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Quante volte possiamo cambiare vita? – Recensione del documentario My Nature

Il documentario My Nature non è semplice racconto della vita di un uomo transgender, il vero tema riguarda ognuno di noi: quante volte si può cambiare vita?

ID Articolo: 140957 - Pubblicato il: 04 novembre 2016
Quante volte possiamo cambiare vita? – Recensione del documentario My Nature
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My nature è un documentario di 75 minuti. Parla di Simone, un uomo di quarant’anni nato biologicamente donna, trasferitosi in Umbria, per trovare il suo posto nel mondo e ritrovarsi in se stesso, nella natura e nella vita stessa.

 

I registi di My Nature sono Massimiliano Ferraina e Gianluca Loffredo. Alla prima del documentario, svoltasi venerdì 7 ottobre 2016, al secondo Festival Internazionale del Documentario “Visioni dal Mondo. Immagini della realtà”, c’è stato modo di confrontarsi con uno dei due registi:

Ognuno definisce la realtà attraverso la propria vita. Questa è la storia di Simone, qualcun altro la vivrà diversamente. Questa è la sua storia e anche un film quindi un meccanismo narrativo – spiega Massimiliano Ferraina.

Questo documentario è stato girato nell’arco di cinque lunghi anni, in cui i due registi, con lo scopo di far sparire la videocamera, hanno costruito una stretta intimità con Simone, i luoghi e le persone da lui frequentati.

Il focus delle riprese di My Nature non è il passato di Simone ed il suo percorso di transizione dal genere femminile a quello maschile, ma è il suo presente, in cui egli sta cercando il suo posto nel mondo e lo trova in Umbria, a contatto con la natura; anche se potremmo meglio dire che il suo posto nel mondo Simone lo trova nel suo benessere e nella vita stessa.

 

Quante volte cambiare: il tema di My Nature

Questo documentario non nasce dalla voglia di raccontare il percorso  di un uomo transgender, ma ciò che sta a cuore ai registi è il tema, che riguarda ognuno di noi: “Quante volte si può cambiare vita?”. E così, la storia di Simone è sembrata loro ideale per dare risposta a questo continuo interrogativo.

Messaggio pubblicitario Me.Dia.Re. NOVEMBRE 2017 Nello scorrere di questi 75 minuti vengono toccati punti molto interessanti anche da un punto di vista psicologico. Ne riporterò alcuni, lasciando allo spettatore il piacere di cogliere le altre componenti di questa pellicola, tra cui: le inquadrature, le immagini ed il ritmo scandito dalla musica, dall’intonazione e dalle parole di Simone e delle persone da lui incontrate.

Come tende a precisare il regista, questa è la storia di Simone, eppure certi aspetti possono riecheggiare anche nei vissuti di altre persone.

Simone inizia la sua transizione per la riassegnazione del genere intorno ai ventisette anni, eppure, il suo percorso non è ancora terminato. Non ci si riferisce agli interventi chirurgici, quelli sono avvenuti con successo. Ci si riferisce ad una parte di sé più profonda, legata all’accettazione e all’identità.

E loro mi amavano così com’ero. Ero io che trovavo i difetti. Prima dell’intervento che non ho il corpo da uomo come dovrebbe essere. Dopo l’intervento ho le cicatrici, ho quest’altro».

E torna sull’argomento anche più avanti, parlando con un amico:

La mia scelta del corpo, con le operazioni sento che è una prima tappa. Io non mi sono mai accarezzato il corpo. Quando ci siamo visti la prima volta tu mi hai detto “accarezzati le cicatrici”. Ci vuole tanto coraggio. È una grande sfida. È molto più facile soffrire che guarire. L’operazione è solo il primo passo.

Messaggio pubblicitario Non è la terapia ormonale o la terapia chirurgica a garantire automaticamente serenità; talvolta, per qualcuno può essere un percorso molto più lungo e faticoso.

Ci si può trovare insoddisfatti anche innanzi al “corpo perfetto” sognato da sempre, perché il proprio senso di identità è molto più complesso di una terapia ormonale e di un finissimo intervento chirurgico.

Nel corso del documentario Simone condivide un aspetto del proprio passato, che lui riconosce come strettamente legato a tematiche identitarie.

E di ricordami di com’ero perso. Di com’ero disperato. Di ricordarmi dieci anni di eroina. Dove per il mondo non ero più né maschio né femmina. Avevo una identità finalmente. Ero solo un drogato.

In questo pensiero, Simone non parla solo della sua tossicodipendenza, ma porta l’odio e la rabbia che provava nei confronti di se stesso. Di un sé che finalmente aveva un’etichetta per il mondo, un’etichetta non più incentrata sulla dicotomia femminile-maschile.

 

Ridefinirsi tra passato e presente

Il passato è quella dimensione temporale in cui chiunque potrebbe esser stato diverso rispetto a com’è nel presente, eppure nel presente si può sempre rintracciare una parte di quel passato. C’è chi preferisce nascondere, anche a se stesso, e chi preferisce condividere la propria storia, anche se con difficoltà. Simone affronta questo tema con un’amica di Catania, sua città Natale.

Amica: Non sapevo niente però ti dissi, che è successo? Hai dovuto uccidere qualcuno? E tu mi dicesti “devo dirti assolutamente qualcosa” e avevi la faccia di chi è colpevole però. Allora la prima cosa che ti dissi fu.. “hai ucciso qualcuno?” Come se tu fossi colpevole e dovessi chiedere anche un po’ scusa

Simone: Ogni volta sembra veramente…

Amica: come se dovessi partorire

Simone: ma proprio difficile perché ognuno ha una reazione diversa. Allora nella mia mente: “adesso che reazione ci sarà? Si stupirà? Sarà… sarà imbarazza? Potrà cambiare qualcosa? Ora glielo dici e cambia qualcosa”

Amica: secondo me è come se… “ora glielo dico cambia qualche altra cosa in me”. Ogni volta che lo dici rinasci

Simone: caccio fuori (…) le persone come te sono state fondamentali. Mi hanno rafforzato a sentirmi meno colpevole

Simone nella sua vita ha vissuto molte cose con difficoltà, come abbiamo visto velocemente per il suo senso di identità, così nel potersi raccontare ed aprire agli amici e alle persone intorno. Egli ha vissuto anche le semplici cose quotidiane, come ostacoli su cui dover pensare ed agire continuamente.

My Nature espone proprio la dimensione in cui Simone inizia, anche grazie a percorsi di meditazione, a distaccarsi dai suoi pensieri per incontrare un po’ di serenità.

Io voglio essere un uomo sereno nel proprio lavoro. Non ho un piano su cosa fare, sto facendo delle cose che però mi piacciono. Seguire quello che mi ha appassionato: la psicologia, la guarigione. Sono sempre stato uno che ha dovuto progettare tutto: come mettere le bende strette, come mettere quel pantalone, come tagliare i capelli. Ho dovuto progettare cose che per gli altri erano naturali. E non ho più voglia di progettare.

 

Greta Riboli

VIDEO: My Nature – Trailer ufficiale

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

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