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Un treno di notte per Lisbona (Night Train To Lisbon) (2013) – Cinema & Psicoterapia #29

Antonio Scarinci.
Psicologo Psicoterapeuta. Socio Didatta SITCC

 

 

RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA  #29

Un treno di notte per Lisbona (Night Train To Lisbon)(2013)

Proposte di visione e lettura (Coratti, Lorenzini, Scarinci, Segre, 2012)

 

 

L’inerte e scialbo professore cerca di ridare un po’ di smalto alla sua esistenza. Il film non ci racconta se ce la farà e ci lascia immaginare il dopo. Si farà trascinare dall’interesse affettivo suscitato dall’optometrista che incontra o la grigia e ripetitiva vita di Berna lo incastrerà ancora?

Info:

Titolo originale Night Train To Lisbon. Drammatico. Svizzera, Portogallo, Germania 2013. Un film di Bille August. Con Jeremy Irons, Mélanie Laurent, Jack Huston, Martina Gedeck, Tom Courtenay, Charlotte Rampling. Basato sull’omonimo romanzo, best-seller nei paesi di lingua tedesca, di Pascal Mercier.

Trama:

Una mattina uggiosa a Berna, mentre il professor Gregorius si reca a scuola, una ragazza tenta il suicidio gettandosi da un ponte. Il professore la salva e la ragazza scappa lasciandosi dietro un libro e un biglietto ferroviario per Lisbona. Il fascino del volumetto e una certa voglia di cambiamento spingono Gregorius a salire sul treno per Lisbona con l’intento di mettersi sulle tracce dell’autore del libro, Amadeu de Prado, medico e membro della resistenza che si oppose al regime di Salazar.

L’esistenza monotona e noiosa del professore cambia. La lettura del libro porterà in primo piano e in parallelo, la coraggiosa resistenza condotta da alcuni dissidenti, fino alla rivoluzione dei garofani, che ristabilirà gli equilibri democratici del paese in un intrecciarsi di storie personali che uniscono senso civico, passione, sentimenti e responsabilità personali.

I personaggi che incontra Gregorius in Portogallo sono ormai attempati e mostrano i segni di una stagione tragica e dolorosa. I loro ricordi epici e drammatici si raccolgono intorno a vissuti in cui il peso di alcune scelte che li portarono ad amare e a tradire a rischiare la vita in nome degli ideali e a districarsi in triangoli amorosi poco compatibili con l’impegno politico riemergono rievocati nei numerosi racconti “a ritroso” e nei flashback che si susseguono, via via che il professore prende contatto con i protagonisti di quelle vicende.

Motivi d’interesse:

Il film si snoda tra un’irrisolta indeterminazione propria del protagonista interpretato da Jeremin Irons, piatto, noioso, come sanno essere alcuni intellettuali che rifuggono dalle scelte e la determinazione di chi ha lottato contro la dittatura.

L’abitudine razionale prevarica l’espressione e il desiderio di una vitalità esistenziale, non a caso il professore è stato lasciato per questo dalla moglie. Quando arriva un biglietto ferroviario, quando il caso entra in scena si muovono le acque, il nostro sceglie di partire (Amadeu de Prado: “…l’esperienza che determina un drammatico cambiamento di vita ha spesso una levità impercettibile. Quando rivela il suo effetto rivoluzionario e fa sì che la vita sia inondata da una luce del tutto nuova lo fa silenziosamente…”).

L’inerte e scialbo professore cerca di ridare un po’ di smalto alla sua esistenza. Il film non ci racconta se ce la farà e ci lascia immaginare il dopo. Si farà trascinare dall’interesse affettivo suscitato dall’optometrista che incontra o la grigia e ripetitiva vita di Berna lo incastrerà ancora? (Amadeu de Prado: “Se siamo certi che non potremo mai raggiungere la compiutezza, improvvisamente non sapremo più come vivere il tempo che ci sta davanti”).

Molti pazienti che giungono all’osservazione clinica e non solo loro oscillano tra una libertà interdetta avvolta da sfiducia senza speranza e la costrizione di una vita disforicamente sopportata.

Le tracce della narrazione del film percorrono altri temi che riguardano le conseguenze delle scelte dei personaggi che hanno vissuto il periodo tumultuoso della resistenza narrato da Amadeu de Prado.  Gli strascichi del passato giungono fino al presente, legando a distanza di anni nuovamente le vite dei protagonisti segnate ancora da quegli accadimenti. Come dire dal passato non si sfugge. 

Nel racconto del film si ricompongono però le memorie e trovano spiegazione i fatti rimasti oscuri per lungo tempo, come spesso accade nel setting terapeutico, quando il paziente riesce a riannodare le esperienze passate integrandole in una narrazione unitaria e coerente.

 Spesso è il coraggio di prendere un treno, di rischiare, come sembra proporre il film, che può ridare significato e senso ad un’esistenza incolore e asfittica o perché segnata da episodi traumatici mai elaborati, o perché vissuta nell’ignavia e nella paura.

Le scelte passate e le conseguenze dolorose che ne sono derivate tracciano un filo che lega tutti insieme i personaggi di Treno di notte per Lisbona. 

La reciproca responsabilità (il senso di colpa ricorre frequentemente nei dialoghi tra i protagonisti), la fedeltà a una lotta ideale e ai sentimenti personali avvolgono la storia dello scrittore, della ragazza che tenta il suicidio, del boia di Lisbona che si scoprirà essere suo zio, dello zio dell’optometrista, torturato all’epoca dalla polizia segreta portoghese e ospite ormai di una casa di riposo, della sorella di de Prado, Adriana, del compagno di studi e di resistenza di Amadeu, George, legato sentimentalmente a Stefania che diventerà l’amante dell’amico e l’anello debole della resistenza da eliminare.

La memoria apre le ferite nel corpo e nell’anima dei protagonisti, presente e passato si sovrappongono in piani apparentemente inestricabili contrassegnati dal rimpianto e dal rimorso che intessono la trama dei legami relazionali (Amadeu de Prado: “Lasciamo sempre qualcosa di noi, quando ce ne andiamo da un posto: rimaniamo lì; anche una volta andati via e ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solo tornando in quei luoghi. Viaggiamo in noi stessi quando andiamo in posti che hanno fatto da cornice alla nostra vita. Non importa quanto questi siano stati brevi e viaggiando dentro noi stessi, ci dobbiamo confrontare con la nostra solitudine. Ma tutto ciò che facciamo, non lo facciamo forse per paura della solitudine? Non è questo il motivo per cui rinunciamo a tutte le cose che rimpiangeremo alla fine della nostra vita? …”).

Ognuno dei protagonisti appeso al destino dell’altro e il destino dell’altro segnato dalle scelte di ciascuno con una memoria condivisa nella sofferenza personale e collettiva, una memoria che finisce per trasformarsi in presente, ma un presente meno doloroso quando, generato da una rielaborazione del passato, illumina le ombre e comprende l’esperienza riordinandola attraverso nuovi significati.

Indicazioni per l’utilizzo:

Utile con i pazienti per lavorare sulla consapevolezza, sul ruolo che gioca il caso (Amadeu: ” Il caso è il regista della vita”), l’agentività e la responsabilità personale nelle vicende della vita. 

Trailer:

 

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Rubrica Cinema & Psicoterapia 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

L’orgoglio di essere se stessi. Per una ristrutturazione cognitiva della vergogna

 

Abstract

Fra le emozioni la vergogna è quella più subdola, in quanto inficia l’autostima e l’autoaffermazione. Essa è il frutto della storia personale dell’individuo e dei giudizi globali negativi che ha collezionato nel corso dello sviluppo.

Della vergogna, però, si può farne un buon uso, ovvero viverla come un’occasione per rivedere se stessi, la propria vita e per scoprire l’orgoglio per la propria imperfezione.

 L’origine della vergogna

Nel corso del secondo anno di vita del bambino compaiono le cosiddette emozioni sociali, definite anche autocoscienti e valutative (Berti e Bombi, 2005). Fra di esse un posto di rilievo lo occupa la vergogna. In questo vissuto emotivo quello che predomina è il giudizio complessivo negativo che la persona dà a se stessa. Alla base di tale emozione ci possono essere due fattori che agiscono nel corso dello sviluppo:

  • un temperamento difficile, che rende problematici i rapporti con l’alterità;
  • l’atteggiamento educativo che gli adulti hanno nei confronti dei bambini. Infatti, i genitori o gli insegnanti che esprimono dei giudizi globali sui propri figli o alunni li avviano ad un’analisi di sé globale, per cui di fronte a qualcosa di sbagliato che essi fanno tenderanno a valutarsi in toto come persone incapaci. Chiaramente la vergogna provata è maggiore laddove i bambini sono continuamente “…umiliati, disprezzati o su cui i genitori fanno pendere la minaccia di non volergli più bene…” (Berti e Bombi, op. cit., pag. 174).

La vergogna influisce negativamente sugli apprendimenti che il ragazzo compie nell’ambito della sua crescita e che appaiono, per questa ragione, ipotecati negativamente. A questo riguardo, la valutazione che il piccolo fa della sua persona  incide notevolmente sul suo stile di apprendimento, comunicazionale, cognitivo e attributivo.  La considerazione che il ragazzo ha di sé, come Mancaniello e Cangioli osservano può essere positiva (goodness), del tipo <sono un bambino buono e bravo>, o negativa (badness) <sono un bambino cattivo>. I giudizi sono inferiti dalle lodi o dai rimproveri dati dalle figure di riferimento significative (genitori, educatori, insegnanti)…” ( 2008, pag. 251).

I costrutti alla base della vergogna

 La mente umana è caratterizzata dalle credenze che possiede relative alla realtà. In pratica, essa percepisce ed interpreta gli eventi che accadono in base alle sue convinzioni. Ogni qualvolta la realtà non combacia con quelle che sono le aspettative, si intraprendono delle azioni che hanno la finalità di cambiare lo stato vissuto (reale) in uno stato desiderato (ipotetico), attraverso delle strategie comportamentali.

Lungo il tragitto che conduce alla condizione auspicata, si effettuano delle verifiche, ovvero sono sottoposte ad analisi le condotte adottate, in modo da stabilire se esse vanno nella direzione giusta o si indirizzano completamente verso altre rotte. In altre parole, se i comportamenti attuati procurano benessere si prosegue sulla stessa traiettoria, se invece producono malessere si cambiano i piani.

Questo accade nella misura in cui l’individuo ha un suo equilibrio psicologico che permette di scegliere, fra più condotte, quelle opportune e di cambiarle allorquando si rivelano inefficaci.

Laddove esiste sofferenza psicologica, il singolo utilizza sempre le stesse strategie che si cristallizzano, divenendo non suscettibili di cambiamento anche quando egli si accorge del malessere e della sofferenza che creano (Castelfranchi, Mancini e Miceli, 2002).

Nel costrutto della vergogna c’è la credenza di essere una persona non degna di stima. L’essere umano, quindi, valuta se stesso in termini non positivi e diviene estremamente attento ai segnali che l’alterità invia e che convalidano questa idea.

Ogni individuo ha una teoria relativa ad un proprio sé ideale. In pratica, ha un’opinione riguardo alle caratteristiche che contraddistinguono quella che reputa la persona giusta, a cui vorrebbe somigliare. Tale costruzione è figlia di tutti gli apprendimenti che il singolo ha compiuto nel corso della sua storia. Nel momento in cui questo sè ideale si discosta dal sè reale, la persona prova vergogna per non essere, agli occhi di se stessa prima e degli altri poi, quello che vorrebbe o dovrebbe essere (Castelfranchi, 2005).

Si prova imbarazzo, allora, non solo per quello che si è, ma anche per quello che si fa  e per tutte le cose che caratterizzano la propria vita.

In questo modo la vergogna diventa un’emozione che permea l’intero vissuto dell’individuo e può essere assimilata, nella sua intensità, ad un qualcosa di totalizzante e paralizzante, che invade completamente la mente, come l’emozione descritta da Antonin Artaud nella sua poesia “…Colei che dorme nel mio letto / E spartisce l’aria della mia camera / Può giocarsi a dadi sul tavolo / Il cielo stesso della mia mente…” (2002, pag. 121).

La persona vorrebbe fortemente apparire agli occhi degli altri per quello che non è. In taluni casi arriva a mistificare con se stessa e con l’alterità, costruendo un’ immagine di sé che non corrisponde a quella reale. Ciò determina la nascita di uno stato di ansia continuo, in quanto, in qualsiasi momento, si può essere smascherati e questo implementa la vergogna di base.

Come acutamente Eugenio Montale fa notare

“…È una grande sventura nascere piccoli / e la peggiore quella di chi rimbambisce / mimando la stoltizia che paventa / una qualche improbabile identità… E la vergogna non è, garzon bennato, che un primo barlume della vita…” (1991, pag. 484).

 La ristrutturazione cognitiva della vergogna

 La vergogna, oltre ad una funzione distruttiva, può avere una valenza positiva laddove diventa il paradigma fondante di una ristrutturazione di sé. Il desiderio più profondo dell’individuo che sperimenta la vergogna, come d’altra parte di ogni essere umano, è quello di essere accettato dall’altro. La falsa credenza, alla base di questa emozione, è quella di pensare che così come si è, con le proprie mancanze, limiti o imperfezioni, non si possa essere stimati dall’alterità.

Della vergogna, come suggerisce la Turnaturi (2012), si può farne un buon uso, ovvero viverla come un segnale che l’io invia per ristrutturare la relazionalità con se stessi e con gli altri.  Il prendere coscienza della vergogna può essere l’avvio per una negoziazione con se stessi, alla ricerca di un io ideale meno aulico, più in sintonia con la propria vera natura, in modo da distanziarsi emotivamente dalle esperienze e dagli apprendimenti che hanno inficiato l’immagine di sé. Bisogna ribadire a se stessi quello che il protagonista del romanzo di Scott Turrow dice

“…Mi manca qualche qualità umana. E noi possiamo essere soltanto ciò che siamo. Io ho la mia storia, i miei ricordi, il labirinto irrisolto del mio io, dove mi smarrisco tanto spesso…”  (1996, pag. 138).

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Artaud, A. (2002). Poesie della crudeltà (1913 – 1935) (P. Di Palmo trad.). Viterbo: Stampa Alternativa.  ACQUISTA ONLINE
  • Berti, A. E. e Bombi, A. S. (2005). Corso di psicologia dello sviluppo. Bologna: Il Mulino.  ACQUISTA ONLINE
  • Castelfranchi, C. (2005). Che figura. Emozioni e immagine sociale. Bologna: Il Mulino.  ACQUISTA ONLINE
  • Castelfranchi, C., Mancini, F. e Miceli, M. (2002). Fondamenti di cognitivismo clinico. Torino: Bollati Boringhieri.  ACQUISTA ONLINE
  • Mancaniello, A. e Cangioli, L. (2008). L’emozione della vergogna nell’infanzia: l’attività ludica motoria sportiva come mezzo per affrontarla. In C. Guido. e G. Vernì (a cura di), Educazione al benessere e nuova professionalità docente (pag. 247 – 266). Bari: Ufficio Scolastico Regionale Puglia.  DOWNLOAD
  • Montale, E. (1991). Tutte le poesie (G. Zampa curatore). Milano: Mondadori.
  • Turnaturi, G. (2012). Metamorfosi di un’emozione. Milano: Feltrinelli.
  • Turrow, S. (1996). Presunto innocente (R. Rambelli trad.). Milano: Mondadori.

Trauma psicologico: la terapia migliore è quella somatica

FLASH NEWS

La terapia somatica è uno dei migliori metodi utilizzati con successo per curare e ridare una vita normale alle persone che soffrono di trauma psicologico.

Gli avvenimenti che accadono nella nostra vita possono influenzare il funzionamento della nostra mente sia al livello conscio che inconscio. Certi eventi come un lutto inaspettato di una persona cara, la malattia, pensieri ansiosi,  incidenti ed esperienze  ai confini della morte possono determinare la comparsa della sintomatologia traumatica. Di conseguenza il trauma psicologico provoca dei danni alla psiche che si verificano in seguito ad un evento ad alto impatto emotivo e difficile da elaborare.

La terapia somatica è uno dei migliori metodi utilizzati con successo per curare e ridare una vita normale alle persone che soffrono di trauma psicologico.

Il termine somatico deriva dal greco “soma” che significa corpo. La terapia somatica è una terapia olistica che studia la relazione tra corpo e mente in base ai problemi di salute emotiva e mentale del soggetto.

La teoria che sostiene la terapia somatica postula l’idea che la sintomatologia traumatica comporta un’instabilità a livello del sistema nervoso autonomo (SNA). Secondo gli psicoterapeuti somatici, i nostri corpi trattengono i traumi del passato che si riflettono nel nostro linguaggio del corpo, nella nostra postura e anche nelle espressioni.

In alcuni casi, i traumi del passato possono manifestare sintomi fisici come dolore, problemi digestivi, squilibri ormonali, disfunzioni sessuali e del sistema immunitario, problemi medici, la depressione, l’ansia e la dipendenza.

Tuttavia i sostenitori di questa corrente psicoterapeutica affermano che attraverso la psicoterapia somatica il SNA può ritrovare l’equilibrio, l’omeostasi, e che questa terapia ridà la quiete ai pazienti con un quadro di trauma psicologico e cura sintomi fisici e mentali derivati da traumi passati.

La terapia somatica conferma il forte legame esistente tra la mente e il corpo, legame sostenuto da numerose ricerche nel campo della neuropsicologia che sostengono  come la mente influenza il corpo e viceversa.

L’obiettivo principale della terapia somatica è il riconoscimento e il rilascio della tensione fisica accumulata che può rimanere nel corpo a seguito di un evento traumatico. Le sessioni di terapia somatica insegnano al paziente come monitorare  l’esperienza passata attraverso  le sensazioni corporee. A seconda della forma di terapia somatica utilizzata, le sessioni possono focalizzarsi sulla la consapevolezza delle sensazioni corporee o possono includere corsi di danza, tecniche di respirazione, canto, esercizio fisico, tocco di guarigione e ipnosi.

La terapia somatica offre una varietà di benefici: rivede e trasforma esperienze negative presente o passate, trasmette un maggior senso di sé,  aumenta la fiducia, la resilienza e la speranza. Riduce il disagio, affaticamento e lo stress grazie ad una maggiore capacità di concentrazione.

La terapia somatica non agisce meccanicamente sul corpo per togliere il dolore. Essendo una terapia olistica, la terapia somatica indica al paziente il perché del problema riscontrato e suggerisce le modalità di eliminazione del dolore.

L’obiettivo del terapeuta è anche quello di far emergere, grazie a una forte empatia con il paziente, le cause emotive del dolore.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La scelta di determinare se un volto è animato o no dipende dalla nostra socievolezza

FLASH NEWS

Un recente studio pubblicato su Psychological Science sostiene che sentirsi non socievoli può ridurre la capacità di determinare se un oggetto è inanimato o meno.

In quanto esseri sociali, possediamo una motivazione intrinseca a prestare attenzione alle interazioni sociali; questo bisogno di essere connessi, di appartenere  ad una rete sociale fa parte integrante della natura umana influenzando il benessere fisico e mentale delle persone.

A questa ricerca hanno partecipato 30 studenti universitari che sono stati sottoposti ad un compito in cui dovevano decidere se un volto che veniva presentato loro fosse animato o meno. I volti (morphs) sono stati costruiti ex-novo dagli sperimentatori combinando caratteristiche di volti inanimati (come naso, bocca, le sopracciglia, mento di una bambola) a caratteristiche di volti di persone reali.

Sono state costruite in questo modo due categorie di volti: maschili e femminili, presentati random, che potevano avere diversi gradi di similitudine (su una scala da 0% a 100%) con un volto reale. In seguito, ai partecipanti veniva somministrato un questionario che misurava la socievolezza.

Dai risultati è emerso che i partecipanti che hanno ottenuto punteggi più alti al test di socievolezza categorizzavano più volti come “animati” rispetto al resto del gruppo di partecipanti.

Per approfondire i risultati ottenuti, gli autori hanno condotto un secondo studio in cui hanno manipolato sperimentalmente il “sentirsi socievoli”.

I ricercatori hanno chiesto ad un secondo gruppo di studenti universitari di compilare un test sulla personalità. Al posto del vero esito al test, ai partecipanti veniva fornito in maniera random un feedback che poteva essere la descrizione di una persona che avrebbe condotto una vita isolata e solitaria o di una persona che avrebbe avuto una vita socievole caratterizzata da relazioni durature. In seguito, i partecipanti venivano sottoposti al test della categorizzazione dei volti.

Come ipotizzato, dai risultati è emerso che gli studenti etichettati “come socievoli” hanno scelto un maggior numero di volti come appartenenti alla categoria “animati”.

Powers, uno degli autori del presente studio, sostiene che i risultati ottenuti sono particolarmente interessanti in quanto gli studi precedenti hanno dimostrato che le persone sono abbastanza caute nel determinare se un volto è animato.  Dal presente studio emerge come tale decisione dipende dallo status socio-relazionale dell’individuo e dalle motivazioni per le future interazioni sociali.

Ricerche simili ci aiutano a comprendere i fattori coinvolti nella percezione dei volti e nell’instaurare dei rapporti sociali ed inoltre possono fornire degli spunti interessanti per capire meglio le nuove tipologie di relazioni che sono emerse in età moderna, compresi i nostri rapporti con gli animali domestici, gli avatar o i mezzi tecnologici come computer, robot e telefoni cellulari.

 

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Incidente aereo di Tenerife: le dinamiche di gruppo e l’influenza della cultura organizzativa

Nel 1977 si verificò sull’isola spagnola di Tenerife l’incidente più grave nella storia dell’aviazione: la collisione di due Boeing 747 che costò la vita a 583 persone. La responsabilità dell’incidente è completamente attribuibile a comportamenti sbagliati attuati dalle persone coinvolte e dall’organizzazione di cui facevano parte.

Nel marzo del 1977 si verificò sull’isola spagnola di Tenerife, più precisamente all’aeroporto di Los Rodeos (oggi rinominato Tenerife North Airport), l’incidente considerato da molti il più grave nella storia dell’aviazione: la collisione di due Boeing 747 costò la vita a 583 persone. 

La particolarità del disastro avvenuto a Tenerife consiste nel fatto che non si è verificata un’anomalia tecnica, ad esempio un guasto al motore di un aereo, né l’incidente è avvenuto a causa del maltempo. La responsabilità dell’incidente è completamente attribuibile a comportamenti sbagliati attuati dalle persone coinvolte e dall’organizzazione di cui facevano parte.

 

In rete di possono trovare descrizioni abbastanza dettagliate del disastro aereo, ma l’obiettivo di questo articolo consiste nel commentarne, seguendo un approccio psicologico, un aspetto specifico. Il focus sarà centrato sulla compagnia di uno dei due Boeing 747, ossia la KLM, analizzando le dinamiche di gruppo del team che pilotava l’aereo e i processi organizzativi in gioco. Successivamente verrà trattata l’importanza della cultura organizzativa nell’influenzare i comportamenti dei membri dell’organizzazione in questione e sarà analizzata la situazione attraverso alcune teorie organizzative.

Le dinamiche di gruppo nel team della KLM

Nel team della KLM, composto dal pilota, il copilota e l’ingegnere di volo, è visibile una serie di dinamiche e di processi che lo hanno portato a fallire nel suo compito e a causare la morte di centinaia di persone. Il gruppo si trovava in una situazione di elevato stress (come il team della compagnia Pan Am, gli operatori della torre di controllo e le altre persone coinvolte). Tale situazione difficile ha condotto il team della compagnia KLM a varie difficoltà soprattutto nella comunicazione, dovute a una serie di motivi che saranno esposti in seguito.

I processi di decision making e di individualismo

Risulta evidente che le decisioni sbagliate del pilota dell’aereo non sono state contraddette né dal copilota né dall’ingegnere di volo (Weick, 1990). Nel momento in cui l’aereo della KLM si stava preparando per il decollo, il copilota sapeva che il pilota stava iniziando la fase di decollo illegalmente (ossia senza l’autorizzazione), ma non ha fatto nulla per dimostrare la sua avversione per questo comportamento. Anche l’ingegnere di volo, dal suo canto, aveva dei sospetti che l’aereo della Pan Am fosse ancora sulla pista, ma non ha insistito decisamente per convincere il pilota ad avere più prudenza e a evitare il rischio di incidente.

Il team della KLM si è dimostrato dunque un gruppo composto da tre membri che lavoravano individualmente. Esso sembra possedere le caratteristiche di una struttura meccanicistica di gruppo (‘t Hart, Rosenthal & Kouzimet, 1993, citati da McCreary, Pollard, Stevenson & Wilson, 1998), la quale tende a involvere in una gerarchia burocratica e a catene formali di comando e di comunicazione. Riprendendo la trattazione di ‘t Hart e collaboratori (1993), in questo tipo di gruppi i processi decisionali tendono a essere altamente centralizzati; nel caso in questione, infatti, il pilota della KLM, nella situazione di stress, si è isolato dagli altri e ha preso le decisioni senza consultarli. Si assiste, analizzando la situazione creatasi, a una forma di groupthink che ha permesso ai membri del gruppo di minimizzare i conflitti e di raggiungere il consenso senza il ricorso a una valutazione critica delle idee.

Il copilota, data la sua inesperienza, ha evitato di contraddire le decisioni del pilota, probabilmente per evitare l’imbarazzo o l’ira del leader nei suoi confronti (lo stesso discorso vale per l’ingegnere). Il potere di competenza e il potere leggittimo (Palmonari, Cavazza & Rubini, 2006) del pilota sul copilota deriverebbero da norme interiorizzate di quest’ultimo, che stabiliscono che il primo ha il diritto leggittimo di influenzarlo, dato che è colui che gli ha conferito il brevetto e che di conseguenza sarebbe il membro più esperto del gruppo.

In una situazione stressante e critica come quella in cui si trovavano, inoltre, non potevano permettersi di ledere la coesione di gruppo; per giunta, date le disposizioni olandesi che li obbligavano a rientrare nelle ore mensili di volo previste, essi condividevano questo obiettivo comune che li ha portati a evitare di contrastare la decisione di decollare senza autorizzazione.

L’influenza della cultura organizzativa sul comportamento del team

Come Li e Harris (2006) confermano, i processi di decision-making, i fattori di vigilanza e la cultura organizzativa costituiscono gli elementi primari per l’analisi degli errori umani negli incidenti aerei. Orasanu e Connolly (1993, citati da Li & Harris, 2006) sostenevano che il processo di decision-making si verifica spesso in un contesto organizzativo, nel senso che l’organizzazione influenza direttamente le decisioni dei piloti stabilendo delle procedure operative standard, e indirettamente attraverso le proprie norme e la propria cultura. Li e Harris, nel loro studio del 2006, hanno applicato l’HFACS (Human Factors Analysis and Classification System: uno strumento utilizzato per l’analisi del ruolo dell’errore umano negli incidenti aerei) sugli incidenti della ROC Air Force. Ciò ha permesso loro di sostenere che le decisioni ai livelli superiori di un’organizzazione hanno un ruolo centrale nella provocazione di incidenti ed errori operativi, confermando così il modello teorico di Reason (1990), il quale sostiene che i fallimenti derivino da condizioni latenti nelle organizzazioni.

La prospettiva del sensemaking di weick

La prospettiva del sensemaking di Weick (1995, citato da Bonazzi, 2006) si presta a un’analisi della situazione in questione. Come Weick (1990) sottolinea, quando le persone impiegate in una data organizzazione parlano tra loro e con gli estranei, non solo comunicano all’interno di un’organizzazione, ma costruiscono l’organizzazione stessa attraverso ciò che dicono. Nel caso in questione, qualsiasi conversazione avvenuta tra la cabina di pilotaggio della KLM e gli esterni (dal responsabile della sede dell’aeroporto di Las Palmas alla torre di controllo di Los Rodeos, alle interazioni avvenute all’interno dello stesso cockpit), rappresentano l’organizing della KLM. La debolezza della compagnia aerea si noterebbe nel momento in cui fra i membri del team la comunicazione varia o è del tutto assente.

Per Weick (1995, citato da Bonazzi, 2006) la cultura di un’organizzazione si costruisce d’altronde dai processi cognitivi attraverso cui i soggetti conferiscono senso ai loro flussi di esperienza. In altre parole, il caos dovuto alla situazione stressante ha portato il team della KLM ad attribuirne ordine e forma attraverso l’utilizzo di mappe causali puramente cognitive, ed effettuando delle azioni logiche in merito a ciò; il sensemaking effettuato dal team sarebbe, in quest’ottica, del tutto equivalente ai processi di organizing della KLM.

L’intero processo di interpretazione da parte del team della KLM degli eventi che stavano accadendo e di quelli che di lì a poco sarebbero accaduti dipende da diversi fattori: dal linguaggio, dalle interazioni sociali fra gli attori coinvolti, dunque dalle relazioni prettamente gerarchiche che influenzano nel gruppo gli atteggiamenti e le norme di comunicazione. Seguendo la prospettiva teorica di Weick (1995, citato da Bonazzi, 2006), la realtà attivata dagli attori coinvolti attraverso il processo di enactment ha retroagito su di loro in modo tale che qualsiasi cosa che fosse in seguito successa sarebbe stata reinterpretata, da parte loro, retroattivamente. Ad esempio, considerato che il team della KLM stava aspettando l’autorizzazione al decollo, giacché loro volevano sentire tale autorizzazione, hanno probabilmente interpretato le parole dell’operatore della torre di controllo in tal senso.
Si potrebbe sottolineare inoltre che, in una realtà come le compagnie aeree, vi è un linguaggio comune di atti e procedure che serve a creare una grammatica convalidata consensualmente per evitare fatali ambiguità. Nel momento in cui tale standardizzazione viene a mancare (ad esempio nel caso in questione non è stato attuato un linguaggio corretto da parte del copilota), decade la centralità prettamente a livello sostantivo della lingua nel sensemaking, provocando un misunderstanding generale che conduce a vari errori interpretativi.

La cultura come espressione del nucleo tecnologico

La visione del team della KLM come gruppo (‘t Hart et al., 1993, citati da McCreary et al., 1998) all’interno di una compagnia aerea, conduce a considerare i processi organizzativi in gioco relativi al nucleo tecnologico. I compiti che il team si presterebbe a eseguire quotidianamente sono pressoché routinizzati e abbastanza prevedibili. Seguendo il modello sviluppato da Perrow (1967, citato da Hatch, 2009) il cockpit rappresenta un’unità organizzativa della compagnia aerea che detiene una tecnologia propria. Di conseguenza si possono considerare le dimensioni della variabilità dei compiti e della analizzabilità dei compiti. Secondo la combinazione delle suddette dimensioni, il nucleo tecnologico alla base del team della KLM rientra nella definizione di tecnologia di routine, ossia caratterizzata da una bassa variabilità dei compiti e da un’alta analizzabilità; l’analizzabilità è da considerare alta poiché i membri del team sono addestrati a situazioni che prevedono un dirottamento verso un altro aeroporto, ad affrontare circostanze d’emergenza ecc.

Per spiegare la situazione critica creatasi e le conseguenze cui ha condotto, però, non basta una visione prettamente tecnica come quella di Perrow; la prospettiva simbolico-interpretativa di Weick (1995, citato da Hatch, 2009) ne rappresenta un valido supporto. Il linguaggio utilizzato all’interno della cabina di pilotaggio, le procedure comportamentali, le metafore, le azioni e le interazioni fra i membri del team e fra questi ultimi e l’aereo stesso, sono aspetti che fanno parte della cultura organizzativa, e di conseguenza costituiscono il nucleo tecnologico. I suddetti aspetti rientrano in un processo interpretativo soggettivo della realtà da parte degli attori coinvolti; per quanto il team fosse stato probabilmente addestrato ad affrontare una situazione simile a quella in cui si trovava, non è stato in grado di fare le scelte giuste in un contesto così stressante al fine di evitare il rischio di incidente, per via delle difficoltà prettamente comunicative connesse ai processi psicosociali e organizzativi descritti precedentemente.

Conclusione

Col passare degli anni i sistemi di sicurezza centrati sulla prevenzione di incidenti dovuti a rischi fisici, biologici e chimici si sono perfezionati, ma è prestata ancora poca attenzione al fattore umano all’interno delle organizzazioni, ai rischi psicosociali e alle conseguenze cui questi ultimi potrebbero condurre. Un’adeguata attenzione da parte delle aziende alla gestione dei rischi psicosociali dovuti sia al contenuto del lavoro sia al contesto lavorativo potrebbe evitare il verificarsi in futuro di un altro disastro come quello di Tenerife.

 

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Current

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Bonazzi, G. (2006). Come studiare le organizzazioni. Bologna: Il Mulino. ACQUISTA
  • Hatch, M. J. (2009). Teoria dell’organizzazione. Bologna: Il Mulino. ACQUISTA
  • Li, W. C., & Harris, D. (2006). Pilot error and its relationship with higher organizational levels: HFACS analysis of 523 accidents. Aviation Space and Environmental Medicine 77: 10 pp. 1056-1061.
  • McCreary, J., Pollard, M., Stevenson, K., & Wilson, M. B. (1998). Human factors: Tenerife revisited. Journal of Air Transportation World Wide 3: 1 pp. 23-32.
  • Orasanu, J, & Connolly, T. (1993). The Reinvention of Decision Making. In: Klein G.A., Orasanu, J., Calderwood, R., & Zsambok, C.E. (Eds.), Decision Making in Action: Models and Methods. (pp. 3-20). Norwood, New Jersey: Ablex.
  • Palmonari, A., Cavazza, N., & Rubini, M. (2006). Psicologia sociale. Bologna: Il Mulino. ACQUISTA
  • Reason, J. (1994). L’errore umano. Bologna: Il Mulino. (Original work published 1990).
  • ‘t Hart, P., Rosenthal, U., & Kouzmin, A. (1993). Crisis decision making: The centralization thesis
    revisited. Administration & Society. 5, vol 25, No 1, p. 12.
  • Weick, K. E. (1990). The Vulnerable System: An Analysis of the Tenerife Air Disaster. Journal of Management 16: 3 pp. 571-593. DOI: 10.1177/014920639001600304.

 

Linee guida per il supporto alle donne vittime di violenza – Recensione

Un libro veramente utile che illustra per il pubblico italiano di operatori della salute le linee guida per rispondere alla violenza del partner e alla violenza sessuale contro le donne.

Scriviamo violenza verso le donne perché la differenza di frequenza tra uomini e donne è tale che mi è consentito l’utilizzo delle donne come vittime e dei partner come violenti. Anche se ovviamente abbiamo un caso ogni 10 in cui sono le donne ad essere violente e gli uomini ad essere vittime. Una revisione recente della prevalenza life-time della violenza contro le donne ci fornisce un numero che descrive bene l’importanza del fenomeno, il 35% delle donne sperimenta violenza fisica o sessuale nel corso della vita e per quello che riguarda gli omicidi di donne, il 38% sono perpetrati dal partner. 

Le violenze fisiche e sessuali generano problemi di salute, a breve medio o lungo termine. Dal punto di vista degli effetti psicologici, sale drammaticamente il rischio di depressione, i tentativi di suicidio, il PTSD. Queste cose si sanno, anche se i numeri non sono noti a tutti.

Chi opera nella salute mentale conosce l’importanza di un intervento che sia professionalmente informato e insieme rispettoso dei diritti delle donne. Professionale, vuol dire utilizzare negli interventi psicologici protocolli efficaci (come la CBT, o l’EMDR), rispettoso dei diritti delle donne (gender sensitive) implica capacità di ascolto, non invadenza, rispetto dei tempi delle donne, coraggio di non essere interventisti laddove vi siano resistenze da parte della donna, e rispettoso della privacy del racconto della violenza.

Questo approccio “gender sensitive” deve tenere conto del fatto che la violenza è un problema strutturale e spesso ha lo scopo di costringere le donne all’ubbidienza o alla subordinazione, data anche la disparità di forze fisiche in campo. 

Il personale sanitario tutto va formato all’intervento sulla violenza contro le donne. In ogni struttura dovrebbe esserci del personale appositamente formato e consapevole delle linee guida, capace di fornire la psicoterapia, il sostegno, l’aiuto sociale adeguato alle donne vittime di violenza.

Ovviamente noi qui sottolineiamo gli aspetti psicologici perché questo è il nostro campo di esperienza, ma nelle Linee guida si citano anche gli interventi sui rischi fisici. Ad esempio quando si sospetti una gravidanza, o quando la gravidanza sia effettivamente iniziata., o quando vi siano rischi di malattie virali come l’HIV. Il libro dà indicazioni su queste aree in modo corretto e sensibile.

Patrizia Romito nella sua bella presentazione sottolinea giustamente l’urgenza della ricerca sulla trasmissione intergenerazionale della violenza, bambini che assistono a violenza hanno vulnerabilità psichiche di diversa gravità a seconda della quantità di esposizione nel tempo e del tipo di violenza a cui hanno assistito.

Interessante che nelle linee guida siano citate alcune aree in cui non si trova un accordo. In questi casi le raccomandazioni sono come sospese, e si lascia agli operatori la riflessione sulle scelte da compiere. Ad esempio non vi è accordo se occorra o sia sconsigliato uno screening generale (o indagine di routine) sulla violenza in tutti i colloqui psicologici effettuati nei servizi con le donne. Vi sono posizioni che ne rilevano l’importanza, ma molti sono in disaccordo e considerano lo screening generale inapplicabile e se applicato addirittura pericoloso per la gestione corretta del colloquio psicologico. 

Per quanto riguarda gli psicoterapisti il problema della violenza è ben conosciuto e fa parte dell’universo di problemi clinici che ci si trova a d affrontare nei colloqui. Purtroppo, quando ci si trova davanti al racconto di una violenza subìta, si rischia a volte di intervenire utilizzando conoscenze personali o in modo coerente con la propria formazione e non in modo empirico e seguendo linee guida condivise. In questo senso il testo fa riflettere perché consente di vedere come nella formazione in psicoterapia sarebbe forse utile iniserire moduli efficaci sula violenza contro le donne e orientare l’ insegnamento anche pratico non soltanto verso gli approcci che si preferiscono e si conoscono ma verso ciò che è efficace e empiricamente provato. 

Questo renderebbe la formazione più completa, e gli allievi certamente più bravi e meno costretti dalle maglie dell ideologia o delle preferenze formative della scuola che hanno scelto.

Una buona scuola dovrebbe informare sulle linee guida e fare un pezzo di formazione specifica su questo in modo da dare agli allievi strumenti che possano aiutarli nell’inserimento professionale futuro. E i nostri giovani psicologi ci chiedono spesso che la formazione sia concreta, pratica e informata.

 Leggere queste linee guida dà l’idea che la ricerca e i dati empirici in questa area sia appena agli inizi. Sia la diagnostica (identificazione della violenza) che l’assistenza clinica per le vittime di aggressione sessuale sono supportate da pochi dati di ricerca basati spesso su ricerche in contesti limitati (ad esempio solo in occidente) e numeri piccoli.

Ma questa base empirica così debole è sempre affiancata nelle Linee guida da raccomandazioni forti ad agire in modo corretto e definito in modo chiaro. E’ proprio la differenza tra fragilità relativa della ricerca e urgenza della raccomandazione ad agire, che rende questo libro molto interessante e da leggere tutto di un fiato. 

 

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IgNobel 2014: e il premio per la ricerca più assurda va a…

Anche quest’anno si è tenuta la cerimonia della consegna dei premi IgNobel, riconoscimenti per le ricerche assurde e divertenti che hanno lo scopo di stimolare l’interesse del pubblico alla scienza in generale.

I premi vengono assegnati a 10 ricercatori o enti provenienti da differenti settori dell’ambito scientifico.

In particolare, in questa edizione le ricerche meritevoli del premio appartengono alle seguenti categorie:

  • Fisica
  • Economia
  • Arte
  • Nutrizione
  • Biologia
  • Salute pubblica
  • Medicina
  • Scienze artiche
  • Neuroscienze
  • Psicologia

Il premio per le neuroscienze lo portano a casa un gruppo di ricercatori canadesi e cinesi grazie ad uno studio che ha lo scopo di capire cosa accade nel cervello delle persone che vedono la faccia di Gesù in un pezzo di pane tostato.

Questo fenomeno, noto come pareidolia facciale, è la percezione illusoria di una faccia non esistente. Questo studio compara i responsi comportamentali e neurali della pareidolia facciale con quelli della pareidolia delle lettere per esplorare le reazioni specifiche durante il processo di percezione di una faccia. Ai partecipanti sono state mostrate delle immagini pure-noise ma sono stati portati a credere che il 50% di queste conteneva facce o lettere. Il campione ha riferito di aver visto facce o lettere rispettivamente il 34% ed il 38% delle volte. L’area fusiforme per le facce destra (rFFA) mostrava delle reazioni specifiche quando i partecipanti vedevano delle facce rispetto alle lettere.

Queste scoperte suggeriscono che la rFFA gioca un ruolo specifico non solo nel processare volti reali ma anche durante la percezione illusoria di una faccia, forse per facilitare l’integrazione delle informazioni che provegono dalla Corteccia Visiva Primaria e dei segnali dalla Corteccia Pre-Frontale. Le analisi su tutto il cervello hanno rivelato un network specializzato nella pareidolia facciale che include sia le regioni frontali che occipitali.

Il premio per la psicologia invece lo hanno meritato un gruppo di ricercatori americani, australiani ed inglesi per uno studio in cui si evidenzia che, in media, le persone abituate a svegliarsi più tardi sono più manipolatrici , hanno una maggiore autostima e sono più psicopatiche delle persone che si svegliano presto la mattina.

Gli autori suggeriscono che, al fine di attuare una cheater strategy (strategia dell’ imbroglione) migliore, le persone con elevate caratteristiche di Dark Triad (machiavellismo, psicopatia e narcisismo) dovrebbero avere prestazioni cognitive ottimali e, quindi, avere un cronotipo notturno. Tale disposizione trarrà vantaggio dalla luce bassa, dal monitoraggio limitato e dalla diminuita elaborazione cognitiva di persone mattutine.

Mentre sono state trovate differenze di sesso per alcune caratteristiche della Dark Triad, non ci sono differenze di sesso per quanto riguarda il cronotipo.

Per chi fosse curioso di scoprire tutte le ricerche premiate, le può visionare su questo sito: http://www.improbable.com/ig/winners/

 

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BIBLIOGRAFIA:

Matrimonio: più lei è felice meglio è!

FLASH NEW

Una ricerca della Rutgers University ha scoperto che nei matrimoni felici, più è contenta la moglie più felice sarà il marito anche della propria vita personale, a prescindere da ciò che prova lui nei confronti della loro unione.

Quando una moglie è soddisfatta del suo matrimonio tende a fare di più per il proprio marito e questo ha un’influenza positiva sulla vita di lui. In più, avendo gli uomini la tendenza ad esternare poco in maniera verbale, anche in caso di qualche malcontento questo non viene “trasferito” alla moglie e di conseguenza il clima generale è positivo e la qualità della vita individuale è migliore.

I ricercatori hanno analizzato i dati di 394 coppie che erano parte di uno studio nazionale del 2009 su reddito, salute e disabilità. Almeno uno dei coniugi aveva 60 anni o più e, in media, le coppie erano sposate da 39 anni. Per valutare la qualità del matrimonio sono state poste diverse domande sul rispettivo consorte ed è stato fatto scrivere un diario dettagliato delle 24 ore precedenti lo studio.

I partecipanti hanno valutato la loro vita come generalmente molto soddisfacente (in media: 5 su 6 punti), con i punteggi sul matrimonio leggermente più positivi per i mariti rispetto alle loro mogli.

I risultati mostrano che essere in un matrimonio felice è legato a una vita più soddisfacente e felice. Inoltre è emerso anche che anche la malattia viene vissuta diversamente: le mogli diventano più infelici se il marito si ammala ma in caso contrario il livello di felicità del marito non è condizionato dallo stato di salute della moglie.

Studi come questo sono importanti perché la qualità del matrimonio può influire sulla salute e sul benessere individuale soprattutto con l’avanzare dell’età. Un matrimonio felice fornisce appoggio, aiuta a moderare gli effetti sulla salute degli stressor tipici della fase finale della vita e aiuta le coppie ad affrontare e gestire meglio decisioni difficili sulla salute e sulle cure mediche.

 

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La conclusione della terapia: tre terapeuti aprono la discussione riflettendo sulle proprie trame relazionali – Congresso SITCC 2014

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La conclusione della terapia- tre terapeuti aprono la discussione riflettendo sulle proprie trame relazionaliIl congresso SITCC tenutosi a Genova ha avuto senza dubbio il merito di offrire uno spazio a momenti di riflessione che vanno oltre le linee guida, i protocolli e le analisi statistiche. Il simposio relativo alla fase conclusiva della terapia si colloca proprio in quest’orizzonte, dove non si espongono dati di ricerche condotte, ma si offre materiale per crearne di nuove, per ragionare su tematiche e processi a partire dal materiale umano.

Il dr. Manno presenta un caso clinico in cui la decisione di concludere la terapia viene presa dal paziente, dopo un anno e mezzo di lavoro continuativo e di obiettivi raggiunti. Emerge subito un dubbio, nella testa del terapeuta, condivisibile da chiunque svolga questo lavoro: E’ stato fatto tutto? Gli obiettivi raggiunti sono stabili nel tempo?. I sentimenti avvertiti sono di disagio, e un po’ di dispiacere. Il terapeuta concorda di concludere la terapia da lì a tre mesi: si svolge un bilancio di ciò che è stato fatto e si analizzano possibili scenari futuri.

Il dr. Manno condivide quindi una riflessione relativa a quando incominci la fase conclusiva della terapia e la risposta appare alquanto semplice: con l’inizio della terapia. Il dato che la terapia abbia un inizio e una fine è un elemento intrinseco al percorso stesso, una caratteristica del contratto terapeutico e una regola del setting.

Relativamente alle emozioni del terapeuta, invece, il dr. Manno si sofferma sul tema della perdita, nucleo centrale della conclusione di una terapia, ma non solo per il paziente. Il professionista perde a sua volta un percorso di terapia, e principalmente perde una relazione. I rischi maggiori in questa fase riguardano:

  • Un evitamento di tipo perfezionistico (del terapeuta che vuole assicurarsi che vada tutto bene), o di tipo euforico, che si concretizza nel mantenimento dei contatti con il paziente;
  • Un atteggiamento espulsivo da parte del terapeuta, che conclude troppo velocemente e bruscamente la terapia.

Pertanto risulta necessario che il terapeuta sia profondamente consapevole di tale perdita e delle conseguenze che comporta per entrambi i membri della relazione, al fine di gestire al meglio la parte conclusiva della terapia.

La dr.ssa Gianotti offre invece alla platea la presentazione di due casi clinici in età evolutiva, simili per l’interruzione prematura e non preannunciata della terapia, ma profondamente diversi per quanto riguarda le emozioni provate dalla terapeuta in seguito a tali conclusioni.

Nel primo caso presentato, l’interruzione della terapia avviene in seguito al parziale raggiungimento degli obiettivi e non lascia possibilità di una separazione preparata, come esposto nel contributo del dr. Manno. Le emozioni provate dalla terapeuta in tale situazione sono di rabbia e tristezza, sicuramente comprensibili visto il legame instauratosi con il paziente, per il quale l’ambulatorio della terapeuta era diventato la base sicura in cui potersi sentire accolto e non giudicato. In un secondo momento però, emerge la speranza che l’aver esperito una relazione nuova, diversa dalle altre in termini qualitativi, possa in qualche modo aver lasciato un’impronta positiva nel paziente. La rappresentazione interna del paziente assume quindi una connotazione diversa, in cui permane certo una dose di preoccupazione, ma ridimensionata nell’ottica dei successi terapeutici ottenuti.

Il secondo caso clinico delinea invece la storia di una relazione terapeutica interamente improntata sulla contrattazione, in cui era costantemente attivo il sistema agonistico. In seguito alla conclusione, dopo 18 mesi di incontri settimanali, emergono nella terapeuta sentimenti di ambivalenza, tra senso di colpa e rabbia: interessante notare che lo stile di attaccamento del paziente fosse di tipo ansioso ambivalente. I casi illustrati e le emozioni suscitate risultano molto complessi e difficili da interpretare. Emergono tuttavia alcune domande, che possono suggerire un punto di partenza: l’età del paziente può essere un fattore influente nei sentimenti avvertiti dal terapeuta a fine terapia? Quale potrebbe essere il ruolo dello stile di attaccamento del paziente? Tali domande rimangono per ora aperte, spunto di riflessione e di approfondimento.

L’intervento del dr. Furlani, relatore e chairman del simposio, si focalizza sul parallelismo tra conclusione della terapia e fine di una relazione affettiva.

Salvando senza dubbio l’emozione di soddisfazione che il terapeuta può provare al termine di un percorso terapeutico, si mantiene tuttavia anche il tema della perdita. Viene quindi rinforzata l’idea che tale perdita debba essere metabolizzata, vissuta nel tempo concedendosi gli spazi per accettare un cambiamento personale che, nella prospettiva del dr. Furlani, è inevitabile, in quanto prodotto dalla chiusura di una relazione. Emerge però una differenza rispetto alle relazioni affettive: in una relazione terapeutica è sempre il paziente che sceglie quando concludere la terapia e, di conseguenza, è sempre il terapeuta a essere lasciato, a perdere all’interno della relazione.

L’intervento del dr. Landini, discussant del simposio, rinforza l’idea che sia responsabilità del paziente decidere di intraprendere e di concludere la terapia.

In quest’ottica di libertà il terapeuta può, al momento giusto, permettersi di suggerire al paziente di fare un bilancio e di verificare il raggiungimento degli obiettivi senza per questo creare forzature. Il contributo finale, inoltre, aggiunge alla relazione terapeutica (e non) una connotazione che va oltre l’interazione tra le persone e che comprende anche la rappresentazione delle relazioni passate e la previsione delle relazioni future.

 

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Amore romantico e Psicoterapia cognitiva individuale e di coppia – Congresso SITCC 2014

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Amore romantico e psicoterapia cognitiva individuale e di coppia
Il Dott.Aquilar apre il simposio partendo dalle definizione che Branden (1990) dà dell’Amore Romantico:

Un attaccamento spirituale, emotivo, sessuale, appassionato, che riflette un’elevata considerazione per il valore dell’altro come persona.

Non è raro nella pratica clinica incontrare pazienti che ci riportano vissuti di sofferenza legati al rapporto di coppia.

Da qui l’importanza di mettere a punto tecniche per la psicoterapia individuale che aiutino nell’affrontare tali problematiche. E’ stato così illustrato dal Dott. Aquilar [Presidente dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Cognitiva e Sociale (AIPCOS) e Didatta della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC)] il procedimento della Psicoterapia Cognitiva per Problemi di Coppia presentando il Modello SEMPRE per l’Auto-Osservazione Guidata Complessa. Tale modello (Aquilar, 2011, 2012, 2013; Aquilar & Pugliese, 2011; Di Manna, 2011, 2013) viene applicato nella modificazione graduale delle sequenze emotive, cognitive e comportamentali  disfunzionali. Il paziente viene invitato a compilare una tabella in cui esplicitare:

Situazione (contesto, antefatto)

Emozioni (stati d’animo, stati corporei)

Meta-emozioni (cosa ho provato per aver provato E)

Pensieri (idee, immagini mentali)

Risposta (cosa ho fatto io e cosa hanno fatto gli altri)

Esito (come è andata a finire; cosa ho imparato da questo evento)

Seguono i codici interpretativi di tale modello, dai sistemi motivazionali interpersonali (se presenti oppure no, se attivi o inattivi, se ipertrofici o ipotrofici) alla Metacognizione e alle funzioni Metacognitive o Meta-rappresentazionali, consente di identificare Idee irrazionali/disfunzionali e distorsioni cognitive, e mettere in evidenza cicli interpersonali problematici ricorrenti. Consente di indagare sistemi di significato, la presenza o l’assenza di  Fattori di resilienza e i Fattori comunicativi e metacomunicativi (Aquilar, 2011).

Le tematiche legate all’innamoramento sembrano riscuotere un grande interesse messo in evidenza anche e soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa. Come suggerito dal Dott. Aquilar è possibile diffondere informazioni relative alla psicoterapia scientifica ricorrendo a questi mezzi cossichè non solo radio e televisione ma anche riviste e periodici possano parlare e diventare strumenti di promozione per la salute psicologica e mentale di coppia.

Come messo in luce dalla letteratura e dalla ricerca in ambito cognitivo, esistono processi ed interazioni ricorrenti nel distress di coppia che si organizza sulla struttura personologica dei soggetti della diade e sulle capacità di resilienza apprese dalla famiglia di origine. Compito del terapeuta è lavorare con il paziente sulle capacità cognitive, emotive e di comunicazione prendendo in considerazione sia gli aspetti di coppia che quelli individuali e mantenendo sempre e comunque uno sguardo attento al contesto psicosociale e alla fase di vita in cui si trova la persona.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Aquilar F., Pugliese M.P. (2011), a cura di, Psicoterapia cognitiva della depressione, Franco Angeli, Milano.  ACQUISTA ONLINE
  • Aquilar F. (2000/2012), Riconoscere le emozioni, Franco Angeli, Milano.  ACQUISTA ONLINE
  • Aquilar F. (2013), a cura di, Parlare per capirsi. Strumenti di psicoterapia cognitiva per una comunicazione funzionale, Franco Angeli, Milano.  ACQUISTA ONLINE

 

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Aspetti clinici e terapeutici dell’elaborazione episodica delle narrative autobiografiche – Congresso SITCC 2014

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Tutte le vite han bisogno di episodi. Aspetti clinici e terapeutici dell’elaborazione episodica delle narrative autobiografiche

Il simposio ‘Tutte le vite han bisogno di episodi. Aspetti clinici e terapeutici dell’elaborazione episodica delle narrative autobiografiche’ si apre con alcune osservazioni del Dott. Lenzi  che invita a riflettere sulla centralità dell’esplorazione narrativa dei vissuti personali nel contesto clinico.

Ogni orientamento psicoterapeutico  si contraddistingue per una specifica metodologia di raccolta della storia di vita del paziente. Si evidenzia, invece, come elemento comune  la necessità in terapia di co-costruire le narrative personali per favorire il processo di consapevolezza, di riformulazione e di integrazione di episodi critici.

I lavori presentati descrivono appunto i diversi modelli di rielaborazione narrativa delle memorie autobiografiche in varie popolazioni cliniche. Dai risultati emerge, in maniera trasversale, un miglioramento della competenza narrativa stessa, una rielaborazione più integrata (aspetti somatici, emotivi e cognitivi) e ricca dei vissuti, che acquisiscono nuovo significato per il paziente.

Lo studio di un caso clinico, presentato dal Dott. Samolsky-Dekel evidenzia bene i passaggi necessari per una ricostruzione di memorie episodiche che abbia valenza terapeutica. La terapia cognitivo-comportamentale si propone di monitorare e rendere più funzionale l’attività cognitiva del soggetto perché questo possa diventare maggiormente capace di affrontare situazioni critiche e problematiche. A tal fine, l’osservazione dell’ elaborazione narrativa diventa parte fondamentale del lavoro terapeutico poichè permette di far luce su ‘come’ gli individui organizzano la propria mente e danno coerenza a ciò che esperiscono.

Le ricostruzioni degli episodi sono guidate dalle domande del terapeuta (metodo della moviola di Guidano) che chiede al paziente di rievocare gli episodi critici e attivare selettivamente diversi sistemi di memoria. Questo intervento facilita l’integrazione dei ricordi e ha una valenza auto-organizzativa rispetto alla conoscenza di sé.

Questo percorso è caratterizzato da una sequenzialità di azioni:

  1. Costruire un idoneo contesto interattivo-conversazionale
  2. Individuare un tema/ problema
  3. Articolarlo sovra-episodicamente descrivendo come sono andate le cose in generale
  4. Individuare e rievocare episodi specifici
  5. Descrivere l’esperienza soggettiva relativa agli episodi suddetti
  6. Rielaborare la versione esplicativa, con elementi di riformulazione interna, integrando gli elementi emersi
  7. Favorire il posizionamento armonico del paziente, individuale e relazionale, verso la vicenda e il suo coping

La presentazione della Dott.ssa Di sturco ha approfondito, invece, il tema delle narrazioni autobiografiche nella Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI). L ‘interesse per questo ambito nasce dall’osservazione clinica di pazienti con disturbo di personalità che presentano deficit della funzione narrativa. La comprensione della sofferenza e dei meccanismi ricorsivi di funzionamento è così fortemente ostacolata, perciò la TMI lavora nella direzione di implementare questa fondamentale competenza.

L’esplorazione narrativa avviene utilizzando alcune tecniche che favoriscono la risignificazione in ottica relazionale della storia di vita. Il terapeuta TMI parte da episodi attuali e chiede di rievocare eventi passati ricollegabili per similarità del contenuto emotivo. Aiuta il paziente ad elicitare memorie autobiografiche, spesso carenti, ricostruendo assieme o prescrivendo l’uso di diari e promemoria. 

A  partire dai racconti si definiscono in modo condiviso alcune componenti che caratterizzano l’episodio critico: emozioni, pensieri, scopi, percezione dell’altro, percezione di sé, reazione del sé all’altro.

Queste dimensioni permettono la costruzione complessiva dello schema di sé, indispensabile al paziente per avere una visione di sé più integrata e predisporsi al cambiamento.

Anche per questo studio è stato osservato un miglioramento significativo della funzione narrativa (integrazione di aspetti emotivi, somatici e cognitivi, individuazione dei nessi causali etc.) attraverso un’analisi qualitativa dei resoconti.

Il Dott. Di Maggio chiude il simposio sottolineando la necessità di un maggiore rigore metodologico per quanto riguarda la valutazione dei resoconti; esistono, infatti, parametri  internazionali a cui far riferimento che permettono una più affidabile analisi qualitativa. Pone, inoltre, la questione dell’interazione di variabili aspecifiche, come gli stati interni transitori e  le caratteristiche di personalità, rispetto all’implementazione della funzione narrativa e agli esiti del processo terapeutico.

 

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Trauma e Disturbi dell’Alimentazione: l’esperienza di un’unità specializzata nella riabilitazione psico-nutrizionale – Congresso SITCC 2014

Congresso SITCC 2014 Genova

Trauma e Disturbi dell’Alimentazione: l’esperienza di un’unità specializzata nella riabilitazione psico-nutrizionale con approccio multidisciplinare integrato cognitivo-comportamentale 

Relatori: P. Todisco; R. Castegnaro, L. Carli; C. Cazzola

Chairman: P. Todisco, Unità per i DCA, Casa di Cura Villa Margherita, Arcugnano (VI)

Discussant: S. Sassaroli, Studi Cognitivi Milano 

 

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Processi psicopatologici ed interventi di distanza critica nell’ACT – Congresso SITCC 2014

Congresso SITCC 2014 Genova

Processi psicopatologici ed interventi di distanza critica nell’ACT 

Luca Calzolari, Psicologo Psicoterapeuta Docente SCF

Andrea Bassanini, Psicologo Psicoterapeuta Terapeuta ACT 

 

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L’Effetto Placebo da Farmaci e da Relazione Terapeutica – Congresso SITCC 2014

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Effetto Placebo da farmaci e da relazione terapeutica - SITCC 2014 Si parla ancora di effetto placebo, quell’influenza della mente sul corpo, quel cambiamento organico che avviene in seguito all’attribuzione di un significato simbolico al rituale terapeutico che va al di là dell’effettivo contenuto chimico del farmaco, in una perfetta interazione mente-cervello-corpo.

Il Prof. Benedetti apre il simposio illustrando un caso particolare: la risposta placebo in pazienti con deficit dei lobi frontali. La corteccia prefrontale dorso laterale fa parte del sistema di controllo esecutivo, si occupa dunque delle funzioni esecutive ed è un punto cruciale per l’elaborazione delle aspettative. Studi di bioimmagine evidenziano che, mel momento in cui si installa un protocollo di apprendimento, si ha l’attivazione della corteccia prefrontale dorso laterale e il segnale dalla prova di condizionamento in poi, aumenta.

Cosa succede dunque se quest’area subisce dei danni? Senza un controllo prefrontale (casi di degenerazione della sostanza bianca o di deficit della DLPFC come per i pazienti affetti da Alzheimer che presentano una sconnessione dei lobi prefrontali rispetto al resto del cervello) scompaiono totalmente i meccanismi di aspettativa e di conseguenza non c’è la risposta placebo.

I lobi frontali svolgono quindi un ruolo fondamentale nell’effetto placebo ma non solo, data l’additività dell’effetto del contesto psicosociale all’effetto puramente farmacologico, anche durante la somministrazione di un farmaco vero e proprio è importante tenere conto della ridotta capacità dei pazienti con questi deficit di mettere in atto meccanismi di aspettative positive per modulare la dose del farmaco e compensare la mancanza.

Ma se l’effetto placebo è l’effetto del contesto psicosociale, la componente psicologica della terapia, si può parlare di effetto placebo in psicoterapia?

È quanto prova a fare il Dott. Farina nel suo intervento: My fair therapist: la relazione terapeutica tra effetti specifici e placebo.
Mimando la ricerca farmacologica, anche in psicoterapia si è cercato di paragonare una psicoterapia effettiva e una psicoterapia placebo ma ci si è ben presto resi conto che non è possibile realizzare un vero e proprio placebo nella ricerca in psicoterapia.

Quando si somministra un placebo è bene farlo in doppio cieco (né paziente né medico lo sa) e questo in psicoterapia non si può fare. Quello che si può fare, ed è stato fatto, è raffinare i gruppi di controllo aggiungendo o sottraendo delle tecniche psicoterapeutiche specifiche o delle componenti terapeutiche per valutarne l’efficacia e gli effetti. Tuttavia anche in questo caso non è possibile parlare di un vero e proprio effetto placebo: l’idea che il placebo sia arricchito dei significati impliciti ed espliciti attribuiti alla terapia ha fatto pensare alla possibilità che il placebo potesse essere una terapia aspecifica, ma per quanto si possano individuare delle componenti diverse nel processo psicoterapeutico, non è possibile assumere la relazione terapeutica come componente aspecifica del processo né avrebbe alcun senso farlo, data la natura del processo.

Infine il Dott. Ruberti approfondisce il tema spostando l’accento su una questione diversa ma altrettanto fondamentale: il consenso informato.

È indubbia l’importanza della correttezza e della trasparenza nei confronti del trattamento a cui un paziente viene sottoposto. Ma non tutti i contesti si prestano allo stesso modo. Nel contesto psichiatrico questo argomento è delicato e importantissimo proprio perché non è sempre facile e soprattutto utile informare il paziente che potrebbe ricevere un placebo al posto del farmaco.

La letteratura dice che quello psichiatrico è uno dei contesti più efficaci proprio perché la dimensione rituale è molto importante e associata a immagini simbolicamente particolari: il medico con il camice così come gli elementi ambientali, favoriscono significativamente l’efficacia del placebo.

Viene usato principalmente per disturbi temporanei, ricercando degli effetti immediati come nei disturbi soggettivi di ordine fisico o agitazione e insonnia, e soprattutto per pazienti molto richiedenti farmaci al fine di abbassare il livello di farmaci somministrati.

Ma l’equilibrio è precario e le tematiche della fiducia e del sospetto sono importantissime per la relazione terapeutica in psichiatria tanto quanto in psicoterapia. Il problema da porre è dunque se il placebo non detto sia un imbroglio o se, comunicando al paziente che potrebbe ricevere un placebo al posto del farmaco questo riduca l’effetto.

Un ottimo spunto dunque, per ricerche e riflessioni future.

 

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L’effetto Placebo – Plenaria con il Prof. Benedetti -Congresso SITCC 2014

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Effetto Placebo PLenaria - SITCC 2014 Per l’ultima giornata del congresso SITCC il Prof. Fabrizio Benedetti ha discusso in plenaria di effetto placebo: quell’affascinante interazione fra mente e corpo in cui eventi mentali complessi sono in grado di influenzare l’organismo e la sua chimica.

Il placebo è un farmaco o una terapia inerte, che di per sé non ha proprietà terapeutiche, nato per i gruppi di controllo nella ricerca scientifica. Negli anni però oltre alle scoperte sui farmaci, si è reso via via più evidente che nonostante fosse privo di un potere curativo intrinseco, anche il placebo produceva effetti simili alla cura che simulava. Perché?

Perché anche le parole cambiano il cervello.

Quando un medico somministra un farmaco ad un paziente non gli sta dando solo una molecola ma gesti, parole e strumenti insieme ad essa. E diversi studi mostrano che è il farmaco più il contesto psicosociale che lo accompagna (stimoli sensoriali e stimoli sociali) a mettere il paziente in uno stato di aspettativa positiva. È il rituale dell’atto terapeutico nella sua interezza a provocare il cambiamento dell’attività neuronale in grado di indurre un cambiamento clinico, in un eccezionale connubio tra biologia e psicologia.

Numerosi studi dimostrano che mettersi in uno stato di aspettativa positiva (di beneficio terapeutico) è un’attività mentale complessa e un’attività mentale complessa può produrre un cambiamento a livello cerebrale: tutti questi rituali infatti attivano gli stessi recettori e le stesse vie biochimiche dei farmaci riuscendo a produrre un cambiamento dell’attività neuronale.

Parlare di effetto placebo al singolare è però impreciso: esistono diversi meccanismi e diversi effetti placebo, i modelli più studiati sono quelli per il dolore e per il Morbo di Parkinson.

In questi due casi è stato provato che suggestioni verbali positive inducono aspettative positive nel paziente che hanno un effetto analgesico.

Le suggestioni verbali sono in grado di attivare i recettori oppioidi (i recettori mu, specifici per la morfina), gli endocannabinoidi, la via della ciclossigenasi e i recettori della dopamina, esattamente come fanno i farmaci.
Ci sono ovviamente delle differenze, precisamente: nella durata, variabilità e grandezza dell’effetto che sono minori con il placebo rispetto al farmaco.

Ma non solo, un’altra più curiosa differenza è che non tutti rispondono al placebo.

Per provare a spiegare come questo sia possibile sono state avanzate tre ipotesi principali:

  • L’apprendimento: aver esperito l’efficacia di un farmaco porta il paziente ad avere fiducia nel farmaco stesso e dunque ad aspettarsi un effetto positivo dopo la sua assunzione. Questo gioca un ruolo fondamentale: lo dimostra il fatto che l’effetto placebo è più significativo in chi è stato esposto a trattamenti efficaci prima di prendere il placebo.
  • La genetica: diversi genotipi rispondono bene al trattamento placebo, altri no.
  • La personalità: chi presenta una predominanza di quelli che possono essere definiti tratti dopaminergici (chi cerca novità,rischio,…) sembra rispondere meglio al placebo.

La ricerca ha indagato anche gli effetti dei farmaci somministrati senza rituale (hidden drug) come controprova dell’effettiva influenza del contesto.

Il farmaco ha funzionato ma in una misura inferiore rispetto alla condizione precedente a conferma del modello dell’effetto placebo: la componente psicologica ha effetti rilevabili. Le aspettative del paziente attivano delle molecole del cervello che si vanno a legare agli stessi recettori dei farmaci, sebbene in aree diverse del cervello.

Gli effetti sono dunque additivi ma non solo: usando le medesime vie biochimiche dei farmaci, l’effetto placebo è in grado di modulare persino l’azione dei farmaci stessi.

 

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Dipendenze patologiche: nuove prospettive e tecniche metacognitive – Congresso SITCC 2014

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Dipendenze patologiche- nuove prospettive e tecniche metacognitive - sitcc 2014

L’esperienza di craving non è qualitativamente diversa dall’esperienza del desiderio ed è è molto simile tra le diverse persone dipendenti, indipendentemente dal tipo di sostanza implicata. Il craving risulta quindi essere l’estremizzazione di una normale esperienza di desiderio che tutti possiamo provare: quale è allora la differenza tra chi prova una normale esperienza di desiderio e chi prova un’esperienza di craving? 

Il simposio che vede il Dr. Popolo nel ruolo di Chairman e il Dr. Caselli nel ruolo di Discussant si apre con la presentazione di quest’ultimo, che introduce il tema delle dipendenze e del craving, inserito nel recente DSM-5 come criterio diagnostico.

L’esperienza di craving non è qualitativamente diversa dall’esperienza del desiderio ed è è molto simile tra le diverse persone dipendenti, indipendentemente dal tipo di sostanza implicata. Il craving risulta quindi essere l’estremizzazione di una normale esperienza di desiderio che tutti possiamo provare: quale è allora la differenza tra chi prova una normale esperienza di desiderio e chi prova un’esperienza di craving?

La differenza sembra farla il modo in cui le persone rispondono cognitivamente quando le immagini legate al desiderio giungono alla coscienza: questa esperienza può diventare transitoria se decidiamo che non è il momento di soddisfare quel desiderio oppure può diventare pensiero desiderante se la persona vi si sofferma in modo attivo.

 

Il pensiero desiderante ha due componenti (una verbale e una immaginativa) e anche se nel breve periodo può essere appagante, nel lungo termine porta a frustrazione e produce un’escalation di craving e senso di deprivazione. Infatti, mentre da una parte pensando in modo desiderante aumento il craving, dall’altra scelgo consapevolmente di non agire e questo mi porta ad una continua e faticosa soppressione del desiderio stesso. Desiderare può diventare disfunzionale se è un’attività perseverante, scarsamente regolata e relativa a scopi che non voglio in coscienza perseguire.

Secondo il modello di Wells, ci sono credenze metacognitive che spingono le persone a reagire in modi diversi davanti al desiderio. Queste credenze possono essere negative (relative al pericolo e all’incontrollabilità del pensiero desiderante) o positive (rispetto ai benefit percepiti nel pensiero desiderante, a situazioni e condizioni in cui pensare in modo desiderante “aiuta”).

Il modello presentato (Spada, Caselli & Wells, 2013) comprende tutte queste credenze eè stato validato su 4 campioni diversi di dipendenti da alcol, gamblers, dipendenti da internet e fumatori. Secondo questo modello, le intrusioni attivano credenze metacognitive positive, che portano all’attivazione del pensiero desiderante, che può avere un effetto di sollievo nell’immediato ma passando per le credenze negative sul pensiero desiderante stesso arriva a sostenere un’esperienza di craving. Il fatto di cedere alla fine viene percepita come l’unica strategia che il paziente adotta per uscire da una situazione di stress crescente che valutato come intollerabile.

Impulsi e desideri non sono allora un problema, ma il problema sembra essere il modo in cui vi rispondiamo. “Non possiamo sentire meno desiderio se pensiamo di più al desiderio, e pensare molto a desideri che non vogliamo realizzare non è una buona idea”.

In seguito, la Dr.ssa Gemelli presenta un lavoro in cui sono stati confrontati due interventi attentivi: uno di abituazione e uno di applicazione della SAR (Situational Attentional Refocusing) su un campione di 8 pazienti con diagnosi di abuso di alcool, valutando le ricadute di questi due interventi sulla percezione del craving e sulle credenze metacognitive a 1, 3 e 5 minuti di tempo.

I risultati delle analisi dei dati mostrano che l’intervento SAR riduce le credenze metacognitive sull’incontrollabilità e riduce sia il craving che la sensazione di perdita di controllo. Per questa condizione il tempo sembra non avere importanza: quello che importa è la condizione, cioè il compito a cui il soggetto è sottoposto. Al contrario, nella condizione di abituazione la riduzione di tutti i parametri raccolti è più lenta e il tempo diventa significativo.

La terza relazione è presentata dalla Dr.ssa Pasinetti del Centro TMI e tratta degli schemi interpersonali maladattivi in pazienti in doppia diagnosi (con utilizzo di sostanze e concomitante disturbo di personalità). Viene inizialmente sottolineata la difficoltà ad assegnare ai pazienti una doppia diagnosi, e si prosegue mostrando come la correlazione tra disturbo di personalità e uso di sostanze sia intorno al 90%.

 

Interessante l’approfondimento sulla necessità di approfondire l’uso e l’abuso di sostanze nel Cluster C di personalità: i disturbi di personalità e l’uso di sostanze si rinforzano a vicenda, e le caratteristiche del disturbo di personalità da una parte portano il paziente a essere più sensibile alle ricadute, dall’altra aumentano le difficoltà nella relazione terapeutica. In questo senso, la TMI considera come focus preferenziale dell’intervento le disfunzioni metacognitive, gli schemi maladattivi e i cicli interpersonali problematici.

La relatrice prosegue sottolineando come le sostanze siano la prima forma disfunzionale di auto-terapia che questi pazienti usano per non sentire una rappresentazione del sé dolorosa e approfondisce con esempi clinici il modo in cui gli schemi relazionali di base innescano cicli interpersonali disfunzionali.

L’ultima relazione della Dr.ssa D’Urzo del centro TMI si apre con un caso clinico di un paziente con dipendenza da eroina e in seguito riporta il percorso di trattamento che inizia dal tentativo di fare evocare al paziente memorie autobiografiche chiare, che lui fa a fatica, con conseguente impossibilità da parte della terapeuta e del paziente a esplorare gli stati mentali.

La terapeuta decide allora di sospendere l’esplorazione degli stati interni e spostare il focus sulla relazione terapeutica per creare un’atmosfera cooperativa e all’interno di episodi narrativi andare a individuare pensieri e emozioni, arrivando a identificare gli stati che lo portano a usare sostanze.

Il terzo passo è la ricostruzione dei nessi psicologici di causa-effetto tra eventi, pensieri, emozioni e comportamenti. Il quarto punto è l’evocazione delle memorie autobiografiche che siano simili psicologicamente a quelle raccolte finora, e a partire dalle quali (quinto passo) si va a ricostruire lo schema sulla base dei diversi episodi raccontati. La promozione del cambiamento arriva dopo la restituzione dello schema e inizia con la differenziazione (tra i suoi schemi e la realtà), e con l’assunzione di prospettive differenti per avere accesso alle parti sane del paziente.

In chiusura, il discussant sottolinea le differenze tra le prime due relazioni e le ultime due, proponendo come le prime vadano a intervenire sui mediatori del cambiamento (attraverso un intervento preciso ma che rischia di essere puntiforme) mentre le ultime cerchino di intervenire sui moderatori (portando ad una visione più ricca e a tutto tondo di quello che può intervenire sul disagio ma con il possibile svantaggio di perdersi nella vaghezza che può non modificare in modo specifico i punti che mantengono la psicopatologia). 

In un’ottica cooperativa e di auspicabile integrazione, si chiude il simposio nell’accordo di tutti rispetto all’interesse clinico e di ricerca a confrontarsi e confrontare i diversi modelli di trattamento in particolare sui pazienti con doppia diagnosi. Ci aggiorniamo tra due anni.

 

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Cognitivismo corporeo: sinonimo o ossimoro? Simposio Congresso SITCC 2014

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Il corpo e la terapia cognitiva - SITCC 2014

Al centro del simposio presieduto dal Dott. Ruberti “Il corpo e la terapia cognitiva” c’è il corpo: il corpo come mezzo di conoscenza e come strumento terapeutico.

Come spiega il Dott. Antonio Fenelli, sempre più spesso le persone in difficoltà cercano una spiegazione (e a volte una soluzione) in quello che pensano, al massimo nelle emozioni che provano ma mai in quello che sentono con il corpo. È come se si fosse persa la fiducia in ciò che il nostro corpo ci fa sapere preferendo affidarsi al verbale, ma il verbale inganna tanto quanto inganna il corpo.

Da qui la proposta di riportare l’attenzione sulle sensazioni corporee. Mettere insieme sensazione e cognizione come parte di un tutt’uno, integrare le informazioni e, perché no, astrarre partendo dal corpo.

Non poteva che essere il corpo, dunque, protagonista e strumento unico anche degli interventi in un simposio tutto esperienziale.

La prima simulata è stata proposta dalla Dott.ssa Valeria Ginex: partendo dal teatro russo di inizi novecento fino ad arrivare a parlare di embodied cognition, ha mostrato quanto fondamentale sia il corpo per suscitare emozioni in sé e negli altri.

Nella recitazione, ad esempio, il corpo è persino più importante della parte verbale. Quando postura e gestualità sono incongruenti rispetto al verbale, infatti, sono le prime a mandare il segnale più forte allo spettatore, a suscitare emozioni più intense. Le ricerche di Stanislavskij avevano dimostrato l’efficacia di un approccio bottom up: partire non dalla rievocazione mnemonica, e dunque mentalizzata, dalle emozioni ma dalla loro espressione corporea perché se le azioni fisiche rispecchiano l’emozione riescono a suscitare l’emozione stessa a conferma del predominio dell’azione sul verbale.

Sulla stessa linea di pensiero l’embodied cognition dice che le funzioni cognitive e il sistema senso-motorio sono ampiamente in interazione, e porta evidenze anche a livello fisiologico: quando si elicita un’emozione, oltre all’insula, si attiva anche il sistema senso motorio.

A seguire l’intervento del Dott. Lorenzo Cionini ha affrontato il tema parlando di condivisione e intersoggettività nel silenzio e nel dialogo dei corpi e delle parole. Due colleghi hanno simulato un breve colloquio per riflettere poi su cosa cambia nel corpo durante la narrazione, come il corpo esprime sensazioni ed emozioni e quanto di questo sia consapevole a sé e all’altro in relazione.

La Dott.ssa Savina Stoppa Beretta ha proposto, invece, un esercizio sullo spazio e la prossimità: 8 volontari, in silenzio, hanno dapprima camminato in maniera libera nello spazio a disposizione e successivamente è stato chiesto loro di posizionarsi su due file disposte una di fronte all’altra e andarsi incontro a turno.

La gestione dello spazio e delle distanze hanno permesso di fare luce sulle diverse prospettive e percezioni e su come anche in silenzio sia possibile comunicare sensazioni e stati d’animo.

Come ha concluso il Dott. Benedetto Farina, un approccio terapeutico che non solo tenga in considerazione il corporeo ma parta da esso ha in sé una grande forza. Uno degli ambiti di applicazione più efficace potrebbe essere quello dei pazienti traumatizzati o gravemente dissociati; in questi casi, infatti, non si può utilizzare la cognitività alta ma si deve partire dalla base e, dunque, il corpo é l’ideale.

Perché quando si comincia a scoprire il proprio corpo, si scopre anche qualcosa di sé.

 

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