Congresso EABCT 2014: Processualisti, Schematerapisti e Mindfullari

REPORT dal Congresso EABCT 2014 - Definitivo passaggio dalla 2a alla 3a ondata del cognitivismo: dai contenuti ai processi cognitivi e agli stati mentali.

ID Articolo: 102642 - Pubblicato il: 17 settembre 2014
Congresso EABCT 2014: Processualisti, Schematerapisti e Mindfullari
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 Congresso EABCT 2014 – The Hague

Report:

Processualisti, Schematerapisti e Mindfullari

 

 

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È il passaggio dalla seconda alla terza ondata della teoria cognitiva clinica: dal contenuto dei pensieri ai processi e agli stati mentali.

Un intero congresso cognitivo senza mai sentire o leggere la parola beliefs mi dice l’amico e collega Gabriele Caselli a questo congresso della EABCT (European Association of behavioural and Cognitive Therapies), la società europea di terapia cognitiva e comportamentale. E ha ragione. Per il tutto il congresso sembra che non si parli mai di contenuti cognitivi, di idee distorte, di credenze (beliefs) maladattive. Si parla semmai di processi, ovvero di stati ruminativi, di rimuginio, oppure di traumi e disregolazioni emotive. Altre volte si parla di mindfulness, di mente che osserva e che non giudica, e così via.

È il passaggio dalla seconda alla terza ondata della teoria cognitiva clinica: dal contenuto dei pensieri ai processi e agli stati mentali.

Non è un caso allora che a questo congresso siano assenti Clark, Salkovskis, Fairburn e altri esponenti della seconda ondata. Il fatto curioso è che sono anche assenti quelli che negli anni passati hanno promosso il passaggio alla terza ondata processualista. Non c’è Hayes, non c’è Wells, non c’è Teasdale, non c’è Williams. Alcuni di questi sono stati letteralmente espulsi da questo congresso alcuni anni fa, come per esempio accadde a Hayes. Altri se ne sono andati, stanchi di non essere ascoltati, come Wells.

Messaggio pubblicitario Naturalmente può essere un’impressione illusoria. Una persona singola può seguire solo una frazione di un congresso. Una frazione che però non è piccola, soprattutto per quanto riguarda le keynote lectures. Anche lì, niente credenze e zero beliefs, mi pare. C’era anche la Judith Beck, che parlava di -indovinate!- relazione. Un’evoluzione che abbiamo già visto nella psicoanalisi: quando i concetti forti di istinto, inconscio e rimozione sono affondati, ci si è buttati nella relazione.

Non vorrei che la relazione, questo concetto così generico, finisca per essere l’ultima spiaggia di tutte le disillusioni in psicoterapia. Quando non si sa più che fare, e le terapie diventano delle routine affidate all’estro e all’arte del singolo operatore invece che alla scienza, allora si finisce per parlare di relazione. Talvolta scadendo nel banale. Ovvero, che occorre accogliere il paziente, farlo sentire a suo agio, cooperare con lui senza però accudirlo in maniera infantilizzante. La relazione spesso non è altro che buon senso, sapere e non scienza.

Torniamo ai processualisti, che propongono un’alternativa alla relazione. Come dicevo, gli iniziatori della terza ondata sono assenti.

E allora chi c’era a rappresentare la corrente processualista, così prevalente? Si tratta di un gruppo di studiosi più giovani, che a loro tempo non entrarono in conflitto con i baroni di seconda ondata (i Clark, i Salkovskis, i Fairburn) e che hanno elaborato modelli processualisti almeno apparentemente meno polemici con i modelli contenutistici. Si tratta spesso di studiosi del fenomeno del rimuginio e della ruminazione, prosecutori del lavoro di Tom Borkovec e Susan Nolen-Hoeksema e spesso allievi diretti. Per qualche misteriosa ragione sono stati percepiti come meno rivoluzionari e più continuisti rispetto alla seconda ondata. I più importanti presenti a L’Aja sono Edward Watkins (Università di Exeter) e Thomas Ehring (Università di Muenster), di cui ha parlato Caselli in un articolo già pubblicato.

Rispetto a Wells, che pure si occupa di rimuginio e ruminazione, concepiscono questi processi in maniera meno metacognitiva. Per Ehring e Watkins ruminare e rimuginare non sono scelte consapevoli dettate da metacognizioni, ovvero dal pensiero che pensare molto sia conveniente. Per questo gruppo di ricercatori il persistere del rimuginio dipende più da una sua qualità intrinseca, una sua vischiosità interna legata alla sua natura astratta e vaga, che ipnotizza la persona che ci casca. La differenza in termini terapeutici è che nel primo caso –quello della terapia metacognitiva di Wells- è possibile accorgersi che pensare troppo sia inutile e che è possibile smettere, sia pure con una dose di allenamento specifico (la cosiddetta detached mindfulness), Nel secondo caso, invece, la scomparsa del rimuginio dipende dall’adozione di uno stile di pensiero differente, più concreto e vivido, più episodico e meno semantico, volendo utilizzare una terminologia più tecnica.

Messaggio pubblicitario Perché questo gruppo sia stato considerato più in linea con la terapia cognitiva standard e invece la banda metacognitiva sia stata accompagnata al confine non è chiarissimo. Ci sono anche componenti personali che sporcano il quadro. O anche semplicemente il caso: il primo gruppo di rivoltosi è stato scacciato dai vecchi dinasti che si sentivano ancora forti, il secondo è stato adottato –forse a malincuore- dal gruppo dirigente indebolito, ormai alla vigilia della pensione e del meritato riposo (infatti non c’erano; avranno preferito un’isola greca alle nebbie olandesi?)

È un po’ la stessa manovra diplomatica che è riuscita al gruppo di seguaci della mindfulness based cognitive therapy. Anch’essi sono riusciti a farsi accettare come continuatori del modello standard. Ci sono riusciti facendosi adottare da un gruppo di vecchi dinasti della seconda ondata che a loro tempo erano parsi più collaterali e meno vicini alla stanza del potere: Segal, Williams e Teasdale, Anche costoro, però, mi sono parsi meno presenti a questo congresso. Forse erano presenti solo i loro seguaci, di cui ignoro il nome. Non me ne sono reso conto. Mia distrazione o il flirt tra terapia cognitiva standard e mindfulness ha iniziato a declinare? Vedremo.

Un ultimo gruppo di successo tra le nuove proposte è quello della Schema Therapy. Qui la storia è più intrigante. A una prima fase più conflittuale –capitanata da Jeffrey Young, iniziatore di questa terapia- segue ora una seconda fase di maggiore confluenza di questo modello nel mainstream. Questa seconda fase però vede un avvicendamento: il bastone del comando sembra essere passato a Arnoud Arntz, che ha dato un solido basamento scientifico alle intuizioni di Young.

Arntz, come si sa, ha promosso lo studio dei modes accanto agli schemi nella schema therapy. Trasformando così quello che era un modello baroccamente contenutistico (gli schemi sono pensieri, e soprattutto sono tanti) a un modello che oscilla tra processualismo, relazionalità e contenuti (i modes sono costellazioni di credenze che descrivono atteggiamenti interpersonali). Questa manovra ha permesso la costruzione di un modello eclettico, continuista ma anche in grado di fornire un senso di svolta. Da segnarsi però un dato: la schema therapy sembra essere il modello più efficace per i disturbi di personalità. Così come la terapia metacognitiva di Wells presenta i dati più forti per i disturbi di primo asse.

E, per ora, ci fermiamo qui.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • EABCT Congress Magazine 2014.  DOWNLOAD
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