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Teoria e clinica del perdono di Barcaccia e Mancini – Recensione

Teoria e clinica del perdono - La concessione del perdono determina nella vittima un maggior benessere fisico e psicologico, indipendentemente dall’offesa.

ID Articolo: 36507 - Pubblicato il: 11 novembre 2013
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 Recensione del libro:

Teoria e clinica del perdono

di Barbara Barcaccia e Francesco Mancini

Raffaello Cortina Editori (2013)

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Teoria e clinica del perdono di Barbara Barcaccia e Francesco Mancini Raffaello Cortina Editori (2013)

Studi sperimentali hanno dimostrato che la concessione del perdono determina nella vittima un maggior benessere, sia fisico che psicologico, indipendentemente dalla oggettiva gravità dell’offesa.

La ricerca suggerisce così che chi è incline al perdono abbia una pressione arteriosa più bassa, un sistema immunitario più forte, riferisce minori livelli di stress, solitudine e depressione, una migliore qualità del sonno e un minor utilizzo di farmaci.

Nonostante il tema del perdono sia stato da sempre dibattuto nei domini appartenenti alla filosofia e alla religione, solo di recente è stato affrontato in una prospettiva psicoterapeutica, evidenziandone le potenzialità curative. La ricerca scientifica internazionale sta indagando sulle potenzialità terapeutiche del perdono da oltre 10 anni ma è solo con l’opera di Mancini e Barcaccia che assistiamo alla prima sistematizzazione sull’argomento nel panorama italiano.

Uno dei motivi che ne ha reso difficile la riflessione scientifica in ambito psicologico è senz’altro l’impronta religiosa che il costrutto del perdono porta con sé. Sebbene le religioni, e in particolar modo il cristianesimo, forniscano spesso delle linee guida rispetto a una pratica morale come il perdono, alcuni studi sottolineano che chi è praticante di fatto non riesce a perdonare le offese subìte più di quanto faccia chi praticante non è.

Con lo svilupparsi della recente prospettiva psicologica positiva assistiamo allo spostamento del focus di ricerca dalle carenze ai punti di forza dell’uomo, tra i quali viene annoverata la propensione al perdono. Si tratta infatti di una abilità utile a migliorare la qualità della vita e a potenziare le capacità personali di resistenza e adattamento, competenza che tradizionalmente veniva concepita solo come eticamente desiderabile.

Studi sperimentali hanno dimostrato che la concessione del perdono determina nella vittima un maggior benessere, sia fisico che psicologico, indipendentemente dalla oggettiva gravità dell’offesa.

La ricerca suggerisce così che chi è incline al perdono abbia una pressione arteriosa più bassa, un sistema immunitario più forte, riferisce minori livelli di stress, solitudine e depressione, una migliore qualità del sonno e un minor utilizzo di farmaci.

Per contro, la ruminazione mentale sugli eventi che ci hanno visto come vittime di un torto perpetua nella persona quelle emozioni e quei pensieri intrusivi negativi legati all’offesa, in primo luogo la rabbia, non facendo altro che amplificarne la sofferenza. Allo stesso modo il desiderio di vendetta sembra prolungare lo stato di sofferenza della vittima, al contrario di quanto si possa credere. Ciò che è particolarmente nocivo è il risentimento cronico associato ad una condizione di passività, vale a dire non accompagnato dai tentativi di sanare la situazione.

Il libro viene così diviso in due parti. La prima parte si occupa dell’analisi cognitiva del costrutto di perdono. Per avere ben chiaro il costrutto di perdono infatti, vengono distinte le differenze con concetti affini ma solo apparentemente sovrapponibili. Si è reso così necessario svincolare la tematica del perdono dalla dimensione esclusivamente religiosa e di analizzarne le componenti, i modulatori, il processo, prima ancora di proporne delle applicazioni cliniche.

Magistrale in questo senso è il capitolo redatto da Castelfranchi e Miceli che con la precisione di un bisturi operano una vera e propria “anatomia cognitiva” del perdono distinguendone il processo da altri affini, quali lo scusare, il giustificare, il dimenticare o il riconciliarsi e spiegano con accuratezza quali siano le condizioni necessarie e non perché si possa parlare di vero e proprio perdono.

La seconda parte del libro affronta invece le applicazioni cliniche del perdono interpersonale e del perdono di sé, fornendo indicazioni per l’utilizzo terapeutico del perdono nel disturbo ossessivo compulsivo, nei disturbi di personalità borderline ed evitante, e nella depressione.

Messaggio pubblicitario Come spiegano gli autori, il disturbo ossessivo compulsivo sarebbe caratterizzato da un eccessivo senso di colpa nel paziente legato alla morale generale. In questa ottica, le ossessioni altro non sarebbero che contenuti mentali che, agli occhi del paziente, minacciano, ammoniscono, segnalano il rischio di violazione della norma, mentre le compulsioni rappresenterebbero le azioni, tentativi volti a prevenire, contrastare o neutralizzare tale rischio. Il paziente andrebbe quindi accompagnato in un processo di perdono del sé, dibattendo in seduta circa la liceità della fallibilità umana.

Allo stesso modo la rabbia del borderline potrebbe essere modulata attraverso una implementazione delle capacità di decentramento, portando il paziente a valutare ad esempio le attenuanti al comportamento degli altri, imparando al tempo stesso a perdonare i propri agiti sganciandosi dalla spirale dell’odio di se stessi.

Facile dedurre come le condotte di evitamento possano nuocere con il medesimo processo all’individuo stesso che fugge dalle persone che ritiene abbiano commesso un torto nei loro confronti. In questo modo infatti, il paziente arriva a costruirsi una vera e propria gabbia intorno, evitando in tutti i modi di affrontare quello che ritiene il proprio carnefice.

Utile nella depressione sarebbe invece il discorso del perdono nei riguardi dei propri disturbi. Molto spesso infatti assistiamo a quello che in letteratura è chiamato problema secondario. Il paziente in questo caso si rimprovera per i propri disturbi, arrivando inconsapevolmente ad alimentarli. È così che il perdono di sé sembra arrivare a rappresentare l’unica strada terapeutica primariamente percorribile.

È per questo che con la precisa analisi del costrutto del perdono e l’elenco dei principali disturbi che beneficerebbero di un intervento su questo tipo di tematica, il libro di Mancini e Barcaccia viene a costituirsi quindi come un ottimo manuale che non dovrebbe mancare nella libreria di ogni terapeuta di orientamento cognitivista e non solo.

LEGGI:

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Teoria e Clinica del Perdono: intervista a Francesco Mancini su Rai 1

 

 

 

 

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