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“Lo chiamavano Jeeg Robot”: riflessioni psicologiche sui personaggi e la relazione amorosa – Recensione

I personaggi del film rappresentano dei prototipi psicologici e ci si chiede come si potrebbe fare terapia con pazienti simili a questi. 

ID Articolo: 120655 - Pubblicato il: 22 aprile 2016
“Lo chiamavano Jeeg Robot”: riflessioni psicologiche sui personaggi e la relazione amorosa – Recensione
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In terapia i pazienti arrivano da un contesto di vita ben preciso che spesso noi non conosciamo ma, se siamo abbastanza fortunati, possiamo immaginarlo. E cosa facciamo? Costruiamo insieme delle abilità, pian piano, lungo tutto il percorso.

 

I personaggi

Sono appena tornata dal cinema. Febbricitante, ma non a causa del film. “Lo chiamavano Jeeg Robot”, ambientato nella città eterna, riscatta finalmente la capitale.

Mi sembra abbastanza superfluo riportare la trama ormai nota, ma accenno solo agli elementi principali. Siamo a Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma, e abbiamo Enzo, il buono, ma non in senso classico, un uomo solitario che ruba per sopravvivere. Poi Alessia, la ragazza che fa perdere la testa al supereroe che vive in un mondo tutto suo e che ha subito diversi abusi. Infine il nemico, narcisista, sadico, aspira alla notorietà e ha partecipato da ragazzino a “Buona Domenica” (e non al “Grande Fratello”!), Fabio detto Lo Zingaro (che forse non sarà un caso dopo tutta la storia di mafia capitale).

I dialoghi e le immagini fanno perdere totalmente lo spettatore che non si rende più conto che il protagonista, cavolo, è fatto di acciaio! Quello viene dopo, è “solo” un piccolo particolare che si perde perché è troppa la curiosità di capire perché Enzo è così chiuso e non ha amici, perché Alessia vuole tanto un vestito da principessa e vive in un mondo immaginario e perché il bisogno di emergere e la violenza di Fabio sono così esagerati. E ci appassioniamo e ridiamo e siamo tristi.

Messaggio pubblicitario Enzo, il nostro Jeeg Robot romano, riceve un potere e lo utilizza come lui sa fare. Continua a rubare. Sembrerà strano, sarà stata la febbre a cui accennavo prima, ma questo mi ha fatto riflettere sul mio lavoro. In terapia i pazienti arrivano da un contesto di vita ben preciso che spesso noi non conosciamo ma, se siamo abbastanza fortunati, possiamo immaginarlo. E cosa facciamo? Costruiamo insieme delle abilità, pian piano, lungo tutto il percorso. Qui invece è come aver instillato nel protagonista delle abilità senza che lui ne sia consapevole. Bisogna attendere la mano terapeutica di Alessia per portare il supereroe alla vera nascita.

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L’amore tra Alessia ed Enzo

Perché Alessia è capace di trasformarlo? Oltre l’amore, va bene! Cosa le permette di accedere all’animo di Enzo e muovere il cambiamento, la presa di consapevolezza che i suoi poteri possono essere usati per qualcosa di meglio che scassinare bancomat? Alessia conosce il mondo di Enzo, è il suo stesso mondo, parlano lo stesso linguaggio e per questo hanno fiducia reciproca. Se Alessia fosse stata una borghese del centro avrebbe avuto lo stesso effetto sul nostro uomo d’acciaio? Bé non voglio essere pessimista ma di certo ci sarebbero voluti più film. Di vitale importanza è il linguaggio che crea intesa. Ricordo una paziente che mi disse, a proposito di una sua passata terapeuta, “io dottoressa non capivo cosa mi diceva! Utilizzava un linguaggio difficile!”. Quando Enzo dice ad Alessia “de te me frega, pure parecchio” vuol dire mille cose racchiuse in poche parole. Significa interesse, amore, affetto, che si prenderà cura di lei, che è una persona importante, che ricopre un ruolo nella sua vita. E lei lo sa che significa tutto questo perché parla la sua stessa lingua. E con ciò non voglio dire solo utilizzare lo stesso dialetto, ma aver vissuto o conosciuto realtà simili.

 

Come instaurare una relazione terapeutica con pazienti sfidanti simili a Fabio?

Questo di certo rimane un po’ complesso per il terapeuta, non può essere informato o aver provato in prima persona tutto ciò che i pazienti descrivono.

Penso al lavoro dell’antropologo. Una mia cara amica fa questo lavoro. Impiega mesi solo per costruire un minimo di fiducia con le persone con cui entra in contatto. Sta lì presente, con umiltà, con curiosità e con tanta pazienza. Loro a volte la guardano male e la testano, proprio come fanno spesso con noi terapeuti i pazienti più difficili. Lei ha un vantaggio su di noi: è presente quasi quotidianamente e ha una visione ampissima di ciò che vivono le persone. Mangia con loro, ascolta i discorsi che fanno, conosce i loro problemi e i loro sogni. Conosce la loro storia. Noi abbiamo un’ora a settimana e in quell’ora crediamo di capire. Facciamo sedere il paziente nel nostro spazio e chiudiamo la porta. Sempre che varchino mai quella soglia.

Chi riesce ad immaginare Lo Zingaro che si siede e ci racconta che cosa è successo nella settimana? “Bé sai dottoré ce stava uno che me voleva fregà, ma io jo spaccato ‘a faccia… aho che fai mo’? me guardi?! Me stai a’mbruttì?!”. Ecco non mi sembra così semplice. Poi vai pure a fare una metacomunicazione da manuale! Il punto qui è conoscere il contesto. Entrare in quel mondo, incuriosirsi della diversità, sempre. Sembra logico? Si certo, ma a volte ce lo scordiamo.

Messaggio pubblicitario Lavoravo in una casa famiglia di minori non accompagnati stranieri, tutti maschi e nel pieno dell’adolescenza. Come sono sopravvissuta? Con l’ascolto delle loro storie, le mie domande sulla loro quotidianità, sul cibo, la loro lingua, guardando i video dei matrimoni dei loro parenti, salutando di tanto in tanto la loro famiglia su skype. Non è stato sempre semplice, specialmente con i ragazzi egiziani piuttosto sfidanti (se sei una donna poi…). Con loro cosa ha giocato a mio favore? Imparare alcune parole in arabo. Soprattutto parolacce devo essere onesta, sono piuttosto frequenti nel loro linguaggio adolescenziale. Con i nuovi arrivati creavo subito l’alleanza grazie a questo. Loro insultavano in arabo, io li guardavo e rispondevo a tono. Loro spiazzati rimanevano immobili e poi iniziavano a ridere. E così nel momento di andare a scuola, il più tragico, li spronavo con un “jalla màderassa!” (del tipo “su forza a scuola!”).

Penso quindi a quanto sia importante “fare salotto” per costruire una buona alleanza terapeutica e avere la mente aperta, non giudicante e infinitamente curiosa. A volte è più semplice, altre meno. Certo nel caso specifico, Jeeg Robot non ha i soldi per il budino, figuriamoci per la terapia. Ma se per caso, per un caso estremo del destino, dovesse bussare alla porta del vostro studio, cosa gli direste?

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