Il cervello e la creatività: le basi neurali e molecolari del processo creativo

E' difficile trovare le aree cerebrali della creatività: essa non è unica, è complementarietà tra emozione e riflessione, pensiero divergente e convergente

ID Articolo: 147792 - Pubblicato il: 06 settembre 2017
Il cervello e la creatività: le basi neurali e molecolari del processo creativo
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Quando gli esseri umani sono impegnati con qualsiasi tipo di processo creativo, un gran numero di regioni del cervello quindi si attiverebbe, le stesse che si attivano anche in molti processi cognitivi cosiddetti “ordinari”; la creatività può essere considerata il prodotto di una complessa interazione tra processi cognitivi “ordinari” ed emozione.

Ilaria Biasion – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Bolzano

 

Ogni atto creativo comporta… una rinnovata innocenza nella nostra percezione,
liberata dalle pressioni del comune pensare.
Arthur Koestler

La creatività

Una delle prime definizioni di creatività è da attribuire a William James, che nel 1890 nei suoi “Principi di psicologia” la definì come “una transizione da un’idea a un’altra, una inedita combinazione di elementi, una acuta capacità associativa e analogica”, promuovendo in tal modo un’idea di creatività caratterizzata da una rivoluzione della solita routine mentale, un uscire dagli schemi del pensiero normale, una generazione di nuovi punti di vista per associazione analogica.

Le definizioni di creatività sono andate sommandosi nel corso degli anni, ma il concetto centrale è rimasto sostanzialmente invariato, si parla di immaginazione, genio, idea, tutti sinonimi per definire una proprietà umana unica e fondamentale. Cartesio citava  “La ragione non è nulla senza l’immaginazione”, Abraham Lincoln diceva “Nella sua grandezza, il genio disdegna le strade battute e cerca regioni ancora inesplorate”, e ancora Victor Hugo “Niente al mondo è così potente quanto un’idea della quale sia giunto il tempo”.

Nonostante il pensiero creativo fosse conosciuto da moltissimi secoli, soltanto agli inizi del 1900 venne studiato ed indagato in modo specifico e, con lo sviluppo della ricerca scientifica, la letteratura sull’argomento si è arricchita di nuovi spunti provenienti da diverse discipline, così il tema della creatività è stato indagato da molti punti di vista.

Parecchi dunque gli studi che nel corso degli anni si sono susseguiti, relativamente ad un concetto complesso e sfaccettato, non facilmente comprensibile, il quale rappresenta un costrutto vasto che è stato ed è fondamentale per il progresso della civiltà umana e per lo sviluppo dei processi di ragionamento (Rex E. Jung, 2013).

La complessità che ruota intorno alla creatività è facilmente evidente, infatti ripercorrendo la storia degli studi in materia, è possibile assistere ad una variazione del concetto a dir poco sorprendente. In breve tempo si è passati dal considerare la creatività una dote innata alla scoperta invece di una possibile acquisizione di tale caratteristica, ma non solo, la creatività originariamente considerata patrimonio esclusivo di pochi eletti, i cosiddetti “geni”, è divenuta oggi patrimonio umanitario generale, sebbene in misura differente. Per molto tempo, inoltre, la creatività è stata assimilata all’intelligenza, negli anni ’70 però, grazie a Paul Torrance (Torrance 1988), furono sviluppati dei test di misurazione del quoziente di intelligenza (QI) e del talento creativo più precisi, i quali portarono alla conclusione che le persone creative possiedono un QI nella media. Oltre un certo limite, quindi, a seconda della disciplina interessata, il quoziente intellettivo non è fondamentale nel scatenare la creatività, esso è necessario ma non sufficiente.

Oggi, la maggior parte dei ricercatori, concordano con la definizione standard della creatività, ovvero quella proposta originariamente da Stein nel 1953, secondo la quale “La creatività richiede sia l’originalità che l’utilità” e riguarda proprio la produzione di un qualcosa di nuovo e di utile.

Gli sforzi per definire la creatività in termini psicologici risalgono però a Guilford (Guilford, 1950), che ha riconosciuto l’idea secondo cui gli aspetti che contraddistinguono il pensiero creativo sono: la fluidità, ovvero la capacità di produrre abbondanti idee, senza riferimento alla loro adeguatezza ai fini della risoluzione del problema; la flessibilità, cioè la capacità di cambiare strategia ideativa, quindi di passare da una successione di idee a un’altra, da uno schema a un altro; l’originalità, che consiste nella capacità di trovare risposte uniche, particolari e insolite; l’elaborazione, ovvero il percorrere fino alla fine una strada ideativa con ricchezza di particolari collegati in maniera sensata tra di loro; la sensibilità ai problemi, vale a dire il selezionare idee e organizzarle in forme nuove, capire cosa non va e cosa può essere perfezionato negli oggetti di uso comune.

Molti autori da allora hanno esteso la tesi secondo cui un atto creativo non è un evento singolo, ma un processo di interazione tra elementi cognitivi ed affettivi. In questa prospettiva, l’atto creativo ha due fasi, una generativa e una esplorativa o valutativa (Finke et al., 1996). Durante il processo generativo, la mente creativa immagina una serie di nuovi modelli mentali come potenziali soluzioni ad un problema, nella fase esplorativa, vengono valutate le diverse opzioni e poi viene selezionata quella migliore.

I primi studiosi della creatività, come Guilford, hanno caratterizzato le due fasi, come pensiero divergente e pensiero convergente (Guilford, 1950), definendo il primo come la capacità di produrre una vasta gamma di associazioni o di arrivare a molte soluzioni in riferimento ad un problema, esso quindi va al di la di ciò che è contenuto nella situazione di partenza, supera la chiusura dei dati del problema, esplora varie direzioni e produce qualcosa di nuovo. Al contrario, il pensiero convergente si riferisce alla capacità di concentrarsi rapidamente sulla migliore soluzione ad una difficoltà, rimane quindi circoscritto all’interno degli schemi del problema.

L’idea dell’esistenza di due fasi del processo creativo è coerente con i risultati della ricerca cognitiva che indica l’esistenza di due modi diversi di pensare, uno associativo e uno analitico (Neisser, 1963; Sloman, 1996). Nella modalità associativa, il pensiero è intuitivo, nella modalità analitica, il pensiero è invece concentrato sull’analisi delle relazioni di causa ed effetto.

Il punto focale, portato alla luce dagli studi, è quindi che la creatività non è una proprietà unica, ma è il risultato della complementarietà tra deduzione e intuizione, tra ragione e immaginazione, tra emozione e riflessione, tra pensiero divergente e pensiero convergente.

Basi neurali della creatività

Nonostante una serie di attività siano state svolte nel campo delle neuroscienze cognitive, recenti ricerche hanno dimostrato che non esiste un quadro coerente e unitario per quanto riguarda le basi neuroanatomiche della creatività.

Alcuni studi sui meccanismi neurali della creatività hanno esaminato il ruolo dell’ asimmetria emisferica (Martindale, 1999). Originariamente la creatività era considerata una funzione dell’emisfero destro, l’idea principale che i creativi utilizzassero soprattutto l’emisfero destro, mentre le persone razionali, meno creative, usassero principalmente l’emisfero sinistro, è stata infatti per lungo tempo al centro delle credenze principali sull’ argomento. Tale teoria, affascinante per la sua linearità, appare oggi semplicistica, a fronte della complessità del cervello.

Studi sul pensiero divergente che hanno utilizzato l’elettroencefalogramma (EEG), per rilevare l’attività elettrica del cervello, non hanno confermato infatti una specifica lateralizzazione destra della creatività. (Dietrich, Kanso. 2010 )

Le tendenze più recenti sono quelle di considerare la non esistenza chiara di una lateralizzazione emisferica per la creatività e l’esistenza di diverse aree cerebrali attivate a seconda della natura del processo creativo in atto. Quando gli esseri umani sono impegnati con qualsiasi tipo di processo creativo, un gran numero di regioni del cervello quindi si attiverebbe. Le stesse regioni cerebrali sono quelle che si attivano anche in molti processi cognitivi cosiddetti “ordinari” (ad esempio, la memoria, l’attenzione, il controllo, il monitoraggio delle prestazioni), pertanto, questi studi suggeriscono come la creatività possa essere considerata il prodotto di una complessa interazione tra processi cognitivi “ordinari” ed emozione.

Altri studi neuroanatomici funzionali, realizzati utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) o la tomografia ad emissione di positroni (PET) hanno riportato un coinvolgimento maggiore della corteccia prefrontale (PFC) come substrato neuroanatomico critico per il pensiero divergente (Folley, Park, 2005; Dietrich, Kanso, 2010).

Questi studi di neuroimaging che misurano gli aspetti funzionali del cervello, riportano quindi una costante attivazione della corteccia prefrontale nel cervello di persone coinvolte in compiti di pensiero creativo (Carlsson et al, 2000;. Chavez- Eakle et al., 2007; Fink, Grabner, et al., 2009; Folley & Park, 2005; Gibson et al., 2009). Ciò che dall’analisi degli studi sull’argomento appare meno chiaro è quali siano le aree specifiche della corteccia prefrontale che si attivano in risposta a compiti creativi.

Anche se alcuni studi hanno riportato un’ attivazione prefrontale diffusa (Carlsson et al., 2000;. Folley e Park, 2005;. Gibson et al., 2009; Sieborger et al., 2007), altri invece hanno fatto riferimento a regioni specifiche. Ad esempio, per quanto riguarda la corteccia prefrontale ventro-laterale (BA 47), Goel e Vartanian nel 2005 riportano un’attivazione unilaterale a destra, mentre Chavez-Eakle e collaboratori in una ricerca del 2007 evidenziano un’attivazione prevalente del lato sinistro.

Per quanto riguarda il giro frontale (BA 9) e il polo frontale (BA 10), quattro studi hanno riportato un aumento dell’attività nell’emisfero sinistro (Chavez- Eakle et al., 2007; Goel e Vartanian, 2005; Hansen et al., 2008; Howard-Jones et al., 2005).Ci sono anche ricerche che riferiscono un’ attivazione della corteccia cingolata anteriore sinistra (Howard-Jones et al., 2005), dell’area prefrontale dorso-laterale sinistra (BA 46), e dell’area motoria supplementare (Fink, Grabner et al., 2009).

Infine, un numero di altre strutture cerebrali, sia corticali che sottocorticali pare svolgano un ruolo nel pensiero divergente. Ci sono evidenti riscontri per le aree visive (Howard-Jones et al., 2005; Jung, Segall, et al., 2009), il talamo (Fink, Grabner et al., 2009), lo striato (Blom et al., 2008), l’ippocampo (Fink, Grabner et al., 2009), il giro cingolato anteriore (Fink, Grabner et al., 2009; Howard-Jones et al., 2005), il cervelletto (Chavez-Eakle et al., 2007) e il corpo calloso (Moore et al., 2009). Tuttavia, tali risultati sono dispersivi e pare non siano supportati dalla stragrande maggioranza degli studi.

Da quanto emerso dalla letteratura presa in esame, sembra non esserci un accordo unanime tra i ricercatori su quali siano le precise aree cerebrali coinvolte nel processo creativo.

Rimane abbastanza chiaro, tuttavia, il coinvolgimento della corteccia prefrontale, nonostante non si sia effettivamente ancora chiarita la misura di tale coinvolgimento.

La conclusione è che il pensiero divergente non rappresenta una modalità diversa o separata di pensare, per cui non vi è un insieme specifico di regioni cerebrali coinvolte durante tale processo, piuttosto pare produca un’attivazione ampia e diffusa (Dietrich, 2007). E’ probabile che la ricerca futura identificherà specifiche aree cerebrali per i processi creativi, ma questo sforzo richiederà una maggiore divisione del concetto di creatività in diversi sotto-processi, in quanto la creatività, come costrutto generale e univoco, non pare essere chiaramente localizzabile.

Dopamina: forse la molecola della creatività

Alcuni studi realizzati sui pazienti affetti da malattia di Parkinson sembrano mostrare un ruolo cruciale della dopamina nella creatività. La dopamina è una sostanza chimica coinvolta principalmente nel controllo delle emozioni e degli impulsi e nelle normali funzioni motorie. Questa sostanza, carente nei malati di Parkinson, quando viene innalzata grazie all’effetto dei farmaci dopaminergici produce un aumento della produzione creativa.

Walker e collaboratori nel 2006, hanno riportato un aumento della produttività nel caso di un artista che, con i farmaci dopaminergici, ha incrementato la sua attività di disegno. Analogamente Kulisevsky e collaboratori nel 2009, hanno riferito il caso di un paziente che prima di sperimentare la malattia dipingeva e in seguito ad un aumentato della dose di farmaci dopaminenrgici ha incrementato la sua attività pittorica rispetto al passato.

Quindi, dall’analisi dei casi, potrebbe essere verosimile che gli slanci creativi osservati nei pazienti siano dovuti alla terapia farmacologica, tuttavia quello dell’aumento della creatività non è l’unico fenomeno osservato, pare infatti che una dose eccessiva di farmaci tenda a produrre un’alterazione del controllo degli impulsi (sindrome da disregolazione dopaminergica), per cui i malati di Parkinson iniziano a mostrare comportamenti privi di freni inibitori e tendenti all’ossessività. Quindi la creatività, osservata nelle persone affette da malattia di Parkinson, potrebbe essere solo un sintomo della sindrome da disregolazione dopaminergica (DDS), causata dai farmaci.

Un caso interessante è stato descritto da Scrag e Trimble nel 2001 riguardante un paziente parkinsoniano, il quale iniziò a scrivere poesie di alta qualità durante i primi mesi di assunzione dei farmaci dopaminergici. Tale aumento nella capacità di scrittura potrebbe però, secondo gli studiosi, essere dovuta alla tendenza ossessiva, che causa una sovraesposizione artistica.

Nonostante ciò, non tutti i pazienti parkinsoniani, in seguito ad un aumento della sostanza nel cervello indotta dai farmaci, mostrano una spinta alla produzione artistica, quindi gli effetti della dopamina sulla creatività non sono ancora chiari

De Manzano e collaboratori nel 2010 suggeriscono un importante ruolo del recettore D2 della dopamina nel talamo, il quale pare svolgere un’azione importante sulla creatività negli individui sani. Il talamo ha un’azione importante nel cervello dal momento che funziona come una sorta di filtro cerebrale, che setaccia le informazioni che arrivano nelle aree della corteccia responsabili, tra l’altro, della cognizione e del ragionamento. Secondo gli studi degli autori avere meno recettori D2 nel talamo, dall’effetto inibitorio, comporterebbe un grado minore di filtrazione del segnale e quindi un flusso maggiore di informazioni dal talamo alla corteccia. Le persone molto creative, in base ai test sulle capacità di pensiero divergente, hanno proprio mostrato una minore densità di recettori D2 nel talamo rispetto a chi, dai test, è risultato meno creativo.

Anche se ancora non sono conosciuti gli effetti specifici della dopamina sulla creatività nel cervello sano, la densità dei recettori D2 potrebbe essere la spiegazione circa la vasta gamma di differenze creative che si riscontrano nelle persone.

Stimolare la creatività

La possibilità di apprendere delle tecniche di pensiero creativo, ha preso il via nel 1960 grazie agli studi di Jerome Bruner, il quale sosteneva che i bambini dovessero essere incoraggiati a “trattare un compito come un problema per il quale si possa inventare una risposta, piuttosto che trovarla in un libro o scritta sulla lavagna“(Bruner, 1965)

Da quel momento gli psicologi hanno elaborato programmi di istruzione progettati per promuovere la creatività e l’inventiva in molte discipline e in ogni popolazione di studenti (Scott et al., 2004).

Le tecniche di pensiero creativo, oggi si fondano sulla possibilità di cambiare direzione al pensiero, produrre idee sempre nuove, cambiare i vecchi schemi attraverso processi che consentano di focalizzare l’attenzione, superare i limiti della situazione attuale e creare legami nuovi e diversi che tengano la mente sempre attiva.

Molto spesso risolvere un problema richiede uno sforzo, è faticoso in quanto la confusione che genera in noi può essere forte e difficile da gestire, una delle tecniche che più spesso risulta utile in questo caso e scomporre il problema, focalizzarsi su un aspetto alla volta separando le emozioni dalla logica, la creatività dalle informazioni che abbiamo. Imparare a fermarsi dinnanzi ad un problema e fare una pausa per lasciare libero il pensiero creativo è un’altra possibilità, molto spesso le intuizioni migliori giungono proprio nel momento in cui ci si discosta dal problema. Allo stesso modo, imparare a focalizzare volontariamente l’attenzione è molto utile allo sviluppo del pensiero divergente, imparare a fermarsi su un particolare a cui non si è mai fatto caso, osservare i dettagli di una scena, di un paesaggio, di una vetrina o di un immagine, sviluppa la nostra capacità creativa, portandoci ad incrementare nuove idee o a produrre innovazioni a un qualcosa di già esistente. Anche esercitarsi nel pensare cose impossibili, contraddittorie e illogiche, può servire per dare una scossa al pensiero divergente e offrire spunti per nuove idee. Spingersi oltre il logico, il razionale, il conosciuto, può portare a qualcosa di innovativo, a percorrere nuove direzioni mai esplorate prima

Per quanto riguarda gli esercizi più utili allo sviluppo e all’ implementazione della creatività, quelli che non prevedono un’unica soluzione giusta, sono sicuramente i più utili, quegli esercizi quindi che lasciano al pensiero la possibilità di reagire ad uno stimolo seguendo varie strade. La possibilità di generare nuove idee, di non arrendersi alla prima opportunità di risoluzione di un problema, questa è quella che viene definita apertura, capacità di guardare le cose sempre con occhi diversi senza lasciarsi imbrigliare dagli schemi rigidi di pensiero con cui si è soliti ragionare.

Alcuni di questi esercizi sono ad esempio quelli che richiedono la capacità di trovare nuovi usi ad oggetti comuni, oppure costruire dei disegni a partire dalla presentazione di una forma astratta, inventare una breve storia a partire da alcune parole date, creare delle associazioni casuali, ovvero dimostrare che due oggetti, due parole, due immagini presi casualmente sono simili, o ancora descrivere situazioni ipotetiche, ad esempio immaginare come sarebbe il mondo se l’uomo sapesse volare.

Un altro esercizio utile a facilitare il pensiero creativo è la costruzione di ”mappe mentali”. Data una parola stimolo, si chiede di disegnare o scrivere intorno ad essa tutte le parole che in qualche modo secondo noi sono collegate alla parola data. Per ogni termine trovato poi si può ampliare l’esercizio cercando ulteriori associazioni. In questo modo si ottiene la propria mappa mentale di un termine. Questa tecnica rappresenta un importante strumento di percezione di un problema, e ci consente di trovare immediatamente la relazione tra un’idea centrale e le altre che ruotano attorno ad essa. La percezione di un problema espresso attraverso le mappe mentali, consente una migliore organizzazione dei pensieri e facilita il processo creativo. Il fatto che ogni persona possa produrre dei concetti diversi associati ad una parola data, ci fa capire quanta differenza intersoggettiva possa esistere e quanto la comunicazione sia un processo difficile, infatti il riuscire a farsi capire dal proprio interlocutore è strettamente legato alla capacità di entrare nella sua mappa mentale, se questo non avviene c’è il rischio che quanto compreso sia diverso rispetto a quanto si voleva esprimere.

Esistono quindi molti esercizi utili allo sviluppo di una funzione che è utile all’essere umano in quanto gli consente di superare i limiti che lo condizionano, lo sviluppo creativo è un viaggio che allarga la conoscenza e il sapere di tutti. Ogni cosa può essere guardata da varie angolazioni, tutto sta nell’imparare a vederle.

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