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Terapia genica contro il cancro al cervello: risultati promettenti per trattamenti “mirati” contro il glioblastoma

Un team della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste ha ottenuto risultati molto promettenti nell’applicazione della terapia genica contro il glioblastoma. I test in vitro e in vivo sui topi hanno dato risultati molto netti e la modellizzazione dimostra che il trattamento colpisce il metabolismo tumorale in almeno sei punti diversi.

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

La terapia genica contro i tumori

La terapia genica, una tecnica che attacca il tumore in maniera selettiva, potrebbe rappresentare una speranza per combattere questo tipo di tumori mortali, per i quali la chirurgia è praticamente impossibile e la chemio e la radio terapia non riescono a combattere le recidive molto aggressive. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Oncotarget.

Solo pochi giorni fa la stampa (specialmente quella anglosassone) ha annunciato con enorme entusiasmo la pubblicazione di uno studio che descrive in grande dettaglio la genetica del cancro al seno, una scoperta che secondo molti segna un punto di svolta nella lotta a questo tipo di tumore. Notizie come questa confermano l’impressione che la guerra contro il cancro nel prossimo futuro verrà combattuta sul campo di battaglia della genetica.

Anche in Italia si lavora su questo fronte. Alla SISSA per esempio, dove Antonello Mallamaci e il suo gruppo hanno appena pubblicato dei risultati molto promettenti nell’applicazione della terapia genica contro il glioblastoma, una famiglia di tumori al cervello fra i più comuni e aggressivi. Una diagnosi di questo tipo è letteralmente una condanna a morte, in tempi molto brevi: [blockquote style=”1″]la chirurgia con questo tipo di tumori è difficilmente risolutiva, perché si insinuano nei tessuti sani, e anche la chemio e radioterapia sono poco efficaci. In breve tempo si presentano recidive molto aggressive ed è la fine[/blockquote] spiega Antonello Mallamaci, professore della SISSA che collabora anche con Fondazione Telethon. I[blockquote style=”1″]l nostro approccio è radicalmente diverso: introduciamo nelle cellule tumorali una copia aggiuntiva di un particolare gene, in modo da comprometterne le capacità replicative e portarle al suicidio.[/blockquote]

L’idea per questo studio è venuta a Mallamaci – che non è un oncologo – dopo anni di approfondimenti su un particolare gene chiamato Emx2. Questo gene, spiega lo scienziato, fra le altre cose, in fase di crescita embrionale controlla la proliferazione dell’astroglia. Le cellule della glia, fra cui gli astrociti, fanno parte del sistema nervoso, dove nutrono e proteggono i neuroni e ne regolano finemente il funzionamento.

[blockquote style=”1″]Sappiamo che durante le prime fasi delle sviluppo del sistema nervoso crescono solo neuroni, mentre la glia inizia a proliferare solo quando la crescita neuronale è praticamente finita[/blockquote] spiega Carmen Falcone, ricercatrice SISSA e prima autrice dello studio.[blockquote style=”1″] Nei nostri studi precedenti abbiamo scoperto che Emx2 si esprime a livelli molto alti nella fase di generazione dei neuroni, mentre quando inizia la crescita della glia la sua azione si riduce drasticamente. In questo modo, il gene fino a un certo punto mantiene ferma la crescita degli astrociti.[/blockquote]

Se può bloccare gli astrociti, perché non provare a usarlo per tenere a bada i glioblastomi? [blockquote style=”1″]Questi tumori hanno molte caratteristiche in comune con l’astroglia[/blockquote] commenta Mallamaci, [blockquote style=”1″]da qui l’idea di usarli a nostro vantaggio. Con il contributo dell’IST di Genova, che ci ha fornito alcune colture di vari tipi di glioblastoma, abbiamo iniziato a fare dei test in vitro.[/blockquote] E questi test sono andati “oltre le più rosee aspettative”, spiegano Falcone e Mallamaci: [blockquote style=”1″]per quasi tutti i campioni, in meno di una settimana , il tessuto tumorale è letteralmente collassato.[/blockquote]

A questo punto lo studio è proseguito in due direzioni. Il team ha prima modellato in vitro i meccanismi molecolari che intercorrono fra l’“accensione” del gene terapeutico e l’effetto finale, determinando che il gene attacca il metabolismo del tumore in ben sei punti, un risultato definito “molto robusto” dai ricercatori.

 

Un cavallo di Troia dentro al tumore

Dopo gli studi in vitro, il gruppo ha iniziato i primi esperimenti in vivo, sui topi, adottando le dovute cautele per prevenire sofferenze inaccettabili a carico degli animali.. [blockquote style=”1″]Quindi, per prevenire danni alle cellule sane, neuroni e astrociti, abbiamo selezionato un ‘promotore’ specifico, un pezzetto di DNA che fa sì che il gene terapeutico si attivi soltanto nelle cellule tumorali, senza attaccare le altre, e abbiamo replicato con esso lo stesso risultato ottenuto nei primi test in vitro.[/blockquote]

La terapia genica si basa sull’inserimento di geni ad hoc nel genoma di una cellula ospite in modo che questi possano funzionare al suo interno, prendendo in prestito il suo macchinario genetico. Come si fa ad aggiungere un pezzetto di codice genetico in una cellula vivente? Gli scienziati sfruttano i meccanismi naturalmente messi in atto dai virus. I virus sono strane entità: pur avendo un proprio genoma non sono in grado di duplicarsi, e cioè riprodursi, da soli. Per questo motivo si insinuano all’interno di altre cellule, e inseriscono il proprio DNA in quello ospite, così che la cellula lavori per loro, duplicando anche loro geni e andando così a formare nuovi virus. [blockquote style=”1″]Rendendo innocuo il virus, svuotando cioè l’involucro del suo genoma e riempiendolo con i geni terapeutici, possiamo aggiungere alla cellula ospite nuovi geni, ovvero versioni potenziate di quelli endogeni[/blockquote] spiega Falcone.

Così hanno fatto Mallamaci e colleghi, introducendo una versione particolarmente attiva di Emx2 nelle cellule tumorali. I risultati finora sono stati netti e hanno dimostrato che Emx2 è in grado di uccidere le cellule di almeno quattro tipi diversi di glioblastoma, anche in vivo nei roditori, senza danneggiare le cellule sane del sistema nervoso. Avendo inoltre osservato che il trattamento colpisce il processo tumorale in molti punti, ci sono buone speranze di contrastare efficacemente la comparsa di recidive aggressive. [blockquote style=”1″]Perché queste si formino, si deve instaurare un processo di selezione delle cellule tumorali più forti. Colpendole in una varietà di punti differenti, alziamo di molto l’asticella per questo processo selettivo e – sperabilmente – preveniamo le recidive[/blockquote] conclude Mallamaci.

[blockquote style=”1″]Ora continueremo ampliando i test in vivo con altri glioblastomi. Lavorando molto sodo e con un pizzico di fortuna speriamo che in pochi anni ciò possa tradursi in un beneficio tangibile per gli sfortunati pazienti colpiti da questa patologia.[/blockquote]

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Se mi lasci ti cancello: trauma e relazioni sentimentali (2004) – Cinema & Psicologia

Il film è una metafora della difficoltà a tollerare non solo le emozioni negative nella rottura di una relazione, ma anche il passaggio dall’innamoramento all’amore, e quindi dalla visione idilliaca e perfetta, intrisa dell’idealizzazione di sé e dell’altro, alla presa di coscienza della complessità nella coppia, dove insieme ai due membri entrano in gioco le loro storie, gli apprendimenti, i legami di attaccamento pregressi, dai primari ai secondari, e infine la relazione nell’attualità.

 

Introduzione

“Eternal sunshine of the spotless mind”è il titolo originale del film “Se mi lasci ti cancello” (2004) diretto dall’eccentrico ed eccezionale regista Michel Gondry. I protagonisti sono Joel e Clementine, due giovani apparentemente diversi che si incontrano e si innamorano, ma ad un certo punto la situazione degenera, come accade, del resto, in numerose coppie e sono costretti a lasciarsi, e a dimenticarsi. Con una sottile e potente carica metaforica, il regista coinvolge lo spettatore in una vicenda stravagante che nasconde un significato essenziale: la memoria nella coppia è una fonte preziosa che porta felicità e dolore, ma anche apprendimento e crescita, ed eliminarla o tentare di soffocarla è un errore che comporta notevoli costi sul piano della creatività e della costruttività e sull’investimento relazionale futuro.

 

Trama

Clementine è lunatica ed eccentrica, indossa abiti fluorescenti e porta i capelli blu. Joel è timido, inibito, dolce e comprensivo.
La loro storia parte bene ma finisce inaspettatamente senza un motivo ben chiaro e quando Joel prova a riavvicinarsi a Clementine, la ragazza si rivolge a lui come ad un estraneo. In preda al panico e alla disperazione, Joel si rivolge ad un centro medico specializzato per eliminare i ricordi che lo legano a Clementine. Si scopre che anche Clementine si è sottoposta alla medesima procedura ed è per questo che non riesce a ricordare l’identità di Joel e ha cominciato da poco una relazione con un altro giovane, come se non fosse successo niente.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

La spotless mind e la fretta di cancellare e ricominciare

L’elemento centrale del film è il trauma nella relazione di coppia che porta i protagonisti a desiderare di scotomizzare quella parte dell’esperienza relativa alla storia d’amore, dagli ultimi avvenimenti al primo incontro. A livello metaforico, le incomprensioni, il dolore, la rabbia, ma anche la felicità in quel rapporto devono essere eliminati per poter proseguire a “mente leggera” o spotless mind e per raggiungere “l’eterno splendore” della felicità o eternal sunshine. L’ossessione dei protagonisti si posa su una mente ripulita dei ricordi, resettata nel modo più rapido e indolore, pronta ad essere riempita con altri ricordi e altre relazioni, senza quei pesanti macigni che impediscono l’ingresso alle esperienze future.

Manca una sana elaborazione degli eventi, un apprendimento che implica un percorso dove il dolore, l’elaborazione del lutto, l’accettazione e il perdono di sé e dell’altro sono necessari per costruire un senso. Una condizione necessaria perché senza uno sforzo e un lavoro sull’esperienza in termini emotivi e cognitivi l’intero iter diventa faticoso e complesso e rischia di mettere sotto il tappeto quello sporco che è simbolicamente la parte di sé non compresa ed elaborata (Blandino, 2009).

È ormai una tendenza frequente, soprattutto nell’era della modernità liquida (Bauman, 2000), cercare la memoria limpida e pulita dal passato sentimentale, e per spazzare via il tutto si ricorre qualche volta a partner facilmente sostituibili come oggetti da usare e gettare, legami liquidi e insignificanti, per schiacciare il peso dei rapporti precedenti, accantonando la naturale maturazione del distacco, la presa di coscienza degli avvenimenti, l’assunzione di responsabilità e l’accettazione dei limiti propri e altrui (Recalcati, 2014). Nel film questo viene evidenziato dalla rapidità con cui Clementine incontra Patrick e avvia un’altra relazione che non sembra, però, essere particolarmente intima.

La procedura medicalmente assistita della cancellazione della memoria sembrerebbe corrispondere al desiderio profondo dell’essere umano, che soffre nel periodo della rottura, di utilizzare una tecnica efficace e permanente per distruggere eternamente le gioie e i dolori, la rabbia e la complicità, gli opposti che compongono l’esperienza di coppia e che risultano, pertanto, inevitabili. In altre parole, spazzare via tutto con un’operazione è l’unico modo per raggiungere l’eterno splendore della mente pulita perché apprendere dall’esperienza è, al contrario, un compito arduo che non garantisce risultati nell’immediato e implica un costo emotivo e cognitivo alto per potersi lasciare alle spalle quello che è stato.

Joel e Clementine non ascoltano le altre parti di sé, i difetti reciproci che notano l’uno nell’altra, quegli elementi inaccettabili e intollerabili che evidenziano la loro incapacità di instaurare una relazione sufficientemente buona che, al contrario, dovrebbe legare i difetti insieme ai pregi di entrambi. Se si fallisce in questo compito di integrazione e accettazione dei diversi aspetti di sé e dell’altro, continuare a riprovarci è un danno al benessere psicologico. In altri termini, la relazione va a gonfie vele prima che non emergano le incomprensioni e le carenze caratteriali che vengono messe da parte fino al momento in cui il rapporto finisce sull’orlo del precipizio.

A questo punto i protagonisti si affrettano ad annullare il passato e a ricominciare un altro giro insieme, nonostante siano consapevoli dei motivi per cui hanno deciso di interrompere il legame e di eliminarlo letteralmente dalla loro mente.  Non si piacevano fin dall’inizio? Quello che li attraeva adesso li respinge? Gli elementi che prima ritenevano neutri adesso sono fastidiosi? Ma soprattutto perché? Riflessioni del genere sono del tutto assenti, ma colpisce il tono emozionale con cui raccontano quello che non tollerano del partner.

Joel non sopporta la volgarità, l’ignoranza e l’eccentricità di Clementine, e Clementine detesta lo sguardo da cucciolo e l’aria timida e indifesa di Joel, due classi di elementi che rientrano nella personalità dei protagonisti. La rabbia, la stanchezza e l’insofferenza dei due giovani nel delineare le lacune di entrambi dimostra un’incapacità di accettarsi in modo adeguato e questo sarebbe un espediente validissimo per avviare una pausa di riflessione o persino un’interruzione della relazione. Tuttavia i due restano troppo poco nello spazio di ascolto sulle parole usate per descriversi a vicenda e continuano a frequentarsi senza pensiero e memoria, agendo d’istinto, correndo in una spiaggia allegri e spensierati, l’immagine emblematica con cui termina il film, lasciando allo spettatore l’idea di una felicità che, a fronte di ciò, appare effimera e labile.

Immaginando un prosieguo della storia, senza apprendimento dall’esperienza, senza riflessione e lavoro su di sé, e a maggior ragione senza chiedersi se sia il caso di ricominciare o di chiudere definitivamente la porta portando con sé una nuova lezione, non è difficile ipotizzare che la corsa idilliaca sulla spiaggia terminerà e la coppia si ritroverà di fronte al medesimo punto di partenza, ad un bivio che si divide tra la decisione di affrontare se stessi, l’altro, il presente e il passato, o procedere come se fosse la prima volta, senza soffermarsi a meditare sugli accaduti.

Molte giostre nei legami di coppia ripetono il medesimo schema costruito attorno alle interruzioni e alle riprese del legame con la facilità e la leggerezza di compiere un’azione quotidiana, un’abitudine che mal si sopporta, da cui è impensabile separarsi, ma soprattutto, è impensabile imparare. Alcuni legami tossici e altalenanti risultano tali appunto perché sono caratterizzati da una predominanza di aspetti negativi, non godono di una stabilità basata sull’affinità tra i due membri, in termini di condivisione di interessi o incastro di personalità, e sull’impegno ad osservare e migliorare le strategie relazionali, e infine non riescono a sciogliersi quando si rivelano più distruttivi che creativi. In altre parole, le relazioni “pericolose” incrementano malessere anziché benessere, apportano dolore, rabbia, insoddisfazione, emozioni intense, pervasive e non elaborate, e ostacolano, infine, la crescita e la creatività.

 

La resistenza ai ricordi e l’idealizzazione del partner

Joel compie una fatica estrema a portare a termine la cancellazione della partner dalla memoria.
Nella sua mente Clementine è una figura protettiva che si intrufola anche nei ricordi più reconditi dell’infanzia e dell’adolescenza. In quelle fasi evolutive non conosce ancora la ragazza, ma sembra talmente forte la resistenza ad eliminare i ricordi di lei, a tal punto da tentare disperatamente di nasconderla in qualche luogo nascosto e protetto della memoria. Probabilmente Clementine è una figura che Joel avrebbe voluto conoscere e che gli è mancata in quelle fasi, così dimenticarla diventa ancora più difficile, specialmente se viene strumentalizzata per ricoprire un’antichissima lacuna psichica.

L’ambivalenza simbolica tra sforzo nel dimenticare e sforzo nel ricordare in Joel è manifesta e parallela, mentre in Clementine è improvvisa e latente. La ragazza presenta scoppi di pianto ed ira apparentemente immotivati e nati dal nulla che appaiono collegati all’incapacità di elaborare l’esperienza disconnessa troppo in fretta. La mancanza di riconoscimento dell’ex partner sembra una metafora del congelamento emotivo causato dal trauma, e le crisi improvvise ricordano le manifestazioni sintomatiche di una perdita non elaborata e simbolizzata (Recalcati, 2014).

Nei ricordi di Joel, Clementine è una compagna di giochi e di avventure, spesso esaltata anche se non mancano le rappresentazioni negative. Quando la maturazione dell’esperienza traumatica è carente, si riscontra talvolta la tendenza a fantasticare e ad aggrapparsi ai ricordi, ma soprattutto all’immagine di un partner fittizio, filtrato dai desideri e dalle aspettative. Non è una Clementine attuale che ignora la sua esistenza, bensì una Clementine del tempo passato e addirittura sovrastimata, salvifica, eccessivamente attenta e materna. Ostinarsi a rappresentare la partner con tratti diversi dalla realtà rafforza, in tal senso, la disposizione a crogiolarsi nei ricordi, anziché ad accettare la realtà, ad osservare l’altro nella sua globalità e lavorare sulla presa di coscienza, di responsabilità e di apprendimento dagli eventi. E questo diventa un meccanismo pericoloso, perché più si rafforza la fantasia, più sarà alto il divario con la realtà con la quale è inevitabile il confronto.

 

Le lezioni

In conclusione il film è una metafora della difficoltà a tollerare non solo le emozioni negative nella rottura di una relazione, ma anche il passaggio dall’innamoramento all’amore, e quindi dalla visione idilliaca e perfetta, intrisa dell’idealizzazione di sé e dell’altro, alla presa di coscienza della complessità nella coppia, dove insieme ai due membri entrano in gioco le loro storie, gli apprendimenti, i legami di attaccamento pregressi, dai primari ai secondari, e infine la relazione nell’attualità.

“Ripulire la mente” è una tentazione molto forte nei soggetti che portano una sofferenza lancinante da cui desiderano liberarsi in fretta e furia, così come il ritiro nella fantasia che diventa una strategia di coping inefficace e improduttiva, ma dalla quale è complicato separarsi, specialmente nelle fasi che seguono la fine della relazione.

A questo proposito è necessario trasmettere ai pazienti l’importanza del tempo come strumento per elaborare e pensare all’esperienza, predisponendosi gradualmente a ripercorrere le tappe della storia e a imparare dagli errori, accettando i tentativi e gli sbagli da entrambe le parti e avviando il processo di perdono di sé e dell’altro. In tal senso, la ricerca di nuovi compagni o la continuazione della relazione si rivelano strategie premature in un momento in cui non c’è stato un tempo adeguato di riflessione su di sé e sulla storia precedente. Dall’altra parte, l’attribuzione di significato non dev’essere frettolosa e forzata, ma acquisita con gradualità, pazienza, impegno e perseveranza nel lavoro terapeutico.

È essenziale, pertanto, comunicare l’importanza di utilizzare in modo sufficientemente sano il tempo, tollerando l’incertezza e la confusione che vengono naturalmente in seguito alla separazione e che, quindi, necessitano di tempo prima di assumere una forma e un significato.

Trattamento della dislessia: nuove tecniche per aiutare i dislessici nella lettura

Trattamento della dislessia: Nel presente articolo viene riportata una recente scoperta italiana – da parte dei ricercatori di neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù in collaborazione con il Laboratorio di stimolazione cerebrale della Fondazione Santa Lucia – riguardante una nuova tecnica per aiutare i dislessici nella lettura, attraverso la stimolazione cerebrale non invasiva.

 

Caratteri generali della dislessia

La dislessia «è un disturbo di natura multifattoriale (genetica, biologica, ambientale)» (A. Tittozzi, 2016) che impedisce, a chi ne soffre, di leggere e comprendere un intero scritto, nonostante possieda la capacità sia di leggere che comprendere le singole parole scritte.
Oltre la difficoltà di leggere fluentemente i dislessici trovano difficoltà anche a comprendere la fonetica, hanno problemi nella velocità e nell’ortografia.

Si divide in due grandi gruppi: dislessia evolutiva che si manifesta durante la fase di apprendimento della lingua scritta e la dislessia acquisita che colpisce le persone adulte, le quali avevano acquisito in maniera normale la capacità di leggere, ma che a seguito di una lesione celebrale – spesso nel giro angolare e sopramarginale dell’emisfero sinistro – ne hanno perso la capacità (definizione tratta dall’Enciclopedia Treccani online).

In Italia la dislessia colpisce circa il 3% dei bambini in età scolare e ciò ha forti ripercussioni sulla sfera dell’apprendimento, ma anche su quella sociale e psicologica.
I dislessici, incontrano dunque difficoltà nella decodificazione dei testi scritti, come se le lettere saltassero da una parte all’altra. A tal proposito, per comprendere quanto sia difficile per un dislessico leggere, lo sviluppatore Victor Widell ha creato uno script [blockquote style=”1″]animato in Java che simula l’esperienza di lettura dei dislessici[/blockquote] . L’ispirazione gli è venuta da un’amica che, soggetta a questo specifico disturbo dell’apprendimento (DSA), gli ha descritto la sua esperienza di lettura. [blockquote style=”1″]Può leggere, ma ci vuole molta concentrazione, ed è come se le lettere continuassero a saltare dappertutto[/blockquote] (ibidem).

Tale script ha avuto una tale diffusione virale sui media anglosassoni, che il magazine Quartz, utilizzando il medesimo codice di Widell, ha creato un plug-in per browser che [blockquote style=”1″]permette di navigare su ogni pagina web come se si fosse dislessici.[/blockquote]

L’attenzione alla dislessia nei paesi inglesi è molta alta, in quanto l’organizzazione Dyslexia International stima che almeno il 10% della popolazione sia colpita da questa patologia.

 

Lo studio: un nuovo trattamento della dislessia

La ricerca presentata in questo articolo, è stata pubblicata su Restorative Neurology and Neuroscience (F. Costanzo, C. Varuzza, S. Rossi, S. Sdoia, P. Varvara, M. Oliveri, K. Giacomo, S. Vicari, D. Menghini, 2016) e mostra che: [blockquote style=”1″]There is evidence that non-invasive brain stimulation transitorily modulates reading by facilitating the neural pathways underactive in individuals with dyslexia.[/blockquote]

Lo studio sul trattamento della dislessia è stato finanziato dal Ministero della Salute Italiano ed è stato portato avanti secondo le norme della World Medical Association’s Declaration of Helsinki e autorizzato dal Comitato Etico Indipendente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (D. Natali, 2016).
Le ricerche nello specifico sono state condotte dai ricercatori del Bambino Gesù sotto la supervisione della dottoressa Deny Menghini, con bambini e adolescenti dislessici e indagando se più sessioni di stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS) aumentino la capacità di lettura dei bambini e adolescenti dislessici e se l’effetto positivo sia di lunga durata.

Metodo

La tecnica utilizzata per il trattamento della dislessia è denominata stimolazione transcranica a corrente diretta (tDCS), non è invasiva e inoltre è già utilizzata nei trattamenti di disturbi quali la depressione e l’epilessia focale.
Nelle persone dislessiche vengono stimolati i circuiti celebrali alterati grazie al passaggio di corrente a basso voltaggio (intensità di un milliampere), che ne modifica l’attività neurale permettendo l’aumento di velocità e l’accuratezza della lettura.
In dettaglio: la stimolazione viene fornita da un dispositivo portatile che, alimentato da pile, è in grado di erogare una corrente continua e bassa.

Alla ricerca – della durata di 18 incontri – hanno partecipato 19 bambini e adolescenti dislessici di età tra i 10 e i 17 anni, i quali, casualmente, sono stati assegnati a due gruppi: uno a cui si sottoponeva il trattamento attivo e l’altro placebo (a dispositivo spento, senza che il gruppo in questione ne fosse a conoscenza).
Durante la terapia di stimolazione i partecipanti dei due gruppi hanno eseguito contemporaneamente delle attività che favoriscono la correttezza e la velocità della lettura (simili a quelle utilizzate per la logopedia).

Risultati

In sei settimane il gruppo sottoposto a procedura attiva ha migliorato la propria capacità del 60% passando da 0,5 a 0,8 sillabe lette al secondo: [blockquote style=”1″]The active group showed reduced low frequency word reading errors and non-word reading times. These positive effects were stable even one month after the end of treatment. None reported adverse effects[/blockquote] (F. Costanzo, C. Varuzza, S. Rossi, S. Sdoia, P. Varvara, M. Oliveri, K. Giacomo, S. Vicari, D. Menghini, 2016). Dunque, anche a distanza di tempo, i risultati sono rimasti invariati.
Per i ragazzi invece sottoposti al trattamento placebo i miglioramenti non sono degni di nota (0.04 sillabe al secondo).
Gli studi recenti hanno dimostrato che la tDCS [blockquote style=”1″]variando l’attività neurale di circuiti cerebrali alterati nelle persone dislessiche, consente un miglioramento delle attività di lettura[/blockquote] (Tittozzi, 2016).

Conclusioni

La tDCS non vuole sostituirsi alla logopedia tradizionale nel trattamento della dislessia, ma [blockquote style=”1″]integrare la terapia logopedica tradizionale, tanto che i nostri risultati dimostrano la sua particolare efficacia in combinazione con la terapia tradizionale[/blockquote] sostiene Vicari.

Il fondatore dell’Associazione Italiana Dislessia (AID), Giacomo Stella, ha commentato come questi risultati siano importanti anche per la conferma delle loro ricerche sul fatto che alcuni dislessici presentino una bassa connettività neuronale in alcune aree della corteccia [blockquote style=”1″]come se fosse un motore mal carburato che gira male al minimo e che non risponde quindi con la dovuta prontezza alle sollecitazioni quando c’è bisogno di accelerare. La tDCS interviene proprio su questo meccanismo inefficiente e può essere molto utile al recupero[/blockquote] e ci tiene a sottolineare che questa, [blockquote style=”1″]come ogni terapia, non va applicata a tutti e che vanno ancora studiati bene gli effetti a distanza [/blockquote]

[blockquote style=”1″]Si tratta di uno studio preliminare i cui dati attendono di essere supportati da indagini su casistiche più ampie, ma i risultati ottenuti sono di grande importanza dal punto di vista clinico[/blockquote] dice Vicari, saremo di fronte a nuove frontiere per il trattamento del DSA.

Lo Stadio Operatorio Concreto nella Teoria di Piaget – Introduzione alla Psicologia

Parliamo ancora della teoria di Jean Piaget sullo sviluppo cognitivo nel bambino e ci accingiamo a presentare gli ultimi stadi. Si tratta del terzo stadio, detto Stadio Operatorio Concreto, che riguarda un periodo che varia dai 6/7 anni fino agli 11/12 anni.

 

Stadio Operatorio Concreto: introduzione

Secondo la Teoria di Piaget, in questa fase si acquisiscono una serie di funzioni cognitive complesse, tra cui l’uso delle operazioni mentali reversibili, malgrado si possa trattare, ancora, di operazioni molto concrete applicabili nell’immediatezza e non ancora a livello immaginativo.

 

 

Stadio Operatorio Concreto: cosa si intende?

Per operazioni concrete Piaget intende tutti i processi mentali eseguiti su contenuti materiali e percettibili, non astratti, ovvero oggetti manipolabili che si oppongono alle operazioni riguardanti ipotesi o enunciati verbali.

In questa fase si sviluppa il pensiero operatorio, cioè un pensiero capace di compiere delle operazioni mentali di una certa complessità. Da ora in poi il bambino è in grado di eseguire una serie di operazioni logiche, ma concrete, quali sommare, sottrarre, dividere, classificare, seriare, uguagliare e mettere in corrispondenza,  basate su dati tangibili.

 

 

Stadio Operatorio Concreto: la conservazione

Il raggiungimento di questa maturazione cognitiva porta il bambino a comprendere che ad ogni operazione, mentale o fisica, corrisponde un’azione inversa.

Insomma, in questo caso è possibile che il bambino cominci a risolvere i compiti di conservazione di cui si è parlato la volta scorsa.  Il bambino, nella fase precedente, cioè quella pre operatoria, dirà che la quantità di liquido presente nei due contenitori di forma diversa è cambiata. Questo avviene perché il bambino concentra la sua attenzione solo sull’aspetto degli oggetti e non sul contenuto. Ora, con l’avvento dello stadio operatorio concreto riesce ad affermare, o meglio a conservare, che la quantità d’acqua è sempre la stessa anche se il contenitore cambia.

In questo modo è possibile sviluppare il pensiero logico, che permette di coordinare e relazionare le azioni mentali le une con le altre, diventando operazioni concrete.

 

 

Stadio Operatorio Concreto: l’egocentrismo e il pensiero integrato

Nello stadio operatorio concreto il pensiero del bambino è meno egocentrico e autocentrato, anche se è ancora difficile riuscire a mettersi nei panni dell’altro, percependone il diverso punto di vista. La capacità di compiere operazioni mentali concrete, però, permette al bambino di uscire dal proprio egocentrismo, per prendere in considerazione punti di vista diversi dal proprio. Così, scopre quali sono i vantaggi che possono derivare dal poter  integrare prospettive diverse dalla propria. In questo modo si generano sentimenti di cooperazione sociale, come l’amicizia, il rispetto reciproco, l’etica e il senso di giustizia.

Il bambino, inoltre, riesce a comprendere la modalità giusta per poter coordinare due azioni che sono sequenziali tra loro, garantendo l’apprendimento di nuovi compiti rivolti a uno scopo. Egli, altresì, prende coscienza che un’azione può anche rimanere invariata, uguale a se stessa, producendo comunque un risultato se ripetuta.

Il pensiero in questa fase subisce anch’esso un’evoluzione poiché varia da una modalità di tipo analogico a una di tipo induttivo, per questo si riescono a trarre conclusioni partendo da assunzioni generali e creare una sorta di credenze che poi influenzeranno il vissuto del bambino durante tutto l’arco della sua vita.

Piaget, grazie a un esperimento, riesce a dimostrare come si raggiungono questi progressi cognitivi. Il bambino è posto dietro a 20 palline di legno, di cui 15 rosse e 5 bianche. Gli si chieda se, volendo fare una collana la più lunga possibile, prenderebbe tutte le rosse o tutte quelle di legno. Il bambino, fino a 7 anni, risponderà, quasi sempre, che prenderebbe quelle rosse. A questo punto, si fa notare che sia le palline bianche sia le rosse sono di legno, ma solo dopo questa età, avendo concettualizzato il senso del tutto, vedere le cose nella propria totalità, e delle parti, parzialità delle cose che ci circondano, indicherà con sicurezza tutte le palline perché tutte sono di legno.

Fino a 11 anni il bambino può utilizzare solo capacità mentali che gli permettono di giungere a operazioni concrete, non potendo, perché cognitivamente non strutturato,  utilizzare informazioni esclusivamente verbali,  ad esempio non è in grado di rispondere al quesito che segue: “Un ragazzo dice alle sue tre sorelle: ‘In questo mazzo di fiori ce ne sono alcuni gialli’. La prima sorella risponde: ‘Allora tutti i tuoi fiori sono gialli’. La seconda dice: ‘Una parte dei tuoi fiori è gialla’. La terza dice: ‘Nessun fiore è giallo’. Chi delle tre ha ragione?” Si tratta chiaramente di un compito non dissimile da quello delle precedente delle palline di legno, ma la scarsa maturità cognitiva non permette di rispondere in maniera adeguata e quindi, il bambino produce una risposta solo ed esclusivamente parziale.

Ancora, nello stadio operatorio concreto riesce ad applicare il principio di conservazione dei materiali, a esempio una palla di creta si può scomporre in tante palline, e di conservazione della superficie, alcuni cartoncini occupano la stessa superficie sia sparsi sia uniti in una figura.

 

 

Stadio Operatorio Concreto: capacità mentali

Secondo Piaget, il bambino riesce a risolvere i compiti sopra descritti perché acquisisce le seguenti capacità mentali:

  1. Reversibilità: capacità di ripercorrere mentalmente l’azione tornando alla situazione iniziale;
  2. Compensazione: decentrare il proprio pensiero compensando le variazioni avvenute;
  3. Addizione-sottrazione: capacità di sommare e di sottrarre ;
  4. Capacità rappresentativa: ripercorrere mentalmente le azioni conservate confrontandole con lo stato finale di un evento;
  5. Operazioni matematiche di moltiplicare, divisione, maggiore di, minore di e sostituire una cosa equivale ad un’altra cosa, l’inclusione in classi di oggetti identici,  relazionare gli oggetti secondo un ordine.

 

 

Stadio Operatorio Concreto: conclusioni

In ogni caso, non è stata ancora raggiunta la maturità cognitiva tipica dello stadio adulto, perché il bambino è in grado di eseguire operazioni complesse ma sempre ancorate all’azione e al concreto, poiché conserva dei limiti cognitivi che saranno superati solo con il raggiungimento del periodo successivo. Per questo, egli non è ancora all’altezza di ragionare su ipotesi, ragionamento astratto che si riferisce solo all’enunciazione verbale del problema, ma solo su operazioni concrete.

Per ragionare in maniera ipotetica è necessario accedere alla fase successiva, quella delle operazioni formali.

 

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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V Corso Internazionale Nuove frontiere nella cura del trauma Venezia 10-12 giugno 2016

Si è conclusa domenica la V Edizione del corso Nuove frontiere nella Cura del Trauma, che come ogni anno si è rivelata una brillante formazione per i clinici specializzati nella cura del trauma complesso e dei disturbi dissociativi.

L’appuntamento veneziano è ormai fondamentale e unico nel suo genere per chi in Italia si occupa oggi di questi temi e negli anni é stato e continua ad essere un luogo di importantissimo confronto con relatori di fama internazionale, che riescono ad offrire insieme grande solidità teorica, serissima ricerca scientifica e grande esperienza clinica. In un panorama scientifico sempre più sensibile al tema del trauma, questo corso di alta formazione costituisce indubbiamente un’eccellenza imperdibile per chi lavora quotidianamente in questo ambito.

 

La vergogna e la memoria nel trauma

Il corso ha visto quest’anno il ritorno di Janina Fisher, già presente nel 2012, e della sua incedibile esperienza nel campo della cura dei disturbi dissociativi attraverso l’utilizzo della terapia sensomotoria e il lavoro sulle parti, già descritto nei precedenti contributi sul tema, e ispirato alla cornice teorica della Dissociazione Strutturale di van der Hart, Nijenhuis, Steele (2006). Quest’anno la Fisher ha concentrato l’attenzione sulla esplorazione della vergogna e degli ostacoli che questa emozione pone al lavoro con pazienti sopravvissuti a storie di abusi e violenze nel corso dell’infanzia.

La vergogna può essere infatti, in queste persone, una reazione emotiva orientata non solo alla protezione della propria immagine sociale, ma anche a garantire la stessa sopravvivenza, poiché attiva nelle vittime un’immediata regolazione dell’impulsività con successivo blocco dell’azione e ritiro (Schore, 2010), che mette al riparo dall’esacerbarsi di conflitti, da punizioni estreme, umiliazioni e ulteriori vittimizzazioni. Apprendere la reazione di vergogna in contesti violenti e imprevedibili, può essere vitale e dunque restare scritto nella memoria procedurale in forma di reazione automatica al pericolo.

A questo si lega l’altro tema fondamentale affrontato dalla Fisher: l’importanza per noi clinici e per i nostri pazienti di conoscere a fondo il funzionamento del cervello e di come esso reagisce in situazioni traumatiche, con particolare riguardo al funzionamento della memoria.

Questa conoscenza permette infatti di poter lavorare sempre e contemporaneamente su due fronti: da un lato c’è il presente e la narrazione delle memorie esplicite, cioè quello che le persone possono volontariamente recuperare e raccontare di loro stessi e della loro storia, dall’altro c’è il passato e le sue intrusioni in forma di memorie implicite, cioè quello che le persone non possono ricordare intenzionalmente, ma che continuamente rivivono attraverso sintomi, sensazioni fisiche, immagini, pensieri intrusivi, credenze automatiche, postura e modalità di relazione. Se è vero che “la persistenza di sensazioni intrusive correlate al trauma [anche] dopo la costruzione di una narrativa contraddice la nozione che trasformare l’esperienza traumatica in parole concorra in maniera affidabile ad eliminare l’occorrenza dei flashbacks”” (Van del Kolk, Fisler, 1995), allora sarà importante tenere conto dell’emergere di memorie implicite poiché esse possono generare grande destabilizzazione nel paziente ogni volta che il loro ricordo viene innescato da eventi esterni o interni alla persona (trigger). Insomma, tutto quello che ci ha salvato nella vita viene ben memorizzato in forma di memoria procedurale implicita e ogni volta che il nostro corpo e il nostro cervello si sentiranno minacciati o in pericolo, reagiranno con le strategie di protezioni apprese fino ad allora. Metterle in discussione e modificarle è la più grande sfida in terapia.

 

Le fobie dissociative

Insieme alla Fisher, anche quest’anno ha partecipato Dolores Mosquera, con la sua grande competenza sui disturbi dissociativi, trauma complesso e disturbo borderline di personalità. Come ogni anno la Mosquera ci ha proposto molta clinica e pochissima teoria, se non per alcuni temi centrali nel trattamento di queste situazioni difficili. In linea con il suo approccio progressivo trifasico, già descritto in precedenti contributi sul tema, e con l’utilizzo combinato di diverse tecniche terapeutiche evidence based, quali EMDR e terapia sensomotoria, la Mosquera ci ha portato a riflettere quest’anno sul tema delle fobie dissociative e su come procedere con microelaborazioni sin dalle prime sedute, lavorando in un’ottica di integrazione anche laddove non sia subito possibile accedere alle memorie traumatiche.

Gli ingredienti imprescindibili del suo approccio sono: promuovere buone capacità di self care nel paziente, attraverso una graduale alleanza tra la o le parti adulte nella protezione e cura adeguata delle parti infantili; mantenere una costante focalizzazione sull’intero sistema interno, sia nella scelta di obiettivi terapeutici che degli strumenti di lavoro; valorizzare le risorse già presenti nel paziente, in aree di competenza e di vita libere da trigger e riattivazioni traumatiche delle memorie implicite. La stabilizzazione del paziente nasce quindi dalla continua ricerca e attivazione delle sue risorse interne, al fine di promuovere lo sviluppo di un sé adulto sempre più capace di orientarle all’interno del sistema e di mantenere una migliore connessione e integrazione tra le parti diverse che al suo interno muovono e reagiscono.

 

Self care del terapeuta ed emozioni positive

Ultima nota formativa, ma di grande risonanza nelle tre lunghissime giornate di lavori, il workshop in piccoli gruppi condotto da Giovanni Tagliavini sulla self-care del terapeuta e sull’importanza di saper cogliere, riconoscere e affrontare emozioni positive in terapia. Lavorando con pazienti che raccontano situazioni così drammatiche e storie di sofferenza incredibile, da clinici siamo molto concentrati (e talvolta allarmati!) su aspetti psicopatologici, sui conflitti interni, sul lungo lavoro da fare nella elaborazione di ricordi traumatici per favorire una risoluzione rapida dei sintomi e della sofferenza. Nel trattamento di pazienti sopravvissuti a traumi nell’infanzia, diventa invece essenziale ricordarsi di sperimentare, validare ed esplorare con altrettanta attenzione le emozioni positive che emergono in terapia, e non solo quelle che esitano da una lenta trasformazione nella consapevolezza o dal raggiungimento di un obiettivo terapeutico, ma anche quelle che semplicemente arrivano nel presente, senza un legame diretto con il percorso di cura: avere il coraggio di cogliere e stare in ascolto di un’emozione positiva, autentica e integrata, di osservarla, di accettarne le sensazioni fisiche e i pensieri che la accompagnano, può essere un’esperienza trasformativa forte nella direzione dell’integrazione, laddove l’emergere di sensazioni positive legate al piacere, alla gioia o alla soddisfazione può costituire talvolta un trigger molto potente che riattiva al contrario antiche punizioni o umiliazioni.

Nei prossimi contributi l’approfondimento sui temi trattati!

Ipnosi e autoipnosi per lo sport: come funziona?

Ipnosi nello sport: Uno dei motivi che ha spinto gli autori a creare una nuova realtà legata all’ipnosi è stato il diffondere una idea della disciplina che fosse il più possible rigorosa e rispettosa della persona. Pensiamo che la preparazione mentale degli atleti possa portare un contributo profondo ai livelli di performance degli atleti e in questo articolo vi presentiamo alcune testimonianze dal mondo scientifico che ne supportano l’utilizzo da parte di sportivi, squadre ed allenatori.

 

La psicologia dello sport attribuisce grande importanza alla preparazione mentale degli atleti ed esiste un certo consenso sul fatto che le capacità mentali siano almeno altrettanto importanti rispetto a quelle fisiche e tecniche (De Petrillo, Kaufman, Glass, & Arnkoff, 2009; Hardy & Nelson, 1988; Jones, 2003; Straub, 1989; Vealey, 1988, 2012; Weinberg & Gould, 2007). Numerosi approcci si sono concentrati su variabili considerate cruciali in questo campo: il livello di prestazione, l’auto-efficacia, lo stato di flow, le capacità di visualizzazione e di regolazione degli stati mentali ed emotivi. L’ipnosi sembra essere promettente nel potenziamento di questi aspetti come dimostrato da alcuni studi pubblicati nel corso degli anni.

 

Ma cos’è l’ipnosi?

Può essere definita come uno stato di coscienza diverso dallo stato di veglia comune (Weitzenhoffer, 2000). Quando si è nello stato ipnotico l’ipnotista può fornire suggestioni al soggetto (o il soggetto a se stesso nel caso in cui pratichi l’autoipnosi) per produrre dei cambiamenti nelle percezioni, nelle emozioni, nei pensieri in modo da facilitare il cambiamento a lungo termine di schemi di comportamento (Heap & Aravind, 2002). In altre parole si tratta di uno stato mentale in cui la persona ha accesso a risorse a cui normalmente accede inconsciamente. Attraverso l’allenamento all’ipnosi è possibile apprendere a governare questo fenomeno. Noi di Natural Gravity – Ipnosi clinica per la cura del benessere utilizziamo un’ ipnosi che definiamo post-moderna che trae origine dall’ipnosi Ericksoniana, attenta alle specificità di ciascuna persona, ed estremamente efficace anche con stati di trance leggera.

Concepiamo l’inconscio come un serbatoio, un archivio, un database che contiene tutte le nostre esperienze, capacità e risorse, e tutte le nostre aspettative di futuro che si sono sedimentate nel corso del tempo.
Promuovere una collaborazione tra mente conscia e inconscia consente di promuovere, ogni giorno, un maggior equilibrio interno.

 

L’ ipnosi nello sport

Sono molti i modi in cui l’ipnosi può migliorare la performance sportiva. Alcuni interventi puntano a migliorare l’efficacia di pratiche di allenamento mentale già consolidate ed efficaci come le tecniche di visualizzazione (o mental imagery; Liggett, 2000; Mizuguchi, Nakata, Uchida, & Kanosue, 2012; Taktek, 2004; Weinberg, 2008), in cui si chiede al soggetto di ripercorrere mentalmente la gara in modo da migliorarne le capacità tecniche, la consapevolezza del corpo e la regolazione emotiva. Tanto più la vividezza dell’esperienza interna è alta, tanto più l’atleta potrà beneficiare di miglioramenti nei suoi livelli di prestazione. Alcuni ricercatori che hanno testato l’interazione tra ipnosi nello sport e tecniche di visualizzazione per migliorare le performance golfistiche hanno osservato un aumento di vividezza delle immagini ed un miglioramento nella prestazione dell’atleta soggetto dello studio (Pates, Oliver and Maynard 2001).

L’ ipnosi nello sport permette anche di aumentare i livelli di autoefficacia, definita come la fiducia che l’atleta ha nelle proprie capacità. La letteratura legata alla psicologia dello sport ha dimostrato che tanto più è alta l’autoefficacia, tanto migliore sarà la performance dell’atleta sul terreno di gara. È talmente determinante da essere considerata una delle singole variabili più importanti tra quelle studiate dalla psicologia sportiva (Feltz, Short, & Sullivan, 2008; Moritz, Feltz, Fahrbach, & Mack, 2000). L’auto-efficacia può essere aumentata ricorrendo all’ipnosi. Ad esempio,in un esperimento che ha visto coinvolti due gruppi di calciatori impegnati a calciare delle punizioni, uno dei quali era stato preparato con l’ipnosi, i ricercatori hanno osservato un aumento dell’auto-efficacia degli atleti che ne avevano fatto ricorso insieme ad un miglioramento nella precisione dei loro tiri, e dello stato emotivo generale durante la prova (Barker, Jones & Greenless 2010).

Avete mai provato la sensazione di essere completamente assorbiti da quello che state facendo? Talmente assorbiti che anche azioni complesse riescono con grande naturalezza? Gli sportivi chiamano questo stato flow, e quando vi sono immersi, le loro capacità aumentano notevolmente (Csikszentmihalyi, 1975). Curiosamente, la descrizione che sia i ricercatori che gli atleti fanno di questo stato è notevolmente simile allo stato di trance ipnotica, tanto da portare alcuni addetti ai lavori a ipotizzare che si possa trattare dello stesso stato mentale (Pates, Oliver & Maynard, 2001). In uno studio volto ad indagare questa relazione che si è concentrato su un campione di giocatori di pallacanestro, i ricercatori hanno misurato la precisione dei tiri (ed i punti totalizzati) con e senza preparazione ipnotica e, attraverso dei questionari standardizzati, la profondità dello stato di flow. I risultati hanno mostrato un miglioramento in entrambe le aree ed un aumento dei livelli di autoefficacia. Gli atleti hanno inoltre riportato un senso maggiore di calma e rilassatezza (Pates & Palmi, 2002).

Riassumendo, possiamo dire che la ricerca sembra suggerire che l’ ipnosi nello sport può essere uno strumento utile nella preparazione mentale degli atleti sia dal punto di vista del livello di prestazione che per quanto riguarda certe variabili emotive. Sempre più sono gli atleti professionisti e dilettanti che si interessano e praticano questa disciplina a diversi livelli sotto forma di ipnosi o di autoipnosi. Questo ultimo approccio è particolarmente interessante in quanto consegna allo sportivo gli strumenti per procedere autonomamente nel proprio percorso di consolidamento delle capacità di affinamento del gesto tecnico, di regolazione emotiva, di rilassamento, di recupero dagli infortuni (Morton, 2003).

La capacità di discriminare i sapori è alterata nelle persone che soffrono di disturbi alimentari

Un recente studio promosso dalla Colorado University e pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders ha mostrato come un gruppo di donne, alcune affette da obesità e alcune da anoressia nervosa, rispondessero in modo differente ai sapori: una scoperta dalle importanti implicazioni cliniche nel trattamento dei disturbi alimentari.

 

Come afferma il principale autore dello studio, Guido Frank, psichiatra e professore associato alla Scuola di Medicina della Colorado University, il gusto è un promotore importante dell’assunzione di cibo ed è associato a differenti pattern neuronali nell’insula e nella corteccia gustativa primaria.

L’insula è connessa a diverse strutture cerebrali responsabili della regolazione della quantità di cibo assunta, possiede una fondamentale funzione di trasmissione delle informazioni relative al gusto e potrebbe avere un ruolo centrale anche nella psicopatologia dei disturbi alimentari.

I ricercatori dello studio hanno voluto indagare se la presenza di disturbi alimentari fosse associata a cambiamenti nella capacità dell’insula di classificare gli stimoli gustativi.

La ricerca ha coinvolto 106 donne di simile età caratterizzate dalla presenza (anoressia nervosa, bulimia nervosa, obesità) o assenza (no problemi alimentari, passata anoressia nervosa) di disturbi alimentari. Tutte sono state sottoposte a risonanza magnetica funzionale cerebrale durante l’assaggio di acqua zuccherata o di acqua normale e quindi, priva di gusto, per valutare l’accuratezza dell’insula nel differenziare i sapori.

 

Le donne con anoressia o obesità hanno avuto maggiori difficoltà nel distinguere i gusti, mostrandosi meno accurate delle donne senza problemi alimentari (soggetti di controllo), con bulimia nervosa o che si sono ristabilite dopo aver sofferto di anoressia. Il risultato suggerisce come le alterazioni nell’accuratezza di discriminazione potrebbero essere dovute ad alterazioni di alimentazione e peso, come nel caso dell’anoressia e dell’obesità. La ricerca, infatti, indica come questi problemi diminuiscano quando una persona raggiunge un peso appropriato.

La ridotta codifica cerebrale nella differenziazione dei sapori potrebbe avere un impatto negativo su quanto si mangia. Infatti, congiunta all’alterata attività dei circuiti di ricompensa legati al cibo, osservata tipicamente in queste pazienti, tenderebbe a generare una spinta al mangiare non regolata da esigenze nutrizionali. Il deficit di abilità insulare nella classificazione dei sapori potrebbe essere dovuta sia a cambiamenti strutturali all’interno di questa regione sia ad alterazioni di elaborazione del segnale gustativo nei diversi percorsi afferenti all’insula.

I risultati di questo studio hanno importanti implicazioni cliniche. Le evidenze empiriche dimostrano come i circuiti di ricompensa che influenzano la scelta del cibo funzionino in modo alterato nei soggetti che attuano restrizioni o eccessi alimentari, offuscando il già ridotto segnale proveniente dall’insula in risposta ai differenti sapori.

Naturalmente, come suggerisce l’autore, sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati e per implementare aspetti applicativi di tali evidenze all’interno dei trattamenti.

Parole, parole, parole… e statistica: per distinguere le parole il cervello potrebbe usare metodi statistici

Un gruppo di scienziati SISSA ha applicato un metodo di segmentazione delle parole basato sulla statistica e ne ha misurato l’efficacia sul linguaggio naturale, in ben 9 lingue diverse, scoprendo che il ritmo linguistico ha un ruolo importante.

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

 

Distinguere le singole parole nel flusso del parlato non è una cosa semplice e secondo i linguisti, per farlo, il cervello potrebbe usare dei metodi statistici. Un gruppo di scienziati SISSA ha applicato un metodo di segmentazione delle parole basato sulla statistica e ne ha misurato l’efficacia sul linguaggio naturale, in ben 9 lingue diverse, scoprendo che il ritmo linguistico ha un ruolo importante. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Developmental Science.

Vi è mai capitato di rompervi il cervello cercando di cogliere anche una sola parola nel flusso ininterrotto di un discorso in una lingua che conoscete a malapena? È ingenuo pensare che quando parliamo esista una anche minima pausa fra una parola e l’altra (come lo spazio che mettiamo per convenzione quando scriviamo): in realtà il parlato è quasi sempre un flusso sonoro continuo. Quando però ascoltiamo la nostra lingua madre, questa segmentazione delle parole non ci costa quasi nessuno sforzo. Quali sono, si chiedono i linguisti, i meccanismi cognitivi automatici alla base di questa capacità?

Un contributo certamente lo dà la conoscenza del vocabolario: la memoria del suono delle singole parole ci aiuta a rilevarle, ma, sostengono molti linguisti, esistono meccanismi automatici e inconsci di ‘basso livello’ che ci aiutano anche quando non riconosciamo le parole, e anche, come nel caso di bambini molto piccoli, quando abbiamo una conoscenza ancora rudimentale della lingua. Questi meccanismi, credono gli scienziati, si basano sull’analisi statistica della frequenza (stimata in base all’esperienza pregressa) delle sillabe in ogni lingua.

Un indice che potrebbe contribuire ai processi di segmentazione è la ‘Probabilità Transizionale’ (PT), che dà una stima della probabilità che due sillabe stiano all’interno della stessa parola, basandosi sulla frequenza con cui le due sillabe si trovano associate in una data lingua. In pratica, se tutte le volte che sento la sillaba ‘TA’ viene immancabilmente seguita dalla sillaba ‘DA’, allora la probabilità transizionale per ‘DA’, data ‘TA’ è 1 (il massimo).

Se invece, ogni volta che sento la sillaba ‘BU’ per metà delle volte capita che la segua la sillaba ‘DI’ e per metà delle volte la sillaba ‘FI’, la probabilità transizionale di ‘DI’ (e di ‘FI’) data ‘BU’ è 0,5, e così via. Il sistema cognitivo potrebbe computare in maniera implicita questo valore sfruttando la memoria linguistica, dalla quale ricaverebbe le frequenze.

Lo studio condotto da Amanda Saksida, ricercatrice della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, con la collaborazione di Alan Langus, ricercatore SISSA, sotto la guida di Marina Nespor, professoressa della SISSA, ha usato l’indice PT per segmentare il linguaggio naturale, con due diversi approcci.

 

A seconda del ritmo

Saksida ha lavorato con i corpus, ossia collezioni di testi raccolte appositamente per l’analisi linguistiche. In questo caso specifico si tratta di trascrizioni da registrazioni dell’ambiente sonoro linguistico a cui sono esposti bambini molto piccoli.

Volevamo avere un esempio del tipo di stimolo nel quale si sviluppa il linguaggio dei bambini – ha spiegato Saksida – Ci chiedevamo se un meccanismo di basso livello come la probabilità transizionale funzionasse su stimoli linguistici realistici, molto diversi dagli stimoli costruiti a tavolino che si usano normalmente in laboratorio, che sono più schematici e non contengono fonti di ‘rumore

Saksida e colleghi hanno usato corpus di ben 9 lingue diverse, e vi hanno applicato due diversi modelli basati sulla PT.

Prima di tutto sono stati calcolati i valori di PT in ogni punto del flusso linguistico per tutti i corpus usati, successivamente è stata effettuata la segmentazione con due diversi metodi. Il primo si basava sulle soglie assolute: veniva stabilito un certo valore fisso di riferimento per la probabilità transizionale sotto al quale veniva identificato un bordo. Il secondo metodo invece si basava su soglie relative: i bordi corrispondevano ai minimi locali della funzione della PT.

In tutti i casi, hanno osservato Saksida e colleghi, la probabilità transizionale si è dimostrata uno strumento efficace per la segmentazione (si va dal 49% all’ 86% di parole identificate correttamente), indipendentemente dal metodo di segmentazione usato. Questo ne conferma l’efficacia. Da notare che entrambi i modelli si sono dimostrati mediamente efficienti, la cosa singolare però è che quando un modello andava particolarmente bene con una lingua, quello alternativo allora andava sempre significativamente peggio.

Questo ‘incrocio’ ci suggerisce che ciascun modello è più adatto per alcune lingue dell’altro e viceversa. Abbiamo quindi condotto delle analisi ulteriori per capire quali caratteristiche della lingua determinano il modello migliore – ha spiegato Saksida. La dimensione cruciale si è rivelata il ritmo linguistico – Possiamo dividere le lingue europee in due grandi gruppi per quel che riguarda il ritmo: le lingue basate sull’accento (stress-based) e quelle basate sulle sillabe (syllable-based).

Le lingue basate sull’accento hanno meno vocali e parole più corte, come l’inglese, lo sloveno, il tedesco. Quelle basate sulle sillabe sono invece più ricche di vocali e con le parole in media più lunghe, come italiano, spagnolo, finlandese. Il terzo gruppo ritmico delle lingue, che non esiste in Europa e che è basato su ‘morae‘ (un parte della sillaba), come giapponese, si chiama ‘mora-based’ ed e ancora più ricca di vocali delle lingue basate sulle sillabe.

Il metodo della soglia assoluta è risultato funzionare meglio sulle lingue stress-based, mentre la soglia relativa è migliore per le mora-based. “È possibile dunque che il sistema cognitivo impari a usare il metodo di segmentazione migliore per la lingua madre, che porterebbe difficoltà però con le lingue che non appartengono alla stessa categoria ritmica. Serviranno ovviamente studi sperimentali per verificare quest’ipotesi. Sappiamo dalla letteratura scientifica che i bambini subito dopo dalla nascita usano già l’informazione sul ritmo, e pensiamo che le strategie per scegliere la segmentazione più giusta potrebbero essere una delle aree dove l’informazione sul ritmo è più utile”.

Lo studio infatti non può dire se il sistema cognitivo (sia adulto che bambino) usi davvero questo tipo di strategie.

Il nostro studio conferma in maniera chiara che questa strategia funziona attraverso un ampio spettro di lingue – conclude Saksida – Servirà ora da guida per gli esperimenti in laboratorio.

Un Partner Virtuale può elicitare reazioni emotive in un essere umano?

I ricercatori del Centro per i sistemi complessi e le scienze cognitive dell’Università della Florida hanno cercato di rispondere alla seguente domanda: ‘Come ci si sente ad avere interazioni comportamentali con una macchina virtuale?

 

 

Le macchine possono pensare? Questo è ciò che il noto matematico Alan Turing ha cercato di capire nel 1950, quando ha creato un gioco di imitazione per scoprire se un interrogatore umano poteva parlare ed interagire con una macchina in una conversazione priva di stimoli fisici.

Il test di Turing è stato introdotto per valutare la capacità di una macchina di mostrare comportamenti intelligenti equivalenti o indistinguibili da quelli di un essere umano. Turing era principalmente interessato a verificare se le macchine potessero avere capacità intellettuali equiparabili a quelle degli esseri umani.

I ricercatori del Centro per i Sistemi Complessi e le Scienze Cognitive dell’Università della Florida hanno cercato di rispondere alla seguente domanda: ‘Come ci si sente ad avere interazioni comportamentali  con una macchina virtuale?’

Hanno creato, a questo proposito, un test ‘emozionale’ equivalente al test di Turing, e sviluppato un partner virtuale che è in grado di suscitare risposte emotive nel soggetto umano, mentre questi sono impegnati tra loro in attività e comportamenti coordinati ed interattivi.

In particolare, lo studio ha indagato le variazioni nelle risposte emozionali durante un compito di coordinazione dei movimenti tra un essere umano e un Partner Virtuale (VP), un agente i cui movimenti delle dita sono stati guidati dalla equazione delle Dinamiche di Coordinazione di Haken-Kelso-Bunz (HKB). Ventuno individui sono così stati istruiti a coordinare i movimenti delle proprie dita con quelli del Partner Virtuale.

I ricercatori hanno inoltre manipolato le ‘intenzioni’ dei Partner Virtuali, rendendoli cooperativi o competitivi con gli esseri umani.

La risposta cutanea dei partecipanti è stata registrata durante il compito in modo da avere una misura dell’intensità della risposta emotiva del soggetto. Alla fine del compito di coordinazione, è stato chiesto ad ogni soggetto di valutare le intenzioni del Partner Virtuale e se, secondo loro, si fosse trattato di un partner umano o di una macchina.

Le risposte emozionali più alte si sono registrate nei casi in cui i soggetti hanno riportato che il loro partner fosse un essere umano e quando la coordinazione tra loro era stabile e cooperativa.

Emozione e movimento, anche se raramente sono studiate assieme, sono aspetti complementari dell’esperienza sociale. Questo studio rappresenta dunque un passo in avanti per la comprensione del complesso fenomeno del comportamento sociale. Si evidenzia infatti come i comportamenti interattivi (coordinati) e le emozioni si influenzano continuamente tra loro e come tale aspetto potrebbe fornire un utile contributo alla riabilitazione di diverse malattie. Infatti, disturbi di coordinazione del movimento si riscontrano spesso nei pazienti con schizofrenia e disturbi dello spettro autistico, che soffrono anche di disfunzioni sociali ed emozionali.

I ricercatori anticipano che il Partner Virtuale sarà presto sviluppato per il prototipo di una macchina cooperativa che potrà essere utilizzata per scopi terapeutici. Questo tipo di applicazione potrà fornire beneficio a molti pazienti affetti da disordini emozionali e sociali.

Eventi traumatici nell’infanzia: l’efficacia dell’EMDR

EMDR con bambini: L’EMDR è utilizzata con successo anche nel trattamento di bambini esposti a eventi traumatici. Solitamente il protocollo standard viene modificato per rendere più agevole il trattamento, inserendo giochi e arte-terapia.

 

La diagnosi di PTSD nell’infanzia

Il Disturbo da stress post-traumatico (PTSD) può svilupparsi in seguito all’esposizione a morte reale, minaccia e pericolo di morte, grave lesione o violenza sessuale (DSM-5). I sintomi possono includere ricordi e/o sogni spiacevoli dell’evento, sofferenza psicologica, reazioni dissociative e marcate reazioni fisiologiche in risposta a fattori concernenti l’evento traumatico. Inoltre, possono essere presenti evitamenti agli stimoli associati al trauma, alterazioni nelle emozioni, nei pensieri e nei comportamenti, alterazioni nel sistema di arousal (DSM-5).

La diagnosi di PTSD nell’infanzia è composta poi da altri aspetti. Nei bambini, oltre ai criteri sopra indicati, la ritualizzazione e i ricordi relativi al trauma possono essere espressi attraverso il gioco. Inoltre, in questi bambini (soprattutto se molto piccoli) i sogni spaventosi, potrebbero essere collegati alla condizione traumatica, mancanti però di contenuti specifici e riconducibili all’evento e quindi più complicati da esaminare. In alcuni casi, il bambino può avere delle reazioni in seguito a flashback spiacevoli e comportarsi come se stesse rivivendo nuovamente l’evento negativo. Inoltre, in seguito ad un trauma subito durante l’infanzia, possono presentarsi dei ritardi o delle alterazioni nello sviluppo e nel linguaggio (DSM-5). Infine, dopo l’esposizione a un evento traumatico, i bambini possono sviluppare altri disturbi quali depressione, ansia generalizzata, fobie specifiche, ansia da separazione ecc. (Stallard, 2006).

Salmon e Bryant (2002) riferiscono che l’incidenza di PTSD nei bambini, differisce da alcune componenti quali la natura e la gravità dell’evento sperimentato, la vicinanza al trauma, il tempo trascorso e la percezione individuale. Altre ricerche, mostrano che una esposizione di lunga durata all’avversità traumatica (come nei casi di rapimenti, morte o malattia di un genitore, prolungate violenze domestiche ecc.) aumenta notevolmente il rischio di sviluppare PTSD (Yule, 2001; Kilpatrick et al, 2003; De Bellis & Van Dillen, 2005).

 

L’EMDR

Negli ultimi anni, la letteratura internazionale ha enfatizzato l’efficacia dell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) nel trattamento del Disturbo post-traumatico da stress (Shapiro & Solomon, 1995; Seidler & Wagner, 2006; Pagani et al., 2012). L’EMDR è stata presentata per la prima volta nel 1989 e sviluppata nel 1990 da Francine Shapiro e a oggi può essere definito a tutti gli effetti, un approccio empiricamente supportato per il trattamento di esperienze traumatiche che hanno contribuito allo sviluppo della psicopatologia o del disagio psichico nel paziente. Un aspetto cruciale dell’EMDR, sembra essere il processo di transmutation: l’evento spiacevole, s’ipotizza, sia stato immagazzinato in modo disfunzionale, il processo di transmutation favorirebbe un’elaborazione e una risoluzione adattiva dell’esperienza traumatica. Gli obiettivi dell’EMDR sono, infatti, quelli di produrre una desensibilizzazione del ricordo spiacevole, rivivere il trauma senza sperimentare le sensazioni di minaccia imminente e infine, l’assimilazione e l’integrazione dell’evento traumatico.

 

L’EMDR con bambini

L’EMDR è utilizzata con successo anche nel trattamento di bambini esposti a eventi traumatici. Solitamente il protocollo standard viene modificato per rendere più agevole il trattamento, inserendo giochi e arte-terapia. In particolare, uno studio di meta-analisi dei ricercatori del Department of Educational Sciences di Amsterdam (Rodenberg et al., 2009), mostra l’efficacia dell’EMDR per i traumi infantili. La meta-analisi consiste nel riassumere, nel modo più dettagliato possibile, le ricerche riguardanti quello specifico aspetto (in questo caso l’approccio EMDR con bambini), tenendo conto di alcune variabili come ad esempio, l’attenzione del terapeuta, le aspettative del paziente e la standardizzazione del campione. In questo lavoro, peraltro, l’EMDR veniva messa a confronto con altri approcci psicoterapeutici.

I risultati della ricerca mostrano che, l’EMDR con bambini è più efficace di altre terapie classiche, nella risoluzione del disagio psicologico legato all’evento traumatico durante l’infanzia e in alcuni casi, il trattamento porta più velocemente a benefici rispetto allo stesso trattamento utilizzato nell’adulto. La ricerca mostra un altro dato interessante concernente le differenze di genere: emerge che il trattamento è più efficace per i bambini che per le bambine, esposte a un’esperienza traumatica. Questo risultato è complicato da spiegare, ma i ricercatori ipotizzano che, in accordo con alcune prove scientifiche, le bambine possono avere minori capacità di coping e un più alto rischio di sviluppare i sintomi del Disturbo post-traumatico da stress (Matud, 2004; De Bellis & Van Dillen, 2005; Nemeroff et al., 2006).

Nonostante quest’ultimo dato necessiti di maggiori approfondimenti scientifici, lo studio conferma l’efficacia dell’EMDR nella risoluzione del PTSD e ad oggi risulta essere il più grande lavoro di meta-analisi (7 ricerche a confronto) concernente il trattamento EMDR con bambini esposti a esperienze traumatiche.

Le competenze psicoterapiche del manager musicale

Viene riconosciuto da diverse testimonianze che la cosa più importante che il manager musicale può fare nei casi di problemi psicologici degli artisti è quella di saper ascoltare ed eventualmente indirizzare a servizi specialistici o professionisti competenti.

 

La figura del manager musicale

La leggenda narra che Amy Winehouse nello scrivere la canzone “Rehab”, in cui dichiara di non volersi curare, si rivolgesse al proprio manager, una figura che nel mondo della musica si dedica tradizionalmente non solo agli aspetti professionali e commerciali di un artista, ma anche ai bisogni più personali ed emotivi dell’artista.

In occasione della recente settimana di sensibilizzazione sulla salute mentale, è apparso sull’inglese The Guardian un interessante articolo di Fiona McGugan (Music Manager Forum) che sottolinea il ruolo sempre più importante della figura del manager musicale nella tutela della salute mentale degli artisti. Si parla della formazione di manager “emozionalmente responsabili” e di training specifici per affrontare esaurimento nervoso, alcolismo, ansia da palcoscenico, blocco creativo etc.

Negli ultimi anni si è assistito a una lunga serie di coming out di artisti che hanno raccontato le proprie importanti difficoltà psicologiche, con ripercussioni positive sulla lotta allo stigma della malattia mentale. Lo scorso settembre, ad esempio, il noto cantante del Libertines Pete Doherty ha cancellato un concerto all’ultimo minuto a Londra a causa di una importante crisi di panico e la dichiarazione del manager è stata quella di “voler mettere al primo posto la salute di Pete e le sue cure” a discapito dello show. Sicuramente un atteggiamento più prudente ed umano se confrontato con altri casi precedenti (vedi la stessa Amy Winehouse).

In realtà viene riconosciuto da diverse testimonianze che la cosa più importante che il manager musicale può fare nei casi di problemi psicologici degli artisti è quella di saper ascoltare ed eventualmente indirizzare a servizi specialistici o professionisti competenti.

 

Il Music Support

Considerate le dimensioni del problema è nato in Inghilterra il Music Support, un collettivo no profit di volontari e professionisti che garantisce aiuto e supporto psicologico a chiunque lavori nell’industria musicale (quindi non solo i musicisti, ma anche turnisti, roadies, manager, etc.) e che sia affetto da dipendenze e altri disturbi mentali. Il loro motto è “non devi soffrire in silenzio”. Tra i promotori dell’associazione figurano musicisti, operatori discografici con pregressi problemi di dipendenza e disturbi psichiatrici e tra i sostenitori dell’iniziativa compaiono addirittura i Coldplay, sempre molto sensibili alle questioni sociali.

Nel sito si accenna a come alcuni aspetti dello stile di vita di chi lavora nel mondo della musica possano rappresentare dei potenziali stressors per lo sviluppo di problemi psichiatrici e dipendenze. Tra i principali fattori stressanti vengono ad esempio inclusi il dover corrispondere alle aspettative del pubblico, i rapidi cambiamenti nello stile di vita legati al successo o all’insuccesso, i lunghi tour alternati a periodi di forzato riposo, l’insicurezza economica, etc. Il video di presentazione del servizio è particolarmente struggente.

 

La Help Musician in UK: un’altra charity dedicata agli artisti

Help musician UK è un’altra charity dedicata ai musicisti più in senso lato, nel senso che si occupa anche di aiuti sociali ed assistenziali (pensione, etc), ma che recentemente ha lanciato l’indagine MAD (Music and Depression), uno studio in collaborazione con l’Università di Westminster sulla salute mentale di chi fa musica (secondo precedenti analisi da parte della stessa associazione, il 60% dei musicisti avrebbe sofferto di depressione o altri disturbi in qualche fase della vita). L’obiettivo dello studio compilabile online è quello di capire in modo più preciso i bisogni di questa categoria per allestire servizi specializzati.

Gli inglesi, maestri di pragmatismo e organizzazione, sono bravissimi nella costituzione di questo tipo di charities (ne esistono praticamente per ogni tipo di problema e di sottocategoria di problema). Sarebbe interessante capire se anche dalle nostre parti potrebbero funzionare. Un buon testimonial per un’iniziativa del genere a mio avviso potrebbe essere il “webistrattato” Gianluca Grignani.

La comunicazione funambolica tra genitori e figli: strategie inefficaci nella gestione dei compiti

Gestione dei compiti: i compiti a casa sono una delle maggiori cause di attrito, in quanto, le ore spese sui libri che, dovrebbero essere vissute con armonia, a favore di una maggior unione, sfociano in scontri ed inequivocabili conflitti. Questa è una conseguenza diretta dell’incapacità di comunicare in modo adeguato l’importanza dello studio, attraverso una trasmissione di motivazione, che spinga il bambino a intraprendere l’universo scolastico.

Caterina Poli, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

La comunicazione come processo bidirezionale

La comunicazione è un processo bidirezionale dove si trasmettono non solo contenuti, cioè informazioni, ma si definisce anche chi siamo e che relazione abbiamo con il nostro interlocutore. Per essere efficace e quindi sintonizzata sui bisogni di entrambi i comunicanti deve prevedere una comprensione dei contenuti informativi ma soprattutto una definizione di sé e dell’altro tale da portare a una relazione di fiducia e cooperazione. Non sono rare infatti le situazioni in cui si è “uditi” ma non “ascoltati”, dove ognuno esprime le proprie opinioni e pensieri rimanendo ancorato alla propria posizione, non ascoltando la prospettiva altrui. Come effetto diretto si ha una sensazione di mancato rispecchiamento: il soggetto che comunica non si sente riconosciuto come individuo con una propria mente pensante e si pone quindi in una posizione di chiusura o di attacco. Ascoltare ed accettare l’altro, senza rifiutarlo a priori, mette le basi per una maggiore comprensione di quello che sta accadendo all’interlocutore. Bateson e Watzlawick affermano infatti che comunicando, non si condividono solo informazioni, ma si definisce anche [blockquote style=”1″]come mi vedo, come ti vedo, che tipo di rapporto ci lega. [/blockquote]

A tal proposito, una tecnica di comprovata efficacia è l’“ascolto attivo”, messa a punto da Gordon (1962): per raggiungere un successo relazionale bisogna porsi in una posizione di ascolto empatico con l’obiettivo non solo di ottenere informazioni, ma di far sentire la persona compresa e accolta all’interno della relazione. Per raggiungere uno scopo che appare così idilliaco ci si avvale del contatto oculare, postura aperta, sintonizzazione verbale, domande interessate e ripetizioni con parole diverse restando però fedeli al contenuto, a ciò che l’altro ha detto per chiarirlo, sintetizzarlo, dargli eco. Partire dall’assunto che esistono posizioni diverse dalla propria e altrettanto legittime, consente di rimanere aperti all’ascolto e ad una negoziazione dei significati.

 

La comunicazione tra genitore e figlio nella gestione dei compiti scolastici

Un contesto dove una tecnica di tal portata è estremamente utile è all’interno della diade genitore-figlio nel tortuoso momento dedicato alla gestione dei compiti scolastici pomeridiani. Infatti, i compiti a casa sono una delle maggiori cause di attrito, in quanto, le ore spese sui libri che, dovrebbero essere vissute con armonia, a favore di una maggior unione, sfociano in scontri ed inequivocabili conflitti. Questa è una conseguenza diretta dell’incapacità di comunicare in modo adeguato l’importanza dello studio, attraverso una trasmissione di motivazione, che spinga il bambino a intraprendere l’universo scolastico.

Il genitore da potentissimo motivatore quale dovrebbe essere, si trasforma in un rallentatore emotivo nella gestione dei compiti. Ai genitori infatti spetta il difficile compito di “conferire senso all’apprendimento scolastico” per motivare gli studenti allo studio mostrando che le conoscenze scolastiche, come evidenzia Meirieu (2002)[blockquote style=”1″] non sono soltanto merci che permettono di acquistare la tranquillità e di sperare in un ipotetico ritorno sociale, bensì oggetti che collegano gli uomini tra di loro e permettono di ritrovarsi in un’universalità possibile al di là delle differenze.[/blockquote]

Tutto ciò non viene esplicitamente riferito dai genitori stessi, i quali tendono spesso a porsi in modo difensivo nei confronti di accuse sulle modalità comunicative da essi utilizzate affermando di utilizzare sempre parole adeguate al contesto. Se come unico obiettivo viene posto il successo globale di tutti gli ambiti vitali del bambino come mai si hanno dei risultati fallaci nella gestione dei compiti? Il fulcro del problema sta nella credenza erronea che la comunicazione si limiti al mondo verbale, fatto di parole espresse apertamente, senza la consapevolezza che la maggior parte delle relazioni sia regolata dal linguaggio non verbale. Per linguaggio non verbale si intendono per esempio gesti, espressioni, postura, spazio interpersonale. I bambini decodificando queste informazioni le connotano di un maggior significato rispetto ad altre all’apparenza più utili: le parole.

[blockquote style=”1″]Non si può non comunicare [/blockquote]è il primo postulato della Pragmatica Umana di Watzlawick (1967); anche quando i genitori credono di non trasmettere alcun tipo di informazione al bambino questo in verità è del tutto impossibile. Per esempio, se un genitore dice a un bambino sorridendo con espressione rilassata che è uno sciocco la sua reazione sarà completamente diversa se invece quelle parole vengono accompagnate da un tono offensivo e un’espressione facciale arrabbiata. Alcuni dati statistici mostrano infatti, che in una comunicazione il contenuto ha un “peso” soltanto del 10%, il tono della voce del 30% e la gestualità del 60%. Dati di questo tipo portano a sorprendenti osservazioni: approssimativamente il 90% dei rapporti umani si basa sulla comunicazione non verbale.

Il tipo di ascolto a cui spesso si assiste nella relazione genitore-bambino è di due tipi: 1)passivo: il bambino parla ma il genitore non lo ascolta, non capisce i significati e non riconosce la relazione; 2)selettivo: il genitore recepisce solo quello che vuole sentire filtrando le informazioni a suo piacere.
E’ inevitabile quindi la presenza di conflitti in queste situazioni; quando vi è una percezione differente di bisogni e desideri e quindi si prevede che tra due individui, in questo caso il bambino e il genitore, vi sia una discrepanza di obiettivi e scopi è ovvio che la dinamica relazionale tenda a sfociare in uno scontro. Il bambino e il genitore non si sentono reciprocamente “ascoltati” e comunicando queste sensazioni creano rotture da cui scaturiscono conflitti. Conflitti che nei bambini prevedono due dicotomiche reazioni: una passiva, dove l’insofferenza viene trattenuta all’interno, non esternalizzata e una attiva, dove è presente un alto tasso di aggressività sia verbale che comportamentale.

Nel primo caso prevale un eccesso di timidezza e di insicurezza che può portare a non difendere abbastanza i propri diritti e a comportarsi non come si vorrebbe ma come vorrebbero per noi gli altri. Nel secondo caso prevale la rabbia, che può portare ad essere inutilmente aggressivi e in questo modo a compromettere i rapporti con gli altri. Anche se spesso si preferisce nel breve termine la prima tipologia di reazione perché si percepisce una “maturità” nel proprio bambino, alla lunga questa modalità porta a una maggior distanza interpersonale. I rischi sono comunque deleteri in entrambi i casi perché creano un vuoto relazionale.

 

La famiglia come agente di socializzazione primario

Il ruolo dei genitori è quindi fondamentale, innanzitutto perché la famiglia è l’agente di socializzazione primario, quindi è il luogo dove si forma la personalità del bambino e dove avviene la sua crescita psicologica e fisica. Ma non solo, è anche il luogo dove si apprendono i modelli relazionali, valoriali e comportamentali. I bambini quindi imparano come interagire e costruire rapporti, quali sono le norme e regole da rispettare e quali sono i comportamenti adeguati al contesto. Perciò la qualità delle relazioni di attaccamento condiziona le modalità di regolazione emotiva, le capacità sociali e lo sviluppo della funzione metacognitiva.

L’attaccamento è quel comportamento che motiva il bambino a cercare la vicinanza fisica dei genitori, o di chi se ne prende principalmente cura, quando egli vive emozioni di paura, di sofferenza fisica o di dolore emotivo fin dalla nascita per tutto il corso della sua vita. Il mantenimento della prossimità a una figura adulta con funzione protettiva rappresenta un meccanismo primario della regolazione della sopravvivenza e della sicurezza del bambino. Diversi però sono gli esiti che scaturiscono da questa relazione e visibili anche nell’arco temporale della gestione dei compiti dove, per esempio, si riscontra spesso una totale dipendenza dalla figura genitoriale con una conseguente incapacità di concentrare la propria attenzione sui libri se non vi è la presenza ossessiva del genitore.

Come esito durante la gestione dei compiti si ha un impigrimento del bambino, ma non solo, automaticamente il genitore sarà incentivato a sostituirsi al figlio, dandogli soluzioni preconfezionate ai blocchi cognitivi a cui andrà incontro. Oppure, non di rado, una trascuratezza eccessiva del caregiver, può creare frustrazione e spaesamento nel bambino che senza punti di riferimento arriverà a un’autonomia forzata o a un’opposizione ferrea nei confronti di tutto ciò che il contesto scolastico propone. La sua credenza sarà : “se non vengo apprezzato, allora per cosa/chi studio?”, non troverà un senso ai suoi sforzi. Questi legami disfunzionali (controproducenti, ossia contrari al raggiungimento di determinati obiettivi) derivano da un mancato configurarsi di un attaccamento sicuro; infatti, la qualità della relazione di attaccamento dipende dalla responsività della figura di attaccamento, cioè dalla capacità di questa di percepire e d’interpretare con accuratezza i segnali e i messaggi comunicativi del bambino e, sulla base di tale comprensione, di rispondere ai suddetti segnali in modo adeguato e con prontezza.

Numerosi studi (Coleman e Collinge 1993; Nordahl 2000/2006; Epstein 2001; Birkemo 2002; Siles 2003) mostrano che il contributo dei genitori ha un effetto molto rilevante sul successo scolastico, l’autostima, il benessere psicologico, la motivazione, l’atteggiamento dei bambini/ragazzi nei confronti della scuola e degli impegni in generale. Il ruolo dei genitori è essenziale nella formazione della personalità del bambino e quindi contamina il suo carattere conducendolo verso una direzione più che un’altra. I figli sono il riflesso di ciò che il genitore, in qualità di figura di riferimento, gli trasmette sia verbalmente che non. Nella comunicazione con i genitori infatti è costantemente in gioco l’identità del bambino e spesso è il desiderio di sentire confermata la propria identità o il timore che questa possa essere minacciata che influenza pesantemente la nostra capacità di ascolto e di comprensione.

 

Il ruolo dei pensieri e delle emozioni del genitore e del figlio nelle situazioni di conflitto durante la gestione dei compiti

Mario Di Pietro afferma che [blockquote style=”1″]Per toccare il cuore di un giovane bisogna passare per la sua mente, aiutarlo a cambiare il suo modo di pensare di fronte alle situazioni e agli eventi della sua vita.[/blockquote]

Per l’autore, la chiave di svolta nelle difficoltà comunicative tra genitore e figlio sta nel pensiero e quindi in cosa pensano entrambi e di conseguenza cosa provano (in termini di emozioni). Di fondamentale importanza è il riconoscimento e la discussione dei pensieri che precedono, accompagnano e seguono le emozioni e come, modificando i pensieri, si possa anche raggiungere un maggior controllo sulle proprie emozioni, non certo per annullare quelle spiacevoli, ma per ridurne l’intensità e la durata. I pensieri sono anche gli ingredienti essenziali di ciò che viene definito dialogo interno, ossia quel processo mentale automatico che non solo i bambini, ma tutti gli individui, presentano e che influisce su emozioni, pensieri, azioni, comportamenti e che è importante riconoscere per sintonizzarsi su di esso e affrontare in modo più positivo le emozioni spiacevoli e le situazioni difficili.

Si può notare nel concreto durante un conflitto sulla gestione dei compiti che se vi è discrepanza tra i pensieri del bambino e quelli del genitore, non si riesce a trovare soluzioni efficaci. Se il bambino per esempio, si mette a studiare sul divano davanti ai cartoni animati e il suo dialogo interno è verbalizzato in tal modo :“io i compiti comunque li sto facendo e quindi mi applico affinchè il mio dovere pomeridiano sia compiuto” e il dialogo interno del genitore è “mio figlio fa sempre quello che gli pare, non mi ascolta mai. Non capisce.”, la rabbia di quest’ultimo probabilmente prenderà il sopravvento e il genitore in tal caso otterrà ciò che vuole: il bambino spegnerà la tv e a sua volta arrabbiato si metterà seduto alla sua scrivania con una disposizione negativa, ma in un secondo momento ripeterà sicuramente l’azione. Questo perché la gestione mediante la rabbia non avrà permesso al bambino di comprendere il motivo per cui la sua strategia non funziona, collegherà la rabbia del genitore a un tratto personologico (“la mamma è cattiva e rigida”) più che a un desiderio educazionale del genitore stesso (“la mamma ci tiene al mio successo”). Il genitore si sentirà nel giusto perché penserà di tutelare la crescita scolastica del figlio, ma il figlio dall’altra parte non avrà chiarezza sull’accaduto non capendo l’errore. Un esito positivo nella gestione dei compiti sarebbe emerso se il genitore, con serenità e chiarezza fosse andato dal bambino a spiegargli l’importanza dello studio in un contesto privo di distrazioni, ricordandogli che l’impegno viene premiato non solo dall’insegnante ma dal genitore stesso e questa valorizzazione rinforza l’immagine stessa del bambino.

Esempi di questo tipo fanno emergere quanto, ogni comunicazione, porti con sè configurazioni emotive diverse, una costellazione di emozioni positive qualora ci sia ascolto e comprensione, una costellazione di emozioni negative qualora ci sia un distacco e una mancata sintonia.

 

Strategie efficaci e inefficaci dei genitori nella gestione dei compiti dei figli

Daniel Goleman come strategia per prevenire il disagio suggerisce di “Aumentare il livello medio di competenze emotive e sociali”, e sulla stessa lunghezza d’onda si ritrovano gli studi, di Dryden e Gordon (1990), sull’importante distinzione tra giudizi sui comportamenti e giudizi sulla persona e le ripercussioni emotive correlate. I primi sono preferibili ai secondi perché non intaccano la sfera emotiva del bambino se non in una minima parte, i secondi, invece, rischiano di generare stati emotivi negativi che nel lungo termine portano alla chiusura e isolamento. Diverse saranno quindi le conseguenze se un genitore a un bambino dice: “sei incapace” perché non ha preso un bel voto nella verifica piuttosto che un “in questo compito hai fatto veramente errori insensati”. Nel primo caso sarà anche più generalizzato il giudizio, quasi come se l’incapacità fosse un tratto caratteriale del soggetto, mentre nel secondo caso sarà più situazionale e focalizzato e non minerà la persona. Inoltre i giudizi globali causano in chi li riceve depressione e umiliazione o rancore e rabbia, tutte emozioni che non aiutano a migliorarsi. Tant’è che spesso accade che, per paura del giudizio, i bambini evitino addirittura di impegnarsi con la consapevolezza di un inevitabile fallimento e, in tal modo, si preservano dall’eventuale critica.

La credenza di fondo è: “se non faccio, nessuno potrà criticarmi”. Il modo migliore per prevenire comportamenti indesiderati sarebbe usare con loro parole di incoraggiamento, che rinforzino il comportamento corretto quando si verifica, non all’opposto scoraggiamenti o punizioni. Gli apprezzamenti sinceri sono anche un metodo efficace, il più piacevole, per influire sul comportamento altrui: se una persona è stata lodata per un determinato comportamento, è più facile che si comporti allo stesso modo in futuro. E inoltre il fatto di sentirsi apprezzati migliora l’autostima e la fiducia in se stessi. Se il bambino percepisce che qualsiasi cosa accada nella sua vita, i suoi genitori ci sono sempre, lo accettano e lo amano, svilupperà verso la vita un atteggiamento positivo. Scoprire di essere comunque accettati ha di per sé un effetto fortemente educativo. Il bambino sarà in grado di rischiare, di provare nuove forme di relazione interpersonale, di prestare attenzione alle emozioni che ha dentro.

L’esistenza di problemi nella gestione dei compiti è spesso causa di stress nel bambino: le richieste dell’ambiente appaiono come gravose o eccessive rispetto alle risorse che ha a disposizione e da qui subentrano reazioni eccessive di ansia, depressione, rabbia e anche sintomi fisici (senso di affaticamento, mal di testa, mal di stomaco). Queste reazioni possono portare a compromettere le abilità di affrontare la situazione o l’evento stressante (Lazarus e Folkman, 1984), non permettendo un ripensamento in autonomia di quello che si è imparato a scuola e una responsabilizzazione svincolata dall’ausilio del genitore, e quindi l’autodisciplina.

Philippe Meirieu, analizzando le possibili cause del rifiuto di studiare è arrivato alla conclusione che siano in gran parte riconducibili a una richiesta implicita di aiuto del bambino, cioè il segno di una richiesta di carattere affettivo; il bambino può rifiutare di applicarsi per avere la gioia di vedere il padre o la madre sedersi accanto a lui. E’ importante quindi che i bambini si sentano supportati dai genitori nella gestione dei compiti, perché questo fornisce loro una rete di sicurezza e di aiuto nei momenti di disagio e di difficoltà e anche di gratificazione e rinforzo nei momenti di successo, ma non solo, influenza positivamente la salute fisica, la capacità di affrontare situazioni ed eventi stressanti, la soddisfazione nei confronti della propria vita. Molte ricerche indicano ad esempio che chi si sente sostenuto guarisce prima dalle malattie, va incontro meno facilmente a depressione e ad altri problemi emotivi e possiede un maggior equilibrio psicologico (Burleson, MacGeorge, 2002).

 

Conclusioni: la comunicazione assertiva tra genitori e figli nella gestione dei compiti

Concludendo, quindi il punto critico di ogni rapporto non è dato dalla quantità di conflitti che insorgono, ma da come il conflitto viene affrontato e appianato. Per fortuna la maggior parte dei conflitti si possono risolvere ricorrendo alla “negoziazione”: saper vedere il punto di vista dell’altro, ascoltare in modo attivo, di cui ho precedentemente trattato, controllare la propria timidezza e la propria rabbia e comunicare assertivamente. Dove, per assertività, s’intende la capacità di esprimere le proprie idee, le proprie convinzioni, le proprie esigenze e i propri stati d’animo in modo sincero, diretto e non aggressivo, difendendo i propri diritti senza offendere le altre persone o negare i loro diritti.

L’improvvisazione nel contesto terapeutico e la sua efficacia

La mia ossessione per gli schemi. La malattia della ripetizione: lo stesso gesto mille volte, finché non sono sicuro dell’esecuzione. La mia permanente battaglia per imbrigliare estro e improvvisazione.

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 30 Maggio 2016 da Giancarlo Dimaggio

 

Con i miei pazienti, ogni giorno: Giancarlo, chiediti qual è il desiderio che lo muove. Essere amato, apprezzato, esplorare il mondo autonomamente? E poi: come si aspetta che reagirà l’altro? Lo rifiuterà, lo disprezzerà, lo controllerà? E ancora: come risponderà quando si vedrà respinto, umiliato, ostacolato? Si scioglierà in lacrime, si chiuderà offeso, aggredirà? Me lo chiedo a ogni seduta, compio la stessa operazione, identica a se stessa nella struttura, al volgere dell’ora, all’arrivo del prossimo paziente.

Con la racchetta: gioca il rovescio allo stesso modo, cinque, dieci, cento colpi. Cerca l’impugnatura eastern, piede destro parallelo al campo, ruota le spalle. E lo stesso per la chitarra, le scale, leeeeente, sapendo che quando le farai veloci ti accompagnerà un metronomo privo dei circuiti della pietà.
Non c’è scampo, l’esecuzione sapiente del gesto richiede di sfinirsi nel ripetere procedure finché, dopo averle odiate, saranno diventate una seconda natura. Quello è il momento scintillante: la padronanza, la meravigliosa sensazione di transitoria onnipotenza in cui parole, braccio, dita scorrono armoniose.

Da quel giorno è concesso improvvisare, solo allora. Iniziare prima è per me segno di incompetenza, indisciplina, cialtroneria. Il meglio che posso dire è che me ne disinteresso, mi annoia. Oppure mi allerto, vedo incapaci all’opera che agendo all’impronta metteranno a rischio ciò che entra nella loro aia, siano pazienti, musica, compagni di squadra.

 

L’improvvisazione in psicoterapia

Io mi consento l’improvvisazione se ho la coscienza a posto. Prima devo essere riuscito a dire al paziente qualcosa che suona come:

“Mi sembra di avere capito che lei desidera sentirsi apprezzato, ma quando qualcuno, suo padre, il suo capo, osserva ciò che ha compiuto lo commenta con sdegno, la svaluta. A quel punto lei oscilla tra il sentirsi un idiota, vergognandosi perché la critica è meritata, e pensare che quel disprezzo è ingiusto, e questo le fa dannatamente rabbia. Si rivede in quello che ho detto?”.

Se ho usato il giusto rigore, sfrondato ogni mia idea arbitraria ed eseguito il lavoro come da canone, il risultato è stupefacente. Il paziente, sorpreso, mi guarda fisso negli occhi, distende le gambe, mette via la giacca che stringeva al petto e mi dice: “Sì, è così”. Allora iniziamo a ragionare su come cambiare il corso della sua vita per il meglio. C’è poco jazz in un intervento del genere. E funziona.

Poi si tratta di promuovere il cambiamento. Altre procedure. La mia ossessione per gli schemi, la compulsione a ripetere gesti consolidati che mi permette di capire in modo unico una persona diversa da chiunque abbia mai incontrato prima e accompagnarla verso una vita con un paesaggio più verde.
Una pratica dove l’applicazione di procedure mandate a memoria come una sonata di Scarlatti non è mai sufficiente. A volte bisogna agire all’impronta. Per farlo, dicono i ricercatori (che della psicologia dell’improvvisazione, sia detto, non sanno ancora granché) ci vuole una grande memoria di lavoro – lo spazio dove l’informazione viene manipolata, selezionata, integrata, rimescolata e da cui escono decisioni veloci -.

Lunedì sera, terapia di gruppo, il mio collega Paolo e io siamo sul punto di sbattere la testa al muro. Due pazienti colte, intelligenti, non capiscono che il loro timore del giudizio è solo un’idea presa per vera senza esserlo. La vergogna le domina, riescono a parlare in pubblico solo tra tormenti atroci. Chiediamo loro di venire al centro del gruppo. Si chiama esposizione. Puntano i talloni al suolo, una convincente imitazione del mulo. Paolo mi guarda, ricambio il cenno di intesa, tre-e, quattro. Attacchiamo. Lui sale in piedi sulla sedia, la posa di una gallina. Io mi metto a testa in giù sulla poltroncina. Ora potete venire al centro, vero? Sorridono, si alzano, conquistano la scena.

Il Giudizio degli altri - State of Mind - Immagine: © 2013 State of Mind

Eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e adozione di comportamenti di controllo del peso nei disturbi alimentari

Un recente studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Psychological Medicine da Tabri e colleghi, ha testato alcuni meccanismi di mantenimento postulati della teoria transdiagnostica, esaminando la relazione temporale tra l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e il coinvolgimento attivo in comportamenti di controllo del peso non di compenso, cioè restrizione dietetica ed esercizio fisico compulsivo, in donne con diagnosi di anoressia nervosa (AN) e bulimia nervosa (BN).

Massimiliano Sartirana, Riccardo Dalle Grave

I disturbi alimentari secondo la teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica

L’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo, cioè la valutazione di sé basata in modo predominante sul peso, sulla forma del corpo e sul loro controllo, è considerata dalla teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica la psicopatologia specifica e centrale dei disturbi dell’alimentazione. Specifica, perché è una forma di psicopatologia presente solo nei disturbi dell’alimentazione, centrale, perché la maggior parte delle caratteristiche cliniche osservate nei pazienti con disturbi dell’alimentazione deriva direttamente o indirettamente da essa. La teoria sostiene anche che le espressioni derivate dalla psicopatologia specifica e centrale (per es. la dieta ferrea, l’esercizio fisico compulsivo, gli episodi di abbuffata, i comportamenti di compenso, il check del corpo, ecc.) a loro volta, attraverso numerosi meccanismi, mantengono e accentuano l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo, contribuendo a mantenere in uno stato di continua attivazione il mind-set del disturbo dell’alimentazione.

 

Lo studio sui meccanismi di mantenimento dei disturbi alimentari

Un recente studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Psychological Medicine da Tabri e colleghi, ha testato alcuni meccanismi di mantenimento postulati della teoria transdiagnostica, esaminando la relazione temporale tra l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e il coinvolgimento attivo in comportamenti di controllo del peso non di compenso, cioè restrizione dietetica ed esercizio fisico compulsivo, in donne con diagnosi di anoressia nervosa (AN) e bulimia nervosa (BN).

Lo studio ha incluso 246 donne che hanno richiesto un trattamento nel servizio ambulatoriale per i disturbi dell’alimentazione dell’area di Boston e hanno dato il loro consenso a partecipare a uno studio longitudinale sull’Anoressia e sulla Bulimia, iniziato nel 1987 e terminato nel 2013. La suddivisione delle diagnosi, riviste secondo i criteri del DSM-IV, sono state le seguenti: Anoressia sottotipo con restrizioni (N=51), Anoressia sottotipo con episodi di abbuffata e comportamenti di compenso (N=85), BN (N=110).

Per monitorare i sintomi e i comportamenti nel tempo è stata utilizzata la “Longitudinal Interval Follow-Up Evaluation” (LIFE-EAT II), un’intervista semistrutturata condotta da un valutatore esperto, somministrata a intervalli regolari (6-12 mesi) per oltre 12 anni. Al fine di chiarire meglio la relazione tra eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e comportamenti non di compenso, gli autori hanno distinto l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo da una misurazione composita di due tipi di preoccupazioni per il peso e la forma del corpo: la sensazione di essere grasso e la paura per il grasso corporeo.

 

I risultati dello studio

Le analisi statistiche hanno evidenziato che i soggetti con un’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo in una data settimana erano più propensi a impegnarsi in comportamenti di restrizione dietetica ed esercizio fisico compulsivo nella settimana successiva, indipendentemente dalle preoccupazioni per il peso e la forma del corpo, dalla restrizione dietetica e dall’esercizio fisico compulsivo della settimana precedente e dalla diagnosi iniziale. Altrettanto si è evidenziato per la relazione inversa ovvero tra la restrizione dietetica e l’esercizio fisico compulsivo in una data settimana e l’eccessiva valutazione per il peso e le forma del corpo nella settimana seguente, sempre in modo indipendente rispetto alle preoccupazioni per il peso e la forma del corpo e al tipo di diagnosi.

L’analisi statistica ha inoltre evidenziato una relazione reciproca tra preoccupazioni per il peso e la forma del corpo in una data settimana e la restrizione dietetica in quella successiva e non, invece, con l’esercizio fisico compulsivo. Tale relazione reciproca era indipendente dall’eccessiva valutazione, dalle preoccupazioni per il peso e la forma del corpo, dai comportamenti di restrizione alimentare ed esercizio fisico compulsivo della settimana precedente e anche dalla diagnosi iniziale.

 

I comportamenti di controllo del peso rinforzano i disturbi alimentari

Questo studio è importante perché conferma il modello teorico cognitivo comportamentale transdiagnostico postulato da Fairburn e colleghi dimostrando che i comportamenti di controllo del peso non di compenso rinforzano l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo. Questo studio è tanto più importante perchè è il primo in letteratura che abbia dimostrato questa relazione, sebbene in precedenza uno studio di Dalle Grave e colleghi abbia dimostrato che il maggior tempo trascorso in un comportamento di esercizio fisico compulsivo prima del trattamento fosse associato a punteggi più elevati in una misurazione composita dell’eccessiva valutazione e delle preoccupazioni per il peso e la forma del corpo.

Lo studio offre anche un contributo alla letteratura per quanto riguarda la relazione tra eccessiva valutazione e preoccupazioni per il peso e la forma del corpo, una distinzione che è spesso concettualmente equivoca. Infatti, la relazione reciproca tra preoccupazioni per il peso e la forma del corpo e restrizione dietetica, indipendente dalle altre dimensioni, dimostra un ruolo indipendente delle preoccupazioni per il peso e la forma del corpo nel mantenere la restrizione dietetica oltre e al di là dell’eccessiva valutazione per il peso e la forma del corpo. In realtà questo risultato conferma sia lo studio di Keys sugli effetti della malnutrizione, dove si è evidenziato che la restrizione dietetica in soggetti sani senza disturbo dell’alimentazione aumenta le preoccupazioni per il cibo e l’alimentazione, sia quello di Shafran e colleghi e successivamente di Dalle Grave e colleghi sull’interpretazione dei sintomi della malnutrizione in soggetti con disturbo dell’alimentazione, i quali hanno evidenziato come i sintomi della malnutrizione siano interpretati come la necessità di aumentare il controllo sull’alimentazione, sul peso e sulla forma del corpo.

I risultati dello studio di Tabri e colleghi hanno evidenti implicazioni cliniche perché confermano la necessità di affrontare i comportamenti di controllo del peso non di compenso per ridurre l’eccessiva valutazione e le preoccupazioni per il peso e la forma del corpo, come in effetti è previsto dalla CBT-E e dai risultati sulla sua efficacia.

Lo studio, oltre ai meriti descritti sopra, presenta alcuni limiti. Il primo è che i risultati sono stati ottenuti su un campione di donne con disturbo dell’alimentazione che hanno richiesto un trattamento e quindi non sono generalizzabili a donne con disturbo dell’alimentazione che non richiedono un trattamento. Un potenziale limite è che l’identificazione dei sintomi e dei comportamenti del disturbo dell’alimentazione è stata eseguita retrospettivamente e che non è stato studiato il ruolo dei comportamenti eliminativi di compenso (per esempio il vomito autoindotto e l’uso improprio di lassativi e diuretici). Per avere una completa conferma del modello cognitivo comportamentale transdiagnostico, la ricerca futura dovrebbe indagare anche la relazione che questi comportamenti hanno con l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo. Infine, gli autori hanno utilizzato per valutare ogni costrutto misure ad item singolo dalla LIFE-EAT II e per questo non sono stati in grado di usare variabili latenti per esaminare la validità di costrutto delle loro misurazioni.

In conclusione, i risultati dello studio suggeriscono che affrontare i comportamenti di controllo del peso non di compenso durante il trattamento può essere determinante per aiutare ad alleviare sia l’eccessiva valutazione sia le preoccupazioni per il peso e la forma del corpo.

Pavlov, oltre il condizionamento (1973) di William Horsley Gantt – I grandi esperimenti di psicologia Nr. 12

#10: Pavlov, oltre il condizionamento di William Horsley Gantt (1973). Vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi e respirare un’aria in cui, liberi (purtroppo) da vincoli etici, tutto era possibile in nome della scienza.

 

Quando ho conosciuto Pavlov, il 29 ottobre del 1922, e ho visto i suoi esperimenti sul riflesso condizionato, ho scritto nei miei appunti: “Il giorno più bello trascorso in Europa”. Avevo ottenuto un permesso dall’Ospedale dell’Università del Maryland, presso cui svolgevo il mio internato, per recarmi in Russia per 4 mesi; i miei progetti e la mia vita furono totalmente sconvolti da quel “giorno più bello”. Dopo il mio incontro con Pavlov, rimasi in Russia per 7 anni. Prima di tornare in America avevo imparato la lingua di Pavlov, avevo imparato a vivere come un russo. […] Fu Pavlov il primo a farmi comprendere come la psichiatria potesse essere studiata con metodi oggettivi.

Il dr. Horsley Gantt, nel suo lavoro del 1973, si riferisce agli esperimenti sui cani, in cui Pavlov analizzava risposte fisiologiche in corrispondenza a stimoli ambientali. Queste ricerche lo portarono a teorizzare uno dei principi fondamentali del comportamentismo, il condizionamento classico.

Secondo gli studi di Pavlov, infatti, quando uno stimolo neutro (ad esempio, il suono di una campanella) viene associato a uno stimolo significativo (la presentazione di cibo), il soggetto (nel suo caso un cane) tenderà ad associare i due stimoli. Pertanto, dopo aver appreso tale associazione, il soggetto a cui viene presentato lo stimolo neutro produrrà risposte fisiologiche in linea con lo stimolo significativo. Il cane di Pavlov comincia a salivare non alla presentazione del cibo, bensì al suono della campanella. Sono innumerevoli le applicazioni che tale studio ha dimostrato nel tempo e fin qui niente di nuovo; ma ci sono diversi aspetti della ricerca di Pavlov che non sono così noti.

Innanzitutto, prima di Pavlov i processi fisiologici venivano studiati quasi esclusivamente attraverso autopsie, perché non c’era la possibilità di verificare cosa accadeva ad esempio nell’apparato digerente senza provocare lesioni decisamente fatali. Pavlov creò e utilizzò la cosiddetta ‘fistola cronica’, un macchinario non molto comodo, ma che risparmiava agli animali testati un destino molto più crudele. La fistola cronica era una sorta di piccolo contenitore esterno, posto sul fianco del muso del cane, in cui veniva deviato un dotto salivare. In questo modo lo studioso poteva analizzare le risposte fisiologiche dei suoi animali in vivo, creando procedure sperimentali più complesse e raccogliendo dati innovativi.

Approfondendo gli studi sul condizionamento classico, Pavlov notò come in alcuni casi il comportamento degli animali arrivava a mostrare segni patologici. In particolare, questo avveniva quando i cani venivano sottoposti all’esperimento cerchio-ellisse. In questa procedura, Pavlov addestrava gli animali a riconoscere tra le due figure, premendo un tasto A se veniva presentato un cerchio o un tasto B di fronte a un’ellisse. A risposta giusta seguiva una ricompensa, mentre per ogni errore veniva inferta una scossa elettrica. Quando le ellissi presentate mostravano fuochi ravvicinati tra loro, la loro forma risultava molto simile a una circonferenza e questo creava confusione negli animali. I cani, terrorizzati e impauriti di fronte alla possibilità di sbagliare, mostravano comportamenti differenti, che Pavlov imputò a tratti temperamentali specifici.

Da queste osservazioni, il ricercatore dedusse che l’origine della psicopatologia umana potesse ritrovarsi nella difficoltà a rispondere adeguatamente a stati interni di incertezza e confusione. A seconda poi delle caratteristiche peculiari del sistema nervoso dei soggetti, la risposta a tali stati di incertezza poteva manifestarsi con modalità afferenti a un meccanismo eccitatorio piuttosto che inibitorio, ma il nucleo patologico era comunque da identificarsi in un eccessivo stress a cui il cervello veniva sottoposto.

Tale teoria aveva anche qualcosa in comune con l’ideologia del contemporaneo Kraepelin, che riconosceva differenti sottogruppi della schizofrenia. Per questo motivo Pavlov ipotizzò che la cura per la schizofrenia potesse essere una terapia fatta di quiete e riposo, che venne per un periodo applicata negli stati dell’URSS, ma con scarsi risultati.

Nel suo articolo sulla sua esperienza con Ivan Pavlov, Gantt dedica un ultimo paragrafo alla personalità dello scienziato, vincitore del premio Nobel per la Medicina nel 1904. Descrive un uomo appassionato sul lavoro, ma non meno attento alla realtà politica che lo circondava. Nel 1923 richiese ufficialmente a Lenin di poter trasferire i suoi laboratori all’estero, indignato dalla crudeltà e dalla distruzione portate dalla Rivoluzione. Scrisse a Stalin indignato per l’ammissione di alcuni professori di ideologia comunista all’interno dell’Accademia Russa delle Scienze. Ma non lasciò mai il suo paese, dove morì a 86 anni. E nel suo testamento, rivolgendosi ai giovani scienziati, scrisse: ‘…ma non fatevi mai accecare dalla vanità … la vanità vi spingerà a rifiutare preziosi consigli‘.

Pavlov, oltre il condizionamento (1973) di William Horsley Gantt - I grandi esperimenti di psicologia Nr. 12_IMMAGINE
Foto inserita nell’articolo originale. Pavlov (seduto al centro, con la barba bianca) e collaboratori, inverno 1922. Il secondo uomo seduto a partire da sinistra è il dr. Horsley Gantt.

 

L’oggettivazione sessuale nelle donne: che cos’è, i fattori di rischio e le conseguenze

L’oggettivazione sessuale è una forma di deumanizzazione, che riduce la persona ad un corpo teso a soddisfare i desideri sessuali, e quindi ad un oggetto da sfruttare e manipolare (Volpato, 2011). Gli atteggiamenti “oggettivanti” si orientano sulle funzionalità sessuali che vengono scisse dalle altri componenti identitarie ed esaminate isolatamente, come se rappresentassero l’intera persona.

Si tratta, in altre parole, di un fenomeno che spersonalizza l’essere umano e lo valuta in base ad una parte di sé, nella fattispecie il corpo, tralasciando gli aspetti della personalità, della dignità, dell’empatia e dell’unicità che rendono il soggetto unico e diverso dagli altri (Pacilli, 2012).

 

Il ruolo dei mass-media nell’oggettivazione sessuale

Per comprendere la complessità dei fattori di rischio, occorre riflettere, in primo luogo, sull’effetto suscitato dalle immagini e dai video divulgati attraverso la TV, Internet e i giornali che propongono modelli estetici irrealistici e irraggiungibili per la gran parte della popolazione, non tanto perché evidenziano una bellezza rara e “acqua e sapone”, in cui lo sforzo e l’attenzione verso il corpo sono minimi, ma perché, al contrario, esaltano una bellezza curata, attenta a ridurre le disarmonie, e quindi artificiale, e per essere tale deve sottoporsi ad un ventaglio di tecniche finalizzate ad annullare o attenuare i difetti; dalla chirurgia estetica, al ritocco fotografico e ai pesanti make-up come il contouring, ognuna ha il compito di trasformare il corpo (Pacilli, 2012).

Se a questo si aggiungono le pose ammiccanti e sessualizzanti l’effetto oggettivante è amplificato e nell’osservatore si innesca un inevitabile “confronto dall’alto”. Detto altrimenti, sulla base della teoria del confronto sociale di Festinger (1954), le donne che osservano un modello estetico promosso dai mass-media si percepiscono in “difetto” e iniziano a maturare un’insoddisfazione corporea (De Piccoli & Rollero, 2013). Questo avviene perché si innesca una percezione del canone estetico come normativo e reale, e quindi si confonde molto spesso la bellezza mass-mediatica, ricercata e trasformata, con la bellezza realistica, naturale e spontanea.

La discrepanza tra il proprio aspetto e quello esterno produce una sensazione di deviazione dalla “normalità” che viene vissuta sempre più dolorosamente al crescere del divario e degli standard che mirano a simulare una perfezione inesistente (Dakanalis et al., 2012). Più il canone è alto, irraggiungibile, modificato, e anche “normalizzato”, più la discrepanza sarà avvertita come insormontabile e l’insoddisfazione crescerà con pericolose conseguenze sull’autostima, sulla sicurezza e sulla predisposizione alle psicopatologie che coinvolgono il corpo: disturbi dell’immagine corporea, disturbi alimentari nella maggioranza dei casi.

 

Oggettivazione sessuale e auto-oggettivazione

La teoria dell’ oggettivazione sessuale è stata sviluppata da Frederickson e Roberts (1998) che considerano l’importantissimo passaggio tra oggettivazione e auto-oggettivazione. Mentre l’ oggettivazione è un’osservazione proveniente dall’esterno, che può essere relativa al singolo o alla collettività, l’ auto-oggettivazione è la progressiva interiorizzazione di quella osservazione: lo sguardo da esterno diventa interno, e questo comporta un’assidua sorveglianza sul corpo.

La costante focalizzazione sull’aspetto fisico può contribuire a scatenare, così, l’insorgenza degli stati ansioso-depressivi, disturbi della sfera corporea e alimentare, l’aumento delle emozioni negative, e la riduzione della consapevolezza degli stati interni. L’ auto-oggettivazione può essere una tendenza di “stato” o di “tratto”; nel primo caso si tratta di un atteggiamento dipendente dalle variabili ambientali, come l’esposizione a modelli oggettivati o a commenti negativi sul proprio aspetto fisico nel “qui ed ora”, nel secondo, al contrario, di una caratteristica stabile e indipendente dal contesto che correla con l’insoddisfazione verso il corpo, i disturbi dell’immagine corporea e dell’alimentazione, le disfunzioni sessuali e le psicopatologie depressive (Dakanalis et al., 2012).

 

Oggettivazione sessuale: fattori di rischio

I canali di comunicazione mass-mediatica sono indubbiamente potenti e spesso sottovalutati, ma non restano gli unici nella lista dei fattori di rischio.
Secondo una ricerca italiana (Pacilli, 2012) il tempo trascorso davanti alla TV rafforzerebbe la tendenza ad auto-osservarsi e auto-oggettivarsi in modo stabile e prendere in seria considerazione l’ipotesi di ricorrere alla chirurgia estetica per ridurre il divario tra il proprio corpo e quello promosso dai modelli televisivi. Oltre alla televisione, anche Internet amplifica la tendenza ad auto-oggettivarsi perché l’esposizione alle immagini di corpi modificati delle modelle o celebrità varie è inevitabile. Proprio per questa “inevitabilità” ogni donna, per quanto possa vagamente assomigliare al modello proposto, si sottopone al confronto, e alcune di loro, nonostante siano già magre tendono a percepirsi in sovrappeso sperimentando sentimenti di vergogna e inadeguatezza (Dakanalis et al., 2012).

L’età più a rischio è l’adolescenza quando il corpo comincia a cambiare e vi è una maggior sensibilità al giudizio esterno e al confronto con i coetanei. Tuttavia, il fenomeno è inversamente proporzionale all’età, e quindi decresce man mano che gli anni avanzano.
Dal punto di vista culturale, in Italia il fenomeno dell’ oggettivazione sessuale risulta più accentuato nel sistema mass-mediatico e colpisce le donne quantitativamente e qualitativamente in misura maggiore rispetto agli uomini. La controparte maschile non è esclusa dal fenomeno, ma le donne restano il principale bersaglio del fenomeno.
Una buona parte giocano gli ambienti sportivi e artistico-lavorativi, come la danza, la moda e in generale lo star system, che esercitano particolari pressioni sul raggiungimento della forma fisica perfetta per essere sempre “sulla cresta dell’onda” o per migliorare le prestazioni.

Nel panorama dei fattori di rischio non bisogna dimenticare il ruolo delle strategie educative e la qualità dei legami primari di attaccamento che in certi casi accentua l’attenzione al corpo e all’estetica, a discapito di altre competenze e risorse. Lo sguardo oggettivante può nascere quindi dalla stessa famiglia d’origine e agevolare un’interiorizzazione precoce che stimola a curare il corpo già in tenerà età. Alcuni studi hanno rilevato come le domande relative alle opinioni esterne sul proprio corpo (“Come appaio agli altri?”) possano insorgere già a partire dai 6 anni di vita scatenando la prima scintilla di malessere psicologico (Pacilli, 2012).

Per quanto riguarda la personalità, i temi prevalenti concernono in primis la ricerca di approvazione e di perfezione e la spiccata sensibilità alle opinioni che suggerirebbero una probabile organizzazione di significato personale di tipo dappico (Guidano, 1992). Le donne oggettivate avvertono un forte bisogno di definirsi attraverso l’esterno, e in particolare il parere degli altri, temuto e al tempo stesso ricercato che nasconde una forte insicurezza interiore (Pacilli, 2012). Nei pazienti con tale organizzazione non è infrequente riscontrare emozioni e considerazioni negative verso il proprio corpo che possono sfociare, talvolta, in disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia, che esprimono spesso la strenua necessità di essere ammirate e accettate anche a costi alti per il benessere (Bara, 2005).

 

Le conseguenze dell’oggettivazione sessuale: immagine sociale, rivalità e invidia femminile, ridotta empatia

L’ossessione per la forma estetica comporta notevoli costi sul piano del benessere relazionale, sulla rappresentazione sociale e sulla qualità degli interessi. Oltre alla predisposizione alle varie forme di psicopatologia e al malessere psicologico, le donne oggettivate vengono ritenute meno competenti e intelligenti, sperimentano più competitività nei confronti del genere femminile, trovano meno interessi costruttivi da coltivare, infine, vengono considerate meno “umane” (Dakanalis et al., 2012; De Piccoli & Rollero, 2013; Pacilli, 2012).

L’assidua dedizione all’aspetto estetico induce, così, a ridurre l’esplorazione degli interessi e dei doveri e a focalizzare l’attenzione sul corpo, proprio ed altrui. Da qui si deduce non solo la diminuzione della quantità, del rendimento e dell’interesse nelle passioni e nei compiti lavorativi/scolastici, ma anche un sovrainvestimento sull’esasperato confronto con le altre donne per paragonarsi e risultare “vincenti”. Atteggiamenti competitivi, critiche, invidie e rivalità si sostituiscono all’accettazione delle differenze e alla focalizzazione su altre risorse interne ed esterne, trascurate e tralasciate. In sostanza, la sorveglianza maniacale sul corpo porta a sperimentare in misura maggiore elevati livelli di ostilità, sentimenti di inferiorità e di invidia, rispetto alle donne non oggettivate che avvertirebbero tali emozioni con un’intensità, estensione e frequenza minore (De Piccoli & Rollero, 2013).

A tal proposito, non è difficile immaginare quanto sia difficile per una donna che si auto-oggettiva in maniera pervasiva coltivare rapporti intimi e soddisfacenti con le amiche e il partner e percepirsi come una persona nella sua interezza e non come un corpo. L’esplorazione delle passioni costruttive è così inibita dalla dedizione e dall’impegno verso l’interesse estetico che alimenta il vuoto e l’insoddisfazione, mentre agli occhi dell’esterno la morbosa ossessione per la bellezza risulta una dimostrazione evidente della superficialità, dell’incompetenza e della stupidità che potrebbe trasformarsi in una pericolosa profezia auto-avverante (Merton, 1948).

Sul piano collettivo, più la società promuove l’ oggettivazione sessuale, più gli stereotipi e la discriminazione in base ai ruoli e alle competenze di genere si rafforzano e si radicano nella cultura, rendendo sempre più ardua la parità tra i sessi (Pacilli, 2012).
Oltre a questo dato, occorre riflettere sull’effetto deumanizzante che si nasconde nell’ oggettivazione sessuale e toglie le qualità di calore e dignità umana non solo alle donne che si auto-oggettivano, ma anche alle donne che vengono oggettivate (Pacilli, 2012; Volpato, 2011).

 

Conclusioni

L’ oggettivazione sessuale femminile è un fenomeno complesso che richiama diversi fattori di rischio a livello individuale, relazionale e sociale.
È necessario, pertanto, esaminare non solo l’insieme di elementi che ne predispongono l’insorgenza e l’esacerbazione, ma anche i fattori protettivi che entrano in gioco, come la buona qualità delle figure di attaccamento, la coltivazione degli interessi costruttivi, l’impegno scolastico e lavorativo, senza tralasciare l’importanza della comunicazione mass-mediatica.

Alcuni preziosi contributi, come il documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne (2010) sulla mercificazione del corpo nella televisione italiana, e la ricerca di Esther Honig e le battaglie di alcune star come Keira Knightley contro l’abuso del foto-ritocco dimostrano una crescente attenzione al fenomeno e alle sue conseguenze, non solo in Italia, ma anche in tutto il mondo e l’abbandono delle passerelle di moda da parte di alcune modelle, come Cara Delevingne e Lily Cole per dedicarsi alle passioni più costruttive, come il cinema, il canto e lo studio universitario.

Tuttavia la strada è ancora ardua e complessa e lo dimostra, dall’altra parte, la perseveranza di immagini oggettivate, di strategie sempre più raffinate e alla portata di tutti per modificare drasticamente l’aspetto. Tra queste il contouring facciale, una chirurgia “istantanea e temporanea”, eseguita a colpi di fondotinta, correttori e altri make up, che trasforma il viso delle donne incrementando l’insicurezza interna (Robertson et al. 2008).
In particolar modo nell’età più a rischio, in adolescenza e nella prima età adulta, è necessario prestare una maggiore attenzione alla sensibilità ai cambiamenti corporei e promuovere un progressivo percorso di accettazione della propria bellezza, nonché l’importanza del valore di sé a prescindere dall’aspetto fisico, senza omettere l’esplorazione di altre passioni tese a stimolare l’intelligenza, la creatività, la cooperazione e l’impegno.

Lo Zarathustra di Nietzsche. Seminario 1934-39 di C. G. Jung – Recensione

Le lezioni di Jung sul capolavoro di Nietzsche: un documento fondamentale per la conoscenza della psicologia analitica, ma anche il più ampio commento mai proposto al Così parlò Zarathustra.

 

L’influenza di Nietzsche sulla psicologia del profondo fu certamente di incalcolabile importanza, anche se non sempre i primi protagonisti lo hanno totalmente ammesso. Alfred Adler considerava la volontà di potenza come la più importante motivazione della condotta umana e fu certo esplicito nell’indicare Nietzsche come fonte di ispirazione (Ellenberger, 1970).

Più complessa fu la posizione di Sigmund Freud. Il patriarca viennese accolse come allieva la musa di Nietzsche, Lou Andreas-Salome, e decise persino di evocare il titolo nietzschiano Al di là del bene e del male nel proprio Al di là del principio del piacere. Ciò nonostante, Freud sostenne di essersi negato il piacere di leggere Nietzsche, prima di aver pubblicato le proprie principali opere, pur di non venirne influenzato (Freud, 1924, p. 125). Questo asserto, a lungo ritenuto attendibile dai biografi di Freud, è stato recentemente almeno in parte smentito dalla pubblicazione delle giovanili lettere all’amico Silberstein (Freud, 1871-81, p. 86).

Per quanto riguarda Jung, invece, si può senz’altro affermare che l’influenza nietzschiana fu profonda, esplicita e costante lungo l’arco di tutta la sua vita. Quando Jung si iscrisse all’Università di Basilea, l’unica che avesse visto Nietzsche in veste di docente, questa era ancora ‘vibrante del suo impeto‘ (Jung, 1906-61, vol. 3, p. 322). La lettura del Così parlò Zarathustra, dunque, compiuta verso i ventritré anni (Jung, 1961, pp. 138-41) dovette essere affrontata fin dalle prime pagine con un interesse fortemente acuito dall’influenza dell’ambiente. Un tale interesse è testimoniato già dalle giovanili Conferenze di Zofingia (Jung, 1896-99), e dalla tesi sui ‘cosiddetti fenomeni occulti’ (Jung, 1902). Citazioni, allusioni, riferimenti allo Zarathustra costellano le Opere di Jung, il quale riconobbe in Nietzsche l’unico autore in grado di offrirgli delle risposte nei momenti più incerti della propria giovinezza (Wehr, 1969, p. 54-5).

Ricordi, sogni, riflessioni reca un’ulteriore testimonianza del rapporto spirituale con Nietzsche: allorché Jung parla dei suoi primi anni, ed accenna a un contrasto tra una personalità ‘numero uno’ e una personalità ‘numero due’, chiama quest’ultima Zarathustra. Jung peraltro ritiene che, attraverso il personaggio di Zarathustra, Nietzsche dia voce alla propria personalità numero due (Jung, 1961, pp. 139-40; Jung, 1934-39; cfr. Ellenberger, 1970, pp. 199, 326, 776, 837).

Il quadro viene ulteriormente arricchito da elementi offerti dall’epistolario Freud-Jung.  Due lettere junghiane sembrano in particolare significative. La prima viene scritta in risposta a una precedente lettera di Freud, in cui questi auspicava la collaborazione di mitologi, linguisti e storici della religione con gli psicoanalisti: ‘altrimenti‘ concludeva ‘dovremo fare ancora una volta tutto da soli‘ (McGuire, 1974, p. 297). Jung interpretò l’auspicio di Freud come una non troppo velata convinzione che da parte dello stesso Jung un contributo importante in ambito di storia della cultura non sarebbe mai giunto. Rispose dunque piuttosto piccato, sottolineando come i propri interessi al riguardo fossero tutt’altro che superficiali e citando Nietzsche e Erwin Rohde (personaggio a Niezsche vicino) come prove dei propri approfondimenti (McGuire, 1974, p. 300).

La seconda lettera è ancora più significativa perché è quella che segna la cosiddetta Declaration of Independence di Jung da Freud (McGuire, 1974, p. 539), marcata da un’ampia e significativa citazione da Nietzsche, e proprio dal Così parlò Zarathustra:

Si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari. E perché non volete sfrondare la mia corona? Voi mi venerate, ma che avverrà se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una statua non vi schiacci! Voi non avevate ancora cercato voi stessi: ed ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti […] E ora vi ordino di perdermi e di trovarvi; e solo quando mi avrete rinnegato io tornerò tra voi (Nietzsche, 1882-84, p. 93, citato in McGuire, 1974, p. 529).

Non si può neanche dimenticare che Trasformazioni e simboli della libido (Jung, 1912), l’opera che contiene le prime idee junghiane ufficialmente ‘eretiche’ rispetto alla psicoanalisi freudiana, sia l’opera di Jung che contiene il maggior numero di riferimenti a Nietzsche: venti richiami, tra i quali sei menzioni del Così parlò Zarathustra e altre quattro al personaggio Zarathustra.

In questo quadro generale non può del tutto stupire che, nell’ambito dei Seminari dedicati ai propri allievi analisti, Jung abbia dedicato alla lettura e al commento dello Zarathustra gli anni dal 1934 al 1939. Jung sospese il proprio impegno a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, allorché per gli allievi non svizzeri sarebbe stato troppo difficile raggiungere Zurigo. Era giunto, di fatto, all’incirca a metà del testo nietzschiano. Ciò nonostante, il seminario su Lo ‘Zarathustra’ di Nietzsche costituisce nell’insieme la più lunga opera di Jung e il più vasto commento esistente a una singola opera di Nietzsche (se non a una singola opera filosofica). Come per gli altri Seminari la trascrizione del testo è circolata a lungo solo in forma privata ed è stata pubblicata ufficialmente molto tempo dopo la scomparsa di Jung (si veda la recensione de I sogni dei bambini).

Il seminario costituisce un documento eccezionale per comprendere il pensiero junghiano, a partire, naturalmente, dalla possibilità di valutare quanto profonda sia stata l’influenza di Nietzsche sul suo pensiero. Lasciamo la parola, al riguardo, allo stesso Jung:

La maggior parte delle persone che leggono lo Zarathustra non si preoccupa mai di concentrarsi sui particolari per chiarire che cosa realmente vien detto, e così spalanca le porte del proprio inconscio a qualcosa di rivoluzionario senza neanche farci caso. Di conseguenza tutte le persone rispettabili finiscono necessariamente per sviluppare una reazione naturale contro questo libro, e se chiedi loro il motivo di questa avversione, rispondono invariabilmente con citazioni che si rivelano colme di errori […] Lo Zarathustra è difficile da ricordare, perché si associa immediatamente con l’inconscio. Capita anche a me, a volte ricordo che lo Zarathustra di Nietzsche ha detto qualcosa – ma di che si tratta? Dopodiché scopro di averlo citato in maniera sbagliata. È associato al mio inconscio perché viene da quei luoghi oscuri (Jung, 1934-39, vol. 1, p. 296)

Sembra abbastanza evidente che quel ‘la maggior parte della gente’ sia frutto di proiezione o intellettualizzazione, come indica anche la parziale ammissione successiva. Jung sta dicendo che lui stesso, nel leggere Così parlò Zarathustra, assorbe contenuti dei quali fatica a ricordare l’origine.

A dimostrazione di ciò si può notare che, in più di un luogo del seminario, Jung affermi che la dottrina dell’eterno ritorno non compaia in quest’opera nietzschiana, che la menziona invece più volte. Jung, anzi, attribuisce esplicitamente l’eterno ritorno all’opera postuma (in realtà pseudo-nietzschiana) La volontà di potenza (Jung, 1934-39, vol. 3, p. 1110). Ciò non significa certo che Jung non abbia letto con attenzione lo Zarathustra, visto che si permette anche delle disquisizioni filologiche sulla traduzione inglese, ma testimonia al contrario proprio della presenza di materiale oscuro associato con un luogo oscuro dell’inconscio di Jung.

A ulteriore prova che Jung continuò a riprendere in mano l’opera nietzschiana durante tutta la sua vita, si può notare invece che Mysterium coniunctionis ricordi al contrario, in una nota, l’importanza del concetto di eterno ritorno nel Così parlò Zarathustra (Jung, 1955-56, vol. 2, p. 351).

Una menzione particolare meritano l’accurata traduzione italiana e la curatela di Alessandro Croce, che compensa le omissioni del curatore inglese, dovute presumibilmente a una scarsa frequentazione, da parte di quest’ultimo, delle opere di Nietzsche.

Concludendo, la lettura di Lo ‘Zarathustra’ di Nietzsche può essere considerata fondamentale sia per i cultori del filosofo tedesco, sia per i lettori di Jung.

Un modello cognitivo dei disturbi alimentari focalizzato sul controllo

Il nostro modello di trattamento dei disturbi alimentari focalizzato sul controllo non è una terapia nuova. Si tratta di una variante del trattamento cognitivo standard per i disturbi alimentari secondo la quale l’accertamento e il trattamento delle credenze sul controllo aumenterebbe la comprensione della psicopatologia dei disturbi alimentari e l’efficacia della terapia cognitiva.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Un modello cognitivo dei disturbi alimentari focalizzato sul controllo (Nr. 16)

 

Il modello originario della terapia cognitiva dei disturbi alimentari considera la bassa autostima e il perfezionismo patologico  come le principali distorsioni cognitive sottostanti il disturbo alimentare e gli obiettivi più importanti del trattamento psicologico (Fairburn et al. , 2003).  Lo scopo del lavoro cognitivo-comportamentale che critica e mette in discussione il perfezionismo patologico e la bassa autostima consiste nel diminuire sia il timore pervasivo dell’insuccesso da parte della persona, sia il focus sulla performance, e nel ridurre l’auto-criticismo che deriva dalla percezione negativa della sua prestazione.

Il nostro trattamento sostiene che anche le credenze disfunzionali e i processi sui temi del controllo siano tra le distorsioni cognitive rilevanti nei disturbi alimentari e, pertanto, devono essere aggiunte al perfezionismo patologico e alla bassa autostima come obiettivi della terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi alimentari.

Il concetto clinico della percezione ansiosa di mancanza di  controllo è applicabile ai disturbi alimentari. Infatti, la necessità dei soggetti con disturbi alimentari di percepire il controllo sulla propria vita è spostato sul controllo del cibo, del peso, e sulla forma del corpo, pena una pervasiva percezione di controllo insufficiente.  I soggetti con anoressia nervosa cercano spesso il controllo (Bruch 1973; Button, 1985) e la sensazione di controllo è sovente ottenuta con continui monitoraggi dell’alimentazione, del  peso e delle forme corporee. (Fairburn, Harrison, 2003; Slade, 1982).  La ricerca, inoltre, suggerisce che soggetti con disturbi alimentari ritengono sia possibile e obbligatorio esercitare un controllo assoluto sia su se stessi sia sulla realtà esterna (Sassaroli e coll.). Non si tratta della percezione ansiosa della mancanza di  controllo ma potrebbe rappresentare un desiderio attivo e ossessivo di aumentare il controllo (Moulding, Kyrios, 2006; Sassaro- li, Ruggiero, 2010).

 

Trattamento sul controllo nei disturbi alimentari: i cinque passi fondamentali

Per quanto riguarda il trattamento sul bisogno di controllo, il  terapeuta dovrebbe sviluppare una strategia che metta in discussione sia la credenza secondo cui il grado di controllo esercitato dal paziente è insufficiente (valutazione di controllo come insufficiente), sia la credenza in base alla quale solo il controllo assoluto è accettabile (desiderio e compulsione al controllo).  Questi i passi previsti dal trattamento sul controllo nei disturbi alimentari:

  • Passo 1: Valutazione della credenza sul controllo.

Noi assumiamo che in individui con disturbi alimentari, l’alimentazione disregolata e i comportamenti eliminatori rappresentino dei tentativi per ottenere un senso di controllo. Per questo motivo il terapeuta esplora il senso di controllo personale del paziente, la sua percezione di controllo sufficiente/ insufficiente, il desiderio di aumentare il controllo e la compulsione per un controllo assoluto. Il trattamento cognitivo della credenza sul controllo inizia con la valutazione di questa credenza. Il terapeuta chiede alla paziente di spiegare i comportamenti alimentari disfunzionali e  le emozioni associate in termini di pensiero. Il terapeuta incoraggia un atteggiamento critico nel paziente e chiarifica che ogni dato comportamento e/o emozione è preceduto da/o  corrisponde a un pensiero, che è una valutazione della situazione in termini di credenze e scopi. In questo modo il paziente può considerare e concepire i suoi comportamenti e le sue emozioni come azioni consapevoli e non più come impulsi incontrollabili. Noi crediamo che nei disturbi dell’alimentazione i comportamenti alimentari disfunzionali rappresentino un tentativo per raggiungere una sensazione di controllo  sugli eventi esterni, sugli altri, sul mondo e su di sé. All’inizio dell’intervista il terapeuta chiederà quali timori del paziente si potrebbero verificare nel caso in cui abbandonasse le sue  abitudini alimentari disfunzionali.

  • Passo 2: Valutazione della relazione tra il controllo dell’alimentazione, del peso e del cibo e la percezione del controllo generale sulla propria vita.

Il terapeuta valuta se questo senso di controllo coinvolge non solo l’alimentazione e il corpo, ma anche l’intero corso della vita della persona e se è presente un’assunzione consapevole  che associa l’alimentazione, il peso e/o le forme corporee con un senso di controllo sugli eventi esterni, sugli altri, sul mondo e su di sé.

  • Passo 3: Ristrutturare la credenza di un controllo insufficiente.

Fondamentalmente, la credenza del controllo è una credenza  ansiosa. Il paziente teme che il grado di controllo su di sé, sulle sue emozioni e sul mondo sia insufficiente. Il motivo per cui si valuta e si discute questa assunzione riguarda fondamentalmente la paura di perdere la percezione del controllo su di sé  e sulla realtà (Lehay, Holland, 2000). Così, noi dobbiamo ristrutturare tale paura mettendo in discussione:

  • Quanto è possibile tale perdita di controllo: quali prove e/o indizi il paziente porta per supportare la paura di perdita di controllo?
  • Se possibile, quanto è probabile?
  • Se probabile, tale perdita quanto potrebbe essere grave e insopportabile?
  • In che modo il paziente potrebbe rimediare a questa perdita di controllo?
  • In che modo il paziente potrebbe tollerare questa perdita  di controllo?

È importante discutere il rapporto tra il timore di perdere il controllo su di sé e sulla realtà e la paura di perdere il controllo sull’alimentazione, sul grasso e sul peso. Inoltre, il terapeuta prova a rendere il paziente consapevole di passati episodi di riduzione del controllo. L’obiettivo dell’intervento consiste nella decatastrofizzazione della perdita di controllo e di come è possibile sopportare un ridotto livello di controllo.

Il terapeuta guida il paziente a riconoscere che è possibile tollerare una parziale diminuzione del controllo, che tutti noi possediamo una serie di esperienze passate nella quale non avevamo il controllo assoluto ecc.  Alla fine il terapeuta incoraggia il paziente ad accettare una riduzione del controllo, a pensare che il timore di un controllo insufficiente può essere gestito. Il terapeuta, inoltre, incoraggia il paziente a mettere in discussione la credenza secondo cui il controllo sulla sua vita è insufficiente e a riconoscere che un livello parziale di controllo consente frequentemente un ragionevole grado di protezione personale e di sicurezza emotiva. 

Il terapeuta discute poi l’associazione tra la sensazione di controllo generale sulla propria  vita e il controllo del grasso e del peso.  Da ultimo, incoraggia il paziente ad aumentare la sua percezione di controllo visualizzando precedenti episodi di controllo e di successo. 

  • Passo 4:  Ristrutturazione del desiderio e della compulsione al controllo assoluto.

Il terapeuta incoraggia il paziente a mettere in discussione la sua rigida e dicotomica concezione di controllo. Secondo  le distorsioni cognitive del paziente, l’unica vera e accettabile forma di controllo è il controllo assoluto. Questo controllo estremo comprenderebbe non solo l’alimentazione e il peso ma anche se stesso e il mondo esterno. Il terapeuta elenca le aree al di fuori dell’alimentazione alle quali il paziente applica la sua compulsione al controllo e propone un progetto per diminuire i comportamenti di controllo in ciascuna area. Il terapeuta analizza e discute i sentimenti e le difficoltà incontrate dal paziente nello svolgimento del programma. Gli scopi finali sono una piccola riduzione del controllo esercitato e la capacità di giudicare sufficiente anche in un parziale livello di controllo. In sintesi, il terapeuta guida il paziente a pensare che è in grado di ottenere e tollerare un minore grado di controllo. Un altro passo terapeutico consiste nell’incoraggiare il paziente a pensare che è in grado di rinunciare al controllo assoluto  di almeno una cosa piccola. 

Un importante concetto riguarda il fatto che l’opposto del controllo assoluto non è la perdita di controllo tout court, bensì l’attiva rinuncia al controllo.  Il terapeuta guida il paziente a riconoscere che è possibile attuare e affrontare una parziale rinuncia al controllo, che ciascuno di noi ha avuto molte esperienze passate nelle quali non aveva un controllo totale, e così via.

Un altro importante intervento consiste nell’esplorazione e  valutazione dell’emozione legata al desiderio e alla rinuncia  di controllo assoluto.  È importante che il paziente capisca che cosa prova effettivamente in relazione alle sue idee di controllo assoluto.

La parte finale del trattamento riguarda l’attiva esposizione comportamentale a una situazione con controllo non assoluto. Durante la sessione, il terapeuta e il paziente decidono insieme un piano di attiva rinuncia al controllo.

In conclusione, le fasi del trattamento del desiderio di controllo assoluto sono:

  1. definizione di controllo assoluto;
  2. l’emozione sperimentata in situazioni di rinuncia di controllo;
  3. relazione tra controllo e autostima, successo e tolleranza;
  4. l’apprendimento di metodi che riducano attivamente il  controllo;
  5. l’apprendimento di metodi di cui si apprezzano i risultati anche se il controllo non è assoluto.
  • Passo 5:  Intervento comportamentale.

Il terapeuta guida il paziente a mettere in atto comportamenti  di non controllo, in riferimento non solo all’alimentazione e al cibo, ma anche ad altre aree della sua vita che presentano un  crescente coinvolgimento emotivo.

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

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