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Minority Stress Model: salute e benessere delle minoranze sessuali e di genere

Qual è l'impatto della discriminazione sulla salute mentale degli individui LGBTQIA+? A questa domanda risponde il Minority Stress Model

Di Silvia Bettoni, Silvia Carrara, Michela Di Gesù, Martina Gori, Giulia Onida, Matteo Zambianchi

Pubblicato il 09 Lug. 2024

Aggiornato il 10 Lug. 2024 15:12

Le origini del Minority Stress Model

Il Minority Stress Model di Meyer (2003) è un modello teorico che evidenzia come le persone LGB (lesbiche, gay e bisessuali) abbiano una salute mentale peggiore rispetto agli individui eterosessuali. Nello specifico, gli alti tassi di disturbi mentali in questa popolazione sono causati dal minority stress, ovvero da fattori come stigma, pregiudizio e discriminazione, che rendono ostile l’ambiente sociale in cui si vive. Il minority stress è una condizione differente dallo stress generale, cioè quello di cui tutti possono fare esperienza, poiché ha origine da stigmatizzazione e vittimizzazione date dall’appartenenza a gruppi sessuali minoritari.

Le persone LGB possono subire due tipi di stress: esterni o distali e interni o prossimali. I primi riguardano l’impatto diretto che persone o istituzioni hanno sulla vittima (es. politiche o leggi discriminatorie, perdita del lavoro, condizioni di povertà), mentre i secondi derivano da un processo di internalizzazione dello stigma, sfociando in aspettative di rifiuto e nel mascheramento della propria identità sessuale come forma di protezione. Gli stressors distali provocano quelli prossimali, ed entrambi hanno effetti nocivi sulla salute mentale. 

Gli sviluppi teorici del Minority Stress Model

Una delle maggiori evoluzioni del Minority Stress Model (Meyer, 2003) è il Gender Minority Stress Model, che sostiene che, così come gli individui LGB, anche le persone transgender e non-binary presentano maggiori disturbi mentali poiché subiscono discriminazione e vittimizzazione (come misgendering, ovvero rivolgersi a qualcuno con il genere sbagliato, invalidazione identitaria e aggressioni fisiche) a causa della loro identità o espressione di genere, rispetto agli individui cisgender (Hendricks & Testa, 2012; Tan et al., 2019).

Un’ulteriore espansione del modello originario di Meyer (2003) è quella che spiega come lo stigma “entri nella pelle”: lo stress proveniente dallo stigma comporta un aumento della disregolazione emotiva, dei problemi relazionali e di quei processi cognitivi tipici dei disturbi mentali (Hatzenbuehler, 2009).

Il modello è stato ampliato anche per comprendere meglio la salute fisica delle persone non eterosessuali: da alcuni primi studi emerge che il minority stress sembra essere associato a cambiamenti delle condizioni biologiche (es. il funzionamento dei sistemi immunitario e cardiovascolare) (Flentje et al., 2020).

Infine, un ultimo sviluppo del modello è il Couple-level Minority Stress, secondo cui la frequente stigmatizzazione delle relazioni omosessuali comporta una peggiore salute mentale (nel dettaglio: stress, sintomi depressivi e abuso di alcol) (LeBlanc & Frost, 2020).

Applicazione del Minority Stress Model in ambito politico e clinico

In ambito politico, le evidenze sul minority stress hanno ispirato degli interventi volti a ridurre lo stigma, così da neutralizzare lo stress cronico a cui gli individui LGBTQIA+ sono sottoposti (Chaudoir et al., 2017); nel concreto, il modello è stato utilizzato come riferimento in casi giudiziari e iniziative legislative, nonché per dimostrare i danni dello stigma, del pregiudizio e della discriminazione sul singolo (tra cui la discriminazione sul lavoro), sulle coppie (l’impossibilità di sposarsi) e sulle famiglie (l’impossibilità di adozioni omogenitoriali) (Frost & Meyer, 2023). In ambito clinico invece, il modello del Minority Stress ha permesso di creare linee guida per una buona pratica clinica con persone LGBTQIA+ (American Psychological Association, 2015, 2021), nonché protocolli di trattamento finalizzati a ridurre i minority stressors e a incrementare la resilienza degli individui LGBTQIA+ (Chaudoir et al., 2017). Ad esempio, gli interventi clinici potrebbero prevedere la normalizzazione di sintomi ansiosi o depressivi in quanto le persone che subiscono minority stress hanno maggiori probabilità di svilupparli (Burton et al., 2019).

Critiche al Minority Stress Model

Nonostante le diverse applicazioni ed estensioni discusse in precedenza, il Minority Stress Model è stato oggetto di alcune critiche. Ad esempio, è stato riscontrato che esso si incentra perlopiù sugli aspetti “deficitari”, come gli esiti negativi per la salute mentale, e dà poca importanza ai punti di forza “interiori”, come la resilienza, che permettono alle popolazioni minoritarie di adattarsi al mondo eteronormato (Vaughan & Rodriguez, 2014). Come nota Meyer (2014), però, incentivare la positività psicologica focalizzandosi sulle risorse intrinseche degli individui può spostare l’attenzione da quella che sarebbe una più concreta soluzione al problema, ovvero investire a livello istituzionale per supportare le persone LGBTQIA+. Diamond e Alley (2022) suggeriscono invece che non sia lo stress a provocare disagio alle popolazioni minoritarie, bensì la mancanza di sicurezza sociale. Questa critica rappresenta dunque un ampliamento del Minority Stress Model: lo stress minoritario è sicuramente un problema, ma da cosa è causato? Dalla mancanza di accettazione, inclusione e protezione sociale. 

Perché è importante continuare a occuparsi del minority stress

Diversi studi evidenziano che è fondamentale che la ricerca continui a occuparsi di queste tematiche. Da un lato, per mantenere i progressi raggiunti: negli Stati Uniti e in altri paesi, per l’appunto, ci sono stati molti miglioramenti che hanno reso lo stress minoritario meno impattante, come l’aumento dell’accettazione sociale, l’istituzione del matrimonio egualitario e il riconoscimento legale delle identità di genere non congruenti con il genere assegnato alla nascita (McCormack, 2013; Savin-Williams, 2016). Dall’altro lato, è importante incentivare la ricerca per il benessere delle persone LGBTQIA+: purtroppo, si è visto che i giovani appartenenti a minoranze sessuali o di genere sperimentano altrettanti, se non più, fattori di stress minoritario, dal bullismo tra i banchi di scuola a veri e propri crimini d’odio, rispetto ai più anziani. Questo sembra essere dato dal fatto che attualmente i ragazzi dichiarano precocemente le loro identità sessuali e di genere, e quindi prima si fa coming-out e prima si rischia di subire lo stress minoritario; l’aggravante, però, è che una persona più giovane può essere più vulnerabile agli effetti nocivi dello stress minoritario, e quindi avere maggiori conseguenze negative, rispetto a qualcuno di più anziano.

La necessità di future ricerche e interventi progettati per ridurre lo stress minoritario rimane urgente nonostante gli importanti cambiamenti sociali a cui assistiamo; questo richiederà una continua attenzione al Minority Stress Model, per sviluppare e perfezionare ulteriormente il quadro esplicativo di questo fenomeno, in favore del benessere delle popolazioni sessuali e di genere minoritarie.

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