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Shameless (TV Series): ritratto di una famiglia moderna tra forme del trauma e della resilienza

È necessario oggi fare i conti con la modernità e con i nuovi modi di raccontare la famiglia, ci viene così in aiuto Shameless, una delle serie tv più intelligenti degli ultimi anni, con i suoi personaggi senza pudore che hanno il potere di farci riconoscere la nostra fallibilità ma anche la nostra incredibile capacità di adattarci.

 

Da sempre cinema e letteratura hanno messo su schermo, e su carta, storie familiari cariche di vicende intense, di sentimenti contrastanti e di tutti quegli elementi che ciascuno eredita col susseguirsi del tempo e delle generazioni.

È necessario oggi fare i conti con la modernità e con i nuovi modi di raccontare la famiglia, la sua struttura sempre più mutevole, le sue vicissitudini sempre più spietatamente vicine a problemi attuali e reali. Ci viene così in aiuto Shameless, una delle serie tv più intelligenti degli ultimi anni, con i suoi personaggi senza pudore che hanno il potere di farci sentire un po’ più umani, di farci riconoscere la nostra fallibilità ma anche la nostra incredibile capacità di adattarci e sopravvivere di fronte al cambiamento.

Prima di proseguire nell’analisi di Shameless e della vita familiare dei Gallagher, si avvisano i lettori che non hanno ancora avuto modo di completare la visione degli episodi finora andati in onda che l’articolo contiene riferimenti espliciti alle trame delle sette stagioni della serie.

La buona notizia, per tutti i fan, è che Shameless sarà rinnovata per un’ulteriore (ottava) stagione.

La famiglia Gallagher, protagonista della serie tv Shameless – remake made in USA di un prodotto televisivo britannico – è una famiglia totalmente disfunzionale che ha trovato il suo personalissimo modo di funzionare. Il futuro non è roseo per chi, come loro, vive appieno la vita della periferia, il South Side di Chicago per la precisione. È in questo contesto che dobbiamo immaginarci i Gallagher: uno scenario un po’ grigio, decadente, con le sue case malandate, i bar in cui si vedono sempre le stesse facce, i treni affollati della metropolitana, la dedizione al crimine, la ricerca continua di un modo per ottenere qualcosa, qualsiasi cosa, da questa vita.

 

Shameless: analisi psicologica dei personaggi e delle dinamiche relazionali

Frank, “capofamiglia”, è un padre assente e troppo presente al tempo stesso. Incapace di assolvere le responsabilità che il ruolo genitoriale comporta, alcolista cronico, è però sempre presente nella vita familiare e la complica nel tentativo perenne di trarre vantaggi – principalmente economici – da ogni situazione al fine di “finanziare” le proprie dipendenze.

Più volte negli episodi di Shameless ci si riferisce a questo padre come ad un narcisista: appellativo coerente con il suo comportamento ma anche con la sua predisposizione alla dipendenza, dall’alcol in primis, che ha ricadute significative sul piano delle relazioni. In termini psicodinamici, ad esempio, l’alcolista viene descritto come un individuo i cui “rapporti interpersonali rimarranno caratterizzati dalla dipendenza; gli altri continueranno ad essere appoggi narcisistici esterni necessari per ‘tenere’ insieme i pezzi del sé; saranno oggetti parziali come nel periodo neonatale quando l’individuo intrattiene la sua prima relazione con il seno materno e non è capace di tollerare le frustrazioni” (Rossi, Schirone, 2003, p. 34).

Frank si lega a Monica, anche lei dedita all’assunzione di alcol e sostanze, ma con una caratteristica ulteriore che porta con sé diverse e importanti conseguenze: una diagnosi di disturbo bipolare. Monica scompare e riappare spesso nelle vite dei Gallagher; è fonte di problemi, di delusioni per i suoi figli che ad ogni suo ritorno ricadono nell’illusione di aver ritrovato quella figura materna che non c’è mai stata. Il senso di abbandono è quindi ricorrente e riedito, si spinge fino all’estremo quando i figli di questa insolita coppia agiscono un convinto rifiuto nei confronti di entrambi i genitori e delle loro crisi quasi-letali.

La necessità di far fronte a questa assenza di figure significative spinge la primogenita, Fiona, ad assumere il ruolo di genitore, fino a diventare il tutore legale dei suoi fratelli. Non senza rimpianti Fiona vive questa scelta perché la costringe a rinunciare alla propria vita. Intrattiene relazioni difficili con soggetti altrettanto difficili e si perde anche lei, come tanti in quella periferia, nei comportamenti rischiosi e negli eccessi. Non smette però di cercare il riscatto e la sua tendenza al rischio la porta a prendere decisioni che si riveleranno tutt’altro che fallimentari.

Uno dei personaggi più complessi di Shameless è certamente Ian, che deve affrontare la propria omosessualità e la fatica di vivere questo lato di sé in una realtà “dura” come quella del South Side. Vinta questa prima battaglia gli si presenta, però, una nuova sfida, qualcosa con cui dovrà convivere, l’unico lascito di sua madre Monica: il disturbo bipolare. È utile ricordare come tale disturbo presenti infatti una componente di familiarità. Una storia familiare di disturbo bipolare rientra tra i maggiori fattori di rischio per lo sviluppo della patologia (American Psychiatric Association, 2013).

 

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER DELLA SERIE

Lip ricalca invece le orme del padre quando l’abuso di alcol lo porta ad essere espulso dal college e a perdere, così, la sua unica possibilità di riscattarsi ed emergere da quel contesto. Cede ai suoi impulsi più aggressivi e, anche dopo aver affrontato un programma di riabilitazione, ricade nel vizio e sembra arrendersi al suo destino. Un personaggio che mette in scena una perenne lotta interiore tra la voglia di salvarsi e la scelta, più facile, di lasciarsi andare.

Anche i personaggi di Shameless più giovani, Carl e Debbie, portano i segni di quel nucleo familiare stravolto. Carl è un ragazzo da sempre attratto da contesti e compagnie devianti, da comportamenti distruttivi; trova la sua vocazione nelle attività criminali e finisce in riformatorio. Solo dopo questa esperienza si risveglia in lui il desiderio di cambiare, di investire quella voglia di dominare sugli altri diventando, un giorno, un uomo di potere ed entrando all’accademia militare. Inizialmente Carl sembra presentare un disturbo della condotta “da manuale”, con la sua caratteristica violazione di norme e regole, danni a persone, cose, uso di armi e comportamento ripetutamente aggressivo e minaccioso (APA, 2013), passibile di sfociare in un disturbo della personalità di tipo antisociale.

A questo proposito è interessante il contributo di Mancini, Capo e Colle (2009) i quali hanno esaminato le teorie interpretative del Disturbo Antisociale, tra cui quella che lo vede legato a specifiche esperienze di apprendimento relative alla percezione dell’autorità. Tra gli altri, gli autori citano alcuni studi (Nigg & Hinshaw, 1998; Harnish, Dodge & Valente, 1995; Lovejoy et al., 2000) a sostegno della tesi secondo cui le madri di soggetti antisociali presentino spesso livelli significativi di depressione che comportano interazioni problematiche e scarsamente positive/affettive col bambino, nonché una mancanza di controllo. “Inoltre i figli di uomini che abusano di sostanze manifestano alti livelli di aggressività molto più spesso rispetto ai figli di padri che non fanno uso di droghe e alcol (Malo & Tremblay, 1997, cit. in Mancini, Capo & Colle, 2009). Tale correlazione sembra avere a che fare con l’imprevedibilità delle reazioni emotive e comportamentali e con l’aggressività espresse dai genitori che abusano di sostanze” (Mancini, Capo & Colle, 2009, pp. 172-173).

La coppia Frank-Monica sembra presentare proprio queste caratteristiche, ma Carl, nel corso delle stagioni, rivela un lato nuovo che lo porta ad abbandonare (in parte) le vecchie abitudini, a riavvicinarsi ai fratelli e ad immaginare per sé un futuro diverso.

Contrariamente al resto della prole, Debbie esprime più apertamente la propria sofferenza dettata dal senso di abbandono e il desiderio di una famiglia “normale”. Si prende spesso cura del padre e persino della madre quando questa fa le sue apparizioni destinate a durare ben poco. Nella sua ricerca disperata di amore e accudimento cerca volutamente una gravidanza all’età di soli 16 anni, ma si ritrova ancora una volta sola, stavolta con la sua bambina e con delle nuove responsabilità.

A questo proposito risulta interessante il lavoro di Miller, Benson e Galbraith (2001) i quali hanno sintetizzato e raccolto gli studi effettuati nel corso di circa due decadi sul rapporto tra gravidanza in adolescenza e relazioni familiari. Da questa review della letteratura scientifica sul tema emergono, infatti, tra i fattori di rischio, l’assenza di supporto e supervisione genitoriale, nonché variabili legate al contesto socio-economico. Per cui il rischio di gravidanza precoce sarebbe associato anche allo status sociale e al contesto di vita: ad esempio, vivere in quartieri poveri e pericolosi, appartenere ad una famiglia in cui uno dei genitori è assente o in cui si è a contatto con fratelli e sorelle maggiori sessualmente attivi.

Infine in Shamless abbiamo Liam, il più piccolo dei fratelli, vive passivamente i tumulti incessanti della famiglia, ne è inconsapevole data la sua tenera età. Viene messo in pericolo più volte per via della noncuranza genitoriale e di quello stile di vita a base di eccessi che per i Gallagher è pura routine.

 

Il trauma e la resilienza in Shameless

Shameless è quindi la storia di una famiglia moderna che, seppur a tratti estremizzata e caricaturale, conserva elementi di realtà. I suoi personaggi non sono eroi nel senso più tradizionale del termine ma, a modo loro, hanno il potere di adattarsi e di sopravvivere; per questo motivo ogni episodio può far riflettere, commuovere e sorridere, tutto nel corso di 50 minuti: una versione condensata della vita reale in cui non sempre le cose vanno come vorremmo, ma nonostante tutto ci sono momenti che ci riportano a ciò che conta davvero.

I Gallagher sono “resistenti”, eppure quello che hanno vissuto e vivono è una forma di trauma, un trauma ripetuto e, principalmente, un trauma relazionale. Esiste, infatti, una concezione dell’evento traumatico in termini evolutivi che si discosta dalla classica interpretazione del trauma in termini oggettivi relativi alla gravità di un evento riconoscibile e osservabile. Traumatica può essere anche “la qualità della rappresentazione emotiva di un’esperienza relazionale non simbolizzabile, che può operare come nucleo mentale dissociato all’interno dei processi psichici del soggetto” (Caretti, Craparo, Ragonese, Schimmenti, 2005, p. 176).

Si può quindi parlare di un esempio moderno e realistico di resilienza? Probabilmente no! O almeno, non nel senso più puro del termine. Le vite di questi personaggi sono segnate profondamente da alterazioni psicopatologiche dell’umore, della personalità, del controllo degli impulsi, ecc… Il termine resilienza però, etimologicamente, può significare anche “tornare indietro”, non nel senso di arrendersi e ritirarsi/ripiegarsi su se stessi, piuttosto racchiude in sé l’idea di flessibilità, la capacità dell’individuo di “annullare” l’evento negativo (Loriedo, 2005).

Come canta la band The High Strung nella sigla iniziale di Shameless: “Think of all the luck you got!”. Forse è questo il segreto dei Gallagher, sentirsi fortunati anche di fronte alla cattiva sorte, restare uniti anche quando ognuno sembra pensare per sé, capovolgere il corso degli eventi trasformando la fragilità in risorsa.

Split (2016) – Cinema & Psicoterapia

Nel film Split, Kevin, un uomo con 23 diverse personalità, rapisce tre ragazze. I tentativi di fuga delle sventurate sono vani mentre le diverse identità del protagonista combattono per venire alla luce, alcune in particolare si contendono il controllo delle altre.

Split (2016) RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA  #39 di Antonio Scarinci. Psicologo Psicoterapeuta. Socio Didatta SITCC

 

 

Split (2016) Trama del film

Scritto e diretto da M. Night Shyamalan. Interpretato da J. Mc Avoy, Anya Taylor-Joy, J. Sula, B. Buckley, H. Lu Richardson.

Nel film Split, Kevin, un uomo con 23 diverse personalità, rapisce tre ragazze. I tentativi di fuga delle sventurate sono vani mentre le diverse identità del protagonista combattono per venire alla luce, alcune in particolare si contendono il controllo delle altre. La dottoressa Fletcher, psichiatra di fiducia di Kevin, cerca di lavorare per integrare le personalità multiple che cercano di proteggere Kevin, ma una di esse con il tempo cercherà di materializzarsi e prendere il sopravvento sulle altre.

Qual è lo scopo del rapimento delle ragazze? Cosa accadrà quando emergerà il mostro, “The Beast”, che si nasconde nel profondo della psiche? Le diverse personalità possono rappresentare un privilegio, come in alcuni passaggi del film Split sembra suggerire la psichiatra, per andare oltre la singola esistenza, o manifestano le infinite potenzialità del cervello? E la violenza, il dolore e la sofferenza meritano solo un giudizio di condanna o chi ha sofferto è più evoluto come sostiene il protagonista?

Il twist porta lo spettatore dal realismo descrittivo di un grave disturbo psichico alla fantasia implausibile di un finale tutto da scoprire.

La trama di Split riprende la storia vera di Billy Milligam romanzata da Daniel Keyes in The Minds of Billy Milligan.

William Stanley Milligan, meglio conosciuto come Billy Milligan, fu arrestato nel 1972 per aver rapito, violentato e rapinato tre studentesse. Durante le varie fasi processuali si scoprì che il ragazzo soffriva di disturbo dissociativo dell’identità ed emersero le varie personalità di Billy, ben 24.

Il disturbo si manifestò sin dall’età di quattro anni, probabilmente a seguito delle violenze inflitte dal patrigno e si sviluppò fino a disgregare la sua personalità in ventiquattro identità diverse. Billy avvertiva solo vuoti di memoria e non aveva consapevolezza dei momenti vissuti dalle altre personalità, né tanto meno delle loro azioni. La sua vita fu un susseguirsi di tentati suicidi, ricoveri in ospedali psichiatrici, stati di confusione, aggressioni, stupri, sequestri, furti e rapine. Furono formulate diverse diagnosi: nevrosi isterica con aspetti passivo-aggressivi, schizofrenia acuta, disturbo di personalità multipla, quest’ultima diagnosi gli permise di essere prosciolto dai capi d’accusa per infermità mentale.

 

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER di SPLIT (2016):

 

Motivi d’interesse

La caratteristica che definisce il disturbo dissociativo dell’identità è la presenza di due o più stati di personalità distinti (Criterio A DSM5) e ricorrenti vuoti nella rievocazione di eventi quotidiani, di importanti informazioni personali e/o di eventi non riconducibili a normale dimenticanza (Criterio B DSM5). I sintomi procurano disagio clinicamente significativo e compromissione del funzionamento del soggetto, il disturbo non è una parte normale di una pratica culturale o religiosa largamente accettata e i sintomi non sono attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza o a una condizione medica (Criteri C, D, E DSM5).

Il protagonista del film Split è stato esposto a maltrattamenti ripetuti e continui da parte della madre durante l’infanzia e abbandonato dal padre. Anche Casey, una delle ragazze rapite è stata abusata ripetutamente dallo zio paterno.

Il care-giver è una figura che rassicura il bambino e gli consente di esplorare il mondo in sicurezza. Quando questa figura di riferimento è minacciosa, addirittura abusante, possono emergere rappresentazioni di sé in relazione all’altro frammentate e dissociate.

Esperienze traumatiche cumulative in cui la vittima è impotente rispetto alla possibilità di sottrarsi ad una forza soverchiante generano un trauma psichico. La risposta a questo trauma complesso ripetuto nel tempo può portare alla disgregazione dell’identità.

Si stabilisce un vero e proprio distacco dall’esperienza di sé e del mondo esterno e un deficit delle funzioni metacognitive che comporta un’interruzione dell’autoconsapevolezza e della capacità di ordinare in modo coerente e integrato l’esperienza. Ne deriva la molteplicità non integrata degli stati dell’io che caratterizza la dissociazione patologica (Liotti e Farina, 2011).

In Kevin non siamo in presenza di fenomeni di detachment, ma di compartimentazione delle funzioni quali la memoria, lo schema e l’immagine corporea, la regolazione delle emozioni che vanno ad alterare la struttura della personalità dell’individuo e l’unità dell’identità (personalità multiple alternanti) (Liotti e Farina, 2011).

Le strategie che sono messe in atto da Kevin in Split sono di tipo controllante, e hanno come obiettivo di proteggersi da caos, impotenza, paura che sono caratteristiche della disorganizzazione. Le personalità prevalenti assumono il controllo per proteggerlo, in particolare Dennis, con marcati tratti ossessivi si assume questo ruolo controllante-punitivo con atteggiamenti ostili, dominanti e umilianti, mentre Patricia e Hedwig, un bambino di nove anni, sono controllanti accudenti con condotte in parte protettive nei confronti delle ragazze.

Le strategie di Kevin sono delle difese che vorrebbero impedire alla Bestia di emergere, e sono anche difensive rispetto al riemergere del triangolo drammatico vittima, persecutore, salvatore. Il triangolo drammatico del protagonista è parallelo a quello di una delle ragazze rapite che sarà l’unica a salvarsi dalla Bestia, ma anche ad agire da carnefice e in parte da salvatore nei suoi confronti (Liotti, 2004, 2011). Casey ha sofferto, porta sul suo corpo le cicatrici della sua sofferenza e questo la rende pura, più evoluta.

Nel film Split, la dottoressa Fletcher costruisce una discreta alleanza, ma non riesce a stabilizzare il paziente e nonostante lavori sulle memorie traumatiche di Kevin l’integrazione degli stati dell’io dissociati non va a buon fine, la loro separatezza dalla coscienza e dalla memoria produrrà effetti drammatici.

 

Split: indicazioni d’utilizzo

La visione di Split può essere utile agli allievi delle scuole di formazione in psicoterapia.

Le conseguenze a breve e a lungo termine prodotte dalle esperienze violente: il mondo delle rappresentazioni mentali della vittima di maltrattamento infantile

Le conseguenze psicologiche del maltrattamento infantile sono complesse, di entità differente in ciascun caso, e variano in relazione all’età del bambino, alla tipologia, alla durata, alla gravità degli episodi di abuso, al grado di familiarità tra la vittima e l’abusante e al tipo di supporto che riceve dalle figure di riferimento

Caterina Micalizzi – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

 

Le conseguenze psicologiche in caso di maltrattamento infantile

Il maltrattamento infantile può produrre nei bambini conseguenze di varie entità a breve, ma anche a lungo termine. Le ricerche hanno confermato una relazione significativa tra maltrattamento infantile e depressione, disturbi d’ansia, disturbi alimentari, disfunzioni sessuali, disturbi dissociativi, disturbi della personalità, disturbi post traumatici e abuso di sostanze stupefacenti.

Negli ultimi anni, inoltre, le ricerche hanno permesso di evidenziare anche la presenza di una stretta relazione tra il maltrattamento infantile, in particolare l’abuso sessuale, e i disturbi psicotici (Janssen et al., 2004). Nello specifico, le vittime di violenza hanno maggiore possibilità, rispetto alla popolazione generale, di presentare sintomi, quali allucinazioni di natura visiva, uditiva, o le voci di commento, i deliri e i disturbi del pensiero, sintomi di internalizzazione ed esternalizzazione e disturbi nell’attaccamento. I bambini vittime di abusi e maltrattamenti, punizioni ingiuste e prepotenze, vivono un problema di deformazione dei sentimenti di fiducia in sé stessi e negli altri e nell’espressione delle emozioni empatiche.

Ciò che caratterizza un evento di abuso perpetrato nelle prime fasi evolutive è l’irruzione, durante il percorso di crescita di fattori nocivi ed intrusivi, che possono influenzare profondamente e negativamente la strutturazione della personalità del bambino o dell’adolescente, provocando nel minore una condizione di estrema vulnerabilità emotiva e di confusione, che nel tempo può associarsi ad una molteplicità di manifestazioni sintomatologiche, come uno stato di ansia, bassa autostima, depressione, difficoltà scolastiche, problemi di somatizzazione.

Le conseguenze psicologiche del maltrattamento infantile sono complesse, di entità differente in ciascun caso, e variano in relazione all’età del bambino, alla tipologia, alla durata, alla gravità degli episodi di abuso, al grado di familiarità tra la vittima e l’abusante e al tipo di supporto che riceve dalle figure di riferimento (Fish & Scott, 1999).

Dallo studio di Tambone, Cassibba, Luchinovich e Godelli (2009), che hanno utilizzato il test proiettivo di Rorschach per rilevare le conseguenze psicologiche dell’abuso sui minori, nelle sue molteplici forme, emerge che in questi bambini vi è una chiusura difensiva e difficoltà nel mettersi in gioco, evitando il contatto con i contenuti traumatici profondi. Tali bambini vittime di abuso presentano una condizione psicologica estremamente complessa e disturbata. Essi prendono coscienza della loro condizione ma non hanno gli strumenti cognitivi, né le risorse psicologiche per attribuire elementi di qualificazione alla realtà, in quanto presentano un’immagine povera della realtà, priva di elementi dinamici e vitali. In essi si evidenzia una persistenza di sensazioni di tristezza e apatia, dovuta nella maggior parte dei casi dall’incapacità o impossibilità a vivere, simbolizzare e verbalizzare le proprie emozioni.

 

Maltrattamento infantile e sindromi dissociative

L’esperienza di maltrattamento può produrre sindromi dissociative, in particolare quando l’abuso è stato consumato durante l’infanzia (Putnam, 2001). Subire un abuso può arrecare una sofferenza emotiva tale da produrre contenuti ideativi con conseguenti difese di carattere dissociativo. Le conseguenze psicopatologiche dell’abuso sono gravi e profonde, coinvolgendo diversi livelli di funzionamento psicologico, tra cui il pensiero, le emozioni, le relazioni interpersonali, tolleranza dello stress, e causando molteplici conseguenze psicologiche come frequenti ricordi dell’evento traumatico, disturbi dissociativi, comportamenti regressivi, alterazione del livello di vigilanza, per cui scarsa attenzione, concentrazione e iperattività, diminuzione del rendimento scolastico, impulsività, esitamento e sentimenti di solitudine.

Maggiori difficoltà affettivo-relazionali si presentano nelle vittime il cui abuso è avvenuto in età precoce ( Armsworth & Holaday, 1993). Alcuni studi evidenziano che i bambini in età preadolescenziale sono più vulnerabili rispetto agli adolescenti e che dopo l’abuso si rilevano maggiori effetti pervasivi (Kendall-Tackett, Williams, & Finkelhor, 1993).

L’esperienza traumatica dell’abuso apporta sofferenza e dolore tale da provocare un effetto disorganizzante della personalità. Il processo di disorganizzazione del pensiero che si evidenzia nelle persone che hanno subito maltrattamento infantile è probabilmente funzionale all’integrazione e all’elaborazione dell’evento doloroso.

Tale disorganizzazione sembra essere riconducibile ad un meccanismo difensivo di regressione adattiva (Kris, 1952), che consente un arretramento verso livelli di funzionamento psichico primitivi che consentono a pensieri e sentimenti intollerabili, di arrivare a stati di consapevolezza maggiori per essere elaborati. Per cui il processo di disorganizzazione può essere considerato come uno strumento curativo naturale, che permette una riorganizzazione ed un’integrazione delle esperienze inattese e dolorose, quindi livelli moderati di distorsioni cognitive possono essere considerati indicatori prognostici di processi riparativi e curativi.

 

Le conseguenze del maltrattamento infantile sulla socialità

L’ esperienze di maltrattamento infantile interferiscono sullo sviluppo positivo del bambino, compromettendone vari aspetti come la socialità, l’interazione con i pari e con gli adulti. L’esposizione continua alla violenza porta ad uno sviluppo distorto dell’immagine di sé, a condotte antisociali, a disfunzioni nelle emozioni e alla messa in atto di comportamenti dissociativi. La violenza porta spesso ad alterazioni della percezione, ad una mancata comprensione degli stati emotivi e delle intenzioni altrui.

Tra le principali e frequenti conseguenze del maltrattamento infantile vi sono le alterazioni delle regolazioni emotive e delle emozioni sociali. I bambini maltrattati sviluppano un’immagine di sé negativa, e già all’età di due/ tre anni, tendono a mostrare reazioni emotive intense, e sono riluttanti ad accettare se stessi in termini positivi (Shaffer 1996). Le difficoltà riscontrate nei bambini maltrattati dipendono dal fatto che gli adulti fanno poco uso di emozioni positive, e l’elevato uso di emozioni negative riducono le espressioni del bambino.

I bambini sottoposti ad esperienze di violenza presentano difficoltà nel riconoscere le espressioni facciali e nell’utilizzare le informazioni contestuali per spiegare le incoerenze tra causa delle emozioni ed espressione emotiva discrepante. Tali bambini tendono a distorcere le informazioni emotive attribuendogli significati negativi, nel senso che sovrastimano le emozioni di rabbia, le attribuiscono in modo inappropriato e le percepiscono come presenti anche in loro assenza (Camras, Sachs-Alter & Ribordy, 1996).

Per cui è possibile affermare che il maltrattamento, soprattutto in età precoce, determina rilevanti problemi sia nella regolazione delle proprie emozioni ma anche nella capacità di comprenderle e di valutare adeguatamente le cause degli stati affettivi altrui.

 

Colpa e vergogna nei bambini vittime di maltrattamento

I minori vittime di maltrattamenti e abusi vanno incontro a due sentimenti negativi che tendono a opprimerli, questi sono il senso di colpa e la vergogna.

Queste si manifestano già dopo il primo anno di vita e sono espressioni emotive legate alla socializzazione, alle pratiche educative, al contesto culturale e richiedono inoltre capacità cognitive più evolute di valutazione di sé, degli altri, delle aspettative sociali e di autoconsapevolezza. La colpa e la vergogna hanno un significato sociale e relazionale poiché elicitate dall’interazione. Tali emozioni nascono dal riconoscimento di comportamenti o di attributi negativi rivolti a se stesso ed hanno origine dalla percezione del fallimento di modelli posti dall’esterno o interiorizzati.

Nei bambini che subiscono maltrattamenti si può osservare la coesistenza di sentimenti di colpa, che li portano a preoccuparsi degli altri e a cercare di riparare, e di vergogna, che implica una complessa deformazione delle percezioni e dell’immagine di sé. Il bambino si sente impotente, incapace di reagire adeguatamente e percepisce, come segni della propria incapacità, il fallimento dei tentativi con cui cerca di difendersi e giustificarsi. Percepisce il proprio corpo come diverso da quello degli altri  e prova vergogna a mostrarlo, e nasconde i lividi che gli vengono provocati, considerandoli frutto di una propria mancanza. Nei bambini vittime di abusi sessuali la vergogna, la timidezza e l’imbarazzo finiscono per rinforzare la sensazione di essere inadeguati e diversi a causa di comportamenti sintomatici percepiti estremamente inaccettabili e inesprimibili.

Il vissuto di colpa occupa una posizione centrale nella caratterizzazione del mondo interno del bambino che ha subito un abuso sessuale. Il bambino abusato, per l’intervento di un meccanismo identificatorio, assume su di sé la colpa dell’aggressore in un processo amplificato dal diniego dell’evento traumatico, messo in atto dall’adulto (Kluzer, 1996).

Le emozioni innescate dalla vergogna, portano il bambino a chiudersi, a nascondersi, ad interrompere la comunicazione e l’espressione di se stessi. L’esperienza di colpa e/o di vergogna rinforza in misura significativa una rappresentazione di sé come “malvagio, cattivo o ridicolo” ed una rappresentazione dell’altro come “rifiutante, controllante e minaccioso”.

I bambini esposti a ripetute esperienze di malessere da parte degli adulti, possono sviluppare la propensione a pensare di essere i diretti responsabili. Per cui ciò vuol dire convivere con sentimenti di inefficacia e di impotenza che possono trasformarsi in tratti depressivi, ostacolano o rallentano il processo di separazione-individuazione e interferiscono con la capacità di role-taking.

Le esperienze di maltrattamento infantile possono avere effetti negativi sul buon sviluppo del bambino, compromettendone vari aspetti come la socialità, l’interazione con i pari e con gli adulti. L’esposizione continua alla violenza porta ad uno sviluppo distorto dell’immagine di sé, a condotte antisociali, a disfunzioni nelle emozioni e alla messa in atto di comportamenti dissociativi. La violenza porta spesso ad alterazioni della percezione, ad una mancata comprensione degli stati emotivi e delle intenzioni altrui.

Dagli studi sulla cognizione sociale è emerso che nei casi di abuso sessuale, le vittime tendono a costruirsi uno schema di sé come seduttrici, portando la convinzione di essere colpevoli per l’atto avvenuto, di essere troppo attraenti, o troppo dolci, o troppo generose. La conseguenza di ciò può generare depressione, sensi di colpa, promiscuità o inibizione sessuale (Gelinas, 1983; Herman, Russell & Trocki, 1986). Per cui alla base di ciò vi è una percezione di sé come cattive o troppo seducenti, ma esse non sono consapevoli di queste potenti autorappresentazioni negative.

Aver subìto abusi nel corso dell’infanzia può condurre allo stabilizzarsi di schemi non adattivi che riguardano il sé, alla sensazione di non essere amati o alla mancanza di speranza (concetto di vulnerabilità cognitiva). Anche lo stabilizzarsi di stili attribuzionali negativi (attribuire agli eventi cause interne, stabili e globali) può essere considerato una conseguenza a lungo termine di situazioni negative subite nel corso dell’infanzia. Studi prospettici hanno mostrato che i bambini abusati e trascurati dai genitori presentano un ridotto funzionamento cognitivo rispetto ai bambini che non hanno subito maltrattamenti (Egeland, Sroufe & Erickson, 1983).

 

Funzioni intellettive ed empatia nelle vittime di maltrattamento infantile

Deprivazioni sensoriali ed emotive associate alla trascuratezza sembrano essere particolarmente dannose per lo sviluppo del linguaggio espressivo così come per lo sviluppo di un QI nella norma e, in generale, per lo sviluppo delle funzioni intellettive (Sandgrund, Gaines, & Green, 1974). Nelle situazioni di maltrattamento infantile, il bambino sviluppa rappresentazioni di sé e dell’altro multiple e dissociate, le funzioni integrative come l’identità, la coscienza e la memoria vengono a perdersi producendo uno stato alterato di coscienza (Liotti, 1996).

Secondo Liotti i fenomeni dissociativi provocano uno stato alterato di coscienza nel bambino e allontanano cosi la sofferenza. Consentono di risolvere conflitti inconciliabili, di sfuggire dalle costrizioni della realtà, di isolarsi da esperienze catastrofiche, proteggendo il sé, di sfuggire al dolore, anche fisico, grazie all’effetto analgesico. Tuttavia quando diventa un meccanismo automatico, si innesta la patologia, provocando una frattura nel senso dell’identità e della continuità della memoria e dell’integrazione del sé.

Risulta compromesso lo stato di regolazione emotiva, di regolazione affettiva, di attribuzione di sentimenti e credenze. Nel bambino maltrattato emerge un fragile senso di sé che è legato all’incapacità di rappresentare sentimenti e desideri propri che forniscano un nucleo stabile d’identità. La percezione e le attribuzioni che il soggetto maltrattato costruisce sulla propria esperienza di maltrattamento sono fondamentali nel determinare l’adattamento successivo.

Un altro aspetto fortemente compromesso nel soggetto abusato o maltrattato è l’empatia. Il bambino maltrattato sperimenta la presenza di un genitore che non riesce ad essere empatico nei suoi confronti. A partire da questa condizione il bambino non può sviluppare quella capacità introspettiva di autoriflessione su se stessi e sulle conseguenze che le proprie azioni hanno sull’altro. Il comportamento antisociale e delinquenziale ha la propria origine in questa carenza di capacità empatica, poiché l’empatia media l’adozione di comportamenti prosociali, e rappresenta una condizione che consente di acquisire in modo profondo il significato sociale delle norme e delle regole (Shaffer, 1996).

L’illusione del narcisista (2016) di G. Dimaggio – Recensione

Giancarlo Dimaggio con il suo saggio divulgativo L’illusione del narcisista descrive uno dei disturbi di personalità più affascinanti che si possano incontrare nella pratica clinica.

 

Cosa hanno in comune Miranda Priestley, Tony Stark, Frank Underwood, Tywin Lannister e il partner che ci tiranneggia? Ce lo svela Giancarlo Dimaggio, psichiatra e psicoterapeuta di professione, appassionato di cinema, serie tv e fumetti nel tempo libero, che con il suo saggio divulgativo L’illusione del narcisista descrive uno dei disturbi di personalità più affascinanti che si possano incontrare nella pratica clinica, ma da cui ci si dovrebbe tenere alla larga, soprattutto in campo relazionale affettivo, se si tiene alla propria incolumità emotiva e psicologica.

Stiamo parlando del disturbo narcisistico di personalità, un disturbo che in un’accezione molto naive sembrerebbe interessare l’80% nostri contatti Facebook, ma che in realtà rappresenta tutt’altro. Infatti siamo spesso portati a etichettare erroneamente come narcisista l’amica a caccia di like che posta le foto della propria mise prima di uscire a far serata, così come il fidanzato a cui interessa esclusivamente guardare la partita, che ignora noi e lo stato disastroso in cui versa la casa, e non esprime mai i propri sentimenti. Ecco, il narcisismo non è questo.

 

L’illusione del narcisista: come si riconosce un vero narcisista?

Come si riconosce allora un narcisista?

Attraverso una divertente carrellata di personaggi che spazia da La guerra dei Roses a Il diavolo veste Prada ad Iron Man passando per Game of Thrones e House of Cards, giusto per citarne alcuni, Dimaggio ne L’illusione del narcisista dipinge un quadro accurato del narcisista in tutte le sue sfaccettature e forme (compresa quella maligna della Triade Oscura – narcisismo, machiavellismo e psicopatia): un dio affascinante, carismatico, di successo da cui è difficile non lasciarsi sedurre, ma al contempo un mostro cinico, freddo, svalutante, sprezzante, in grado di polverizzare la nostra autostima con un solo sguardo. Due facce della stessa medaglia, quelle raccontate dall’autore ne L’illusione del narcisista, attraverso scene memorabili di film e serie tv (indimenticabile Miranda Priesley che asfalta Andy e il suo maglione ceruleo) e casi clinici di persone comuni, in un saggio quasi romanzesco che si lascia leggere d’un fiato, che regala diverse risate e che riesce a farci empatizzare con un narcisista.

 

Da Il Diavolo Veste Prada: il narcisismo di Miranda Priesley che asfalta Andy e il suo maglione ceruleo

 

Dimaggio infatti, nel suo libro L’illusione del narcisista, ci mostra cosa si nasconde dietro la maschera grandiosa e sprezzante del narcisista: il vuoto, la passività. Il narcisista è talmente impegnato nella spasmodica ricerca dell’approvazione altrui da non sapere che cosa gli piace, quali sono i suoi desideri indipendentemente dal giudizio e dalle aspettative degli altri.

Immaginate quanto sia sfiancante cercare costantemente di dimostrare di valere, di essere capace, in una estenuante gara fine a se stessa, e quanto sia angosciante e intollerabile l’umiliazione che gli altri scoprano che si è soltanto un bluff, che in realtà non si vale niente, che si è vuoti. Ecco che la rabbia e il disprezzo che caratterizzano il narcisista diventano armi di difesa, tengono l’altro a distanza e le proprie vulnerabilità nascoste e al sicuro. Ma a che prezzo!

Una vita priva di relazioni affettive intime autentiche, dove non c’è spazio per le proprie passioni e i propri desideri, dove quello che conta è solamente competere per dimostrare il proprio valore perché fallimento significa sottomissione, umiliazione, gogna.

L’illusione del narcisista è un testo per i clinici, gli studenti di psicologia e gli specializzandi in psicoterapia, perché descrive in maniera sì divulgativa, ma estremamente rigorosa, questo disturbo di personalità, dando preziose indicazioni per il trattamento e per evitare danni nella pratica terapeutica; per gli amanti del cinema, perché offre una divertente e accurata analisi psicologica di personaggi indimenticabili; per chi ha la sfortuna di ritrovarsi in una relazione con un narcisista, nella speranza che guarisca dalla sindrome della crocerossina e scappi finché è in tempo; per chi ha tratti narcisisti, con l’auspicio che riconoscendosi nelle descrizioni trovi la volontà di iniziare un percorso psicoterapeutico; ma soprattutto, è un libro per tutti, perché ci aiuta a riscoprire una verità che a volte, anche se non abbiamo tratti narcisisti, tendiamo a dimenticare, cioè che è il perseguire le proprie vere passioni che dà significato alla vita poiché “il senso della vita non deriva mai dalla riuscita di ciò che facciamo, ma dal nostro industriarci operoso in quello che ci piace”.

Il Millon® Clinical Multiaxial Inventory-IV (MCMI®-IV): la nuova versione del Millon

La nuova versione del questionario MCMI (MCMI-IV) è stata pubblicata nel 2015 da Theodore Millon, Seth Grossman e Carrie Millon. Rispetto alla versione precedente, quella attuale permette di rappresentare e valutare le diverse dimensioni della personalità, come anche il funzionamento generale e l’adattamento individuale. Inoltre, l’ultima variante dell’inventario, fornisce un’utile e valida guida clinica per migliorare l’alleanza terapeutica con l’esaminato.

Stefano Terenzi, Rosario Capo

 

La struttura del MCMI-IV

La struttura generale riflette la revisione già operata per la creazione del MCMI-III (Millon, 2011), ma è stata aggiornata, affinata ed ampliata dal lavoro di Grossman. Nello specifico, il MCMI-IV introduce un set di scale “Facet” di Grossman, che aiutano a progettare l’intervento terapeutico identificando i domini più salienti della personalità di un individuo (interpersonale, cognitivo, relativo all’immagine di sé). Nondimeno, offre sia la possibilità di evidenziare immediatamente specifiche aree critiche (ad esempio: il potenziale di violenza, la disposizione autodistruttiva), che la possibilità di realizzare una diagnosi differenziale accurata per favorire un inquadramento efficace e preciso nell’ambito delle categorie cliniche del DSM-5.

Il MCMI (Millon Clinical Inventario Multiassiale) si distingue dagli altri questionari sulla personalità per la sua brevità, il suo solido ancoraggio teorico, il formato multiassiale, la costruzione schematica tripartita e di convalida, l’uso di punteggi base-rate, e la profondità interpretativa. Ogni generazione dell’inventario MCMI ha tentato di mantenere un numero totale di item sufficientemente ridotti per incoraggiare il suo utilizzo in tutti i tipi di impostazione diagnostica e terapeutica, ma abbastanza numerosi da permettere la valutazione di una vasta gamma di comportamenti clinicamente rilevanti in una cornice multiassiale. Con i suoi 195 items, a risposta dicotomica Vero-Falso, l’inventario MCMI-IV è molto più breve rispetto agli strumenti ad esso comparabili. Si può somministrare a soggetti di età superiore ai 18 anni. La terminologia utilizzata è comprensibile già da una popolazione di individui con un livello di competenza nella lettura da quinta elementare. Pertanto, la grande maggioranza degli individui può completare agevolmente il MCMI-IV in 25-35 minuti, rendendo effettuabili somministrazioni relativamente rapide e riducendo al minimo la resistenza del paziente ed il suo affaticamento.

Storicamente, lo strumento si basa su una teoria prevalentemente di derivazione clinica (Millon, 1969, 1981, 1986a, 1986b, 1990, 2011; Millon & Davis, 1996). Le scale ed i profili emergenti dall’elaborazione delle risposte al MCMI misurano quindi variabili di derivazione teorica raffinata, in modo diretto e quantificabile. Con una solida base statistica i punteggi elevati nelle diverse scale e le diverse configurazioni possono essere utilizzate per suggerire diagnosi specifiche dei pazienti e delle loro dinamiche cliniche come anche ipotesi cliniche verificabili tramite la storia sociale relazionale del soggetto e l’osservazione del comportamento attuale.

Non meno importante del suo legame con la teoria è il coordinamento dello strumento testologico con i costrutti diagnostici ufficiali del DSM-5. A riguardo, pochi strumenti psicodiagnostici attualmente disponibili sono consoni alla recente nosologia ufficiale come avviene invece per il MCMI-IV.

L’attuale struttura dell’inventario MCMI mantiene una distinzione tra disturbi di personalità e sintomatologia clinica, come nel precedente sistema multiassiale, aggiornandosi ai perfezionamenti apportati dai recenti criteri diagnostici del DSM-5. Pertanto, nella versione attuale dell’inventario vi sono scale separate per distinguere le caratteristiche di personalità più stabili dalla sintomatologia clinica più acuta evidenziata attualmente dal paziente. In particolare, è possibile utilizzare il profilo derivato dall’analisi di tutte le scale cliniche che compongono l’inventario, al fine di illuminare l’interazione tra i modelli caratteriologici di lunga data che caratterizzano il soggetto ed i suoi sintomi clinici attualmente manifestati.

 

Lo scoring del MCMI-IV

Lo scoring del test può essere effettuato con un programma informatico che rende la decodifica rapida ed efficiente. Il software genera report interpretativi a due livelli di dettaglio profilo: (a) Il PROFILE REPORT (Relazione sul Profilo) che presenta i punteggi ottenuti al MCMI ed il profilo del paziente, ed è utile come strumento di screening per identificare i soggetti che possono richiedere una valutazione più specifica ed approfondita o una specifica attenzione professionale; (b) il NARRATIVE REPORT (Relazione Descrittiva) che integra sia le caratteristiche personologiche che quelle sintomatiche attuali del paziente, ed è elaborato in uno stile simile a quello utilizzato solitamente dagli psicologi clinici. I risultati si basano su ricerche attuariali, lo schema teorico del MCMI, e sulle relative diagnosi DSM, all’interno di un quadro multiassiale. Nella relazione descrittiva viene automaticamente inclusa una guida terapeutica orientata ai processi clinici potenzialmente rilevanti.

 

Gli ambiti di impiego del MCMI-IV

In linea generale, l’intento primario del MCMI è di fornire informazioni ai medici, agli psicologi, agli psichiatri, ai consulenti, agli assistenti sociali ed agli infermieri, che devono effettuare valutazioni e prendere decisioni rispetto al trattamento clinico di persone caratterizzate da difficoltà emotive e relazionali. Può essere utilizzato in una valutazione di screening in molteplici contesti: ambito ospedaliero, libera professione, programmi di counseling universitario, servizi psichiatrici di diagnosi e cura, gruppi di sostegno, ecc.

 

La validità, l’affidabilità e le scale del MCMI-IV

Rispetto alla validità e all’affidabilità della versione attuale dell’inventario, va detto che lo strumento diagnostico in oggetto è stato validato e supportato sia teoricamente che empiricamente da un gran numero di studi. Più di 600 ricerche hanno utilizzato il MCMI per testare ipotesi cliniche, sperimentali e demografiche.

Il MCMI-IV consta di un totale di 25 scale:

15 Pattern Clinici di Personalità:                   3 Gravi Patologie di Personalità:

Schizoide                                                                Schizotipico

Evitante                                                                  Borderline

Depressivo                                                             Paranoide

Dipendente                                                          7 Sindromi cliniche:

Istrionico                                                                 Ansia

Turbulent (Esuberante/Ipomaniaca)               Somatoforme

Narcisistica                                                             Spettro Bipolare

Antisociale                                                              Distimia

Sadica                                                                      Dipendenza da Alcool

Compulsiva                                                            Dipendenza da Droghe

Negativistica                                                          Disturbo Post-Traumatico da Stress

Masochistica

3 Gravi Sindromi Cliniche                                3 indici di correzione

Spettro Schizofrenico                                           Apertura

Depressione Maggiore                                         Desiderabilità

Disturbo Delirante                                                Autosvalutazione

2 indicatori di risposta:

indice di Validità

indice di Incoerenza

 

La scala Incoerenza (W) rileva le differenze nelle risposte a coppie di items che implicano una risposta simile. La scala può indicare se il soggetto ha risposto a caso o se non ha prestato la giusta attenzione.

In aggiunta, il MCMI-IV dispone anche delle Scale di Grossman sui Facet, che sono in grado di fornire informazioni che articolano ed approfondiscono i punteggi del paziente rispetto ad alcuni dei domini personologici/clinici particolarmente rilevanti. Ad esempio il Pattern della Personalità Depressiva è composta da tre facet:

  • Pensiero Fatalistico
  • Immagine di sé immeritevole
  • Temperamento triste

Il Pattern di Personalità Evitante dai Facet:

  • Avversività Interpersonale
  • Immagine di Sé alienante
  • Contenuto Vessatorio

Il Pattern di Personalità Narcisistica dai Facet:

  • Esplosività Interpersonale
  • Espansività cognitiva
  • Immagine di sé ammirabile

 

Le 45 Facet si basano sulle teorie della personalità e della psicopatologia specificamente sviluppate dall’autore. Diagnosticamente, contribuiscono a fornire utili informazioni che aiutano i medici a capire meglio le particolari aree di funzionamento in cui le difficoltà del paziente si manifestano. Essi dovrebbero anche fornire al professionista una guida per la selezione di modalità terapeutiche specifiche per massimizzare il raggiungimento degli obiettivi terapeutici.

Nel complesso, il MCMI-IV appare uno strumento agevole da somministrare, con un background teorico e clinico consolidato e arricchito di ulteriori elementi che lo rendono ancora più utile, rispetto alle versioni precedenti, per la professione dello psicologo.

Quando il cervello sceglie una mossa, ha sempre pronto un piano B

Di fronte a due alternative, i motoneuroni cerebrali si preparano per entrambe le possibilità prima di decidere quale alternativa seguire; è questo ciò che afferma un gruppo di ricercatori della Queen’s University in Ontario.

 

Mentre percorriamo la strada che ci conduce al lavoro o vaghiamo tra gli scaffali al supermercato, i nostri cervelli sono costantemente impegnati nel prendere decisioni sui movimenti da compiere: “Devo attraversare la strada ora o all’incrocio?”, “Devo dirigermi verso le mele rosse o le mele verdi?”: di fronte a due alternative, i motoneuroni cerebrali si preparano per entrambe le possibilità prima di decidere quale alternativa seguire; è questo ciò che afferma un gruppo di ricercatori della Queen’s University (Ontario), all’interno di un recente articolo pubblicato su Cell Reports.

Il cervello è continuamente impegnato nel tradurre target visivi in azioni che possano essere compiute verso quei target – ha affermato il co-autore Jason Gallivan, neuroscienziato presso l’Università – Anche al di là della consapevolezza cosciente, il sistema motorio sembra stare sempre operando in sottofondo, fino ad emergere con queste potenziali azioni.

Ad esempio, immaginate un attaccante di hockey che sta sfrecciando sul ghiaccio verso la porta per fare goal. In base al suo ruolo, egli deve schivare i difensori dell’altra squadra e cercare un’apertura per tirare il dischetto oltre il portiere. L’attaccante vede due possibili aperture. In una frazione di secondo, i neuroni motori corticali del giocatore codificano i comandi muscolari necessari per prendere entrambe le due decisioni possibili. Entrambi i piani di attacchi vengono preparati e risultano pronti per essere attivati. L’attaccante decide per uno dei due target, ma improvvisamente uno dei difensori dell’altra squadra appare dal nulla, bloccando il tiro.

Senza perdere un colpo, il sistema sensomotorio dell’attaccante fa dietro front verso il piano B precedentemente codificato. Allora tira.

Dal momento che i due piani sono già stati definiti a livello cerebrale, è possibile passare prontamente da uno all’altro e mettere in atto ciascuno di esso più velocemente in caso di necessità – ha affermato Gallivan – Questo rende i tempi di reazioni più brevi; quindi, tornando all’esempio precedente, se il portiere dovesse muoversi in una o nell’altra direzione, l’attaccante potrebbe attivare più velocemente il piano alternativo.

I neuroscienziati hanno a lungo dibattuto su cosa venga prima: la decisione su quale target agire oppure il piano motorio? Sebbene precedenti studi avessero mostrato attivazioni cerebrali per multipli target potenziali a livello della regione sensomotoria, tale attività potrebbe riferirsi ad una codifica sia della posizione visiva del target sia del piano motorio richiesto per agire sul target. Sul campo da hockey (e nella vita di tutti i giorni), le decisioni motorie avvengono così in fretta che è stato dimostrato quanto sia difficile distinguere questi due processi.

Tuttavia, Gallivan e colleghi hanno escogitato un compito che separa i target visivi dai movimenti necessari per raggiungerli. In tale esperimento, è stato chiesto a 16 volontari di dirigere un cursore verso uno tra due target, ma il trucco stava nel fatto che i partecipanti dovevano iniziare il movimento prima di scoprire quale dei due target dovessero scegliere.

Quando si è forzati a lanciare un’azione senza sapere quale target sarà selezionato, le persone semplicemente avviano azioni nel mezzo, tra i target – ha affermato Gallivan.

La domanda è: la corteccia motoria calcola la media della distanza tra i due target oppure divide la differenza in due potenziali piani motori?

All’insaputa dei volontari, era presente un aspetto cruciale, ma nascosto, nel compito. All’inizio , la posizione del cursore combaciava esattamente con la posizione della mano, ma ad ogni ripetizione del compito, il cursore slittava un pochino, risultando scoordinato rispetto al controller. Dal momento che il cambio era così graduale e poiché il controller era coperto in modo tale che i volontari non potessero vedere le loro mani, i partecipanti inconsapevolmente compensavano la mancata corrispondenza cursore-controller alterando in modo opportuno i movimenti della mano. Alla fine dell’esperimento, la differenza tra il percorso motorio necessario a raggiungere il target e la traiettoria del cursore sullo schermo era di 30 gradi.

Nella fasi di analisi dei dati, i ricercatori hanno scoperto che i movimenti della mano dei volontari risultavano dalla media dei percorsi motori necessari a raggiungere i due potenziali target e non dalla media delle posizioni che i due target occupavano sullo schermo. Il comportamento di media spaziale non è strategico o intenzionale, e non è connesso alla posizione dei target.

Questa scoperta supporta l’idea che il cervello percepisca il mondo come una serie di possibili azioni e oggetti con cui interagire. Avere immediatamente disponibili piani di riserva ha benefici tangibili, ma i ricercatori stanno ancora indagando su quali effettivamente essi siano. Il team prevede di proseguire con studi di fMRI per vedere come la codifica motoria appaia nel cervello.

Benvenuti a Cervellopoli: le neuroscienze per bambini di tutte le età

Torniamo a parlare di Matteo Farinella, un autore molto apprezzato su State of Mind. Con Benvenuti a Cervellopoli  si cimenta con una graphic novel pensata per un pubblico di giovani e giovanissimi.

Articolo di Valentina Congedo

 

Benvenuti a Cervellopoli, un libro rivolto a bambini dai 10 ai 99 anni

Recensione di Benvenuti a Cervellopoli - Matteo Farinella 2017 - Editoriale Scienza - CopertinaCervellopoli si apre con una breve parte esplicativa sul corpo umano. Esso è descritto come un sistema altamente complesso, nel quale coesistono e collaborano famiglie di cellule specializzate; tra di esse, i neuroni sono quelle che compongono il sistema nervoso.

 

Il viaggio di Ramon

Successivamente è introdotto Ramon, il personaggio principale della storia; è un giovane neurone che intraprende una gita a Cervellopoli, in un percorso alla scoperta del sistema nervoso. Ramon è accompagnato da Camillo, una guida che gli spiegherà la funzione delle principali aree cerebrali attraversate. Il percorso si svolge lungo il sistema nervoso di una bambina che, mentre sta giocando in giardino, viene improvvisamente punta da uno scorpione.

Per Ramon si tratta di un viaggio di formazione; raggiunta l’età della fanciullezza, è arrivato il momento di scoprire in quale area cerebrale gli piacerebbe svolgere il suo lavoro di cellula adulta.

A partire dal talamo, area di smistamento delle informazioni che arrivano al sistema nervoso centrale, Ramon e Camillo attraversano la corteccia sensoriale, che riceve l’informazione della dolorosa puntura di insetto; in seguito i due percorrono la corteccia motoria, che reagisce impartendo prontamente ai muscoli l’ordine di allontanarsi dallo scorpione; successivamente arrivano al cervelletto, deputato al mantenimento dell’equilibrio dopo lo scatto improvviso.

Ramon è poi guidato fino al sistema limbico, dove avviene il processamento delle emozioni che “colorano” indelebilmente la costruzione del ricordo dell’esperienza a opera dell’ippocampo. Il sistema limbico è responsabile anche della reazione istintiva della bambina, che si appresta a vendicarsi uccidendo lo scorpione con una sassata. Il comportamento istintivo è però bloccato dalla corteccia frontale, area deputata all’astrazione, alla mentalizzazione e alla pianificazione delle azioni. La bambina ipotizza che la puntura dello scorpione possa essere una reazione di difesa dell’animale e lo raccoglie delicatamente per fare la sua “conoscenza”.

Ramon è entusiasta della scoperta dell’area frontale e della sua funzione ed è proprio lì che deciderà di arruolarsi.

Se, come è probabile, nel corso del viaggio in un sistema cosí complicato ci si fosse persi, al fondo del volume sono disponibili due utili mappe, una del sistema nervoso periferico e centrale, e un’altra del cervello in sezione che riprende il viaggio di Ramon.

 

Benvenuti a Cervellopoli, un immagine dal libro:

Benvenuti a Cervellopoli -Matteo Farinella 2017 - Editoriale Scienza - Immagine

 

Perché leggere Benvenuti a Cervellopoli

I nomi dei protagonisti, Ramon e Camillo, non risulteranno nuovi a chi già conosce Matteo Farinella: il suo Neurocomic è un romanzo grafico sulle neuroscienze rivolto agli adulti, che mira a introdurre i principali concetti relativi al sistema nervoso (morfologia, farmacologia, elettrofisiologia, plasticità e sincronicità) in modo più masticabile e digeribile rispetto a un classico e ostico manuale.

Benvenuti a Cervellopoli si propone un obiettivo analogo; si presenta come un fumetto didattico rivolto ai bambini, con il fine di illustrare il funzionamento del sistema nervoso e delle sue aree principali.

Tali contenuti fanno parte del programma scolastico dell’ultimo anno della scuola primaria e saranno ripresi nei cicli scolastici successivi. Quando affrontano questi argomenti, spesso i bambini si trovano alle prese con libri di testo freddi e schematici, in cui trovano molte informazioni slegate dalla loro esperienza concreta, spesso poco utili e difficili da apprendere, facendole proprie. Con la stessa difficoltà si confrontano gli insegnanti che devono trasmettere interesse per questi contenuti e devono spiegarli con chiarezza; inutile dirlo, la stessa fatica pesa sui genitori che affiancano i figli nello studio.

Benvenuti a cervellopoli risulta un valido complemento all’apprendimento; la grafica è accattivante perché colorata e ricca di immagini, stimola la curiosità e l’immedesimazione sia nel protagonista Ramon, sia nell’esperienza universale della bambina.

La veste di fumetto per bambini non deve indurre a credere che sia un racconto semplicistico. Infatti, le pagine si presentano cariche di informazioni e particolari; il passaggio dalla prospettiva interna “cerebrale” a quella esterna della bambina non è immediato; inoltre, la lettura impone frequenti salti alla mappa del sistema nervoso contenuta al fondo del libro per seguire il percorso di Ramon (solidificando, in questo modo, l’apprendimento).

È una lettura consigliata anche ad adulti che sono a digiuno o dimentichi della materia, da fare insieme ai propri figli, nipoti o alunni. Nel corso della lettura, bambini e adulti sono portati a rallentare per passare da una prospettiva all’altra; devono soffermarsi sulla ricchezza di parole e immagini offerta da una pagina di grande formato e tenere sottomano la mappa finale.

In conclusione “Benvenuti a Cervellopoli” rappresenta un’ottima occasione di apprendimento divertente per i bambini il cui potenziale si realizza a pieno quando l’esperienza è condivisa con un adulto.

Voglio sapere tutto delle tue vacanze! Ma mi interessa davvero?

Vorresti condividere storie con un amico che ha viaggiato ovunque, compreso il luogo da cui sei appena tornato? Avanti tutta. Vorresti intrattenere i tuoi amici con racconti delle avventure vissute in un luogo dove loro non sono mai stati? Forse meglio trattenersi.

 

E’ una verità universalmente condivisa quella secondo cui quando si torna da un viaggio e qualcuno ci dice: “Voglio sapere tutto!”, ciò che realmente intende è: “Sono stato educato, ma spero tanto che il racconto sia breve, e ti prego, per l’amor di Dio, non farmi vedere fotografie”. E uno studio pubblicato recentemente sul giornale Psychological Science lo conferma: non ci piace per niente ascoltare i racconti delle esperienze altrui, a meno che non si tratti di esperienze familiari per noi.

 

Lo studio

Come primo step, i partecipanti sono stati divisi in due gruppi: oratori e ascoltatori. Quelli assegnati al ruolo di oratori hanno visionato un breve video (il cui contenuto spaziava da cortometraggi di animazione a videoconferenze TED -videoconferenze tenute da esperti su argomenti vari- a presentazioni di immagini naturalistiche), dopodiché, è stato chiesto loro di raccontare una storia riguardante ciò che avevano visto ad un piccolo gruppo di ascoltatori.

In alcuni casi, gli ascoltatori avevano già visto lo stesso video; in altri casi, ascoltavano la storia per la prima volta. Prima di immergersi nel racconto, gli oratori hanno completato un sondaggio in cui facevano previsioni su come le persone avrebbero reagito all’ascolto della storia, mentre gli ascoltatori hanno registrato le loro reazioni una volta terminato il racconto.

Le persone si sono divertite maggiormente ad ascoltare storie quando avevano familiarità con l’argomento del racconto – nel caso dello studio, coloro che avevano già visto il video – nonostante gli oratori avessero predetto che sarebbe stato vero il contrario.

 

Le conclusioni

Gli autori ritengono che il motivo di tali risultati ha a che fare con la discrepanza che vi è tra il proprio concetto di sé e le abilità reali: non siamo così bravi a fare i cantastorie come crediamo. [blockquote style=”1″]Il linguaggio umano è pieno di lacune per quanto riguarda le informazioni fornite, e le storie familiari consentono all’ascoltatore di usare la propria conoscenza per riempire queste lacune[/blockquote] ha affermato l’autore dello studio.

Probabilmente gli amici potrebbero divertirsi ad ascoltarci mentre raccontiamo loro di un quadro che non hanno mai visto o di un libro che non hanno mai letto solo se riuscissimo a descriverli in modo opportuno. Ma molti di noi non sono in grado di farlo. Ne risulta che i nostri amici sono molto più felici quando gli raccontiamo cose che già conoscono perché almeno capiscono cosa gli stiamo dicendo. Ci preoccupiamo troppo di entusiasmare i nostri ascoltatori e non ci curiamo abbastanza di poterli confondere.

Le esperienze, in altre parole, non si prestano bene al racconto – il ricordo della cosa più cool e pazza che tu abbia fatto rimarrà con te per moltissimo tempo, ma i tuoi amici se ne dimenticheranno presto.

Trauma, coscienza, personalità. Scritti clinici di Pierre Janet (2016) – Recensione del libro

Pierre Janet (1859-1947), considerato il ‘padre della moderna psicotraumatologia’, si impara a conoscere attraverso questo libro come ricercatore attento della persona a prescindere dalle manifestazioni psicopatologiche.

 

La raccolta di alcuni famosi casi clinici dell’autore permette di osservare l’originalità e la ricchezza del contributo di Pierre Janet.

 

Pierre Janet e i disturbi dissociativi della coscienza

La Prefazione di Giovanni Liotti aiuta il lettore a prepararsi coscientemente alla lettura. La tesi fondamentale di Pierre Janet: i disturbi dissociativi della coscienza, conseguenti alle emozioni veementi dei traumi psicologici, sono spiegabili con il fallimento delle funzioni mentali superiori (la ‘sintesi mentale’) piuttosto che con un meccanismo di difesa dell’Io. La ricaduta di questa tesi sulla psicoterapia porta non più a interventi sulle resistenze (tese a superare la barriera delle difese) come chiedeva la psicoanalisi ma a tecniche volte a incrementare le capacità di ‘sintesi mentale’.

Questa nuova concezione gerarchica dei processi mentali coscienti si osserva anche nella contemporanea psicoterapia volta a aumentare le capacità metacognitive del paziente. Oltre a questo elemento innovativo è possibile scoprire l’attenzione al ruolo delle posture corporee negli scambi interpersonali, che ritroviamo congruentemente nelle ricerche recenti sul funzionamento dei neuroni specchio. Inoltre, la lettura dei casi, permette di osservare una gestione empatica della relazione terapeutica, in cui Pierre Janet cercava di entrare in uno stato intersoggettivo di condivisione con le parti dissociate della personalità, valorizzando la ‘persona’ ed evitando con i colleghi di usare i termini ‘soggetti’ o ‘malati’.

 

Pierre Janet: la mente umana come gerarchia di funzioni

L’introduzione, curata da Francesca Ortu e Giuseppe Capraro, chiarisce gli aspetti nucleari del lavoro di Pierre Janet.

La mente umana è concettualizzata come una gerarchia di funzioni sottese alla tensione psicologica, al vertice di questa gerarchia è collocata la funzione del reale (ne consegue che il delirante è una persona che colloca male la sua parola nella gerarchia dei gradi di realtà). L’emozione esercita sulla mente una diminuzione delle capacità di sintesi, mettendo il germe di un’idea fissa (un insieme di immagini sensoriali, condensate in modo da formare un sistema) e cioè di uno stato emotivo persistente, di uno stato della personalità che rimane invariato e ostacola l’adattamento alle condizioni variabili dell’ambiente circostante.

L’idea fissa è quindi parte della malattia, per guarire non è sufficiente portare tali idee subconscie alla coscienza, poiché esse tendono ad essere distrutte mediante dissociazione o trasformazione. Pertanto l’idea fissa deve essere integrata, attraverso il recupero dei gruppi psichici dissociati dalla coscienza ordinaria, con un trattamento sintetizzante, come la rieducazione o altre forme di esercizio mentale.

 

I concetti chiave nel pensiero di Pierre Janet nei capitoli di ‘Trauma, coscienza, personalità’

I capitoli successivi permettono di approfondire alcuni concetti chiavi del pensiero di Pierre Janet. Sull’isteria dal punto di vista psicologico (capitolo 1), approfondendo il concetto attraverso il confronto con altri autori, si giunge alla definizione di isteria come forma di disgregazione mentale, caratterizzata dalla tendenza allo sdoppiamento permanente e completo della personalità. Riprendendo i concetti gerarchici della mente di Pierre Janet esposti precedentemente, l’isteria si esprime nella dissociazione delle funzioni superiori e nella autonomizzazione delle funzioni più semplici.

Il caso clinico di Irene (capitolo 2) è l’occasione per Pierre Janet di approfondire il tema dell’amnesia e della dissociazione dei ricordi causata dall’emozione. Raccontando i disturbi della memoria, ipermnesia e amnesia, reattivi alla morte della madre, si evidenzia l’effetto delle oscillazioni del livello mentale reattivo alle emozioni, senza giungere a una completa teoria delle emozioni.

Il caso di Marceline (capitolo 3) permette di addentrarsi nelle osservazioni cliniche fatte da Pierre Janet di un’anoressia isterica (durata più di diciassette anni e delle modificazioni della personalità registrate) considerando il valore aggiunto nell’osservare l’evoluzione della malattia, per comprendere i periodi di innalzamento del livello mentale a discapito di preconcetti sulle ricadute, come andamento della malattia.

Esponendo il ruolo delle idee fisse negli accidenti isterici (capitolo 4) riprende le lezioni di Charcot (1884-85) e viene mostrato come Pierre Janet si allontani da esse proponendo l’idea fissa come un fenomeno che non rende pienamente conto dell’intera malattia, ma di una tendenza alla debolezza di sintesi mentale. Pertanto, sono proposti ‘trattamenti locali e generali’ volti a educare l’idea fissa in rapporto con una emozione, più o meno lontana, che svolge un ruolo importante nella forma che ha assunto la malattia. Si giunge ad affermare che ‘questo trattamento sarà qualche volta, ma raramente, sufficiente…il miglior servizio che un medico può rendere a un’isterica consiste nel dirigerne la mente’.

Il caso di Justine (capitolo 5) riportato da Pierre Janet mostra la storia di un’idea fissa e del suo trattamento: dal bisogno continuo di direzione morale al problema di ridurre allo stretto necessario tale direzione della mente, da parte del medico, attraverso il distanziare nel tempo le sedute che si dedicano al malato.

Nel caso clinico di Achille (capitolo 6) Pierre Janet tratta il tema della possessione e dell’esorcismo moderno e utilizza lo studio di questo delirio per verificare alcune teorie di psicologia patologica, proposte per spiegare fenomeni di sonnambulismo e medium, giungendo a sottolineare l’utilità scientifica di una psicologia oggettiva per raccogliere documenti preziosi per lo studio della mente umana.

Il subcosciente (capitolo 6) è, a mio parere, il capitolo più esplicativo della storia di un termine poco chiaro. Si differenzia fra studi sull’inconscio (molto antichi, sono studi di metafisica, relativi alla possibilità di un’intelligenza differente dall’intelligenza umana) e ricerche sul subcosciente (più recenti, sono studi clinici e psicologici volti a chiarire le difficoltà nell’interpretazione di alcuni disturbi mentali, in particolare l’isteria). Proponendo l’approfondimento dello studio dei rapporti fra la depersonalizzazione degli psicoastenici e la subcoscienza degli isterici, si colgono aspetti di similitudine nel funzionamento dei due disturbi. Infine, Pierre Janet riconosce che la questione del subcosciente, nata nell’ambito clinico psichiatrico, non è abbastanza matura per uscirne e riporta a tale stadio iniziale questioni filosofiche che da questo termine sono state prodotte.

Il caso clinico di Madeleine (capitolo 8) tratta l’osservazione di una donna seguita per ventidue anni, per delirio religioso. Viene descritto accuratamente il caso, la biografia e i diversi gradi degli stati di consolazione, per giungere a riconoscere come la debolezza psicologica ostacoli l’equilibrio fra tendenze sessuali/materne e idee morali, offrendo loro uno sbocco particolare attraverso il delirio: utile direzione per i sentimenti (considerati regolatori dell’azione).

Gli appassionati di psicotraumatologia scopriranno interessante ritrovare le loro radici, attraverso le osservazioni cliniche di Pierre Janet, che insegnano il valore di uno studio appassionato e attento, scrupoloso e neutro rispetto al fenomeno in essere, percepito dal ‘clinico dalla mente apparentemente sana’. La lettura dei casi mostra profondamente il rapporto fra sintesi mentale e reazione emotiva, alla ricerca di un equilibrio rispetto alla tensione psicologica, volto ad aggregare o disaggregare i ricordi. L’esperienza e la memoria, il modificarsi di esse, sono al centro di un dibattito che porta dal trauma alla coscienza alla personalità.

Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori (2016) di C. Grillone – Recensione

Nel libro Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori, attraverso uno stile narrativo descrittivo e denso di immagini, il lettore viene accompagnato lungo l’analisi di questa nuova devianza, il bullismo, e aiutato a sondarne le diverse declinazioni.

 

‘Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori’: un libro che nasce dall’esperienza professionale di un avvocato criminologo, dedicato al bullismo e alla devianza minorile, con uno sguardo di rilievo al ruolo della prevenzione a opera delle agenzie educative coinvolte nella formazione dell’identità del minore (famiglia, scuola, società).

Così recita la presentazione al volume del noto criminologo Vincenzo Maria Mastronardi, sintetizzando magistralmente il contenuto delle oltre duecento pagine in cui esso si snoda, fitte di riferimenti teorici e normativi, che lo rendono adatto maggiormente ai professionisti del settore psicologico, giuridico e socio-educativo.

Ecco che nel libro Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori, con uno stile narrativo descrittivo e denso di immagini, il lettore viene accompagnato lungo l’analisi di questa nuova devianza (definita teppismo per noia o malessere del benessere), aiutato a sondarne le diverse declinazioni, nella cornice di un fenomeno “democratico”, che non è possibile relegare a un discorso di classe sociale, genere o confini geografici.

Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori è un libro ottimista e propositivo che fornisce inizialmente uno spaccato di carattere classificatorio/etiologico fino a illustrarne le ricadute normativo/sociologiche, al fine di proporre strategie di fronteggiamento e linee guida di intervento.

 

Il bullismo come trattato in Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori

Già dal primo capitolo di Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori il lettore potrà farsi una chiara idea delle caratteristiche strutturali del fenomeno, approfondendo le caratteristiche del bullismo femminile nelle sue specificità rispetto alla violenza maschile. Sul versante legato alla genesi delle condotte devianti, forte enfasi pone l’autrice, Caterina Grillone, sulla componente gruppale: il bullo è tale in quanto sostenuto dal gruppo che incita alla violenza. Interessante da un punto di vista psicodinamico il ruolo dei cosiddetti attendenti, che si astengono dall’interrompere la violenza per cementare un’identità di gruppo.

Focus sui meccanismi gruppali, ma altresì valutazione attenta del ruolo dei fattori di rischio di ordine socio-familiare e di quelli soggettivi (collegati in particolare alla neurobiologia del trauma), senza mai cadere nel giustificazionismo.

Infatti, nella visione normativa della Grillone, il bullismo è un reato e, in quanto tale, da sanzionare, in un’ottica riparativa; eppure nel contempo il minore bullo resta sempre un minore, quindi da proteggere rispetto all’esperienza detentiva. Alla conciliazione di queste due esigenze socio-giuridiche, nell’ottica di una prevenzione secondaria (e ancor più, terziaria), è dedicato il secondo capitolo, incentrato sull’analisi delle misure penali minorili previste dal nostro ordinamento e sul valore riparativo della mediazione penale.

Se con un aggettivo si dovesse definire il libro Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori si potrebbe senz’altro utilizzare il termine “pedagogico”, concetto che investe la famiglia, perché “l’educazione alle norme sociali è essa stessa espressione di affetto”, la scuola “che punterà tutti i suoi sforzi sulla comunicazione” e la società che, istigando alla violenza, rischia di rendere l’abuso sui minori uno “scherzo pericoloso”.

E al rapporto tra scuola e bullismo è dedicato interamente il terzo capitolo: una scuola che si prefigga la mission del rispetto dei diritti umani, e dove il diritto all’istruzione divenga effettivo senza discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, causa di atti di violenza su gay e lesbiche percepiti come diversi.

Se famiglia, scuola e società vengono chiamate in causa in quanto responsabili “nel favorire, più o meno consapevolmente, forme di bullismo”, quali strategie adottare?

In ottica interventista, la Grillone nel suo libro Dalla violenza sui minori alla violenza dei minori propone un intervento duplice, nell’idealistica finalità di una prevenzione primaria che abbatta il fenomeno sul nascere. Una visione top-down “Gli Stati dovrebbero investire in programmi per l’educazione e la formazione sistematica di professionisti e non, per la diffusione di una cultura del rispetto dell’altro”, e bottom-up attraverso “L’istituzione di strumenti, come i numeri verdi, per permettere ai bambini di denunciare gli abusi”.

In queste proposte la Grillone appare conoscitrice acuta dei principi pedagogici del coinvolgimento diretto della vittima nella ristrutturazione della propria storia personale, ma non trascura il minore autore di violenza, con una famiglia “incapace di trasmettere il valore della responsabilità del proprio comportamento”.

La presa di coscienza di tale responsabilità appare determinante in un percorso terapeutico efficace, e non può essere slegata dalla garanzia della fine dell’impunità affinché “Tutti i responsabili della violenza sui bambini vengano assicurati alla giustizia”. Perché la violenza non può “accontentarsi” della creazione astratta di norme (benché efficaci su un piano normativo-pedagogico), ma deve invece beneficiare della sicurezza di una sanzione “giusta, ragionevole”, propedeutica a un ravvedimento interiore che favorisca l’adesione interna a un progetto di vita basato sull’aberrazione di ogni tipo di lesione alla dignità personale.

Profili di Personalità e tipologia di reati: Il pregiudizio del soggetto antisociale

Personalità antisociale: Per molti autori da un punto di vista psicologico, lo sviluppo del disturbo della condotta e della devianza in genere, ha insorgenza nell’infanzia e può essere riportato a disfunzioni della diade genitore-figlio. Le caratteristiche genitoriali e dello stile familiare vengono interiorizzate, e trasformate in caratteristiche della personalità.

Romina Edith Monteleone, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

La complessa definizione del comportamento antisociale e della devianza

La classificazione di un individuo criminale è un compito difficile, dal momento che ciascuno di essi potrebbe indubbiamente definire una nuova categoria nosografica a causa degli innumerevoli comportamenti clinici; tuttavia è anche possibile trovare caratteristiche comuni in sottogruppi che spiegano alcuni fenomeni che si verificano in soggetti con storie simili (Grisso, 2007).

Il comportamento antisociale, la devianza e la criminalità sono oggetto di riflessioni e studio fin dai tempi di Aristotele. La definizione di disturbo antisociale inizia ad essere delineata fin dai primi anni del XVIII secolo. Se ne interessano diversi studiosi che tentano di delineare le caratteristiche di personalità d’individui che ingaggiano comportamenti pericolosi, distruttivi e dannosi per la società ( Bertozzi A, 2007).

Fino ai primi anni del XVII secolo la tendenza alla distruzione e all’autolesionismo si attribuiva ad un deficit della capacità di ragionare. Nel secolo successivo si notò invece che alcuni soggetti, nonostante le loro facoltà fossero integre, ingaggiavano comportamenti distruttivi ed azioni impulsive. (De Cataldo Neuburger, 2011)

 

Le teorie psicologiche che spiegano la personalità antisociale

Per molti autori da un punto di vista psicologico, lo sviluppo del disturbo della condotta e della devianza in genere, ha insorgenza nell’infanzia e può essere riportato a disfunzioni della diade genitore-figlio. Le caratteristiche genitoriali e dello stile familiare vengono interiorizzate, e trasformate in caratteristiche della personalità.

La teoria psicoanalitica, ad esempio offre secondo Anna Freud (1949) e Masud Khan (1979) una teoria in cui la personalità antisociale, e di conseguenza i comportamenti criminali, costituirebbero una predisposizione personologica; in particolare, i comportamenti criminali verrebbero messi in atto quando le pulsioni libidiche o aggressive dell’Es vincono le spinte opposte verso la conformità sociale dettate dal Super-Io oppure quando le componenti narcisistiche sono così frustate da indurre un passaggio all’atto (Canepa, 1997).

Inoltre studi come Kolbo, Blakely & Engleman (1996) (in Fornari, 2009) ha mostrato che ambienti familiari antisociali hanno un effetto maggiore su: (a) il funzionamento emotivo e comportamentale, (b) il funzionamento cognitivo, (c) lo sviluppo a lungo termine. Secondo gli autori, questi ambienti generano, come adulti, comportamento più aggressivo e antisociale. Il soggetto sviluppa una sorta di alienazione emozionale, cioè, un’alterazione delle emozioni assieme alla perdita di controllo di sé. Sono individui che si mostrano sospettosi ed ostili, e che si sentono maltrattati o trattati ingiustamente. Essi hanno difficoltà di apprendimento dall’esperienza, come evidenziato dalla ripetizione del comportamento criminale; nonostante le sanzioni ricevute.

Interessante è il contributo di Piatel (1999) ( in Strano, 2009) dove si determinano 4 tratti centrali di personalità:
a) egocentrismo, che permette di ignorare i giudizi;
b) labilità emotiva e cognitiva che predisporrebbero alla non presa in carico delle conseguenze dell’atto criminale;
c) aggressività quale spinta motivazionale al reato;
d) indifferenza affettiva verso le sofferenza della vittima.

L’autore sottolinea che queste caratteristiche di personalità sono presenti in ognuno di noi. La differenza tra un soggetto che delinque ed un cittadino normale si cela nell’influenza delle variabili ambientali. Quindi vale la pena domandarsi: tutti i reati sono commessi da soggetti antisociali? Le caratteristiche della personalità antisociale spingono verso la criminalità? L’ antisocialità del soggetto è un valido predittore di comportamenti criminali o è un pregiudizio?

Yochelson e Samenow (1977), rispondono con uno studio che evidenzia che delle caratteristiche psicologiche ricorrenti in criminologia, quali la facilità di eccitamento, fantasie di dominio, di potere e di trionfo, paura diffusa e persistente sospettosità, sono presenti nella popolazione normale di controllo.

A questo proposito, particolare attenzione è il punto fatto da Bronfenbrenner (1987) (in Rudas 1997) sul rapporto tra variabili sociali e scale psicopatologiche nella manifestazione del comportamento criminale. Nel suo studio l’autore dimostra come “pesino” di più le condizioni socio-ambientali piuttosto che le caratteristiche di personalità nel comportamento criminale. Tuttavia nello studio lo “Status socio-economico” non è stato considerato nelle indagini perché i partecipanti assegnati ai gruppi di ricerca sono stati privati ​​della libertà, la variabile descritta con maggiore rilievo è attribuibile ad ambienti socialmente rurali o periferici in cui, a seguito di poche opportunità di avanzamento sociale, sono stati in grado di generare una tendenza a sviluppare condotte criminali ammissibili in tali contesti.

Allo stesso modo, Heider (1958) ( in Fornari, 2009) sottolinea che questi contesti possono influenzare la motivazione al comportamento delittivo tramite i grossi incentivi economici esistenti a commettere crimini e l’esistenza di garanzie per profitti illeciti, si pensi ad esempio al traffico di droghe.

In Colombia, ci sono diversi studi che cercano di spiegare il tema del narcotraffico dal punto di vista della personalità antisociale del soggetto, i risultati, pur se a volte contraddittori, consentono di concludere che non sempre la condotta del soggetto criminale si declina da aspetti psicopatologici di personalità antisociali bensì da soprastrutture sociali ed ambientali che condizionano l’operato criminale dell’individuo.

Questi dati sono preziosi per sviluppare ulteriormente modelli di prevenzione, se si vuole ottenere che queste persone vengano reinserite nella società; ed è una cosa vitale per una corretta attenzione alla natura dei problemi delle persone che infrangono la legge.

La nuova scuola di specializzazione in psicoterapia cognitiva e comportamentale di Mestre “Psicoterapia Cognitiva e Ricerca – Mestre”

Apre la scuola di specializzazione in psicoterapia cognitiva e comportamentale di Mestre “Psicoterapia Cognitiva e Ricerca – Mestre”.

La scuola è riconosciuta con Decreto Ministeriale del 6 dicembre 2016 Abilitazione 16A08859.

 

In breve, gli obiettivi principali della scuola sono l’insegnamento di capacità diagnostiche fini che consentono di indirizzare il paziente verso il trattamento più efficace, l’integrazione tra le tecniche cognitive e cognitivo-comportamentali standard e la sapienza nel gestire la relazione terapeutica e il setting con pazienti anche difficili.

Nel dettaglio, il percorso offerto è focalizzato nel primo biennio su una formazione cognitiva e costruttivista classica che ripropone con rigore e attenzione le procedure sia della terapia cognitivo-comportamentale standard derivate dal lavoro di Beck e Clark e specifiche per i disturbi d’ansia, dell’umore e alimentari, sia sull’attenzione della scuola italiana per l’analisi gerarchica dei costrutti di Kelly e di altri autori costruttivisti sia di scuola americana (Mahoney) che italiana (Sassaroli e Lorenzini; Guidano e Liotti). Come base fondamentale rimane la tecnica razionale – emotiva ABC sui pensieri irrazionali alla Ellis.

Nel secondo biennio si prendono in considerazione le difficoltà peculiari dei disturbi di personalità e i nuovi sviluppi di tipo processuale e funzionalista avvenuti nell’ambito cognitivo, con particolare attenzione alla terapia metacognitiva di Wells.

Il corpo docente è costituito da terapisti esperti cresciuti nel gruppo clinico e di ricerca nato oltre vent’anni fa intorno a Sandra Sassaroli e Roberto Lorenzini. Citiamo tra loro Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli, Francesco Centorame, Roberto Framba, Carmelo Lamela, Daniela Rebecchi, Susanna Zanon, Marina Apparigliato, Marita Pozzato, Simone Del Negro e molti altri ancora.

Sono aperte le iscrizioni per l’anno 2018 alla scuola di specializzazione in psicoterapia Cognitivo-Comportamentale di Mestre

16 Marzo: presentazione della scuola.

 

Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale di Mestre fa parte del network Studi Cognitivi

Il razionale delle scuole del network:

  • Una forte importanza alla psicodiagnosi corretta sia dal punto di vista del colloquio clinico che dal punto di vista della testistica, sia psichiatrica che psicologica che cognitiva. L’importanza data alla psicodiagnosi corretta è premessa fondamentale per l’organizzazione del progetto clinico e psicoterapeutico e per l’integrazione tra diverse figure professionali: lo psichiatra, lo psicoterapeuta individuale, l’invio in doppio setting ai gruppi, ecc.
  • Una forte spinta a costruire un gruppo di ricerca di livello internazionale perché la formazione degli allievi sia costantemente informata non solo dalla competenza clinica dei didatti, ma dalla vicinanza al pensiero scientifico sulla clinica. Il gruppo Studi Cognitivi ha ad oggi una cinquantina di pubblicazioni su riviste internazionali referate, come Psychological Medicine, Behaviour Research and Therapy e molte altre. Gli allievi interessati possono interagire con il gruppo ricerca, ma soprattutto vi è una relazione di interazione tra pensiero clinico, conduzione della psicoterapia e conoscenza della ricerca sulla psicoterapia.
  • La presenza di alcune figure di spicco del cognitivismo italiano che insegnano ogni anno portando le loro competenze teoriche e cliniche (Gianni Liotti, Cristiano Castelfranchi, Antonio Semerari, Giancarlo Dimaggio, Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli e tanti altri).
  • Una forte tendenza a divenire luogo privilegiato di iniziative cliniche, culturali, scientifiche, del web che coinvolgano gli allievi dal punto di vista della ricerca e della clinica, della psicodiagnostica, delle attività extrascolastiche e che contribuiscano alla loro professionalizzazione come psicoterapeuti. Alcuni esempi possono essere: il progetto Pro-Youth sulla prevenzione online dei disturbi alimentari; “State of Mind” (www.stateofmind.it), il webjournal che sta rivoluzionando il modo di fare informazione nell’area della psicologia; le supervisioni; la scrittura di articoli scientifici; l’assistere ai gruppi clinici di skill training o alla psicodiagnostica e l’organizzazione di congressi e tante altre attività.

 

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La La Land: un film dallo stile onirico e gioiosamente malinconico – Cinema e Psicologia

Proclamato a gran voce il film dell’anno, dopo aver vinto 7 golden globe e guadagnato ben 14 nomination agli Oscar, La La Land è un film dallo stile onirico che intende omaggiare la tradizione del musical hollywoodiano senza cadere in uno sguardo meramente nostalgico, ma reinventandosi in una veste contemporanea che dà voce ad una storia semplice, appassionata e gioiosamente malinconica.

 

La la land: l’amore per l’arte e tra i due protagonisti

La la land: un musical gioiosamente nostalgico - Cinema e psicologiaDamien Chazelle mostra ammirazione nei confronti della tradizione, rispetto per i suoi canoni e linguaggi dimostrando di padroneggiarli abilmente per poter inserire le proprie personali variazioni, firmando un capolavoro destinato a costituire un riferimento imprescindibile per i musical che verranno. Il legame che nasce tra Sebastian e Mia accompagna lo spettatore in un vortice caleidoscopico di jazz, ballo e colori, accarezzando temi significativi come l’intransigenza della passione ed il desiderio dell’amante, la coerenza dell’agire e il rischio di tradire il Sé nel duro confronto con il Reale, la forza delle aspirazioni e la solitudine dell’artista.

Le esistenze dei protagonisti di La la land sono profondamente segnate dalla forza travolgente della passione artistica che, come il loro legame sentimentale, non nasce da un intento prestabilito ma si sprigiona come una forza naturale in grado di trascendere la loro volontà. L’impegno con cui Sebastian si rende paladino della difesa del jazz tradizionale lottando contro le resistenze del mercato del lavoro, la tenacia di Mia nel continuare imperterrita a coltivare l’aspirazione di diventare un’attrice nonostante le porte chiuse in faccia, provino dopo provino, esprimono la sofferenza di chi persegue una strada che non ha il sapore di una scelta ma della realizzazione di una vocazione.

La vocazione di cui parla Hillman, ne “Il Codice dell’Anima”, corrisponde al carattere, all’immagine, al genio, traduzioni differenti di un unico termine: daimon. Mia e Sebastian non avrebbero potuto rinunciare a ciò che domina le loro esistenze, ma si impegnano scontrandosi con la dura realtà di un mondo che sembra non riservi un posto per le loro passioni; il daimon nella mitologia greca e nella versione junghiana di Hillman rappresenta l’immagine affidata sin dalla nascita, per la realizzazione della quale è necessario vivere.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL VIDEO

La La Land (2016) Trailer

 

I sogni e le aspirazioni frustrate e il confronto con la realtà nel film La la land

La realtà del daimon può porsi in contrasto con l’esame di realtà, può generare sofferenza e frustrazione, ma sono egualmente necessari per raggiungere uno stato di benessere. I protagonisti si incontrano in un momento poco felice delle loro esistenze, entrambi appaiono fragili e logorati dai ripetuti rifiuti eppure tanto forti per la consapevolezza della verità della loro immagine. Nella Grecia antica l’eu-daimonia corrispondeva alla felicità, ovvero alla buona realizzazione del daimon, in altre parole: dar voce alla propria passione, realizzare il proprio destino.

Mia è l’unica nel locale che riconosce il valore delle note suonate da Ryan Gosling, nell’indifferenza di un’intera sala ristorante, ed il suo riconoscimento non è soltanto un interesse musicale, si scoprirà infatti che non apprezza il jazz, ma costituisce l’atto con cui Mia vede la forza della passione frustrata e dolorante di Sebastian, in una corrispondenza empatica che avvicina i protagonisti. Ciascuno costituisce il mentore dell’altro, restituisce quindi dignità al desiderio di realizzazione dell’altro così ripetutamente calpestato da un mondo sordo alla sincerità delle passioni.

Mia ad un certo punto decide di rinunciare a ripetere l’ennesimo provino, sicura che si sarebbe trattato dell’ulteriore fallimento, anticipando una previsione di insuccesso e avvertendo quindi di essere incapace di esercitare un controllo sugli eventi della sua vita: l’impotenza appresa viene confusa con l’esame di realtà, con quello che il contesto socio-culturale odierno chiamerebbe “buon senso”.

Come la psicologia positiva suggerisce, l’impotenza appresa costituisce una trappola rischiosa in grado di farci percepire un fallimento atteso pur essendo in grado di vincere, che porta a non dare il giusto valore alle abilità possedute in virtù delle aspettative frustrate. Eppure oggi, l’invito rivolto ai tanti ragazzi a rinunciare alle loro passioni se poco remunerative, se poco promettenti e redditizie, va in questa direzione, a fermarsi anzi ancor prima che si possa sperimentare la frustrazione per un traguardo non conseguito. Non c’è attenzione per la realtà del daimon ma un prevalere dell’esame di realtà che non tiene in considerazione il carattere individuale, in un adattamento unidirezionale dove la propria persona si piega al volere del mondo esterno.

Ciò che emoziona e fa sorridere dei protagonisti di La la land è la loro intransigenza verso la passione, questo imperterrito procedere oltre le bastonate con il sorriso dato dalla loro scoperta, dalla convinzione di ciò che il daimon di ciascuno voglia da loro. Mia cade nella tentazione di tradurre l’impotenza appresa in un pragmatismo realistico di buon senso; la tenacia di Sebastian le consentirà di procedere oltre le aspettative frustrate del passato riuscendo così ad ottenere quell’occasione agognata tutta la vita. Entrambi i protagonisti, però, si ritrovano a confrontarsi con l’ombra della vocazione, ovvero la dedizione assoluta, incontrastata, il suo carattere esigente e incorruttibile, che obbliga ad un isolamento forzato, talvolta anche affettivo.

Le parole del più influente pianista jazz vivente, Keith Jarrett, possono costituire un buon riferimento per avvicinarsi ad avvertire l’intransigenza del talento: “La solitudine di un artista creativo è sempre maggiore della fama che esso raggiunge. Non importa quanta gente gli sta attorno, un artista è sempre solo, che gli piaccia o no. Se nega questa solitudine, significa che non è un artista completo, perché non ha sperimentato l’unicità dell’arte. Più un artista diventa eccellente più solo si sentirà. Se non ti senti solo, vuol dire che la tua conoscenza è inferiore al tuo talento, e il talento non è tutto”.

La passione o la vocazione non ammette confini, richiede la rinuncia al limite e poco si concilia con le esigenze di un amore puro, onesto e sincero. Amore per il daimon e amore per l’amante, due amori non scelti, ma egualmente esigenti, che rifiutano compromessi, che esigono dedizione costante.

Per questo sembra necessario che entrambi debbano rinunciare a concedersi un simile legame pur amandosi, profondamente coinvolti. Nella scena finale, in quel sorriso appena abbozzato al Seb’s dopo aver assaporato in sogno ciò che avrebbe potuto essere, Mia e Sebastian riconoscono e accettano la scelta fatta, riescono a permanere nella malinconia accogliendola.

 

La gioiosa malinconia e la tenacia di chi continua a credere in un sogno

La forza di La la land potrebbe risiedere proprio nella maestria con la quale Chazelle coinvolge lo spettatore in un malinconico gioco di rimandi nostalgici chiedendo di provare ad abitarlo, di restarci e di provare a gustare il sapore comunque dolce che può avere la (gioiosa) malinconia. Anche la realizzazione della felicità (eu-daimonia) può serbare un nocciolo di nostalgica accettazione consapevole del sacrificio e della rinuncia. Ed ecco l’attualità del film, nella sua dedica: “ai folli e ai sognatori”. Chi sono i folli e i sognatori di oggi? Sono tutti i giovani che nonostante un mondo che sembra gridare che non ci sia spazio per loro, imperterriti non cadono nelle trappole del “buon senso” per non tradire il proprio destino. Chiunque scelga di assecondare una passione non scelta in un tempo in cui ciò si traduce in rischio, difficoltà e sacrificio è il folle, il sognatore di Chazelle, è l’intransigente che desidera perseguire e realizzare un disegno presente fin dai tempi più antichi, consapevole del costo che comporta la felicità.

Neurobiologia del consumo di cocaina: Il ruolo del sistema limbico

Le neuroscienze hanno dato un contributo significativo alla spiegazione del substrato neuronale che supporta i comportamenti di dipendenza dalle sostanze, tra cui la cocaina, studiando i percorsi neurali, i modelli di neurotrasmissione coinvolti, gli agenti molecolari e, naturalmente, le componenti genetiche alla base della dipendenza.

Romina Edith Monteleone, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

Il contributo delle neuroscienze per spiegare la dipendenza da cocaina

Le relazioni annuali sul consumo di droga nel mondo, dimostrano che il consumo di cocaina è stabile nel corso degli anni. Il 4,8% dei soggetti italiani di 15-64 anni ha provato ad assumere cocaina almeno una volta nella vita, mentre lo 0,9% ammette di averne consumato anche nel corso dell’ultimo anno. Le modalità di consumo di cocaina preferiti sono per via endovenosa e per via inalatoria. Si presume che la cocaina presa in questo modo generi cambiamenti neurochimici a lungo termine. Questo fatto, unitamente alla complessità di altri aspetti del comportamento di dipendenza rendono complicato l’efficacia di un processo terapeutico. (Gamberana C; 2007)

In questo senso, le neuroscienze hanno dato un contributo significativo alla spiegazione del substrato neuronale che supporta i comportamenti di dipendenza dalle sostanze tra cui la cocaina, studiando i percorsi neurali, i modelli di neurotrasmissione coinvolti, gli agenti molecolari e, naturalmente, le componenti genetiche alla base della dipendenza.

Uno dei principali oggetti di studio è il ruolo del sistema limbico nel consumo specifico di cocaina.
Classicamente si considera che questo sistema sia costituito dalle seguenti strutture: Cortex prefrontale, Ippocampo, Ipotalamo, Talamo. Al suo interno si trovano alcuni nuclei fondamentali come l’abenula, l’amigdala, e i nuclei dorsale (i gangli della base) e ventrale (nucleo accumbens – Nac -, formato da una parte detta core e una parte detta shell).

L’amigdala valuta la qualità di una esperienza ovvero: se è piacevole o sgradevole, quindi se va ripetuta o evitata, e a formare connessioni tra un’esperienza e altri segnali, è il centro della memoria emotiva e dell’apprendimento; il talamo, che secerne la corticotropina, aiuta a mantenere l’omeostasi del metabolismo corporeo in rapporto agli stimoli ambientali; l’ippocampo contribuisce alla registrazione del ricordo di un’esperienza, compreso dove, quando e con chi si è verificata, e contribuisce alla creazione della memoria cosciente. (Vanderschuren LJMJ, Everitt BJ; 2005)

Negli anni si è stabilito che facciano parte del sistema della gratificazione altre componenti basilari ovvero: il sistema neurotrasmettitoriale dopaminergico mesolimbico, che controlla la spinta motivazionale per la ricerca dello stimolo gratificante, il sistema neurotrasmettitoriale oppioide, che medierebbe i processi di gratificazione conseguenti al consumo della sostanza, il sistema glutaminergico, che modula il rilascio della dopamina in alcune aree cerebrali. (Nestler E. J.2001; 2002)

A differenza di un picco dopaminergico naturale, il piacere e la ricompensa mediati da una sostanza d’abuso, come la cocaina, dipendono da una elevata concentrazione di dopamina sui recettori postsinaptici D2 del sistema limbico. Per un processo di neuroadattamento, questa sovraesposizione alla dopamina fa sì che siano necessarie quantità sempre maggiori di sostanza d’abuso per produrre gli stessi livelli di dopamina e che l’individuo diventi di fatto incapace di funzionare all’esaurimento degli effetti della sostanza stessa. Si avvia a questo punto il circolo vizioso neurofarmacologico da cui dipendono l’abuso e la dipendenza. Il processo di neuroadattamento alla base di questo fenomeno sembra essere da un lato la riduzione dei recettori per la dopamina (fenomeno che riguarda anche i consumatori cronici di altre sostanze d’abuso) e dall’altro, successivamente, la riduzione stessa della dopamina, per una sorta di effetto di esaurimento.

I neuroni contenenti dopamina presenti nel NAc sono attivati da stimolazioni motivazionali che incoraggiano una persona a determinati comportamenti ed alla loro ripetizione. Anche minime quantità di cocaina sono state in grado di aumentare il rilascio di dopamina nel NAc: il che contribuisce agli effetti “ricompensa” e, quindi, costituisce una parte importante nella promozione dei consumi. (Hyman Se., Malenka RC., Nestler EJ, 2005; Hyman Se, 2006)

Il craving: l’intenso desiderio della sostanza

L’esistenza di queste connessioni anatomiche può spiegare in parte un altro fenomeno, tipico delle sostanze d’abuso, che osserviamo spesso nella clinica delle dipendenze: l’apprendimento incentivo. Questo meccanismo è caratterizzato dal fatto che stimoli neutri o secondari di varia natura, come un volto, un luogo, una situazione, associati ripetutamente agli effetti gratificanti delle sostanze d’abuso, possono diventare capaci di per sé di scatenare un intenso desiderio della sostanza (craving) anche a distanza di anni dall’ultima assunzione, portando alla ricaduta. L’apprendimento incentivo, non avviene nel caso degli stimoli gratificanti naturali, per cui uno stimolo neutro ad essi associato rimane tale senza riuscire a scatenare il craving. Il craving, definito come un forte e inevitabile desiderio di assumere una sostanza o più in generale di soddisfare un bisogno, può essere scatenato dalla droga o dalla presenza di uno stimolo neutro o secondario, ripetutamente associato all’effetto gratificante della stessa. (Everitt BJ., Robbins TW, 2005)

Da un punto di vista neurologico il craving è concepito come un fenomeno che attiva alcune aree cerebrali come la cortex prefrontale, il nucleo accumbens, l’ippocampo e l’amigdala, al pari del controllo del desiderio e del consumo indotto dagli stimoli primari, dove le droghe probabilmente provocano cambiamenti duraturi a livello molecolare, soprattutto nelle aree deputate alla formazione e immagazzinamento della memoria. (Aquas E,2007)

Si ipotizza che l’aumento della trasmissione dopaminergica in tali aree indotta dalle sostanze si accompagni a un potenziamento delle proprietà emozionali e motivazionali delle stesse. La dopamina, quindi, sarebbe in grado di modulare, attraverso meccanismi molecolari cellulari, l’archiviazione delle informazioni (in questo caso delle sensazioni piacevoli indotte dalle droghe) a livello della corteccia cerebrale. In questo modo, le sostanze d’abuso, attraverso un potenziamento della trasmissione dopaminergica mesolimbica-corticale e del rilascio di determinati fattori come il CRF, l’ormone dello stress, indurrebbero nell’individuo un rinforzo nella memorizzazione degli effetti gratificanti indotti dal loro uso.( Acquas E., Carboni E., Valentini V., Lecca D, 2004)

Il meccanismo neurobiologico alla base della dipendenza

Per concludere lo schema clinico neurologico che porta un individuo alla dipendenza si potrebbe descrivere nei seguenti modi ( Gamberana, 2007):
A. un circuito che media gli effetti di rinforzo positivo di una sostanza: include il nucleo centrale dell’amigdala e il nucleo del letto della stria terminale. A livello molecolare si ipotizza il ruolo di diversi neuromodulatori, tra i quali la dopamina, peptidi oppioidi della gratificazione, noradrenalina e corticotrophin releasing factor nello stress. (Sarnyai Z., Shaham Y., Heinrichs S.; 2001)
B. Un circuito implicato nelle ricadute, che nei modelli animali sono rappresentati dalla ripresa di un comportamento di autosomministrazione indotto dall’esposizione alla sostanza o a stimoli ad essa associati. Questo circuito comprende la corteccia prefrontale con le sue regioni (corteccia cingolata anteriore, prelimbica, orbitofrontale) e la regione baso laterale dell’amigdala.
C. Il terzo circuito sarebbe implicato nella ricerca della sostanza e comprende nucleo accumbens, pallido-ventrale, talamo, corteccia orbito-frontale e corteccia motoria. Presumibilmente sono anche implicate altre strutture come l’ippocampo che registra il ricordo delle esperienze e le vie nervose dopaminergiche e noradrenergiche delle aree corticali.

Il counseling filosofico: alcune domande provocatorie

I corsi di counseling filosofico sembrano suscitare un crescente interesse, a fronte del quale sembra necessario porsi qualche interrogativo, tanto sulla legittimità dello strumento, quanto sul suo significato dal punto di vista socio-culturale.

 

Personalmente mi sento autorizzato a esprimere un’opinione in materia di counseling filosofico per aver compiuto studi sia di carattere filosofico che psicologico (sono laureato in filosofia e psicologia, ho conseguito un dottorato di ricerca in storia della scienza e ho seguito corsi di specializzazione che mi hanno condotto alla qualifica di psicoterapeuta; attualmente insegno Psicologia dinamica e Filosofia della scienza presso l’Università di Roma “Tor Vergata”).

Non è quindi un preconcetto nei confronti della filosofia a spingermi ad avanzare dubbi e obiezioni verso il counseling filosofico. Sono anzi convinto che lo studio della filosofia sarebbe imprescindibile ai fini della formazione di uno psicologo. Sono però altrettanto convinto che la filosofia di per sé non basti a formare un ‘terapeuta’, a qualunque significato si voglia piegare questo termine. Vi propongo quindi alcune questioni sulle quali ritengo importante dibattere.

 

Counseling filosofico e strumenti diagnostici

Chi fornirà al counselor gli strumenti diagnostici necessari per sapere se e come procedere al counseling?

Prima ancora di chiederci se il counselor filosofo sia in condizione di aiutare qualcuno bisogna chiedersi come possa evitare di causare dei danni. La formazione dello psicologo clinico comprende come aspetto essenziale l’acquisizione di strumenti diagnostici per accertare l’eventuale presenza di psicopatologie gravi o potenzialmente gravi a carico della persona che a lui si rivolge. Si tratta di un sapere assolutamente necessario perché, ogni volta che si instaura una relazione di aiuto, un errore può comportare dei rischi: e un errore può anche consistere nella semplice decisione di commentare quello che l’altro dice. Basta provare a interpretare troppo precocemente il contenuto di quanto vi racconta uno psicotico compensato (che non è per niente facile da individuare al primo sguardo) o un soggetto borderline.

Il rischio nel primo caso può essere un simpatico delirio (auguri di buon proseguimento!) e nel secondo caso può consistere in un altrettanto simpatico acting out, in una gradazione molto varia che può andare da un pugno in un occhio a un tentativo suicidario differito. Si tratta ovviamente di casi limite, ma situazioni nelle quali un errore diagnostico conduce a una prassi terapeutica sbagliata e di conseguenza provoca ferite psicologiche sono tutt’altro che infrequenti. Si dirà che anche gli psicologi clinici sono soggetti a errori e questo è vero. Tuttavia lo psicologo clinico segue un corso di laurea nel quale apprende strumenti diagnostici, segue un tirocinio di un anno che serve a mettere in pratica gli insegnamenti e deve superare un esame di stato che mette alla prova le sue competenze in questo stesso ambito: tra l’altro si tratta di uno degli esami di stato più selettivi che ci siano.

Lo psicoterapeuta aggiunge a questa formazione di base altri quattro anni di specializzazione. Se sbaglia chi ha una tale formazione, cosa farà chi questi strumenti non li apprende in modo approfondito e, presumibilmente, neanche superficiale? Noto per inciso che la legge (non per caso) autorizza solo gli psicologi ad applicare gli strumenti di cui sopra.

Posso essere d’accordo, in linea di principio, con chi sostiene che la malattia mentale è frutto della nostra civiltà etc., etc. Il guaio è che noi in questa civiltà ci viviamo e non possiamo prescinderne. Chi incontra uno psicotico incontra “uno psicotico”, prima che “una persona che in un contesto non dominato dalla téchnē avrebbe dei connotati umani differenti”. Provare per credere.

Qualcuno argomenta che il counseling filosofico si ponga come una forma di intervento ‘diversa’ qualitativamente dalla psicoterapia. Personalmente ritengo che difficilmente esista una terza via: o il counseling non è una relazione di aiuto o lo è. Nel primo caso non è nulla, o nulla più di una conversazione amichevole (a pagamento); nel secondo si instaura comunque una relazione di tipo transferale tra fruitore e praticante (ovvero, una relazione nella quale il primo attribuisce al secondo la capacità di capirlo e aiutarlo). E quando si instaura questo tipo di relazione, si corrono tutti i rischi che corre la clinica psicoterapeutica.

 

L’utilità del counseling filosofico

Come potrà essere utile a qualcuno il counseling filosofico?

Posto che il counselor possa non danneggiare il suo cliente, come è possibile provare che sia in grado di aiutarlo? Già sento filosofi che cominciano a mettere in questione la possibilità di parlare di verità, efficacia e così via. Non ho intenzione di proporre argomenti contro chi sostiene che (a) non c’è bisogno di prove di alcun tipo o che (b) quando si ha a che vedere con il vissuto umano soggettivo non esistono prove in senso stretto. Se il counseling filosofico si basa su un’epistemologia allegramente post-moderna, allora è semplice chiacchiera.

Vogliamo dire che sarà il mercato a fare giustizia? A prescindere dal fatto che pensare che debba essere il mercato a decidere della bontà di un sistema terapeutico mi sembra oltraggioso di per sé, di fatto nel mercato sono presenti elementi di aberrazione le psicosette: queste realtà hanno un grande successo nel mondo, anche se il successo procede di pari passo con la rovina di coloro che ne vengono risucchiati. Il mercato non ha cancellato né maghi, né astrologi ma questo non mi pare una prova a favore della magia o dell’astrologia.

Parliamo allora di prove di efficacia. All’inizio del secolo scorso la psichiatria e la psicoterapia brancolavano nel buio, e per decenni non è stato neanche pensato un progetto di ricerca per stabilire se le rispettive terapie ‘funzionassero’: si riteneva sufficiente suffragare l’efficacia dei sistemi terapeutici illustrando singoli casi clinici per i quali la terapia avesse condotto i pazienti a un miglioramento.

Oggi le cose stanno diversamente: consiglio, per informazioni al riguardo, la lettura di Psicoterapie e prove di efficacia di Roth e Fonagy (Il pensiero scientifico, Roma) e la consultazione di riviste internazionali come Psychotherapy Research. Persino la psicoanalisi, che non ha certo mai brillato per voglia di confrontarsi con il metodo scientifico, ha cercato di mettersi al passo, come testimonia l’Open Door Review of Outcome Studies in Psychoanalysis, che si trova anche su internet. Chi voglia proporre uno strumento terapeutico oggi, senza produrre nessuna prova dei suoi effetti, o ha le idee poco chiare o non è in buona fede. A maggior ragione quando non sembra esserci neanche una particolare disponibilità di resoconti di casi clinici condotti a buon esito (che, insisto, di per sé non costituiscono una prova scientifica in senso stretto, se non soddisfacendo gli standard moderni della ricerca single case).

 

Counselling filosofico: ricezione passiva o critica?

La filosofia aiuta di più attraverso la ricezione passiva delle idee o attraverso la capacità di prendere posizione critica in prima persona rispetto ai testi?

I casi sono due: o il potenziale fruitore del counseling filosofico è in grado di capire le idee filosofiche che gli verranno comunicate o non lo è. Nel primo caso mi permetto di esprimere qualche dubbio sulla possibilità che la filosofia possa in qualsiasi modo essergli di aiuto o conforto se non ex auctoritate. Nel secondo caso mi permetto di instillare nel lettore un dubbio: non sarebbe per tale fruitore più importante seguire dei corsi che gli permettano di impadronirsi della capacità di leggere i testi in prima persona, piuttosto che ascoltare qualcuno che gli fornisca un’etica già pronta, un’ontologia già pronta?

In altre parole, attraverso il counseling filosofico, la filosofia non rischia di diventare dogma, proprio il contrario di ciò che è per natura?

L’argomento, si badi, non può essere rovesciato: il testo filosofico si offre direttamente alla lettura di tutti (al di là delle difficoltà ermeneutiche), mentre il testo psicologico comunica un sapere tecnico, indirizzato fondamentalmente al tecnico (salvo quando non si tratti di un libro di pura divulgazione): non sono più i tempi di Freud.

 

La filosofia tra le professioni d’aiuto?

Ma la filosofia deve proprio “servire” a qualcosa?

Uno dei dubbi che personalmente suscita in me la nascita del counseling filosofico è legato alla possibilità che tra le motivazioni vi sia l’ansia di dimostrare che la filosofia “serve” a qualcosa in senso stretto, cioè che il sapere filosofico possa essere immediatamente utilizzabile. Siamo veramente arrivati a questo punto? Forse che la filosofia deve cercare di confrontarsi con la ricerca scientifica (tra l’altro in modo ingenuo, perché la scienza tende quando possibile alla ricerca pura, senza implicazioni e applicazioni pratiche immediate)?

Se i filosofi devono dimostrare di servire a qualcosa, allora veramente si può temere che la filosofia sia vicino alla sua fine.

In ogni caso, che speranza avranno i counselor di inserirsi sul mercato delle professioni d’aiuto?

Il numero degli psicologi e psicoterapeuti regolarmente presenti negli Albi professionali supera la somma totale delle figure professionali simili, in tutto il resto d’Europa. Che speranza abbiano i filosofi di inserirsi in questo mercato (fatti salvi i distinguo di cui sopra) è difficile dire. Il mio personale dubbio di fondo, a questo punto, è che chi veramente potrà guadagnare qualcosa dai corsi per diventare counselor saranno piuttosto i docenti che i partecipanti, e che la motivazione per la nascita di tutto il movimento sia umana, troppo umana. A mio avviso, coloro che alimentano le speranze dei laureati in filosofia proponendo corsi per diventare counselor dovrebbero fare i conti con la loro coscienza (posto che questo termine abbia ancora un significato filosofico).

 

Acufeni: Manuale di sopravvivenza secondo la terapia cognitivo comportamentale (2012) – Recensione

La Terapia Cognitivo Comportamentale insegna ai pazienti a convivere con gli acufeni. Ritengo il libro utile ai pazienti per avvicinarsi ad un trattamento basato sulla Terapia Cognitivo Comportamentale, ma prezioso anche per lo specialista che può affinare le sue tecniche e adattarle a questo specifico disagio.

 

 

L’acufene è un suono (ronzio, fischio, fruscio o simile) anche di forte intensità, che può essere percepito in una o in entrambe le orecchie, o all’interno della testa. Spesso le cause della sua insorgenza sono sconosciute e non è necessariamente associata una perdita dell’udito.

L’acufene, come potete immaginare, è un coinquilino fastidioso, si fa notare. Organizza feste con gli amici senza autorizzazione da parte nostra, allaga il bagno quando fa la doccia, non lava i piatti, entra nella nostra camera quando vogliamo stare soli. I pazienti mi dicono spesso: “no, io non voglio averlo, non voglio abituarmi, non voglio conviverci!”. Purtroppo a noi specialisti non hanno dato una bacchetta magica durante la formazione. Sarebbe bello poter pronunciare “bidibi bodibi bù” e sentirci dire “ha funzionato! Non sento più nulla!”. Il coinquilino ha fatto le valigie e ha deciso di andarsene.

I pazienti che ho visto nella mia esperienza clinica, specialmente in fase acuta (nei primi sei mesi dall’insorgenza dell’acufene), si rivolgono a diversi specialisti, anche ripetendo gli stessi controlli (vedi ad es. l’esame audiometrico) per trovare una cura semplice, veloce ed efficace per eliminare del tutto il fastidio. E la frase che mi ripetono spesso è: “il medico mi ha detto che me lo devo tenere!”. Ovvio, loro non vogliono. Questa frase è la peggiore che potevano aspettarsi. Per questo poi cambiano specialista, perché non riescono ad arrendersi a questa idea.

Mi vengono in mente le equazioni del liceo; stai lì ore nel pomeriggio a cercare di completarne una in particolare, perdi energie e tempo e poi alla fine la soluzione che leggi sul libro è: “impossibile”. Il punto qual è? Per arrivare a quella “non-soluzione” dobbiamo comunque svolgere tutta l’equazione, rifarla se il risultato non torna, magari confrontarci con i compagni di classe, sperimentare la frustrazione mettendo a dura prova le nostre abilità matematiche. A volte questo è l’acufene. Il paziente fatica tanto per cercarne la soluzione, si rivolge a tutti i centri specializzati che conosce, si informa su internet, prova a prendere farmaci o integratori, ma alla fine non la trova, o meglio, capisce che quella frase detta in malo modo dal dottore di turno è vera. Ma più che dirsi semplicemente “me lo devo tenere”, il pensiero man mano si trasforma in “ho capito che è necessario adattarmi, voglio conviverci”. Ed è in questo momento di consapevolezza che il paziente si rivolge al terapeuta. Alcune persone fin da subito sono pronte a impegnarsi e collaborano attivamente. Altre, spesso ostacolate da specifici tratti di personalità o disturbi d’ansia o dell’umore, necessitano di un lavoro più lungo e centrato sulle problematiche psicologiche/psichiatriche annesse.

 

Acufeni: manuale di sopravvivenza secondo la terapia cognitivo comportamentale

Mentre sistemo i miei libri sullo scaffale mi capita tra le mani il manuale di auto-aiuto “Acufeni: manuale di sopravvivenza” (Springer-Verlag Italia, 2012) scritto da Henry e Wilson che cerca di dare ai pazienti una risposta al problema che sia realistica e accettabile. Il manuale è basato sulla terapia cognitivo comportamentale (TCC) che è una delle poche tecniche che rientra tra le recommendations delle linee guida dell’American Academy of Otolaryngology – Head and Neck Surgery (Tunkel et al., 2014).

La Terapia Cognitivo Comportamentale insegna ai pazienti a convivere con il suono.
Ritengo il libro utile ai pazienti per avvicinarsi ad un trattamento basato sulla Terapia Cognitivo Comportamentale, ma prezioso anche per lo specialista che può affinare le sue tecniche e adattarle a questo specifico disagio.

Il manuale offre una psicoeducazione puntuale sul disturbo e descrive nel dettaglio gli esercizi pratici da svolgere. Interessanti e utili i materiali scaricabili dal sito della Springer: un file audio per il rilassamento progressivo muscolare e i moduli di monitoraggio degli esercizi proposti.
Si parte, come di consueto nella Terapia cognitivo comportamentale, dal riconoscimento dei pensieri e delle emozioni con il modello ABC e la conseguente ristrutturazione cognitiva.

Nella pratica clinica intendiamo con l’espressione “ristrutturazione cognitiva”, la modificazione del contenuto di un pensiero. Facciamo un esempio preso direttamente dal manuale. Un paziente con acufeni può pensare “gli acufeni mi impediscono di godermi la vita”. Questo è il pensiero disfunzionale, quello costruttivo è invece “a volte gli acufeni sono fastidiosi, ma molte altre cose mi danno ancora piacere”.

La ristrutturazione cognitiva a volte può funzionare, altre no. Mi è capitato di proporre esercizi simili e sentirmi dire cose del tipo: “si certo sembra facile! Voglio vedere lei a stare tutto il giorno con questo fischio!”. In questo caso è necessario intervenire prima sull’accettazione. Il paziente, come osservavo precedentemente, non vuole intervenire per convivere con gli acufeni ma vuole la sua eliminazione (ben comprensibile). E la sua mente è impegnata costantemente alla ricerca di soluzioni definitive o a raffigurarsi un futuro catastrofico. Spesso è più il tempo che il paziente passa a pensare agli acufeni, che interferiscono con le attività quotidiane e il sonno, che il suono in sé. In questo caso la terapia metacognitiva e e la mindfulness sono sicuramente strumenti più efficaci. Nell’edizione originale del 2002 non vengono trattate ma si tratta di approcci essenziali per lavorare sul processo cognitivo (sul come penso, e non sul cosa, penso) e sull’accettazione.

Il manuale prosegue poi con la descrizione delle tecniche di rilassamento e di controllo dell’attenzione. Queste ultime sono interessanti e coinvolgono gli stimoli corporei, gli stimoli esterni e anche l’immaginazione per spostare l’attenzione su qualcosa di piacevole o neutro. Uno degli esercizi di immaginazione che trovo divertente è quello di includere il suono dell’acufene in uno scenario immaginato piacevole. Per esempio mi è stato riportato da alcuni pazienti un acufene molto simile al suono delle cicale. Nello scenario in immaginazione si potrà visualizzare un bel posto immerso nella natura, in un pomeriggio estivo, seduti in giardino su una sedia a dondolo a sorseggiare una bibita fresca, il vento leggero che sentiamo tra i capelli, la luce del tramonto e appunto il suono delle cicale.

Trovo estremamente importante l’ultima parte del libro dedicata allo stile di vita. Spesso le persone con acufene modificano completamente la loro quotidianità in base al disturbo: “oggi il fischio è lieve posso uscire con le mie amiche” oppure “il ronzio è alle stelle non vado in palestra”. E’ qui che subentra l’aspetto depressivo. I piaceri di prima vengono, a volte, eliminati e alla lunga questi limiti abbassano il tono dell’umore. Non ci si sente più come prima, non ci si sente più gli stessi, ci si sente impossibilitati a fare. Una delle tecniche utilizzate nel manuale per attivare il paziente consiste, attraverso esercizi di autovalutazione, nell’individuare degli eventi piacevoli da inserire in un programma dettagliato di attività quotidiane.

 

I limiti del manuale

Il libro offre tante e diverse alternative per agire ma con i limiti classici di un libro self-help. Innanzitutto un paziente con problematiche più impegnative, come descritto precedentemente, sarà scettico e resistente nel mettere in atto gli esercizi indicati. Per tutti i lettori non esperti ritengo la lettura impegnativa, sia per la comprensione stessa del razionale sottostante, sia per la mole di materiale proposto. Mi sembra infine superfluo ribadire l’importanza di un rapporto terapeutico, di un incontro con l’altro che modula, ci fa da specchio, ci mostra un punto di vista diverso, ci offre un confronto.

Per questi motivi ritengo essenziale l’incontro con un terapeuta: il manuale può essere un valido strumento da utilizzare nel lavoro terapeutico, ma non un sostituto. Ricordando che si lavora sempre per un unico obiettivo: il coinquilino, ahimè resta, ma nelle feste che organizza ora siamo invitati e portiamo anche un po’ di birra; per l’acqua in bagno possiamo rimediare con un tappetino; lo schema con i turni per i piatti è appeso in cucina e quando siamo in camera a rilassarci appendiamo un cartello con su scritto “DO NOT DISTURB”.

Il metodo sperimentale in psicologia generale – Introduzione alla Psicologia

L’applicazione del metodo sperimentale in psicologia generale permette l’individuazione delle relazioni esistenti tra uno stimolo fisico e la percezione sensoriale da esso derivante. Questa relazione può essere studiata e verificata in laboratorio e può essere supportata da dati numeri che rappresentano il grado e l’intensità della relazione esistente tra i fenomeni osservati.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Metodo sperimentale e psicologia

Quando si parla di metodo sperimentale si è soliti riferirsi a una prassi strutturata e estremamente controllata. Essa consiste nel formulare una serie di ipotesi, che verranno poi verificate, confermate o disconfermate empiricamente, a cui eventualmente segue la generalizzazione del risultato ottenuto. Quest’ultimo può essere postulato in una legge sul funzionamento generico di un dato fenomeno oggetto di studio.

Per acquisire conoscenze attendibili e tangibili gli psicologi applicarono, e applicano tuttora, il metodo sperimentale ai fenomeni psichici. Grazie all’applicazione del metodo sperimentale in psicologia è stato possibile osservare e registrare accuratamente un evento in tutte le sue manifestazioni sia psichiche sia comportamentali.

La psicologia generale spesso è definita anche psicologia sperimentale. Essa rappresenta la branca della psicologia in cui si applica la ricerca scientifica alle funzioni psicologiche di base. Quindi lo scopo è studiare, applicando la metodologia sperimentale la mente e il comportamento.

 

Il metodo Sperimentale in psicologia generale

L’applicazione del metodo sperimentale in psicologia generale permette l’individuazione delle relazioni esistenti tra uno stimolo fisico e la percezione sensoriale da esso derivante. Questa relazione può essere studiata e verificata in laboratorio e può essere supportata da dati numeri che rappresentano il grado e l’intensità della relazione esistente tra i fenomeni osservati.

La psicologia generale diventa sperimentale, dunque, quando si avvale del metodo sperimentale (verifiche, prove, test, simulazioni…) e della statistica (psicometria), la quale permette di quantificare la grandezza di un dato fenomeno studiato. La psicologia generale è scientifica nel momento in cui studia i fenomeni mentali in maniera strutturata e seguendo la prassi tipica del metodo scientifico.

In questo ambito, dunque, l’oggetto di studio può essere il comportamento, la percezione, le emozioni, la memoria, il linguaggio, la personalità, e molte altre funzioni e processi mentali.

Applicare il metodo sperimentale in psicologia generale significa  osservare i fenomeni psichici (percezione, intelligenza, memoria, etc) e i comportamenti, da essi derivanti, in maniera oggettiva grazie all’attuazione di rigide procedure molto strutturate, tipiche del metodo sperimentale. Le diverse caratteristiche di un fenomeno psichico saranno considerate variabili e possono essere direttamente manipolate dallo sperimentatore o semplicemente osservate nell’ambiente in cui si verificano. Queste variabili in alcune condizioni è possibile tenerle sottocontrollo per garantire una accurata registrazione di quanto si riscontra in determinate circostanze in cui il fenomeno si è presentato; in altre situazioni è possibile osservarle senza manipolarle.

 

La storia della psicologia sperimentale

La psicologia sperimentale si è costituita come disciplina autonoma intorno alla seconda metà dell’Ottocento con Wilhelm Max Wundt. Per Wundt la psicologia è la scienza dell’esperienza e il metodo della psicologia deve essere quello sperimentale, basato sull’auto-osservazione o introspezione, condotta in maniera sistematica, ovvero come una ricerca scientifica.

Quindi, secondo Wundt è possibile studiare l’esperienza attraverso un processo di conoscenza sistematico volto alla comprensione degli elementi di cui è costituita, individuandone le relazioni esistenti e ricavando da essi delle regole generali che spiegano il loro funzionamento.

Nel 1873-74 fu pubblicata la prima edizione del libro “Fondamenti di psicologia fisiologica“, che può essere considerata la prima opera sistematica della psicologia scientifica moderna e nel 1879 Wundt fondò il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia. In questo laboratorio Wundt e i suoi collaboratori eseguivano ricerche in quattro campi di indagine diversi: la psicofisiologia dei sensi, in particolare della vista e dell’udito, i tempi di reazione, la psicofisica e l’associazione mentale.

Per Wundt osservare in maniera scientifica consisteva nel determinare quando è il momento di iniziare il procedimento sperimentale, ripetere l’operazione parecchie volte e individuare le condizioni che devono essere suscettibili a manipolazione o controllate. L’oggetto della psicologia per Wundt è lo studio dell’esperienza che fa parte della coscienza intesa come prodotto mentale. Per questo, la prassi era: analizzare i processi coscienti scomponendoli nei loro elementi costitutivi o variabili, individuare le possibili connessioni tra le variabili, e formulare leggi di combinazione tra le variabili. Da qui, nasce un intero filone di ricerca sui fenomeni psichici, tra cui ricordiamo gli studi sperimentali sulla memoria messi a punto da Ebbinghaus.

Egli realizzò numerose ricerche sulla memoria grazie alle quali riuscì a formulare la “legge di Ebbinghaus”, secondo la quale esiste un rapporto costante tra il numero di informazioni da memorizzare e il tempo di apprendimento. Inoltre, egli fondò due laboratori di psicologia ed il Giornale di fisiologia e psicologia degli organi di senso, una delle prime e più importanti riviste scientifiche di psicologia. L’approccio di Ebbinghaus alla memoria è definito associazionismo e i suoi studi a tutt’oggi risultano ancora molto utilizzati.

Un altro psicologo che ha contribuito alla nascita della psicologia sperimentale è stato Theodor Gustav Fechner. Egli riuscì a individuare le leggi che governano i rapporti tra stimolo fisico e sensazione. Fechner sostenne che ciò che determina il rapporto tra la mente e il corpo può essere individuata nella relazione, intesa in termini quantitativi, tra la sensazione mentale e lo stimolo materiale. Gli effetti dell’intensità degli stimoli non sono assoluti, bensì relativi alla quantità di sensazioni esistente in quel momento. Ad esempio, se si aggiunge il suono di un campanello a uno già esistente, si ottiene un aumento di percezione sensoriale che intensifica la percezione dello stimolo.

In psicologia generale è rilevante anche il comportamentismo, approccio concettuale che dà rilevanza a ciò che è oggettivo e misurabile a livello di comportamento osservato. Il maggiore esponente del comportamentismo è Watson, che individua nel comportamento l’oggetto dell’indagine psicologica. Il comportamento può essere osservato e misurato attraverso degli esperimenti che permettono di individuare modalità di funzionamento tramite la messa a punto di uno schema del tipo stimolo-risposta (S-R). Quindi, lo scopo era individuare le leggi che regolano la relazione tra stimolo e risposta o viceversa, rendendo in questo modo scientifico lo studio del comportamento.

Le conseguenze di tale approccio sono che l’individuo può essere manipolato e costruito dal suo esterno (comportamento), persino contro la sua dignità e il suo interesse. Watson riuscì ad applicare questo meccanismo di funzionamento anche per spiegare le emozioni e i pensieri. Egli sosteneva che i desideri, i piaceri e i sentimenti erano supplementi che accompagnano il comportamento, ma non hanno un ruolo causale. Ad esempio una persona che si volta in una direzione lo fa perché stimolata da qualcosa, a livello sensoriale, di visivo, acustico, o termico, e non perché decide di girarsi in maniera volontaria.

 

Gli esperimenti e le tecniche della psicologia generale

La psicologia generale, dunque, si focalizza notevolmente sullo studio dei processi cognitivi, e quindi rappresenta il contesto epistemico principale per gli studi di psicologia sperimentale. Per questo, si svolgono di prassi numerosi esperimenti volti a percepire il funzionamento psichico attraverso compiti sperimentali, accuratamente selezionati, in grado di individuare le caratteristiche che compongono il fenomeno studiato. Si tratta di compiti riprodotti al computer e capaci di far evincere a esempio come funziona la percezione in relazione al processamento dell’informazione in ingresso. Uno dei compiti utilizzati in questo caso specifico potrebbe essere costituito dal famoso effetto stroop che consente di selezionare o escludere l’informazione saliente attraverso la stimolazione visiva di parole colorate.

In psicologia generale si utilizzano tuttora metodiche e strumenti tipici della psicologia sperimentale, come le metodologie di derivazione comportamentista (stimolo-risposta), la misurazione dei tempi di reazione o la psicofisica comportamentale.

La psicologia generale, inoltre, è sempre più influenzata delle neuroscienze, e in questo caso la ricerca utilizza sempre più di frequente le tecniche elettrofisiologiche, ad esempio i potenziali evocati evento correlato nello studio dei processi cognitivi come il linguaggio, o le neuroimmagini. Notoriamente, queste ultime sono utilizzate in neuropsicologia, ambito in cui si utilizza molto la simulazione dei processi cognitivi attraverso compiti riprodotti al computer mentre il soggetto è, per esempio, in Risonanza magnetica funzionale per registrare l’attività che si verifica in una determinata area cerebrale.

La psicologia generale, per concludere, rappresenta un ambito di studio specifico della psicologia, ovvero quello in cui si applica il metodo scientifico allo studio dei fenomeni mentali.

 

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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