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Quando la religione diventa un’ossessione: la Scrupolosità

 

Scrupolosità: una sottocategoria diagnostica del Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Quando la Religione diventa un'Ossessione: la Scrupolosità. - Immagine: © Alex Motrenko - Fotolia.comLa Scrupolosità è un sottotipo del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) caratterizzato principalmente da sensi di colpa e paure legate a questioni morali e religiose.

Questo disturbo provoca un disagio significativo e una marcata compromissione nell’adattamento sociale nelle persone che ne sono affette (DSM 4-TR, 2000). Nonostante la scarsa considerazione in ambito clinico e scientifico, la Scrupolosità può essere considerata un disturbo relativamente comune. Questo disturbo vanta infatti una delle storie più lunghe e più ricche di esempi rispetto a qualsiasi altro disturbo psicologico.

La recente ricerca clinica suggerisce che fino al 30% degli individui con diagnosi di DOC soffrano anche di questa sottocategoria diagnostica (Mataix-Cols e al., 2002). Tuttavia, altri risultati segnalano percentuali ben maggiori in base alla localizzazione geografica e, soprattutto, in base alla confessione religiosa o spirituale di origine (50% in Arabia Saudita e fino al 60% in Egitto) (Tek & Ulug, 2001). In ogni caso, non sono disponibili stime affidabili sulla frequenza della scrupolosità nella popolazione mondiale, dato che non tutti i soggetti con questo disturbo si rivolgono ad uno specialista (Medici, Psichiatri e Psicoterapeuti). Sembra invece che  (del tutto coerentemente con il tipo di diagnosi) la maggior parte delle persone che soffrono di questo disturbo tendano a cercare con maggiore facilità una consulenza di tipo religioso o spirituale.

Storie di terapie #2: Un Pomeriggio con il Demonio. - Immagine: © lineartestpilot - Fotolia.com -

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La scrupolosità è un disturbo che ha specifiche caratteristiche cognitive, comportamentali, affettive e sociali. In primo luogo, i pazienti con scrupolosità presentano modelli di pensiero disfunzionali che possono essere concettualizzati in vari modi. Il più evidente è l’eccessivo senso di colpa e di responsabilità. Si tratterebbe quindi di uno stato abituale della mente che, a causa di una costante paura irragionevole del peccato, porta la persona a giudicare certi pensieri o azioni come peccaminosi o sbagliati anche quando in realtà non lo sono. In altre parole, i pazienti con scrupolosità possono esagerare patologicamente la valutazione della gravità delle trasgressioni, classificandole in maniera impropria. Per esempio:

uno studente con scrupolosità iscritto ad un corso di anatomia può sentirsi colpevole per la visione di cadaveri o di foto con soggetti senza vestiti.

La spiegazione di un simile eccessivo senso di colpa potrebbe rintracciarsi nel meccanismo mentale di fusione pensiero-azione

Fusione Pensiero e Azione
Pubblicato da: Gabriele Caselli

Fusione Pensiero Azione - Fotografia: © ktsdesign - Fotolia.com - anteprima
Scrupolosità: una sottocategoria diagnostica del Disturbo Ossessivo-Compulsivo La Scrupolosità è un sottotipo del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) caratterizzato principalmente da sensi di colpa e paure legate a questioni morali e religiose. Questo disturbo provoca un disagio significativo e una marcata compromissione ... Continua
, tramite il quale una persona giudica un particolare pensiero come moralmente equivalente ad un comportamento reale.Ad esempio:

una persona con scrupolosità può sentirsi un depravato e un peccatore per dei pensieri involontari che ha avuto, pur non avendo commesso nella realtà nessun tipo di comportamento o azione che ne giustificherebbe l’accusa e la condanna.

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La componente comportamentale compulsiva di questo disturbo è data dal fatto che queste persone si sentono costrette a confessare più volte e con insistenza ad un capo ecclesiastico i propri peccati, credendo di aver commesso una violazione morale così grave da meritare una punizione. La ricerca compulsiva della confessione religiosa è vista come un meccanismo per risolvere i propri sentimenti di angoscia e ripristinare il proprio rapporto con la divinità, mettendo a dura prova l’infinita pazienza dei propri padri spirituali.

Tuttavia, la scrupolosità di questi pazienti può lasciarli quasi completamente insensibili alle rassicurazioni dei propri confessori religiosi o spirituali, come nel caso dell’ipocondria dove anche le rassicurazioni dei servizi professionali medici possono fornire soltanto un sollievo temporaneo. Allo stesso modo, i sentimenti soggettivi di colpa spesso guidano altri tipi di comportamento, come la preghiera compulsiva. La preghiera compulsiva sembra quindi assomigliare più ad un particolare tentativo di impedire il verificarsi di una qualche catastrofe non meglio definita, che ad un autentico pentimento consapevole.

Fusione Pensiero Azione - Fotografia: © ktsdesign - Fotolia.com

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I soggetti con scrupolosità si dedicano spesso a periodi di alta ruminazione

Ruminazione e Rimuginio
Pubblicato da: Gabriele Caselli

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata
Scrupolosità: una sottocategoria diagnostica del Disturbo Ossessivo-Compulsivo La Scrupolosità è un sottotipo del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) caratterizzato principalmente da sensi di colpa e paure legate a questioni morali e religiose. Questo disturbo provoca un disagio significativo e una marcata compromissione ... Continua
 morale dolorosa. Questi periodi di ruminazione possono comportare l’analisi filosofica delle proprie questioni morali o una revisione meticolosa dei propri “peccati”, procedimenti talmente gravosi e impegnativi da portare con il tempo a un vero e proprio stato di sofferenza, sia fisica che mentale. I pazienti con Scrupolosità inoltre, presentano spesso stili cognitivi negativi, come la tendenza psicologica ad interpretare stimoli ambigui (oggettivamente né positivi né negativi) nella maniera più grave e triste possibile. Questa tendenza cognitiva è particolarmente problematica nel contesto della religione e della moralità, dato che i principi religiosi sono caratteristicamente espressi in termini ampi ed ambigui.

I pazienti con scrupolosità presentano poi una fissazione selettiva dell’attenzione sulle questioni religiose. Mentre la maggior parte degli individui religiosi apprezzano di buon grado la proprie credenze religiose, nei pazienti con scrupolosità la religione e le questioni morali diventano fonte di un vero e proprio disagio. Anche le informazioni più ordinarie e banali sembrano passare attraverso un filtro attentivo che inietta le percezioni di una sfumatura di ansia e di gravità. Questa distorsione percettiva può privare i pazienti della loro capacità di rilassarsi e di godere di semplici attività quotidiane (tra queste anche il pregare, il partecipare a funzioni religiose, ecc.). Secondo questo modello, questa forma di visione “tunnel” è così onerosa che consuma una quantità critica di energia mentale, lasciando i pazienti incapaci di far fronte alle altre esigenze cognitive e rendendoli vulnerabili ad altre forme di ansia e depressione.

La Vergogna e la Colpa nei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Cicli Emotivi e Patologia. - Immagine: © bobyramone - Fotolia.com

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Il trattamento clinico della scrupolosità è problematico per una varietà di ragioni. In primo luogo, la scrupolosità riguarda temi tipicamente astratti, impossibili da riprodurre nello studio del clinico in modo adeguato. Di conseguenza, il trattamento dei comportamenti bersaglio (ad esempio, attraverso la tecnica dell’Esposizione con Prevenzione della Risposta, E/RP) sono considerevolmente più difficili da utilizzare perché le preoccupazioni della scrupolosità spesso comportano problemi religiosi o spirituali piuttosto che concreti, come oggetti o situazioni riproducibili nella realtà (per intenderci, il trattamento terapeutico della fobia dei gatti è per ovvie ragioni diverso dal trattamento della fobia del Diavolo).

Questo disturbo pone inoltre dei vincoli etici alla professione della psicoterapia: Art. 4 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani “[lo psicologo] non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità e [...] rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori”; questione di non poco conto se si tiene presente quanto sia importante l’alleanza paziente-terapeuta nel predire il buon esito del trattamento.

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È utile per il terapeuta sottolineare che l’obiettivo del trattamento è quello di aiutare il paziente a tornare a praticare la propria religione con serenità, piuttosto che per l’esclusiva paura di una ritorsione divina. I pazienti con scrupolosità hanno bisogno di comprendere chiaramente le differenze tra una pratica religiosa normale e una patologica, e deve essere chiarito con il paziente che l’unico scopo del trattamento è quello di ripristinare un sereno e normale rapporto con la propria religiosità. Sembra fondamentale a questo scopo una chiara spiegazione di come la tecnica dell’esposizione sia coerente con i nostri obiettivi nel favorire un rapporto terapeutico di successo e a mantenere alta la motivazione. Decidere quali situazioni specifiche siano utili per l’esposizione è anch’essa una questione importante.

Lavati e non ci pensi più. Ma i processi mentali restano. Immagine: Lady Macbeth by George Cattermole - Wikimedia Commons Public Domain Art -

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Istruire il paziente a violare le proprie leggi religiose per verificare se la catastrofe si realizzi nella realtà, non è una pratica né appropriata né necessaria per ridurre la paura patologica del peccato. I pazienti con scrupolosità hanno paura di commettere un peccato, non tanto del peccato in sé. Si tratta di una paura che sta a monte della reale azione di commissione del reato/peccato. Pertanto, l’esposizione dovrebbe comportare un avvicinamento graduale a situazioni in cui c’è solo il rischio che si possa commettere il peccato, situazione di per sé sufficiente ad innescare nel paziente una reazione di disagio e paura.

Il delicato terreno di confronto tra scienza e religione, ci pone di fronte ad un’infinità di domande alle quali, molto probabilmente, è impossibile avere una risposta. L’unica domanda che potremmo porci in qualità di professionisti con dei doveri etici ben delineati sarebbe: come possiamo aiutare queste persone a vivere più serenamente la propria religiosità? E ancora, chi può chiarire se e in che misura la sofferenza dell’uomo sia eticamente ammissibile nella vita di un cristiano o di un musulmano fedele al proprio culto? Qual è il vero confine tra normalità e patologia?

 

 

BIBLIOGRAFIA:



State of Mind © 2011-2012 Riproduzione riservata.



  • http://www.facebook.com/giovanni.m.ruggiero Giovanni Maria Ruggiero

    Il passaggio sui vincoli etici non è chiarissimo. Probabilmente l’autore intende che potrebbe presentarsi un dilemma tra necessità di rispettare le eventuali convinzioni religiose del paziente e opportunità di ristrutturarle cognitivamente per scopi terapeutici. La soluzione la offre nel paragrafo successivo lo stesso Bruni quando dice che non è necessario attaccare frontalmente queste convinzioni ma è sufficiente (anzi è più efficace) riformularle in termini più flessibili. Ma questo poi è vero per ogni convinzione patologica.

    • Anonimo

       Caro Giovanni,
      condivido quanto da te scritto. sostengo, inoltre, che il confine tra normale e patologico in ambito religioso sia molto labile, poiché esistono una serie di convinzioni, dogmi, che spesse volte, potrebbero far intendere si possa trattare di patologia, ma non lo è.
      Altrimenti, si casca sempre nello stesso dilemma:
      trasformare anoressiche in sante e viceverasa.

      • http://www.facebook.com/profile.php?id=100002401320438 Daniele Bruni

        Osservi bene Francesca! Non è facile discriminare in questo contesto la patologia dalla non-patologia. Forse l’intensità della sofferenza e il grado di sopportazione dell’individuo potrebbero fare da discriminante, ma non è neanche detto! Pensa che, come ci disse Pontalti (che insieme a Lorenzini si è occupato di Etnopsichiatria), il “delirio religioso” è l’unica forma di delirio accettato dalla psichiatria e dalla comunità in generale. Abbastanza curiosa come cosa.

        • lucia battaglia

          In una società come la nostra attuale in cui c’è un notevole invischiamento tra morale laica e religiosa qualunque elemento che si colloca nel magma di confine viene, con perfetto automatismo, vissuto come “sacro” e come tale non passibile di critica alcuna. Il “delirio religioso” è l’esempio più eclatante… – come Teresa D’Avila vado in estasi mistica, sono emaciata e ai limiti del marasma ma guai a chi mi tocca… sono una creatura nelle mani di dio! – Qualunque intervento terapeutico, come simpaticamente narrato nell’ultimo caso clinico pubblicato dal prof. Lorenzini, rischia di farci apparire se non creature del demonio almeno suoi umili confratelli! Dobbiamo rispettare i dogmi religiosi? Dobbiamo rispettare le scelte autolesionistiche del paziente? Dobbiamo avallare le sue convinzioni anche se latrici di sofferenza? Io credo che Teresa D’Avila così come Francesco D’Assisi, in preda a delirio mistico, non si sarebbero mai rivolti ad un ipotetico psicoterapeuta… il loro delirio era, per così dire, talmente ben strutturato da apparirgli realtà. Cosa fare dei pazienti che invece si rivolgono a noi perché in preda a sofferenza? Io ritengo che la chiave è quella offerta da Ruggiero: “riformulazione in termini più flessibili” ma, se ci si imbatte nella necessità di scardinare qualche dogma, credo sia etico farlo.      

    • http://www.facebook.com/profile.php?id=100002401320438 Daniele Bruni

      Esatto Giovanni! Credo (almeno spero) che lo scopo di queste ricerche sia proprio quello di trovare un punto di incontro tra psicoterapia e religione. Ricordiamoci che gli americani in questo sono molto più avanti di noi! Sembra siano sorte in America forme di psicoterapia (CBT nello specifico) che contemplano proprio questi aspetti spirituali, come la Spiritually Based Intervention (SBI), la Religious Cognitive Therapy (RCT), la Christian Cognitive Therapy (CCT), e tante altre (più o meno riconosciute e regolate dalla comunità scientifica mondiale). E questa cosa dovrebbe riguardare anche noi italiani (o soprattutto?), che ospitiamo il vicario terreno della religione cattolica. Penso (e anche qui spero) che nessun clinico si azzarderebbe mai a mettere in discussione (tanto meno frontalmente e con rabbia) le credenze religiose di un individuo (qualunque esse siano), anche perché peccherebbe per primo di eccessiva e ingiustificata presunzione.

  • lucia battaglia

    Gentili colleghi, ciò che ha suscitato il mio interesse riguarda precipuamente l’aspetto semantico. L’autore sembra usare il termine “scrupolosità” quale sinonimo di ossessione religiosa. Non so se ciò dipenda dalla qualità della traduzione ma, in realtà, scrupolosità è un aggettivo che riguarda uno dei tanti aspetti del disturbo ossessivo e non mi pare tipico o, peggio, sinonimo dell’ossessione religiosa. Quando il collega Daniele Bruni sottolinea essere la scrupolosità addirittura un sottotipo del DOC credo incorra in un errore semantico. Scrupolosità, dal vocabolario della lingua italiana, è un azione condotta con estrema attenzione, perizia e precisione. Gradirei fosse postato l’articolo originale a cui si ispira Daniele, sarebbe interessante provare a tradurlo in modo alternativo rispetto a quanto fatto.  

    • http://www.facebook.com/profile.php?id=100002401320438 Daniele Bruni

      Carissima amica (che si diverte a contraddirmi!) Battaglia (un nome un programma!),
      credo ci sia della scrupolosità nel tuo voler puntualizzare scrupolosamente sul termine adottato dagli autori americani (scrupolosity). L’autore dell’articolo, ma d’altronde è l’etimo stesso che ce lo insegna, chiarisce che il termine è un’etichetta adottata arbitrariamente per far riferimento al significato originale del termine “scrupulum” (dal latino scrupus = roccia, diminutivo scrupulus = piccola pietra) che nell’antichità indicava figurativamente il senso di inquietudine dato dal piccolo sassolino che si infilava subdolamente nella scarpa del viandante, così come oggi il dubbio patologico (per patologia intendiamo grave sofferenza e compromissione della vita sociale, lavorativa e familiare) entra nelle nostre menti e non ci permette di vivere con serenità e camminare in modo spedito (o come in questo caso di vivere tranquillamente la propria religiosità).
      Per chiarezza, gli articoli sono linkati nella bibliografia dell’articolo qui sopra, per scrupolosità potrebbe andare a cercarli!
      Comunque, a parte l’amaro umorismo che mi permetto nei confronti della cara collega Battaglia, il punto non è sottilizzare sul termine adottato dagli autori dell’articolo o dall’APA (a mio riguardo), ma semplicemente discriminare la categoria diagnostica e separare (come bene sa fare il nostro beneamato DSM) l’ossessione generica dall’ossessione religiosa. Gli autori cercano di renderci attenti a ben distinguere questa cosa, per non incappare nell’errore anti-terapeutico, come dice Ruggiero, di attaccare frontalmente le convinzioni religiose del paziente (nel caso fossero diverse o contrarie alle nostre), che per diritto sacro e santo devono rimanere tali, di qualunque religione si tratti! Personalmente credo sia qui la vera sfida per il clinico che ha come unico interesse il benessere del proprio assistito!
      Spero di aver chiarito i tuoi dubbi Lucia, se ci sono altri sassolini dimmelo pure!

      • lucia battaglia

        Caro Daniele eccomi ad espiare pubblicamente! 
        E’, oramai, plateale la mia scarsa scrupolosità nell’approcciare gli articoli… in effetti non avevo notato i link delle bibliografie!!! Tu fai rilevare che è lo stesso autore ad ammettere di aver usato il termine “scrupolosity” come “etichetta adottata arbitrariamente”… quindi, nella sostanza, stiamo dicendo la stessa cosa! Superfluo dire che concordo con la necessità di distinguere il DOC dal sottogruppo “ossessione religiosa” ma confermo la mia diffidenza nei confronti di etichette verbali che suscitano, come appena visto, confusione!     

        • http://www.facebook.com/profile.php?id=100002401320438 Daniele Bruni

          Carissima Lucia, vedo che hai recepito lo scherzo e mi fa davvero piacere!
          Comunque, i tuoi dubbi sono più che leciti, anzi, è strano che non ne siano sorti di più grandi e profondi, come dire, esistenziali.
          Confrontarsi su certe tematiche non è facile, e l’argomento è molto delicato, il più delicato di tutti direi. Qui si confrontano scienza e fede, le domande che nascono sono infinite e le risposte sembrano impossibili da dare.

  • Sandrasassaroli

    dotta la vostra disquisizione colleghi!  pensate io avrei detto che lo scrupolo è la versione raffreddata della fede. La sua versione annacquata che ha perso il sostegno degli ideali alti! la cura del particolare che abbandona il desiderio di purezza e dimentica dio..così vedendola non la avrei mai considerata segno di ossessione religiosa, ma rinuncia a fini religiosi.

    • http://www.facebook.com/profile.php?id=100002401320438 Daniele Bruni

      Cara Sandra, penso anch’io la stessa cosa. La fede dovrebbe dare gioia e serenità, non sofferenza. Se si vive la religione come sola imposizione per la quale l’unico segno di gratitudine è patire un’esistenza misera, non vedo dove sia il bello di questa esperienza! Alcuni potrebbero obiettare che “la vita è fatta di sofferenza”, sì, ma fino a che punto? Ci sono poi gli esempi dei martiri e dei santi, che hanno fatto della sofferenza la loro missione. Che ci sia un desiderio di emulazione e di onnipotenza allo stesso tempo da parte degli scrupolosi verso i martiri? E’ davvero molto complicato. Alcuni potrebbero pensare di meritare una sofferenza simile, e difficilmente cercherebbero aiuto. E’ anche vero, come notavo in altri articoli simili che non sto qui a citare, che questo tipo di disagio si riscontra molto di più negli individui che hanno una “immagine di Dio negativa”, il che giustificherebbe il disagio dato dal contrasto interno tra spinta verso la pratica religiosa e desiderio di contrastarla (opposte tendenze che generano il dubbio e il loop patologico). Ho letto altrove poi, tanto per riprendere l’argomento sollevato da Lucia, che il termine “scrupolosità” sembra sia stato introdotto nel passato dagli stessi monaci! E questo ci farebbe pensare che gli stessi funzionari religiosi siano ben a conoscenza delle trappole nelle quali si può cadere se non si vive la religione nel modo giusto, con serenità forse! Non sono poi a conoscenza dei dettami della religione musulmana (perché qui per adesso stiamo facendo prevalentemente riferimento alla religione cattolica che rappresenta la religione più diffusa in Italia) e della sua relativa rigorosità. Sembra comunque che rispetto ad altre religioni, come il buddhismo, la nostra (di origine, italiana, prevalente) contempli un Dio a volte (se non sempre) abbastanza severo e punitivo. Sarebbe interessante sapere se ci sono “scrupolosi” anche tra i buddhisti (!), ma non credo, sarebbe davvero qualcosa che si pone troppo in contrasto con i dettami fondamentali del buddha, della serenità e della pace cosmica. Argomenti sconfinati!

      • stuart

        ma il buddista che evita di acciaccare un insetto sul suo cammino ?

    • lucia battaglia

      Carissima Sandra, al di là della disputa semantica, la tua riflessione è stata contagiosa! In effetti quando la fede in dio diventa ossessione e compulsione verso i mille riti che la caratterizzano si perde di vista lo scopo primo! Non si tratta più di anelare a dio ma di seguire in modo preciso e pedantentesco i riti imposti dall’istituzione religiosa. 
      Se poi è vero ciò che sostiene Daniele, ovvero che tanto più è negativa l’immagine di dio tanto più si cade nella scrupolosità a seguirne i rituali, l’idea di dio diventa ancora più distante soppiantata dalla ricerca di una scappatoia, fatta di cilici e automortificazioni, per sfuggire alla punizione… tanto più spaventosa perché eterna!   

    • http://danielacarchen.wordpress.com/ Daniela Carchen

      …mi intrufolo in una conversazione tra colleghi per dire la mia opinione. Non trovo ci sia nessun tipo di incompatibilità tra la fede autentica e psicologia/psicoterapia. Perdonate il salto logico azzardato, ma trovo che entrambe siano una forma di amore. Nel senso di esercizio autentico e profondo e liberante dell’essere in relazione. Ricordo a questo proposito che il cristianesimo non ha come base fondante l’adesione a delle norme esterne vincolanti ma la relazione d’amore del singolo credente con Gesù. Solo da questa relazione nasce il resto, come risposta ad un bisogno di assoluto, di unicità e appunto di purezza.

  • Sandrasassaroli

    mah io la rovescerei la questione. Ci sono i responsabili e i perfezionisti, e alcuni si buttano sul cibo, sull’evitamento delle malattie o su Dio, insomma la scelta del piano è un pò arbitraria o deriva da elementi quali educazione, contesto. Ci sono jogger neworkesi che corrono tutto il giorno fino allo sfinimento, non è uno scrupolo (verso la propria salute fisica) che sostituisce Dio? Gli argomenti con i quali riempio di contenuti la mia tendenza a ruminare o a rimuginare, variano. 

  • Elena ponzio

    a me questo articolo ha fatto venire in mente la grande popolazione che sostituisce la fede religiosa con altre tematiche ed in particolare con il vivere sano, ecologico in armonia con la natura, recuperando tradizioni del passato etc etc tutti atteggiamnenti riconducibili, se esasperati, a mio avviso ad un pensiero magico di stampo ossessivo sovrapponibile a certe visioni un po’ concrete quasi suerstiziose della religione alla ricerca di un po’ di rassicurazione.

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