Evidenze da ampi studi di coorte e da dati di registrazione dimostrano che i disturbi alimentari e le fluttuazioni di peso hanno effetti negativi sul decorso della gravidanza e sugli esiti del parto.
L’alimentazione in gravidanza
Durante la gravidanza l’organismo materno è messo sotto stress perché deve adattarsi velocemente a modifiche ambientali e biopsicosociali; inoltre si modificano le abitudini alimentari e quelle legate all’attività fisica (Purizaca et al., 2010). Si può dire che il periodo di gestazione è un periodo di forte cambiamento, che può contribuire in alcuni casi a complicazioni in termini di salute e benessere mentale (Paskulin et al., 2017).
È molto importante per il decorso della gravidanza, per lo sviluppo del nascituro e per la salute fisica e psicologica a breve e a lungo termine, sia della madre che del bambino, uno stile di vita sano, caratterizzato dalla pratica regolare di esercizio fisico e da una dieta equilibrata e diversificata nella selezione degli alimenti (Koletzko et al., 2018).
Per quanto riguarda la nutrizione, durante tutto il periodo della gravidanza si fa riferimento al lavoro iniziale di Barker riguardante il campo della programmazione della nutrizione precoce “Fetal Orgins of Adult Disease” (FOAD) (Barker et al., 1990). Il concetto proposto da Barker e collaboratori ha subìto delle modifiche nel corso del progresso scientifico; negli anni si è trasformato in “Developmental Orgins of Health and Disease” (DOHaD) (Hoffman et al., 2017). In questo scritto viene postulato ed evidenziato l’assunto che afferma l’esistenza di conseguenze relative al periodo di gestazione, successive all’esposizione da parte della mamma a specifiche influenze ambientali durante i periodi critici relativi allo sviluppo e alla crescita; tali conseguenze possono essere causate ad esempio da una carenza o da un eccesso di nutrimenti a livello intrauterino (Hoffman et al., 2017).
Disturbi alimentari e gravidanza
I disturbi alimentari (ED) implicano comportamenti alimentari disfunzionali, tra cui comportamenti di compensazione o eliminazione e restrizione calorica, volti a svolgere una funzione di controllo sul cibo assunto, sul peso e sulla forma del corpo, che durante la gravidanza possono provocare particolari carenze materne a livello di micro e macronutrienti (Easter et al., 2013). I disturbi dell’alimentazione potrebbero avere conseguenze negative sulla crescita, sulla salute e sullo sviluppo del feto e del neonato (Easter et al., 2013).
Gli studi odierni affermano che fino al 7,5% delle donne in gravidanza soffre di un disturbo dell’alimentazione (Easter et al., 2013).
I disturbi alimentari comprendono l’anoressia nervosa (AN), la bulimia nervosa (BN), il disturbo da alimentazione incontrollata (BED) e “altri disturbi specifici dell’alimentazione” (OSFED) (DSM-5, 2013). Questi disturbi possono diventare cronici e debilitanti e sono associati a un aumento significativo dei tassi di mortalità (Schmidt et al., 2016). I disturbi alimentari sono associati a una bassa qualità di vita, ad alti tassi di comorbidità e al rischio di mortalità prematura (Martínez-González et al., 2016). A questo proposito, esistono evidenze da ampi studi di coorte e da dati di registrazione che dimostrano che i disturbi alimentari e le fluttuazioni di peso hanno effetti negativi sul decorso della gravidanza e sugli esiti del parto (Dörsam et al., 2019).
Inoltre, la letteratura scientifica indica che alcune donne hanno aspettative irrealistiche sul proprio corpo successive al parto e specifiche al periodo post-partum; tali aspettative influenzano i cambiamenti fisici, che possono produrre variazioni importanti dell’immagine corporea e creare un importante grado di insoddisfazione (Harrison et al., 2019). I disturbi alimentari possono quindi essere associati a malattie metaboliche ed endocrine e a cambiamenti psicologici e nutrizionali che hanno effetti negativi sia sulla madre che sul feto.
L’anoressia nervosa è caratterizzata da un’eccessiva restrizione legata all’assunzione dell’apporto calorico standard, che può portare ad una grave perdita di peso; una conseguenza diretta che potrebbe presentarsi è la paura patologica di aumentare di peso e una percezione distorta dell’immagine del proprio corpo (DSM-5, 2013). La bulimia nervosa è un disturbo dell’alimentazione che viene definito dalla presenza di episodi regolari di abbuffata, seguiti da comportamenti compensatori come ad esempio il vomito autoindotto, l’uso continuativo di lassativi, periodi di digiuno o esercizio fisico per tenere sotto controllo il peso (DSM-5, 2013). Quando si parla di abbuffate si fa riferimento a episodi che riguardano un consumo di cibo significativamente maggiore rispetto a quanto un’altra persona potrebbe mangiare in condizioni analoghe, in un periodo di tempo ristretto; durante e dopo i momenti di abbuffata i soggetti possono essere accompagnati dalla sensazione di perdita di controllo, da sentimenti di colpa, di imbarazzo e di disgusto verso sé stessi (DSM-5, 2013).
Oggigiorno i disturbi alimentari risultano essere un problema di salute con un forte impatto sulla società e sulla percezione del mondo esterno (Vela et al., 2014). Bisogna tenere in considerazione che solo una minoranza della popolazione avente un disturbo alimentare entra in terapia. In particolare, nella popolazione delle donne europee, vi è una prevalenza dell’anoressia nervosa che è pari a circa poco meno del 4%, del binge eating disorder pari al 4%, della bulimia nervosa pari al 2% e di altri disturbi alimentari sottosoglia pari al 3%, con importanti modificazioni relative al paese di appartenenza, all’origine etnica e al gruppo di età corrispondente (Raevuori et al., 2014).
Bisogna tenere in considerazione che ci potrebbero essere delle comorbilità durante il periodo della gravidanza tra disturbi alimentari e altri disturbi psichici: da studi longitudinali è emerso che durante il periodo della gravidanza circa il 21,7 % delle donne soffre di depressione, la quale è condizionata in modo molto importante dalla qualità del sonno e dall’insonnia. Si è visto che la depressione in gravidanza può portare a esiti fetali, neonatali e ostetrici sfavorevoli, e può essere un fattore determinante per lo sviluppo della depressione post-partum (Alder et al., 2007).
Il periodo del post-partum può essere caratterizzato da insoddisfazione per la forma corporea e per il peso anche in donne senza una sintomatologia da disturbo alimentare precedente la gravidanza. Nello specifico, nel primo mese dopo la gravidanza circa il 75% delle donne riporta alti livelli di preoccupazione per il mantenimento del peso e a partire dal quarto mese successivo al parto, circa il 70% delle donne ricorre a diverse metodologie con l’intento di perdere peso (Zerwas et al., 2014). Vi possono essere quindi fenomeni di controllo alimentare e calorico, che possono portare all’evitamento di alcuni alimenti e alla ricerca di piani alimentari più restrittivi con un apporto calorico giornaliero scarno. È opportuno tenere in considerazione che gli ormoni sessuali possono influenzare il disturbo alimentare sviluppato; nello specifico, gli estrogeni stimolano maggiormente l’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che aumenta così la reattività dell’organismo allo stress; gli androgeni invece, hanno una funzione inversa, quindi, tendono a far diminuire l’attività HPA e quindi comportano una riduzione dello stress (Kudielka et al., 2005).
La preoccupazione per il peso in gravidanza
In diversi studi della letteratura attuale è stata osservata una preoccupazione per il peso durante il periodo della gravidanza, che riguarda circa il 40,2% delle donne incinte (Bulik et al., 2009). Insieme agli episodi di abbuffate (17,3%), i sintomi di ansia e depressione sono i più frequenti stati d’animo riportati (Chan et al., 2019).
La preoccupazione per il peso nelle madri con disturbo alimentare può indurle a mettere in atto comportamenti inappropriati come il vomito autoindotto o l’abuso di diuretici, per cercare di aver un controllo diretto sul peso (Soarez et al., 2009). La prevalenza di disturbi alimentari durante la gravidanza è: 0,5% per l’anoressia, 0,1% per la bulimia e 1,8% per il binge eating, 0,1% per il purging e 5% EDNOS (Disturbi alimentari non altrimenti specificati), che riguarda circa il 5,1-7,5% delle donne in gravidanza (Easter et al., 2013).
Inoltre, è stato osservato che le madri con disturbo alimentare hanno un aumento di peso maggiore durante la gravidanza rispetto alle madri sane (Berger et al., 2016). Esiste una controversia sulla perdita di peso, con ricerche che mostrano una maggiore diminuzione durante i primi sei mesi dopo il parto nelle madri con disturbo alimentare (Berger et al., 2016), mentre altri studi sostengono che il mantenimento del peso dopo il parto è maggiore rispetto ai controlli sani (Nunes et al., 2014). L’aumento di peso può essere positivo per chi soffre di anoressia nervosa, in quanto può attenuare gli effetti negativi di questo disturbo e proteggere le esigenze del feto in via di sviluppo. A sua volta, l’aumento di peso nelle madri con bulimia e binge eating sembra essere correlato all’assunzione di cibo con conseguente aumento eccessivo (Micali et al., 2012), che può anche essere dovuto alla maggiore presenza di abbuffate (Nguyen et al., 2017).
È stato dimostrato che la gravidanza potrebbe avere anche effetti positivi nelle donne con disturbi alimentari (Nunes et al., 2014). Le donne con bulimia nervosa hanno mostrato una riduzione dei sintomi e dei periodi di restrizione alimentare. È emerso che tuttavia che questi miglioramenti possono avere una durata labile, in quanto i sintomi potrebbero aumentare in seguito, soprattutto nel periodo post-partum e durante l’allattamento (Martini et al., 2018). Altri studi affermano che la presenza di disturbi alimentari è maggiore soprattutto dopo il parto, in quanto le donne con sintomatologia trovano difficile bilanciare il desiderio di limitare l’apporto calorico con gli impulsi a mangiare innescati dall’ambiente esterno; lo stress, infatti, è un fattore elicitante e che potrebbe innescare tali comportamenti (Petterson et al., 2016).
La gestazione potrebbe essere quindi un periodo di maggiore vulnerabilità. Per quanto riguarda l’emissione da parte dell’organismo dell’ormone cortisolo, sono stati osservati diversi modelli che mostrano gli effetti dell’emissione di tale ormone durante i ritmi circadiani della gravidanza (Siega-Riz et al., 2010). In particolare, sono stati riscontrati bassi livelli di cortisolo al mattino nelle donne con sintomatologia alimentare attiva durante la gravidanza, rispetto alle donne che si erano riprese da un disturbo alimentare prima della gravidanza e alle donne senza disturbo alimentare. Ogni sottotipo di disturbo alimentare presenta importanti complicazioni mediche. L’anoressia è associata a perdita di peso e malnutrizione, i comportamenti compensatori della bulimia portano a uno squilibrio idroelettrico e il disturbo da binge eating correla con l’obesità, sia durante la gravidanza che nel periodo post-partum, (Nunet et al., 2012).
È stata studiata la qualità dell’alimentazione (Stice et al., 2004) in uno studio che considera l’apporto dietetico durante la gravidanza di una popolazione di donne con e senza sintomatologia di disturbi alimentari (Nguyen, et al., 2017). È stato osservato che le madri affette da disturbo alimentare consumavano una quantità ridotta di carne, preferendo prodotti come soia e legumi, che nel pensiero comune hanno un apporto calorico minore rispetto alla carne rossa. La popolazione di donne con disturbi alimentari consuma minori quantità di burro, latte intero, zuccheri e grassi saturi. Per quanto riguarda l’assunzione di macronutrienti, è emerso un maggiore impegno e costanza nell’assunzione di cibi aventi le vitamine e i minerali necessari, rispetto alla popolazione non avente sintomatologia con disturbo alimentare. Infine, tra le donne con disturbo alimentare, è risultato più probabile l’uso di caffeina, circa >2500 mg di caffeina alla settimana (Nunes et al., 2010).