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Psicopatologia della consapevolezza (2023) di Fritz Perls – Recensione

L’argomento centrale del saggio "Psicopatologia della consapevolezza" è un capitolo sulla consapevolezza, che per Perls diventa l’aspetto più importante

Di Marco Tarantino

Pubblicato il 30 Mag. 2023

“Psicopatologia della consapevolezza”, recentemente pubblicato anche in Italia dalla Casa Editrice Astrolabio nell’ottima traduzione di Piergiulio Poli e Silvia Pellegrini, è un libro che comprende uno scritto inedito di Fritz Perls e una serie di commenti di alcuni tra i principali esponenti della Gestalt contemporanea.

La Gestalt e il pensiero di Perls

L’incontro con il libro ha generato un’esperienza intensa, ricca di emozioni contrastanti. Ho trovato un Perls molto diverso da quello che traspare dai suoi ultimi scritti, qui incline a un atteggiamento che, con un’associazione che potrebbe fargli storcere il naso, somiglia alla rêverie o alla consapevolezza preconscia, con cenni di riconoscimento e affetto per i suoi contemporanei e persino per Freud, aperto a problematizzare questioni di carattere generale e teorico, non solo di carattere psicologico ma che spazia nei territori della filosofia e persino della metafisica.

Quella che invece ha trovato conferma è la sua capacità non comune di sollecitare, elicitare, indurre associazioni e intuizioni (o insight, per usare una terminologia cara ai gestaltisti) in chi legge, grazie a una scrittura evocativa e fortemente insatura, quello stile che fa dire spesso ai suoi detrattori che non è stato un pensatore analitico e capace di costruire sistemi teorici strutturati e solidi.

Il libro parte con l’enunciazione di alcuni rilievi critici della psicologia a lui contemporanea, alcuni dei quali già espressi altrove, come la critica all’associazionismo e al modello dell’arco riflesso come paradigma del comportamento, l’avvertenza già cara a Freud di non scambiare i ricordi con il passato reale, la critica al concetto di empatia, altri formulati in modo originale o più esplicito che altrove, ossia la critica all’ipotesi della “mente” come qualcosa di reale e la confusione tra autorealizzazione e realizzazione di Sé, dove il Sé è descritto come un “fenomeno narcisistico appartenente al contesto o all’immaginazione”.

Particolarmente pregnante è il fatto che, nella critica al concetto di Ego e di mente, che rende ragione del fatto che alcuni gestaltisti abbiano descritto la Terapia della Gestalt come un comportamentismo fenomenologico, Perls si spinge a definire la prima struttura dell’esperienza come l’incontro tra Io e Tu, con un riferimento chiaro a Buber e all’esistenzialismo.

Nel riferimento alla distinzione tra il passato e i ricordi, Perls con poche pennellate spazza via una delle più scorrette accuse che la vulgata psicologica gli ha fatto, ossia che nell’attenzione esagerata al presente si sia dimenticato il fatto che ogni uomo ha una storia, è inserito in un flusso di eventi che dà senso alla sua esistenza e non può pensare di vivere in un qui ed ora avulso dalla temporalità (accusa che fa sorridere, vista la profonda conoscenza di Heidegger che traspare nelle pagine di questo scritto):

Nella terapia la cosa importante non è il passato, ma ciò che del passato è ancora nel presente, ovvero le molte gestalten incomplete che il paziente porta ancora con sé.

Nel secondo capitolo ci parla di Friedlander, un filosofo tedesco molto importante per la sua formazione, che gli ha fornito, come lui stesso afferma, una sorta di orientamento nel mondo che Perls manterrà fino alla fine. I concetti fondamentali della filosofia di Friedlander sono la struttura polare dell’esperienza, che si declina in una serie di dimensioni caratterizzate dall’avere due poli estremi che, spesso, sono vissuti come rigide dicotomie, e il concetto di indifferenza creativa, la qualità che permette, appunto, di muoversi lungo le polarità superando gli irrigidimenti e i blocchi appresi dall’esperienza. Questo concetto non è del tutto nuovo, e in effetti Perls riconosce i punti di contatto della filosofia di Friedlander da un lato con i presocratici e dall’altro con diverse filosofie orientali.

In questo capitolo ho trovato molto interessante il modo in cui Perls recupera uno dei concetti fondamentali del pensiero di Freud, ossia la polarizzazione tra Eros e Thanatos, che declina in modo interessante pur rifiutando il costrutto di “Istinto di morte”.

L’argomento centrale del saggio, che dà il titolo all’opera, è un lungo capitolo sulla consapevolezza, che per l’ultimo Perls diventa l’aspetto più importante dell’esistenza e il nodo centrale del processo terapeutico, mettendo sullo sfondo le precedenti ipotesi e i modelli (anche molto minuziosi) sul ciclo del contatto e sulla struttura processuale del Sé:

Mi sono reso conto che il centro di ogni conoscenza è la consapevolezza e adesso lavoro in base all’equazione consapevolezza = qui e ora = realtà. La filosofia ontologica, su cui si basa l’esistenzialismo, è incompleta senza la cognizione che (anche se tutto è come è) la trasformazione dell’essere in esserci, in Dasein, può avvenire solo attraverso la consapevolezza dell’essere stesso. […] Con l’equazione su menzionata viene rimosso il primo ostacolo per una teoria universale valida: tale ostacolo è la finzione che noi abbiamo una mente.

Nella disamina approfondita del concetto di consapevolezza, un aspetto importante è che Perls riformula anche la teoria delle “resistenze”: se nella formulazione originaria della terapia della gestalt sono associate alle interruzioni del ciclo del contatto (in alcune rielaborazioni della teoria si arriva ad associare specifiche modalità di interruzione a specifiche fasi del ciclo), in quest’opera Perls le legge come manifestazioni della polarità negativa della consapevolezza, azioni deliberate per annullare almeno in parte un’esperienza di consapevolezza intensa quando l’individuo non ha sufficiente fiducia nell’autoregolazione organismica.

Parlando del fine della terapia, Perls mette in crisi un’altra immagine stereotipata creata per stigmatizzare il suo pensiero e la sua visione dell’uomo, ossia quella di un cultore dell’individualismo estremo ed egoistico:

La vera terapia non è solo l’adattamento alla società, ma l’integrazione dell’autorealizzazione e l’identificazione con i bisogni sani della società e con il cosmo.

Le critiche a Perls

Fin qui, il manoscritto di Perls. I commenti, quasi tutti provenienti da una specifica area culturale all’interno del movimento gestaltico, sono stati per lo più spiacevoli conferme dell’ennesimo tentativo di regolare i conti con un padre che si tenta di rimuovere e che non ha nessuna intenzione di facilitare questo compito.

Le critiche allo scritto, che sconfinano quasi sempre nelle critiche all’ultimo periodo della vita personale e professionale di Perls, non sono nuove nei contenuti, e non hanno a loro sostegno delle argomentazioni forti.

Una prima critica, di natura tautologica, è che l’ultimo Perls si distanzia da quello che ha dato il via alla prima formulazione della “Teoria della terapia della Gestalt” insieme a Paul Goodman e alla moglie Lore Posner, e siccome quello resta il punto più alto della formulazione teorica, allora quello che ha fatto dopo è poco interessante.

Una seconda, che trovo intellettualmente poco onesta, è insistere sul fatto che l’ultimo Perls avesse un approccio alla terapia e in generale all’umano di tipo pragmatico, ateorico. Partendo dal presupposto che, per mettere in evidenza l’assurdità della critica, basterebbe leggere anche solo questo saggio (e infatti alcuni commenti cercano in modo capzioso di convincere il lettore che gli aspetti teorici proposti siano comunque insufficienti), il limite della critica è che si confonde il rifiuto di un approccio teoretico alla psicoterapia (il rifiuto cioè di una teoria generale della realtà, di una metapsicologia, per usare un concetto psicoanalitico) con il rifiuto di avere dei presupposti teorici, che invece sono presenti e riconoscibili: l’esistenzialismo, la filosofia del come se di Vaihinger, il pensiero di Buber, la semantica generale di Korzibskj, oltre al già citato Friedlander, solo per citare i più rilevanti. Dire che per l’ultimo Perls la psicoterapia fosse il reparto operativo di una filosofia esistenziale non vuol dire sminuirne la portata teorica, ma piuttosto riconoscere che nel corso degli anni ha deciso di mettere sullo sfondo le questioni metapsicologiche e ha focalizzato la sua attenzione sulla consapevolezza, cosa che tra l’altro in quest’opera si coglie perfettamente.

Tra i commenti, i più rilevanti sono quello di Robert Resnick, che si differenzia dagli altri perché è il caldo e sentito racconto di un incontro e di un’amicizia, quella con Perls, appunto, senza nessun tentativo di fare un regolamento di conti postumo senza contraddittorio, come invece avviene altrove, e quello di Bernd Bocian, che ci racconta il forte legame di Perls con alcuni analisti a lui contemporanei, soprattutto Erich Fromm e Wilhelm Reich.

Spiace che Perls non abbia potuto portare avanti quest’opera, che nelle sue intenzioni era un primo capitolo di un progetto ambizioso, e spero che prima o poi venga colmata la lacuna che vede mancare un tentativo di dare una struttura organica o quantomeno epistemologicamente fondata, consapevoli della natura paradossale del compito, alla “Gestalt della consapevolezza” (Per citare J. M. Robine, curatore del libro).

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Perls, F. (2023). Psicopatologia della consapevolezza. Un manoscritto inedito studiato e commentato da terapeuti della Gestalt. Casa Editrice Astrolabio.
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