Empatia

Significato del termine empatia: empatia in psicologia e secondo le neuroscienze. La psicopatologia collegata a eccesso o mancanza di empatia

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Empatia definizione e significato di empatia

Significato di Empatia

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” percependo, in questo modo, emozioni e pensieri. E’ un termine che deriva dal greco, en-pathos “sentire dentro”, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”.

L’empatia è un’importante competenza emotiva grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con la persona con la quale si interagisce.

L’empatia è un’abilità sociale di fondamentale importanza e rappresenta uno degli strumenti di base di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante. Nelle relazioni interpersonali l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Grazie a essa si può non solo afferrare il senso di ciò che asserisce l’interlocutore, ma si coglie anche il significato più recondito psico-emotivo. Questo ci consente di espandere la valenza del messaggio, cogliendone elementi che spesso vanno al là del contenuto semantico della frase, esplicitandone la metacomunicazione, cioè quella parte veramente significativa del messaggio, espressa dal linguaggio del corpo, che è possibile decodificare proprio grazie all’ascolto empatico.

 

Empatia: Introduzione

Nelle scienze umane, l’empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione del prossimo, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale. Fondamentali, in questo contesto, sia gli studi pionieristici di Darwin sulle emozioni e sulla comunicazione mimica delle emozioni, sia gli studi recenti sui neuroni specchio scoperti da Giacomo Rizzolatti, che confermano che l’empatia non nasce da uno sforzo intellettuale, è bensì parte del corredo genetico della specie.

Nell’uso comune, empatia è l’attitudine a offrire la propria attenzione per un’altra persona, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali.

 

Definizione di Empatia

Messaggio pubblicitario Con il termine empatia si intende la capacità di immedesimarsi con gli stati d’animo e con i pensieri delle altre persone, sulla base della comprensione dei loro segnali emozionali, dell’assunzione della loro prospettiva soggettiva e della condivisione dei loro sentimenti (Bonino, 1994). A livello neurobiologico, la comprensione della mente e dei vissuti dell’altro è sostenuta da una particolare classe di neuroni, definiti neuroni specchio: partecipare come testimoni ad azioni, sensazioni ed emozioni di altri individui attiva le stesse aree cerebrali di norma coinvolte nello svolgimento in prima persona delle stesse azioni e nella percezione delle stesse sensazioni ed emozioni (Gallese, 2005).

 

Empatia: cenni storici

Il termine empatia era usato nell’antichità per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava nell’antica Grecia l’autore – cantautore (aedo)- al suo pubblico. Empatia significava sentirsi dentro l’altro, sperimentare il modo in cui l’altra persona vive un’esperienza.

Il concetto di empatia in filosofia è stato introdotto a fine Ottocento da Robert Vischer, studioso di arti figurative, nell’ambito della riflessione estetica, per definire la capacità della fantasia umana di cogliere il valore simbolico della natura. Egli faceva uso del termine Einfühlung che, solo più tardi, è stato tradotto in inglese come empathy.

Empatia ed estetica, verso una neuroestetica

A partire dalla fine del 19°secolo, i cosiddetti filosofi “empatisti” hanno sostenuto che la principale fonte di godimento estetico sia l’einfuhlung, ossia l’empatia con l’opera d’arte – nella convinzione che l’uomo sia un “animale empatico” – derivante da una sorta di risonanza simpatetica che il corpo è in grado di instaurare con l’immagine.

Nel 2007, grazie ai progressi della moderna neuroscienza, David Freedberg, professore di Storia dell’Arte del Dipartimento di Storia dell’Arte e Archeologia della Columbia University di New York e Vittorio Gallese, neuroscienziato dell’Università di Parma, hanno dato una risposta scientifica alla relazione empatia-arte figurativa. A seguito dei loro esperimenti sul sistema neuronale specchio, hanno concluso che nell’uomo anche l’osservazione di un’opera d’arte sia in grado di attivare il sistema motorio, data la sua abilità di attivazione dinanzi ad azioni finte, ambigue o mimate.

Empatia in psicologia

Agli inizi del Novecento, Lipps introduce la dimensione dell’empatia in psicologia, parlando di partecipazione profonda all’esperienza di un altro essere, introducendo così il tema dell’alterità, che verrà poi ripreso dalla scuola fenomenologica. Per Lipps l’osservazione dei movimenti altrui suscita in noi lo stesso stato d’animo che è alla base del movimento osservato, tuttavia questo stato non viene percepito come una propria esperienza, ma viene proiettato sull’altro e legato al suo movimento (non ci si perde nell’altro); si tratta di empatia come partecipazione o imitazione interiore.

 

Empatia: Teorie e Modelli

Freud (1921) afferma che è solo per mezzo dell’empatia che noi possiamo conoscere l’esistenza di una vita psichica diversa dalla nostra: non considera l’empatia come un metodo terapeutico, solo Kohut farà questo passaggio molti anni dopo.

Kohut, infatti, considera l’empatia non solo come uno strumento di conoscenza, ma anche come un importante strumento terapeutico: l’esposizione ripetuta a esperienze di comprensione empatica, da parte dell’analista, serve a riparare i “difetti del Sé” del paziente.

Nel 1934 Mead aggiunge al costrutto di empatia una componente cognitiva.

Secondo la teoria dei neuroni specchio, elaborata dal gruppo di Rizzolatti, l’empatia nasce da un processo di simulazione incarnata (Gallese, 2006) che precede l’elaborazione cognitiva.

Fassino (2009) evidenzia poi come nell’attivazione dell’empatia si realizzi: un processamento delle emozioni dal basso verso l’alto, nell’esperienza di condivisione delle emozioni altrui, e un processamento delle emozioni dall’alto verso il basso, attraverso il controllo delle funzioni esecutive, che permette di regolare e modulare l’esperienza di condivisione.

 

Empatia e Neuroni Specchio

Per Gallese, uno degli scienziati italiani scopritori dei neuroni specchio, alla base dell’empatia ci sarebbe un processo di ‘simulazione incarnata’ (Gallese, 2006), vale a dire un meccanismo di natura essenzialmente motoria, molto antico dal punto di vista dell’evoluzione umana, caratterizzato da neuroni che agirebbero immediatamente prima di ogni elaborazione più propriamente cognitiva.

Ecco come lo descrive l’autore:

“Percepire un’azione – e comprenderne il significato – equivale a simularla internamente. Ciò consente all’osservatore di utilizzare le proprie risorse per penetrare il mondo dell’altro mediante un processo di modellizzazione che ha i connotati di un meccanismo non conscio, automatico e prelinguistico di simulazione motoria. […] Quando vedo qualcuno esprimere col proprio volto una data emozione e questa percezione mi induce a comprendere il significato emotivo di quell’espressione, non conseguo questa comprensione necessariamente o esclusivamente grazie a un argomento per analogia. L’emozione dell’altro è costituita dall’osservatore e compresa grazie a un meccanismo di simulazione che produce nell’osservatore uno stato corporeo condiviso con l’attore di quella espressione. È per l’appunto la condivisione dello stesso stato corporeo tra osservatore e osservato a consentire questa forma diretta di comprensione, che potremmo definire empatica ” (Gallese, Migone e Eagle, 2006).

 

Empatia e Sviluppo: La teoria di Martin Hoffman

Il modello elaborato da Hoffman fornisce una descrizione dello sviluppo dell’empatia articolata e complessa. Hoffman, infatti, estende la definizione di empatia a una serie più ampia di reazioni affettive coerenti con il sentimento provato dall’altro e colloca le prime manifestazioni di empatia nei primissimi giorni di vita. Egli, inoltre, non considera l’empatia come qualcosa di “unitario”, ma l’articola in diverse forme che, man mano che procede lo sviluppo, diventano più mature e sofisticate.

Hoffman propone un modello a tre componenti: affettiva, cognitiva e motivazionale.

Secondo Hoffman l’empatia si manifesta fin dai primi giorni di vita. Questa considerazione riflette la maggiore autonomia e rilevanza attribuita alla dimensione emotiva dell’empatia: nelle primissime manifestazioni empatiche, infatti, è la dimensione affettiva ad avere il ruolo di maggior rilevanza, mentre la dimensione cognitiva è pressoché assente.

Procedendo nello sviluppo, la componente cognitiva acquisirà un’importanza crescente e si compenetrerà sempre di più con quella affettiva, permettendo lo sviluppo di forme più evolute di empatia.

Oltre alla componente cognitiva e a quella affettiva, secondo Hoffman interviene nell’esperienza empatica un terzo fattore: la componente motivazionale. L’esperienza di empatizzare con una persona che sta soffrendo, infatti, rappresenterebbe una motivazione per mettere in atto comportamenti di aiuto. L’effetto motivante dipende dal fatto che condividere l’emozione dell’altro, soccorrendolo, fa provare a chi aiuta uno stato di benessere; viceversa, la scelta di non confortare l’altro porterebbe con sé un senso di colpa.

L’empatia, nella sua forma più matura, si caratterizza quindi come una risposta a un insieme di stimoli comprendenti il comportamento, l’espressività e tutto ciò che si conosce dell’altro. L’acquisizione di questa funzione, dato l’alto livello di complessità dei meccanismi cognitivi implicati, ha un’evoluzione graduale che trova, in buona parte delle persone, pieno compimento intorno ai 13 anni.

 

 

Empatia e mentalizzazione

Dell’empatia Choi-Kain e Gunderson riportano tre aspetti che accomunano le varie definizioni e concezioni:

  • una reazione affettiva che comporta la condivisione di uno stato emotivo con l’altro;
  • la capacità cognitiva di immaginare la prospettiva altrui;
  • una capacità di mantenere in modo stabile una distinzione sé-altro.

L’empatia è stata oggetto di diverse modalità di studi, da quelli più neuroscientifici di neuroimmaging fino a misure self-report. Le sovrapposizioni e differenze col costrutto di mentalizzazione toccano diversi aspetti. In primo luogo entrambi implicano l’apprezzare gli stati mentali altrui, a cui però l’empatia aggiunge la condivisione e la preoccupazione. Inoltre, l’orientamento dell’empatia è rivolto più verso gli altri e nella mentalizzazione invece è equamente distribuito. Entrambe operano sia a livello implicito che esplicito ma l’empatia viene considerata specie nella sua modalità più implicita. Infine, il contenuto dell’empatia, come per la mentalizzazione, comporta l’uso di abilità cognitive ma è focalizzato soprattutto sugli affetti.

 

Empatia e Psicopatologia

I disturbi di personalità del cluster B, caratterizzati da tratti di drammaticità e impulsività, comportano una alterazione delle relazioni interpersonali e una disregolazione emotiva, che può almeno in parte essere ricondotta ad un deficit a livello empatico. Nello specifico:

Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP)

Gli elementi distintivi del disturbo riguardano fondamentalmente tre temi: idea grandiose di sè; costante bisogno di ammirazione; mancanza di empatia.

Facendo riferimento a qurest’ultima caratteristica si può affermare che spesso i pazienti affetti da narcisismo non siano in grado di mettersi nei panni degli altri e di riconoscere che anche loro abbiano desideri, sentimenti e necessità. Da questo deriva la convinzione dei narcisisti che le proprie esigenze vengano prima di tutto e che il loro modo di vedere le cose sia l’unico universalmente giusto;

Disturbo Istrionico di Personalità (DIP)

Messaggio pubblicitario Database Terapeuti SC 2016 La persona affetta da tale disturbo è caratterizzata da un’emotività eccessiva e da ricerca di attenzione. In particolare il paziente manifesta: disagio nei contesti in cui non è al centro dell’attenzione; un comportamento seduttivo e/o provocante; emotività esageratamente inappropriata, instabile e superficiale; uso dell’aspetto fisico come mezzo per attirare l’attenzione su di sè; eloquio di tipo impressionistico; alta suggestionabilità; tendenza a considerare le relazioni più intime di quanto non siano realmente. Sicuramente uno degli aspetti su cui si sviluppa il trattamento di questi pazienti è quello di aumentare le abilità sociali, incluso il senso di empatia, evitando atteggiamenti troppo seducenti o provocanti;

Disturbo Borderline di Personalità (DBP)

Tale disturbo di personalità è una condizione caratterizzata da pattern a lungo termine di instabilità emotiva, interpersonale e comportamentale. Le serie difficoltà manifestate nelle relazioni interpersonali potrebbero essere dovute, almeno in parte, a difficoltà nella sfera empatica e dei processi della teoria della mente. Una nuova ricerca dell’Università della Georgia indica che questo potrebbe collegarsi ad una scarsa attività cerebrale in regioni importanti per l’empatia, nei pazienti con tale disturbo.

Altri recenti studi (Guttman and Laporte, 2000; Lynch et al., 2006), invece, evidenziano che nel disturbo borderline vi sarebbe una risonanza esagerata e iperaffettiva con lo stato mentale dell’altro, determinata da una dissociazione tra le componenti affettive e cognitive dell’empatia.

Disturbo Antisociale di Personalità (DAP)

La persona affetta da questo disturbo è caratterizzata principalmente da inosservanza e violazione dei diritti degli altri che si manifestano in un soggetto maggiorenne, almeno dall’età di 15 anni. L’infanzia è di solito costellata da piccoli furti, menzogne e scontri; l’adolescenza da episodi di abuso di sostanze e, raggiunta l’età adulta, vi è manifesta incapacità ad assumersi responsabilità, conservare un’occupazione e mantenere una relazione affettiva in maniera stabile. Il modo di rapportarsi agli altri è drasticamente connotato dalla superficialità e dalla mancanza di rispetto per i sentimenti e le preoccupazioni di chi li circonda, in genere si possono definire poco empatici e poco sensibili ai sentimenti o ai diritti altrui.

 

Empatia: Conclusioni

Per concludere è evidente come l’empatia possa essere considerata non solo come una forma di conoscenza, ma anche come un processo cognitivo, un’abilità che può essere praticata, allenata, e in cui si può diventare esperti. Riuscire a decidere in maniera flessibile quando, come e quanto attivare il sentimento empatico, a seconda delle situazioni e della persona o del contesto sociale in cui interagiamo ci renderebbe in grado di evitare di ricadere nei due estremi di assenza o eccesso di empatia, che può a sua volta provocare in chi la prova esaurimenti nervosi e depressioni, che non rendono certo più capaci di aiutare gli altri.

 

Articolo a cura di Carola Benelli e Chiara La Spina

Indicazioni bibliografiche

  • Giusti, E., e Azzi, L. (2013). Neuroscienze per la psicoterapia. La clinica dell’integrazione trasformativa (Vol. 23), Sovera Edizioni.
  • Hoffman, M.L. (2008). Empatia e sviluppo morale. Il Mulino
  • Gallese, V., Migone, P., e Eagle, M. N. (2006). La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi neurofisiologiche dell’intersoggettività e alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e scienze umane.
  • Choi-Kain L. W. & Gunderson J. G.. (2008). Mentalization: Ontogeny, Assessment, and Application in the Treatment of Borderline Personality Disorder, American Journal of Psychiatry, 165, 1127–1135.
  • Quale empatia? L’importanza di utilizzare l’empatia con flessibilità
  • L’empatia in pazienti con tratti borderline: i correlati neurali
  • La dissociazione tra empatia cognitiva ed affettiva nel disturbo borderline di personalità

 

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