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L’anoressia nella danza: il caso di Maria Francesca Garritano

Maria Francesca Garritano, ex ballerina alla Scala di Milano e autrice di “La verità, vi prego, sulla danza”, potrà tornare nel corpo di ballo dal quale era stata licenziata con accuse di diffamazione una delle accademie più rinomate a livello internazionale. La sentenza è stata stabilita dalla Cassazione che ha ritenuto ingiusta la “punizione” della direzione artistica nei confronti della ballerina.

La verità, vi prego, sulla danza mette sul piatto d’argento l’alta frequenza dei disturbi alimentari nelle allieve e nei professionisti, le pesanti umiliazioni e pressioni a modificare l’aspetto fisico per apparire sempre più vicini alla perfezione, la spinta ad oltrepassare i limiti, non importa a quale costo. Fenomeni senz’altro denunciati diverse volte, ma spesso soppressi o scambiati per fantasie prive di fondamento empirico. Tuttavia Maria Francesca Garritano non chiude un occhio e decide di farsi sentire all’improvviso, senza avvisare colleghi e superiori.

Una voce pagata a caro prezzo proprio perché, nel racconto, Maria Francesca Garritano tira in ballo la prestigiosa accademia per la quale lavora, che non è una qualsiasi ma l’Accademia del Teatro alla Scala, ricoprendola così di critiche amare, decisa una buona volta a ripulire lo sporco sotto il tappeto che comincia, a suo avviso, ad assumere dimensioni spropositate.

Successivamente alla pubblicazione, Mary Garret, come è stata soprannominata nel contesto artistico, riceve la notizia del licenziamento per aver messo in cattiva luce il buon nome dell’accademia che vanta riconoscimenti e prestigi internazionali, oltre ad aver “sfornato” rispettabili e illustri professionisti, tra cui Roberto Bolle, che si aggiudica uno dei primi posti nella classifica dei migliori ballerini non solo dell’Italia, ma addirittura del pianeta.

Le parole di Maria Francesca Garritano non esitano a suscitare un ventaglio di reazioni differenti: l’ex étoile Carla Fracci rilascia un’intervista in cui dichiara che una ballerina anoressica è incapace di danzare perché la fatica e l’impegno richiesto delle 8 ore giornaliere di allenamento sono insostenibili senza un’alimentazione adeguata, altri ballerini dell’accademia, al contrario, si dimostrano poco basiti di fronte alle rivelazioni della collega, appunto perché il fenomeno è sempre stato presente, ma il bicchiere è anche mezzo pieno, oltre che ad essere mezzo vuoto, e come non sono mai mancati casi simili, non sono mai mancati, d’altra parte, casi di colleghi che hanno condotto una vita artistico-professionale priva di psicopatologie o problemi psicofisici correlati all’esercizio della danza e al clima “organizzativo”. In sostanza, per alcuni di loro, è un evento che può capitare, ma non tutti reagiscono in quel senso. E qui verrebbe da chiedersi cosa fa la differenza.

Tuttavia, Mary Garret insiste nel dichiarare che alla Scala una ragazza su cinque soffre di anoressia, alcune di bulimia, molte non hanno più il menarca e patiscono una mole di problemi fisici che lei stessa ha affrontato, come dolori intestinali e fratture alle ossa attribuite alla danza. La donna continua il racconto illustrando le pesanti umiliazioni, gli insulti e gli scherni per “motivarla” a raggiungere la perfezione fisica, l’ideale estetico che, in un modo o nell’altro, nell’ambiente artistico, è spesso presente, anche se non sempre espresso, o meglio, affrontato apertamente.
Altri esempi, come il ricorso alla chirurgia estetica per ridurre il seno, sono veicolati per esprimere come, ancora una volta, le richieste siano esagerate ed opprimenti, ma soprattutto inevitabili.

Tralasciando i giudizi sulla veridicità e verosimiglianza del racconto della ballerina, è necessario riflettere sull’influenza di alcuni importanti fattori di rischio sollevati, come gli standard estetici rigidi e improntati su una perfezione irraggiungibile e le esasperate pressioni ambientali, sull’esacerbazione e mantenimento di notevoli psicopatologie, tra queste, in maggior frequenza, i disturbi della sfera alimentare e il dismorfismo corporeo, che manifestano la centralità dell’aspetto fisico nell’identità soggettiva e sottolineano un malessere allarmante che non deve essere inascoltato, soppresso o minimizzato.

Tra i fattori di rischio, però, non vanno considerati esclusivamente gli elementi ambientali appena discussi: non sono trascurabili i tratti di personalità improntati sulla ricerca ossessiva del perfezionismo, l’ipercritica, l’attribuzione interna/esterna, l’attività/passività, costruiti e sviluppati a partire dai legami primari di attaccamento e interagenti in modo complesso con l’ambiente circostante (Bara, 2005).
Rimane, ad ogni modo, fondamentale considerare la narrazione e l’attribuzione di significato personale agli eventi che, senz’altro possono essere supportati da un’alta frequenza di situazioni analoghe sperimentate in altri soggetti, ma dimostrano, ad ogni modo, una personale visione della realtà e di sé basata su una costruzione individuale (Guidano, 1992).

In altre parole è lecito chiedersi, fino a che punto il mondo della danza corrisponda realmente a questo ritratto e laddove una visione intrisa di fattori negativi possa riflettere una moltitudine di elementi che non si estendono solo ed esclusivamente all’ambiente esterno, ma anche, e soprattutto, alle parti di sé più intime e non riconosciute.
D’altra parte, però, le frequenti denunce dovrebbero porre una maggiore attenzione sull’effetto delle variabili contestuali, come gli standard estetici irrealistici e le continue pressioni ad innalzare il livello perseguite attraverso le denigrazioni e le umiliazioni, nella predisposizione allo sviluppo di varie psicopatologie.

Mamma uovo. La malattia spiegata a mio figlio (2015) – Recensione del libro

Il tema del libro è la difficoltà a dover comunicare la diagnosi inaspettata di una malattia tumorale: difficoltà perché a dover trovare le parole è una mamma che deve raccontare al figlio, ancora bambino, che non sta bene e che deve curarsi. E’ un cura per cui bisogna andare in ospedale, perché si tratta di una malattia particolare. 

 

Partiamo da una premessa: ci sono situazioni in cui nessuno di noi vorrebbe mai venirsi a trovare. E quando dico mai intendo proprio mai. Possiamo sicuramente considerare l’ammalarsi di una patologia tumorale una di queste situazioni. L’ho detto, non era il caso di girarci troppo intorno. Cosa può esserci di ancora più difficile? Doverne parlare. Su questo argomento, che molto mi sta a cuore, avevo, in passato scritto un’altra recensione, quella del romanzo di Tutto bene, signora. Anche lì uno dei temi portanti del racconto era una diagnosi inaspettata e la difficoltà di comunicare, di trovare le parole per condividere.

Stavolta le cose si fanno, se possibile, ancora più complesse, molto di più: perché a dover trovare le parole è una mamma, che deve raccontare al figlio, che è ancora un bambino, che la mamma non sta bene e che deve curarsi. E’ un cura per cui bisogna andare in ospedale, perché si tratta di una malattia particolare. Anche la cura è particolare. Capita che, dopo essere stata in ospedale, la mamma si senta peggio. E le cadono i capelli. Come è possibile?

Di tutte le situazioni possibili, quelle di dover spiegare a un bambino quello che succede è senz’altro un’enorme sfida. Ma queste cose possono accadere. Spesso gli adulti, addolorati per quanto succede, preferiscono tacere. Pensano, forse, che il bambino non capisca, che è meglio che non sappia, che il silenzio sia una forma di protezione.

Purtroppo, però, non basta non parlare per far finta che non sia succedendo niente. Al contrario, il silenzio può rendere le cose ancora più difficili per il bambino che non sa bene cosa sta succedendo, però vede gli adulti preoccupati, la mamma che non sta bene e non sa spiegarsi il perché.

Ma come si fa a spiegare ad un bimbo, magari al proprio figlio, una realtà così dura? E’ la domanda cui hanno cercato di rispondere gli autori di questo libro, che è un libro a misura di bambino, con tanto di (belle) illustrazioni del fumettista Sergio Staino. Gli autori sanno bene di cosa stanno parlando: sono un medico ematologo e due psiconcologhe, che lavorano presso il  reparto di Ematologia Oncologica dell’Istituto Nazionale Tumori di Napoli ‘G. Pascale’, e che hanno realizzato questo racconto per accompagnare il bambino nella sua esperienza, con dolcezza e rispetto per i suoi sentimenti e le sue paure.

Al piccolo protagonista viene spiegato che la mamma ha una malattia; lui la chiama ‘la malattia della mamma‘. La mamma gli dice che anche la mamma del suo amico Luca ha avuto la stessa malattia, ma ora è guarita. Così il nostro protagonista parla con Luca, che gli spiega che nel corpo  della mamma ci sono ‘cellule buone e cattive’, e che le cellule buone hanno bisogno di aiuto. Siccome le cellule cattive sono molto furbe, si nascondono vicino a quelle buone, così capita che anche quelle buone vengono colpite dalla cura. E’ per questo che la mamma è stanca e le cadono i capelli.

Come dice Luca:

La prima volta che l’ho vista senza capelli mi sono sentito strano. Guardandola bene la mamma aveva sempre la stessa faccia, ma un po’ più buffa. La sua testa sembrava proprio un uovo. – Ma poi aggiunge: Sei tanto bella anche così!

Di certo non basta un libro con illustrazioni per affrontare una situazione come questa. Però aiuta. Aiuta gli adulti e i bambini a confrontarsi su una realtà in cui nessuno vorrebbe mai trovarsi, ma in cui qualcuno, purtroppo, si trova. Aiuta a il bambino a sentirsi meno spaventato, meno solo e aiuta anche l’adulto che, forse, si sente un po’ più leggero. Perché, come viene detto all’inizio del libro citando Chesterton:

Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere.

 

Metamorfosi della maternità nel cinema horror: evoluzioni e mutamenti dagli anni Sessanta ad oggi

Cosa ha a che fare il tema della maternità con il genere cinematografico dell’orrore? Apparentemente nulla. Tuttavia, i due elementi ci consentono di scoprire ed esplorare un interessante gioco di specchi psico-sociali e culturali, nell’evoluzione ideologica e clinica dell’essere madre dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

 

Cosa ha a che fare il tema della maternità con il genere cinematografico dell’orrore? Apparentemente nulla.

I due elementi in questione potrebbero apparirci distanti, se non addirittura antitetici: da una parte l’amore e la generatività vitale, dall’altra una morbosa e forse un po’ masochista velleità di un certo tipo di pubblico di essere terrorizzato, attraverso svariate declinazioni di morte e ignoto. Tuttavia, andare oltre questa prima impressione ci consente di scoprire ed esplorare un interessante gioco di specchi psico-sociali e culturali, nell’evoluzione ideologica e clinica dell’essere madre dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

 

Horror e maternità: Rosemary’s Baby

E’ nel 1968, con l’adattamento cinematografico del romanzo di Ira Levin ‘Rosemary’s Baby‘, che il genere horror si è indissolubilmente annodato al tema della nascita e della maternità.

Nel noto film di Polanski, dopo un concepimento rituale e orgiastico dai toni onirici e schnitzleriani, l’incantevole protagonista (Mia Farrow) porta a termine una gravidanza alquanto misteriosa. Ostaggio di una setta, venduta dal marito al demonio come fattrice in cambio di una brillante carriera di attore nella competitiva New York degli anni Sessanta, Rosemary si arrende a un amore materno privo di confini, che sfugge alla logica dicotomica morale di bene e male, finendo per soverchiarla: il mostruoso invasore, sconosciuto e ameno che la avvelena dalle fondamenta più viscerali, minacciando la sua stessa esistenza, si rivela comunque meritevole del suo amore. Molteplici interpretazioni e ipotesi della critica hanno voluto leggere in ‘Rosemary Baby‘ un’arguta e metaforica denuncia alle istituzioni di matrimonio e famiglia, in linea con il fervore dei moti femministi del tempo.

L’osservazione che a oggi si può muovere, utile a formulare paragoni tra il prima e il dopo di uno dei generi cinematografici più amati, nonché stimolante riflessioni di carattere psico-sociale in senso lato, è l’idealizzazione cieca della maternità. La madre prototipica di ‘Rosemary Baby‘, è un essere angelico, capace di amare il figlio anche qualora da ospite si faccia crudele invasore, mettendo in scena una mitizzazione dell’accudimento che va oltre l’amor proprio, il narcisismo, il desiderio e l’etica del bene sociale, rivelando, seppur in sottofondo un retaggio cattolico e perbenista.

 

Rosemary’s baby (1968) Trailer:

 

 

Diversità e colpevolizzazione della madre

Un altro tema che la cronologia hollywoodiana dell’horror ha implicitamente sviluppato è quello della colpevolizzazione materna per la diversità del proprio figlio conclamata come nefasta e malefica, pienamente in linea con la stigmatizzazione clinica della maternità operata in passato da alcune autori di psichiatria e psicoanalisi come Kanner, Sullivan, Bettelheim, Reichmann, intenzionati a trovare un nesso causale ad alcune forme psicopatologiche ancora insondabili persino a livello di vulnerabilità genotipica.

Da ‘Carrie‘ (De Palma, 1976), all’ ‘Esorcista‘ (Friedkin, 1973), fino al thriller psicologico ‘Psycho‘ (Hitchcock, 1960), il cinema del brivido ha messo in tensione e rieditato il dramma di una responsabilizzazione materna strutturale, cancellando strategicamente dall’intreccio di trama la figura paterna. Chi può essere imprescindibilmente colpevole della condizione demoniaca (o demonizzata) di un frutto se non la pianta che lo ha generato, specie se in assenza di altri fattori?

 

 

Maternità e Horror ai giorni nostri

Quello a cui possiamo assistere ai giorni nostri, sgranocchiando pop-corn dinnanzi agli enormi schermi dei multisala, sono ulteriori ed interessanti variazioni orrorifiche del tema della maternità.

Nel 2013 Guillermo del Toro porta sul grande schermo una creatura ancestrale, dal nome archetipico ‘La Madre‘, nel riverbero di echi non solo Junghiani, ma anche Freudiani, che rimandano al  Das-ding, ‘La cosa‘.

Sebbene la Madre non appartenga in modo definito né al mondo dei vivi, né al mondo dei morti ed il suo corpo si giochi a livello di immagine tra la consistenza dell’osso nudo e quella del fumo, al di là dei confini del sonno e della veglia, del dentro e del fuori, essa diviene metafora di una pulsione simbiotica che ingloba e mortifica la vita.

Nella narrazione, Madre si trova a proteggere e nutrire due bambine smarrite nella foresta, salvandole dalla violenza paterna. Così inizia il legame materno istituitosi tra le bambine e l’entità mostruosa, che non riverbera di alcuna tensione biologica; il nucleo di questa maternità è piuttosto, in termini Lacaniani, il brusio di una langue cantata, una ninna nanna ipnotica che porta le piccole a regredire e dimenticare il linguaggio parlato, a sospendere il tempo e gli anni che passano lungi dal resto del mondo. E’ messo abilmente in scena un accudimento istintivo, fatto di completezza simbiotica e primordiale, ostile a qualsiasi tipo di civilizzazione. In termini cari alla psicoanalisi lacaniana potremmo tradurre come godimento assoluto, un abbraccio troppo stretto che mortifica la soggettivazione della vita rifiutando la mancanza e la separazione, il taglio della civiltà e della cultura.

 

La madre (2013) Trailer:

Non a caso Madre torna a reclamare gelosamente le sue bambine una volta salvate e affidate a nuovi genitori, vietando loro di camminare in posizione eretta o di portare gli occhiali.

 

E se ‘La Madre‘ non fosse un’entità sovrannaturale che infesta una foresta innevata, ma abitasse inconsciamente e sottoforma di un primordiale istinto una donna come tante altre, con un mestiere come tante altre, in una casa come tante altre, con un bambino come tanti altri?

In tal caso staremmo vedendo un altro film: Babadook, di Jennifer Kent (2014).

Amelia, un’infermiera rimasta vedova, è mamma del piccolo Samuel, un bambino esternalizzante e poco inserito nel contesto dei pari.

Il caso porta tra le loro mani un misterioso libro per l’infanzia con protagonista il perfido mago Babadook, che terrorizza il piccolo Samuel al punto di sconvolgere il loro fragile equilibrio diadico. I muri della loro casa sono valicati metaforicamente e fisicamente: il bambino non riesce più nemmeno a dormire da solo per la paura e la privacy di Amelia, così come ogni possibile altrove materno, decadono in un precipizio melanconico. Sempre più nervosa, isolata ed impossibilitata a gestire il terrore del figlio, un lavoro stressante e il giudizio delle altre madri, la donna inizia a dare segni di squilibrio, passando dall’allucinosi alla violenza, fino ad una terribile ma salvifica scoperta: essere Babadook, essere l’uomo nero intenzionato ad uccidere il proprio bambino.

Conoscere l’istinto mortifero insito nella maternità stessa, porta Amelia a salvare se stessa e il figlio, al prezzo di un metaforico patto. Quello di nutrire Babadook periodicamente, tenendolo sottocontrollo nel seminterrato.

 

Babadook (2014) Trailer:

 

 

Il film risponde con un’invenzione allegorica alla Sindrome di Medea, complesso agito in numerosi casi di cronaca figlicida: l’unico modo per impedire la fagocitazione mortifera dei figli è poterla guardare, darle un nome, accettando le proprie parti oscure. Il mito performativo di una maternità perfetta e idealizzata è qui ritratto come il vero pericolo, qualora l’essere madre divori l’essere donna (Recalcati, 2015).

Sebbene la costellazione di fattori di rischio e protezione delineata da numerosi studi nella cornice della teoria dell’attaccamento identifichi un complesso sistema di variabili intergenerazionali e comorbidità psichiatriche come probabili predittori del passaggio all’atto figlicida (Barone et al., 2014), il cinema del brivido può costituire uno spunto di riflessione sempre florido ed interessante sul tema della maternità e del figlicidio nella società contemporanea. Cos’è una madre, infatti, se non il primo corpo, la prima voce, la prima pelle, con cui veniamo a contatto, indifesi e ciechi, come asserì Freud nel ‘Progetto di una Psicologia’?

Non incontreremo infatti niente di altrettanto miracoloso e traumatico in tutta la nostra vita, qualcosa altrettanto capace di oscillare in una costitutiva doppiezza, capace sia di accudire, sia di spaventare.

Alessitimia, disregolazione emotiva, impulsività e aggressività: un modello di mediazione multipla

La letteratura ha cercato in questi anni di definire la relazione presente tra alessitimia, disregolazione emotiva, impulsività e aggressività, con risultati che evidenziano la necessità di approfondire tale legame. La disregolazione emotiva predice agiti aggressivi negli autori di reato e nei pazienti con Disturbo Borderline di Personalità e media la relazione presente tra trauma subito e aggressività con o senza premeditazione. Per quanto riguarda l’alessitimia, gli studi hanno verificato la presenza di alti livelli di tale tratto in campioni di sex offender. Alti livelli di alessitimia predicono agiti aggressivi in un campione di veterani e mediano la relazione tra insicurezze nell’attaccamento e comportamenti violenti tra gli adolescenti.

Alessia Offredi, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

L’aggressività

L’aggressività umana è una forma naturale e funzionale di azione volta a fronteggiare le avversità della vita quotidiana (Bushman & Anderson, 2001, Fonagy, 2003). Bandura (1983) fu uno dei primi autori a concettualizzare il costrutto dell’aggressività, attraverso la teoria dell’apprendimento sociale: egli afferma che l’individuo può apprendere il comportamento aggressivo subendolo o osservandolo in un ambiente in cui l’aggressività viene approvata.

Berkowitz (1993) amplia tale concetto analizzandone le componenti cognitive; l’autore ipotizza un modello a più livelli, in cui inizialmente all’evento che provoca rabbia il soggetto risponde con due possibili reazioni, flight or fight (fuga o attacco). Successivamente, ulteriori processi cognitivi intervengono allo scopo di attribuire significato all’evento e considerare le possibili conseguenze, determinando il comportamento effettivamente messo in atto dal soggetto. Kassinove e Tafrate (2002) ipotizzano che gli agiti aggressivi siano necessari a esprimere la rabbia: il soggetto che agisce in modo violento ottiene nell’immediato un rinforzo positivo, ad esempio il raggiungimento di un obiettivo in situazioni interpersonali.

Fonagy (2003) afferma che ciò che verosimilmente provoca reazioni distruttive e disfunzionali è il fallimento delle capacità di canalizzare e regolare l’aggressività. Comportamenti aggressivi non regolati possono tradursi in problemi cronici di gestione della rabbia, violenza sessuale, frequenti scoppi d’ira, o altro: per questo motivo diventa fondamentale individuare gli antecedenti di tali comportamenti, al fine di sviluppare strumenti di prevenzione.

La letteratura ha cercato già da tempo di identificare quali fossero i fattori predisponenti per forme maladattive di aggressività e si riscontra un certo accordo nell’evidenziare come tratti nucleari l’alessitimia, la disregolazione emotiva e l’impulsività (Loas et al., 2015; Nemiah and Sifneos, 1970; Taylor et al., 1997).

 

L’alessitimia

L’alessitimia viene definita come un disturbo della regolazione emotiva, caratterizzato da una difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni, un’ideazione impoverita e uno stile di pensiero orientato all’esterno (Taylor et al., 1997). Senza un’adeguata comprensione dei propri sentimenti, la persona alessitimica rischia di non avere sufficienti risorse per comprendere la vera natura dello stato d’animo del momento e ciò che l’ha provocato: il rischio è quello di reagire negativamente a un’emozione indesiderata, creando conflitti tra sé e gli altri. L’alessitimia è stata correlata a ansia, depressione, abuso di sostanze, ed è risultata significativa nella patogenesi di disturbi psicosomatici (Honkalampeti al., 2001; De Rick and Vanheule, 2007; Kojima, 2012). Dal punto di vista concettuale, l’alessitimia può essere identificata come condizione di stato, quindi una condizione transitoria, che può essere correlata a fattori contestuali specifici, o di tratto, caratterizzanti l’individuo.

 

Alessitimia e disregolazione emotiva

Jenkins e colleghi (2014) affermano che proprio una scarsa consapevolezza delle proprie emozioni potrebbe essere alla base del tratto di disregolazione emotiva, ritenuto a sua volta responsabile di condotte maladattive volte a moderare la sofferenza soggettiva, quali i gesti autolesivi (Linehan, 1993).

Gratz e Roemer (2004) analizzano le diverse sfaccettature del costrutto di regolazione emotiva, delineando diverse componenti: (1) consapevolezza e comprensione delle emozioni, (2) accettazione delle emozioni, (3) capacità di controllare le emozioni negative e di agire in base ai propri obiettivi anche quando vengono provate emozioni negative, (4) capacità di utilizzare strategie di regolazione emotiva flessibili e adatte al contesto. Sebbene il concetto di disregolazione emotiva sia storicamente legato alle ricerche sul Disturbo Borderline di Personalità, ad oggi la letteratura considera i deficit nella gestione delle emozioni come fattore influente in differenti campi della psicopatologia, come ad esempio i disturbi dell’umore (Garnefski and Kraaij, 2006; Garnefski et al., 2001, 2005).

 

L’impulsività, la disregolazione emotiva e l’aggressività

Così come la mancanza di abilità di riconoscimento e riflessione sulle proprie emozioni, anche l’impulsività è riconosciuta come uno degli antecedenti dell’aggressività (Bousardt et al., 2015). Di fronte a una potenziale minaccia, l’individuo con un forte tratto di impulsività sembra non avere le risorse cognitive necessarie a valutare adeguatamente l’evento e identificare la risposta più adeguata. Al contrario, vi è un’alta probabilità che vengano messi in atto comportamenti aggressivi volti a proteggersi o a evitare il dolore.

Moeller e colleghi (2001) affermano che una definizione completa di impulsività dovrebbe considerare (1) la mancanza di considerazione verso le conseguenze negative del comportamento impulsivo, (2) una reazione rapida e non pianificata agli stimoli, prima di aver concluso un adeguato processo di raccolta di informazioni, e (3) la mancanza di considerazione per le implicazioni a lungo termine. Impulsività e disregolazione emotiva vengono talvolta sovrapposte o considerate l’una un’espressione dell’altra. Occorre tuttavia sottolineare che c’è una distinzione e non si tratta di concetti totalmente sovrapponibili: la disregolazione emotiva comprende difficoltà non totalmente afferenti all’area dell’impulsività. Allo stesso modo, l’impulsività non riguarda solo la reazione alle emozioni: lo strumento più diffuso per valutare il grado di impulsività, ad esempio, divide il costrutto in impulsività attentiva, motoria e da non pianificazione, sottolineando quindi la componente cognitiva di questo tratto.

 

Relazione tra alessitimia, disregolazione emotiva, impulsività e aggressività

La letteratura ha cercato in questi anni di definire la relazione presente tra alessitimia, disregolazione emotiva, impulsività e aggressività, con risultati che evidenziano la necessità di approfondire tale legame. La disregolazione emotiva predice agiti aggressivi negli autori di reato (Garofalo et al., 2016; Roberton et al., 2014) e nei pazienti con Disturbo Borderline di Personalità (Scott et al., 2014) e media la relazione presente tra trauma subito e aggressività con o senza premeditazione. Per quanto riguarda l’alessitimia, gli studi hanno verificato la presenza di alti livelli di tale tratto in campioni di sex offender (Moriarty et al., 2001). Alti livelli di alessitimia predicono agiti aggressivi in un campione di veterani (Teten et al., 2008) e mediano la relazione tra insicurezze nell’attaccamento e comportamenti violenti tra gli adolescenti (Fossati et al., 2009).

Nello studio presentato, gli autori cercano di formulare un modello esplicativo che unisca i tratti analizzati separatamente in letteratura e ne verificano la validità su campione clinico e non clinico. Nel descrivere i risultati attesi, i ricercatori ipotizzano (1) la presenza di maggiori tratti di impulsività, alessitimia, disregolazione emotiva e aggressività nel campione clinico, (2) una correlazione tra i costrutti indagati in entrambi i campioni e (3) l’effetto di mediazione di disregolazione emotiva e impulsività sulla relazione tra alessitimia e aggressività.

Lo studio di Velotti e colleghi (2016) ha coinvolto un campione non clinico di 617 soggetti e un campione clinico di 257 pazienti in regime di ricovero successivo a una riacutizzazione della sintomatologia. Tra i pazienti, le diagnosi più comuni erano psicosi o schizofrenia (36.3%), depressione (20.9%), disturbi di personalità (13.4%). Ai soggetti sono stati somministrati questionari self report volti a indagare le variabili considerate.
– Toronto Alexithymia Scale (Bagby et al., 1994) – composto da 20 item, indaga l’alessitimia attraverso tre dimensioni: difficoltà a identificare le emozioni, difficoltà a descrivere le emozioni, pensiero orientato all’esterno.
– Difficulties in Emotion Regulation Scale (Gratz and Roemer, 2004) – analizza la presenza di difficoltà nella regolazione emotiva indagando tendenza a non accettare le risposte emotive, mancanza di consapevolezza e mancanza di conoscenza delle emozioni, mancanza di chiarezza emotiva, capacità di adottare strategie efficaci di controllo emotivo, capacità di perseguire i propri obiettivi quando si è a disagio, capacità di inibire comportamenti impulsivi.
– Barratt Impulsiveness Scale – 11 (Patton et al., 1995) – strumento utilizzato nella misurazione dell’impulsività, indaga tre aspetti del costrutto: impulsività motoria, attentiva e assenza di pianificazione.
– Aggression Questionnaire (Buss & Perry, 1992) – composto da 29 item, indaga la tendenza a reagire in modo aggressivo; si divide in quattro ambiti, aggressività fisica, verbale, ostilità e rabbia.
– Brief Symptom Inventory – sottoscala Depressione (Derogatis, 1975) – il Brief Symptom Inventory è una forma ridotta del più famoso Symptom Checklist–90-R. La sottoscala depressione indaga attraverso 6 item la presenza e la frequenza di sintomi depressivi nell’ultimo mese.

L’analisi dei dati ha confermato la prima ipotesi dei ricercatori, ovvero la presenza di valori significativamente maggiori nella popolazione clinica. Tale dato indica la presenza di maggiori difficoltà nel riconoscere e regolare le proprie emozioni, così una maggior tendenza a agire in modo impulsivo e aggressivo. Tutte queste variabili sono risultate nei due campioni correlate tra loro, risultato che ha suggerito la presenza di sovrapposizione tra i costrutti e la necessità di indagini più specifiche. Gli autori hanno quindi cercato di capire il peso delle variabili impulsività e disregolazione emotiva sul rapporto tra alessitimia e aggressività. Nel campione non clinico, l’alessitimia influiva significativamente sull’aggressività, ma il suo peso diminuiva quando venivano introdotti nel modello impulsività e disregolazione, che risultavano mediatori significativi di tale relazione.

Lo stesso modello è stato verificato all’interno del campione clinico, con la sola differenza per cui la disregolazione emotiva è risultato unico mediatore significativo del rapporto: anche l’impulsività interviene nel rapporto tra alessitimia e aggressività, ma non ha un ruolo di mediatore se considerata singolarmente. Gli effetti dei mediatori sono risultati piuttosto rilevanti: disregolazione emotiva e impulsività spiegano la maggior parte dell’impatto dell’alessitimia sull’aggressività in entrambi i campioni. Controllando tale modello per i sintomi depressivi raccolti, si nota che anche nel campione non clinico l’impulsività perde significatività, lasciando la disregolazione emotiva come unico mediatore del rapporto tra alessitimia e aggressività.

Infine, Velotti e collaboratori hanno ripetuto le analisi considerando le singole sottoscale degli strumenti utilizzati. Nella popolazione non clinica, emergevano come mediatori significativi la capacità di inibire comportamenti impulsivi, l’impulsività motoria e l’impulsività attentiva. Tra i pazienti i mediatori rilevanti sono risultati capacità di inibire comportamenti impulsivi e impulsività motoria.

I risultati ottenuti sono in linea con la letteratura precedente, evidenziando il ruolo dell’alessitimia sul comportamento aggressivo, ma specificano le variabili in gioco in maniera dettagliata. Nonostante non vengano analizzati rapporti di causalità tra le variabili analizzate, è possibile suggerire che persone con difficoltà a riconoscere e nominare le proprie emozioni potrebbero provare, in condizioni di stress, un’attivazione emotiva difficile da gestire. L’alessitimia potrebbe determinare la mancanza di risorse cognitive e affettive necessarie a regolare l’arousal e inibire agiti aggressivi.

I ricercatori ipotizzano per il futuro un ampliamento del campione clinico così da indagare eventuali variazioni nel modello all’interno di differenti categorie diagnostiche. In particolare, un riferimento specifico viene fatto alla popolazione con Disturbo Borderline della Personalità, in cui una buona parte della sofferenza psicologica viene attribuita alla presenza di difficoltà nella regolazione emotiva, provocando il ricorso a strategie di coping maladattive (Linehan, 1993).

Tra i limiti della ricerca vengono citati l’assenza di controllo sulla diagnosi della popolazione clinica (formulata dai singoli professionisti di riferimento dei pazienti) e l’utilizzo di questionari self report. Nel tentativo di offrire un modello esaustivo sugli antecedenti del comportamento aggressivo occorrerebbe inoltre considerare altri aspetti, come l’assenza di empatia o la tendenza a un atteggiamento manipolatorio e pianificare un disegno longitudinale in grado di cogliere nessi causali. Inoltre, nel lavoro esposto non sembrano essere considerati altri elementi, come psicopatia e rabbia di tratto, evidenziati come significativi nel determinare agiti violenti verso sé e gli altri (Swogger, M.T., et al. 2011).

I dati raccolti suggeriscono la promozione di un intervento centrato sull’aumento della consapevolezza emotiva e sulla regolazione emotiva e comportamentale, per contrastare possibili agiti aggressivi. Le difficoltà legate all’alessitimia e a possibili comportamenti aggressivi sono spesso trasversali alle diagnosi del DSM-5, tuttavia si potrebbero identificare alcune categorie diagnostiche in cui questi elementi sono maggiormente presenti, al fine di definire le possibili implicazioni cliniche dello studio. L’instabilità emotiva, ad esempio, è un criterio cardine per il Disturbo Borderline, insieme a una precaria immagine di sé, relazioni sociali insicure, aggressività e autolesionismo.

Uno studio del 2012 ha sottolineato che, nei differenti disturbi di personalità, soggetti con Disturbo Borderline tendono a gestire un altro sentimento negativo, la vergogna, proprio attraverso differenti forme di aggressività: verbale, passiva – razionalizzata, fisica e relazionale (Schoenleber, M. & Berenbaum, H., 2012). Le stesse categorie vengono utilizzate da pazienti con Disturbo Antisociale di Personalità, comunemente caratterizzato da violenza e fonte di un forte allarme sociale.

Uno studio del 2009 ha indagato inoltre i correlati emotivi, cognitivi e fisiologici emergenti, in seguito all’induzione di rabbia, in un gruppo di pazienti con Disturbo Antisociale di Personalità. L’obiettivo della ricerca era verificare se ci fossero differenze tra questi e pazienti con altre patologie o soggetti sani. I risultati hanno dimostrato che nel campione di pazienti antisociali si registra una maggior attivazione dal punto di vista cognitivo e fisiologico, che i ricercatori hanno interpretato come un arcaico meccanismo di preparazione alla lotta (Lobbestael, Arntz, Cima & Chakhssi, 2009). Entrambe le categorie diagnostiche considerate risulterebbero quindi eleggibili nei confronti di un trattamento che pone l’accento sulla capacità di riconoscere e definire le proprie emozioni, per poterle regolare e trovare alternative agli agiti aggressivi.

Trattamento della bulimia: le condotte di compenso

Per quanto riguarda le condotte di compenso (vomito, lassativi, diuretici, esercizio fisico) occorre chiarire con il paziente che l’astenersi da queste condotte è fondamentale per la buona riuscita del contratto terapeutico. Il trattamento cognitivo delle condotte di compenso è naturalmente ancora una volta centrato sull’accertamento e sulle credenze cognitive.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il trattamento di Fairburn per la bulimia: la funzione delle condotte di compenso (Nr. 11)

 

Interrompere le condotte di compenso durante la terapia

Il paziente attua tali condotte di compenso per le solite ragioni: per controllare il peso e l’aspetto corporeo e perché fa dipendere la propria esistenza, la soddisfazione di sé e il senso di realizzazione unicamente dall’aspetto e dal peso. Se il paziente manca di astenersi dalle condotte di eliminazione e compenso, si determina un rallentamento se non un blocco del processo terapeutico.

Sarà allora necessario informare il paziente che la sua collaborazione e motivazione al cambiamento sono indispensabili e che senza un impegno attivo volto a interrompere tali condotte una terapia efficace è impossibile. Ciò non implica affatto l’abbandono completo della cura: il terapeuta può continuare a ricevere il paziente, ma deve essere chiaro che, almeno per il momento, non si tratta più di terapia cognitiva ma semmai di supporto e consulenza, in attesa di potere ripartire nel momento in cui il paziente sarà più motivato. È importante che il paziente sia consapevole che la terapia è tecnicamente interrotta, anche se gli incontri con il terapeuta continuano.

È una fase di attesa in cui il terapeuta accoglie il paziente nella sua – ci si augura – temporanea difficoltà a cambiare. Ma non è terapia. Naturalmente la motivazione a interrompere i cicli abbuffate/condotte di eliminazione va rafforzata e alimentata attraverso l’analisi cognitiva di questi cicli. E quindi, ancora una volta, si sottolineerà l’importanza sproporzionata che il paziente riserva al controllo del peso e dell’aspetto corporeo e la dipendenza rigida della stima di sé da questo controllo. Ma la consapevolezza cognitiva non sempre basta. Occorre anche una forte motivazione personale.

 

Come astenersi dalle abbuffate

In questa fase, comunque, si possono suggerire alcuni accorgimenti comportamentali per aiutare la paziente ad astenersi dalle abbuffate. Vediamoli: 1) individuare cibi temuti (che vomiterò) e cibi rassicuranti (che posso tenermi in pancia); 2) ideare, insieme al terapeuta, una lista di comportamenti alternativi alle abbuffate o alle condotte di eliminazione e portarla sempre con me (possibili attività alternative: a) sport (attenzione però che l’esercizio fisico non costituisca attività di compenso); b) passeggiare con familiari, amici; c) farsi una doccia o un bagno; d) telefonare, far visita; e) musica).

È inoltre importante incoraggiare il paziente a riflettere sugli aspetti psicologici dei suoi episodi di abbuffata e condotte eliminative. Più precisamente, il paziente deve essere maggiormente consapevole del tempo mentale occupato da un impulso ad abbuffarsi o a vomitare. Il paziente inizia così a ragionare sui suoi stati d’animo anziché obbedire loro meccanicamente e ciecamente. Un impulso va ricondotto alla sua natura di episodio che per un breve tempo occupa l’intero spazio mentale ma che è destinato a scomparire altrettanto rapidamente. In tal modo può essere possibile disinnescare un episodio impulsivo.

 

Individuare i pensieri che precedono le abbuffate

Comprendere i pensieri che portano alle abbuffate significa anche riflettere sulle circostanze che accompagnano questi episodi, In genere si tratta di situazioni stressanti in cui il paziente si sente giudicato o peggio, escluso o emarginato. Scrivere nel diario i pensieri tra un pasto e l’altro e quando emerge il desiderio di abbuffarsi, rende il paziente più consapevole dei suoi problemi e anche delle possibili attività alternative, aiutandolo a gestire meglio l’impulso di abbuffarsi. Perché mi abbuffo? A che mi serve? Mi calma? Mi punisco? Mi gratifica? Mi distrae?

L’analisi cognitiva alla Ellis aiuta il paziente a capire che le abbuffate e le condotte eliminative non capitano a caso, ma in presenza di situazioni problematiche: 1) individuare il problema; 2) definirlo con esattezza come ostacolo per uno scopo a cui tengo; 3) elaborare delle soluzioni specifiche, evitando le genericità e descrivendo azioni determinate; 4) elencare i pro e contro di ciascuna soluzione; 5) scelta; 6) esecuzione. Il paziente va incoraggiato a intraprendere questa strada e a evitare di rifugiarsi in azioni ripetitive il cui unico obiettivo è procurarsi stati emotivi di anestesia, come appunto le abbuffate. Il paziente, insomma, va aiutato a comprendere che il desiderio di abbuffarsi può essere la spia di un problema da affrontare. Come? Col problem solving, appunto.

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

Stereotipi e pregiudizi etnici nei bambini: come si formano e come educare alla multiculturalità

Stereotipi: Le ricerche che riguardano la socializzazione etnica e le relazioni tra bambini di differenti culture sono iniziate da decenni e sono diventate molto numerose. Questi studi si rifanno a modelli che integrano vari costrutti della psicologia sociale, da quelli sull’identità sociale a quelli sul pregiudizio e favoritismo/discriminazione intergruppo. Negli ultimi tempi sono state condotte anche ricerche che hanno esplorato l’atteggiamento dei bambini verso le minoranze in relazione allo stile d’attaccamento.

Le prime ricerche su stereotipi e pregiudizi nei bambini

Viste le continue trasformazioni del nostro contesto date dai flussi migratori, i rapporti interculturali all’interno del sistema scolastico sono molto sentiti.

Le prime ricerche su questo argomento sono state condotte negli Stati Uniti, in cui la multiculturalità si è presentata molto prima che in Europa. Vari studi (Williams, Best e Boswell, 1975; Averhart e Bigler, 1997) hanno ottenuto risultati simili: sia bambini euro-americani che afro-americani presentavano un pregiudizio a favore di quelli euro-americani. Quindi anche i bambini appartenenti alla minoranza, benché avessero introiettato una identità etnica afroamericana, attribuivano maggiori caratteristiche positive ai loro compagni euro-americani. Inoltre da una ricerca di Russell, Wilson e Hall del 1992, si è visto come venissero considerati più belli, intelligenti e di classe sociale elevata gli afro-americani di carnagione più chiara, rispetto a quelli di carnagione più scura.

È stato riscontrato che non è solo il colore della pelle ad essere l’unico fattore che influenza gli atteggiamenti dei bambini. Un fattore che sembra essere molto importante è lo status sociale, di cui i bambini sono consapevoli già dai cinque anni d’età.
Anche da una rassegna condotta dalla Tomlinson (1983) emerse che i bambini preferivano i compagni del loro stesso gruppo già nella prima infanzia. C’è tuttavia da sottolineare che questo potrebbe non essere dovuto solo all’appartenenza etnica ma anche o soprattutto al comportamento dei bambini immigrati. Troyna e Hatcher (1993) fanno notare infatti che i bambini potrebbero scegliere o rifiutare i coetanei non solo secondo l’appartenenza etnica, ma anche per le modalità di comportamento; potrebbero quindi preferire un compagno non solo perché appartiene al proprio gruppo ma perché estroverso e loquace, mentre un bambino immigrato potrebbe essere escluso, ad esempio, in quanto timido e taciturno.

Dai cinque anni inizia a svilupparsi anche l’identificazione etnica, ossia il bambino inizia a riconoscere che condivide alcune caratteristiche fisiche, psicologiche e sociali con altre persone. Lo sviluppo del senso d’appartenenza etnica avviene anche attraverso l’acquisizione delle pratiche, degli usi e dei costumi, della lingua, di schemi cognitivi e comportamentali tipici della propria cultura.
È stato constatato, tuttavia, che stereotipi e pregiudizi diminuiscono man mano che i bambini crescono, in particolare quando superano i sette anni (Abound, 1988). Un’ipotesi è che questo sia dovuto al superamento della fase dell’egocentrismo infantile, mentre un’altra ipotesi è che sia causato dal fatto che a questa età i bambini comprendono che la discriminazione sia socialmente indesiderabile. Questa fase è interconnessa anche con lo sviluppo dei concetti di uguaglianza e giustizia. Mentre fino ai cinque anni la giustizia è l’obbedienza all’autorità, dai sei agli otto anni il bambino sviluppa un concetto di giustizia basato sull’uguaglianza. I rapporti egualitari tra pari infatti portano a sviluppare la “morale della cooperazione”.

 

I fattori che influenzano stereotipi e pregiudizi nei bambini

Ci dovremmo chiedere quali fattori influenzano gli atteggiamenti interetnici dei bambini.
I maggiori sembrano essere la famiglia, i media e il contesto scolastico (Di Pentima, 2007).  La famiglia trasmette valori etici, norme e preconcetti rispetto all’alterità. È vero però che i bambini e soprattutto i ragazzi non aderiscono in modo acritico alle idee trasmesse dai genitori, ma le rimodellano adattandole ai propri scopi. Da ricerche recenti emerge un risultato interessante: non sono tanto gli atteggiamenti espliciti dei genitori ad influenzare le idee dei figli, quanto quelli indiretti. I bambini sono quindi più sensibili verso i comportamenti non verbali, alle risposte affettive dei genitori e ai reali comportamenti verso altre etnie, che non a quello che la famiglia dice esplicitamente (Castelli e Tomelleri, 2004).

Per quanto concerne la televisione, sappiamo che riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo, nel mantenimento e nella trasformazione di stereotipi e pregiudizi degli individui (Graves, 1999). Secondo uno studio di Li-Vollmer del 2002 i programmi televisivi utilizzano principalmente individui caucasici, e se vengono inclusi membri di minoranze etniche, sono rappresentati con ruoli di scarso prestigio sociale e in modo conforme agli stereotipi del gruppo di maggioranza. Inoltre le informazioni che arrivano sui paesi del Terzo Mondo riguardano raramente buone notizie, e quando queste arrivano sono dovute a persone di etnia caucasica. La televisione dunque presenta solo alcuni aspetti della realtà. Questo fa in modo che si mantengano i pregiudizi già radicati nel contesto culturale d’appartenenza. Tuttavia c’è da sottolineare che, come ha evidenziato Mancuso (2001) questa influenza può venire controbilanciata da buone esperienze di interazione quotidiana interculturale.

Anche la scuola, grazie al confronto continuo con i pari, ha influenza sullo sviluppo dell’identità razziale e sull’avere o meno comportamenti discriminatori. Dutton, Singer e Devlin (1998) hanno confrontato tre gruppi di studenti: uno proveniente da una scuola mista, uno con bambini per lo più bianchi ed uno con bambini prevalentemente neri. Gli strumenti utilizzati sono stati il disegno della persona, il “picture test” e il test del concetto di sé. È emerso che i bambini con una maggiore identità etnica ma anche con una maggiore accettazione dei compagni di altre etnie sono quelli provenienti dal contesto misto; invece i bambini delle scuole non integrate hanno sviluppato una adeguata identità etnica ma non un buon livello di accettazione della diversità. Questo avvalora la cosiddetta Ipotesi del Contatto, ossia che ad un maggior contatto tra gruppi etnici diversi corrispondano rapporti con una minore presenza di stereotipi e pregiudizi.

 

Stereotipi e pregiudizi nei bambini e stile di attaccamento

Uno studio molto interessante condotto in Italia (Di Pentima, 2006) ha messo in luce l’associazione tra favoritismo verso il proprio gruppo e Teoria dell’Attaccamento. E’ emerso che i bambini italiani sicuri indicano gli amici, quelli che piacciono di più e quelli che piacciono di meno indipendentemente dal gruppo di appartenenza. I bambini ambivalenti ed evitanti preferiscono i coetanei connazionali. I bambini con attaccamento disorganizzato indicano che i compagni che piacciono meno sono quelli immigrati. Lo stile di attaccamento organizzato o disorganizzato sembra avere quindi degli effetti, in età infantile, sulle scelte amicali e sulla preferenza sociale. Chi ha un attaccamento sicuro dimostra fiducia negli altri, il che favorisce l’esplorazione di nuove relazioni e l’accettazione. Chi ha un attaccamento ambivalente ed evitante ha una rappresentazione di sé come vulnerabile e degli altri come inaffidabili. Chi ha un attaccamento disorganizzato ha una rappresentazione della realtà come fonte di pericoli, il che induce una forte ansia nel contatto interetnico.

 

Quali interventi per prevenire stereotipi e pregiudizi nei bambini?

Come potrebbero contribuire psicologi ed educatori per fare in modo di sviluppare delle sane relazioni interetniche, evitare l’emergere di conflitti e ostilità, alla cui base vi sono stereotipi e pregiudizi? Negli anni sono stati elaborati ed attuati diversi progetti, incentrati fondamentalmente su due linee di intervento:
La prima fa capo alla teoria del contatto, che ha individuato determinate condizioni affinché l’incontro tra individui di differenti realtà socio-culturali abbia successo: un clima sociale piacevole e gratificante, il coinvolgimento dei bambini in obiettivi comuni, che i membri siano dello stesso status sociale (Amir, 1976; Cook, 1984).
La seconda comprende alcune strategie che tentano di modificare i pregiudizi intervenendo sui processi cognitivi individuali. Ad esempio il Modello della Personalizzazione si basa sull’idea che il contatto per essere efficace debba promuovere interazioni il più possibile personalizzate (Brewer e Miller, 1984). Un altro modello è quello della Identità Sociale Distinta, che sostiene l’importanza che ciascun gruppo mantenga i propri confini: ai membri devono essere assegnati ruoli distinti, ma complementari, in modo che tutti i gruppi possano mantenere un’identità positiva all’interno di uno stesso contesto collaborativo (Hewstone e Brown, 1986).

Una strategia nota nel contesto scolastico è quella delle classi puzzle, ossia divise in gruppi di lavoro eterogenei di cinque-sei studenti. Si è fatta strada inoltre la metodologia della mediazione (sia quella linguistico-culturale che quella sui conflitti etnici), che può essere impiegata non solo a scuola ma anche nei quartieri e nelle comunità multietniche.
Alla luce delle nuove ricerche legate alla Teoria dell’Attaccamento un’altra strategia di intervento potrebbe essere quella di favorire, tramite vari strumenti, lo sviluppo di uno stile di attaccamento sicuro tra genitori e bambino, in modo che il bambino divenga capace di instaurare relazioni soddisfacenti, equilibrate ed improntate sull’aiuto reciproco anche con bambini appartenenti a minoranze etniche.

Reduci e irriducibili: il dannoso aggrapparsi a un’idea fissa

Come può un’idea occupare un cervello per decenni, trasformare gli occhi in due fanali pieni di follia, ridurre la conversazione a un comizio, infastidire un incontro tra amici di sarcasmi astratti e immaginari contro i mulini a vento della politica o di quel che desiderate?

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 23/04/2016

 

Perché si diventa degli irriducibili reduci di un’idea, di una fede, di un’ideologia, o anche solo di un amore? Cosa ci trasforma negli spietati sacerdoti di un’ossessione? Sostituire Dio con le idee sul finire dell’ottocento non sembrò inizialmente un buon affare, vista la vendemmia di ossessionati e di fanatici che saltò fuori dalla padella della morte di Dio per finire nella brace di trenta o quarant’anni di rivolgimenti rivoluzionari e guerre mondiali che insanguinarono la prima metà del ‘900.

Una simile esplosione di fanatismo non si vedeva dai tempi delle guerre di religione. Seguì la lunga stagione degli irriducibili reduci, gente capace di rimanere bislaccamente avvinta al cadavere di un’idea per decenni. In principio parve che fosse un problema solo dei missini, poi pian piano anche l’altra ideologia del ‘900, il comunismo, manifestò la sua natura di divinità vampira che succhiava il sangue dei suoi adepti e li trasformava in zombie.

Il tirassegno contro le due ideologie del ‘900 però alla lunga stufa. Non sono soltanto le idee politiche a ridurre il cervello in poltiglia. Le cronache sono piene di eterni amanti che la buttano in tragedia e in femminicidio, anch’essi con il cervello mangiato da un’idea di donna che non ammazzano mai, ammazzano semmai la donna in carne e ossa.

Altri si fanno spolpare le ossa e la mente da ossessioni complottistiche fino a ridurre i propri pensieri in bisbigli. Per non parlare del ritorno esplosivo del fanatismo religioso, che a questo giro colpisce l’islam ossessionato dalla furia ossessiva dell’innamorato respinto contro l’occidente o la modernità o quel che volete.

E però si torna alla politica. Un tempo erano i missini che facevano la figura degli eterni reduci, dei rottami mai rottamati di un passato indimenticabile. Si stava accanto a loro un po’ basiti, un po’ si discuteva con loro, un po’ no; che parlavamo a fare? Erano tipi che in fondo non c’erano mai, presi dal monologo interiore con la loro idea di cui erano follemente innamorati.

I comunisti furono inizialmente favoriti da un’apparente benevolenza della storia, poi la storia è andata da un’altra parte e anche loro sono diventati dei maschietti impazziti perché abbandonati dalla loro donna, gente che ti parla sempre della loro ossessione che nemmeno i testimoni di Geova, anch’essi immemoramente immersi in un monologo interiore con il quale è inutile discutere; si può solo non rispondere ai loro stimoli, alle frasi gettare là a offrire l’amo di una predica inascoltabile, importune come una telefonata pubblicitaria: ma chi vi ha dato il mio numero? No, meglio cambiare argomento.

Mettersi a parlare di rivoluzioni o di amori finiti è come fermarsi a parlare ai banchetti delle offerte umanitarie, non ti mollano finché non firmi.

Come può un’idea occupare un cervello per decenni, trasformare gli occhi in due fanali pieni di follia, ridurre la conversazione a un comizio, infastidire un incontro tra amici di sarcasmi astratti e immaginari contro i mulini a vento della politica o di quel che desiderate?

Il potere magnetico delle idee affligge molti disturbi mentali. Soffrono gli ossessivi, tiranneggiati dalle loro idee di pulizia e onestà; soffrono gli ansiosi, perseguitati dall’idea del pericolo e dell’incertezza; soffrono i depressi, martellati dall’idea della rovina e della perdita di senso; ma soprattutto soffrono i deliranti, catturati più di tutti dalla loro idea dominante: l’idea d’amore del delirio erotico, l’idea di persecuzione del delirio paranoide, l’idea di religione del delirio mistico.

Il pensiero che dovrebbe essere servo e specchio della vita ne prende il posto e finisce per succhiarne il midollo. E quando l’idea ha concluso il suo lavoro, la vittima finisce per diventare un reduce, il reduce di questo processo di vampirizzazione della vita, un corpo ridotto a zombie teleguidato da un’idea di cui si è perso il senso e lo stampo ma che continua a guidare individui ridotti a larve.

Sembrerebbe la sagra della cerebralità più astratta, il culto mistico del mentalismo più disincarnato e distaccato emotivamente. Eppure quanta emozione si cela dietro questa attitudine così incorporea: le idee sono adorate non solo perché danno senso al mondo, all’esistenza, ma anche perché in esse si cerca una comunione perduta con gli altri esseri, con gli altri nuovi credenti che venerano la divinità del pensiero. La speranza è trovare degli amici, di più, dei compagni, delle anime gemelle con le quali finalmente embricarsi come le dita di una stretta di mano, condividere una fede e consolarsi della sconfinata solitudine dell’esistenza.

Un tempo si riteneva che l’inghippo stesse nel contenuto delle idee. Ideologie troppo esplicative, visioni del mondo e filosofie della storia capaci di spiegare tutto e il suo contrario catturavano gli uomini nella rete di una non vita mentale. Per questa loro arroganza –si pensava- le idee finivano per inghiottire le vite concrete.

In questo modo però si riusciva a dare un perché alle ossessioni politiche, ma non a quelle d’amore, alle fissazioni più terra terra degli amanti respinti che trascorrevano e trascorrono vite intere nel ricordo quando va bene, o quando va male nello stalking. In realtà, non è l’ampiezza del contenuto che ci trasforma negli irriducibili cultori di un’idea; ci si può fissare anche per un dettaglio, un feticcio, un particolare.

È solo il restringimento dell’attenzione su un unico aspetto che crea la dipendenza mentale da un’idea e l’incapacità di abbandonarla. È solo la cristallizzazione dell’attenzione su un unico punto che ci trasforma in irriducibili reduci, in mostri monotematici e noiosissimi.

Intransigenti per necessità: per far fronte alla sclerosi multipla i pazienti diventano moralmente più severi

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

La sclerosi multipla (SM) ha un impatto enorme sulla vita dei malati. Questi pazienti non solo devono affrontare i sintomi, tutti molto spiacevoli, della malattia ma sono anche soggetti a imprevedibili ricadute dopo periodi più o meno lunghi (ma di durata irregolare) di remissione, una condizione che rende le persone molto ansiose e stressate.

 

Come osservato in un nuovo studio della SISSA di Trieste in collaborazione con la Medical University del Sud Carolina, USA (e altri istituti internazionali) tutto ciò ha conseguenze anche sulla ‘cognizione morale’ dei pazienti, che diventano particolarmente intransigenti nei giudizi morali in terza persona. Questa ‘inflessibilità morale’ sarebbe conseguenza di stili cognitivi adottati per superare i disagi della malattia.

Conoscerne le cause, spiegano gli autori dello studio appena pubblicato su Social Neuroscience, ha conseguenze importanti anche sul benessere sociale di pazienti.

La sclerosi multipla in Italia colpisce quasi 70mila individui (nel mondo sono circa 2 e mezzo i pazienti SM). È una malattia autoimmune estremamente invalidante: pur non portando alla morte, mina pesantemente la qualità della vita dei pazienti con sintomi motori, cognitivi, sensoriali… Nella sua forma più tipica la malattia è caratterizzata da episodi acuti e remissioni irregolari, che possono creare nel malato una situazione di ansia perpetua. Questo, secondo gli scienziati, provocherebbe conseguenze sul piano emotivo/cognitivo, che finirebbero, come emerge nello studio recente, per influire sulla cognizione morale dei pazienti.

Indrajeet Patil, ricercatore della Scuola Internazionale Superiore di Studi avanzati (SISSA) di Trieste e primo autore della ricerca, e colleghi hanno sottoposto dei ‘dilemmi morali’ in terza persona a un gruppo di pazienti. Il dilemma morale è un test classico per misurare la cognizione morale, ma di solito i problemi vengono posti in prima persona.

In questo caso i soggetti si comportavano come dei membri di una giuria in un processo, e giudicavano il comportamento di altri. Le condizioni critiche, in questa ricerca specifica, erano l’omicidio colposo (accidentale) e il tentato omicidio. I soggetti valutavano l’appropriatezza di comportamenti morali di altre persone e le pene stabilite. I comportamenti variavano in due dimensioni chiave: l’intenzione di far del male e le conseguenze negative. Gli agenti che operavano in questi scenari cioè potevano o meno avere l’intenzione di far del male, e di conseguenza potevano o meno produrre un danno a un altro individuo.

Queste condizioni sono importanti perché sappiamo che nei giudizi di questo genere entrano in gioco due criteri principali – spiega Patil – Si tiene infatti conto sia delle intenzioni sia della gravità delle conseguenze dell’azione, per cui siamo tendenzialmente più proni a perdonare un omicidio colposo, dove le intenzioni innocenti ma le conseguenze gravi, e a punire un tentato omicidio, dove l’intenzione è cattiva, ma le conseguenze non sono gravi.

È noto che alcune condizioni patologiche modificano questo tipo di giudizi: se ci sono alterazioni nella teoria della mente (la capacità di attribuire stati mentali agli altri), come succede negli autistici per esempio, si fa fatica a valutare le intenzioni, per cui l’omicidio colposo viene giudicato severamente, per via delle conseguenze gravi. Gli psicopatici invece tendono a perdonare più facilmente l’omicidio colposo non tanto perché non abbiano una valutazione corretta delle intenzioni, ma piuttosto per via della ridotta empatia verso le vittime.

 

Risultati sorprendenti

Nei pazienti SM, Patil e colleghi si aspettavano una tendenza maggiore al perdono, perché è noto che hanno difficoltà con la teoria della mente (come è stato osservato e descritto in alcuni pazienti), ma anche una risposta empatica ridotta.

Invece ci hanno sorpreso: le loro risposte erano più severe del normale in ogni condizione. Inoltre si dimostravano incredibilmente sicuri della validità del proprio giudizio, in maniera significativamente maggiore dei soggetti sani, dichiarando che chiunque avrebbe risposto come loro.

Ulteriori verifiche hanno permesso agli autori di avanzare un’ipotesi su questo atteggiamento inaspettato.

Pensiamo che queste risposte così severe siano da collegare al tipo di strategia emotivo/cognitiva generale messa in atto dai pazienti SM per far fronte alla loro condizione patologica – spiega Ezequiel Gleichgerrcht, neurologo e ricercatore della Medical University del Sud Carolina – La situazione di stress continuo che affrontano quotidianamente può suscitare in loro emozioni negative persistenti. Sul lungo periodo questo stato può provocare l’emergere di una strategia cognitiva che li aiuta a minimizzare il danno. I neuroscienziati hanno chiamato questo fenomeno external oriented thinking, ossia la dalla tendenza ad orientare i pensieri sugli eventi esterni piuttosto che all’introspezione.

Continua Patil:

È una strategia nota, che ha come conseguenza l’incapacità di riflette ed identificare correttamente le proprie emozioni. Nelle situazioni di giudizio morale, come quelle a cui abbiamo sottoposto i pazienti, porta all’incapacità di identificare le cause reali del proprio stato emotivo negativo, attribuendolo a cause esterne, e non alla propria condizione patologica.

In parole povere, negli esperimenti, i pazienti SM tendevano ad attribuire le proprie emozioni negative a quanto letto nel dilemma, che fossero le conseguenze dell’incidente nell’omicidio colposo o le cattive intenzioni nel tentato omicidio poco importava.

Il paziente credeva che fossero queste cose a provocare l’emozione negativa che provavano e per questo giudicavano molto severamente i responsabili dell’omicidio nel dilemma morale. Questo spiega anche perché registravamo giudizi negativi anche nelle condizioni neutre, dove non c’erano né l’intenzione cattiva né le conseguenze gravi – racconta Patil – Sapere che i pazienti SM tendono ad adottare questa strategia cognitiva, unita al loro perenne stress emotivo, è importante – conclude lo scienziato.

Da un lato infatti aiuta gli operatori sanitari che accudiscono questi pazienti a leggere in maniera oggettiva il loro comportamento e migliorare il rapporto interpersonale, fondamentale in questo tipo di cure.

D’altro lato conoscere questo lato ‘scuro’ può aiutare anche a mettere a punto terapie cognitivo/comportamentali che aiutino i pazienti a migliorare la loro risposta emotiva.

Robopsicologia ed educational Robotics: le nuove frontiere della Psicologia

Nonostante la natura fantascientifica del termine robopsicologia, le neuroscienze cognitive e l’intelligenza artificiale hanno fatto grandi passi nella creazione di robot che hanno la capacità di interagire con persone fragili o affette da disturbi.

 

Robopsicologia: definizione

La Robopsicologia è lo studio delle personalità delle macchine intelligenti. Il termine fu coniato per la prima volta da Isaac Asimov in una collezione di storie intitolata ‘Io, Robot’, dove si narra la storia della dottoressa Susan Calvin (una robopsicologa) impegnata nella risoluzione di problemi legati al comportamento di robot intelligenti. Le storie hanno altresì introdotto le famoseTre leggi della robotica di Isaac Asimov, le quali spiegano che:

  1. Un robot non potrebbe mai offendere un essere umano, o mediante l’inazione, consentire ad un essere umano di ferire a sua volta;
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, a meno che tali ordini non entrino in conflitto con la prima legge;
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza finché la sua protezione non entra in conflitto con la prima e la seconda legge.

Queste tre leggi le ritroviamo incorporate in quasi tutti i robot positronici protagonisti del romanzo di Asimov, i quali si comportano in modo insolito e contro-intuitivo.

Successivamente sono state introdotte ulteriori leggi, per cui secondo la Quinta legge della Roboticaun robot deve sapere di essere un robot”: si presume che il robot possegga una conoscenza della definizione del termine, applicando così le Leggi della robotica alle sue azioni. Secondo questa legge, se un robot aggredisce o ferisce un essere umano, è perché non ha ben compreso di essere un robot (e quindi non ha consapevolezza).

I robot e l’intelligenza artificiale per come li conosciamo non obbediscono intrinsecamente alle leggi della robotica; i loro creatori umani devono programmarli ed escogitare un modo per farlo.

Infatti molti robot sono provvisti di protezioni fisiche come paraurti, avvisatori acustici o zone ad accesso limitato studiati per prevenire incidenti. Perfino i robot più complessi, ad oggi sono incapaci di comprendere e applicare le Tre leggi della robotica, ma sulla Terra esistono oggi robot in grado di interagire con le persone in modo adeguato, esprimendo alcune emozioni di base.

 

La robopsicologia e i robot di supporto in casi di DSA e Autismo

Nonostante la natura fantascientifica del termine ‘robopsicologia‘, le neuroscienze cognitive e l’intelligenza artificiale hanno fatto grandi passi nella creazione di robot che hanno la capacità di interagire con persone fragili o affette da disturbi, in particolare sono stati creati robot con le sembianze di giocattoli, che interagiscono con bambini affetti da autismo, sotto la supervisione di un educatore, uno psicologo ed eventualmente un logopedista o un genitore. Questo nuovo campo di applicazione prende il nome di SAR, Social Assistive Robots.

Cos’hanno di speciale questi robot? In cosa consiste il loro utilizzo nell’ambito della psicopatologia?

L’autismo (in origine Sindrome di Kanner) è un disturbo per cui la persona affetta da tale patologia manifesta un comportamento caratterizzato da un significativo deficit dell’integrazione socio-relazionale e della comunicazione interpersonale. Le aree interessate dal fenotipo comportamentale sono la comunicazione verbale e non verbale, l’interazione sociale, l’immaginazione (e gli interessi), comportamenti ossessivo-compulsivi (ripetizione di movimenti stereotipati, ossessione per l’ordine e la simmetria), sensibilità a certe emozioni, reazioni emotive esagerate (collera, aggressività sia etero che auto-diretta ed ansia) e l’incapacità di integrare i vari stimoli che provengono da canali sensoriali differenti (ad esempio, il bambino concentrato su un oggetto tende a non sentire l’adulto che lo chiama).

Ma, ritorniamo alla robopsicologia e vediamo l’utilizzo dei robot nell’interazione con questi bambini.

Nel 2014, un team di ricercatori della USC Viterbi School of Engineering ha condotto uno studio pilota sugli effetti dell’utilizzo di robot umanoidi per favorire l’apprendimento di comportamenti di imitazione allo scopo di potenziare l’autonomia nei bambini affetti da DSA. Lo studio, intitolato ‘Graded cueing feedback in Robot-mediated imitation practicefor children with autism spectrum disorder’, condotto da Maja Mataric e Chan Soon-Shiong Chair, si è concentrata su come la robopsicologia  può aiutare le persone con bisogni speciali, compresi i soggetti con Alzheimer e il DSA.

Nello specifico, in quest’esperimento, i ricercatori hanno analizzato come i bambini con DSA reagiscono ai robot umanoidi i quali forniscono loro istruzioni graduali, fornendo spunti e richieste via via sempre più dettagliati in modo da modellare il comportamento e ad aiutare nell’acquisizione di nuove abilità o recuperare quelle perse.

Mataric e il suo team hanno studiato 12 bambini con DSA ad alto funzionamento dividendoli in due gruppi, uno sperimentale e uno di controllo. Ogni bambino ha giocato ad un gioco copycat (d’imitazione) con un robot Nao, il quale ha chiesto al bambino di imitare 25 posizioni differenti del braccio.

Robopsicologia ed educational Robotics le nuove frontiere della Psicologia IMM 1
Il Robot Nao

 

I bambini che avevano ricevuto istruzioni variegate fino al raggiungimento della posizione giusta, mostrarono un netto miglioramento o una conservazione della prestazione, mentre i bambini che non avevano ricevuto le istruzioni diversificate, regredivano nella performance o questa rimaneva inalterata.

Il robot Nao variava il modo in cui forniva le consegne: all’inizio offriva indizi solo verbali, poi forniva anche dimostrazioni e istruzioni verbali in modo sempre più specifico.

Lo studio ha quindi dimostrato che un feedback diversificato è più efficace nell’aiutare i bambini con DSA ad acquisire nuove abilità in caso di prove fallimentari, riducendo quindi la frustrazione e l’ansia. Inoltre, lo studio ha dimostrato la riuscita dell’interazione del bambino con il robot.

A circa 9 mesi di vita il bambino comincia a sviluppare quella che gli studiosi chiamano attenzione condivisa (vedi Teoria della mente), un comportamento che consiste nel cercare e richiamare l’attenzione dell’altro, su un oggetto o un evento. I bambini con autismo però non sviluppano questa capacità in modo adeguato, con conseguente difficoltà relazionali e sociali, oltre che nell’ambito dell’apprendimento.

E’ stato dimostrato che i bambini con DSA mostrano uno spiccato interesse verso questi robot-giocattolo i quali non solo parlano (interagiscono) con il bambino, ma sono dotati di occhi che si illuminano di vari colori che rappresentano ciascuno un’emozione particolare (ad es. Il rosso esprime sorpresa, il colore blu simboleggia il senso di consapevolezza e il bisogno di conoscenza).

I bambini vengono educati a riconoscere i colori associati alle varie emozioni e quando in seguito alle istruzioni del robot il bambino esegue in modo corretto un’azione, quest’ultimo fornisce dei feedback, per cui il bambino apprende e si sente stimolato in modo positivo. Questi robot non manifestano mai la rabbia: i bambini con DSA sono molto sensibili alla collera e possono avere reazioni esagerate anche solo percependo un cenno da parte della persona che ha di fronte. Le tecniche cognitivo-comportamentali si prefiggono di promuovere, nei soggetti con autismo i comportamenti adattivi mediante interventi intensivi e programmati che possono essere adoperati sia dai terapisti che dai genitori

 

 

La Robopsicologia e i robot per gli anziani

La robopsicologia e i robot con abilità sociali si sono rivelati promettenti anche nell’ambito della riabilitazione e dell’assistenza agli anziani; per gli anziani con deficit cognitivi, i robot (anche non umanoidi) sono studiati per fornire esercizi che allenano la mente a ricordare di assumere i pasti, date importanti, prendere farmaci, cercando così di contrastare la degenerazione cognitiva e fornire un’alternativa alla solitudine.

Robopsicologia ed educational Robotics le nuove frontiere della Psicologia IMM 2
Robot impiegato per l’assistenza agli anziani

 

Questi robot sociali sono programmati con algoritmi comportamentali che consentono di esprimere un’interazione del tutto naturale, rassicurante e stimolante.

Robopsicologia ed educational Robotics le nuove frontiere della Psicologia IMM 3
Il Robot ‘Mio’

 

 

La Robopsicologia e l’utilizzo dei Robot educativi nel supporto a bambini con sindrome di Down e balbuzie

L’uso dei robot come strumenti educativi ha trovato impiego non solo nella cura dei bambini affetti da autismo, ma anche in quelli con sindrome di Down e balbuzie.

In questi ultimi due casi è stato usato l’utilizzo di un sistema, il cosiddetto Lego Mindstorms, un robot mobile realizzato da Lego e costituito da tanti mattoncini cibernetici che, come nel caso dei robot umanoidi per l’autismo, interagivano con i bambini in modo diversificato. Anche in questo caso, le performance cognitive (tempi di attenzione) e comportamentali (il coinvolgimento spontaneo del robot ai giochi interattivi da parte dei bambini) dei bambini affetti da sindrome di Down e balbuzie, erano migliorate in modo significativo. L’elemento che ha reso così particolare il robot Lego Mindstorms (versione NXT) è una componente elettronica che si trova all’interno di ogni singolo mattoncino e che ne permette la suggestione: in altre parole, vi sono dei sensori e motori che permettono l’interazione con il mondo esterno.

Robopsicologia ed educational Robotics le nuove frontiere della Psicologia IMM 4
Lego Mindstorm

 

L’idea di fondo della robotica educazionale e della robopsicologia è che i robot sociali sono ‘oggetti-con-cui-pensare’, avviando quindi il loro utilizzo anche nell’ambito dell’apprendimento. E’ stato dimostrato che l’interazione con i robot permette il miglioramento delle abilità visuo-spaziali e di ragionamento nelle sue forme (astratto e concreto), la motivazione all’apprendimento, la creatività e la fantasia (tramite l’assemblaggio dei pezzetti, scelta dei colori e invenzione delle forme); non solo. L’interazione con il robot-giocattolo stimola il pensiero narrativo. Il robot non viene solo visto e toccato, ma viene pensato e narrato come se fosse un essere vivente a tutti gli effetti, quindi dotato di attributi umani, come le emozioni, stati mentali e la personalità.

Tali considerazioni sulla robopsicologia portano dunque a pensare l’uso dei robot sociali come una nuova risorsa per il lavoro dello psicologo.

Ingannare i bambini con gli spot pubblicitari: quali strategie vengono utilizzate

Negli ultimi anni la quantità e la qualità dei messaggi persuasivi rivolti ai bambini è notevolmente aumentata (Metastasio, 2007). I bambini sono target preferito dai pubblicitari per due grandi ragioni, perché saranno i consumatori di domani e perché riescono ad esercitare una grandissima influenza sugli acquisti degli adulti (Mc Neal, 1992).

Lontano dall’innocuo suggerimento di giocattoli o peggio di junkfood, gli spot rivolti ai più piccoli sono creati ad hoc per impattare con forza sulla mente dei più piccoli e spingerli alla richiesta assillante dell’oggetto promosso dallo spot (Cortini, 2005).

Quali sono strategie di Kid Marketing attualmente più utilizzate e più efficaci sui piccoli consumatori?

Ne vediamo le 5 più diffuse:

 

Jingle

I messaggi pubblicitari associati a una canzone sono più incisivi, vengono ricordati meglio e producono un effetto maggiore quando sono facilmente riproducibili, ovvero quando i bambini sono in grado di canticchiare le canzoncine degli spot anche in altri contesti.
Il jingle permette di associare lo slogan del prodotto o della marca a un motivetto o canzoncina che, in genere, contiene nome e benefit del prodotto, e riassume ciò che è quel prodotto, cosa ci si può fare o diventare con esso. Ne sono un esempio l’intramontabile jingle delle scarpe Lelly Kelly o dei ghiaccioli Polaretti della Dolfin. Alla voce fuori campo che presenta il prodotto, che in genere è quella di un adulto dello stesso genere sessuale del target, si associa sempre più spesso quella di bambini che serve a rinforzare l’autorevolezza del messaggio e a cercare di attivare processi di identificazione (Metastasio, 2007).

 

“Sfondo” e ambiente emozionale

La pubblicità presenta uno sfondo – ambiente carico di emotività. Stralci di vita quotidiana e soprattutto la famiglia sono elementi simbolici molto sfruttati dai pubblicitari perché stillano nel bambino, in modo automatico, una serie di associazioni positive come serenità, calore, unità, tenerezza, affetto (Metastasio, 2007). L’idea è che, le sensazioni positive evocate in questi modi possano poi essere “trasferite” al prodotto seguendo un “effetto spill over” (Cortini, 2005).

 

Humour

Un elemento importante per sostenere l’attenzione e convincere il fruitore durante uno spot è fare humour. Come per gli adulti, l’umorismo esercita un potente fascino anche sui bambini. Prima dei sette anni i bambini sono divertiti dall’aspetto buffo dei personaggi e dal genere comico molto semplice, come lo slapstick. Successivamente, fino ai dieci anni, aumentando le competenze linguistiche, si cominciano ad apprezzare le frasi buffe e burlone. Nella fase pre-adolescenziale divengono molto apprezzate la parodia e l’ironia.
L’umorismo e la comicità sono un’arma persuasiva di tipo indiretto, ovvero persuadono in quanto agiscono sull’umore; così, se un prodotto viene presentato successivamente a una situazione che suscita ilarità, sarà molto probabile che questo prodotto venga percepito come più positivo (Forgas, 1990).

 

Trans-toying

Un’ ulteriore strategia che seduce i bambini, è quella di riuscire a trasformare qualsiasi prodotto in giocattolo, ovvero il trans-toying. Il trans-toying è un fenomeno evidente soprattutto tra gli scaffali dei supermercati, ed è chiaramente in aumento, adottato dalle imprese più diverse, visto che quasi ogni prodotto può diventare un giocattolo.
Alcuni esempi di trans-toying si trovano nei prodotti per l’igiene, come gli spazzolini da denti a forma di animaletti, barattoli di shampoo a forma di principesse dei cartoni animati, ma anche astucci-peluche, fino al più preoccupante fenomeno del cibo che si trasforma in giocattolo, cambiando struttura e colore (Schor, 2005).

 

Gift in pack

Quando non è possibile trasformare il prodotto in un giocattolo, per trasferire un valore ludico a un articolo, un’altra tecnica molto comune, è quella di regalare dei gadgets. Due successi di marketing incredibili in questo senso sono il Kinder Sorpresa e il Menù per bambini offerto da Mc Donald, l’Happy Meal, nella quale si trovano i gadget dei personaggi dell’ultimo cartone animato presente nelle sale cinematografiche, o del personaggio di tendenza del momento.
Spesso, soprattutto per i bambini più piccoli, è proprio l’attrazione e il desiderio di possedere il giocattolo o le figurine contenuti nella confezione a farli optare per quel prodotto (Metastasio, 2007).

La Structured Clinical Interview (SCID) – Introduzione alla psicologia

Tra tutti i test più rinomati esistenti nel panorama diagnostico non poteva mancare all’appello la Structured Clinical Interview per DSM, meglio nota come SCID. La Structured Clinical Interview è un’intervista semistrutturata sviluppata da Spitzer e collaboratori nel 1987 per la diagnosi della maggior parte dei disturbi di Asse I, disturbi d’ansia, e per quelli di personalità sull’Asse II. Essa valuta tutto lo spettro dei disturbi inseriti all’interno del DSM. La prima versione della SCID risale alla pubblicazione del DSM-III-R.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN COLLABORAZIONE CON LA SIGMUND FREUD UNIVERSITY DI MILANO

 

La Structured Clinical Interview: storia

La pubblicazione del DSM III nel 1980 con l’introduzione di criteri diagnostici specifici per tutti i disturbi mentali, ha chiaramente dato una svolta a studio e diagnosi delle malattie mentali. Infatti, prima di allora esistevano diversi tipi di criteri usati per effettuare diagnosi come quelli di Feighner o i Research Diagnostic Criteria con le relative interviste strutturate costruite per effettuare una diagnosi in accordo con le suddette nosografie intrise di molta teoria che influenzava anche la definizione del sintomo stesso.

Quindi, con l’avvento del DSM III, strumento avente caratteristiche diverse da quelle presentate dagli altri manuali diagnostici, primo tra tutti l’essere a-teoretico, nasceva anche l’esigenza di poter effettuare una diagnosi sulla base della nuova nomenclatura. A tal proposito, unitamente all’uscita del manuale era stata diffusa una prima intervista grazie alla quale era possibile effettuare uno screening sulla presenza o assenza di patologia. Questa intervista prendeva il nome di Diagnostic Interview Schedule (DIS), principalmente utilizzata in studi non epidemiologici.

Successivamente, durante un congresso dell’American Psychopathological Association tenutosi nel 1983, furono messi in evidenza i molti limiti presentati dalla DIS tra cui l’esperienza di una notevole conoscenza clinica per la somministrazione e l’essere poco fruibile in ambito clinico, era più utile in ambito di ricerca. Così, si istituì una task force capitanata da Spitzer che diede vita al lavoro che porterà alla produzione della Structured Clinical Interview per il DSM III, SCID.

Solo qualche anno più tardi, con la pubblicazione del DSM III R, uscì la prima versione della SCID.
Chiaramente esistono due versioni della SCID, la I, che permette di effettuare diagnosi in Asse I, IV e V, secondo la divisione del DSM per la patologia mentale, e una versione, la SCID II, che permette la diagnosi solo dell’Asse II.

 

La SCID I: caratteristiche del test diagnostico

La SCID I mostra caratteristiche diverse dagli strumenti precedenti. Prima di tutto è presente all’inizio dello strumento una rassegna anamnestica che permette l’inquadramento e lo sviluppo delle informazioni utili per carpire notizie cliniche rilevanti e consone a focalizzare il sintomo unitamente alla storia del paziente.
All’inizio dell’intervista è possibile individuare, nel dettaglio, dati anagrafici e socio-demografici, una descrizione sommaria della malattia in atto e dei precedenti psicopatologici, la condizione medica generale ed eventuale uso di sostanze, il livello di compromissione del funzionamento globale (Asse V).

A questa prima parte ne segue una seconda caratterizzata da una serie di domande centrate sui criteri diagnostici, utili per effettuare diagnosi. Si susseguono diverse sezioni diagnostiche, e alla fine di ciascuna vi sono una serie di domande sulla cronologia della malattia che includono: l’età di esordio, la presenza o assenza di sintomi durante il mese precedente e la percentuale approssimativa del tempo durante i passati cinque anni in cui tali sintomi sono stati presenti. Per molti disturbi è inclusa una scala che misura la gravità e per alcuni anche la prognosi in funzione del quadro sintomatologico presentato o del sottotipo clinico (come per la diagnosi di Schizofrenia).

Essa, altresì, è costruita in maniera modulare, quindi una domanda segue l’altra, allo scopo di escludere velocemente tutto ciò che non è importante ai fini diagnostici per il soggetto esaminato. Ogni modulo corrisponde ad uno specifico raggruppamento diagnostico divisi per i diversi disturbi diagnosticabili. Segue, una struttura ad alberi decisionali, ovvero permette di approfondire il disturbo presentato o saltare direttamente a quello successivo se non presente, mantenendo una chiara corrispondenza tra i criteri del DSM e ciascuna domanda formulata.

La SCID I si divide in diverse sezioni o moduli:

A: Sindromi dell’Umore
Episodio Depressivo Maggiore (in atto/pregresso)
Episodio Maniacale (in atto/pregresso)
Episodio Ipomaniacale (in atto/pregresso)
Disturbo Distimico (solo in atto)
Disturbo dell’Umore dovuto a Condizione Medica Generale
Disturbo dell’Umore Indotto da Sostanza

B: Sintomi Psicotici e Associati
Deliri
Allucinazioni
Comportamento e Eloquio Disorganizzati
Comportamento Catatonico
Sintomi Negativi

C: Disturbi Psicotici (Diagnosi differenziale)
Schizofrenia
Tipo Paranoide
Tipo Catatonico
Tipo Disorganizzato
Tipo Indifferenziato
Tipo Residuale
Disturbo Schizofreniforme
Disturbo Schizoaffettivo
Disturbo Delirante
Disturbo Psicotico Breve
Disturbo Psicotico Dovuto a Condizione Medica
Generale
Disturbo Psicotico Indotto da Sostanza
Disturbo Psicotico Non Altrimenti Specificato

D: Disturbi dell’Umore
Disturbo Bipolare I
Disturbo Bipolare II
Altri Disturbi Bipolari (Disturbo Ciclotimico,
Disturbo Bipolare NAS)
Disturbo Depressivo Maggiore
Disturbo Depressivo Non Altrimenti Specificato

E: Disturbi da Uso di Sostanze
Dipendenza da Alcol
Abuso di Alcol
Dipendenza da Amfetamina
Abuso di Amfetamina
Dipendenza da Cannabis
Abuso di Cannabis
Dipendenza da Cocaina
Abuso di Cocaina
Dipendenza da Allucinogeni
Abuso di Allucinogeni
Dipendenza da Oppioidi
Abuso di Oppioidi
Dipendenza da Fenciclidina
Abuso di Fenciclidina
Dipendenza da Sedativi/Ipnotici/Ansiolitici
Abuso di Sedativi/Ipnotici/Ansiolitici
Dipendenza da più Sostanze
Dipendenza da Altre Sostanze o da Sostanze Sconosciute
Abuso di Altre Sostanze o di Sostanze Sconosciute

F: Disturbi d’Ansia
Disturbo di Panico Con Agorafobia
Disturbo di Panico Senza Agorafobia
Agorafobia Senza Anamnesi di Disturbo di Panico
Fobia Sociale
Fobia Specifica
Disturbo Ossessivo-Compulsivo
Disturbo Post-Traumatico da Stress
Disturbo d’Ansia Generalizzato (solo in atto)
Disturbo d’Ansia Dovuto a Condizione Medica
Generale
Disturbo d’Ansia Indotto da Sostanze
Disturbo d’Ansia Non Altrimenti Specificato

G: Disturbi Somatoformi
Disturbo di Somatizzazione (solo in atto)
Disturbo Somatoforme Indifferenziato (solo in
atto)
Disturbo Algico (solo in atto)
Ipocondria (solo in atto)
Disturbo di Dismorfismo Corporeo

H: Disturbi dell’Alimentazione
Anoressia Nervosa
Bulimia Nervosa
Disturbo da Abbuffata Alimentare (categoria in
Appendice)

I: Disturbi dell’Adattamento
Disturbo dell’Adattamento (solo in atto)

J: modulo opzionale
Disturbo da Stress Acuto
Disturbo Depressivo Minore
Disturbo Misto Ansioso-Depressivo (categoria in
Appendice)
Dettagli Sintomatici degli Episodi Pregressi
Depressivi Maggiori/Maniacali.

Ogni sezione è formata da una serie di domande, che si riferiscono direttamente ai criteri diagnostici presentati nel DSM, che devono essere lette dal somministratore ad litteram per evitare di incappare in criteri diversi da quelli valutati. Per questo l’intervista deve essere somministrata da una persona addestrata adeguatamente e con una buona familiarità con il sistema di classificazione e i criteri diagnostici del DSM. Quindi, non solo è necessario conoscere adeguatamente il DSM, ma è opportuno anche avere una competenza di base rispetto alla farmacologia che possa permettere di effettuare una diagnosi differenziale tra condizione dovuta all’assunzione di sostanze, anche farmaci, e vera patologia mentale.

Oltre all’ASSE I la SCID I permette di effettuare diagnosi anche per l’ASSE IV, problemi psicosociali ed ambientali, e V funzionamento generale.
A pagina 5 dell’intervista è presente una Checklist che consente di effettuare diagnosi sui problemi psicosociali e ambientali presentati dall’esaminato. Successivamente, si valuta il Funzionamento Generale del soggetto, lungo un continuum di gravità diviso in 10 ranghi. Lo sperimentatore, in base a quanto emerge dal colloquio, inquadra a fine intervista il funzionamento generale presentato dal paziente facendolo rientrare in una categoria specifica.

 

La SCID I: a chi si rivolge

La SCID I può essere somministrata a pazienti psichiatrici e di medicina generale, persone coinvolte in un’indagine epidemiologica sulla salute mentale nella comunità o tra i familiari di pazienti psichiatrici.
Inoltre, non può essere somministrata se non a degli adulti che abbiano almeno 8 anni scolarità, che non presentino deficit cognitivi gravi, agitazione psicomotoria, sintomi psicotici gravi, e un quoziente intellettivo nella norma, poiché QI troppo bassi potrebbero rendere la somministrazione molto difficile.

Essa può essere usata in ambito clinico, come approfondimento del colloquio e per questo è utile somministrarla anche a piccoli pezzi che possano garantire l’eliminazione di un dubbio diagnostico o a conferma della diagnosi cui si era già arrivati. Oltretutto, è usata anche in ambito di ricerca per selezionare una popolazione su cui effettuare uno studio, in termini di criteri di inclusione ed esclusione.

 

LA SCID I: cosa restituisce?

La SCID I permette di formulare una diagnosi psichiatrica secondo criteri rigidamente definiti dal DSM garantendo, in questo modo, un alto livello di comprensione ed accordo tra i diversi esperti della salute mentale, perché si parla attraverso un linguaggio comune facilmente comprensibile. Per riuscire a raggiungere una diagnosi il somministratore può usare tutte le fonti di informazione disponibili arricchendo la diagnosi o chiarendo dubbi. Per questo può utilizzare notizie fornite da altri clinici, osservazioni provenienti da altri membri della famiglia o da amici.
In questo modo, possono essere evitati gli errori di omissione, risposte non date, valutando l’intero spettro psicopatologico a tutto tondo o secondo una prospettiva lifetime.

 

La SCID I: formato di risposte

Come è stato più volte ripetuto, la SCID è formata da domande che si susseguono procedendo in questo modo nella lunga sfera dei disturbi mentali. A ogni domanda segue un formato di risposta così costituito:
+ corrisponde alla presenza del sintomo indagato;
– corrispondente all’assenza del sintomo;
? Notizie non sufficienti per attribuire una risposta.
Il tempo richiesto per la somministrazione è di circa 45-90 minuti, varia a seconda della gravità del soggetto e in base all’esperienza del somministratore.

 

La SCID I: le diverse versioni

Esistono tre versioni per la valutazione dei disturbi di Asse I:

• la SCID-Patient version – SCID-P, per i pazienti ricoverati o per quei casi in cui la diagnosi richiede una valutazione della sintomatologia psicotica;

• la SCID-Outpatient version – SCID-OP, indicata per la valutazione di pazienti ambulatoriali o per situazioni in cui sono necessarie poche domande di screening psicotico;

• la SCID-Nonpatient version – SCID-NP, per la valutazione di soggetti sani, come per i campioni di controllo o sperimentali in uno studio sperimentale.

Esiste, inoltre, una versione per bambini: KID-SCID, costituita da una parte in cui le informazioni sono direttamente apprese dai genitori.

 

La SCID I: versioni esistenti

In seguito alla prima pubblicazione della SCID che avviene intorno agli anni ’90 in Italia, seguono diverse versioni che si legano alle edizioni del DSM.
Attualmente, è ancora molto diffusa, almeno in Italia, la SCID I legata al DSM IV TR poiché la nuova versione, SCID 5, è ancora in fase di elaborazione, e quindi non pubblicata. In ogni caso con l’avvento del DSM 5 e le inclusioni nello stesso di nuove patologie è stata elaborata una nuova versione di SCID. Anche questa versione è usata per effettuare diagnosi in maniera sistematica sia in ambito clinico sia forense. Inoltre, è usata anche in ambito di ricerca, come le precedenti, e per ricavare dati inerenti all’epidemiologia di alcuni disturbi psichiatrici.
Quindi, la SCID-5 è la versione aggiornata del precedente Structured Clinical Interview for DSM-IV.

La SCID-5 è organizzata anch’essa in moduli diagnostici, e valuta i disturbi dell’umore, disturbi psicotici, disturbi da uso di sostanze, disturbi d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivi e relativi, disturbi alimentari, disturbi somatici, alcuni disturbi del sonno (per esempio, disturbi di insonnia e ipersonnolenza), disturbi d’esternalizzazione (cioè, disturbo intermittente esplosivo, il disordine del gioco d’azzardo, e disturbo da deficit di attenzione degli adulti), e Trauma e Disturbo post traumatico da Stress. E ‘stata pubblicata in varie forme, tra cui una versione per i medici (SCID-CV) e una versione per gli studi clinici (SCID-CT) oltre alle altre già esistenti per le versioni precedenti.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Prevenzione del cyberbullismo: presentazione di un progetto

Al fine di un uso consapevole delle tecnologie digitali, diventa sempre più necessario promuovere l’educazione ai media, con riferimento alla comprensione critica dei mezzi di comunicazione, e promuovere progetti di prevenzione del cyberbullismo.

di Tiziana Porta

 

Prevenzione del Cyberbullismo: uno sguardo iniziale a dati e caratteristiche

La disponibilità capillare di internet e l’utilizzo crescente di dispositivi connessi alla rete rappresentano per le nuove generazioni, i cosiddetti ‘nativi digitali’, nuovi mezzi per comunicare, relazionarsi con i pari e confrontarsi con il mondo (Mura et al., 2012).

La rete rappresenta un mezzo potente, affascinante e in continua evoluzione; la sua potenza costituisce anche un reale rischio se non si riflette sul suo utilizzo.

Le ricerche indicano che oltre il 90% degli adolescenti in Italia sono utenti di Internet e il 98% di questi dichiara di avere almeno un profilo social network. Spesso i giovanissimi usufruiscono della rete senza alcun controllo da parte degli adulti.

Il cyberbullismo è una forma di disagio relazionale, di prevaricazione e di sopruso perpetrata tramite i nuovi mezzi di comunicazione come le chat, i social, i telefoni cellulari ed il web in generale (Genta et al., 2009). E’ un fenomeno complesso, da poco oggetto di studi  e ricerche.

La fascia di età maggiormente colpita è rappresentata dai ragazzi tra i 12 i 18 anni. Le stime del MIUR indicano come il 31% dei tredicenni (35% se si considerano solo le femmine) dichiara di aver subito almeno una volta attacchi riconducibili al bullismo elettronico.

Il termine cyberbullismo deriva dal concetto tradizionale di bullismo (Sposini, 2014), dove un soggetto – o un gruppo – prevarica la vittima attraverso comportamenti fisici o attacchi verbali aggressivi che condizionano la sua vita privata e sociale. Spesso la vittima è considerata ‘diversa’, solitamente per aspetto estetico, timidezza, orientamento sessuale e così via.

Le caratteristiche specifiche del cyberbullismo sono (Mura et al., 2012):

  • Anonimato: il prevaricatore può nascondersi dietro uno schermo, umiliare la vittima e divulgare materiale offensivo ad un vasto pubblico e in modo anonimo (disinibizione);
  • Pervasività: la vittima è perennemente a rischio di bullismo vista la presenza di dispositivi sempre connessi (anywhere, anytime);
  • Diffusione – ampiezza di portata:  una volta che un messaggio o una foto sono stati inviati via email o chat o postata su un sito, è molto difficile eliminarne traccia definitivamente (può essere già stato salvato da altri utenti). Basta un click, perché il materiale venga diffuso.

Le conseguenze psicologiche per le vittime di questi attacchi possono essere estremamente dolorose, con effetti anche gravi sull’autostima, sulle capacità socio-affettive, sul senso di autoefficacia, sull’identità personale. Possono riscontrarsi anche difficoltà scolastiche, ansia, depressione e, nei casi più estremi, idee suicidarie (Sposini, 2014).

Al fine di un uso consapevole delle tecnologie digitali, diventa sempre più necessario promuovere l’educazione ai media, con riferimento alla comprensione critica dei mezzi di comunicazione, e promuovere progetti di prevenzione del cyberbullismo.

 

Prevenzione del Cyberbullismo: il progetto nella Scuola A. Frank

Ideato e condotto da chi scrive, il progetto di prevenzione del cyberbullismo è stato voluto e finanziato dal Rotary Club di Meda e delle Brughiere per sensibilizzare i giovanissimi sui rischi del fenomeno. Sono state coinvolte quattro classi della Scuola Secondaria di primo grado A. Frank di Meda per un totale di 80 alunni, di età compresa tra i 12 e i 14 anni.

Sono stati effettuati 6 incontri per ogni classe ed è stato scelto il contesto classe per favorire un clima di maggior complicità e facilitare una metodologia educativa di scambio alla pari – peer education.

Il progetto di prevenzione del cyberbullismo qui descritto nasce con l’intento di informare circa il fenomeno del bullismo elettronico ed educare i giovanissimi ad un uso consapevole della tecnologia in un’ottica di prevenzione.

Obiettivo supplementare è stato potenziare le abilità sociali dei partecipanti, promuovere la cooperazione e la mediazione del conflitto tra pari.

I partecipanti hanno inizialmente compilato un breve questionario anonimo sull’uso della rete. I dati confermano l’utilizzo massiccio della rete e dei social (soprattutto Instagram, Whatsapp, Youtube, Facebook e Snapchat) e lo scarso e saltuario controllo genitoriale sull’attività on line dei figli.

Gli incontri sono stati progettati per fornire le informazioni necessarie per conoscere e sensibilizzare i ragazzi circa il fenomeno e le sue complesse sfaccettature. Si è dato ampio spazio al tema del sexting, che rappresenta il fenomeno più pericoloso e sottovalutato dai ragazzi: le statistiche dicono che in Italia 1 adolescente su 4 ha fatto sexting, cioè ha inviato testi, immagini e video a sfondo sessuale.

Sono stati proposti momenti di riflessione personale e di piccolo gruppo, favorendo un clima di reale scambio e confronto tra i giovanissimi.

Con l’utilizzo di role-playing e di video, si è voluto incrementare la consapevolezza dei ragazzi circa le emozioni in gioco tra i diversi attori sociali coinvolti in un episodio di cyberbullismo con l’obiettivo di favorire le capacità empatiche e metacognitive (mettersi nei panni dell’altro).

Alla fine dei sei incontri del progetto di prevenzione del cyberbullismo è stato consegnato ai ragazzi un vademecum per un uso consapevole della rete, con regole per una navigazione sicura e indicazioni pratiche in caso di bullismo elettronico.

Sono inoltre in previsione degli incontri informativi per i genitori e gli insegnanti, che rappresentano le figure principali a cui i ragazzi possono rivolgersi in caso di difficoltà.

 

 

 

Nag Factor, detto anche fattore assillo dei bambini: cos’è e come reagire

Il concetto di “fattore assillo“, definito in inglese “Nag Factor” o “Pester Power” è uno dei fenomeni più delicati e interessanti sul tema pubblicitario. Gli psicologi McDermott e Goldstein lo definiscono come l’abilità del bambino di tormentare i suoi genitori per comprare un determinato prodotto.

 

Sempre di più il settore marketing si sta accorgendo che i piccoli consumatori occupano una posizione unica nel mercato a causa del loro particolare potere e della loro influenza d’acquisto.

Secondo lo psicologo Mc Neal i bambini sono rappresentanti di tre mercati in uno. Rappresentano un mercato futuro, perché sono i potenziali consumatori di domani; rappresentano un mercato primario, infatti, negli ultimi anni, la possibilità per i bambini di disporre di proprie risorse economiche è cresciuta notevolmente. Ma ciò che più interessa le aziende è che i giovani consumatori rappresentano un mercato secondario quando agiscono come potenti “influenzatori” nelle decisioni d’acquisto degli adulti, in particolare dei loro genitori.

 

Il fattore assillo o Nag Factor: in cosa consiste?

Il concetto di “fattore assillo“, definito in inglese “Nag Factor” o “Pester Power” è uno dei fenomeni più delicati e interessanti sul tema pubblicitario. Gli psicologi McDermott e Goldstein lo definiscono come [blockquote style=”1″]l’abilità del bambino di tormentare i suoi genitori per comprare un determinato prodotto.[/blockquote] O meglio [blockquote style=”1″]Attraverso la pubblicità, le aziende incoraggiano i bambini ad assillare i propri genitori affinché comprino qualcosa che non è buono per loro, di cui non hanno bisogno o che non potrebbero permettersi [/blockquote] conferma Spungin, psicologo esperto di fattore assillo.

Quali sono le strategie suggerite dagli spot che i bambini utilizzano per convincere le loro mamme nell’acquisto dell’ultimo giocattolo o di quel junk food per niente salutare?

Nel tempo, gli spot hanno insegnato ai bambini a diventare “influenzatori” di successo, attraverso il ricorso a strategie sempre più sofisticate.

Ecco strategie più frequenti del fattore assillo:

Strategie logiche
Quando i bambini avanzano le loro richieste alla mamma utilizzando argomentazioni logiche o contrattazioni. Il bambino sapendo cosa può risultare interessante per il genitore contratta con lui una serie di promesse o di servigi (molto comunemente le faccende domestiche) per l’acquisto desiderato, secondo una logica di scambio reciproco a vantaggio di entrambe le parti.

Strategie persuasive
In questo caso il bambino cerca di convincere i membri della famiglia utilizzando un certo livello di manipolazione. La più potente strategia di persuasione è ‘ma mamma, ma ce l’hanno tutti!’. I genitori, infatti, sono particolarmente suscettibili al timore che il proprio figlio possa sentirsi discriminato o inferiore ai compagni, e pertanto, se vengono sollecitati in questo senso, saranno molto più predisposti a concedere al bambino l’oggetto o il giocattolo desiderato.

Tra le strategie persuasive, molto utilizzata è anche la coalizione, che prevede il ricorso all’aiuto del genitore maggiormente disposto ad accogliere le proprie sollecitazioni, generando non raramente incomprensioni e conflitti tra i due genitori.

Strategie emotive
Queste strategie comportano l’uso intenzionale delle emozioni. Mostrarsi tristi, arrabbiati o addirittura disperati è un’ottima arma per smuovere i genitori all’acquisto agognato.
I bambini hanno imparato che, tra tutti i sentimenti che possono suscitare nei loro genitori, quello che più farà leva e gli permetterà di ottenere ciò che desiderano è il senso di colpa. E’ sufficiente fare riferimento a disparità di spesa tra fratelli, al fatto che i genitori dei loro compagni comprano certi prodotti, o al fatto che il proprio genitore passi poco tempo con loro, per convincere il genitore a concedere l’acquisto.

McNeal suggerisce che i “piccoli naggers”, in media, arrivano a fare 15 richieste di acquisto durante una tipica visita di shopping.

 

Le risposte dei genitori al fattore assillo

Così, come suggerisce una delle maggiori esperte di psicologia infantile, Oliverio Ferraris, quando al piccolo la pubblicità assicura che certi prodotti sono fatti appositamente “per lui”, sarà indotto a ritenere “cattivo” il genitore che non vuole soddisfare i suoi desideri di acquisto. Quando il messaggio che proviene dai media si scontra e contrasta con le decisioni dei genitori, questi dovranno impegnarsi ad attuare delle contro-mosse che siano in grado di convincere i figli a rispettare la linea educativa.

Alcuni studi hanno preso in esame il modo in cui genitori e figli interagiscono riguardo le richieste d’acquisto. Secondo il ricercatore McDermott, per esempio, quando un genitore rifiuta una richiesta assillante del figlio, si genereranno inevitabilmente delle situazioni di conflitto. I continui assilli comportano, nel migliore dei casi, una certa dose di tensione nella relazione genitore-bambino, e nel peggiore dei casi, queste richieste possono portare all’esasperazione del genitore che acquista l’articolo richiesto nonostante non volesse cedervi.

In una interessante e recentissima ricerca dal titolo “Pester power, a battle of wills between children and their parents”, gli psicologi Lawlor e Prothero esplorano la natura dell’interazione tra bambini e genitori in relazione ai comportamenti d’acquisto.
I bambini intervistati nella ricerca descrivono tutto il ventaglio di reazioni dei genitori alle loro richieste.

 

Dissenso

I bambini dicono che la risposta più comune che ricevono quando avanzano le loro richieste è senza dubbio quella del rifiuto. Ma esistono diversi modi di dire di no, e i bambini sanno quali rifiuti potranno trasformarsi in un si con la giusta dose di nagging (assillamento). Vediamoli tutti:

– il rifiuto deciso. La prima forma di dissenso è il cosiddetto ‘No categorico’ che non permette e non lascia spazio né alle discussioni né a possibili negoziazioni; gli esempi di risposte che i bambini dicevano di sentirsi dire in questi casi erano “in nessun modo!” o “ puoi scordartelo!”.

– una seconda forma di dissenso è il dissenso ambiguo; in questo caso l’acquisto viene di fatto negato ma al contempo viene però suggerito al bambino che potrebbe ottenere quei prodotti con altre vie, magari utilizzando i propri risparmi, come la paghetta o i soldi ricevuti in regalo.

– infine una terza forma di rifiuto è il rifiuto debole. In questi casi i genitori si mostrano dissidenti ma senza dare una impressione sufficientemente risoluta; è proprio in questo caso che il bambino percepisce che il fattore assillo potrebbe funzionare e mette in atto tutte le strategie che possono servire a logorare la volontà dei genitori.

 

Procrastinazione

La reazione più utilizzata per arginare le insistenti pretese di shopping dei propri figli è la procrastinazione. Rinviando l’acquisto ad un momento futuro i genitori sperano di calmare l’ostinazione dei bambini e ingenuamente promettono l’acquisto nella convinzione/speranza che il bambino si dimentichi.
Un classico esempio di risposta di procrastinazione potrebbe essere ‘aspetta, per il tuo compleanno te lo compreremo!’. Un simpatico esempio emerso durante le interviste ai bambini e riportato dalle autrici nello studio è quello di James, un bambino di otto anni “ La mia mamma mi ha detto che avrei potuto averlo per Natale! Ma era Gennaio!”.

Talvolta i genitori procrastinano l’acquisto a un momento futuro vago proprio per non dover arrendersi all’acquisto una volta giunti alla scadenza del tempo, “ mi dicono che lo potrò avere quando sarò grande!”.

I bambini, come suggerisce la ricerca, comprendono la strategia dei genitori e pertanto inizieranno a ricordare costantemente e tenacemente la promessa di acquisto. “Io chiedo ‘posso avere questo?’ e loro mi rispondono ‘no, la prossima settimana’ e la prossima settimana ancora chiedo ‘mamma mi avevi detto che me lo avresti comprato la prossima settimana’ e lei risponde ‘la prossima settimana’ e allora aspetto la prossima per richiederglielo”.

 

Negoziazione

Un’altra forma di risposta è la negoziazione. In questo caso il genitore pone una trattativa volta a scoraggiare il bambino o in caso contrario, che possa almeno avere un esito positivo anche per il genitore stesso. E’ il genitore che chiede al bambino di svolgere un’attività o un compito in cambio del prodotto tanto desiderato. Le condizioni che le madri pongono più spesso sono il comportarsi bene in alcune situazioni, riordinare la stanza, ecc. Ma, anche in questo caso, si può incorrere in una contro-tattica del bambino. Così infatti, imparano anch’essi a porre come merce di scambio possibili servizi domestici o a promettere tutta una serie di comportamenti graditi ai genitori pur di farli comprare.

Quanto detto finora mette in luce che l’interazione tra genitore e bambino riguardo i comportamenti di consumo è vissuta come una sorta di prova di forza in cui ognuno cerca di superare in astuzia l’altro. Questa battaglia di volontà può ben riuscire a mettere alla prova i genitori andando a indebolire la loro autorevolezza e sicurezza, soprattutto quando per stanchezza, sensi di colpa, o altro si trovano a cedere alle richieste pur non avendo voluto.

Alessitimia e Disturbi del Comportamento Alimentare: quale relazione?

I pazienti con disturbi del comportamento alimentare esperiscono le emozioni in maniera sconcertante, risultando incapaci di descriverle e presentando una disconnessione tra componente fisiologica e sentimentale soggettiva dell’emozione, tipica degli individui con alessitimia.

Elisa Poidomani – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

 

 

Introduzione

Se consideriamo la prospettiva cognitiva, possiamo definire i disturbi alimentari, in particolare anoressia e bulimia, come un’eccessiva preoccupazione negativa verso i temi del controllo, della perfezione e dell’autostima – e l’alessitimia come un’intolleranza agli stati d’animo.

Parlando del tema del controllo, spesso associato al rimuginio che comporta un mantenimento e un continuo ripensamento dei pensieri negativi disadattivi, essi possono essere definiti atteggiamenti psicologici riconducibili sia alla preoccupazione verso il cibo che verso la forma corporea, che aiutano a sviluppare il disturbo alimentare e, nel contempo, a mantenerlo nel tempo.

Sassaroli (Sassaroli et al, 2005) ha dimostrato come l’associazione tra il rimuginio e i Disturbi del Comportamento Alimentare,  sia spesso mediata dall’insoddisfazione corporea. Inoltre, anche se non è chiaro se considerarlo il fattore predisponente o collaterale alle credenze disadattive, il rimuginio svolge un ruolo prevalente nel mantenimento dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Il perfezionismo è un costrutto formato da fattori sociali e personali che può essere adattivo e disadattivo; quando disadattivo, si presenta come forma d’ansia per la prestazione (Pratt, 2011) oppure nella forma di preoccupazione per gli errori, interpretati come equivalenti al fallimento (Halmi, 2000). Esso sembra essere collegato con un’esperienza di attaccamento al caregiver infantile basata su critiche continue che vengono interiorizzate come modalità di comportamento e pensiero, che influisce anche sul controllo, sull’eccessiva responsabilità e sui sentimenti di umiliazione e vergogna.

L’autostima nelle pazienti risulta essere principalmente un’opinione globale negativa su di sé e sulle proprie capacità e non risulta influenzata dal risultato ottenuto nella performance, in quanto, anche in caso di risultati positivi, le pazienti non li attribuiscono a se stesse ma a fattori esterni.

L’alessitimia, invece, si esprimerebbe con l’incapacità di tollerare stati emozionali intensi specialmente legati a  rabbia, ansia o tristezza (Fairburn, Cooper, Shafran, 2003).

Nel modello clinico cognitivo il tema del controllo si connette tanto a capacità di autoregolazione di stati interni – quando si verifica un fallimento da parte delle capacità autoregolative nella gestione delle emozioni negative – quanto a quella di influenzare eventi esterni. Il controllo è direttamente legato all’impulso alla magrezza e alla convinzione assoluta dei soggetti che la totale ristrettezza alimentare renderebbe la vita più gestibile e controllabile (Sassaroli, Ruggiero, 2010).

La mancanza di controllo percepita può condurre a condotte di evitamento o al desiderio di accrescere ulteriormente il controllo fino alla compulsione ossessiva a riguadagnarlo: il desiderio di controllo, infatti, è una variabile correlata non solo con l’ansia ma anche con l’ossessività (Sassaroli, Ruggiero, 2002);

Le persone anoressiche gestiscono tale capacità di controllo meglio di quelle bulimiche, le quali, cedendo alle abbuffate caratteristiche della patologia, sperimentano ancor più il timore catastrofico di un danno derivato dall’aver perso il controllo, timore caratteristico dei soggetti ansiosi.

 

 

Cosa si intende con Alessitimia?

Il termine alexithymia (dal greco assenza di parole per le emozioni) venne coniato da  Sifneos (Sifneos et Al. 1976) per indicare un disturbo delle funzioni affettive e simboliche che spesso rende sterile e incolore lo stile comunicativo dei pazienti psicosomatici.

Secondo la definizione attuale, il costrutto dell’alessitimia rappresenta un insieme di deficit della capacità di elaborare le emozioni da un punto di vista cognitivo/esperenziale e comprende quattro caratteristiche collegate dal punto di vista logico (Nemiah, 1977; Sifneos, 1973; Taylor 1997): la difficoltà di identificare e descrivere le emozioni e l’incapacità di collegare la manifestazione emozionale con specifiche situazioni; la difficoltà nel distinguere fra stati emotivi soggettivi e componenti somatiche dell’attivazione emotiva, per cui le emozioni vengono espresse preminentemente attraverso la componente fisiologica. In un’ottica cognitiva, invece, si parla di un’attenzione selettiva volta ad amplificare le componenti somatiche e di una predisposizione all’agire motorio per scaricare le tensioni interne spiacevoli; uno stile cognitivo orientato all’esterno e legato allo stimolo che si manifesta attraverso un pensiero razionale, concentrato sui dettagli della realtà fattuale e privo di partecipazione emotiva.

Oltre ai deficit nel dominio cognitivo-esperienziale, l’alessitimia prevede deficit del dominio comportamentale-espressivo dei sistemi di risposta emotiva e a livello della regolazione interpersonale delle emozioni.

Oggi l’alessitimia viene considerata un costrutto dimensionale o tratto di personalità con distribuzione normale nella popolazione generale, per cui i soggetti possono riportare singole aree mentali alessitimiche relative a emozioni/contenuti specifici.

Nel 1985, il gruppo di Toronto, costituito da Taylor, Bagby e Parker, pubblicò la Toronto Alexithimia Scale, prima scala empiricamente validata per l’assessment del costrutto che determinò uno sviluppo impressionante della ricerca e delle publicazioni a riguardo. La scala comparì inizialmente in una versione a 26 item (Taylor, 1985) e dieci anni dopo in una revisione a 20 items (TAS-20). Giunta alla standardizzazione definitiva (Bagby, 1994) dopo diversi adattamenti e standardizzazioni anche in Italia (Bressi et al., 1960), la TAS20 continua ad essere la scala psicometrica più usata per la misura dell’alessitimia trovandosi in più del 90% dei lavori scientifici a riguardo.

Successivamente il gruppo di Toronto ha lavorato alla costruzione di un’intervista semi-strutturata, la Toronto Structured Interview for Alexithymia (TSIA, Bagby et al., 2006), recentemente standardizzata anche in lingua tedesca e italiana (Caretti, Porcelli et al, 2011) e composta da 24 item divisi per le quattro dimensioni del costrutto – difficoltà nell’identificare i sentimenti, difficoltà nel descrivere i sentimenti, pensiero orientato all’esterno, processi immaginativi. L’intervista semi-strutturata oltrepassa il problema cruciale degli strumenti usati per misurare l’alessitimia che si basavano su ciò che il soggetto stesso riferiva a proposito dei propri stati interni, che è proprio la capacità deficitaria in questi casi (Porcelli e Todarello, 2005).

Molti studi sulla relazione tra alessitimia e disturbi del comportamento alimentare si sono focalizzati sul problema del deficitario riconoscimento delle espressioni facciali. Infatti, nelle pazienti con Disturbi del Comportamento Alimentare esposte ad espressioni facciali, si trovano una pronunciata incapacità di comprensione emozionale e tentativi di mettere in atto strategie per evitare di empatizzare (Smith e Amner, 1997); pazienti che soffrono di anoressia nervosa hanno difficoltà nel riconoscere le emozioni dall’espressione facciale e dal tono di voce, con una conseguente povertà di comunicazione interpersonale e una perdita di empatia (Kucharska Pietura, 2004);  secondo Legenbauer e Vocks (2008), più che problemi percettivi nel riconoscimento delle emozioni di base pare esservi un problema di consapevolezza emotiva, che suggerisce un disturbo cognitivo-affettivo nel riconoscimento delle emozioni.

 

 

Alessitimia e disturbi del comportamento alimentare

I disturbi dell’alimentazione possono essere concettualizzati come disturbi dell’autoregolazione, in particolare una difficoltà che emerge nella regolazione degli affetti.

I pazienti hanno difficoltà nel percepire o nell’interpretare cognitivamente stimoli corporei come fame-sazietà e fatica-debolezza; esperiscono le emozioni in maniera sconcertante, risultando incapaci di descriverle e presentando una disconnessione tra componente fisiologica e sentimentale soggettiva dell’emozione, tipica degli individui alessitimici. La mancanza di consapevolezza circa le esperienze interne e l’incapacità di affidarsi ai sentimenti e alle sensazioni corporee per guidare il comportamento contribuiscono alla sensazione di inefficacia che spesso i pazienti denunciano.

Secondo Carano, (Carano, 2006) nei soggetti con alessitimia e disturbi del comportamento alimentare, la difficoltà a discriminare tra stati emotivi e sensazioni corporee porta a dispercezioni dell’immagine corporea che possono compromettere la costruzione di un’identità unitaria. Anche se l’alessitimia non è direttamente legata all’abbuffarsi, al disturbo dell’immagine corporea o ad una ricerca ossessiva della magrezza, esistono prove empiriche sulla correlazione tra il costrutto e vari tratti psicologici fondamentali dei disturbi del comportamento alimentare come la confusione enterocettiva, il senso di incapacità, la alterata percezione della fame, che rappresenta la più vasta difficoltà nel distinguere stimoli interni ed esterni, emozioni e sensazioni.

Inoltre, sembra che l’alto tasso di ricaduta dei pazienti con disturbi del comportamento alimentare sia relazionato alla presenza di tratti alessitimici e al deficit di regolazione degli affetti.

Molti studi han dimostrato come, effettivamente, l’alessitimia si ritrova tra i pazienti con disturbi del comportamento alimentare in misura maggiore rispetto ai controlli (Bourke e Taylor, 1992; Schmit, 1993, Cochrane, 1993, Jimerson, 1994); in particolar modo il livello di alessitimia misurato alla TAS- 20 risulta maggiore nelle pazienti anoressiche rispetto a quelle affette da bulimia nervosa (Schmit, 1993; Gilboa- Schechtman e Avnon, 2006).

Alcuni studi definiscono l’alessitimia come un tratto stabile sia in pazienti anoressiche che bulimiche; in particolare le pazienti anoressiche sembrano essere emotivamente non consapevoli (Casper, 1990) mentre le pazienti bulimiche hanno difficoltà nella regolazione delle emozioni  (Schmit, 1993).

Inoltre, il tratto alessitimico misurato in pazienti anoressiche e bulimiche non pare beneficiare del trattamento farmacologico (Schmit, 1993).

Hayaky ha così concluso (Hayaky, 2002):

  • L’espressione emozionale è inversamente correlata con la sintomatologia del disturbo alimentare;
  • L’espressione emozionale povera predice l’insoddisfazione corporea se si controllano sintomi
  • depressivi;
  • Pazienti con disturbi del comportamento alimentare inibiscono l’espressione delle emozioni che percepiscono minacciose: (es. la rabbia)
  • La percezione della rabbia come minacciosa si associa ad un’inibizione emozionale quando gli effetti della depressione e dell’insoddisfazione corporea vengono controllati.

Il comportamento alimentare disturbato può essere considerato anche un meccanismo di difesa che aiuta nella gestione degli affetti negativi. I modelli teorici ne sottolineano il ruolo nel distrarre dalle credenze negative su di sé e dallo stress emozionale (Cooper, Wells & Todd, 2004; Fairburn, 2003): l’abbuffata o la restrizione sono regolatori emozionali per dissociare, scappare o bloccare emozioni dolorose che non possono essere tollerate (Heatherton & Baumeister, 1991) o per alleviare affetti avvertiti non gestibili o minacciosi.; infatti il disturbo del comportamento alimentare non viene predetto dall’affetto negativo, ma dal fatto che viene percepito intollerabile. Le emozioni negative, inoltre, costituiscono un rilevante fattore di mantenimento del disturbo (Fairburn, 2003).

L’esperienza dell’emozione negativa come difficile e ingestibile può derivare dalla crescita in un ambiente dove non avviene una validazione emozionale, per cui il soggetto crede che la data emozione sia cattiva o pericolosa. In questi ambienti le emozioni negative vengono ignorate o ottengono risposta negativa, mentre quelle positive vengono rinforzate e stimate. Quando vengono esperite emozioni primarie come rabbia o tristezza, le credenze circa la loro inaccettabilità scatenano la volontà di sopprimerle con l’abbuffata o la restrizione. Il soggetto in crescita percepisce di non avere il permesso di esprimere le proprie emozioni.

Waller e Costorphine (2007) ritengono che nei pazienti con disturbo del comportamento alimentare si possano ritrovare due principali tipi di presentazione emozionale: caotico-dissociativa e distaccato-alessitimico.

Il primo tipo correla con un comportamento impulsivo, bulimico e di inibizione emotiva; il blocco delle emozioni si manifesta quando le emozioni raggiungono la coscienza (evitamento secondario). Il secondo tipo è la presentazione alessitimica, correlata con un comportamento restrittivo, compulsivo e con la difficoltà nell’identificare le emozioni. In questo caso il blocco delle emozioni si manifesta prima che le emozioni raggiungano la coscienza (evitamento primario)

Le emozioni principalmente correlate ai disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia) sono:

  • Rabbia. E’ in genere l’emozione più difficile da accettare ed esprimere nei soggetti con disturbo del comportamento alimentare in quanto considerata imprevedibile e incontrollabile (Fox, 2009). In particolare le pazienti affette da anoressia tendono a sopprimere questa emozione e compensarla con messe in atto quali il silenzio, la cura altrui e il sacrificio del sé. I soggetti ritengono di dover sopprimere la rabbia per proteggere loro stessi, le persone importanti della loro vita o la relazione interpersonale (Geller, 2000). Donne con DCA, specialmente se affette da Bulimia Nervosa, sperimentano maggiori livelli di rabbia rispetto ai controlli e sono meno capaci di essi di esprimerla. Gli alti livelli di rabbia si associano a radicate credenze disfunzionali su di sé ma, a differenza dei soggetti sani, solo nei soggetti con disturbi del comportamento alimentare queste credenze si associano con una inibizione dell’emozione (Walzer, 2003).
  • Orgoglio. Il comportamento alimentare restrittivo è spesso legato a quest’ultimo (Goss e Gilbert, 2002) per difendersi dalla primitiva emozione della vergogna e, con l’instaurarsi della patologia, diviene un motivo di soddisfazione di per sé.
  • Paura. Una delle emozioni principale, espressa sia a livello fisico (paura di ingrassare) che egoico.
  • Disgusto. Il disgusto primario deriva dalla capacità dello stimolo di provocare la paura dell’ingestione orale, mentre il secondario deriva da trasgressioni morali o sociali. Dall’emozione primaria del disgusto deriva la più complessa emozione della vergogna (Power, Dagleish 2008): tra le pazienti anoressiche ne è frequente il riscontro in molti domini (es.: vergogna del corpo, di non controllarsi, di avere un disturbo, di non potere fare di più), e anche verso le emozioni stesse. La vergogna è nello specifico una vergogna del corpo e del comportamento. Il fatto che spesso il senso di vergogna non si risolva completamente nemmeno dopo il recupero dalla sintomatologia (Swan, Andrews, 2003), ne fa ipotizzare il ruolo come fattore di mantenimento del disturbo nonché di resistenza al cambiamento. Nei pazienti si instaurano particolari cicli emozionali ‘vergogna-vergogna’, soprattutto nei casi di bulimia, correlato alla paura di essere scoperti dagli altri – o ‘vergogna-orgoglio’, più tipico delle pazienti con comportamento restrittivo.

 

Alessitimia e disturbi del comportamento alimentare: il ruolo della famiglia

Analizzando le famiglie con soggetti che soffrono di un disturbo del comportamento alimentare si è visto come frequentemente, almeno uno dei due genitori, abbia dei tratti alessitimici e un basso livello di empatia (Guttman e Laporte, 2002; Espina, 2003; Loriedo, 2009).

Uno studio recente (Balottin, Bomba, Nacinovich, 2014) ha coinvolto 46 soggetti, pazienti anoressiche (13-17 anni) e relativi genitori, ai quali sono stati somministrati il questionario TAS_20 e l’intervista semi strutturata TSIA; da questo studio è emerso come il questionario, anche se decisamente più semplice e veloce da somministrare, non riportava risultati  accurati quanto l’intervista. In particolare, l’intervista ha mostrato elevati livelli alessitimici nei genitori di pazienti anoressiche. Nelle pazienti venivano misurati tre fattori: pensiero esternalizzante, identificazione e capacità di esprimere le proprie emozioni; la TSIA ha mostrato elevati livelli alessitimici correlati al primo fattore, mentre per gli altri due non sono emersi dati chiari e differenti da quelli ottenuti con la TAS- 20.

Molti studi han riportato come il senso di crisi e stress provocati dalle condizioni delle figlie possano avere portato i genitori a mettere in atto strategie difensive durante lo svolgimento del questionario, uniti all’ansia provocata dal timore di non rispondere correttamente alle domande; gli alti livelli di distress, ansia e affettività negativa possono portare, quindi, all’emergere di elevati valori di alessitimia nel questionario; l’intervista, condotta da soggetti competenti e sensibili, può ovviare a questo problema.

In questo studio i livelli di alessitimia nella famiglia erano degni di nota, in particolare l’indice alessitimico identificato con la TSIA era significativamente più elevato di quello emerso con la TAS-20; questa netta differenza tra i due strumenti sembra essere riconducibile alle risposte fornite dai padri che non erano in grado di identificare le loro difficoltà emotive e quindi non fornivano risposte al questionario autosomministrato effettivamente vere; inoltre sembra che l’affettività negativa mostrata dalle figlie e questa voglia di autodistruzione non fosse tollerata dai padri che mettevano in atto un ulteriore meccanismo di difesa che bloccava le emozioni, creando così un circolo vizioso e ostile  nel rapporto con le figlie che avrebbero avuto, invece, bisogno di sentirsi libere di esprimere le emozioni e di poterle comunicare.

Recenti studi hanno dimostrato l’importanza della figura paterna per le adolescenti anoressiche e per il loro processo di guarigione; la collaborazione e partecipazione dei padri nel processo aumentava le possibilità di risultato positivo della terapia così come la presenza di alessitimia e conseguente scarso coinvolgimento, avevano un impatto negativo sulla possibilità di guarigione.

Le madri sembravano avere livelli inferiori di alessitimia specialmente se indagata tramite TSIA (esisteva un gap del 70% rispetto ai risultati dei padri); paradossalmente, persino le figlie mostravano livelli di alessitimia inferiori ai padri se indagati tramite l’intervista.

È da dire come, però, la letteratura sottolinea l’importanza dell’alleanza terapeutica con l’intera famiglia e l’influenza che entrambi i genitori possono avere sulle pazienti piuttosto che considerare il singolo, padre o madre che sia.

L’importanza di questo studio sta, oltre all’interesse per la figura paterna e nella sua predominanza per l’alessitimia, nell’aver usato la TSIA, più sensibile e valida rispetto al questionario.

Considerando una rassegna della letterature emerge come le pazienti bulimiche riportano, e ne sono influenzate, un ambiente familiare più disfunzionale nella gestione delle emozioni rispetto alle pazienti anoressiche (Fornari e WlodarczyKBisaga,1999); i genitori delle pazienti anoressiche sono più alessitimici dei controlli e le pazienti anoressiche sono più alessitimiche dei loro genitori  (Guttman e Laporte, 2002).

Stimolazione sensoriale: il trattamento “Snoezelen” applicato alla demenza

Il trattamento Snoezelen è un intervento terapeutico, nato in Olanda negli anni ’70 e finalizzato alla promozione del benessere nella persona, attraverso la stimolazione controllata dei cinque sensi, utilizzando effetti luminosi, colori, suoni, musiche, profumi.

 

Le origini del trattamento Snoezelen

Derivato da due verbi olandesi, ‘Sniffen’ e ‘Doezelen’, il termine Snoezelen è stato inizialmente introdotto nel 1970 come intervento per le persone con disabilità intellettiva, con l’intento di ridurre gli effetti negativi della deprivazione sensoriale, come urla e comportamenti dirompenti. L’applicazione clinica della Snoezelen è stata estesa dall’ambito delle disabilità intellettive a quello delle demenze. Queste due popolazioni condividono alcune caratteristiche tra cui la presenza di deficit cognitivi e le difficoltà comunicative. Queste difficoltà portano spesso ad una condizione di isolamento e distacco dalla realtà circostante; a tal riguardo, tra gli scopi perseguibili attraverso il trattamento Snoezelen vi è proprio quello di ricercare un contatto con il mondo interno delle persone attraverso la stimolazione sensoriale.

 

L’applicazione del trattamento Snoezelen alle persone con demenza

Le persone con demenza, inoltre, hanno una più bassa soglia di tolleranza allo stress, e quindi una limitata capacità di fronteggiare le esigenze ambientali. In genere si manifestano comportamenti disadattivi in caso di sovraccarico ambientale o di deprivazione sensoriale. Quindi sia nel caso in cui la stimolazione ambientale è maggiore del livello di adattamento di un individuo che quando sussistono bassi livelli di stimolazione sensoriale. Gli studi sulla deprivazione sensoriale, condotti tra gli anni ’50 e ’60, dimostrano infatti gli effetti dannosi di un ambiente sensoriale non stimolante sui processi mentali di individui giovani sani già dopo un breve periodo di tempo. Uno studio ha riportato che i partecipanti di una ricerca collocati in un ambiente sensoriale deprivato (anche solamente per 1 ora), hanno sperimentato agitazione, ansia, allucinazioni, e una ridotta performance ai test psicologici. Tuttavia, non appena i partecipanti sono stati collocati in un ambiente sensoriale stimolante, le anomalie comportamentali scomparvero. I risultati di queste ricerche suggerirono importanti implicazioni cliniche.

Molti ricercatori considerano gli ambienti Snoezelen come terapie multisensoriali in cui le persone con demenza sono incoraggiate ad impegnarsi con stimoli sensoriali in un ambiente positivo e non stressante. Inoltre, la stanza Snoezelen non richiede un importante coinvolgimento delle abilità intellettive che potrebbero provocare sentimenti di fallimento o di inadeguatezza. L’obiettivo di questo intervento è quello di promuovere comportamenti positivi e ridurre quelli disfunzionali.

Un ambiente multisensoriale promuove, nella persona con demenza, un senso di benessere generale, fornendo un’ atmosfera di fiducia e di rilassamento. L’assunto alla base della stimolazione multisensoriale, fornita in ambiente Snoezelen, si fonda sulla convinzione che ogni individuo abbia un fondamentale bisogno di interazione e di essere coinvolto in attività piacevoli. Purtroppo, spesso, i residenti delle case per anziani non ricevono sufficiente stimolazione durante il corso della giornata; alcuni, anzi, non sono in grado di muoversi in autonomia e trascorrono lunghi periodi immobili.

Da una ricerca di Cohen-Mansfield et al. (1992) emerge che durante il 63% del loro tempo i residenti restano inoccupati, e che i soggetti sono esposti maggiormente ad agitazione quando non sono occupati rispetto a quando sono impegnati in attività. Per combattere la noia causata dalla mancanza di stimoli, le stanze multisensoriali creano un ambiente che offre piacere, svago, ricreazione, e interazione. L’ambiente Snoezelen è quindi un approccio innovativo, che mostra benefici a breve termine sui sintomi comportamentali e psicologici; si osservano, infatti, effetti immediati dopo ogni seduta.

La pazza gioia (2016) – Recensione del nuovo film di Paolo Virzì

La pazza gioia di Paolo Virzì si occupa di quello spazio intermedio, in grande espansione, dove pubblico e privato si incontrano mettendo a disposizione il primo, la correttezza scientifica e il rispetto della legge e il secondo, le risorse e l’efficienza.

 

Ho avuto il privilegio di vedere il film ‘La pazza gioia‘ di Paolo Virzì (che sarà nelle sale il 17 maggio) in anteprima, in una proiezione privata in cui io e Brunella sembravamo il remake di Albertone e Augusta, immersi tra i VIP del bel mondo dello spettacolo, grazie al fatto che il regista mi aveva incontrato proprio sulle pagine di State of Mind quando stava immaginando il film e aveva voluto conoscermi, per scambiare qualche idea su come funzionino oggi le cose nell’universo della salute mentale.

Serio e scrupoloso, ha svolto accurate indagini alla ricerca dei vissuti profondi che animano i protagonisti del grande teatro della salute mentale in Italia, diventandone appassionato esperto.

Non tutti vengono assolti ma, alla fine, ognuno è compreso e perdonato (insomma ci è andata bene!) per cui sarebbe interessantissimo intervistarlo al termine di questa esperienza.

Quattro anni fa pubblicammo un libro dal titolo ‘Territori dell’incontro‘, che trattava di libri e film che parlano della sofferenza mentale e del loro possibile utilizzo  in psicoterapia e nella formazione professionale.

Certi disturbi, una volta visti sul grande schermo, penso, ad esempio, agli ossessivi di Carlo Verdone o ai matti di Jack Nicholson, non li dimentichi più, al contrario di quando li leggi sui libri.

In quel libro, oltre a trattare tutti i singoli disturbi, si parlava dei sistemi curanti. Moltissimi psichiatri della mia generazione hanno scelto  questo mestiere per combattere a fianco di Nicholson in ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo‘ ed hanno costruito quel mondo imperfetto dei servizi pubblici e del privato sociale che viene ben rappresentato anche  in ‘Si può fare‘ di Giulio Manfredonia che, di quel libro, fece la prefazione.

Ora mi toccherà aggiornare quel volume per far posto a questo gioiellino che è La pazza gioia di Paolo Virzì.

Quando esce qualcosa che riguarda il mondo della sofferenza mentale tutti noi operatori vi ci gettiamo avidi, felici che se ne parli non soltanto nei titoli della cronaca nera e desiderosi di riaffermare appassionatamente le nostre idee, scontrandoci come solo la direzione del PD sa fare.

Il livello di psicopatologia che serpeggia tra noi curanti è decisamente superiore alla media e la riforma basagliana ha avuto perlomeno il merito di togliere un po’ di operatori dalla strada.

La maggior parte dei film sul sistema curante si occupa dei manicomi, per stigmatizzarne gli orrori e la soddisfazione orgogliosa di averli, primi nel mondo, chiusi e della psichiatria territoriale, per sottolinearne l’insufficienza di risorse e l’abbandono dei pazienti nonostante l’impegno di terapeuti spinti da una vocazione talvolta eroica.

Dall’altro lato, quando si parla del privato, ci si concentra soprattutto sugli studi di psicoterapia i quali, che siano dell’upper east side newyorchese o de noantri, ci descrivono complicate relazioni terapeuta-paziente che varcano il rigido confine del setting per inoltrarsi nel territorio del codice penale.

La pazza gioia di Virzì si occupa di quello spazio intermedio, in grande espansione, dove pubblico e privato si incontrano mettendo a disposizione il primo, la correttezza scientifica e il rispetto della legge e il secondo, le risorse e l’efficienza.

Insomma, il mondo delle comunità terapeutiche, delle cooperative e del volontariato che collaborano per produrre un’unica sinfonia sotto la direzione dei Centri di Salute Mentale.

Non dirò una parola sulla trama del film che, tra risate ed occhi inumiditi, ci sorprende fino all’ultima immagine con un fuoco di fila di colpi di scena temuti e auspicati dallo spettatore; spettatore che adotta da subito le due sciagurate protagoniste che, all’inizio, si vorrebbero prendere ‘a schiaffi a due a due finchè non diventano dispari‘ e, al termine, vorresti ospitarle a casa sentendo che così anche un pezzo di te troverebbe pace.

Non c’è un personaggio che sia solo buono o solo cattivo.

Virzì, lo aveva già dimostrato in tutti gli altri suoi film: non parte da una prospettiva ideologica ma compassionevole,  come chi sa che l’essere angelo e demonio allo stesso tempo è esattamente la cifra (scrivo così perché fa fine, ma avrei detto caratteristica) dell’essere umano.

La differenza tra operatori e pazienti si confonde, alcuni curanti starebbero meglio dall’altra parte, mentre la relazione terapeutica più bella e salvifica è quella che una protagonista instaura con l’altra protagonista, la più matta di tutta la compagnia.

Se non mi vergognassi della banalità della frase dopo una vita di studio direi che, alla fine, il vero ingrediente indispensabile per la cura è la relazione terapeutica, dove sperimentare un amore compassionevole in cui il curante riconosce nell’altro le sue stesse fragilità e meschinità e vi fa pace, rimandando ad altri il compito impossibile e logorante della perfezione.

Il film è intessuto di queste relazioni terapeutiche, poco tecniche ma molto calde, trasversali tra i personaggi anche più marginali e, a prima vista, abietti. Ognuno visto più da vicino ha le sue ragioni e, come diceva De Andrè: ‘Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo‘.

Non vorrei aver dato l’impressione che si tratta di un film serioso a cui far seguire il temuto dibattito.

Si sta molto in apprensione. Si tifa ora per l’uno e poi anche per il suo avversario e soprattutto, non si ride di qualcuno, ma si ride perché quella pazza gioia è contagiosa.

 

LA PAZZA GIOIA: IL TRAILER DEL FILM

Psicoterapia con bambini e famiglie: interventi cognitivo-comportamentali in età evolutiva (2016) – Recensione

Nerina Fabbro ci introduce con questo saggio alla psicopatologia dell’età evolutiva e fornisce un agile strumento per tutti i professionisti della salute mentale che si interessano dei disagi dei bambini e degli adolescenti.

 

Sono ormai numerosi i dati che ci fornisce la letteratura sull’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi psicologici dell’infanzia e dell’adolescenza, in particolare se contestualmente all’intervento con il bambino è attivato anche un lavoro con la famiglia. Il volume offre quindi indicazioni su trattamenti che tengano conto dell’importanza in età evolutiva di un approccio di terapia cognitivo-comportamentale familiare.
Il volume offre strumenti di aiuto clinico per i professionisti della salute mentale dell’età evolutiva, presentati sotto forma di protocolli d’intervento che includono strategie cliniche e tecniche cognitivo-comportamentali per la maggior parte articolati in proposte di lavoro per i bambini/adolescenti e per i genitori.

Il testo ci introduce quindi alla psicopatologia dell’età evolutiva ponendo attenzione al setting terapeutico e alla costruzione della relazione terapeutica con il bambino e la sua famiglia.

La prima parte del testo è quindi dedicata agli interventi nell’infanzia e nella fanciullezza: il trattamento dell’enuresi e dell’encopresi, i disturbi del comportamento alimentare nell’infanzia, l’ansia generalizzata e l’ansia da separazione, il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva, il trattamento della sindrome di Tourette e di altri disturbi da tic, il trattamento della tricotillomania in età evolutiva e infine il trattamento integrato del disturbo della fluenza verbale con esordio nell’infanzia.

La seconda parte del testo propone interventi in preadolescenza e in adolescenza: il trattamento della depressione in età evolutiva e il trattamento sull’uso di sostanze. Sono inoltre presentati un training di assertività di gruppo per adolescenti e il rilassamento muscolare progressivo in età evolutiva.

La terza parte del testo è dedicata ai genitori: all’intervento cognitivo-comportamentale con la famiglia, al training di assertività con sessioni parallele per genitori e bambini, alla terapia di coppia e alla separazione e al divorzio dei genitori.
Infine nella quarta parte del testo sono proposti interventi in specifici contesti: un intervento ACT di gruppo per una gestione del diabete insulino-dipendente e la pet therapy in età evolutiva associata ai trattamenti cognitivo-comportamentali.

Il testo è il risultato della collaborazione di diversi professionisti, è ben organizzato, di facile consultazione e rapido da utilizzare. Consiglio a chi lavora con i bambini-adolescenti e in particolare con i genitori, di averlo nella propria libreria.

Immagine corporea: definizioni e fattori determinanti

Immagine corporea: La costruzione dell’immagine corporea e le sue eventuali alterazioni derivano da un insieme di aspetti neurobiologici, psicologici e socio-culturali.

Immagine corporea: definizioni

La maggior parte delle persone limitano all’apparenza fisica il concetto di immagine corporea, ma quest’ultima è molto di più. Di seguito alcune definizioni. Nella prima opera interamente dedicata all’immagine corporea, dal titolo The image and the appearence of the human body (L’immagine e l’apparenza del corpo umano), Paul Schilder definisce l’immagine corporea: [blockquote style=”1″]L’immagine del nostro corpo che ci formiamo nella mente, e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare […]. Questo termine indica che non si tratta semplicemente di una sensazione o di un’immagine mentale: ma che il corpo assume un certo aspetto anche rispetto a se stesso; esso implica inoltre che l’immagine non sia semplicemente percezione, sebbene ci giunga attraverso i sensi, ma comporta schemi e rappresentazioni mentali, pur non essendo semplicemente una rappresentazione[/blockquote] (Schilder, 1935).

Secondo Schilder, inoltre, l’immagine corporea è costruita nel cervello e quindi sottoposta ad un collaudo permanente necessario a verificare quali e come le parti concordano con il progetto individuato e l’insieme complessivo corporeo. Più recentemente, Peter Slade definisce l’immagine corporea [blockquote style=”1″]l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo[/blockquote] (Slade, 1988). Secondo Slade, l’immagine corporea è costituita da diverse componenti (Slade, 1994): percettiva (ad esempio, come la persona visualizza la taglia e la forma del proprio corpo); attitudinale (quello che la persona pensa e conosce del proprio corpo); affettiva (i sentimenti che la persona nutre verso il proprio corpo); comportamentale (riguardante ad esempio, l’alimentazione e l’attività fisica). Quindi l’immagine corporea riguarda la persona nella sua globalità, e i suoi effetti possono essere rilevanti e complessi.

 

Aspetti neurobiologici legati all’immagine corporea

La costruzione dell’immagine corporea e le sue eventuali alterazioni derivano da un insieme di aspetti neurobiologici, psicologici e socio-culturali. A proposito dei primi, le principali aree cerebrali collegabili all’immagine corporea sono (Dalla Ragione; Mencarelli, 2012):
–  l’emisfero destro (determinante per la regolazione delle emozioni)
–  insula, amigdala e giro superiore (che mediano le reazioni di disgusto e di avversione legate alle percezioni visive)
–  corteccia occipitale dorsale, giunzione temporo-parieto-occipitale destra, giro fusiforme, lobo parietale inferiore, corteccia prefrontale dorso-laterale (se disfunzionali, potrebbero dare origine a distorsioni della percezione dei volti e del corpo. Inoltre l’alterato funzionamento della corteccia prefrontale dorso-laterale potrebbe contribuire all’incapacità di correggere distorsioni percettive generate da altri sistemi mal funzionanti).
–  corteccia prefrontale ventro-mediale (se disfunzionale, potrebbe dare origine all’incapacità di inibire reazioni di disgusto e di ansia derivate da difetti corporei percepiti
–  giro paraippocampale destro (se disfunzionale, potrebbe dare origine ad incongrue autovalutazioni circa il proprio aspetto, negative distorsioni interpretative e idee di riferimento)
–  il fronto-striato (se con anomalie, potrebbe contribuire alla disfunzione esecutiva e alla natura intrusiva dei pensieri ossessivi e dei comportamenti compulsivi).

Aspetti psicologici e socio-culturali associati all’immagine corporea

Tra gli aspetti psicologici associati all’alterazione dell’immagine corporea: esperienze evolutive avverse (Thompson et al., 2001) ad esempio, l’influsso negativo derivante dalle umiliazioni subite per l’aspetto fisico durante l’infanzia e l’adolescenza. Altri autori (Neziroglu et al., 2004) hanno invece sottolineato che i soggetti con alterazione dell’immagine corporea si caratterizzano per un’estrema importanza data all’apparenza, derivante dall’essere stati bambini ed adolescenti molto apprezzati per il loro aspetto fisico.

A proposito degli aspetti socio-culturali, il Modello Tripartito di Influenza considera i genitori, i pari e i mass media, tre fonti che condizionerebbero lo sviluppo delle alterazioni dell’immagine corporea. Infatti, i mezzi di comunicazione di massa trasmettono e promuovono un’eccessiva esaltazione della magrezza, e a loro volta i genitori e i pari rinforzano e incoraggiano tale attuale standard irrealistico di bellezza. Quest’ultimo quindi viene interiorizzato ma poiché è impossibile da raggiungere concretamente dalla maggior parte delle donne, favorisce l’insoddisfazione corporea (Keery et al., 2004; Cash, 2005).

Uno studio che dimostra l’efficacia dei mass media è quello compiuto da Becker e collaboratori su un campione di adolescenti femmine delle isole Fiji. Dopo appena un anno di esposizione a programmi televisivi occidentali, le ragazze testate mostrarono il desiderio di ridisegnare il loro corpo per diventare più simili ai protagonisti della TV (Becker et al, 2002). Secondo Stice, la pressione verso la magrezza esercitata da familiari, amici e media favorisce la tendenza a sopravvalutare l’importanza delle forme corporee e del peso nella valutazione di se stessi. L’autore considera ciò la base dell’alterazione dell’immagine corporea, che aumenta la probabilità di sviluppare sintomi tipici della patologia alimentare, come la restrizione e l’abbuffata (Stice, 2002).

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