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La zona di sviluppo prossimale nella teoria di Lev Vygotskij – Introduzione alla Psicologia Nr. 37

La zona di sviluppo prossimale è un concetto introdotto per la prima volta da Vygotskij e indica l’area in cui si può osservare cosa il bambino è in grado di fare da solo e quali sono i potenziali apprendimenti possibili nel momento in cui è sostenuto da un adulto competente.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (Nr. 37)

Succede che si crea, in questo modo, una interazione tra adulto e bambino che porta allo sviluppo di capacità in ambito di apprendimento e facilita l’acquisizione di competenze.

In sostanza, la zona di sviluppo prossimale è una sorta di ponte tra le capacità di sviluppo attuali del bambino e quelle potenziali, ottenibili attraverso l’iterazione con una persona più esperta.

Piaget considerava l’apprendimento del bambino formato da una serie di stadi: il raggiungimento dello stadio successivo avviene per maturazione cognitiva e superamento di quello precedente.

Vygotskij, al contrario, considerava il bambino come dotato di un potenziale che gli permette di acquisire nuove conoscenze nel momento in cui entra in contatto con soggetti aventi una maturazione cognitiva e una cultura maggiore di quella presentata dal bambino stesso. Questo scambio di competenze avviene nella zona di sviluppo prossimale e l’aiuto e il supporto fornito al bambino da un adulto (genitore o tutor) prende il nome di scaffolding.

 

Scaffolding & zona di sviluppo prossimale

Il termine scaffolding deriva dalla parola inglese scaffold, che, letteralmente, indica “impalcatura” o “ponteggio”, ovvero attrezzi usati dagli operai per svolgere un lavoro di costruzione. Quindi, così come gli operai costruiscono una casa, l’adulto o il tutor aiuta il bambino a costruire le proprie competenze cognitive. In psicologia e pedagogia, insomma, il termine scaffolding è usato per indicare l’aiuto, il sostegno, dato da una persona competente a un’altra, per apprendere nuove nozioni o abilità (Wood, Bruner, & Ross, 1976).

Questo termine fu utilizzato per la prima volta in un articolo scritto da Wood, Bruner e Ross pubblicato dal Journal of Child Psychology and Psychiatry in cui si presentavano i risultati ottenuti da uno studio in cui si osservavano un tutor e un bambino impegnati nella costruzione di una piramide tridimensionale con blocchi di legno. I risultati evidenziarono che quando il bambino era supportato e sostenuto dal tutor era in grado di implementare e arricchire al meglio le sue capacità cognitive.

Questa posizione deriva dall’assunto che ognuno possiede un potenziale cognitivo che può essere arricchito e corredato per mezzo dell’interazione con una persona più competente. Lo spazio dell’interazione, zona di sviluppo prossimale, costituisce una area di apprendimento in cui le capacità cognitive del bambino aumentano e possono essere sviluppate delle nuove forme di conoscenza.

Inoltre, nell’articolo, gli autori evidenziano che il sostegno dato dal tutor al bambino deve essere un processo in divenire perché adattato ai progressi dell’allievo. Quindi, è un supporto costante e sempre in evoluzione che porta il bambino all’attuazione delle competenze acquisite in piena autonomia.

Collins, Brown e Newman (1995) chiamarono il processo di progressiva autonomizzazione del bambino fading.

Lo scaffolding è usato anche attualmente quando uno studente è in difficoltà nell’ambito dell’acquisizione di nuove nozioni in ambito scolastico. In molti, sempre più spesso, chiedono aiuto a persone che svolgono specificamente questo ruolo di tutor nell’apprendimento, il cui scopo finale e far diventare autonomo l’allievo nell’attuazione del metodo acquisito. In questo modo entrano in gioco sia lo scaffolding sia il fading. Alla fine dell’attuazione di queste procedure, lo studente presenterà una maggiore fiducia nelle proprie capacità cognitive e comportamentali, fino a sentirsi più esperto nel sapere in generale. Chiaramente, questa prassi porta a incrementare anche l’autostima e la fiducia in se stessi, ottima medicina per affrontare al meglio gli ostacoli della vita.

Nel XXI secolo con l’avvento della tecnologia e l’uso del computer, si è verificato un cambiamento anche nei processi di apprendimento. Infatti, la relazione tra tutor e bambino è stata mediata dall’interazione tra macchina e bambino.

Grazie a questa nuova tecnologia è possibile apprendere e immagazzinare informazione in memoria attraverso tecniche diverse dalle precedenti. Sicuramente è la nuova era dell’apprendimento e della conoscenza che porta all’acquisizione più immediata e repentina di processi. Questa nuova modalità è stata definita dimensione ‘tecnologica’ dello scaffolding (Pea, 2004). E arriviamo ai nostri giorni, l’era dei nativi digitali.

 

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Anche gli uomini necessitano di un sostegno ostetrico e psicologico durante la gravidanza?

Negli ultimi anni c’è stata una crescente attenzione riguardo l’ansia esperita dalle donne durante il periodo perinatale. Tuttavia, questo periodo, non è solo un momento unico della vita delle madri, ma anche di quella dei padri. Ciò che è stato osservato, è che anche gli uomini possono esperire una forte ansia nel periodo perinatale, conducendo ad un forte impatto negativo su se stessi, sulle loro partner e sul bambino.

Infatti, esperienze specifiche come l’estrema stanchezza, una salute precaria del genitore o del bambino, provate durante l’attesa di un bambino possono condurre a traumi relativi alla nascita e a sentimenti di inadeguatezza come genitore. Inoltre, all’interno di una sua ricerca, Swain suggerisce che esistano specifici processi pro-neurologici e/o cognizioni paterne, che sono uniche per il cervello degli uomini con bambini piccoli, indicando quindi che il periodo perinatale può essere cognitivamente un momento unico. Tuttavia, si sa poco riguardo la prevalenza e il decorso dell’ansia maschile in questo importante periodo.

Con lo scopo di ottenere maggiori informazioni al riguardo, Leach e colleghi hanno analizzato cinque database (PubMed, PsycINFO, Cochrane, SCOPUS, e Web of Science), con lo scopo di identificare i documenti più rilevanti pubblicati prima dell’aprile 2015.
Le informazioni ottenute sottolineano come i tassi di prevalenza di un ‘qualsiasi’ disturbo d’ansia varino tra il 4,1% e il 16,0% durante il periodo prenatale e il 2,4 e il 18,0% nel periodo postnatale. Pertanto i dati esaminati suggerirebbero che il decorso dell’ansia negli uomini sia abbastanza stabile nel periodo perinatale, e che tale momento sia spesso seguito da un potenziale decremento dell’ansia in seguito al parto.

Bisogna tenere conto però, che tale risultato è frutto di un grosso limite. La presenza di ampie variazioni nella metodologia e negli strumenti utilizzati per indagare l’ansia, rendono i risultati ottenuti poco attendibili ed omogenei. Inoltre l’ansia è altamente in comorbilità con la depressione, pertanto gli strumenti che indagano entrambi i disturbi allo stesso tempo, potrebbero aver fornito dei risultati falsati per lo scopo della ricerca.

In conclusione, è possibile confermare la presenza di ansia negli uomini nel periodo perinatale. Pertanto, non solo le madri, ma entrambi i genitori dovrebbero essere tutelati da discussioni ed interventi incentrati su cure ostetriche e di salute mentale durante il periodo perinatale.

Il gioco delle parti. Guida illustrata al tuo mondo interiore (2015) – Recensione

“Il gioco delle parti” è un breve volume illustrato e indirizzato ai pazienti o a “profani” della psicologia che vogliano comprendere meglio quanto e come interagiscono le diverse parti che ci compongono.

In realtà, dal mio punto di vista, il libro offre interessanti spunti anche a professionisti della salute mentale che come nel mio caso non hanno ricevuto una formazione specifica sul modello Internal Family Systems (IFS): si tratta di un approccio sistemico applicato alla terapia individuale, che concettualizza le persone come risultato dell’intreccio di diverse parti interconnesse e a volte in conflitto fra loro.

Il modello IFS è stato proposto da Schwartz e viene in questo caso utilizzato per spiegare con un linguaggio estremamente chiaro e comprensibile e con l’aiuto di materiale illustrativo originale qual è la struttura interiore che tutti condividiamo, fatta di tante componenti. In particolare, nel libro di Tom e Lauri Holmes, il modello IFS viene combinato con diversi concetti che hanno a che fare con la natura della consapevolezza per come la troviamo nella psicologia buddhista. Ma come è fatto questo breve volume? Vediamolo insieme.

I primi due capitoli sono dedicati a un’introduzione dei concetti base del modello, ancora una volta resi estremamente intuitivi dal linguaggio immediato, dai contributi grafici, e dagli esempi concreti tratti da storie di terapie. L’autore ci spiega come ci siano due importanti livelli di consapevolezza nella nostra mente: la consapevolezza quotidiana, quella attiva in un dato momento, che viene chiamata il “soggiorno” della consapevolezza. In sostanza, si tratta della componente di noi attiva in una precisa situazione, come la componente “collega” attiva al lavoro, piuttosto che la componente “mamma” o “moglie” attiva una volta rientrati a casa.

Di fianco a questo livello di consapevolezza, anzi, al di sotto di questa, si collocano quelle che l’autore chiama le consapevolezze “di scorta”: quelle che fanno parte di noi ma che in un dato momento sono silenti, perché non appropriate alla situazione o non utili in quel particolare frangente. Non servirebbe fare “entrare nel soggiorno” della consapevolezza la parte “moglie” quando si è in ufficio, così come attivare la parte “manager” una volta rientrati a casa potrebbe essere controproducente. Ma le diverse componenti non si caratterizzano semplicemente per ambito di competenza, e qui nascono i problemi. Perché se fosse questione di competenze e di tempistiche, sarebbe sufficiente mettere le componenti non utili in stand-by e riattivarle una volta che si creino le condizioni adeguate. Invece, le componenti sono trasversali, e includono per esempio anche la parte critica, la parte interessata o la parte analitica: va da sé che non è così semplice capire quando è utile che si attivi una componente piuttosto che un’altra.

Uno dei concetti che l’autore chiarisce da subito è che [blockquote style=”1″]ognuna delle nostre parti interpreta le percezioni a suo modo. Ognuna ha una propria concezione del mondo e pertanto l’approccio con cui affrontate l’esperienza della vostra vita varia molto a seconda della parte di voi che, di volta in volta, emerge nel soggiorno. [/blockquote] È il motivo per cui se una cosa ci viene detta sul lavoro o quando siamo in una modalità “lavoratrice” ha un peso diverso da una cosa detta in un contesto informale, per esempio in modalità “amica”. L’altra cosa da tenere a mente è che ogni parte di cui siamo composti ha un proprio compito nel nostro sistema. Tutto serve, altrimenti darwinianamente parlando, si sarebbe già estinto; bisogna però capire a cosa serve.

Un’altra informazione che ci aiuta a capire meglio cosa siano queste parti è la loro forma; allora impariamo che ogni parte ha quattro diverse dimensioni: sensoriale, emotiva, verbale e immaginativa. Come facciamo quindi a “funzionare” correttamente con questo stuolo di parti che balla il cancan? Qui entra in gioco il Sé, che è [blockquote style=”1″]la parte centrata di noi stessi, tramite la quale possiamo accedere alle parti appropriate nel momento in cui ci servono. [/blockquote]Diciamo che se le nostre parti fossero dei programmi su un computer, il Sé sarebbe il menu principale, che permette di dare uno sguardo complessivo e al contempo di decidere e attivare una specifica parte in uno specifico momento. Come facciamo a centrarci? Sembra che il primo passo sia prendere consapevolezza delle parti centrali del nostro sistema, cosa che viene sollecitata nel libro anche grazie ad alcune schede di lavoro alla fine di ogni capitolo. Secondo gli autori, [blockquote style=”1″]quando siamo nel Sé, siamo calmi e compassionevoli; siamo animati dalla curiosità, dalla chiarezza, dalla fiducia, dalla creatività, dal coraggio e dalla connessione.[/blockquote] Stare nel Sé ci serve per osservare ogni parte e trattarla con gentilezza e accettazione; inoltre, il dialogo tra le parti e il Sé è il concetto fondamentale della terapia delle parti (che ha come obiettivo riportare il Sé in primo piano): è solo dialogando con il Sé che ogni parte può iniziare a [blockquote style=”1″]accantonare i propri comportamenti estremi e assumere una funzione utile per il sistema.[/blockquote]

Andando avanti con la lettura, l’autore chiarisce meglio da dove nascono le parti che ci compongono, sottolineando come si siano tutte sviluppate per rispondere a delle esigenze fisiche, psicologiche o sociali, e come abbiano tutte un’intenzione fondamentalmente positiva. Abbiamo tutti delle parti fisiche e di sopravvivenza, come la parte di accudimento, la parte spaventata e la parte arrabbiata; inoltre, ci sono parti che ci aiutano ad adattarci e a partecipare alla vita sociale, come le parti di autocontrollo e le parti normative, ma anche le parti ribelli; vi sono poi le parti gestionali, che ci servono per “funzionare” nella vita di tutti i giorni, lavorativa e organizzativa, che ci permettono di essere (chi più e chi meno) multitasking. Attenzione però: se è vero che ci sono diverse parti, tutte tendenzialmente con intenzioni positive, e tutte sotto l’egida del Sé, come interagiscono queste parti tra loro? Perché è probabile che alcune siano in conflitto, e che diverse componenti competano tra loro per ricevere la nostra attenzione e per essere soddisfatte nei loro bisogni. Non solo: spesso alcune parti si coalizzano tra loro, per raggrupparsi nel nome di una missione superiore positiva (come mantenere la persona in salute) o negativa (come mantenere la persona in una condizione di sofferenza che però sembra essere utile a altro: il famoso beneficio secondario del sintomo). Queste coalizioni sono formate da parti che condividono un determinato obiettivo per il sistema, e questo non è per forza un male: tuttavia, le coalizioni divengono problematiche quando sono rigide nella forma e nelle loro intenzioni e azioni.

Come si risolvono i conflitti tra le parti? Con la negoziazione. Penso che questo sia uno dei concetti più interessanti del libro, perché permette di capire molto bene come la soluzione non sia eliminare delle componenti, o non ascoltarle. L’autore fornisce diversi esempi di quanto non ascoltare una parte possa portare solo a farla urlare ancora di più. Il modo per farla stare tranquilla, invece, è ascoltarla, comprendere il suo punto di vista e utilizzarlo per arrivare a un’azione condivisa e negoziata tra tutte le parti interessate e presieduta dal Sé. Questo avviene tramite l’inizio di un dialogo interiore, che apre la strada verso il compromesso in cui i bisogni fondamentali di tutte le parti sono ascoltati: [blockquote style=”1″]Poiché parti differenti hanno ruoli differenti, per rispondere a bisogni differenti del nostro sistema, è naturale che sorgano conflitti quando occorre mediare tra necessità e paure che sono in competizione. Il fatto di portare la consapevolezza del Sé nel processo ci consente di risolvere questi conflitti, poiché essere nel Sé ci consente di ascoltare tutte le parti. Una volta comprese le intenzioni positive di una parte, paziente e terapista possono aiutarla a capire come ciò che sta facendo ora non sia utile, per poi aiutare il sistema a tornare in equilibrio.[/blockquote]

Il modo per ridimensionare una parte che in una determinata situazione sta urlando qualcosa e sta prendendo possesso del salotto è aiutare questa parte protettiva ad avere fiducia nel Sé, riconoscendo il suo valore nella protezione del sistema e insegnandole che ora il sistema non è più in pericolo perché possiede nuove risorse.

Una terza sezione molto interessante del libro riguarda il modo in cui le nostre parti interne entrano in relazione con le parti interne altrui, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche di coppia. Gli autori parlano delle dinamiche ripetitive che spesso compongono i copioni nelle coppie, proponendo una struttura, a “Z”: le raffigurazioni cicliche non sembrano adatte, visto che a ogni risposta di un componente della coppia non entra nuovamente in gioco la parte iniziale dell’altra componente, ma una parte che viene richiamata da quella altrui. In questo modo, si creano delle dinamiche a staffetta in cui ogni parte di un membro della coppia tende a richiamare una specifica parte del partner, che a sua volta ne attiva una nuova del primo, e così via. Inoltre, le coppie spesso si etichettano in modo negativo descrivendo l’altro membro con caratteristiche stabili e negative, come “sei sempre…” o “non sei mai…”. Secondo gli autori “sono le parti protettive di una persona a etichettare l’altra persona normalmente per proteggere le parti vulnerabili del proprio sistema interiore. Quando si riesce a parlare con queste parti, dando loro modo di farsi ascoltare dal Sé, normalmente esse sono in grado di contenere il proprio atteggiamento difensivo. Così, possiamo trovare dei modi sicuri per comunicare agli altri le esigenze di queste parti.

La quarta parte del libro riguarda un altro importante tipo di parti: gli esiliati. Si tratta di quelle componenti che non hanno mai accesso al soggiorno, ma vengono continuamente rinchiuse in un angolo perché ritenute socialmente non accettabili oppure perché causano dolore evocando il ricordo di esperienze traumatiche. Per evitare che ciò succeda, entrano spesso in campo altre parti, chiamate i “vigili del fuoco”, comportamenti autodistruttivi che bloccano temporaneamente il dolore che sarebbe causato dagli esiliati. Rientrano in questa categoria esperienze puramente sensoriali, come le abbuffate che troviamo nelle pazienti bulimiche o i comportamenti autolesivi nelle pazienti borderline. Anche in questo caso, secondo gli autori, il percorso di miglioramento parte dalla centratura nel Sé che consente il riconoscimento prima dei vigili del fuoco e in seguito del loro tentativo di proteggere il sistema dal dolore, per poi consultandosi con lui trovare altre modalità tutelanti che non implichino solo un sollievo a breve termine. A questo punto, il paziente potrà incontrare gli esiliati alla presenza del Sé, con la capacità di stare a sentire le storie di queste parti senza per questo sentirsi sopraffatto dal dolore.

Infine, il libro si conclude con una connessione alla vita interiore e con un’ampia riflessione sul ruolo delle esperienze spirituali nel processo terapeutico, che mira a creare un armonioso dialogo tra le parti, sempre nella prospettiva di un Sé coerente.
Personalmente trovo che questo libro sia molto utile, soprattutto nella chiave divulgativa in cui è stato pensato. In una tendenza generale a teorizzare tutto e con una propensione a trovare parole difficili per spiegare cose semplici, credo invece che un approccio che riporta alla semplicità e che permette al paziente di comprendere meglio come sta funzionando sia molto utile. Raffigurarsi se stessi come un salotto, che ospita di volta in volta personaggi differenti, può essere utile per comprendere sia la molteplicità di caratteristiche che ci contraddistinguono, sia contemporaneamente il file rouge che le unisce, nel tentativo di aumentare la coerenza interna del sistema e la sua flessibilità nelle diverse situazioni. Gli psicologi e i terapeuti lavorano con la parola, che nasce come mezzo per comunicare e per comprendersi. Sono quindi personalmente dell’idea che più le parole (e in questo caso anche i disegni) possiedono questa funzione comunicativa, più sia interessante condividere queste parole con i pazienti e dare modo a loro per primi di comprendere con relativa semplicità la struttura del sistema, potendolo così identificare e gestire in modo più proficuo.

Prestare soccorso per ricevere amore: la sindrome della crocerossina

La crocerossina può esistere solo se vi è qualcuno da curare, non a caso queste persone scelgono e mantengono relazioni affettive con compagni che, per diversi motivi, rivestono il ruolo di bisognosi.

Sicuramente la maggior parte delle persone conoscerà bene la favola di Peter Pan e le sue avventure insieme alla sua amica Wendy. Quest’ultima è una bimba di dieci anni, ma le condizioni di vita l’hanno portata a comportarsi come un’adulta, la quale si prende cura dell’amico Peter conservandogli amorevolmente l’ombra affinché non si sgualcisca. E non solo: accetta di accompagnare il suo Peter, bimbo spensierato e immaturo, nelle sue peripezie prendendosi cura di lui, e al contempo supporta e accudisce anche tutti i bambini sperduti dell’isola che non c’è, insegnando loro le buone maniere ed essendo contenta di far questo. Lei fa di tutto per gli altri e questo la rende felice.

Ed è proprio al personaggio di Wendy Darling, della nota favola di J. M. Barrie, che ci si è ispirati per dare un nome ad una famosa sindrome: la Sindrome di Wendy, o meglio conosciuta come Sindrome della Crocerossina. La Sindrome di Wendy colpisce soprattutto le donne (ma non ne sono immuni gli uomini) le quali mostrano comportamenti particolarmente accudenti, protettivi, orientati al compiacimento, alla soddisfazione e alla gratificazione dell’altro, là dove il focalizzarsi sui bisogni altrui è ad evidente discapito dei propri.

Questi atteggiamenti possono essere attuati verso di chiunque: genitori, figli, fratelli, amici, colleghi, ma soprattutto vengono rivolti nei confronti del proprio partner.

La crocerossina può esistere solo se vi è qualcuno da curare, non a caso queste persone scelgono e mantengono relazioni affettive con compagni che, per diversi motivi, rivestono il ruolo di bisognosi. In tutto ciò il partner diviene oggetto d’amore incondizionato, idealizzato, aiutato e soccorso, tutto questo a discapito del proprio benessere.

È da aggiungere che questi comportamenti risanatori nei confronti dell’altro vengono attuati con piena volontà e consapevolezza. Infatti il prendersi cura del partner, vederlo soddisfatto, appagato, salvo grazie ai propri sacrifici gratifica la crocerossina, la quale si sente indispensabile per il proprio compagno, ma soprattutto questi atteggiamenti vengono percepiti come essenziali affinché la relazione possa andare avanti.

Solitamente i partner ‘soccorsi’ hanno la caratteristica di essere persone un po’ complicate, per qualche motivo inafferrabili o problematiche; con i quali si instaurano relazioni che inizialmente vengono percepite come difficili. Ma è proprio in queste situazioni che la crocerossina da un senso alla sua mission: io ti aiuterò, tu starai meglio, mi sarai riconoscente e mi amerai.

Wendy ha alcune credenze che sostengono il suo comportamento (Quadrio, 1982):

  • Io sono indispensabile;
  • L’amore richiede un certo sacrificio;
  • Gli altri intorno a me non devono arrabbiarsi;
  • Gli altri vanno protetti.

Dietro i soggetti con tale sindrome si nasconde sovente una personalità Dipendente ed una conseguente paura di ritrovarsi soli.

L’idea che non vi sia nessuno da aiutare spaventa, perché viene meno un modo di sentirsi utili e di offrire benessere. Supportare e aiutare l’altro determina infatti una percezione di sé come valorosi e indispensabili, di conseguenza si viene apprezzati. Alle spalle di questi comportamenti vi è una paura di essere abbandonati o rifiutati.

La sindrome di Wendy può dipendere dall’incatenarsi di più variabili, dove sicuramente gioca un ruolo cruciale la personalità del soggetto, ma anche lo stile di vita e l’educazione ricevuta, così come i bisogni e le circostanze della vita attuale.

Si tratta di soggetti che non concepiscono l’amore come qualcosa di gratuito, piuttosto pensano di doverselo in qualche modo meritare, con azioni di cura, sentendosi indispensabili o cercando di esserlo. Come venir fuori da questa sindrome?

Va inizialmente esplorata la storia di vita di questi soggetti, per capire come si è costruita la credenza che l’amore abbia un prezzo e vada in qualche modo guadagnato. Andrebbe quindi fatto un confronto con i personali vissuti abbandonici e la paura del rifiuto; al contempo fare i conti con la consapevolezza che nulla è per sempre, e che le eventuali separazioni non sono poi così terribili.

In seguito andrebbe fatto un lavoro sulla propria autostima, relativamente al fatto che le gratificazioni esistono soprattutto quando facciamo del bene a noi stessi. Inoltre andrebbe spostato il focus di questi soggetti da i bisogni dell’altro ai propri e allo svilupparsi di emozioni positive.

Perché qualsiasi relazione è in realtà un gioco di forze a doppio senso, dove entrambi i soggetti coinvolti devono vincere per stare bene.

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.

(F. Battiato, “La Cura”)

REBT: l’influsso dello stoicismo sul pensiero di Albert Ellis

Matteo Guidotti, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

L’assunto di base della REBT è che pensiero ed emotività siano strettamente associati, agendo l’uno sull’altro in un rapporto circolare di causa ed effetto: i pensieri diventano sovente emozioni e le emozioni, in molte circostanze, diventano a loro volta pensieri, tanto da poter affermare che sotto certi aspetti siano essenzialmente la stessa cosa.

[blockquote style=”1″]Sopprimi la tua opinione ed avrai cancellato il “sono stato insultato”. Sopprimi il “sono stato insultato” ed avrai cancellato l’insulto.[/blockquote]
(Marco Aurelio)

Nel suo libro più conosciuto, Ragione ed emozione in psicoterapia (1962), Albert Ellis, fondatore della Terapia Comportamentale Razionale-Emotiva (REBT), indica l’originalità del suo approccio al disagio psichico nella centralità che le cosiddette “verbalizzazioni interiori” o “autoistruzioni” giocano sul mantenimento di stati emotivi spiacevoli e negativi nel paziente. Si tratta di frasi interiori, pensieri, che, ripetuti in modo automatico nella mente, contribuiscono a generare emozioni negative prolungate.

[blockquote style=”1″]L’individuo è raramente colpito da cose ed eventi esterni; piuttosto è afflitto dalle sue percezioni, atteggiamenti o frasi interiorizzate inerenti a cose ed eventi esterni [/blockquote](Ellis 1962, p. 57).

Ellis afferma di aver dedotto questo fondamentale principio da numerose sedute psicoterapeutiche, ma che l’idea fondamentale gli fu suggerita da alcune letture filosofiche, in particolare dagli antichi filosofi stoici.

 

Epitteto e le origini stoiche della REBT

Ora, il movimento stoico è una corrente di pensiero complessa, che si articola in almeno tre grandi periodi storici differenti, ognuno caratterizzato da un peculiare approccio alle domande filosofiche di fondo e influenzato da fonti differenti. Scorrendo le pagine degli scritti di Ellis si può affermare che, per lui, il termine “stoicismo” coincide per lo più con la cosiddetta “Stoa romana”, cioè il tardo stoicismo sviluppatosi nella cultura romana tra il I e il III secolo d.C. Esponenti di spicco di questa corrente sono Seneca, Epitteto e Marco Aurelio. E’ soprattutto l’assidua lettura del Manuale (Enchiridion) di Epitteto a sollecitare la curiosità di Ellis, il quale pone una citazione dell’antico pensatore come base della sua scoperta in ambito clinico:

[blockquote style=”1″]Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti[/blockquote] (Epitteto, p. 7).

A tal proposito, il filosofo greco porta un esempio che si pone sulla scia della meditatio mortis, quale esercizio (áskesis) per distanziarsi dalle proprie passioni e vedere le cose nella prospettiva dell’universalità e dell’oggettività.

Epitteto, infatti, prende in causa proprio la paura della morte. Già Epicuro vi aveva dedicato una famosa riflessione, volta in primo luogo a dimostrare che a nessuna delle vicende umane va attribuita grande importanza – e che dunque è inutile turbarsi:[blockquote style=”1″] Il male che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi[/blockquote] (Epicuro, p. 125). Epitteto riprende questo argomento per dimostrare quanto ogni nostro timore o turbamento dipenda da una sottostante valutazione di pensiero:

[blockquote style=”1″]Così la morte non è nulla di terribile, ma il giudizio che la vuole terribile, ecco, questo è terribile. Di conseguenza, quando subiamo un impedimento, siamo turbati o afflitti, non dobbiamo mai accusare nessun altro tranne noi stessi, ossia i nostri giudizi. Incolpare gli altri dei propri mali è tipico di chi non ha educazione filosofica; chi l’ha intrapresa incolpa se stesso; chi l’ha completata non incolpa né gli altri né se stesso[/blockquote] (Epitteto, p. 7).

 

La REBT come educazione filosofica

Ellis ha dedicato la sua intera vita professionale a promuovere tale “educazione filosofica”, proprio nei termini espressi dallo stoicismo, in quanto disputa razionale sull’irrazionalità di certe nostre convinzioni e la loro ricaduta sullo stato d’animo dell’individuo.
L’assunto di base della REBT è che pensiero ed emotività siano strettamente associati, agendo l’uno sull’altro in un rapporto circolare di causa ed effetto: i pensieri diventano sovente emozioni e le emozioni, in molte circostanze, diventano a loro volta pensieri, tanto da poter affermare che sotto certi aspetti siano essenzialmente la stessa cosa.

A proposito di questo aspetto, in un’altra opera di larga diffusione, L’autoterapia razionale emotiva (1990), Ellis ribadisce la centralità dell’influenza stoica sul suo pensiero:

[blockquote style=”1″]Come sottolineato da Epitteto e Marco Aurelio, antichi filosofi della scuola stoica, negli esseri umani il sentimento coincide per lo più con il pensiero. Non completamente, ma in gran parte. Questo è il messaggio fondamentale che la Terapia Razionale-Emotiva ha cercato di diffondere per più di quarant’anni[/blockquote] (Ellis 1990, p. 24).

 

Il razionalismo nella REBT

Su questo punto è necessaria una breve precisazione, per non cedere all’idea che tanto lo stoicismo quanto la terapia razionale-emotiva siano forme di razionalismo puro. Ellis conia il termine “razionale” ben cosciente del fatto che l’obiettivo primario della terapia è quello di modificare le emozioni, ma poiché queste non esistono come cose in sé, scollegate dall’ideazione, esse possono essere controllate in modo efficace soltanto mediante i processi di pensiero. Questo, del resto, è il grande balzo in avanti rispetto alla pratica psicoanalitica imperante all’epoca, orizzonte culturale in cui il padre della REBT ha mosso i primi passi in ambito clinico.

Il richiamo da parte di Ellis allo stoicismo è pertanto puntuale e affatto casuale. Infatti, la cifra distintiva dell’intera filosofia ellenistica, entro cui ricade a pieno titolo il tardo stoicismo, è l’interpretazione della filosofia come arte di vivere e non pura speculazione, come “esercizio spirituale”. Il fatto è che per Epicuro, come per gli stoici, la filosofia è una terapia:

[blockquote style=”1″]la nostra sola occupazione deve essere la nostra guarigione… l’unico scopo è la tranquillità dell’anima[/blockquote] (Hadot, p. 39).

Razionale è quindi quel modo di pensare che favorisce il conseguimento dello scopo fondamentale, ossia la riduzione delle emozioni negative.

Nell’epoca ellenistica e romana il termine “filosofia” non designa una teoria o una maniera di conoscere, ma una saggezza, una sapienza vissuta, una maniera di vivere secondo ragione (homologouménos). La preminenza nello stoicismo dei processi di pensiero, dell’aspetto razionale, sui moti e gli stati dell’animo, deriva dalla precisa convinzione che la fonte di ogni turbamento interiore risieda nell’“interiore valutazione” o “giudizio” che l’individuo dà degli eventi del mondo.

[blockquote style=”1″]Le cose esteriori non giungono mai a toccare l’animo nostro, ma restano sempre immobili al di fuori, e ogni turbamento dipende dall’interiore valutazione[/blockquote] (Marco Aurelio, p. 3).

E ancora:

[blockquote style=”1″]Le cose per se stesse non riescono a toccare l’anima nemmeno un po’, né vi penetrano né possono mutarla e smuoverla. E’ l’anima che da sola si muta e si muove e gli avvenimenti sono per essa tali, quali i giudizi che essa ne formula[/blockquote] (idem, p. 19).

Secondo la visione stoica, l’uomo non è un essere in preda alle emozioni e alle passioni, ma possiede una specifica capacità intellettiva, la cosiddetta proàiresis, che consiste nel decidere volontariamente se seguire o meno un certo moto o desiderio dell’animo. Non per nulla il Manuale di Epitteto si apre con la seguente enunciazione:

[blockquote style=”1″]Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri[/blockquote] (Epitteto, p. 3).

 

REBT: i concetti fondamentali

Per ottenere la felicità occorrerà dunque raggiungere questa sorta di autarchia interiore, ovvero saper identificare – con l’uso della ragione – ciò che serve per raggiungere una condizione felice, saper distinguere quanto, di quello che serve, è in nostro esclusivo potere e quanto non lo è e, infine, impegnarsi concretamente nel tener fede alla decisione presa e resistere a moti contrari o irrazionali. Ecco enunciati alcuni concetti fondamentali della REBT:

(1) la disputa delle convinzioni irrazionali tramite la prova della veridicità e della consistenza logico-empirica dei pensieri disfunzionali;

(2) la ristrutturazione cognitiva, con particolare attenzione all’accettazione di ciò che non possiamo cambiare di noi stessi e del mondo esterno;

(3) la pratica quotidiana di rieducazione per fissare in nuove abitudini quanto è stato appreso.

 

Accettazione nella REBT

Rispetto al tema dell’accettazione, Ellis difende la REBT da facili accuse di superficialità, prendendo in causa ancora una volta la dottrina stoica – e in certo senso distanziandosene, almeno rispetto all’immagine distorta che il senso comune ha del saggio stoico, chiuso nella sua inattaccabile imperturbabilità.

[blockquote style=”1″]Si afferma che la terapia razionale-emotiva adatta fin troppo bene il paziente alla sua infelice situazione e lo induce a sopportare rassegnato condizioni che possono essere decisamente intollerabili. Questa obiezione è un’interpretazione erronea dello stoicismo e presume che la psicoterapia razionale-emotiva aderisca rigidamente agli insegnamenti di tale filosofia, il che non è vero. Epitteto, uno dei maggiori seguaci dello stoicismo, non asserì né lasciò intendere che si dovrebbero accettare serenamente tutti i mali del mondo e adattarsi ad essi con spirito di rassegnazione. Pensava che l’uomo dovrebbe anzitutto cercare di cambiare le situazioni negative e, quando non vi riesce, accettarle senza lamentarsene[/blockquote] (Ellis 1962, p. 201).

Allo stesso modo Ellis mette in guardia dal definire la REBT come una terapia grossolanamente edonistica, volta ad insegnare alle persone a divertirsi a scapito dei loro impegni più profondi e gratificanti. Lo scopo di “cambiare le situazioni negative”, perseguendo il compito di ridurre le emozioni negative e massimizzare quelle positive, è comune a tutte le scuole di psicoterapia. Non per questo si deve parlare di mero edonismo.

[blockquote style=”1″]Uno dei princìpi fondamentali della psicoterapia razionale-emotiva è il principio stoico dell’edonismo a lungo anziché a breve termine[/blockquote] (idem, p. 202).

Secondo la REBT, gli schemi di comportamento disfunzionali derivano da concezioni irriflessive e sono mantenuti da indottrinamenti verbali e radicate abitudini motorie di risposta dell’individuo. Ora, poiché è proprio la consuetudine a rendere imperfetti i nostri schemi comportamentali e le nostre convinzioni irrazionali, soltanto una notevole dose di “contropratica” può eliminare tali inefficienze – non basta un semplice insight. Pertanto, continua Ellis, [blockquote style=”1″]la terapia razionale è una forma di trattamento estremamente attiva e laboriosa, sia per il terapeuta che per il paziente, il quale riceve da quest’ultimo meno gratificazioni immediate, affetto, incoraggiamento a conservare i suoi puerili impulsi edonistici a breve termine di quanto non accada nelle altre psicoterapie [/blockquote](idem, 203).

 

REBT: prospettiva e addestramento

Per concludere, l’influenza dello stoicismo sul pensiero e la pratica psicoterapeutica di Ellis consiste principalmente nell’intendere la terapia da una parte come un esercizio intellettuale culminante nella trasformazione della visione del mondo (epitrophé), dall’altra come un esercizio pratico di educazione di sé culminante nel cambiamento di abitudini apprese e rigide (paideía). Non si tratta di trovare la soluzione più rapida e frettolosa, ma di esercitarsi nella maniera più efficace possibile nell’applicazione concreta di un metodo di pensiero maggiormente funzionale. Allo stesso modo, alla base della pratica filosofica stoica sta

[blockquote style=”1″]il parallelismo tra esercizio fisico ed esercizio spirituale: come, con esercizi fisici ripetuti, l’atleta dà al suo corpo una forma e una forza nuove, così, con gli esercizi spirituali, il filosofo sviluppa la sua forza d’animo, trasforma la sua atmosfera interiore, cambia la sua visione del mondo e infine il suo intero essere[/blockquote] (Hadot, p. 59).

Nello stoicismo il filosofare è un atto continuo, permanente, che occorre rinnovare a ogni istante. Marco Aurelio lo declina soprattutto come un orientamento costante dell’attenzione. La prosoké, infatti, è l’atteggiamento spirituale fondamentale del saggio stoico e consiste in una vigilanza e una presenza di spirito continue. Contenuto di questi atti attentivi sono prescrizioni “a se stessi”, meditazioni che assomigliano molto a dei veri e propri homework:

[blockquote style=”1″]Non dire a te stesso più di quel che ti riferiscono le rappresentazioni. Se ti riferiscono che un certo individuo ti diffama, non per questo ti si dice che tu ne sia danneggiato. Vedo mio figlio ammalato: questo vedo, ma non che sia in pericolo di vita. Procura quindi di attenerti sempre alle prime rappresentazioni e non aggiungervi del tuo; in questo modo, non ti succederà nulla[/blockquote] (Marco Aurelio, p. 49).

Su questo “aggiungere del proprio” alla rappresentazione oggettiva di uno stato o evento del mondo, Ellis lavorerà una vita intera, arrivando – attraverso una lunga serie di sedute psicoterapeutiche e la raccolta di molto materiale empirico – ad elencare le diverse categorie fondamentali di pensiero irrazionale sulle quali paziente e terapeuta sono chiamati a lavorare assiduamente in seduta. Da notare che l’attenzione al momento presente è in qualche modo il segreto e la cifra degli esercizi filosofici degli stoici. Essa [blockquote style=”1″]libera dalla passione che è sempre provocata dal passato o dal futuro, da eventi che non dipendono da noi; facilita la vigilanza concentrandola sul minuscolo momento presente, sempre padroneggiabile, sempre sopportabile, nella sua esiguità; infine apre la nostra coscienza alla coscienza cosmica, rendendoci attenti al valore infinito di ogni istante, facendoci accettare ogni momento dell’esistenza nella prospettiva della legge universale del cosmo[/blockquote] (Hadot, p. 35).

Parole che anticipano in modo sorprendente la pratica della mindfulness e meriterebbero un discorso a parte: qui infatti si va ben oltre Ellis.

La donna ed il tatuaggio: un modo per ritrovare se stessa

 

Le correlazioni più significative sono state trovate perlopiù nelle donne con quattro o più tatuaggi, e conducono a risvolti sorprendenti – perfino paradossali: le donne con almeno quattro tatuaggi hanno riportato i più alti livelli di autostima del campione; allo stesso tempo, però, hanno espresso i più alti livelli di depressione e le più alte frequenze di tentati suicidi!

Al giorno d’oggi il tatuaggio ed il gesto del tatuarsi hanno assunto molteplici motivi e scopi e sono dunque di difficile inquadramento per le scienze sociali. Se storicamente il tatuaggio è stato simbolo di una cultura e tradizione legate a diversi comportamenti antisociali come l’uso di droghe, la frequente adozione di condotte violente e più in generale l’indugiare in attività illecite, oggi il gesto del tatuarsi non è più compiuto (solo) dal poco di buono temuto da tutte le madri, ma anche dall’attore di Hollywood, dal calciatore famoso e, in definitiva, da chiunque si rispecchi nella cultura pop di questo inizio di millennio.

Alla ricerca psicologica spetta dunque l’arduo compito di districarsi in mezzo alla multiforme natura del corpo tatuato e di cercare sentieri sicuri che conducano ad una più chiara comprensione del fenomeno. E’ quello che fa, da anni, Jerome Koch, ricercatore della Texas Tech University che ha recentemente prodotto un nuovo studio che verrà pubblicato sul Journal of Social Science nel 2016. Se negli studi precedenti lo stesso Koch aveva rilevato una forte correlazione tra i comportamenti antisociali e le persone con quattro o più tatuaggi, in questo studio ha rovesciato la sua domanda, andando ad indagare la relazione tra il gesto del tatuarsi e il benessere psicofisico: 2394 studenti (tatuati e non) tra i 18 e i 20 anni hanno compilato alcune scale di autovalutazione sulla qualità della propria vita.

Le correlazioni più significative sono state trovate perlopiù nelle donne con quattro o più tatuaggi, e conducono a risvolti sorprendenti – perfino paradossali: le donne con almeno quattro tatuaggi hanno riportato i più alti livelli di autostima del campione; allo stesso tempo, però, hanno espresso i più alti livelli di depressione e le più alte frequenze di tentati suicidi!

Come spiegare questi risultati inaspettati? Si può presumere che la frequente ideazione suicidaria possa esser direttamente causata dall’abuso di sostanze e di condotte illecite e devianti che frequentemente sono correlate con il numero di tatuaggi, ma ci sembra un modo troppo semplicistico di inquadrare il problema. Lo stesso Jerome Koch, infatti, prova a fornirci una spiegazione più ambiziosa, basandosi anche sulle sue precedenti ricerche.
Le donne hanno con il proprio corpo un legame ben più profondo di quello degli uomini, sia per il modo in cui la sessualità le investe fin dalla pubertà, sia per la condizione di maternità in se stessa e sia purtroppo per l’estrema attenzione che la società oggi rivolge al corpo della donna (basti pensare alle mille diete esistenti, alla chirurgia plastica o all’immagine ipersessualizzata della donna nei media). E’ plausibile, dunque, che la donna trasformi – più dell’uomo – questa consapevolezza nei confronti del proprio corpo in un suo punto di forza: spesso le donne che hanno subìto una mastectomia adornano il seno perduto con un disegno tatuato sulla pelle; analogamente, le donne vittime di abusi sessuali ricorrono non di rado al piercing genitale.

E’ un modo, tutto femminile, di riappropriarsi del corpo rubato, del corpo smarrito, strappatogli via. Secondo Koch, infatti, il tatuaggio sta acquisendo sempre più una funzione ricostituente per il corpo della donna: attraverso il tatuaggio la donna può ri-costituire insieme il proprio corpo frammentato, diviso, segnato da un bisturi, da una violenza sessuale o perfino da una perdita che non è più necessariamente fisica, ma può anche essere semplicemente emotiva. E’ interessante, a tal proposito, notare come alcune ricerche precedenti dimostrino che le donne sono molto più inclini degli uomini a farsi togliere un tatuaggio, come gesto di distanziamento, dissociazione da un passato che non vogliono più: stando al presente studio, dunque, sembra che talvolta l’aggiunta di un tatuaggio possa svolgere la stessa funzione della sua cancellazione.

In conclusione, l’intuizione di Koch è senza dubbio acuta e sembra spiegare – seppur in via speculativa – i sorprendenti risultati del presente studio: il tatuaggio diventa il segno di una ri-presa di potere del proprio corpo, in risposta a perdite e violazioni subìte (fisiche o simboliche). La donna con molti tatuaggi può, dunque, aver deciso di utilizzare il proprio corpo come strategia di coping, come strumento per recuperare e rafforzare il senso di Sè – banalmente, la sua autostima. Tale gesto, però, può sopperire alla sofferenza causata dall’oggetto perduto solo parzialmente, come dimostrano i tentativi di suicidio e gli alti livelli di depressione. Il tatuaggio, e così il corpo, infatti, non possono bastare da soli a salvarci dal dolore per la perdita, da quel senso di frammentazione che consegue a qualsiasi trauma o lutto: è necessario innanzitutto cercare, e quindi donare un significato a ciò che abbiamo perduto, un significato in cui sia possibile, per noi stessi, tornare a riconoscerci.

Meditazione: può ridurre i pregiudizi razziali

Gli effetti della meditazione si estendono anche all’ ambito della psicologia sociale. Secondo uno studio appena pubblicato su Motivation and Emotion addirittura la pratica della meditazione, anche per soli sette minuti quotidianamente, sarebbe in grado di ridurre i pregiudizi razziali. E non servirebbe essere dei meditatori professionisti.

La tecnica in questione e’ la Loving-Kindness meditation (LKM) una pratica meditativa afferente al filone buddista che promuove gentilezza incondizionata verso sè e gli altri, mediante la visualizzazione di sè e degli altri.

I ricercatori hanno voluto testare l’ipotesi secondo cui praticare la meditazione Loving-Kindness focalizzandosi su membri di un gruppo etnico diverso dal proprio avrebbe ridotto il bias automatico di preferenza delle persone appartenenti al proprio in-group etnico-culturale.
Nello studio sono stati reclutati 71 adulti, non meditatori, di origine etnica caucasica. Ad ogni soggetto è stata fornita una fotografia di una persona dello stesso genere ma di etnia africana. Successivamente i soggetti hanno seguito le indicazioni per la pratica della meditazione Loving-Kindness focalizzandosi sulla persona ritratta nella fotografia; i soggetti nella condizione di controllo invece hanno osservato percettivamente i dettagli del volto fotografato. Entrambe le condizioni hanno avuto una durata di soli sette minuti.

Utilizzando lo strumento Implicit Association Test i ricercatori hanno misurato i tempi di reazione dei partecipanti durante un compito di associazione di parole positive e negative (ad esempio ‘felicità” o “sbagliato”) a volti appartenenti ai due gruppi etnici, africano e caucasico.
Generalmente in letteratura si riscontra un bias cultural-etnico per cui le persone associano più velocemente parole positive al proprio gruppo etnico rispetto a un gruppo etnico differente (e viceversa per le parole negative). Questo dunque è spesso utilizzato come indicatore implicito del bias a differenza dei questionari self-report massivamente esposti al rischio di elevata desiderabilità sociale.

Dai risultati è stato riscontrato che solo sette minuti di meditazione Loving-Kindness rivolta ad un membro di etnia differente dalla propria è in grado di ridurre il pregiudizio etnico-razziale nei confronti di un gruppo etnico diverso dal proprio.
Gli effetti della meditazione possono andare ben oltre il benessere psico-fisico mentale, potenzialmente impattando in qualche misura anche il benessere della collettività. Implicazioni da non ignorare, che possono indurre nuovi studi e la progettazione di applicazioni nell’ ambito della riduzione dei pregiudizi etnico-culturali.

Ruolo dell’ attaccamento e del temperamento nello sviluppo di dipendenze patologiche – Forum di Assisi 2015

Dal VI FORUM sulla FORMAZIONE in PSICOTERAPIA – Assisi 2015

Ruolo dell’ attaccamento e del temperamento nello sviluppo di dipendenze patologiche

Giada Costantini, Ramona Di Diodoro, Isabella Paoletta, Enzo Panzella, Mariapaola Costantini, Chiara Caruso, Harold Dadomo, Clarice Mezzaluna

L’obiettivo del presente studio è quello di studiare le caratteristiche protettive o favorenti lo sviluppo di dipendenze patologiche. 

Introduzione

In letteratura emergono relazioni tra un attaccamento di tipo insicuro e lo sviluppo di dipendenze (Schindler, e Broning, 2014), oltre che a una forte relazione tra abuso, esposizione alla violenza in età evolutiva e sviluppo di dipendenze (Douglas et al.; 2010; Dube et al.; 2003).

Anche alcune caratteristiche temperamentali, come la novelty seeking e la reward sensitivity, sembrano maggiormente correlate allo sviluppo di una dipendenza patologica (Christie Hartman et al., 2013).

Inoltre, secondo la prospettiva della Schema Therapy, gli schemi con maggior effect size sono gli schemi di sfiducia/abuso, regole e autodisciplina insufficienti (Shorey et al., 2012). Questi schemi sono spesso associati a un comportamento impulsivo, bassa tolleranza alla frustrazione e a difficoltà nel differire la gratificazione (Shorey et al., 2013).

Obiettivo

L’obiettivo del presente studio è quello di studiare le caratteristiche protettive o favorenti lo sviluppo di dipendenze patologiche. Nello specifico, ci si soffermerà sulla dipendenza da sostanze psicoattive e su quella da alcol.

Metodi

Sarà valutato lo stile di attaccamento, la presenza di esperienze di abuso in età evolutiva, gli schemi prevalenti e il tipo di temperamento dei soggetti coinvolti nel disegno di ricerca. A tal fine, sono stati somministrati i test ASQ, TEC, TCI-R, DAST, C.A.G.E., AUDIT, YSQ – L3

Psicologia clinica, psichiatria, psicofarmacologia. Uno spazio di integrazione (2015) – Recensione

Il volume si configura come uno strumento molto utile per gli studenti in formazione così come per i professionisti che svolgono attività clinica e si trovano a interfacciarsi quotidianamente con la necessità di integrare l’intervento psicologico e l’utilizzo di farmaci, in un’imprescindibile visione integrata del paziente.

Nella prima metà di quest’anno è uscito per le Edizioni Franco Angeli il libro ‘Psicologia clinica, psichiatria, psicofarmacologia. Uno spazio di integrazione’ del Prof. Francesco Rovetto.

Il volume si configura come uno strumento molto utile per gli studenti in formazione così come per i professionisti che svolgono attività clinica e si trovano a interfacciarsi quotidianamente con la necessità di integrare l’intervento psicologico e l’utilizzo di farmaci, in un’imprescindibile visione integrata del paziente.

Il primo capitolo si occupa della diagnosi, con un particolare riguardo per le differenze che sono state introdotte con l’uscita della quinta edizione del DSM (DSM-5; APA, 2013). Con lo stile puntuale ma molto concreto che contraddistingue il Prof. Rovetto, si affronta il tema della diagnosi, della sua utilità e delle attenzioni che è opportuno prestare nell’utilizzo di un sistema nosografico descrittivo, in cui un’etichetta viene accoppiata a una costellazione di sintomi, ma che purtroppo poco ci dice rispetto al funzionamento della persona. A questo scopo, di fianco a questo sistema si presenta una modalità più esplicativa e interpretativa del quadro clinico, forse più utile nella fase di pianificazione del trattamento. Proseguendo, si affronta il tema della diagnosi, sottolineando con l’esempio dell’omosessualità come il senso del normale e del patologico sia cambiato e cambi continuamente, figlio delle scoperte scientifiche da una parte e del contesto culturale dall’altra. Questa prima parte si chiude quindi con un’interessante disamina del DSM-5, focalizzandosi particolarmente su quegli aspetti pratici che interessano il clinico nella sua attività professionale, più che sui cambiamenti di etichetta che si trovano su carta.

Nel secondo capitolo si affronta un tema molto caro agli psicologi, che spesso durante il loro percorso di studi si trovano a conoscere solo marginalmente la questione farmacologica, competenza invece richiesta nella pratica clinica. Infatti, se ovviamente uno psicologo non può prescrivere farmaci, è utile che ne conosca gli effetti diretti e quelli collaterali, che sappia cosa significa assumere una determinata pastiglia e che possa in questo modo aiutare al meglio il paziente e capire in che misura e in che modo una determinata sostanza si integra con il percorso di terapia o consulenza che gli compete. Come giustamente puntualizza l’Autore, anche per chi non può né vuole prescrivere farmaci è importante conoscere le potenzialità del trattamento, gli effetti collaterali, i tempi in cui possiamo attendere gli effetti, i modi in cui un farmaco può aiutare e il vissuto del paziente in merito all’annosa questione “prendere delle medicine per la mente”. Interessantissimo un particolare paragrafo che tratta dei non-psicofarmaci, cioè di tutte quelle medicine che vengono abitualmente utilizzate a scopo psicofarmacologico ma che non rientrano in questa categoria. Tra questi, i Beta bloccanti, che bloccando l’effetto dell’adrenalina sui recettori periferici del corpo mantengono basso il numero di battiti cardiaci anche in situazioni in cui questo tenderebbe ad aumentare (perché facciamo una corsa o perché siamo in ansia).

Il capitolo prosegue poi con un’accurata e attenta classificazione dei diversi psicofarmaci, con informazioni circa il loro funzionamento, la loro utilità nei diversi quadri clinici e l’utilizzo canonico nella pratica clinica. Il tutto è ben integrato da tabelle riassuntive, che ne consentono un veloce e facile utilizzo estemporaneo, e prosegue con un breve capitolo su tutti quei fattori psicologici che possono influenzare la prescrizione o il funzionamento dei farmaci, come la compliance (sottolineando l’importanza della condivisione e non della acritica aderenza del paziente alle prescrizioni del medico), gli effetti collaterali o le credenze esplicite e implicite che il paziente porta con sé e che in alcune situazioni possono paradossalmente impedirgli di stare meglio o allungare il tempo della sua sofferenza.

La seconda sezione del libro descrive e approfondisce le terapie integrate per diversi disturbi di competenza dello psicologo, dall’autismo ai disturbi d’ansia, ai disturbi sessuali e alla dipendenza da sostanze e comportamentale. Questa parte, sicuramente la più estesa del testo, dà un’ottima inquadratura dei diversi disturbi e delle pratiche di intervento, ancora una volta mostrando la praticità del testo e la sua fruibilità nei diversi contesti; inoltre, tutte le descrizioni sono aggiornate sia rispetto alle terminologie e alle definizioni dopo l’uscita del DSM-5, sia rispetto ai cambiamenti dei vecchi disturbi (per esempio, con l’arrivo delle dipendenze comportamentali, che hanno messo in crisi tante strutture deputate alla cura delle dipendenze da sostanze e allo stesso tempo hanno permesso di approfondire i meccanismi psicologici che mantengono questo tipo di difficoltà, se dissociati dalle conseguenze chimiche e fisiche dell’assunzione di una specifica molecola).

Infine, l’autore dedica le ultime 10 pagine del testo alla nascita delle terapie integrate precedentemente proposte, con un breve excursus sulla storia della psichiatria in Italia e sui luoghi deputati alla psichiatria oggi, concludendo con un’analisi chiara e pulita rispetto alle diverse professionalità che si interfacciano nel contesto della salute mentale, dall’assistente sociale all’educatore professionale, al tecnico della riabilitazione psichiatrica.

In sintesi, il volume del Prof. Rovetto si propone come utile strumento sia per chi si sta avvicinando allo studio della psicologia clinica, che per chi lavora in questo ambito. I primi troveranno in questo testo uno sguardo pratico e radicato in anni di professione concreta, attraverso cui imparare a conoscere il materiale di studio. I secondi avranno invece modo di aggiornarsi rispetto alle nuove classificazioni e ai nuovi contesti, sempre tenendo a mente l’importanza di integrare diverse professionalità affinché ne esca un intervento organico che possa aiutare il paziente in difficoltà prima come persona a tutto tondo che come caso clinico diagnosticato.

La depressione maggiore e l’importanza della specificità dei ricordi

Rosina Misasi

 

Depressione maggiore: diverse ricerche condotte su pazienti con disturbo depressivo maggiore hanno permesso di riscontrare, come nel processo di recupero di una memoria, tali pazienti presentino una difficoltà a recuperare ricordi specifici. In particolare è stato messo in luce un vero e proprio fenomeno di ipergeneralizzazione dei ricordi autobiografici chiamato overgeneral memory.

Questo fenomeno, considerato un segno caratteristico della depressione maggiore, sembrerebbe manifestarsi perché questi pazienti presentano alcune caratteristiche che attivano peculiari meccanismi. Tra questi si evidenziano: la presenza massiccia e attiva di auto rappresentazioni connesse a sentimenti, la tendenza alla ruminazione, un controllo esecutivo ridotto, l’evitamento funzionale ed errori di cattura. Ma in cosa consistono e come interagiscono tra loro questi fattori?

Proviamo ad immaginare la memoria autobiografica come composta da conoscenze relative al Sé organizzate secondo tre livelli di specificità. Il livello più alto si riferisce a periodi di vita, il livello intermedio a eventi generali e il livello più basso si riferisce alla conoscenza specifica dell’evento. I periodi di vita e gli eventi generali sono sottoforma di riassunti concettuali relativamente astratti di esperienze, mentre gli eventi specifici constano di aspetti sensoriali e percettivi concreti di eventi unici, che spesso includono un’ immagine visiva piuttosto che riassunti concettuali astratti. Oltre alla struttura appena descritta, nel processo di recupero della memoria, entra in gioco un importante sistema di supervisione, il working self, che si occupa dell’immagazzinamento, dell’organizzazione e del recupero dei ricordi. Il recupero di una memoria può essere generato da due differenti processi: da un processo di recupero generativo o da una forma spontanea di recupero. Quest’ultima si presenta quando uno stimolo interno o ambientale produce l’immediata attivazione di eventi specifici. Nel recupero generativo invece lo stimolo attiva rapidamente o un periodo di vita o un livello di conoscenza di un evento generale, che viene valutato dal working self; successivamente l’attivazione si diffonde dalla rappresentazione di un evento generale a quella di un evento specifico. Ma nel paziente con disturbo depressivo maggiore cosa avviene nel processo di recupero dei ricordi?
E’ stato osservato che alcuni individui che hanno subito un trauma, interrompono il processo di ricerca se la conoscenza episodica tende ad evocare sentimenti altamente negativi. In questi casi, non arrivare al recupero episodico è funzionale (Raes e C., 2003) e viene rinforzato negativamente dal fatto che non si verificano conseguenze avversive attese dall’individuo.

Il modello CaR-FA-X (Williams e C., 2007) ha prove coerenti con quanto appena affermato e suggerisce che questa ricerca interrotta da evitamento funzionale è intensificata dalla “cattura” di strutture concettuali relative al Sé. Di fatto, per accedere a un ricordo specifico il primo stadio di ricerca della memoria usa elaborazioni di natura più concettuale (passaggio obbligatorio) e la predominanza di informazioni concettuali relative al Sé presente nei pazienti depressi, determina un errore di “cattura”. Tale errore è dovuto all’attivazione di materiale di compito irrilevante. Invece di continuare a cercare dettagli sensorio-percettivi appropriati (che porterebbero al ricordo dell’evento specifico) questi soggetti recuperano erroneamente conoscenza concettuale relativa al proprio Sé, ottenendo un aumento di risposte categoriali associate alla depressione.

Contribuisce ad aggravare ulteriormente la situazione la ruminazione, che conduce all’attivazione di tali rappresentazioni mentali generalizzate (Nolen-Hoeksema, 1991). Infatti, partendo dalla premessa che l’ipergeneralità si presenta in risposta sia a stimoli positivi che negativi Crane (2007) ha ipotizzato che una parola stimolo positiva potrebbe segnalare, ad una persona depressa, l’assenza di uno stato personalmente significativo e, a sua volta, attivare ulteriore ruminazione. È veramente difficile inibire risposte ruminative abituali quando ci sono rappresentazioni concettuali altamente elaborate del Sé che sono prontamente disponibili e alle quali bisogna accedere come primo stadio del processo di ricerca della memoria. Contestualmente, una ridotta capacità esecutiva e un diminuito controllo cognitivo, peggioreranno la tendenza ad essere “catturati” da queste rappresentazioni del Sé astratte e concettuali. Con quale esito? L’elaborazione strategica orientata a un compito diminuisce e il recupero è “dirottato” da materiali irrilevanti.

Uno dei tanti motivi che porta a considerare con attenzione il fenomeno dell’ipergeneralità dei ricordi è che, modificando in pazienti depressi questa tendenza ad essere ipergenerali, la persistenza del disturbo depressivo si riduce (Serrano, Latorre, Gats e Rodriguez, 2004).
In generale, i dati presi in esame lasciano supporre che ad essere importante per la salute fisica e psicologica non è solo cosa un individuo ricorda ma anche il modo in cui lo ricorda. Anche se si cerca di evitare il ricordo a livello esplicito la memoria implicita rimane ben conservata e di conseguenza fonte di sofferenza per il paziente. In particolare è stato possibile osservare come la specificità della memoria può essere influenzata da numerose variabili psicologiche e può influenzare tali variabili.

Inoltre, è stato messo in luce come l’accesso aumentato a informazioni concettuali relative al Sé e la ruminazione siano centrali nell’ostacolare il recupero di memorie specifiche e nel mantenimento del disturbo depressivo. La ricerca di Crane (2007) è un esempio relativamente forte della relazione fra difficoltà a recuperare ricordi specifici, auto rappresentazioni connesse a sentimenti, ruminazione e mantenimento del disturbo depressivo. Ciò che si evince è che i fenomeni presi in esame, evitamento funzionale, “cattura” e ruminazione, controllo esecutivo, interagiscono tra loro con la conseguenza che un controllo esecutivo ridotto fallisce nell’inibire le informazioni irrilevanti e il recupero del ricordo viene “dirottato” da questo materiale. Tuttavia, grazie al lavoro di Serrano, Latorre, Gats e Rodriguez (2004) oggi abbiamo una prova che la memoria ipergenerale, è un importante fattore causale nel mantenere la depressione e che modificarlo può avere conseguenze benefiche riducendo depressione e disperazione.

So quel che fai: il cervello che agisce e i neuroni specchio di Rizzolatti e Sinigaglia – Recensione

Sophia Nasuf, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

Il libro di Rizzolatti e Sinigaglia descrive le numerose ricerche compiute presso l’Università di Parma. La straordinaria scoperta dei neuroni specchio ha dato inizio a un nuovo modo di vedere il comportamento umano, l’intelligenza, il pensiero e le emozioni.

La premessa inizia con una citazione di Peter Brook che ha affermato come tale scoperta abbia dato prova scientifica di ciò che il teatro sapeva da tempo, a dimostrare quanto questi studi non siano poi così lontani ma, in fondo, potenzialmente alla portata di molti studiosi di varie discipline. Questi studi hanno infatti catturato l’attenzione di studiosi di psicologia, pedagogia, sociologia, antropologia ecc. Non tutti però conoscono nei particolari la storia di questa scoperta e questo libro ha il merito di raccontarla e di spiegare come funziona il nostro cervello. Partendo dal semplice gesto di prendere una tazzina da caffè spiega come funziona il sistema motorio e cosa accade quando si decide di compiere un’azione. Infatti, anche se non ne siamo consapevoli, quando stiamo per afferrare un oggetto la nostra mano inizia a prepararsi per poterlo prendere, le dita e il palmo della mano si prefigurano per adattarsi al peso, alla forma e al materiale di cui è fatto l’oggetto. Appena si raggiunge la tazzina la mano riceve le informazioni dai recettori della cute, dai muscoli e dalle articolazioni che le permettono di perfezionare la presa e portare la tazzina alla bocca. Per molto tempo si è pensato che i fenomeni sensoriali, percettivi e motori fossero suddivisi in distinte aree corticali: le aree sensoriali visive nel lobo occipitale, somatosensoriali nella circonvoluzione postcentrale, uditive nella circonvoluzione temporale superiore ecc.. e dall’altro le aree motorie nella parte posteriore del lobo frontale.

Tra queste due aree vi sono le aree associative che hanno la funzione di integrare le informazioni provenienti dalle due aree e per poter mettere in atto l’azione. In seguito si è cominciato a comprendere che “il sistema motorio non è solo connesso alle aree corticali responsabili delle attività cerebrali coinvolte in pensieri e sensazioni, ma possiede molteplici funzioni, le quali non sono riconducibili nel quadro di una mappa unitaria puramente esecutiva” (“So quel che fai, p.11 Rizzolatti, Sinigaglia). Le ricerche compiute negli ultimi anni hanno portato alla conclusione che la suddivisione della corteccia motoria nelle aree MI e SMA è troppo semplicistica. Infatti la corteccia motoria risulta formata da molteplici regioni diverse. L’uso di tecniche elettrofisiologiche sofisticate che prevedono l’inserimento di microelettrodi capaci di stimolare piccoli gruppi di neuroni di proiezione, ossia microstimolazione intracorticale, ha infatti permesso di vedere come la corteccia motoria contenga una grande molteplicità di mappe funzionalmente distinte e localizzate nelle aree anatomiche delle regioni mesiale, dorsale, ventrale.

Il modello dell’Homunculus motorio di Wilder Penfield, per tanto tempo punto fermo della neurologia, appare quindi notevolmente superato. Ritornando ora alla tazzina da caffè, per prendere un oggetto sono necessari due processi correlati, ossia raggiungere ed afferrare. Anche se il pensiero comune è che il raggiungere preceda l’ afferrare non è così, infatti la registrazione dei movimenti della mano e del braccio ha dimostrato che sono due processi paralleli. Afferrare richiede l’attivazione della corteccia motoria primaria F1, infatti lesioni di quest’area causano mancanza di forza, flaccidità e l’incapacità di muovere le dita in modo indipendente. F1 però non avendo accesso diretto all’area visiva, necessita dell’area F5 che contiene rappresentazioni motorie della mano e della bocca, che sono in parte sovrapposte. La maggior parte dei neuroni di quest’area codifica atti motori, ossia movimenti coordinati da un fine specifico (Rizzolatti, Gentilucci, 1988; Rizzolatti et al.,1988). Gran parte dei neuroni F5 si attivano infatti quando la scimmia afferra un pezzo di cibo con la mano o con la bocca, compiendo quindi un atto motorio.

Molti neuroni F5, indipendentemente dalla classe di appartenenza, codifica il tipo di conformazione che deve avere la mano per compiere un’ azione, presa di precisione o afferrare. Un’ulteriore prova che i neuroni F5 si attivano durante gli atti motori è che a prescindere dalla loro specificità per i diversi tipi di presa la loro attivazione varia in relazione alle differenti fasi dell’atto motorio. Vi sono neuroni che si attivano quando la scimmia usa la “presa di precisione” e altri che si attivano quando afferra oggetti di media taglia con tutte le dita. Sin dai primi studi è emerso che una parte di neuroni F5 risponde in modo selettivo a stimoli visivi; nell’esperimento condotto da Akira Murata e colleghi (Murata et al., 1997. Rizzolati et al.,2000; Gallese, 2000) è stato indagata a fondo la funzione visuo-motoria dei neuroni F5, portando quindi ad ipotizzare che le risposte visive sarebbero l’espressione di un ‘intenzione della scimmia di prendere un oggetto. La corteccia ventrale premotoria è formata oltre che dall’area F5 anche dall’area F4, che occupa l’area dorso-caudale ricevendo afferenze dall’area intraparietale ventrale (VIP). Da esperimenti di microstimolazione è stato dimostrato che in F4 sono presenti movimenti del collo, della bocca e del braccio ed è emerso che la maggior parte di questi neuroni si attiva sia durante l’esecuzione di atti motori sia a stimoli sensoriali. In seguito a tale scoperta sono stati distinti due gruppi di neuroni: solo somatosensoriali e somatosensoriali e visivi o neuroni bimodali.

Recentemente sono stati individuati anche neuroni trimodali capaci di rispondere a somatosensoriali visivi e uditivi (Graziano et al., 1999). La maggior parte dei neuroni somatosensoriali di F4 viene attivata da stimoli tattili superficiali e i loro campi recettivi sono abbastanza ampi e localizzati sulla faccia, sul collo, sulle braccia e sulle mani. I neuroni bimodali hanno caratteristiche somatosensoriali simili a quelle dei neuroni somatosensoriali puri, vengono però attivati da stimoli anche visivi in particolare da oggetti tridimensionali e stimoli in movimento.

[blockquote style=”1″]La scoperta più sorprendendente che riguarda l’area F4 è stata che i campi recettivi visivi della maggior parte dei neuroni bimodali restano ancorati ai rispettivi campi recettivi somatosensoriali e risultano pertanto indipendenti dalla direzione dello sguardo [/blockquote](Gentilucci et al.,1983; Fogassi et al., 1996a, b.).

Dall’analisi delle proprietà funzionali dei neuroni F5 è emerso che molti si attivano durante gli atti motori e a causa delle loro caratteristiche inizialmente, negli anni trenta, vennero chiamati neuroni canonici. Nelle prime situazioni sperimentali degli anni novanta le scimmie venivano lasciate agire liberamente e si è visto che nella convessità corticale F5 erano presenti neuroni che si attivavano sia quando la scimmia effettuava un’azione sia quando osservava lo sperimentatore compiere quell’azione. Questi sono stati chiamati neurons mirror, neuroni specchio. Per quanto riguarda le proprietà motorie i neuroni specchio sono indistinguibili dagli altri neuroni F5, la situazione cambia invece per quanto concerne le capacità visive , infatti i neuroni specchio rispondono alla presentazione dello stimolo visivo (es. cibo per la scimmia). La loro attivazione dipende dall’osservazione da parte della scimmia di determinate azioni compiute dallo sperimentatore che comportano un’ interazione effettore mano o bocca-oggetto.

Assumendo come criterio l’atto motorio codificato visivamente si possono suddividere in “neuroni-specchio-afferrare”, “neuroni -specchio-tenere”, “neuroni-specchio-collocare” quando la scimmia guarda lo sperimentatore mettere un oggetto su un supporto, “neuroni-specchio-interagire-con-le-mani” che si attivano alla vista di una mano che si muove verso l’altra e mentre quest’ultima sta tenendo un oggetto. La loro funzione ad un esame superficiale porterebbe ad una preparazione ad agire per poi compiere la stessa azione ma se così fosse sarebbe simile a quei neuroni preparatori ampiamente diffusi nella corteccia premotoria. Un’interpretazione più sofisticata è quella di Marc Jeannerod (Jeannerod, 1994) in un articolo sull’analisi dell’immaginazione di tipo motorio, motor imagery).

Jeannerod porta come esempio un allievo che osserva il maestro eseguire un passaggio complesso al violino. Secondo la sua ipotesi i neuroni responsabili di immagini motorie sarebbero gli stessi che si attivano durante la preparazione e la pianificazione dell’allievo della propria esecuzione. Pur apprezzando la ricerca di Jeannerod secondo Rizzolatti è comunque riduttivo affermare che la funzione primaria dei neuroni specchio sia legata a comportamenti imitativi. La scoperta dei neuroni specchio nella scimmia ha suggerito l’ipotesi che anche nell’uomo potesse esistere un’area cerebrale simile. Attraverso gli studi di elettroencefalografia (EEG) già negli anni cinquanta sono state rilevate evidenze indirette di un meccanismo specchio anche nell’uomo. La prova dell’esistenza dei neuroni specchio anche nell’uomo si deve agli studi di stimolazione magnetica transcranica (TMS). La TMS è una tecnica non invasiva di stimolazione del sistema nervoso, quando la corteccia motoria viene colpita con un’ intensità appropriata da uno stimolo magnetico è possibile registrare i potenziali motori, motor evoked potential MEP, nei muscoli controlaterali.

Luciano Fadiga e colleghi (Fadiga et al.,1995, Maeda et al.,2002), hanno registrato i MEP, attraverso la stimolazione della corteccia motoria sinistra, nei muscoli della mano e del braccio destro in soggetti che osservavano lo sperimentatore compiere un’azione come afferrare un oggetto. Il risultato è stato che i muscoli del braccio e della mano dei soggetti venivano attivati durante l’osservazione, mentre un altro sorprendente risultato è stato che l’attivazione aumenta notevolmente durante l’osservazione di atti intransitivi, non diretti verso un oggetto. Una differenza nell’uomo, rispetto alla scimmia, è che i neuroni specchio hanno anche la capacità di codificare e attribuire uno scopo all’azione osservata. Sin dalla loro scoperta ci si è chiesti se potessero essere alla base del comportamento imitativo, come è noto l’imitazione è la capacità di riprodurre un’azione nei dettagli dopo averla osservata e aver quindi appreso un pattern d’azione nuovo (Byrne, 1995; Tomasello, Call, 1997; Visalberghi, Fragaszy, 2002).

Secondo il modello che ha preso piede negli ultimi anni, grazie alle ricerche di Wolfang Prinz e collaboratori, l’azione osservata e quella eseguita condividono lo stesso codice neurale. Essi si rifanno al concetto di “azione ideomotoria” di Hermann Lotze, poi ripresa da William James (Lotze, 1852; James, 1890), poi estesa al principio di “compatibilità ideomotoria” dello psicologo Anthony G.Greenwald. Secondo questo principio più un atto percepito assomiglia ad uno presente nel patrimonio motorio dell’osservatore più tende a indurne l’esecuzione: percezione ed esecuzione delle azioni debbono possedere uno schema rappresentazionale comune (“So quel che fai”p.137 Rizzolatti, Sinigaglia).

La scoperta dei neuroni specchio ha dato un notevole apporto allo studio delle emozioni e in particolare al riconoscimento delle espressioni facciali. Prendiamo ad esempio un’emozione primaria come il disgusto, la sua forma primitiva è legata all’ingerire, annusare o assaggiare il cibo, costituita quindi da movimenti delle labbra, della bocca, dall’arricciare il naso e talvolta da nausea e vomito (Rozin et al., 2000). Numerosi studi condotti negli ultimi anni hanno consentito di individuare le aree cerebrali coinvolte nelle reazioni di disgusto. Tra queste un ruolo importante appartiene al lobo dell’insula. Da tempo è noto che non si tratta di un’area omogenea, nella scimmia è divisa in tre zone citoarchitettoniche: insula agranulare, disagranulare e granulare. La regione anteriore è connessa con i centri olfattivi e gustativi e riceve informazioni dalla regione anteriore della parete ventrale del solco temporale superiore (STS), in cui molti neuroni rispondono alla vista delle facce.

Nell’uomo l’insula è più grande che nella scimmia ma è molto simile. Andrew J. Calder e colleghi riportano il caso di un paziente (NK) che in seguito ad un’emorragia cerebrale, presentando gravi danni all’insula sinistra e alle strutture circostanti non era più in grado di riconoscere l’espressione di disgusto. Inoltre il danno cerebrale aveva causato un’incapacità anche a livello uditivo di riconoscere i suoni legati a tale emozione (il vomito), non era quindi in grado di provare e riconoscere il disgusto. Il riconoscimento di tutte le altre emozioni invece non presentava alcun deficit. L’osservazione di un volto che esprime un’emozione va quindi ad attivare i neuroni specchio della corteccia premotoria. Quest’area poi invia alle aree somatosensoriali e all’insula una copia efferente (del loro pattern di attivazione), simile a quello che inviano quando è l’osservatore a provare quell’emozione. Il riconoscimento delle emozioni sui volti degli altri, attraverso il meccanismo dei neuroni specchio, rappresenta il prerequisito indispensabile per la messa in atto del comportamento empatico che è alla base dell’interazione tra gli individui. La spiegazione del meccanismo dei neuroni specchio ha dato una base comune per riprendere ad indagare la natura dei comportamenti e delle relazioni sociali e interpersonali.

E’ tutta colpa tua! La solitudine con induzione di colpa morale nell’altro – Tracce del tradimento Nr. 34

TRACCE DEL TRADIMENTO – XXXIV. È tutta colpa tua! La solitudine con induzione di colpa morale nell’altro

 

Alcune persone non desiderano prendersi la responsabilità della scelta della separazione e il cercare tracce ha lo scopo principale di mettere l’altro nella situazione di colpa morale. Questo fa sì che l’innocente si senta in colpa e il colpevole innocente.

La persona cercatrice di tracce ha chiaro che il suo rapporto potrebbe essere stabile, il marito fedele, il progetto certo, ma dubita di se stessa. Queste persone tradiscono perché poco conoscono e sanno di relazioni affettive di fiducia condivisa. Esse dubitano sostanzialmente del bene in generale e del bene negli altri. Il timore del sentimento di colpa che proverebbe a lasciare il suo uomo e delle incertezze che dovrebbe affrontare da sola, le fa preferire di gran lunga il ruolo di tradita che permetta un abbandono vittimistico e senza colpa e senza rimproveri. La situazione ideale che si può offrire a questa persona è, da parte dell’amante, un gesto che porti al disvelamento, una lettera, una telefonata. Questi cercatori sono molto meticolosi perché la ricerca di tracce ha lo scopo di liberarsi di una relazione che non si sa e non si vuole in fondo portare avanti. E’ come se si mettessero a collezionare ipotesi di tradimento che, anche se confermate in forma minima, possano consentire un allontanamento, in fondo desiderato da sempre.
In questa variante del cercatore la rabbia non è necessaria, l’unico sentimento necessario è la certezza della propria innocenza e la certezza della colpa altrui. Di fronte a una traccia ci si sente finalmente di fronte a qualcosa di certo, di prevedibile e l’analisi delle conseguenza non prevede mai di chiedersi quale sia stata la nostra parte, la nostra responsabilità, la nostra complicità in quello che sta accadendo.

È interessante la modalità univoca e inflessibile di ragionare. Di fronte al problema esiste sempre una e una sola soluzione che non lascia spazio di solito a una messa in discussione personale e privata ma si cercano sempre e soltanto le colpe dell’altro. Finalmente contenta, trionfante, la persona ferita può aspettare il compagno con in mano l’oggetto, la traccia, il segreto disvelato che le porterà la libertà e chiudere in modo impietoso, non nascondendo una certa soddisfazione a osservare lo sconcerto, il dolore, la paura, i vani combattimenti per restare della persona che ha accanto.
Spesso il coniuge non ha o non aveva nessuna intenzione di chiudere, di lasciare andare, non desiderava che la storia si chiudesse, ma di fronte ad un disvelamento di questa portata, a un tale torto, a una tale colpa, ha vergogna, si sente crudele e indegno, rinuncia a combattere e mesto si allontana.

Lo scopo portato avanti da questi cercatori non è riparare un torto subito, ma di essere di nuovo soli senza addossarsi la responsabilità della scelta. In realtà questi cercatori di tracce con lo scopo di rimanere da soli presentano più di altri aspetti relazionali che sono proprio l’addossare la colpa di un desiderio di separazione, all’altro. L’altro cade ingenuamente in una trappola. Fa realmente un tradimento oppure basta che alluda a un tradimento possibile e il coniuge, con grande soddisfazione ha il permesso di sfilarsi dalla relazione. Ma qual è il beneficio? Perché non dichiarare semplicemente che si vuole chiudere un rapporto?

Il beneficio di non prendere la responsabilità e lasciare all’altro tutte le colpe è uno scopo di controllo. E di autostima. L’altro è del tutto cattivo e colpevole, è stato ingiusto, noi siamo buoni, giusti e di maggior valore. Servono delle credenze sulla cattiveria e sulla bontà, sulla responsabilità e sull’innocenza, delle sofferenze indotte e delle sofferenze subite dall’altro. Non si ha la capacità di accettare la responsabilità di procurare dolore ad un altro per un proprio desiderio, una propria scelta. Non si vuole pagare la propria libertà con la coscienza di averlo scelto e di fare soffrire l’altro.
Questa posizione è illusoria ma queste persone possono vivere e crederci anche per lunghi periodi se non per sempre. L’illusione di essere vittime di una situazione ingiusta ci mette a credito e mette gli altri in debito, ottima posizione per qualsiasi trattativa, e lo scopo cinico, anche se non sempre consapevolmente cinico è avvantaggiarsi nelle trattative presenti e future. Queste persone si vedono spesso scarsamente amabili e hanno poca fiducia nel genere umano. In realtà sono sole e profondamente danneggiate. Ma aggiungono a questo una certa soddisfazione strategica a mettere gli altri in posizione di debolezza, con lo scopo di aumentare la propria posizione di forza. Questi sono i casi più gravi perché si accompagnano a cinismo nelle relazioni affettive e a comportamenti spesso ostili per il partner, definiti perennemente come esclusivamente difensivi.

Brunello era cresciuto in una famiglia molto danneggiata, il padre era alcolista e scarsamente presente, quando era presente spesso ipercritico. La madre una donna malinconica e assente, affettivamente poco competente e emotivamente assente, perennemente preoccupata soltanto di organizzare canaste con le amiche. Brunello era cresciuto solitario e poco capace di intrattenere relazioni ma molto competente professionalmente. Tutto il suo interesse era per il lavoro di matematico in una azienda informatica. Verso i trenta anni aveva incontrato, si potrebbe dire era stato incontrato da una ragazza allegra e molto carina, segretaria del suo capo, che si era innamorata di lui. Lo trovava misterioso e apprezzava certi suoi modi di fare burberi e chiusi e brontoloni, che le sembravano segni di intelligenza e profondità. Il fidanzamento era stato per lui una esperienza abbastanza preoccupante e piena di pensieri ansiosi, non conosceva questa ragazza, non si fidava molto, e poi l’intimità era preoccupante e lo distraeva dalle sue occupazioni preferite.

Ma lei, ostinata si era avvicinata sempre più fino a convincerlo a tentare una convivenza. Questa situazione era stata da lui vissuta in modo orrorifico. Non aveva idea di cosa significasse l’allegria della condivisione e soprattutto aveva cominciato a dubitare in modo ossessivo della fedeltà di lei. I brontolamenti erano diventati rimproveri e poi aperte e continue accuse. Una volta aveva rubato la password di lei e aveva trovato delle mail che lei si scambiava con un collega e che commentavano in modo ironico certe sue abitudini e la sua solitudine, c’era poi una frase “e con te le cose erano diverse” che lo rese certo di un tradimento passato e così potenzialmente ripetibile da lei. Si arrabbiò in modo feroce e gelido e al ritorno di lei dal lavoro, la accusò di tutto e della sua malafede, della sua posizione di donna poco seria, della sua fondamentale disonestà. La picchiò anche, ma smise a un certo punto perché gli sembrò che le botte fossero una comunicazione esageratamente intima. E così smise. E finalmente lei uscì di casa con la certezza della fine della storia ma anche con la percezione di essersi messa in condizioni pericolose e di aver corso dei rischi. Brunello era rimasto in casa rabbioso verso di lei ma felice di avere riconquistato quella tranquilla solitudine che sola gli permetteva di stare a fare i suoi calcoli e con il progetto chiaro in mente di non permettere più a nessuno in questo mondo di traditori di rompergli le scatole e pretendere di avvicinarsi a lui per poi fregarlo.

 

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Le abilità attentive di base e processamento e regolazione delle emozioni

Una delle prime lezioni che si imparano a scuola di psicoterapia è che l’attenzione, uno dei processi cognitivi di psicologia generale per eccellenza, gioca un ruolo rilevante nella paura e nell’ansia. L’attenzione selettiva è uno dei maggiori bias cognitivi che autoalimentano l’ansia.

Uno studio ha voluto verificare se un semplice training mediante computer che richiede ai soggetti di ignorare le informazioni irrilevanti potesse in qualche modo modificare l’attivazione (o meglio l’iper-attivazione) dei circuiti cerebrali a fotografie minacciose, e quindi la reattività emotiva a livello cerebrale. Un gruppo di soggetti è stato sottoposto a un training attentivo di controllo esecutivo in cui veniva loro chiesto di identificare -il più velocemente possibile- la direzione di una freccia posta al centro dello schermo, ignorando la direzione di altre frecce adiacenti ad essa.

Il campione ha eseguito per metà una versione più intensa del training, mentre l’altra metà è stata sottoposta a una versione più “light” e di minore difficoltà. Per tutti i soggetti il training è stato effettuato tre volte al giorno (15 minuti per ciascuna sessione) per un totale di sei giorni.
Per valutare la reattività emotiva è stato utilizzato un test che richiedeva ai partecipanti di riconoscere i colori di un quadrato preceduto da un’immagine neutra o inducente paura. Generalmente il riconoscimento del colore avviene più lentamente quando il quadrato è preceduto da un’immagine emotigena rispetto a un’immagine neutra.

E come pre e post-assessment del training attentivo, i ricercatori hanno sottoposto i soggetti a risonanza magnetica funzionale mentre eseguivano il test per la misurazione della reattività emotiva sopra descritto.
Dunque i partecipanti sottoposti alla versione piu intensa del traning attentivo hanno mostrato una ridotta attivazione dell’amigdala nel post-assessment rispetto al pre-assessment e rispetto al gruppo di controllo (che ha eseguito una versione meno intensa del training). E la minore attivazione dell’amigdala è correlata in questi soggetti alla performance nel task di reattività emotiva, ovvero a minori tempi di reazione di riconoscimento del colore quando seguito da immagini emotigene.

Seppur con i limiti legati a un campione ridotto in numerosità, non patologico, e con assenza di misure degli effetti a lungo termine, questo studio avanza evidenze preliminari per cui esercizi che migliorano in generale le abilità attentive di base – non specificamente legate a stimoli e processi emotivi, come la capacità di ignorare stimoli irrilevanti – possono modificare i circuiti cerebrali coinvolti nel processamento e regolazione delle emozioni.

Il linguaggio universale secondo Noam Chomsky – Introduzione alla Psicologia

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (Nr. 36) Una rubrica realizzata in collaborazione con la Sigmund Freud University di Milano

 

Noam Chomsky nel 1965 sviluppa una teoria basta sull’ acquisizione e produzione del linguaggio che permette di spiegare quali sono le regole che portano il bambino a produrre linguaggio.

Egli ipotizzò l’esistenza, in ciascun individuo, di un dispositivo innato imputato all’ acquisizione del linguaggio (Language Acquisition Device – LAD). Si tratta di un programma biologico, congenito, utilizzato per apprendere la lingua. Esso è formato da una serie di competenze e abilità comuni a tutte le lingue naturali, che costituiscono le abilità di base, in grado di facilitare l’acquisizione e l’apprendimento del linguaggio. Il LAD, insomma, è l’insieme di una serie di regole grammaticali che inducono la persona a generare infinite frasi attraverso un numero finito di parole acquisite con l’esperienza. Le frasi sono costruite attraverso queste regole innate che facilitano l’apprendimento della lingua utilizzando delle semplici strutture grammaticali che portano, col passare del tempo, a costruire frasi strutturalmente più complesse.

L’ acquisizione del linguaggio, dunque, secondo Chomsky non avviene per imitazione del linguaggio adulto, ma è un processo attivo che parte da un pacchetto di conoscenze innate utilizzate dalla persona per apprendere delle regole grammaticali, verificate successivamente con la pratica.

Quindi, ogni individuo possiede un bagaglio all’interno del quale sono presenti un insieme di regole logiche e grammaticali generali che permettono non solo l’ acquisizione, ma anche la produzione del linguaggio, inteso come frasi e poi come discorsi strutturati.

Succede che con lo sviluppo fisico e cognitivo, il bambino è in grado di riprodurre frasi ascoltate che può sottoporre anche al giudizio della critica, ovvero decidere la correttezza grammaticale delle stesse. Inoltre, è in grado di comprendere discorsi sempre più complessi e di produrne di nuovi con l’ausilio non solo di frase già sentite, ma utilizzando delle nuove prodotte in maniera autonoma.

 

Il linguaggio universale: la competenza

Chomski definisce competenza linguistica l’insieme di strutture e processi mentali che rendono possibile la produzione del linguaggio. Si tratta di regole innate appartenenti alla grammatica universale, in base alle quali si è in grado di distinguere frasi grammaticalmente corrette da frasi che non lo sono. Questa competenza, inoltre, permette di comprendere frasi mai udite grazie a una serie di regole sintattiche, morfologiche e semantiche già presenti in noi dalla nascita.

 

La struttura superficiale e la struttura profonda del linguaggio

Chomski, nella sua teoria sull’ acquisizione del linguaggio, distingue una struttura superficiale della lingua, la quale è costituita dal segnale fisico, il suono della parola emessa o udita, e una struttura profonda, la quale è in grado di riprodurre la struttura superficiale grazie a una serie di trasformazioni applicate, quali la combinazioni, la cancellazioni, la fonologia, e la pronuncia.

La struttura profonda può contenere elementi grammaticali assenti in quella superficiale. Per esempio il suono della parola ‘compri’ rappresenta la struttura superficiale, mentre le procedure che portano alla riproduzione vocale della stessa rappresentano la struttura profonda. Nel caso dell’esempio la parola può essere corredata dall’elemento ‘tu’ che definisce e completa la parola stessa.

Negli anni successivi, Chomsky abbandona questa distinzione tra superficiale e profonda, poiché li considerava dei termini che potevano trarre in inganno e si addicevano poco a dei processi di acquisizione linguistica, perché troppo superficiali e metafisici. In realtà, pensare alla presenza di due strutture aiuta e facilita l’apprendimento sintattico che regola la produzione delle frasi.

 

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Trauma e alessitimia: studio sperimentale sulla popolazione aquilana – Dal Forum di Assisi 2015

Dal VI FORUM sulla FORMAZIONE in PSICOTERAPIA – Assisi 2015

Trauma e alessitimia: studio sperimentale sulla popolazione aquilana

Giada Costantini, Giuseppe Curcio

Università degli studi dell’Aquila

 

Con il termine “alessitimia”, che letteralmente significa “non avere le parole per le emozioni”, si indica un insieme di deficit della sensibilità emotiva e emozionale, palesato dall’incapacità di riconoscere e descrivere verbalmente i propri o gli altrui stati emotivi. Per diversi autori, una delle funzioni dell’alessitimia è costituita dell’evitamento degli affetti dovuto ad una difficoltà di elaborazione cognitiva degli stessi (Caretti e La Barbera, 2005).

Krystal (2007) ha suggerito che l’alessitimia può svilupparsi in risposta a traumi estremi per proteggere gli individui dall’esperire affetti estremamente dolorosi: disturbi dell’espressione e delle esperienze emotive sono spesso presenti nei pazienti che hanno sviluppato un disturbo post-traumatico da stress. In breve tempo, infatti, dopo essere stati esposti a un evento traumatico estremo, questi pazienti possono cominciare a sperimentare uno sconvolgimento delle esperienze emotive: se da un lato possono sperimentare stati emotivi intensi correlati al trauma, dall’altro è frequente che i soggetti sviluppino nel tempo una marcata riduzione della capacità di provare emozioni, di entità variabile, fino ad arrivare a una vera e propria “anestesia emozionale” (Stone AM, 1993).

Inoltre, altre ricerche hanno dimostrato una forte correlazione tra il disturbo depressivo e quello alessitimico (Havilandet al., 1998; Honkalampiet al., 2000; Honkalampiet al., 2005; Lipsanen, Saarijarvi, Lauerma, 2004; Saarijorvi, Salminen, Toikka, 2001) evidenziando una difficoltà-incapacità della persona depressa di identificare ed esprimere i propri sentimenti.

Partendo da queste premesse teoriche, in una ricerca svolta da alcuni studiosi dell’Università De L’Aquila (citata in Costantini, 2012), si sono valutate le reazioni emotive della popolazione aquilana in seguito al terremoto del 6 aprile 2009. Allo studio hanno partecipato 1710 persone e a ciascun partecipante sono state somministrate le scale TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale) per la valutazione dell’alessitimia, e BDI (Beck Depression Inventory) per la valutazione del livello di depressione.

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Adolescenza e devianza, tra analisi scientifica e stigma sociale – L’evoluzione dei contributi psicologici

Adolescenza e devianza: tra analisi scientifica e stigma sociale – Parte 4

Superando le visioni causalistiche che vedono un nesso diretto tra determinate caratteristiche psicologiche e psicopatologiche e comportamento criminale, la psicologia recupera l’importanza delle mediazioni cognitive e interattive e dei significati sociali e simbolici che definiscono le azioni umane. In questo senso, si tenta un superamento delle teorie psicologiche classiche che hanno tentato di spiegare il comportamento criminale e deviante, non senza cadute nel determinismo e nel riduzionismo.

In primis si tenta un superamento delle teorie della personalità, che concepivano la personalità come rigida costellazione di tratti in gran parte immutabili nel tempo e resistenti al cambiamento; inoltre, anche le teorie che propongono come assioma quello basato sulla triangolazione frustrazione-aggressività-criminalità, risultano insufficienti e parziali nell’analisi del comportamento criminale che mostra caratteristiche tutt’altro che lineari e sequenziali.

LEGGI ANCHE: Tra analisi scientifica e stigma sociale – (Parte 1/4)

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Alla luce di queste valutazioni critiche e di fronte alla necessità di sviluppare nuove cornici teoriche per affrontare lo studio dei comportamenti devianti e criminali, a partire dagli anni ’80, emergono nuove prospettive psicologiche e nuove cornici interpretative ricche di concetti innovativi e di grande valore epistemologico.

In ambito comportamentista, si deve ad Albert Bandura (1996) il merito di aver superato le rigide visioni stimolo-risposta e di aver proposto una teoria complessa social-cognitiva del comportamento, della personalità e quindi anche della spiegazione della devianza. I concetti di “determinismo triadico reciproco”, “autoefficacia percepita”, “agency” hanno infatti rappresentato una svolta nella lettura dei comportamenti umani, compresi quelli devianti o problematici. Il concetto di uomo che emerge dalla visione di Bandura è quello di un agente attivo, un essere complesso e competente in grado di agire in maniera attiva sul proprio ambiente sociale.

Per quanto riguarda più strettamente l’analisi della condotta deviante, Bandura (1996) introduce il concetto di “disimpegno morale”, intendendo il complesso di strategie socio-cognitive adottate dagli individui per svincolarsi da responsabilità e giudizi, pur salvaguardando il proprio sistema di valori morali (Caprara e Malagoli Togliatti, 1996; De Leo, 1998; De Leo e Patrizi, 1999; Maggiolini e Pietropolli Charmet, 2004); secondo Bandura, infatti, è sostanzialmente in virtù dell’azione di meccanismi interni di autoregolazione che può realizzarsi una forma di disimpegno morale per cui diventa ammissibile una condotta precedentemente riprovata (Caprara, Pastorelli e Bandura, 1995). Un forte e costante utilizzo di questi processi cognitivo-sociali, messi in atto individualmente o in gruppo, sembrano correlati positivamente con un orientamento alla devianza (Bandura, 1996; De Leo, 1998).

Più dettagliatamente, si tratta di [blockquote style=”1″]processi di disattenzione, distorsione, misinterpretazione tramite i quali si può venire a creare una frattura nel pensiero morale e tale da giustificare condotte che di norma sono incompatibili con il proprio codice morale e con il mantenimento della stima di sé[/blockquote] (Caprara, Pastorelli e Bandura, 1995, p. 20).

Bandura sottolinea nella descrizione degli otto meccanismi di disimpegno morale come questi permettano di realizzare un modo di pensare [blockquote style=”1″]che porta a una derubricazione morale del danno prodotto e che giustifica condotte che di norma sono condannate sul piano morale. Si creano le condizioni mentali per agire in contraddizione con il proprio codice morale senza dovervi abdicare[/blockquote] (Caprara e Malagoli Togliatti, 1996, p. 14):
– la giustificazione morale è un tipo di pratica per cui il disimpegno morale opera direttamente sull’interpretazione del comportamento stesso; il comportamento reprensibile e dannoso è reso personalmente e socialmente accettabile dipingendola al servizio di scopi sociali e morali più elevati, in modo tale da poter mantenere un giudizio positivo di sé;
– l’etichettamento eufemistico permette di mascherare attività reprensibili o di conferirvi uno status di rispettabilità;
– il confronto vantaggioso, sfruttando il principio del contrasto, permette di far passare un’azione deplorevole per accettabile o giusta, confrontandola con una ancora più riprovevole;
– il dislocamento della responsabilità permette di zittire le sanzioni interne spostando la fonte di responsabilità da se stessi ad altre persone, solitamente più autorevoli cui non era possibile sottrarsi;
– la diffusione della responsabilità permette di indebolire le sanzioni interne diffondendo la responsabilità ad altri specifici o in senso generale; questa strategia è spesso utilizzata dai gruppi o dalle bande criminali in quanto “se tutti sono responsabili, nessuno lo è veramente” (Bandura, 1996, p. 70)
– la distorsione delle conseguenze agisce ignorando o distorcendo gli effetti delle proprie azioni;
– la deumanizzazione della vittima, infine, funziona attribuendo alla vittima dell’azione reprensibile o violenta assenza di sentimenti o caratteristiche umane o spregevoli, conferendole uno status di inferiorità subumana o bestiale.

Bandura sottolinea inoltre che i diversi meccanismi di disimpegno morale possono facilmente combinarsi insieme, producendo un potenziamento reciproco e non una semplice sommatoria di effetti.

In una ricerca di Caprara, Pastorelli e Bandura (1995), gli autori hanno verificato la validità interna e di costrutto di due scale di misurazione dei meccanismi di disimpegno morale in bambini e adolescenti in correlazione ad altre scale di valutazione della condotta aggressiva e impulsiva; i risultati hanno confermato la validità delle due scale per la misura del disimpegno morale in entrambi i campioni, mostrando forti collegamenti tra disimpegno morale e condotte aggressive. In particolare nel gruppo degli adolescenti, i risultati mostrano una elevata correlazione tra disimpegno morale e atteggiamenti come la tolleranza alla violenza,[blockquote style=”1″] a conferma dell’emergenza di una precisa costellazione mentale che giustifica il ricorso all’aggressione e alla violenza[/blockquote] (ibid., p. 27).

I dati confermano quindi l’impianto teorico di Bandura e permettono di concludere che le forme persistenti di devianza, in particolare in adolescenza, risultano correlate significativamente non solo con un alto livello di disimpegno morale (Caprara, Pastorelli e Bandura, 1995; Caprara e Malagoli Togliatti), ma anche con un basso livello di autoefficacia percepita (De Leo, 1998).

De Leo (1998) concepisce la devianza minorile come una funzione comunicativa articolata e complessa, spiegabile attraverso l’analisi dei sistemi di appartenenza del soggetto (famiglia, gruppo dei pari, istituzioni). Il punto di vista dell’autore abbraccia tutte le più recenti acquisizioni epistemologiche provenienti dalla scuola sistemico-relazionale, interazionista, social-cognitiva, superando definitivamente la visione del comportamento umano come determinato da pressioni fisiche, ambientali, familiari o psicopatologiche. Il fuoco dell’attenzione viene centrato sulle funzioni e sugli effetti che la devianza svolge in questi processi e interazioni, per i sistemi e i soggetti coinvolti.

L’autore definisce la devianza come “azione comunicativa” in quanto capace di richiamare inevitabilmente l’attenzione dei sistemi sociali in cui si verifica, sollecitando risposte di controllo, reazione o disapprovazione e, ricorsivamente, la struttura sociale e i sistemi di controllo rimandano al soggetto che ha commesso l’azione deviante informazioni di ritorno che fungono da feedback e da guida nelle scelte che il soggetto metterà in atto in futuro. Parlare di devianza come di una forma di comunicazione complessa e sfaccettata, significa tenere conto della condizione di coevoluzione e di circolarità interattiva in cui sono coinvolti due sistemi simbolici: un microsistema, ovvero il soggetto che agisce e che invia messaggi precisi (anche se spesso difficili da decifrare), e un macrosistema istituzionale, che risponde con altrettanti messaggi in un processo dinamico e retroattivo. La scelta di una teoria della devianza come comunicazione consente di ottenere un’analisi più complessa delle condotte criminali, in particolar modo di quelle messe in atto da minori in quanto, in età evolutiva, la dimensione comunicativa/espressiva della devianza prevale su quella strumentale (Bonino, Cattelino e Ciairano, 2003):

[blockquote style=”1″]I ragazzi vivono meno la funzione strumentale del loro comportamento, mentre esprimono più bisogni legati all’identità, alle relazioni, ecc. Questo conferisce particolare rilievo ad un approccio della devianza come comunicazione per spiegare e comprendere i comportamenti fuori legge dei giovani come complessa espressione di soggettività in evoluzione e in relazione[/blockquote] (De Leo, 1998, p. 145)

Una prospettiva di questo genere può offrire preziose indicazioni su come analizzare e interpretare non solo azioni francamente criminali, di ampia gravità (come i reati contro la persona) ma anche altre azioni devianti, frequenti e diffuse tra gli adolescenti, che, ad una prima e superficiale analisi, rimangono senza spiegazione oppure sono sbrigativamente relegate nell’ambito della patologia mentale o del disagio psicosociale; ne sono un esempio il vandalismo, il consumo di sostanze psicoattive, le prepotenze in ambito scolastico, gli scontri negli stadi di calcio. Tutte queste azioni portano con sé intrinsecamente significati e valori relazionali, culturali e simbolici che le diverse figure professionali devono impegnarsi a decifrare: potrebbero essere un segnale di disadattamento psicologico, sociale o familiare, ma potrebbero anche, ad un’analisi più profonda, esprimere bisogni maturativi, identitari, affettivi (De Leo e Malagoli Togliatti, 2000).

De Leo propone un ulteriore approfondimento nell’analisi degli effetti comunicativi ed espressivi dell’azione deviante in adolescenza, distinguendo:
– effetti legati all’identità: ogni azione comunica all’autore stesso e agli altri segni e significati relativi alla propria identità in chiave situazionale ed evolutiva;
– effetti relazionali: l’azione contiene messaggi di relazione interpersonale che riguardano sia le persone direttamente coinvolte nell’azione sia, simbolicamente, i propri gruppi di appartenenza;
– effetti legati a regole interpretative dell’azione: l’azione è il risultato di processi interpretativi regolati da codici generalizzati;
– effetti di sviluppo: ogni azione è svolta in un’ottica di mantenimento/cambiamento, esprimendo esigenze di sviluppo e cambiamento in relazione alla personalità dell’autore e/o ai contesti in cui l’azione si colloca (scuola, famiglia, coetanei);
– effetti normativi e di controllo: riguardano il rapporto con le sanzioni, le norme penali e le regole informali. Facendo diretto riferimento al concetto sistemico di “ridondanza”, intesa come strutturazione di significati (De Leo e Mazzei, 1989), De Leo ipotizza quindi che in particolare in adolescenza [blockquote style=”1″]ogni azione contenga ridondanze rispetto all’identità[/blockquote] (1998, p. 154), comunicando segni e significati riguardo l’identità in costruzione.

Questa impostazione teorica ha importanti ricadute anche sul piano metodologico; per analizzare l’azione umana nel suo senso di comunicazione di stati mentali e identitari profondi, risultano infatti inadeguati gli strumenti quantitativi come i questionari. Inoltre, il professionista che si occupa di azioni trasgressive e violente in ambito giudiziario si trova di fronte all’impossibilità di osservare direttamente l’azione in questione, in quanto già avvenuta; egli ha a disposizione resoconti, atti giudiziari, ricostruzioni dei fatti e anamnesi psicologiche avvenute dopo l’azione. Al professionista, soprattutto quando è lo psicologo clinico o forense, si prospetta quindi un lavoro di ricostruzione dell’azione e dei suoi legami complessi con l’autore, la vittima e il contesto attuale e pregresso in cui l’azione stessa ha avuto luogo (De Leo e Malagoli Togliatti, 2000). L’indagine psicologica in questo settore aspira quindi alla conoscenza della verità, pur partendo dal presupposto che il sapere scientifico non è mai possessore della verità assoluta ma in continua tensione verso di essa (Rossi e Zappalà, 2004). Infatti, se il giurista ha il compito di ricostruire la realtà fattuale e oggettiva, per avere la certezza di attribuibilità all’imputato, lo psicologo si pone l’obiettivo di [blockquote style=”1″]ascoltare, comprendere, interpretare sia le parole e la comunicazione che il soggetto va ricostruendo sulla sua azione trasgressiva, sia i significati e i segni che l’azione stessa esprime sul soggetto[/blockquote] (De Leo, Bosi e Curti Gialdino, 1986, p. 267).

Coerentemente con questa concezione della ricostruzione dell’azione, De Leo, Bosi e Curti Gialdino (1986) propongono uno schema categoriale esplorativo per l’analisi delle funzioni psichiche e comunicative dell’azione violenta in adolescenza. Tale schema scompone ulteriormente l’azione in diverse componenti tra loro correlate e in interazione:
– gli scopi e le intenzioni ai quali l’individuo lega l’azione violenta;
– le regole implicite ed esplicite applicate dall’individuo nel corso della propria azione, con  riferimento al contesto normativo e alla percezione dell’antigiuridicità dell’azione violenta;
– i significati di autorappresentazione assegnati alla propria azione, la forma e il messaggio comunicati attraverso l’azione, la funzione di sviluppo o di passaggio che l’azione assume in senso sia psicologico che relazionale.

Questo schema consente di far emergere operazioni mentali, cognitive, comportamentali utili per la conoscenza dell’azione dal punto di vista sia psicologico che giuridico. Nell’analisi delle azioni violente commesse in maniera specifica da adolescenti sono risultate particolarmente feconde le dimensioni del significato di autorappresentazione e della funzione evolutiva dell’azione, con ricadute preziose anche sul piano del lavoro clinico e riabilitativo (De Leo, Bosi e Curti Gialdino, 1986). Gli autori confermano quindi che l’azione violenta in adolescenza sia portatrice di una capacità propulsiva di rompere condizioni di staticità e rigidità nel sistema psichico e relazionale dell’adolescente, e di una funzione intrinseca e strategica di realizzare uno sblocco evolutivo (ibid.). La concezione sistemica e costruzionista della devianza come azione comunicativa e portatrice di significati personali, relazionali e sociali complessi ha quindi completamente rivoluzionato il quadro teorico e metodologico riguardo le condotte devianti adolescenziali; tuttavia, da sola, essa non spiega come da una singola azione deviante o trasgressiva si passi ad un vero e proprio stile di vita deviante, caratterizzato non solo da comportamenti trasgressivi e/o criminali, ma anche da un complesso sistema di rappresentazioni di sé e degli altri, di aspettative, di valori e significati. Rimangono quindi non chiarite le modalità e le situazioni attraverso cui avviene il passaggio dalla messa in atto di una singola azione deviante all’acquisizione di uno stile cognitivo, comportamentale e relazionale di tipo deviante o criminale. In particolare in adolescenza infatti, è alquanto probabile e altamente frequente la messa in atto di atti devianti o trasgressivi che assumono inizialmente la forma dell’attività ludica, del piacere della trasgressione, soprattutto se agiti in gruppo, tanto che alcuni autori (Maggiolini e Pietropolli Charmet, 2004) parlano della presenza di una trasgressione “fisiologica” in adolescenza e quindi funzionale al superamento dei difficili compiti di sviluppo fase-specifici; mentire, disobbedire, saltare la scuola, avere comportamenti sessuali precoci, fare uso di tabacco, alcol o altre sostanze, commettere qualche piccolo furto sarebbero quindi espressione di una trasgressività specifica dell’adolescenza, che non necessariamente si trasforma in azioni criminali vere e proprie, anche se di diversa gravità, e in una identità deviante.

Per sopperire a questa lacuna, De Leo e Patrizi (1999) propongono un modello di analisi centrato sul concetto di “carriera deviante”, che per le sue caratteristiche di sequenzialità e processualità appare particolarmente indicato per l’analisi delle condotte devianti reiterate e recidive. La devianza viene quindi intesa come un percorso, un processo, piuttosto che l’effetto o il prodotto di fattori e cause antecedenti; tale processo presenta, secondo gli autori, un carattere attivo, costruttivo, nel senso che si sviluppa producendo e organizzando connessioni fra dimensioni situazionali, relazionali, simboliche.

De Leo (1998) descrive tre fasi del processo di costruzione e stabilizzazione della carriera deviante. La prima fase viene definita dall’autore come la fase degli antecedenti storici della devianza; si tratta di fattori di varia natura ampiamente evidenziati sia dalle ricerche classiche sulla devianza sia da quelle di nuova generazione, tra cui la deprivazione parentale e/o sociale, carenze infantili, relazioni conflittuali in famiglia, caratteristiche psicopatologiche, isolamento o emarginazione sociale. Un riesame critico di questi fattori, permette di assegnare loro il valore di rischi aspecifici, ovvero di precondizioni che, seppur rintracciabili in molte carriere devianti, rimangono in questa fase aperte ad esiti diversi, di tipo non deviante (Ingrascì e Picozzi, 2002).

La seconda fase, in genere di breve durata, è caratterizzata da una crisi che si manifesta attraverso episodi agiti e percepiti come devianti; si tratta di una fase altamente rischiosa in quanto i rischi possono ora strutturarsi verso una specificità più decisamente improntata alla costruzione di un percorso deviante. Si tratta della fase in cui il contesto socio-istituzionale inizia ad attivare reazioni sanzionatorie alla condotta del soggetto attribuendovi significati negativi; tuttavia De Leo sottolinea che questi processi mantengono ancora in questa fase livelli di flessibilità e apertura verso altre forme ed altri percorsi.

La terza fase è rappresentata da una tendenza dell’individuo e dei contesti in cui egli agisce ad usare la devianza come funzione selettiva per attrarre e orientare azioni e attribuzioni e per produrre interazioni collusive e complici, che possono dare luogo a progressivi irrigidimenti del processo; se infatti [blockquote style=”1″]la storia antecedente fornisce indicatori complessi e aspecifici, e la fase critica costituisce una sfida intensa ad assumere la forma della devianza, la fase della stabilizzazione, che può risultare tormentata e molto lunga nel tempo, sembra caratterizzata dalla tendenza ad usare la devianza come funzione selettiva per attrarre e orientare azioni e attribuzioni, per produrre interazioni collusive e complici, che possono dare luogo a progressivi irrigidimenti del percorso, rendendo via via meno probabili alternative alla devianza e aperture verso altri percorsi di vita[/blockquote] (De Leo, 1998).

Il grande merito di questo modello, è quello di valorizzare la funzione attiva svolta dal soggetto che, nel processo di costruzione di sé come deviante, svolge un ruolo attivo di continua riconsiderazione e rielaborazione delle auto ed etero-attribuzioni di significato. Inoltre, in quanto modello di matrice processuale e probabilistica, attribuisce ai fattori di rischio una dimensione di aspecificità e non di causalità lineare. Quest’ultimo aspetto è di notevole rilevanza soprattutto quando l’azione deviante o trasgressiva è messa in atto da minori; considerare il processo di formazione della carriera deviante come un processo che si autodefinisce, si plasma e si dota di significato, pone le basi per un approccio qualitativo e dinamico alla devianza minorile.

De Leo e Patrizi (1999) a questo proposito, sintetizzano alcune tappe del percorso di devianza minorile, intendendole come passaggi da cui estrarre significati e rappresentazioni simboliche riguardo al sé, alle proprie azioni e agli altri osservatori.

L’inizio appare caratterizzato dall’occasione favorevole ad agire in maniera deviante, dalla dimensione comunicativa dell’atto, da vantaggi espressivi legati al sé e alle relazioni significative; l’azione deviante nasce quindi “per caso”, nel senso che non è espressione di pianificazione o di anticipazione intenzionale, bensì si costruisce nella contingenza del presente. In questa fase il gruppo assolve un’importante funzione: è contesto privilegiato di rispecchiamenti reciproci (De Leo e Patrizi, 1999), è un contenitore psichico collettivo che consente lo sviluppo di un senso di identità soggettiva e la definizione dei ruoli sociali e di genere (Maggiolini e Pietropolli Charmet, 2004), è una nicchia protettiva fitta di identificazioni reciproche e di possibilità di sperimentazione del sé (Saottini, 1999; Ingrascì e Picozzi, 2002). Ed è nel gruppo che l’implicito diventa esplicito, la fantasia diventa azione, quando le aspettative individuali si incontrano con quelle degli altri orientando verso l’azione. Nella fase iniziale, le motivazioni sottostanti l’azione trasgressiva non sono dunque di natura strumentale ma soprattutto espressiva (De Leo e Patrizi, 1999; De Leo e Malagoli Togliatti, 2000).

La prosecuzione comporta invece la scoperta di vantaggi strumentali: il riconoscimento esterno e di gruppo (aspetto di non poca rilevanza in adolescenza, fase in cui il riconsocimento sociale e la popolarità tra i pari assume grande valore di natura affettiva e identitaria; Cattelino e Bonino, 1999; Bonino, Cattelino e Ciairano, 2003), la percezione delle proprie competenze nel settore, la fruizione di vantaggi personali (De Leo e Patrizi, 1999).

Giunti a questa fase, il percorso può prendere due strade diverse: la stabilizzazione o l’interruzione della carriera deviante. Nel primo caso, il ragazzo riconosce e utilizza la devianza nell’agire trasgressivo e sente di non saper far altro; spesso, in questa fase, il soggetto vive parallelamente insuccessi in altre aree di attività, come la scuola, il lavoro, la famiglia, e sente che l’area della devianza è forse l’unica in cui sente e percepisce se stesso come competente e abile. A differenza di altri contesti quindi, la devianza rimanda al soggetto un feedback positivo sul piano dell’autoefficacia e del riconoscimento di sé come persona capace. Nel secondo caso, il ragazzo interrompe la propria carriera deviante, spesso non senza vissuti di problematicità, rispetto alla paura di giudizio morale da parte della comunità, di difficoltà a reinserirsi nella comunità stessa, di esclusione dal gruppo dei pari.

Secondo De Leo e Patrizi (1999) sembra mancare ancora un anello perché le corrispondenze tra attribuzione di personalità deviante, provenienti dall’esterno, e il riconoscimento soggettivo di identità, assuma valore costruttivo di una carriera deviante. Il passaggio da una devianza reiterata alla carriera sembra ricondurre alle funzioni che lo stesso agire deviante assume a due livelli:
– funzioni di mantenimento dell’organizzazione soggettiva e relazionale, come tentativo di riequilibrare l’organizzazione del proprio sé e dei contesti di appartenenza;
– funzioni intrinseche all’azione deviante, con i suoi vantaggi, con le relazioni che attiva, al cui interno il soggetto trova conferma di sé e delle proprie competenze soggettive.

Gli autori avanzano quindi l’ipotesi dell’interazione tra funzioni estrinseche ed intrinseche della devianza, dove [blockquote style=”1″]essa rappresenta un canale comunicativo, nelle prime, e uno strumento di autoefficacia, nelle seconde[/blockquote] (De Leo e Patrizi, 1999, p. 42); questa interazione costituirebbe il tracciato della carriera quale esito di [blockquote style=”1″]un impegno individuale a trovare equilibrio fra vissuti, talvolta preponderanti, di disagio ed esigenze di ricavare un senso di efficacia dalle proprie scelte d’azione[/blockquote] (ibid.). L’ipotesi degli autori sembra essere confermata dalle recenti indagini di Bandura sul senso di autoefficacia che dimostrerebbero un legame tra scarsa autoefficacia e comportamenti antisociali e trasgressivi.

Ad esempio, in una ricerca svolta da Bonino, Cattelino e Ciairano (2003) su un campione di adolescenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni, le autrici hanno analizzato la relazione esistente tra autoefficacia e tre categorie di comportamenti devianti (aggressione fisica, furto e vandalismo, bugia e disobbedienza); i risultati hanno dimostrato che tutti i comportamenti devianti suddetti aumentano quando l’adolescente presenta una scarsa autoefficacia regolatoria. Specularmente, l’autoefficacia si dimostra come un fattore di protezione quando si associa a:
– uno stile genitoriale improntato al controllo, alla supervisione ma anche al sostegno e all’ascolto – possibilità di discutere apertamente in famiglia dei propri sentimenti, dubbi e bisogni;
– percezione del proprio successo scolastico e attribuzione di importanza ad esso;
– contenimento da parte del gruppo dei pari;
– un uso costruttivo e progettuale del tempo libero, sia soli che in gruppo.

Inoltre, le autrici sottolineano che, in un’ottica multicausale e interazionista, questi fattori protettivi, quando compresenti, si potenziano a vicenda, in quanto fattori che [blockquote style=”1″]operano in maniera sinergica e non indipendenti dai diversi ambiti di sviluppo in cui si manifestano[/blockquote] (p. 187).

I dati confermerebbero quindi le ipotesi di De Leo e Patrizi, secondo cui la possibilità di affermare i propri bisogni di individuazione e autoaffermazione unitamente a un feedback positivo, proveniente dai diversi contesti di sviluppo, della propria immagine e delle proprie competenze socio- relazionali, svolgerebbero una funzione fortemente protettiva rispetto all’inizio e alla stabilizzazione della carriera deviante.
Il modello della carriera deviante è stato applicato da De Leo (1998) allo studio delle relazioni tra devianza e tossicodipendenza e devianza e relazioni familiari; in entrambi i casi il modello si è rivelato prezioso nel mettere in luce la sequenza di periodi diversi nel tempo nei quali si configura la stabilizzazione della carriera deviante. Le indagini sembrano confermare le potenzialità di un approccio sequenziale, proponendo una serie di fasi ma anche di trame, narrazioni, categorie interne, che possono rappresentare una “mappa” di analisi e studio, utile dal punto di vista sia clinico che della ricerca.

L’adozione di un modello di questo tipo, implica indirettamente l’utilizzo di metodologie diverse da quelle classiche e quantitative; allo scopo di estrapolare le componenti simboliche, ridondanti, comunicative dell’azione deviante e di unificarle in una sequenza di fasi tra loro concatenate, risultano particolarmente adatte metodologie come l’autobiografia e la narrazione che mettono direttamente al centro dell’analisi il Sé, le sue componenti, le sue definizioni e le sue proiezioni nel tempo. Queste metodologie sono coerenti con la recente corrente di pensiero che fa riferimento alla psicologia narrativa di Bruner, secondo cui il Sé è un prodotto della narrazione, che, grazie alle sue caratteristiche di riflessività e ricorsività, si volge al passato e modifica il presente alla luce del futuro.

Le implicazioni che questa prospettiva di mentalizzazione e significazione può avere a proposito della giustizia minorile sono notevoli, in quanto consentirebbe al minore deviante o autore di reato [blockquote style=”1″]la possibilità di narrare il contenuto violento della sua condotta e di ritrovare nel contesto del racconto il significato dell’atto stesso, mettendogli a disposizione gli strumenti per cogliere il ruolo del Sé e dell’Altro[/blockquote] (Rossi, 2004, p. 269). La comprensione profonda dei significati sociali e antigiuridici dell’atto criminale, la tensione all’autoresponsabilizzazione dell’autore e il recupero del ruolo attivo dell’Altro, soprattutto quando è vittima, rappresentano infatti le basi teoriche ed epistemologiche del modello conciliativo e riparativo della giustizia.

Il burnout nei caregivers professionali

Sara Nicoli, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

La sindrome da burnout viene definita da alcuni autori come lo stress lavorativo specifico delle helping profession, ossia professioni di aiuto che comprendono figure come medici, psicologi, infermieri, insegnanti o assistenti sociali.

 

Lo stato di disagio che porta al Burnout

Lo stato di disagio parte dalla visione dell’utente come di un postulante a cui viene elemosinata una prestazione di aiuto (G. Contessa, 1995). Questa ideologia, ancora molto diffusa in Italia, ha condotto gli operatori del sociale a sviluppare un forte spirito salvifico e sentimenti di onnipotenza nei riguardi degli utenti che non hanno poteri e sono identificati come “rappresentanti della malattia”, coloro che chiedono aiuto perché sono in uno stato di inferiorità (Lamanna, 2003). Ma, l’incontro dei bisogni dell’utenza porta l’operatore a trascurare inconsapevolmente i propri bisogni e le proprie motivazioni. Questo atteggiamento si trasforma gradualmente in un senso di impotenza, disagio che rede l’operatore, vittima del disagio stesso.

 

Sindrome da Burnout: definizione e sintomi

Maslach nel 1982 fornisce una definizione della sindrome da burnout che si esplica in stati di nervosismo, irrequietezza, apatia, indifferenza, cinismo, ostilità verso gli altri, differenziandosi però dalle varie tipologie di nevrosi in quanto disturbo riguardante il ruolo lavorativo.

Queste manifestazioni comportamentali e psicologiche possono essere raggruppate, secondo l’autore, in tre categorie:

  • Esaurimento emotivo: sentirsi emotivamente svuotato e annullato dal proprio lavoro, per effetto di un aridimento emotivo nel rapporto con gli altri;
  • Depersonalizzazione: atteggiamento di allontanamento e di rifiuto nel confronto di coloro che ricevono o richiedono la prestazione professionale, il servizio o la cura;
  • Ridotta realizzazione professionale: percezione della propria inadeguatezza al lavoro, caduta dell’autostima e sensazione di insuccesso lavorativo.

Il caregiver colpito da burnout può manifestare inoltre sintomi somatici e l’insorgenza di vere e proprie patologie (ulcere, cefalee, aumento o diminuzione ponderale, disturbi cardiovascolari, difficoltà nella sfera sessuale ecc..) o l’abuso di sostanze (alcool, psicofarmaci ecc..).

 

La fasi del burnout

Maslach descrive inoltre stadi progressivi del disagio che si caratterizzano per un progressivo aumento della demotivazione e frustrazione lavorativa.

La prima fase viene definita entusiasmo idealistico, e si risolve nelle motivazioni che hanno portato gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale sia consce che inconsce. Tali motivazioni sono spesso accompagnate da aspettative di “onnipotenza”, di soluzioni semplici, di successo generalizzato ed immediato, di apprezzamento, di miglioramento del proprio status.

Nella fase successiva, quella di stagnazione, l’operatore continua a lavorare ma si rende conto che il lavoro non va a soddisfare del tutto i suoi bisogni. I risultati del forte impegno iniziale sono via via sempre più inconsistenti. Si passa così da un superinvestimento iniziale a un graduale disimpegno dove il sentimento di profonda delusione avanza, determinando nell’operatore una chiusura verso l’ambiente di lavoro e i colleghi.

Nella terza fase il pensiero dominante del caregiver è di non essere più in grado di aiutare nessuno. Questa fase è la più critica, il vissuto dell’operatore è un vissuto di perdita, svuotamento, di crisi di emozioni creative e di valori considerati fondamentali in quel momento. Come fattori di frustrazione intervengono inoltre lo scarso apprezzamento dei colleghi e degli utenti nonché una convinzione di un’ inadeguata formazione per il tipo di lavoro scelto. Il soggetto in questa fase può assumere atteggiamenti aggressivi o mettere in atto comportamenti di fuga (frequenti assenze per malattia, allontanamenti ingiustificati dal reparto, pause prolungate).

Il graduale disimpegno emozionale conseguente la frustrazione, con il passaggio dall’empatia all’apatia costituisce la quarta fase, durante la quale spesso si assiste a un’uscita dal mondo professionale prescelto.

Nella concretezza quotidiana, quindi, le capacità personali giocano un ruolo importantissimo almeno quanto le capacità tecnico-professionali. D. Goleman definisce l’intelligenza emotiva come la capacità delle persone di affrontare le difficoltà in modo efficace ed ottimale nelle difficoltà della vita, la possibilità di avere accesso alle proprie emozioni consente infatti all’individuo di sviluppare la propria personalità in modo flessibile e creativo. Tutto ciò nel rapporto medico-paziente consentirebbe al primo di essere empatico e sensibile alle esigenze reali del secondo. Nel burnout emerge la difficoltà nel misurarsi con le proprie emozioni e il non riconoscimento del problema con l’insorgenza di un sentimento di rassegnazione. Questa condizione non rappresenta soltanto un problema dell’individuo ma si propaga in maniera altalenante dall’utenza all’èquipe. L’influenza dello “stress” va ad intaccare quindi il servizio.

 

Il burnout colpisce gli aspetti relazionali

Alcuni studi effettuati su gruppi di operatori all’interno di strutture a lunga degenza, mostrano come il burnout vada a colpire maggiormente gli aspetti relazionali che si riducono ai minimi scambi in funzione dei bisogni strumentali dei singoli pazienti (Cronin-Stubbs, 1985). L’attenzione verso i bisogni individuali del singolo e il mantenimento della privacy e della dignità di quest’ultimo risultano essere fortemente minacciati (Norman, 1987). In particolar modo uno studio longitudinale di Amstrong- Esther & Browne affronta il cambiamento relazionale tra operatori ed assistiti concentrandosi sulla tipologia di ospiti. I dati ripotano una maggiore riduzione di interazione con i pazienti affetti da patologie psico-cognitive (5.6%) rispetto agli altri pazienti (15.6%). Inoltre gli autori riportano anche un maggior grado di inattività dei primi (88,5% del tempo) rispetto a quella dei secondi (30,5%).

 

Prevenzione del burnout

Come prevenire quindi l’insorgenza della sindrome da burnout all’interno dei professionisti della salute? Come migliorare la qualità dei servizi erogati?

Bisognerebbe tener conto delle variabili di tipo psicologico, relazionale ed emotivo all’interno delle attività di aiuto. Prevenire i fallimenti nel campo del lavoro sanitario vorrebbe dire pianificare, analizzare in modo realistico le proprie potenzialità in confronto attivo con gli altri. L’aspetto relazionale con i colleghi è un fattore fondamentale per un significativo incremento delle prestazioni lavorative. L’organizzazione del lavoro d’aiuto dovrebbe prevedere la creazione di un clima lavorativo positivo attraverso l’analisi delle motivazioni e delle prestazioni dell’èquipe e contemporaneamente un attento esame che tenga presenti realtà quali i cambiamenti culturali e strutturali dei servizi, le gerarchie e i relativi ruoli, i poteri e la responsabilità e le competenze e la formazione professionale.

Garantire un clima che sia gratificante per l’operatore significa gestire il suo carico emotivo personale a favore della promozione del benessere psicofisico e delle problematiche relative allo stress lavorativo (Lamanna, 2003). A qualsiasi livello agisca l’operatore esistono strategie di intervento per la prevenzione del burnout. Chermiss ne identifica diverse:

  • Sviluppo dello staff: portare l’operatore ad adottare aspettative più realistiche e obiettivi che forniscano alternative di gratificazione; aiutare gli operatori a sviluppare meccanismi di controllo e feed-back sensibili a vantaggi a breve termine; fornire frequenti possibilità di training per incrementare l’efficienza del ruolo; incoraggiare lo sviluppo di gruppi di sostegno e/o sistemi di scambio di risorse; fornire consulenza centrata sul lavoro o incontri per gli staff che stanno sperimentando elevati livelli di stress lavorativo;
  • Cambiamenti di lavoro e strutture di ruolo: limitare il numero di pazienti di cui lo staff è responsabile; distribuire tra i membri dello staff i compiti più difficili e meno gratificanti esigendo il lavoro in più di un programma; utilizzare personale ausiliario; garantire periodi di riposo alla necessità; dare la possibilità ad ogni membro di proporre nuovi programmi; costituire varie fasi di carriera per uno staff;
  • Sviluppo della gestione: creare programmi di training e sviluppo per il personale attuale e futuro che si dedica alla supervisione; creare sistemi di controllo per la supervisione (indagini dello staff, feed-back regolari); controllare la tensione di ruolo nei supervisori;
  • Soluzione del problema organizzativo e modello decisionale: creare meccanismi formali di gruppo per la soluzione del problema organizzativo e la risoluzione del conflitto; organizzare training per la risoluzione del conflitto; accettare l’autonomia dello staff e la partecipazione alle decisioni;
  • Obiettivi del centro e modelli di gestione: rendere gli obiettivi chiari e compatibili per quanto possibile; rendere la formazione e la ricerca i maggiori obiettivi del programma; condividere la responsabilità delle cure e della terapia con i pazienti, le loro famiglie e la comunità.

 

In conclusione, al fine di un efficace prevenzione della sindrome da burnout, possiamo sottolineare l’importanza quindi di un intervento multi-sfaccettato che miri a modificare lo stile organizzativo dello staff e i modelli di gestione di quest’ultimo al fine di arrivare ad avere un maggiore supporto tra i vari operatori e un aumento della qualità del lavoro di tipo assistenziale e della vita stessa del caregiver professionale.

Le aspettative positive dei genitori favoriscono un miglior rendimento scolastico nei figli

Quando i genitori hanno aspettative positive e manifestano speranza riguardo le prestazioni scolastiche dei figli, possiamo averne un riscontro positivo in termini di rendimento nello studio.

Tuttavia avere aspettative, molto elevate e irrealistiche -probabilmente perfezioniste- è assolutamente controproducente, non solo per il benessere psichico dei figli (a breve e lungo termine) ma anche in termini di risultati scolastici concreti.

Un recente studio longitudinale pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology ha analizzato dati raccolti su un vasto campione di studenti e loro genitori delle scuole secondarie di secondo grado della Baviera (Germania).
In particolare i ricercatori si sono focalizzati sui risultati scolastici in matematica e su due variabili genitoriali: l’aspirazione dei genitori (cioè il desiderio che il figlio ottenga un voto specifico nella materia in oggetto di studio) e le aspettative nei confronti del figlio (in che misura ritengono che il figlio otterrà una certa votazione).

Dallo studio è stato riscontrato che un’elevata aspirazione genitoriale facilita il raggiungimento di risultati scolastici positivi, ma soltanto dal momento in cui non superano delle aspettative realistiche. Quando invece le aspirazioni sono di gran lunga maggiori rispetto alle aspettative dei genitori, le performances scolastiche dei figli calano in maniera significativa.
Dunque se studi precedenti sembravano veicolare un messaggio univoco tale per cui grandi aspirazioni dei genitori facilitano rendimenti scolastici positivi, oggi la letteratura recente ci mette in guardia da questa logica semplicistica, suggerendo invece che sono le aspettative realistiche a facilitare il successo, quanto meno in matematica.

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