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L’esperimento MKULTRA: ricerca della CIA sulle modifiche comportamentali – I grandi esperimenti di psicologia

#9: MKULTRA: il programma di ricerca della CIA sulle modifiche comportamentali. Vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi e respirare un’aria in cui, liberi (purtroppo) da vincoli etici, tutto era possibile in nome della scienza.

 

Report della Commissione selezionata per lo studio di operazioni governative e attività dell’Intelligence sugli esperimenti MKULTRA

Mercoledì 3 agosto 1977 – Senato degli Stati Uniti d’America, Commissione ristretta dell’Intelligence, Sottocommissione per la Salute e la Ricerca Scientifica della Commissione per la Ricerca sull’Uomo. Washington, DC.

Senatore Inouye: La Commissione ristretta dell’Intelligence del Senato si riunisce oggi insieme alla Sottocommissione per la Salute e la Ricerca Scientifica presieduta dal Senatore Edward Kennedy del Massachusetts e dal Senatore Richard Schweiker della Pennsylvania, il Senatore Hathaway e il Senatore Chafee sono membri di entrambe le commissioni. Stiamo per ascoltare la testimonianza del Direttore della Central Intelligence, l’Ammiraglio Stansfield Turner, insieme ad altre dichiarazioni in merito alla nuova documentazione sottoposta alla commissione nella scorsa settimana, relativa a test condotti dalla CIA con l’uso di sostanze psicoattive. Deve essere chiaro che ci riferiamo a eventi accaduti dai 12 ai 25 anni fa. Occorre sottolineare che i programmi che hanno causato maggiori preoccupazioni sono stati sospesi e stiamo revisionando gli eventi passati accaduti durante quegli anni, allo scopo di comprendere quali linee guida o decreti siano necessari per prevenire tali abusi nel futuro. È inoltre necessario conoscere cosa è in atto da parte della CIA nell’ambito della ricerca sul comportamento umano, per essere certi che non si stiano perpetuando errori anche oggi. (…) Vorrei dare ora il benvenuto a uno dei più illustri senatori del Massachusetts, presidente della Sottocommissione per la salute, il Senatore Kennedy.

Senatore Kennedy: La ringrazio Presidente. Siamo onorati di lavorare al vostro fianco in questa inchiesta d’interesse pubblico. Circa due anni fa, la Sottocommissione per la Salute del Senato è venuta a conoscenza di un’agghiacciante testimonianza in merito all’attività di sperimentazione sull’uomo condotta dalla CIA. Il vice-direttore della CIA confessò che più di 80 università e istituzioni erano coinvolte in un “vasto programma di analisi e sperimentazione” che includeva la somministrazione nascosta di droghe a cittadini ignari di “ogni livello sociale, alto o basso, nativi americani o stranieri”. Alcuni di questi test comprendevano la somministrazione di LSD a “partecipanti involontari in situazioni sociali”. Queste attività portarono alla morte di almeno una persona, il dr. Olsen. L’Agenzia stessa ha ammesso che tali test non avevano una base scientifica solida. Gli agenti incaricati del monitoraggio erano privi di qualsiasi preparazione specifica. I soggetti testati erano raramente accessibili prima di un’ora dalla somministrazione. In diversi casi, i soggetti si ammalavano per ore o giorni, rendendo impossibile il follow up. C’erano altre sperimentazioni ugualmente oltraggiose. Ad esempio, soggetti dipendenti da eroina venivano coinvolti nell’esperimento sull’LSD garantendo loro eroina come ricompensa. L’elemento più grave resta il fatto che era sconosciuta a tutti la portata della sperimentazione sul comportamento umano. La documentazione relativa a tutte queste attività venne fatta distruggere dall’allora direttore della CIA Richard Helms, nel gennaio del 1973. Nonostante le continue pressioni da parte della Commissione per la Salute e della Commissione per l’Intelligence, non sono state rinvenute altre informazioni. E non è stato possibile rintracciare nessuno – non un solo uomo – in grado di fornire maggiori dettagli: non il direttore della CIA, che ordinò di distruggere la documentazione, non un responsabile del programma, non un collaboratore.

Ted Kennedy, fratello del più famoso JFK, continuerà il suo discorso denunciando un tradimento, da parte del governo, della fiducia dei cittadini americani. Queste sono le prime battute di uno storico incontro riguardo al progetto americano MKULTRA, condotto con l’obiettivo di ricostruire il più possibile gli eventi connessi allo studio. Il verbale di questo incontro, reso pubblico dopo alcuni anni, resta l’unico documento ufficiale relativo al progetto.

 

MKULTRA: Cosa testimoniano i documenti ritrovati

Di fronte alle Commissioni del Senato è presente l’Ammiraglio Turner, dirigente della CIA nel 1977, che ha tentato di ricostruire la storia dell’MKULTRA in seguito al ritrovamento di sette scatoloni contenenti materiale inerente al progetto, sottratti alla distruzione perché inavvertitamente archiviati in un’altra sezione, presso la Budget and Fiscal Section della CIA. Si tratta di documenti relativi ai movimenti economici implicati nel progetto, pertanto poco utili a comprendere le ipotesi sottostanti alla ricerca. Indicano tuttavia la presenza di 149 differenti progetti, sottostanti al programma MKULTRA, etichetta ombrello per ogni esperimento della CIA relativo al comportamento umano e alle possibilità di modificarlo con o senza l’uso di droghe. La maggior parte delle ricerche afferiva al tema delle modifiche comportamentali in seguito all’assunzione di alcol o droghe, utilizzando in alcuni casi soggetti ignari, come il dr. Frank Olsen, che in seguito all’assunzione di LSD sviluppò sintomi di schizofrenia paranoide, per poi arrivare a togliersi la vita. Ma il progetto comprendeva anche sperimentazioni sull’ipnosi, sulla sintesi di nuovi prodotti chimici o sostanze psicoattive, sull’uso della magia nelle operazioni sotto copertura, sul comportamento umano, i ritmi del sonno o i cambiamenti in psicoterapia. Non solo: ricerche bibliografiche sulle modifiche comportamentali, studi sulla motivazione, sulla macchina della verità, progetti relativi alle Forze Speciali dell’esercito e altro ancora.

L’MKULTRA ha avuto una durata di 11 anni, dal 1953 al 1964, finanziato non solo dal governo americano, ma anche da enti privati o case farmaceutiche. Tra le istituzioni partecipanti emergono università, centri di ricerca, ospedali e istituti di pena. Nel tentare di ricostruire la storia del progetto, l’Ammiraglio Turner afferma che non vi sono prove che l’MKULTRA fosse stato approvato da altri enti governativi al di fuori della CIA, come la Casa Bianca, e che l’origine del progetto sembra relativa alla preoccupazione di un possibile sfruttamento da altri poteri che avrebbero potuto usare droghe contro il nostro personale. Ricordiamo che siamo negli anni della Guerra Fredda, pertanto la minaccia di possibili nuovi attacchi è il clima in cui si vive la quotidianità e si è purtroppo da poco visto di cosa è capace l’uomo.

Senatore Huddleston: C’è qualche prova o qualche indizio che la CIA stesse cercando di sviluppare droghe o farmaci per altri scopi, come per esempio debilitare o uccidere altre persone? Si trattava di una parte della sperimentazione?

Ammiraglio Turner: Sì, penso di sì. Non emerge dai documenti consultati l’intenzione di uccidere, ma penso che la natura del progetto potesse essere mutata, da difensiva a offensiva, e c’era senza dubbio la volontà di sviluppare farmaci in tale direzione.

Per approfondire ulteriori dettagli in merito alla sperimentazione, i membri della Commissione rintracciano alcuni ex dipendenti della CIA coinvolti nel processo. Tra questi c’è il dr. Gittinger, all’epoca psicologo incaricato di raccogliere il più possibile informazioni da altre culture, informazioni di tipo antropologico, e sviluppare metodi di valutazione e comprensione dell’uomo. Le sue ricerche negli anni dell’MKULTRA si concentrarono sui processi di brainwashing (lavaggio del cervello) utilizzati in Cina, dai quali tentò di ricavare tecniche di interrogatorio il più accurate possibile. Fu così che venne coinvolto nel progetto: sapeva che l’MKULTRA comprendeva studi con l’LSD, sapeva che i partecipanti alla ricerca erano totalmente ignari. Nella sua dichiarazione, il dr. Gittinger afferma di aver eseguito parte dei suoi studi con prostitute coinvolte nel progetto; ai tempi della sperimentazione le conoscenze sulle sostanze psicoattive erano molto scarse e avere un campione di soggetti ai quali venivano somministrate droghe costituiva un’importante occasione di conoscenza.

Negli anni in cui l’MKULTRA fu attivo, la CIA effettuò studi in diversi ambiti: radiazioni, elettroshock, diverse aree della psicologia, psichiatria, sociologia e antropologia, grafologia, effetti di sostanze, strumentazioni paramilitari, studi di cui verosimilmente non si conosceranno mai i risultati. Scopo del progetto era creare strumenti per modificare il comportamento umano e diffonderli nei contesti di vita quotidiana. Uno di questi studi, citato dal Senatore Kennedy a inizio dibattito, fu promosso dal National Institute of Mental Health, su un campione di detenuti volontari tossicodipendenti, ricompensati per la loro partecipazione con dosi della sostanza da cui erano dipendenti.

I documenti ritrovati sono solo la descrizione di progetti pilota che suggeriscono il bisogno di ulteriori fondi e investimenti. Non sappiamo se qualcuno avesse maggiori informazioni sugli studi o se ci siano altre fonti che devono essere ancora scoperte. Possiamo invece immaginare che le persone coinvolte nel progetto fossero ognuna a conoscenza di una piccola parte dello studio, probabilmente nessuno immaginava un programma di questa portata. E al momento delle indagini, forse nessuno si è sentito in grado di denunciare i fatti o dichiarare cosa avesse fatto.

I fattori di rischio e di mantenimento dei disturbi alimentari

Le cause dei disturbi alimentari sono riconducibili a fattori predisponenti o di vulnerabilità, che predispongono un “terreno fertile” per la nascita del disordine e a fattori scatenanti, i quali promuovono un cambiamento che altrimenti non sarebbe avvenuto creando inoltre la condizione per la comparsa di fattori perpetranti, i quali originano un circolo vizioso che sviluppa e mantiene la malattia (Cuzzolaro, 2004; Ostuzzi & Luxardi, 2003). 

Di seguito un breve approfondimento dei tre.

I fattori predisponenti

I fattori predisponenti o di vulnerabilità hanno caratteristiche individuali, famigliari e socio-culturali. I primi sono: il genere, il 90% dei soggetti con disturbi alimentari è di sesso femminile (APA 2000b), e l’età, nella maggior parte dei casi, infatti, i disturbi alimentari si sviluppano nell’adolescenza (ADA, 2001).

Altri fattori predisponenti con caratteristiche individuali sembrano essere la presenza di tratti ossessivi di personalità (Thompson, 2000), il perfezionismo patologico (Fairburn et al., 1999) e una bassa autostima (Fairburn et al., 1999), la quale sembra essere rilevante per la nascita dei disturbi alimentari. Nella società occidentale odierna, infatti, l’autostima delle persone risulta in gran parte dipendente da quanto si è percepiti attraenti per il sesso opposto, e in questo il peso corporeo sembra avere un ruolo sempre più rilevante (Calogero et al., 2010).

Per quanto riguarda i fattori predisponenti con caratteristiche famigliari, pur non esistendo una famiglia “tipica” che favorisca l’insorgenza dei disturbi alimentari, diverse ricerche hanno trovato: l’invadenza (Minuchin et al., 1978), l’ostilità, la negazione dei bisogni emotivi (Minuchin et al., 1978), l’eccessivo controllo (Haworth-Hoeppner, 2000) e l’esagerata preoccupazione genitoriale (Walters & Kendler, 1995) come elementi che potrebbero favorire l’insorgenza dei disturbi alimentari.

Inoltre, ricerche (Ostuzzi & Luxardi, 2003; Striegel-Moore & Bulik, 2007) hanno dimostrato l’influenza famigliare a livello biologico/ereditario nei disturbi alimentari. Infatti il rischio di sviluppare Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa è maggiore nei parenti di primo grado di un soggetto che ne soffre, rispetto alla popolazione generale (APA, 2000b; Striegel-Moore & Bulik, 2007). In questi casi è probabile anche l’influenza famigliare ambientale: vivere con un parente che mette in atto comportamenti alimentari disturbati favorisce atteggiamenti analoghi nei figli o fratelli (Tylka, 2004).

Tra i fattori predisponenti con caratteristiche socio-culturali, l’etnia. Secondo uno studio (Abrams & Stormer, 2002), infatti, i disturbi alimentari risultano più diffusi tra i nativi americani e nelle popolazioni caucasiche e latine, mentre nelle culture asiatiche e afro-americane, in cui non vi è pressione sociale alla magrezza poiché è accettato e diffuso un ideale corporeo più formoso, l’incidenza di Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa risultano decisamente inferiori (APA, 2000a).

Secondo gli studiosi (Dakanalis, Caslini, et al., 2012), un ruolo importante nei disturbi alimentari è giocato dal contesto culturale occidentale, ed in particolare dai mass media. Essi, infatti, sono considerati uno dei più forti trasmettitori di pressione sociale alla magrezza, la quale viene considerata sinonimo di bellezza e successo (Dakanalis, Caslini et al., 2012).

Poiché tutte le ragazze sono esposte ai mezzi di comunicazione di massa ma solo una piccola parte di loro sviluppa disturbi alimentari (Tiggemann, 2002), è probabile l’esistenza di meccanismi più sottili che rendono alcuni soggetti maggiormente vulnerabili alla pressione mass mediatica.
Tale processo potrebbe essere riconducibile all’”interiorizzazione” degli standard di bellezza trasmessi dai mezzi di comunicazione di massa, i quali vengono utilizzati per verificare il proprio livello di adeguatezza fisica e sociale e quindi influenzare la rappresentazione mentale del corpo (immagine corporea) del soggetto e i suoi comportamenti alimentari (Dakanalis, Caslini, et al., 2012). Potrebbe avvenire, quindi, un’introiezione di specifici (dis)valori mediatici al punto che questi diventano dei principi guida della propria esistenza.

Infine, il rapporto con i pari sembra influenzare lo sviluppo dei disturbi alimentari, poiché spesso i giovani imparano dai coetanei l’importanza dell’essere magri, dell’apparire e i comportamenti da mettere in atto per raggiungere tali scopi (per esempio, diete e condotte di eliminazione). Infatti, come sostiene Sartori (2011), “il peer group riflette quasi esclusivamente una cultura giovanile che è a sua volta una cultura audiovisiva”.

 

I fattori scatenanti

Dopo avere approfondito i principali fattori predisponenti ai disturbi alimentari, di seguito alcuni dei molteplici eventi che possono scatenare la malattia in presenza di una predisposizione di base.

L’intraprendere una dieta sembra essere un fattore scatenante forte (Ostuzzi & Luxardi, 2003).
Anche l’affrontare i cambiamenti fisici legati alla pubertà, in particolare dalla ragazza, poiché i mutamenti femminili sono molti e più complessi nella loro elaborazione mentale rispetto a quelli maschili, come l’aumento ponderale, le trasformazioni morfologiche ed inoltre la comparsa del menarca (Fairburn et al., 1999). La ragazza quindi può vivere l’adolescenza come minacciosa, sentendo di perdere il controllo su di sé, e a questo si aggiunge il cambiamento che essa affronta nel modo in cui viene guardata.

Inoltre, vi possono essere eventi di vita stressante, tra i quali: il distacco dalla famiglia o la perdita della sua integrità, la rottura di un rapporto amoroso o amicale ed esperienze di lutto (Ostuzzi & Luxardi, 2003). Non raramente i soggetti con disturbi alimentari hanno storie di abusi e traumi (ADA, 2001).

A seguito di una vulnerabilità di fondo e a questi elementi, la reazione potrebbe essere quella di concentrare la propria attenzione sul peso e sul cibo, per tentare di recuperare il controllo e darsi un valore (Cuzzolaro, 2004).

 

I fattori di mantenimento

Come può scoprire la persona nel tempo, emozioni negative quali tristezza, ostilità, ansia/paura e soprattutto vergogna possono essere gestite (in modo disfunzionale) attraverso l’alimentazione. Questo, quindi, tende a perpetrare tale comportamento (Ostuzzi & Luxardi, 2003). Come dimostra una ricerca (McManus & Waller, 1995) i soggetti con Bulimia Nervosa o Disturbo da Binge Eating imparano a tenere sotto controllo i propri disturbi emotivo/affettivi attraverso l’ingestione di grandi quantità di cibo. Inoltre tali emozioni negative hanno un’influenza anche sulla successiva messa in atto di condotte compensative (Faccio, 2001).

L’angoscia esistenziale di Munch nell’arte

Quella di Munch è una pittura che indaga più l’anima che la realtà o, per meglio dire, il pittore filtrava la realtà attraverso il suo stato d’animo. Al centro dell’interesse dell’artista norvegese c’è l’uomo con il suo dramma esistenziale, il suo essere solo di fronte a tutto ciò che lo circonda, i suoi conflitti psichici e le sue paure. Edvard Munch ha saputo rappresentare, a mio avviso meglio di ogni altro in pittura, l’angoscia esistenziale.

 

Introduzione

Che esista una relazione o che si tratti di mere coincidenze, è fuor di dubbio che alcuni tra i più grandi artisti di tutti i tempi furono affetti da patologie mentali. Questo dato di fatto fa sorgere spontanea una domanda, ovvero se esista un legame di interdipendenza tra arte e malattia mentale che ci permetta di poter affermare che la sofferenza psicologica sia il punto di partenza per la libera espressione artistica di un individuo. Artisti famosi di ogni tempo hanno vissuto l’esperienza dolorosa della malattia mentale, che ha condizionato non solo la loro vita privata, ma anche la loro produzione artistica.

Nella secolare storia dell’arte, uno dei grandi sofferenti fu il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944), tristemente afflitto da una vita segnata dal dolore sin dall’infanzia, caratterizzata da tragici avvenimenti familiari, quali la morte della madre e della sorella.
Quella di Munch è una pittura che indaga più l’anima che la realtà o, per meglio dire, il pittore filtrava la realtà attraverso il suo stato d’animo. Al centro dell’interesse dell’artista norvegese c’è l’uomo con il suo dramma esistenziale, il suo essere solo di fronte a tutto ciò che lo circonda, i suoi conflitti psichici e le sue paure. Munch ha saputo rappresentare, a mio avviso meglio di ogni altro in pittura, l’angoscia esistenziale.

 

L’angoscia esistenziale: cos’è e come si esprime nell’arte

L’angoscia esistenziale è uno stato cosciente, caratterizzato da sentimenti di ansia e di apprensione; si tratta di una sofferenza psicologica simile all’ansia, ma più invasiva, dovuta ad una serie di stimoli emotivi troppo intensi per essere controllati e filtrati dalle difese psichiche.
La cosiddetta “angoscia a colori” che caratterizza i lavori di Edvard Munch fu molto probabilmente la conseguenza delle tragiche esperienze personali vissute dal pittore durante l’infanzia e l’adolescenza. Scrisse lo stesso Munch:

[blockquote style=”1″]la mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza saper scegliere. Ho dovuto seguire un sentiero lungo un precipizio, una voragine senza fondo.[/blockquote]

Munch, personalità complessa e contraddittoria, è il pittore dell’angoscia esistenziale, sentimento che lo accompagnerà per tutta la vita e neppure la fama gli concederà la felicità: finirà infatti in una casa di cura per malattie nervose a Copenhagen.
Fortemente dotato di introspezione psicologica, l’artista norvegese seppe tramutare la sofferenza e l’angoscia in pittura; la sua anima malata, turbata e solitaria venne messa a nudo nella sua pittura e le sue tele ci parlano del suo malessere interiore.

[blockquote style=”1″]La mia pittura è in realtà un esame di coscienza ed un tentativo di comprendere i miei rapporti con l’esistenza. E’ dunque una forma di egoismo, ma spero sempre di riuscire, grazie ad essa, ad aiutare gli altri a vedere chiaro.[/blockquote]

Il dolore, la malattia, la sofferenza e la solitudine che caratterizzarono l’intera vita di Munch appaiono costantemente come presenze inquietanti in tutti i suoi lavori: da “Sera sul viale Karl Johan” (1892), dove il pittore ritrae se stesso in disparte, mentre un’umanità spiritualmente vuota (sembra una processione di spettri) passeggia su un viale di Oslo; a “Bambina malata” (1885-1886) con cui il pittore ricorda l’agonia e la prematura scomparsa della sorella: con questo lavoro Munch ci fa sentire un’aria pesante e viziata, ci fa sentire l’odore della malattia. E ancora: nell’opera “Pubertà” (1894) viene ritratta la sorella Sophie, una giovane ragazza sovrastata da un’ombra molto scura che richiama alla presenza della morte che incombe sulla fanciulla; in “Disperazione” (1892), il pittore è assalito all’improvviso dall’angoscia che trasforma un bellissimo tramonto in un incubo allucinante: è l’urlo cha anticipa “L’Urlo” (1893), l’opera simbolo dell’inquieto pittore norvegese e manifesto dell’angoscia esistenziale di un’intera generazione di artisti. E’ l’opera che meglio rappresenta Munch, il quale, a proposito di questo suo lavoro, ebbe a dire:

[blockquote style=”1″]Solo un folle poteva dipingerlo.[/blockquote]

Edvard Munch Urlo - Angoscia esistenziale nell'arte

“L’Urlo” è uno dei quadri più celebri e drammatici di Munch, un’opera che ben si presta ad un’interpretazione psicologica: è il ritratto di un uomo fisicamente stravolto nelle sembianze dall’angoscia esistenziale e dal terrore che lo sconvolgono interiormente. Con questo lavoro Munch ci dà l’immagine della catastrofe interiore, che viene esplicitata mediante l’uso di colori violenti.

Ne “L’Urlo” Munch ha rappresentato un’esperienza reale, vissuta a Lijabroivein, una sera d’estate del 1890, poco dopo la morte del padre. Scrive il pittore nei suoi diari:

[blockquote style=”1″]Passeggiavo per un sentiero con due amici, il sole stava tramontando. Ho sentito salire la malinconia. Improvvisamente il cielo divenne color rosso sangue. Mi fermai, appoggiato contro lo steccato, stanco morto. E guardai le nuvole sospese sopra il fiordo blu-nero e la città come lingue di fuoco e sangue. I miei amici camminavano avanti. Io restai lì tremante di paura. E sentii un grande urlo senza fine attraversare la natura.[/blockquote]

Per circa tre anni Munch tentò di dipingere questa esperienza, ma senza riuscirvi. Poi riuscì a far gridare i colori, che hanno gridato per lui con il rosso di quel tramonto in cui era stato proiettato tutto il dolore e tutta l’angoscia esistenziale che la sua mente non aveva saputo contenere.

Counseling per psicologi e psicoterapie pragmatiche

Una buona notizia per gli psicologi. Il 15 marzo 2016 la Corte di Cassazione ha bocciato il ricorso di una donna di Ravenna, già condannata dal Tribunale e in Appello, per aver ‘esercitato abusivamente la professione di psicologo‘ auto-qualificandosi come ‘psicosomatista di impresa‘. Qualifica a suo modo geniale.

 

 

Dice la sentenza che i clienti della donna ‘a causa di disturbi di natura psicologica ottenevano sulla base di sedute fondate sul dialogo, una guida comportante l’indicazione dei rimedi volti alla prevenzione del disagio e/o guarigione del paziente’. Ovvero prestazioni professionali di psicologia clinica, il che è non legalmente possibile. La donna, già condannata in precedenza, aveva fatto ricorso sostenendo di offrire counseling psicologico a suo dire sottratto alla competenza dell’ordine e che quindi poteva essere liberamente esercitato.

Nella sentenza la Corte accetta la tesi che non solo la psicoterapia ma anche l’attività di counseling psicologico sia esclusiva dello psicologo iscritto all’Albo. Inoltre la Corte non solo proibisce, ma addirittura punisce chi da non-psicologo tenti di esercitare counseling, non riconoscendo alla ‘psicosomatista di impresa‘ di Ravenna la ‘non punibilità per particolare tenuità del fatto‘.

Al contrario la sentenza afferma che:

I giudici di merito hanno concordemente descritto modalità del fatto tali, per continuità, onerosità ed organizzazione, da creare l’oggettiva apparenza di una attività professionale posta in essere da persona con competenze specifiche e regolarmente abilitata, sicché appare preclusa ogni possibile valutazione delle condotte contestate nel senso di una loro particolare tenuità.

 

Un commento. La sentenza della Cassazione ribadisce in Italia, nel bene e nel male, il ruolo di controllo degli ordini e il valore legale delle lauree sul mercato del lavoro.

Questa sentenza che difende il lavoro degli psicologi è possibile in una legislazione -come quella italiana- che regolamenta il mercato del lavoro in base a nozioni derivate dal diritto romano, ovvero alla difesa dei ruoli lavorativi regolati dalla legge. In altri paesi, più legati alla common law inglese a sua volta derivata dal diritto consuetudinario germanico, lauree e ordini –quando ci sono- non danno diritto a nessun tipo di protezione di mercato, valendo solo come titoli di merito e non di accesso a una professione. Sta poi al cliente decidere se preferisce servirsi di uno psicologo, di un filosofo o di una psicosomatista per avere del counseling.

Trascriviamo questi pensieri senza giudicare quale sistema sia il migliore ma solo prendendo atto che si tratta di tradizioni differenti, pragmatica quella anglo-germanica e legalitaria quella latina. Ci preme però informare e magari chiarire un po’ le idee a qualcuno. Chi?

Per esempio coloro che sono odiatori del libero mercato, favorevoli al controllo sul mercato degli ordini e del valore legale delle lauree e al contempo predicatori dell’emigrazione in massa in paesi dove la legislazione invece regala maggiori libertà legali a filosofi, assistenti sociali, infermieri e curatori che vogliano esercitare non solo il counseling ma anche la psicoterapia. Ci rendiamo conto che la nostra invettiva è vaga e generica. Ce la prendiamo con interlocutori generici, non abbiamo nomi ben definiti. Tuttavia questa confusa convivenza di opzioni incoerenti ci pare un fenomeno non raramente osservabile.

 

Le psicoterapie pragmatiche: dai contenuti ai processi di pensiero

Passiamo a un altro argomento, apparentemente distante, ma non troppo. Da qualche tempo, in realtà una quindicina d’anni e forse più, ma emerse da meno e destinate apparentemente a prevalere, sono sempre più popolari psicoterapie che intervengono sui processi e non sui contenuti. Ovvero, non tanto su ciò che pensi, ma sul come lo pensi. Nell’ambito cognitivo, che è quello che conosciamo meglio, è il trionfo delle psicoterapie metacognitive e di processo, in cui ciò che conta non è più indagare quanto siano razionali e funzionali i propri pensieri, ma porsi in maniera diversa in rapporto a questi pensieri, dando loro meno importanza.

Anche in campo psicodinamico si è assistito a qualcosa del genere, soprattutto con il modello di terapia basato sulla mentalizzazione di Peter Fonagy, un modello in cui invece di andare a caccia di pulsioni aggressive e istinti sessuali mal gestiti il terapista preferisce analizzare come il cliente si pone vero queste pulsioni, comprendendone o meno la natura di eventi mentali. Nel primo caso mentalizza, e quindi compie l’operazione fondamentale per poterle gestire ragionevolmente. Nel secondo caso si consegna ammanettato agli istinti, condannandosi a non governarli. Un passetto in questa direzione lo aveva fatto anche Kernberg con i suoi interventi sul contratto terapeutico, ma solo con Fonagy si arriva anche in campo psicodinamico a intervenire direttamente sui puri processi mentali.

Si tratta di un operare estremamente pragmatico. Un nostro cliente, a tal proposito, ci ha detto che gli sembrava di lavorare sul libretto d’istruzioni della mente senza dare più importanza al contenuto dei suoi pensieri. Il cliente aveva anche aggiunto che gli pareva un modo di lavorare molto freddo e distaccato, anche se indubbiamente utile.

 

Ci chiediamo quanto durerà questa ondata processualista e quanto il suo estremo pragmatismo potrà essere applicato ai nostri panorami latini, meno pragmatici di quelli nordici (e di quelli cino-tibetani; questa concezione deve molto all’estremo oriente). Lo diciamo anche alla luce della sentenza della Cassazione di cui abbiamo scritto a inizio articolo, sentenza che ha ribadito un certo modo di essere che rimane nostro, anche quando magari sogniamo notte e giorno di emigrare sul Tamigi a far concorrenza ad assistenti sociali dediti a fare psicoterapia.

Il trattamento di Fairburn per la bulimia: il problem solving

L’uso del problem solving per gestire i problemi emotivi sia nei disturbi alimentari che in generale può sembrare un po’ semplicistico. Fatto sta che il protocollo di Fairburn, almeno per un certo numero (non piccolo) di pazienti, funziona. Le percentuali di successo variano dal 40 al 70% dei casi in cura.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il trattamento di Fairburn per la bulimia: il problem solving (Nr. 12)

 

L’uso del problem solving per gestire i problemi emotivi sia nei disturbi alimentari che in generale può sembrare un po’ semplicistico.

Possibile che le ansie e i disagi del paziente possano essere gestiti con una tecnica razionale e pragmatica di gestione dei problemi? La difficoltà del paziente ad assumere un atteggiamento più razionale e meno emotivo non risiede forse in paure per affrontare le quali non basta apprendere a ragionare in un modo diverso, meno emotivo?

Sono obiezioni per nulla infondate. Fatto sta che il protocollo di Fairburn, almeno per un certo numero (non piccolo) di pazienti, funziona. Le percentuali di successo variano dal 40 al 70% dei casi in cura. Queste cifre suggeriscono che effettivamente molti di questi pazienti, sebbene afflitti da paure significative e profonde, avevano bisogno di apprendere un modo diverso di ragionare, meno ‘di pancia’ e più controllato razionalmente. Che poi tutto questo possa non essere sufficiente, non inficia il risultato positivo. Sono aspetti sui quali torneremo.

A questo punto della terapia, quando si saranno presumibilmente conseguiti i primi successi sintomatologici perché il paziente osserva un’alimentazione regolata e ricorre meno frequentemente alle condotte di eliminazione, Fairburn situa l’attacco decisivo alla patologia cognitiva del paziente bulimico.

Gli interventi raccomandati da Fairburn si rifanno molto a Beck e consistono nell’incoraggiare il paziente a mettere in discussione le basi della sua mentalità insicura, che fa dipendere la propria autostima dal controllo del peso e dallo stile di pensiero dicotomico, che esige il controllo assoluto dell’alimentazione.

Il paziente è invitato a riesaminare criticamente quali prove ci siano a favore del suo pensiero distorto. Perché pensare che la propria stima di sé debba dipendere dall’aspetto del corpo? Perché ritenere imperdonabile ogni minima violazione del severissimo codice alimentare anoressico? E perché reagire con sproporzionata disperazione a queste violazioni? Disperazione che porta, paradossalmente, a un’abbuffata consolatoria? Abbuffata nella quale il paziente con disturbo alimentare bulimico finisce per perdersi, sia per punirsi sia per anestetizzarsi (le abbuffate si realizzano in uno stato dissociativo e ipnotico, in cui il paziente perde il controllo delle sue azioni e cerca di tamponare la propria disperazione interiore abbuffandosi di cibo; l’ingestione può essere così rapida, disordinatamente vorace e disperata da determinare uno stato anestetico).

Dopo questo riesame critico, Fairburn fornisce alcune indicazioni di tipo comportamentale sull’alimentazione, raccomandando di motivare i pazienti a evitare altri tipi di comprimenti disordinati (saltare i pasti, mangiare poco o niente a ogni pasto ecc.). E insiste sulla necessità di convincere i pazienti che questi comportamenti non aiutano affatto a mantenere il peso basso. Peggio, facilitano improvvise abbuffate. Tutte queste indicazioni hanno lo scopo di motivare ulteriormente il paziente a seguire un’alimentazione normale.

La fase finale del protocollo tratta la possibilità di ricadute. Occorre rendere consapevole il paziente che peggioramenti sono sempre possibili, ma che non vanno drammatizzati, perché possono essere momentanei e legati a situazioni problematiche ma passeggere. E motivarlo a perdonarsi un’eventuale abbuffata, che non deve diventare motivo di una ricaduta depressiva in abbuffate compulsive.

Se invece la ricaduta non è episodica, ma prolungata, il paziente insieme al terapeuta deve chiedersi: sta succedendo qualcosa nella mia vita? Ancora una volta invece di capire i problemi che ho, tento di distrarmi abbuffandomi? Sono insoddisfatto, deluso, infelice? In quale campo? Affetti, amici, lavoro? A queste domande il paziente dovrebbe rispondere applicando il problem solving appreso nella prima tornata di sedute terapeutiche. Altrimenti, rivolgersi di nuovo al proprio terapeuta diventa inevitabile.

Rivisto criticamente oggi, il protocollo di Fairburn appare insufficiente nella sua parte cognitiva e troppo sbilanciato sulla componente comportamentale e, diremmo, nutrizionale. A voler essere cattivi, a tratti sembra un manuale di buona alimentazione. Tuttavia, quando uscì ebbe un notevole successo e rappresentò una tappa importante per lo sviluppo della teoria cognitiva dei disturbi alimentari.

Pur con semplificazioni che lo rendevano persino meno sofisticato del precedente modello cognitivo della depressione elaborato da Beck, il protocollo di Fairburn ha dimostrato l’applicabilità clinica e non solo teorica del modello cognitivo ai disturbi alimentari. Per la sua semplicità, fu utilizzato in molti studi di efficacia che ne confermarono la bontà.

Indubbiamente, Fairburn ha dimostrato l’importanza terapeutica di intervenire sui circoli viziosi di mantenimento del disturbo. Il suo intervento, che affrontava i costrutti vicini al sintomo, costituiva ai tempi il protocollo d’efficacia di intervento per la bulimia. Era efficace in circa il 40-50% delle pazienti nelle prime 8 settimane del trattamento (Fairburn et al., 1993).

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

Workaholism: il rapporto con il lavoro dalla preistoria ad oggi

La workaholism, detta anche work addiction (letteralmente dipendenza dal lavoro), è stata introdotta nel 1971 da Oates, per indicare il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente. Alcune caratteristiche di personalità, tutte legate alla concezione moderna della realizzazione personale di sé, della motivazione al successo, del perfezionismo e della coscienziosità etica e morale, concorrono alla dipendenza dal lavoro.

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 30/04/2016

Il rapporto tra l’uomo e il lavoro ai tempi della preistoria

Il lavoro? Un bel fastidio. Chi ce l’ha fatto fare? Bella domanda. Racconta l’antropologo Marvin Harris in “Cannibali e Re” che gli antichi cacciatori-raccoglitori lavoravano un paio d’ore al giorno, non di più. Sul serio? E come diamine facevano? Bastava quello. Bastava slanciarsi per una mezza mattinata o un mezzo pomeriggio nella foga della caccia o nell’attività più tranquilla della cerca e della raccolta di frutta e semi. Il resto della giornata lo si trascorreva a ciondolare in branco sotto il sole africano, dov’è iniziata la specie umana, pettinandosi, spulciandosi, coccolandosi e scaccolandosi a vicenda, insomma facendo grooming, come dicono gli antropologi. Era quella l’età dell’oro cantata da Esiodo, in cui bastava allungare un braccio per raccogliere il cibo donato dalla terra. Ed era anche l’età degli eroi, anch’essa cantata da Esiodo, in cui un branco di giovani maschi porgeva il proprio corpo alla corsa e alla caccia e insieme esploravano incoraggiandosi a vicenda con (più o meno) maschie urla i territori circostanti, la giungla o la savana, il bosco e la pianura, in cerca di animali da abbattere in gruppo.

Avranno provato emozioni potenti quei giovani cacciatori gonfi di adrenalina e testosterone: la gioia condivisa dell’attività solidale in gruppo con i coetanei, lo sfogo feroce dell’aggressività istintiva sulla preda di caccia, l’armonia divina tra impulso biologico ad uccidere e la sua funzione evolutiva di procurarsi da mangiare. Di conseguenza, nessuna remora morale veniva a incancrenire il piacere sanguinario della caccia, tutto avveniva sotto l’occhio benevolo e approvante della divinità darwiniana che aveva preordinato tutto questo dal fondo buio del tempo primordiale. E, last but not least, la caccia e la raccolta erano davvero un bel gioco che durava poco: due ore al giorno erano più che sufficienti per procacciare nutrimento alla tribù.

Le donne –così scrive Harris, per eventuali tic sessisti prendetevela con lui- erano anch’esse contentissime di dedicarsi alle loro attività preferite senza imposizione culturale alcuna, attività più civili peraltro di quelle maschili: soprattutto cura di se stesse e della propria avvenenza sessuale, ma anche cura e manutenzione dell’arredo e dell’igiene degli spazi pubblici della tribù. E infine spettegules e gossip con le amiche, attività fonte di informazioni e civilizzazione. Inoltre in queste tribù i sessi erano spontaneamente separati in gruppi mono-gender che prolungavano per l’intera vita il gruppo sociale degli odierni adolescenti. E poi amori, amori e amori e sesso a più non posso e promiscuo alla grande, anche tra individui dello stesso sesso, che poi i bimbi che saltavano fuori erano allevati dalle donne in gruppo.

Forse Harris esagera nel delineare questo paradiso pagano/cristiano. D’altronde scriveva nel pieno degli anni ’60, forse sotto effetto di acidi e droghe varie. Forse era un antropologo psichedelico il nostro Harris o forse no, ma gli anni erano quelli e si andava alla riscoperta del buon selvaggio in salsa californiana e peyote. Fosse vissuto negli anni ’30 avrebbe scritto le stesse cose ma con un saporino heideggeriano e guerriero in più, forse avrebbe sottolineato che questi giovani cacciatori erano anche organizzati gerarchicamente in una casta aristocratica orgogliosamente guerriera, avrebbe scritto che magari non si limitavano alla caccia ma si divertivano anche nella guerra contro le altre tribù umane, che queste guerre selezionavano razze più o meno superiori, avrebbe scritto che questi giovani fannulloni possedevano degli schiavi catturati in battaglia a cui demandare compiti meno gradevoli e meno eroici come scavare e pulire le latrine, e magari i rapporti con l’altro sesso (e con il sesso) non erano così idilliaci e piani, i capi avevano diritto alle donne e gli altri se ne stavano lì -scusate il crudo termine- a masturbarsi, come d’altronde accade nelle tribù di scimmie antropomorfe che in genere sono studiate per ricostruire i comportamenti dei primitivi. E così via.

Insomma Harris avrebbe disseminato la stessa spolveratina di niccianesimo ma condito con una salsa nazista invece che comunista, queste ricette utopiche hanno sempre avuto un fondo comune. Del resto quando i progressisti usano Nietzsche lo addolciscono e lo ammosciano sempre un po’ ad usum delphini, come ci ha spiegato una volta per tutte lo psicologo dell’etica Jonathan Haidt.

Non divaghiamo e torniamo a parlare di lavoro. Quanto lavoravano questi cacciatori primitivi, nazisti o comunisti che fossero? Voglio ripeterlo: non più di due ore di lavoro al giorno. Lavoro? Possiamo chiamare “lavoro” la caccia e la guerra di questi giovani bulli? Chiamiamolo “sbattimento divertente”. Il resto a ciondolare e sonnecchiare in gruppo nella savana o dove volete. Etica del lavoro? Calvinismo? Concetti probabilmente incomprensibili per questi giovani gangsta, hooligans della preistoria.

 

Il rapporto tra l’uomo e il lavoro nella società odierna

Oggi, invece, quanto si lavora? Quante ore di lavoro sommiamo alla settimana? Moltiplicando due per sette scopriamo che il nostro primitivo antenato cacciatore si impegnava (divertendosi) per non più di quattordici ore a settimana. Che invidia. Ad alcuni di noi capita di farle in un solo giorno, queste quattordici ore. Il nostro antenato sarebbe probabilmente impazzito o ci avrebbe infilzato con la sua lancia. E anche alcuni di noi impazziscono di lavoro e di stress e negli USA infilzano a fucilate colleghi e vicini.

Insomma, chi ce lo ha fatto fare? A sentire Harris stavamo così bene. E come ci siamo arrivati? Continuiamo a leggere Harris. E apprendiamo che già con l’agricoltura si passa da due a sei ore di lavoro giornaliere. Sei ore al giorno? Siamo già quasi su livelli moderni d’impegno. Ancora un paio di orette e siamo nell’era industriale. Chi ce lo ha fatto fare? Come ci siamo arrivati, a rovinarci così? Perché non siamo rimasti in paradiso a giocare al videogioco della caccia (e della guerra, non dimentichiamolo)? Videogioco dal vivo, poi, mica la playstation. Tutto vero, tutto sentito e fatto sul serio. Mica come quei bislacchi che vanno a giocare a paintball, a spararsi palle colorate in faccia in campagna simulando battaglie con il loro fisico falso-atletico da impiegati palestrati. Perché ci siamo chiusi in ufficio e abbiamo lasciato la foresta?

La risposta di Harris è raggelante, a dimostrare che il gioco della storia è un gioco duro e feroce. Il passaggio all’agricoltura fu determinato dall’ingentilimento dei costumi, dal rifiuto del sangue. Harris però non parla di un generico incivilirsi dei modi, di un vago rifiuto del sangue della caccia. Parla di cose ben più concrete e inquietanti; la cultura della caccia si reggeva su un rigido controllo delle nascite, nel quale il numero delle bocche da sfamare era tenuto attentamente sotto un certo limite invalicabile. E questo limite era rispettato col sangue, non solo mediante aborti (non certo effettuati in cliniche all’avanguardia) ma soprattutto attraverso l’infanticidio.

Devo dire che Harris scrive queste cose con una certa franca durezza quasi compiaciuta. Un compiacimento cinico che a tratti affiora nella letteratura progressista, magari travestendosi da hegeliana (e marxiana) accettazione della crudeltà della storia, magari con uno spolverio nicciano di derisione del sentimentalismo borghese (di nuovo fa capolino Marx) e –perché no?- cristiano (e qui il campo è tutto per il Nietzsche più ossessivamente anti-cristiano). Queste spezie piccanti sono però aggiunte da Harris in maniera sorvegliata. Si ferma giusto una manciata prima che il gusto diventi troppo forte e inevitabilmente nazista. Si corre sempre questo rischio quando si fa della cucina nicciana, ma Harris è un cuoco provetto e non esagera col suo nazi-Nietzche massacratore di esseri inferiori e malriusciti o semplicemente di troppo.

Insomma, a un certo punto non ce l’abbiamo fatta più a far fuori i nostri bambini già nati. Questo scrive Harris. Fa un po’ impressione leggerlo, lo scrive con quel certo rammarico dell’odiatore di bambini, ma è convincente: smettendo di far fuori bambini, il numero di bocche da famare crebbe incontrollabilmente e la caccia non bastò più. Siamo diventati troppi e abbiamo iniziato a porci problemi come la crescita del Prodotto Interno Lordo, l’efficienza economica e le risorse alimentari e infine la carne rossa e le scorregge delle mucche. Abbiamo sviluppato la tecnologia, e già con l’agricoltura facemmo un enorme passo in avanti vero l’industrializzazione, con buona pace di quegli ingenui -Pasolini in testa- che s’illudevano e ancora si illudono che il mondo agricolo sia un mondo rimasto a contatto con la natura spontanea. Sciocchezze, l’agricoltura è un’attività altamente sofisticata e innaturale, in cui il lavoro è organizzato, suddiviso e specializzato marxianamente. Con l’agricoltura ci si prepara all’industria e alla società dei consumi; infatti coltivando si produce artificialmente il cibo e si moltiplicano enormemente le risorse, invece di andare a raccogliere e cacciare quel che spontaneamente c’è in natura. E si lavora, si lavora sempre di più. L’agricoltura è indubbiamente lavoro, la caccia no. E ci si organizza, ci si organizza sempre di più in gruppi di lavoro, in mansioni specializzate, in lavoro salariato, in tempi e luoghi e orari definiti, come diceva Marx.

Non abbiamo più avuto il coraggio di far fuori i nostri bambini e abbiamo dovuto sfamarli. Per questo abbiamo smesso di essere cacciatori divertiti dalla vita e abbiamo iniziato a rincretinirci di lavoro. Lavoriamo tanto e lavoriamo sempre di più da secoli per questo. Ci siamo (per fortuna) inteneriti al sole delle religioni monoteistiche e poi delle filosofie umanistiche e liberali e abbiamo superato il cuore di pietra del paganesimo, legato alle divinità della natura e non a una entità sovrannaturale, ovvero al di fuori della natura. Seguendo questo Dio sovrannaturale anche noi ci siamo emancipati e ci emancipiamo sempre di più.

Ma tutto questo costa tanto, tantissimo lavoro. Per questo nasce l’etica del lavoro. E questo impegno nel lavorare sempre di più cresce col crescere dei secoli, diventa sempre più un dovere e sempre meno un piacere. Già i contadini si divertivano molto meno dei cacciatori, e dopo di loro gli operai ancor meno. Nel mondo contemporaneo le cose sono diventate un po’ più varie e interessanti, ma la vita eroica e pigra dei cacciatori di Harris ce la siamo lasciata alle spalle per sempre. E per far fronte a questo impegno crescente impegniamo al massimo le nostre forze fisiche e morali. Lavorare è un impegno della psiche e dell’anima. E quindi può diventare una malattia dell’anima. Una droga. Esistono i drogati di lavoro, i workaholic.

La workaholism, detta anche work addiction (letteralmente dipendenza dal lavoro), è stata introdotta nel 1971 da Oates, per indicare il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente. Alcune caratteristiche di personalità, tutte legate alla concezione moderna della realizzazione personale di sé, della motivazione al successo, del perfezionismo e della coscienziosità etica e morale, concorrono alla dipendenza dal lavoro. Anche il clima organizzativo dell’azienda moderna, in cui ognuno è strettamente dipendente dagli altri, condiziona ed è condizionato da tutti, gioca un ruolo nello sviluppo e nel mantenimento della workaholism. Sta a noi, in questa società sempre più organizzata e interconnessa, trovare momenti di libertà, in cui ritrovare l’antica, pigra e sonnacchiosa libertà dell’età dell’oro.

Gestione dell’ansia: piccolo vademecum

Una certa quota di ansia è dunque utile nella quotidianità, ma, in alcune situazioni, quando è eccessiva, può bloccare l’individuo, trasformarsi in panico e può diventare patologica. Torna allora utile trovare strategie per la gestione dell’ansia.

 

La parola ansia deriva dal termine latino anxius che significa affannoso, inquieto, a sua volta da angere, che vuol dire stringere, soffocare.

L’ansia è un’emozione naturale, di per sé utile all’adattamento. Basti pensare che, senza ansia e paura, l’uomo non sarebbe sopravvissuto e non sopravvivrebbe ai pericoli. L’ansia è un’alleata nel momento in cui bisogna affrontare una prova, una situazione in cui è necessaria una notevole dose di attenzione e concentrazione. Una certa quota di ansia è dunque utile nella quotidianità, ma, in alcune situazioni, quando è eccessiva può bloccare l’individuo, trasformarsi in panico e può diventare patologica. Torna allora utile trovare strategie per la gestione dell’ansia

L’ansia viene sperimentata quando gli esseri umani credono di essere esposti ad una minaccia più o meno imminente e grave. L’ansia è generata non dall’evento in sé, ma dai pensieri che facciamo su quello che sta accadendo (o accadrà).

 

 

In cosa differiscono l’ansia e la paura

L’ansia e la paura sono due emozioni simili nella loro manifestazione fisiologica (attraverso sintomi fisici quali tachicardia, respirazione affannosa, sudorazione, senso di nodo alla gola, ecc.), entrambe sono la reazione ad una minaccia ma differiscono sostanzialmente perché:

  • la paura è una reazione emotiva ad un pericolo reale.
  • l’ansia è una reazione emotiva ad un pericolo percepito.

 

La paura

La paura è l’emozione più antica e fondamentale per la sopravvivenza, si attiva ogni volta che ci troviamo di fronte a un pericolo nel tentativo di proteggere la nostra vita.

La paura è una risposta mirata diretta a un evento o un oggetto specifico, e la persona ne è consapevole. Nel momento in cui percepiamo un pericolo proviamo paura, il sistema simpatico si attiva e prepara il corpo alla modalità di attacco e fuga, un meccanismo difensivo sviluppato in ogni specie animale, aumenta cosi l’afflusso di sangue ai muscoli, il cuore inizia a battere più forte e più veloce, le vene si contraggono ed aumenta la pressione sanguigna, i bronchi si dilatano ed aumenta anche l’ossigenazione, contemporaneamente viene rallentata la digestione, ecc., il corpo ora è pronto a colpire o a scappare, può arrivare a paralizzare anche  le nostre scelte.

Dal punto di vista fisiologico, negli esseri umani esisterebbe un vero e proprio circuito cerebrale della paura. Secondo LeDoux, uno dei più grandi studiosi del cervello umano, esisterebbe una strada ‘alta’, corticale (più lenta e che implica consapevolezza) ed una strada ‘bassa’, sottocorticale (più veloce ed inconsapevole).

La strada alta porta dal talamo sensoriale alla corteccia sensoriale e poi all’amigdala, è la strada utilizzata dall’ansia in cui lo stimolo viene elaborato cognitivamente. La strada bassa invece porta direttamente le informazioni dal talamo sensoriale all’amigdala, ed è la strada utilizzata dalla paura in cui non vi è elaborazione del percetto, ma pura percezione.

 

 

Predisposizione all’ansia

Non tutti richiedono interventi di gestione dell’ansia, poiché non tutti sperimentano un disturbo d’ansia, ciò dipende dall’interazione di vari fattori come il temperamento, le esperienze di vita e la vulnerabilità storica ed attuale.

Pertanto è buona norma, in questi periodi, preparasi alla gestione dell’ansia adottando delle strategie di coping adeguate (inteso come l’insieme di strategie mentali e comportamentali che sono messe in atto per fronteggiare una certa situazione).

 

Gestione dell’ansia: conoscere i 4 cluster sintomatologici ansiosi

I quattro cluster sintomatologici dell’ansia sono:

  • Sintomi cardiorespiratori: tachicardia, senso di oppressione al petto, di affogare, dispnea, ecc.
  • Sintomi gastrointestinali: nausea, vomito, mal di stomaco, tensione e/o dolori addominali, diarrea, ecc.
  • Sintomi vestibolari: sensazione di instabilità, vertigini, sensazione di svenimento, ecc.
  • Sintomi psicosensoriali: disorientamento, derealizzazione, depersonalizzazione,sensazione di camminare sulla gomma piuma o di gambe molli, ecc.

 

La Psicoterapia Cognitiva per la gestione dell’ansia

La psicoterapia cognitiva è molto efficace nella gestione dell’ansia, essa spiega i disturbi emotivi attraverso l’analisi della relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti.

Secondo la TCS, alla base dei disturbi da ansia e dell’umore vi sarebbero delle distorsioni cognitive, cioè ragionamenti che si caratterizzano per il fatto di discostarsi dalle teorie normative del ragionamento e che, per questo, causano, aggravano e mantengono le credenze patogene, quelle che sottendono la sofferenza psicopatologica. Pertanto, le reazioni emotive disfunzionali e il disagio sono frutto di pensieri disfunzionali, quindi  è essenziale lavorare su di essi.

 

Come ragioniamo e quali meccanismi sono coinvolti nell’ansia

Quando ragioniamo utilizziamo bias cognitivi, euristiche, che diventano disfunzionali se vengono utilizzate eccessivamente.

Inoltre possediamo un altro tipo di ragionamento, anch’esso automatico, che si attiva in seguito alla valutazione di un evento come minaccioso chiamato Better Safe than Sorry (BSTS) cioè ‘Meglio allarmarsi che non allarmarsi affatto’. Lo scopo è quello di evitare errori di sottovalutazione del pericolo, pertanto viene privilegiata la focalizzazione dell’ipotesi di pericolo.  Il BSTS si attiva anche se il danno da prevenire non è importante in sé ma lo è diventato perché l’individuo ritiene di avere il dovere di prevenirlo.

I pensieri che possono generare ansia sono: sopravvalutazione del pericolo e sottovalutazione delle proprie capacità di affrontare una situazione.

 

Modello del Circolo vizioso del Panico

Secondo Modello del Circolo vizioso del Panico (Clark, 1986 – Modificato da Wells, 1997) vi è uno Stimolo scatenante esterno oppure interno che viene percepito come minaccioso attivando così le sensazioni somatiche come ad esempio dolori al petto, palpitazioni, salivazione azzerata, nausea, tremore tachicardia, tremore, fame d’aria, iperventilazione ecc. Dopodiché vi è un’interpretazione catastrofica delle sensazioni mentali e somatiche che accompagnano questa preoccupazione ad esempio ‘non respiro… e se mi sento male? Mi sta venendo un infarto?‘. Tutto ciò porta ad un incremento della preoccupazione, cioè si acuiranno le sensazioni somatiche, fino a causare un Attacco di Panico. Invece, se si mettono in atto evitamenti o comportamenti protettivi le manifestazioni negative diminuiranno con la conseguenza di una cronicizzazione dell’ansia. Pertanto ci si dovrebbe dedicare a percorsi e strategie di gestione dell’ansia, che va attraversata e mai evitata.

 

Gestione dell’ansia: come combattere allora quest’ansia?

Interventi cognitivi per la gestione dell’ansia

Psicoeducazione; modificazione delle credenze patogene (AS) tramite ristrutturazione cognitiva; accettazione dell’ansia e del rischio di panico (si cerca di attendere che passi la tempesta), ecc.

Interventi comportamentali per la gestione dell’ansia

Respirazione diaframmatica; rilassamento isometrico rapido; tecnica luogo sicuro; mindfullness; esposizione enterocettiva e in vivo; Eliminazione dei comportamenti di controllo; ecc.

 

Identificare i pensieri ansiogeni

All’inizio può essere difficile individuare i pensieri che provocano ansia, specialmente, se durano da molto tempo e si presentano in modo quasi automatico. Per individuarli, nelle situazioni in cui si è in ansia è importante farsi delle domande: es.: ‘Che cosa sto pensando? Che cosa penso della situazione? Come penso di affrontarla? Cosa farò? Ecc.‘ Un esempio di pensiero disfunzionale potrebbe essere: ‘Cosa succederà se non ci riuscirò? Sicuramente perderò tutto?‘. Mentre un esempio di pensiero illusorio è: ‘Ci riuscirò senz’altro, sono troppo bravo!‘. Un pensiero funzionale, invece, suonerebbe più o meno così: ‘Mi conviene provarci e fare del mio meglio!’.

Nel processo di gestione dell’ansia, per distinguere il pensiero disfunzionale ed illusorio da quello funzionale è utile sapere che nel pensiero disfunzionale si usano spesso queste espressioni: ‘Io devo assolutamente..; io sono obbligato a..; se … poi;  non potrei resistere se…‘. Nel pensiero illusorio invece le seguenti: ‘Andrà tutto bene; non m’importa; non diventerò mai ansioso‘. Nel pensiero funzionale invece le espressioni sono le seguenti: ‘Preferirei non …; è improbabile che succeda… ma; anche se succederà non sarà una catastrofe; se le cose non andranno come desidero, mi sentirò deluso e seccato, ma riuscirò ad andare avanti  comunque‘. Sono abolite le doverizzazioni.

 

Sostituire i pensieri disfunzionali ansiogeni con pensieri più funzionali

Domandarsi se quello che si pensa è condiviso anche dagli altri. Chiedersi se il vostro modo di pensare vi aiuta a raggiungere gli obiettivi o vi allontana. Se state facendo un errore dì ragionamento avete a che fare con dei bias cognitivi: particolari distorsioni nel modo di interpretare e valutare la realtà interna ed esterna della persona collegate all’utilizzo di regole euristiche.

Ad esempio, in un processo di gestione dell’ansia, è assolutamente importante fare attenzione quando si pensa in termini di tutto o nulla, si vede tutto in bianco o nero (Pensiero assolutistico o dicotomico). Altri bias cognitivi a cui stare attenti sono:

  • Generalizzazione. Fare attenzione a parole come: sempre, mai, tutti, tutto, nessuno, niente. Chiedersi se la situazione è davvero così estrema.
  • Ingigantire / minimizzare l’importanza di singoli episodi. Se in un’occasione non siete riusciti, non significa che continuerete a fallire.
  • Pensare solo ai punti deboli dimenticandosi i punti di forza. Cercate di pensare ad altre volte in cui avete avuto dei successi, anche piccoli.
  • Catastrofizzazione. Sopravvalutare le probabilità di un disastro. È vero che qualcosa può andare male, ma non bisogna sopravvalutare i rischi.

 

 

Conclusioni

Per affrontare meglio la gestione dell’ansia, quando ci si accorge di stare male è dunque utile:

  • Chiedersi di che emozione si tratta, cosa sentiamo in quel preciso momento.
  • Identificare quali sono i pensieri relativi all’ emozione, il proprio dialogo interno, cioè i pensieri disfunzionali.
  • Mettere in dubbio i pensieri e le convinzioni disfunzionali.
  • Sostituire i pensieri e le convinzioni disfunzionali con pensieri più vicini alla realtà e più utili per il raggiungimento dei tuoi obiettivi.
  • Ricorrere a tecniche comportamentali

 

Le variazioni del dolore (2014) di J. Rhodes – Recensione

‘Instrumental’, eloquente anche nel suo titolo originale, Le variazioni del dolore è un’autobiografia, una testimonianza, una composizione intensa, forte, onesta, meticolosa, che attraversa il dolore dell’abuso, o meglio, dello stupro, come preferisce chiamarlo James Rhodes.

 

Rhodes, pianista e concertista quarantenne di fama mondiale, mette su carta in prima persona la sua storia, profondamente segnata dagli abusi subiti dai sei ai dieci anni, da un insegnante del doposcuola di pugilato. L’autore racconta la vergogna, l’eredità più tangibile dello stupro, e la colpa, il disprezzo per la presunta propria malvagità e depravazione, la rabbia, la disperazione.

Ripercorre i cortocircuiti del dolore e i tentativi per smorzarlo o, altrettanto dolorosamente, silenziarlo; il sesso da offrire come merce di scambio, alcol, droghe, lamette, distruzione e autodistruzione. L’alternativa è scivolare nel torpore, diventare un sonnambulo, un guscio vuoto, aspettare che il pilota meccanico si sgretoli e tentare il suicidio.

Nel suo Le variazioni del dolore Rhodes illustra attraverso un linguaggio crudo e limpido una vera e propria radiografia del dolore dell’abuso sulla mente e sul corpo, memore in modo spietato di quanto accaduto.

L’autore si racconta come uomo, compagno, padre, musicista, ‘uno stronzo, un bugiardo e un impostore‘, e tanto altro. Passa in rassegna tutte le risorse della salute mentale, i tentativi falliti, quelli più o meno riusciti: i gruppi di auto mutuo aiuto, gli strizzacervelli – uno in particolare – farmaci, ricoveri, meditazione, condivisione e libri di auto aiuto. Per Rhodes la musica è al primo posto. Il cammino personale di Rhodes, dal caos paralizzante del trauma alla vita, passa per la creazione e la bellezza che scaturisce dalla musica.

La musica classica si intreccia con le trame del dolore.

A sette anni l’autore scopre – musicassetta con registrazione dal vivo – la Ciaccona di  J. S. Bach, versione trascritta per pianoforte da Busoni. Felice smarrimento, sollievo, consolazione, lo spazio calmo, una pausa in mezzo alla guerra, un campo di forza, il mantello di Harry Potter, eccitazione, energia.

Comincia l’amore per la musica classica. Rhodes si lascia incantare, comincia a strimpellare su pianoforti malandati nelle sale prove di un istituto di provincia, iniziando un percorso tutt’altro che lineare, che lo porterà ad intraprendere una carriera da concertista.

Non c’è un lieto fine scritto, l’autore lo sa, la rivoluzione è iniziata ed è in corso, tuttavia la mente potrebbe all’improvviso barattare il senso di sicurezza e benevolenza con il terrore, la rabbia, con un senso di colpa feroce e corrosivo o con un vuoto assordante. Con la vergogna sempre in sottofondo.

Nell’autobiografia la musica si insinua a temperare la violenza delle parole, incarna la spinta alla vita e ne disegna la bellezza pur nell’intensità e nella violenza delle emozioni. Rhodes accompagna ad ogni capitolo un brano musicale, ci parla della vita di compositori vissuti nella sofferenza e divenuti immortali per la loro capacità di dare voce all’anima, sostiene la liberazione della musica, da condividere come un dono divino.

Le variazioni di Rhodes vanno ascoltate così, lasciando spazio alle parole e anche alla musica (che vi verrà voglia di ascoltare) senza indugiare su interpretazioni o retro pensieri, pur sapendo che, soprattutto negli addetti ai lavori, arrivano inevitabilmente.

SCID II: Structured Clinical Interiew-II sui disturbi di personalità – Introduzione alla Psicologia

Siamo giunti all’ultimo appuntamento dedicato ai test. Durante le scorse settimane si è parlato di test di personalità molto usati e noti: l’MMPI, il Millon Clinical Multiaxial Inventory e la SCID-I. Oggi, ci dedicheremo alla SCID II, un altro caposaldo nell’effettuare diagnosi di disturbo di personalità.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN COLLABORAZIONE CON LA SIGMUND FREUD UNIVERSITY DI MILANO

 

SCID II: introduzione

L’Intervista Clinica Strutturata per i Disturbi di Personalità dell’Asse II del DSM (SCID II) è un’intervista costituita da una serie di domande grazie alle quali è possibile indagare la presenza dei disturbi di personalità compresi nell’Asse II del DSM, sezione dedicata esclusivamente ai disturbi di personalità. Essa permette di effettuare una valutazione dei disturbi di personalità di tipo categoriale, inteso in termini di presenza o assenza del disturbo, e dimensionale ovvero la quantità di criterio diagnostico presente o assente.

La SCID II è applicabile, sicuramente, in ambito clinico, dopo aver effettuato il colloquio psicologico, a conferma o meno di una diagnosi, ma è utilizzata largamente anche in ambito di ricerca per definire i criteri di inclusione e di esclusione in studi sperimentali ed epidemiologici.

 

SCID II: storia

Le origini della SCID II, come per la SCID I, risalgono al DSM-III, in particolare quando fu introdotto nel manuale diagnostico il modulo per la valutazione dei disturbi di personalità elaborato da Jeffrey Jonas dell’ospedale Mc Lean di Belmont. Nel 1985, grazie all’ingente interesse per i disturbi di personalità nasce l’esigenza di valutare la presenza nei pazienti dei tratti e per questo fu realizzato uno strumento ad hoc che permettesse di compiere una diagnosi in tal senso. Nel 1986 questo strumento fu aggiornato con l’avvento del DSM-III-R e integrato con un nuovo strumento di screening sui disturbi della personalità. Successivamente, dopo aver verificato empiricamente l’attendibilità e la validità dei criteri riportati nell’intervista si giunse alla versione definitiva della SCID II pubblicata nel 1990.

Nel 1994, con l’uscita della nuova versione del DSM IV si ottenne anche una nuova SCID II in cui furono modificate alcune domande per centrarle maggiormente sull’esperienza personale derivante dal paziente.

La versione definitiva e autonoma della SCID II per il DSM-IV fu pubblicata nel 1997 in America unitamente alla versione computerizzata.

 

SCID II: diagnosi e somministrazione

La SCID II permette di effettuare la diagnosi di 10 disturbi di personalità, secondo il DSM-IV. Inoltre, sono inclusi altri 3 disturbi di personalità: il disturbo di personalità non altrimenti specificato, il disturbo passivo-aggressivo e il disturbo depressivo, cioè tutti quei disturbi che nel DSM IV sono inclusi nell’Appendice B.

La SCID II è composta da due parti:
1. Un questionario autosomministrato da parte del paziente;
2. L’intervista semi-strutturata di approfondimento degli item a cui si è attribuita una risposta affermativa al questionario.

Il questionario autosomministrato è formato da 119 item ed è consegnato preliminarmente al soggetto che dovrà riconsegnarlo allo sperimentatore al momento dell’intervista. I tempi di compilazione si aggirano intorno ai 20 minuti e richiede un livello di scolarità non inferiore agli 8. Le domande del questionario riguardano i disturbi di personalità proposti dal DSM IV ed è previsto un formato di risposta dicotomico del tipo Sì/No: Sì è presente il sintomo, No non è presente il sintomo.

Questo strumento di screening funge da guida alla successiva intervista. Infatti, nell’intervista saranno indagati solo gli item cui è stata attribuita una risposta affermativa, cercando di capire quanto è rappresentativa dell’esaminato.

L’intervista semistrutturata, costa di una breve rassegna anamnestica, che consente di focalizzare le principali caratteristiche dell’intervistato, le relazioni e le capacità introspettive.

Successivamente, sono analizzati i diversi disturbi di personalità nel seguente ordine:
Disturbo Evitante di Personalità,
Disturbo Dipendente di Personalità,
Disturbo Ossessivo-Compulsivo,
Disturbo Passivo-Aggressivo,
Disturbo Depressivo,
Disturbo Paranoico,
Disturbo Schizotipico,
Disturbo Schizoide,
Disturbo Istrionico,
Disturbo Narcisistico,
Disturbo Borderline,
Disturbo Antisociale.

Quest’ultimo merita una precisazione, poiché con il questionario è possibile verificare unicamente la presenza dei sintomi del Disturbo della Condotta presenti in età infantile, prima dei 15 anni. Solo se confermati questi criteri, possono essere approfonditi nell’ intervista semistrutturata procedendo con la diagnosi di Disturbo Antisociale di Personalità.

Come è possibile notare, si inizia con i disturbi appartenenti al cluster B relativo ai disturbi d’ansia, per giungere al cluster B, drammatico, passando per il cluster A. Nei casi in cui non sono soddisfatti i criteri per una specifica area di personalità, si formula una diagnosi di Disturbo di Personalità Non Altrimenti Specificato.

La SCID II è divisa in tre colonne:
1. nella colonna di sinistra sono riportate le domande da effettuare ad litteram da parte del somministratore. Ciascuna domanda dell’intervista potrebbe essere formulata in due modi: nel caso in cui il clinico voglia riallacciarsi ad una domanda del questionario al quale il soggetto ha risposto affermativamente, è possibile leggere la domanda tralasciando le indicazioni in corsivo contenute tra parentesi quadre; qualora il soggetto non abbia risposto alla domanda del questionario o abbia risposto negativamente, è possibile formulare la domanda con le indicazioni contenute tra parentesi.
2. nella colonna centrale sono elencati i criteri diagnostici del DSM-IV, la cui presenza/assenza corrisponde all’area indagata dalla domanda riportata nella colonna di sinistra. Nella parte sottostante al criterio, sono presenti delle indicazioni da seguire per riuscire a individuare il tipo di punteggio da attribuire al criterio stesso.
3. in quella di destra è presente la valutazione da attribuire agli item.

Ogni criterio è valutato come segue:
? =Informazioni inadeguate o insufficienti;
1 = criterio assente;
2 = criterio sotto soglia
3 = criterio presente totalmente.

Il punteggio “3” è possibile attribuirlo solo nel caso in cui l’esaminato è in grado di fornire esempi o descrizioni pertinenti e multiple in merito al criterio indagato. Chiaramente, la difficoltà consiste proprio nel riuscire a capire esattamente quando è possibile assegnare a un item un 2 o un 3. Spesso, l’esperienza aiuta molto, altre volte è possibile farsi aiutare da una serie di regolette che supportano nell’individuazione del punteggio.

Tra tutte ricordiamo la regola delle tre P, secondo la quale un tre può essere attribuito quando il disturbo presentato è:
1. Persistente, perché è possibile riscontrare il sintomo a partire dalla giovane età adulta;
2. Patologico, determina disagio e malessere;
3. Pervasivo, coinvolge diverse aree, sociale, amicale, familiare, relazionale, etc.

Inoltre, se il somministratore fosse in difficoltà nell’individuazione della risposta, può sempre fare riferimento alla colonna centrale della SCID II in cui sono presenti i criteri del DSM e capire se i contenuti forniti dall’intervistato siano adeguati a quanto si sta indagando. In ogni caso, basandosi su questi criteri è possibile implementare le domande da porre, ma facendo molta attenzione a non uscire fuori contesto, altrimenti si rischia di incappare in criteri diversi da quelli indagati.

 

SCID II: somministrazione

La presenza dei diversi disturbi di personalità è valutata durante il corso del colloquio diagnostico attingendo a ogni tipo di informazione inerente al paziente che possa aiutare nell’individuazione della diagnosi. Con il proseguire dell’intervista devono essere indagate anche tutte le aree in cui il somministratore mostra un dubbio diagnostico, poiché lo scopo finale è non avere dubbi in nessuna area. Inoltre, ai fini della diagnosi devono essere incluse anche tutte le informazioni riguardanti il linguaggio non verbale riscontrato durante l’intervista.

Una volta ultimata l’intervista, il clinico compila il sommario diagnostico, da cui ricava una valutazione di tipo dimensionale per ogni disturbo, sommando il numero dei tratti presenti per ogni disturbo di personalità da cui emerge la presenza o assenza di disturbo stesso, e una diagnosi categoriale, ovvero il numero degli item a cui sono stati attribuiti punteggi pieni e questo per tutti i tratti presenti. Se, come accade in genere, risultano soddisfatti i criteri relativi a più disturbi, l’intervistatore è tenuto ad indicare la diagnosi principale di Asse II e di seguito i relativi tratti che potrebbero provocare gravi disagi in ambito relazionale, sociale e lavorativo.

Il tempo previsto per ogni somministrazione è di circa 60 minuti, variabili a seconda della gravità del paziente e dell’esperienza del somministratore.

 

SCID II: versioni

La SCID II non necessita di un programma informatico per la formulazione della diagnosi finale secondo i criteri del DSM-IV. Tuttavia, è stato sviluppato un software CAS-II (Computer-Assisted SCID-II), versione computerizzata per Windows, per agevolare le procedure di scoring. Il CAS-II comprende tutti i commenti dei criteri presenti nella Guida dell’Esaminatore, e offre la possibilità di visualizzare direttamente il commento relativo ad ogni item agevolando la formulazione diagnostica.

Nel programma è incluso il Questionario del Paziente (SCID-II-PQ), versione computerizzata del Questionario di Personalità. Esso può essere utilizzato come strumento autonomo di verifica dei disturbi di personalità, oppure, si utilizza come da somministrazione classica.

Con l’uscita del DSM 5 è stata proposta una versione nuova della SCID, versione aggiornata della precedente intervista clinica. I criteri del DSM-IV presenti nella SCID II per DSM IV sono rimasti invariati nel DSM-5, ma le domande del questionario sono state completamente riviste e ridotte da 119 a 106. Inoltre, è stata aggiunta una modalità per effettuare uno scoring dimensionale diverso dal precedente, rispettando la nuova classificazione presentata in appendice nel nuovo DSM 5.
La SCID-5, come la versione precedente, è una preziosa risorsa per aiutare i clinici e i ricercatori nell’effettuare diagnosi precise e attendibili dei disturbi di personalità.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Né istrice, né zerbino: imparare ad essere assertivi

Assertività: Essere assertivi significa comunicare in maniera flessibile, affermando i propri punti di vista, senza prevaricare, né essere prevaricati: è un punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

 

L’assertività: introduzione

Il primo a parlare di “assertiveness” fu, nel 1949, Joseph Salter, uno studioso statunitense di comportamento umano, che, esaminando le cause e gli effetti dell’ansia sociale, elaborò le prime teorie sui comportamenti assertivi. Joseph Salter intese l’assertività come un modello di comportamento interpersonale, capace di garantire non soltanto un livello di civiltà nei rapporti tra gli uomini, ma contemporaneamente uno stato di benessere emotivo per coloro che lo mettono in pratica.

Il termine assertività deriva dal verbo inglese “to assert” che, all’origine, significava “mettere uno schiavo in libertà”. Essere assertivi significa comunicare in maniera flessibile, affermando i propri punti di vista, senza prevaricare, né essere prevaricati: è un punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività.

 

L’atteggiamento aggressivo

Chi ha un atteggiamento aggressivo (l’istrice) è concentrato sui propri desideri, ha la tendenza a dominare gli altri e l’unico obiettivo che si pone è il potere personale e sociale. Il suo stile espressivo è inequivocabile: tono autoritario, ritmi rapidi, tendenza a sovrapporsi all’interlocutore, accuse, domande calzanti. Le conseguenze relazionali di chi ha un atteggiamento aggressivo è facilmente immaginabile: di fronte ad un interlocutore timoroso avrà dei vantaggi immediati, ma, nel lungo termine, è probabile che collezionerà intorno a sè malumori, rabbia inespressa, insoddisfazioni, creando un clima di tensione e di rifiuto.

 

L’atteggiamento passivo

Chi invece ha un atteggiamento passivo (lo zerbino) asseconda gli altri per evitare il conflitto e subisce spesso le situazioni senza opporsi. In questo caso lo stile espressivo è ricco di affermazioni vaghe ed incompiute e frequenti sono i richiami ai propri doveri e le espressioni di giustificazione e di autocommiserazione. Un tale atteggiamento comporta una mancata espressione di se stessi e può portare a sedimentare frustrazione e rabbia. Persistendo in questo atteggiamento, i problemi interpersonali non si affrontano, ma tendono ad aggravarsi con ripercussioni molto negative sulla propria autostima.

 

L’assertività come equilibrio tra i 2 atteggiamenti

Tra l’istrice e lo zerbino c’è l’assertivo, cioè colui che definisce chiaramente la propria posizione, la svela senza ambiguità, la difende senza aggressività ed accetta un diverso atteggiamento da parte degli altri.

L’assertività è la capacità di esprimere i propri sentimenti, di scegliere come comportarsi in un determinato momento/contesto, di difendere i propri diritti, di aumentare la propria autostima, di sviluppare una sana dose di sicurezza in sé, di esprimere serenamente un’opinione di disaccordo quando lo si ritiene opportuno, di portare avanti le proprie idee e convinzioni, rispettando, contemporaneamente, quelle degli altri.

La struttura concettuale dell’assertività è basata sulla funzionalità di cinque livelli, ognuno dei quali ne definisce un aspetto. Il primo livello è costituito dalla capacità di riconoscere le emozioni, il cui obiettivo riguarda l’autonomia emotiva e la percezione delle emozioni. Il secondo livello è costituito dalla capacità di comunicare emozioni e sentimenti, anche negativi, attraverso molteplici strumenti comunicativi e riguarda la libertà espressiva. Al terzo livello troviamo la consapevolezza dei propri diritti e la capacità di avere rispetto per sé e per gli altri; al quarto livello la disponibilità ad apprezzare se stessi e gli altri, che implica la stima di sé e la capacità di valorizzare gli aspetti positivi dell’esperienza. Il quinto ed ultimo livello è quello relativo alla capacità di autorealizzarsi e poter decidere sui fini e gli scopi della propria vita: per raggiungere tale obiettivo è necessario possedere un’immagine positiva di sé, fiducia e sicurezza personale.

Una condizione dell’assertività è dunque la capacità di saper riconoscere i meriti propri e quelli altrui, ovvero esprimere e chiedere apprezzamenti legittimi. Ogni apprezzamento costituisce un segnale di riconoscimento.

 

La teoria di Berne

Eric Berne (Montréal, 10 maggio 1910 – 15 luglio 1970), autore della celebre teoria dell’analisi transazionale, sostiene che “qualsiasi carezza”, intesa come unità di riconoscimento positiva o negativa, in forma di lode o di critica, sia meglio di nessuna carezza. Ovvero: il nostro bisogno di essere accarezzati è così importante che se non riceviamo sufficienti carezze positive, faremo in modo di avere almeno quelle negative. Tradurre questo concetto nella vita lavorativa significa pensare a tutte quelle situazioni in cui un dipendente vorrebbe un segnale di riconoscimento dal proprio superiore e non lo ottiene: questo caso specifico, protratto nel tempo, può generare disaffezione per il proprio lavoro e demotivazione, in quanto ad ogni essere umano piace sentirsi apprezzato e trattato in modo consono ed appropriato. Le “carezze” sono fondamentali nella vita e senza di esse, dice Berne, “la spina dorsale avvizzisce”. Ecco perché lo “scambio di carezze” è così importante nella vita personale e professionale di ciascuno di noi.

 

Le regole restrittive sulle carezze di Steiner

Claude Steiner afferma che, da bambini, tutti noi siamo indottrinati dai nostri genitori con cinque regole restrittive sulle carezze, che sono:
NON CHIEDERE CAREZZE: questa posizione si basa sull’assunto che le carezze che rispondono a una specifica richiesta abbiano meno valore di quelle spontanee. Fa parte, invece, dell’essere Adulti la capacità di chiedere in maniera franca e aperta le carezze desiderate, accettando il rischio che l’altro possa rifiutarsi di dare la carezza richiesta e attivarsi, magari, in un’altra forma per soddisfare il suo bisogno di carezze positive.
NON DARE CAREZZE: è la posizione in base alla quale viene visto come un pericolo elargire carezze positive; invece, la circolazione di carezze positive, non fa che aumentare il benessere delle persone, colma il profondo desiderio di riconoscimento ed evita l’innescarsi dei conflitti.
NON ACCETTARE CAREZZE: si tratta di una posizione malsana che porta a respingere le relazioni e la generosità altrui.
NON RIFIUTARE CAREZZE ANCHE SE NON LE VUOI: significa sentirsi obbligati a dare o ricevere carezze, ma questo porta ad allontanarsi dalla spontaneità, generando svalutazioni ed emozioni parassite (rabbia, depressione). Nella realtà le persone non sempre si comportano come vogliamo noi; l’importante è essere consapevoli che è un diritto degli altri quello di poter avanzare delle richieste, così com’è nostro diritto rifiutarle se ci infastidiscono o rinegoziarle in base ai nostri obiettivi.
NON DARE CAREZZE A TE STESSO: fa riferimento alle carezze interne, cioè alla capacità di riconoscere le proprie qualità e capacità nutrendo così il proprio benessere. Le carezze interne, come le carezze esterne rappresentano un’importante fonte di riconoscimento.

 

Le 5 regole di Steiner applicate all’ambito organizzativo

L’insieme di queste cinque regole è alla base di ciò che Steiner definisce “l’economia delle carezze” che trovo molto valida anche applicata in ambito organizzativo: se infatti un dipendente si sente apprezzato per il lavoro che svolge lavorerà sempre al meglio, se in un’organizzazione esiste una buona qualità di rapporto con e tra il management (se vige, cioè, un’equilibrata “economia delle carezze”) si diffonderà un senso di rispetto e di apprezzamento reciproco. Se, al contrario, chi ha responsabilità direttiva si mostrerà avaro nel riconoscere un lavoro ben fatto o non valorizzerà i propri dipendenti, si genererà un ambiente di lavoro poco collaborativo e poco costruttivo. Solo apprezzando e riconoscendo in modo palese la qualità del lavoro le persone coglieranno chiaramente il valore del loro contributo al successo dell’azienda e saranno stimolate a ricercare sinergie creative e produttive e ad offrire la propria collaborazione ai colleghi.

Il Condominio (1975) di Ballard J. G. – Recensione

A lungo andare, l’isolamento digitale potrebbe farci dimenticare il nostro mandato biologico di creare legami affettivi (autentici e diretti) per sopravvivere ed evolverci. L’autore ci propone come questo istinto naturale potrebbe emergere e fino a che limite di civiltà potrebbe spingerci (o ci sta già muovendo), indubbiamente per legittima difesa.

 

Un condominio. Quaranta piani. Mille appartamenti. Un’elegante estensione di vetro e cemento che sfiora il cielo della periferia di Londra. Un moderno nido autosufficiente, pieno di servizi e comodità, ma vuoto e spento dal punto di vista relazionale. Sarà proprio il venir meno di tali tecnologie a far emergere il malessere celato sotto la superficie di tale modernità.

Una serie di black out elettrici, infatti, danno il via ad una catena di eventi al limite (e oltre) dell’umanità. I piani non sono più solo un luogo fisico, ma diventano etichetta gerarchica e identitaria delle persone che vi abitano. Si scivola così in una differenziazione di classe tra piani inferiori e superiori, dove via via si ascende nella gerarchia sociale. La mera appartenenza a un livello assegna ciascuno ad un gruppo rivale e innesca un gioco al massacro, volto alla sopravvivenza e alla conquista dei piani più alti, fino ad avere ‘il cielo come ultima abitazione‘.

Sorprende e trafigge l’escalation di comportamenti che man mano si manifestano tra le oscure mura di quella che ormai si è trasformata in una prigione, in cui gli abitanti, mossi da primordiali istinti – fame, sete, difesa del territorio, sesso –  si comportano come ‘animali di uno zoo immerso nell’oscurità che giacevano immersi in uno scontroso silenzio e, ogni tanto, si dilaniavano l’un l’altro in brevi atti di ferina violenza‘. Il complesso residenziale, che all’apparenza esterna rimane immutato, si trasforma in un regno in cui tutti gli impulsi più devianti hanno il permesso di manifestarsi in qualsiasi forma e modo.

La bolla tecnologica che racchiude e isola ciascuno condomino si rompe. Spaesati e confusi, di fronte a conspecifici sconosciuti, fanno appello ai meccanismi più primordiali in maniera straripante, arrabbiata e disfunzionale. La violenza diventa, paradossalmente, un collante sociale.

Dopo mesi di glaciale isolamento, infatti, il decadimento dei servizi diventa occasione di avvicinamento e interazione seppur estrema. La mancanza di luce acceca le menti e innesca uno scompenso sociale che si esprime attraverso un grido pescato nei circuiti rettiliani che spezza le sovrastrutture emotive e cognitive più evolute per esser certo di essere ascoltato e accolto.

Il romanzo sembra offrire la visione di un futuro post tecnologico: siamo in un momento storico in cui privilegiamo relazioni mediate da tecnologia e distanza, che ci consentono di reggere il ritmo della modernità e anestetizzare emozioni che non abbiamo il tempo di vivere. A lungo andare, l’isolamento digitale potrebbe farci dimenticare il nostro mandato biologico di creare legami affettivi (autentici e diretti) per sopravvivere ed evolverci. L’autore ci propone come questo istinto naturale potrebbe emergere e fino a che limite di civiltà potrebbe spingerci (o ci sta già muovendo), indubbiamente per legittima difesa.

Una metafora estrema e illuminante. Un romanzo al tempo stesso visionario e attuale che solleticherà riflessioni sul presente e instillerà timori sul futuro. Sicuramente non vi farà più guardare i vostri vicini di casa con gli stessi occhi.

Disturbo ossessivo compulsivo da relazione: quando l’ossessione riguarda i rapporti sentimentali

Avere in certi momenti delle incertezze su una relazione e/o sul proprio partner è esperienza comune a tutti. Tuttavia, quando i dubbi e le preoccupazioni diventano eccessivi e creano un significativo disagio personale e di coppia, allora siamo probabilmente di fronte a un Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione.

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione: introduzione

Il disturbo ossessivo compulsivo è una patologia caratterizzata da un’ampia varietà di tematiche ossessive, quali la paura di contaminazione o il timore di far del male a se stessi o agli altri.

In particolare, il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione (Relationship Obsessive Compulsive Disorder) presenta sintomi centrati sull’ambito delle relazioni intime, tematica che è stata di recente oggetto di un’attenzione sempre crescente da parte della ricerca (Doron, Derby, Szepsenwol, 2014).

Sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione possono manifestarsi in vari tipi di relazione, come quella con i propri genitori, figli, maestri e persino con Dio, ma la ricerca si è concentrata maggiormente sull’ambito delle relazioni sentimentali con i propri partner.

Avere in certi momenti delle incertezze sui sentimenti provati all’interno di una relazione e/o sul proprio partner è esperienza comune a tutti. Tuttavia, quando i dubbi e le preoccupazioni diventano eccessivi e creano un significativo disagio personale e di coppia, portando anche ad una compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e in altre aree importanti della vita, allora siamo probabilmente di fronte a un Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione.

 

 

Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione: come si manifesta

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione si manifesta attraverso dubbi ossessivi e preoccupazioni riguardo le relazioni sentimentali, con condotte compulsive messe in atto per alleviare l’ansia e il disagio provocati dalla presenza e/o dal contenuto di queste ossessioni.

Le ossessioni da relazione possono assumere la forma di pensieri del tipo ‘E’ la persona giusta per me?‘, di immagini sul partner o possono anche assumere la forma di impulsi (ad esempio, l’impulso di lasciare il partner).

Oltre alle ossessioni, si manifesta anche un’ampia gamma di compulsioni quali: monitoraggio continuo dei propri sentimenti e pensieri verso il partner e la relazione, e il ricorso a feedback esterni per valutarli (ad esempio valutare l’amore del partner sulla base della quantità di tempo spesa con loro, rispetto a quella passata con altri); ricerca di rassicurazioni e auto-rassicurazione; confronti tra la caratteristiche e i comportamenti del proprio partner e quelli di altri potenziali partner; neutralizzazioni (ad esempio, tentare di annullare le ossessioni visualizzando il ricordo di momenti felici vissuti col partner); evitamento di quelle situazioni che possono fare da innesco alle ossessioni (uscire con coppie di amici considerate perfette, vedere commedie romantiche, e altre circostanze che fanno scattare la sequela di confronti con la propria relazione).

Esattamente come nel Disturbo Ossessivo Compulsivo, tali compulsioni alleviano l’ansia solo nel breve periodo, ma in realtà portano ad un peggioramento dei sintomi. Inoltre si hanno ripercussioni negative sulla relazione con il partner: ad esempio la continua pressione esercitata dal soggetto al fine di ottenere rassicurazioni può essere fonte di tensioni, così come anche l’adeguamento del partner ai rituali compulsivi e all’evitamento delle situazioni di innesco contribuisce all’esacerbazione dei sintomi.

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione si manifesta in due forme sintomatologiche:

  1. con sintomi ossessivo-compulsivi centrati sulla relazione (relationship-centered);
  2. con sintomi ossessivo-compulsivi focalizzati sul partner (partner-focused)

Nella prima forma, centrata sulla relazione, i dubbi e le preoccupazioni riguardano i sentimenti che la persona prova verso il partner, i sentimenti che il partner prova verso la persona e il valutare se la relazione sia quella giusta o meno (‘Lo/la amo?’, ‘Sto bene con lui/lei?’, ‘Lui/lei mi ama davvero?’, ‘E’ la relazione giusta per me?‘). Nella seconda forma, con sintomi focalizzati sul partner, i dubbi ossessivi riguardano invece difetti percepiti nel partner relativamente all’aspetto fisico, alle capacità intellettive, sociali o a caratteristiche di personalità, quali il livello di moralità. L’esperienza clinica e gli studi indicano che queste due forme spesso possono essere entrambe contemporaneamente presenti e alimentarsi a vicenda nel tempo.

I pensieri intrusivi sul rapporto di coppia sono vissuti come egodistonici, in quanto contraddicono l’esperienza soggettiva della relazione così come viene percepita dalla persona (‘Lo/a amo ma non riesco a smettere di interrogarmi sui miei sentimenti’) oppure sono contrari ai propri valori (‘L’aspetto non dovrebbe essere importante nella scelta del proprio partner’). Queste intrusioni pertanto sono sentite come inaccettabili e non volute, e spesso conducono a senso di colpa e vergogna, promuovendo auto-criticismo e abbassando notevolmente la qualità della vita. Il tempo e l’energia spesi in questi dubbi e preoccupazioni portano inoltre ad una compromissione del funzionamento quotidiano della persona.

 

 

Esordio del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione

Riguardo l’età di esordio del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione, i primi sintomi solitamente compaiono nella prima età adulta e tendono a persistere nel corso dell’intera storia delle relazioni sentimentali della persona. Tuttavia, alcuni soggetti fanno risalire l’esordio dei loro sintomi alla prima volta in cui si  sono trovati di fronte a decisioni che implicavano un impegno nella loro relazione (andare a convivere, sposarsi, avere un bambino, …). Anche se i sintomi sembrano essere maggiormente debilitanti quando si manifestano all’interno di una relazione, sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione possono presentarsi anche al di fuori di un rapporto, ad esempio con ossessioni sulle passate e future relazioni. Alcuni, ad esempio, riportano sintomi al termine di una relazione, riferendo di essere ossessivamente preoccupati di aver perso l’unica persona adatta a loro.

Per gestire la paura del rimpianto, fanno continui confronti con il partner attuale, cercano persistentemente di ricordare i motivi della rottura o richiamano alla mente i conflitti vissuti, per rassicurarsi che la rottura della relazione fosse giusta. Altri soggetti riferiscono invece di evitare completamente le relazioni, per paura di riprovare quegli stessi sintomi o per il timore di danneggiare gli altri (es. ‘La farò diventare pazza’, ‘Sarebbe una menzogna‘)

 

Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione: uno sguardo alle ricerche

Dalle ricerche finora effettuate, i sintomi sembrano non essere significativamente correlati alla lunghezza della relazione o al genere. Riguardo l’eziologia e il mantenimento del disturbo, sembra sussistere una combinazione di diversi fattori. Gli studi condotti finora hanno riscontrato che una vulnerabilità nel dominio relazionale, unita ad un attaccamento ansioso, possono condurre ad una suscettibilità accresciuta allo sviluppo di sintomi di Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione. Ad esempio, una sensibilità a intrusioni che sfidano la percezione di sé nell’ambito relazionale (come ad esempio ‘Non sto bene con il mio partner in questo momento‘), può innescare credenze catastrofiche (‘Rimanere in una relazione di cui non sono sicura, mi renderà infelice per sempre‘), e anche altre credenze disfuzionali (‘Non dovrei avere dubbi di questo tipo sul mio partner‘), cui possono seguire comportamenti che cercano di neutralizzare queste intrusioni (ad esempio, cercare costantemente rassicurazioni sul fatto che la relazione stia andando bene).

Allo stesso modo, quando l’autostima della persona dipende dal valore attribuito al proprio partner, ogni pensiero connesso ad un suo eventuale difetto può portare a sintomi ossessivo-compulsivi focalizzati sul partner. Tali pensieri intrusivi, in questo caso, possono far scattare credenze del tipo ‘Non è abbastanza intelligente. Non sarà mai capace di occuparsi della nostra famiglia‘, con associate compulsioni neutralizzanti, come ad esempio monitorare gli errori grammaticali commessi dal partner.

Oltre a ciò, sono presenti anche fattori sociali che possono essere implicati, quali ad esempio la possibilità di un maggiore accesso a social network e a siti e piattaforme di appuntamenti, che comportano un’esposizione ampia ad altri potenziali partner. Un’accresciuta disponibilità di alternative, insieme alla tendenza a voler fare la scelta perfetta, può contribuire ad aumentare i dubbi sulle proprie scelte relazionali.

Inoltre, molte persone con Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione riferiscono una storia familiare caratterizzata da conflitti intensi e manifesti tra i genitori, per cui sembrerebbe che anche questo possa essere un fattore di vulnerabilità per il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione.

 

 

Terapia del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione

La richiesta di terapia da parte di questi pazienti arriva frequentemente nei momenti di instabilità relazionale, quando spesso il Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione è in comorbidità con altri disturbi, quali depressione, altri disturbi d’ansia o altri sintomi ossessivi, rendendo la diagnosi di Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione spesso difficoltosa. Secondo gli autori (Doron, Derby, Szepsenwol, 2014) il trattamento dovrebbe includere, oltre che un buon assessment, la psicoeducazione e l’identificazione e la messa in discussione degli schemi di pensiero e delle percezioni di sé disfunzionali, oltre che delle paure e difese legate all’attaccamento.

Attraverso la psicoeducazione, si aiuta a far comprendere al paziente il modello concettuale del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione e l’influenza dei sintomi sui processi decisionali. Risulta inoltre importante esplorare con il paziente l’impatto dei sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione sulla propria capacità di provare sentimenti, oltre che raggiungere un accordo sul fatto di posporre ogni decisione riguardo la relazione che si sta vivendo a quando i sintomi si saranno ridotti.

Riguardo la componente cognitiva del trattamento, vanno identificate e messe in discussione credenze maladattive tipiche del Disturbo Ossessivo Compulsivo, quali l’intollenza dell’incertezza, l’importanza dei pensieri, il perfezionismo, ecc. Inoltre vanno messe in discussione anche le credenze catastrofiche riguardo le relazioni (‘Se non sono sicuro della mia relazione, sarò infelice per sempre’, ‘Se mi impegno in questa relazione, poi non sarò più in grado di uscirne’, ‘Se lascio il mio partner, me ne pentirò per sempre’).

Esperimenti ed esposizioni comportamentali possono rivelarsi molto utili, come ad esempio elaborati scritti riguardo la paura del rimpianto e scenari temuti (come il matrimonio), ed esposizioni in vivo a siti e film che costituiscono fattori di innesco alle ossessioni da relazione (commedie romantiche, …). Importante risulta anche mettere in evidenza le conseguenze del forte monitoraggio dei propri stati interni, ad esempio attraverso esperimenti di monitoraggio dei sentimenti di vicinanza al terapeuta da fare in seduta.

Vanno inoltre esplorati con il paziente la paura dell’abbandono e il legame tra il valore attribuito a sé e la relazione con il partner, al fine di promuovere altre fonti di autostima. Inoltre, i sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione possono essere causa di conflitti, ma i conflitti stessi possono anche far scatenare dubbi ossessivi sulla relazione, pertanto può risultare utile anche un training sulle abilità di comunicazione e di risoluzione di conflitti mediante role playing.

Sempre in accordo con il paziente, si potrebbe pensare ad un coinvolgimento in terapia anche del partner al fine di valutare il rinforzo dato da quest’ultimo ai sintomi e proporre strategie per ridurre influenze reciproche dannose.

L’obiettivo della terapia non è salvare la relazione ma aiutare il paziente a ridurre i sintomi. La riduzione della sintomatologia spesso si associa ad una migliore comprensione dei propri sentimenti e ad un miglioramento delle capacità decisionali. In caso queste non migliorassero, viene suggerita l’introduzione di tecniche di problem solving e di strategie di decision making per aiutare il paziente a prendere importanti decisioni relazionali (Doron, Derby, Szepsenwol, 2014).

Guy Doron e colleghi, nella loro review del 2014, segnalano anche l’importanza di proseguire nella ricerca per migliorare la comprensione dei fattori associati al Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione, anche perché molti degli studi fatti finora non sono stati condotti su campioni clinici.

Recentemente, Doron e il suo collega Guy Ilany hanno inoltre riferito di star lavorando all’elaborazione di un’innovativa applicazione che sia di aiuto nel trattamento dei sintomi del Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione. L’app dovrebbe essere scaricabile da giugno prossimo e includerebbe 30 livelli riguardanti varie difficoltà presenti nel Disturbo Ossessivo Compulsivo da Relazione, quali dubbi sulla relazione, intolleranza dell’incertezza, perfezionismo, ansia nel prendere un impegno e imbarazzo.

Teoria del prospetto: come gli uomini prendono decisioni in condizioni di rischio – I grandi esperimenti di psicologia

#8: La teoria del prospetto: come gli uomini prendono decisioni in condizioni di rischio di D. Kahneman & A. Tversky (1979). Vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi e respirare un’aria in cui, liberi (purtroppo) da vincoli etici, tutto era possibile in nome della scienza.

 

I processi decisionali in economia e in psicologia

Nel 1978 Herbert Simon, psicologo statunitense, vince il premio Nobel per l’economia per le sue ricerche sui processi decisionali nelle organizzazioni economiche. Negli stessi anni, Daniel Kahneman, psicologo israeliano, si interroga assieme al collega Amos Tversky su come si modifichino i processi decisionali quando ci si trova in situazioni di rischio, fino ad avanzare la Teoria del Prospetto.

Fino ad allora la teoria comunemente condivisa è quella dell’utilità attesa, modello di scelta razionale usato per descrivere il comportamento economico dei soggetti, che sceglierebbero secondo la reale probabilità di ricavare un guadagno dalla loro decisione.

 

Decidere in un momento di rischio

I due psicologi tuttavia notano che questo modello non funziona nei casi in cui il soggetto è posto in condizioni di rischio, esponendo alcuni esempi. Ai partecipanti alla ricerca vengono proposti differenti dilemmi, riscontrando sistematiche trasgressioni al principio dell’utilità attesa.

Ad esempio, è stato chiesto di scegliere tra le seguenti possibilità:

  1. 50% di possibilità di vincere 1000; 50% di possibilità di non vincere nulla
  2. Un guadagno sicuro di 450.

I soggetti non considerano l’effettivo possibile guadagno derivato dal calcolo probabilistico. Gli studiosi colgono una regolarità che definiscono ‘effetto certezza’: i partecipanti, ne paragonare l’utile certo con quello probabile, sovrastimano il guadagno quando è sicuro, scegliendo nella maggioranza dei casi l’opzione B.

Oltre a verificare la preferenza dei soggetti in caso di guadagni, i ricercatori testano i processi decisionali coinvolti in caso di possibile perdita. Notano un comportamento differente da parte dei partecipanti, tanto da chiamare questo fenomeno ‘effetto riflesso‘: i soggetti preferiscono correre il rischio di una grossa perdita che è soltanto probabile, piuttosto che accettare la certezza di una più piccola perdita. Lo stesso principio – la sovrastima del dato certo – favorisce l’avversione al rischio quando si parla di guadagni e la ricerca del rischio quando ci sono in gioco delle perdite.

La teoria del prospetto:come gli uomini prendono decisioni in condizioni di rischio - I grandi esperimenti di psicologia Nr. 8-Tversky-Kahneman
Daniel Kahneman e Amos Tversky

I processi decisionali nella vita quotidiana

Questa scoperta viene analizzata dagli autori che elencano le diverse ripercussioni della Teoria del Prospetto in ogni attività della vita quotidiana. Le persone non riflettono razionalmente sulle reali probabilità di un evento, ma selezionano le informazioni in base a schemi individuali soggettivi, fino a determinare scelte differenti: i ricercatori definiscono questa modalità come ‘effetto isolamento‘. Ad esempio, una persona può investire i propri soldi in una attività con una probabilità di perdere l’intero capitale. D’altro canto, vi è la possibilità di guadagnare un fisso o di avere una percentuale sui guadagni. La certezza di un ricavo incrementa l’attrattiva di questa opzione, mentre non vengono considerate le alternative ugualmente probabili.

 

Due fasi dei processi decisionali nella Teoria del Prospetto

La teoria del prospetto, proposta dagli autori, descrive i processi decisionali composti di due fasi (1) il montaggio, ovvero la raccolta di informazioni e l’analisi delle diverse prospettive e (2) la valutazione dei diversi scenari possibili e la scelta di quella che rappresenta per il soggetto l’alternativa con il maggior valore.

Le scelte soggettive derivano quindi da operazioni di semplificazione, cancellazione e considerazione dell’influenza del contesto: la stessa persona può compiere scelte diverse di fronte allo stesso problema proprio a causa della presenza di un processo alla base poco scientifico e difficilmente ripetibile.

I ricercatori creano quindi una nuova equazione che consideri le diverse componenti emerse, ottenendo una formula maggiormente aderente ai reali processi di decision making. Questa equazione mostra una notevole applicabilità in diversi ambiti, tanto da far vincere a Daniel Kahneman il premio Nobel per l’economia, nel 2002, insieme all’economista americano Vernon Smith, per aver dimostrato come i processi decisionali dell’uomo siano guidati da euristiche e bias.

Si tratta del secondo psicologo ad aver avuto tale riconoscimento per il suo contributo alla scienza, dopo Herbert Simon, che aveva dimostrato proprio l’inefficienza del cervello umano nei processi di ragionamento e la conseguente tendenza a fare scelte soddisfacenti, ma non ottimali.

 

 

 

Autostima: che ruolo gioca nelle condotte di bullismo?

Pare che il valore e la stima che attribuiamo a noi stessi possano in qualche modo avere un suo peso nei fenomeni di bullismo, ma relativamente alla relazione tra autostima e bullismo, i dati forniti dalla letteratura appaiono in parte contraddittori.

Chiara Carlucci – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Cosa si intende per bullismo?

La parola bullismo viene utilizzata con una gran frequenza, soprattutto nel contesto scolastico.

In effetti si tratta di un termine che è stato anche un po’ sovraesteso. Per tale motivo sarebbe opportuno fare una distinzione tra le semplici prepotenze e le condotte bullistiche, dato che, queste ultime, hanno delle caratteristiche ben precise.

La parola bullismo è la traduzione del termine inglese bullying, usato per connotare il fenomeno delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo.

Tale terminologia è stata estesa nel 1978 da Olweus, il quale ha assunto l’idea che il fenomeno del bullismo fosse riferibile sia al gruppo, sia all’individuo.

Il bullismo è un comportamento antisociale, insidioso e pervasivo, con alcune peculiarità distintive:

  • L’ intenzionalità: il bullo mette in atto intenzionalmente dei comportamenti fisici o verbali con lo scopo di offendere l’altro, arrecandogli danno o disagio e di avere il controllo sugli altri (Gini, 2005);
  • La persistenza, ossia la ripetitività di comportamenti di prepotenza protratti nel tempo;
  • L’asimmetria di potere. La relazione tra bullo e vittima è infatti asimmetrica, fondata sul disequilibrio di forza tra il bullo che agisce e la vittima che non riesce a difendersi. La maggiore forza del bullo può presentarsi in diversi modi, ad esempio una maggiore forza fisica, abilità socio – cognitive, bravura nello scoprire i punti deboli della vittima (Gini, 2005).

 

 

Bullismo diretto e bullismo indiretto

Tale comportamento aggressivo può assumere forme differenti. È infatti importante fare una distinzione tra bullismo diretto e bullismo indiretto.

La prima forma può assumere modalità fisiche (colpire con pugni e calci, rubare o rovinare gli effetti personali di qualcuno), oppure modalità verbali (offendere, insultare, minacciare, umiliare, fare affermazioni discriminanti).

Per quanto riguarda invece le modalità di bullismo indiretto, queste sono rappresentate dall’esclusione sociale, la diffusione di pettegolezzi e calunnie e dall’isolamento della vittima dal gruppo di pari. Anche se meno visibile, è importante prestare molta attenzione anche alla seconda forma di bullismo, poiché comporta un attacco indiretto e molto più nascosto nei confronti della vittima (Menesini, 2008).

 

 

Perché si diventa bulli? Perché si diventa vittime?

Ma cosa induce un soggetto a comportarsi da bullo? E di contro, cosa determina che un soggetto sia vittima di episodi di bullismo?

Una serie di studi ha messo in luce che un buon concetto di sé aiuta bambini e ragazzi a ottenere dei successi, sia a livello relazionale che di rendimento scolastico (Marsh e all., cit. in Camodeca, 2008).

Per concetto di sé si intende la teoria che ognuno sviluppa riguardo a se stesso; si riferisce alla percezione e alla cognizione delle proprie caratteristiche, alle credenze riguardo se stessi, le capacità, le impressioni, le opinioni che ogni individuo pensa di avere  e che lo contraddistinguono dagli altri (Damon e Hart, 1982).

Il Concetto di sé è stato sovente affiancato al costrutto di Autostima, ma si tratta di due concetti ben diversi: il concetto di sé si focalizza sugli aspetti cognitivi del sé, su come ci si vede e ci si descrive nei vari ambiti della vita; l’autostima riguarda gli aspetti valutativi del sé, il valore che attribuiamo a noi stessi.

Tornando alla possibile relazione esistente tra condotte di bullismo e immagine di sé, una ricerca condotta nel 1998 ha messo in luce che un basso concetto di sé conduce alla vittimizzazione e che l’effetto di eventuali fattori di rischio è maggiore nei soggetti che hanno un basso concetto di sé e che si sentono inadeguati.

Ulteriori ricerche hanno indagato il concetto di sé in quei bambini e ragazzi che utilizzano condotte aggressive. E pare che questi mostrino un elevato concetto di sé, ma in realtà ciò non denota una buona immagine di sé, piuttosto un senso di narcisismo e un tentativo di sembrare ciò che non  si è. Nel caso dei bulli, per esempio, sembrerebbe che il comportamento prepotente da essi attuato sia efficace a fargli guadagnare potere, ammirazione e attenzione e, in questo modo, migliorare poi l’immagine di sé (Marsh e all, 2001).

 

Autostima e bullismo

Pare che anche il valore e la stima che attribuiamo a noi stessi possano in qualche modo avere un suo peso nei fenomeni di bullismo. Ma relativamente alla relazione tra autostima e bullismo, i dati forniti dalla letteratura appaiono in parte contraddittori.

La maggior parte degli studi condotti nel settore si trova concorde nel sostenere che i bambini vittime di bullismo soffrono di scarsa autostima, hanno un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze (Menesini, 2000).

Capita infatti molto spesso che i bambini tiranneggiati dai compagni mettano in dubbio il proprio valore, precipitando in stati di ansia e frustrazione.

Essi talvolta diventano anche un obiettivo di attrazione per il bullo, in quanto non sanno come affrontarlo. Tendono a vedere sconfitte temporanee come permanenti e molto frequentemente accade che qualcun altro (psicologicamente più forte) prenda su di loro il sopravvento.

A differenza delle vittime, i bulli appaiono spesso caratterizzati da un’alta autostima. Sembrano molto ottimisti, e riescono quindi a gestire molto più facilmente i conflitti e le pressioni negative, ed è per questo motivo che riescono facilmente a coinvolgere dei seguaci nelle loro azioni di prepotenza (Menesini, 2000).

Una ricerca di Salmivalli del 1999 ha indagato l’autostima a 14 e 15 anni e i risultati hanno evidenziato che i bulli hanno un’autostima più alta della media, combinata a narcisismo e manie di grandezza.

Un ulteriore studio condotto da Caravita e Di Blasio ha evidenziato che i bulli sono solitamente dei soggetti popolari, e ciò ha portato le autrici a ipotizzare che la popolarità potrebbe condurre ad un innalzamento dell’autostima e all’adozione di condotte aggressive, in quanto il soggetto non avrebbe alcun timore di confrontarsi o di essere sanzionato dal gruppo di pari (Caravita, Di Balsio, 2009).

Comunque questi dati sono stati più volte smentiti, in quanto il fatto che i bulli percepiscono sé stessi come ben visti non vuol dire che essi realmente lo siano. Spesso accade che le persone che hanno un comportamento da bullo si mostrano come superiori e potenti, ma in realtà essi non pensano questo di sé stessi. Potrebbe accadere che i bulli usino il comportamento aggressivo solo al fine di spaventare gli altri bambini, e non perché vogliono essere rispettati (Randall, 1995).

Uno studio condotto su ragazzi di 12 e 13 anni ha messo in luce che in realtà i bulli non sono molto popolari, anche se sono sicuramente più popolari rispetto alle vittime (Salmivalli, 1996).

Luthar e McMahon (1996) pensano che la popolarità tra i pari sia collegata sia alla prosocialità che al comportamento aggressivo in adolescenza. I bambini aggressivi (bulli inclusi) tendono a sovrastimare le proprie competenze, e i bambini che sovrastimano la loro accettazione sociale sono spesso quelli più nominati dai loro pari come aggressivi.

I dati che supportano l’asserzione che i bulli hanno una positiva percezione di sé, ritengono che essa è spesso inconsistente. Per esempio Salmivalli (1998) ha trovato nei bulli un’alta autostima per quanto riguarda le relazioni interpersonali e l’attrazione fisica, ed una bassa autostima per quanto riguarda l’ambito scolastico, quello familiare, quello del comportamento e quello delle emozioni (Salmivalli, 2001). È ciò che si verifica ad esempio quando il bullo è grande e forte ma colleziona continui insuccessi scolastici (Oliverio Ferraris, 2006). Dal medesimo studio è emerso anche che le vittime hanno bassi punteggi in quasi tutti gli aspetti dell’autostima. Vi sono comunque soggetti vittimizzati che hanno dimostrato di possedere una buona stima di sé, soprattutto in ambito familiare.

Un ulteriore studio ha investigato due ipotesi: un’alta autostima porta i bambini a mettere in atto pensieri antisociali (ipotesi dell’attivazione); un’alta autostima porta i bambini a razionalizzare le condotte antisociali nei loro confronti (ipotesi della razionalizzazione). I risultati supportano pienamente la seconda ipotesi, e solo in parte la prima. Ciò appare da un lato positivo, in quanto emerge che quei bambini che presentano un’alta autostima, pur non essendo molto popolari, riescono bene a razionalizzare le condotte antisociali. D’altro canto però, per quei bambini che hanno una tendenza verso l’aggressività, l’avere un’alta autostima potrebbe presentare un problema, in quanto contribuirebbe ad aumentare le loro condotte antisociali (Corby, Hodges, Menon, Perry, Tobin, 2007).

Ciò comunque non sempre è vero. L’avere un’alta autostima in preadolescenza gioca un ruolo molto limitato nello sviluppo di comportamenti violenti in età adulta (Boden, Fergusson, Horwood, 2007).

Una ricerca condotta da Marsh nel 2001 ha messo in luce che i fattori di aggressività scolastica e quelli di vittimizzazione sono associati a tre componenti del sé: autostima generale, relazioni con lo stesso sesso e relazioni con l’altro sesso. Più nel dettaglio, la vittimizzazione correla negativamente con il concetto di sé ed ha effetti negativi sullo sviluppo dell’autostima. Per quanto riguarda l’aggressività, essa correla ugualmente in modo negativo con il concetto di sé, e ha pochi effetti positivi sullo sviluppo dell’autostima. Un basso concetto di sé può quindi condurre a un comportamento aggressivo e alla vittimizzazione, e può successivamente avere conseguenze sullo sviluppo dell’autostima. Tali esiti sono indipendenti dagli effetti di genere (Marsh et al. 2001).

 

 

Conclusioni

In conclusione, le ricerche sono concordi nel sostenere che l’essere vittima di bullismo correla con la bassa autostima e potrebbe condurre ad un ulteriore declino della stima di sé nel bambino.

Meno chiaro è il ruolo che gioca l’autostima nel comportamento antisociale del bullo. Le correlazioni emerse dalle varie ricerche tra autostima e comportamento aggressivo sono poco concordanti.

Forse andrebbe analizzata l’autostima in tutte le sue componenti, e non solo in quei contesti relativi all’ambiente scolastico e al rapporto tra i pari. Potrebbe essere utile considerare l’autostima legata all’ambiente familiare, all’aspetto estetico e alle emozioni,  ma sono poche le ricerche che finora lo hanno fatto.

L’autostima del bullo resta tuttora un costrutto che andrebbe esaminato più a fondo al fine di poter prevenire qualsiasi comportamento antisociale, ma soprattutto per separare le cause dalle conseguenze.

 

Last Summer (2014): l’ultima estate di Naomi e Ken – Recensione del film

Last summer, opera prima di Leonardo Guerra Seragnoli (2014), offre un racconto prezioso e poetico delle trame sottili di una relazione che, in fondo, appare semplice e istintiva: quella tra una madre, Naomi, e il figlio, Ken.

 

E’ possibile rafforzare un legame alle soglie di un addio?

Last summer, opera prima di Leonardo Guerra Seragnoli (2014), offre un racconto prezioso e poetico delle trame sottili di una relazione che, in fondo, appare semplice e istintiva: quella tra una madre, Naomi, e il figlio, Ken. Naomi (Rinko Kikuchi) è una giovane donna giapponese, che si trova ad affrontare una situazione paradossale: ha quattro giorni di tempo da trascorrere con suo figlio Ken di 6 anni, poi non potrà più vederlo per  11 anni. Ha perso la sua custodia a seguito del divorzio e dovrà trovare un modo per recuperare il legame spezzato trascorrendo con lui questi ultimi giorni, costretti sullo yacht del facoltoso padre di Ken e sotto l’ostile sorveglianza dell’equipaggio.

Del loro passato intuiamo una storia di conflitti, ferite e molti errori, ma non sappiamo molto di più. Naomi non vede Ken già da un po’ perché si è allontanata da lui e ha solo quattro giorni per ritrovare il loro legame, prima di affrontare la nuova separazione che li aspetta.

L’impresa appare da subito impossibile: la quiete, l’ordine e l’eleganza della barca su cui si gira l’intera pellicola, sono trappole suadenti che scoraggiano ogni tentativo di cambiamento. Ken appare un bambino sereno, intelligente, affettuoso e fiducioso verso l’equipaggio che è lì per proteggerlo. Gioca con la babysitter, si addormenta autonomamente, mangia con gusto, nuota senza paura dell’acqua alta, appare fin troppo educato e sicuro di sé. Esplora la barca con aria spavalda e indifferente alla presenza della madre.  Non sembra ascoltarla, non risponde alle sue domande e si allontana subito quando lei mostra di pretendere le sue attenzioni.

Solo quando incontra distrattamente lo sguardo di Naomi, la sua sicurezza inizia però a vacillare, il suo volto si fa cupo, i suoi comportamenti rigidi e stereotipati, forzatamente cerca gioco e distrazioni per riguadagnare in pochi attimi la spensieratezza perduta.

Naomi lo osserva molto, aspettando un varco in cui entrare, e oscilla silenziosamente tra rabbia e tristezza.

Il tempo è davvero poco e il controllo intrusivo dell’equipaggio ostacola la possibilità di ricreare un contatto autentico con suo figlio. L’equilibrio raggiunto è difficile da abbandonare e la barca ormeggiata vicino alla costa senza possibilità di navigare in mare aperto offre tutto sommato un rifugio sicuro a Ken.

E’ davvero necessario creare disordine? E’ davvero utile e importante riparare un legame che per Ken è stato fonte di dolore e sofferenza? I suoi dubbi sono i nostri, da spettatori  sembrerebbe facile e giusto rinunciare.

Ma Naomi è una madre e guarda più lontano. Guarda il mare immenso e improvvisamente l’orizzonte fuori da quella barca le offre nuove energie. Trema al ricordo degli errori commessi, ma sceglie con delicatezza e pazienza di tenere saldo il suo obiettivo: sa che recuperare quel legame sarà utile a Ken per crescere senza di lei e l’istinto di accudire e proteggere le permette di cambiare prospettiva. Non vuole lasciarlo di nuovo solo e pieno di rabbia e non si arrende di fronte al dolore del suo rifiuto.

Decide di andare avanti e riparare al danno fatto. Non sbaglierà di nuovo.

La danza dell’attaccamento ha così inizio, tra la ricerca di vicinanza di Naomi e i rifiuti di Ken. Il ritmo si fa via via più armonico, i silenzi vengono rotti da qualche sorriso, l’indifferenza di Ken diventa lentamente curiosità, i loro sguardi si cercano più spesso, lo spazio che li separa sempre meno ampio.

A poco a poco i comportamenti rigidi di Ken si fanno più morbidi e sinuosi, la sua impeccabile educazione viene macchiata dalla naturale disobbedienza di un bambino della sua età. L’ostentata sicurezza lascia spazio alla gioia che esplode all’improvviso e al pianto che accompagna i suoi ricordi.

Non è più necessario tenere sotto controllo le emozioni, Naomi è in grado di accoglierle senza aver paura e Ken può esplorare la loro relazione con una fiducia ritrovata, solida e profonda, che resterà dentro di lui e lo accompagnerà per sempre.

La scrittura della storia segue i silenzi e la lentezza del loro riavvicinamento con rispetto e sospensione, offrendo forse grazie al contatto con l’oriente, una soluzione magica ad un dolore che immaginiamo immenso. Ma in quella maschera tradizionale ricamata e lasciata in dono da Naomi, oltre alla magia, c’è la sicurezza indissolubile del loro legame di attaccamento: quella maschera non potrà garantire a Ken protezione assoluta dai pericoli del mare aperto, ma gli offrirà una solida base interiore per affrontarli con la fiducia e la forza necessari a navigare il futuro, comunque esso sia, con pienezza e vitalità.

 

LAST SUMMER: IL TRAILER DEL FILM

Il testimonial nel kid marketing: chi è e che funzione svolge

Le pubblicità rivolte ai più piccoli sono create ad hoc per impattare con forza sulla mente dei più piccoli e spingerli alla richiesta assillante dell’oggetto promosso dallo spot. Una delle strategie di Child Marketing sapientemente impiegate dai pubblicitari per persuadere i bambini è l’utilizzo dei testimonial.

Introduzione

Negli ultimi anni, il bambino sta diventando il perno centrale di un sistema di marketing completamente orientato su di lui. I bambini sono infatti il target privilegiato dei pubblicitari (Metastasio, 2007). Non solo partecipano in maniera sempre più attiva alle decisioni di consumo attraverso la diretta possibilità di spendere, ma sono considerati i maggiori influenzatori degli acquisti degli adulti (Mc Neal, 1992).

Per questa ragione le pubblicità rivolte ai più piccoli sono create ad hoc per impattare con forza sulla mente dei più piccoli e spingerli alla richiesta assillante dell’oggetto promosso dallo spot. Una delle strategie di Child Marketing sapientemente impiegate dai pubblicitari per persuadere i bambini è l’utilizzo dei testimonial. L’idea è che, le sensazioni positive evocate dal testimonial, l’aurea benigna che lo circonda possano poi essere “trasferite” al prodotto seguendo un “effetto spill over”, un condizionamento valutativo (Cortini, 2005).
Specialmente nelle pubblicità per bambini il ruolo psicologico del testimonial può giocare in maniera determinante.

 

Chi sono i testimonial delle pubblicità per bambini?

Fino ai dieci anni i personaggi-testimonial più efficaci sono soprattutto bambini ideali, cartoni animati, pupazzi, mentre dopo i dieci anni, avvicinandosi alla fase pre-adolescenziale, gli endorser più apprezzati sono celebrità mass-mediatiche di ogni genere, come cantanti, musicisti, sportivi, attori.

In particolare, il testimonial può essere:
1. un bambino ideale, ovvero un coetaneo solo un po’ più “perfetto” del bambino spettatore, in modo da sollecitare una forte identificazione e di conseguenza aumentare il coinvolgimento con lo spot;
2. un personaggio popolare che garantisce la riconoscibilità immediata del personaggio e la credibilità che lo distingue, in quanto già conosciuto e ammirato dai bambini.

Un tipico esempio è quello del brand dei biscotti Ringo che ha legato la propria immagine a quella di Stephan El Shaarawy, campione sportivo del calcio italiano amatissimo dalle nuove generazioni.
Non è raro che si utilizzino personaggi del mondo sportivo come testimonial di prodotti dolciari come snack e merendine; l’obiettivo è, non solo quello di favorire l’associazione positiva prodotto-testimonial, ma anche quello di riuscire ad associare al junkfood l’idea del sano, dell’energia, dell’essere salutare, a cui rimanda il mondo dello sport.
3. un protagonista dei cartoni animati. I personaggi dei cartoni animati hanno una potenzialità persuasiva straordinaria; godono di una forte riconoscibilità e il loro status di personaggi immaginari fa percepire le loro affermazioni come assolutamente disinteressate e quindi più credibili e affidabili.

 

Qual’è la funzione del testimonial?

L’utilizzo del testimonial cartone animato è una strategia diffusissima ed è resa possibile dai vari accordi e iniziative di marketing  partnership che permettono di utilizzare l’immagine dei personaggi più amati dai bambini e riproporla su qualsiasi prodotto.
Il bambino, essendo attratto dal personaggio-idolo, desidera e richiede tutti i prodotti che lo raffigurano, che siano connessi o meno al settore infanzia, come nel caso del maialino Peppa del cartone animato “Peppa Pig” (puggelli, 2002).

Talvolta i testimonial vengono creati ad hoc per il prodotto o il brand e sono pertanto facilmente riconoscibili e unici. Un classico è la mucca viola del cioccolato “Milka” ma anche Muumuu, la mucca con le macchie del budino “Cameo” o Coco la scimmia testimonial dei cereali“Cocopops”.
In questi casi identificare univocamente testimonial, spot, e prodotto crea un circolo virtuoso in cui l’affezione ed il goodwill verso uno solo di questi elementi si trasmette anche agli altri due.

Secondo Lombardi (2000) i testimonial possiedono delle particolari funzioni emotive, ed è possibile classificarli sulla base delle azioni che evocano e i valori a cui fanno riferimento:

– “Personaggio mamma”: le azioni evocate sono rassicurare, proteggere, guidare, e i valori sono quelli di sicurezza, affiliazione, amore. In questo caso si utilizzano le figure dei genitori, o figure animalesche come mucche e ippopotami; queste sono particolarmente efficaci sui più piccoli, perché rispondono al bisogno di protezione materno;

– “Personaggio compagno di gioco”: il fine in questo caso è il divertimento, l’intrattenimento; si richiamano le dimensioni del gioco, dell’avventura. Le figure più utilizzate sono i personaggi animati. I bambini sviluppano un senso di complicità con il personaggio e quindi poi con il prodotto.

– “Personaggio fratello maggiore” che ha il compito di aiutare a crescere, di insegnare, di incoraggiare. I valori evocati sono quelli della performance, del successo; in questo caso i personaggi testimonial sono esempi da imitare.

 

L’inconscio – Ciottoli di Psicopatologia Generale

L’inconscio è il trascendente dentro di noi. Fa parte di noi ma è diverso, talvolta opposto, sconfinato e mai del tutto esplorato. L’inconscio moltiplica le nostre potenzialità perché  è tutto quello che non siamo in realtà, tutto quello che avremo potuto essere e non siamo stati.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE (RUBRICA) – LEGGI L’INTRODUZIONE

 

Inconscio e transcendenza

Uno dei concetti portanti della psicoanalisi è l’inconscio cui si deve, credo, gran parte del successo del medico viennese e dei suoi seguaci. Uno dei libri più straordinari che ho letto sulla psicoanalisi è appunto ‘La scoperta dell’inconscio‘ di Ellemberger, due volumi di Boringhieri che si divorano come un giallo.  Il sottosuolo, come lo chiamava un mio paziente, affascina ed incuriosisce perché è avvolto nel mistero e fa l’effetto di quelle trasmissioni che proliferano su tutti i canali promettendo rivelazioni ai confini della conoscenza(‘Mistero‘ di Roberto Giacobbo ne è il prototipo).

Questo interesse verso l’ignoto non è figlio della curiosità scientifica, di cui infatti non adotta il metodo, ma piuttosto il figlio orfano di Dio. Con la morte di quest’ultimo per mano dell’illuminismo (perlomeno in gran parte del mondo occidentale) e il fallimento storico delle grandi ideologie totalitarie del ‘900 il bisogno di trascendenza e di assoluto è rimasto senza fissa dimora, ma non i problemi cui cercava di rispondere.

Possibile che siamo destinati ad essere consapevoli di morire e veder morire i nostri cuccioli attraversando una vita senza senso? Chi può averci giocato uno scherzo simile? Che sia Dio, il progetto intelligente o il caso evoluzionistico è un vissuto cui pochi sembrano rassegnarsi. Allora che fare? Le molteplici soluzioni private sono state nella linea del fanatismo religioso per piccole sette o per particolari aspetti dell’esistenza (il fisico, la salute, la bellezza, il vigore fisico, l’alimentazione, lo sport o la stessa cultura) ma solo parzialmente soddisfacenti quando non ridicole.

Tornando al nostro tema, penso che l’inconscio abbia successo perché è il trascendente dentro di noi. Fa parte di noi ma è diverso, talvolta opposto, sconfinato e mai del tutto esplorato. L’inconscio moltiplica le nostre potenzialità perché  è tutto quello che non siamo in realtà, tutto quello che avremo potuto essere e non siamo stati.

 

 

L’inconscio nel lavoro clinico

Nel lavoro clinico, poi, l’inconscio è una vera e propria benedizione: tutto ciò che non è altrimenti spiegabile dal modello di funzionamento della mente è attribuito a lui e basta alla fine includere l’inconscio stesso nel modello che questo diventa omniesplicativo. Quando un modello del funzionamento mentale include l’inconscio riesce a spiegare qualsiasi comportamento, tutto e l’incontrario di tutto. Si raggiunge quella che Mario Rossi Monti chiama la conoscenza totale e che, però, nella tradizione psicopatologica assume il nome di delirio.

La conoscenza totale è esperienza affascinante e seduttiva al punto che Adamo ed Eva ci si giocarono un posto invidiabile. Nei momenti di smarrimento e confusione sia personali (pubertà, adolescenza, invecchiamento o drastiche fasi di passaggio della vita: lutti, fallimenti, disastri) che collettivi (crisi economiche, guerre, ecc) la sua attrattiva diventa irresistibile. Fu esattamente ciò che successe a me quando a 16 anni incontrai i meravigliosi libri di Freud. Amore a prima vista per una teoria che spiegava la sofferenza mentale ma anche l’organizzazione sociale, le grandi opere d’arte, la religione, le dimenticanze e i motti di spirito. Nulla restava fuori, tutto era una magnifica conferma. Furono necessari altri dieci anni, un overdose quasi mortale di psicoanalisi e l’incontro con i libri di Popper per  capire che una teoria che tutto spiega e non esclude nulla, non predice niente e tanto valeva rimanere attaccati alla fede.

Per questo fuggii dal mondo psicoanalitico per rifugiarmi nel razionalismo cognitivista in ciò assecondando le difese e le rigidità con cui ho imparato a cavarmela in questa vita. Ora, a distanza di tanti anni, si riscopre a partire da una impostazione rigorosamente scientifica ( Pankepp, Porges, Van dei Kolt) l’importanza di quel mondo sottocorticale che volevo ignorare e, orrore, persino del corpo che con le sue memorie implicite ha ragioni che la ragione non conosce.

Nuove tecniche di provata efficacia ( EMDR, Mindfullness) assediano noi fanatici del disputing e della ristrutturazione cognitiva da cui tutto a cascata ci piacerebbe seguisse. Più è presente la minaccia più ci si irrigidisce nelle proprie posizioni. Mi fa sorridere quando durante i corsi, nella foga del discorso, a me o a qualche collega scappa la parola inconscio o controtrasfert e subito verrebbe da scusarsi aggiungendo ‘con rispetto parlando‘ come facevano i nonni citando parti del corpo o funzioni dello stesso normalmente non esibite.

 

 

L’importanza di rivalutare il concetto di inconscio

Credo che sia utile una rivalutazione del concetto di inconscio a partire da una sua ridefinizione. Attenzione! Non è che in ambito cognitivista non ci sia stata una riflessione in merito, ma ritengo si possa fare di più e di meglio ed a questo questo ciottolo invita, perché è certo che abbiamo degli stati mentali evidentissimi agli altri che talvolta guidano il nostro comportamento di cui però non siamo consapevoli.

Da un lato si è riconosciuto che esistono una serie di memorie procedurali dove è registrato come si fanno le cose e che utilizziamo senza rendercene conto. Ma fin qui è un ovvietà che tutta una serie di processi, o la maggior parte, della nostra mente avvengano senza che ce ne accorgiamo e prendiamo atto solo del risultato finale.

Dall’altro c’è quello che Freud chiamava il preconscio, ovvero contenuti  potenzialmente accessibili sui quali non è momentaneamente posta l’attenzione ma che, senza grande sforzo possiamo focalizzare. Si tratta più o meno del dialogo interno di Ellis e dei pensieri automatici di Beck. Niente di sconvolgente da mettere in discussione  il modello della consapevolezza pervasiva.

Manca all’appello delle truppe freudiane l’inconscio rimosso il cui famoso ritorno ho sempre vageggiato  come un assedio  da parte degli zombies stile ‘The walking dead‘. Credevo che l’inconscio rimosso fosse più o meno quegli aspetti di me stesso (pensieri, desideri, emozioni) che non mi piacciono molto e tendo a non esibire e persino a nascondere a me stesso.

Però mi viene in mente un obiezione: ma se sono inconsci come faccio a dire che non mi piacciono e misconoscerli? Diciamo che so benissimo di averli ma non mi piace averli sempre davanti focalizzandoci l’attenzione (ad esempio quegli eventi esistenziali di cui non andate fieri o vi fanno proprio vergognare, li tenete in disparte ma sono accessibilissimi). Il  problema della necessita di consapevolezza valutativa sui contenuti che saranno rimossi è  presente pure per gli psicoanalisti e sfuma il concetto stesso di inconscio rimosso che appare una caratteristica mutevole nel tempo. Come se: prima si conosce e poi si rimuove, mentre in terapia si fa il percorso inverso e il rimosso torna ad essere consapevole. Ma se lo scopo della terapia è rendere conscio l’inconscio, una terapia che fosse davvero conclusa genererebbe un uomo senza più l’inconscio? Quell’uomo cognitivista tutto corteccia, razionalità e consapevolezza cui aspiro?

Sono del parere che se ne minimizzi la portata a ridurlo a ciò di cui mi vergogno con gli altri e con me stesso e la terapia ad un impietoso confessionale. Mi capita, invece, di recente di vedere altri (più facile) e me stesso (più difficile) agire in modo assolutamente coerente e spiegabile secondo un piano che tuttavia non riconoscono come proprio e non possono farlo perché non è un po’ diverso ma totalmente altro dal loro abituale modo di essere in cui sono le premesse stesse a mutare.

Il fenomeno clinico che più vi somiglia, ma qui non siamo in ambito patologico, è la dissociazione fino all’estremo delle personalità multiple come se convivessero nella stessa persona scopi terminali e piani esistenziali differenti che non comunicano tra loro  e si manifestano  in modo discontinuo. Proprio in quanto reciprocamente escludentisi non generano conflitti. Quando talvolta si presentano insieme il vissuto non è quello di scontro o lotta interna ma, piuttosto di incomprensibilità, di sorpresa. Da un punto di vista speculativo i concetti che più mi richiama sono due.

Il primo quello kelliano di polo sommerso di un costrutto centrale dell’identità. Attenzione, mentre il polo negativo è l’opposto del polo e, per quanto sgradito, è ben costruito nella sua negatività, il polo sommerso è indefinito, misterioso, una sorta di day after senza un preciso skyline. Proprio per essere totalmente ignoto è temuto più di un qualsiasi polo negativo  perché priverebbe la persona di qualsiasi prevedibilità su di sé.

Il secondo è il concetto junghiano di inconscio collettivo e in particolare di Ombra. L’ombra junghiana è intesa in molti sensi. In  modo riduttivo come Ombra personale molto simile all’inconscio rimosso di cui sopra oppure come funzioni e atteggiamenti non sviluppati nell’ottica dialettica dicotomica che risale a tipi psicologici. In modo più ampio e sovrapersonale (collettivo) come archetipo dell’alterità. Provo a tradurlo in un linguaggio per me più chiaro e utilizzabile.

Immaginiamo che potenzialmente l’essere umano sia  il risultato dell’evoluzione della specie e nulla gli sia estraneo. In lui c’è il massimo della potenzialità angelica e demoniaca allo stesso tempo (per considerare solo una delle innumerevoli possibili dicotomie che molti archetipi descrivono). Nel suo diventare persona (appunto etimologicamente maschera) si distacca dall’universale per diventare individuale. Ciò avviene in primo luogo rispetto alla sua famiglia e più in generale rispetto all’essere specie umana indifferenziata.

In questo processo privilegia alcuni modi di essere che lo caratterizzeranno e ne trascura altri. Con i primi si identificherà, saranno consapevolmente perseguiti e pilastri dell’identità. I secondi li condannerà o comunque proverà un naturale rifiuto ostile quando li scorgerà negli altri: forse in questo consiste l’antipatia viscerale. L’uomo nel diventare persona si distacca dalla specie cercando la sua strada unica ed originale. Ma la specie con la sua lunga storia è più saggia del singolo individuo.

Credo che il riattivarsi di tanto in tanto di scopi e piani esistenziali sorprendentemente inconciliabili con il piano dominante sia il modo con cui la saggezza antica della specie riequilibra la parzialità individuale. E’ una sorta di contrappeso che compensa le parzialità. Chissà  se  la sede dell’Io con la sua individualità e i suoi squilibri sia da collocare nei livelli superiori e recenti del cervello come la neo corteccia, mentre  il contrappeso riequilibratore non abbia a che fare con i sistemi arcaici  della base del cervello in quei sette sistemi  affettivi di base che promuovono la sopravvivenza individuale e della specie. Ai giovani il compito di approfondire il tema e indagarlo.

Se così, comunque, quando si manifesta uno di questi sorprendenti piani alternativi va ascoltato come un richiamo ad un maggiore equilibrio e integrato con quello dominante.

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Elogio della lentezza di Lamberto Maffei (2014) – Recensione

Ecco che l’era analogica, il tempo in cui gli uomini hanno comunicato con la parola a distanza ravvicinata, si confronta con l’era digitale, in cui il tempo è scandito dalla rapidità e dalla frammentarietà della vicinanza, virtuale, e del linguaggio informatico.

[blockquote style=”1″]In un mondo che corre vorticosamente, con logiche spesso incomprensibili, il problema della lentezza si affaccia alla mente con prepotenza, come una meta del pensiero.[/blockquote] Ecco che mi perdo nella lettura di piccoli caratteri a forma di lettere che compongono circolari la forma di una lumaca sulla copertina di questo interessante libro, che sfoglio e compro!

 

Il funzionamento cerebrale e le potenzialità del pensiero lento

Affascinata dalla proposta che un’eccessiva prevalenza dei meccanismi rapidi del pensiero (‘pensiero rapido’ o digitale) possa comportare soluzioni e comportamenti errati, Maffei invita a riconsiderare le potenzialità del ‘pensiero lento’ basato principalmente sul linguaggio e sulla scrittura.
Riportando i risultati di ricerche recenti, che indicano il ruolo basilare delle reti neurali nella costruzione delle funzioni cerebrali, e sottolineando il contributo della plasticità cerebrale nella facilità di apprendimento e adattamento all’ambiente si evidenzia come, in un mondo che cambia vorticosamente, il nostro cervello geneticamente sia programmato per costruirsi, invecchiare e morire lentamente.

Non esiste infatti un recettore del tempo nel nostro cervello (come per l’udito, la vista, il tatto), e il concetto di spazio dipende in parte da esso. Il tempo è un’intuizione: ognuno sa cosa sia, ma al cervello risulta difficile spiegarlo. Esistono sequenze temporali di eventi, che sono alla base del pensiero razionale e che fanno capo all’emisfero sinistro del cervello, che nei destrimani è l’emisfero linguistico. Ecco che il linguaggio, costituito da una sequenza di eventi vocali distribuiti nel tempo, è mediato da un sistema lento, conscio, influenzato sia dall’evoluzione biologica/cerebrale sia da quella culturale. La plasticità infatti è la proprietà del cervello di cambiare funzionamento e struttura in relazione all’esperienza: proprietà fondamentale per l’elaborazione di risposte complesse e adattive, meno utile per risposte rapide/ automatiche, funzionali alla sopravvivenza, ma non sotto il dominio della volontà.

Quanto detto fa eccezione per l’intuizione: una risposta cerebrale rapida, che assume la dignità di ‘pensiero’ e che è in diretta connessione con il pensiero lento. L’intuizione, infatti, senza la verifica logico-razionale del pensiero lento resta sogno, non si concretizza in qualcosa che può esser trasmesso.

 

L’era analogica del passato vs l’era digitale del presente

Ecco che l’era analogica, il tempo in cui gli uomini hanno comunicato con la parola a distanza ravvicinata, si confronta con l’era digitale, in cui il tempo è scandito dalla rapidità e dalla frammentarietà della vicinanza, virtuale, e del linguaggio informatico (es. il T9). Emerge un cambiamento: lo strumento digitale induce un tipo di pensiero diverso sia dalle risposte rapide di sopravvivenza sia dal pensiero intuitivo, che salta dall’immagine alla conclusione. Il pensiero digitale si fa strada, grazie alla plasticità, modificando funzioni e strutture cerebrali (ad esempio si inizia ad osservare un’alterazione del sistema motorio, per un preponderante uso del dito indice), ma esso è stato inventato dall’uomo e fa parte dello sviluppo delle conoscenze. La costruzione di un linguaggio comune, di un cervello globalizzato, ricerca principale della società dei consumi, può produrre un’involuzione cerebrale: la tendenza a rendere automatici alcuni circuiti incide sulla spinta al consumo.

Attenzione quindi a come educhiamo i bambini (nei quali la plasticità è massima!): sono più sensibili degli adulti al richiamo consumistico. Ecco svelato dall’autore un importante paradosso della società contemporanea: la ricerca della globalizzazione può produrre un’involuzione cerebrale! È davvero un traguardo per la civiltà? Un saggio consiglio: FESTINA LENTE (affrettati lentamente), un motto latino attribuito ad Augusto, da Svetonio.

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