Femminicidio: la psicologia di un delitto. Tratti personologici di vittima e carnefice.

Il femminicidio è l'omicidio di donne in nome di sovrastrutture ideologiche di matrice patriarcale. Quali tratti psicologici mostrano vittime e carnefici?

ID Articolo: 151941 - Pubblicato il: 16 febbraio 2018
Femminicidio: la psicologia di un delitto. Tratti personologici di vittima e carnefice.
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Vi è una differenza sostanziale tra il generico omicidio, definito come “qualsiasi azione che abbia come conseguenza la morte di un soggetto da parte di un altro soggetto”, e il femminicidio che si riferisce all’uccisione di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, come conseguenza del mancato assoggettamento fisico e psicologico della vittima

Bulgarelli Alessandra, Lai Elisa – OPEN SCHOOL Scuola Cognitiva di Firenze

 

L’origine del termine Femminicidio

Messaggio pubblicitario Il termine Femminicidio è un neologismo attestato solo da pochi anni che fa riferimento alla violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.

Come “omicidio di una donna in quanto donna” appare il violento e brutalissimo retaggio di una cultura patriarcale arcaica, in cui la donna è vista come proprietà dell’uomo (MacNish,1827). Vi è dunque una differenza sostanziale tra il generico omicidio, definito come “qualsiasi azione che abbia come conseguenza la morte di un soggetto da parte di un altro soggetto”, e il femminicidio che si riferisce all’uccisione di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, come conseguenza del mancato assoggettamento fisico e psicologico della vittima (Barbagli, 2013). La violenza che non sfocia in un gesto che provochi l’uccisione della vittima può, all’interno del rapporto personale o familiare, essere traumatica e dare l’avvio a disturbi post-traumatici da stress. In letteratura, sono state individuate due tipologie di sindromi conseguenti a maltrattamenti.

Sono state individuate due tipologie di sindromi conseguenti a maltrattamenti.

  • La sindrome di Stoccoloma domestica (Domestic Stockholm Syndrome, DDS) é una condizione psicologica in cui una persona, vittima di un sequestro o di una condizione di restrizione della propria libertà, può manifestare sentimenti positivi nei confronti del proprio abusatore. Nelle donne maltrattate, tale sindrome si realizza come meccanismo di coping per fronteggiare le violenze intime. Le vittime, continuamente concentrate su come sopravvivere in una situazione cronica di fortissimo stress, cercano di controllare il loro ambiente per evitare almeno le violenze più gravi. La loro attività di strategizing (trovare strategie) le induce così a concentrarsi sulla bontà del loro carnefice piuttosto che sulla brutalità. La vittima arriva a convincersi di dover stare con il carnefice al fine di proteggere i figli e i parenti dalla violenza, fino ad arrivare a pensare che la propria sopravvivenza sia completamente nelle mani del suo abusante e che l’unico modo per sopravvivere sia di essergli fedele (Reale, 2011).
  • La sindrome della donna maltrattata (Battered Woman Syndrome, BWS), individuata dagli studi di Leonore Walker (Walker, 2007) è simile alla sindrome di Stoccolma, ma si iscrive all’interno di un “ciclo della violenza” che si articola in una prima fase di accumulo della tensione, una seconda fase di aggressioni e percosse, e una terza fase di cosiddetta “luna di miele”. Quest’ultima fase “amorosa” di sollievo in realtà amplifica il disagio creando nella vittima speranze illusorie sul fatto che il partner possa cambiare e la violenza possa cessare (Walker, 2007). La Walker afferma che tale sindrome è comune tra le donne gravemente abusate: tra gli elementi che rendono estremamente complesso il loro quadro è il non esaurimento della speranza che il partner cambi, la dipendenza economica dal partner, la convinzione di poter gestire un equilibrio familiare tra un un’esplosione di violenza e la successiva, la paura di rimanere sola, la perdita di autostima, uno stato di depressione o la perdita dell’energia psicologica necessaria a iniziare una nuova vita (Danna, 2007).

Identikit psicologico delle vittime di femminicidio

Tracciando un identikit psicologico delle vittime di femminicidio, si è osservato (Baldry, 2006) come la determinazione familiare e culturale della violenza possa innescare quel meccanismo di “propensione alla vittimizzazione” che le vittime presentano. In passato si parlava di vis grata puellis (Betsos, 2009) in particolare in materia di violenza sessuale, o di “destino anatomico” che impone l’umiliazione alla donna.

Tra le dinamiche individuate nella “passività” delle vittime di fronte ad aggressioni anche ripetute, è spesso citato il concetto di “incapacità appresa” (De Pasquali, 2009). Secondo questa ricostruzione, chi è ripetutamente esposto a una punizione da cui non ha vie di fuga sviluppa la tendenza a non assumere il controllo del proprio comportamento anche quando tale controllo sarebbe possibile. Uno studio sperimentale condotto da Martin Seligman nel 1967 (Musumeci, 2012) ha dimostrato che il cane che viene rinchiuso in una gabbia e a cui viene somministrata una scossa elettrica, dopo ripetuti tentativi di fuggire sempre frustrati dal fatto che la gabbia non consente all’animale la fuga, rinunceranno a cercare di sottrarsi anche una volta che venga loro mostrato che la gabbia è stata aperta. Gli esseri umani si comportano in modo analogo, l’addestramento alla rinuncia e la rassegnazione potrebbe essere simile. Tra i motivi per cui queste donne non sanno sottrarsi alla violenza (che sfocia spesso in femminicidio) c’è quello del mantenimento della credenza che vi sia mancanza di alternative, e gli abusanti lo sanno bene, tant’è vero che l’isolamento e la violenza economica sono forme di abuso abitualmente praticate: in questi casi, scomodare il “masochismo” o parlare di collusione per donne prive di alternative sociali ed economiche è solo aggiungere ingiustizia all’ingiustizia.

Un altro fenomeno che occorre considerare nell’illustrare le dinamiche di comportamento delle vittime di femminicidio è il “legame traumatico” (Betsos, 2009). Si tratta di un termine impiegato nella letteratura per descrivere un legame potente e distruttivo che è talvolta osservato tra le donne maltrattate e i loro abusanti o tra bambini e i loro genitori (Dutton & Painter,1981). Esso permette di descrivere dunque certe situazioni in cui i forti legami emotivi che si possono formare tra le vittime e i loro oppressori risultano in una complessa serie di relazioni abusanti, quali ad esempio la Sindrome di Stoccolma. Le condizioni necessarie quindi al verificarsi di un vincolo traumatico sono due: il fatto che una delle persone coinvolta nella relazione abbia una posizione di dominio sull’altra, e che il livello di abuso compaia e scompaia cronicamente. Il rapporto cioè è caratterizzato da periodi di comportamenti partecipativi e affettuosi da parte del partner dominante, alternati ad episodi di abuso intenso, che possono poi sfociare in casi di femminicidio.

Nel ciclo di comportamenti relazionali, attribuiti a legame traumatico, il “vittimizzatore” impone forti punizioni, poi dopo aver dato un rinforzo negativo, che censura il comportamento “irregolare” della vittima, dismette il comportamento punitivo e si sposta a gratificare la vittima con rinforzi positivi. Questo modello di punizioni e rinforzi positivi può costituire una forma particolarmente potente di double bind e legittimare così nella vittima la paura di essere feriti o uccisi come reazione a una qualche mancanza, a un qualche atto di sfida o di autonomia o a una non conformità alle regole imposte o previste.

I risultati delle ricerche e delle teorie di Donald Dutton e Susan Painter (Dutton & Painter, 2009) risultano convincenti per quanto riguarda il motivo per cui le donne rimangano in relazioni violente, relazioni il cui triste epilogo è spesso il femminicidio. I due autori hanno rivisitato molti studi e ricerche sull’argomento e sono giunti alla conclusione che l’elemento forte che spiega il permanere in una situazione di violenza è l’intermittenza dell’ abuso. Molte donne hanno infatti descritto con espressioni di soddisfazione e gratificazione i periodi di riconciliazione intercorsi tra i momenti di violenza. Questo modello si mostra in sé perverso, in quanto conduce inevitabilmente a ignorare il problema della violenza e a considerarlo un’eccezione, un momento di aberrazione del rapporto che rimane, nella percezione complessiva della donna, come positivo.

Per mantenere il sopravvento il carnefice manipola il comportamento della vittima e limita la sua libertà di scelta al fine di perpetuare lo squilibrio di potere. Qualsiasi minaccia all’equilibrio può essere controllata con un ciclo crescente di punizioni che vanno da intimidazioni a esplosioni vere e proprie di violenza. Il carnefice inoltre isola la vittima da altre fonti di sostegno, cosa che riduce la probabilità di individuazione dei comportamenti abusanti e la capacità di intervento su di essi; altera la capacità della vittima di ricevere un punto di vista diverso da quello dell’abusante rafforzando così il senso di dipendenza unilaterale (Dutton & Painter, 2009).

Gli effetti traumatici di tali relazioni violente possono includere la compromissione della capacità della vittima di una corretta autovalutazione delle risorse personali, portando a un senso di inadeguatezza e a una percezione di dipendenza dalla persona dominante.

Le vittime possono anche incontrare una serie di spiacevoli conseguenze sociali e legali nel rapporto con qualcuno che commette atti aggressivi, anche se esse stesse sono le destinatarie delle aggressioni. Molte spiegazioni teoriche come ad esempio alcune teorie psicodinamiche (Horowitz & Mardi, 2001) chiamano in gioco il concetto di masochismo (Millon, 2004), di coazione a ripetere (Freud,2006), per spiegare come determinate vittime colludano con gli atti di vittimizzazione, mostrando una propensione verso i rapporti abusivi e i legami traumatici. Alla base di queste teorie vi è la teoria dell’attaccamento insicuro (Bowlby, 2000) che si è determinato nella storia infantile e nelle relazioni con le figure parentali. Questo legame traumatico si configura come una sorta di «elastico, che nel tempo si estende lontano da chi abusa e, successivamente, torna indietro» (Magaraggia & Cherubini, 2013). Non appena l’effetto della reazione immediata del trauma si abbassa, la forza del legame traumatico si rivela attraverso sia l’incremento della focalizzazione degli aspetti positivi della relazione, sia in un successivo e improvviso cambiamento del punto di vista della donna sulla relazione: si altera infatti la memoria sugli abusi passati e la previsione del ripetersi degli abusi nel futuro.

Nella storia del legame traumatico troviamo un altro fattore essenziale alla sua formazione: la gradualità, ovvero l’incremento graduale degli eventi abusivi (Magaraggia & Cherubini, 2013). Questo incremento è simile «ad un lento veleno la cui portata lesiva non può essere percepita nell’immediatezza dei fatti. Esso coopera con una forma di adattamento, compatibile con la permanenza del rapporto più che con la fuga dal rapporto» (Millon,2004). Così nella storia di questo rapporto troviamo che, soprattutto all’inizio della relazione, gli eventi d’abuso non sono percepiti come un’anomalia e ad essi non viene attribuito inizialmente il carattere di gravità. Inoltre, gli atteggiamenti di contrizione da parte dell’uomo successivamente agli incidenti violenti operano al fine di rafforzare l’attaccamento affettivo in un momento in cui non vi è cognizione che l’abuso si ripeterà, si aggraverà e diventerà ineludibile. Il ripetersi di episodi di maggiore gravità tenderà poi a formare la convinzione nella donna che la violenza si ripresenterà a meno che non faccia qualcosa per prevenirla.

Il Profilo del Femminicida

Messaggio pubblicitario Relativamente alle strutture di personalità dell’ uomo abusante e dell’ uomo che commette femminicidio molti criminologi (Dutton,1981) hanno sottolineato la presenza, in questo tipo di delitto, di criminogenesi e di strutture personologiche improntate a fattori quali la prepotenza, la possessività, la protervia magari compensatoria, forse dettata da panico di fronte alla prospettiva dell’abbandono, ma in ogni caso fondata sulla mancata considerazione dell’altro con i suoi diritti e le sue esigenze.

Elbow (Elbow, 1977) descrive l’aggressore domestico secondo quattro tipologie:

  • Il controllatore: colui che teme che il proprio dominio e la propria autorità siano messi in discussione e che pretende un controllo totale sugli altri familiari;
  • Il difensore: che non concepisce l’altrui autonomia, vissuta perciò come una minaccia di abbandono, e sceglie quindi donne in condizione di dipendenza;
  • Colui che è in cerca di approvazione e deve continuamente ricevere dall’esterno una conferma per la propria autostima, mentre qualsiasi critica scatena una reazione aggressiva;
  • L’incorporatore: colui che tende ad un rapporto totalizzante e fusionale con la partner, e la cui violenza è proporzionale alla minaccia reale o alla sensazione di perdita dell’oggetto d’amore vissuta come catastrofica perdita di sé.

Questi soggetti devono compensare la propria modesta autostima, ma talora dimostrano veri e propri sintomi psicopatologici. Si tratta di dinamiche in cui il rapporto si gioca sul duplice piano della fusionalità e della relazione dominante/dominato. Il soggetto è coinvolto in un rapporto che ha assunto per lui significato totalizzante: l’altro è così importante o “invadente” da essere ormai parte della vita e dell’identità stessa dell’attore. Altri autori ancora (Killmartin,1977) ravvisano fra i mariti violenti soggetti con disturbi di personalità, individui cioè con una preciso quadro diagnostico psichiatrico, per alcuni dei quali la violenza in famiglia non è che uno degli aspetti di un più generale pattern violento, mentre per altri il comportamento abusante di “controllo e potere” si esplicita solo entro le mura domestiche.

Nel caso del disturbo di personalità si corre però il rischio della tautologia; i disturbi di personalità, infatti, si caratterizzano almeno in parte proprio perché chi ne è affetto si discosta dalla “norma” comportamentale e statistica, piuttosto che dalla “normalità” medica; si puo’ correre il rischio di effettuare una diagnosi di disturbo di personalità in presenza di delitti gravi.

Il DSM-5 fornisce la seguente definizione dei disturbi di personalità “La caratteristica essenziale di un Disturbo di Personalità è un modello costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo […]. La valutazione del funzionamento della personalità deve prendere in considerazione l’ambiente etnico, culturale e sociale dell’individuo” (DSM-5, 2014).

Isabella Betsos (Betsos, 2009) distingue alcune tipologie di uomo abusante:

  • I narcisisti, che hanno necessità di continua ammirazione, sono insofferenti alle critiche, indifferenti alle esigenze altrui, risultano inclini a sfruttare gli altri e hanno la tendenza ad attribuire a questi ultimi la responsabilità di quanto di negativo capita loro. Questi soggetti si nutrono dello sguardo altrui, e più che di amore necessitano di ammirazione e di attenzione continua. Nella coppia, sono dominatori e attraenti, e cercano di sottomettere e isolare la compagna. Il narcisista cerca la fusione e ha bisogno di fagocitare l’altro.
  • I soggetti con “disturbo antisociale di personalità”, in passato denominati psicopatici e sociopatici. Essi soffrono di un disturbo di personalità caratterizzato principalmente da inosservanza e violazione dei diritti degli altri, la messa in atto di azioni eteroaggressive; le persone con questo disturbo, infatti, non riescono a conformarsi né alla legge, per cui compiono atti illegali, come ad esempio distruggere proprietà, truffare, rubare, né alle norme sociali, per cui attuano comportamenti immorali e manipolativi, quali il mentire, il simulare, l’usare false identità, traendone profitto o piacere personale. Elemento distintivo del disturbo è, inoltre, lo scarso rimorso mostrato per le conseguenze delle proprie azioni, per cui i soggetti con disturbo antisociale di personalità, dopo aver danneggiato qualcuno, possono restare emotivamente indifferenti o fornire spiegazioni superficiali dell’accaduto. Altre caratteristiche rilevanti del disturbo antisociale sono l’impulsività e l’aggressività. La prevalenza del disturbo antisociale di personalità nei campioni comunitari è circa il 3% nei maschi e l’1% nelle femmine.
  • Gli individui che presentano un “disturbo borderline di personalità” (DBP): tale quadro psicopatologico è caratterizzato da repentini cambiamenti di umore, instabilità dei comportamenti e delle relazioni con gli altri, marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri. Gli individui con disturbo borderline della personalità possono esperire sensazioni di vuoto interiore, elevata irritabilità e attacchi di collera; vi può essere il ricorso ad alcol e droghe o a comportamenti autolesivi per ridurre la tensione emotiva. I soggetti con disturbo borderline presentano, inoltre, relazioni con gli altri tumultuose, intense e coinvolgenti, ma ancora una volta estremamente instabili e caotiche. Non hanno vie di mezzo, sono per il “tutto o nulla”, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione: possono, ad esempio, dividere il genere umano in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”. I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro, il partner o un amico, sia perfetto, completamente e costantemente protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un errore, una critica o una disattenzione, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto: minaccioso, ingannevole, disonesto, malevolo. In molti casi le due immagini dell’altro, quella “buona” e quella “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline.
  • I perversi narcisisti, allo stesso tempo più controllati e controllori, ma il controllo non è esercitato attraverso la violenza brutale, bensì per mezzo del plagio e della menzogna. “Nei perversi è l’invidia a guidare la scelta del partner. Si nutrono dell’energia di quelli che subiscono il loro fascino. E’ per questo che scelgono le loro vittime tra le persone piene di vita, come se cercassero di accaparrarsi un po’ della loro forza. Oppure possono scegliere la loro preda in funzione dei vantaggi materiali che può procurare.” (Hirigoyen, M. 2006).
  • Le personalità paranoiche, coloro che hanno una visione rigida del mondo in generale, e dei ruoli dell’uomo e della donna in particolare, fino ad essere veri e propri tiranni domestici secondo i quali la donna dev’essere sottomessa, non deve prendere decisioni, né essere autonoma, coltivare interessi, tanto meno frequentare altre persone, magari neppure i familiari. Costantemente sospettosi e diffidenti, temono complotti ai loro danni anche da parte del coniuge, e la loro gelosia talora sfocia nella patologia vera e propria. Il loro atteggiamento allontana la partner, cosicché essi si sentono autorizzati a ritenersi nel giusto lamentando il disamore di questa. Se minacciati di abbandono o abbandonati, nella migliore delle ipotesi metteranno in atto comportamenti di stalking senza però giungere all’uxoricidio.

Costanzo (Costanzo, 2003) individua nella gelosia il movente dell’ uxoricidio e del femminicidio, distingue una “gelosia di tipo competitivo” di quei soggetti che soffrono per aver perduto l’oggetto d’amore ma insieme sentono la perdita come una diminuzione della propria autostima, per i quali l’amore si fonda sulla dipendenza, e che sono incapaci di amore autentico perché tesi al soddisfacimento dei propri bisogni narcisistici, da un secondo tipo di uxoricidi per «gelosia di tipo proiettivo», i quali riversano sul coniuge i propri desideri non riconosciuti di infedeltà. Una terza forma di gelosia, segnata da una patologia vera e propria, è quella del coniuge gravato da delirio di gelosia, spesso accompagnata da cronico alcolismo (Costanzo, 2003).

Tra i fenomeni psicopatologici dell’etilismo cronico sono tipici i deliri di gelosia, cioè convincimenti erronei sull’infedeltà del partner, facilitati anche dalla diminuita efficienza sessuale: tale delirio risulta anche favorito dall’atteggiamento di rifiuto che generalmente si manifesta in famiglia nei confronti dell’etilista sia da parte del coniuge e dagli altri membri della famiglia (Ponti & Betsos, 2014).

Una possibile spinta motivazionale ai delitti contro la partner e al femminicidio potrebbe essere ricercata quindi nell’insicurezza sessuale: si tratta di delitti d’impeto che non riuscendo a sostenere un rapporto sessuale, uccidono la partner femminile e nel contempo distruggono quel simulacro angoscioso che rappresenta, per loro, il fallimento (Ponti & Betsos, 2014).

L’abuso di alcol è citato come fattore criminogenetico in generale e in particolare correlato alla violenza di coppia (Ponti & Betsos, 2014): il bere porta a sovrastimare l’ostilità e le minacce altrui, e questo a sua volta favorisce condotte aggressive. L’attribuzione di episodi violenti a stati di ebbrezza appare una tecnica di neutralizzazione, e anche il consumo di alcol non è che un sintomo, come la violenza, non un fattore casuale.

Combinando le dimensioni delle caratteristiche di personalità, della gravità delle violenze, Monroe e Stuart (Monroe & Stuart, 2004) descrivono:

  • un aggressore dominante-narcisista: per il quale la violenza è al servizio del controllo sulla partner al fine di affermare la propria fragile autostima;
  • il geloso-dipendente: che utilizza la violenza sempre in funzione del controllo, ma soprattutto nel timore dell’abbandono da parte della compagna;
  • gli aggressori antisociali: caratterizzati in realtà da diversi livelli di gravità, ma accomunati dalla caratteristica di praticare la violenza dentro e fuori le mura domestiche, come pattern generale di violazione dei diritti altrui.

Distinzione non molto dissimile, proposta da Dixon e Browne (Baldry & Roia, 2003), è quella tra i violenti solo in famiglia, che risultano essere i meno gravati da disturbi psicopatologici; i disforici-borderline, segnati da sintomi patologici e in particolare da ansia, depressione, estrema labilità emotiva; e i generalmente disforici-antisociali che si configurano come i più violenti di tutti, caratterizzati da precedenti penali e abuso di sostanze ed eredi di quadri familiari violenti. Mentre per i primi la violenza è soprattutto di tipo espressivo, scaturisce cioè da emotività non controllata, per i disforici-borderline e i violenti-antisociali si tratta di violenza “strumentale”, dettata da specifiche finalità e premeditata.

Dixon e Browne sostengono che circa il 25% dei maltrattanti è costituito di violenti solo in famiglia, ma anche il 25% è costituito da violenti/antisociali, e alla terza categoria, i borderline/disforici, apparterrebbe il restante 25%. Questi tipi si differenzierebbero anche rispetto ad altri fattori, alcuni dei quali culturali, come il livello di violenza subita o a cui si è assistito durante l’infanzia, l’impulsività, la presenza o l’assenza di atteggiamenti che supportano o giustificano la violenza.

Statistiche italiane sul femminicidio

Per lo specifico quadro italiano, l’Istat informa (www.istat.it) che il partner violento è un soggetto fisicamente violento anche al di fuori della famiglia (35,6%), verbalmente violento anche al di là delle mura domestiche (25,7%). Inoltre nel 2006 il 74% degli autori di violenza era in partner o l’ex-partner della vittima, nel 2007 il 58% degli autori sono in partner o l’ex partner, nel 2008 il 54%, mentre nel 2009 il 63%, nel 2010 il 54% fino ad arrivare al dato rilevato lo scorso anno: il 65% degli autori è ora legato alla vittima da un rapporto sentimentale.

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