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Self-care: tra scienza, cultura del benessere e narcisismo contemporaneo

Il self-care nasce come pratica per la salute mentale, ma oggi si è trasformato in una performance, spesso più legata all’apparire che al sentirsi bene

Di Cristiana Chiej

Pubblicato il 15 Gen. 2026

Self-care: dalle origini cliniche alla distorsione contemporanea

Negli ultimi anni, il termine self-care è diventato una parola d’ordine: lo si trova nei social network, nelle rubriche di benessere e persino nelle campagne pubblicitarie. La “cura di sé” è oggi un imperativo culturale, spesso associato a immagini patinate di equilibrio e serenità. Eppure, il significato originario del termine è ben diverso da quello che la cultura contemporanea gli attribuisce.

In ambito medico, self-care nasce negli anni Cinquanta come insieme di pratiche comportamentali volte a promuovere la salute e l’autonomia nei pazienti con patologie croniche (Orem, 1971). Negli anni successivi, la psicologia ne ha ampliato il senso, riconoscendo nella cura di sé una componente fondamentale della salute mentale: la capacità di riconoscere i propri bisogni, regolare le emozioni e prevenire il burnout.

Le ricerche sull’autocompassione (Neff, 2003) hanno evidenziato che trattarsi con gentilezza nei momenti di difficoltà riduce ansia, depressione e autocritica, aumentando la resilienza emotiva. Allo stesso modo, la mindfulness e le pratiche di regolazione emotiva migliorano la consapevolezza e la capacità di affrontare lo stress (Kabat-Zinn, 1990; Khoury et al., 2013; Mandock et al., 2023). Il self-care autentico, dunque, non riguarda tanto l’estetica del benessere, quanto la costruzione di un rapporto equilibrato e realistico con se stessi.

Dal benessere alla performance

Con la diffusione dei social media, il self-care ha assunto tratti nuovi e più ambigui. L’atto intimo del prendersi cura di sé si è trasformato in un gesto pubblico, spesso carico di valore simbolico e identitario. Le piattaforme digitali offrono spazi in cui mostrare la propria “versione migliore”: meditazioni all’alba, diete salutiste, routine estetiche, citazioni motivazionali.

In questo contesto nasce il fenomeno del self-care performativo, dove la cura di sé diventa una forma di rappresentazione. L’obiettivo non è più soltanto il benessere, ma anche la visibilità. Ci si prende cura di sé per mostrarsi equilibrati, produttivi, “in controllo” della propria vita (Dross, 2015).

Questa dinamica, tuttavia, nasconde un paradosso: il self-care, nato come strumento di libertà e consapevolezza, rischia di diventare una nuova forma di pressione psicologica. Chi non riesce a mantenere un’immagine costante di serenità o produttività è esposto a sensi di colpa, inadeguatezza o vergogna. La cultura del benessere rischia oggi di trasformarsi in una nuova forma di pressione sociale, dove “stare bene” diventa un imperativo da raggiungere e dimostrare. Ci si ritrova così alla rincorsa di un benessere performativo, che produce stress anziché ridurlo (Cavallini, 2024).

Self-care e narcisismo digitale

Accanto alla dimensione performativa, si osserva un fenomeno più profondo: l’intreccio tra cura di sé e incremento di atteggiamenti egoriferiti e narcisistici.
La psicologia sociale ha da tempo rilevato come l’uso intensivo dei social network favorisca l’autopromozione e la ricerca di approvazione esterna. Twenge e Campbell (2018) parlano di cultura del narcisismo digitale, in cui il valore del sé è misurato attraverso l’immagine e la visibilità.

All’interno di questa cornice, il self-care può diventare un ulteriore strumento di autoaffermazione. La cura di sé viene finalizzata alla costruzione di un’immagine ideale, più che alla crescita personale. Il focus si sposta dal benessere autentico alla messa in scena di un sé impeccabile, alimentando dinamiche di confronto, competizione e dipendenza dal giudizio altrui.

Il self-care rischia in questo modo di spostarsi dall’area della cura a quella della conferma: invece di un dialogo interiore, diventa un messaggio rivolto all’esterno. Questa inversione di significato è uno degli effetti più sottili della cultura digitale contemporanea, dove la visibilità tende a sostituire la presenza reale.

A complicare ulteriormente il quadro interviene la logica del mercato. L’industria del benessere — ciò che alcuni autori definiscono wellness capitalism — trasforma la salute psicologica in un prodotto (Nopper, 2023).
Corsi di meditazione, app di mindfulness, diete detox, coaching motivazionali e programmi “anti-stress” vengono proposti come strumenti di autorealizzazione individuale.

Questo approccio, seppur a volte utile, rischia di promuovere una visione eccessivamente individualista della salute mentale: se non stai bene, è perché non ti stai prendendo cura di te abbastanza. La sofferenza diventa una colpa personale, e il benessere un dovere. L’idea implicita è che chi non si prende cura di sé, chi non è in equilibrio emotivo o non aderisce agli standard di salute e produttività, stia “fallendo” come individuo. Questo spostamento da un principio di cura a un obbligo genera una pressione psicologica intensa, invisibile ma costante, trasformando esperienze naturali di fatica, disagio o malessere in segnali di colpa personale.

Dal punto di vista psicologico, questa dinamica può produrre senso di colpa, vergogna e autocritica. Le persone possono interiorizzare l’idea che la loro sofferenza dipenda esclusivamente dalla mancanza di impegno nella cura di sé, sviluppando una percezione distorta del valore personale e strategie di ipercontrollo e rigidità emotiva. Questa forma di autovalutazione continua può consolidare schemi perfezionistici e aumentare il rischio di disturbi d’ansia, burnout emotivo e insoddisfazione cronica (Neff, 2003).

Ritrovare l’autenticità della cura

Le pratiche realmente efficaci non richiedono spettacolarità né consumo, ma ascolto dei bisogni reali e coerenza con i propri valori.

La letteratura scientifica fornisce indicazioni concrete per un self-care efficace e autentico. Alcune pratiche evidenziate dagli studi includono:

  • Autocompassione – Trattarsi con gentilezza nei momenti di difficoltà riduce autocritica, ansia e depressione e aumenta resilienza e benessere soggettivo (Neff, 2003).
  • Mindfulness e regolazione emotiva – Pratiche di meditazione guidata, body scan, respirazione consapevole aiutano a modulare la reattività emotiva e a ridurre stress e burnout (Kabat-Zinn, 1990; Khoury et al., 2013; Maddock et al., 2023).
  • Routine quotidiane equilibrate – Pause consapevoli, attività fisica moderata, sonno regolare, alimentazione sana contribuiscono a mantenere l’omeostasi psicofisiologica e a prevenire esaurimento emotivo (Rupert & Dorociak, 2019).
  • Confini interpersonali chiari – Saper dire “no”, gestire richieste lavorative e relazionali senza auto-svalutazione è fondamentale per proteggere le risorse personali.
  • Riflessione e journaling – Annotare pensieri e emozioni facilita il riconoscimento dei bisogni, la prevenzione del burnout e la gestione dei conflitti interni.

L’obiettivo non è solo ridurre sintomi, ma promuovere una crescita psicologica sostenibile.

Il processo di maturazione personale si fonda sulla possibilità di un ambiente “sufficientemente buono” che sostenga l’individuo nel prendersi cura di sé senza annullare la relazione con l’altro (Winnicott, 1965). In questa prospettiva, il self-care autentico non è un atto isolato, ma si sviluppa nel dialogo tra autonomia e sostegno relazionale. È la capacità di creare uno spazio interno di cura che favorisca la relazione con gli altri e con il mondo. Come ricordava Michel Foucault (1984), la cura di sé è una pratica etica prima che estetica: un modo di conoscersi, di governarsi e di prendersi responsabilmente parte alla vita collettiva.

Recuperare questa visione significa spostare l’attenzione dall’immagine all’esperienza, dall’apparire al sentire, dall’io ideale al sé reale. Prendersi cura di sé non per dimostrare qualcosa, ma per riconoscersi nella propria complessità, accogliendo anche l’imperfezione e la vulnerabilità.

Il self-care è un concetto prezioso, ma fragile. Può essere una via di crescita psicologica e spirituale, oppure una nuova maschera del narcisismo contemporaneo. Tutto dipende da come lo intendiamo e da che tipo di relazione abbiamo con noi stessi.

Ritrovare la dimensione autentica della cura di sé significa sottrarla alla logica della performance e restituirla alla consapevolezza: un gesto semplice, umano, non spettacolare, che nasce dal bisogno di ascolto e dal desiderio di vivere in modo più pieno e coerente.

Solo così la cura di sé torna ad essere ciò che è davvero: una pratica di libertà e responsabilità, capace di generare benessere autentico e non soltanto apparente.

Riferimenti Bibliografici
  • Cavallini, B. (2024). Ritorno al benessere: Gestire lo stress e prevenire il burnout per organizzazioni sostenibili. Milano: FrancoAngeli.
  • Dross, C. (2015). Self As Other: Reflections on Self-Care. Portland: Microcosm Publishing.
  • Foucault, M. (1984). L’ermeneutica del soggetto. Feltrinelli.
  • Hawkins, R. Z. (2020). Wellness capitalism and the anxiety of self-optimization. Journal of Cultural Economy.
  • Kabat-Zinn, J. (1990). Full catastrophe living: Using the wisdom of your body and mind to face stress, pain, and illness. New York, NY: Dell Publishing.
  • Khoury, B., Lecomte, T., Fortin, G., Massé, M., Thérien, P., Bouchard, V., … & Hofmann, S. G. (2013). Mindfulness-based therapy: A comprehensive meta-analysis. Clinical Psychology Review, 33(6), 763–771.
  • Maddock, A., et al. (2023). A randomised trial of Mindfulness-Based Social Work and Self-Care (MBSWSC): effects on stress, burnout, anxiety, depression and wellbeing. Journal / PubMed Central.
  • Martínez, N., & collaboratori. (2021). Self-care: A concept analysis. Journal Name / PMC article.
  • Neff, K. D. (2003). Self-compassion: An alternative conceptualization of a healthy attitude toward oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101.
  • Orem, D. E. (1971). Nursing: Concepts of practice. New York, NY: McGraw-Hill.
  • Rupert, P. A., & Dorociak, K. E. (2019). Self-care, stress, and well-being among practicing psychologists. Professional Psychology: Research and Practice.
  • Twenge, J. M., & Campbell, W. K. (2018). The Narcissism Epidemic: Living in the Age of Entitlement. Atria Books.
  • Winnicott, D. W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment. Hogarth Press.
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