mai prima di questo studio si era verificata la connessione tra la capacità di gestire e percepire lo stress, aspetti strettamente mentali in genere considerati dall’ambiente biomedico come fattori anche causalmente incapaci di indurre un cambiamento sulle strutture fisiche organiche, e lo stato di longevità cellulare (per opera dei processi telomerici).

Ad essere originale in questa ricerca è proprio l’estensione e la tipologia della connessione tra gli estremi di un continuum definito da due codici e due linguaggi contemporaneamente così importanti per l’essere umano quanto distanti dal punto di vista delle dinamiche causali: i nostri processi psicologici/esperienziali ed il nostro codice genetico (Agnoletti, 2018).

Naturalmente ricerche epidemiologiche avevano già indagato, ad esempio, la connessione tra il concetto di stress cronico e la vulnerabilità in termini di incidenza di cardiopatie o problemi oncologici (si veda per esempio Rosengren et al. 2004) ma questo significativo legame era puramente statistico e non prendeva in considerazione il meccanismo fisiologico/cellulare attraverso il quale si realizzava questa relazione.

Nella ricerca condotta nel 2004 dalla Epel e dalla Blackburn una delle variabili più interessanti è invece proprio la connessione tra l’efficacia della gestione dello stress e la modificazione dell’espressione genetica per opera dei telomeri. Questa originale connessione rende questo studio inedito e ricco di conseguenze rilevanti per il settore della psicologia sia clinica che non.

Un altro punto molto importante di questa ricerca è la magnitudo dell’impatto cellulare epigenetico correlato alla variabilità relativa la gestione dello stress: una media di 13 anni di longevità cellulare.

In altre parole, a parità di altre condizioni, chi soffre di stress cronico ha un’aspettativa di vita di almeno 13 anni inferiore rispetto chi non ne soffre. Questo ordine di grandezza è assolutamente rilevante anche se considerato in maniera comparativa con le medie riscontrate negli studi che hanno preso in considerazione l’attività motoria e la nutrizione (Puterman et al., 2010; Puterman et al. 2011; Jang & Serra, 2014; Park et al., 2017).

Psicologia Epigenetica: i successivi studi sullo stress

Da questo studio pioneristico si sono succeduti molti altri studi che possiamo ascrivere alla Psicologia Epigenetica perché accomunati dal fatto che l’oggetto delle ricerche è l’esplorazione delle conseguenze a livello epigenetico di aspetti psicologici.

In vari studi successivi condotti sempre dalla Epel e dalla Blackburn (Epel et al., 2009; Conklin, et al., 2015) è stato dimostrato ad esempio anche che, coloro che praticavano regolarmente specifiche tecniche di gestione dello stress insegnate durante l’esperimento, sono caratterizzati dall’avere un processo di invecchiamento cellulare rallentato (per l’effetto positivo sull’attività della telomerasi).

Altri studi similari hanno inoltre riscontrato che l’essere ansiosi per una possibile futura situazione negativa accelera l’invecchiamento cellulare riducendo la telomerasi (Puterman et al. 2009), hanno confermato che la meditazione e la conseguente percezione di controllo che un gruppo di persone acquisiva adottando quotidianamente questa pratica incrementava l’attività dell’enzima della telomerasi (Jacobs et al., 2011; Schutte & Malouff, 2013) così come hanno accertato gli effetti positivi della pratica yoga sui telomeri di caregivers con sintomi depressivi (Lavretsky et al., 2012).

Tra le tante altre ricerche degne di nota del settore della Psicologia Epigenetica cito ancora gli interessanti studi sull’impatto degli eventi traumatici sui telomeri dei bambini (Price et al. 2013, Kananen et al. 2010), la ricerca che ha verificato il cambiamento epigenetico relativa il controllo dell’insulina, il metabolismo energetico e della gestione delle infiammazioni conseguente la pratica del rilassamento autoindotto “relaxation response” (Bhasin et al. 2013), lo studio sulle differenti ricadute epigenetiche delle esperienze psicologiche edonistiche rispetto quelle eudaimoniche (Fredrickson et al. 2013) e quello dove si evidenzia che l’atteggiamento pessimistico è correlato con l’accorciamento telomerico (O’Donavan et al., 2009).

Le prospettive della Psicologia Epigenetica

Come si può facilmente capire la Psicologia Epigenetica permette di comprendere un’originale comunicazione tra il mondo della Psicologia, spesso confinato e considerato importante unicamente dal punto di vista esperienziale ma incapace dal punto di vista causale di impattare nel mondo fisico e tangibile delle cellule, e proprio il mondo della Biologia, dell’espressione genetica delle cellule che compongono il nostro organismo e quindi del riferimento che generalmente consideriamo e riconosciamo culturalmente (almeno in Occidente) come più significativo e fondamentale per migliorare il nostro stato di salute ed il nostro benessere.

La Psicologia Epigenetica si distingue da altri settori scientifici come, ad esempio la Genetica Comportamentale o le Neuroscienze, per il fatto che indaga le relazioni tra le dimensioni squisitamente psicologiche (cognitive, emotive e motivazionali) ed i processi epigenetici della Biologia Molecolare.

In estrema sintesi gli studi appena citati relativi la Psicologia Epigenetica dimostrano come la quantità e qualità delle esperienze che facciamo, sia determinate dai nostri processi decisionali intenzionali che non, stabiliscono gli stati mentali ed i comportamenti che conduciamo influenzando l’espressione del livello biologicamente più intimo del nostro organismo, quello genetico modificandone anche la longevità cioè l’aspettativa di vita dell’organismo.

Diversamente da quanto considerato in passato, la consapevolezza che gli stati psicologici sia positivi che negativi hanno un impatto così rilevante sulla fitness cellulare e sulla fisiologia del nostro organismo deve ottenere maggiore spazio all’interno delle future pratiche cliniche, delle politiche e delle istituzioni finalizzate a migliorare la salute ed il benessere delle persone.

 

Percezione del dolore nei neonati: il ruolo di specifiche regioni cerebrali

In che modo i neonati provano dolore? Secondo una ricerca pubblicata su eLife i neonati percepiscono le sensazioni di dolore in modo simile agli adulti.

 

I ricercatori del Dipartimento di Pediatria e del Wellcome Center for Integrative Neuroimaging dell’Università di Oxford hanno identificato la rete neurale che controllerebbe la risposta cerebrale al dolore nei neonati.

Questi stessi ricercatori in un precedente studio, condotto nel 2015, avevano già dichiarato che i neonati provavano dolore allo stesso modo dei soggetti adulti. Rebecca Slater, autore principale dello studio e docente di Neuroscienze Pediatriche dell’Università inglese ha affermato:

Nel nostro lavoro precedente abbiamo usato una tecnica di imaging chiamata risonanza magnetica funzionale per dimostrare che l’attività cerebrale correlata al dolore nei neonati è simile a quella osservata negli adulti. Questa indagine invece si spinge oltre a questo: vogliamo infatti capire se il sistema di modulazione discendente del dolore è in qualche modo implicato nel determinare l’attività cerebrale correlata alle sensazioni dolorose.

Il sistema di modulazione discendente del dolore (in inglese Descending Pain Modulatory System – DPMS) è una rete di regioni cerebrali che lavorano per regolare sia gli input sensoriali in ingresso destinati al sistema nervoso centrale sia le reazioni comportamentali in risposta al dolore.

La ricerca

Con un disegno di ricerca simile a quello ideato per il primo studio, il team di ricercatori ha analizzato i dati della risonanza magnetica funzionale di 13 neonati che avevano, in media, 4 giorni di vita, reclutati presso il reparto maternità del John Radcliffe Hospital di Oxford. 
La risposta dolorosa veniva elicitata “colpendo” il piedino del neonato con una speciale asta.

Le scansioni hanno dimostrato che una maggior connettività della rete neurale mediata dal DPMS ha portato ad una minore attività cerebrale in risposta allo stimolo doloroso suggerendo così che questo insieme di regioni cerebrali influenza l’attivazione cerebrale connessa al dolore.

Un altro autore Sezgi Goksan, ricercatore presso i due centri di ricerca inglesi, ha spiegato i risultati ottenuti:

Nei soggetti adulti, una maggiore attività della rete DPMS è correlata a risposte comportamentali più basse in seguito a percezioni dolorose. Ciò detto, una possibile interpretazione dei nostri risultati potrebbe essere che: quando le regioni all’interno della rete DPMS sono funzionalmente connesse tra loro, i bambini, anche molto piccoli, presentano una maggior capacità di regolare la loro esperienza dolorosa con una conseguente diminuzione dell’attività cerebrale in risposta a questi stimoli.

Conclusioni e Prospettive future

Questo meccanismo risulta sorprendentemente simile a ciò che avviene nel cervello adulto. Tuttavia per comprendere a pieno come si sviluppa il DPMS durante la prima infanzia e in che modo questo sia influenzato dalle esperienze vissute in questo periodo sono necessari ulteriori studi che indaghino lo sviluppo di queste regioni cerebrali.

Goksan ha concluso:

Si è osservato che uno sviluppo anomalo della rete DPMS nella prima infanzia può portare ad una vulnerabilità a lungo temine in situazioni di dolore cornico. Ciò che sarebbe interessante studiare ulteriormente è proprio come queste anomalie possano avere conseguenze nei neonati in particolar modo in quelli nati pretermine.

L’esperienza ipnotica in psicoterapia. Manuale pratico di ipnoterapia cognitiva (2017) – Recensione del libro

L’esperienza ipnotica in psicoterapia. Manuale pratico di ipnoterapia cognitiva è un testo adatto agli “addetti ai lavori”, che traccia le linee guida, conoscitive ed applicative, per una efficace utilizzazione delle esperienze ipnotiche, cercando di evidenziarne il loro valore in psicoterapia.

 

Presupposti di base del libro sono le sempre più numerose nozioni apportate dalla ricerca nel campo delle neuroscienze, che ci consentono oggi sempre più di studiare, comprendere e almeno in parte spiegare i complessi meccanismi neurali di moltissimi eventi psichici, compresi quelli legati all’esperienza della trance ipnotica, quali l’empatia, la regolazione emotiva, il riconoscimento emozionale, la metacognizione, la flessibilità cognitiva, l’immaginazione e l’organizzazione delle azioni, l’esperienza della trance quotidiana spontanea.

L’esperienza ipnotica in psicoterapia: il contributo delle neuroscienze

I ricercatori sono riusciti infatti ad individuare le aree cerebrali maggiormente coinvolte in questi fenomeni, come la corteccia cingolata anteriore, l’ippocampo, la corteccia pre-frontale ventro-mediale; hanno illuminato l’oscura complessità di altri fenomeni psichici, anch’essi profondamente connessi con l’ipnosi, come la coscienza e la dissociazione, rendendone ancora più ardua la piena comprensione. Inoltre hanno individuato fenomeni psichici nuovi come il Default Mode Network, una rete neurale distribuita in diverse regioni corticali e sottocorticali, che viene generalmente attivata durante le ore di riposo e di attività “passive”, nell’ipnosi e nella meditazione (sembrerebbe legata anche ad importantissime funzioni come la capacità di accedere ai ricordi della propria vita, di riflettere sui propri e altrui stati mentali, di riconoscere stimoli familiari e non, e di provare emozioni in relazione a situazioni sociali che riguardano noi stessi o gli altri, di valutare le reazioni proprie e degli altri in alcune situazioni emotive).

Gli studiosi hanno soprattutto confermato l’influenza della dimensione sociale sullo sviluppo filogenetico di funzioni cognitive come i sistemi motivazionali, “al punto che alcuni studiosi vorrebbero ridenominare la nostra specie come Homo sapiens socialis“.

Ipnoterapia cognitiva: la prospettiva di Guidano

Partendo da queste considerazioni, e definendo i disturbi psichici primariamente come disturbi della socialità, questo il libro L’esperienza ipnotica in psicoterapia. Manuale pratico di ipnoterapia cognitiva osserva, analizza, descrive la dimensione sociale dell’ipnosi, spiegandone le caratteristiche peculiari, il significato e la potenziale utilità clinica; l’autore propone infatti l’ipnosi come processo privilegiato per la costruzione condivisa (con il paziente) di Organizzazioni di Significato Personale più adattative, nella prospettiva cognitivista che fa riferimento alle concettualizzazioni di Vittorio Guidano.

Secondo l’autore, la relazione ipnotica aiuta gli psicoterapeuti a riconoscere gli stati di trance spontanea che il paziente vive non solo durante l’emergenza sintomatica, ma anche nella sua vita quotidiana e all’interno delle sedute di psicoterapia. Le esperienze ipnotiche indotte in psicoterapia, invece, hanno una qualità relazionale a cui il paziente non è abituato e per questo possono avere un’intrinseca qualità curativa. L’esperienza ipnotica terapeutica consiste infatti in una particolare sospensione dall’orientamento conscio abituale che dà al paziente la possibilità di arricchire e articolare “la sinergia tra mente conscia e mente inconscia”.

La prima parte del libro L’esperienza ipnotica in psicoterapia. Manuale pratico di ipnoterapia cognitiva introduce quindi i concetti sopramenzionati, sottolineando le peculiarità delle tecniche ipnotiche, sulle vulnerabilità di talune auto-induzioni ipnotiche, ed introducendo il lettore ai concetti della mutua induzione ipnotica. Successivamente, il testo si focalizza su aspetti applicativi delle tecniche ipnotiche a varie organizzazioni di personalità: fornendo un esempio pratico per ciascuno di essi: il paziente fobico, il paziente ossessivo, il paziente depresso, il paziente con organizzazione “disturbi alimentari psicogeni.

Attività del progetto Psicologica del centro privato Studi Cognitivi Modena – Congresso SITCC 2018

Attività del progetto Psicologica del centro privato Studi Cognitivi Modena

Offredi Alessia, Caselli Gabriele, Giuri Simona, Brugnoni Alessandra, Gemelli Antonella, Manfredi Chiara, Piron Rossana

 

Sebbene l’approccio cognitivo e cognitivo comportamentale indichi tra gli elementi fondamentali del trattamento un’adeguata valutazione del caso, le modalità con cui essa viene condotta nella pratica clinica sono tra le più svariate. Ciò accade soprattutto nel setting privato, laddove ogni terapeuta, tra le mura del proprio studio, mette in atto scelte cliniche basate sulla propria formazione e esperienza. Nonostante sia comprensibile alla luce della scelta di chi effettua un lavoro come libero professionista, tale abitudine determina una frammentazione delle prove di efficacia della terapia cognitiva e cognitivo comportamentale, che spesso risultano difficili da confrontare anche tra chi condivide la stessa matrice teorica. Esistono alcune realtà molto ristrette in cui è ancora possibile, talvolta a discapito di preferenze individuali, condividere modalità univoche di valutazione in ingresso, monitoraggio dell’andamento, outcomes e follow up dei pazienti presi in carico. Il Centro Clinico di Studi Cognitivi Modena si pone da anni questo obiettivo attraverso il Gruppo di Valutazione Psicodiagnostica, che non solo offre prestazioni relative a strumenti testistici, ma si occupa della creazione di database per la raccolta dati e dell’analisi delle valutazioni di follow up.

Dimenticare uno stronzo. Il metodo detox in 3 settimane (2016): una guida pratica per superare una delusione d’amore – Recensione del libro

Cosa succede quando in una relazione l’amore è a senso unico? E cosa fare quando il pensare a lui/lei diventa un’ossessione del tipo: “Cosa starà facendo? Con chi uscirà? Devo controllare il suo ultimo accesso su WhatsApp! Cosa scrive su Facebook?”?

 

Ce lo spiega Federica Bosco nel suo libro Dimenticare uno stronzo. Il metodo detox in 3 settimane, in cui descrive cosa accade quando ci si innamora di chi non ci ama e cosa si può fare.

Non siamo di fronte ad un manuale di psichiatria o psicopatologia, ma a mio avviso il libro è in grado di fornire alcuni spunti interessanti di riflessione: affronta in modo semplice temi dolorosi come rifiuto, abbandono e solitudine e pone i riflettori su accettazione di sé, prendersi cura di sé e autostima come “strumenti” per il benessere.

L’autrice sceglie un punto di vista femminile, tenendo però presente che ciò di cui scrive può accadere anche agli uomini. Il libro Dimenticare uno stronzo. Il metodo detox in 3 settimane si potrebbe divedere in tre parti.

Nella prima parte l’autrice spiega gli elementi teorici e le caratteristiche relazionali che potrebbero essere alla base di storie d’amore con uomini poco disponibili e poco propensi ad intraprendere relazioni durature e che crescano nel tempo. Questo può provocare nella donna innamorata sofferenza, che alimenta pensieri ossessivi, simili ad un dialogo interiore con se stessi, dai quali diventa molto difficile liberarsi: “… Perché non gli scrivi qualcosa? Dai rileggi la chat! … Chissà dov’è adesso? …”. Tali pensieri sono nocivi perché mantengono la sofferenza, innescando un circolo vizioso.

Trovo che il libro possa stimolare il processo di defusione cognitiva: leggere nero su bianco pensieri e situazioni simili, se non addirittura identici, a ciò che si è vissuto o si sta vivendo, può aiutare a prenderne più facilmente le distanze e ci si potrebbe anche sentire meno strani per le proprie ossessioni (in fin dei conti se ci hanno anche scritto un libro, non sarò l’unica/o a stare così!) assumendo quindi un punto di vista nuovo dal quale guardare ciò che sta accadendo dentro di noi.

La defusione è uno dei processi terapeutici fondamentali nell’ACT (Acceptance and commitment Therapy) e si riferisce alla capacità di osservare il proprio pensare separandosi dai propri pensieri, immagini e ricordi senza esserne catturati, ma lasciandoli andare e venire “come se fossero semplicemente automobili che passano davanti a casa nostra”.

Tutto ciò consente di raggiungere la consapevolezza che è “normale” quello che si sta provando-pensando-facendo, ma che è anche fondamentale ad un certo punto provare a fare qualcosa per andare oltre. Ed è proprio per questo che, nella seconda parte del libro, la Bosco propone il “bootcamp”: il campo di addestramento per disintossicarsi e caratterizzato da attività pratiche volte ad interrompere il circolo vizioso descritto prima. Il bootcamp riguarda comportamenti, mente, corpo e anima: vengono forniti suggerimenti pratici (dal “cancellare il suo numero” alla mindfulness) per affrontare e superare il periodo più difficile di distacco dall’amato/a.

Lo stile di scrittura semplice e a volte anche ironico riesce ad affrontare in modo diretto, ma anche gentile, argomenti delicati e dolorosi: il sentirsi abbandonati, il non sentirsi abbastanza.

Dimenticare uno stronzo. Il metodo detox in 3 settimane: affrontare il dolore della fine di una storia

L’essere lasciati causa un dolore simile a quello che si prova in seguito ad un lutto. Questo dolore non possiamo eliminarlo, ma è importante continuare a prendersi cura di se stessi. All’inizio non sarà così facile farlo e non sarà scontato sentirsi subito meglio, ma rappresenta “Lo Scopo” e quindi se è importante “perdersi cura di sé” devo iniziare a fare ciò che mi fa stare bene: “dopo che ho controllato le foto del mio ex sui social come sto?” Se la risposta è “sto male ogni volta”, allora quello che sto facendo non è una cosa che mi fa stare bene e perciò, per il mio benessere, sarebbe opportuno che io smetta!

Si arriva così all’ultima parte del libro Dimenticare uno stronzo. Il metodo detox in 3 settimane, in appendice, dove l’autrice immagina di intervistare un uomo del tipo descritto nella prima parte. Tale intervista diventa lo strumento per dissipare gli ultimi dubbi, se mai a quel punto del libro ancora ve ne fossero, di quanto sia più importate e utile occuparsi di sé piuttosto che di lui.

Il libro dà numerosi suggerimenti, ma è anche necessario tempo per mettere a punto delle nuove strategie ed è importante concederselo. La Bosco scrive che “in 15 giorni possiamo rimpiazzare le vecchie odiose, opprimenti e malsane abitudini con delle nuove e piacevoli”, in questo tempo, che potrebbe anche durare più di 15 giorni, rimane fondamentale non dimenticare l’obiettivo primario e vitale: prendersi cura di sé.

Cellule senescenti: scoperto il loro ruolo nello sviluppo delle malattie neurodegenerative

Particolari tipi di cellule, chiamate cellule senescenti, non vanno mai incontro alla morte e, al tempo stesso, sono incapaci di eseguire le normali funzioni di una cellula. Le cellule senescenti sono correlate a diverse malattie associate all’invecchiamento.

Uno studio pubblicato su Nature ha rivelato che proprio queste cellule guiderebbero in modo attivo il deterioramento del tessuto cerebrale contribuendo allo sviluppo delle malattie neurodegenerative.

Cellule senescenti: lo studio

I ricercatori della Mayo Clinic in America, hanno scoperto che le cellule senescenti si accumulano in alcune aree cerebrali prima del deterioramento cognitivo tipico delle malattie neurodegenerative. La scoperta sorprendente consiste nel fatto che impedendo l’accumulo di queste cellule, il team è stato in grado di diminuire l’aggregazione della proteina tau, evitando la perdita della memoria conseguente alla morte neuronale.

Darren Baker, biologo molecolare e autore principale dello studio ha dichiarato

Negli studi precedentemente condotti abbiamo scoperto come l’eliminazione delle cellule senescenti nei topi invecchiati produceva un miglioramento della loro condizione; è ormai risaputo che, anche nell’uomo, con l’avanzare dell’età questo particolare tipo di cellule si accumula nelle aree associate alle malattie dell’invecchiamento quali ad esempio il Parkinson e l’Alzheimer.

Nel presente studio, il team di ricercatori ha riprodotto gli effetti del morbo di Alzheimer in un modello murino: sono stati ricreati, nei neuroni delle cavie, gli ammassi di proteine tau tipiche della malattia, inoltre i ricercatori sono stati in grado di consentire l’eliminazione delle cellule senescenti grazie a modificazioni genetiche. Ciò che si è osservato è che quando le cellule senescenti sono state rimosse, gli animali malati non sviluppavano più ammassi neurofibrillari, mantenevano la normale massa cerebrale ed i segni di infiammazione scomparivano.

Cellule senescenti: il loro ruolo nelle malattie neurodegenerative

Il dottor Baker ha aggiunto:

Siamo stati in grado anche di identificare il tipo specifico di cellula che è diventata senescente: due tipi diversi di cellule cerebrali, la microglia e gli astrociti, sono risultate essere senescenti quando abbiamo esaminato il tessuto cerebrale. Queste cellule sono entrambe importanti per la comunicazione neuronale quindi è verosimilmente plausibile che la loro senescenza produca un effetto negativo sulla salute cerebrale.

I risultati trovati mostrano che le cellule senescenti giocano un ruolo chiave nell’iniziazione e nella progressione delle malattie neurodegenerative; l’evidenza è piuttosto sorprendete poiché mai prima d’ora si era stabilito un nesso causale tra queste cellule e le malattie neurodegenerative.

Baker ha concluso:

Fino ad ora non sapevamo in che modo le cellule senescenti contribuissero allo sviluppo delle malattie cerebrali, scoprire che gli astrociti e la microglia sono inclini alla senescenza è sicuramente un passo molto importante. I lavori futuri intendo esaminare le specifiche alterazioni molecolari che si verificano nelle cellule colpite al fine di poter applicare questo approccio molecolare in ambito clinico.

Le parole non bastano per comunicare le proprie emozioni, soprattutto in adolescenza!

Mentre gli adulti sono in grado di leggere con precisione una gamma di emozioni nelle voci degli adolescenti, la capacità di comprendere ciò che qualcuno sente basandosi sul tono di voce può essere difficile in adolescenza (13-15 anni). 

 

Gli adolescenti sono molto meno in grado di capire cosa sta succedendo con i propri coetanei, in particolare quando si tratta di toni di voce che esprimono rabbia, meschinità, disgusto o felicità.

Un recente studio ha cercato di capire se la fisicità dello stimolo acustico (età dell’emittente e tipo di espressione trasmessa) interagisce con lo stadio di sviluppo degli ascoltatori influenzando il grado di accuratezza del riconoscimento degli ascoltatori. Nello specifico, Michele Morningstar, dottorato presso la McGill University ha valutato la lettura delle inflessioni nella decodificazione emotiva dell’emittente.

La ricerca

Morningstar e colleghi hanno creato un totale di 140 registrazioni fatte da attori bambini e adulti, ai quali è stato chiesto di recitare frasi neutrali quali “Non posso credere che tu l’abbia fatto”, che potrebbero essere espresse con varie intonazioni per trasmettere sentimenti diversi.

Le registrazioni sono state fatte ascoltare a 50 adolescenti tra i 13 ed i 15 anni e a 86 adulti di età compresa tra i 18 ed i 30 anni.
A tutti i partecipanti è stato chiesto di selezionare l’ emozione espressa in ciascuna registrazione, selezionando l’ emozione espressa dal tono del parlante, da una lista di cinque emozioni base (rabbia, disgusto, paura, felicità e tristezza) e da espressioni sociali di affiliazione (cordialità) oppure ostilità (meschinità).

I risultati hanno mostrato come gli adulti non hanno avuto problemi, generalmente, nel leggere le emozioni dei loro coetanei e hanno avuto relativamente pochi problemi nel discernere le emozioni degli adolescenti.

È inoltre emerso che gli adolescenti riuscivano a leggere le emozioni degli adulti senza difficoltà, ma hanno fatto fatica a comprendere le espressioni dei loro coetanei.

Il primo autore dello studio Michele Morningstar afferma:

I nostri risultati suggeriscono che gli adolescenti non hanno ancora raggiunto la maturità né nella loro capacità di identificare le emozioni vocali, né di esprimerle. Questo significa che gli adolescenti affrontano una sfida abbastanza grande nella loro sfera sociale: devono interpretare spunti poco espressi con abilità di riconoscimento immature, capire come impariamo le capacità di comunicazione emotiva sarà importante per aiutare gli adolescenti che lottano socialmente.

Una possibile spiegazione del fenomeno, affrontata da Morningstar nel suo precedente lavoro (2017), suggerisce che gli adolescenti siano meno capaci degli adulti di produrre emozioni riconoscibili con le loro voci.

La maggiore abilità degli adulti nel riconoscere le emozioni può diventare più evidente quando si tenta di decodificare segnali più impegnativi.

Melanie Dirks, autore senior dello studio, in conclusione aggiunge:

I genitori non dovrebbero scoraggiarsi troppo da queste scoperte – e continua: – Sebbene ciò che abbiamo mostrato è che gli adolescenti hanno bisogno di più tempo per riconoscere e identificare i sentimenti degli altri di quanto non si pensasse in precedenza, la nostra ricerca suggerisce che potrebbe essere solo una questione di sviluppo del cervello, che le cose arriveranno con il tempo.

Dipendenza affettiva, rifiuto nella relazione e stalking – Congresso SITCC 2018

Nel corso del Congresso SITCC 2018, ho avuto la possibilità di partecipare al simposio sulle “Dipendenze affettive tra teoria e pratica” con un contributo dal titolo: “Dalla dipendenza affettiva allo stalking”. Il razionale dell’argomentazione trattata è di sviluppare l’attenzione alla modalità attraverso cui il fenomeno della dipendenza affettiva coniuga con la pericolosità dello stalking.

 

Dal 20 al 23 settembre 2018 a Verona si è tenuto il XIX Congresso Sitcc, Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, alla quale afferisco come socio ordinario.

La partecipazione al congresso è stata interessante e coinvolgente dal punto di vista delle tematiche trattate e dello stato attuale della ricerca scientifica portata avanti dai colleghi, fonte di stimolo per future ricerche necessarie ad affrontare con metodo scientifico/clinico il malessere portato dai nostri pazienti.

Ho avuto la possibilità di partecipare al simposio sulle “Dipendenze affettive tra teoria e pratica” con un contributo dal titolo: “Dalla dipendenza affettiva allo stalking”

La dipendenza affettiva, o love addiction, è caratterizzata da comportamenti di dipendenza all’interno di una relazione romantica (affettiva) in cui un partner ha bisogno dell’altro per mantenere il proprio equilibrio emotivo.

Il razionale dell’argomentazione trattata è di sviluppare l’attenzione alla modalità attraverso cui il fenomeno della dipendenza affettiva coniuga con la pericolosità dello stalking.

Quando la relazione sentimentale presenta caratteristiche di amore non corrisposto, patologico o inappropriato tali da porre il soggetto dipendente nella condizione di estrema sofferenza, dove le sfere sociali, professionali e famigliari vengono perturbate, nasce la necessità consapevole di interrompere la relazione patologica per riuscire (finalmente) a sopravvivere. Succede così che la capacità di fronteggiare gli eventi della vita quotidiana non è più tale da garantire un livello soddisfacente di benessere, ponendo il soggetto nell’incapacità di arginare la sofferenza e di conseguenza entrare nel vortice caratterizzato dalla sensazione di non governare più la propria esistenza.

La scelta di interrompere la relazione sentimentale patologica è posta quindi come obiettivo certo e realizzabile, spesso con l’aiuto di un professionista psicoterapeuta.

Dalla letteratura scientifica, ma anche dalla narrativa letteraria, sono molti i riferimenti del dolore e trauma sorti a seguito del rifiuto in amore, ossia la rottura della relazione sentimentale amorosa da parte del partner.

La sofferenza percepita ed agita si esprime con modalità soggettive che vanno dal superamento del lutto e del malessere fino ad atti autolesivi e anticonservativi, o eterodiretti come nei comportamenti assillanti e molesti, di cui lo stalking è un fenomeno conosciuto e diffuso nella società.

Lo scopo dell’articolo, e dell’intervento al congresso, è di sottolineare l’importanza della prevenzione del rischio di comportamenti violenti, fornendo suggerimenti ai clinici per affrontare i casi con modalità di intervento mirate.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO L’IMMAGINE

Dipendenza affettiva, rifiuto nella relazione e stalking - SITCC 2018 -IMM1

IMM. 1 – Congresso SITCC 2018, il programma del simposio “Dipendenze affettive tra teoria e pratica”

L’amore è una dipendenza?

Dall’analisi dei dati della ricerca effettuata da Ahmadi e colleghi (2013) su 290 studenti, emerge che la prevalenza di love addiction è del 17,9%; inoltre emerge che lo stile di attaccamento insicuro-ambivalente oltre ad essere significativo, viene considerato il predittore del fenomeno in esame.

In letteratura è ormai ampiamento accettato che la relazione amorosa presenta le stesse caratteristiche sintomatologiche e neurofisiologiche della dipendenza da uso ed abuso di sostanza.

Avviene soprattutto nella prima fase della relazione affettiva, caratterizzata da amore di tipo passionale; la persona amata è al centro della vita psichica dell’innamorato, il tempo e lo spazio assumono significati diversi, aumenta l’energia e i pensieri ossessivi, insieme ad altre manifestazioni, pongono il soggetto nella condizione di vivere il piacere e la gioia del momento. Il periodo dell’amore passionale è breve ed è seguito dalla formazione del legame di coppia, spesso seguito dall’intenzione di co-costruire il futuro con investimenti importanti. Tale periodo iniziale può protrarsi nel tempo e assumere una veste stabile e patologica, causa di sofferenza e disinvestimento su di sé.

Innumerevoli studi hanno individuato il sistema di ricompensa come network neuronale implicato nella generazione della dipendenza da sostanza, sistema che utilizza la dopammina come neurotrasmettitore prodotto nell’Area Tegmentale Ventrale (VTA) con proiezioni al Nucleus Accumbens e verso le aree corticali pre-frontali.

Come indicato da Fiorilli (2018):

Tale assunto è il punto di partenza da cui si origina una dipendenza patologica, dal momento che una sostanza di abuso o un comportamento compulsivo con iniziali conseguenze piacevoli attivano cascate di reazioni chimiche che coinvolgono circuiti cerebrali legati alla gratificazione e alla soddisfazione dei bisogni. I numerosi studi di neurobiologia sono tutti concordi nel ritenere il circuito meso-cortico-limbico il principale substrato neurale implicato nell’ addiction, e la dopamina come principale neuromodulatore. Infatti le aree di questo circuito costituito dall’area tegmentale ventrale e dal nucleo accumbens (striato ventrale) e parte della corteccia pre-frontale, giocano un ruolo cruciale nel sistema di rinforzo e ricompensa ed è stato osservato che una sostanza psicostimolante è in grado di iperattivare i neuroni dopaminergici presenti in questa porzione cerebrale provocando sensazioni di benessere e dando così alla sostanza di abuso una valenza edonica positiva (alto valore di salienza).

La dipendenza affettiva presenta elementi sintomatologici in comune con le dipendenze da uso e abuso di sostanza e dipendenze comportamentali; sono la dipendenza fisica ed emotiva verso il rinforzo, la tolleranza, l’astinenza e le recidive. “Senza di lui/lei non riuscirò a vivere”, “Senza di lui/lei non saprò chi sono e nulla avrà più significato” sono le tipiche frasi riportate dai dipendenti affettivi nell’esprimere la sofferenza soverchiante che li attraversa.

Il rifiuto in amore è una dipendenza?

Il pericolo del craving e delle recidive pone il soggetto (dipendente o rifiutato) nella condizione di evitare qualsiasi rinforzo che riattivi il desiderio e pregiudichi gli sforzi effettuati per uscire dallo stato precedente di dipendenza affettiva. I rinforzi rispetto la relazione finita accendono il desiderio anche in coloro che sono stati rifiutati dall’ex-partner, il quale, con chiari messaggi inequivocabili, ha confermato la volontà di non riaprire la relazione.

Fisher et al. (2010) descrivono la ricaduta in amore sostenendo che oggetti, pensieri, ecc che rimandano al ricordo della persona rifiutante ancora amata possono innescare nuovamente la memoria e sviluppare craving, pensieri ossessivi e/o contatti compulsivi, scrivere o sperare, approcciarsi ad essa nonostante i soggetti rifiutati sappiano che le conseguenze possono essere avverse (es. dolore e tristezza).

La ricerca è stata effettuata su 15 individui; i criteri di inclusione prevedevano che i soggetti fossero stati respinti ed ancora innamorati del ex-partner rifiutante dopo un lasso di tempo, pari a 63 giorni nello specifico del campione.

Il progetto della ricerca prevedeva che ai soggetti venissero mostrate immagini neutre ed immagini della persona ancora amata mentre erano sottoposti a scansione encefalica tramite la risonanza magnetico funzionale. I risultati rivelano che il campione dichiarava di provare passione romantica, gioia, disperazione, memorie dolorose, ruminazioni sugli eventi che hanno condotto alla rottura ed infine la valutazione mentale sulla perdita e sul guadagno rispetto l’esperienza. Dopodiché, dall’analisi dei dati ricavati tramite la fRMI emerge la correlazione tra le aree cerebrali coinvolte e i circuiti neurali che si attivano nel craving causato dalla cocaina e abuso di droghe.

In conclusione, gli autori suggeriscono come il rifiuto all’interno della relazione affettiva amorosa presenti le caratteristiche della dipendenza da sostanze.

Rifiuto e molestie

Meloy, J. R., & Fisher, H. (2005) sostengono che lo stalking è un comportamento associato con l’amore romantico. Inoltre, nell’analisi del fenomeno suggeriscono che i perpetratori mettono in atto comportamenti caratteristici delle dipendenze; tra questi emerge l’attenzione focalizzata sull’oggetto, l’aumento dell’energia, i comportamenti di inseguimento e i pensieri ossessivi.

Tra gli obiettivi della ricerca, gli studiosi pongono l’esplorazione dei correlati neuronali, giungendo alla conclusione che lo stalking attivi pattern cerebrali del sistema di ricompensa. Incoraggiati dall’analisi dei dati, i ricercatori sostengono che i comportamenti assillanti reiterati potrebbero avere una base in comune con le dipendenze sia da sostanza sia comportamentali.

Va considerato come all’interno dell’insieme dei soggetti rifiutati, solo un sottoinsieme di essi reagisce mettendo in atto comportamenti stalkizzanti. Altri soggetti possono attuare comportamenti disadattivi autodiretti, mentre soggetti reagiscono sul versante della riconquista, con il pericolo di riattivare in alcuni casi valenze relazionali di coppia patologiche. Fortunatamente, il soggetto rifiutato nella relazione amorosa spesso si rivolge ai professionisti psicoterapeuti per sopravvivere al trauma e riappropriarsi della conduzione della propria vita. In altri casi al professionista giungono indirettamente soggetti rifiutati con grado di sofferenza tale da mostrare disturbi dell’umore con diversi livelli di gravità.

Prevenzione dello stalking

Il fenomeno dello stalking non è da sottovalutare e la prevenzione primaria rappresenta il miglior insieme di azioni finalizzate a debellare all’origine l’origine dello stesso. Ricordo che il fenomeno dello stalking si ripercuote anche sui famigliari e soggetti a stretto contatto con la vittima, le cui conseguenze sono deleterie sul piano psichico e fisico, lavorativo e sociale. Arginare il fenomeno e le ripercussioni rappresenta quindi la priorità.

Come ho evidenziato nell’articolo su State Of Mind (Zedda, 2018), a prescindere della natura di genere del perpetratore:

la prevenzione è uno strumento efficace per arginare il fenomeno e le sue conseguenze, può contribuire ad attivare le risorse individuali e la rete sociale che insieme possono fermare il fenomeno: l’aiuto degli altri (amici, famigliari, colleghi, ecc.) spesso risulta essere un valido deterrente alla campagna messa in atto dallo/dalla stalker. L’isolamento sociale è infatti una delle prime conseguenze della vittimizzazione, rompere il silenzio significa essere consapevoli dei danni che la campagna di stalking arreca alla salute propria e a quella degli affetti più cari.

Qualora la rete sociale non riesca a migliorare il benessere esperito dalla vittima, lo psicoterapeuta è l’interlocutore privilegiato per affrontare un percorso terapeutico.

Come suggerimento terapeutico, lo psicoterapeuta, nell’ambito della cura della dipendenza affettiva e del rifiuto in amore, dovrebbe essere attento ai segnali indicatori di una possibile campagna di stalking finalizzata a riallacciare i contatti con l’ex-partner. La campagna viene agita dal soggetto rifiutato, il quale può essere il paziente in terapia o, nel caso in cui la terapia aiuti il dipendente affettivo, l’ex-partner. La ricerca di contatto persistente è frutto del desiderio di prolungare la relazione, anche se con vissuti di dolore; tali emozioni disagevoli hanno minor intensità rispetto il dolore provato durante la perdita di senso e significato della vita senza la presenza della persona investita di attenzioni.

Qualora emergano segnali tali da far ipotizzare il pericolo di condotte stalkizzanti, è necessaria la “tolleranza zero” e bloccare immediatamente i comportamenti molesti. Le conseguenze sulla dimensione giuridica e personale del soggetto molestante sarebbero gravi e peggiorative di una situazione già di per sé disadattiva.

Come ho indicato in un altro articolo su State of Mind (2017):

La campagna di stalking ha un peso non indifferente sulla resilienza e l’equilibrio psicofisico del soggetto molestato; frequentemente si esperisce un senso di estrema vulnerabilità, legato a uno stato di disagio in previsione di un possibile assalto. Tecniche quali la desensibilizzazione, l’EMDR, il rilassamento e la terapia per il trauma sono particolarmente efficaci.

Per concludere

In letteratura non è ancora presente una definizione univoca della dipendenza affettiva, la quale viene nominata in varie modalità, così come non sono presenti protocolli e linee guida di trattamento del paziente.

Nell’intervento al congresso SITCC ho presentato una rassegna di suggerimenti raccolti da vari autori e ricercatori, con l’obiettivo di fornire ai clinici del materiale utile alla gestione dei casi.

Nel futuro prossimo è auspicabile l’aumento dell’interesse verso il fenomeno e la definizione di interventi focalizzati al problema .

Come ti divento bella (2018): quando la vera bellezza passa dal pensiero – Recensione del film

Nella commedia Come ti divento bella, fin da subito è chiaro chi sia la nemica di Renée, protagonista del film: l’insicurezza. Un’insicurezza paralizzante, alla base della sua goffaggine, alla base del suo essere single, alla base di una carriera che non riesce a spiccare. 

 

Sarà stato l’avvicinarsi della settimana della moda a Milano (che ormai chiamo “Settimana dell’autostima in ferie”…data la quantità industriale di modelle che si vedono in giro per la città), sarà stata la voglia di affrontare in modo più resiliente la fine dei weekend estivi, mi sono concessa una serata al cinema e, dopo una lunga lotta interna tra l’ultimo colossale b-movie e una commedia americana, ho deciso di optare per quest’ultima.

Scelgo così di vedere Come ti divento bella, il trailer mi aveva incuriosito, e poi vuoi mettere la voglia di scoprire qualche falla nella recitazione della Ratajkowski tanto da poter dire a pieni polmoni, in modo autoconsolatorio, “sì.. sarà bella quanto vuoi, ma a recitare proprio no!


Come ti divento bella parla di Renée (interpretata da Amy Schumer), una ragazza impacciata, goffa, alle prese con l’eterna lotta contro i chili in più. Il copione è noto…ragazza in carne circondata da giovani donne bellissime dal fisico statuario, eppure anche loro impegnate nella ricerca (o nel mantenimento) del corpo perfetto. E il contrasto protagonista-ambiente si fa sin dalle prime scene divertente, non si ride della protagonista, si ride perché si inizia a riflette su quanto sia comune imbattersi in certe situazioni “tragicomiche”, e di quanto spesso si cerchi di affrontarle mascherando con un sorriso quella piccola voglia di guardare negli occhi l’altra persona e domandarle “Ma mi stai prendendo in giro?”. Ne è un esempio (congruente anche al film) quel che accade alle persone con qualche chilo in più quando si sentono dire dall’amica filiforme “Vorrei tanto ingrassare ma guarda, mangio di tutto e proprio non ci riesco”, o ciò che capita a chi arriva con difficoltà a fine mese ma viene ammorbato dal vicino che si lamenta “Quante spese ad agosto! Tra Santorini e Formentera, è andato via tutto lo stipendio!”.

Viene facile però riprendersi dall’ ilarità e chiedersi “Sarà mica la classica banale commedia in cui le belle sono arpie patentate e la grassottelle sono ingenue Candy Candy?

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL VIDEO – COME TI DIVENTO BELLA: IL TRAILER

Come ti divento bella: l’insicurezza come antagonista

In realtà non è così…la vita di Renée è fatta di una grande passione: la moda. Legge riviste di moda e lavora in una casa di moda, ma in una sede distaccata, in un sottoscala, in un appartamento di China Town. Il sogno è quello di ricoprire la posizione di receptionist ai piani alti, proprio lì dove il suo idolo, nonché amministratrice dell’azienda per cui lavora, Avery Laclaire, bellissima, ha i suoi uffici e scambia idee con i suoi dipendenti, anche loro bellissimi.

Fin da subito è chiaro chi sia la nemica di Renée: l’insicurezza. Un’insicurezza paralizzante, alla base della sua goffaggine, alla base del suo essere single, alla base di una carriera che non riesce a spiccare. Renée non riesce a vedersi come vorrebbe, nonostante gli sforzi, nonostante le amiche che le ricordano che la bellezza è fuori dalle lucide riviste di gossip. La protagonista è costantemente bloccata da tutta quella insicurezza.

In una delle sue lezioni in palestra, però, Renée cade da una cyclette (la goffaggine non aiuta), battendo violentemente la testa. Si risveglierà dopo la botta e…finalmente vedrà allo specchio una Renée diversa (sebbene gli altri continueranno a vederla come prima), una Renée bellissima, dal fisico stupendo che non ha nulla da invidiare alle modelle delle riviste che legge: la Renée che la stessa Renée ha sempre sognato. Una ristrutturazione cognitiva lampo, insomma, o una sessione di imagery molto vivida e lo sguardo di Renée verso se stessa e soprattutto verso la vita cambia drasticamente.

La protagonista diventa finalmente più sicura di sé, ed è grazie a questo che riesce ad affrontare la vita mettendo in mostra i suoi lati positivi, quelli che le consentono di piacere realmente agli altri, al di là dell’aspetto fisico.

Riacquisita la sicurezza che le mancava, come cambierà la vita di Renée? Di sicuro in meglio, perché migliorare la propria autostima fa bene a tutti (senza cadere in un marcato egoismo però, e questo anche il film lo sottolinea).

Come ti divento bella: l’importanza di vedere realmente l’altro

Sebbene la trama si possa immaginare, non sarebbe corretto farvi ulteriori spoiler, tuttavia ci tengo a precisare che un altro messaggio che il film passa (e che per fortuna lo porta a non cadere nell’analogia ragazza bella=arpia, ragazza in carne=ingenua Candy Candy) è che anche le persone che ci sembrano perfette, a volte hanno un aspetto di sé o una difficoltà contro cui devono combattere tutti i giorni.

Questo ci porta a riflettere quindi su come spesso, lo stesso sguardo a nostro dire superficiale, che crediamo che gli altri rivolgano a noi, lo rivolgiamo spesso anche noi verso gli altri, con il rischio che nessuno veda davvero chi ha di fronte e che, distratti dall’aspetto esteriore, nessuno capisca davvero i problemi altrui. Insomma, una sorta di validazione e normalizzazione sul grande schermo, che riesce a rendere più simpatici l’amica filiforme e il vicino vacanziero di cui sopra (e la Ratajkowski, sulle cui doti recitative mi sono dovuta ricredere).

Assolutamente degna di nota anche la scelta di non mostrare mai, nel film, qual è la versione post-botta che Renée vede di sé allo specchio. L’ho trovato un modo per far comprendere al pubblico quanto basti solo modificare il pensiero che si ha di sé, per stare bene, per riprendere in mano la propria vita. Non serve altro. Una ristrutturazione cognitiva che farebbe bene a tutti insomma…evitando magari le botte in testa!

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