L’emergenza dei disturbi alimentari e l’importanza della ricerca
I disturbi alimentari, come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da binge-eating, colpiscono milioni di persone in tutto il mondo: basti pensare che, solo in Italia, gli individui in cura per tali disturbi sono ad oggi più di 3 milioni e mezzo (Ambrosino et al., 2024). In poche parole, i disturbi alimentari sono condizioni psichiatriche caratterizzate da comportamenti alimentari disfunzionali (come restrizione, condotte compensatorie e abbuffate) e insoddisfazione per il proprio corpo, con un’eziologia bio-psico-sociale estremamente complessa (Crow et al., 2009) e ancora non del tutto compresa (Frank et al., 2023). Per questo motivo, risulta di fondamentale importanza continuare a studiare i disturbi alimentari, approfondendo le caratteristiche psicologiche e neurobiologiche che ne possono favorire l’insorgenza e il mantenimento, così da sviluppare trattamenti sempre più efficaci.
Relativamente alle caratteristiche psicologiche, diverse ricerche hanno evidenziato che l’ansia di tratto – ovvero, la tendenza a sperimentare livelli elevati di ansia in molte situazioni (Gidron, 2013) – sembra essere associata a vari aspetti della psicopatologia dei disturbi alimentari, costituendo un potenziale fattore di rischio per il loro sviluppo: ad esempio, in uno studio del 2019 essa è risultata correlata a una bassa fiducia in sé stessi e all’evitamento dei pasti nelle situazioni sociali (Forrest et al., 2019). Per quanto riguarda invece i correlati neurobiologici, l’ansia di tratto sembra essere associata all’attivazione dell’amigdala (Everaerd et al., 2015) – un’area del cervello implicata nell’elaborazione dell’aspettativa, della vigilanza, dell’ansia e della minaccia (Belova et al., 2007; Davis & Whalen, 2001) – suggerendo che quest’ultima possa giocare un ruolo importante nei disturbi alimentari. Effettivamente, alcuni studi hanno riscontrato un’attivazione alterata dell’amigdala in individui con disturbi alimentari in risposta a task relativi all’immagine corporea (Miyake et al., 2010), a stimoli gustativi (Vocks et al., 2011) e a conflitti emotivi (Bang et al., 2016).
Lo studio di Frank et al. (2023)
Considerando queste premesse, il gruppo di ricerca di Guido K.W. Frank – direttore del reparto di Psichiatria presso il Rady Children’s Hospital di San Diego – ha condotto uno studio volto a esplorare ulteriormente quali circuiti cerebrali siano coinvolti nell’aspettativa o nella paura di ricevere un alimento calorico (un timore trasversale a diversi disturbi alimentari), indagando inoltre se e come l’ansia di tratto possa influire su questi circuiti (Frank et al., 2023). In un recente articolo pubblicato su PsyPost (Dolan, 2023), Frank ha spiegato che era particolarmente interessato ad approfondire l’aspetto dell’ansia in quanto, nel corso della sua pratica clinica, ha potuto osservare che spesso i disturbi alimentari si insinuano nella vita delle persone in momenti caratterizzati da livelli elevati di stress e preoccupazione: ad esempio, molti suoi pazienti adolescenti e preadolescenti tendevano ad avere una ricaduta in concomitanza con l’inizio della scuola in seguito alla pausa estiva.
Lo studio ha coinvolto 197 donne con diversi disturbi alimentari, provenienti da strutture semiresidenziali per la cura di tali disturbi, e 120 controlli sani. Tutte le partecipanti sono state sottoposte a un assessment psicodiagnostico e hanno completato una batteria di questionari per valutare l’ansia di tratto e altre misure relative ai comportamenti e agli atteggiamenti legati alla psicopatologia alimentare. È stata poi utilizzata la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per misurare l’attività cerebrale delle partecipanti mentre esse aspettavano di ricevere e poi ricevevano uno stimolo gustativo calorico (versus uno stimolo gustativo non calorico).
Cibo, ansia e cervello: i risultati dello studio di Frank et al. (2023)
Dai risultati dello studio di Frank et al. (2023) è emerso che le partecipanti con disturbi alimentari mostravano un’attivazione significativamente maggiore dell’amigdala durante la fase di aspettativa dello stimolo gustativo calorico rispetto ai controlli sani. Questa iperattivazione era particolarmente evidente nelle persone con anoressia nervosa, mentre negli altri gruppi con disturbi alimentari tendeva a essere più alta ma senza raggiungere la significatività statistica. Tuttavia, una volta ricevuto lo stimolo gustativo, l’attivazione cerebrale non differiva in modo significativo tra i vari gruppi, suggerendo che la risposta neurale alterata nei disturbi alimentari sia più legata all’anticipazione del cibo che al suo consumo effettivo.
Un altro aspetto chiave emerso dallo studio riguarda il ruolo dell’ansia di tratto nell’influenzare l’attivazione dei circuiti cerebrali coinvolti nella risposta agli stimoli gustativi. Nelle partecipanti con disturbi alimentari, l’ansia di tratto moderava la relazione tra l’attività dell’amigdala durante l’aspettativa e l’attivazione della corteccia insulare anteriore destra al momento della ricezione dello stimolo calorico. La corteccia insulare è una regione del cervello implicata nella percezione del gusto e nella consapevolezza enterocettiva, ossia la capacità di percepire e interpretare segnali corporei interni, come la fame e la sazietà. Questo risultato suggerisce che livelli elevati di ansia di tratto potrebbero interferire con la normale elaborazione delle sensazioni corporee legate al cibo, contribuendo così al mantenimento delle alterazioni comportamentali nei disturbi alimentari.
Dal punto di vista clinico, questi risultati forniscono nuove evidenze a supporto del legame tra ansia e disturbi alimentari, sottolineando come la paura anticipatoria del cibo possa essere un meccanismo cruciale nel perpetuare la patologia. La tendenza a iperattivare i circuiti neurali della vigilanza e dell’ansia prima di ricevere un alimento potrebbe contribuire a comportamenti di evitamento del cibo, come la restrizione alimentare nell’anoressia nervosa. Inoltre, il coinvolgimento della corteccia insulare suggerisce che le persone con disturbi alimentari potrebbero avere difficoltà a integrare correttamente le sensazioni corporee legate alla nutrizione — per esempio, non sentirsi affamati in momenti in cui il corpo avrebbe effettivamente bisogno di nutrirsi.
Alla luce di questi risultati, gli autori dello studio evidenziano l’importanza di intervenire precocemente sui meccanismi di ansia e ipervigilanza nei pazienti con disturbi alimentari. Strategie terapeutiche basate sulla regolazione dell’ansia, come la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sull’enterocezione o interventi di esposizione graduale agli alimenti temuti, potrebbero rivelarsi particolarmente utili per ridurre l’iperattivazione dei circuiti neurali coinvolti. Inoltre, la possibilità di modulare queste risposte attraverso interventi psicofarmacologici o terapie basate sulla mindfulness merita ulteriori approfondimenti.
In sintesi, lo studio di Frank et al. (2023) contribuisce a chiarire il ruolo dell’ansia e dei circuiti cerebrali della vigilanza nei disturbi alimentari, offrendo spunti importanti per migliorare la comprensione e il trattamento di queste complesse patologie.