L’inibizione del sistema immunitario, dopo un danno cerebrale, porta ad un miglior recupero dal trauma cerebrale

Una ricerca sui topi è arrivata alla conclusione che agire sull'infiammazione porta a buoni risultati terapeutici nel trattamento del trauma cerebrale

ID Articolo: 172646 - Pubblicato il: 10 marzo 2020
L’inibizione del sistema immunitario, dopo un danno cerebrale, porta ad un miglior recupero dal trauma cerebrale
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I traumi cranici possono causare danni biologici al cervello irreversibili, portando il soggetto ad avere complicanze in ambito cognitivo, comportamentale o emotivo. La principale difesa immunitaria del cervello è data dalle cellule microgliali. Quali influenze possono avere queste cellule sul recupero dopo un danno cerebrale?

 

Messaggio pubblicitario Dopo un trauma cerebrale si verifica un’attivazione del sistema immunitario, che si manifesta tramite un’infiammazione della zona danneggiata, agendo cosi come fattore protettivo per il cervello. Tuttavia, se l’infiammazione si protrae per troppo tempo può portare alla degenerazione neurologica con conseguente declino cognitivo (Henry et al., 2019).

I traumi cranici possono causare danni biologici al cervello irreversibili, portando il soggetto ad avere complicanze in ambito cognitivo, comportamentale o emotivo; la prognosi dipende dall’entità del danno e colloca lungo un continuum che va dal recupero completo al decesso nei casi più gravi. Il trauma cranico rappresenta una delle principali cause di morte (Alves& Bullock, 2001).

La principale difesa immunitaria del cervello è data dalle cellule microgliali: queste sono un tipo di cellule della glia che vanno a costituire la principale difesa immunitaria del nostro sistema nervoso centrale.

Le cellule della microglia costituiscono circa il 20% della popolazione totale di cellule all’interno del cervello, le quali si muovono costantemente alla ricerca di neuroni danneggiati, placche e agenti infettivi (Aloisi, 2001).

Una ricerca pubblicata nel 2019 su Journal of Neuroscience, ha condotto uno studio sperimentale sui topi, arrivando alla conclusione che agire sull’infiammazione che si protrae nel tempo, annullandola, porta a buoni risultati terapeutici nel trattamento dei traumi cerebrali (Lull&Block, 2010).

Lo studio condotto su due gruppi, uno sperimentale e uno di controllo, prevedeva il creare un danno cerebrale ai topi appartenenti ad entrambi i gruppi, tuttavia, solo al gruppo sperimentale (dopo un mese dal trauma cerebrale) è stato inibito un particolare recettore imperativo per la sopravvivenza delle cellule microgliali. Conseguentemente a questa azione, sono state uccise il 95% delle cellule microgliali, questo processo è stato effettuato per una settimana, successivamente i ricercatori hanno smesso di inibire il recettore che causava la morte delle cellule. Ciò che è stato osservato è che, dopo il periodo di inibizione, le nuove cellule microgliali che si formavano risultavano essere in uno stato normale e non in uno stato infiammatorio, ciò ha portato a un miglioramento nel recupero dal danno cerebrale.

Messaggio pubblicitario Quindi, i risultati mostrano che i topi appartenenti al gruppo sperimentale, che quindi avevano subito la distruzione delle cellule microgliali, dopo un mese dal trauma encefalico, mostravano un miglior recupero cerebrale rispetto ai topi appartenenti al gruppo di controllo, i quali non avevano ricevuto alcuna inibizione delle cellule microgliali; in particolare, i benefici tratti dal gruppo sperimentale sono riscontrabili in termini di: minor danno al cervello, meno neuroni morti e una miglior performance cognitiva e motoria (Henry et al., 2019).

I risultati di questo studio mostrano che la riduzione dello stato infiammatorio dopo un mese dal danno cerebrale, porta a dei benefici significativi nella prognosi dei traumi cerebrali. Tuttavia, trattandosi di uno studio preliminare condotto su topi, i ricercatori sottolineano l’importanza di svolgere ulteriori studi sperimentali prima di affermare con un certo grado di certezza che inibire le cellule microgliali possa essere un nuovo trattamento per i traumi cerebrali.

In particolare, si demarca la necessità di condurre uno studio analogo sugli esseri umani (Henry et al., 2019).

 

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