Disciplina Interiore: come allenarla a partire dalla concettualizzazione TMI
Essere professionalmente giovane ha una caratteristica: ci si può sentire naif, genuini e talvolta, disarmati di fronte ad alcuni aspetti tipici del lavoro dello psicoterapeuta, tra cui quell’insieme di comportamenti, agiti e rimandi del paziente che attivano i vissuti del clinico, risvegliano i suoi Schemi Interpersonali e lo costringono ad un grande e impegnativo lavoro di Disciplina Interiore.
Non sarò sicuramente esperta di Disciplina Interiore, ma posso dire di aver accumulato una sufficiente esperienza di attivazione del Controtransfert disfunzionale per potermi sommariamente occupare dell’argomento. Avendo avuto (e avendo tuttora) i giusti Maestri, in ognuna di queste circostanze ho approfittato di loro per capirci qualcosa in più su questa “Disciplina Interiore”, o , per i meno metaforici, sulla regolazione emotiva del terapeuta in seduta.
Disciplina interiore: quando manca..
La Disciplina Interiore è un assetto mentale del terapeuta, un insieme di strategie di gestione di vissuti emotivi scomodi che si attivano nel clinico in risposta ad un’attitudine del paziente, partendo dalla consapevolezza che quell’attitudine ha toccato una corda sensibile del professionista, e che quindi va regolata, pena l’attivazione di processi interpersonali non utili alla seduta (Safran & Segal,1990).
Il paziente fa ritardo senza avvisare; il paziente porta un piccolo regalo; il paziente fa un commento sull’età del terapeuta. Le emozioni primarie, la prima volta: ansia – imbarazzo – rabbia.
Ansia: “Sono passati 5 minuti, di solito è puntuale…”, “Strano che non avvisi se ritarda, sarà successo qualcosa”… “O più semplicemente ha capito che venire qui non gli serve a niente perché non stiamo lavorando nel modo giusto”….In sottofondo: “Sono una terapeuta incapace!”
Imbarazzo: “Ma che vergogna, sarò diventata paonazza!!”… “Speriamo non pensi che accettare un piccolo regalo significhi che non ci sono confini!”… “Ma che, ci prova?!?!?!”.. In sottofondo: “Ho sbagliato ad accettare, sono una terapeuta inadeguata!”
Rabbia: “Ancora con questi commenti sull’età, sembro giovane e sono giovane, punto e basta”… “Se proprio ti pare bizzarro che sia così giovane cercati pure un altro terapeuta!” …. “Che poi, giovane significa sempre e solo inesperto?!”… “Forse però è così, come posso comprendere e aiutare chi ha molta più esperienza vissuta della mia?”. In sottofondo: “Sono una terapeuta inadatta!”.
Quel sottofondo, non così chiaro nel momento contingente, è stata la chiave per poter aprire il capitolo “autodisciplina”; tramite un buon lavoro personale e di supervisione, riparlare delle emozioni che si sono scatenate in questi episodi è stato essenziale per osservare una particolarità, adesso più lampante, ma che allora non era semplice da notare; e cioè che sotto quelle emozioni – ansia, imbarazzo e rabbia – c’era un vissuto secondario imponente, forte, emotivamente pericoloso: il pensiero di non essere un terapeuta capace, associato a delusione e tristezza da cui ci si tiene lontano come si può…. Ad esempio, agendo coping poco utili all’alleanza e al lavoro terapeutico, coping che tengono apparentemente sotto controllo tutto ciò che non ci piace del rango, della seduttività, della dipendenza dei pazienti, o ancora della loro invadenza, dell’iperaccudimento che talvolta chiedono, dell’evitamento che hanno anche verso di noi terapeuti.
Secondo la concettualizzazione in Terapia Metacognitiva Interpersonale (Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R. & Salvatore, G., 2013) le Risposte dell’Altro (in questo caso il paziente) provocano Risposte del Sé (in questo caso il terapeuta) alla Risposta dell’Altro, cioè un insieme di pensieri, emozioni, coping che, se disfunzionali, non aiutano a regolare e promuovere emozioni ed azioni utili. Il terapeuta non è indenne a Schemi Interpersonali disadattivi (ad esempio di Inadeguatezza e Indegnità), pertanto diventa essenziale saper riconoscere cosa sta accadendo nella mente del clinico.
In caso contrario, il rischio è che il paziente che tarda ci riporti a una scena in cui qualcuno si allontanava da noi in maniera improvvisa e inaspettata, il paziente che ci fa un regalo diventa qualcuno che poi ci ha fatto sentire invasi, e il paziente che commenta la nostra età si tramuta in qualcun altro che non ci crede degni di fiducia. E tutte queste scene hanno un unico filo conduttore, quello che porta a credere che quello che l’Altro pensa di noi e il modo in cui ci fa sentire sia vero. Non c’è differenziazione, solo una voce che, quasi impercettibile, dice “Così non vai bene”. Lo Schema Interpersonale disfunzionale.
Disciplina interiore: quando la esercitiamo..
Comprendere questo e associarlo alla propria esperienza, lavorandoci su, è il primo passo per poter regolare e gestire questa mole emotiva nell’hic et nunc della seduta.
In alcune situazioni sarà più facile, in altre meno, ma non si può prescindere da due abilità metacognitive essenziali per poterlo fare, l’Automonitoraggio e la Differenziazione: “Mi sto accorgendo di provare un’emozione, il corpo che si attiva e mi dà delle sensazioni….” … “Che cosa mi sto dicendo proprio adesso, quale pensiero e quale immagine negativa di me stanno prendendo spazio nella mente?” … “Adesso che so di cosa si tratta, posso dirmi che quel pensiero è solo un’ipotesi, un’alternativa, ma non è per forza la realtà”. E insieme a questo, nuove strategie e modelli di regolazione si attivano, permettendo al terapeuta di preservare la relazione e l’alleanza di lavoro.
Le volte successive, le emozioni primarie restano pressoché le stesse: ansia – imbarazzo – rabbia. Quello che si modifica è l’intensità con cui si provano e, di conseguenza, il comportamento agito, in TMI la Risposta del Sé alla Risposta dell’Altro.
Ansia: “Solitamente è puntuale, come mai non arriva?” … “Speriamo non abbia deciso di non venire più perché pensa che non serva a niente”…. “Ma forse ha solo avuto un contrattempo, aspettiamo ancora qualche minuto”. In sottofondo: “Se anche il paziente deciderà di non proseguire, questo non significa che abbia per forza lavorato male!”. Comportamento: “Non la vedevo arrivare e mi sono preoccupata, spero non sia capitato niente di grave!”
Imbarazzo: “Sarò sicuramente arrossita!” …. “Speriamo non pensi che non so tenere i confini!” … “Ma forse vedermi grata e sorpresa mi ha reso semplicemente umana ai suoi occhi!”. In sottofondo: “Mi ha fatto piacere ricevere un regalo, forse adesso è utile svelare le mie emozioni”. Comportamento: “Avrà notato che mi sono emozionata, è stato molto gentile. Posso chiederle quale bisogno o desiderio l’ha spinta a portarmi un regalo?”
Rabbia: “Non mi piace quando si fanno riferimenti alla mia età, mi fa sentire inadatta”… “Però magari non è sfidante, forse il paziente è solo curioso”… “Se anche fosse diffidente, penso di avere gli strumenti per poter lavorare insieme a lui”. In sottofondo: “Giovane non è sempre solo sinonimo di inesperto!”. Comportamento: “Comprendo che vedermi così giovane crei un po’ di diffidenza. Quello che le chiedo non è di cambiare opinione, ma proviamo a darci una chance per fare un buon lavoro, lei che ne pensa?”.
In sintesi, praticare Disciplina Interiore è possibile ad alcune condizioni: un costante lavoro di Monitoraggio su come il terapeuta sta, pensa e si sente in seduta con il paziente, senza temere reazioni espulsive o spiacevoli, bensì notandole e approfittando di contesti utili (terapia, supervisione, intervisione…) per rifletterci su. In chiave TMI, questo passaggio potrebbe portare all’individuazione degli Schemi disfunzionali del clinico e delle memorie che si associano a essi, permettendo di agire quell’abilità metacognitiva che è l’anticamera del cambiamento: la Differenziazione.
L’uomo sano – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 40
Come qualsiasi altra invenzione dell’uomo, anche la psicoterapia è un prodotto della cultura e ne risulta pertanto direttamente influenzata.
CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – L’uomo sano (Nr. 40)
Non esiste attività umana che sia culture-free per dirla con un linguaggio più adatto all’olio di palma, al lattosio e ai coloranti. Furbastra la cultura, pur influenzando ogni nostra espressione lo fa senza che ce ne rendiamo conto. È potente proprio perché la diamo per scontata. Non è oggetto del discorso ma la sua premessa, la luce che illumina la scena, non gli oggetti o l’azione che vi si svolge.
Anche la psicoterapia ne è da un lato un prodotto diretto e recente (appena 150 anni) e dall’altro un onesto servo idiota con l’aggravante di ritenersi intelligente. Se si escludono alcuni santoni che dichiaratamente vogliono insegnare a vivere ai propri pazienti trasformandoli in adepti e che sia secondo i dettami del pensiero positivo, del razionalismo o dell’etica evangelica della chiesa avventinzia del penultimo giorno tardo pomeriggio poco conta, gli altri, diciamo così quelli seri, tentano di evitare questo pericolo, vedremo come e in tal senso sono (siamo) i più pericolosi perché inconsapevoli e poco evidenti.
Cosa avviene in psicoterapia?
Per evitare il rischio GDQS (guru da quattro soldi) sono principalmente due gli argomenti e le strategie che si usano. Il primo è il cosiddetto atteggiamento non giudicante. Il secondo è il partire da una egodistonia del paziente fissando insieme a lui gli obiettivi.
Credo che, seppure vi si aspiri, ciò si realizzi solo in parte e dunque che non sia del tutto vero, come la presunta ateoricità dei vari DSM. Non è forse una premessa epistemologica irrinuciabile del cognitivismo–costruttivismo che “non sono i fatti a costruire le teorie ma quest’utlime a organizzare e valutare i fatti stessi e dunque è impossibile prendere contatto con una realtà senza contemporaneamente valutarla”?
Ma prendiamo momentaneamente per buono questo intento e diamolo per realizzato soffermandoci invece sulle premesse culturali implicite che nasconde.
L’atteggiamento “non giudicante” tanto sbandierato non afferma in fondo con forza, per usare un ossimoro, un relativismo assoluto? per cui tutto va bene, tutto è ammissibile? Attenzione non sto affermando che questo sia sbagliato (peraltro è davvero la mia convinzione personale) dico solo che bisogna essere consapevoli che anch’esso è una premessa ideologica, non meno assoluta di tante altre e che non è l’unico modo di stare al mondo.
L’egodistonia e l’autodeterminazione degli obiettivi mettono al centro di tutto l’individuo, il suo benessere e il conseguente diritto ad autodeterminarsi per ottenerlo che potremmo definire “egocentrismo edonico”. Il messaggio che passa più o meno esplicitamente è “pensa a te, ai tuoi bisogni e desideri” (ricentramento su di sé) e “fai di tutto per realizzare il tuo benessere” (assertività), con l’unica attenzione di non essere guidati solo dal principio del piacere immediato ma di tener conto anche del principio di realtà, per perseguire un piacere che non sia solo a breve ma anche a medio e lungo termine. Di nuovo mi astengo da qualsiasi giudizio in proposito volendo limitarmi a suscitare consapevolezza che questo è un modello di uomo sano tipico della attuale cultura occidentale di matrice statunitense, in cui ognuno deve darsi da fare al massimo per costruire il proprio personale benessere; tralascio la banalità più superficiale che lo si pensa legato all’avere piuttosto che all’essere e raggiungibile piuttosto con il fare che con il sentire, in un ambiente di libero mercato del benessere in cui il fatto che ognuno persegua il proprio comporta un miglioramento complessivo per tutti. In tale clima di darwinismo sociale, l’agonismo spietato per la sopravvivenza del più forte ha preso il nome molto più presentabile su cui non si può non essere d’accordo di meritocrazia, che non ha più oppositori essendo considerata appunto una ovvietà che turba alcune anime belle solo quando arriva all’eutanasia dei meno performanti o alla impresentabile eugenetica mengeliana di cui è premessa. Ci vorrebbe un filosofo, uno storico e un sociologo per ragionare su questi temi. Mi basta sollevare un dubbio circa la presunta avolorialità della psicoterapia che a me sembra invece imbevuta di un egocentrismo edonistico che vede i legami con gli altri come meri strumenti di soddisfacimento dei propri bisogni per l’autonomia da perseguire con un fare finalizzato all’avere.
Il prossimo confronto non ci vedrà opposti agli psicoanalisti o ai sistemici, ne avremo conflitti in direzione per stabilire se prevarranno al comando quelli di prima seconda o terza ondata, standard o post razionalisti ma ci vedrà tutti riuniti sotto le insegne antiche e gloriose di San Sigismondo a tentare una strenua resistenza contro le truppe degli integralisti dell’ISIS alleati con i fantasmi dell’inquisizione; e il campo di battaglia non saranno congressi e riviste internazionali, né la posta in palio la bocciatura di severi referee ma, a scelta il filo della spada sul collo o il fuoco del rogo sulle chiappe.
Ma non scomponiamoci questi sono solo i fatti, e non è da essi che dipende come staremo ma dalla nostra opinione su essi. O no?
In una sorprendente ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances alcuni scienziati hanno dimostrato che è possibile combattere l’ epilessia grazie ad un particolare dispositivo elettronico. I risultati potrebbero essere applicati anche ad altre condizioni tra cui i tumori cerebrali e il morbo di Parkinson.
I ricercatori dell’University of Cambridge, dell’École Nationale Supérieure des Mines e dell’INSERM in Francia hanno dimostrato come un particolare dispositivo elettronico impiantato direttamente nel cervello possa rilevare, arrestare e prevenire gli attacchi epilettici.
Nella maggior parte dei pazienti con epilessia si assiste a crisi convulsive dovute ad una anomala attività delle cellule neurali. In questi soggetti i neuroni del cervello iniziano a inviare segnali e comunicano alle cellule vicine di fare lo stesso, questo provoca un effetto valanga che influenza la coscienza e il controllo motorio. La terapia farmacologia antiepilettica diffusa oggi ha spesso molti effetti collaterali e nel 30% dei casi non cura le crisi.
La possibilità di una svolta nel trattamento dell’ epilessia
Nel corso di questa innovativa ricerca, il team di scienziati ha testato il dispositivo sui topi: impiantato direttamente nel cervello lo strumento rilascia una sostanza chimica ogni qual volta rileva i primi segnali di un attacco epilettico, impendendo così la crisi convulsiva.
Ma in che modo funziona il dispositivo? I ricercatori hanno utilizzato un neurotrasmettitore che invia un segnale di “stop” ai neuroni, inibendo l’attività anomala che si verifica durante gli attacchi epilettici. Il neurotrasmettitore viene inviato nella regione cerebrale interessata da una sonda neurale che presenta al suo interno una minuscola pompa ionica e degli elettrodi, i quali monitorano l’attività neurale. Quando i segnali di un’ipotetica crisi vengono rilevati dagli elettrodi, la pompa viene attivata permettendo al farmaco di fuoriuscire dal dispositivo.
Christopher Proctor, primo autore dello studio ha affermato
Oltre a poter controllare esattamente quando e quanto farmaco viene erogato, ciò che rende speciale questo approccio è che il farmaco fuoriesca dal dispositivo senza alcun solvente, questo permette al tessuto circostante di non essere danneggiato e consente al farmaco di interagire immediatamente con le cellule all’esterno del dispositivo.
I ricercatori hanno inoltre scoperto che le convulsioni potrebbero essere prevenute con dosi di farmaco relativamente piccole: meno dell’1% della quantità totale presente all’interno della sonda. Questo significa che il dispositivo potrebbe funzionare per periodi prolungati senza necessità di essere ricaricato. In aggiunta si è osservato che la sostanza somministrata, essendo un neurotrasmettitore prodotto dal corpo stesso, viene assorbita dal cervello in pochi minuti, ciò potrebbe ridurre significativamente gli effetti collaterali del trattamento.
Il professor George Malliaras ha affermato che il lavoro rappresenta un progresso nel campo della biomedicina che permette l’interfaccia tra strumenti elettronici e corpo umano e ha aggiunto
Le pellicole sottili e organiche del dispositivo provocano danni minimi al cervello e le loro proprietà elettriche sono adatte a questi tipi di applicazioni.
Sebbene questi primi risultati siano promettenti, il trattamento non è ad oggi disponibile per gli essere umani in quanto i ricercatori vogliono studiare ulteriormente gli effetti a lungo termine del dispositivo. Malliaras è al lavoro per creare una nuova struttura a Cambridge che possa essere in grado di testare questi dispositivi sull’uomo. Questa nuova tecnologia infatti potrebbe essere utilizzata anche per altre condizioni neurologiche inclusa la cura dei tumori cerebrali e del morbo di Parkinson.
Cosa succede quando ci sfoghiamo con gli altri? – Ruminazione e condivisione sociale come strategie di regolazione emotiva
Accade qualcosa. Ne segue un’emozione. Talvolta proviamo a gestirla e a regolarla, soprattutto se molto intensa. A volte ci riusciamo, altre no. E dopo? Cosa accade dopo?
Rimé (2005) identifica il residuo emozionale, “l’emotional remanence”, come l’insieme di tutti quegli aspetti non risolti dell’esperienza emotiva che, spesso, vengono anch’essi sottoposti a meccanismi di regolazione, al pari dell’esperienza emotiva stessa.
Ruminazione: un processo che ci danneggia
Sicuramente ognuno di noi ricorda degli eventi e delle emozioni perché fanno parte del patrimonio mentale in termini di ricordi, immagini e pensieri e le ricerche dimostrano che i ricordi più vividi sono quelli con un’alta valenza emotiva. Ma c’è una modalità molto comune con cui cerchiamo di elaborare, volontariamente, l’emozione o il ricordo di una situazione attivante e questa è la ruminazione (Wells e Matthews, 1996) ossia pensare in modo ricorsivo all’evento che ha generato l’emozione disturbante, alle cause e alle conseguenze. Come affermano Oatley e Johnson-Laird (1996)
Le emozioni negative insorgono nel contesto dell’interruzione di importanti scopi personali e tale circostanza sollecita una ricerca controllata di soluzioni per il ripristino o la sostituzione dello scopo frustrato e, nello stesso tempo, tentativi di spiegazione causale dell’evento stesso, nei quali si cerca di individuare le ragioni, specie personali, del fallimento, con conseguenze importati sull’umore dell’individuo e il suo senso di controllo ed efficacia (Nolen-Hoeksema e Morrow, 1999).
Rispetto all’utilità della ruminazione e al ruolo che tale processo ha nel mantenere vari disturbi psicopatologici, come la depressione e l’ansia, Wells ci ha fornito molti spunti di riflessione in tal senso, soprattutto in termini di trattamento. Ricordiamo, infatti, che la detached mindfulness e il training attentivo sono tra gli strumenti più potenti che un terapeuta deve conservare nella sua cassetta degli attrezzi per aiutare il paziente nel ripristino di uno stato mentale funzionale e adattivo.
Ruminazione e metacredenze sulla condivisione
Tornando alla ruminazione, come tentativo di controllo dell’emozione negativa, essa si associa molto spesso alla “social sharing of emotion”, cioè la condivisione sociale delle emozioni. Secondo gli studi di Rimé essa si verifica rapidamente, di solito nella stessa giornata e ripetutamente, con diverse persone, tutti abbastanza intimi. Basta ripensare ai nostri ultimi due, tre giorni: quante volte ci è capitato di chiamare una persona cara per condividere quel momento emotivamente saliente? E quante volte quello stesso evento è stato raccontato anche ad altre persone?
La condivisione sociale, al pari della ruminazione, rientra tra i tentativi di regolare una perturbazione emotiva allo scopo di alleviare la sofferenza che ne deriva e diventa, quindi, una strategia di coping a tutti gli effetti, come descritte da Lazarus e Folkman (1984). Ma siamo davvero certi che sia di aiuto? Uno studio di Emmanuelle Zech (2000) ha mostrato che condividere le esperienze emozionali negative poggia su una metacredenza positiva relativa al potere risolutivo della sofferenza personale e questo favorisce l’apertura, cioè la disclosure interpersonale ma, in realtà, essa mantiene alta l’intensità emotiva.
Ritornando al nostro esempio, siamo, infatti, davvero certi che quella telefonata di condivisione ci abbia aiutato? Oppure si è trasformata in una co-ruminazione interminabile che, probabilmente, ha anche amplificato l’intensità dell’emozione negativa?
Sembra che vi sia una relazione tra la ruminazione intraindividuale e la condivisione sociale, chiaramente interpersonale: la prima prepara la seconda (Nolen-Hoeksema e Davis, 1999). Nella pratica clinica, infatti, spesso ci si imbatte in pazienti che attuano un coping comportamentale, come ad esempio un evitamento, in seguito ad una ruminazione cognitiva su un tema in particolare. Ad esempio i pazienti evitanti rinunciano ad una festa dopo aver pensato a quanto si sarebbero potuti sentire esclusi oppure pazienti che iperinvestono dopo essersi rappresentati scenari in cui la propria immagine è terribilmente compromessa da un errore.
Ruminazione condivisa: crea affiliazione
In quanto attività sociale, la condivisione può avere degli effetti notevoli anche nel ricevente, cioè in colui che ascolta e assimila le informazioni: l’ascolto dell’evento potrebbe attivare un processo di empatia che può portare l’ascoltatore stesso alla necessità di doversi aprire a sua volta alla condivisione con il rischio, però, che vi sia un’attivazione emotiva anche molto intesa. A racconta qualcosa a B e, a questo punto B, dopo aver ascoltato, si sente di dover condividere qualcosa, magari di affine ma, nel raccontarlo, prova nuovamente rabbia, vergogna, paura.
L’aspettativa di un effetto benefico della condivisione sociale, quindi, non trova corrispondenza nella realtà. Già nel momento stesso in cui rievochiamo l’episodio da narrare, magari con tanti dettagli, e con una serie di immagini vivide, si riattiva la sofferenza emotiva e si deprime l’umore, proprio come quando ruminiamo: il sollievo è soltanto momentaneo e molto difficilmente ci sentiamo davvero sollevati. L’informazione emotiva, infatti, si distribuisce su un livello mnestico sia di tipo verbale-concettuale sia analogico e associativo (Power e Dalgleish, 1997) mantenendo così la riattivazione potenzialmente forte dell’emozione anche in fase di ricordo. Ogni ricordo, quindi, porta con sé non soltanto l’evento ma anche l’emozione e anzi, talvolta, quest’ultima è più forte. I ricordi vanno assimilati e ricodificati in modo da lavorare sulle conseguenze collaterali dell’emozione come il senso di impotenza, di destabilizzazione, perdita di autostima, ecc. Questi effetti, secondo Rimé, sono meno devastanti di quelli centrali ma sono ugualmente presenti e sono quelli che maggiormente conducono al bisogno di condividere socialmente l’esperienza. Per superare l’effetto centrale, bisogna invece modificare gli schemi di realtà ed integrare le nuove informazioni all’interno di schemi preesistenti.
Se quindi la condivisione non porta alla risoluzione emozionale, perché molte persone affermano di trarne beneficio? Pare che si faccia perché spinti da un bisogno di affiliazione e di pura condivisione che è molto lontano dall’elaborazione, dalla ridefinizione e riorganizzazione interna dell’evento e dell’emozione. In altre parole, resta una condivisione sociale con pochi effetti di regolazione vera e propria. Altri autori hanno approfondito il tema della condivisione sociale secondaria e terziaria che segue la condivisone sociale descritta fino ad ora, la cui caratteristica è di attuare un circuito empatico che crea vicinanza e condivisione ma la cui funzionalità in termini di elaborazione emotiva resta discutibile.
In conclusione: in quanto esseri sociali tendiamo a condividere con l’ingenua convinzione che questo possa aiutarci a ripristinare lo stato interno, cioè tornare ad una condizione precedente (recovery) ma questo non sempre accade. Quindi se da un punto di vista sociale, la condivisione sociale aiuta a rafforzare i rapporti umani, quindi dà benefici sociali, non sempre conferisce benefici personali.
Mindfoodness (2018) di Emanuel Mian: l’importanza di diventare alleati di se stessi – Recensione del libro
Mindfoodness non è soltanto un libro che può essere d’aiuto a chi da tempo lotta con il cibo e il proprio corpo, ma rappresenta una vera e propria guida per il viaggio verso il cambiamento, non solo cambiamento del rapporto con il cibo ma cambiamento del rapporto con se stessi.
Il Dottor Mian, psicologo e psicoterapeuta, è la voce narrante del libro, che ci guida unendo alla sua esperienza i principi della mindfullnesse del mindfuleating ai principi dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT). Quello che si prospetta è un viaggio basato sul qui ed ora, in cui si imparerà ad ascoltare cosa la nostra mente ci dice e quanto questo ci sia d’aiuto oppure no per raggiungere la meta che abbiamo scelto per noi. Cosa concretamente facciamo per raggiungere quella meta e come ci rapportiamo con il cibo basandoci sull’ascolto o meno del nostro corpo e dei nostri reali bisogni.
Come in ogni lungo viaggio, il rapporto con il nostro compagno è fondamentale, in questo caso il nostro compagno è la mente e capire se lei è o meno nostra alleata e come noi ci rapportiamo a lei rappresenta una tappa cruciale.
Mindfoodness: si parte dalla mente – MIND
In questo viaggio verso il cambiamento la nostra voce guida dice: “Devi affrontare i problemi della tua vita facendoli diventare sfide attraverso le quali potrai misurarti e superarti”. Noi siamo gli artefici del nostro viaggio, noi stabiliamo quali obiettivi vogliamo raggiungere, e come e quando attivarsi per farlo. La mente è la nostra compagna, per cui parlarsi e capire il modo in cui lo facciamo è importante perché noi siamo le uniche persone con cui affronteremo questo percorso ed è fondamentale essere gli alleati di noi stessi. Per parlarsi serve anche ascoltarsi, capire quello di cui in questo momento abbiamo bisogno e stabilire cosa fare e come fare per ottenerlo. Questo spesso richiede abbandonare i vecchi tracciati, sforzarsi e superare la paura di crearne di nuovi. Abbandonare le vecchie “zavorre mentali” serve per affrontare questo viaggio con una consapevolezza diversa che parte dal volersi bene e dal mettersi al centro degli obiettivi che ci poniamo perché, citando il Dottor Mian:
Il tempo dedicato a te stesso non è mai tempo sprecato
In questo cammino con e verso noi stessi
La motivazione è quello che ti fa partire. L’abitudine è quello che ti fa continuare.
Dobbiamo avere pertanto un motivo valido per agire e metterci in marcia proseguendo con costanza. La meta è rappresentata da ciò che per noi è importante, dai “valori” che vogliamo raggiungere, il viaggio è caratterizzato da tanti piccoli e grandi obiettivi, da sfide che ci impegniamo a superare; tutto questo va stabilito e scelto perché come riportato dal nostro narratore:
Se non sai dove andare corri il rischio di ritrovarti dove non vorresti essere.
Abbiamo imparato l’importanza del parlarsi, dell’ascoltarsi, dell’essere nostri alleati, abbiamo stabilito le tappe e la meta ultima che vogliamo raggiungere, a volte dovremo affrontare sfide nuove, che altri hanno già superato e che noi abbiamo ammirato e a volte invidiato per questo. L’autore riporta l’importanza dell’ascoltare questa “invidia buona” sentire cosa ha da dirci su quello che il nostro “idolo” ha raggiunto e sul perché proviamo per lui questa emozione; dopodiché non resta che imparare da chi ha ottenuto i risultati che anche noi vorremo, osservarlo, e provare a metterci in gioco. Il presupposto è che se qualcuno ce l’ha fatta non c’è motivo per cui non possiamo farcela anche noi, e se anche il risultato raggiunto non sarà il medesimo avremo comunque raggiunto qualcosa che stando seduti ad osservare, dilaniati dall’invidia, senz’altro non avremmo ottenuto.
Appresi questi strumenti e ricordandoci di metterli costantemente in pratica il viaggio procede, e la guida ci porta alla seconda tappa.
Mindfoodness: la seconda tappa è il cibo – Food
Il nostro narratore ci ricorda l’importanza della consapevolezza per aiutarci a stare nel momento presente consapevoli appunto di ciò che accade qui ed ora. Il cibo, come spiega il Dottor Mian,
è ciò che contiene i nutrienti necessari affinché il nostro corpo abbia le energie sufficienti per adempiere alle sue funzioni vitali.
Alimentarsi altro non è che introdurre il cibo nel nostro organismo mentre nutrirsi è dare al nostro corpo tutti i nutrienti di cui ha bisogno. I cibi non sono buoni o cattivi perché tutto dipende dalle nostre abitudini alimentari, e da quanto siamo consapevoli di quanto queste abitudini possano incidere negativamente su di noi nel lungo periodo. È importante imparare a riconoscere il nostro pilota automatico, e sapere che se realmente lo vogliamo possiamo fermarlo. Partendo dal prestare ascolto e dare attenzione al nostro respiro possiamo notare come certe cose che ci sembrano impellenti in realtà non siano poi così.
Rallentando e imparando ad ascoltarci diventeremo consapevoli di come spesso scambiamo per fame segnali che ci indicano ben altro. La nostra guida ci spiega quanti tipi di fame esistono, come imparare a riconoscerli e cosa fare per soddisfarli. Soltanto mettendo in pratica questi suggerimenti capiremo come molto spesso finiamo per alimentare il nostro corpo con ciò di cui non abbiamo bisogno in quel momento. E se abbiamo sempre creduto di non saper fare diversamente, di non essere capaci di fermarci, la nostra voce guida ci insegna alcune tecniche per rendere più visibile il segnale di stop. Seguendo passo passo e mettendo in pratica con consapevolezza i suggerimenti della nostra guida il viaggio procede, la meta è stata definita, gli obbiettivi vengono cancellati mano a mano che li raggiungiamo e imparando ad ascoltarci abbiamo capito il ritmo e le esigenze del nostro corpo ora siamo pronti ad affrontare l’ultima tappa.
Mindfoodness: il punto di arrivo – Ness
Nel nostro viaggio verso il cambiamento la guida ci porta ad affrontare il mondo delle emozioni. Attraverso una serie di esercizi il Dottor Mian spiega come sia possibile
allenare la consapevolezza e sviluppare l’abilità di osservare i pensieri e di accettare la presenza delle emozioni negative senza diventarne ostaggio.
Capita spesso che il cibo rappresenti la via di fuga o la valvola di sfogo per le emozioni negative: questo però ci fa entrare in un circolo vizioso che non fa altro che avvicinarci sempre più alle emozioni che cerchiamo di cancellare. Anche in questo caso abbandonare le zavorre mentali, diventare sempre più consapevoli di ciò che accade dentro e intorno a noi, riconoscere i nostri automatismi e fermarci, respirare e darci la possibilità di agire in maniera differente è la nuova via che potremmo intraprendere per raggiungere la nostra ambita meta.
Mindfoodnessè un libro guida di supporto per chi ha difficoltà con il cibo, ma anche un ottimo strumento da condividere e vivere passo passo con il proprio terapeuta.
I 5 tratti che spiegano l’uomo ideale (da un punto di vista evoluzionistico)
Sebbene i campi della psicologia evoluzionistica si siano estesi sempre più, uno specifico comportamento umano rimane uno dei più tradizionali e meglio documentati capisaldi di ricerca dell’intera disciplina: la scelta del partner.
La psicologia evoluzionistica, negli ultimi 30 anni, è passata da disciplina maggiormente focalizzata sullo studio di specifici comportamenti (riproduzione ed aggressività ad esempio) a settore scientifico che sta attivamente contribuendo a spiegare ogni genere di comportamento umano, dall’intenzione suicidaria alla cooperazione, dalle molestie sessuali alle sindromi cliniche.
Sebbene i campi di ricerca della psicologia evoluzionistica si siano estesi sempre più, uno specifico comportamento umano rimane uno dei più tradizionali e meglio documentati capisaldi di ricerca dell’intera disciplina: la scelta del partner.
La riproduzione è un motore vitale dell’esistenza umana e comportamenti quali scelta del compagno, l’investimento nella relazione affettiva, la gelosia e i tradimenti sono stati (e continuano ad essere) studiati approfonditamente.
Per capire perché certi criteri di selezione si siano evoluti e continuino a permanere è necessario essere a conoscenza di 2 aspetti:
Dal punto di vista evoluzionistico il concetto di preservazione e trasmissione dei geni è un concetto fondamentale. Maschi e femmine differiscono in quanto a preferenze per la scelta del partner e strategie riproduttive, ma l’obiettivo comune resta quello di difendere e tramandare i propri geni nel modo più efficace possibile.
Anche se il modello cacciatori-raccoglitori ha smesso di guidare la nostra vita circa 10.000 anni fa soppiantato da un modello stanziale basato sull’agricoltura, il nostro patrimonio genetico (che regola il comportamento) è rimasto sostanzialmente immutato non essendo riuscito (ancora) ad adeguarsi ad un mondo più recente e molto più diverso.
5 criteri che guidano le donne nella scelta del partner
Avendo chiare queste premesse, in questo articolo sono evidenziati alcuni studi presenti in letteratura circa le conoscenze ad oggi ottenute indagando le preferenze femminili nella scelta del partner.
Ricchezza: nella storia della specie umana le donne hanno affrontato il problema della prospettiva e della qualità della vita dei futuri figli optando per partner che detenevano più risorse e che avrebbero potuto utilizzarle nell’allevamento dei propri figli (Buss, D. M, 2012). Poiché nella specie umana la ricchezza è generalmente trasmissibile, un partner che possedeva molte risorse avrebbe potuto anche trasferire la ricchezza alla prole, garantendo a loro (e quindi anche ai geni della madre) maggiore probabilità di sopravvivenza.
Status: come la ricchezza (e ad essa correlata) lo status nella specie umana è trasmissibile. Gli uomini che posseggono status sociale elevato detengono generalmente le migliori risorse, e se nell’antichità ciò poteva significare più cibo, al giorno d’oggi può comportare ad esempio la possibilità di accedere alle università più prestigiose (e costose) e a conoscenze importanti. Uno studio (Buss & Schmitt, 1993) condotto su donne di tutto il mondo ha rilevato che per prendere in considerazione un maschio per una relazione a lungo termine detenere un ottimo impiego o aver scelto una carriera promettente è considerata una caratteristica altamente desiderabile.
Una ricerca recente che supporta tale posizione (Dunn & Searle, 2010) ha evidenziato che l’attrazione femminile provata per un uomo è significativamente correlata al tipo di auto che l’uomo guida (attrazione più intensa nel caso di auto lussuose e meno intensa nel caso di auto meno lussuose). Tale cambiamento non si verifica a parti inverse, ossia quando l’uomo deve giudicare il livello di attrazione provato nei confronti di una donna che guida differenti tipi di auto.
Età: le donne hanno una preferenza universale per uomini più vecchi di loro e generalmente l’intervallo desiderato è compreso tra i 3 e 6 anni, variando tra cultura e cultura (Buss et all., 1990). Gli studi condotti nell’ambito della scelta del partner hanno approfondito l’importanza attribuita all’età, e nello studio di Buss e Schmitt (1993) condotto su uomini e donne di 5 nazioni diverse (Zambia, Colombia, Polonia, Italia e USA) si sono ottenute le prime evidenze che l’età del possibile partner è un fattore molto importante; le donne di tutte le culture riportavano una preferenza per uomini più vecchi (dai 3 anni nel caso degli Stati Uniti ai 4.5 nel caso della Colombia).
Per spiegare tale fenomeno la psicologia evoluzionistica propone lo status sociale come spiegazione di tale fenomeno: generalmente un maschio più anziano detiene uno status sociale superiore rispetto a uno più giovane, e come si è visto un elevato status sociale è un fattore altamente ricercato.
Impegno: l’impegno è definibile in termini evoluzionistici come un atteggiamento d’investimento nei confronti di un partner identificabile e quantificabile tramite azioni quali lasciare una precedente partner per la nuova compagna, discutere con essa di argomenti quali il matrimonio e il desiderio di avere figli (Buss, 1989); l’impegno è profondamente connesso alla fedeltà, ossia al restare fedeli alla propria partner anche in presenza di possibili alternative e anche quando la partner non è fisicamente presente. Pensando alle condizioni di vita che caratterizzavano il paleolitico, uno dei problemi adattivi più importanti per una donna dal punto di vista della sopravvivenza era selezionare un compagno che volesse investire, che fosse disposto quindi a impiegare tempo e risorse nella crescita dei figli senza abbandonarla. Segnali che caratterizzano l’impegno da parte del maschio sono quindi, anche ai giorni nostri, la disponibilità, il sostegno alla compagna (investimento di tempo ed energie) e ovviamente la fedeltà.
Condizione fisica: se le nostre antenate avessero scelto un compagno che si fosse ammalato presto, fosse affetto da malattie o da altri problemi di natura fisica, la possibilità di perdere il proprio partner (e con esso protezione e risorse) nell’ambiente ostile che caratterizzava lo scenario di vita pre-agricolo sarebbe stata estremamente elevata. Da allora, i geni che guidano alla scelta del partner maschile spingono la femmina a cercare un compagno in buona forma fisica e in salute. Un indice che permette di prevedere quale sarà un maschio apprezzato consiste nel livello di simmetria facciale (una buona simmetria è un indice molto affidabile di assenza di malattie): ricerche hanno confermato che un individuo con un volto simmetrico sarà molto più apprezzato di uno con un volto meno simmetrico (Thornhill & Gangestad, 1997). Un altro indice di buona salute è la mascolinità, intesa come espressione di alti livelli di testosterone (condizione raggiungibile a patto di essere in buona salute) e riscontrabile tramite indizi quali mascella ampia e zigomi pronunciati. Una recente meta-analisi condotta su 10 studi che si sono occupati di indagare il livello di attrazione dei volti umani ha confermato che quelli caratterizzati da forti tratti di mascolinità sono valutati come maggiormente attraenti (Rhodes, 2006).
Per concludere
Anche se questi 5 punti sono stati quelli più studiati in ottica evoluzionistica per cercare di comprendere la scelta femminile del partner, ulteriori tratti sono risultati buoni predittori in tal senso.
Volendo prendere ad esempio solamente un paio di ulteriori fattori l’ambizione è molto apprezzata in un uomo (Buss, 1989), così come l’altezza fisica (Courtiol, Raymond, Godelle & Ferdy, 2010).
Sebbene le evidenze ottenute fino ad ora siano state raggiunte tramite studi condotti sulle più svariate culture e siano risultate globalmente confermate, certe differenze (soprattutto circa il grado di importanza attribuita a ciascun tratto) sono emerse tra cultura e cultura. Tali differenze non devono essere lette come una criticità alle teorie evoluzionistiche, poiché, come ben spiegano gli studiosi Kurzban e Haselton (2006), gli psicologi evoluzionistici legittimano tali divari come adattamenti comportamentali che rispondo ai specifici fattori sociali ed ecologici locali che caratterizzano la cultura di riferimento.
Decision making nei bambini: i più piccoli tendono a prendere decisioni più ponderate?
Presso la Waterloo University, un gruppo di studiosi ha indagato come cambia nei bambini il processo di decision making.
È bello per noi sapere che i bambini di età diverse non trattano necessariamente tutte le informazioni allo stesso modo quando decidiamo di insegnare loro cose nuove – ha detto Stephanie Denison, professore associato presso il Dipartimento di Psicologia e co-autrice dello studio insieme alla dottoranda Samantha Gualtieri.
Questa la premessa che le ha portate ad affermare nell’ambito dello studio condotto presso la Waterloo Univeristy quanto sia importante che i caregivers comprendano come i bambini processino le informazioni date loro per prendere una decisione.
Nell’impostare il progetto di ricerca alla base del loro studio, si sono inoltre ispirate ai famosi studi di Kahneman e Tversky (1973), i quali hanno analizzato le forme abbreviate di ragionamento, ovvero le euristiche, strategie di soluzione semplici ed economiche.
Lo studio e i suoi risultati
Lo studio è stato condotto su 288 bambini, valutati per determinare se durante la formulazione di giudizi utilizzano informazioni numeriche, sociali o di entrambi i tipi.
I risultati hanno dimostrato come a partire dai 6 anni i bambini iniziano a compiere decisioni servendosi delle stesse informazioni di cui si servono gli adulti, ovvero secondo una modalità di risparmio: il giudizio del 95% dei bambini di 6 anni dipende infatti solo dalle informazioni sociali. Per quanto riguarda i bambini di 5 anni solo il 70% di essi valuta e decide in base alle sole informazioni sociali. La percentuale si abbassa vertiginosamente con i bambini di 4 anni: solo il 45 % di essi giudica in base alle sole informazioni sociali, ovvero i bambini più piccoli si sono mostrati più propensi a prendere in considerazione entrambe le informazioni numeriche e sociali.
Questo studio rivela come l’euristica della rappresentatività si sviluppa durante gli anni prescolari, tra i 4 e i 6 anni, in una rapida escalation verso il risparmio di risorse cognitive che caratterizzerà la formulazione di giudizi nella vita adulta.
Gli adulti tendono a non usare tutte le informazioni a loro disposizione quando formulano giudizi, probabilmente perché questo richiede l’impiego di molte risorse in termini di tempo ed energie mentali. Ciò che sarebbe per lo meno utile sapere è che usare queste scorciatoie può essere molto efficiente, ma al contempo gli errori che possono esser introdotti sono molti.
A volte dovremmo riflettere più duramente e dedicare tempo a mettere insieme tutte le informazioni. Il tempo che dedichi all’elaborazione delle informazioni potrebbe dipendere dall’importanza del giudizio o della decisione che stai prendendo, quindi scegliere di volta in volta a quale fase decisionale è meglio dare più spazio è davvero importante – afferma Denison.
Amore e Psiche, la dimensione corporea in psicoterapia (2018) e il salto dalla mente al corpo in ambito psicoterapeutico – Recensione del libro
Amore e Psiche, la dimensione corporea inpsicoterapia è un libro di notevole interesse per coloro che appartengono al settore in quanto favorisce la nascita di numerose riflessioni sul tema del corpo mettendo a disposizione un’enorme varietà di approcci, teorie, interventi e riflessioni su questo tema.
Il saggio “Amore e Psiche, la dimensione corporea in psicoterapia” a cura di Maria Luisa Manca nasce con l’intento di raccogliere un unico volume gli interventi circa il tema del corpo e della sua considerazione in termini clinici e teorici secondo i vari approcci psicoterapeutici, tema discusso in occasione del VII Congresso della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia (Fiap), tenutosi ad Ischia dal 6 al 9 Ottobre 2016 e che ha visto la partecipazione di più di 700 psicoterapeuti.
Ogni approccio dalle neuroscienze, alla psicoterapia ad orientamento bioenergetico passando per la psicodinamica, la psicoanalisi, la filosofia, la psico-neuro-immunologia, la psicosomatica, l’infant research è stato considerato e sviscerato per affrontare un contenuto così complesso come quello della corporeità, della consapevolezza corporea: come si sviluppa, di cosa ha bisogno il bambino per integrare il suo essere mente psicologica e corpo per entrare in relazione con l’Altro, quali sono gli effetti della psicopatologia sul corpo, “abbattendo”, finalmente, dopo decenni quella divisione mente- corpo, grazie anche ai recentissimi avanzamenti delle neuroscienze e della neurofisiologia.
Alcuni contributi importanti
“Amore e Psiche, la dimensione corporea in psicoterapia” offre una rassegna precisa e sistematica della ricchissima conversazione interdisciplinare che ha visto tra gli altri l’intervento di Massimo Biondi con una dissertazione sulla nascita e sull’evoluzione della Psicosomatica, la diffusione cioè dell’idea che la malattia somatica possa essere compresa e spiegata alla luce di un modello psicologico, sottolineando il rapporto tra stress–emozioni-malattia, cercando di approfondire in che misura e quali siano i fattori emotivi-psicologici che possono avere un ruolo significativo nella patogenesi, nel decorso e nella risposta alle cure di una specifica patologia e che infine anche l’intervento psicoterapeutico possa avere un correlato neurobiologico e immunitario.
In aggiunta è presente la riflessione di Rosario Montirosso, sulla costruzione nel bambino piccolo dei cosiddetti “saperi impliciti” che gli consentirebbero nel tempo di comprendere i propri e gli altrui stati mentali, riconoscere gli effetti del suo comportamento e sviluppare capacità di mentalizzazione secondo la definizione classica di Fonagy.
A questo proposito, è particolarmente interessante citare l’intervento di Patrizia Moselli circa il concetto di sessualità e “sfogo orgasmico”. I saperi impliciti, approfonditi nel dettaglio da Montirosso, costruiti nel corso dell’infanzia all’interno di una sentita appartenenza dal bambino all’interno della relazione diadica madre-bambino e di uno stile di attaccamento sicuro, consentirebbe poi al bambino nel corso della sua maturazione la possibilità di sperimentare, esperire ed esprimere con sicurezza, senza alcun tipo di giudizio o disagio, il suo essere anche corpo che sente, prova piacere, gioca e costruisce relazioni di tipo affettivo e sessuale. In particolare si sottolinea come sia l’esperienza del proprio corpo a favorire la nascita di relazioni e sentimenti verso se stessi e verso altri partner a cui si riesce ad essere intimamente legati e connessi.
L’esplorazione fin da bambini dell’esperienza sessuale, affettiva, fatta di tenerezza e amore consentirebbe la costruzione di relazioni interpersonali stabili e pregnanti di significato, diversamente dall’esperienza di molti pazienti che in diverse occasioni vivono delle relazioni affettive vuote e una sessualità a volte medicalizzata, abusata o compulsiva fatta con l’unico scopo di sfogare il proprio piacere sessuale, causa di deficit relazionali o traumi vissuti durante l’infanzia, sessualità che deve essere riconosciuta, accolta e “curata” all’interno della relazione nel setting terapeutico.
Altro punto interessante posto all’attenzione del convegno è il tema del corpo violato, violentato e abusato, ferito tramite cutting per affievolire la sofferenza psicologica e sentire il proprio corpo preso da torpore attraverso il dolore, dissociato come ampiamente spiegato nell’intervento di Lorenzo Cinioni.
Perchè è importante considerare il corpo in psicoterapia?
Concetto molto delicato quello del corpo e a mio parere imprescindibile all’interno di un contesto terapeutico, clinico e di diagnosi: non possiamo più fare l’errore di scindere la dimensione psicologica dalla dimensione corporea, perché anche il corpo, tramite le sue modalità ci segnala una sofferenza, un disagio, un stato di benessere, anche perché gli interventi psicoterapici di ultima generazione si stanno muovendo nella direzione del corpo e dell’autoconsapevolezza corporea per “guarire” la mente come la Mindfulness, l’utilizzo di metafore fino alle tecniche della psicoterapia sensomotoria.
Considerazioni finali sul volume “Amore e Psiche, la dimensione corporea in psicoterapia”
Il presente saggio è di notevole interesse per coloro che appartengono al settore in quanto favorisce la nascita di numerose riflessioni sul tema del corpo mettendo a disposizione una enorme varietà di approcci, teorie, interventi e riflessioni su questo tema.
Si potrebbe quasi considerare un piccolo manuale da consultare per desiderio personale o per osservare una problematica da un’ottica diversa, non consueta o che solitamente, anche per formazione personale, non prenderemmo in considerazione.
Piacevole nella lettura, nonostante alcuni modelli espressi nel saggio avrebbero bisogno di un aggiornamento; poco infatti si fa riferimento alle recenti evidenze sia in campo tecnologico che scientifico in grado di approfondire e indagare la relazione mente- corpo in un modo innovativo anche all’interno di un setting psicoterapeutico.
Sentimenti di solitudine nelle bambine: un nuovo studio evidenzia il ruolo chiave della figura paterna
Sentimenti di solitudine sono frequenti anche nell’infanzia. In questa fase della vita, il modo che abbiamo di affrontare questi sentimenti sembra essere influenzato anche dalla relazione con i propri genitori.
Un recente studio ha indagato il grado di percezione che i bambini hanno della solitudine mettendo in luce che, soprattutto le bambine, sono portate a sperimentare un minor senso di solitudine quando è presente un forte legame con il proprio padre.
Uno stretto rapporto con la figura paterna, infatti, sembrerebbe aiutare in particolar modo le bambine a sentirsi più protette e consentirebbe loro di affrontare più velocemente le circostanze della vita in cui si trovano a sperimentare un senso di solitudine, quali ad esempio gli anni della scuola elementare.
Lo studio sperimentale
Sono state coinvolte in questo studio 695 famiglie che hanno partecipato al programma “Study of Early Child Care and Youth Development”.
Il progetto di ricerca prevedeva che entrambi i genitori, sia le madri che i padri, valutassero la rispettiva relazione con i propri figli in base a sentimenti di vicinanza e di conflitto durante gli anni della scuola elementare. Nei bambini è stata invece valutata la presenza di sentimenti di solitudine ed è emerso che tali sentimenti tendono ad essere presenti in misura maggiore nel primo, nel terzo e nel quinto anno di scuola elementare, con un andamento che sembra essere decrescente tra il primo e il quinto anno di scuola.
Secondo l’autrice dello studio, Julia Yan, non c’è da stupirsi se durante questo periodo della vita i sentimenti di solitudine siano presenti in misura più elevata, in quanto è proprio in questa fase che i bambini sviluppano il proprio bisogno di autonomia e di indipendenza, nascono nuovi legami con il gruppo dei pari e i bambini trascorrono più tempo fuori casa.
Sulla base di quanto appena affermato è possibile anche spiegare la tendenza a diminuire nel corso del tempo del senso di solitudine come risultato della creazione di nuovi legami affettivi e del fatto che i bambini tendono a sentirsi via via sempre più sicuri delle proprie abilità sociali.
L’esistenza di differenze di genere nella percezione della solitudine
Dallo studio emerge che la percezione dei sentimenti di solitudine dei bambini non cambia nello stesso modo ma esiste una significativa differenza di genere tra bambini e bambine nel percepire tali sentimenti.
Secondo Yan, probabilmente tale differenza può essere spiegata in relazione al fatto che i genitori tendono ad essere meno insistenti con i figli maschi nello spingerli a socializzare e mettono meno enfasi sull’importanza di mantenere dei legami.
Un altro risultato interessante che emerge da questo studio è che la relazione materna non sembra avere alcun tipo di effetto sulla percezione della solitudine da parte dei bambini. Ciò potrebbe essere dato dal fatto che in genere le madri hanno quasi sempre legami forti con i propri figli.
Diverso è invece ciò che si evince dallo studio delle relazioni tra padri e figli, in particolare con le figlie femmine. L’autrice motiva questa differenza sostenendo che i padri, a differenza delle madri, generalmente si occupano meno della cura quotidiana dei figli ed hanno quindi la libertà di creare e sperimentare diverse modalità d’interazione.
In particolare, lo studio ha messo in evidenza come bambine con un forte legame affettivo con il proprio padre riuscissero ad affrontare meglio questa fase della vita ed il senso di solitudine che lo accompagna. Non si è riscontrato invece lo stesso fenomeno nei maschi.
Alla luce di questi risultati, gli autori dello studio suggeriscono ai padri di coltivare il proprio rapporto con i loro figli, in particolare con le figlie femmine, prestando attenzione ai loro sentimenti ed aiutandoli a fronteggiare le situazioni difficili; questo potrebbe aiutare a prevenire sentimenti di solitudine nel futuro.
La riformulazione nel ‘qui e ora’ della relazione terapeutica
La riformulazione si inserisce all’interno di un setting interpersonale inteso come contesto di collaborazione reciproca tra terapeuta e paziente, dove la relazione terapeutica è lo strumento di esplorazione che permette di ricostruire e di comprendere i motivi del problema avvertito dal soggetto.
In questo articolo si farà riferimento in particolare al ‘qui e ora’, al modo in cui si manifestano gli aspetti connessi al problema emotivo del paziente negli scambi relazionali che si instaurano nel corso della seduta.
Infatti, è proprio nel contesto della relazione terapeutica che si dovrebbero creare le condizioni di coinvolgimento in grado di facilitare al paziente la comprensione del suo funzionamento emotivo.
La riformulazione del problema in Psicoterapia
La riformulazione è uno dei passaggi cardine del modello cognitivo post-razionalista.
La prima riformulazione consiste nel ridefinire il problema del paziente, poiché di frequente (almeno nella fase iniziale), i sintomi vengono percepiti da quest’ultimo come scollegati dal proprio modo di essere: in questo senso possono essere definiti ‘esterni’; viene quindi proposta una lettura più ‘interna’, cioè connessa agli specifici temi emotivi del soggetto, i quali se non adeguatamente riconosciuti possono risultare disturbanti (sintomo).
Nelle prime sedute, inoltre, il terapeuta dovrebbe cercare di individuare l’organizzazione di significato personale alla base della sintomatologia riferita dal soggetto così da avere un orientamento circa il modo più efficace per riformulare quest’ultima; inoltre, avere un’idea del ‘significato personale’ del paziente permette, fin da subito, di impostare la relazione terapeutica in un modo personalizzato e coerente con i suoi temi emotivi.
Per esemplificare in cosa consiste una prima riformulazione può essere utile una breve sintesi tratta da un caso clinico descritto da Guidano: Gregorio è un giovane commercialista che da alcuni mesi presenta delle ‘idee brutte’ – accompagnate da ruminazioni e ansia intensa – che riguardano gravi malattie che potrebbero colpire la moglie o il suocero e che assumono la forma di ‘presentimenti’. Si manifestano prevalentemente la sera quando si rilassa davanti alla TV e unicamente il riferirle alla moglie attenua la paura che i malanni immaginati possano verificarsi solo per il fatto di averli pensati. Il paziente precisa che queste idee sono assolutamente indipendenti da lui (sintomo ‘esterno’), in quanto considera sia la moglie che il suocero fra gli affetti più cari (Guidano, 1992).
Il terapeuta fa notare al paziente come dal suo racconto si possa desumere la presenza di emozioni intense e di stati d’animo articolati che precedono i ‘brutti pensieri’ (ipotesi sulla quale Gregorio concordava) e che avrebbero meritato di essere indagati meglio. Ciò viene condotto mettendo a fuoco (autosservazione) la sequenza di immagini, di emozioni e pensieri che si succedevano nei momenti critici (il momento in cui si presentavano le ‘idee brutte’) così da poter comprendere in che modo queste modulazioni emotive e immaginative potessero essere vissute in modo così perturbante da innescare ruminazioni e ansia/paura (riformulazione ‘interna’) (Guidano, 1992).
Come si evidenzia nell’esempio citato, attraverso la riformulazione si portano i pazienti a ‘guardare’ il disagio emotivo da una prospettiva diversa. Si tratta di un processo progressivo che si svolge lungo tutto il corso di una psicoterapia seguendo il filo conduttore dei temi che emergono via via che si conduce l’analisi del problema.
La relazione terapeutica come fonte di perturbazione emotiva
Nell’ambito del modello post razionalista la relazione terapeutica stessa viene utilizzata come fonte di perturbazione emotiva, come mostra Guidano nel descrivere i passaggi relazionali con un paziente alla continua ricerca di rassicurazioni circa la sua salute.
Le richieste di incoraggiamento avvenivano anche quando il paziente non era particolarmente preoccupato di stare male, essendo infatti finalizzate a verificare la capacità di protezione del terapeuta e la sua calma nel rispondere alle domande. In queste situazioni il terapeuta da una parte cercherà di non offrire troppe rassicurazioni, perché in questo modo potrebbe confermare una lettura esternalizzata in termini di sintomo fisico, e dall’altra non dovrebbe spazientirsi a causa dei ripetuti quesiti posti dal paziente, dato che questi ultimi costituiscono il suo modo di chiedere sostegno anche di tipo relazionale.
Il terapeuta deve trasformare le domande (di rassicurazione del paziente NdA) in parte del lavoro di ricostruzione terapeutico. Deve infatti ascoltare e dire: “Lei vuole che le dica se avrà un infarto ora che mancano dieci minuti alla fine della visita e lei sa che la stessa cosa è successa martedì scorso, dieci minuti prima della fine della visita, e anche in quell’occasione mi ha chiesto di rassicurarla sul fatto che non avrebbe avuto un infarto. Sembra che questa sia la sua maniera di congedarsi da me, il suo modo particolare di congedarsi da qualcuno di significativo. Sembra che lei voglia una rassicurazione da parte di una persona significativa e se ciò non avverrà non potrà andarsene”. Tutto questo si può trasformare in una fonte di perturbazione: il terapeuta deve prendere il contesto relazionale e restituirlo come una ricostruzione senza confermare né negare (Guidano, 2007).
Nel passaggio citato si può notare come venga sfruttato quanto accade nel contesto della seduta, per far osservare al paziente il suo modo specifico di avvertire il distacco all’interno di relazioni significative e come egli tenda a percepire gli stati emotivi e relazionali sotto forma di preoccupazione per la salute.
Perché l’intervento risulti veramente pertinente ed efficace è fondamentale che il terapeuta abbia un’adeguata conoscenza delle proprie dinamiche emotive e personali perché la riformulazione deve scaturire dall’osservazione delle regole di ‘funzionamento’ del paziente e non dall’effetto che il comportamento di quest’ultimo fa al terapeuta.
L’importanza di lavorare nel ‘qui e ora’ in terapia
Risulta altresì importante lavorare nel ‘qui e ora’ anche con i soggetti che presentano una sensibilità al giudizio, in quanto questa, naturalmente, potrebbe manifestarsi anche nel contesto terapeutico. Tale preoccupazione, se non viene evidenziata e riformulata, finirà con l’interferire con il lavoro terapeutico in quanto il paziente sentendosi a disagio nel parlare di sé potrà risultare vago nel raccontare episodi significativi e nel descrivere i sentimenti che prova.
Infatti, quando sono presenti i temi sopra descritti, l’attenzione del paziente di frequente è diretta a cercare di capire l’atteggiamento del terapeuta piuttosto che il contenuto di quanto emerge. Anche laddove la riformulazione /spiegazione proposta in terapia viene accettata dalla persona, il processo di comprensione e approfondimento può interrompersi (o essere discontinuo) perché subentrano temi di confronto/opposizione, il dubbio di avere compreso bene, il desiderio di compiacere il terapeuta; tutti aspetti che interferiscono con l’assimilazione di quanto si svolge nel corso della seduta.
In merito può essere utile un breve esempio. Un medico, affetto da ansia intensa nei contesti nei quali si sentiva sotto esame e messo alla prova, inizia la terapia “mettendo le mani avanti” perché spiega da subito che non crede alla sua efficacia. Sono anni che nei periodi in cui si sentiva sotto pressione assume ansiolitici. Ha deciso di fare un tentativo con la psicoterapia perché vorrebbe evitare di prendere i farmaci per tutta la vita. In prima seduta fornisco qualche informazione sul lavoro che potremmo fare e propongo un paio di incontri per inquadrare il problema così che lui stesso possa valutare se lo ritiene un percorso utile.
Fin da subito le riformulazioni circa il significato dell’ansia vengono condivise dal paziente e lo aiutano a capire le caratteristiche delle situazioni dove questa si manifesta consentendo quindi una lettura più ‘interna’ e una riflessione in merito alla scelta effettuata di assumere dei farmaci.
Già dopo i primi incontri, grazie a una maggiore consapevolezza degli stati emotivi, il paziente inizia ad esprimere un cambiamento di opinione circa la psicoterapia.
Tuttavia, avere acquisito fiducia nel terapeuta – e quindi nella terapia – piuttosto che facilitare il lavoro ha fatto sì che il paziente si sentisse più esposto al suo giudizio; notando il crescente disagio, l’attenzione è stata spostata a ricostruire cosa avvertiva durante i colloqui, spiegandogli che si trattava sempre di un contesto relazionale, seppure con caratteristiche peculiari, e quindi meritevole di essere indagato.
Grazie all’intervento mirato è emerso che il paziente si sentiva agitato nel raccontare alcune situazioni percepite come più critiche, perché avrebbero potuto influire negativamente sull’immagine che mi stavo formando di lui; situazione analoga a quella che si presentava in famiglia o in altri contesti significativi. Quindi la riformulazione iniziale è stata ampliata al contesto stesso della terapia.
Applicare la riformulazione al ‘qui e ora’ consente, quindi, di individuare le situazioni nelle quali il soggetto finisce per parlare non di quanto gli crea davvero disagio, ma solo di ciò che non lo espone a un potenziale giudizio critico da parte del terapeuta. In questo modo la resistenza stessa a parlare di sé viene riformulata e diventa più agevole affrontare il tema centrale, cioè la difficoltà che comporta sentirsi esposto al giudizio (reale o immaginato).
Pertanto, sfruttare la riformulazione nell’immediatezza della terapia – con le diverse le manifestazioni disagio psicologico – permette di lavorare sui passaggi critici che il paziente incontra nella situazione attuale e facilita il processo di ricostruzione dei vissuti emotivi in termini di significato personale, in quanto i dati sono presenti in quel momento; inoltre, aiuta a contenere eventuali fattori di ostacolo – per esempio relazionali – perché vengono riformulati all’interno del lavoro terapeutico e quindi sfruttati per la comprensione delle difficoltà avvertite dal paziente. Un’eventualità di questo tipo potrebbe essere rappresentata dai ritardi o dalle sedute annullate che, se inquadrati all’interno della struttura di personalità del paziente, possono diventare oggetto del lavoro in corso piuttosto che un elemento di disturbo.
Affrontare le modalità relazionali ricorrenti del paziente nell’immediato: l’importanza della relazione terapeutica nel ‘qui e ora’
Facendo riferimento al ‘qui e ora’ può essere utile citare Irvin D. Yalom, psichiatra, professore emerito della Stanford University e scrittore il quale pur non parlando di riformulazione ritiene che lavorare focalizzandosi su quanto accade in seduta risulti una delle fonti di materiale più rilevanti per la psicoterapia.
Yalom definisce il suo modello terapeutico ‘esistenziale’ e all’interno della sua prospettiva un passaggio essenziale consiste nell’incoraggiare i pazienti a individuare il ruolo che possono avere nel mantenere la situazione di disagio che vivono. Riconoscere questa dinamica è importante al fine di far cogliere alle persone che per apportare dei cambiamenti nella propria vita occorre spostare l’attenzione da ciò che accade nel contesto esterno a sé stessi.
A questo proposito nel libro ‘Il dono della terapia’, Yalom dedica ampio spazio a come lavorare nel ‘qui e ora’. In particolare fa riferimento all’utilità di cercare, all’interno della relazione psicoterapeutica, un equivalente del problema presentato all’inizio dal paziente e questo per almeno due motivi: il primo riguarda l’importanza dei rapporti interpersonali nella vita delle persone, per cui molti si avvicinano alla psicoterapia proprio a causa delle difficoltà a formare e mantenere relazioni durevoli e gratificanti. Il secondo, invece, fa riferimento alla terapia come microcosmo sociale dove presumibilmente le modalità relazionali del paziente si manifesteranno anche nel ‘qui e ora’ della relazione terapeutica.
Il qui e ora si riferisce agli avvenimenti immediati dell’ora di terapia, a ciò che sta accadendo qui (in questo studio, in questo rapporto, in questo spazio nel mezzo – lo spazio tra me e il paziente) e ora, in questa precisa ora. È sostanzialmente un approccio astorico e toglie enfasi al (ma non nega l’importanza del) passato storico del paziente o gli avvenimenti della sua vita esterna (Yalom, 2014).
Pertanto se un paziente riferisce una problematica relazionale come si può procedere?
Generalmente i terapeuti esplorano la situazione in profondità e cercano di aiutare il paziente a capire il suo ruolo nella transazione, di esplorare opzioni per comportamenti alternativi, di investigare motivazioniinconsce, di cercare di indovinare le motivazioni dell’altra persona oltreché eventuali schemi – cioè situazioni simili che il paziente ha creato nel passato. Questa strategia di lungo respiro ha i suoli limiti: non solo il lavoro è soggetto a essere intellettualizzato, ma fin troppo spesso si basa su dati non accurati forniti dal paziente (Yalom, 2014).
Se si individua un equivalente della dinamica disfunzionale nell’ambito della terapia secondo Yalom il lavoro diventa molto più immediato e accurato.
Tra gli esempi riporta il caso di una signora sessantenne, vedova, che si lamentava della difficoltà a stabilire una nuova relazione affettiva. Gli uomini che incontrava spesso svanivano senza darle alcuna spiegazione. Aveva fatto una crociera con l’ultimo dei suoi corteggiatori, Morris, che in quell’occasione si era lamentato di una serie di comportamenti della paziente come il suo tirare sui prezzi, saltare le code ecc.; rientrati dal viaggio il signore era sparito e non aveva neppure risposto alle telefonate e la paziente non riusciva a mettere in correlazione il suo atteggiamento con la reazione dell’altro.
Yalom racconta di non avere avuto difficoltà a immaginare come poteva essersi sentito Morris considerando che anche lui avvertiva fastidio per alcuni comportamenti della paziente e nutriva la fantasia che lei potesse decidere di interrompere la terapia.
Yalom valuta, quindi, che piuttosto che esplorare la relazione con il corteggiatore poteva risultare più proficuo concentrarsi su quanto accadeva in terapia. Infatti anche in questo contesto la paziente aveva messo in atto la sua modalità usuale trattando sulla parcella fino a strappare uno sconto, non perdendo occasione per fargli pesare il pagamento, richiedendo sempre ulteriore tempo oltre il termine dell’ora proponendo problemi che presentava come urgenti. Inoltre ogni volta che rimaneva insoddisfatta da quanto emerso nella seduta non mancava di fare rilevare quanto le costava. Grazie al lavoro svolto nell’ambito della relazione con Yalom, la paziente ha avuto modo di cogliere i motivi del suo comportamento e l’effetto che potevano fare all’altro, il tutto in diretta. Una maggiore comprensione degli effetti del suo comportamento sugli altri, farà sì, in questo caso, che in seguito la paziente chiamerà l’ex-corteggiatore per scusarsi.
L’esempio rende bene quanto in alcune occasioni lavorare nell’immediatezza possa essere più produttivo che ricostruire episodi esterni alla terapia.
Un altro caso descritto da Yalom, sempre nel ‘Il dono della terapia’, prende avvio da un episodio verificatosi nel suo studio: la rottura del chiavistello della zanzariera. Il terapeuta racconta come i pazienti avevano reagito in modo diverso tra loro. Alcuni non prestando attenzione, altri dando suggerimenti e, infine, una paziente, Nancy, cercando ogni volta di sistemarla lei stessa e per di più scusandosi come se lo avesse rotto lei. Yalom sfrutta l’opportunità per indagare la modalità relazionale della signora:
Y: «Nancy” dissi, “sono incuriosito dal fatto che lei si scusa con me. È come se la mia porta rotta, e la mia trascuratezza nel ripararla, fossero in qualche modo colpa sua».
N. : «Ha ragione. Lo so. Eppure continuo a farlo».
Y: «Ha qualche idea del perché?».
N.: «Penso che abbia a che fare con quanto lei è importante e quanto importante sia per me la terapia, e il voler essere sicura di non offenderla in alcun modo».
Y. : «Nancy, può provare ad indovinare come mi sento ogni volta che si scusa? ».
N.: «Probabilmente è una cosa irritante per lei» (Yalom, 2014).
Nel proseguire del dialogo la paziente riconosce che l’atteggiamento messo in evidenza dal terapeuta infastidisce anche il marito e altre persone. Yalom, pertanto, si avvale di quanto accade in seduta (l’equivalente) per far cogliere alla paziente come sforzandosi di essere gentile finisca in realtà per fare innervosire gli altri.
Le sedute successive, continua a raccontare Yalom, portano ad individuare un sentimento di rabbia verso le persone vicine, genitori, marito, figli e lui stesso. La paziente rivela a Yalom come la zanzariera rotta la innervosisse così come anche la scrivania disordinata. Emerge, inoltre, l’insofferenza di Nancy per la lentezza con cui stava procedendo la terapia. Da notare come Yalom non ha mistificato nel porre la domanda iniziale e non ha cercato di sminuire il problema, ha subito fatto riferimento alla propria trascuratezza per poi indagare l’effetto che faceva alla paziente.
Se Yalom non avesse colto l’opportunità del chiavistello e si fosse concentrato solo su quanto riportato in seduta forse avrebbe perso l’occasione di far emergere più chiaramente e velocemente la modalità della paziente di ‘coprire’ l’irritazione e la rabbia con un atteggiamento di gentilezza, che per questo risultava un po’ ‘forzata’.
Integrazione tra dati diretti e indiretti
Parlando di ‘qui e ora’ è importante ricordare la distinzione evidenziata da Guidano fra dati diretti (comportamento verbale e non verbale osservabili in seduta) e indiretti (resoconti di eventi avvenuti); entrambi devono essere utilizzati nel portare avanti l’esplorazione delle problematiche emotive.
Più precisamente i dati di osservazione indiretta riguardano il racconto, il resoconto del paziente che può essere riferito alla sua storia, al giorno prima o anche al giorno stesso, ecc. Mentre i dati di osservazione diretta fanno riferimento a quanto viene osservato dal terapeuta sia in merito ai racconti del paziente sia rispetto a come si comporta in terapia: la postura, la mimica, il tono di voce, gli atteggiamenti ecc.
Quando si lavora nel ‘qui e ora’ l’indagine parte dai dati diretti ma è sempre strettamente connessa con quelli indiretti perché il paziente entra nello studio del terapeuta con la sua storia personale e con le sue esperienze relazionali che finiranno per influenzare anche la costruzione del rapporto stesso; quindi i dati indiretti sono sempre presenti e vanno adeguatamente considerati.
Però, c’è sempre un rapporto preciso tra dati diretti e dati indiretti. Il primo punto che vale la pena di specificare è l’effetto che hanno i dati di osservazione diretta, ciò che accade adesso, su quello che il paziente vi riferisce, sui dati indiretti. Il secondo punto da osservare è quale influenza hanno i dati indiretti, ciò che viene raccontato, su ciò che accade adesso. È un’interazione reciproca… (Guidano, 2008).
Pertanto l’intervento nel ‘qui e ora’ deve essere inserito all’interno degli ingredienti emotivi ed esperienziali che concorrono a definire il modo in cui il paziente elabora il proprio vissuto personale.
In conclusione
Riassumendo quanto esposto: quando il contesto terapeutico lo permette può risultare conveniente e vantaggioso ai fini della psicoterapia sfruttare il contenuto della riformulazione nel ‘qui e ora’; per effettuare questo tipo di intervento occorre prestare attenzione a quando si presenta all’interno della relazione terapeutica un equivalente (usando il termine di Yalom) del problema riferito dal paziente.
In questo modo il processo di ricostruzione e comprensione delle dinamiche alla base del problema del paziente può essere più immediato. Inoltre all’interno di una buona ‘alleanza’ terapeutica il paziente può essere maggiormente recettivo a cogliere una riformulazione perché questa parte dall’osservazione di ciò che si verifica in un contesto dove sente l’altro (il terapeuta) affidabile e ‘dalla sua parte’.
Detroit Become Human: recensione di un videogame
Col passare del tempo i videogiochi hanno assunto una sempre maggiore importanza all’interno della vita delle generazioni che si sono susseguite a partire dagli anni 90. Parallelamente a ciò anche le “critiche” sono aumentate proporzionalmente favorendo la comparsa di considerazioni negative che hanno incentivato la “demonizzazione” dei videogiochi.
Nell’immaginario collettivo, i videogames vengono ancora visti come strumenti in grado di condizionare il giocatore a livello mentale o addirittura spingerlo alla violenza e ad atti inconsulti.
Come già più volte affermato, quando parliamo o abbiamo a che fare con i videogiochi, le rappresentazioni maggiormente condivise sono le seguenti:
I videogiochi possono causare comportamenti violenti: il videogioco come strumento che influenza le emozioni assieme al comportamento. Un pensiero piuttosto diffuso si basa sull’idea che esporre i giocatori a certi concetti, come la violenza in un gioco, renda quei concetti più facilmente realizzabili nella “vita reale”. Si tratta in parole povere del concetto di priming. Esperimenti precedenti a quest’ultima ricerca hanno portato a risultati piuttosto vari e in certi casi contrastanti.
I videogiochi causano asocialità: il videogioco viene inteso come mezzo che favorisce il ritiro sociale, quasi come se si preferisse relazionarsi ai personaggi fittizi del gioco piuttosto che le persone reali.
I videogiochi come strumento che dissociano dalla realtà: questo pensiero attribuisce al videogioco la pericolosa capacità di sostituirsi al mondo reale, imprigionando l’utente in mondi fantastici.
I videogiochi sono diseducativi: il videogioco può trasmettere una visione del mondo sbagliata o comunque non conforme ai valori che i genitori vogliono trasmettere ai propri figli.
Videogames e dipendenza
Recentemente, con la storica decisione presa dall’OMS, il medium videoludico è tornato a far parlare nuovamente di sé in una connotazione tutt’altro che positiva. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto ufficialmente la dipendenza dai videogames come “malattia mentale”. Sebbene si riconosca l’esistenza di un legame morboso con il videogioco, nulla dimostra (vista la mancanza di sufficienti prove scientifiche a carico), che sia proprio questo strumento a causarlo e che invece tale relazione non sia semplicemente la manifestazione di problemi di altro genere.
Detto questo, ci terrei a precisare però una cosa: il videogioco non deve per forza essere a etichettato come “male assoluto”. Nel 2006 uno studio intitolato “Cultura del videogioco: mondo giovanile e mondo adulto a confronto” prodotto da AESVI (Associazione Editori e Sviluppatori Italiani) in collaborazione con l’Istituto IARD, ovvero il network nazionale di ricerca e documentazione sulle condizioni giovanili e sulle politiche per la gioventù, ha sfatato alcuni dei pregiudizi legati al mondo dei videogiochi. Anzi, si ribadiva che i videogiochi sono educativi e stimolano la creatività e la socialità. Ma non solo. I videogames possono essere utilizzati anche come veicolo comunicativo per trattare temi molto difficili e sensibili all’opinione pubblica, come ad esempio aveva approfondito la software house Ninja Theory con Hellblade Senus’s Sacrifice parlando della schizofrenia.
Videogames: quali valenze positive?
Il grande beneficio dei videogiochi è dato inoltre dalla capacità di unire la componente ludica all’esercizio motorio. Avete presente wii Sports? Nel libro Game therapy. L’uso dei mondi virtuali in campo sanitario scritto da Claudio Pensieri (2013) ci viene parlato di EVREST, primo trial randomizzato per valutare la fattibilità, la sicurezza e l’efficacia dell’utilizzo della realtà virtuale offerta da un gioco della Nintendo Wii rispetto alla tradizionale terapia di riabilitazione per migliorare il recupero e il riacquisto delle funzionalità del braccio in pazienti colpiti da ictus. I software utilizzati erano Wii Sports e Cooking Mama.
Un’altra valenza positiva dei videogiochi è rappresentata dal contatto sociale; in effetti, la pratica dei videobgiochi è un’opportunità di interazione sociale (vedi gli eSports o il conosciuto Pokémon Go), e promuove, secondo alcuni esperti, lo sviluppo di un’intelligenza “di gruppo” che fa esercitare un sistema cognitivo complesso. Grazie alla loro natura interattiva i videogiochi permettono a chi vi gioca la sperimentazione del flusso psicologico (o stato di flow) che non è altro che una condizione di soddisfazione e benessere data dal coinvolgimento nell’attività sperimentata nella sessione del gioco. Il flusso psicologico tuttavia non è una condizione sempre presente durante le sessioni di gioco, è infatti uno stato emotivo raggiungibile solo nelle condizioni in cui si raggiunge un buon equilibrio tra le “abilità” del giocatore e la difficoltà del gioco. Se la sfida risulta essere troppo facile non sarà necessario dare la totale attenzione al gioco, poichè si può vincere investendo meno risorse (rischiando però di far annoiare il giocatore). D’altro canto se la sfida è presente con un alto coefficiente di difficoltà, e le mie abilità sono inadatte a superarla, sarà facile che l’utente abbandoni il gioco perchè eccessivamente impegnativo. Se invece le due dimensioni sono presenti entrambe a livelli soddisfacenti, ecco che si presenta il flow, quel livello di concentrazione ottimale che ci permette di andare avanti con il proseguimento del gioco.
Detroit: Become Human: l’ultimo arrivato tra i videogames
Terminata questa breve introduzione, vorrei trattare il tema dell’ultimo capolavoro videoludico per PS4 prodotto dall’azienda francese Quantic Dream, vale a dire di Detroit: Become Human. Nello specifico partendo in primis dalla struttura del gioco stesso, verranno evidenziate una serie di tematiche psicologiche riscontrate analizzando questo prodotto ludico.
In Detroit: Become Human viviamo in un mondo futuro, fatto di auto che si pilotano da sole e robot senzienti che hanno liberato l’umanità dalla schiavitù del lavoro. La situazione che ci viene mostrata è lontana però dall’essere un’utopia ben riuscita. Da una parte, la maggior parte degli esseri umani tratta gli androidi come degli schiavi o persino dei punching ball su cui sfogare ogni frustrazione o istinto deviato. Dall’altra, l’introduzione dei robot nel mondo del lavoro ha portato a un aumento della disoccupazione e inizia a esserci una fetta consistente della popolazione che vorrebbe vederli demoliti. A rendere tutto ancora più instabile, da qualche tempo alcuni androidi sono diventati “senzienti”: la loro intelligenza artificiale è evoluta autonomamente a uno stadio cosciente e quindi vorrebbero sottrarsi al giogo degli umani. Non solo hanno iniziato a disobbedire ai “padroni”, ma in alcuni casi sono arrivati ad aggredirli, anche se magari per semplice difesa personale. Questi androidi vengono definiti “devianti” e fanno molta paura a tutti. Piccola precisazione: la razza androide senziente è l’espediente utilizzato in Detroit: Become Human per parlare di schiavitù, razzismo, violenza, timore del diverso e la paura ancestrale del sopravvento delle “macchine” a discapito dell’intera umanità. Le paure ancestrali, per chi ne fosse all’oscuro, costituiscono un caso particolare di ansia, ossia di un evento minaccioso, probabile ma non attualmente presente né imminente. Le paure ancestrali condividono con l’ansia la natura potenziale dell’evento in grado di provocare la reazione emotiva. Tuttavia, mentre l’ansia può essere considerata come la paura di un evento non presente ma noto, la paura ancestrale può essere considerata la paura di un evento non presente e che mai è stato incontrato nel corso dell’esistenza.
Detroit: Become Human: i personaggi
Nell’universo ludico di Detroit: Become Human, controllerete tre diversi androidi. Markus, maggiordomo tuttofare di un anziano artista costretto sulla sedia a rotelle, è stato disegnato per prendere coscienza. Per porsi delle domande. Per soffrire delle sue scelte.
Kara, il secondo punto di vista “indossabile” dal il giocatore, è invece un robot da compagnia, che ha la sfortuna di finire in una topaia in cui il capofamiglia è senza lavoro, incolpa i robot di tutte le sue sfortune, è violento e alza il gomito. Qui incontra la piccola Alice e per proteggerla dal capofamiglia diventerà una “deviante”. Infine Connor, appartenente alla serie di androidi più evoluti della CyberLife, è un poliziotto cacciatore di devianti, progettato per assistere gli investigatori umani nelle indagini. Le storie dei tre personaggi sono apparentemente slegate ma, quando la trama inizierà a dipanarsi, le strade tre soggetti si incontreranno nuovamente.
I lineamenti caratteriali di questi tre personaggi di Detroit: Become Human potranno essere decisi dal giocatore lungo tutto la loro storia. Le sfumature comportamentali di Kara ad esempio risentiranno delle nostre imposizioni, ma nel complesso la sua personalità sarà meno “modellabile”, ma non per questo meno empatica, rispetto agli altri due protagonisti. Markus, al contrario di Kara, risulterà essere il più soggetto al cambiamento: il suo temperamento sarà interamente a discrezione dell’utente, che avrà la facoltà di optare sia per una ribellione aggressiva e feroce, sia per una protesta pacifica incline al dialogo ed alla pietà. E infine ci sarà Connor, costantemente in bilico tra la necessità di adempiere il suo compito e l’empatia che potrebbe provare per ogni suo simile accusato di omicidio.
Detroit: Become Human: l’importanza del prendere decisioni
Detroit: Become Human si presenta come un videogame dove si dovranno compiere delle scelte: il giocatore sarà invitato a prendere delle decisioni, per nulla banali e con conseguenze a lungo termine, dove dovrà fare la cosa giusta al momento giusto in un limitato lasso di tempo introdotto dal Quick Time Event. Ricollegandomi alla Captologia di J.Fogg, ovvero a quella branca delle scienze sociologiche che studia l’impatto delle tecnologie sull’essere umano, il Quick Time Event (che riprende da essa la specificità dell’effetto Kairos) ha la funzione di attirare l’attenzione del giocatore al fine di coinvolgerlo attivamente garantendo così un suo coinvolgimento sempre più attivo e profondo.
La scelta sbagliata, che per alcuni potrà sembrare quella giusta, porterà al dipanarsi selvaggio della trama verso bivi imprevedibili, determinando la vita o la morte dei protagonisti e comprimari. Le scelte effettuate dal giocatore avranno a che vedere, a volte, con l’etica e la morale dello stesso giocatore. La struttura della narrazione del gioco Detroit: Become Humanprocede per episodi che possono essere ripercorsi e rivissuti per capire cosa sarebbe successo prendendo decisioni diverse. Ogni scena occupa un tempo variabile, a seconda anche di quanto il giocatore voglia spendere nella sua esplorazione e seguendo tutti i bivi. Questo sistema permette al giocatore di “immergersi” nell’esperienza e nell’evoluzione della trama, proprio come se fosse quasi un film interattivo in cui siete voi a scegliere come agire. Al termine di ogni capitolo, ci verrà presentato un diagramma di flusso che ci mostrerà da dove siamo partiti e dove siamo arrivati, rivelandoci le nostre scelte e i momenti in cui abbiamo preso una decisione così da capire quali “bivi” hanno avuto una influenza sulla “trama” dinamica del gioco. Nella scena “Ostaggio” ad esempio ci sono circa ben 30 possibilità di modificare il flusso degli eventi. Non c’è un giusto e uno sbagliato, c’è solo un’avventura da vivere e nella quale farsi trasportare anche emotivamente dove il “vissuto” di ogni singolo giocatore sarà sempre diverso mentre andremo avanti con il “gioco di narrazione” prodotto dalla software house svedese. E le reazioni dei diversi youtubers, se avrete mai occasione di guardare qualche loro sessione di gioco su Youtube, lo confermano.
Lo schema delle possibilità di modificare il gioco nella scena “Ostaggio”
Ancora oggi c’è chi minimizza l’universo videoludico considerandolo solo ed esclusivamente per la componente ludica senza coglierne tuttavia la sua maturazione e le potenzialità intrinseche. Parlandovi precedentemente dell’ossatura di Detroit, è stato introdotto il concetto di “gioco di narrazione”, noto anche nel mondo videoludico come storytelling.
Videogames e storytelling
Cosa vuol dire storytelling? Letteralmente significa “raccontare una storia”. Ed è proprio ciò che si fa durante la partita: si diventa narratori, creatori di mondi fantastici e di storie avvincenti, dando libero sfogo all’immaginazione. Ma attenzione: anche se, in un certo senso, tutti i giochi raccontano una storia, è solo in alcuni che la narrazione diventa l’elemento centrale dell’esperienza ludica. Quando si parla di storytelling però bisogna fare una precisazione: al giorno d’oggi ne esistono difatti diversi formati. I più utilizzati sono il visual storytelling, il social media storytelling e l’interactive storytelling. Quest’ultimo formato, in cui possiamo ritrovare a pieno titolo il videogioco di Detroit: Become Human, è strutturato in racconti in cui lo spettatore può decidere di fare andare avanti una storia scegliendo tra più opzioni e vedendo quindi dei risvolti diversi.
Anche in psicologia si può parlare di storytelling. Narrare rappresenta l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia. Non è possibile, infatti, presentarsi al mondo se non narrandosi. Sono le storie che le persone raccontano e si raccontano della propria vita a determinare il significato che loro stesse attribuiscono alle esperienze vissute. Le esperienze che l’Io compie danno forma all’identità: narrarle dà loro un senso, le inserisce in un contesto, in un tempo e quindi in una storia già esistente. Oltre ad essere un essenziale strumento relazionale quindi, la narrazione rappresenta anche, e soprattutto, la via attraverso cui dare forma alla propria identità. Quello che narro, poi, è sempre influenzato da chi mi sta ascoltando o da chi immagino mi stia ascoltando. Probabilmente il mio stile cambierà anche in funzione del pubblico o di quello che immagino sia il mio pubblico. Nel momento in cui narro, compio una scelta: scelgo cosa narrare di me e cosa no, cosa far trasparire, ecc… Questo è particolarmente evidente se racconto un fatto della mia vita a un amico, a un nemico, ad una persona che mi sta antipatica, ad una persona che mi sta simpatica, ad una persona di cui mi vorrei innamorare o ad una persona che odio. L’attività narrante quindi si completa e acquista senso solo se c’è un ascoltatore della narrazione. Non è sufficiente, infatti, che qualcuno narri se non c’è nessuno che ascolti ciò che sta narrando. All’intenzionalità di chi racconta, quindi, è sempre indispensabile si leghi l’intenzionalità di chi sta ascoltando quel racconto. Ma in un contesto di cura, qual è l’efficacia della narrazione? In un’intervista rilasciata dalla psicoterapeuta Valentina Mossa nel 2016 sul portale Identità in gabbia ci vengono forniti degli utili spunti di riflessione. La Dott.ssa Mossa afferma che:
…la centralità narrativa permette di costruire una storia di cura ovvero una co-costruzione di un percorso di cura,. Accade quindi che il paziente non sia più un soggetto passivo ma attivo promotore dei suoi miglioramenti; la narrazione contribuisce a migliorare il rapporto tra la persona e il suo curante, restituendo al paziente la propria dignità di persona che- finalmente- non si sente esaminata solo da un punto di vista clinico.
Continua la stessa Mossa:
…il solo fatto di rappresentare simbolicamente con una storia la propria situazione ha un immediato effetto terapeutico, perché avvicina a dei processi profondi alla coscienza facilitandone così la comprensione e la gestione. Lo psicologo come storytellers offre al paziente la possibilità di creare e modellare varie storie che curano: una storia che cura non è né un racconto casuale né una semplice storia bensì un racconto costruito deliberatamente per conseguire un preciso scopo.
All’interno della relazione psicoterapeutica si viene a creare quindi tra paziente e terapeuta una polarità narratore-ascoltatore della narrazione. Nel momento in cui si racconta qualcosa che appartiene al proprio passato, infatti, non lo si rivive, lo si ricostruisce. Il qui ed ora della terapia diventa il luogo e il tempo fertile all’interno dei quali iniziare a vivere esperienze nuove, nuovi modi di sentire, versioni diverse della propria esistenza e, quindi, nuovi racconti. La narrazione aiuta quindi il paziente a riaprire il finale in quanto, in un certo senso, gli offre la possibilità di togliere la parola fine. Come può allora Detroit: Become Human “raccontare” di noi stessi? Di fronte alle scelte da prendere durante le varie sessioni di gioco, chiediamoci questo: nella vita reale, cosa faremmo? Se dovessimo agire in un certo modo, come nella scena di Kara in cui potremo scegliere di intervenire per evitare che violento Todd colpisca sua figlia, lo faremmo per una reale solidarietà? A tutte queste domande non è il videogioco a rispondere, ma il giocatore. Il videogioco, dunque, diventa il “racconto” di noi stessi. Un’esperienza simile la ritroviamo anche nel famoso Until Dawn, videogioco horror sviluppato nel 2015 da Supermassive Games.
Detroit: Become Human : i risvolti psicologici
Un altro aspetto caratteristico in Detroit: Become Human dai risvolti psicologici interessanti, fa riferimento al mondo delle emozioni. Le emozioni, come si sa, esercitano una forza incredibilmente potente sul comportamento umano. È proprio il mondo delle emozioni, o meglio la capacità di questo videogioco di suscitare/far “provare” emozioni al gamer ed ai protagonisti principali unita alle particolari tematiche trattate, ad aver contribuito al successo del prodotto videoludico pensato da David Cage. In un videogioco i meccanismi che stanno dietro alle attivazioni emotive sono innumerevoli e variano a seconda dall’identificazione con i personaggi, dall’immedesimazione nella storia, dagli aspetti grafici e di intrattenimento fino a concludere con la dimensione di sfida. Le combinazioni di queste componenti abbinata all’attivazione emotiva conseguente provocata nel giocatore, possono produrre esiti molto diversi tra loro: come un videogioco può fare gioire, commuovere ed entusiasmare, può anche suscitare rabbia o frustrazione.
A proposito di ciò, per cercare di rendere più chiaro quanto vi dicevo, voglio porre alla vostra attenzione l’ultimo trailer del titolo di Quantic Dream mostrato alla Paris Games Week 2017 prima del suo debutto ufficiale. Questo trailer, visibile poco sotto, ha riscosso non poche critiche a causa della presenza di alcune scene considerate da alcuni utenti e giornalisti troppo forti e cruente, vede come protagonista il già citato androide Kara. Nella sezione mostrata, ricollocabili nello specifico nella scena “Notte tempestosa”, vediamo Todd, padre drogato di red eyes, arrabbiarsi in malo modo con sua figlia di appena dieci anni. La rabbia dell’uomo spaventa tremendamente la piccola, che esclama: “Sta arrivando, verrà a farmi del male!”. I giocatori, nei panni del cyborg possono decidere di agire in differenti modi. In uno dei possibili finali della scena, tuttavia, la bambina sembra apparentemente morta, mentre il padre, che poggia la mano sul suo piccolo corpo inerme, dichiara: “È tutto finito, papà non è più arrabbiato.”
L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER
DETROIT: BECOME HUMAN – IL TRAILER ITALIANO:
In un’intervista rilasciata a Eurogamer, David Cage prova a venire in nostro soccorso spiegandoci come mai sia stata scelta una forte tematica come questa. Ecco cosa dice:
Cosa ne penso? Provo a raccontare una storia che abbia importanza per me, che trovo commovente, interessante ed emozionante. Io non glorifico mai la violenza, è un mio principio, non faccio mai niente senza una giustificazione. Ci deve essere un fine, un senso, qualcosa che sia significativo per le persone. Perché ho voluto fare tutto questo? Per me è una scena forte, struggente, volevo mettere il giocatore nei panni di questa donna. Ho scelto il suo punto di vista. Se avessi scelto il punto di vista dell’uomo sarebbe potuto essere stata una storia completamente differente, con emozioni completamente differenti…
Ed è proprio così. Osservando le reazioni emotive di alcuni youtubers maschili e femminili che han giocato la scena in questione, mi sento di confermare il presupposto rilasciato da Cage durante l’intervista. Nel videogioco di Detroit: Become Human tuttavia le scene ad alta intensità con una forte componente emotiva non si limitano esclusivamente al personaggio di Kara. Se prendiamo in considerazione per esempio la scena iniziale “Ostaggio”, tra l’altro disponibile come demo, con protagonista Connor possiamo notare come tra i tanti finali possibili sia presente la morte della piccola prigionera tenuta in ostaggio dal cyborg Daniel…prigioniera con una pistola puntata alla testa e in bilico sul cornicione dell’alto grattacielo dove abita. Un’altra sequenza interessante la ritroviamo nella scena “Distrutto” dove possiamo notare Markus, badante dell’anziano Carl, scontrarsi con Leo, reo di essere geloso dell’interesse di suo padre verso l’automa. A seconda delle scelte che prenderemo nei panni dell’automa potremo provocare la morte di Leo, quella dello stesso cyborg o vedere Markus che in lacrime chiama “padre” il vecchio Carl morente.
Dall’intervista del produttore traspare un altro punto interessante che bisogna di cui terrei a spiegarvi. Correlato al discorso delle emozioni in Detroit è (anche) quello dell’intelligenza emotiva, strettamente correlata al costrutto dell’empatia, nonché al concetto di mentalizzazione. Questi concetti erano già emersi parlando di Life is Strange, videogioco della DONTNOD che tratta temi adolescenziali.
Saper dare un nome a ciò che proviamo interiormente, parlarne alle persone che ci sono vicine, condividere il nostro mondo interiore con chi ci circonda, sono le componenti essenziali della nostra intelligenza emotiva, che ci aiutano a rendere la vita più facile e più adattata alla realtà sociale, oltre che contribuire a migliorare la nostra salute. Nel 1990 gli psicologi Salovey e Mayer coniarono il termine intelligenza emotiva. Daniel Goleman, divenne consapevole del loro lavoro e poco più di 20 anni fa pubblicò un libro che, in poco tempo, divenne un bestseller mondiale: “Emotional intelligence”. Secondo l’autore le abilità che compongono l’intelligenza emotiva sono cinque, e cioè: la consapevolezza di sé, l’autoregolazione, la motivazione, le capacità sociali e l’empatia. A proposito dell’empatia lo psicoterapeuta americano Carl Rogers ha evidenziato come essa sia basilare e fondamentale nelle relazioni umane. Per lui l’empatia è la capacità di mettersi nei panni altrui soprattutto per quanto riguarda il sentire/percepire il vissuto emozionale dell’altro. Rogers utilizza l’Empatia nella comunicazione (verbale e non verbale) per immergersi nel mondo soggettivo altrui, attraverso un’identificazione parziale, in un contesto di accettazione autentica e priva di giudizio. L’empatia quindi facilita la comprensione della sfera emozionale dell’altro che viene accettato sotto ogni aspetto ed ogni sentimento poiché ha una funzione di completa apertura verso l’interlocutore, senza riserve, senza pregiudizi ed allo scopo di ottenere un’evoluzione autentica nella relazione tra due persone.
Detroit: Become Human e l’empatia
A proposito del processo empatico, lo psichiatra e psicoanalista Serge Tisseron arricchisce quanto fatto da Rogers spiegando l’esistenza di tre diversi livelli di empatia all’interno di ciascuno di noi. Il primo livello, ovvero l’empatia diretta, è caratterizzata da una condotta in cui la persona si pone “nei tuoi panni”. È questo il caso di Detroit: Become Humandove, come già fatto presente agli inizi dell’articolo, il giocatore “vestirà i panni” dei tre protagonisti del gioco. L’empatia reciproca è invece un secondo livello in cui “riconosco ed accetto che l’altro si metta al mio posto.” Infine il terzo livello denominato empatia intersoggetiva o estimatizzante è un atteggiamento in cui “permetto all’altro di esplorare il mio io e rivelarmi quello che non conosco di me.”
Riguardo al binomio videogiochi ed empatia vorrei citarvi brevemente un’interessante articolo del 2010 pubblicato dall’American Psychological Association e intitolato “Playing prosocial video games increases empathy and decreases schadenfreude”. “Schadenfreude” (Heider, 1958) è un termine tedesco, apparso perfino in un episodio dei Simpson del 1991, che indica una particolare forma di piacere provata quando dalle disgrazie altrui. Nello studio in questione i ricercatori Tobias Greitemeyer, Silvia Osswald, Markus Brauer hanno scoperto che quando i partecipanti coinvolti giocavano con simpatici personaggi chiamati Lemmings, erano molto più propensi a sentirsi meno schadenfreude nei confronti delle altre persone. La ricerca ha quindi dimostrato e supportato l’ipotesi che l’esposizione ai contenuti di videogiochi con un fine prosociale sia correlato positivamente all’aumento dell’empatia interpersonale e dei comportamenti prosociali, diminuendo così la schadenfreude (Greitemeyer & Osswald, 2009, 2010). Questi risultati danno quindi ulteriore credito alla validità predittiva del Learning General Model (Buckley & Anderson, 2006) in merito agli effetti provocati dall’esposizione ai media sulle tendenze sociali. La capacità di cogliere e gestire le emozioni proprie e dell’altro, oltre che ad essere presente in ognuno di noi, trova le sue origini più antiche nella relazione/comunicazione madre-bambino dove una corretta educazione emotiva passa attraverso la capacità dei caregivers di entrare in un contatto affettivo significante con il bambino per comprenderne i reali bisogni. Collegata alla modalità di accudimento ed alle cure ricevute dal bambino nell’infanzia è poi alla fine la capacità di mentalizzazione. Infatti, l’interesse per la mente dell’altro è possibile solo se il bambino ha potuto fare l’esperienza precoce che i suoi stati interni sono stati compresi da un’altra mente. La capacità di mentalizzazione è alla base anche della possibilità di provare empatia per gli stati mentali altrui come confermano le recenti ricerche neuropsicologiche sui neuroni a specchio: siamo, come esseri umani, predisposti a “risuonare” affettivamente con gli stati mentali degli altri sulla base di esperienze. La mentalizzazione risulta compromessa in una percentuale significativa di soggetti che hanno vissuto un’esperienza traumatica, soprattutto nell’infanzia.
Ci sono ancora in Detroit: Become Human altri aspetti interessanti di cui vale la pena parlare e che si riferiscono al processo decisionale insito in ciascuno di noi, ovvero al Decision Making e al tema dell’A.I.
Detroit: Become Human e decision making
Il decision making, ovvero il processo decisionale, può essere considerato come il risultato di processi mentali (cognitivi ed emozionali), che determinano la selezione di una linea d’azione tra diverse alternative. Ogni decision making produce una scelta finale. In genere la presa di decisione è messa in atto per poter risolvere un problema. In termini psicologici tuttavia esiste una certa differenza tra decidere e risolvere un problema. Nel problem solving il nostro atto decisionale è sempre vincolato all’obiettivo che vogliamo raggiungere, mentre nel decision making l’atto di decisione è rappresentato da un ragionamento di scelta dell’alternativa più adeguata all’interno di una serie di opzioni. Uno dei possibili riferimenti teorici da cui a partire per studiare il decision making è il modello di funzionamento mentale proposto dal premio Nobel per l’economia, nonchè rinomato collega, Kahneman. Secondo questo autore la mente davanti alle informazioni le elabora e produce 2 tipi di outupt: le impressioni (automatiche e non controllate) e i giudizi (frutto di ragionamento e riflessione sulle informazioni). A questi due output corrisponderebbero due sistemi cognitivi: il sistema 1 (veloce, implicito, che lavora in parallelo, automatico e che produce le impressioni) e il sistema 2 (lento, faticoso, controllato, esplicito, non influenzato dalle emozioni e che dà vita ai giudizi). A partire da questo modello la presa di decisione può avvenire in due modi diversi: si avrà una scelta rapida e influenzata dalle emozioni se si attiva il sistema 1 e una scelta lenta e razionale se si attiva il sistema 2. Cosa c’entra però il processo decisionale con il videogioco di Detroit: Become Human? Se vi ricordate, nella parte iniziale dell’articolo, si e’accennato alla struttura del videogioco e di come il suo sviluppo si basasse sulle scelte effettuate del giocatore. Inoltre, nella rivista Current Biology viene riportato un’interessante studio gestito dai ricercatori cognitivi dell’Università di Rochester dove ci viene mostrato come lo sviluppo del processo di decision making sia possibile anche in videogiochi di altro genere, come per esempio gli shooter. In questo esperimento i ricercatori hanno testato decine di bambini tra i 18 e i 25 anni che normalmente non erano giocatori di videogiochi. Hanno diviso i soggetti in due gruppi. Un gruppo ha giocato per 50 ore a videogames “frenetici” come Call of Duty 2 e Unreal Tournament, mentre l’altro gruppo ha giocato 50 ore a un videogioco “lento” come The Sims 2. Dopo questo periodo di “formazione”, a tutti i soggetti è stato chiesto di prendere decisioni rapide in diverse attività progettate dai ricercatori. Nei compiti, i partecipanti dovevano guardare uno schermo, analizzare cosa stava succedendo e rispondere a una semplice domanda nel minor tempo possibile (ovvero se un gruppo di punti che si muovevano in modo irregolare migrassero a destra o sinistra dello schermo). L’attività è stata resa più facile o più difficile variando il numero di punti. Per assicurarsi che l’effetto non fosse limitato alla sola percezione visiva, ai partecipanti veniva anche chiesto di completare un compito analogo puramente uditivo indossando delle cuffie. Lo scopo dell’esercizio consisteva nel decidere se il suono udito provenisse dall’orecchio destro o sinistro. Dalle conclusioni dei ricercatori è emerso che i (video)giocatori del primo gruppo, ovvero quelli che avevano giocato a Call of Duty 2 e Unreal Tournament, hanno svolto più velocemente e risposto più accuratamente alle due attività somministrate dai ricercatori rispetto ai partecipanti del secondo gruppo. E con un incremento del 25 percento in più. (Bavelier, Achtman, Mani, & Föcker, 2011)
Detroit: Become Humane l’intelligenza artificiale
Legato a Detroit: Become Human, è anche il mondo dell’intelligenza artificiale. Intorno ad esso ruotano una serie infinita di argomenti che vanno dal Connessionismo, ELIZA, gli Expert Systems e il recente NORMAN…l’intelligenza artificiale psicopatica creata dal MIT e sottoposta al test di Rorscharch. Maggiori informazioni in merito a questo algoritmo si possono comunque trovare su sito web di Focus disponibile in bibliografia. L’interesse della comunità scientifica per l’Intelligenza Artificiale ha inizio da molto lontano: il primo vero progetto di Artificial Intelligence risale al 1943 quando i due ricercatori Warren McCulloch e Walter Pitt proposero al mondo scientifico il primo neurone artificiale cui seguì poi nel 1949 il libro di Donald Olding Hebb, psicologo canadese, grazie al quale vennero analizzati in dettaglio i collegamenti tra i neuroni artificiali ed i modelli complessi del cervello umano. I primi prototipi funzionanti di reti neurali, cioè algoritmi matematici sviluppati per riprodurre il funzionamento dei neuroni biologici, arrivarono poi verso la fine degli anni 50 e l’interesse del pubblico si fece maggiore grazie al giovane Alan Turing che nel 1950 cercava di spiegare come un computer possa comportarsi come un essere umano. Nell’ambito dell’A.I assumono particolare rilevanza le tecniche che consentono di incorporare la conoscenza di un particolare e limitato dominio in un software in grado di risolvere problemi attinenti a tale campo, emulando le prestazioni di una o più persone esperte in un determinato campo di attività. Genericamente tali programmi sono denominati Sistemi Esperti (o Expert Systems) e si rivolgono a molti campi dell’attività umana. Il Test di Turing, apparso per la prima volta in un articolo intitolato “Computing machinery and intelligence” sulla rivista Mind, prendeva spunto da un gioco chiamato “The Imitation Game” che in sostanza si basa su una conversazione tra tre soggetti: X (uomo), Y (donna) e una terza persona che fa le domande ai primi due soggetti. I tre vengono posizionati in stanze separate e comunicano tra di loro attraverso dei computer. Uno dei primi due interlocutori viene sostituito con una macchina, se chi fa le domande non riesce a capire quando sta interloquendo con una macchina e quando con un essere umano allora il test può considerarsi superato e la macchina intelligente, quindi in grado di pensare autonomamente. Dalla prima apparizione, di questa teoria se n’è parlato molto nel corso degli anni. Nel 2014, ad esempio, si è verificato un tentativo di superamento del Test di Turing con la partecipazione ad un concorso organizzato dalla Royal Society di Londra da parte di EUGENE GOOSTMAN un programma ideato da Vladimir Veselov, Eugene Demchenko e Sergey Ulasen. Il programma è riuscito ad ingannare i giudici e a spacciarsi per un ragazzino ucraino di 13 anni.
In conclusione, l’organizzazione di Detroit: Become Human è a mio avviso funzionale a massimizzare l’interesse, la partecipazione e il divertimento del videogiocatore. E quindi, lo stato di flow dei parteciparti può soltanto che beneficiarne. Lascio a voi quindi la voglia di scoprire il gioco e nel caso condividerli.
Kara, personaggio di Detroit: Become Human
DSA e Metacognizione: l’importanza dell’approccio metacognitivo come parte integrante del percorso abilitativo ed educativo degli alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento
Si sente parlare sempre più spesso di metacognizione e della sua esplicazione nei campi più diversi, tanto che oggi la “didattica metacognitiva” riveste un ruolo primario già a partire dalla scuola dell’infanzia ed in particolare nel supporto di bambini con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA).
Il termine metacognizione, introdotto nel 1976 da John H. Flavell nell’ambito dei suoi studi sulle abilità cognitive e la memoria, indica l’insieme dei processi sovraordinati dell’attività cognitiva e prevede due aspetti fondamentali: la conoscenza che il soggetto possiede circa i propri processi e contenuti di pensiero e i processi strategici e di controllo, ovvero le modalità attraverso cui esercita un controllo su questi.
Metacognizione e processi di apprendimento
La metacognizione è sicuramente trasversale ai processi di apprendimento ed è il motivo per il quale trova un forte interesse nei contesti scolastici e negli attuali piani di formazione dei docenti. Essendo relativa allo sviluppo delle conoscenze sui propri processi cognitivi (includendo pertanto l’attenzione, la memoria e la comprensione), la “didattica metacognitiva”, oggi, costituisce un’area rilevante nei contesti di apprendimento ed educativi, andando a potenziare nell’alunno la conoscenza e l’utilizzo efficace di strategie per l’acquisizione di contenuti disciplinari e di abilità specifiche.
Il fine di questo approccio didattico è, dunque, quello di “imparare ad imparare”, in altre parole ad attivare consapevolmente tutte quelle capacità e quelle procedure volte ad acquisire apprendimenti efficaci e spendibili in contesti differenti e nuove situazioni.
Esiste, pertanto, un profondo legame tra processi metacognitivi e la prestazione legata ad un’attività di apprendimento, regolabile in base al potenziamento di opportune modalità di agire sul compito.
Una di queste, ad esempio, è quella di usare una strategia adeguatamente efficace, per cui un soggetto può decidere, ad esempio, di affrontare un’attività in un certo modo piuttosto che in un altro in base alla consapevolezza del suo stile di apprendimento. Nel momento in cui ci si trova ad affrontare un compito cognitivo, infatti, tendenzialmente si compiono una serie di valutazioni che riguardano: la stima della difficoltà del compito stesso, la previsione del tempo necessario per svolgerlo, la quantità di risorse che verranno impiegate, il monitoraggio dell’esecuzione, l’anticipazione del risultato e la valutazione dello stesso. Pertanto, le competenze metacognitive sviluppano nell’alunno la consapevolezza di quello che sta facendo, del perché lo fa, di quando è più opportuno farlo e, ancora, in quali condizioni.
L’individuo come protagonista del processo di apprendimento
Un aspetto positivo dell’approccio metacognitivo è rappresentato dal ruolo che viene attribuito all’utente: si punta infatti, esplicitamente, ad un ruolo attivo, competente e autonomo. Ciò significa che l’individuo diviene protagonista attivo del proprio processo di apprendimento.
Metacognizione e Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)
Negli ultimi anni, l’interesse della ricerca di ambito clinico e psicopedagogico, è stato rivolto alla relazione tra metacognizione e Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), riscontrando come questi bambini abbiano, effettivamente, una scarsa consapevolezza dei propri processi di pensiero e nel mettere in atto, quindi, adeguate strategie di esecuzione, controllo e autovalutazione del compito.
Cornoldi asserisce, infatti, che i bambini con Disturbo Specifico della lettura e del calcolo, hanno difficoltà nel riconoscere e mettere in atto strategie efficaci, nonché nell’autovalutazione rispetto al compito, notando come, in questi bambini, sia particolarmente evidente la passività e la meccanicità.
Stone, d’altro canto, aveva precedentemente affermato che i soggetti conDSA presentano frequentemente storie di insuccesso nella scuola dell’obbligo e, pertanto, ad una scarsa autostima di questi alunni, si associa una stima più bassa in merito alle proprie abilità specifiche.
Altri autori ancora hanno individuato che spesso i bambini con DSA risultano carenti per quattro aspetti metacognitivi principali:
scarsa consapevolezza degli scopi della letto-scrittura
carente attivazione di schemi di comprensione
mancata autovalutazione della comprensione
non applicazione di strategie per superare i problemi legati a quest’aspetto (non vanno alla ricerca di strategie per comprendere, ma di strategie per terminare presto il compito o evitarlo)
Palladino e collaboratori, nel 2000, asserirono in effetti che, confrontando un gruppo di adolescenti con DSA e un gruppo di coetanei senza DSA, il primo presentava minori capacità strategiche, minori attribuzioni interne e un numero maggiore di sintomi depressivi.
Alla luce dei dati raccolti dai ricercatori nel corso del tempo, si evince che i bambini con un Disturbo Specifico dell’Apprendimento sembrano avere inadeguate competenze metacognitive non solo riguardo alle abilità scolastiche in senso stretto (lettura, scrittura e calcolo), ma anche riguardo ad altri aspetti, come la memoria, l’autovalutazione, il metodo di studio e l’autostima.
Proprio sulla base di queste osservazioni, oggi i clinici identificano il potenziamento delle dinamiche e dei processi metacognitivi come parte integrante del percorso abilitativo ed educativo di questi alunni.
Come strutturare un percorso metacognitivo in ambito didattico o abilitativo?
Secondo Ianes, volendo articolare un percorso metacognitivo in ambito didattico o abilitativo, è importante lavorare su più livelli:
un primo livello riguarda le conoscenze generali in merito a quella che, più tecnicamente, viene definita Teoria della Mente, ovvero quelle conoscenze circa il nostro funzionamento cognitivo generale (memoria, immagazzinamento delle informazioni, attenzione…)
un secondo livello riguarda l’autoconsapevolezza del proprio funzionamento cognitivo e del proprio stile di apprendimento, a cui andrebbe affiancato un percorso di accettazione, senza il quale si potrebbero avere ricadute importanti sull’autostima e sulla motivazione
ad un terzo livello si lavora sull’uso delle strategie di autoregolazione: fissarsi un obiettivo e individuare la strategia per raggiungerlo (ad es. come posso fare per ricordare la procedura della moltiplicazione?). In tali alunni diviene importante, ad esempio, la riflessione sugli errori prodotti: quando un errore viene utilizzato come occasione di riflessione, i benefici sono molteplici. La semplice correzione è insufficiente: bisognerà cercare di entrare nel percorso metacognitivo del soggetto per capire le strategie inadeguate messe in atto e proporne di nuove e più efficaci. Ad esempio l’alunno potrebbe cercare di darsi delle istruzioni-guida (ad es. scrivere su un foglio una scaletta delle azioni da compiere ad ogni passaggio) e infine valutare il corretto svolgimento delle varie operazioni tramite la calcolatrice. In effetti, l’autoregolazione è, al pari dell’autonomia, un valore riconosciuto come estremamente prezioso nella cultura pedagogica attuale. Essa si può ottenere attraverso strategie di planning, che prevedono la programmazione di una sequenza stabile di azioni in modo tale che non sia omessa nessuna componente. Lo studio strategico, pertanto, risulta in stretta relazione con la metacognizione. Le conoscenze metacognitive relative allo studio riguardano ciò che l’alunno sa, o crede di sapere, relativamente a se stesso come studente, alle sue abilità didattiche, alle varie discipline e al compito specifico che deve affrontare in quel momento, alle strategie da utilizzare, agli scopi che si pone. Autoregolarsi vuol dire, inoltre, saper pianificare le proprie attività secondo tempi e modi, monitorarle in itinere, verificarne i risultati finali (Brown, 1987). A titolo di esempio, processi di autoregolazione attivati durante l’attività di studio possono essere: “questo testo richiede attenzione perché alcuni passaggi sono poco chiari”; “considerati gli impegni pomeridiani organizzerò i compiti in questo modo…”; ” questo capitolo lo studierò dividendolo in sequenze”, “prevedo queste fasi per portare a termine il problema”. Quando si diventa via via più consapevoli, si utilizzano le strategie in modo più automatico e spontaneo, con minor sforzo, maggiore soddisfazione personale e senso di autoefficacia.
ad un quarto livello si lavora sulle variabili psicologiche del soggetto legate alla concezione di sé: gli effetti legati all’immagine di se stesso come studente possono infatti interferire, positivamente o meno, sulle attività di studio e di successo scolastico
Questi quattro modelli sono strettamente interconnessi e pertanto l’approccio che ne deriva deve essere globale e integrato.
Riguardo l’immagine che l’individuo ha di se stesso, De Beni e Moè nel 1996, affermavano che, gli alunni con DSA, tendono ad avere uno stile attributivo poco adeguato: tendono ad attribuire i fallimenti a fattori interni (come la scarsa capacità o limitata intelligenza) e i successi a fattori esterni (come la fortuna o un aiuto), ovvero situazioni che risulterebbero al di fuori del loro controllo. Non usano le strategie in modo spontaneo, necessitano di aiuti esterni, spendono più risorse cognitive senza trarre evidenti vantaggi.
È necessario, pertanto, stimolare nel soggetto un senso di controllo positivo, almeno in alcuni settori della vita scolastica, discutendo con lui il rapporto tra la propria attività, gli effetti prodotti da questa e quelli attribuiti a fattori esterni, andando a potenziare i meccanismi del locus of control.
Altresì importante risulta verificare gli atteggiamenti e le convinzioni che possiede riguardo alle strategie e alla loro utilità nel processo di apprendimento: è importante aiutarlo a capire in che modo le sue convinzioni influiscono sulla motivazione e sull’autostima. Ciò significa aiutarlo a capire se stesso e i suoi processi di pensiero e iniziare ad attribuire nuovamente valore all’apprendimento, accorgendosi come quest’ultimo sia in relazione con i suoi interessi e obiettivi personali.
Per concludere
Il bambino con DSA, in effetti, è generalmente un bambino che non ama ciò che fa: le attività scolastiche sono spesso fonte di ansia e frustrazione, pertanto, se non si cambia radicalmente questo segno negativo nel rapporto che egli ha con il proprio lavoro, viene a mancare la molla fondamentale per ogni reale progresso.
Quanto detto finora ci porta a riflettere sul fatto che un intervento specialistico è fondamentale per realizzare un percorso “clinico” e/o educativo significativo e davvero utile.
È fondamentale elaborare dei training basati su un approccio metacognitivo che tenga conto delle caratteristiche individuali dello studente, degli aspetti cognitivi, metacognitivi ed emotivo-motivazionali.
Abituare il bambino ad un assetto di lavoro più ordinato e consapevole è premessa indispensabile perché egli possa provare gratificazione e interesse per ciò che sta facendo.
Togli peso alla tua vita (2017): il racconto di un team di specialisti nella gestione di interventi di chirurgia bariatrica – Recensione del libro
Togli peso alla tua vita è un testo adatto a chiunque sia interessato ad approfondire le proprie conoscenze sul tema della chirurgia bariatrica e su tutto ciò che sta intorno a quello che non è soltanto un semplice intervento.
La chirurgia dell’obesità (chirurgia bariatrica o metabolica) ha fatto enormi passi avanti nelle ultime decadi ed è ad oggi il trattamento più efficace per i pazienti con obesità severa. Spesso però questo approccio è considerato come un’ultima spiaggia o una scorciatoia per il paziente, alimentando lo stigma che colpisce l’obesità e chi ne è affetto.
Questo tipo di interventi non possono essere ridotti ad un singolo atto chirurgico ma vanno visti, nell’ottica multifattoriale dell’obesità, come un lavoro di squadra in cui il chirurgo insieme all’endocrinologo, dietista, psicologo e altri professionisti collabora in sinergia sia nel pre che post operatorio per capire cosa è meglio per il paziente in una visione dello stesso a 360 gradi.
Togli peso alla tua vita : racconto di un team di chirurgia bariatrica
Nonostante sia riconosciuta l’efficacia della chirurgia bariatrica nel calo di peso e nel miglioramento delle comorbidità associate al peso e dell’aspettativa di vita, se la persona non modifica il proprio stile di vita, il recupero del peso, o una cattiva qualità di vita, sono inevitabili.
A questo proposito, Andrea Formiga (chirurgo), Zaira Benini (endocrinologa), Alessandra Freda (dietista) ed Emanuel Mian (psicoterapeuta) descrivono nel libro Togli peso alla tua vita, Mind edizione, come, in un team di chirurgia bariatrica, le diverse figure professionali interagiscono verso un obiettivo comune che è “la scelta del percorso più idoneo ed efficace per la persona che richiede un intervento di chirurgia bariatrica”.
Togli peso alla tua vita è suddiviso in 4 parti in cui ogni professionista fa da padrone di casa alla sua specializzazione e al suo ruolo all’interno del team. Ecco come psicologia, dietetica, endocrinologia e chirurgia si susseguono passandosi il testimone prima dell’arrivo al traguardo che è fare conoscere meglio al lettore la chirurgia dell’obesità e l’importanza, e funzione, dell’equipe multidisciplinare.
Un libro attento a mettere la persona al centro perché il primo passo per la cura e gestione di questa condizione complessa è il rispetto verso chi ne soffre. Proprio per questo motivo, a chiusura del testo viene dato spazio alle voci di chi ha scelto questo tipo di percorso.
Togli peso alla tua vitaè un testo utile per chi vuole approfondire le proprie conoscenze verso la chirurgia bariatrica (che comprende diverse tipologie di tecniche) e il ruolo che le diverse figure professionali hanno all’interno di un team multidisciplinare, adatto sia a professionisti sia a persone che vogliono avere informazioni utili sulla chirurgia metabolica.
La lettura è una finestra verso la complessità di una malattia cronica e multifattoriale, troppo spesso detronizzata per colpa o scarsa forza di volontà, che invece merita la giusta attenzione e il giusto peso.
Il conformismo in squadra: come i rapporti che si creano in un team sportivo influenzano il comportamento dei singoli atleti
Il crearsi di relazioni positive tra atleti e tra questi ultimi e allenatore, è fondamentale per raggiungere risultati soddisfacenti. Un recente studio, condotto con atleti provenienti da diverse discipline sportive, come calcio, pallavolo e lacrosse, ha messo in evidenza la tendenza di alcuni individui, che si identificavano maggiormente con il proprio team, a conformarsi al comportamento dei propri compagni di squadra.
Graupensperger, uno studente di dottorato presso l’Università della Pennsylvania, sostiene che, all’interno delle squadre, la pressione dei pari tende a manifestarsi in modi più o meno sottili e gioca un ruolo fondamentale in questo processo.
Rapporti interpersonali nella squadra: la ricerca
Gli studiosi hanno reclutato 379 atleti, appartenenti a 23 squadre in 8 sport differenti. Ogni team aveva tra gli otto e i quaranta compagni di squadra che partecipavano alla ricerca.
Inizialmente, i partecipanti hanno compilato un questionario progettato per misurare la loro autostima e il modo in cui si sentivano strettamente connessi alla loro squadra e ai compagni di gioco. I ricercatori hanno anche posto una serie di domande ipotetiche rispetto a come gli atleti si sarebbero comportati in situazioni che riguardavano la messa in atto di comportamenti a rischio, come il binge drinking, e di comportamenti positivi, come aiutare gli altri.
Dopo aver compilato i vari questionari, ogni partecipante ha visualizzato una presentazione che mostrava dei dati su come i propri compagni di squadra avevano risposto agli scenari ipotetici, precedentemente presentati. All’insaputa dei partecipanti i dati sono stati manipolati per far sembrare che i loro compagni di squadra avessero messo in atto comportamenti a rischio con maggiore probabilità, rispetto a quanto effettivamente riportato. Graupensperger ha affermato:
Volevamo che pensassero che i loro compagni di squadra stavano assumendo comportamenti più rischiosi, di quanto non stessero facendo in realtà.
Alla fine della sessione, i partecipanti hanno avuto la possibilità di compilare un secondo questionario, in cui hanno risposto di nuovo alle stesse domande; l’obiettivo era verificare se vi fosse o meno un incremento della messa in atto dei comportamenti rischiosi, dopo aver conosciuto le risposte dei loro compagni di squadra.
Rapporti interpersonali e comportamenti
I ricercatori hanno scoperto che i partecipanti che si sentivano più strettamente connessi ai loro compagni di squadra e che si erano identificati fortemente con il gruppo, presentavano una maggiore probabilità di intraprendere comportamenti rischiosi come binge drinking e uso di marijuana, se pensavano che i loro compagni di squadra stessero già svolgendo queste attività. Allo stesso tempo, i ricercatori hanno trovato che tale processo si applica in modo simile per i comportamenti positivi. A tal proposito, Graupensperger afferma:
La nostra sfida, in futuro, sarebbe quella di cercare di ridurre le pressioni per conformarsi ai comportamenti negativi, favorendo nelle squadre la possibilità di trovare modi positivi per incoraggiare il legame tra i giocatori.
Inoltre, ha affermato che il prossimo obiettivo della ricerca è quello di individuare le tipologie di persone più sensibili all’influenza dei pari. Il suo obiettivo è quello di esplorare in che modo la posizione sociale, all’interno di un gruppo, agisce sull’influenza dei pari.
La Stanza: crowdfunding per un cortometraggio sulla sofferenza psicologica
La Stanza è un progetto ideato e portato avanti da alcuni giovani cinefili provenienti da Milano e Modena e determinati a mettere anima, corpo e videocamere per raccontarvi una storia di emozioni e psicologia.
Federico Paglia
Che impatto può avere nella nostra vita un dolore?
Quante volte ci è capitato di dover affrontare un evento traumatico e di dover ricercare in noi stessi la forza per superarlo?
Parlando coi nostri coetanei, sempre più spesso veniamo a sapere che molti di noi si rivolgono ad uno psicoterapeuta per capire cos’è che in certi momenti ci procura pensieri negativi, ci fa sentire inadeguati e ci blocca nella vita quotidiana.
Nella maggioranza dei casi riscontriamo un beneficio dal percorso psicoterapeutico e a parer comune risulta utile nel darci gli strumenti chiave per capire da dove nasca il nostro malessere. Inoltre è d’aiuto nel trovare la consapevolezza necessaria a credere in noi stessi e nelle potenzialità che abbiamo per superare tale sofferenza.
La stanza: cosa racconteremo
Vorremmo raccontare la storia di Giacomo, un ragazzo quasi ventenne che si trova a dover affrontare un dolore nato in età adolescenziale e causato dalla perdita di un famigliare. Deciderà di affrontare il “mostro”, che come un parassita negli anni si è insediato in lui, iniziando ad andare da uno psicologo.
La Stanza è un progetto ideato e portato avanti da alcuni giovani cinefili provenienti da Milano e Modena e determinati a mettere anima, corpo e videocamere per raccontarvi una storia di emozioni e psicologia.
Il cortometraggio nasce dalla volontà della regista, Camilla Pez, di fondere i suoi studi universitari di psicologia e l’esperienza da paziente di psicoterapia con la passione per il Cinema, per riuscire a raccontare una situazione a lei cara e comune a tutti noi.
Il tema della storia è il rapporto che ognuno di noi ha, ha avuto o avrà con un proprio dolore.
Una delle particolarità del cortometraggio è quella di mostrare tale relazione da un insolito punto di vista. Con esso vorremmo invitare lo spettatore a riflettere sul rapporto che ha con la propria sofferenza e sui suoi aspetti positivi e negativi.
L’obiettivo finale che ci siamo posti è quello di far partecipare il cortometraggio a festival nazionali ed internazionali e di distribuirlo a varie associazioni, organizzazioni ed enti che incoraggiano la psicoterapia come percorso d’aiuto.
Di seguito forniamo i link per sostenerci e dare forma al nostro progetto:
Una delle conseguenze più dannose dell’ obesità, spesso poco considerata e conosciuta, è data dallo stigma sociale.
Milioni di persone di ogni età e ceto sociale possono essere vittime di pregiudizio e discriminazione a causa del loro peso.
Lo stigma basato sul peso fa riferimento ad atteggiamenti negativi, che possono essere espressi sotto forma di stereotipi, pregiudizi e discriminazione verso alcuni individui a causa del loro peso.
Questa visione negativa dell’ obesità è un problema sociale diffuso, difficilmente modificabile e in aumento nelle ultime decadi.
Basti pensare che negli USA nel decennio tra il 1995 e 2005 la prevalenza della discriminazione a causa del peso è aumentata del 66% tanto da avere raggiunto, soprattutto tra le donne, percentuali vicine a quelle della discriminazione razziale.
Essere discriminati per il proprio peso: quali sono le conseguenze?
Il peso è tra le principali cause di prese in giro e atti di bullismo tra i giovani e può avere, anche per gli adulti, un impatto negativo sul benessere fisico, psicologico e sociale con ripercussioni negative nei domini più importanti della vita.
La ricerca ha evidenziato come il peso possa essere correlato a stipendi più bassi, meno possibilità di assunzione, valutazioni più scarse a scuola, atteggiamenti negativi da parte del personale scolastico e coetanei, meno tempo dedicato da parte dei medici, meno amici, minore coinvolgimento in relazioni sentimentali e difficoltà a muoversi in modo confortevole nell’ambiente di tutti i giorni “es. sedie strette o equipaggiamento medico non idoneo”.
È diffusa la credenza che criticare qualcuno per il proprio peso possa motivarlo a cambiare e riflettere sulla propria condizione.
Questo modo di pensare è errato. La ricerca scientifica ha evidenziato l’esatto contrario dimostrando come subire questo tipo di stigma possa portare a mangiare di più, non chiedere un aiuto professionale, evitare l’attività fisica, comportamenti alimentari disfunzionali, diete estreme e pericolose e, in casi estremi, soprattutto tra i giovani, a suicidio o tentato suicidio.
Recenti e interessanti ricerche hanno dimostrato come lo stigma ponderale sia fonte di stress sia nelle persone con sovrappeso che normopeso.
Lo stress porta all’aumento del cortisolo (l’ormone dello stress) e alti livelli di quest’ormone portano a stimolare l’appetito, preparare il corpo a immagazzinare grasso e alla preferenza di cibi palatabili (ricchi di zuccheri e grassi).
Le cause di questi atteggiamenti negativi sono da ricercare nell’ideale culturale della magrezza, vista come sinonimo di bellezza, controllo e successo a differenza del peso in eccesso considerato come un fallimento personale risultato da pigrizia e debolezza di carattere. Obesità quindi considerata come una scelta e non una malattia cronica nonostante sia risaputo che questa condizione non è una scelta di vita, ma l’interazione complessa di fattori ambientali, genetici, biologici e comportamentali.
L’ obesità è una malattia cronica difficile da gestire tanto che circa il 97% di persone con obesità che perde peso lo riacquista entro 5 anni.
È importante, nella lotta e nella sensibilizzazione all’ obesità, smascherare questo aspetto nascosto, ma sotto gli occhi di tutti.
Perché la percezione di essere ritenuti responsabili della propria condizione pesa… ma non parliamo di chilogrammi… parliamo di sofferenza.
Il neuromarketing è una nuova disciplina che origina dall’applicazione delle teorie neuroscientifiche al marketing. Lo scopo del neuromarketing è analizzare i processi di pensiero utilizzati del consumatore nell’effettuare delle scelte di acquisto.
Il termine neuromarketing è stato usato per la prima volta nel 2002 da Ale Smitds, con il quale intendeva identificare quell’area in cui si applicano le tecniche neuroscientifiche per generare delle strategie efficaci di marketing, che fossero volte a individuare i meccanismi messi in atto dal consumatore per giungere a una scelta.
Si tratta, sostanzialmente, di un settore che agisce in maniera complementare a quello tradizionale, in cui si cercano di individuare strategie centrate principalmente sulle esigenze emotive del cliente. Per questo, spesso, è necessario l’ausilio e l’intervento di altre discipline, quali l’economia comportamentale, la psicologia cognitiva e sociale e le neuroscienze. L’interazione tra questi settori disciplinari consente di ottenere maggiori informazioni sui processi che veicolano le scelte che portano a effettuare acquisti.
Il neuromarketing consente, dunque, di individuare i processi cognitivi coinvolti nelle scelte facilitando i marketer nell’individuazione di brand o pubblicità di successo.
L’obiettivo è trovare nuovi metodi per invogliare le persone a comprare nuovi prodotti. E proprio a questo punto entra in gioco il cervello, da cui dipendono tutte le scelte effettuate quotidianamente. Quindi, studiare le risposte del cervello agli stimoli può aiutare a comprendere ciò che funziona per avere un prodotto che attiri sempre più acquirenti.
Il neuromarketing fa proprio questo: valutare l’efficacia comunicativa del prodotto, misurando le reazioni degli acquirenti a stimoli pubblicitari specifici.
Le neuroscienze
Il modello neuroscientifico principalmente usato nel neuromarketing è quello del Triune brain o cervello trino. Questa teoria, è stata formulata originariamente da Paul MacLean negli anni ‘60, e consiste nel considerare il cervello come formato dalla sovrapposizione di tre strutture semi-indipendenti, in competizione tra loro:
il cervello rettiliano, detto anche R-complex o vecchio cervello, associato all’aggressività, all’istinto territoriale, e responsabile degli impulsi istintivi associati alle funzioni vitali e di sopravvivenza
il cervello limbico o cervello mammifero emotomentale, invece, costituito da amigdala, ipotalamo e corteccia cingolata, collegate alla gestione delle emozioni e degli affetti
il neocervello o nuovo cervello, associato alle funzioni cognitive di ordine superiore, quali il linguaggio, il ragionamento astratto, l’uso di strumenti e l’autoconsapevolezza
Il neuromarketing, dunque, ha lo scopo di arrivare, attraverso le comunicazioni pubblicitarie, direttamente al cervello rettiliano responsabile della presa di decisione che guida scelte non del tutto razionali. Quindi, bisogna puntare alla dimensione inconsapevole e istintiva del consumatore per poter creare messaggi pubblicitari accattivanti.
In ogni caso, però, i processi d’acquisto per quanto inconsapevoli o automatici sono comunque legati a scelte effettuate frettolosamente, ma determinate e regolate da emozioni o sensazioni (cervello limbico).
Martin Lindstrom, uno dei più grandi esperti nel settore del neuromarketing, sostiene che alla base della buyology o acquistologia ci sono le emozioni e i desideri che guidano le decisioni di acquisto eseguite quotidianamente.
Per far sì che un prodotto colpisca o un messaggio raggiunga il destinatario giusto, bisogna puntare sull’intensità del coinvolgimento emotivo e sul tipo di emozione che suscita nei consumatori.
Le emozioni, quindi, sono un driver di grande rilievo nel processo decisionale.
Infatti, gli spot pubblicitari spesso contengono elementi che evocano emozioni molto forti, in grado di produrre una forte reazione nell’acquirente, fino a portarlo a scegliere un prodotto piuttosto che un altro.
Le emozioni sono reazioni a uno stimolo e il cervello, di conseguenza, le associa a un’esperienza vissuta, attribuendo loro una funzione di rinforzo, che consente di fissare nella nostra memoria l’informazione acquisita. Quindi, durante un processo decisionale, la nostra mente richiama le emozioni archiviate unitamente allo stimolo e questo consente di attuare scelte che massimizzano i benefici e minimizzano le perdite. Inoltre, se la decisione, che si sta per prendere, richiama un’emozione negativa, si mette in atto un meccanismo automatico o inconsapevole volto a ignorare lo stimolo.
Tecniche e metodi utilizzati
Grazie alle tecniche di indagine neuroscientifiche è stato possibile studiare e individuare le aree cerebrali che si attivano quando il consumatore decide di acquistare qualcosa.
Il decidere di acquistare un prodotto deriva da un processo cognitivo che genera dalle regioni profonde del cervello, come a esempio il sistema limbico. Al contrario, sono meno coinvolti i lobi frontali e la neocorteccia.
Gli strumenti e i metodi neuroscientifici usati nel neuromarketing sono:
Eye tracking: tecnica che consente di registrare la dilatazione e la contrazione delle pupille in relazione alle diverse emozioni provate
Elettroencefalografia: permette di misurare e registrare l’attività elettrica cerebrale in relazione alla presentazione di determinati stimoli pubblicitari
fMRI o risonanza magnetica funzionale: individua le aree che si attivano in relazioni a stimoli specifici presentanti
Misurazione della risposta galvanica della pelle (GSR) o attività elettrodermica: misura la variazione della sudorazione in seguito alla visione di stimoli relativi al prodotto
Rilevazioni Biometriche: misurano il battito cardiaco, in relazione alle risposte emotive
Facial coding o codifica delle espressioni facciali: permette di interpretare la mimica facciale relative alle emozioni esperite in relazione a determinati stimoli
Utilizzo del Neuromarketing
Il neuromarketing risulta essere particolarmente utile nelle seguenti aree:
Vendita nei negozi, per valutare in che modo la collocazione e la visibilità del prodotto influenza la scelta
Branding, per valutare la reazione emotiva del consumatore in relazione a un determinato prodotto aziendale
Design, per misurare come i consumatori reagiscono a particolari prodotti e innovazioni
Pubblicità, individuare come il consumatore reagisce alla presentazione video di un prodotto
Esperienza online, verificare come un sito web influenza le emozioni del visitatore
Social network, per condividere un brand rendendolo sempre più accattivante
Iperattivi. Dalla diagnosi alla terapia della sindrome ADHD in una prospettiva life span (2018) di Angela Ganci – Recensione del libro
Iperattivi. Dalla diagnosi alla terapia della sindrome ADHD in una prospettiva life span è un testo dettagliato, appassionante e aggiornato sulle cause, le caratteristiche e le terapie possibili per il trattamento della Sindrome ADHD.
Aspetto innovativo del libro è costituito dal fatto che Angela Ganci, giornalista e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, oltre a definire la teoria, approfondisce la pratica educativa e clinica (prima parte del libro), arricchendo altresì i risultati della letteratura attraverso i risultati di uno studio pilota sulle possibili correlazioni tra prematurità e sindrome ADHD, corredati dall’ipotesi della ricerca, dagli strumenti testologici adottati (Test di Bayley II) e da grafici riassuntivi dei risultati raggiunti sia dal gruppo sperimentale che di controllo (parte seconda del volume).
Iperattivi: il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)
Ecco che Iperattivi si offre come un valido supporto, sia per chi lavora nell’ambito della prevenzione e cura della patologia, sia per chi vuole semplicemente documentarsi.
Descrivendo la prima parte di Iperattivi, nel primo capitolo viene opportunamente riportato come il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, sia un disturbo evolutivo dell’autocontrollo le cui caratteristiche essenziali si possono riassumere in difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività (arousal).
Si tratta di problemi che derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente e che, in favore di un’efficace diagnosi, non devono considerarsi esito di stili educativi anomali o inefficaci, non derivando in alcun modo da una supposta cattiveria o indisciplinatezza o cattiva educazione del bambino da correggere e punire.
Iperattivi: eziopatogenesi e cura dell’ADHD
Di seguito il volume si occupa delle diagnosi spesso associate al Disturbo ADHD come il Disturbo della condotta o i Disturbi Specifici di Apprendimento, per poi indagare, nel terzo capitolo, l’eziopatogenesi del disturbo e i suoi molteplici fattori, in particolare ambientali (l’utilizzo di alcool e fumo in gravidanza) e genetici, nonché gli aspetti legati alla compromissione neuronale, con il ruolo deficitario, tra gli altri, della corteccia prefrontale destra, coinvolta nella programmazione del comportamento, nella resistenza alle distrazioni e nello sviluppo della consapevolezza di sé e del tempo.
Il quarto capitolo, si occupa della descrizione dei dibattuti interventi farmacologici e di quelli psicoterapeutici e psicoeducativi che devono essere multimodali, coinvolgendo tutte le agenzie educative in un progetto collaborativo.
Ecco la necessità di un’integrazione di tecniche individuali sul bambino di matrice cognitiva e comportamentale (come le autoistruzioni verbali), di programmi di formazione rivolti alla famiglia (il parent training) e alla scuola (con un focus sulle buone prassi scolastiche individuate nel Piano Didattico Personalizzato per gli alunni con ADHD).
Se il volume Iperattivianalizza nel dettaglio l’infanzia, il pregio del libro è di estendere tale disamina all’età adulta, sottolineando l’importanza di una diagnosi precoce, a fronte delle specifiche complessità del disturbo in età adulta, come la maggiore eterogeneità dei sintomi. Complessità per cui si prospettano le più moderne tecniche di intervento, come la meditazione Mindfulness o la Terapia Metacognitiva, con uno sguardo attento al colloquio diagnostico, fonte di raccolta della storia di vita del paziente, dei tentativi passati di cura del problema e momento importante per l’instaurarsi di un’alleanza terapeutica, propedeutica all’efficacia di ogni intervento psicologico e riabilitativo.