expand_lessAPRI WIDGET

Guida Michelin per psicoterapeuti – Un articolo di Giancarlo Dimaggio

Sono le 20 e 58 quando entriamo nella hall di un art hotel nel centro di Roma: Dimaggio, ho prenotato per due. Ristorante stellato. La mia ribellione personale alla dipendenza da Masterchef e Gambero Rosso Channel. Eccesso di cucina gourmet osservata, iniziava a generare stati crescenti di frustrazione.

Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul mensile “La freccia” di Maggio 2016

 

Alle 14 e 22 Ilaria mi racconta che il padre la picchiava. Calci. Cinque minuti dopo decido di andare con lei lì, nell’angolo della cucina dove si rannicchiava. Si chiama immaginazione guidata. Chiuda gli occhi. Quanti anni ha? Nove. Respiri profondamente, vede la scena? Sì. Com’è lui? Alto, enorme, sembra che gli escano le fiamme dagli occhi. Come si sente? Avevo paura. Ora la sente? No, ora no. Cosa fa suo padre in questo momento? Non lo so, non lo vedo più, sta diventando una macchia azzurra. Alle 14 e 40 apre gli occhi. È più sollevata.

Dieci minuti ed esco dalla stanza, ho assaporato la prima dose di vero distillato di dolore umano della giornata. Ne assumo almeno una al giorno, tre volte a settimana. Si chiama: fare lo psicoterapeuta. Leggo l’email. Un’ottima notizia. Mi viene fame. Ho un’idea, faccio una telefonata. Non ci speravo, ma ottengo lo scopo.

Alle 17 e 09 Davide mi dice che la madre è stata diagnosticata tardivamente di schizofrenia paranoide. Tipo che vedeva minacce dappertutto, ladri, la mafia, il Vaticano oscuro. Avevo 10 anni – periodo difficile della vita viene da pensare -. Com’era per lei a quell’età? Tremendo. La notte mamma restava sveglia a controllare se c’erano pericoli. E lei che faceva? Restavo immobile completamente sotto le coperte, attento a non fare un bai. Perché? Dovevo stare in guardia, qualcuno grosso e armato sarebbe potuto entrare. Alle 17 e 16 gli chiedo di tornare in quella stanza. Cosa prova? Teso, ho paura. Bene, gli dico. Facciamo una prova: porti il Davide adulto in quella stanza. Ok. Vede il bambino? Sì. Gli vada vicino. Si sieda sul letto, lo conforti. Alle 17 e 19 lo prende per mano e lo porta a esplorare la stanza, a guardare fuori dalle finestre. Con una certa riluttanza il bambino ammette che non ci sono mostri e accetta di tornare a letto, non senza averne tratto un certo conforto. Respiro uno, respiro due, respiro tre. Apra gli occhi. Come sta? Molto sollevato.

Alle 17 e 50 ho finito di assumere la seconda dose di vero distillato di dolore umano della giornata. Sono sopra la media. Decido di agire. Telefono a Eleonora. Amore? Sì? Una bella notizia. Dimmi. Routledge ha accettato di pubblicare il mio ultimo manuale di psicoterapia in inglese. Wow. Sì, wow. Stasera vestiti in lungo.

Sono le 20 e 58 quando entriamo nella hall di un art hotel nel centro di Roma: Dimaggio, ho prenotato per due. Ristorante stellato. La mia ribellione personale alla dipendenza da Masterchef e Gambero Rosso Channel. Eccesso di cucina gourmet osservata, iniziava a generare stati crescenti di frustrazione.

Dovrebbero pubblicarti libri in inglese ogni settimana, fa Eleonora. Ci servono l’aperitivo. Un prosecco delle langhe accompagna tre piatti di bocconcini. Un piccolo maritozzo con crema di melone e prosciutto crudo. Un cubetto rossoverde nel quale lo chef è riuscito a impilare quattro strati, inclusa una sfoglia microscopica di gambero. Si sente il seme di sesamo. Restiamo increduli. Poi dolce e salato in un’unica rotella, l’alice, il cui sapore di solito odio, si mischia con una crema e il risultato è superbo. E ancora una caprese minuscola e piccole losanghe dalle tinte accostate con sapienza. Alle 21 e 24 le svelo la verità. Il libro è un pretesto. Che vuoi dire? Un pretesto per la cena. Perché, avevi voglia di celebrare la mia bellezza in modo adeguato? Ovvio, rispondo (era l’unica risposta possibile e non è falsa). Però?

Si tratta delle quantità quotidiane di dolore. Ah, vuoi direi il vero distillato di dolore umano? Esatto. Accompagnato da un bianco siciliano, profuma di uva spina, arriva l’antipasto. Il cameriere, siciliano anche lui, ce lo porta sorridendo. Sembra un tiramisù nel bicchiere, non lo è. In effetti scopriremo che la polvere nera sopra è davvero cacao al 100%. La spuma bianca è fatta di patate e del latte nel quale è stato cotto il baccalà. Lardo di cinta senese, il tocco di croccante. Spalle alla sala, faccio la scarpetta sotto il divertito rimprovero di Eleonora. L’olio di produzione propria, provenienza sabina, fa esplodere i sapori.

Una riflessione profonda di Eleonora: assumi dosi settimanali di vero dolore umano per poterti permettere una cena gourmet, o per discolparti dalla cena in un ristorante stellato assumi sofferenza su base regolare? Non c’è risposta. Faccio quello che faccio perché lo so fare e per motivi troppo lunghi da spiegare. Ho imparato il mestiere, ho studiato molto, rovistato nelle parti del mio animo non esposte al sole del sud. Ci ho costruito una reputazione scientifica sopra. Ma ha un prezzo. E guardare Carlo Cracco in TV non ripaga a sufficienza.

Il sommelier, un ragazzo con la barbetta con il quale tranquillamente berresti una birra artigianale tra i vicoli di Trastevere, ci presenta un sangiovese dell’Emilia, un fruttato che accompagnerà i ravioli ripieni di mascarpone al ragout di anatra. Il cameriere siciliano ci invita a masticarli senza averli aperti prima. Seguiamo il consiglio. Aveva ragione. Non ne sopravvive nessuno. Notiamo di non avere preso il ‘Rocher’ di coda alla vaccinara con gelée di sedano. Ci saranno altre occasioni finché non intraprendo programmi di disintossicazione dal vero dolore umano.

Alle 22 e 31 le racconto di una seduta di gruppo in cui siamo finiti tutti scalzi, Paolo, il mio collega, i pazienti e io. Mi punta gli occhi azzurri in faccia: sei serio? Un rosso dal profumo di erborinato, provenienza Côtes du Rhône, previene la risposta, introduce un dittico di capriolo. I sapori variano da lampone essiccato a curry e anice stellato. Ardito, ma funziona. Si chiude con il tiramisù, rivisitato. Naturalmente al baccalà, diciamo al cameriere siciliano. Ovvio, risponde. La strada per il superamento del dolore è indicata sulla guida Michelin, prosit.

Essere sani nei luoghi dei matti: la delicatezza del processo diagnostico – I grandi esperimenti di psicologia

#11: Essere sani nei luoghi dei matti: la delicatezza del processo diagnostico di D. Rosenhan (1973). Vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi e respirare un’aria in cui, liberi (purtroppo) da vincoli etici, tutto era possibile in nome della scienza.

 

David Rosenhan, nato nel 1929, è stato docente di Psicologia alla Stanford University. Da sempre convinto che sia impossibile effettuare una diagnosi basandosi solo su dati obiettivi, le sue più famose ricerche sono volte proprio a confermare questa tesi. E se non ci convince, per lo meno dei dubbi li lascia.

Come potremmo distinguere, se esistono, normalità e anormalità? Negli anni ’70, Rosenhan afferma che vi sono dati conflittuali sull’utilità e sul significato di termini come ‘malattia mentale‘, ‘insanità’ o ‘schizofrenia‘. Anche oggi, ciò che viene considerato normale in una cultura può essere totalmente aberrante per un’altra. I concetti di normalità e anormalità non sono così chiari come le persone se li immaginano. Solitamente, a questo dilemma si risponde considerando se un determinato evento è o meno deviante. L’omicidio è deviante. Così come lo sono le allucinazioni. Quindi capiamo subito che questo non è un buon indice per identificare la malattia mentale.

Cambiamo quindi prospettiva e proviamo a chiederci: le caratteristiche che determinano la diagnosi sono proprie del paziente o appartengono all’ambiente in cui la persona si trova e viene valutata? Per rispondere a questa domanda, Rosenhan sceglie di verificare se un campione di persone sane (senza diagnosi attuale né in anamnesi di disturbi psichiatrici) sarebbe stato ricoverato presso ospedali psichiatrici, se si fosse scoperto il loro reale stato di salute e come. Ai finti pazienti volontari non è stato chiesto di comportarsi in modo strano, né sono stati influenzati in qualche modo dal ricercatore riguardo alla clinica in cui sarebbero stati ricoverati.

Otto persone sane chiedono di essere ricoverate in 12 differenti strutture psichiatriche. Il gruppo di volontari conta uno studente di psicologia di 20 anni, una casalinga, un pittore, tre psicologi, un pediatra, uno psichiatra. Sono tre donne e cinque uomini, usano uno pseudonimo e inventano una professione, lo staff degli ospedali ovviamente non è a conoscenza dell’esperimento. Le strutture a cui vengono inviate le domande di ricovero sono molto differenti tra loro: alcune sono statali, altre finanziate dalle università, alcune sono antiche e decadenti, altre nuove, alcune sono più orientate alla ricerca, altre no.

Dopo aver chiamato l’ospedale per fissare un appuntamento, lo pseudo-paziente si reca al colloquio preliminare al ricovero lamentando di sentire delle voci. Quando gli viene chiesto che tipo di voci siano, risponde che si tratta spesso di voci poco chiare, ma sembrano dire ‘vuoto’, ‘tonfo‘, ‘cava‘. Tali voci non sono conosciute e hanno un timbro maschile o femminile a seconda del sesso del paziente.

Tale sintomatologia viene accompagnata da un senso di insoddisfazione per la vita in generale, riferita dagli pseudopazienti: la scelta non è casuale, Rosenhan è ben consapevole che non esiste in letteratura nessuna forma di ‘psicosi esistenziale’ o patologia simile a quella descritta dai suoi collaboratori. Ai volontari è stato chiesto di rispondere alle altre domande poste in sede di colloquio secondo la loro reale esperienza, senza inventare, ingigantire o modificare nulla della loro vita. La descrizione della loro famiglia, le relazioni amicali, il percorso scolastico e lavorativo corrispondevano alla realtà.

Immediatamente dopo la loro ammissione presso le strutture coinvolte, i collaboratori di Rosenhan cessavano di riferire i sintomi descritti in sede di colloquio. In alcuni casi si sentivano moderatamente ansiosi e tesi nel primo periodo: nessuno di loro credeva che sarebbe stato ricoverato così facilmente. Tutti riferiscono dopo i primi giorni uno stato di benessere ai dipendenti della clinica, il loro comportamento è nella norma, partecipano alle attività proposte e non lamentano difficoltà. Questo è anche quello che viene annotato nei loro diari clinici. Così come accade spesso in quegli anni ai pazienti psichiatrici, a nessuno dei partecipanti vengono comunicate delle tempistiche relative al ricovero. Ad eccezione di un volontario, tutti gli altri desiderano essere dimessi nel più breve tempo possibile, ma gli viene solamente detto che verranno dimessi quando dimostreranno di essere sani.

Nessuno svelò mai la simulazione degli pseudo-pazienti. A parte uno, tutti vengono dimessi con la diagnosi di ‘schizofrenia in remissione‘. Nessun documento delle strutture coinvolte cita l’ipotesi di una simulazione da parte degli pseudo-pazienti.

Rosenhan afferma che l’etichetta ‘in remissione‘ viene probabilmente assegnata indistintamente, è una formalità, perché nell’ottica delle strutture tali pazienti non possono essere definiti ‘sani‘, né, nell’ottica delle istituzioni, lo sono mai stati. Il fallimento delle strutture nel riconoscere tale simulazione non può essere considerato dipendente né dalla qualità delle cliniche né dalla scarsità di tempo disponibile per un’adeguata valutazione: i ricoveri sono durati tra i 7 e i 52 giorni, con una media di 19.

Nemmeno il comportamento normale dei collaboratori di Rosenhan ha fatto sorgere dubbi interpretativi alle diverse equipe: tuttavia, i pazienti ospiti presso le stesse cliniche spesso riconoscevano gli attori, anche quando questi continuavano ad affermare di aver sentito voci prima del ricovero.

I dati raccolti inducono l’autore a riflettere sulla facilità da parte dei professionisti in ambito psichiatrico di incorrere nell’errore statisticamente definito ‘falso positivo‘, ovvero la tendenza a giudicare malati soggetti sani. Nello spiegare tali conclusioni allo staff di un nuovo ospedale, i dipendenti si mostrano restii a credere di incorrere veramente in tali banali errori.

Pertanto il ricercatore decide di tentare un nuovo esperimento: avvisa l’equipe che nei successivi 3 mesi avrebbero fatto richiesta di ricovero uno o più pseudo-pazienti, chiedendo di segnalargli quando avessero avuto il dubbio di trovarsi di fronte a una messinscena. Dei 193 nuovi ingressi della struttura, i membri dello staff identificano con una certa sicurezza 41 pseudo-pazienti, gli psichiatri ne individuano 23 e 19 persone vengono sospettate di essere attori sia da uno psichiatra sia da un membro diverso dello staff. Non esattamente delle ottime intuizioni, visto che Rosenhan non ha inviato presso la clinica nessun finto paziente. La conclusione non può che dare ragione al ricercatore: ogni processo diagnostico è ampiamente soggetto a errori e non può essere replicato con sicurezza da diversi valutatori.

Una diagnosi di tipo psichiatrico, afferma l’autore, porta con sé conseguenze che influenzano la vita intera. Una volta che una persona viene diagnosticata come schizofrenica, ci si aspetta che lo sia per il resto della sua vita. Quando i sintomi rimangono assenti per un periodo di tempo sufficiente, la patologia viene definita ‘in remissione‘. Ma l’etichetta rimane, così come rimangono le aspettative che, prima o poi, la persona manifesti qualche comportamento bizzarro. E queste conseguenze non si riversano solamente sul paziente, ma anche sui famigliari e sulle persone a lui vicine: non c’è da meravigliarsi se si trasformano in profezie che si auto-avverano.

A maggior ragione se si considera la tendenza all’evitamento e alla depersonalizzazione che caratterizzano, in quegli anni, le strutture che ospitano pazienti psichiatrici: i membri dello staff entrano in contatto con i pazienti solo per poco tempo durante il giorno, spesso ignorano le loro domande o evitano il contatto visivo. I livelli di privacy sono ridotti al minimo e, durante il ricovero, spesso viene applicata una sospensione dei diritti individuali. Questi elementi complicano ancora di più la possibilità di individuare, in ambienti di questo tipo, chi sta bene da chi soffre davvero. Tutti soffrono, in un modo o nell’altro.

Nelle conclusioni del suo lavoro, Rosenhan individua alcune vie d’uscita dalla situazione contemporanea. Cita l’incremento di strutture di altro tipo, comunità, centri specifici per il superamento di momenti di crisi, lo sviluppo di terapie comportamentali mirate, la tendenza a curare la persona all’interno di un ambiente che non sia di per sé fattore di peggioramento dello stato di salute. Ma non solo: l’autore nota una maggiore sensibilità da parte dei professionisti della salute mentale nei confronti delle condizioni paradossali dei pazienti psichiatrici. E forse l’ha notato proprio nel 1973, mentre con altre sette persone ha deciso di fingersi un paziente psichiatrico e ha richiesto di essere ricoverato presso un ospedale psichiatrico.

 

Essere o non essere: il ruolo del dilemma implicativo nella resistenza al cambiamento

Un dilemma implicativo é una struttura cognitiva propria di sé (uno schema nucleare), nel quale il problema o il sintomo (il polo non desiderabile di un costrutto), é associato a caratteristiche positive e congruenti con la propria identità e l´abbandono del problema o del sintomo supporrebbe, d’accordo all’associazione di significati del dilemma, di lasciare la costruzione di sé con questi aspetti positivi e congruenti e ciò rappresenterebbe una minaccia per la propria identità.

Guillem Feixas, Danilo Moggia

La teoria dei costrutti personali di Kelly e il ruolo del dilemma implicativo nella salute mentale

Marco é un uomo di 42 anni nella fase intermedia di una terapia cognitiva comportamentale per il suo disturbo depressivo. Lui e il suo terapeuta hanno notato che ha avanzato nelle prime sedute, ma adesso non piú, persino il suo stato d’animo é ricaduto. Marco dice: “Non é un suo problema dottore, né del suo metodo, sono io il problema… non posso cambiare, é come se non volessi cambiare”. Quanti terapeuti hanno avuto questa esperienza? Perché Marco non avanza di piú? Perché Marco migliora nelle prime sedute e poi no?

Noi pensiamo che a tutte queste domande si possa rispondere studiando il ruolo del Dilemma Implicativo nella salute mentale e nella psicoterapia. Questa nozione viene dalla Psicologia dei Costrutti Personali di Kelly, la quale fornisce un adeguato quadro concettuale e metodologico per lo studio empirico dei conflitti interni relativi alla costruzione del sé. Sinteticamente, la teoria di Kelly esplora il modo soggettivo in cui le persone costruiscono la loro esperienza, analizzando i loro costrutti personali, che sono dimensioni bipolari di significati personali (ad esempio, essere depressi rispetto ad essere felici). Questa teoria sostiene una proattiva visione degli esseri umani e così afferma che la motivazione, i processi emotivi, e le azioni vengono regolati sulla base della congruenza o discrepanza tra la costruzione del ‘sé’ e del ‘sé ideale’. La discrepanza tra sé e l´ideale non è necessariamente un conflitto.

Per concettualizzare i conflitti, la Teoria dei Costrutti Personali riconosce che gli esseri umani possono assumere una varietà di costruzioni che sono inferenzialmente incompatibili tra loro (il corollario di frammentazione di Kelly). Da questa prospettiva, è probabile che i dilemmi si possano generare quando una persona deve conciliare il sé con i valori personali sostenuti. Ad esempio, il caso di un paziente depresso cronico che ha affrontato il dilemma tra essere depresso (associato nel suo sistema di costrutti con ‘essere umano’) o il cambiamento, e diventare una persona ‘distruttiva’ o una persona ‘sgradevole’ (secondo la sua visione). Questo é un conflitto derivato dalla particolare configurazione delle implicazioni del suo sistema di costrutti.

 

Il conflitto tra il sè attuale e il sè ideale

Da questa visione, un dilemma implicativo é una struttura cognitiva propria di sé (uno schema nucleare), nel quale il problema o il sintomo (il polo non desiderabile di un costrutto), é associato a caratteristiche positive e congruenti con la propria identità e l´abbandono del problema o del sintomo supporrebbe, d’accordo all’associazione di significati del dilemma, di lasciare la costruzione di sé con questi aspetti positivi e congruenti, e ciò rappresenterebbe una minaccia per la propria identità.

In altre parole, la nozione di dilemma implicativo fa riferimento a quei conflitti in cui un cambio desiderato (ad esempio, non essere depresso) implica un cambio indesiderato (ad esempio, diventando sgradevole). In questo esempio un cambio specifico a livello di sintomi implica un cambio a livello di identità (cioè, diventando un tipo di persona diversa). Operativamente, due tipologie di costrutti personali sono coinvolti in un dilemma implicativo.

Da un lato, ci sono i costrutti discrepanti, in cui la persona percepisce una discrepanza significativa tra il ‘sé attuale’ e il ‘sé ideale’ di modo che un polo del costrutto descrive il presente e l’altro il polo del sé ideale. Dall´altra parte, i costrutti congruenti rappresentano aree di auto-soddisfazione (come indicato dalla somiglianza tra il sé presente e il sé ideale) che puó essere legata a valori personali o credenze.

Nell’esempio, il paziente si considera una persona che ‘non ama se stessa’ (polo di sinistra), e vorrebbe iniziare ad ‘amare se stessa’ (polo destro del costrutto discrepante).

Contemporaneamente, in congruenza con il suo sé ideale, si considera come ‘protettiva’ (polo di sinistra) e non vuole diventare ‘impassibile’ (polo destro del costrutto congruente, si puó notare che tutti questi costrutti sono personali, nelle parole del paziente).

Essere o non essere, questo è il problemail ruolo del dilemma implicativo nella resistenza al cambiamento-diagramma

Conclusioni

In questo senso, si considera che i dilemmi implicativi agiscono come fattori di mantenimento della sintomatologia psicopatologica attraverso il tempo e spiegherebbero i fenomeni che tradizionalmente sono stati concettualizzati come resistenza o stagnazione nella psicoterapia.

I dilemmi implicativi possono essere misurati attraverso la Tecnica della Griglia nelle fasi pre e post della terapia. Diverse ricerche hanno dimostrato la relazione tra la presenza di Dilemma implicativo e la presenza di alcuni disturbi e sintomatologia psicopatologica nella popolazione clinica, come nei disturbi alimentari (Feixas et al, 2010), nel disturbo depressivo maggiore (Feixas et al, 2014), distimia (Montesano et al, 2014), disturbi ansiosi (Melis et al, 2011) e disturbi misti (Feixas, Saúl & Avila Espada, 2009).

Lo psicologo forense in ambito minorile: il ruolo, i test e i limiti

Psicologo forense: I lavori forensi nell’ambito della giustizia minorile sono i più delicati in quanto lo psicologo dovrà considerare anche lo sviluppo cognitivo del minore, valutando con attenzione le sue capacità mnestiche, l’intelligenza emotiva, l’esame di realtà e via dicendo, considerando l’età del bambino e le diverse tappe dello sviluppo.

 

Chi è lo psicologo Forense e cosa fa?

L’Ordine Nazionale degli Psicologi, facendo riferimento alla classificazione EUROPSY, definisce lo psicologo forense e giuridico come colui che si occupa [blockquote style=”1″]dei processi cognitivi, emotivi e comportamentali aventi rilevanza per l’amministrazione della giustizia, con riferimento alle persone intese sia come autrici di reato sia partecipanti al processo giudiziario in qualità di imputati, testimoni, parti lese, avvocati e giudici. […] Le applicazioni delle conoscenze e dei metodi di psicologia clinica al contesto giudiziario costituiscono un ausilio sia per l’emissione di sentenze sia per tutelare interessi di parte. Ci si riferisce, ad esempio, all’assessment e alla diagnosi psicologica, alla valutazione della pericolosità, dell’imputabilità e responsabilità penale di adulti e minori, alla valutazione e quantificazione del danno psichico ed esistenziale, al criminal profiling, alla valutazione di minori e del contesto familiare in casi di pregiudizio, all’assessment di minori autori di reato, alla valutazione dei minori e delle capacità genitoriali in casi di affidamento per separazione o divorzio, alla mediazione e risoluzione dei conflitti, alla valutazione per lo sviluppo di percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo di autori di reato, ecc.[/blockquote]

In generale, lo psicologo forense svolge in qualità di Perito, in ambito penale, perizie su nomina del giudice o, in ambito civile, consulenze tecnico-giudiziarie in qualità di CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), Consulente Tecnico del Pubblico Ministero (CTPM) o, di Consulente Tecnico di Parte (CTP) su nomina degli avvocati di parte. Nella sua opera professionale, lo psicologo forense deve rispettare non solo il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani ma anche alcuni documenti che sanciscono le linee guida nell’ambito della psicologia giuridica, tra cui la Carta di Noto del 1996 e i relativi aggiornamenti 2002 e 2011 e Linee guida deontologiche per Psicologo Forense dell’Associazione Italiana Psicologia Giuridica (Torino, 1999)2.

Nella sua attività forense, lo psicologo dovrà sempre tenere a mente il quesito posto dal sistema giudiziario, la sua attività sarà quella di valutazione, in alcun modo potrà svolgere terapia nell’ambito di una perizia o di una consulenza. L’atteggiamento guida da adottare dovrà essere quello “falsificazionista” riassumibile con Popper in questa affermazione: [blockquote style=”1″]L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. La controllabilità coincide con la falsificabilità; alcune teorie sono controllabili, o esposte alla confutazione, più di altre; esse per così dire, corrono rischi maggiori.[/blockquote] (Popper, 1986).

Questo approccio garantisce infatti allo psicologo di non fossilizzarsi su eventuali informazioni pregiudiziali o di non fare assoluto riferimento al proprio paradigma, ma di confutare e vagliare razionalmente ogni possibilità con lo scopo di avvicinarsi il più possibile a una valutazione oggettiva. Lo psicologo, dovrà comunque tenere a mente che non dovrà sovrapporsi al ruolo del Giudice, ovvero, potrà esprimere un parere in termini di probabilità o compatibilità, non certo di assoluta verità, fornendo agli interlocutori (giudici, avvocati, colleghi psicologi, psichiatri ecc..) elementi oggettivi per valutare e comprendere l’operato dello psicologo forense e di conseguenza le sue conclusioni. Il suo ruolo è quindi di concorrere, assieme alle altre figure, ad aiutare il Giudice ad esprimersi nel modo più corretto possibile.

 

Quali metodologie e quali test nella psicologia giuridica e peritale?

Nell’ambito forense, occorre essere molto cauti e attenti rispetto ai paradigmi di riferimento e ai diversi approcci che ogni psicologo può seguire. Nello specifico, alcuni approcci che nella pratica terapeutica possono risultare efficaci, in ambito giuridico – considerato il tempo limitato, l’obiettivo (che non è appunto fare terapia, ma valutare) e la necessità di dover dare a tutte le parti elementi per comprendere e valutare il lavoro condotto – potrebbero essere poco adatti.

In generale, il principio da adottare è quello di utilizzare metodologie e strumenti il più possibile recenti, oggettivi e condivisi dalla comunità scientifica internazionale. Relativamente ai test proiettivi o tematici, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ad esempio raccomanda di utilizzarli, se necessario, solo in accompagnamento ad altri e in particolare scrive: [blockquote style=”1″]L’utilizzazione distorta, più o meno volontariamente, di strumenti tecnici (test proiettivi) che mirano ad ampliare ed approfondire la conoscenza e la comprensione di dinamiche e processi intrapsichici individuali, significa la compromissione e mistificazione di tali strumenti e la sottolineatura del libero arbitrio rispetto a posizioni scientifiche acquisite. In ambito forense e ancor più nel campo di esame di personalità di minori, dove tutto sembra amplificarsi ed acquisire maggior valore, lo psicologo che utilizza i test deve evitare un’analisi contenutistica priva del “tessuto connettivo di sostegno” offerto dai dati statistici quantitativi nell’interpretazione di un test proiettivo come ad esempio il Rorschach e, soprattutto, deve evitare di assumersi il compito-dovere di accertare un’eventuale colpevolezza, di accertare la verità su di un fatto, o ancora nel valutare il grado del dolo, interpretando così in modo soggettivo e privo di fondamenta scientifiche un test proiettivo.[/blockquote]

Nell’ambito minorile i test proiettivi vengono però talvolta utilizzati, e non come ausilio per inquadrare lo stato psicologico del minore, ma come strumenti di misura. Tra i più diffusi, CAT (1957), TAT (1960), Blacky Pictures (1971), Favole della Duss (1957), Rorschach (1981), disegno della figura umana (1949), ecc. La letteratura scientifica dimostra però che questi test lasciano ampio spazio di interpretazione personale e si è dimostrato che diversi periti possono, con i suddetti test, arrivare a conclusioni diverse. Si è inoltre dimostrato che non vi sono significative differenze ad esempio tra i risultati a questi test condotti su minori sessualmente abusati rispetto a minori non abusati, indice della poca attendibilità oggettiva dei test )per una rassegna si veda Veltman e Browne, 2003 e Waterman, 1993 e de Cataldo, 2010).
In generale, test più recenti e utilizzabili nell’ambito minorile, per avere indicazioni più oggettive possono ad esempio essere:

BVN (2009), batteria di valutazione neuropsicologica per l’adolescenza.
CBA-Y (Cognitive Behavioural Assessment, 2013), per la valutazione del benessere psicologico in adolescenti e giovani adulti.
CLES (Coddington Life Events Scales, 2009), per la misurazione degli eventi stressanti nei bambini e negli adolescenti.
CUIDA (2010), per la valutazione dei richiedenti l’adozione, gli assistenti, i tutori e i mediatori.
FRT (Family Relations Test, 1991), per lo studio delle rappresentazioni familiari.
GSS (Gudjonsson Suggestibility Scale, 2014), per valutare le modalità di reazione durante un interrogatorio.
K-SADS-PL (2004), intervista diagnostica per la valutazione dei disturbi psicopatologici in bambini e adolescenti.
MMPI-A (Minnesota Multiphasic Personality Inventory – Adolescent, 2001), utilizzato per l’assessment della personalità negli adolescenti.
PARENTS (Portfolio per la validazione dell’accettazione e del rifiuto genitoriale, 2012), per misurare l’accettazione e il rifiuto genitoriale.
PCL:YV (Hare Psychopathy Checklist: Youth Version, 2013), per la valutazione della psicopatia.
PSI (Parenting Stress Index, 2008), per misurare lo stress presente nella relazione genitore/figlio.
SIPA (Stress Index for Parents of Adolescents, 2013): per identificare lo stress genitoriale con figli adolescenti.
TCS-A (Test sul superamento dei compiti di sviluppo in adolescenza, 2015), sessualità, abilità cognitive e socio-relazionali e identità.
Test Q-PAD (2011), per la valutazione della psicopatologia in adolescenza.
WISC IV (Wechsler Intelligence Scale for Children-IV, 2012), per valutare le capacità cognitive.

È sempre da tenere in considerazione che le interpretazioni dei test andranno sempre accompagnate da accorte valutazioni e osservazioni cliniche.
Infine, è fondamentale che i Consulenti di Parte si astengano dal somministrare test nel corso della consulenza, per non invalidare l’operato del CTU. Il CTP, ove possibile, è opportuno non sia presente durante la somministrazione di test nell’ambito dei lavori peritali per salvaguardare il corretto setting psicodiagnostico: buona abitudine, per questa ragione, è che il CTU videoregistri tutte le operazioni svolte, previo opportuno consenso del Giudice.

 

Chi può fare lo psicologo forense?

In generale possono occuparsi di scienze forensi psicologi che abbiano adeguata e comprovata esperienza e formazione nell’ambito. Presso ogni Tribunale è istituito un Albo dei Consulenti Tecnici: [blockquote style=”1″]I giudici che hanno sede nella circoscrizione di un determinato tribunale devono normalmente affidare gli incarichi ai CTU iscritti nell’albo dello stesso tribunale.[/blockquote] Essere iscritti in suddetto Albo infatti, garantisce una certa professionalità del consulente, in quanto l’ammissione è stabilita da un’apposita commissione, presieduta dal Presidente del Tribunale, composta anche dagli ordini territoriali competenti rispetto alla professione dell’esperto.

 

L’ambito dell’abuso su minori

In generale, i lavori forensi nell’ambito della giustizia minorile sono i più delicati in quanto lo psicologo dovrà considerare anche lo sviluppo cognitivo del minore, valutando con attenzione le sue capacità mnestiche, l’intelligenza emotiva, l’esame di realtà e via dicendo, considerando l’età del bambino e le diverse tappe dello sviluppo. Nel caso dell’abuso, sessuale o meno, il contesto si fa ancora più delicato: il sovrintendente Mauro Berti, responsabile dell’Ufficio Indagini per la Pedofilia della Polizia delle Comunicazioni del Trentino Alto Adige, nell’ambito di una manifestazione della giornata nazionale contro la pedofilia del 5 maggio 2016, ha espresso con limpida chiarezza quanta delicatezza e professionalità occorra nell’occuparsi di minori, in particolare vittima di presunti abusi sessuali, non si è però soffermato solo sugli aspetti formali e tecnici, ma ha aggiunto: [blockquote style=”1″]Per occuparsi di minore occorre che gli esperti, nelle loro diverse specificità e competenze, tengano sempre presente che essere bambini è un diritto, e che chi abbiamo davanti non è un oggetto su cui fare valutazioni o prendere decisioni, ma è una persona, con una sensibilità, con un vissuto, con delle emozioni imprescindibili. Occorre quindi ricordarsi sempre l’aspetto umano-relazionale, ed è anche per questo che la Polizia di Stato non si limita alle attività di indagine o repressione del reato, ma svolge numerose iniziative di sensibilizzazione.[/blockquote]

 

La stesura della relazione

La relazione al fine dei lavori, che lo psicologo forense dovrà elaborare per il sistema giudiziario, dovrà essere scritta con estrema precisione, non lasciando spazio ad interpretazioni soggettive o a espressioni ambigue, dovrà in primo luogo riassumere le modalità, gli incontri, i test e le persone coinvolte durante le operazioni peritali, per poi dettagliare gli esiti in modo oggettivo, dando agli interlocutori la possibilità di comprendere e verificare oggettivamente il lavoro svolto.

Conclusioni

Il lavoro dello psicologo forense è particolarmente delicato e richiede quindi, oltre alle competenze e alle conoscenze, una certa attitudine al metodo scientifico-giuridico.

Cosa succede al mio account Facebook se muoio? Utenti fantasma ed eredi virtuali

L’esistenza post mortem del profilo Facebook è un cruccio per la comunità web. Mark Zuckerberg coglie prontamente le preoccupazioni dei cittadini della sua comunità, e si preoccupa della loro salute virtuale. Riformulando la questione in modo più chiaro: nel caso in cui “ti succede qualcosa” nel mondo terreno, cosa accade nel tuo spazio virtuale? Ecco la soluzione proposta dal social network: se nella realtà quotidiana ci si tutela redigendo un testamento, nella realtà online si protegge il proprio patrimonio virtuale nominando un erede.

 

Cosa succede al mio account di facebook se muoio?

Oggi ci sono più di un miliardo di utenti Facebook. Per ognuno di questi, è possibile rintracciare tale FAQ (frequently asked question), cliccando nell’area gestione dell’account: “cosa succede al mio account se muoio?”.

L’esistenza post mortem del profilo Facebook è un cruccio per comunità web. Mark Zuckerberg coglie prontamente le preoccupazioni dei cittadini della sua comunità, e si preoccupa della loro salute virtuale. Riformulando la questione in modo più chiaro: nel caso in cui “ti succede qualcosa” nel mondo terreno, cosa accade nel tuo spazio virtuale? Ecco la soluzione proposta dal social network: se nella realtà quotidiana ci si tutela redigendo un testamento, nella realtà online si protegge il proprio patrimonio virtuale nominando un erede. In che modo? Basta cliccare sulle impostazioni di gestione del proprio account ed ecco apparire l’opzione “nomina un erede”.  Chi è l’erede? FB lo definisce così: “un contatto erede è una persona a cui affidi la gestione del tuo account nel caso in cui tu venga a mancare. Questa persona sarà in grado di compiere alcune azioni, tra cui fissare un post in alto nel tuo diario, rispondere a nuove richieste di amicizia e aggiornare l’immagine del profilo. Non sarà in grado di creare nuovi post a nome tuo o di vedere tuoi messaggi”.

 

Facebook come strumento di socializzazione

Ma procediamo un attimo a ritroso per comprendere meglio la rilevanza di questa “conquista”. Ci troviamo nell’anno 12 p.F. (post- Facebook) e, dalla sua fondazione, ci sono stati dei significativi cambiamenti: oltre al fatto che ormai più di 1/7 della popolazione mondiale possiede un account (un numero notevole rispetto a quella manciata di studenti di Harvard del 2004), è cambiata l’interpretazione delle possibilità offerte dal mondo Facebook. Da strumento di socializzazione ristretto alle cerchie universitarie statunitensi si è tramutato in uno strumento di socializzazione globale.

Oggi un’inquietante nuova affordance si rende trasparente e necessaria all’innumerevole quantità di utenti: Facebook crea vita, una vita virtuale, ma pur sempre vita. Il profilo diventa un prolungamento del sé: della propria res cogitans, che si manifesta attraverso ciò che si condivide, che si commenta, che si pubblica, attraverso i like che si mettono; della propria res extensa, che prende vita nelle proprie foto, nei propri video, nelle proprie “GIF”. Oggi il profilo è la miglior forma di personal branding, per tutti gli utenti, dall’adolescente all’over sessanta, e il grande social network si propone come un enorme “spaccio di identità”. In questo contesto appare chiara la necessità di nominare un erede: è fondamentale salvaguardare la propria vita online, una parte sostanziosa dell’identità dell’utente stesso.

 

Il caso di Louise Palmer

Una conseguenza diretta di questa estensione identitaria è il vuoto di diritto che si è creato su tale social, dopo la sua repentina ascesa. Il “caso Palmer” è stato uno dei tanti a mettere in luce questo aspetto: Louise Palmer è una madre britannica, la cui figlia Becky morì prematuramente nel 2012, a causa di un cancro. Becky aveva 19 anni e un account di facebook. Post mortem, i suoi amici continuavano a mantenere attiva la sua bacheca, pubblicando foto, post, ricordi. Il problema nacque quando la madre Louise cercò di entrare nel profilo della figlia, dichiarando di cercare conforto in quella parte della figlia che sopravviveva alla morte terrena e nel calore dei suoi amici. Nonostante le numerose richieste, lo staff di Facebook si dimostrò intransigente e le negò l’accesso più volte per motivi di privacy. Il caso destò scalpore e finì sotto gli occhi dell’intera Gran Bretagna. Questa vicenda, come altre prima, ha sottolineato un grosso punto cieco nella perfetta macchina virtuale: non era stato definito un protocollo d’azione da seguire in situazioni del genere, dunque non si è riusciti a dare altra risposta se non: “ci dispiace, non è autorizzata per motivi di privacy”. Una risposta crudele per le orecchie di una madre addolorata, ma che evidenziano soltanto una lacuna nel sistema. La soluzione prontamente offerta è stata la creazione di “account commemorativi” e in seguito si è arrivati all’ “opzione erede”.

Il percorso attraverso il quale si è giunti all’erede appare naturale e necessario. Una volta salpata la grande nave FB nell’oceano online, gli utenti iscritti hanno avuto due possibilità: continuare a rimanere sulla nave, accettando che il progresso continuasse a rivoluzionare la loro esistenza con possibilità sempre maggiori (tra cui l’erede); scendere dalla nave, con il rischio di rinunciare a numerosi benefici sociali che solo questa comunità virtuale sa dare. Sull’ultima piccola rivoluzione facebookiana, l’opzione erede, si pone l’attenzione su ciò che ne consegue per le due parti coinvolte: l’utente, che si trasforma in utente-fantasma; l’erede nominato.

 

L’utente fantasma

Secondo Hachem Sadikki (una ricercatrice dell’università del Massachusetts), all’interno di Facebook si sta verificando una crescita esponenziale di iscrizioni, destinata ad aumentare negli anni. Sorge spontaneo pensare che più saremo, più lapidi arricchiranno il gigantesco cimitero virtuale, che già oggi ne conta più di 3 milioni. Un sentimento di inquietudine mi assale al pensiero di 3 milioni di fantasmi digitali che aleggiano in rete, accettando nuovi amici, cambiando l’immagine del profilo e fissando un bel post in alto nel proprio diario. È inquietante per me in quanto persona cresciuta nella generation web 2.0, che ha vissuto il trapasso da “msn” (molto in voga fino a 12 anni fa e già caduto nel dimenticatoio) al social network vero e proprio.

Ma questo sentimento colpirà la “touch generation”? Non credo. Quando a tre anni si è già in grado di usare un iPad, di sicuro in futuro non ci si porrà il problema di un’esistenza virtuale separata da quella terrena, in grado di sopravvivere alla morte. La “touch” è una generazione cresciuta in un ambiente diversamente stimolato, ultrastimolato, dunque gli schemi mentali e le strutture cognitive di coloro che vi appartengono si svilupperanno in maniera sicuramente differente. Noi della web 2.0 abbiamo genitori della web generation e vediamo crescere al nostro fianco i bambini della touch generation: siamo a cavallo tra due mondi e se da un lato siamo attratti dalle nuove proposte della tecnologia, dall’altro ne siamo un po’ spaventati.

L’inquietudine nasce, secondo la mia opinione, dall’opacità con la quale la generazione web 2.0 (e le precedenti) guarda alle affordances offerte dal mondo social, perfettamente intellegibili e trasparenti agli occhi della touch generation. Gli schemi mentali sono le lenti attraverso le quali decifriamo la realtà: quelle della web generation (e della 2.0) sono state costruite in un ambiente differente, per questo leggono il nuovo ambiente in maniera un po’ opaca. Con questa chiave di lettura si può leggere il “problema”- erede.

 

L’erede

Se si decide di nominare un “social-erede”, nella rosa dei candidati si colloca un parente, un amico stretto, un fidanzato. Ciò accade se le stesse regole e usanze terrene vengono applicate al mondo digitale, applicando l’abitudine culturale per la quale si tramanda il proprio patrimonio (in questo caso virtuale) a chi ci sta a cuore. Eppure ciò che si lascia all’erede virtuale non è qualcosa come una casa, un semplice pezzo di terra, dei soldi, etc.

All’erede si concede l’onore di possedere una parte di identità, che egli comincia a gestire come propria. L’erede pubblica una foto dal suo profilo e, contemporaneamente, fissa un post in alto su quello della persona cara venuta a mancare. Ecco che l’onore si trasforma in un onere pesante e sorgono spontanei alcuni interrogativi. Ad esempio: in che modo si elabora il lutto di un utente-fantasma? Ci si muove su un terreno di ricerca ancora inesplorato, ma è chiaro che se già è complesso elaborare la morte di una persona cara, lo sarà ancora di più se ci si imbatte costantemente nella sua identità virtuale. Un’altra situazione che potrebbe verificarsi è la seguente: al momento Facebook dà la possibilità di nominare come erede uno dei propri amici. Ma l’amico Facebook non è necessariamente un amico o un parente nella vita reale. E se per qualche assurda ragione un utente decidesse di designare come erede uno sconosciuto appartenente agli amici?

Non è obbligatorio accettare la condizione di contatto erede, dunque si può anche cortesemente rifiutare l’offerta del nostro amico, parente, marito o sconosciuto amico di Facebook. Ma nel caso si decida di accettare è necessario tener conto di tutte le possibili conseguenze, fantasmi compresi.

Il disturbo dell’estinzione visiva e la negligenza spaziale unilaterale

Con il termine estinzione visiva ci si riferisce a un disturbo conseguente ad una lesione cerebrale unilaterale, tale per cui il soggetto sperimenta l’incapacità di identificare uno stimolo proposto nello spazio opposto a quello della lesione, quando contemporaneamente nello spazio ipsilesionale viene presentato ad un altro stimolo.

Diletta Maria Ghisleri, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

Il paziente affetto da Negligenza Spaziale Unilaterale [blockquote style=”1″]si comporta come se non fosse più in grado di percepire e concepire l’esistenza di un lato dello spazio egocentrico, corporeo ed extracorporeo [/blockquote](Bisiach, 1996).

In ambito neuropsicologico si sente parlare spesso di Sindrome Spaziale Unilaterale – NSU o Neglect Spaziale, ma poco conosciuta è una sindrome spaziale simile alla NSU, ma che assume una propria autonomia diagnostica: il disturbo dell’ estinzione in condizioni di doppia stimolazione.
Entrambi i deficit sono classificabili all’interno della più ampia categoria dei disturbi dell’attenzione spaziale e dal punto di vista eziopatogenetico sono frequenti soprattutto dopo lesione cerebrale, ciascuno con specifiche aree neurali interessate.

 

Cos’è il disturbo dell’ Estinzione visiva?

Il concetto di estinzione è stato introdotto all’interno del panorama medico/neurologico da H. Oppenheim nel 1885, nonostante l’esposizione del primo caso clinico nel 1884 si debba a J. Loeb (Benton, 1956).

Con il termine estinzione visiva ci si riferisce a un disturbo conseguente ad una lesione cerebrale unilaterale, tale per cui il soggetto sperimenta l’incapacità di identificare uno stimolo proposto nello spazio opposto a quello della lesione, quando contemporaneamente nello spazio ipsilesionale viene presentato ad un altro stimolo. Con la presentazione simultanea di due target, il soggetto riporta la presenza del solo stimolo ipsilesionale, mentre lo stimolo controlesionale è apparentemente ignorato, o estinto (Bisiach, 1991). Questi stessi pazienti rispondono correttamente ai medesimi target visivi, uditivi o tattili controlesionali se proposti isolatamente (in assenza di altri deficit, es. riduzione campimetrica).

Nell’ estinzione il paziente non ha disturbi visivi primari: quando vengono presentati stimoli singoli nel campo visivo destro o nel campo visivo sinistro, è in grado di riportarne la presenza e le caratteristiche fisiche e semantiche (es. dimensione, colore, cosa è, etc).
Storicamente il disturbo dell’ estinzione al doppio stimolo è stato correlato alla sindrome da negligenza spaziale unilaterale, definito in particolare come difficoltà residua nell’esplorazione dello spazio controlesionale, in seguito ad un programma riabilitativo del neglect (Heilman e coll., 1993).

 

Correlati neurali dell’estinzione visiva

Nonostante le similarità delle manifestazioni sintomatologiche, sono molte le evidenze che suggeriscono che neglect e disturbo dell’ estinzione visiva vadano considerate come condizioni patologiche distinte. Alcuni studiosi hanno infatti testato pazienti che mostravano i sintomi di una sola delle due condizioni cliniche, in particolare il disturbo dell’ estinzione visiva senza sindrome spaziale unilaterale (Ogden, 1985), dimostrando che estinzione e neglect sono due deficit doppiamente dissociabili.

Si osserva inoltre che, mentre il neglect è spesso conseguente a lesioni a carico dell’emisfero destro ed interessa l’emispazio sinistro, il disturbo dell’ estinzione è riscontrabile in seguito a lesioni parietali sia destre che sinistre con egual frequenza e può interessare pertanto entrambi gli emispazi visivi. Alcune ricerche hanno inoltre dimostrato che le manifestazioni cliniche di neglect ed estinzione hanno differenti basi neurali. Vallar e coll. (1994) hanno evidenziato che i correlati anatomici del disturbo dell’ estinzione non sono confinati a lesioni corticali che coinvolgono la corteccia parietale, ma possono coinvolgere le strutture sottocorticali profonde. In una ricerca proposta da questi autori, i pazienti con disturbo dell’ estinzione – senza neglect presentavano con maggior frequenza danni alla sostanza bianca paraventricolare e alla corteccia frontale dorso-laterale; nel caso di coesistenza tra neglect ed estinzione la lesione si sovrapporrebbe al lobulo parietale inferiore. Uno studio di neuroimmagine di Karnath e coll. (2009), ha indicato la giunzione temporo-parietale come substrato neurale interessato nell’ estinzione visiva.

 

Manifestazioni cliniche

E’ possibile considerare l’ estinzione come un fenomeno la cui espressione clinica è osservabile in differenti domini: alcuni studi presenti in letteratura dimostrano come siano possibili dissociazioni selettive e specifiche per ciascuna modalità sensoriale, dipendenti dai circuiti cerebrali specifici coinvolti.
Un paziente può mostrare contemporaneamente estinzione somatosensoriale (Critchley, 1949), visiva, uditiva e gustativa oppure riportare il manifestarsi dell’estinzione in un unico dominio (De Renzi e coll., 1984).
Il fenomeno dell’ estinzione non è osservabile esclusivamente all’interno dei domini sensoriali, ma può interessare anche il dominio motorio. Si parla infatti di estinzione motoria quando il paziente riesce ad utilizzare entrambe le braccia singolarmente, ma fallisce nell’usare l’arto controlesionale quando gli si chiede di muovere contemporaneamente entrambi gli arti superiori.

 

Interpretazioni del deficit

Le interpretazioni causali del disturbo dell’ estinzione visiva sono controverse, in generale vengono a contrapporsi due correnti di pensiero: la prima supporta una “teoria sensoriale”, mentre la seconda una “teoria attenzionale”.

Secondo la prospettiva sensoriale, il processo di estinzione visiva sarebbe ricollegabile ad un’elaborazione incompleta e inadeguata degli stimoli, a carico dell’emisfero danneggiato. Data la caratterizzazione crociata delle principali vie sensoriali, gli stimoli presentati controlateralmente all’emisfero danneggiato risulterebbero sottoposti ad un’elaborazione deficitaria già durante le prime fasi dell’analisi (Batterby e coll., 1956). La presenza di un deficit sensoriale potrebbe spiegare la diversa capacità dei pazienti nel rilevare stimoli presentati singolarmente, piuttosto che in condizione bilaterale (Farah e coll., 1991).

Le ipotesi attenzionali rimandano alle teorie di Kinsbourne (1987) e sostengono che il disturbo sarebbe evidenza di un meccanismo competitivo per l’utilizzo di risorse attenzionali limitate: il danno cerebrale causerebbe un’alterazione dell’equilibrio delle risorse e a causa di tale modificazione lo spazio ipsilesionale risulterebbe prominente. La presentazione di uno stimolo ipsilesionale catturerebbe l’attenzione, sopprimendo la percezione consapevole dello stimolo controlesionale considerato meno saliente. Per singoli target, la competizione non si attiverebbe e gli stimoli sarebbero normalmente elaborati.

Le teorie interpretative più recenti avvalorano l’ipotesi attenzionale: rimandando alle interpretazioni della negligenza spaziale unilaterale come disturbo dell’attenzione, questi modelli definiscono il disturbo dell’ estinzione come riflesso di un disordine di rappresentazione spaziale (Smania e coll., 1996). A sostegno di questa ipotesi, alcuni lavori recenti hanno evidenziato la possibilità di modulare il fenomeno dell’ estinzione attraverso alcuni fattori specifici, ad esempio mediante l’orientamento volontario dell’attenzione spaziale (Di Pellegrino e De Renzi, 1995).

 

Elaborazione senza consapevolezza nel disturbo dell’ estinzione

L’ estinzione è stata spesso ricondotta ad un disturbo a livello della consapevolezza percettiva. Uno dei quesiti più interessanti è: l’ estinzione in doppia stimolazione prevede una perdita totale dell’informazione presente nello spazio contro-lesionale oppure avviene un qualche tipo di elaborazione anche solo a livello elementare?

In uno dei primi studi effettuati, Volpe e collaboratori (1979) sottoposero 4 soggetti, che riportavano una lesione cerebrale destra, ad un test di giudizio di valore uguale/diverso relativamente a due stimoli complessi. La risposta di questi pazienti riportava l’assenza degli stimoli proiettati nell’emicampo visivo sinistro, quando uno stimolo concorrente era contemporaneamente presentato nell’emicampo destro. Nonostante ciò, gli stessi pazienti se spinti a rispondere, erano in grado di dare i giudizi di valore uguale/diverso relativi agli stimoli presentati, presentando un elevato grado di adeguatezza. Se ne ipotizzò che in assenza di elaborazione a livello percettivo e consapevole, le caratteristiche fisiche degli stimoli potevano superare la soglia dei sistemi sensoriali ed essere in qualche modo processate.

Uno studio confermativo di Berti e coll. del 1992 effettuato su di un singolo paziente, ha rilevato che gli stimoli presentati ed “estinti” dal soggetto potevano raggiungere un livello di elaborazione molto elevato, in assenza tuttavia di coscienza per il prodotto dell’elaborazione stessa.
Ciò ha permesso di inscrivere il fenomeno dell’ estinzione visiva tra i disordini dominio-specifici della consapevolezza.

Ricci e Chatterjee (2004) hanno sottolineato come un compito che richiede l’identificazione semantica di stimoli visivi, risulti più sensibile nel rilevare la presenza dell’ estinzione visiva rispetto ad un compito di semplice detezione dell’input (in cui si prevedono giudizi di presenza/assenza stimoli mono o bilaterali). Un soggetto che riesce positivamente in compiti di detezione, potrebbe manifestare l’ estinzione visiva in condizioni di doppia stimlazione, in un compito identico in cui è tuttavia richiesta l’identificazione semantica dei medesimi stimoli (quindi un livello di elaborazione superiore). Questo fenomeno letto all’inverso indica che un soggetto che nei test per l’ estinzione visiva fallisce il compito di identificazione del doppio stimolo durante stimolazione bilaterale, potrebbe rilevare correttamente entrambi gli input in un compito che richieda un grado di elaborazione inferiore (es. detezione).

Questo esperimento può essere visto come un’ulteriore prova di come il fenomeno dell’ estinzione visiva sia osservabile a diversi livelli di elaborazione dell’informazione in entrata e strettamente associato a diversi livelli di consapevolezza.

Il pianto del bambino e il funzionamento cognitivo dell’adulto

Pianto del bambino: Come Charles Darwin e molti altri studiosi hanno osservato, i bambini hanno la capacità di attirare la nostra attenzione, in particolare tramite il pianto. Ma come la valenza emotiva dei segnali vocali infantili colpisca la cognizione e l’attività corticale nell’adulto non è ancora stato sufficientemente indagato.

 

L’esperimento con il test di Stroop

Pertanto Dudek e colleghi, in collaborazione con l’Università di Toronto, hanno condotto uno studio proprio con lo scopo di comprendere quali sono gli effetti che il pianto del bambino può causare alla cognizione dell’adulto.

Nel corso dell’esperimento è stato chiesto ai partecipanti di ascoltare due vocalizzazioni infantili differenti, una di un bambino che ride e l’altra di un bambino che piange, e successivamente di svolgere un compito. Nello specifico il compito richiesto era il Test di Stroop, ai soggetti veniva richiesto di identificare il più rapidamente possibile il colore delle parole stampate ignorando il significato della parola stessa. Durante l’esecuzione del test è stata misurata l’attività cerebrale utilizzando l’elettroencefalogramma (EEG).

 

I risultati dello studio

I risultati hanno evidenziato un effetto interferenza maggiore sul compito da parte del pianto del bambino rispetto alla risata, innescando così un maggiore conflitto con l’elaborazione cognitiva da parte dell’adulto. Si tratta di un dato molto importante, in quanto l’elaborazione cognitiva è fondamentale per controllare l’attenzione, ovvero una delle funzioni esecutive di base più importanti per l’uomo, in quanto ci consente di completare un compito o di prendere una decisione.

Come sottolinea Joanna Dudek, i genitori sono tutti i giorni intenti a dover prendere decisioni e a dover prestare attenzione nei confronti dei loro bambini. Questo può capitare in qualsiasi momento nell’ arco della giornata, come ad esempio quando suona il campanello e il loro bambino inizia a piangere. Come fanno a mantenere la calma, a rimanere lucidi e a sapere quando è il momento di agire o di badare al loro bambino?

Lo studio ha dimostrato come il pianto del bambino possa causare avversione negli adulti, ma come dichiara Haley è possibile ipotizzare che esso attivi nei genitori “un’accensione” del controllo cognitivo con lo scopo di rispondere efficacemente ai bisogni emotivi del loro bambino, riuscendo contemporaneamente a rispondere anche alle altre richieste della vita quotidiana. Potrebbe essere proprio questa flessibilità cognitiva a permettere ai genitori di passare rapidamente dalle esigenze del proprio figlio alle richieste della vita di tutti i giorni, che paradossalmente può anche significare ignorare momentaneamente il bambino. Qualora l’ipotesi non sia corretta Haley aggiunge che comunque, in alternativa, potrebbe essere insegnato ai genitori come concentrare la loro attenzione in maniera maggiormente selettiva.

 

Pianto del bambino e funzioni cognitive: conclusioni

Il presente studio è il primo a esaminare gli effetti delle vocalizzazioni infantili sull’attività neurale nell’adulto durante un compito cognitivo, per cui si tratta di informazioni davvero preziose che si vanno a sommare ad un crescente corpo di ricerca che suggerisce come i neonati occupino uno status privilegiato nella nostra programmazione neurobiologica, e di come questo sia profondamente radicato nella nostro passato evolutivo. Il risultato finale, come dichiara Haley, è la rivelazione di un’importante funzione cognitiva adattiva del cervello umano.

I pattern cerebrali posso predire la velocità di apprendimento di una nuova lingua

Secondo una recente ricerca, pubblicata su Brain and Language e condotta all’Università di Washington, registrando per 5 minuti l’attività cerebrale a riposo per mezzo dell’elettroencefalogramma (EEG) è possibile predire quanto velocemente un adulto possa imparare una seconda lingua.

 

Introduzione

Lo studio è stato finanziato dal U.S. Office of Naval Research, che ha fondato il programma chiamato Operational Language and Cultural Training System (OLCTS), nel tentativo di rendere il personale militare capace di comunicare in una lingua straniera dopo appena 20 ore di lezione.
Per capire come è stato possibile rintracciare questa correlazione, è bene spiegare prima la metodologia impiegata dai ricercatori.

Avvalendosi dell’analisi quantitativa dell’elettroencefalogramma (qEE), è possibile convertire la registrazione elettrofisiologica dal dominio del tempo (time domain) al dominio delle frequenze (frequency domain). Così facendo, si ottengono delle bande di frequenza, corrispondenti all’attività cerebrale cognitivamente rilevante per il compito che prendiamo in esame. Sebbene sia chiaro che le differenti bande partecipano alle funzioni di un unico network cerebrale, il ruolo di ognuna all’interno di un complesso compito cognitivo (ad es., esprimersi in una lingua straniera) rimane un’area di ricerca aperta. Riguardo i compiti linguistici, alcuni studi hanno evidenziato il ruolo del ritmo della banda beta (13-30 Hz) e della banda theta (4-8 Hz); ciò non stupisce se si comprende che entrambe le bande sono implicate nella codifica e nel recupero mnestico.

 

Lo studio

Scopo di questo studio era quindi indagare la relazione tra l’attività a riposo del cervello, evidenziata dalle bande di frequenza dell’EEG, e la predisposizione ad acquisire più o meno velocemente una lingua straniera.

L’esperimento in questione ha coinvolto 19 adulti con età compresa tra 18 e 31 anni, senza alcuna precedente nozione di lingua francese, e prevedeva che essi sedessero con gli occhi chiusi e venisse registrata per 5 minuti l’attività cerebrale a riposo per mezzo di una cuffia EEG. Precedenti ricerche, infatti, avevano rintracciato come l’efficienza e la sincronizzazione cerebrale fossero caratteristiche stabili presenti nei soggetti più dotati nell’acquisire nuove lingue; gli indici qEEG sono infatti altamente ereditabili e predittivi della performance ad una grande varietà di test cognitivi. Sulla base di tali premesse, i soggetti partecipavano ad un corso virtuale ed intensivo di francese di 30 minuti a seduta erogato due volte la settimana presso il laboratorio dell’università, per un periodo complessivo di 8 settimane.

Esso si componeva di una serie di scene e storie in aggiunta ad un software di riconoscimento vocale in grado di correggere la pronuncia del soggetto. Per assicurarsi che i partecipanti mantenessero l’attenzione sul corso, i ricercatori impiegavano dei quiz tra una lezione e l’altra, che permettevano al soggetto di accedere alla lezione successiva a patto di aver totalizzato un determinato punteggio al test precedente. Al termine delle 8 settimane, ogni soggetto svolgeva una verifica sulla base delle lezioni completate.

L’articolo prosegue dopo il video:

I risultati

Le registrazioni EEG hanno rivelato che i pattern di attività cerebrale correlati ai processi linguistici erano fortemente relati al ritmo di apprendimento dei partecipanti. Tuttavia la predisposizione ad acquisire una nuova lingua non è così indispensabile, afferma la dott.ssa Chantel Prat, ricercatrice presso l’Institute of Learning & Brain Sciences. Infatti, la varianza spiegata dall’attività cerebrale risultava pari al 60%, valore che lascia perfettamente spazio ai fattori ambientali, modificabili dall’individuo stesso.

Per tale motivo, variabili come la motivazione dell’individuo risultano determinanti nell’acquisire una nuova lingua. In aggiunta, Prat sottolinea che l’attività a riposo del cervello è influenzabile da svariati training di neurofeedback – i cui effetti sono oggi oggetto di studio presso il laboratorio dell’Università di Washington. Infatti, ad oggi la specificità di tali training sulle capacità di apprendimento linguistico è bassa; l’obiettivo del team della dott.ssa Prat è quindi indagare quelle differenze individuali che maggiormente influenzano l’apprendimento di una nuova lingua, al fine di sviluppare training più efficaci.

Quella pazza gioia di Virzì: splendido ritratto della follia e della disperazione

La pazza gioia: Colpiscono le due figure di donne, splendidi ritratti di follia e disperazione, di mancanza di limiti, di folle ricerca di una gioia impossibile che poi, paradossalmente, proprio grazie a quella follia che rifiuta ogni limite, sembra diventare possibile.

Valeria Bigarella

 

Che Virzì fosse un genio, capace di dipingere ritratti estremamente realistici, al tempo stesso comici e commoventi, dei più svariati personaggi, lo si sapeva già.
Questa volta si è cimentato con la salute mentale, e non ha certo mancato l’obiettivo.
Del film La pazza gioia colpiscono molte cose, non ultima la bellezza degli scenari toscani, dalle campagne pistoiesi al mare. Mare che ha sempre il ruolo di “momento di svolta” nella storia di Donatella, una delle due protagoniste.

ATTENZIONE: L’articolo svela parti della trama del film

 

I personaggi de La pazza gioia

Ma soprattutto colpiscono le due figure di donne, splendidi ritratti di follia e disperazione, di mancanza di limiti, di folle ricerca di una gioia impossibile che poi, paradossalmente, proprio grazie a quella follia che rifiuta ogni limite, sembra diventare possibile.

Beatrice è letteralmente incontenibile: non smette mai di parlare, giudica tutto e tutti, si sente in pieno diritto di violare ogni tipo di norme e regole, si sente al di sopra degli altri. Ma è anche una donna intelligente: è assolutamente fantastica la scena in cui si presenta alla famiglia adottiva a perorare la causa dell’amica riuscendo a farsi passare per la psicologa e a farsi ascoltare, o la scena in cui si presenta a Donatella come la psichiatra della comunità. Perchè è così, i folli a volte sono convincenti: credono così ciecamente in ciò che dicono, oppure sono così motivati a mentire, spinti da un bisogno impellente e patologico, che saremmo portati a creder loro, se poi non ci fosse la realtà a smascherare le loro balle!

Beatrice piega le norme a beneficio suo e di chi decide di volta in volta di favorire, in modo talvolta molto generoso, come fa con Donatella, ma anche con l’uomo per il quale ha sacrificato tutto e nel cui amore si ostina a credere, ciecamente, contro ogni evidenza. E questo è l’altro aspetto della sua patologia: il legame delirante e distruttivo con quell’uomo che l’ha sfruttata e rovinata, ma che lei continua a cercare.

 

Il rapporto tra le due protagoniste

Si potrebbe azzardare una lettura in chiave femminista del film, perché una cosa che accomuna le due protagoniste è proprio l’essersi rovinate la vita a causa di uomini che le hanno sfruttate e abbandonate. Non solo i rispettivi amanti, ma anche il padre stesso di Donatella, che l’ha abbandonata da piccola e che lei continua a idealizzare e a cercare.

Ma sarebbe una lettura riduttiva e semplicistica. Il profondo malessere di entrambe ha radici molto più lontane e profonde: nell’infanzia, nelle storie di solitudine e abbandono (soprattutto di Donatella), ma ha anche una componente genetica, chiaramente espressa dalla battuta “sono nata triste”.

Succede spesso nelle comunità terapeutiche che si creino dei forti legami tra pazienti e questo purtroppo non è sempre un bene. Spesso accade che la “caduta” di uno travolga anche l’altro, che uno sia coinvolto dai “colpi di testa” dell’altro, come accade a Donatella, trascinata da Beatrice in una fuga che le costa molto cara. Il lieto fine, qui, appare forse un po’ forzato. Credo che Virzì ne La pazza gioia abbia fatto questa scelta per lasciare un messaggio di speranza e di incoraggiamento, di fiducia nella possibilità di curarsi e stare meglio, a partire da una scelta di vita e dalla costruzione di buone relazioni terapeutiche. Fondamentale qui il ruolo della comunità, di cui è enfatizzato l’aspetto materno e di accoglienza. La possibilità di riscatto, di salvezza, che c’è, se si accetta l’aiuto che viene offerto.

 

L’articolo continua dopo il trailer de La pazza gioia (2016):

La realtà delle comunità terapeutiche

Per quanto il messaggio sia certamente condivisibile, mi sento però di precisare che la realtà delle comunità terapeutiche e in particolare i percorsi dei pazienti soggetti a restrizioni giudiziarie sono un po’ più dure di quanto descritto. Il clima è senz’altro quello, le relazioni che si creano sono molto intense, sia quelle tra pazienti che quelle col personale, che spesso si prodiga anche oltre quanto strettamente dovuto; anche le attività sono ben rappresentate. Ma le regole (per quanto possano variare da struttura a struttura) sono molto più rigide: denaro e cellulari in genere non circolano liberamente, ma sono custoditi dal personale e utilizzati sotto sorveglianza; i farmaci non sono distribuiti negli spazi comuni, dove possono essere scambiati come caramelle, ma in infermeria, dove i pazienti entrano uno alla volta e si controlla che ciascuno assuma i suoi; se ci fosse una cantina con del vino sarebbe accuratamente sotto chiave e non basterebbe creare un diversivo per entrarvi; e in caso di fuga, in particolare di chi ha misure giudiziarie, si avvisano immediatamente autorità competenti e forze dell’ordine, qualsiasi operatore è tenuto a farlo subito, non si aspetta certo di riunirsi per discuterne! Anche volendo fare uno strappo alla regola, si potrebbe al massimo aspettare mezz’ora per cercarli nelle vicinanze, ma non trovandoli scatterebbe immediatamente l’allarme. E a cercare i fuggitivi sarebbero polizia e carabinieri, non il personale della struttura, in piena notte, a 100 km di distanza!

Lo dico anche per rassicurare il grande pubblico sul fatto che i cosiddetti “pazzi criminali”, le figure più temute dell’immaginario comune, non fuggono così facilmente.
Però soffrono proprio così. Hanno quegli occhi, quei volti, quel dolore, quelle storie.

A Virzì il grande merito di averle raccontate e descritte in modo esemplare ne La pazza gioia, di aver dato un volto umano a quelli che sono di solito percepiti solo come “mostri”, privi di umanità, esseri alieni con i quali non si può comunicare. No, i “pazzi criminali” sono persone come noi, ma con una malattia pesante e spesso con storie drammatiche di abbandono e sfruttamento. Curarli, fare il tutto possibile per la loro riabilitazione, è dovere della società e di chi, come noi terapeuti, ha scelto questo mestiere.

La fantasia dei bambini: la capacità dei più piccoli di discriminare eventi reali e immaginari e relative implicazioni a livello clinico

I bambini si trovano quotidianamente costretti a distinguere la realtà dalla fantasia e devono comprendere che ciò che leggono nei libri o vedono in televisione potrebbe non riflettere la realtà, la ricerca ha preso in esame vari aspetti della fantasia dei bambini e della loro capacità di discriminare situazioni immaginarie da quelle reali.

Marika Di Egidio – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

I bambini si trovano quotidianamente costretti a distinguere la realtà dalla fantasia. Devono comprendere che ciò che leggono nei libri o vedono in televisione potrebbe non riflettere la realtà, che gli eventi di un gioco di finzione sono esclusivo frutto della fantasia e che le conversazioni di ogni giorno possono contenere informazioni reali o false.

La ricerca ha preso in esame vari aspetti della capacità dei bambini di discriminare le informazioni fantastiche da quelle reali, in particolare la distinzione tra entità reali o fiabesche (Skolnick & Bloom, 2006, 2009; Tullos & Wooley, 2009; Wooley & Cox, 2007), il credere in amici immaginari (Taylor, Shawber, & Mannering, 2009), la comprensione del concetto di magia (Browne & Wooley, 2004; Subbotsky & Slater, 2011), la capacità di differenziare eventi improbabili e impossibili (Cook & Sobel, 2011) evidenziando un incremento di tale abilità all’aumentare dell’età. In genere, la fantasia dei bambini in età prescolare è più vivida e fanno più fatica a discriminare con precisione e immediatezza la realtà dalla fantasia.

Nonostante le difficoltà dovute all’età, anche i bambini più piccoli sembrano comunque in grado di identificare a grandi linee il confine tra realtà ed eventi fantastici. Questo è vero soprattutto per informazioni che non hanno particolare valenza emotiva.

 

 

Fantasia dei bambini ed emozioni

Vari studi hanno infatti messo in luce come la competenza dei bambini nel discriminare la realtà dalla fantasia si riduca in presenza di informazioni capaci di evocare emozioni. Ad esempio, se a bambini dai 4 ai 7 anni viene chiesto di immaginare personaggi buoni o cattivi (es. pupazzi, mostri) all’interno di scatole vuote, essi preferiscono immaginare scatole contenenti entità positive piuttosto che negative. Questo dato suggerisce che la reazione emotiva dei bambini di fronte alla richiesta di immaginare personaggi buoni o cattivi favorisce la confusione tra realtà e fantasia dei bambini, rafforzando nei bimbi l’erronea convinzione che le entità immaginate possano essere reali (Harris, Brown, Marriot, Whittal, & Harmer, 1991).

Altre ricerche hanno evidenziato che bambini di età compresa tra 3 e 5 anni a cui è stato chiesto di discriminare tra eventi reali spaventosi ed eventi fantastici neutri sono stati in grado di riconoscere gli eventi fantastici come non reali (Sayfan & Lagattuta, 2009) ma sono stati inaccurati nella valutazione degli eventi reali spaventosi, categorizzati come non veri (Samuels & Taylor, 1994). Questi risultati suggeriscono che la paura contribuisce a ridurre la capacità del bambino di discriminare la realtà dalla fantasia.

Samuel e Taylor (1994) hanno presentato a bambini di 3-5 anni immagini spaventose ed immagini neutre, entrambe le immagini potevano riguardare eventi reali o immaginari. Ai soggetti è stato chiesto di valutare se tali immagini rappresentavano eventi che sarebbero potuti accadere nella vita reale. E’ interessante notare che i bambini erano accurati nella valutazione delle immagini neutre (reali e fantastiche), ma erano inclini a commettere errori nella valutazione delle immagini spaventose ritenendo che il verificarsi di eventi reali fonte di ansia e paura fosse piuttosto improbabile.

Inoltre, i bambini che si erano maggiormente spaventati alla presentazione delle immagini spaventose tendevano a dare giudizi più inaccurati rispetto ai compagni che avevano provato meno paura.

Nel complesso, questi studi sulla fantasia dei bambini rivelano come le emozioni influenzino le valutazioni dei bambini influenzando la loro capacità di distinguere informazioni reali da elementi fantastici.

Sono state proposte diverse spiegazioni per questi dati. Una possibile spiegazione prende in considerazione l’ipotesi che le risposte dei bambini riflettano il tentativo di regolare l’arousal emotivo e ridurre l’intensità delle emozioni negative. Negando il possibile verificarsi di eventi negativi il bambino si sgancia psicologicamente da tali avvenimenti, riducendo così l’ansia che essi provocano in lui.

Un’ulteriore spiegazione valuta la possibilità che le risposte dei bambini rappresentino l’espressione del loro desiderio che si verifichino esclusivamente eventi positivi.

Una terza ipotesi prende in considerazione l’eventualità che le valutazioni dei bambini riflettano la loro esperienza, le loro conoscenze e le loro aspettative. Considerato che generalmente i bambini non fanno esperienza di eventi negativi, potrebbero non possedere conoscenze e aspettative relative a questi eventi e pertanto ritenere più bassa la probabilità che tali eventi possano verificarsi.

 

 

Come l’ambiente influenza la fantasia dei bambini

Infine, la distinzione tra realtà e fantasia dei bambini potrebbe essere influenzata da fattori ambientali, quali tradizioni culturali e incoraggiamento da parte degli adulti. I genitori tipicamente proteggono i loro bambini dalle esperienze negative e potrebbero attivamente dissuaderli dal credere in entità negative, in modo da evitare  che i propri figli provino ansia o altre emozioni negative. Al contrario, i genitori tendono a promuovere il fatto che i bambini credano all’esistenza di personaggi buoni, quali Babbo Natale o la Fatina dei denti.

E’ stato messo in luce che l’incoraggiamento da parte dei genitori a credere in entità fantastiche positive incrementa le credenze dei bambini circa queste entità. È quindi possibile che gli errori di valutazione dei bambini riflettano l’atteggiamento dei genitori, la cultura e l’educazione ricevuta (Zisenwine, 2013).

 

 

Fantasia dei bambini e processi cognitivi

Le ricerche hanno valutato anche la possibilità che determinati processi cognitivi possano influenzare l’abilità dei bambini di distinguere tra realtà e fantasia.

Secondo Wooley (1997), emozioni intense potrebbero influenzare il processo cognitivo alla base della distinzione tra realtà e immaginazione spingendo i bambini a credere che entità appartenenti al mondo della fantasia possano esistere anche nella realtà.

Un altro processo cognitivo che potrebbe far luce sulla capacità di distinguere tre realtà e fantasia dei bambini fa riferimento all’euristica della disponibilità di Kahneman e Tversky, per cui gli oggetti o gli eventi facilmente richiamabili alla mente tendono a essere valutati come più comuni e probabili.

Se si applica questo principio all’abilità dei bambini di discriminare la realtà dalla fantasia è possibile ipotizzare che immaginare qualcosa accresca la sua disponibilità cognitiva, incrementando la tendenza a considerare gli elementi immaginati come reali. Quindi, quando i bambini visualizzano stimoli spaventosi questi diventano accessibili e sono di conseguenza percepiti come reali (Zisenwine, 2013).

 

 

Discriminazione tra realtà e fantasia dei bambini: implicazioni cliniche

La capacità dei bambini di discriminare tra realtà e fantasia sembra avere importanti implicazioni anche a livello clinico.

Vari studi hanno messo in luce una relazione tra deficit nelle capacità di discriminazione realtà-fantasia e  lo sviluppo di paure notturne e disturbi d’ansia correlati.

Le paure notturne sono in genere rappresentate dalla paura di separazioni notturne, da paura del buio, paura di dormire o di fare incubi.

Le paure notturne sono una normale parte dello sviluppo del bambino (Muris, Merckelbach, Olendick, King, & Bogie, 2001). Tuttavia, è stato stimato che il 20% dei bambini hanno severe paure notturne e problemi del sonno (Gordon, King, Gullone, Muris, & Ollendick, 2007). Se queste paure rimangono non trattate, potrebbero persistere e avere effetti negativi sullo sviluppo del bambino sfociando in disturbi d’ansia nella tarda infanzia e in adolescenza e correlandosi a difficoltà nel funzionamento quotidiano, difficoltà sociali e accademiche, bassi livelli di autostima, depressione e, in alcuni casi, abuso di droghe (Zisenwine, 2013).

Zisenwine et al. (2013) evidenziano che la capacità di discriminare tra realtà e fantasia dei bambini migliora con l’età. I bambini di 5 anni sono più confusi rispetto ai bambini al di sopra di tale sogli d’età. Come descritto da Piaget, sembra che i bambini più piccoli siano particolarmente suscettibili al pensiero magico a causa della loro immaturità cognitiva. Inoltre Zisenwine et al. (2013) mettono in luce un ritardo nello sviluppo delle abilità di discriminazione realtà-fantasia dei bambini con paure notturne. I bambini che soffrono di paure notturne tendono a fare maggiore confusione tra fantasia e realtà rispetto ai coetanei che non presentano tale problematica.

L’associazione tra paure notturne e deficit di discriminazione fantasia-realtà potrebbe avere diverse origini. È possibile, ad esempio, che uno sviluppo deficitario dell’abilità di distinguere la fantasia dalla realtà contribuisca all’emergere e al persistere della paure nei bambini. L’incertezza dei bambini rispetto all’esistenza di entità magiche come streghe, fantasmi e mostri potrebbe generare e mantenere le paure nei confronti di queste creature.

In alternativa, è plausibile che paure particolarmente intense intralcino lo sviluppo e l’esercizio delle abilità di discriminazione realtà-fantasia dei bambini. Wooley (1997) ritiene che le emozioni intense esperite dai bambini che soffrono di paure notturne o fobie influenzino negativamente la loro capacità di comprendere che gli eventi o le entità immaginate non sono reali, soprattutto se tali stimoli sono associati a emozioni negative.

I dati sulla bassa capacità di distinguere tra realtà e fantasia dei bambini con paure notturne hanno significative implicazioni cliniche. Una potenziale implicazione potrebbe essere che l’incremento delle abilità di discriminazione fantasia-realtà potrebbe essere uno degli obiettivi da perseguire nel trattamento di bambini con paure notturne.

Un’altra implicazione è relativa alla possibilità di utilizzare tecniche immaginative nel lavoro con i soggetti che presentano tale problematica. È stato dimostrato che i bambini tendono a usare l’immaginazione per affrontare le loro paure. Studi recenti hanno evidenziato che dare ai bambini una bambola di pezza raccontando loro una storia correlata a questa figura è in grado di aiutare i bimbi a fronteggiare eventi di vita stressanti, determinando una significativa riduzione delle paure notturne nei soggetti analizzati.

 

 

Percorsi terapeutici

La terapia cognitivo comportamentale è la prima linea di trattamento per i bambini con paure e disturbi d’ansia. Desensibilizzazione sistematica, esposizione in vivo, ristrutturazione cognitiva, rinforzo e modellaggio sono tutte tecniche efficaci per il trattamento dell’ansia (Davis & Ollendick, 2005).

Anche la biblioterapia è stata identificata come un approccio alternativo al trattamento di bambini e adolescenti con varie forme di pscicopatologia (Rickwood & Bradford, 2011).

La biblioterapia consiste nell’uso di libri come parte integrante della terapia per il trattamento dei disordini mentali. La teoria alla base dell’utilizzo della biblioterapia si fonda sull’assunto che la lettura di materiali relativi alle aree problematiche può produrre cambiamenti specifici e prevedibili (Lenkowsky, 1987), riducendo l’ansia e rafforzando le strategie di coping.

La biblioterapia richiede abilità di lettura e comprensione del testo, quindi nel caso di bambini in età prescolare che non hanno ancora tali capacità è tipicamente demandata ai genitori che saranno chiamati a narrare storie e racconti ai propri figli.

Lewis et al. (2015) hanno sottoposto un gruppo di bambini di età compresa tra 5 e 7 anni con paure notturne e ansia a un intervento di quattro settimane basato sull’utilizzo della biblioterapia. Ai genitori dei bambini partecipanti è stato chiesto di narrare ai propri figli una serie di storie appositamente selezionate dagli sperimentatori. Il confronto tra le valutazioni pre-trattamento e post-trattamento hanno messo in luce una significativa riduzione delle paure notturne e dei sintomi d’ansia manifestati dai bambini.

Questi dati sono incoraggianti, rappresentano un valido esempio di integrazione tra ricerca e pratica clinica evidenziando come i risultati derivati dalla letteratura che ha esaminato le competenze di discriminazione realtà-fantasia dei bambini possano essere un valido punto di partenza per integrare l’attività del clinico con nuovi obiettivi di lavoro raggiungibili attraverso il ricorso a tecniche cognitivo comportamentali classiche e alternative, quali la biblioterapia.

Festival Psicologia – Stiamo Fuori! – Desidera, Progetta, Realizza

Nelle principali piazze romane sono stati posizionati strategici punti di informazione e consulenza, identificati da simboli dell’Ordine degli Psicologi; sotto ad ogni gazebo, si trova personale a disposizione per ogni tipo di chiarimento e dubbio.

[blockquote style=”1″] Il Festival della Psicologia incontra le persone per strada e nelle piazze, aperto agli stimoli della società, in dialogo con i dubbi, i progetti e i desideri delle persone, capace di facilitare processi di cambiamento e promuovere qualità di vita e lavoro.[/blockquote]

Si presenta cosi la home page sul sito del Festival, organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Lazio, durante le giornate del 23 e 24 maggio 2016; un’iniziativa che sia nella capitale che nella città di Torino, aveva già riscosso un enorme successo.
L’idea di base è ovviamente avvicinare la società alla psicologia, non intesa come materia scolastica, ma come concetto insito e imprescindibile dell’essere umano.
E’ un momento storico importante per la psicologia; infatti proprio in questi giorni, il Senato ha approvato il ddl Lorenzin, il quale inserisce la professione di psicologo nell’ambito delle professioni sanitarie.

Nelle principali piazze romane sono stati posizionati strategici punti di informazione e consulenza, identificati da simboli dell’Ordine degli Psicologi; sotto ad ogni gazebo, si trova personale a disposizione per ogni tipo di chiarimento e dubbio.

Come ambiti principali a cui la moderna psicologia pone maggiore attenzione, sono stati selezionati lo Sport, l’Alimentazione, la Scuola, il Lavoro, la Cronicità e la Perinatalità; queste sei tematiche sono state distribuite in tre differenti piazze con esperti disponibili per tutta la giornata.

Inoltre sul sito ufficiale dell’evento, sono scaricabili gratuitamente degli e-book, uno per ogni tema della manifestazione, che personalmente ho trovato completi e utili; in particolare l’e –book in materia Lavoro, dove sono raccolti preziosi consigli per chi si affaccia alla professione, per quanto concerne competenze personali, desideri e settori preferenziali, ma anche suggerimenti pratici sulla compilazione di un corretto curriculum.
Non è finita qui; l’iniziativa quindi promuove allo stesso tempo il benessere psicologico dei cittadini e l’attività lavorativa dei professionisti.

Gli psicologi, infatti, attraverso l’adesione al festival, hanno avuto modo di farsi conoscere e di offrire agli interessati, la possibilità di scaricare un voucher dalla pagina online, che consente loro un primo incontro gratuito con il professionista e l’applicazione di una tariffa agevolata per gli incontri successivi.
Un’iniziativa moderna e ben gestita, in cui si sottolinea sempre di più la necessità di una nuova idea di psicologia, una scienza che non si occupa solamente di gravi problematiche psichiche, ma che sostiene ogni tipo di persona, la accompagna fianco a fianco, promuovendo l’autonomia e il benessere.

Effetti del trauma emotivo sulla metacognizione e sulle funzioni esecutive – Forum di Assisi 2015

Dal VI FORUM sulla FORMAZIONE in PSICOTERAPIA – Assisi 2015

Effetti del trauma emotivo sulla metacognizione e sulle funzioni esecutive

Fiammetta Monte, Monia Torrieri, Michela Grandori, Martina Torresi, Tatiana Bartolatto, Chiara Caruso, Tiziana Ciccioli, Clarice Mezzaluna

Introduzione

La sperimentazione di molteplici traumi, in particolare nei primi anni di vita, aumenta il rischio per lo sviluppo di disturbi cognitivi (Bremner et al., 1995;) e metacognitivi (Myers & Wells, 2015) e i deficit cognitivi interessano in particolar modo l’attenzione, la memoria, e le funzioni esecutive.

La compromissione delle funzioni esecutive è stata osservata in diversi adulti con Disturbo da stress post traumatico (DSPT). Tuttavia, un’importante limitazione di questi studi è il ricorso eccessivo a campioni clinici che corrono il rischio di enfatizzare eccessivamente gli effetti specifici della sintomatologia del DSPT sui deficit cognitivi a scapito degli effetti intrinseci del trauma. Infatti alcuni autori osservano che la semplice esposizione al trauma è in grado di produrre di per sé una compromissione delle funzioni esecutive (Navalta et al. 2006; Stein et al. 2002).

Myers e Wells (2015) hanno osservato che l’abuso emotivo correla positivamente e significativamente con alcune credenze metacognitive, determinando che le esperienze negative e in particolare l’abuso emotivo siano un fattore rilevante nello sviluppo problematico della metacognizione e del distress emotivo, a differenza di altre forme di trauma precoce, come l’abuso sessuale e fisico o gli eventi traumatici in generale come le malattie gravi, le quali non sono connesse alle credenze metacognitive e all’affettività negativa (Myers e Wells, 2015).

Nel modello dell’Autoregolazione delle funzioni Esecutive (Self-Reguatory Executive model S-REF; Wells e Matthews, 1994, 1996; Wells, 2000) i disturbi psicologici sono dovuti all’elaborazione prolungata di informazione negativa come strategia di coping. Questa elaborazione prolungata viene chiamata CAS (cognitive Attentional Sindrome) e consiste in rimuginio, ruminazione, e focus attentivo su minacce esterne ed interne. Questo stile cognitivo è determinato da un deficit delle funzioni esecutive che produce un’incapacità di controllare e monitorare i processi di pensiero disfunzionali (es. metacredenze positive e negative), rispettivamente tramite processi top down (controllo inibitorio, risoluzione del conflitto, correzione degli errori, pianificazione e allocazione delle risorse) e bottom-up (monitoraggio della fonte e detenzione degli errori), dando luogo a bias attentivi verso stimoli minacciosi e a delle strategie cognitive patologiche.

Lo scopo della ricerca è di analizzare gli effetti del trauma in soggetti adulti senza Disturbo Post traumatico da stress (PTSD) con eventi traumatici avvenuti prima dei 18 anni. E stato ipotizzato che i partecipanti con abuso emotivo abbiano rispetto ad altre tipologie di trauma punteggi più elevati al Metacognition Questionaire-30 e che presentino maggiore deficit delle funzioni esecutive (FE) (controllo inibitorio e flessibilità cognitiva).

 

Metodo

Gruppo sperimentale: 13 soggetti con trauma emotivo. Gruppo di controllo: 29 soggetti senza trauma emotivo. I soggetti sono stati divisi in due gruppi: Gruppo 1 (presenza trauma emotivo); Gruppo 2 (assenza trauma emotivo), considerando i punteggi ottenuti alla TEC.

Strumenti: TEC (Traumatic Experiences Checklist), Self-Report Symptom Inventory – Revised (SCL-90-R); State-Trait Anxiety Inventory-x (STAI-X); Beck Depression Inventory (BDI); Dissociative Experiences Scale-2 (DES-2); Metacognition Questionnaire (MCQ-30); Difficulties in Emotion Regulation Strategies (DERS); Emotional Inhibition Scale (EIS); Penn State Worry Questionnaire (PSWQ); Ruminative Response Scale (RRS); Davidson Trauma Scale (DTS), Span di cifre, Test di Stroop, Torre di Londra; Trial Making Test (TMT A -B), Wisconsin Card Sorting Test (WCST).

 

Risultati

I dati sono stati analizzati utilizzando un test non parametrico di Mann-Whitney per campioni indipendenti. I due gruppi differiscono significativamente tra loro per i valori ai test del Digit Span Forward (p< 0,01) e WCST (p< 0,01) rispetto agli errori perseverativi: in particolare il gruppo 1 presenta performance migliori per quanto riguarda la memoria di lavoro. Il gruppo 1 risulta inoltre meno perseverativo rispetto al gruppo 2.

 

Conclusioni E Limiti

La migliore performance osservata nel gruppo 1 risulta in conflitto con studi che individuano nei soggetti che hanno subito un trauma (con e senza PTSD) dei deficit delle FE (Bremner et. Al, 1995).

D’altra parte, coerentemente con il modello di Wells, i soggetti del gruppo 1, che non hanno deficit delle FE, non hanno sviluppato disturbi metacognitivi. Una possibile spiegazione potrebbe essere che, come sostiene Aupperle (Aupperle et al., 2011), un miglior funzionamento delle FE, potrebbe agire come fattore di protezione per lo sviluppo del PTSD. La migliore performance del gruppo 1 potrebbe essere altrimenti attribuibile ai maggiori livelli d’ansia. Sebbene non sia stata controllata l’ansia di tratto potremmo ipotizzare che secondo il fenomeno del mood congruity effect, aumenti l’accuratezza delle risposte sul Digit span e il WCST perchè gli stati affettivi emozionali determinano un aumento dell’arousal che porterebbe ad un maggior monitoraggio dell’informazione da elaborare, comportando quindi una migliore capacità di memorizzazione e una migliore pianificazione e flessibilità.

Limiti dello studio sono la bassa numerosità del campione e il mancato bilanciamento tra i due gruppi.

Il supporto familiare e gli amici aiutano a prevenire la depressione negli adolescenti

Tra i ragazzi che nell’infanzia hanno subìto bullismo e vissuto in contesti famigliari difficili, un ambiente famigliare supportivo e delle buone amicizie durante la prima adolescenza possono configurarsi come fattori protettivi per lo sviluppo della depressione nei tre anni successivi.

 

Tra i principali fattori di rischio per l’insorgenza della depressione durante l’adolescenza vi sono le avversità del contesto familiare sperimentate durante l’infanzia (i.e., un ridotto o assente affetto mostrato dai parte dei genitori, abusi di tipo emotivo, fisico o sessuale, problemi finanziari, disturbi psichici o la perdita di un membro della famiglia). Inoltre, il bullismo perpetuato da pari durante l’infanzia, in associazione alle esperienze negative di un contesto familiare difficile, condurrebbe ad un rischio ancor più elevato di sviluppare sintomi depressivi.

Stando alle conclusioni di un nuovo articolo pubblicato su Plos One, tra i ragazzi che nell’infanzia hanno subìto bullismo e vissuto in contesti famigliari difficili, un ambiente famigliare supportivo e delle buone amicizie durante la prima adolescenza possono configurarsi come fattori protettivi per lo sviluppo della depressione nei tre anni successivi.

I ricercatori del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Cambridge, infatti, hanno reclutato 771 adolescenti (322 maschi e 449 femmine) e, in uno studio longitudinale durato 3 anni, hanno esaminato l’effetto delle amicizie e i contesti famigliari supportivi all’età di 14 anni sui sintomi depressivi rilevati a 17 anni tra i ragazzi che avevano vissuto ambienti famigliari difficili e bullismo prima degli 11 anni.

I risultati, come spiegato dalla dott.ssa Anne-Laura van Harmelen, prima autrice dell’articolo, evidenziano come le esperienze familiari negative vissute nell’infanzia siano inversamente associate con il supporto familiare fornito all’età di 14 anni che, a sua volta, è negativamente associato alla presenza di sintomi depressivi all’età di 17 anni.

Inoltre, i risultati mostrano come le amicizie supportive in adolescenza medino il rapporto tra le esperienze di bullismo tra pari e l’insorgenza di sintomi depressivi.

Così, sembrerebbe che gli adolescenti che hanno sperimentato contesti famigliari negativi nell’infanzia abbiano più probabilità di subire bullismo a scuola e abbiano meno probabilità di ricevere supporto dalla famiglia durante l’adolescenza, periodo chiave e delicatissimo per lo sviluppo della persona. Questo avverrebbe poiché le esperienze famigliari negative durante l’infanzia incrementerebbero il livello di attivazione o arousal e di ansia del giovane influenzando in senso negativo le sue interazioni sociali.

I risultati, tuttavia, lasciano aperte molteplici possibilità di interpretazione. Ad esempio, secondo un’ipotesi fornita dal il team di ricercatori, le amicizie e i contesti famigliari supportivi fornirebbero sollievo dallo stress e incrementerebbero il livello di autostima dei ragazzi garantendo lo sviluppo di skills interpersonali efficaci. Il diretto risultato di ciò sarebbe l’incremento delle abilità di coping dei giovani nei confronti delle situazioni difficili. Secondo tale punto di vista, quindi, diventerebbe indispensabile intervenire con specifici training sulle capacità di supporto delle famiglie dei ragazzi in difficoltà, al fine di ridurre in questi ultimi il rischio di sviluppare depressione.

Essere insoddisfatti del proprio aspetto fisico: quali fattori risultano associati?

L’ insoddisfazione corporea è un problema molto diffuso tra le donne e gli uomini del mondo occidentale. La maggior parte delle donne desiderano essere più magre e sono insoddisfatte del proprio corpo e peso, mentre lo scontento degli uomini è legato al desiderio di possedere un buon tono muscolare e bassi livelli di grasso corporeo.

 

Lo studio sui fattori associati all’ insoddisfazione corporea

A tal proposito la Chapman University ha recentemente condotto uno studio nazionale con lo scopo di individuare i fattori che sono legati alla soddisfazione del proprio aspetto e peso. Hanno partecipato alla presente ricerca 12.176 soggetti residenti negli Stati Uniti con un’ età compresa tra i 18 e i 65 anni, i quali hanno completato un sondaggio online pubblicato su NBCNews.com e Today.com. Le domande poste al campione vertevano sulla personalità, sulle credenze relative alle relazioni sentimentali, sull’autostima, sul guardare la televisione, e sulle caratteristiche personali.

Come primo dato fondamentale dai risultati è emerso che i sentimenti provati dai partecipanti rispetto al loro aspetto e al loro peso giocavano un ruolo estremamente importante sulla soddisfazione della loro vita in generale. Nello specifico per le donne la soddisfazione corporea era il terzo predittore più importante per la soddisfazione complessiva della vita, seguendo la soddisfazione economica e la soddisfazione con il partner. Per gli uomini invece la soddisfazione corporea era il secondo predittore più forte, anticipato solo dalla soddisfazione economica.

 

I risultati dello studio

Guardando nel dettaglio i risultati relativi alla soddisfazione corporea, è emerso che solo il 24% degli uomini e il 20% delle donne si sentono molto soddisfatti in relazione al proprio aspetto, e solo la metà del campione si sente un po’ soddisfatta. Si tratta di dati che confermano le credenze sulle donne di voler essere più magre, e quelle sugli uomini di voler essere più atletici, mostrando così un panorama della popolazione americana che sembra essere piuttosto lontano dalla possibilità di essere veramente felici in relazione al proprio corpo.

Le persone che erano insoddisfatte del loro peso hanno inoltre riferito una bassa soddisfazione della vita sessuale e un livello generale di autostima molto basso. Si tratta di fattori che in qualche modo vanno ad influenzare quelli che sono gli stili di attaccamento, ad esempio coloro che possiedono un attaccamento ansioso sono spesso preoccupate relativamente alla loro relazione sentimentale con il partner e provano una forte paura di essere lasciate. Dallo studio è emerso che le donne con stili di attaccamento ansiosi e timorosi presentavano una insoddisfazione corporea maggiore rispetto alle altre. Ciò che è stato osservato è che l’insoddisfazione e gli stili di attaccamento ansioso possono portare ad una spirale fuori controllo. Coloro che sono insicuri in relazione al proprio corpo hanno una paura maggiore di essere abbandonati dal proprio partner, andando ulteriormente ad alimentare la propria insoddisfazione corporea.

Altri risultati minori, ma comunque cruciali per lo studio sono stati:
Le persone che spendono molte ore a settimana a guardare la televisione sono meno soddisfatti del proprio corpo e del proprio peso.
Le persone maggiormente soddisfatte del proprio aspetto fisico e peso presentano stili di attaccamento più sicuri.
Le persone soddisfatte del proprio corpo presentano una maggiore autostima, soddisfazione della vita, soddisfazione sessuale, buone relazioni sociali, amorose e familiari, ed infine una stabilità economica.
L’indice di massa corporea (BMI) è fortemente legato all’ insoddisfazione corporea.

Il ruolo dell’attaccamento infantile nelle conversazioni tra madre e bambino su eventi autobiografici condivisi

La qualità dell’attaccamento infantile può incidere sullo stile conversazionale materno? Negli ultimi anni si sono incrementati gli studi che hanno indagato la qualità dell’attaccamento infantile come possibile fattore responsabile delle differenze nello stile conversazionale materno durante le conversazioni su eventi autobiografici condivisi, la maggior parte dei quali è giunta alla conclusione che le madri sono più elaborative con i bambini sicuri rispetto a quelli insicuri.

Raffaella Mancini, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

 

Lo sviluppo della narrazione nei bambini

Nella nostra cultura i bambini sono esposti precocemente al genere narrativo, che costituisce una delle prime modalità per organizzare la storia e le esperienze personali (Rollo, 2007).

Le forme narrative forniscono una struttura coerente sia per raccontare il passato agli altri e sia per rappresentarlo a noi stessi. La narrazione, dunque, consiste sia in una modalità esteriore di trasmissione delle esperienze, sia in un’impalcatura interiore di rappresentazione delle stesse (Fivush, 1993, citato in Rollo e Benelli, 2003). Madre e bambino iniziano a parlare delle esperienze passate all’incirca quando quest’ultimo ha 18-20 mesi. Sono le madri che forniscono la maggior parte dei contenuti alle conversazioni, attraverso dichiarazioni o domande chiuse, mentre i bambini si limitano a rispondere, il più delle volte confermando o ripetendo ciò che la madre dice.

Poi, gradualmente, con lo svilupparsi delle abilità linguistiche del bambino, le madri passano ad utilizzare domande aperte, in modo da coinvolgerlo maggiormente nella conversazione (Ferrant e Reese, 2000; Haden, Ornstein, Rudek e Branstein, 2006, citato in Fivush, Haden e Reese, 2006). Tale atteggiamento sembra riflettere la sensibilità materna allo sviluppo delle capacità del proprio figlio di impegnarsi in conversazioni che riguardano eventi passati. I bambini, quindi, diventano sempre più capaci di partecipare a queste conversazioni, sanno rispondere a domande sugli eventi passati e forniscono informazioni appropriate sull’accaduto, giungendo a proporre da soli tali argomenti come oggetto di conversazione (Smorti, 1997).

 

Gli stili comunicativi materni

Ricerche precedenti hanno rilevato una considerevole variabilità nel modo in cui le madri strutturano le conversazioni su eventi passati condivisi; in particolare, sono stati individuati due distinti stili materni, che differiscono per il grado di elaborazione delle conversazioni (Fivush e Fromhoff, 1988, citato in Fivush et al., 2006). Da un lato vi sono le madri altamente elaborative che parlano in dettaglio, fornendo ad ogni turno di conversazione informazioni sempre più interessanti e invitando, attraverso domande aperte, i loro figli alla conversazione (Fivush et al., 2006). In questo modo esse si adoperano per elicitare e mantenere un’attività congiunta di ricordo anche quando i figli non contribuiscono attivamente al racconto.

Dall’altra parte le madri meno elaborative adottano uno stile più pragmatico, ripetitivo, ovvero discutono esperienze passate con i loro figli facendo poche domande o ripetendo sempre le stesse, fornendo poche informazioni sull’evento e indagando su aspetti specifici di quest’ultimo (Fivush et al., 2006). Esse sembrano interessate ad ottenere specifiche informazioni sugli eventi e tendono a considerare le conversazioni sui ricordi come un modo per verificare le capacità mnestiche dei loro bambini.

Inoltre è emerso come le madri tendono ad utilizzare con il proprio bambino, nel tempo, lo stesso stile narrativo (Reese, Haden e Fivush, 1993, citato in Bost, Shin, McBride, Brown et al., 2006) e quest’ultimo tende ad essere collegato allo stile narrativo e cognitivo dei propri bambini, ovvero i bambini rispecchiano lo stile che le loro madri utilizzano con loro durante le conversazioni (Peterson e McCabe, 1992 citato in Newcombe e Reese, 2004), dimostrando così che non sono degli ascoltatori passivi, ma rispondono alla struttura e allo stile che le loro madri utilizzano nelle conversazioni con loro.

Le differenze individuali nello stile conversazionale materno sembrano essere associate anche ad alcune caratteristiche del bambino, quali il sesso, le competenze linguistiche e i tratti temperamentali (Fivush et al., 2006; Laible, 2004). Riguardo al ruolo che il sesso del bambino può avere nello stile conversazionale materno le differenze di genere che sono state individuate in alcune ricerche hanno rilevato che le madri tendono ad essere più elaborative con le bambine che con i bambini (Fivush, Berlino, Vendite, Mennuti-Washburn et al., 2003; Reese, Haden e Fivush, 1996, citato in Fivush et al., 2006), in particolar modo nelle discussioni su temi emotivi (Brown e Dunn, 1996, citato in Farrar, Fasing e Welch-Ross, 1997).

 

L’attaccamento infantile e lo stile narrativo materno

Relativamente alle abilità linguistiche e al temperamento del bambino, invece, si è osservato che le madri sono più elaborative con i bambini che hanno maggiori competenze linguistiche (Ferrant et al., 2000; Newcombe et al., 2004; Welch-Ross, 1997, citato in Fivush et al., 2006) e con quelli valutati più socievoli (Lewis, 1999, citato in Fivush et al., 2006) e con maggiore effortul control (Laible, 2004, citato in Fivush et al., 2006).

Di particolare interesse è il ruolo dell’attaccamento infantile come un fattore responsabile delle differenze nello stile conversazionale materno. L’attaccamento viene teorizzato da Bowlby come un sistema motivazionale primario: una predisposizione biologica del bambino verso chi si prende cura di lui. Secondo Bowlby (1969, 1973, 1980, citato in Cassibba e D’Odorico, 2000), il bambino nasce provvisto di una serie di comportamenti, geneticamente predeterminati, che svolgono un’importante funzione adattiva. Questi comportamenti, come il sorriso, il pianto, l’aggrapparsi, sono definiti comportamenti di attaccamento. Essi fanno parte di un sistema comportamentale finalizzato a garantire al bambino la prossimità fisica con l’adulto, la cui funzione biologica è quella di garantire la sopravvivenza, mentre quella psicologica è di ottenere un senso di sicurezza interna attraverso, appunto, il contatto e la prossimità fisica.

The Strange Situation. -SLIDER- Di Davide Osenda © State of Mind 2016 www.stateofmind.itLa prima e principale studiosa delle differenze individuali nell’attaccamento è Mary Ainsworth (Simonelli e Calvo, 2002). Quest’ultima, insieme ai suoi collaboratori, ha ideato una procedura osservativa, chiamata la Strange Situation, che da allora è diventata il metodo principale, più diffuso e validato per valutare l’attaccamento nella prima infanzia (Simonelli et al., 2002). Tale procedura osservativa ha portato all’identificazione di tre principali pattern di attaccamento: attaccamento sicuro (B), attaccamento insicuro-evitante (A) e attaccamento insicuro-ambivalente (C), ai quali è stato aggiunto successivamente una quarta categoria, denominata attaccamento disorganizzato (D).

Tornando all’attaccamento infantile come un fattore responsabile delle differenze nello stile conversazionale materno, i ricercatori, a tal proposito, hanno affermato che la qualità dell’attaccamento del bambino può condizionare la natura del discorso tra quest’ultimo e la madre, in particolare quando le conversazioni riguardano problemi o questioni emotive e relazionali (Laible, 2004). Infatti un elemento centrale della teoria dell’attaccamento è che la sicurezza dell’attaccamento infantile si riflette nella comunicazione tra madre e bambino (Etzion-Carasso e Oppenheim, 2000).

Bowlby (1988, citato in Etzion-Carasso et al., 2000) ritiene che una delle principali differenze tra diadi con attaccamento sicuro e attaccamento insicuro è il grado di apertura e di libertà nella loro comunicazione. È probabile che le madri di bambini sicuri siano più elaborative con i loro figli nel discutere questioni emotive e relazionali poiché si presume che entrambi i partner della diade abbiano dei modelli operativi interni sicuri, e data l’accessibilità di questi modelli per entrambi, si ipotizza che la comunicazione tra i due sia più aperta, coerente ed elaborativa (Bretherton, 1990, citato in Laible, 2004). Al contrario, si pensa che entrambi i partner di una diade insicura abbiano modelli operativi interni meno accessibili e in conflitto, i quali danno luogo a processi difensivi e scarsa comunicazione tra i membri della diade (Bretherton e Munholland, 1999, citato in Laible, 2004).

Inoltre questa relazione tra conversazioni su eventi autobiografici e modelli operativi interni può essere bidirezionale. Questi ultimi non solo potrebbero influenzare la scelta degli argomenti affettivi durante le discussioni sul passato ma, tali conversazioni, potrebbero influenzare la formazione di tali modelli operativi interni (Bretherton, 1993, citato in Farrar et al., 1997).

 

Gli studi sull’attaccamento infantile

A tal proposito diversi sono gli studi che hanno analizzato le conversazioni tra madre e bambino su eventi passati, sia positivi che negativi, all’interno della prospettiva teorica dell’attaccamento. Tra questi vi è quello di Laible e Thompson (2000), condotto su un campione di 42 bambini dell’età di 4 anni e le loro madri. Tra gli obiettivi vi era quello di indagare la relazione tra il contenuto delle conversazioni madre-bambino sul comportamento passato di quest’ultimo e la sicurezza dell’attaccamento infantile. Alle madri è stato chiesto di pensare a due eventi passati che hanno coinvolto sia lei che suo figlio, uno in cui il bambino si è comportato male e l’altro in cui si è comportato bene.

Le conversazioni sono state registrate e trascritte in modo da poter codificare i riferimenti materni e del bambino a sentimenti/intenzioni, regole sociali/morali/familiari e conseguenze materiali di un’azione, mentre l’attaccamento del bambino è stato valutato tramite l’Attachment Q-Sort (Waters et al., 1985, citato in Laible et al., 2000). I risultati hanno indicato l’esistenza di una relazione tra i discorsi carichi emotivamente e la sicurezza dell’attaccamento. I bambini sicuri e le loro madri hanno utilizzato più riferimenti ai sentimenti e alle valutazioni morali durante le discussioni su eventi passati rispetto a quanto hanno fatto i bambini con attaccamento insicuro e le loro madri. Ciò è coerente con le diverse formulazioni della teoria dell’attaccamento (Bretherton, 1990; Cassidy, 1988; Laible e Thompson, 1998; Main et al., 1985, citato in Laible et al., 2000) secondo le quali è probabile che il discorso su questioni delicate sia più frequente, coerente ed emotivamente aperto tra un bambino sicuro e la propria madre: le diadi sicure discutono un potenziale argomento minaccioso, in questo caso un comportamento scorretto del passato, con una maggiore apertura emotiva.

Nello stesso anno un contributo innovativo alla letteratura proviene dallo studio longitudinale di Etzion-Carasso e Oppenheim (2000), i quali hanno voluto analizzare la relazione predittiva, piuttosto che concorrente, tra l’attaccamento e le conversazioni tra madre e bambino su eventi passati. L’attaccamento infantile è stato valutato a 12 mesi, tramite la Strange Situation (Ainsworth, Blehar, Waters e Wall, 1978, citato in Etzion-Carasso et al., 2000), mentre la comunicazione tra madre e bambino è stata valutata quando quest’ultimo aveva 4,5 anni, a seguito di una separazione di circa 45 minuti. Alle madri è stato detto che dopo la riunione con il proprio bambino avrebbero avuto 3 minuti per parlare con il proprio figlio di ciò che era accaduto durante la separazione. La comunicazione tra madre e bambino è stata inizialmente codificata in comunicazione aperta o in comunicazione non aperta, e successivamente ciascuna macro-categoria è stata ulteriormente suddivisa in sotto-categorie. I risultati del presente studio dimostrano che vi è un’associazione tra l’attaccamento infantile e la successiva comunicazione madre-bambino in età prescolare. I bambini sicuri tendevano ad avere una comunicazione più aperta e coerente con le loro madri dopo una breve separazione rispetto ai bambini classificati come disorganizzati.

Tali risultati indicano come le caratteristiche del fenomeno di base sicura rimangano ugualmente importanti in età prescolare ma subiscano una significativa trasformazione. Ora la base sicura fornita dal caregiver non facilita solo l’esplorazione del mondo esterno, ma anche il mondo interiore dei pensieri e dei sentimenti (Bowlby, 1988, citato in Etzion-Carasso et al., 2000). La comunicazione aperta sembra supportare l’esplorazione da parte dei bambini dei loro mondi emozionali, i quali sanno che c’è qualcuno che riconosce, rispetta e risponde in modo appropriato e sensibile ai loro pensieri e sentimenti. Per quanto riguarda i bambini insicuro/ambivalenti, invece, i risultati non hanno indicato una chiara associazione tra attaccamento e comunicazione. Gli autori a riguardo hanno dato due possibili spiegazioni: tale pattern di attaccamento è di per sé incoerente e di conseguenza sono necessarie osservazioni più estese, o la separazione temporanea in laboratorio non era molto stressante per il bambino, quindi sono necessarie condizioni più stressanti che consentano di identificare con maggiore probabilità la comunicazione tra madri e bambini insicuri/ambivalenti.

A distanza di qualche anno Laible (2004) ha condotto uno studio il cui obiettivo era quello di verificare se la sicurezza dell’attaccamento e il temperamento del bambino predicono le differenze nell’elaborazione e nel contenuto emotivo delle conversazioni madre-figlio in due contesti e se, tali differenze, erano correlate allo sviluppo socio-emozionale del bambino. Allo studio hanno partecipato 51 bambini tra i 3 e i 5 anni con le loro madri. E’ stato utilizzato l’Attachment Q-Sort (Waters et al., 1985, citato in Laible, 2004) per valutare l’attaccamento infantile. Le due conversazioni sul comportamento passato sono state elicitate seguendo una procedura analoga a quella di Laible e collega (2000). Inoltre alle madri è stato chiesto di leggere e discutere con i propri figli un libro di fiabe, ricco di temi emotivi e morali. Le conversazioni sono state codificate per tre aspetti: riferimenti alle emozioni, valenza delle emozioni discusse (positiva, negativa e neutra) e stile elaborativo materno. Nel complesso i risultati hanno indicato che, oltre al temperamento, anche la sicurezza dell’attaccamento del bambino era collegata allo stile elaborativo materno e al contenuto delle conversazioni, anche se tali risultati variavano a seconda del contesto. Le diadi sicure hanno discusso l’emozione negativa con maggiore frequenza quando parlavano del comportamento passato del bambino, ed erano altamente elaborative rispetto alle situazioni in cui leggevano e discutevano il libro di fiabe. Tali dati sono coerenti con l’idea che le conversazioni tra madre e bambino sono emotivamente più aperte, elaborative e coerenti soprattutto quando riguardano questioni relazionali (Laible e Thompson, 1998; Thompson, Laible e Ontai, 2003, citato in Laible, 2004), e suggeriscono come la disponibilità delle diadi a focalizzarsi e a discutere l’emozione negativa potrebbe dipendere in parte dal contesto. Nello specifico le madri dei bambini sicuri possono essere sensibili al contesto del discorso e di conseguenza discutono le emozioni negative solo quando è costruttivo farlo.

Nello stesso anno Newcombe e Reese (2004) hanno condotto uno studio longitudinale e tra gli obiettivi vi era quello di esaminare l’associazione tra la sicurezza dell’attaccamento infantile e lo sviluppo dello stile narrativo dei bambini e delle madri. Il campione era costituito da 56 bambini e le loro madri, i quali sono stati osservati all’età di 19, 25, 32, 40 e 51 mesi. All’età di 19 mesi è stato chiesto alle madri di parlare con i loro bambini di due eventi che hanno vissuto insieme una sola volta, mentre dai 25 mesi in poi è stato chiesto loro di discuterne tre. L’attaccamento del bambino, all’età di 19 mesi, è stato valutato tramite l’Attachment Q-Sort (Water et al., 1985, citato in Newcombe et al., 2004). Tutte le conversazioni sono state registrate, trascritte e codificate. I risultati, in linea con le previsioni degli autori, hanno evidenziato differenze nello stile narrativo di bambini e madri in funzione della sicurezza dell’attaccamento. I bambini con attaccamento sicuro e le loro madri hanno sottolineato gli aspetti valutativi ed emotivi degli eventi quotidiani con maggiore frequenza rispetto ai bambini con un attaccamento insicuro e le loro madri, e hanno anche mostrato uno stile narrativo più coerente e maggiormente collaborativo.

 

L’attaccamento infantile e materno e gli stili narrativi di madre e bambino

Bost e colleghi (2006), a differenza degli studi citati, hanno preso in considerazione anche l’attaccamento materno, oltre a quello infantile: essi hanno condotto uno studio su 90 bambini di età prescolare e le loro madri, il cui obiettivo era quello di analizzare le relazioni tra le rappresentazioni materne dell’attaccamento, la sicurezza dell’attaccamento infantile e gli stili narrativi di madre e bambino valutati nel contesto dei ricordi di esperienze condivise.

L’attaccamento infantile è stato valutato con l’Attachment Q-Sort (Waters, 1995, citato in Bost et al., 2006) mentre le rappresentazioni materne dell’attaccamento sono state valutate con l’Attachment Script Representation Procedure (Waters, Waters, 2006 citato in Bost et al., 2006) che valuta il contenuto e la qualità dello script della base sicura. Gli stili narrativi madre-bambino sono stati valutati attraverso la procedura di Memory Talk (Fivush e Fromhoff, 1988, citato in Bost et al., 2006).

Alle madri è stato chiesto di parlare con il loro bambino di tre eventi che hanno condiviso nel corso dell’anno passato. I risultati di tale studio rivelano che le madri dei bambini sicuri, rispetto a quelli insicuri, discutono con i loro bambini gli eventi condivisi in modo da costruire un racconto dettagliato, elaborativo e carico emotivamente. Inoltre, è emerso che le variabili dell’attaccamento di madre e bambino erano positivamente e significativamente correlate, e gli script della base sicura erano significativamente correlati al numero di riferimenti alle emozioni nei racconti di madre e bambino, nonché alla partecipazione del bambino a tali conversazioni. Tali dati suggeriscono come le rappresentazioni dell’attaccamento influenzino il modo in cui le diadi madre-bambino pensano e discutono contenuti carichi emotivamente relativi agli eventi autobiografici del bambino.

Nel 2010 Laible ha condotto un altro studio su 50 bambini di età prescolare, in cui ha voluto analizzare come la sicurezza dell’attaccamento e il clima familiare siano connessi alla qualità dei ricordi tra madre e bambino. Alle madri è stato chiesto di parlare con il proprio bambino di due eventi emotivi passati che li hanno coinvolti, uno in cui ha manifestato un’emozione positiva e uno in cui ha manifestato un’emozione negativa. L’attaccamento è stato valutato tramite l’Attachment Q-Sort (Waters et al., 1985, cittao in Laible, 2010). Le conversazioni madre-bambino sono state codificate in: riferimento alle emozioni, discussione approfondita dell’emozione, cause dell’emozione e validazione dell’emozione, mentre lo stile elaborativo materno è stato codificato utilizzando i criteri che lo stesso Laible ha usato in una ricerca precedente (2004, citato in Laible, 2010).

Relativamente alla relazione tra la sicurezza dell’attaccamento e la qualità dei ricordi tra madre e bambino Laible ha rilevato, coerentemente con gli studi sopra citati, che lo stile elaborativo materno era correlato alla sicurezza dell’attaccamento infantile. Nello specifico, i bambini con attaccamento sicuro avevano madri che erano maggiormente elaborative quando discutevano con i loro figli delle esperienze emotive passate, sia positive che negative, rispetto ai bambini con attaccamento insicuro. Tuttavia l’attaccamento sicuro era principalmente collegato alla discussione delle emozioni durante le conversazioni di eventi negativi: le madri erano più propense a discutere le cause delle emozioni con i propri bambini, le discutevano in maniera più approfondita ed erano più disposte a confermare le esperienze emotive dei loro figli. Tali dati sono coerenti con le idee dei teorici dell’attaccamento, i quali sostengono che un legame di attaccamento sicuro dovrebbe essere caratterizzato dalla condivisione aperta di emozioni negative nella diade (Cassidy, 1994; Laible e Panfile, 2009, citato in Laible, 2010). Nel contesto dei ricordi, la volontà della madre di confermare le esperienze di emozioni negative del bambino, così come la sua volontà di aiutarlo nella comprensione delle cause di tali emozioni probabilmente è una dimensione della sensibilità materna.

 

Conclusioni

Da tale rassegna, dunque, si evince come lo stile narrativo materno e le conversazioni tra madre e bambino su eventi autobiografici varino in funzione della sicurezza dell’attaccamento infantile. Nello specifico le madri sono più elaborative quando ricordano con i bambini che hanno un attaccamento sicuro (Fivush et al., 2002; Laible, 2004; Reese et al., 2003, citato in Fivush et al., 2006), in particolare sugli aspetti emotivi e valutativi degli eventi passati (Farrar et al., 1997; Laible e Thompson, 2000; Newcombe et al., 2004, citato in Fivush et al., 2006).

10 risorse su autismo e disturbi dello spettro autistico

Il termine autismo, etimologicamente deriva dal greco αὐτός (autos) «stesso», ovvero «se stesso», termine coniato all’inizio del novecento dallo psichiatra psicodinamico svizzero Eugen Bleuler.

L’origine etimologica del termine rimanda chiaramente a quelle difficoltà comunicative e sociali e nell’attenzione condivisa che si riscontrano a diversi livelli e secondo modalità estremamente differenziate nei disturbi dello spettro autistico.

Vi proponiamo 8 libri e 2 film, recensiti su State of Mind, che esplorano da diversi punti di vista il mondo della neurodiversità.

 

Castelli_di_fiammiferiCastelli di fiammiferi. Una storia sulla disabilità e per la disabilità adatta a bambini e adulti (2013)

Un racconto semplice, vero e realistico.
La disabilità vista dagli occhi di un bambino, di un fratello, Jan, che prova a comprendere la sorella, affetta da autismo. Un fratello che sperimenta codici nuovi di comunicazione con lei, che si sforza di interpretare il suo comportamento, i suoi movimenti e lo sguardo… Un libro adatto a bambini, dai dieci anni, a genitori e a noi operatori. Un libro che ci mostra il punto di vista di un fratello sull’autismo. Attraverso gli occhi di Jan, la scrittrice ci ricorda che un figlio con disabilità non è preoccupazione solo per i genitori ma anche i fratelli vivono l’esperienza della diversità e della sofferenza, anch’ essi si preoccupano e possono sentire su di loro la responsabilità della cura non solo del fratello o sorella, ma talvolta dei genitori stessi… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

Preparare alla scuola il bambino con autismo - Erickson Editore - RECENSIONEPreparare alla Scuola Il Bambino con Autismo

Un manuale pratico, non ci sono riferimenti ad approcci teorici, anche se le soluzioni pratiche proposte rientrano nell’ambito di strategie riconosciute efficaci dalla comunità scientifica. Si tratta soprattutto di interventi che utilizzano le immagini a supporto della verbalità e a sostegno della promozione di comportamenti adeguati. Un libro alla portata di tutti, ma la sfida più grande, nel contesto della scuola italiana, rimane il consolidamento di una buona prassi di inserimento scolastico di questi bambini, che costituisce il primo passo per la garanzia del diritto di integrazione di tutti gli alunni. L’impressione è che la preoccupazione di come affrontare questo momento delicato sia quasi interamente sulle spalle dei genitori, che da soli faticano a promuovere strategie utili come quelle descritte in questo testo… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

Tony Atwood - Esplorare i sentimenti - copertinaEsplorare i sentimenti. Terapia cognitivo comportamentale per gestire ansia e rabbia

C’era indubbiamente bisogno che qualcuno iniziasse ad adattare la CBT (Cognitive and Behavioral Therapy) destinata alle persone Asperger o con autismo ad alto funzionamento, soprattutto da quando questo tipo di trattamento psicologico è stato segnalato come terapia elettiva per il trattamento di ansia e rabbia nelle Linee Guida per Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti dell’Istituto Superiore di Sanità nel 2011…

Questo libro costituisce indubbiamente di un primo passo importante verso il riconoscimento di una neurodiversità che necessita di interventi psicologici che devono prendere le dovute distanze da quelli pensati per i neurotipici ma la strada è ancora lunga, soprattutto perché sono quasi esclusivamente solo professionisti tipici a percorrerla… LEGGI LA RECENSIONE (Di Ilaria Cosimetti). Questo libro è stato recensito anche da Gianluca Frazzoni.

 

emozioni e sindrome di aspergerEmozioni e sindrome di Asperger. Educazione affettiva per bambini e ragazzi con sindrome di Asperger (2014)

Scritto dal prof. Tony Attwood e dalla dott.ssa Michelle Garnett, due psicologi clinici con una grande conoscenza dell’autismo, il programma fa della chiarezza e semplicità i suoi punti forza. Una solida base di strategie tipiche della Terapia Cognitivo Comportamentale, si arricchisce di accorgimenti e strumenti specificamente progettati per la popolazione autistica.

Se si parte dal presupposto che l’affetto non coincide con l’espressione dello stesso, regolata da convenzioni sociali a servizio della popolazione neurotipica, questo libro è un’importante risorsa per migliorare la capacità di esprimere affetto in maniera adeguata alla diverse relazioni e situazioni, nella convinzione che ciò possa incidere positivamente sulla qualità delle amicizie e delle relazioni, variabile significativa nella qualità di vita di ciascuno di noi, autistico o neurotipico… LEGGI LA RECENSIONE

 

storia dell'autismo: recensioneStoria dell’Autismo. Conversazioni con i pioneri: Evoluzione storica del disturbo e trattamenti

“Nulla è completamente originale. Tutto è influenzato da ciò che è stato prima”. Con queste parole di Lorna Wing, psichiatra britannica e madre di un’autistica, si apre questo interessantissimo libro e le pagine a seguire danno prova di ciò, ricordandoci costantemente che non si può andare da nessuna parte se non si conosce la strada percorsa da chi ci ha preceduti.
I personaggi raccontati dall’autore sembrano infatti cedersi il testimone dopo aver dato il loro personale contributo nella scrittura della storia dell’autismo che ha inizio negli anni ‘30 e, fortunatamente, continua ad appassionare ancora oggi professionisti, parenti e le stesse persone autisticheLEGGI LA RECENSIONE

 

 

Autismo e crescita familiareAutismo e Crescita Familiare (2014)

Il libro propone una tipologia di trattamento in cui la famiglia, dapprima destinataria dell’intervento, è in seguito considerata esperta del trattamento. Oggi gli studiosi escludono che la causa primaria dell’autismo possa essere di natura psicosociale e ambientale, e i genitori, inizialmente accusati di essere la causa del problema, sono considerati fattori indispensabili per l’efficacia del trattamento e la durata nel tempo degli apprendimenti. Questo manuale sintetizza il lavoro svolto all’interno dell’Associazione Il Filo dalla Torre a favore delle famiglie con un figlio autistico, secondo i principi dell’approccio PEIAD (progetto evolutivo integrato autismo e disabilità)… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

le regole non scritte delle interazioni sociali_RecensioneAutismo: Le regole non scritte delle relazioni sociali (2014)

Nonostante le loro differenze, gli autori hanno concordato un elenco di dieci “regole d’oro” che a parer loro ogni bambino autistico dovrebbe apprendere attraverso le modalità più consone al suo schema di pensiero, visivo o verbale, e alle caratteristiche fisiche e mentali che lo caratterizzano. Entrambi ci raccontano attraverso quali risorse e ostacoli personali sono riusciti ad apprenderle e non si può rimanere indifferenti all’impegno e all’enorme fatica che traspare dalle loro parole.

Questo libro è un viaggio alla scoperta del regno del “pensiero diverso”. Ci fanno da guida Temple Grandin, zoologa, e Sean Barron, giornalista, entrambi autistici. Attraverso la narrazione di episodi di vita reale, ci raccontano il loro percorso di apprendimento del funzionamento sociale, basato su una fitta rete di regole e soprattutto di eccezioni ad esse… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

Esplorare i sentimenti per i più piccoli_ Terapia cognitivo comportamentale per gestire ansia e rabbia nei bambini di 5-7 anni. Il modello STAMPEsplorare i sentimenti per i più piccoli: Terapia cognitivo comportamentale per gestire ansia e rabbia nei bambini di 5-7 anni. Il modello STAMP

E’ importante aiutare i bambini con disturbi dello spettro autistico ad acquisire dei mezzi per gestire i loro livelli di stress e ansia il prima possibile. Tra gli esperti più importanti in tema di Autismo e Asperger, Tony Attwood si è occupato proprio di questo attraverso la creazione di un protocollo per la gestione delle emozioni negative in bambini con Autismo ad alto funzionamento e Sindrome di Asperger (si farà da ora in poi riferimento alla classificazione da DSM IV-TR, così come nel protocollo illustrato).

Il manuale Esplorare i sentimenti per i più piccoli espone tale protocollo: Stress Treatment and Anger Management Protocol – STAMP, un programma di intervento pensato per bambini con Autismo ad Alto Funzionamento (HFA) e per bambini con Sindrome di AspergerLEGGI LA RECENSIONE

 

Temple Grandin - Thinking in Pictures. LocandinaTemple Grandin – Una Donna Straordinaria

“Mi chiamo Temple Grandin non sono come le altre persone penso in immagini e le metto in relazione”

Il film affronta il tema dell’Autismo ripercorrendo l’eccezionale vita di Temple Grandin, una donna autistica dotata di capacità straordinarie.

Attualmente Temple Grandin è una sessantenne americana con due lauree una in Psicologia e una in Zoologia, un master in Scienze Animali, è una tenace attivista del movimento in tutela dei diritti degli animali e delle persone con autismo. Inoltre, è ricercatrice e professoressa presso la Colorado University… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

RAin manRain man -L’uomo della pioggia – (1988) e il mondo dell’autismo

La pellicola racconta la storia di un uomo autistico e del rapporto con il fratello minore, in una scoperta profonda dell’affettività e della condivisione.

LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

 

 

Tutti gli articoli sui Disturbi dello spettro autistico
Lo stigma nell’autismo
Lo stigma nell’autismo è un processo sociale che espone a discriminazione, isolamento e limitazioni nelle opportunità di vita
Diagnosi di autismo: il lutto delle aspettative
La diagnosi di autismo rappresenta per molti genitori una frattura emotiva profonda, legata alla perdita del figlio immaginato e alla rielaborazione delle aspettative
Valutazioni specialistiche per l’Autismo – Un percorso verso la consapevolezza
Osservare è il primo passo. Comprendere è il più importante - Scopri il nostro servizio di valutazioni specialistiche per l’Autismo
”Vado a tagliare i capelli”. Dispercezioni sensoriali nell’autismo e trattamenti: lo studio di un caso
Le dispercezioni sensoriali nei disturbi dello spettro autistico possono influenzare la quotidianità, con effetti rilevanti sulla socialità e sull’autonomia personale
La donna neurodivergente – Report
Riflessioni dal corso “Profili diagnostici e bias clinici in Asperger/Autismo livello 1, ADHD, DSA e APC (Alto Potenziale Cognitivo)” - 6-7 e 8 marzo 2025
Analisi della recente review sui probiotici nel trattamento per i disturbi dello spettro autistico: il ruolo fondamentale dell’asse microbiota-intestino-cervello-mente
Una recente revisione ha cercato di fare chiarezza sull’utilizzo dei probiotici per il trattamento dei disturbi dello spettro autistico
Mio fratello è autistico: siblings, relazioni e benessere
Crescere con un fratello con diagnosi di autismo può essere una sfida, ma anche un’occasione per sviluppare empatia, resilienza e un legame unico
Intelligenza Artificiale (IA) e Realtà Estesa (XR): nuove frontiere nella riabilitazione nei disturbi del neurosviluppo
La diffusione delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il panorama della riabilitazione nei disturbi del neurosviluppo
Selettività alimentare e autismo: aumentare la varietà di cibi consumati abitualmente utilizzando behavioral skills training e contratto comportamentale
I bambini con disturbi dello spettro autistico hanno maggiori probabilità di mostrare selettività alimentare. Quale trattamento è consigliato?
Riconoscimento delle emozioni, disturbi del neurosviluppo e ansia sociale
Una recente ricerca analizza il legame tra i disturbi del neurosviluppo, l'ansia sociale e la capacità di riconoscere le emozioni dal volto
Promuovere lo sviluppo delle abilità sociali nell’autismo
Attraverso interventi specifici è possibile promuovere lo sviluppo delle abilità sociali, spesso punto di debolezza nelle persone con autismo
Gli devo dire che è Asperger? (2014) di Tony Atwood e Carol Gray – Recensione
"Gli devo dire che è Asperger?" è un libro che esorta ad una comunicazione trasparente, leale e consapevole, tra genitori e figlio
Da diversità a neurodivergenza: la sindrome di Asperger esiste ancora?
La Sindrome di Asperger è una forma di neurodivergenza che può presentare limiti e difficoltà, ma anche abilità e interessi unici e funzionali
Il controverso utilizzo del packing come strumento terapeutico
Ad oggi il packing, una forma di contenimento fisico, è considerato una pratica non più accettabile all’interno del trattamento per l’autismo
Autismo al lavoro - Report da convegno di Milano con Tony Atwood_
Convegno Autismo al lavoro con Tony Atwood – Report dall’evento di Milano
Quali sono le caratteristiche tipiche dell’Autismo che possono avere un impatto in ambito lavorativo e che devono essere tenute in considerazione? 
Autismo: Report dall’ottavo Convegno Internazionale
8° Convegno Internazionale Autismi – Report dall’evento di Rimini
Viste le sfumature dell'autismo è necessario un approccio clinico specifico in base alle peculiari caratteristiche della persona e la sua famiglia
Persone autistiche e mondo del lavoro - Intervista a Tony Attwood
Neurodiversità al lavoro: intervista a Tony Attwood
L’esperto mondiale di autismo Tony Attwood risponde alle nostre domande su come funzionano le persone nello spettro autistico e sulle sfide che affrontano in contesti lavorativi
Il mondo di Leo, una serie tv: autismo ed inclusione - Comunicato stampa
“Il Mondo di Leo” – Comunicato stampa
Ieri è stato presentato “Il Mondo di Leo”, progetto multimediale inclusivo che racconta le avventure di un bambino con disturbo dello spettro autistico
Funzioni esecutive. Il programma Unstuck and on Target! - Recensione
Funzioni esecutive. Il programma Unstuck and on Target! (2023) – Recensione
Un protocollo innovativo per lavorare sulle funzioni esecutive e migliorare flessibilità, regolazione emotiva, problem solving e pianificazione
Anoressia nervosa e co-occorrenza di tratti autistici
Tratti autistici nei giovani con anoressia nervosa prima e dopo il trattamento
Recenti ricerche indicano un'associazione positiva tra i tratti autistici e la psicopatologia dei disturbi alimentari, in particolare dell'anoressia
Carica altro

Memoria di un trauma: perché ricordiamo meglio l’evento negativo rispetto al contesto in cui è accaduto?

L’attivazione emotiva che accompagna un’esperienza può intensificarne ed accrescerne il ricordo, agendo sui processi di consolidazione della traccia. Tuttavia, non tutti gli aspetti della memoria sono potenziati dalle emozioni in egual modo.

 

L’attivazione emotiva che accompagna un’esperienza può intensificarne ed accrescerne il ricordo, agendo sui processi di consolidazione della traccia. Tuttavia, non tutti gli aspetti della memoria sono potenziati dalle emozioni in egual modo, e così avviene che esperienze spiacevoli o traumatiche possano essere ricordate in modo molto forte da ciascuno di noi solo per quanto riguarda il contenuto negativo dell’evento vissuto, e non per quanto concerne il contesto in cui tali esperienze si sono verificate.

 

Gli effetti del trauma su memoria e ricordi

Un recente studio di Bisby e colleghi (Maggio, 2016) condotto dalla University College London (UCL), finanziato dal Medical Research Council and Wellcome Trust, ha svelato cosa succede nel cervello, spiegando il meccanismo alla base di questo fenomeno. Lo studio, pubblicato in Social, Cognitive and Affective Neuroscience, ha implicazioni molto importanti nella comprensione di quei disturbi che coinvolgono l’interferenza dell’attivazione emotiva sulla memoria, come avviene ad esempio nel Disturbo da Stress Post-Traumatico (DPTS).

L’esperimento ha coinvolto 20 studenti universitari volontari della UCL ai quali, durante fMRI, sono state mostrate coppie di immagini da ricordare, alcune delle quali implicanti contenuti negativi. In seguito, la memoria dei partecipanti è stata testata chiedendo loro se l’immagine mostrata dallo sperimentatore corrispondesse a quelle viste in precedenza. In caso di risposta affermativa, veniva chiesto loro di ricordare anche l’altra figura della coppia.

Durante la presentazione delle coppie di immagini, una dal contenuto negativo ed una dal contenuto neutro, la performance è stata migliore nel riconoscimento delle immagini negative, e ciò si è associato ad un aumento di attività dell’amigdala, una struttura cerebrale coinvolta nell’elaborazione ed immagazzinamento in memoria delle informazioni emotive.

Al contrario, scarsi risultati sono stati ottenuti nella rievocazione delle immagini comparse al fianco di quelle negative, e sono stati associati ad una ridotta attività dell’ippocampo, un’area cerebrale coinvolta nella memorizzazione del contesto circostante all’evento memorizzato.

L’ippocampo è infatti quella regione cerebrale che consente a ciascuno di noi di ricordare non solo il contenuto di un’esperienza, ma anche la circostanza in cui l’evento ha avuto luogo, in quanto crea delle associazioni tra contenuto e contesto, permettendo a tutti gli aspetti di un evento di essere richiamati insieme e collocati nel contesto appropriato. Quando questo non avviene si registra una ridotta attivazione dell’ippocampo, come è avvenuto nello studio esaminato durante il riconoscimento delle immagini a contenuto negativo.

Il risultato dello squilibrio tra memoria di eventi e memoria associativa è un ricordo forte, ma frammentario del contenuto traumatico dell’evento, privo però di quell’informazione circostanziale che consentirebbe di porlo nell’appropriato contesto.

Vivere un evento traumatico o un’esperienza negativa può far sì che si creino immagini vivide e dolorosamente intrusive di tale esperienza/evento, come avviene ad esempio nel disturbo post-traumatico da stress: le immagini si presentano intrusivamente come effetto del ricordo potenziato degli aspetti negativi del trauma isolati però dal contesto in cui si è verificato. Questo potrebbe essere il meccanismo che si cela dietro ai flashback, dove ricordi traumatici sono involontariamente rivissuti come se fossero successi nel presente.

Il concetto psicologico di controllo in Fairburn – I disturbi alimentari

Nel caso dei disturbi alimentari il controllo si esprime nel controllo del peso, del cibo e dell’aspetto corporeo attraverso la dieta, ed è rinforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta quando si riesce a rispettarla, e negativamente dal timore di ingrassare. Il risultato è che, con l’intensificarsi della dieta, il peso decresce sempre più e il processo si autoperpetua.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il concetto psicologico di controllo in Fairburn (Nr. 15)

La credenza del controllo

Prima di proporre il modello “migliorato” del 2003 Fairburn, insieme con Cooper e Welch, aveva già tentato di rendere più sofisticato il suo primo modello. Nel 1999, questi tre studiosi proposero, accanto alla credenza cognitiva del timore di ingrassare, tre credenze più globali, che vanno oltre il cibo e il corpo: il perfezionismo, la valutazione negativa di sé e il bisogno di controllo. Delle prime due abbiamo già parlato negli articoli precedenti.

 

Il controllo nei disturbi alimentari

Qui ci concentreremo sul controllo. Il controllo come concetto clinico esplicativo è connesso a un’ipotesi già espressa nel 1973 da Hilde Bruch, seguita da Slade nel 1982, la quale ipotizzava che in individui con scarso concetto di sé ed elevati livelli di perfezionismo, il bisogno di controllo è centrale per lo sviluppo e il mantenimento di questo disturbo. Il controllo è legato non tanto a un obiettivo, sia pure negativo, come il timore di sbagliare (perfezionismo patologico) o alla scarsa stima di sé, ma piuttosto alla ricerca di un correttivo, di una soluzione alla paura della vita e del mondo che pervade la paziente con disturbo alimentare. Una soluzione o almeno una possibilità di gestione. E, in effetti, il timore viene in qualche modo gestito controllando, nutrendo cioè l’illusione di sapere sempre ed esattamente la misura e/o la dimensione degli eventi paventati.

Diversamente dal perfezionismo patologico o dalla bassa autostima, il controllo si presenta non come un problema, bensì come una soluzione. E in questo consiste la sua natura subdola e maligna. Nel caso dei disturbi alimentari il controllo si esprime nel controllo del peso, del cibo e dell’aspetto corporeo attraverso la dieta, ed è rinforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta quando si riesce a rispettarla, e negativamente dal timore di ingrassare. Il risultato è che, con l’intensificarsi della dieta, il peso decresce sempre più e il processo si autoperpetua.

Secondo Slade è per questo motivo che il bisogno di controllo nei disturbi alimentari diventa una necessità compulsiva, un vero e proprio obbligo. Il controllo, in realtà, si applica a qualunque aspetto della vita ed è teso a prevenire ed evitare gli eventi imprevisti. L’imprevisto, per queste pazienti, è interpretato come minaccia ed è temuto e vissuto con profonda ansia. Il controllo è il mezzo con cui esse ritengono – ingenuamente – di prevenire l’imprevisto. Siccome il controllo sulla vita è impossibile, le pazienti affette da disturbo alimentare si limitano a controllare un aspetto circoscritto della vita, secondo una strategia rigida che condividono con gli ossessivi. L’aspetto prescelto è il peso. Il corpo, invece, è già qualcosa di più ambiguo e sfuggente. Il peso o il cibo si possono misurare e controllare facilmente: basta stabilire un determinato peso che va assolutamente rispettato. Del corpo, invece, esattamente cosa si controlla? E secondo quale criterio di giudizio? La riduzione alla magrezza estrema è forse il tentativo di ridurre il corpo a un unico parametro non troppo ambiguo: l’emaciazione scheletrica.

 

Le teorie sul controllo alimentare

Nel loro lavoro, dal 1999, Fairburn, Shafran e Cooper integrarono la teoria di Slade sul controllo alimentare con la loro precedente teoria fondata sulle credenze cognitive verso il peso e le forme corporee. Secondo i tre studiosi, le pazienti soffrono una necessità generale di controllo che, prima dell’esordio, tenta probabilmente di esprimersi su aspetti più complessi e potenzialmente gratificanti della vita, quali la realizzazione nello studio, nel lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni o nell’affettività. Ma questi ambiti si rivelano ben presto troppo complessi e incontrollabili.

Un altro studioso che si è occupato della funzione del controllo è stato Eric Button (1985), il quale ha descritto l’anoressia nervosa come una ricerca di controllo. Secondo Button, soggetti con disturbi alimentari si impongono regimi alimentari estremi- mente rigidi e condotte di eliminazione al fine di «comprimere», restringere il loro mondo. Le relazioni, il lavoro, il gioco e anche la vita e la morte tendono ad assumere una posizione subalterna rispetto a questioni concernenti il peso, la taglia, il grasso, il cibo e l’alimentazione: [blockquote style=”1″]Sebbene i pazienti abbiano un lavoro, siano impegnati nello studio o nella gestione della vita familiare, generalmente sono più assorbiti dal tentativo di resistere alla tentazione del cibo[/blockquote] (Button 2005, p. 199).

La spiegazione più plausibile di questa esasperata costrizione è che forse essa rende la vita più gestibile e controllabile. Soggetti con disturbi alimentari sentono di non essere capaci di controllare i rapporti personali, le reazioni interne e gli eventi in generale. Per ottenere la percezione del controllo e raggiungere un certo grado di prevedibilità, sono disposti a confinare le loro vite entro un’esperienza ridotta, circoscritta all’alimentazione e alle dimensioni corporee. Tuttavia, sebbene la gestione dell’alimentazione e delle dimensioni corporee offra in un primo momento l’attrattiva di una qualche possibilità di controllo, alla fine li condanna a un’esistenza isolata e insana (Button 1985; 2005).

Per Dalle Grave (2001) la tendenza al controllo si focalizza sull’alimentazione perché fornisce una prova evidente e immediata di capacità di autocontrollo, perché ha un potente effetto manipolatorio sugli altri e in particolare sui familiari, perché ci può essere stato un incoraggiamento da parte della famiglia stessa, perché la dieta e la conseguente magrezza possono arrestare o anche far regredire il processo della pubertà (che è un altro elemento vissuto dalla paziente come una minaccia dell’autocontrollo e dell’autostima), e infine perché l’associazione di idee tra restrizione alimentare e senso di autocontrollo è tipica e presente da secoli nella cultura occidentale.

Una volta iniziata la dieta, il disturbo si automantiene attraverso tre meccanismi principali: 1) la restrizione dietetica aumenta il senso di essere in controllo, poiché riuscire a seguire la dieta e a dimagrire produce, nelle fasi iniziali, un forte senso di gratificazione, autocontrollo e padronanza; 2) gli stessi effetti del digiuno incoraggiano un’ulteriore restrizione alimentare, come dimostrato dagli studi sul digiuno volontario di Keys e colleghi (1950); 3) la preoccupazione per il peso e le forme del corpo incoraggia la restrizione alimentare. Secondo Dalle Grave, l’ipotesi di Fairburn, Cooper e Welsh contiene indiscutibilmente alcuni pregi. Recupera alcuni concetti psicologici più complessi da Slade e da Garner e Bemis, ma li collega meglio ai sintomi alimentari veri e propri. Tuttavia è una spiegazione troppo concentrata sul controllo e sull’anoressia, mentre la riflessione sulla bulimia è insufficiente. Inoltre gli aspetti interpersonali sono ancora trascurati (Hsu et al., 1992).

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

cancel