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Lo stadio operatorio formale secondo la teoria di Piaget – Introduzione alla psicologia

Lo stadio operatorio formale inizia dagli undici-dodici anni e si conclude verso i 15 anni. In questo periodo si verificano una quantità di trasformazioni a livello cognitivo che portano a uno sviluppo esponenziale del pensiero, poiché il preadolescente è ormai in grado di implementare processi mentali che variano dal particolare – concreto al generale- astratto.

 

Stadio Operatorio formale: introduzione

Siamo giunti all’ ultima puntata con la teoria di Piaget sullo sviluppo cognitivo nel bambino. Durante questa ultima fase il protagonista non sarà più il bambino, ma il preadolescente.
Infatti, lo stadio operatorio formale inizia dagli undici-dodici anni e si conclude verso i 15 anni. In questo periodo si verificano una quantità di trasformazioni a livello cognitivo che portano a uno sviluppo esponenziale del pensiero, poiché il preadolescente è ormai in grado di implementare processi mentali che variano dal particolare – concreto al generale – astratto.

 

Stadio Operatorio formale: in cosa consiste

Questa fase delle operazioni intellettuali formali, ovvero operazioni mentali eseguite su contenuti astratti o formali, riguarda concetti non immediatamente percepibili. Il preadolescente è in grado di staccarsi mentalmente dal concreto per iniziare a estendere i contenuti inviluppandoli in una realtà più ampia. Quindi, si parte dal reale per arrivare a produrre ragionamento ipotetico o astratto.

Il pensiero in questo stadio è molto immaginativo, in gergo si definisce di logica – proposizionale, ovvero si fantastica su cose tendenzialmente probabili. Tutto questo è possibile grazie allo sviluppo di capacità mentali totalmente reversibili, che portano, alla fine della fiera, alla formazione di concetti generali, credenze o verità, indubbiamente soggettive.

Queste nozioni generali sono desunte da una serie di strutture logiche di base possedute precedentemente e che, solo in questo momento, è possibile astrarre utilizzando una serie di principi:
1. Proporzionalità, rispettare le reali proporzioni e relazione tra le variabili;
2. operazioni combinatorie, capacità di ricavare tutte le combinazioni possibili tra diverse variabili;
3. relatività dei movimenti e delle velocità, percepire le diverse sfumature dovute alla distanza e al movimento;
4. nozione di probabilità, si tratta di ragionare in base al calcolo combinatorio;
5. nozione di correlazione, stabilire la reale relazione di causa ed effetto tra le variabili in base a elementi comuni;
6. compensazione moltiplicativa, l’aumento del peso può essere compensato da una diminuzione dell’altezza;
7. Forma di conservazione che oltrepassa l’esperienza, conservazione non verificabile in quanto non sperimentabile come nel caso del principio di inerzia.

Le operazioni descritte sono puramente intellettive poiché il preadolescente giunge alle conclusioni tramite un processo di esclusione mentale di alcune variabili concrete.
Il pensiero formale è caratterizzato, inoltre, dalla capacità di separare, che consiste nel considerare in modo disgiunto e staccato diverse variabili di un sistema. Quindi, il preadolescente è in grado di comprendere che alcuni fenomeni sono costituiti da parti e di conseguenza scomponibili.

 

Stadio Operatorio formale: evoluzione del pensiero

Durante il periodo delle operazioni formali si assiste a una evoluzione del pensiero rispetto allo stadio precedente poiché non più solo concreto e tangibile, ma squisitamente astratto e fantasticato.
Le capacità intellettive sono molto più flessibili e manipolabili e possono generare sintesi o ipotesi nuove e diverse.
Il bambino molto piccolo è solamente uno spettatore ed è capace di pensare solo concretamente, mentre ora, da quasi adolescente, astrae concetti rendendoli generali. L’adolescente, infatti, potrebbe allontanarsi tanto dalla realtà al punto da non trovare, in casi estremi, riscontro e avere dei conflitti.

Il processo di pensiero a cui ci riferiamo è definito ipotetico-deduttivo e si sviluppa gradualmente, svincolandosi dalla realtà per cedere il posto all’immaginazione. In questo modo, si generano rappresentazioni mentali degli oggetti attraverso la creazione di schemi intellettivi, copie della realtà che, attraverso l’utilizzo dell’inclusione in classi, tipiche del pensiero concreto, determinano e generano il ragionamento per ipotesi. Così facendo ci si allontana dalla realtà attraverso la fantasia ed è possibile creare nuove teorie per merito della riflessione spontanea che, chiaramente, prende spunto e parte da qualcosa di tangibile.

 

Stadio Operatorio formale: egocentrismo

Il preadolescente, esattamente come accadeva per il bambino piccolo, è ancora totalmente centrato su se stesso. Siamo ancora alle prese con l’egocentrismo che in questa fase diventa metafisico e non più intellettuale, malgrado conservi delle caratteristiche simili a quelle del bambino. Solo in un secondo momento, grazie al raggiungimento dell’equilibrio che consiste nel riaccomodarsi alla realtà circostante attraverso la creazione di schemi d’azione, egli potrà riflettere e comprendere il pensiero altrui con l’interpretazione dell’esperienza. A questa epoca siamo molto lontani dal pensiero concreto perché al mondo reale sono affiancate [blockquote style=”1″]le costruzioni indefinite della deduzione razionale e della vita interiore[/blockquote] (Miller, 1992).

Altra caratteristica del pensiero formale è il riflettere sul proprio pensiero e su quello degli altri, si acquisiscono delle capacità metacognitive, che consentono di ragionare su questioni sociali, immaginando le diverse prospettive e implicazioni future, o sulle conseguenze dei propri pensieri.

 

Stadio Operatorio formale: la personalità

Durante questa fase di sviluppo del pensiero formale si pongono le basi per la definizione della propria personalità.
La costruzione della personalità ha inizio verso gli otto anni, si struttura intorno ai 12 anni e, inevitabilmente, è influenzata dalla cultura, dalle regole e dal senso di moralità.
La personalità è il risultato finale che si ottiene nel momento in cui tutte le fasi di pensiero sono state raggiunte, sviluppate e si è definito un minimo di progetto evolutivo sulla propria persona.

Per questo, l’adolescente in questo periodo fantastica progetti e sogna il futuro, facendo i conti con il reale, la società, in cui non si riconosce, perché gli impedisce, con le sue regole, di far sbocciare il suo essere.
L’amore, l’essere al centro del suo mondo costituiscono le basi per entrare a far parte di diritto nel mondo circostante, apportando un contribuito specifico rispetto alle proprie potenzialità e caratteristiche personologiche.
In questo periodo il pensiero è caratterizzato da idee astratte e consente all’adolescente di raggiungere un certo equilibrio fra assimilazione e accomodamento.

Per verificare l’effettiva evoluzione del pensiero, Piaget utilizza l’esperimento del pendolo: al preadolescente è presentato un pendolo con una cordicella a cui è appeso un piccolo oggetto. Il compito è scoprire quali elementi, lunghezza della corda, peso del solido, ampiezza di oscillazione, slancio impresso al peso, riesce a variare a suo piacere per determinare la frequenza delle oscillazioni. Lavorando in maniera logica e ordinata sulle diverse componenti, l’adolescente arriverà ben presto a capire che la frequenza del pendolo dipende dalla lunghezza della sua cordicella. Insomma, scopre come usando la logica si riesce a raggiungere l’obiettivo.
Ovviamente il pensiero logico-formale non è ancora quello teorico-scientifico, che non si forma nel periodo adolescenziale, ma molto più tardi.

 

Stadio Operatorio formale: conclusioni

Con il raggiungimento delle operazioni formali, l’adolescente completa e definisce le sue abilità cognitive. I diversi processi logici di pensiero operazionale concreto sono stati combinati e arricchiti per cedere il passo a un pensiero più organizzato, astratto, e strutturato.
Il pensiero così caratterizzato non resta stabile ma tende ad evolversi con l’età, diventa logico, teorico e flessibile e continua a svilupparsi attraverso l’età adattandosi a diverse situazioni e condizioni.

Anche l’egocentrismo pian piano si dissolve e si plasma in relazione alle esperienze individuali derivanti anche dal mondo del lavoro e dalle relazioni sociali. Questi cambiamenti che si verificano solo dopo i 15 anni, non determinano un mutamento strutturale di pensiero, ma solo una modifica qualitativa nei contenuti e nella stabilità nel tempo dei processi appresi.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Il programma Dear Body: un protocollo Mindfulness per i disturbi alimentari – Report dalla Conferenza Internazionale Mindfulness

Il programma presentato prende il nome di “Dear Body” ed è un programma che cerca di integrare più aspetti nella gestione dei problemi alimentari (soprattutto negli aspetti legati alle abbuffate) ponendo al centro la mindfulness, affiancata coraggiosamente dalla terapia cognitiva e dall’analisi transazionale.

Questo articolo è fa parte del reportage sulla Conferenza Internazionale Mindfulness (ICM2). La prima parte la trovate qui e la seconda parte qui.

 

Conferenza Internazionale Mindfulness: il simposio “Mindfulness and wellbeing”

Venerdi 13 pomeriggio, scelgo il simposio del convegno di Roma dal titolo “mindfulness and wellbeing”, titolo che appare piuttosto astratto, ma che tuttavia attira la mia attenzione e non si rivela in alcun modo tale.

Ho la fortuna di essere presente quando Charlotte Thaarup-Owen presenta il suo approccio integrato alla cura dei disturbi alimentari attualmente portato avanti in Australia e Bali con risultati rilevanti (in attesa di pubblicazione a quanto riportato da lei stessa). Si tratta di un metodo, Mindfulness-Based, al trattamento dei problemi legati all’alimentazione, che combina Mindfulness, Terapia Cognitiva e Analisi Transazionale. Nel continente oceanico l’obesità e i problemi legati ad essa sono un’emergenza piuttosto concreta. In Australia è riportato che almeno 2 su 3 individui sono obesi. La presentazione ha inizio dopo un piccolo “body scan” guidato da lei e seguito dal suono delle campane tibetane. Nella concezione ampia e attuale di Ludwig (2016) sia quello che mangiamo, sia le condizioni del corpo quando mangiamo, influenzano la perdita o l’acquisto di peso. Ne consegue, banalmente, che lo stato del corpo psico-fisico, risulta piuttosto rilevante per tutto quello che concerne il mondo dei disturbi dell’alimentazione.

 

La mindfulness e l’alimentazione

Il ruolo della mindfulness è stato già investigato come strumento per una migliore gestione della propria salute. Camilleri et al (2015) hanno per esempio riscontrato una correlazione tra alti livelli di mindfulness, un peso salutare e l’inclinazione all’esercizio fisico. Così come la ricerca riporta che la mancanza di regolazione emotiva è un fattore di rischio per le abbuffatte (Lowe, Butrun, Dide 2009) e che proprio la regolazione emotiva è rafforzata dalla pratica minfulness (Siegel, 2007).

I benefici della pratica mindfulness sono stati infatti sottolineati da molti; è addirittura Siegel a paragonare la pratica di mindfulness all’attaccamento sicuro in termini di aree e circuiti cerebrali che si attivano. È la pratica che sembra proprio andare ad agire sull’attivazione della corteccia pre-frontale, aumentando la regolazione corporea (digestione, frequenza cardiaca), migliorando l’equilibrio emotivo, la modulazione della paura, l’empatia, l’insight, e l’intuizione.

 

Il programma Dear Body

Il programma presentato prende il nome di “Dear Body” ed è un programma, come detto prima, che cerca di integrare più aspetti nella gestione dei problemi alimentari (soprattutto negli aspetti legati alle abbuffate) ponendo al centro la mindfulness, affiancata coraggiosamente dalla terapia cognitiva e dall’analisi transazionale.
Il nome “Dear”Body non risulta affatto casuale, è anzi centrale proprio il richiamo ad un atteggiamento gentile e di profondo ascolto del corpo stesso in modo da favorire il cambiamento di prospettiva: il corpo da nemico combattuto, odiato, coperto, può divenire un’amorevole parte di noi che merita cure e attenzioni consapevoli.

Questo protocollo è il risultato di 4 anni di studi pilota e di attente analisi della letteratura nel tentativo di migliorare e colmare alcune delle lacune presenti (come ad esempio la mancanza di aspetti legati alla compassion soprattutto rispetto al proprio corpo, il ruolo importante dell’esercizio del bodyscan, e infine l’aggiunta del “Taking in the Good” (TIG) una pratica creata da Hanson (2013) per aumentare le esperienze positive).

Il pilastro alla base è che la mindfulness attraverso la consapevolezza può ridurre le abbuffate e aumentare l’attenzione e la compassione per il proprio corpo e per i suoi bisogni, migliorando l’esperienza interna con il corpo stesso.

Nello specifico il programma è composto da 6 elementi:

  1. TRAINING ATTENTIVO: riduce l’ansia aumentando la capacità di notare i pensieri, ed è anche uno strumento per la gestione di impulsi.
  2. LA CONSAPEVOLEZZA DEL CORPO; richiama la presenza mentale sul corpo e consente la comprensione del linguaggio di questo, la capacità di notare stati di ansia, di craving, la fame e la sazietà, per esempio. Connettersi con gentilezza con il corpo riduce l’inclinazione ad abusarne attraverso l’eccessivo mangiare, le condotte di binge, il digiuno o le condotte di compenso come il vomito, mentre aiuta ad aumentare la voglia di nutrire e prendersi cura del proprio corpo.
  3. GESTIONE DELLO STRESS: anche a causa della reazione a catena dell’ormone cortisolo (ormone dello stress), glucosio e insulina si tende ad aumentare di peso quando si è sotto stress.
  4. LA CONSAPEVOLEZZA DEI SENTIMENTI: la tendenza all’evitamento viene sostituita con l’apprendimento di “stare con l’ emozione”, per essere presenti con esse e vederle come “visitatori temporanei”. Questo elemento si concentra anche su come cambiare e rompere le abitudini utilizzando sia la terapia cognitiva che la terapia comportamentale che la mindfulness.
  5. IL CICLO DI BINGE / DIETA: utilizza l’analisi transazionale per capire la danza tra il genitore e il bambino nel ciclo dieta / abbuffata, un programma che prende il nome di ‘Hector’. Conoscere Hector significa sapere come sta il proprio corpo, quali sono le emozioni e quali i pensieri, aumentando la capacità di riconoscerli più facilmente come un pattern ricorrente.
  6. TAKING IN THE GOOD: dalle Neuroscienze apprendiamo l’importanza di concentrarsi sulle esperienze positive (Hanson). Recentemente diverse ricerche indicano un legame tra l’ossitocina e meno desiderio di carboidrati e un senso di sazietà più veloce.

 

In buona sostanza il programma poggia sulle basi del protocollo Mindfulness Based Stress Reduction, integrandolo con contributi provenienti dalle neuroscienze, dalla terapia cognitiva e dalla analisi transazionale.

Nel percorso sono previste anche informazioni base sulle diete, sull’esericizio fisico e l’impatto di sane relazioni sociali nel benessere globale.
Tutti gli esercizi e le pratiche sono mirate alla relazione con il cibo, il mangiare, il peso e il corpo con particolare attenzione ad unirvi elementi di compassion.
Nel programma viene fornito materiale sia di lettura che audio per le pratiche come nei percorsi MBSR o MBCT.

Per info sul sito vengono presentati tramite video e non solo, i protocolli e le iniziative del centro (workshop, ritiri e altro ancora).
Il contributo di Charlotte Thaarup-Owen è stato sicuramente uno tra i più interessanti dell’evento.

Le consiglio una Song-therapy…Intervista a Romeo Lippi, lo psicologo del rock

Mi sono imbattuto casualmente in Romeo Lippi un paio d’anni fa, mentre vagabondavo per il web alla ricerca di materiale per il mio libro di Psicorock. Romeo si definisce infatti “lo psicologo del rock” ed è riuscito in modo molto efficace ad integrare le sue due grandi passioni per la musica e per la psicologia, organizzando gruppi di “Song-therapy”, che hanno la finalità di favorire la crescita personale in modo assolutamente innovativo attraverso l’ascolto in gruppo di canzoni cantautorali.

 

Romeo Lippi è anche un comunicatore formidabile con migliaia di follower sui social network (ha anche scritto un libro sull’uso dei social per gli psicologi), probabilmente perché i contenuti che propone sul rapporto tra psicologia e canzoni sono autentici, profondi e coinvolgenti. Ho avuto anche la fortuna di incontrarlo durante un suo “pellegrinaggio” a Modena (ovviamente a carattere enogastronomico…) e mi sono deciso a intervistarlo per capire meglio la sua attività decisamente rock!

– Ciao Romeo, ci racconti la tua storia. Quale formazione psicoterapica hai? Dove svolgi la tua attività clinica?

Ciao Gaspare! Ho una formazione di psicoterapia integrata presso l’Aspic di Roma. L’integrazione mi ha permesso di unire psicologia e canzoni. Lavoro a Viterbo.

Come è nata l’idea di introdurre le canzoni nel tuo lavoro?

È nata dall’urgenza di fare musica. Mi lamentavo con il mio maestro/supervisore del fatto che, lavorando molto, non avevo tempo da dedicare alle canzoni. Mi disse: “perché non unisci la tua passione con la psicologia?”. Da lì nacque il blog e la pagina Facebook; da un anno invece portiamo avanti progetti “fisici” come la psicologia del rock nelle scuole, i seminari-evento dedicati alle connessioni tra cantautorato e psicologia (“Cantautori: terapeuti dell’anima”), i laboratori e i gruppi di Songtherapy.

Ci racconti cosa succede esattamente nei gruppi di song-therapy?

10/20 persone in una stanza, a terra, sui tappeti. C’è un giro iniziale per dare voce allo stato emotivo del momento dei partecipanti. Poi inizia un lavoro di gruppo che cambia ogni volta: la carta d’identità musicale, il rilassamento evocativo, la rockin’ chair, “truccati come i kiss”, “disegna la tua maschera da concerto” e molti altri. Nella seconda parte chi vuole può fare delle esplorazioni individuali: attraverso le canzoni racconta un proprio problema e insieme cerchiamo di affrontarlo. C’è sempre un’atmosfera molto emotiva, calda; usare le canzoni permette di dare voce a se stessi senza parlare, di dare all’altro senza esporsi troppo, di creare dei significati comuni con i componenti del gruppo.

Ci fai qualche esempio di canzoni particolarmente evocative?

Ci sono “canzoni motivazionali” come “L’Estate Addosso” o “Gli Immortali” di Jovanotti. Lorenzo viene spesso citato come autore che fornisce carica, energia, vitalità, speranza. Ci sono quelle più riflessive: come “Creep” dei Radiohead o alcuni brani dei Cure, un must per esprimere stati di tristezza. Moby, Explotions in the Sky e The XX per rilassarsi e immaginare paradisi perduti. E ancora “canzoni di conforto”: “Abbi cura di te” di Levante, “La cura” di Battiato. Canzoni che ti insegnano come vivere: come “un medico” di Fabrizio De André o “Costruire” di Niccolò Fabi.

– Ho letto recentemente un tuo articolo sul valore catartico e terapeutico dell’ascolto delle canzoni tristi. Ci racconti qualcosa di più?

Parte tutto da una ricerca del 2016. Secondo le conclusioni degli autori, l’ascolto di musica triste potrebbe aiutare ad accettare ed affrontare un problema, specialmente quando tratta di situazioni quotidiane negative. La musica triste infatti permetterebbe alle persone la ri-esperienza del vissuto, al fine di aiutare ad elaborare la difficoltà, cosa che la musica cosiddetta “felice” non fa. La tristezza è un’emozione utile: se non si è mai tristi non ci si rende conto di quello che non va nella nostra vita. Allora ascoltare una canzone triste può diventare una vera e propria presa di coscienza; come se l’inconscio ci dicesse “adesso stai qui, ascolti, stai fermo, stai un po’ male e rifletti”. Il primo passo per il cambiamento è proprio quello di fermarsi e analizzare la situazione: una canzone triste può fare questo, farci riflettere prima di ripartire. Il mio video che ti allego ne è un ottimo esempio: di solito le persone, guardandolo e ascoltando la canzone (un brano della mia band “Le Ferite”), si commuovono e poi riflettono sulle proprie situazioni.

 

L’articolo prosegue sotto il video:

https://www.youtube.com/watch?v=1TdIW7cSS00

Come utilizzi la canzone invece nel setting individuale? Fate ascolti in seduta? “Prescrivi” ascolti per casa?

In una prima fase, chiedo sempre al paziente di compilare con me o a casa una lista di canzoni che ama; poi le ascoltiamo insieme e lui/lei mi spiega che significato hanno queste canzoni all’interno della sua esistenza. Poi queste o altre canzoni, che a volte escono fuori all’improvviso nella mia mente o in quella del paziente, ci accompagnano durante il percorso: canzoni per lavorare su un trauma, per rilassarsi, per comprendere una dinamica relazionale, per dire addio a qualcuno, per dare una “soundtrack” ai propri cambiamenti di vita. I benefici della terapia rimangono così ancorati a quelle canzoni: ogni volta che il paziente sente quel brano sorride, pensa al setting e alle tante cose buone che abbiamo fatto. Le introiezioni positive della terapia sembrano così rimanere in quella canzone: come gemme in un anello.

– Utilizzi anche le biografie dei cantautori nei tuoi gruppi. In che modo?

Pensa a Kurt Cobain: bello, ricco, famoso, talentuoso; ma tremendamente infelice in alcuni momenti, tanto da uccidersi. Spesso le biografie degli artisti ci aiutano a capire che, per essere felici, bisogna lavorare sui nostri bisogni profondi e non sulle sirene della sola soddisfazione dell’edonismo. Inoltre ci aiutano a vedere come trasformare le sofferenze e i limiti in risorse: Califano che fa della sua voce roca un marchio inequivocabilmente riconosciuto, Ozzy Osborne che da ragazzino problematico diventa una superstar, John Lennon che sceglie di lasciare il mondo del Glitter per seguire se stesso e diventa il simbolo della pace e della non violenza.

So che lavori nelle scuole. Credi che la canzone sia uno strumento di comunicazione efficace per i più giovani?

Trovami un ragazzo a cui non piaccia la musica e che non voglia parlare di musica. È un argomento vincente con loro: posso creare relazione in maniera informale, veloce e efficace senza che mi vedano come lo strizzacervelli che li etichetta come matti o delinquenti.

Ho visto che tieni anche seminari di song-therapy per i colleghi. C’è interesse per questo argomento? A chi sono rivolti in particolare?

L’interesse dei colleghi è enorme. Comprendono che le canzoni possano essere un valido strumento per rendere la professione più divertente per loro e per gli utenti, per innovare e per incrementare le prese in carico. Appunto faremo una nuova formazione adesso a Roma e a Pordenone e a Ottobre a Modena. Sono aperti sia a colleghi già iscritti all’ordine ma anche a studenti che vogliono vedere come integrare una passione come la musica nella professione. C’è posto anche per insegnanti e educatori: le conoscenze teoriche e pratiche che fornisco durante il training possono essere usate anche in setting di sostegno, riabilitazione e apprendimento.

Recentemente Niccolò Fabi ha condiviso su Facebook una tua analisi psicologica della sua canzone Costruire. Bel colpo! I musicisti cosa pensano della tua attività? Come viene accolto di solito “lo psicologo del rock” nel mondo della musica?

In realtà l’articolo parlava dell’effetto che la canzone “Costruire” di Fabi ha avuto sui partecipanti ad un gruppo di Songtherapy: questo brano ha coeso il gruppo intorno all’idea di investire sulle relazioni, quelle del gruppo in primis. Sono molto contento che Niccolò Fabi l’abbia ricondivisa sul suo canale con parole veramente emozionanti (ha postato il mio articolo e ha scritto: “quante cose possono accadere dopo la pubblicazione di una canzone…questa è una delle più gratificanti”). I musicisti sono molto interessati al mio approccio: scopriamo che abbiamo molte più cose in comune di quanto pensiamo; alla fine sia io che loro lavoriamo con e attraverso le emozioni. A volte mi è capitato di essere stato accolto con un po’ di freddezza o di ironia: pensavano che “lo psicologo del rock” fosse uno scherzo, che non fossi un vero psicologo o avevano il timore classico di “essere psicanalizzati”; ma bastano pochi minuti poi per scoprirci in quello che siamo: delle persone che amano la musica, l’incontro con l’altro, la comunicazione vera.

Hai scritto un libro sull’uso di Facebook per gli psicologi. In che modo i nuovi media possono diventare strumento di lavoro per gli psicologi?

Si chiama appunto “Facebook per Psicologi”. Secondo me ignorare il mondo di Internet è una follia: come fai a parlare con un adolescente che vive sui social se non li conosci? Internet e Facebook forniscono grandi possibilità di studio, di promozione e di informazione per il grande mondo della “Psi”; la nostra missione per il futuro è usare questi mezzi per evitare la deriva tecnologica a favore del contatto reale con l’altro; ma non possiamo farlo demonizzando i social media, dobbiamo aiutare le persone a usarli per quello che sono, cioè mezzi, per raggiungere la soddisfazione dei propri bisogni: far capire che comunque una carezza o una lacrima sono molto più belle e forti di mille mi piace.  Appunto “Lo psicologo del rock” che era iniziato come un blog adesso ha molte attività “fisiche”: non voglio creare una pseudorelazione con le persone che seguono il mio progetto, non voglio che mettano solo “mi piace” a quello che scrivo, voglio fare musica, ascoltare musica e incontrare persone, guardandoci negli occhi e non attraverso uno schermo.

Progetti per il futuro? Cosa ti frulla nella tua testa rock?

Tante cose. Ora partiremo con una  serie di appuntamenti: facciamo “Cantautori: terapeuti dell’anima” in uno dei festival letterari più importanti d’Italia e stiamo ultimando gli accordi per portare i “laboratori di Songtherapy” in festival musicali italiani e europei. Per il futuro: voglio creare qualcosa che integri canzoni e psicologia in un’esperienza totale,  portarlo in giro e vivere così di musica e di contatto emotivo.

Orientamento scolastico e lavorativo: i genitori come risorsa o ostacolo nella carriera dei figli?

La famiglia si sta configurando come uno dei luoghi naturali deputati all’orientamento scolastico o all’orientamento lavorativo di adolescenti e giovani adulti, in quanto essa esercita un’inverosimile pressante influenza sullo sviluppo vocazionale dei propri membri.

 

Secondo molti psicologi, sempre più negli ultimi anni, la famiglia si sta configurando come uno dei luoghi naturali deputati all’orientamento scolastico o all’orientamento lavorativo di adolescenti e giovani adulti (Scarpellini, Strologo, 1976; Ribolzi, 1989).

Se, finora, le agenzie di socializzazione deputate a esercitare la funzione orientativa sono state la scuola e le agenzie informative presenti sul territorio, oggi, l’attenzione degli psicologi dell’orientamento è rivolta alle famiglie, poiché queste stanno esercitando un’inverosimile pressante influenza sullo sviluppo vocazionale dei loro membri (Pombeni, D’Angelo, 1998).

 

Orientamento scolastico e lavorativo: in che modo i genitori agiscono condizionando il destino dei figli?

Secondo le psicologhe Pombeni e D’Angelo (1998) ci sarebbero almeno 7  tendenze genitoriali in grado di condizionare erroneamente le scelte dei figli:

  1. Tendenza a drammatizzare le scelte scolastiche o lavorative, attribuendogli un peso maggiore rispetto a quello che rivestono. Questa tendenza carica di significato il processo di scelta e, se il figlio dovesse intraprendere una scelta che porta all’insuccesso, connoterebbe l’esperienza come fallimento personale, scoraggiandosi in maniera eccessiva;
  2. Tendenza a trasferire le aspettative personali e i propri desideri di successo sui figli, senza accorgersi degli interessi, delle passioni e delle loro reali qualità, indispensabili per un orientamento scolastico di successo;
  3. Tendenza a continuare a guardare lo scenario lavorativo senza accettarne i cambiamenti. Un esempio è quello del mito del posto fisso in una società che invece è votata alla flessibilità e al cambiamento;
  4. Tendenza a sovrastimare le informazioni ingenue, i “sentito dire” e sottostimare il valore, ad esempio, di percorsi di orientamento scolastico o lavorativo presso istituti affidabili;
  5. Tendenza a selezionare tra le diverse opzioni secondo un unico criterio che si crede importante o maggiormente rassicurante. Ad esempio scegliere una università solo perché facoltosa o solo perché vicino alla propria abitazione;
  6. Tendenza ad attribuire ai propri figli delle caratteristiche, rifiutando l’idea che altri, amici, insegnanti o orientatore,  possano invece vedere in loro aspetti che i genitori non gli riconoscono;
  7. Tendenza a sostituirsi ai figli nella scelta vocazionale scolastica e professionale, adducendo un’ ancora incompleta maturità o non competenza, togliendo loro un’enorme possibilità di responsabilizzazione ed emancipazione nel percorso di orientamento scolastico.

Proprio per queste ragioni, un buon percorso di orientamento scolastico o lavorativo, dovrebbe tener presente, laddove necessario, la possibilità di intraprendere azioni orientative anche nei confronti dei genitori dell’orientato.

Questo consentirebbe una doppia azione che faciliterebbe il processo di empowerment e permetterebbe al cliente di utilizzare la rete famigliare come risorsa piuttosto che esserne ostacolato (Cortini, 2008).

 

L’importanza di lavorare con i genitori durante il percorso di orientamento

Secondo Pombeni e D’Angelo (1998), attraverso pochi incontri con la famiglia del cliente, l’orientatore faciliterebbe la comprensione delle caratteristiche del processo di scelta e aprirebbe uno spazio di ragionamento coi genitori che permetterebbe il raggiungimento di tre importanti obiettivi:

  1. Aumentare la conoscenza rispetto alle dinamiche relative alla transizione tra cicli di studio e scelte professionali. In questo modo l’orientatore ha l’obiettivo di aiutare i genitori del cliente a comprendere l’importanza e la delicatezza della fase di vita che sta attraversando il proprio figlio, una fase che lo impegna nella costruzione della propria identità e, a percepire se stessi, come possibili risorse utilizzabili dal figlio per fronteggiare le difficoltà proprie di un percorso di orientamento scolastico o lavorativo.
  2. Il secondo obiettivo è quello di accrescere le informazioni e le indicazioni rispetto agli scenari lavorativi. L’orientatore, infatti, oltre ad avere solide competenze psicologiche è anche un analitico conoscitore del panorama lavorativo e quindi amplierà la gamma di alternative lavorative che si possono considerare, conducendo una approfondita analisi delle diverse opzioni vagliabili.
  3. Terzo obiettivo dell’orientatore sarà quello di invitare i genitori a un coinvolgimento più intenso sul piano dell’esperienza personale nel percorso di orientamento scolastico o lavorativo del figlio. Il terzo obiettivo, infatti, vedrà l’orientatore aprire uno spazio di riflessione più intimo, offrendo ai genitori la possibilità di esplicitare le idee, le attese e le paure che nutrono rispetto alle scelte vocazionali dei figli e a ciò vedono in loro come potenzialità; uno spazio, soprattutto, per raccontare i propri vissuti personali e per riflettere su come questi possano giocare un ruolo nel destino vocazionale dei propri figli.

La funzione protettiva della nostalgia

La nostalgia si configura come un’emozione vicina alla tristezza, che ci porta a ripensare a qualcosa che fu e che non può più essere e mescola insieme l’appagamento per quello che si è vissuto con l’accettazione che si tratta di un tempo trascorso che non tornerà.

 

Nostalgia, dal greco ‘nostos’, ritorno e ‘algos’, dolore. Il dolore del ritorno.

Molto è stato scritto sulla nostalgia, in modo diretto o indirettamente, scrivendo della nostalgia, sulla nostalgia o con la nostalgia nelle parole e nella testa. Essa si configura come un’emozione vicina alla tristezza, che ci porta a ripensare a qualcosa che fu e che non può più essere e mescola insieme l’appagamento per quello che si è vissuto con l’accettazione che si tratta di un tempo trascorso che non tornerà.

 

La funzione della nostalgia come risorsa esistenziale

Se tutte le emozioni ci segnalano qualcosa e in questo senso ci servono, a cosa serve la nostalgia? Oltre ad aver ispirato scrittori, musicisti e poeti (e l’intera Odissea, giusto per dirne una), la nostalgia è stata analizzata come risorsa esistenziale. In particolare, Routledge e colleghi hanno svolto nel 2011 una serie di studi, da cui è nata una pubblicazione che in italiano suonerebbe come ‘Il passato che dà senso al presente: la nostalgia come risorsa esistenziale’.

Dopo una tradizione di ricerca che ha guardato alla nostalgia come fattore maladattivo, per non dire addirittura psicopatologico di per sé, a partire dal 2004 diversi autori hanno svolto studi in cui si è dimostrato come il fatto di perdersi in ricordi nostalgici aumenti il tono dell’umore nel lungo termine, rinforzi l’autostima e rafforzi la sensazione di vicinanza agli altri (Wildschut, Sedikides, Arndt, & Routledge, 2006).

 

L’attribuzione di senso alla vita

E se la nostalgia avesse anche una funzione esistenziale, sì, ma in senso positivo e protettivo? Routledge e colleghi hanno cercato di rispondere a questa domanda e hanno svolto una serie di studi partendo dall’ipotesi che la nostalgia abbia la funzione di sostenere e rinforzare l’attribuzione di senso alla vita. Già in studi precedenti, si era visto che in risposta a stimoli che aumentavano la consapevolezza dell’inevitabilità della morte, le persone che avevano una maggiore tendenza di tratto a sperimentare nostalgia riferivano una maggiore percezione di significato della vita e avevano meno pensieri di morte, rispetto a partecipanti con una minore propensione a essere nostalgici. Inoltre, stimolare sentimenti nostalgici nei partecipanti rendeva meno accessibili i pensieri collegati alla morte (Routledge, Arndt, Sedikides, & Wildschut, 2008).

Da un punto di vista interpersonale, invece, sembra che la nostalgia funzioni come spinta verso la ricerca di un maggiore contatto sociale, e dall’altra parte la maggior parte dei ricordi nostalgici sono ricordi che implicano la compagnia e la condivisione con altre persone (Wildschut et al., 2006).

 

Nostalgia: cosa emerge dagli studi

Gli studi di Routledge e colleghi sono 6 e hanno analizzato nello specifico:

  • In che misura un aumento di nostalgia comporti anche un aumento nella percezione di significato della propria esistenza
  • Quanto la relazione tra nostalgia e senso della vita passi per il contatto interpersonale e il supporto sociale
  • Quanto la nostalgia funzioni come fattore protettivo contro la mancanza di senso, aumentando quindi quando il significato della vita viene minato
  • Infine, se e quanto la nostalgia rafforzi il benessere psicologico e attenui gli effetti negativi delle esperienze stressanti

Nei primi due studi gli autori hanno rilevato che il livello di nostalgia evocato da una canzone scelta dai soggetti era in grado di predire la percezione di senso, attraverso la mediazione dalla quantità di sostegno sociale percepito: in sostanza, il fatto di sperimentare sentimenti nostalgici aumentava la sensazione di essere amati e sostenuti da altre persone per noi significative, il che a sua volta portava con sé la sensazione di vivere una vita sensata.

Nel terzo e nel quarto studio i ricercatori hanno suddiviso i 54 partecipanti in due gruppi: a metà di loro hanno fatto leggere un estratto da un saggio dall’eloquente titolo ‘Il nostro problema esistenziale: solitudine, depressione, ansia e morte‘ che sosteneva fondamentalmente che la vita non ha senso, mentre all’altra metà hanno fatto leggere un brano sui computer. Subito dopo, hanno misurato il livello di nostalgia riferito dai partecipanti. I risultati hanno mostrato come i soggetti nella prima condizione riferissero in livello maggiore sentimenti nostalgici, confermando il ruolo protettivo di questa emozione, che sembra aumentare in situazioni in cui il senso dell’esistenza personale viene minato.

Nel quinto studio i ricercatori hanno rilevato che stimolare sensazioni nostalgiche in persone con una scarsa percezione di senso della vita aumenta il benessere personale. In questo senso, è interessante notare come un’emozione che viene spesso accostata alla tristezza sia in realtà fonte di maggiore benessere per persone che faticano a percepire un senso dell’esistenza più ampio. E già in questo modo, un’importante funzione positiva della nostalgia sembra emergere.

Il sesto e ultimo studio ha esplorato meglio quanto emerso dallo studio precedente, valutando in modo sperimentale in che misura un compito difficoltoso (composto da una parte in cui veniva richiesto di parlare in pubblico e una parte in cui venivano richiesti complicati calcoli matematici) fosse più stressante per soggetti con una bassa percezione di significato della vita e quanto l’impatto stressante del compito fosse moderato dalla nostalgia, vista come fattore protettivo.

I dati hanno confermato che in effetti le persone con una tendenza generale a attribuire poco senso all’esistenza si mostravano più provati dal compito stressante, ma anche che questo surplus di stress veniva eliminato quando ai soggetti veniva richiesto di ricordare un episodio che stimolava nostalgia prima del compito. In un certo senso, i ricordi nostalgici funzionavano come fattore protettivo contro il livello di stress suscitato dal compito, nei soggetti più esposti a questo tipo di stress perché “portatori” di una bassa percezione di significato globale dell’esistenza.

 

Un sentimento da coltivare serenamente

Riassumendo, cosa ci dicono i risultati di questi studi? Innanzi tutto, che la nostalgia è una risorsa in termini psicologici, che aiuta a orientare e sostenere la percezione di un significato più ampio nell’esistenza. Non solo: la nostalgia funziona anche come fattore protettivo contro stimoli che minano il senso della vita, come considerazioni negative esistenziali su ansia, depressione e morte. Infine, sembra disinnescare la pericolosità di questi stimoli rispetto al nostro benessere personale, aiutandoci a mantenere un senso globale con cui orientarci nelle scelte e nelle decisioni.

Quindi, colpo di scena, sembra che il pessimismo cosmico e la nostalgia non solo siano due cose contrapposte, ma addirittura che la seconda curi il male al cuore provocato dal primo.

Imparare a coltivare la nostalgia, allora, può aiutarci a mantenere una linea, una direzionalità nel caos, anche a fronte di momenti di vita potenzialmente stressanti, diventando una modalità di guardare al passato in modo integrativo, mettendo insieme quello che siamo stati e quello che siamo, navigando a vele spiegate verso quello che per noi ha senso essere.

Neanche a dirlo, tutto questo Pessoa l’aveva detto 30 anni fa:

C’è qualcosa di lontano in me, in questo momento. Sto sulla terrazza della mia vita ma non si tratta esattamente di questa vita. Mi trovo sopra la vita e dal mio punto di osservazione la osservo. Essa si estende sotto il mio sguardo, in terrazzi e declivi, come un paesaggio diverso, fino al fumo delle case bianche dei borghi della vallata. Chiudendo gli occhi continuo a vedere, proprio perché non guardo. Se li apro non vedo più niente, perché non vedevo. Mi sento tutto una nostalgia vaga, non del passato o del futuro, ma una nostalgia del presente, anonima, prolissa e incompresa. (Pessoa, 1986).

Il disturbo da stress post traumatico e le informazioni errate fornite dal New York Times

Dai dati raccolti è stato rilevato che quanto viene raccontato dal New York Times, principale testata giornalistica americana, a proposito del disturbo da stress post traumatico è stato spesso incorretto, o quantomeno incompleto.

 

Le informazioni del New York Times sul disturbo da stress post traumatico

[blockquote style=”1″]Il new York Times riflette un’immagine della popolazione affetta da Disturbo da stress post traumatico (PTSD) che non rappresenterebbe la vera situazione epidemiologica del fenomeno.[/blockquote]

Questo è quanto traspare da un’ampia ricerca eseguita alla Drexel’s Dornsife School of Public Health e pubblicata su American Journal of Orthopsychiatry, che ha preso in considerazione tutti gli articoli con riferimenti al disturbo da stress post traumatico pubblicati sul New York Times dal 1980 ad oggi (2015). In totale sono stati presi in esame 871 articoli.

Jonathan Purtle, ricercatore a capo dello studio, afferma: [blockquote style=”1″]I mass media plasmano la consapevolezza dell’opinione pubblica, sulle problematiche riguardanti la salute mentale e come essa dovrebbe essere affrontata, gestita e trattata fornendoci continue e a volte parziali informazioni o suggerimenti a proposito di fattori di rischio, sintomatologie o possibilità di intervento. Inoltre, i media possono anche influenzare gli atteggiamenti della comunità politica o sulle istituzioni preposte, ed incidere sui successivi interventi relativi in materia di salute mentale.[/blockquote]

Dai dati raccolti è stato rilevato che quanto viene raccontato dal New York Times, principale testata giornalistica americana, a proposito del disturbo da stress post traumatico è stato spesso incorretto, o quantomeno incompleto.
Per prima cosa, è da sottolineare come il 50.6% degli articoli hanno preso in considerazione popolazioni di militari o ex militari, trasmettendo l’idea che il disturbo sia maggiormente presente in tale categoria di soggetti. Tuttavia svariate ricerche ci hanno dimostrato che casi di disturbo da stress post traumatico si ritrovino con un’incidenza 13 volte maggiore, nella popolazione civile rispetto a quella militare. Quindi situazioni di trauma a noi più comuni come, casi di violenza sessuale, o violenza di altro genere, incidenti o disastri ambientali hanno un’incidenza maggiore sul fenomeno rispetto ai veterani del Vietnam che manifestano il disturbo.

Tuttavia l’immagine offerta dal New York Times guida l’opinione pubblica a credere esattamente il contrario, ovvero che siano proprio i reduci militari a soffrire principalmente del fenomeno. L’importanza delle informazioni trasmesse dai grandi media la ritroviamo poi nell’influenza che questi esercitano sull’azione politica: dal 1989 al 2009 il 91,4% delle proposte legislative riguardanti il disturbo da stress post traumatico si rivolgevano alla popolazione militare.
In secondo luogo la ricerca si è soffermata sul modo in cui il disturbo da stress post traumatico viene presentato in molti articoli, come viene “incorniciato”.

 

La rappresentazione di chi è affetto da disturbo post traumatico da stress fornita dal New York Times

J.Purtle e i suoi collaboratori hanno trovato che molto spesso vengono raccontate situazioni riguardanti casi giudiziari in cui l’imputato è un soggetto che soffre di PTSD o di persone con PTSD che abusano di sostanze (maggiore incidenza in questo caso nella popolazione militare).
La rappresentazione di queste tematiche negative può creare dei fraintendimenti che portano a credere che le persone affette da disturbo da stress post traumatico siano pericolose e tendono ad essere poi potenzialmente stigmatizzate all’interno della società.

La rappresentazione ristretta limita la consapevolezza del disturbo all’interno della popolazione e limita soprattutto le possibilità di intervento e l’incentivazione dei trattamenti.
Sicuramente, i risultati ci mostrano come la consapevolezza pubblica nei confronti del disturbo da stress post traumatico sia negli anni aumentata; tuttavia c’è bisogno di un allargamento di prospettiva, che includa una più precisa descrizione del disturbo all’interno della società e una maggiore focalizzazione sulle possibilità di guarigione e soprattutto prevenzione sociale.

Io sono vivo, voi siete morti (2016) di Emmanuel Carrère – Recensione

Una biografia “romanzata” di Philip Kindred Dick, autore di fantascienza tra i più affascinati dalla psicologia e tra i più saccheggiati dal cinema (da sue opere sono tratti, tra gli altri, Total Recall, Minority Report e Blade Runner).

 

Nel 1993 Emmanuel Carrère pubblicava in Francia un libro dal titolo ‘Io sono vivo, voi siete morti’, raccontando la vita di uno scrittore di fantascienza, Philip Dick, già allora considerato autore cult. Il libro di Carrère, già a suo tempo tradotto in italiano ma passato abbastanza inosservato, viene ripubblicato quet’anno da Adelphi, dopo che l’autore ha cominciato a riscuotere un notevole successo anche da noi, soprattutto grazie a Limonov, L’avversario e Il regno. Si tratta quindi di una novità apparente, ma non per questo trascurabile, giacché la vecchia edizione, uscita per Theoria nel 1995, oltre ad essere meno felicemente tradotta non è più da tempo disponibile.

Io sono vivo, voi siete morti occupa un posto decisamente singolare nella bibliografia dickiana, già da decenni saturata di saggi critici e presidiata dalla monumentale biografia di Lawrence Sutin, Divine invasioni. La vita di Philip K. Dick (pubblicata in Italia da Fanucci). La forma di Io sono vivo, voi siete morti, in effetti, lo avvicina a un romanzo più che a una biografia. Lo si potrebbe accostare un po’ alle biografie romanzate di Irving Stone, che riscuotevano un successo planetario una quarantina di anni fa; e un po’ all’ultimo libro di Truman Capote A sangue freddo, che rifondeva in una narrazione romanzesca l’accurata indagine sulla vita delle persone coinvolte in un (tragico) episodio di cronaca. Dick diventa dunque a sua volta il personaggio di una storia, le cui fonti sono in parte attendibili, in parte persino dichiaratamente inattendibili (secondo Carrère, per esempio, sarebbe stata totalmente inventata da Thomas Disch la ricostruzione di come funzionasse il Gioco del Ratto, del quale Dick sarebbe stato da ragazzo un eccelso interprete). Il personaggio Dick, tuttavia, riflette anche l’autore Carrère, per il quale le opere dello scrittore americano rappresentarono, dichiaratamente, una lettura decisiva. E Carrère non esita a entrare nei suoi stessi romazi in prima persona, dato che Il regno, dove si dovrebbe raccontare la storia degli esordi del Cristianesimo, si sofferma per oltre cento pagine sulla provvisoria ma fervente conversione di Carrère stesso.

Il gioco di specchi non finisce qui, perché Philip Dick era a sua volta un maestro nel descrivere situazioni simili ai quadri di Escher, nei quali cioè l’ambiente dipinto e l’ambiente dell’osservatore sembrano scambiarsi di posto e le prospettive sono ingannevoli. In L’uomo nell’alto castello (noto anche come La svastica sul sole), Dick racconta un mondo nel quale uno scrittore racconta a sua volta di un mondo alternativo e si serve come fonte di ispirazione dell’I Ching, cioè del Libro dei mutamenti, l’oracolo cinese caro, tra gli altri, a Carl Gustav Jung (che ne scrisse la prefazione consultandolo). Sennonché è anche lo stesso Dick ad aver usato l’I Ching per comporre il proprio romanzo; mentre il mondo alternativo lumeggiato dal suo protagonista non è che la realtà da noi conosciuta (nel romanzo Tedeschi e Giapponesi hanno vinto la Seconda guerra mondiale). In Valis, invece, il protagonista si chiama Phil Dick come l’autore ed ha un alter ego che si chiama Horselover Fat (il nome deriva dall’etimologia greca di phil-ippos, amatore di cavalli e il cognome è la traduzione in inglese dell’aggettivo tedesco dick, cioè grasso).

Il titolo del libro di Carrère, allora, non potrebbe essere una chiave per comprenderne il senso nascosto? Occorre ricordare, tra l’altro, che ‘Io sono vivo, voi siete morti‘ è una battuta tratta dal più enigmatico romanzo di Dick, Ubik, e che Ubik è un’entità definita in decine di modi diversi. Potremmo immaginare che non esista nessuno scrittore francese di nome Emmanuel Carrère e che fosse stato invece Dick a scrivere un’autobiografia da pubblicarsi postuma. D’altronde (come si ricorda esplicitamente in Io sono vivo, voi siete morti) non sarebbe stata la prima volta per Dick di scrivere un romanzo nel quale il protagonista vive le sue stesse esperienze. In Confessioni di un artista di merda al centro della scena sono due coppie: per una i modelli sono Dick stesso e la moglie; per l’altra i vicini di casa. Per rendere il suo Carrère credibile, Dick avrebbe prodotto una serie di romanzi mainstream da pubblicare postumi, prendendosi così anche una clamorosa rivincita su chi lo considerava “solo” uno scrittore di fantascienza. Né mancherebbero indizi anche per questa ipotesi: in Divina invasione, secondo romanzo della trilogia di Valis assistiamo a una reincarnazione di Dio: potrebbe ben trattarsi di un ballon d’essai per Il regno.

Se però uno scrittore chiamato Carrère esistesse veramente, quale potrebbe essere il corretto atteggiamento del recensore di fronte al romanzo su un romanziere? Si potrebbe scrivere una recensione inventando il contenuto del libro. Purtroppo, però, una tale eventualità si verifica fin troppo frequentemente tra chi scrive di libri altrui senza leggerli. Si potrà allora raccontare l’aspetto fondamentale della poetica di Dick che più lo allontana dallo stile narrativo qui impiegato dal suo biografo francese. Carrère, infatti, segue con incredibile levità un percorso esistenziale tortuoso, dal quale emerge prepotente il tema dell’alienazione. I romanzi e i racconti di Dick sono profondamente perturbanti, ansiogeni, claustrofobici. I personaggi dickiani sono spesso disturbati o vivono in mondi che inevitabilmente li spingeranno alla follia o, nel più benigno dei casi, verso una condizione nevrotica. Mentre il vero autore di riferimento per Dick, spesso nominato e spesso evocato dalla sua narrativa, è Carl Gustav Jung, che appassiona lo scrittore americano per la descrizione di un mondo mentale che trascende l’esperienza soggettiva e la suppone derivante da un inconscio collettivo. Questo metterebbe in potenziale comunicazione culture radicalmente differenti come quella cinese e quella occidentale. Tanto differenti da potersi guardare tra loro come se l’una fosse extraterrestre rispetto all’altra.

Ma infine, allora, cosa pensa veramente il vostro recensore del libro che ha tra le mani? Che si tratta di un libro eccezionalmente ben scritto, la cui lettura potrebbe intrigare sia chi non abbia mai letto una riga di Dick (e magari nemmeno intenda aprire un libro di fantascienza); sia chi abbia divorato ogni romanzo e ogni racconto dello scrittore americano. Anzi, forse questi sono esattamente i due lettori ideali. Nel corso di Io sono vivo, voi siete morti, infatti, Carrère descrive minutamente l’atmosfera e i temi principali di diverse opere dickiane. Chi volesse scoprire Dick a partire da Carrère si troverebbe quasi ogni capolavoro già pre-raccontato. A qualcuno, ciò non creerà problemi.

Socialità infantile, movimenti sincronici e comportamenti prosociali nei bambini

Il desiderio più grande dei bambini è quello di avere delle amicizie. Le aggregazioni sociali infantili hanno delle peculiarità ben specifiche, quali il parlare lo stesso idioma, l’età simile, la medesima etnia. Un ruolo fondamentale nella nascita della socialità infantile e dei legami sociali in generale e, quindi, delle azioni prosociali lo rivestono i movimenti sincronici, che si ritrovano all’interno di attività collettive infantili, come lo sport, le attività motorie e le attività ludiche.

 

 

Le caratteristiche della socialità infantile

Il desiderio più grande che i bambini manifestano è quello di avere delle relazioni amicali con i coetanei. Sin dalle prime fasi della sua vita, il piccolo vuol far parte di un gruppo sociale. Le aggregazioni sociali infantili hanno come paradigmi fondanti delle peculiarità specifiche. La ricerca di Kinzler e collaboratori (2010) ha esplicitato queste caratteristiche, che, amalgamandosi, divengono l’identità sociale del gruppo. Esse sono il parlare lo stesso idioma, l’età pressoché simile, la medesima etnia.

Queste tipicità riflettono gli elementi distintivi individuali. In altri termini, il senso di appartenenza al gruppo si sviluppa nella misura in cui tale aggregato è uno specchio di sé. Questo costrutto si sviluppa molto precocemente: infatti, l’infante ha da subito una predilezione per tutto ciò che appare simile a sé.

A questo riguardo, Kelly e collaboratori (2005) hanno evidenziato che un infante di tre mesi ricerca con più facilità il contatto oculare con individui della propria etnia piuttosto che di etnie diverse. Fra i sei e i dodici mesi i piccoli preferiscono ascoltare la voce dei propri coetanei piuttosto che degli adulti (Legerstee e coll., 1996). Inoltre, quando si presentano delle immagini di altri bambini e di adulti, la loro attenzione è calamitata dalle fotografie dei coetanei (Sanefuji e coll., 2006). La preferenza per le persone che parlano l’idioma, che abitualmente ascoltano, è già evidente dal quinto mese di vita. Infatti, secondo Kinzler e collaboratori (2007), i bambini prediligono stare con adulti che utilizzano l’idioma che ascoltano quotidianamente e da essi amano ricevere dei giocattoli, piuttosto che da adulti che si esprimono in un’altra lingua. Successivamente, dai tre anni in poi, comincia la predilezione dei piccoli per i coetanei dello stesso sesso (Shutts e coll., 2010). A cinque anni se si chiede ai minori di scegliere dei compagni di gioco, fra bambini dello stesso sesso, che parlano il medesimo idioma o una lingua differente, essi scelgono piccoli con cui condividono la parlata (Kinzler e coll., 2009).

Il sapere di far parte di un gruppo sociale crea nei bambini delle emozioni positive: la socialità infantile implementa, dunque, le azioni prosociali. D’altra parte, l’appartenenza ad un’aggregazione sociale incrementa, abbastanza precocemente, le idee negative e i pregiudizi nei confronti degli altri gruppi, dei quali l’individuo non fa parte, come messo in evidenza già negli anni Settanta del secolo scorso da Taifel (1970).

Il bambino, quindi, apprende che esistono, nei contesti in cui è inserito, dei gruppi sociali, di alcuni ne fa parte, da altri ne resta escluso.

Molti studi suggeriscono che i preconcetti sociali sono evidenti e tendono a stabilizzarsi già nei bambini di sette anni (Nesdale e coll., 2004).

 

Movimenti sincronici e comportamenti prosociali

Un ruolo fondamentale nella nascita della socialità infantile e dei legami sociali fra bambini lo rivestono i movimenti sincronici, che si ritrovano all’interno di attività collettive, come ad esempio la danza, gli sport, le attività motorie e le attività ludiche.

Questa sincronia riduce i preconcetti sociali e aumenta la cooperazione. La ricerca di Tunçgenç, Cohen e Fawcett (2015) stabilisce, ad esempio, che i bambini, nella fascia di età fra quattro e sei anni, aiutano più facilmente un compagno di giochi se sono impegnati in attività ludiche che prevedono dei movimenti sincronici.

Inoltre, la sincronia cinetica implementa lo sviluppo della socialità infantile e di un’identità gruppale comune, che trascende, per esempio, l’appartenenza dei singoli individui a gruppi sociali differenti (Bailey, 2005).

Uno studio (Tunçgenç e Cohen, 2016), condotto dai ricercatori dell’Università di Oxford e del Wadham College, in Gran Bretagna, si è posto l’obiettivo di indagare gli effetti dei movimenti sincronici, ovvero se essi facilitano i legami sociali fra i membri di un gruppo e, soprattutto, se incentivano la nascita di legami sociali anche fra individui che appartengono a gruppi differenti.

Per indagare questi aspetti è stata fatta una sperimentazione con centodue bambini, di cui cinquantatre bambine, con un’età media di circa otto anni. I ricercatori hanno scelto questa età, perché da otto – nove anni i bambini sono in grado di compiere movimenti sincronici simili a quelli che eseguono gli adulti (Tunçgenç e Cohen, 2016). I partecipanti sono stati selezionati fra gli alunni di una scuola primaria, con uguale status socio – economico (tutti appartenevano alla classe media) e di etnie differenti. Per saggiare gli effetti dei movimenti sincronici è stata utilizzata un’attività ludica, il gioco islandese, che prevede la formazione di due squadre (squadra arancione e verde), costituite ciascuna da tre bambini (due maschi e una femmina o due femmine e un maschio), che si fronteggiano. Tale gioco prevede dei movimenti sincronici all’interno della stessa squadra e fra squadre rivali. Al termine del gioco i piccoli hanno compilato un questionario.

La ricerca ha dimostrato che i movimenti sincronici incrementano la socialità infantile, i legami sociali e, quindi, le azioni prosociali fra bambini sia nell’ambito della stessa squadra che fra squadre rivali.

Cézanne: la sua personalità turbolenta e i pensieri ossessivi

Cézanne aveva un pensiero ossessivo: non voleva essere toccato dagli altri; quando incontrava qualche conoscente gli faceva segno da lontano di non avvicinarlo.

Breve biografia di Paul Cézanne

Paul Cézanne (1839–1906) rappresenta, insieme a Vincent Van Gogh (1853-1890) e a Paul Gauguin (1848-1903), l’anello di congiunzione tra l’arte dell’Ottocento e le Avanguardie del Novecento.

Cézanne nacque in una famiglia molto agiata ed era destinato ad affiancare il padre nella sua attività di banchiere, ma ben presto decise di dedicarsi alla pittura, causando, con questa sua scelta, frequenti liti in famiglia. Aveva un carattere schivo ed introverso ed una personalità contraddittoria: peregrinava continuamente dalla Provenza a Parigi, si avvicinava e, subito dopo, si allontanava dagli impressionisti: la sua aderenza al movimento, infatti, fu sempre molto distaccata.

La sua personalità turbolenta

Aveva difficoltà ad instaurare sane relazioni umane e, alla fine, scelse la solitudine. Era insieme timido ed ansioso e, con l’avanzare dell’età, il suo carattere si fece sempre più suscettibile e diffidente.
In un celebre saggio intitolato “Le doute de Cézanne” Maurice Merleau-Ponty ha evidenziato gli aspetti contraddittori della personalità dell’artista francese, scrivendo:
[blockquote style=”1″]Aveva bisogno di cento sedute di lavoro per una natura morta, di centocinquanta pose per un ritratto. Quella che noi chiamiamo una sua opera, per lui non era che un abbozzo, un tentativo di pittura. Nel 1906, all’età di 67 anni, un mese prima di morire ha scritto: ‘Mi trovo in un tale stato di turbamento mentale, in un turbamento tanto grande che temo a volte che la mia debole ragione non regga…adesso mi pare che vada meglio; vedo più giusto nell’orientamento dei miei studi. Arriverò un giorno allo scopo tanto cercato e così a lungo inseguito? Studio sempre la natura dal vivo e mi pare di fare qualche lento progresso’. La pittura era tutto il suo mondo, la sua sola maniera di esistere.[/blockquote]

I pensieri ossessivi di Cézanne

Cézanne aveva un pensiero ossessivo: non voleva essere toccato dagli altri; quando incontrava qualche conoscente gli faceva segno da lontano di non avvicinarlo. Ordinò anche alla sua domestica di non toccarlo e di cercare di camminargli a debita distanza. Preoccupò spesso amici e conoscenti con le sue collere e le sue depressioni. Con l’avanzare dell’età i tratti della sua personalità divennero sempre più patologici: era angosciato ed il suo fastidio nell’essere toccato da estranei divenne pensiero ossessivo.

E pensiero ossessivo divenne anche monte Sainte-Victoire: Cézanne aveva sempre dipinto volentieri il paesaggio della sua Provenza, ma nell’ultimo periodo di vita ritrasse il monte Sainte-Victoire in maniera quasi ossessiva, gli dedicò circa cinquanta opere, tra il 1896 ed il 1906.
Il suo carattere chiuso con tendenze paranoiche lo portò ad un quasi totale isolamento: celebri sono le sue sfuriate con l’amico Zola e con Manet, al quale ebbe a dire: [blockquote style=”1″]non le stringo la mano, signor Manet, perché sono due settimane che non la lavo.[/blockquote]

Negli ultimi vent’anni di vita si dedicò totalmente alla pittura e pian piano si staccò da tutti, anche dalla moglie da cui si separò definitivamente nel 1895.
Si rinchiuse sempre più in se stesso, alla ricerca di sempre nuove sperimentazioni formali: immerso nella natura e lontano dal frastuono dell’umanità, Cézanne riuscì a tramutare l’arte in una vera e propria ricerca filosofica dell’essenza profonda delle cose.
Ormai in età avanzata, l’artista si chiedeva se tutta la sua pittura non derivasse da un disordine dei suoi occhi. I suoi contemporanei, oltre che gli storici successivi, si chiesero piuttosto se non ci fosse stato alla base qualche squilibrio mentale.

Maurice Merleau-Ponty ipotizzò che Cézanne fosse schizoide:
[blockquote style=”1″]La perdita dei contatti tranquilli con gli uomini, l’impotenza a padroneggiare le situazioni nuove, la fuga nelle abitudini, in un ambiente che non ponga problemi, la rigida opposizione fra teoria e pratica, fra ‘zampe’ e libertà solitaria, tutti questi sintomi consentono di parlare di una costituzione morbosa e, in particolare, di schizoidia.[/blockquote] (Maurice Merleau-Ponty, 1948).

La schizoidia è una forma di psicopatia per cui l’individuo che ne soffre tende ad isolarsi dall’ambiente in cui vive; lo schizoide perde il contatto vitale con la realtà o manifesta una scissione per quanto attiene ai rapporti con l’ambiente e con se stesso, dunque Cézanne soffrì, probabilmente, di schizoidia.

Conclusioni

Cézanne era un artista che dipingeva lentamente, ogni sua pennellata era il frutto di un’attenta analisi delle cose e delle forme che esistono in natura; fece un lungo cammino in solitudine durante il quale sperimentò un linguaggio nuovo che aprì la strada alle avanguardie del post impressionismo. E durante questo cammino, accompagnato da ossessioni e schizoidia, cominciò ad intendere la pittura come mezzo di indagine per penetrare la struttura delle cose; intuì che c’era un altro modo di dipingere e riuscì a trasferire sulla bidimensionalità della tela la tridimensionalità della realtà.

La musicoterapia tra le cure palliative per i malati terminali

Nel mondo intero, da diversi anni, all’interno di programmi di cure palliative vengono applicate alcune forme di terapia complementari, tra cui la Musicoterapia. Partendo dal presupposto che la musica è un mezzo di comunicazione che produce emozioni ed assume un significato ancora più profondo nei periodi di dolore e di lutto, il suo utilizzo a scopo terapeutico è stato ampiamente riconosciuto a livello internazionale.

 

Le cure palliative per i malati terminali

La malattia, il dolore, la sofferenza e la morte sono i momenti più critici dell’esistenza di ogni individuo.
Una malattia in stadio avanzato che non risponde più alle terapie provoca reazioni molto varie, complicate dal fatto che la situazione è in continua evoluzione, mentre la vita diventa sempre più incerta e precaria. La persona si trova destabilizzata; emozioni come rabbia, paura, senso di colpa, ansia, depressione, sono reazioni naturali di fronte a tale condizione, davanti all’evoluzione della malattia e ai trattamenti. Tali preoccupazioni coinvolgono non solo il paziente ma anche i familiari.

Le cure palliative intervengono proprio a favore di queste persone per affrontare la sofferenza in tutti i suoi aspetti e guardando alla persona nella sua totalità. E’ importante pensare che c’è sempre molto da fare per sostenere un malato terminale; la persona è importante fino alla fine e deve essere accompagnata verso la morte nel migliore dei modi, provando a lenire al massimo la sua sofferenza e continuare a dare senso e dignità alla sua vita.

Lo Stato italiano ha sancito il diritto di accesso alle Cure palliative attraverso la Legge del 2010 n. 38 “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”. La legge definisce le Cure Palliative come [blockquote style=”1″]l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici.[/blockquote]

Secondo L’European Association for Palliative Care (EAPC) le cure palliative [blockquote style=”1″]rispettano la vita e considerano il morire un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o posticipare la morte, ma quello di preservare la migliore qualità della vita possibile fino alla fine.[/blockquote]

 

La musicoterapia come terapia complementare

Nel mondo intero, da diversi anni, all’interno di programmi di cure palliative vengono applicate alcune forme di terapia complementari, tra cui la Musicoterapia.

Partendo dal presupposto che la musica è un mezzo di comunicazione che produce emozioni ed assume un significato ancora più profondo nei periodi di dolore e di lutto, il suo utilizzo a scopo terapeutico è stato ampiamente riconosciuto a livello internazionale. Il neurologo Oliver Sacks in un suo libro scrive infatti che [blockquote style=”1″]il potere della musica di integrare e curare… è un elemento essenziale. (è) il più completo farmaco non chimico[/blockquote] (Sacks O., 2014).

La musicoterapia quindi è riconosciuta come uno strumento valido per affrontare i molteplici sintomi e risultati della malattia e migliorare il benessere del paziente. Nelle cure palliative questa terapia aiuta ad attenuare la sofferenza e ad affrontare le problematiche ed i bisogni del malato e dei caregivers.

L’American Music Therapy Association definisce la musicoterapia come [blockquote style=”1″]l’uso clinico e la prova basata di interventi di musica per raggiungere gli obiettivi individualizzati all’interno di una relazione terapeutica da un professionista certificato che ha completato un programma di musicoterapia approvato[/blockquote] (American Music Therapy Association, 2011).

Il suono e la musica sono impiegati in tutti i loro aspetti (percettivi, motori, emotivi, mentali, sociali ed estetici) per rispondere al disagio e alla sofferenza collegati a patologie fisiche e/o psichiche, per facilitare l’ascolto, la comunicazione e per valorizzare le abilità e lo stile espressivo di ogni individuo.

 

La musicoterapia riduce l’ansia nei malati terminali

Diversi studi hanno messo in evidenza l’utilizzo della musicoterapia nell’ambito delle cure palliative con pazienti terminali e con i loro familiari.
L’ansia è un sintomo comune per i pazienti con diagnosi di malattia terminale, indipendentemente dal fatto che il paziente ha una predisposizione all’ansia o meno. L’ansia e la depressione sono risultate essere i più frequenti problemi psicologici nelle cure palliative (Radbruch L. et al., 2003).
Interessante è uno studio del 2009 che ha riportato una diminuzione dei livelli di cortisolo salivare di nove partecipanti dopo una sessione di musicoterapia. Anche se la fatica è rimasta invariata, l’ansia e la depressione sono diminuite mentre il punteggio per l’eccitazione tendeva ad aumentare. Così è stato indicato che la terapia musicale in un Hospice riduce il livello di stress dei pazienti e, quindi, svolge un ruolo positivo nel miglioramento della qualità di vita dei pazienti (Nakayama H. et al., 2009).

Ci sono diverse prove a sostegno del fatto che la musicoterapia gestisce l’ansia dei pazienti in terapia palliativa. Nell’articolo di Horne-Thompson e Grocke del 2008 vengono riportati tre studi che hanno dimostrato alcuni effetti positivi della musicoterapia sui pazienti terminali. Krout ha misurato l’efficacia della musicoterapia per migliorare il controllo del dolore, il benessere fisico e il rilassamento. Lo studio ha coinvolto un singolo intervento di musicoterapia su ottanta soggetti. I risultati sono stati significativi e lo studio ha rilevato che il controllo del dolore, il benessere fisico e il rilassamento sono effettivamente aumentati con una sessione di musicoterapia, sia auto-riferiti dal partecipante (p< 0.005) che riportati da un osservatore indipendente (p<0.001).

Un altro studio, condotto da Calovini con 11 malati terminali, ha esaminato i livelli di ansia di stato (definita da Lazarus come una sgradevole eccitazione emotiva di fronte alle richieste che minacciano o a pericoli) all’interno di una sessione di musicoterapia. E’ stato somministrato un questionario prima e dopo la misurazione della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca e della temperatura. Le misure fisiologiche sono state prese ogni 15 minuti durante l’intervento di musicoterapia. Lo studio ha trovato che l’ansia di stato non era influenzata significativamente da una sessione di musicoterapia. Tuttavia, la pressione arteriosa sistolica e la frequenza cardiaca sono diminuite, e la temperatura dei pazienti è aumentata, indicando quindi che c’è una tendenza verso la riduzione dell’ansia.

L’effetto della musicoterapia sulla riduzione del dolore, comfort fisico, relax e soddisfazione è stato esaminato anche da Curtis. Nove malati terminali hanno partecipato allo studio e sono state utilizzate tre condizioni sperimentali: (A) niente musica, (B) il suono di sottofondo, (C) la musica. Sebbene non siano stati raggiunti risultati significativi, le risposte individuali hanno dimostrato che la condizione di un suono di sottofondo sembrava avere un effetto negativo, mentre l’intervento musicale un effetto positivo. Partendo da questi studi Horne-Thompson e Grocke nel 2008 hanno condotto uno studio per valutare gli effetti della musicoterapia sull’ansia. I risultati hanno dimostrato una riduzione significativa dell’ansia nel gruppo sperimentale e analisi successive hanno trovato una significativa riduzione di altre misure in particolare il dolore, la stanchezza e la sonnolenza (Horne-Thompson A. & Grocke D., 2008).

Gutgsell nel 2013 ha condotto uno studio per determinare l’efficacia di una singola sessione di musicoterapia per ridurre il dolore nei pazienti in cure palliative. Ai due campioni dello studio, sperimentale e di controllo, sono state somministrate tre scale di valutazione: la NRS (Numeric Rating Scale), la FLACC (Face, Legs, Activity, Cry, Consolability Scale) e la FPS (Functional Pain Scale) sia prima che dopo l’intervento di musicoterapia. Il ricercatore, un musicoterapista professionale, ha sottoposto i pazienti ad un intervento musicale singolo di 20 minuti diretto ad abbassare il dolore. E’ stata osservata una riduzione significativamente maggiore nei punteggi del dolore nel gruppo di musicoterapia e, nella FPS, c’è stato un calo significativo nel punteggio del dolore funzionale nel gruppo di musicoterapia. Nonostante i diversi bias dello studio, i risultati di questa ricerca sembrano indicare che un intervento singolo di musicoterapia abbassa il dolore nei pazienti ospedalizzati in cure palliative (Gutgsell K.J. et al., 2013).

In uno studio del 2015 Warth e colleghi hanno assegnato casualmente 84 pazienti ricoverati in Hospice ad un trattamento di musicoterapia o ad un trattamento di controllo. L’intervento di musicoterapia consisteva in due sessioni di esercizi di musica dal vivo basati sul rilassamento; i pazienti del gruppo di controllo hanno ascoltato un esercizio di rilassamento verbale. Le analisi statistiche hanno rilevato che la terapia musicale è stata più efficace nel promuovere il rilassamento (F = 13,7; p <0.001) e il benessere (F = 6.41; p = 0.01) rispetto al trattamento di controllo. Questo effetto è stato sostenuto da un significativo aumento di oscillazioni ad alta frequenza del battito cardiaco (F = 8.13; p = 0,01). La musicoterapia non ha ridotto significativamente il dolore (F = 0.4; p = 0.53), ma ha portato ad una riduzione significativamente maggiore nel punteggio di fatica sulla scala della qualità di vita (F = 4,74; p = 0.03). Quindi gli autori hanno dimostrato che [blockquote style=”1″]la musicoterapia è un trattamento efficace, con un basso tasso di abbandono, per la promozione di relax e benessere in malati terminali sottoposti a cure palliative [/blockquote](Warth M. et al., 2015).

Inoltre nel 2015 Burns e colleghi hanno dimostrato che i pazienti che hanno ricevuto la musicoterapia sono stati più propensi a parlare di argomenti spirituali (P = 0.01) e avevano marginalmente meno problemi di respirazione (P = 0,06) (Burns D. S. et al., 2015).

 

Gli effetti benefici della musicoterapia anche nei familiari dei malati terminali

La musicoterapia promuove il benessere non solo al paziente ma anche ai familiari coinvolti nell’assistenza. Una revisione del 2009 sottolinea infatti la significatività e l’importante ruolo di questa terapia per i familiari e il personale (O’Callaghan C., 2009). La musica sembra giocare un ruolo vitale nell’aiutare il familiare in quanto permette di rilassarsi durante i periodi psicologicamente difficili e può servire ad affrontare il dolore ed elaborare con il tempo il lutto.

 

Conclusioni

La musicoterapia è quindi oggetto d’interesse da molti anni e usata con successo come parte dei programmi di cure palliative per i pazienti gravemente malati. Tuttavia, nonostante l’abbondante ricerca in merito, vi è carenza di letteratura di ricerca empirica, soprattutto per quanto riguarda l’efficacia della musicoterapia sul lungo termine.

Hilliard nel 2005 ha riferito che [blockquote style=”1″]anche se gli studi empirici in questo ambito stanno cominciando ad emergere, rimane una grave mancanza di studi controllati con campioni di grandi dimensioni che consentano una generalizzazione; vi è la necessità di studi con livelli elevati di controllo e con la randomizzazione dei soggetti[/blockquote] (Hillard R.E., 2005).

Più recentemente anche Korczak e Warth hanno sostenuto che gli studi sulla musicoterapia nelle cure palliative sono di bassa qualità e il rischio di bias è molto elevato; la maggior parte degli studi hanno infatti piccoli campioni e spesso la randomizzazione non è chiara. Pertanto gli autori suggeriscono la necessità di ulteriori studi di alta qualità (Korczak D. et al., 2013; Warth M. et al., 2014).

Sulla base di questi risultati sarebbe opportuno ampliare la ricerca in questo ambito, effettuando studi che siano il più possibile riproducibili e con meno errori; l’obiettivo è poter offrire una terapia efficace e fornire i migliori interventi clinici per soddisfare al meglio le esigenze dei pazienti e delle loro famiglie in questo difficile momento della vita.

Abuso senile intrafamiliare: conoscere per prevenire

L’ abuso senile è stato genericamente definito come qualsiasi azione di commissione o di omissione, intenzionale o non intenzionale, di natura fisica, psicologica o materiale, che decresce significativamente la qualità di vita dell’anziano.

Marco Pontalti, Chiara Di Nuzzo, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

L’abuso senile intrafamiliare: introduzione

[blockquote style=”1″]Per due anni Hisayuki Kuribayashi ha picchiato sua madre, che ha 81 anni ed è malata di Alzheimer. […] Quando si sono manifestati i primi segni della malattia, lui ha perso la testa. Solo ed oppresso dal lavoro di responsabile di una ditta di sicurezza, Kuribayashi non si è reso conto del progressivo peggioramento delle condizioni della madre e si è trovato rapidamente di fronte ad una situazione che non era in grado di gestire “Non ce la facevo più. La scuotevo, la colpivo e le gridavo contro”, ammette imbarazzato mentre fissa la sua tazza di caffè […]. Quando la malattia di sua madre si è manifestata Kurybayashi, che aveva una stanza in più, l’ha accolta nel suo appartamento. All’inizio la donna era autosufficiente, “poi, rapidamente, tutto è diventato molto difficile” ammette l’uomo. “Di giorno rimaneva sola e dormiva molto. Quando la sera tornavo a casa dal lavoro non potevo riposarmi: lei mi svegliava ogni cinque minuti e di notte a volte gridava. È andata avanti così per due anni”. Alla fatica si è aggiunta la tristezza per come era degenerato il loro rapporto. “Aveva fatto tanto per me, faticavo a riconoscere quello che stava diventando. La aiutavo a mangiare, a lavarsi e ad andare in bagno. Era una situazione che non riuscivo ad accettare. Mi faceva rabbia, mi irritavo e la picchiavo. Non lo facevo apposta”. Aggiunge che era più forte di lui. “Ogni volta rimpiangevo di averlo fatto e ogni giorno mi sentivo in colpa”.[/blockquote] (Internazionale, 10 luglio 2015)

Queste parole racchiudono parti di un articolo pubblicato recentemente su Internazionale dal titolo “Non c’è più rispetto”. L’intento del giornalista era quello di analizzare il fenomeno della violenza senile intrafamiliare dagli occhi dell’abusante. La sincerità e la direttività rendono particolarmente vivida e cruda la difficoltà e la sofferenza psico-sociale che pesavano sia al caregiver-abusante, sia al familiare-abusato aggravato dalla compresenza di una malattia degenerativa.
L’articolo ricalca una situazione giapponese, tuttavia non bisogna andare così lontani, poiché anche nel nostro Paese si possono riscontrare episodi simili.

[blockquote style=”1″]“Nei giorni successivi la signora trascorreva l’intera giornata seduta in cortile poiché la figlia al mattino, subito dopo il risveglio, la costringeva ad uscire dall’appartamento chiudendo la porta a chiave e impedendole di rientrare anche solo per bere un sorso d’acqua. Non le permetteva di rientrare neanche all’ora di pranzo e verso le 15 le lanciava dalla finestra una confezione di crackers o una merendina. Io e altri condomini quando la vedevamo in cortile le offrivamo riparo e qualcosa da bere e da mangiare. In diverse occasioni vedevo sul volto della signora la presenza di ecchimosi, escoriazioni e graffi”. La donna, rimasta vedova qualche anno fa, da un paese dell’hinterland si è trasferita in casa di una delle quattro figlie (una donna con problemi di alcolismo); l’accordo era che per l’assistenza all’anziana madre avrebbe tenuto metà della sua pensione; la convivenza è degenerata quando i sintomi della malattia senile si sono fatti più evidenti; a quel punto le violenze e i maltrattamenti sono diventati un’abitudine quotidiana. [/blockquote](Corriere della Sera, 16 marzo 2016)

[blockquote style=”1″]Quando ancora abitavano assieme si udivano urla e insulti della figlia rivolti contro la madre […] I maltrattamenti sarebbero continuati anche quando l’anziana madre, all’epoca dei fatti settantenne malata di Parkinson e affetta da demenza senile, era ricoverata in un centro di lunga degenza. […] Un’infermiera aveva ricordato: “Ho assistito a tanti episodi. Una volta l’aveva spinta davanti allo specchio in bagno, ‘guarda in che stato sei, non ti vergogni’, le diceva. Un giorno ho visto la donna mentre faceva il gesto di metterle un dito nell’occhio. Si arrabbiava se non mangiava, ma a volte era lei stessa a non farla mangiare, la umiliava per i problemi di incontinenza. Era aggressiva anche con noi quando la volevamo accudire.”[/blockquote] (Targatocn, 9 giugno 2015).

 

I dati e le percentuali di abuso senile

Sono stralci di due fatti di cronaca distinti recuperati dalla stampa nazionale italiana che causano reazioni di stupore e disprezzo verso quelle persone, figli (53%), nipoti (19%) o coniugi (16%), che abusano e maltrattano il proprio famigliare anziano, spesso all’interno delle mura di casa (Davis e Medina, 2001) ma anche nelle case di riposo (Krug et al., 2002). Sono due dei tanti, perché la violenza agli anziani è molto più diffusa di quanto si possa immaginare, ed è presente in tutto il mondo, in paesi sia sviluppati che in via di sviluppo (Cooper, Selwood, & Livingston, 2008; Laumann, Leitsch, & Waite, 2008; Pillemer & Finkelhor, 1988). L’essere “anziano” è una condizione che si è radicalmente mutata nel tempo, passando da una visione come “vecchi saggi e rispettabili” a persone “neglette ed emarginate”. Oggi le persone anziane sono anacronistiche, non facilmente adattabili alla società odierna, confermato dalla letteratura geriatrica e criminologica che parla del maltrattamento in questa fascia di popolazione come un fenomeno in costante aumento (Bonnie e Wallace, 2002; Podnieks e Wilson, 2005).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2002) ha pubblicato ufficialmente il primo “Rapporto mondiale su violenza e salute”, individuando la prevalenza del 4-6% di violenza sulle persone in età senile. Più recentemente il rapporto dell’Ufficio Europeo dell’Organizzazione Mondiale della Salute (2011), si è stimato che ogni anno muoiono 2500 anziani per azione di commissione ed omissione da parte dei famigliari, che il 30% degli 8500 annuali omicidi di soggetti in età senile sarebbero dovuti a maltrattamenti subiti e che il 19,4% della popolazione anziana europea (circa 29 milioni di persone) sono vittime di abuso psicologico. In altri studi, l’ abuso fisico e psicologico in ambito domestico risulta una delle categorie più comuni e diffuse di maltrattamento subito dalla popolazione anziana (Barbagallo et al., 2005) per mano di un familiare che si prende cura di lui (Cyphers, 1999). Sono cifre che descrivono uno scenario piuttosto preoccupante le cui previsioni non sono rassicuranti a fronte di una costante crescita della popolazione in età avanzata e dell’allungamento della età media di vita.

In Italia è difficile discutere di questo fenomeno, nonostante i numerosi fatti di cronaca. I dati sono molto carenti e sottostimati poiché alto è il numero oscuro (l’insieme di reati commessi ma non denunciati), un aspetto problematico che rende molto sfocata la reale fotografia della violenza tra le mura domestiche. Alla base di questo distacco, in Italia ma anche nel mondo, sembra esserci una difficoltà intrinseca nell’ottenere informazioni precise, un’omertà delle stesse vittime nel denunciare gli abusi subiti se non di fronte ad azioni estremamente gravi (Krahé, 2005). In una revisione totalmente italiana, Molinelli et al. (2007) hanno stimato che i casi di maltrattamento nei confronti degli anziani dovrebbe aggirarsi attorno alle 500.000 unità all’anno, la maggior parte per mano dei figli delle vittime stesse (Correra, Martucci, 1994; Granata et al., 1996), per una prevalenza, stando ad ulteriori studi, attorno al 9% (Ogioni et al., 2007).

Questi dati fanno quindi riflettere sulla necessità di intervenire e nel prevenire situazioni di maltrattamento, in una società in cui gli anziani saranno sempre più numerosi e presenti (Proehl, 2012).

La testimonianza all’introduzione è un tipico esempio di situazione in cui un familiare è scelto (o si propone) come caregiver principale, ovvero come colui che assisterà in modo prevalente o totalizzante l’anziano, diventando quindi il suo responsabile della cura. Nello specifico, Kuribayashi è un caregiver “burden”, termine con il quale si identifica quella condizione di “carico” e “peso” psicologico, fisico ed economico che il caregiver assume nell’accudire il suo familiare, con un impatto negativo sulla sua salute e sulla stessa assistenza del malato, che spesso sfocia in un distacco emotivo determinando maggiore stress, sentimenti di rabbia e impotenza. Il Burden è un fattore di rischio che, come si potrà vedere più avanti, genera sì un contesto favorevole alla violenza ma non è da solo sufficiente: per certi studiosi prevale la qualità della relazione piuttosto che la condizione di Burden (Homer, Gilleard, 1990; Cooney & Mortimer, 1995; Reis & Nahamish, 1998). Inoltre, il caso del figlio giapponese rappresenta una delle tante forme di maltrattamento nei confronti degli anziani da parte dei caregivers. Facciamo un passo alla volta.

 

Che cos’è l’ abuso senile?

L’ abuso senile è stato per la prima volta oggetto di discussione negli Stati Uniti attorno agli anni Settanta e affrontato scientificamente nel 1975, grazie all’osservazione da parte di operatori sanitari di una manifestazione comportamentale dell’anziano, definita sotto il termine “granny-battering” o “elderly abuse syndrome”, non spiegata da un punto di vista medico (Baker, 1975; Burston, 1975).

Nel già citato rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Salute (2002), l’ abuso senile è stato genericamente definito come qualsiasi azione di commissione o di omissione, intenzionale o non intenzionale, di natura fisica, psicologica o materiale, che decresce significativamente la qualità di vita dell’anziano. Action on Elder Abuse, un’organizzazione inglese che affronta esaustivamente il tema della violenza sulle persone in età avanzata, ha proposto una definizione dove mette la relazione di aspettativa di fiducia tra l’abusante e l’anziano il cuore della sofferenza e l’elemento di discriminazione tra le altre forme di violenza nei confronti degli anziani (per esempio, truffa, rapina, furto, omicidi, etc.) (Action on Elder Abuse, 2016). Tale caratteristica è stata accolta anche dalla International Network of Prevention of Elder Abuse, l’organizzazione adibita alla prevenzione del fenomeno, la stessa che ha promosso ed organizzato la “Giornata mondiale contro la violenza sugli anziani” il 15 giugno 2006.

L’anziano può subire danni fisici e dolore, essere umiliato, abbandonato (Salmon, Stobo e Cohn, 2002), subire furti di denaro (Chen et al., 2014) o essere negato di cibo e cure, con profonde conseguenze fisiche e psicologiche. Per maggior chiarezza espositiva, è possibile individuare diverse categorie di abusi subiti dall’anziano (Barbagallo et al., 2005):
Abuso fisico: dolore, danni fisici, ingiuria.
Abuso psicologico: sopraffazione verbale, umiliazione, intimidazione, minacce.
Abuso economico: furto, estorsioni, eredità anticipate, firme forzate.
– Violenza medica: eccessiva somministrazione dei farmaci.
– Violenza per omissione: negazione della necessità, dimenticanza, omissione.
– Violenza civica: arbitraria mancanza di rispetto della figura dell’anziano.
Abuso sessuale: contatto sessuale di ogni tipo senza consenso.
– Autolesionismo: azioni e comportamenti dell’anziano che mettono in pericolo la propria salute e sicurezza.

 

Fattori di rischio e conseguenze del maltrattamento e dell’ abuso senile

Non ci sono singoli fattori ma una eterogeneità di fattori di rischio che può favorire la violenza sugli anziani per mano di familiari o persone vicine. Per indagare in maniera più strutturata ed esaustiva, ricercatori hanno adottato il modello ecologico come chiave di lettura, per cui è possibile individuare i fattori di rischio a più livelli: individuale, relazionale, sociale/comunitario (Schiamberg & Gans, 1999; Carp, 2000).

– Individuale. Relativamente agli abusanti, sono soggetti che tendenzialmente presentano disturbi di personalità e problemi legati all’alcol e alla droga (Wolf & Pillimer, 1989; Bristowe & Collins, 1989; O’Leary, 1993), difficili condizioni economiche (Krug et al., 2002), il sovraccarico di responsabilità assistenziale o alti livelli di stress nel caregiver (Podniekes et al., 2010). Relativamente agli anziani abusati, la maggior parte delle vittime appartiene al genere femminile, con un’età maggiore di 80 anni e spesso in una condizione sociale disagiata (Aitken & Griffin, 1996). Non c’è invece un consenso sulla correlazione tra indebolimento cognitivo, fisico o demenza e maltrattamento. Uno studio rileva che tende ad essere correlata a una situazione di maltrattamento per il 51% dei casi (Dyer et al., 2000), altri che non sussiste alcun legame (Pillemer, 1989; Paveza et al., 1992; Cooney & Mortimer, 1995).

– Relazionale. I fattori di rischio relazionali, ossia quelli relativi agli intercorsi tra l’anziano e i caregivers, sono il sovraccarico di responsabilità di coloro che si prendono cura dell’anziano e la differenza di potere nella relazione di accudimento della persona in età avanzata (Steinmetz, 1988; Eastman, 1994). Il sovraffollamento e la perdita di privacy dovuta alla presa in carico dell’anziano in casa dei parenti favorirebbero situazioni di conflitti e di violenza in ambiente familiare (Scali, 2013). La relazione di dipendenza, intesa come il vivere in funzione del bisogno dell’altro, tra l’anziano e il caregiver (i figli in particolare) sarebbe un fattore di rischio nell’instaurazione di una dinamica interpersonale perversa, deviante e pericolosa (Pillemer, 1989). La demenza comporta profondi cambiamenti nel comportamento e nella personalità del paziente e rappresenta un evento critico che coinvolge anche l’intero gruppo familiare che si trova a vivere in elevate condizioni di stress e di impegno. Tuttavia da sola, come discusso precedentemente, non sarebbe in grado di favorire l’ abuso senile, sottolineando come sia la qualità della relazione ad essere l’aspetto determinante (Homer, Gilleard, 1990; Cooney & Mortimer, 1995; Reis & Nahamish, 1998). Per esempio alcuni studi hanno visto come la relazione tra la sindrome dell’Alzheimer e l’ abuso senile sia mediata dalla natura della relazione tra l’anziano affetto da tale patologia e il caregiver (Cooney & Mortimer, 1995; Hamel et al., 1990; Nolan, Grant & Keady, 1996).

– Sociale/comunitario. Tra i fattori sociale/comunitari si riscontra l’isolamento sociale dovuto all’indebolimento delle condizioni psicofisiche e alla riduzione di opportunità di socializzazione, facendo aumentare il numero oscuro (Podnieks, 1992; Wolf & Pillemer, 1989; Phillips, 1989; Grafstrom, Nordberg & Winblad, 1994). Le norme culturali e i pregiudizi come l’ageismo, il sessimo e la cultura della violenza, sono aspetti che fino a poco tempo fa erano sottovalutati, ma che stanno contribuendo in maniera significativa al rischio di abuso alle persone anziane (Krug et al., 2002). Fattori che contribuiscono ad una maggiore presenza di abuso senile all’interno di una nazione sono da considerare i veloci mutamenti delle strutture sociali ed economiche legati alla globalizzazione, l’isolamento delle vittime, una inadeguata conoscenza della legge e dei servizi, il conflitto intergenerazionale, la povertà, la cultura, i livelli di scolarizzazione, la mancanza di mobilità e di fondi per il sostentamento della popolazione, la scarsa familiarità e accessibilità ad internet (Podniekes et al., 2010).

Per quanto riguarda le conseguenze, il maltrattamento è una situazione traumatica cronica che comporta gravi conseguenza psicologiche oltre che fisiche per la vittima (Wolf, 2000), portando, come abbiamo visto in precedenza dalla disamina statistica del fenomeno, alla morte.
Gli studi sulla popolazione anziana mostrano che le persone abusate manifestano significativi livelli di depressione e di stress psicologico, si presentano timorosi, agitati, irritabili e, nelle situazioni più gravi, mostrano sintomi dissociativi (Phillips, 1983; Bristowe et al., 1989; Comij et al., 1999). Presentano inoltre sensazioni di impotenza, di alienazione e di negazione dell’evento traumatico, nonché emozioni di colpa, vergogna, paura, ansia e sintomi da stress post-traumatico (Booth, Bruno & Marin, 1996; Goldstein, 1996).

Una conseguenza a dir poco problematica è la difficoltà a denunciare l’ abuso. Questo accade perché spesso l’anziano non è a conoscenza dei propri diritti ed ha una scarsa consapevolezza di subire un abuso, vede il maltrattamento come il pegno da pagare in cambio di gratitudine nei confronti del caregiver che si sta impegnando a prendersi cura di lui, attribuisce al proprio invecchiamento e alla propria persona la responsabilità e la colpa dell’accaduto, si vergogna profondamente di non essere stato in grado di tutelarsi e ammettere che persone vicine a lui possano commettere certi comportamenti, ha timore che a far presente l’abuso possa minacciare la propria sopravvivenza, in particolare nelle case di riposo (Scali, 2013).

 

Intervento e prevenzione dell’ abuso senile

L’Organizzazione Mondiale della Salute (2002, 2011) ha descritto come gli interventi volti a contrastare e prevenire l’ abuso senile derivino per la maggior parte dei casi come risposta da realtà nazionali e locali. L’obiettivo generale è quello di favorire, diffondere e sensibilizzare la conoscenza sul tema dell’ abuso senile nella popolazione e ancor di più nei servizi socio-saniatari ed assistenziali dove lavorano persone che con più probabilità e frequenza sono a contatto con gli anziani. Per far ciò, si necessiterebbe di una vera e propria rete capillare di servizi su tutto il territorio, sia a livello nazionale che locale, garantita e tutelata attraverso un sistema legislativo specifico in materia di maltrattamento ai danni dei soggetti in età avanzata.

A livello nazionale, alcuni Paesi hanno reso realtà questo tipo di sistema, come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Norvegia dove hanno delle vere e proprie strutture governative e/o non governative nel proprio territorio specializzate al contrasto dell’ abuso senile e all’assistenza dell’anziano a livello sanitario, psico-sociale e giuridico. Altri Paesi, come la Francia, la Germania, l’Italia e la Polonia hanno attività di prevenzione limitatamente affidata a centri studi od organizzazioni locali. Altri ancora, come alcuni Stati del Sud America, riconoscendo il problema, hanno proposto piani di intervento formativo volti ad addestrare il personale professionale a contatto con gli anziani al fine di riconoscere i segni dell’ abuso. Paesi asiatici, come Cina, India, Giappone e Repubblica della Corea hanno sottolineato il problema dell’ abuso senile da un punto di vista scientifico, ma non sono state avviate politiche di intervento (Krug et al., 2002).

Legante e rappresentante della quasi totalità dei Paesi in tutti i 6 continenti è International Network for the Prevention of Elder Abuse (INPEA) che ha l’obiettivo di sensibilizzare il tema dell’ abuso nella popolazione, promuovere una corrispettiva educazione e formazione, promuovere la ricerca per evidenziare cause, conseguenze, trattamento e prevenzione dell’ abuso in età avanzata. INPEA si appoggia anche a organizzazioni particolarmente attive e attente al tema, come l’inglese Action on Elder Abuse e il sistema governativo statunitense National Center on Elder Abuse.

A livello locale rientrano invece tutti quei programmi che per sensibilità ed interesse sul tema dell’ abuso senile, autonomamente promuovono e gestiscono programmi di contrasto e di prevenzione. Sono misure per lo più avviate da Paesi sviluppati, di ampio respiro, ossia rivolte alla violenza familiare in genere, e non solo specificatamente a quella agli anziani. Alcuni servizi sociali, in collaborazione con figure professionali specializzate, personale giuridico e forze dell’ordine, hanno per esempio delineato linee guida e protocolli per affrontare i casi di maltrattamento agli anziani predisponendo un numero telefonico per poter denunciare i fatti (Action on Elder Abuse, 1997; Yamada, 1999) e uno spazio protetto dove accogliere gli anziani abusati e condividere in gruppo l’esperienza. Le strutture mediche che più frequentemente di ogni altra realtà locale sono a contatto con gli anziani, sarebbero i luoghi principe per rilevare indicatori e segni dell’ abuso: in tale direzione, medici ed infermieri dovrebbero essere addestrati a riconoscerli e a prendere le misure di intervento adeguate. Purtroppo spesso il personale non è formato perché non è previsto nel piano di studi e gli apparati medico-sanitari non hanno ideato protocolli specifici (Sanders, 1992; Lachs & Pillemer, 1995). A tal riguardo, l’Organizzazione Mondiale della Salute (2002), per aiutare gli addetti al settore e diffondere, ha fornito gli indicatori di sospetto di abuso senile, dividendoli tra quelli relativi all’abusante e quelli relativi all’abusato, questi ultimi ulteriormente categorizzati per tipo di maltrattamento (Tab. 1).

Indicatori relativi all’anziano

Indicatori relativi all’abusante

Fisici

Comportamentali ed emotivi

Sessuali

Economici

Lamentare di essere aggrediti fisicamente

Cadute inspiegabili e ingiurie

Bruciature e lividi o in parti del corpo inusuali o insolite per tipologia

Tagli

Eccessiva assunzione (o ridotta) di farmaci

Malnutrizione e disidratazione senza che ciò sia legato ad una specifica malattia

Condizioni generali di scarsa igiene o apparire poco curato

Cercare l’attenzione medica attraverso la consultazione di diversi medici o strutture sanitarie

Cambiamenti nelle abitudini alimentari

Alterazioni del ritmo del sonno/veglia

Disturbi del sonno

Paura, confusione o avere un’aria rassegnata

Passività, ritiri, tratti depressivi

Tratti d’ansia

Affermazioni contraddittorie o altre ambivalenze

Riluttanza a parlare apertamente

Evitare il contatto oculare, fisico o verbale con il caregiver

Isolamento sociale

Lamentare di essere vittima di abusi sessuali

Frequenti lamentele di dolori nella regione genitale

Comportamenti sessuali fuori dalle precedenti relazioni o personalità

Cambiamenti nei comportamenti come aggressioni, ritiro o automutilazioni

Frequenti lamentele circa dolori addominali, emorragie genitali

Lacerazioni, macchie, tracce di sangue nella biancheria

Prelievi di soldi non abituali

Prelievi di soldi che non in linea con le sue risorse

Cambiamenti nell’intestatario/ beneficiario di titoli, proprietà, beni di varia natura

Le proprietà/beni vengono occultati

L’anziano non trova più i gioielli o altri beni

Movimenti sospetti sulla carta di credito

Mancanza di attrattive quando l’anziano se la potrebbe permettere

Problemi medici o di salute mentale non trattati

Il livello di cura non è commisurato con il reddito o le risorse dell’anziano

Il caregiver appare stressato, cronicamente teso o eccessivamente disimpegnato

Il C. biasima l’anziano per alcuni comportamenti (esempio: essere incontinenti)

Il C. si comporta aggressivamente

Il C. tratta l’anziano come un bambino o in modo de-umanizzante

Il C. ha una storia di abuso di sostanze stupefacenti o alcol

Il C. non permette che l’anziano parli con nessuno

Il C. risponde in modo difensivo, evasivo o ostile quando gli vengono rivolte domande sull’anziano

Il C. si prende cura dell’anziano da molto tempo

[blockquote style=”1″]Nel caso di Kuribayashi sono stati i lividi sul corpo della madre ad allarmare il personale medico del centro di assistenza diurna che la donna frequentava due volte alla settimana. Si sono resi conto che gli ematomi non erano dovuti all’applicazione di cateteri e una mattina si sono presentati a casa di Kuribayashi con un messaggio esplicito: “Dovete separarvi”. Stremato, il figlio ha accettato senza esitare.[/blockquote]

Grazie all’occhio del personale medico della struttura che ospita la madre del protagonista giapponese è stato possibile fermare la situazione di violenza, questo a sottolineare nuovamente l’importanza di una formazione e di un addestramento specifici in grado di rilevare gli indicatori di sospetto di abuso. C’è anche da evidenziare che è stato possibile interrompere questo tipo di maltrattamento perché i segni erano evidenti e visibili. Molte altre forme di abuso, in particolare quello psicologico o la negligenza, richiedono un occhio più attento e a tal riguardo sembra che non ci siano strumenti e metodi standardizzati di screening per la rilevazione dei campanelli di allarme (Molinelli et al., 2007). La depressione, che è una reazione piuttosto diffusa in situazione di abuso e negligenza, può essere valutata tramite la Geriatric Depression Scale (GDS; Yesavage, Rose & Huang, 1983), la Hamilton Rating Scale for Depression (HRSD; Hamilton, 1960) e la Cornell scale for depression in dementia (Alexopoulos et al., 1988).

[blockquote style=”1″][…] la madre è stata messa in un ospedale e poi in una casa di cura specializzata, più costosa. Per pagare i 150 mila yen (1200 euro) della retta mensile della struttura, la pensione della donna non basta, e il figlio deve contribuire di tasca proprio. Ma lo fa volentieri: “Mia madre è contenta, sta molto bene in quel centro”, assicura Kuribayashi mostrando alcune foto della donna, minuta e sorridente.[/blockquote]

La soluzione del nostro protagonista giapponese, per evitare l’aggravarsi di una situazione di violenza già in corso, è stata quella di inserire la madre in una struttura specializzata, salvaguardando in questo modo la relazione tra la madre anziana e il figlio, pagando proficuamente i costi economici in termini di benessere psico-emotivo.

 

Agire sulla qualità delle relazioni intrafamiliari: un modello di prevenzione CBT

Ad oggi sono molti gli interventi di prevenzione dell’ abuso senile promossi dalle associazioni e dalle autorità locali. Oltre alla formazione mirata degli operatori sanitari e al supporto dei caregiver, sarebbe utile avviare programmi che agiscano attivamente sul nucleo familiare con lo scopo di migliorare la qualità relazionale tra l’anziano e le persone che gli stanno accanto.

A tal proposito, Khanlary e colleghi (2016) hanno pubblicato recentemente il primo intervento basato sull’approccio psicoterapico di tipo cognitivo-comportamentale (CBT) rivolto alle famiglie in cui sono avvenuti casi di abuso senile. L’intervento, sviluppato su 5 incontri che hanno coinvolto attivamente l’intero nucleo familiare, si è basato sulla promozione sia di una maggiore consapevolezza del fenomeno del maltrattamento, dei triggers ad esso implicati e dei principi di cura dell’anziano, sia di una comprensione dei comportamenti e dei pensieri funzionali da adottare in situazioni di conflitto. Ogni sessione comprendeva una parte teorica ed una di intervento, quest’ultima basata sull’utilizzo di tecniche CBT quali la ristrutturazione cognitiva, il modelling, il role-playing e gli homeworks. Questo intervento, sostenendo la partecipazione attiva della famiglia, ha ottenuto risultati efficaci nel ridurre lo stress intrafamiliare e i comportamenti di abuso senile, quali abbandono finanziario e maltrattamento fisico. Agendo direttamente sui fattori di rischio individuali e relazionali, è stato così possibile promuovere una maggiore comprensione del problema e l’instaurarsi di relazioni positive e appaganti, concretizzandosi in un reale ed effettivo supporto alla famiglia e, in particolare, all’anziano.

 

Conclusioni

L’ abuso senile è un fenomeno latente purtroppo molto diffuso nella nostra società, è un problema ancora sottostimato e trascurato perché difficilmente individuabile. I motivi sono diversi, ma la sottovalutazione del fenomeno è sicuramente legata alla poca informazione e alla scarsa volontà/capacità di riconoscere e accettare un evento così “disturbante” che tocca a livello umano ed etico la nostra collettività.

Oggi sono numerosi gli interventi di prevenzione basati sulla formazione degli operatori sanitari, sul supporto dei caregivers e sull’assistenza di strutture specializzate esterne alla famiglia, ma ancora non basta. Il maltrattamento domestico è causato da numerosi fattori le cui radici sono la maggior parte all’interno dello stesso nucleo familiare. Ed è proprio qui che la prevenzione dovrebbe cominciare: non solo nell’informare e nel sostenere i familiari, ma anche nell’educare e nel ristrutturare le relazioni con l’anziano in termini cognitivo-comportamentali, con l’obiettivo di promuovere un ambiente sereno, funzionale e capace di risolvere i conflitti che troppo spesso sfociano in maltrattamento.

Portieri di calcio e bias d’azione: uno studio sui calci di rigore

I bias d’azione e i bias cognitivi in generale sono delle distorsioni conoscitive sistematiche che possono minacciare la performance sportiva di un atleta, primi tra tutti i portieri di calcio. Un’adeguata preparazione psicologica rimane spesso il valore aggiunto per raggiungere il successo sportivo.

Andrea Consorti, Michela Cortini

 

Oggi, soprattutto in Italia, la figura professionale dello psicologo dello sport non è abbastanza valorizzata; le società sportive curano poco la gestione delle risorse umane, ignorando che, così facendo, rischiano di non ottenere il meglio dai propri atleti.

 

I bias cognitivi

I bias cognitivi sono degli errori di giudizio, delle distorsioni sistematiche; sono attribuibili al nostro utilizzo di euristiche, ovvero delle scorciatoie cognitive che, se da un lato ci permettono di elaborare più velocemente i giudizi, dall’altro possono a volte indurci a fare scelte figlie di una valutazione sbagliata. Ed è proprio quando siamo indotti a sbagliare sempre nella stessa maniera che parliamo di bias.

Per bias di omissione, nello specifico, si intende quella tendenza, appunto sistematica, a preferire scelte che comportano l’omissione anziché l’azione, anche quando questo significa esporsi a rischi oggettivamente elevati. Ritov e Baron (1990) arrivarono a questa conclusione dopo aver condotto dei soggetti di fronte ad una situazione decisionale in un contesto di una forte epidemia che metteva a rischio la vita dei bambini. I partecipanti dovevano immedesimarsi nei genitori che a questo punto avrebbero dovuto decidere se sottoporre i propri figli ad una vaccinazione (azione) o meno, sapendo che, in quest’ultimo caso, il rischio di morte sarebbe stato più alto. I risultati dimostrarono che molti soggetti si opposero alla vaccinazione optando così per una soluzione apparentemente tutt’altro che razionale. Una spiegazione plausibile fu data proprio dagli stessi autori dell’esperimento (Ritov, Baron,1995): la paura di rimpiangere la scelta fatta condurrebbe i soggetti ad assumere una posizione passiva che permetterebbe loro di sperimentare un rimpianto minore qualora l’esito fosse la morte del bambino.

I bias d’azione invece sono l’esatto contrario in quanto le persone tenderebbero ad agire anche quando l’azione è meno vantaggiosa dell’omissione. Fagerlin, Zikmund-Fisher e Ubel (2005) rilevarono in un esperimento che, nel caso di una diagnosi di cancro, i pazienti preferivano ricorrere a dei trattamenti (azione) piuttosto che a controlli periodici (inazione), anche quando i primi risultavano essere meno efficaci o addirittura più dannosi per la salute. I risultati riportati purtroppo dimostrano ad oggi una certa inconsistenza; risulta difficile fornire delle spiegazioni più approfondite che possano giustificare questo comportamento dei pazienti. È lecito pensare, tuttavia, che la gravità del cancro diagnosticato sia una variabile che può aver influenzato in qualche modo la scelta finale dei pazienti e, dunque, il bias d’azione.

 

 

I portieri nel calcio di rigore: il bias d’azione

Nel calcio, in maniera più specifica nei calci di rigore, i portieri sono messi di fronte ad un’importante scelta: l’azione (tuffarsi in una delle due direzioni) o l’inazione (rimanere al centro della porta) per bloccare o respingere il tiro avversario. In questa situazione di gioco, le pressioni che coinvolgono il giocatore possono essere molte; essendo il goal realizzato circa il 75-80% delle volte e conoscendo la media goal di ogni partita (circa 2 goal e mezzo), possiamo facilmente intuire che anche solo una rete subita, possa essere quella decisiva.

L’analisi di 286 calci di rigore nei migliori campionati del mondo (Bar-Eli, Azar, Ritov, Keidar-Levin, Schein, 2007) ha sottolineato che, vista la probabilità della direzione del tiro, la strategia ottimale per i portieri sarebbe quella di rimanere al centro della porta. Un tiro classificato come ‘centrale’ non vuol dire che si dirigerà esattamente al centro della porta ma più verosimilmente nella sua zona centrale.

Ora, partendo dal presupposto che il portiere dovrebbe fare la scelta più conveniente per la sua squadra, è strano perché nella maggior parte dei rigori studiati il portiere si tuffi, facendo a questo punto la scelta meno razionale.

Questo ci suggerisce che potrebbe essere implicato nel processo decisionale un bias d’azione. Bar-Eli e collaboratori spiegano questo comportamento attraverso la teoria della norma (Kahneman, Miller, 1986); la norma nel caso del giocatore è saltare e una scelta passiva provocherebbe in lui uno stato emotivo negativo qualora subisse il goal, stato emotivo comunque peggiore rispetto alla situazione in cui il goal venisse realizzato dopo una scelta attiva del portiere (saltando). In pratica, in caso di tuffo, quest’ultimo avrebbe l’attenuante di aver almeno provato a parare il tiro dell’avversario, per questo sperimenterebbe vissuti meno negativi, condizione che non si verificherebbe in caso di una scelta passiva.

 

 

La ricerca

Partendo da un’attenta analisi della letteratura, ed in dettaglio dalle provocazioni in noi suscitate dalla lettura dell’articolo di Bar-Eli e collaboratori (2007) intitolato ‘Action bias among elite soccer goalkeepers: the case of penalty kicks‘, abbiamo inteso pianificare una ricerca pilota sul bias d’azione nei portieri italiani.

A tale scopo è stato messo a punto un questionario ad hoc, comprendente una parte di domande sulle generalità socio-demografiche, unitamente alla versione italiana della scala sull’action bias dei portieri (Bar-Eli et al., 2007), ed una serie di scale sulle condotte in campo. Il questionario, predisposto per una compilazione carta e matita, è stato sopposto ad un campione di 21 portieri professionisti, attraverso un iniziale campione di sotto-convenienza, costituito da contatti presso alcune società si Serie B, Lega Pro, Promozione e Prima Categoria Abruzzese.

Tutte le scale sono state misurate attraverso la richiesta di accordo su singole affermazioni, usando una scala Likert da 1 a 5; in particolare, la dimensione dell’atteggiamento rispetto all’incapacità di aver parato un rigore a seconda del come ci si è comportati (tuffati a destra, a sinistra o non essersi tuffati rimanendo al centro) è stata indagata con una scala da 1 ‘non mi sento affatto male‘ a 5 ‘mi sento molto male‘. La somministrazione è avvenuta a ridosso di una sessione di allenamento.

Per quanto riguarda le proprietà psicometriche va sottolineato, in primis, un buon indice di affidabilità per tutte le scale, in modo particolare per quella relativa ai vissuti post-rigore che presenta un Alpha di Cronbach pari a .90.

Per quanto concerne le caratteristiche distributive, gli item presentano delle lievi violazioni della normalità che ci hanno comunque permesso di ricorrere alla statistica parametrica per la verifica delle nostre ipotesi.

In riferimento alla curiosità di ricerca, che riguarda quanto sia percepito come normale il tuffarsi (non importa in questo contesto se a destra o a sinistra) vs il rimanere fermi al centro, abbiamo verificato che solo 6 portieri su 21 considerano la norma il rimanere fermi. Partendo da questo dato, abbiamo diviso il campione in due per verificare i vissuti post-rigore chiedendo ai nostri portieri di immaginare di aver subito goal, tuffandosi rispettivamente a sinistra, a destra o senza muoversi dal centro. Abbiamo proceduto con un’analisi della varianza (ANOVA).

I risultati ci mostrano una differenza statisticamente significativa per quanto concerne i vissuti post-rigore a seconda che si creda normale il tuffarsi o meno. Colpisce una leggera differenza tra il tuffarsi a destra o a sinistra, che lascerebbe meno sensi di colpa, che varrebbe la pena di indagare ulteriormente, magari controllando la variabile mancinismo.

Rispetto al cuore della ricerca di Bar-Eli e collaboratori, il nostro studio pilota conferma i risultati originali.

Per quanto riguarda i limiti del nostro studio, non possiamo non menzionare il campione limitato, specie per quanto riguarda la variabile target ed il disegno di ricerca cross-sectional. Sarebbe quanto mai opportuno allargare il campione e seguire altri portieri con un approccio longitudinale che possa permettere una verifica più stringente delle ipotesi.

Colpisce, in tal senso, che i portieri più maturi, sia in senso stretto (diversi anni di esperienza agonistica) ma anche in senso di livello di gioco (in altre parole quelli del nostro campione che giocano in serie B), non presentino differenze statisticamente significative tra il tuffarsi o meno nella ricezione del calcio di rigore; per questi, anzi, non ci sono vissuti negativi né quando ci si tuffa, né quando si rimane fermi.

Rimane comunque doveroso anche sottolineare come nella nostra ricerca non sia stata approfondita la preparazione conferita dallo staff delle rispettive squadre ai propri tesserati; una diversa preparazione dei portieri di ciascuna società può aver influenzato il conseguente atteggiamento degli stessi di fronte ad un calcio di rigore.

Integralismo ed Autoritarismo religioso nella prospettiva Analitica

Religione: Il seguente articolo propone una rilettura di tipo psicoanalitico della relazione tra psicopatologia individuale e l’esperienza religiosa di tipo autoritario e integralista. Quanto possono essere labili i confini tra sofferenza, psicologia e la conversione religiosa in senso integralista? Questa eventuale relazione, e concomitante spiegazione, potrebbe aiutarci a capire nei tempi correnti i fenomeni di deriva integralista?

Direzionando una riflessione di tipo clinico, che ha come punto di partenza le dinamiche individuali in un contesto sociale e culturale, rileggeremo secondo la teoria e clinica analitica la natura e gli effetti di una trascendenza e religiosità di tipo coercitivo ed autoritario.

 

Religione: Contemporaneità e conversioni

Il diciannovesimo secolo è stato il secolo del crollo, frantumazione e dissipazione degli imperi nazionali e continentali. Il ventesimo secolo è stato caratterizzato dall’emersione e scontro tra ideologie e del loro parziale ridimensionamento. Questo ventunesimo secolo, pare, ha come fenomeno – e forse come inevitabile evolutivo – una ridefinizione relativistica e irreversibile di ciò che le religioni sono e del loro rapporto con l’individuo, nonché le società e gli stati nazionali (Hood, R.W., Spilka, B.,Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001).

La contemporaneità ci accade attorno, attraverso i mezzi di informazione e riverbera, ci accade dentro, mostrandoci un livello di orrore e violenza, di ostracismo e separazione tra gli uomini, ove il comune denominatore pare essere, quasi invariabilmente all’inizio o alla fine, il tema religioso.
La filosofia, la sociologia, la psicologia sociale e la psicopatologia moderna si sono ampiamente occupate di questo tema e di quanti a esso ne abbiano un nesso relativo.

Ne esce un quadro trasversale, ricco di considerazioni che, in questa sede, si attengono alla psicologia ed alla psicologia clinica con quanto è riferibile ed identificabile per una comprensione scevra da giudizi o condizionamenti.
Uno, fra tutti, centrale è proprio il concetto di Conversione, di coinvolgimento personale verso una religione e della trasformazione che comporta, che è il primo concetto e fenomeno psicologico che andiamo ad indagare.

Per conversione religiosa intendiamo un cambiamento, spesso radicale, nella percezione della propria persona e degli altri individui, nell’attribuzione di significato/i agli elementi e agli accadimenti del mondo nonché propriamente della visione del mondo in senso irrazionale riferito a una entità onnipotente e onniscente. In una definizione ulteriormente funzionale è: la trasformazione rapida e talvolta radicale di una persona avendo convinzioni, pensieri e sentimenti di tipo sovrannaturale, con un netto cambiamento d’interessi e di abitudini.

Nel corso e decorso di disturbi psichici, o fasi episodiche critiche a essi correlate, non è affatto raro rilevare temi religiosi e la casistica clinica abbonda, ad esempio circa i sensi di colpa di un soggetto depresso portato a confrontarsi in modo molto più intenso del solito con il problema della colpa e della pena in senso strettamente religioso. Ancora: nel corso di forme acute di schizofrenia la radicale trasformazione della percezione abituale della realtà circostante induce a sospettare, dietro alla realtà percepita, l’esistenza di una dimensione nascosta sovrannaturale, di un disegno o logica sovrumana, di una dimensione spesso definita “trascendente”. In queste casistiche il paziente cerca di spiegare la sua rinnovata e rivelata percezione (patologica) della realtà con teorie filosofiche o argomentazioni religiose, spesso confuse e mal espresse e, ovviamente, non chiaramente comprese da altri.
Questa “trasformazione”, ascesa, rivelazione al “trascendente” è quasi sempre espressa in un momento preciso di “illuminazione” ove il divino – a seconda del pattern culturale del soggetto – si svela e/o rivela in un messaggio che è duplice: riguarda il percipiente e riguarda anche tutti gli altri suoi simili, il mondo intero, spesso con una spinta fattuale ad agire in modo nuovo e diverso.

Hans J. Weitbrecht (1948) sottolinea come ogni persona sia certamente in un continuo processo di evoluzione come anche implicitamente in crisi, con un mutamento di volta in volta corrispondente alla personalità del soggetto, indi per cui anche la cosiddetta “trasformazione psichica” in seguito a una conversione non può essere considerata di per sé come totalmente patologica, ma – e questo più ci interessa – lo è solo ed esclusivamente se coesistono sintomi che corrispondono e avvalorano un determinato disturbo psichico.
Nodale è indagare il confine, sovente mobile e sfumato, tra fede, superstizione e idee deliranti; i criteri diagnostici validati, e in uso ai giorni nostri per le malattie mentali, sono estremamente specifici onde evitare errori clinici o abusi professionali.

La letteratura critica di ambito epistemologico e clinico alla religione (Eugen Drewermann, 1992/1995), sembra essere di aiuto nel leggere correttamente i fenomeni in essere: permette di osservare, valutare e definire l’esperienza religiosa in quei casi ove estremizzi i suoi principi e dettami e porti ad una deriva autoritaria e all’ integralismo. Il richiamo a categorie e a criteri diagnostici terapeutici e psichiatrici, riconosciuti internazionalmente, fornisce un valido aiuto medico-clinico e sociale per comprendere forme di estremismo e integralismo agite violentemente da parte di soggetti che, in questo caso e solamente in questo, possono essere considerati affetti da una patologia mentale che mima – nella forma e nei contenuti – il contatto con il “trascendente” (E. Fromm, 1987; Hans Jörg Weitbrecht, 1948; Mortimer Ostow, 1983).

Riportiamo di seguito, per dare una iniziale cornice clinica, i termini di differenziazione del DSM-IV che sono proprie di questa alterata esperienza di fede ed osservanza religiosa ovvero: il delirio e il contenuto/linguaggio schizofreniforme.

A) la condivisione contenutistica: nel glossario dei termini tecnici, dopo aver definito il delirio come falsa credenza, viene precisata un’importante condizione perché si possa parlare di delirio, ossia: [blockquote style=”1″]la convinzione non è di quelle ordinariamente accettate dagli altri membri della cultura o sub-cultura della persona (N.B. non è un articolo di fede religiosa)[/blockquote] (American Psychiatric Association, 2010).

B) L’alterità esperenziale: nel capitolo dedicato alla schizofrenia viene specificato quanto segue: [blockquote style=”1″]idee che possono sembrare deliranti in una cultura (N.d.A stregoneria e arti magiche) possono essere considerate comuni in un’altra. In certe culture, le allucinazioni visive o uditive con un contenuto religioso possono rappresentare una parte normale dell’esperienza religiosa (es.: vedere la Vergine Maria o udire la voce di Dio o percepire specifici profumi riferiti alla divinità) [/blockquote](American Psychiatric Association, 2010).

Questi due elementi – il delirio e il processo schizofreniforme – sono riferiti a fenomeni di alterazione del funzionamento psichico e di «allargamento della coscienza» individuale e ne specificano una modificazione evidente dell’equilibrio psichico (Eugen Drewermann, 1992/1995) da una funzione autonoma endogena ad una possibile confluenza e coincidenza di idee e sentimenti con altri fenomeni esogeni; fenomeni che interessano più la psicologia dei gruppi ma nel senso patologico del termine. Ovverosia tutte quelle forme di religiosità definibili come gruppi fideistici chiusi, sette, culti della personalità che necessitano/attribuiscono un grande valore a fenomeni conversione radicale, di catarsi ed identificazione in riti e rivelazione di tipo avventistico o apocalittico, quali:
– visioni;
– simboli;
– accadimenti interpretati come segni;
– fenomeni psicosomatici;
– glossolalia;
– percezione e/o riferimento di messaggi (alla persona direttamente o indirizzati al gruppo).

 

L’apporto della psicanalisi

La valenza della psicanalisi, nell’attuale interpretazione e critica alla religione, si è rivelata col tempo di fondamentale importanza nel dare elementi di comprensione e nello stabilire confini – etici, antropologici e clinici – a quanto concerne la religione e le sue manifestazioni. Questo non perché i suoi rappresentanti (gli psicanalisti e i terapeuti ad orientamento analitico) siano strutturalmente e ideologicamente aggressivi verso la chiesa, o i monoteismi, i politeismi o i culti, ma piuttosto perché l’esperienza della terapia psicoanalitica, tesa a rendere possibile una vita quanto più possibile consapevole e sana, conferma ogni giorno quelle tesi filosofiche – oggi integrate in un sistema clinico operante – che già furono di Spinoza, Feuerbach, Freud stesso e Nietzsche (E. Fromm, 1961/1987) ovvero: la religione può rappresentare una forma di distorsione e alienazione della coscienza, un allontanamento radicale dal Principio di Realtà, uno stato patologico culturalmente e socialmente accettato, incoraggiato, in alcune antropologie (A. Godin, 1993; M. Aletti, 1994).

In psicoanalisi la coscienza morale, il Super-Io, di ogni individuo si formerebbe nella prima infanzia, nelle condizioni di vulnerabilità, bisogno, soggezione, dipendenza e paura nei confronti della diade genitoriale, identificate in due figure riferibili a un principio paterno (legislativo, punitivo) e in uno materno (accudente, nutritivo).
Questa istanza morale interiorizzata (il Super-Io) impedirebbe al bambino, come poi all’adolescente e al soggetto successivamente adulto, di espletare i propri istinti, mantenendo inconsce le rappresentazioni mentali corrispondenti a pulsioni, istinti, bisogni collegati a specifiche emozioni e funzionalità corporee definite come “erogene”. Si ha, quindi, la prima seria scissione psichica fra conscio e inconscio, con la formazione di una coscienza già parziale, frammentata, non corrispondente a una psiche integra, totale ed armonica. In altre parole: la nascita del conflitto psichico fra istanze morali (divieti) ed esigenze istintuali (bisogni). Questa fenomenologia intrapsichica costituisce il nucleo originario, fondamentale e fondante, della religione e della nevrosi individuale che ha come meta o origine la tematica “trascendente” o divina (Hood, R.W., Spilka, B., Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001).

Notiamo ancora come, per pura logica clinica psicoanalitica, nelle fasi successive dello sviluppo, tale scissione psichica sarebbe potenzialmente aggravata dall’ influenza di altre istanze congruamente orientate, come una scuola o un sistema d’ istruzione strettamente confessionale, uno stato teologicamente influenzato o teocratico e propriamente una istituzione religiosa di matrice integralista (E. Fromm, 1961/1987; A. Godin,1993).
Le teorie di origine psicanalitica attribuiscono, alla fase prima infantile e poi adolescenziale, una importanza nodale nella costruzione di un Io capace di mediare gli elementi di controllo del Super-io e le pulsioni dell’Es. Tale mediazione si esprime, fattualmente, nella distinzione tra gli elementi di realtà – detto Esame di Realtà – e il contenimento dell’angoscia e delle pulsioni auto ed etero distruttive. Più specificatamente in quella che è la fase adolescenziale il giovane evolutivamente ha una naturale spinta ad emanciparsi dai genitori e a porre progressivamente in discussione i valori e i modelli che gli sono stati proposti nel corso dell’ educazione.

Vi è da dire che una qualsiasi psicologia, anche di tipo non psicanalitico, sottolinea la necessità di una maturazione della persona pure nel campo della individualità, dell’ acquisizione di etica e morale personale e ciò a prescindere della fede o da una fede specifica, ma gli psicologi di orientamento psicanalitico sono giustamente focalizzati ed estremamente critici nei confronti di ogni forma di trascendenza.
Secondo le teorie, e le pratiche, di tipo psicanalitico la persona non dovrebbe solo emancipare la propria visione e critica del mondo, in termini di etica e morale, dai genitori ma anche da tutti quei valori recepiti nel corso del proprio sviluppo (Hood, R.W., Spilka, B., Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001).

Il termine appropriato di “capacità critica” , qui inteso precisamente come un processo di strutturazione interna ed esame di realtà (Spilka, B., Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001 , dovrebbe poter porre in discussione l’acquisito morale presentato dal Super-Io, mediando e costruendo ex-novo nuovi concetti e capacità esperienziali capaci di evitare la scissione psichica prodotta dalla rimozione.
Nello specifico, per quanto riguarda la religione, secondo alcuni autori di approccio psicoanalitico (Hood, R.W., Spilka, B., Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001) il giovane dovrebbe riconoscere che i contenuti della religione sono solo proiezioni psichiche che non hanno un correlato reale.

Il rimanere legati ai dogmi concettuali e vincoli morali estremisti, rigidi, in assoluto valevoli per gli adepti ma impositivi anche verso altre forme di credenza o laicità, senza averne posto in discussione realmente le origini, i vantaggi/svantaggi, gli effetti su piccola e vasta scala, secondo alcuni psicoanalisti (E. Fromm, 1961/1987; A. Godin,1993; M. Aletti, 1994) viene interpretato in senso eminentemente patologico, come una mancata emancipazione, come un blocco evolutivo, un arresto dello sviluppo psichico dovuto a connaturati e non elaborati fattori individuali quali insicurezza; senso di inadeguatezza, timore del confronto sociale, solitudine.

Secondo molti autori (E. Fromm, 1961/1987; A. Godin, 1993) sono proprio queste caratteristiche che porterebbero alcuni giovani, uomini e donne anche in età matura ad aderire a chiese, culti, sette e nuovi movimenti pseudo-religiosi. Incapaci di assumersi responsabilità adulte da adulti, concrete in termini di scelta e quindi di guadagno/perdita, evitano un’ autonomia di pensiero e di vissuto emotivo-esperienziale, cercando rifugio in una sorta di indiscriminatamente accogliente, immenso, utero protettivo, rassicurante, nutriente capace inizialmente di non giudicarli, di “lenirli” nelle non elaborate frustrazioni e giustificante ogni evento ritenuto doloroso o frustrante come “volontà divina” o secondo un “misterioso ed amorevole disegno celeste”. A riguardo è interessante, e specifico, Mortimer Ostow che ha teorizzato l’ esistenza di una cultic personality, ovverosia: [blockquote style=”1″]Il giovane teme la società aperta con i suoi obblighi senza fine e pericoli indefiniti e si sente protetto in un gruppo piccolo e chiuso con la sua disciplina rigida, la spiegazione parziale e totale di un tutto e con ruoli e compiti ben definiti [/blockquote](Mortimer Ostow, 1983).

Il tema, cui si arriva per logica clinica e di esposizione, è nodale e non da poco anzi, si potrebbe dire, sia il tema e fenomeno centrale di ogni storia clinica, di ogni richiesta di aiuto in ambito terapeutico nonché di ogni vita al mondo: l’autosviluppo e l’autonomia.
È necessaria una buona dose di motivazione personale e coraggio per entrare in conflitto con la propria famiglia, con l’implicita mitologia interna familiare e i suoi schemi; per anche solo porre in dubbio i valori fondamentali della società in cui si vive, le sue idiosincrasie e illogicità e per accettare il fatto che – compresi o meno che si sia – è necessario proseguire per il proprio percorso di vita in quanto singoli, unici e irripetibili; col proprio bagaglio di bisogni, idee, sentimenti e timori e che con gli altri, assieme agli altri, sperimentiamo un tratto di percorso esistenziale che parte da noi e comunque torna a noi in quanto esseri senzianti e sentibili.

La dicotomia autonomia/dipendenza è il fattore e correlato diretto di ogni step evolutivo che interessa l’ autosviluppo. Attenzione, perché è da considerare e ponderare come necessaria, e non sarebbe altrimenti, una o più fasi nello sviluppo psichico ove si è, ad un momento, autonomi e in un altro dipendenti ma ciò è accettabile e comprensibile in quella che è una più vasta e lucida considerazione di progressione biologica, fisiologica e psicologica; eventi esperienziali individuali ove la persona, giovane o matura che sia, sperimenta ed esperisce la propria capacità di interazione, comprensione e resistenza al mondo e col mondo, avendo fasi e momenti, peaks mutuando il termine da Maslow.

Piuttosto, e qui si riprende il canapo freudiano, è quando la progressione evolutiva dell’ individuo è totalmente spostata verso una dipendenza, una mimesi intellettiva ed emotiva totalmente aderente un monotema, un sol concetto, un elemento pervasivo e ridondante cui riferire totalmente e inequivocabilmente tutto il proprio tratto esistenziale del momento o passato oppure, proiettivamente, futuro. È il principio del blocco evolutivo, della sosta che diviene radicamento angoscioso e patologico a una unica e univoca lettura della propria realtà personale e del mondo, che ci preme sottolineare.

La fissazione in termini di angoscia, in parole più freudiane se così possiamo dire, o ulteriormente il timore primigenio e primitivo di castrazione o minaccia da parte di Thanatos.
La persona non consapevole, evolutivamente bloccata o inibita, non è autonoma e quindi è per necessità dipendente e questa dipendenza è manifesta – come richiesta di aiuto e compensazione di un gap interno – nei confronti di persone fisiche, di idee, di organizzazioni, di rituali tesi a contenere e spostare l’angoscia.

Questo ci porta a un parallelismo, assai chiaro ai clinici ma non del tutto ovvio se considerato su vasti numeri di individui, che mutua e permette di applicare i meccanismi e categorie della tossicodipendenza a ogni tipo di rapporto di dipendenza a seguito di un blocco evolutivo. Fra il fenomeno della tossicodipendenza e l’adesione incondizionata al pensiero trascendente-religioso esistono somiglianze palesi quanto impressionanti (Jean-Marie Abgrall, 1996). Chi è assoggettato a un credo fideistico, integralista, non può – perché non vuole in quanto non può – più agire liberamente, viene ascritto in una progressiva fagocitazione delle sue caratteristiche e risorse in funzione dell’organizzazione in cui ha confluito, degli altri membri e di chi è a capo di questo (Hood, R.W., Spilka, B.,Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001).

 

La relazione tra autoritarismo sociale e religioso

Una visione clinicamente e culturalmente critica delle religioni, e dei differenti tipi di culti, può essere ulteriormente approfondita con alcune considerazioni, appunto cliniche e culturali, espresse da E. Fromm (1987), in particolare la sua capitale distinzione fra religioni di tipo autoritario e umanistiche.

Tale distinguo non è specifico di un solo volume o argomento trattato da Fromm, piuttosto parliamo di una sintesi concettuale e di definizioni che lo stesso ha operato in un’ arco quasi trentennale di osservazioni e conclusioni circa il rapporto tra individuo e religioni. Tale distinguo ha indubbiamente elementi chiari per lo specialista della salute mentale e il civilista come anche per l’antropologo laico, ma si perviene ad una zona indefinitamente grigia di assenza chiara di confini.

Le religioni autoritarie, così come è ripreso e definito nell’Oxford Dictionary proprio dagli studi di Fromm (Oxford Dictionary Press and Editions, 2015) sono un costrutto di idee, permessi e divieti che una volta riconosciuti e accettati da parte dell’uomo lo dispongono a essere strumento di un potere superiore, invisibile o non chiaramente manifesto, da cui dipende il suo destino, quello delle persone a lui care come di tutta l’umanità e che ha diritto a essere obbedito, riverito e adorato e ciò direttamente o tramite coloro che ne amministrano il culto e l’ interpretazione.

L’elemento che più ci interessa in quanto clinici, ovvero la delega di responsabilità e capacità personali a questo potere superiore: l’elemento essenziale, assoluto, nelle religioni autoritarie è il volontario – o indotto – abbandono della propria persona a un potere ritenuto trascendente.
In questo tipo di religioni e culti la virtù somma, capitale, cardinale è l’obbedienza ai ritenuti testi sacri, ai ministri di questo eventuale culto e l’aderenza pressoché indubbia al corpus intero delle sue determinanti culturali e trascendenti.

Di contro, ma non potrebbe essere certamente differentemente, il peccato – e quindi crimine socialmente riconosciuto dal gruppo in tutti i suoi gradi – o anche vizio morale capitale è la disubbidienza (E. Fromm, 1987; Hans Jörg Weitbrecht, 1948; Mortimer Ostow, 1983). La specifica che ne deriva logicamente è quanto segue: ciò che è peccato è crimine sociale e ciò che è crimine sociale è anche peccato. La sfumatura, pericolosa e tremenda, è che quanto è civile coincide con il teologico e il teologico determina le categorie dell’infrazione alle norme civili, da cui autoritarismo e totalitarismo.

Consideriamo ora invece l’aspetto delle religioni da Fromm definite come umanistiche.
Le religioni così definite da Fromm come umanistiche sono fedi, credenze e culti che fanno perno sull’uomo e sulle sue intrinseche possibilità. Nodale e profondo in questo tipo di religione è l’esperienza personale, intima, non comunicabile in termini chiari e definiti di una individuale quanto collettiva unità con un Tutto che è origine, motore e termine di qualsiasi cosa, passata presente e futura, non importa cosa o chi sia.
La ricerca, di queste altre forme di religiosità è eminentemente individuale ed evolutiva, è acquisire una forma di forza e consapevolezza; l’obiettivo, manifesto, che non è inteso come punto di arrivo ma stato, condizione interiore più o meno permanente, è la capacità di autorealizzarsi in consapevolezza e libertà, non quella di annullarsi e obbedire.

Un distinguo importante circa l’elemento della fede.
Per fede, in una definizione agevole, in questo caso si intende la convinzione sicura e certa basata sulla comprensione chiara ed autentica delle proprie esperienze di creatura che pensa, opera e sente. Di contro (ed è bene sottolinearlo onde avere una visione completa ed imparziale del termine) l’elemento di fede così come proposto dalle religioni e dai culti autoritari è invece un assoluto e cieco assenso a certe proposizioni – etiche, morali, pratiche e trascendenti – da una fonte ritenuta infinitamente autorevole, implicitamente saggia e benevola, assoluta.
Il clima dominante, circa l’uomo e il divino, nella religione umanistica e quella autoritaria, è assai differente quindi e ciò come concreto portato di vita quotidiana ed esperienziale, è così riassumibile:

Religione autoritaria
– esperienza più collettiva che personale
– presenza di settarismo e parzialità sociale quanto culturale
– la ricerca e il dubbio sono ammessi entro i termini e confini di quella specifica teologia e dialettica
– ortodossia e diffidenza verso ciò che è nuovo e/o diverso
– bene e male sono categorie assolute, con assenza di margini relativi individuali senza sfumature personali
– persistenza di dolore e colpa: della sofferenza ed espiazione di colpe.

Religione umanistica
– esperienza individuale
– incomunicabilità completa di tale esperienza
– assenza di parzialità settaria
– ricerca e dubbio sono non solo ammessi ma ampiamente incoraggiati
– apertura e disposizione al nuovo e/o diverso
– bene e male sono categorie gruppali e sociali relative, con margini relativamente ampi di sfumature personali
– gioia e piacere: edonismo, attitudini positive che riparano il dolore e spiegano sensi di colpa.

A questo punto vediamo come e quanto il carattere eminentemente autoritario di una religione sia in relazione con il livello evolutivo di una cultura e società; ciò come a dire che una religione o culto autoritario diviene, o promuove/giustifica una società anch’essa autoritaria o quanto meno fondata su principi autoritari, assolutisti e verticistici (Hood, R.W., Spilka, B.,Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001).

Per estensione, e completamento, possiamo dagli elementi esposti precedentemente estrapolare e porre in chiaro quei fattori che invece identificano, specificano ed orientano circa una religione e contesti sociali di tipo spirituale/trascendente non autoritari, di accoglienza e promozione della persona umana a tutti i livelli (Hood, R.W., Spilka, B.,Hunsberger B., & Gorsuch R., 2001):
– benessere sociale e redistribuzione ampia delle ricchezze;
– rapporto diritti/doveri individuali e gruppali eguali per ogni componente della società e di assoluta reciprocità;
– separazione amministrativa, legislativa, culturale tra stato e religioni da cui il laicismo;
– uguaglianza uomo-donna;
– uguaglianza innanzi il patto sociale e legislativo di tutti gli individui a prescindere dal ceto e dalla cultura;
– libertà di associazione e di dibattito sui temi sociali, culturali e religiosi;
– egualitarismo;
– istruzione laica e libera, proposta e promossa per entrambi i sessi senza distinzione ed incoraggiata sino al massimo grado d’istruzione;
– promozione e sostegno del lavoro nonché promozione e sostegno delle arti liberali nonché dell’otium inteso come tempo personale e privato.

Cui seguono, a livello di vita e partecipazione sociale, questi ulteriori punti:
– critica di forme ortodosse e verticistiche di educazione: vengono screditate come autoritarie e come focolaio di separatività, potenziale violenza, svantaggio sociale;
– obiezione circa l’aspetto politico-sociale delle religioni intese, invece, come fatto privato di opinione personale e necessità individuale.

Una società e una cultura che non corrispondano a questi elementi nodali sono una società e cultura sintoniche a una religione autoritaria o, il suo invariante inverso, che una religione autoritaria è il prodotto esatto e netto di una particolare struttura sociale di tipo autoritario, e ciò a tutti i livelli dell’esperienza umana ovvero nella propria individualità di persona, nella famiglia, nelle associazioni tra individui, nella società.
Vi è quindi un determinismo gruppale, culturale e sociale ove società e cultura autoritaria ammettono e abbisognano, di una religione anch’essa autoritaria e dai caratteri eminentemente verticistici e di settarismo, di separatività, di implicita potenziale ed ammessa violenza e non importa se di tipo concettuale, verbale o reale.

La proiezione individuale di una carenza primaria circa la propria persona, il gap evolutivo del singolo rispetto la massa, si dirigono inarrestabili verso quegli ambiti che compensano, rassicurano ma vincolano. Nella società, nella cultura, nella organizzazione sociale autoritaria e totalitaria ritroviamo quegli elementi tipici delle stesse religioni autoritarie, una replica in forma apparentemente aconfessionale e laica, ove è almeno formalmente utilizzato il termine laico, di una matrice verticistica, dogmatica e vincolante.

I termini che caratterizzano queste organizzazioni sociali-culturali autoritarie sono:
– Monismo. Assenza di pluralismo, in altri termini, o dogmatismo, cioè governo totale ed unico, con conseguente occupazione pervasiva delle strutture dello Stato da parte di una ristretta cerchia di individui e ingerenza continua nel privato di ogni individuo.
– Ideologizzazione. Presenza di un’ideologia/cultura articolata e precisamente definita, finalizzata alla legittimazione dell’autoritarismo ed alla sua preservazione, ciò in quanto stabilito unico prospetto per il singolo, il suo nucleo privato, le organizzazioni, la società, oltre che alla mobilitazione ritualistica delle masse in sostegno di tale ideologia o cultura.
– Mobilitazione. Attivazione continua e pervasiva in attività dirette alla manifesta quiescenza verso l’autoritarismo e creazione di strutture congrue l’ideologia e la cultura ed organizzazione di tutte le possibili che vi sono destinate e subordinate.
– Verticismo. Presenza di un leader o guida cui viene fatto riferimento continuativamente, da cui divengono specifiche norme, divieti, suggerimenti o – in senso quanto più ampio possibile – un modello sia esso materiale che ideale. Da tale leader o guida ne divengono, a discendere, altre figure di leader e responsabili sino al più piccolo gruppo che coordina le attività, le iniziative.
– Autoreferenzialità culturale ed operativa. I limiti, del tutto imprevedibili, all’esercizio del potere da parte del leader o della guida – e dei relativi responsabili allocati a diverso grado nelle gerarchie di sistema – sono a discrezione assoluta e totale di tale leader o guida. I termini di bene o male, in senso etico e morale, di giusto o sbagliato in ambito civile sono determinati, stabiliti, enunciati ed applicati senza nessun altro elemento di dibattito o legittimazione che sia l’autoreferenzialità del sistema stesso.

Tutti i termini sopra esposti sono, in modo impressionante, intercambiabili e sovrapponibili nei due sensi prendendo come attori di tali dinamiche ora la religione autoritaria e ora uno stato o governo anch’esso autoritario.
Il punto di contatto più forte, va però evidenziato ancora e meglio, è il caso in cui queste due realtà coesistano e operino in accordo e mutuo vantaggio, tanto da sovrapporre il principio di peccato (in senso religioso: errore verso la dottrina) con quello di colpa (in senso penale: danno verso la persona e/o la collettività).

Questo punto di contatto è decisivo per chiarire il rapporto di sovrapposizione reciproca tra peccato e delitto, tra teologia autoritaria e governo totalitario; un regime invasivo e autoritario, come una religione integralista e autoritaria limitano allo stesso modo la sfera di autonomia, di scelta, di azione, organizzazione e decisione dei soggetti. Il rapporto tra ordine, teologia/ideologia e libertà è paurosamente sbilanciato verso il primo termine della frase e l’individuo aderente alla religione autoritaria, la persona in termini freudiani assoggettata all’angoscia agìta dal Super-Io ne è preda, vittima come anche inevitabile connivente.
Nelle religioni autoritarie il peccato rappresenta non solo una colpa individuale verso la divinità ma, ulteriormente, è inteso come un male da estirpare perché un autentico atto di arbitrio e quindi attentato al bene comune in senso teologico.

Il parallelismo netto e più evidente è con il paziente che, al solo “poter” pensare un elemento avvertito come dissonante i permessi e percorsi del Super-Io, avverte il panico o l’angoscia (E. Fromm, 1961/1987; A. Godin,1993; M. Aletti, 1994); sperimenta la dissonanza interna come frattura del quotidiano, come fosse follia, come depravazione, come abbruttimento del suo essere in un senso di “deviazione” da uno status quo internamente definito.

Così come nelle religioni autoritarie il peccatore è inteso come elemento canceroso nell’insieme della collettività dei fedeli, all’interno della economia psichica individuale l’idea, l’impulso, la pulsione freudianamente parlando, dissonante rispetto a un’altra, scatena l’effetto punitivo e coercizzante dell’istanza psichica deputata e determinata a regolarlo. La figura, in questo senso, è completa e chiusa, e al funzionamento psichico individuale, sugli assi angosciosi del Super-Io, corrisponde per un verso la religione autoritaria e per l’altro lo stato autoritario, riproducendo su una scala immensamente più grande quella monade però dualistica che è una versione onnipotente e totale del primitivo sistema di figure genitoriali.
Si costruisce, o ricostruisce, dunque un sistema assai primitivo ma inusitatamente potente ove all’inizio e fine di tutto vi è il contenimento dell’angoscia, del senso di morire e del Tanathos.

I termini sopra descritti per il parallelismo tra religione autoritaria/assolutista e stato autoritario/totalitario hanno qui ulteriore spiegazione, se visti come la spettacolare e potente proiezione di un sistema di accudimento e protezione, ora esterno (religione e stato) ma permanentemente riferito ora interno (individuo ed istanze psichiche).

I rituali di passaggio, di accettazione sociale, le cadenze giornaliere e temporali ossessive, di fatto, riconducono a una logica di onnipotente irrealtà, superstiziosa e magica, simile a quella che sottende le pratiche magiche primitive o i processi regressivi di difesa in pazienti affetti da schizofrenia in fase fertile (E. Fromm, 1961/1987; A. Godin,1993; M. Aletti, 1994). Le fobie, gli incubi, le zoofobie frequenti nei bambini, divengono nell’adulto la fobia dell’altro, del diverso, il nemico interno angoscioso proiettato in forma tangibile e da cui ci si deve difendere o farsi difendere e l’elemento di difesa – ciò che può proteggere – è sempre riferito simbolicamente al padre. Religione autoritaria e stato autoritario divengono una rappresentazione totemica, un macchinario pervasivo ed efficiente nel controllo dell’angoscia e dei pericoli del mondo. Tornano, quindi, i temi e bisogni dell’infanzia con la sua vulnerabilità, dell’adolescenza con l’indefinizione fattuale dell’identità, che divengono in età adulta adesione e volontaria offerta di fagocitazione a un “tutto” che ora è divino e ora è umano.

In questo senso è la psicoanalisi che fornisce il proprio contributo nella comprensione culturale, prima, e clinica poi di queste derive autoritarie ed inevitabilmente integraliste; propone un modello epistemologico e filosofico dell’origine della religione – in senso lato -, proseguendo e comprendendo – ove necessario – quel tipo di culto e religione autoritaria nello stato del bambino privo di ogni difesa e che ha fatto derivare i suoi contenuti dai desideri, e dai bisogni dell’infanzia protrattisi intonsi sino alla fase adulta (D. Lukoff, 1992; E. Drewermann, 1995;Hood, R.W., Spilka, B., Hunsberger, B., Gorsuch R. 2001)

La religione autoritaria, integralista, monade senza confini sarebbe, in fin dei conti, la nevrosi ossessiva universale dell’umanità nel suo incedere giorno per giorno verso il progresso. Esattamente come quella nel bambino, essa trae origine dalla percezione interna dell’angoscia individuale ed esistenziale quindi dal complesso edipico, dalla relazione con la figura paterna. Ponendo questo come ragionevole e necessario, è da considerare che l’abbandono della religione di tipo autoritario e integralista – e in altri modi e tempi della religione nel suo senso più ampio – sia un accadimento naturale quanto logico, un luogo forse non evidente della storia umana ma certamente con un prima e un dopo rispetto a questo; un inesorabile e fatale processo di comprensione e crescita delle dinamiche individuali e gruppali, poste e attivate all’ennesima potenza in sistemi più complessi e potenti quali un culto (o religione ed uno stato o nazione) che ora, in questa contemporaneità, ci troviamo a sperimentare e vedere come nodo per ciascuno e processo di sviluppo dell’umanità nel suo insieme.

Tutto questo sopra descritto ed elencato è un portato di tipo culturale, e di riflessione psicologica e sociale, direttamente dal lavoro di E. Fromm, di Freud e di altri psicoanalisti (D. Lukoff, 1992; E. Drewermann, 1995) sulle caratteristiche nodali e funzionali di una conversione patologica a una religione o culto autoritari, integralisti.

Si evince come sia necessario, in termini di comprensione culturale analizzare questo, poiché se tale fenomenologia fosse lasciata in quanto spiegazione alla religione sola, ne avrebbe certamente una qualche distorsione o mitigazione delle cause ed effetti.
L’esigenza, forte, culturale e umana è che nulla si definisca da sé e da sé solamente ma invece, per un principio necessariamente epistemologico sia confrontato e veduto in tutte le sue parti funzionali. Il fenomeno della interdipendenza fra individuo, gruppo, fra famiglia, struttura sociale e il bisogno umano di credere in un “qualcosa”, di potersi confortare e poggiare in un contesto religioso merita la più assoluta attenzione nella contemporaneità.

Le derive integraliste, autoritarie, assolutiste forse non appartengono esclusivamente a una sola religione in quanto tale, con le sue peculiari caratteristiche ora difformi e ora simili ad altre; è forse una possibilità presente oltre un determinato punto ove esame di realtà e dinamica psichica sono scollegate, una tendenza irrazionale e violenta, verso lo stabilire un unico assioma e lettura del mondo e delle sue possibilità, un Assoluto incontenibile nella logica e nei processi psichici che determina, attiva e procede i fatali esiti della contemporaneità. La scissione interna dell’individuo è coagulata con altre altrui scissioni, e crepe strutturali del funzionamento psichico, creando così una monade funzionale i singoli bisogni individuali proiettati – identificati – nell’appartenenza e nella identità estremizzata; e altro non potrebbe poi essere poiché la psicologia dinamica, analitica e le scienze del comportamento ben hanno descritto e specificato i fenomeni di regressione – individuale e gruppalie –.
A conclusione di questo lavoro è allora opportuno chiosare con una semplice, quanto definitiva e forte, espressione di Bettelheim circa “un cuore vigile” cui, è necessario e sufficiente, una mente che lo sia altrettanto al fine di non cadere in un sonno, ove ragionevolezza sopita sarebbe preda di mostri.

I neuroni specchio (1992) di Di Pellegrino, Fadiga, Fogassi, Gallese e Rizzolatti

#13 I neuroni specchio – come si legge nel pensiero e si prevede il futuro di Di Pellegrino, Fadiga, Fogassi, Gallese e Rizzolatti (1992) Vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi.

 

 

All’Istituto di Fisiologia di Parma, dipartimento dell’Università, negli anni ’90 un gruppo di studiosi analizza l’attività neuronale di specifiche aree del cervello. Hanno già scoperto che nella corteccia premotoria inferiore delle scimmie si ritrova una rappresentazione dei movimenti della mano: in particolare, essi si trovano sull’area F5 e hanno caratteristiche molto interessanti. Questi neuroni si attivano quando il movimento ha una finalità specifica, come afferrare, stringere, strappare.

Nel 1992, il team di ricerca di Rizzolatti si accinge a studiare l’attivazione dei neuroni dell’area F5 in situazioni in cui possono isolare le risposte comportamentali associate a uno stimolo dall’effettivo movimento. Vogliono capire come i neuroni si attivano quando l’animale sta per svolgere un movimento che è quasi automatico, ma si deve trattenere. Per svolgere tale studio i ricercatori addestrano una scimmia macaco a recuperare oggetti differenti da una scatola, con un ritardo dalla presentazione dello stimolo all’effettiva azione della scimmia, inibendo quindi una risposta comportamentale spontanea per un breve lasso di tempo.

La procedura dell’esperimento comportava una prima fase in cui i ricercatori hanno individuato quali neuroni si attivassero nella scimmia al movimento della sua mano. In seguito, studiano l’attivazione di tali neuroni in condizioni in cui il comportamento è controllato, mostrando alla scimmia alcuni oggetti in una scatola. Con un movimento, la scimmia accendeva una luce nella scatola e dopo un breve intervallo la scatola si apriva, così da permettere all’animale di afferrare l’oggetto.  Durante la registrazione dell’attivazione neuronale gli studiosi si accorgono che, mentre uno di loro afferra un oggetto, i neuroni monitorati si attivano.

Ripetono quindi questa prova con diversi movimenti, a distanza più o meno ravvicinata dalla scimmia e riscontrano con regolarità l’attivazione, sebbene l’animale fosse fermo e non in procinto di compiere dei movimenti. L’attività dei neuroni risponde a azioni ben specifiche degli sperimentatori, mentre non vengono registrate attivazioni per altri movimenti. Per verificare che l’attivazione non sia correlata a qualche minimo movimento della scimmia, viene controllata l’attivazione muscolare, ma l’animale risulta essere effettivamente fermo.

 

I neuroni specchio (1992) di Di Pellegrino, Fadiga, Fogassi, Gallese e Rizzolatti - I grandi esperimenti di psicologia Nr. 13 -IMMAGINE
Rizzolati Giacomo

 

Uno dei compiti fondamentali della corteccia premotoria è quello di richiamare movimenti adeguati in risposta a stimoli motori. Gli importantissimi risultati del gruppo di Rizzolatti mostrano che tale compito viene eseguito anche in risposta al significato dei gesti di un altro individuo. Se si pensa alla dimensione collettiva in cui la scimmia (e non solo lei) vive, tale funzione assume un’importanza fondamentale. In particolare, alcuni neuroni vengono attivati esclusivamente da specifici movimenti dello sperimentatore e si attivano sia quando viene osservato il gesto, sia quando lo stesso movimento viene agito in prima persona dall’animale.

Questo permette ai ricercatori di teorizzare una nuova classe di neuroni e ricollegarsi a un dato già individuato in letteratura, ovvero la difficoltà di soggetti con aprassia nell’identificare il significato di gesti messi in atto da altri individui (Heilman et al., 1982). Questi straordinari neuroni vengono successivamente definiti neuroni specchio, per sottolineare la loro duplice valenza, osservativa e esecutiva. Quando guardiamo attentamente e comprendiamo un’azione, nel nostro cervello è come se la replicassimo, anche se rimaniamo immobili.

Probabilmente, ai tempi di questo primo studio, gli autori non si immaginavano le enormi implicazioni di tale scoperta, che ha portato al gruppo di Rizzolatti riconoscimenti nazionali e internazionali. Ad oggi, nella pratica clinica, i neuroni specchio sono ritenuti alla base di numerosi aspetti comportamentali e cognitivi dell’uomo e rimangono oggetto di numerosi studi. Ad esempio, Umiltà e colleghi hanno scoperto che determinati sottoinsiemi di neuroni specchio si attivano anche quando l’azione dell’altro viene vista solo nelle sue fasi iniziali, ricostruendo quindi in modo proiettivo la fine del gesto, sulla base della sua finalità (Umiltà et al., 2001). Questi neuroni praticamente predicono il futuro.

Numerosi studi hanno verificato l’implicazione del sistema mirror in costrutti relativi alla dimensione interpersonale, come l’empatia (Gallese, 2003) e di qui il passo ad analizzarne i risvolti nei disturbi di personalità è breve. Sperando che, tra le numerose potenzialità di queste straordinarie cellule, ci sia anche una notevole plasticità.

 

Vergogna e auto-biasimo: come ostacolano l’elaborazione del trauma?

Nella seconda giornata del Corso Nuove frontiere nella cura del trauma, Janina Fisher affronta un’emozione cruciale nel vissuto dei pazienti vittime di abusi e traumi nell’infanzia: la vergogna.

La vergogna e l’odio verso se stessi sono costantemente esacerbate dalle credenze e dai significati che le vittime di violenza hanno attribuito e continuano ad attribuire alle esperienze di paura e umiliazione. Questa emozione fin da subito mostra il suo paradosso: parlare di vergogna tende ad accrescerla, non parlarne lascia sole le parti infantili che vivono cronicamente imbarazzate. Esprimere empatia può attivare imbarazzo e suscitare senso di inferiorità, ma ristrutturare i successi e gli obiettivi raggiunti può innescare la vergogna di non sentirsi all’altezza o di non meritarli. Nel trauma complesso la vergogna assume un ruolo così centrale da determinare un bloccante e pervasivo senso di inadeguatezza a vivere il presente, difficile da afferrare e, dunque, trattare.

 

L’emozione della vergogna

Innanzitutto la vergogna per sua natura è un’emozione che facilmente suscita pensieri negativi su di sé, proprio per via delle sue stesse caratteristiche sensoriali: occhi bassi, rossore in volto, senso di debolezza, sentirsi piccoli, vulnerabili, esposti, sopraffatti, desiderio di raggomitolarsi, di sparire. Ogni volta che sentiamo questa emozione salire, si apre in tutti noi una finestra di vulnerabilità, un senso di inadeguatezza e un istinto a nasconderci che è sano e tipico della nostra specie: aiuta noi stessi a proteggerci da un giudizio negativo e segnala agli altri una fragilità che non necessita di un ulteriore attacco. Sul piano fisiologico inoltre la vergogna produce un’immediata riduzione dell’arousal , che blocca l’azione e ha il ruolo fondamentale di ridurre il danno potenziale che potrebbe venire dall’eccessiva reattività ad emozioni intense. Ma cosa succede quando questa emozione viene espressa in contesti violenti, imprevedibili o abusanti? Cosa succede quando si apre questa finestra di vulnerabilità?

 

Il circolo vizioso della vergogna

Nel vissuto e nelle storie della maggior parte dei pazienti sopravvissuti a traumi e trascuratezze nell’infanzia, questa emozione non ha spesso prodotto l’effetto sociale desiderato: al contrario i significati offerti da caregiver abusanti o maltrattanti sono spesso stati critici “Sei uno stupido! Non vali niente! Non meriti niente! Sei un debole! Sei incapace! Sei disgustoso!” e seguiti da violenze fisiche. Tutti questi significati e reazioni alla vergogna producono per di più un effetto di rinforzo dell’emozione stessa, suscitando più vergogna, più inadeguatezza e più sottomissione, necessaria a fermare l’attacco. Questo circolo vizioso trasforma così nel tempo un’emozione sana della vittima in un’arma che l’aggressore riesce ad usare per mantenere il suo status e confermare il suo potere. Quello che invece succede tristemente nei bambini è che i significati negativi cui sono stati continuamente esposti, diventano credenze e idee di sé che non metteranno più in discussione, che saranno per loro semplicemente la verità.

Le credenze che troviamo negli adulti possono restare così le stesse anche a distanza di anni e anche a seguito di una buona elaborazione delle memorie traumatiche, proprio perché i belief legati alla vergogna continuano a vivere slegati dagli eventi che li hanno provocati. La persistenza delle risposte di vergogna e dei pensieri di auto-biasimo creano dunque una barriera importante alla remissione completa dei sintomi o alla possibilità di condurre una vita soddisfacente.

La vergogna si può manifestare nel presente attraverso tre strade principali: come una riattivazione diretta dell’emozione di vergogna come reazione al ricordo del trauma (ad esempio, evitamento del lavoro di elaborazione dei ricordi traumatici); come una reazione a situazioni sociali negative nel presente che attivano una memoria implicita di paura del rifiuto e umiliazione (ad esempio, può manifestarsi come difficoltà ad affermare le proprie opinioni, ad essere assertivi o a dire ‘no’); oppure come una reazione ad uno schema cognitivo interno che può essere suscitato sia da fallimenti che confermano le credenze disfunzionali su di sé, sia da situazioni di successo che contrastano con le credenze nucleari di inadeguatezza e indegnità.

Spesso questa barriera nell’adulto emerge come un loop ruminativo di pensieri legati alla presunta assenza di valore o di capacità, o come feroce autocritica, o con sentimenti di colpa e responsabilità legati a grave inadeguatezza e insufficienza personale: quello che in tutti i casi si determina è un blocco della prospettiva personale e una difficoltà nel definire e raggiungere obiettivi di vita importanti.

 

Terapia sensomotoria e vergogna

Nell’ottica della terapia sensomotoria proposta dalla Fisher, un primo passo essenziale è distinguere il sentimento di vergogna da i pensieri (o schemi cognitivi) basati sulla vergogna. Il suggerimento è di trattare solo un piano per volta. Nel primo caso è importante osservare l’attivarsi della vergogna nel presente, imparare a sentirla e a riconoscerla nel corpo, a tollerarne le sensazioni, per poi rileggerla come risposta automatica procedurale ancora legata alla funzione protettiva che la vergogna ha avuto nel passato: limitare comportamenti potenzialmente negativi o rischiosi in presenza di un caregiver abusante o maltrattante è stata una risorsa essenziale per difendersi da punizioni eccessive o violente. Si impara a “non difendersi e a fare i bravi” e questo è stato molto eroico, a prescindere dalle conseguenza che ha ora sul presente.

Nel secondo caso può essere utile osservare invece l’attivarsi dei pensieri, con l’obiettivo di riconoscerli, osservarli, e promuovere un atteggiamento mindful, utile ad esplorare gli effetti di questi pensieri nel corpo e nelle azioni del presente. Questo permette di osservare in vivo l’effetto protettivo che la vergogna produce su alcune scelte e promuovere una migliore mentalizzazione sui propri stati emotivi. Cercare un’integrazione tra emozioni , pensieri e aspetti sensoriali attraverso l’esperienza presente della vergogna in terapia è la sfida che può aiutare a mettere in discussione, un frammento alla volta, quel pensiero che viene dal passato e che torna a creare confusione e destabilizzazione: c’è davvero qualcosa che non va in me?

Giallo, rosso, blu: lettura psicologica di un’opera di Kandinskij

Per Kandinskij i colori sono capaci di comunicare con noi uomini e possono suscitare in noi due diversi effetti: un effetto fisico, determinato dalla registrazione da parte della retina di un colore piuttosto che di un altro ed un effetto psichico prodotto dalla vibrazione dello spirito che il colore determina quando incontra l’anima.

 

La lettura psicologica dell’opera di Kandinskij

Giallo, rosso, blu” è il titolo di un’opera che Vasilij Vasil’evič Kandinskij (1866-1944) realizzò nel 1925, dove protagonisti assoluti sono i colori, in questo caso i tre colori primari.
Il colore era per Kandinskij come il tasto di un pianoforte. In gioventù l’artista russo si era dedicato allo studio del pianoforte e del violoncello e proprio lo studio della musica si rivelerà fondamentale per la sua evoluzione artistica come pittore.

Kandinskij era convinto che la pittura dovesse essere simile alla musica e che i colori dovessero sempre più assimilarsi ai suoni. Nel suo scritto “Lo spirituale dell’arte” (1910) l’artista, facendo un confronto tra le varie arti, affermava: [blockquote style=”1″]il più ricco insegnamento viene dalla musica. Salvo poche eccezioni, la musica è già da alcuni secoli l’arte che non usa i suoi mezzi per imitare i fenomeni naturali, ma per esprimere la vita psichica dell’artista e creare la vita dei suoni. [/blockquote]

E poi faceva un accostamento dei colori con i suoni e faceva corrispondere il giallo, vulcanico e prorompente, al suono di una tromba; il rosso, caldo e vitale, al suono di una tuba; l’azzurro al suono di un flauto; il blu scuro, profondo ed intenso come il mare, al suono di un organo; il verde al violino; l’arancione ad una campana di suono medio. Il bianco, invece, che è dato dalla somma di tutti i colori dell’iride, veniva paragonato ad un non-suono simile alla pausa tra una battuta e l’altra di una sonata. Il nero, infine, è un non-colore e veniva paragonato alla pausa finale di un’esecuzione musicale.

 

Il significato dei colori per Kandinskij e la sinestesia

Per Kandinskij i colori sono capaci di comunicare con noi uomini e possono suscitare in noi due diversi effetti: un effetto fisico, determinato dalla registrazione da parte della retina di un colore piuttosto che di un altro ed un effetto psichico prodotto dalla vibrazione dello spirito che il colore determina quando incontra l’anima.
Kandinskij sperava che i suoi dipinti, oltre ad essere visti, potessero anche essere ascoltati ed aspirava ad una pittura che fosse anche una “composizione musicale”.

Nell’artista russo era dunque forte la combinazione tra suoni ed immagini, come in Mozart, che, insieme al loro suono, vedeva il colore delle note: si tratta di un fenomeno conosciuto con il nome di sinestesia (dal greco syn=con e aisthanomai=percepisco, comprendo), ovvero percepire insieme più sensazioni. E’ un fenomeno percettivo e non cognitivo: potenzialmente siamo tutti sinestetici, in quanto il nostro cervello possiede dei meccanismi che permettono una fusione tra i sensi. La sinestesia è stata spesso associata a spiccate abilità creative ed infatti è stata riscontrata frequentemente in artisti e poeti. Le persone sinestetiche sono quelle che possono annusare i colori, vedere la musica o ascoltare un dipinto, sono coloro che attivano in maniera incrociata aree del cervello adiacenti che elaborano diverse informazioni sensoriali. Solitamente la sinestesia ha origine nell’infanzia ed è involontaria, cioè la percezione avviene automaticamente e non può essere soppressa, anche se diversi artisti tra cui, pare, Charles Baudelaire, hanno tentato di indurre la sinestesia attraverso l’assunzione di sostanze stupefacenti con l’intento di aumentare il proprio livello di coscienza.

Vasilij Kandinskij era conscio della propria sinestesia; scriveva infatti: [blockquote style=”1″]sentivo a volte il chiacchiericcio sommesso dei colori che si mescolavano: era un’esperienza misteriosa; sorpresa nella misteriosa cucina di un alchimista[/blockquote] ovvero riusciva a mescolare diverse sensazioni in maniera cosciente: per lui ogni colore era un suono e le pennellate sulla tela suonavano davvero.

L’artista russo, oggi universalmente riconosciuto come il padre dell’astrattismo, era stato, prima di tutto un espressionista. La svolta avvenne a metà degli anni Venti, quando fu pubblicato il suo testo teorico “Punto, linea, superficie” e quando dipinse “Giallo, rosso, blu”. Di quest’opera lo stesso Kandinskij scrisse: [blockquote style=”1″]giallo e blu in rapporto al rosso. Il Sole e la Luna si evitano e si ritrovano come avviene tra il giorno e la notte, l’aurora e il tramonto. Nascita misteriosa del rosso dalla tendenza simultanea all’allontanamento e all’ascensione del giallo e del blu.[/blockquote]

In quegli anni Kandinskij insegnava al Bauhaus di Weimer, dove sviluppò alcuni interessanti esperimenti: domandò per esempio ai suoi studenti di associare il triangolo, il quadrato ed il cerchio ai tre colori primari: quasi tutti associarono il cerchio al blu, il quadrato al rosso ed il triangolo al giallo. In accordo con questo risultato sperimentale, nell’opera “Giallo, rosso, blu” vediamo a destra un cerchio perfetto color blu, nella parte mediana della tela troviamo un rosso indistinto, mentre nella parte sinistra domina il giallo. E’ una composizione pittorica dove il colore assume anche una forma, dove il colore viene associato alla sua forma privilegiata: il blu con il cerchio, il rosso con il quadrato e il giallo con il triangolo e quando un colore viene associato alla sua forma privilegiata, l’effetto psichico che ne deriva è straordinario. Kandinskij, “il Grande Principe dello Spirito” – come lo definì Joan Mirò (1893 – 1983) – era interessato proprio a questo: il colore libero dal disegno, associato alla sua forma privilegiata, come mezzo potentissimo per l’espressione dello spirito.

 

Kandinsky - Giallo Rosso Blu

Disturbi dell’alimentazione e personalità: la personalità della paziente anoressica

Personalità della paziente anoressica: Secondo la letteratura scientifica circa un terzo dei pazienti anoressici mostra la presenza di un disturbo di personalità. I disturbi di personalità ossessivo-compulsiva e borderline sembrano essere quelli predominanti.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Disturbi dell’alimentazione e personalità: la personalità della paziente anoressica (Nr. 17)

 

La relazione tra disturbi alimentari e tratti di personalità

Come abbiamo visto, all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso i disturbi alimentari da curiosità psichiatrica sembrano diventare una piccola emergenza. Ci si comincia a chiedere se quel gruppo di sintomi, oltre ad essere un disturbo psicologico, corrisponda anche a un tipo di personalità, di temperamento. Se si può pensare che esista un carattere, un modo di essere tipicamente alimentare. O, più precisamente, tipicamente da disturbo alimentare.

Diversi modelli concettuali hanno tentato di spiegare la relazione tra cibo e disturbo di personalità. Un tratto della personalità può predisporre all’insorgenza di un disturbo alimentare ( modello predisponente), ma potrebbe anche trattarsi di una semplice complicazione o effetto del disturbo alimentare (modello cicatrizzante) (Wonderlich, Mitchell, 1997, 2001; Fessler, 2002). È vero che tratti della personalità rigidi e ossessivi possono essere conseguenti, o aggravati dal periodo di digiuno (Lilenfeld et al. , 2000), ma la persistenza di questi tratti anche dopo la guarigione dal disturbo alimentare sembra indicare che essi possono rappresentare fattori di vulnerabilità che precedono l’insorgenza del disturbo alimentare.

Viceversa, l’impulsività e l’instabilità affettiva sembrano migliorare dopo il recupero del disturbo alimentare, e dunque potrebbero dipendere più da una situazione temporanea che da un tratto di personalità persistente. Infine, i disturbi alimentari e di personalità possono essere dovuti a fattori terzi, che causano entrambi i disturbi ( modello di co-occorrenza). Ad esempio, le dinamiche familiari, le storie di abuso, i problemi neurobiologici e la genetica sono notoriamente fattori predisponenti ad una patologia (Steiger, Bruce, 2004). Purtroppo, gli studi trasversali rendono impossibile determinare il rapporto di causalità e l’eziologia tra i disturbi in oggetto di analisi. I disturbi di personalità sono molto meno diffusi nei pazienti che guariscono rispetto ai malati cronici e quindi lo stato clinico della malattia sembra influenzare la valutazione della personalità (Bornstein, 2001).

 

I tratti di personalità della paziente anoressica più frequenti

In effetti, le caratteristiche di personalità possono favorire lo sviluppo e il mantenimento dei disturbi alimentari (Wonderlich, Mitchell, 2001; Cassin, von Ranso, 2005). In particolare, anoressiche e bulimiche mostrano valori di perfezionismo e impulsività superiori rispetto ai soggetti normali (Tacket et al. , 2008; von Ranson, 2008).

Ma vediamo come stanno le cose più nel dettaglio. Secondo la letteratura scientifica circa un terzo dei pazienti anoressici mostra la presenza di un disturbo di personalità (Sansone, Sansone, 2011). I disturbi di personalità ossessivo-compulsiva e borderline sembrano essere quelli predominanti.

Che cosa significano questi due termini? La personalità ossessiva si costruisce tutta intorno all’ordine, alla preoccupazione per l’ordine e per le regole, al perfezionismo, alla rigidità su questioni di etica e di moralità, alla difficoltà a manifestare le proprie emozioni e al bisogno di controllo nel lavoro e nelle relazioni interpersonali. Il disturbo borderline di personalità è un disturbo caratterizzato da cambiamenti di umore, instabilità nelle relazioni con gli altri e impulsività.

 

I tratti ossessivi nell’anoressia

La prevalenza del disturbo di personalità ossessivo-compulsivo nell’anoressia è del 22%, mentre nella popolazione generale è dell’8%. La disparità tra i due gruppi suggerisce la possibilità di una parziale relazione causale. A sostegno di questa ipotesi il perfezionismo, tratto centrale del disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, è stato da tempo descritto come un processo cognitivo fondamentale anche nell’anoressia (Sassaroli et al. , 2005). Il perfezionismo è caratterizzato dalla tendenza a stabilire e perseguire standard eccessivamente elevati, irrealistici, nonostante il verificarsi di conseguenze negative (ad esempio, il cibo e la preoccupazione del peso, la fame persistente) (Shafran et al. , 2002; Frost et al. , 1990; Hewitt, Flett, 1991; Terry-Short et al. , 1995).

Gli individui con disturbi alimentari mostrano un più elevato perfezionismo patologico (ad esempio, paura irrealistica ed esagerata dei propri errori) e livelli analoghi di perfezionismo normale (ad esempio, alti standard personali e necessità di ordine) rispetto ai soggetti normali (Ashby et al. , 1998). Le caratteristiche di personalità ossessivo-compulsiva rispecchiano chiaramente notevoli peculiarità dell’individuo a dieta, ad esempio la necessità di concentrarsi su alcuni dettagli alimentari, come le dimensioni e il colore del cibo per le anoressiche, stabilire rigide regole personali di condotta (in questo caso regole alimentari), ottenere ordine e organizzazione, rispettare orari. Tutto ciò coincide con alcuni sintomi del disturbo alimentare di estrema e accurata dieta: computo fedele di calorie pesate con accurata precisione, sviluppo rigido e incrollabile di piani alimentari, e monitoraggio rigoroso di grammi di grassi e fibre. Dunque, le anoressiche mostrano come scopo ultimo la necessità inderogabile di raggiungere un peso corporeo ideale e di mantenere un preciso e complesso regime alimentare tramite l’esercizio fisico, anche se rischiano di “morire di fame”. Inoltre, i tratti caratteriali di rigidità e di testardaggine riflettono probabilmente inflessibilità e determinazione nel voler raggiungere il peso ideale, malgrado il rischio di danni alla salute.

Risulta pertanto evidente che una preesistente struttura di tipo ossessivo-compulsivo potrebbe costituire terreno fertile per la genesi di una patologia alimentare di tipo anoressico (Peterson et al. , 2009). Secondo alcuni studi i tratti ossessivo-compulsivi, se presenti dall’infanzia, potrebbero essere considerati dei veri fattori di rischio. La presenza prematura di tali tratti aumenta la probabilità di sviluppare un disturbo alimentare di quasi sette volte. Tuttavia, questi risultati devono essere interpretati con la dovuta cautela stante l’esiguo numero di studi esistente in merito.

 

La relazione tra l’anoressia e il disturbo evitante di personalità

Bornstein (2001) ha inoltre osservato una relazione tra anoressia e disturbo evitante di personalità. Le persone con questo disturbo presentano un radicato senso di inadeguatezza e un elevato timore del giudizio negativo altrui e preferiscono non coltivare relazioni, ad eccezione di quelle abituali e rassicuranti, pur desiderando avere delle relazioni sociali. Queste persone, infatti, sentono come gli altri il bisogno di una vita di relazione soddisfacente, che però rimane inespresso; questo comporta un estremo malessere che può essere sperimentato come un doloroso senso di esclusione.

 

Conclusioni: la personalità della paziente anoressica

Vittorio Guidano (1988) è stato tra i primi a proporre un’ipotesi sulla personalità della paziente anoressica. Per Guidano l’anoressica ha una percezione vaga e indistinta di sé, che oscilla tra il bisogno assoluto di approvazione da parte delle persone significative e la paura di essere criticati o disconfermati dalle stesse, tanto da reagire ad ogni perturbazione dell’equilibrio tra queste due polarità emotive con un’alterazione dell’immagine corporea e una variazione del comportamento alimentare. L’ipotesi di Guidano sulla personalità della paziente anoressica, sebbene non confortata in maniera robusta da prove di fatto, può risultare utile dal punto di vista terapeutico.

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

Fallire è morire: il rischio che porta in sé la scomparsa

Il fallimento, anche in psicologia, dovrebbe essere l’esito di un rischio e portare in sé la figura della scomparsa, l’indugio della fine. E invece no, non accade mai nulla di davvero definitivo.

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 11/06/2016

 

Fallire è un po’ morire, ma da un po’ non si fallisce e non si muore da queste parti. Si, d’accordo, l’Italia –che dico?- l’occidente intero è  (accidenti!) in perenne crisi. Crisi morale, crisi intellettuale, crisi economica. Eppure queste eterne crisi non portano mai ad alcun decesso, non dico di civiltà ma almeno di mentalità. Semmai si sopravvive, permanentemente malaticci e mai davvero malati e nemmeno sani.

Il fallimento, anche in psicologia, dovrebbe essere l’esito di un rischio e portare in sé la figura della scomparsa, l’indugio della fine. E invece no, non accade mai nulla di davvero definitivo. Si sa da anni: non c’è mai una vera ripresa, mai un vero boom, le culle vuote sono sempre più vuote e più frequenti, un giorno ci saranno più novantenni che bambini di dieci anni, non si investe più sul futuro e non si crede più nel passato (se mai c’è stato), i barbari sono alle porte e insieme a loro ci sono gli extracomunitari, i rifugiati, i richiedenti asilo, i mille vinti e disperati della terra pronti a sottrarre il pane agli immeritevoli viziati figli del corrotto occidente.

Eppure non accade nulla, la tavola è imbandita e tutto procede al suo immutevole meglio, banale come al solito. Siamo così noiosi da non essere nemmeno degni delle sferzate di una vera crisi?

 

Il fallimento e la crisi in psicologia

Il fallimento e la crisi come opportunità sono concetti economici ma anche psicologici, sono un pilastro di una certa visione del mondo, una visione che aveva in sé il senso della morte e della resurrezione, dell’immersione che è una rinascita; ma quel dio è morto e neppure noi, incapaci di andare davvero in crisi pur essendolo sempre e quindi incapaci di morire, stiamo troppo bene, immortali e indeboliti dal nostro eterno presente.

È come se alla nostra longeva immortalità non fosse stato unito il dono della giovinezza e quindi invecchiamo, indecisi a scomparire. Come Titone antico, consorte dell’Aurora che chiese a Zeus per il suo sposo il dono di non morire ma –per dimenticanza- non quello di non invecchiare, deperiamo in un esasperante infiacchirsi delle forze incapace di ucciderci. E, come accadde a Titone, ci ridurremo a diventare cicale, un piccolo insetto simbolo di imprevidenza? Il sistema previdenziale dell’intero occidente per la verità borbotta e muggisce, ma c’è sempre un ma, un’incollatura che ci salva, una legge Fornero che rimanda il destino. Finora è andata così.

 

Fallimento e autostima

Forse l’eterno sfuggirci del vero fallimento è frutto di un cambiamento di visione, per cui al posto della crisi che rigenera vi è una moderna preferenza per l’autostima che ci sostiene. L’autostima, sempre sostenuta per non dire pompata, ci rende ormai incapaci di fallire e quindi di morire e ripartire.

Tutti gli studi sull’autostima finiscono per rendere intollerabile l’idea del fallimento e quindi ci obbligano a non morire mai. Ma non c’è chirurgia plastica che tenga: non si muore ma s’invecchia e le rughe appiattite si vendicano condannandoci a una maschera inespressiva. Dagli studi di Bandura in poi abbiamo scavato a fondo nella nostra stima di sé, e lo scavo ci ha resi più forti e più resistenti al fallimento, ma anche storti, prezzo da pagare perché non siamo nemmeno ai morti.

Si potrebbe ripiegare in oriente, altrimenti. Pare che in Cina si possa vivere con un’autostima più bassa che nel gonfio occidente.  Il risultato più interessante di questi studi di esotismo psicologico è che pare che in Cina la bassa autostima non sia in relazione con la depressione. Difficile dire che se questo sia segno di una società in realtà contenta della sua immobilità oppure di una capacità di essere davvero in crisi che noi avremmo perduto.

Speculazioni nelle quali la mente vaga senza poter trovare risposte definitive. È un po’ il tratto di questa modernità, l’assenza di svolte definitive, che forse non ci sono mai davvero state nella storia. Ci sono state però nei racconti che ci siamo fatti, della storia. Chissà se oggi siamo capaci di raccontarla davvero, una crisi.

Forse il Trono di Spade è una nuova tragedia che la racconta o forse è un’opera barocca che mostra il teatro del mondo dove tutto è finzione, anche la crisi in cui ci dibattiamo a ogni estate della nostra vita, prima del lungo inverno che non è mai così grande come dicono. Per ora.

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