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La sofferenza dell’altro: il rapporto con lo straniero nella relazione di cura

Affrontare la sofferenza degli stranieri in una relazione di cura significa essere empatici e conoscere le caratteristiche della loro cultura di origine.

ID Articolo: 142421 - Pubblicato il: 11 gennaio 2017
La sofferenza dell’altro: il rapporto con lo straniero nella relazione di cura
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Come cambia tale capacità nel terapeuta di fronte ad una società globalizzata con sempre più stranieri, sospinta verso una forte integrazione di culture e valori differenti, che portano con sé anche un modo specifico e peculiare di vivere le esperienze dolorose della vita?

Laura Pancrazi, Laura Stefanoni, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

Globalizzazione e modernità: la ridefinizione dei confini

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a cambiamenti che hanno trasformato e stanno ancora trasformando a diversi livelli la nostra società. Principale fenomeno all’origine di tali mutamenti è sicuramente la globalizzazione.

Diversi sono stati gli autori che si sono interrogati sull’argomento (Magatti, Giaccardi, Bauman) al fine di comprendere i meccanismi e gli effetti che tale fenomeno ha in una radicale ristrutturazione non solo della società ma della qualità stessa della vita dei singoli individui, delle loro abitudini e, ad un livello ancora più profondo, della loro identità.

In un contesto globalizzato, i concetti di confine, distanza e tempo sono sempre più evanescenti, tutto appare interconnesso, ognuno fa parte di una comunità più estesa nella quale, grazie soprattutto a internet e alle nuove tecnologie, la comunicazione diviene molto più facile e qualsiasi informazione può circolare liberamente.

All’interno di questa cornice la flessibilità subentra come caratteristica distintiva della società moderna, dove “essere moderni” significa cambiare, compulsivamente e ossessivamente, in un’ottica di miglioramento all’infinito, privo di qualsiasi prospettiva o aspirazione a diventare “definitivo”. È questo un concetto ben riassunto nella definizione di Bauman di “modernità liquida” che, contrapponendosi alla modernità solida della società alle nostre spalle (caratterizzata da rigidità, sicurezza e ripetitività), veicola invece il bisogno di non ipotecare il futuro e di scongiurare qualsiasi rischio di non poter sfruttare le opportunità ancora segrete, ignote e inconoscibili auspicate ed attese per il futuro.

La virtuale vicinanza con ciò che fino al giorno prima è stato qualcosa di lontano ed estraneo facilita dunque l’individuo in questa ricerca di continuo cambiamento, grazie al confronto con qualcosa che è costantemente nuovo e diverso. Se da un lato tutto ciò può rappresentare un’importante fonte di arricchimento e aprire l’individuo ad un variegato ventaglio di possibilità circa la propria esistenza, dall’altro può costituire, tuttavia, un significativo indebolimento e allontanamento da ciò che è familiare. Per l’individuo è pertanto sempre più facile trovarsi senza punti di riferimento.

Messaggio pubblicitario Me.Dia.Re - Master Mediazione 2017-2018 In virtù di queste caratteristiche, l’individuo viene a percepirsi sempre più vicino a una comunità dai confini potenzialmente infiniti ma, allo stesso tempo, molto lontano dall’essere realmente noto, conosciuto e compreso. Ciò non può che comportare da un lato un sentimento di sofferenza psicologica, derivante dal senso di estraneità e di lontananza sperimentata dall’individuo all’interno della propria comunità, dall’altro aumenta inevitabilmente la paura dell’Altro, sconosciuto e diverso che, in molti casi, induce a rifiutare ciò che non si riesce a trattare e che quindi genera paura (si pensi ad esempio agli episodi di razzismo).

La sofferenza psicologica degli stranieri: l’influenza dell’attaccamento e della dimensione sociale

Se numerosi sono stati gli studi, in ambito della psicologia sociale, condotti sul tema del gruppo e delle relazioni tra ingroup ed outgroup, sul razzismo, stereotipi, pregiudizi, sempre maggiore è tuttavia l’interesse che in tempi recenti sta assumendo la dimensione della sofferenza individuale in risposta ai fenomeni appena descritti.

Con l’espressione dolore sociale s’intende proprio

la spiacevole esperienza che deriva dalla percezione di una distanza psicologica tra se stessi e gli altri.
In particolare, Eisenberger e Lieberman, tra i principali studiosi dell’argomento, si sono chiesti se la vita sociale e affettiva possa essere paragonata al bisogno umano di aria, acqua e cibo. Per quanto possa sembrare un’ipotesi iperbolica e, forse, anche leggermente sdolcinata, gli studi sul sistema di attaccamento ci insegnano che la ricerca ed il mantenimento di uno stato di vicinanza fisica con la propria figura di accudimento è funzionale alla sopravvivenza dell’individuo, non solo in termini di nutrimento, piuttosto sembra essere fondamentale anche rispetto al bisogno di contatto fisico e psicologico, di compagnia e di calore.

Nei loro studi, Eisenberger e Lieberman hanno dimostrato, inoltre, tramite indagini neurologiche, che il dolore fisico e il dolore sociale condividono le stesse basi neurali, situate nella corteccia cingolata anteriore, specificatamente nella suddivisione dorsale, ovvero aree 24 e 32 di Broadmann. Gli autori propongono l’ipotesi che la condivisione di tali meccanismi di processamento sia alla base di un circuito neurale di allarme funzionale alla sopravvivenza. Se, infatti, all’inizio il sistema entrava in allarme quando il caregiver si separava dal figlio, aumentandone in tal modo l’esposizione al pericolo e quindi i rischi di vita, tale meccanismo sarebbe poi rimasto attivo tutta la vita: questo perché si sarebbe sviluppata una sorta di dipendenza dal contatto con gli altri, che porta gli esseri umani a vivere come necessaria la compagnia altrui, anche quando l’organismo abbia raggiunto una fase matura di sviluppo.

Lo dimostra il fatto che, ad esempio, le persone aventi un attaccamento ansioso, caratterizzato dalla preoccupazione per il rifiuto altrui, e affette da malattie che provocano dolore cronico, tendono ad esperire maggiore dolore rispetto a persone con lo stesso disturbo ma con attaccamento sicuro (Ciechanowsky et. al., 2003). Altri studi hanno rilevato che la percezione del dolore fisico dopo un infarto, durante un parto, o conseguente a un tumore, viene attenuata dalle esperienze di supporto sociale (Dakof et al., 1990). Il contatto con gli altri è dunque una delle cose che ci tiene in vita e, non meno importante, ci aiuta a vivere meglio.

L’empatia nel contesto terapeutico con gli stranieri: le difficoltà del terapeuta

L’importante funzione adattiva svolta dal dolore sociale nel garantire la sopravvivenza dell’individuo ed il suo adattamento all’ambiente, solleva un’interessante questione che ci porta ad ipotizzare che questa particolare forma di dolore condivida con il più classico dolore fisico molto più che le medesime basi neurali. Si potrebbe, infatti, pensare che gli stessi meccanismi di riconoscimento del dolore regolino entrambi i fenomeni. Così, gli studi che dimostrano l’attivazione dei neuroni specchio in seguito all’osservazione di stimoli dolorosi provati da altre persone, considerati come dimostrazione delle basi scientifiche dell’empatia, potrebbero trovare un’importante applicazione negli studi sul dolore sociale.

È questo un tema di particolare interesse soprattutto all’interno del contesto terapeutico, che si fonda proprio sulla capacità di empatia del terapeuta; è Batson (1997) che in The Emphaty-Altruism Hypotesis afferma che l’empatia fungerebbe da motivazione nell’attivazione di schemi d’azione volti alla riduzione della sofferenza altrui.

Ma come cambia tale capacità nel terapeuta di fronte ad una società globalizzata, sospinta verso una forte integrazione di culture e valori differenti, che portano con sé anche un modo specifico e peculiare di vivere le esperienze dolorose della vita?

E’ ovvio che il rapporto con gli stranieri nella cura è complicato dai fattori sociali e culturali. E’ vero, infatti, che ogni individuo è un mondo a sé, e la condivisione di significati è difficile a prescindere, perché ognuno porta in ogni relazione il suo vissuto personale, la cultura familiare, la propria storia. Tuttavia, più ci si allontana dalla propria realtà, più i fattori di complessità aumentano.

In questo senso, la missione del terapeuta che si approcci a questo aspetto della “fluidità” moderna, è quello di impegnarsi nel tentativo di colmare questa distanza con un grande slancio all’ ascolto empatico, ancora più grande di quello che gli è richiesto nella cura con ogni paziente.

Gli stranieri, per definizione, si trovano infatti in una prima situazione difficile, faticosa, che è quella di aver abbandonato il noto per andare verso l’ignoto, per trovarsi a convivere con una cultura, una società, completamente diverse da quella di origine, con tutto ciò che ne consegue. A ciò si aggiungono, spesso, condizioni economiche difficili, episodi più o meno eclatanti di discriminazione, un senso di disorientamento e solitudine. E’ quindi evidentemente fondamentale più che mai che la relazione con il terapeuta diventi un luogo accogliente e sicuro, anche nell’ottica di evitare a queste persone quello che potrebbe essere l’ennesimo episodio di estraneità, lontananza, esclusione sociale.

E’ dunque importante, come propongono alcuni autori,

approntare, nell’esercizio della psicoterapia con lo straniero, un setting capace di evocare un ambiente oggettuale in grado di garantire il suo senso di identità psichica e culturale
(Anagnostopoulos, Germano, Tumiati, 2007).

Una psicoterapia che contempli anche un democratico rispetto di una realtà diversa dalla nostra. In fondo, come suggerisce Biorci (2009), l’espressione di un disagio e l’idea di salute dipendono principalmente dalle risposte che ciascuno si dà, ovvero dal modo in cui l’individuo interpreta gli eventi intorno a sé, la propria storia di vita e le relazioni causa-effetto che attribuisce agli eventi (Biorci 2009).
Il fenomeno migratorio è relativamente recente in Italia, ma il modo in cui si è presentato nel nostro paese è stato forte, massiccio, imponente, e probabilmente lo sarà sempre di più. Per questo, l’approccio italiano alla psicoterapia cognitivo-comportamentale sta lavorando proprio per imparare a rispondere anche all’esigenza di questi pazienti, sempre più numerosi.

La terapia ad orientamento cognitivo-comportamentale pone in interconnessione comportamenti, pensieri ed emozioni. Più nello specifico, secondo tale modello un disagio psichico si svilupperebbe sulla base della presenza di pensieri disfunzionali troppo rigidi che non solo inficiano il nostro benessere mentale, ma tendono inoltre a preservarsi tramite circoli viziosi di auto-mantenimento (Semerari, 2000).
Questo sarebbe comune a tutti gli esseri umani e, quindi, nella relazione con gli stranieri, più che approntare una terapia ad hoc, sarebbe utile aggiustare alcuni aspetti della terapia classica per andare incontro alle esigenze di ognuno.

La psicoterapia cognitivo comportamentale con pazienti stranieri

Esiste, per esempio, la cosiddetta Chinese Taoist Cognitive Psychotherapy (CTCP), che è una sorta di adattamento della terapia cognitivo-comportamentale ad alcuni valori della cultura cinese (Bianco, Messore, Radice, 2016). In questo caso, il terapeuta, oltre a concentrarsi sui pensieri disfunzionali e sulla loro connessione con le emozioni, assume una funzione prettamente didattica e dedica alcune ore ad illustrare al paziente i 32 caratteri taoisti. Questo perché nella cultura cinese la gerarchia dei ruoli è molto importante, pertanto porsi quale figura didattica autorevole aiuta in questi casi a porre il terapeuta come persona meritevole di fiducia.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Altro esempio è il rapporto di cura con pazienti ispanici. In tal caso, è necessario prestare attenzione a dettagli specifici della loro cultura, che prevedono ad esempio di aderire ad un modello di estremo rispetto nei confronti del paziente esprimendolo tramite forme di cortesia come l’utilizzo degli appellativi señor o señora e in generale di un atteggiamento orientato al para servirla (Organista e Muñoz, 1997).

Al di là degli esempi specifici riportati in questa sede, si potrebbe dire che l’approccio della scuola cognitivo-comportamentale italiana alla psicoterapia con gli stranieri, non modifica tecniche e procedure di base ma cerca piuttosto di integrarle con alcuni values specifici della cultura di appartenenza del soggetto con cui di volta in volta ci si confronta nella relazione di cura, al fine non solo di farlo sentire accolto, ma anche di non trascurare informazioni importanti ai fini della terapia.

In generale, è necessario che qualsiasi tipo, modello, o approccio che si affacci ad affrontare una psicoterapia con pazienti stranieri 

rispetti i principi minimi della democrazia e, in particolare l’introduzione del contraddittorio nell’ambito stesso del dispositivo terapeutico
(Nathan, 2001, p. 77). Non bisogna infatti dimenticare la duplice appartenenza/non appartenenza di tale soggetto a due culture diverse, la fatica di questo essere sospeso tra due mondi spesso molto diversi tra loro. Per fare ciò sarebbe necessario costruire un quadro relazionale ispirato all’ascolto, e al rispetto dei suoi modi di fare, dei suoi oggetti di culto, dei suoi esseri invisibili, e dei suoi dottori (Nathan, 2001).

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Bibliografia

  • Anagnostopoulos K., Germano F., Tumiati M. C. (2007). L’approccio multiculturale. Interventi in psicoterapia, counseling e coaching. Sovera Editore.
  • Bauman, Z. (2002). Modernità liquida. Roma – Bari: Laterza.
  • Batson C. D., (1997). Self-other merging and the emphaty-altruism hypothesis: Reply toNeuberg et al. (1997). Journal of personality and social psychology, 73, pp. 517-522.
  • Bianco S., Messore C. E., Radice G. (2016). Psicoterapia con pazienti stranieri: verso una prospettiva italiana. Disponibile all’indirizzo: http://www.stateofmind.it/2016/03/psicoterapia-con-pazienti-stranieri/
  • Biorci, G. (2009) Verso una pragmatica interculturale: l’espressione del disagio psicologico degli immigrati. RIME rivista dell’Istituto di Storia Europea Mediterranea, 2.
  • Ciechanowsky P. et al. (2003). The relationship of attachment style to depression,catastrophizing and healthcare utilization in patients with chronic pain. In Pain, 104, pp.627-637.
  • Dakof G. A., Taylor S. E., (1990). Vittims’ perceptions of social support: what is helpful from whom?. In Journal of Personality and Social Psychology, 58, pp. 80-89.
  • Eisenberg N. I., Fabes R. A., (1990). Emphaty: conceptualization, measurement, andrelation to prosocial behavior. In Motivation and Emotion, 14, pp. 131-149.
  • Eisenberger N. I., Lieberman M. D., (2004). Why rejection hurts: a common neuralalarm system for physical and social pain, TRENDS in Cognitive Sciences, 8, pp. 294-299.
  • Organista, K. C., & Muñoz, R. F. (1997). Cognitive behavioral therapy with Latinos.
  • Semerari, A. (2000). Storia, teoria e tecniche della psicoterapia cognitiva. Ed. Laterza.
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