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Essere o non essere: il ruolo del dilemma implicativo nella resistenza al cambiamento

Un dilemma implicativo é una struttura cognitiva propria di sé (uno schema nucleare), nel quale il problema o il sintomo (il polo non desiderabile di un costrutto), é associato a caratteristiche positive e congruenti con la propria identità e l´abbandono del problema o del sintomo supporrebbe, d’accordo all’associazione di significati del dilemma, di lasciare la costruzione di sé con questi aspetti positivi e congruenti e ciò rappresenterebbe una minaccia per la propria identità.

Guillem Feixas, Danilo Moggia

La teoria dei costrutti personali di Kelly e il ruolo del dilemma implicativo nella salute mentale

Marco é un uomo di 42 anni nella fase intermedia di una terapia cognitiva comportamentale per il suo disturbo depressivo. Lui e il suo terapeuta hanno notato che ha avanzato nelle prime sedute, ma adesso non piú, persino il suo stato d’animo é ricaduto. Marco dice: “Non é un suo problema dottore, né del suo metodo, sono io il problema… non posso cambiare, é come se non volessi cambiare”. Quanti terapeuti hanno avuto questa esperienza? Perché Marco non avanza di piú? Perché Marco migliora nelle prime sedute e poi no?

Noi pensiamo che a tutte queste domande si possa rispondere studiando il ruolo del Dilemma Implicativo nella salute mentale e nella psicoterapia. Questa nozione viene dalla Psicologia dei Costrutti Personali di Kelly, la quale fornisce un adeguato quadro concettuale e metodologico per lo studio empirico dei conflitti interni relativi alla costruzione del sé. Sinteticamente, la teoria di Kelly esplora il modo soggettivo in cui le persone costruiscono la loro esperienza, analizzando i loro costrutti personali, che sono dimensioni bipolari di significati personali (ad esempio, essere depressi rispetto ad essere felici). Questa teoria sostiene una proattiva visione degli esseri umani e così afferma che la motivazione, i processi emotivi, e le azioni vengono regolati sulla base della congruenza o discrepanza tra la costruzione del ‘sé’ e del ‘sé ideale’. La discrepanza tra sé e l´ideale non è necessariamente un conflitto.

Per concettualizzare i conflitti, la Teoria dei Costrutti Personali riconosce che gli esseri umani possono assumere una varietà di costruzioni che sono inferenzialmente incompatibili tra loro (il corollario di frammentazione di Kelly). Da questa prospettiva, è probabile che i dilemmi si possano generare quando una persona deve conciliare il sé con i valori personali sostenuti. Ad esempio, il caso di un paziente depresso cronico che ha affrontato il dilemma tra essere depresso (associato nel suo sistema di costrutti con ‘essere umano’) o il cambiamento, e diventare una persona ‘distruttiva’ o una persona ‘sgradevole’ (secondo la sua visione). Questo é un conflitto derivato dalla particolare configurazione delle implicazioni del suo sistema di costrutti.

 

Il conflitto tra il sè attuale e il sè ideale

Da questa visione, un dilemma implicativo é una struttura cognitiva propria di sé (uno schema nucleare), nel quale il problema o il sintomo (il polo non desiderabile di un costrutto), é associato a caratteristiche positive e congruenti con la propria identità e l´abbandono del problema o del sintomo supporrebbe, d’accordo all’associazione di significati del dilemma, di lasciare la costruzione di sé con questi aspetti positivi e congruenti, e ciò rappresenterebbe una minaccia per la propria identità.

In altre parole, la nozione di dilemma implicativo fa riferimento a quei conflitti in cui un cambio desiderato (ad esempio, non essere depresso) implica un cambio indesiderato (ad esempio, diventando sgradevole). In questo esempio un cambio specifico a livello di sintomi implica un cambio a livello di identità (cioè, diventando un tipo di persona diversa). Operativamente, due tipologie di costrutti personali sono coinvolti in un dilemma implicativo.

Da un lato, ci sono i costrutti discrepanti, in cui la persona percepisce una discrepanza significativa tra il ‘sé attuale’ e il ‘sé ideale’ di modo che un polo del costrutto descrive il presente e l’altro il polo del sé ideale. Dall´altra parte, i costrutti congruenti rappresentano aree di auto-soddisfazione (come indicato dalla somiglianza tra il sé presente e il sé ideale) che puó essere legata a valori personali o credenze.

Nell’esempio, il paziente si considera una persona che ‘non ama se stessa’ (polo di sinistra), e vorrebbe iniziare ad ‘amare se stessa’ (polo destro del costrutto discrepante).

Contemporaneamente, in congruenza con il suo sé ideale, si considera come ‘protettiva’ (polo di sinistra) e non vuole diventare ‘impassibile’ (polo destro del costrutto congruente, si puó notare che tutti questi costrutti sono personali, nelle parole del paziente).

Essere o non essere, questo è il problemail ruolo del dilemma implicativo nella resistenza al cambiamento-diagramma

Conclusioni

In questo senso, si considera che i dilemmi implicativi agiscono come fattori di mantenimento della sintomatologia psicopatologica attraverso il tempo e spiegherebbero i fenomeni che tradizionalmente sono stati concettualizzati come resistenza o stagnazione nella psicoterapia.

I dilemmi implicativi possono essere misurati attraverso la Tecnica della Griglia nelle fasi pre e post della terapia. Diverse ricerche hanno dimostrato la relazione tra la presenza di Dilemma implicativo e la presenza di alcuni disturbi e sintomatologia psicopatologica nella popolazione clinica, come nei disturbi alimentari (Feixas et al, 2010), nel disturbo depressivo maggiore (Feixas et al, 2014), distimia (Montesano et al, 2014), disturbi ansiosi (Melis et al, 2011) e disturbi misti (Feixas, Saúl & Avila Espada, 2009).

Lo psicologo forense in ambito minorile: il ruolo, i test e i limiti

Psicologo forense: I lavori forensi nell’ambito della giustizia minorile sono i più delicati in quanto lo psicologo dovrà considerare anche lo sviluppo cognitivo del minore, valutando con attenzione le sue capacità mnestiche, l’intelligenza emotiva, l’esame di realtà e via dicendo, considerando l’età del bambino e le diverse tappe dello sviluppo.

 

Chi è lo psicologo Forense e cosa fa?

L’Ordine Nazionale degli Psicologi, facendo riferimento alla classificazione EUROPSY, definisce lo psicologo forense e giuridico come colui che si occupa [blockquote style=”1″]dei processi cognitivi, emotivi e comportamentali aventi rilevanza per l’amministrazione della giustizia, con riferimento alle persone intese sia come autrici di reato sia partecipanti al processo giudiziario in qualità di imputati, testimoni, parti lese, avvocati e giudici. […] Le applicazioni delle conoscenze e dei metodi di psicologia clinica al contesto giudiziario costituiscono un ausilio sia per l’emissione di sentenze sia per tutelare interessi di parte. Ci si riferisce, ad esempio, all’assessment e alla diagnosi psicologica, alla valutazione della pericolosità, dell’imputabilità e responsabilità penale di adulti e minori, alla valutazione e quantificazione del danno psichico ed esistenziale, al criminal profiling, alla valutazione di minori e del contesto familiare in casi di pregiudizio, all’assessment di minori autori di reato, alla valutazione dei minori e delle capacità genitoriali in casi di affidamento per separazione o divorzio, alla mediazione e risoluzione dei conflitti, alla valutazione per lo sviluppo di percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo di autori di reato, ecc.[/blockquote]

In generale, lo psicologo forense svolge in qualità di Perito, in ambito penale, perizie su nomina del giudice o, in ambito civile, consulenze tecnico-giudiziarie in qualità di CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio), Consulente Tecnico del Pubblico Ministero (CTPM) o, di Consulente Tecnico di Parte (CTP) su nomina degli avvocati di parte. Nella sua opera professionale, lo psicologo forense deve rispettare non solo il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani ma anche alcuni documenti che sanciscono le linee guida nell’ambito della psicologia giuridica, tra cui la Carta di Noto del 1996 e i relativi aggiornamenti 2002 e 2011 e Linee guida deontologiche per Psicologo Forense dell’Associazione Italiana Psicologia Giuridica (Torino, 1999)2.

Nella sua attività forense, lo psicologo dovrà sempre tenere a mente il quesito posto dal sistema giudiziario, la sua attività sarà quella di valutazione, in alcun modo potrà svolgere terapia nell’ambito di una perizia o di una consulenza. L’atteggiamento guida da adottare dovrà essere quello “falsificazionista” riassumibile con Popper in questa affermazione: [blockquote style=”1″]L’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. La controllabilità coincide con la falsificabilità; alcune teorie sono controllabili, o esposte alla confutazione, più di altre; esse per così dire, corrono rischi maggiori.[/blockquote] (Popper, 1986).

Questo approccio garantisce infatti allo psicologo di non fossilizzarsi su eventuali informazioni pregiudiziali o di non fare assoluto riferimento al proprio paradigma, ma di confutare e vagliare razionalmente ogni possibilità con lo scopo di avvicinarsi il più possibile a una valutazione oggettiva. Lo psicologo, dovrà comunque tenere a mente che non dovrà sovrapporsi al ruolo del Giudice, ovvero, potrà esprimere un parere in termini di probabilità o compatibilità, non certo di assoluta verità, fornendo agli interlocutori (giudici, avvocati, colleghi psicologi, psichiatri ecc..) elementi oggettivi per valutare e comprendere l’operato dello psicologo forense e di conseguenza le sue conclusioni. Il suo ruolo è quindi di concorrere, assieme alle altre figure, ad aiutare il Giudice ad esprimersi nel modo più corretto possibile.

 

Quali metodologie e quali test nella psicologia giuridica e peritale?

Nell’ambito forense, occorre essere molto cauti e attenti rispetto ai paradigmi di riferimento e ai diversi approcci che ogni psicologo può seguire. Nello specifico, alcuni approcci che nella pratica terapeutica possono risultare efficaci, in ambito giuridico – considerato il tempo limitato, l’obiettivo (che non è appunto fare terapia, ma valutare) e la necessità di dover dare a tutte le parti elementi per comprendere e valutare il lavoro condotto – potrebbero essere poco adatti.

In generale, il principio da adottare è quello di utilizzare metodologie e strumenti il più possibile recenti, oggettivi e condivisi dalla comunità scientifica internazionale. Relativamente ai test proiettivi o tematici, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ad esempio raccomanda di utilizzarli, se necessario, solo in accompagnamento ad altri e in particolare scrive: [blockquote style=”1″]L’utilizzazione distorta, più o meno volontariamente, di strumenti tecnici (test proiettivi) che mirano ad ampliare ed approfondire la conoscenza e la comprensione di dinamiche e processi intrapsichici individuali, significa la compromissione e mistificazione di tali strumenti e la sottolineatura del libero arbitrio rispetto a posizioni scientifiche acquisite. In ambito forense e ancor più nel campo di esame di personalità di minori, dove tutto sembra amplificarsi ed acquisire maggior valore, lo psicologo che utilizza i test deve evitare un’analisi contenutistica priva del “tessuto connettivo di sostegno” offerto dai dati statistici quantitativi nell’interpretazione di un test proiettivo come ad esempio il Rorschach e, soprattutto, deve evitare di assumersi il compito-dovere di accertare un’eventuale colpevolezza, di accertare la verità su di un fatto, o ancora nel valutare il grado del dolo, interpretando così in modo soggettivo e privo di fondamenta scientifiche un test proiettivo.[/blockquote]

Nell’ambito minorile i test proiettivi vengono però talvolta utilizzati, e non come ausilio per inquadrare lo stato psicologico del minore, ma come strumenti di misura. Tra i più diffusi, CAT (1957), TAT (1960), Blacky Pictures (1971), Favole della Duss (1957), Rorschach (1981), disegno della figura umana (1949), ecc. La letteratura scientifica dimostra però che questi test lasciano ampio spazio di interpretazione personale e si è dimostrato che diversi periti possono, con i suddetti test, arrivare a conclusioni diverse. Si è inoltre dimostrato che non vi sono significative differenze ad esempio tra i risultati a questi test condotti su minori sessualmente abusati rispetto a minori non abusati, indice della poca attendibilità oggettiva dei test )per una rassegna si veda Veltman e Browne, 2003 e Waterman, 1993 e de Cataldo, 2010).
In generale, test più recenti e utilizzabili nell’ambito minorile, per avere indicazioni più oggettive possono ad esempio essere:

BVN (2009), batteria di valutazione neuropsicologica per l’adolescenza.
CBA-Y (Cognitive Behavioural Assessment, 2013), per la valutazione del benessere psicologico in adolescenti e giovani adulti.
CLES (Coddington Life Events Scales, 2009), per la misurazione degli eventi stressanti nei bambini e negli adolescenti.
CUIDA (2010), per la valutazione dei richiedenti l’adozione, gli assistenti, i tutori e i mediatori.
FRT (Family Relations Test, 1991), per lo studio delle rappresentazioni familiari.
GSS (Gudjonsson Suggestibility Scale, 2014), per valutare le modalità di reazione durante un interrogatorio.
K-SADS-PL (2004), intervista diagnostica per la valutazione dei disturbi psicopatologici in bambini e adolescenti.
MMPI-A (Minnesota Multiphasic Personality Inventory – Adolescent, 2001), utilizzato per l’assessment della personalità negli adolescenti.
PARENTS (Portfolio per la validazione dell’accettazione e del rifiuto genitoriale, 2012), per misurare l’accettazione e il rifiuto genitoriale.
PCL:YV (Hare Psychopathy Checklist: Youth Version, 2013), per la valutazione della psicopatia.
PSI (Parenting Stress Index, 2008), per misurare lo stress presente nella relazione genitore/figlio.
SIPA (Stress Index for Parents of Adolescents, 2013): per identificare lo stress genitoriale con figli adolescenti.
TCS-A (Test sul superamento dei compiti di sviluppo in adolescenza, 2015), sessualità, abilità cognitive e socio-relazionali e identità.
Test Q-PAD (2011), per la valutazione della psicopatologia in adolescenza.
WISC IV (Wechsler Intelligence Scale for Children-IV, 2012), per valutare le capacità cognitive.

È sempre da tenere in considerazione che le interpretazioni dei test andranno sempre accompagnate da accorte valutazioni e osservazioni cliniche.
Infine, è fondamentale che i Consulenti di Parte si astengano dal somministrare test nel corso della consulenza, per non invalidare l’operato del CTU. Il CTP, ove possibile, è opportuno non sia presente durante la somministrazione di test nell’ambito dei lavori peritali per salvaguardare il corretto setting psicodiagnostico: buona abitudine, per questa ragione, è che il CTU videoregistri tutte le operazioni svolte, previo opportuno consenso del Giudice.

 

Chi può fare lo psicologo forense?

In generale possono occuparsi di scienze forensi psicologi che abbiano adeguata e comprovata esperienza e formazione nell’ambito. Presso ogni Tribunale è istituito un Albo dei Consulenti Tecnici: [blockquote style=”1″]I giudici che hanno sede nella circoscrizione di un determinato tribunale devono normalmente affidare gli incarichi ai CTU iscritti nell’albo dello stesso tribunale.[/blockquote] Essere iscritti in suddetto Albo infatti, garantisce una certa professionalità del consulente, in quanto l’ammissione è stabilita da un’apposita commissione, presieduta dal Presidente del Tribunale, composta anche dagli ordini territoriali competenti rispetto alla professione dell’esperto.

 

L’ambito dell’abuso su minori

In generale, i lavori forensi nell’ambito della giustizia minorile sono i più delicati in quanto lo psicologo dovrà considerare anche lo sviluppo cognitivo del minore, valutando con attenzione le sue capacità mnestiche, l’intelligenza emotiva, l’esame di realtà e via dicendo, considerando l’età del bambino e le diverse tappe dello sviluppo. Nel caso dell’abuso, sessuale o meno, il contesto si fa ancora più delicato: il sovrintendente Mauro Berti, responsabile dell’Ufficio Indagini per la Pedofilia della Polizia delle Comunicazioni del Trentino Alto Adige, nell’ambito di una manifestazione della giornata nazionale contro la pedofilia del 5 maggio 2016, ha espresso con limpida chiarezza quanta delicatezza e professionalità occorra nell’occuparsi di minori, in particolare vittima di presunti abusi sessuali, non si è però soffermato solo sugli aspetti formali e tecnici, ma ha aggiunto: [blockquote style=”1″]Per occuparsi di minore occorre che gli esperti, nelle loro diverse specificità e competenze, tengano sempre presente che essere bambini è un diritto, e che chi abbiamo davanti non è un oggetto su cui fare valutazioni o prendere decisioni, ma è una persona, con una sensibilità, con un vissuto, con delle emozioni imprescindibili. Occorre quindi ricordarsi sempre l’aspetto umano-relazionale, ed è anche per questo che la Polizia di Stato non si limita alle attività di indagine o repressione del reato, ma svolge numerose iniziative di sensibilizzazione.[/blockquote]

 

La stesura della relazione

La relazione al fine dei lavori, che lo psicologo forense dovrà elaborare per il sistema giudiziario, dovrà essere scritta con estrema precisione, non lasciando spazio ad interpretazioni soggettive o a espressioni ambigue, dovrà in primo luogo riassumere le modalità, gli incontri, i test e le persone coinvolte durante le operazioni peritali, per poi dettagliare gli esiti in modo oggettivo, dando agli interlocutori la possibilità di comprendere e verificare oggettivamente il lavoro svolto.

Conclusioni

Il lavoro dello psicologo forense è particolarmente delicato e richiede quindi, oltre alle competenze e alle conoscenze, una certa attitudine al metodo scientifico-giuridico.

Cosa succede al mio account Facebook se muoio? Utenti fantasma ed eredi virtuali

L’esistenza post mortem del profilo Facebook è un cruccio per la comunità web. Mark Zuckerberg coglie prontamente le preoccupazioni dei cittadini della sua comunità, e si preoccupa della loro salute virtuale. Riformulando la questione in modo più chiaro: nel caso in cui “ti succede qualcosa” nel mondo terreno, cosa accade nel tuo spazio virtuale? Ecco la soluzione proposta dal social network: se nella realtà quotidiana ci si tutela redigendo un testamento, nella realtà online si protegge il proprio patrimonio virtuale nominando un erede.

 

Cosa succede al mio account di facebook se muoio?

Oggi ci sono più di un miliardo di utenti Facebook. Per ognuno di questi, è possibile rintracciare tale FAQ (frequently asked question), cliccando nell’area gestione dell’account: “cosa succede al mio account se muoio?”.

L’esistenza post mortem del profilo Facebook è un cruccio per comunità web. Mark Zuckerberg coglie prontamente le preoccupazioni dei cittadini della sua comunità, e si preoccupa della loro salute virtuale. Riformulando la questione in modo più chiaro: nel caso in cui “ti succede qualcosa” nel mondo terreno, cosa accade nel tuo spazio virtuale? Ecco la soluzione proposta dal social network: se nella realtà quotidiana ci si tutela redigendo un testamento, nella realtà online si protegge il proprio patrimonio virtuale nominando un erede. In che modo? Basta cliccare sulle impostazioni di gestione del proprio account ed ecco apparire l’opzione “nomina un erede”.  Chi è l’erede? FB lo definisce così: “un contatto erede è una persona a cui affidi la gestione del tuo account nel caso in cui tu venga a mancare. Questa persona sarà in grado di compiere alcune azioni, tra cui fissare un post in alto nel tuo diario, rispondere a nuove richieste di amicizia e aggiornare l’immagine del profilo. Non sarà in grado di creare nuovi post a nome tuo o di vedere tuoi messaggi”.

 

Facebook come strumento di socializzazione

Ma procediamo un attimo a ritroso per comprendere meglio la rilevanza di questa “conquista”. Ci troviamo nell’anno 12 p.F. (post- Facebook) e, dalla sua fondazione, ci sono stati dei significativi cambiamenti: oltre al fatto che ormai più di 1/7 della popolazione mondiale possiede un account (un numero notevole rispetto a quella manciata di studenti di Harvard del 2004), è cambiata l’interpretazione delle possibilità offerte dal mondo Facebook. Da strumento di socializzazione ristretto alle cerchie universitarie statunitensi si è tramutato in uno strumento di socializzazione globale.

Oggi un’inquietante nuova affordance si rende trasparente e necessaria all’innumerevole quantità di utenti: Facebook crea vita, una vita virtuale, ma pur sempre vita. Il profilo diventa un prolungamento del sé: della propria res cogitans, che si manifesta attraverso ciò che si condivide, che si commenta, che si pubblica, attraverso i like che si mettono; della propria res extensa, che prende vita nelle proprie foto, nei propri video, nelle proprie “GIF”. Oggi il profilo è la miglior forma di personal branding, per tutti gli utenti, dall’adolescente all’over sessanta, e il grande social network si propone come un enorme “spaccio di identità”. In questo contesto appare chiara la necessità di nominare un erede: è fondamentale salvaguardare la propria vita online, una parte sostanziosa dell’identità dell’utente stesso.

 

Il caso di Louise Palmer

Una conseguenza diretta di questa estensione identitaria è il vuoto di diritto che si è creato su tale social, dopo la sua repentina ascesa. Il “caso Palmer” è stato uno dei tanti a mettere in luce questo aspetto: Louise Palmer è una madre britannica, la cui figlia Becky morì prematuramente nel 2012, a causa di un cancro. Becky aveva 19 anni e un account di facebook. Post mortem, i suoi amici continuavano a mantenere attiva la sua bacheca, pubblicando foto, post, ricordi. Il problema nacque quando la madre Louise cercò di entrare nel profilo della figlia, dichiarando di cercare conforto in quella parte della figlia che sopravviveva alla morte terrena e nel calore dei suoi amici. Nonostante le numerose richieste, lo staff di Facebook si dimostrò intransigente e le negò l’accesso più volte per motivi di privacy. Il caso destò scalpore e finì sotto gli occhi dell’intera Gran Bretagna. Questa vicenda, come altre prima, ha sottolineato un grosso punto cieco nella perfetta macchina virtuale: non era stato definito un protocollo d’azione da seguire in situazioni del genere, dunque non si è riusciti a dare altra risposta se non: “ci dispiace, non è autorizzata per motivi di privacy”. Una risposta crudele per le orecchie di una madre addolorata, ma che evidenziano soltanto una lacuna nel sistema. La soluzione prontamente offerta è stata la creazione di “account commemorativi” e in seguito si è arrivati all’ “opzione erede”.

Il percorso attraverso il quale si è giunti all’erede appare naturale e necessario. Una volta salpata la grande nave FB nell’oceano online, gli utenti iscritti hanno avuto due possibilità: continuare a rimanere sulla nave, accettando che il progresso continuasse a rivoluzionare la loro esistenza con possibilità sempre maggiori (tra cui l’erede); scendere dalla nave, con il rischio di rinunciare a numerosi benefici sociali che solo questa comunità virtuale sa dare. Sull’ultima piccola rivoluzione facebookiana, l’opzione erede, si pone l’attenzione su ciò che ne consegue per le due parti coinvolte: l’utente, che si trasforma in utente-fantasma; l’erede nominato.

 

L’utente fantasma

Secondo Hachem Sadikki (una ricercatrice dell’università del Massachusetts), all’interno di Facebook si sta verificando una crescita esponenziale di iscrizioni, destinata ad aumentare negli anni. Sorge spontaneo pensare che più saremo, più lapidi arricchiranno il gigantesco cimitero virtuale, che già oggi ne conta più di 3 milioni. Un sentimento di inquietudine mi assale al pensiero di 3 milioni di fantasmi digitali che aleggiano in rete, accettando nuovi amici, cambiando l’immagine del profilo e fissando un bel post in alto nel proprio diario. È inquietante per me in quanto persona cresciuta nella generation web 2.0, che ha vissuto il trapasso da “msn” (molto in voga fino a 12 anni fa e già caduto nel dimenticatoio) al social network vero e proprio.

Ma questo sentimento colpirà la “touch generation”? Non credo. Quando a tre anni si è già in grado di usare un iPad, di sicuro in futuro non ci si porrà il problema di un’esistenza virtuale separata da quella terrena, in grado di sopravvivere alla morte. La “touch” è una generazione cresciuta in un ambiente diversamente stimolato, ultrastimolato, dunque gli schemi mentali e le strutture cognitive di coloro che vi appartengono si svilupperanno in maniera sicuramente differente. Noi della web 2.0 abbiamo genitori della web generation e vediamo crescere al nostro fianco i bambini della touch generation: siamo a cavallo tra due mondi e se da un lato siamo attratti dalle nuove proposte della tecnologia, dall’altro ne siamo un po’ spaventati.

L’inquietudine nasce, secondo la mia opinione, dall’opacità con la quale la generazione web 2.0 (e le precedenti) guarda alle affordances offerte dal mondo social, perfettamente intellegibili e trasparenti agli occhi della touch generation. Gli schemi mentali sono le lenti attraverso le quali decifriamo la realtà: quelle della web generation (e della 2.0) sono state costruite in un ambiente differente, per questo leggono il nuovo ambiente in maniera un po’ opaca. Con questa chiave di lettura si può leggere il “problema”- erede.

 

L’erede

Se si decide di nominare un “social-erede”, nella rosa dei candidati si colloca un parente, un amico stretto, un fidanzato. Ciò accade se le stesse regole e usanze terrene vengono applicate al mondo digitale, applicando l’abitudine culturale per la quale si tramanda il proprio patrimonio (in questo caso virtuale) a chi ci sta a cuore. Eppure ciò che si lascia all’erede virtuale non è qualcosa come una casa, un semplice pezzo di terra, dei soldi, etc.

All’erede si concede l’onore di possedere una parte di identità, che egli comincia a gestire come propria. L’erede pubblica una foto dal suo profilo e, contemporaneamente, fissa un post in alto su quello della persona cara venuta a mancare. Ecco che l’onore si trasforma in un onere pesante e sorgono spontanei alcuni interrogativi. Ad esempio: in che modo si elabora il lutto di un utente-fantasma? Ci si muove su un terreno di ricerca ancora inesplorato, ma è chiaro che se già è complesso elaborare la morte di una persona cara, lo sarà ancora di più se ci si imbatte costantemente nella sua identità virtuale. Un’altra situazione che potrebbe verificarsi è la seguente: al momento Facebook dà la possibilità di nominare come erede uno dei propri amici. Ma l’amico Facebook non è necessariamente un amico o un parente nella vita reale. E se per qualche assurda ragione un utente decidesse di designare come erede uno sconosciuto appartenente agli amici?

Non è obbligatorio accettare la condizione di contatto erede, dunque si può anche cortesemente rifiutare l’offerta del nostro amico, parente, marito o sconosciuto amico di Facebook. Ma nel caso si decida di accettare è necessario tener conto di tutte le possibili conseguenze, fantasmi compresi.

Il disturbo dell’estinzione visiva e la negligenza spaziale unilaterale

Con il termine estinzione visiva ci si riferisce a un disturbo conseguente ad una lesione cerebrale unilaterale, tale per cui il soggetto sperimenta l’incapacità di identificare uno stimolo proposto nello spazio opposto a quello della lesione, quando contemporaneamente nello spazio ipsilesionale viene presentato ad un altro stimolo.

Diletta Maria Ghisleri, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

Il paziente affetto da Negligenza Spaziale Unilaterale [blockquote style=”1″]si comporta come se non fosse più in grado di percepire e concepire l’esistenza di un lato dello spazio egocentrico, corporeo ed extracorporeo [/blockquote](Bisiach, 1996).

In ambito neuropsicologico si sente parlare spesso di Sindrome Spaziale Unilaterale – NSU o Neglect Spaziale, ma poco conosciuta è una sindrome spaziale simile alla NSU, ma che assume una propria autonomia diagnostica: il disturbo dell’ estinzione in condizioni di doppia stimolazione.
Entrambi i deficit sono classificabili all’interno della più ampia categoria dei disturbi dell’attenzione spaziale e dal punto di vista eziopatogenetico sono frequenti soprattutto dopo lesione cerebrale, ciascuno con specifiche aree neurali interessate.

 

Cos’è il disturbo dell’ Estinzione visiva?

Il concetto di estinzione è stato introdotto all’interno del panorama medico/neurologico da H. Oppenheim nel 1885, nonostante l’esposizione del primo caso clinico nel 1884 si debba a J. Loeb (Benton, 1956).

Con il termine estinzione visiva ci si riferisce a un disturbo conseguente ad una lesione cerebrale unilaterale, tale per cui il soggetto sperimenta l’incapacità di identificare uno stimolo proposto nello spazio opposto a quello della lesione, quando contemporaneamente nello spazio ipsilesionale viene presentato ad un altro stimolo. Con la presentazione simultanea di due target, il soggetto riporta la presenza del solo stimolo ipsilesionale, mentre lo stimolo controlesionale è apparentemente ignorato, o estinto (Bisiach, 1991). Questi stessi pazienti rispondono correttamente ai medesimi target visivi, uditivi o tattili controlesionali se proposti isolatamente (in assenza di altri deficit, es. riduzione campimetrica).

Nell’ estinzione il paziente non ha disturbi visivi primari: quando vengono presentati stimoli singoli nel campo visivo destro o nel campo visivo sinistro, è in grado di riportarne la presenza e le caratteristiche fisiche e semantiche (es. dimensione, colore, cosa è, etc).
Storicamente il disturbo dell’ estinzione al doppio stimolo è stato correlato alla sindrome da negligenza spaziale unilaterale, definito in particolare come difficoltà residua nell’esplorazione dello spazio controlesionale, in seguito ad un programma riabilitativo del neglect (Heilman e coll., 1993).

 

Correlati neurali dell’estinzione visiva

Nonostante le similarità delle manifestazioni sintomatologiche, sono molte le evidenze che suggeriscono che neglect e disturbo dell’ estinzione visiva vadano considerate come condizioni patologiche distinte. Alcuni studiosi hanno infatti testato pazienti che mostravano i sintomi di una sola delle due condizioni cliniche, in particolare il disturbo dell’ estinzione visiva senza sindrome spaziale unilaterale (Ogden, 1985), dimostrando che estinzione e neglect sono due deficit doppiamente dissociabili.

Si osserva inoltre che, mentre il neglect è spesso conseguente a lesioni a carico dell’emisfero destro ed interessa l’emispazio sinistro, il disturbo dell’ estinzione è riscontrabile in seguito a lesioni parietali sia destre che sinistre con egual frequenza e può interessare pertanto entrambi gli emispazi visivi. Alcune ricerche hanno inoltre dimostrato che le manifestazioni cliniche di neglect ed estinzione hanno differenti basi neurali. Vallar e coll. (1994) hanno evidenziato che i correlati anatomici del disturbo dell’ estinzione non sono confinati a lesioni corticali che coinvolgono la corteccia parietale, ma possono coinvolgere le strutture sottocorticali profonde. In una ricerca proposta da questi autori, i pazienti con disturbo dell’ estinzione – senza neglect presentavano con maggior frequenza danni alla sostanza bianca paraventricolare e alla corteccia frontale dorso-laterale; nel caso di coesistenza tra neglect ed estinzione la lesione si sovrapporrebbe al lobulo parietale inferiore. Uno studio di neuroimmagine di Karnath e coll. (2009), ha indicato la giunzione temporo-parietale come substrato neurale interessato nell’ estinzione visiva.

 

Manifestazioni cliniche

E’ possibile considerare l’ estinzione come un fenomeno la cui espressione clinica è osservabile in differenti domini: alcuni studi presenti in letteratura dimostrano come siano possibili dissociazioni selettive e specifiche per ciascuna modalità sensoriale, dipendenti dai circuiti cerebrali specifici coinvolti.
Un paziente può mostrare contemporaneamente estinzione somatosensoriale (Critchley, 1949), visiva, uditiva e gustativa oppure riportare il manifestarsi dell’estinzione in un unico dominio (De Renzi e coll., 1984).
Il fenomeno dell’ estinzione non è osservabile esclusivamente all’interno dei domini sensoriali, ma può interessare anche il dominio motorio. Si parla infatti di estinzione motoria quando il paziente riesce ad utilizzare entrambe le braccia singolarmente, ma fallisce nell’usare l’arto controlesionale quando gli si chiede di muovere contemporaneamente entrambi gli arti superiori.

 

Interpretazioni del deficit

Le interpretazioni causali del disturbo dell’ estinzione visiva sono controverse, in generale vengono a contrapporsi due correnti di pensiero: la prima supporta una “teoria sensoriale”, mentre la seconda una “teoria attenzionale”.

Secondo la prospettiva sensoriale, il processo di estinzione visiva sarebbe ricollegabile ad un’elaborazione incompleta e inadeguata degli stimoli, a carico dell’emisfero danneggiato. Data la caratterizzazione crociata delle principali vie sensoriali, gli stimoli presentati controlateralmente all’emisfero danneggiato risulterebbero sottoposti ad un’elaborazione deficitaria già durante le prime fasi dell’analisi (Batterby e coll., 1956). La presenza di un deficit sensoriale potrebbe spiegare la diversa capacità dei pazienti nel rilevare stimoli presentati singolarmente, piuttosto che in condizione bilaterale (Farah e coll., 1991).

Le ipotesi attenzionali rimandano alle teorie di Kinsbourne (1987) e sostengono che il disturbo sarebbe evidenza di un meccanismo competitivo per l’utilizzo di risorse attenzionali limitate: il danno cerebrale causerebbe un’alterazione dell’equilibrio delle risorse e a causa di tale modificazione lo spazio ipsilesionale risulterebbe prominente. La presentazione di uno stimolo ipsilesionale catturerebbe l’attenzione, sopprimendo la percezione consapevole dello stimolo controlesionale considerato meno saliente. Per singoli target, la competizione non si attiverebbe e gli stimoli sarebbero normalmente elaborati.

Le teorie interpretative più recenti avvalorano l’ipotesi attenzionale: rimandando alle interpretazioni della negligenza spaziale unilaterale come disturbo dell’attenzione, questi modelli definiscono il disturbo dell’ estinzione come riflesso di un disordine di rappresentazione spaziale (Smania e coll., 1996). A sostegno di questa ipotesi, alcuni lavori recenti hanno evidenziato la possibilità di modulare il fenomeno dell’ estinzione attraverso alcuni fattori specifici, ad esempio mediante l’orientamento volontario dell’attenzione spaziale (Di Pellegrino e De Renzi, 1995).

 

Elaborazione senza consapevolezza nel disturbo dell’ estinzione

L’ estinzione è stata spesso ricondotta ad un disturbo a livello della consapevolezza percettiva. Uno dei quesiti più interessanti è: l’ estinzione in doppia stimolazione prevede una perdita totale dell’informazione presente nello spazio contro-lesionale oppure avviene un qualche tipo di elaborazione anche solo a livello elementare?

In uno dei primi studi effettuati, Volpe e collaboratori (1979) sottoposero 4 soggetti, che riportavano una lesione cerebrale destra, ad un test di giudizio di valore uguale/diverso relativamente a due stimoli complessi. La risposta di questi pazienti riportava l’assenza degli stimoli proiettati nell’emicampo visivo sinistro, quando uno stimolo concorrente era contemporaneamente presentato nell’emicampo destro. Nonostante ciò, gli stessi pazienti se spinti a rispondere, erano in grado di dare i giudizi di valore uguale/diverso relativi agli stimoli presentati, presentando un elevato grado di adeguatezza. Se ne ipotizzò che in assenza di elaborazione a livello percettivo e consapevole, le caratteristiche fisiche degli stimoli potevano superare la soglia dei sistemi sensoriali ed essere in qualche modo processate.

Uno studio confermativo di Berti e coll. del 1992 effettuato su di un singolo paziente, ha rilevato che gli stimoli presentati ed “estinti” dal soggetto potevano raggiungere un livello di elaborazione molto elevato, in assenza tuttavia di coscienza per il prodotto dell’elaborazione stessa.
Ciò ha permesso di inscrivere il fenomeno dell’ estinzione visiva tra i disordini dominio-specifici della consapevolezza.

Ricci e Chatterjee (2004) hanno sottolineato come un compito che richiede l’identificazione semantica di stimoli visivi, risulti più sensibile nel rilevare la presenza dell’ estinzione visiva rispetto ad un compito di semplice detezione dell’input (in cui si prevedono giudizi di presenza/assenza stimoli mono o bilaterali). Un soggetto che riesce positivamente in compiti di detezione, potrebbe manifestare l’ estinzione visiva in condizioni di doppia stimlazione, in un compito identico in cui è tuttavia richiesta l’identificazione semantica dei medesimi stimoli (quindi un livello di elaborazione superiore). Questo fenomeno letto all’inverso indica che un soggetto che nei test per l’ estinzione visiva fallisce il compito di identificazione del doppio stimolo durante stimolazione bilaterale, potrebbe rilevare correttamente entrambi gli input in un compito che richieda un grado di elaborazione inferiore (es. detezione).

Questo esperimento può essere visto come un’ulteriore prova di come il fenomeno dell’ estinzione visiva sia osservabile a diversi livelli di elaborazione dell’informazione in entrata e strettamente associato a diversi livelli di consapevolezza.

Il pianto del bambino e il funzionamento cognitivo dell’adulto

Pianto del bambino: Come Charles Darwin e molti altri studiosi hanno osservato, i bambini hanno la capacità di attirare la nostra attenzione, in particolare tramite il pianto. Ma come la valenza emotiva dei segnali vocali infantili colpisca la cognizione e l’attività corticale nell’adulto non è ancora stato sufficientemente indagato.

 

L’esperimento con il test di Stroop

Pertanto Dudek e colleghi, in collaborazione con l’Università di Toronto, hanno condotto uno studio proprio con lo scopo di comprendere quali sono gli effetti che il pianto del bambino può causare alla cognizione dell’adulto.

Nel corso dell’esperimento è stato chiesto ai partecipanti di ascoltare due vocalizzazioni infantili differenti, una di un bambino che ride e l’altra di un bambino che piange, e successivamente di svolgere un compito. Nello specifico il compito richiesto era il Test di Stroop, ai soggetti veniva richiesto di identificare il più rapidamente possibile il colore delle parole stampate ignorando il significato della parola stessa. Durante l’esecuzione del test è stata misurata l’attività cerebrale utilizzando l’elettroencefalogramma (EEG).

 

I risultati dello studio

I risultati hanno evidenziato un effetto interferenza maggiore sul compito da parte del pianto del bambino rispetto alla risata, innescando così un maggiore conflitto con l’elaborazione cognitiva da parte dell’adulto. Si tratta di un dato molto importante, in quanto l’elaborazione cognitiva è fondamentale per controllare l’attenzione, ovvero una delle funzioni esecutive di base più importanti per l’uomo, in quanto ci consente di completare un compito o di prendere una decisione.

Come sottolinea Joanna Dudek, i genitori sono tutti i giorni intenti a dover prendere decisioni e a dover prestare attenzione nei confronti dei loro bambini. Questo può capitare in qualsiasi momento nell’ arco della giornata, come ad esempio quando suona il campanello e il loro bambino inizia a piangere. Come fanno a mantenere la calma, a rimanere lucidi e a sapere quando è il momento di agire o di badare al loro bambino?

Lo studio ha dimostrato come il pianto del bambino possa causare avversione negli adulti, ma come dichiara Haley è possibile ipotizzare che esso attivi nei genitori “un’accensione” del controllo cognitivo con lo scopo di rispondere efficacemente ai bisogni emotivi del loro bambino, riuscendo contemporaneamente a rispondere anche alle altre richieste della vita quotidiana. Potrebbe essere proprio questa flessibilità cognitiva a permettere ai genitori di passare rapidamente dalle esigenze del proprio figlio alle richieste della vita di tutti i giorni, che paradossalmente può anche significare ignorare momentaneamente il bambino. Qualora l’ipotesi non sia corretta Haley aggiunge che comunque, in alternativa, potrebbe essere insegnato ai genitori come concentrare la loro attenzione in maniera maggiormente selettiva.

 

Pianto del bambino e funzioni cognitive: conclusioni

Il presente studio è il primo a esaminare gli effetti delle vocalizzazioni infantili sull’attività neurale nell’adulto durante un compito cognitivo, per cui si tratta di informazioni davvero preziose che si vanno a sommare ad un crescente corpo di ricerca che suggerisce come i neonati occupino uno status privilegiato nella nostra programmazione neurobiologica, e di come questo sia profondamente radicato nella nostro passato evolutivo. Il risultato finale, come dichiara Haley, è la rivelazione di un’importante funzione cognitiva adattiva del cervello umano.

I pattern cerebrali posso predire la velocità di apprendimento di una nuova lingua

Secondo una recente ricerca, pubblicata su Brain and Language e condotta all’Università di Washington, registrando per 5 minuti l’attività cerebrale a riposo per mezzo dell’elettroencefalogramma (EEG) è possibile predire quanto velocemente un adulto possa imparare una seconda lingua.

 

Introduzione

Lo studio è stato finanziato dal U.S. Office of Naval Research, che ha fondato il programma chiamato Operational Language and Cultural Training System (OLCTS), nel tentativo di rendere il personale militare capace di comunicare in una lingua straniera dopo appena 20 ore di lezione.
Per capire come è stato possibile rintracciare questa correlazione, è bene spiegare prima la metodologia impiegata dai ricercatori.

Avvalendosi dell’analisi quantitativa dell’elettroencefalogramma (qEE), è possibile convertire la registrazione elettrofisiologica dal dominio del tempo (time domain) al dominio delle frequenze (frequency domain). Così facendo, si ottengono delle bande di frequenza, corrispondenti all’attività cerebrale cognitivamente rilevante per il compito che prendiamo in esame. Sebbene sia chiaro che le differenti bande partecipano alle funzioni di un unico network cerebrale, il ruolo di ognuna all’interno di un complesso compito cognitivo (ad es., esprimersi in una lingua straniera) rimane un’area di ricerca aperta. Riguardo i compiti linguistici, alcuni studi hanno evidenziato il ruolo del ritmo della banda beta (13-30 Hz) e della banda theta (4-8 Hz); ciò non stupisce se si comprende che entrambe le bande sono implicate nella codifica e nel recupero mnestico.

 

Lo studio

Scopo di questo studio era quindi indagare la relazione tra l’attività a riposo del cervello, evidenziata dalle bande di frequenza dell’EEG, e la predisposizione ad acquisire più o meno velocemente una lingua straniera.

L’esperimento in questione ha coinvolto 19 adulti con età compresa tra 18 e 31 anni, senza alcuna precedente nozione di lingua francese, e prevedeva che essi sedessero con gli occhi chiusi e venisse registrata per 5 minuti l’attività cerebrale a riposo per mezzo di una cuffia EEG. Precedenti ricerche, infatti, avevano rintracciato come l’efficienza e la sincronizzazione cerebrale fossero caratteristiche stabili presenti nei soggetti più dotati nell’acquisire nuove lingue; gli indici qEEG sono infatti altamente ereditabili e predittivi della performance ad una grande varietà di test cognitivi. Sulla base di tali premesse, i soggetti partecipavano ad un corso virtuale ed intensivo di francese di 30 minuti a seduta erogato due volte la settimana presso il laboratorio dell’università, per un periodo complessivo di 8 settimane.

Esso si componeva di una serie di scene e storie in aggiunta ad un software di riconoscimento vocale in grado di correggere la pronuncia del soggetto. Per assicurarsi che i partecipanti mantenessero l’attenzione sul corso, i ricercatori impiegavano dei quiz tra una lezione e l’altra, che permettevano al soggetto di accedere alla lezione successiva a patto di aver totalizzato un determinato punteggio al test precedente. Al termine delle 8 settimane, ogni soggetto svolgeva una verifica sulla base delle lezioni completate.

L’articolo prosegue dopo il video:

I risultati

Le registrazioni EEG hanno rivelato che i pattern di attività cerebrale correlati ai processi linguistici erano fortemente relati al ritmo di apprendimento dei partecipanti. Tuttavia la predisposizione ad acquisire una nuova lingua non è così indispensabile, afferma la dott.ssa Chantel Prat, ricercatrice presso l’Institute of Learning & Brain Sciences. Infatti, la varianza spiegata dall’attività cerebrale risultava pari al 60%, valore che lascia perfettamente spazio ai fattori ambientali, modificabili dall’individuo stesso.

Per tale motivo, variabili come la motivazione dell’individuo risultano determinanti nell’acquisire una nuova lingua. In aggiunta, Prat sottolinea che l’attività a riposo del cervello è influenzabile da svariati training di neurofeedback – i cui effetti sono oggi oggetto di studio presso il laboratorio dell’Università di Washington. Infatti, ad oggi la specificità di tali training sulle capacità di apprendimento linguistico è bassa; l’obiettivo del team della dott.ssa Prat è quindi indagare quelle differenze individuali che maggiormente influenzano l’apprendimento di una nuova lingua, al fine di sviluppare training più efficaci.

Quella pazza gioia di Virzì: splendido ritratto della follia e della disperazione

La pazza gioia: Colpiscono le due figure di donne, splendidi ritratti di follia e disperazione, di mancanza di limiti, di folle ricerca di una gioia impossibile che poi, paradossalmente, proprio grazie a quella follia che rifiuta ogni limite, sembra diventare possibile.

Valeria Bigarella

 

Che Virzì fosse un genio, capace di dipingere ritratti estremamente realistici, al tempo stesso comici e commoventi, dei più svariati personaggi, lo si sapeva già.
Questa volta si è cimentato con la salute mentale, e non ha certo mancato l’obiettivo.
Del film La pazza gioia colpiscono molte cose, non ultima la bellezza degli scenari toscani, dalle campagne pistoiesi al mare. Mare che ha sempre il ruolo di “momento di svolta” nella storia di Donatella, una delle due protagoniste.

ATTENZIONE: L’articolo svela parti della trama del film

 

I personaggi de La pazza gioia

Ma soprattutto colpiscono le due figure di donne, splendidi ritratti di follia e disperazione, di mancanza di limiti, di folle ricerca di una gioia impossibile che poi, paradossalmente, proprio grazie a quella follia che rifiuta ogni limite, sembra diventare possibile.

Beatrice è letteralmente incontenibile: non smette mai di parlare, giudica tutto e tutti, si sente in pieno diritto di violare ogni tipo di norme e regole, si sente al di sopra degli altri. Ma è anche una donna intelligente: è assolutamente fantastica la scena in cui si presenta alla famiglia adottiva a perorare la causa dell’amica riuscendo a farsi passare per la psicologa e a farsi ascoltare, o la scena in cui si presenta a Donatella come la psichiatra della comunità. Perchè è così, i folli a volte sono convincenti: credono così ciecamente in ciò che dicono, oppure sono così motivati a mentire, spinti da un bisogno impellente e patologico, che saremmo portati a creder loro, se poi non ci fosse la realtà a smascherare le loro balle!

Beatrice piega le norme a beneficio suo e di chi decide di volta in volta di favorire, in modo talvolta molto generoso, come fa con Donatella, ma anche con l’uomo per il quale ha sacrificato tutto e nel cui amore si ostina a credere, ciecamente, contro ogni evidenza. E questo è l’altro aspetto della sua patologia: il legame delirante e distruttivo con quell’uomo che l’ha sfruttata e rovinata, ma che lei continua a cercare.

 

Il rapporto tra le due protagoniste

Si potrebbe azzardare una lettura in chiave femminista del film, perché una cosa che accomuna le due protagoniste è proprio l’essersi rovinate la vita a causa di uomini che le hanno sfruttate e abbandonate. Non solo i rispettivi amanti, ma anche il padre stesso di Donatella, che l’ha abbandonata da piccola e che lei continua a idealizzare e a cercare.

Ma sarebbe una lettura riduttiva e semplicistica. Il profondo malessere di entrambe ha radici molto più lontane e profonde: nell’infanzia, nelle storie di solitudine e abbandono (soprattutto di Donatella), ma ha anche una componente genetica, chiaramente espressa dalla battuta “sono nata triste”.

Succede spesso nelle comunità terapeutiche che si creino dei forti legami tra pazienti e questo purtroppo non è sempre un bene. Spesso accade che la “caduta” di uno travolga anche l’altro, che uno sia coinvolto dai “colpi di testa” dell’altro, come accade a Donatella, trascinata da Beatrice in una fuga che le costa molto cara. Il lieto fine, qui, appare forse un po’ forzato. Credo che Virzì ne La pazza gioia abbia fatto questa scelta per lasciare un messaggio di speranza e di incoraggiamento, di fiducia nella possibilità di curarsi e stare meglio, a partire da una scelta di vita e dalla costruzione di buone relazioni terapeutiche. Fondamentale qui il ruolo della comunità, di cui è enfatizzato l’aspetto materno e di accoglienza. La possibilità di riscatto, di salvezza, che c’è, se si accetta l’aiuto che viene offerto.

 

L’articolo continua dopo il trailer de La pazza gioia (2016):

La realtà delle comunità terapeutiche

Per quanto il messaggio sia certamente condivisibile, mi sento però di precisare che la realtà delle comunità terapeutiche e in particolare i percorsi dei pazienti soggetti a restrizioni giudiziarie sono un po’ più dure di quanto descritto. Il clima è senz’altro quello, le relazioni che si creano sono molto intense, sia quelle tra pazienti che quelle col personale, che spesso si prodiga anche oltre quanto strettamente dovuto; anche le attività sono ben rappresentate. Ma le regole (per quanto possano variare da struttura a struttura) sono molto più rigide: denaro e cellulari in genere non circolano liberamente, ma sono custoditi dal personale e utilizzati sotto sorveglianza; i farmaci non sono distribuiti negli spazi comuni, dove possono essere scambiati come caramelle, ma in infermeria, dove i pazienti entrano uno alla volta e si controlla che ciascuno assuma i suoi; se ci fosse una cantina con del vino sarebbe accuratamente sotto chiave e non basterebbe creare un diversivo per entrarvi; e in caso di fuga, in particolare di chi ha misure giudiziarie, si avvisano immediatamente autorità competenti e forze dell’ordine, qualsiasi operatore è tenuto a farlo subito, non si aspetta certo di riunirsi per discuterne! Anche volendo fare uno strappo alla regola, si potrebbe al massimo aspettare mezz’ora per cercarli nelle vicinanze, ma non trovandoli scatterebbe immediatamente l’allarme. E a cercare i fuggitivi sarebbero polizia e carabinieri, non il personale della struttura, in piena notte, a 100 km di distanza!

Lo dico anche per rassicurare il grande pubblico sul fatto che i cosiddetti “pazzi criminali”, le figure più temute dell’immaginario comune, non fuggono così facilmente.
Però soffrono proprio così. Hanno quegli occhi, quei volti, quel dolore, quelle storie.

A Virzì il grande merito di averle raccontate e descritte in modo esemplare ne La pazza gioia, di aver dato un volto umano a quelli che sono di solito percepiti solo come “mostri”, privi di umanità, esseri alieni con i quali non si può comunicare. No, i “pazzi criminali” sono persone come noi, ma con una malattia pesante e spesso con storie drammatiche di abbandono e sfruttamento. Curarli, fare il tutto possibile per la loro riabilitazione, è dovere della società e di chi, come noi terapeuti, ha scelto questo mestiere.

La fantasia dei bambini: la capacità dei più piccoli di discriminare eventi reali e immaginari e relative implicazioni a livello clinico

I bambini si trovano quotidianamente costretti a distinguere la realtà dalla fantasia e devono comprendere che ciò che leggono nei libri o vedono in televisione potrebbe non riflettere la realtà, la ricerca ha preso in esame vari aspetti della fantasia dei bambini e della loro capacità di discriminare situazioni immaginarie da quelle reali.

Marika Di Egidio – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

I bambini si trovano quotidianamente costretti a distinguere la realtà dalla fantasia. Devono comprendere che ciò che leggono nei libri o vedono in televisione potrebbe non riflettere la realtà, che gli eventi di un gioco di finzione sono esclusivo frutto della fantasia e che le conversazioni di ogni giorno possono contenere informazioni reali o false.

La ricerca ha preso in esame vari aspetti della capacità dei bambini di discriminare le informazioni fantastiche da quelle reali, in particolare la distinzione tra entità reali o fiabesche (Skolnick & Bloom, 2006, 2009; Tullos & Wooley, 2009; Wooley & Cox, 2007), il credere in amici immaginari (Taylor, Shawber, & Mannering, 2009), la comprensione del concetto di magia (Browne & Wooley, 2004; Subbotsky & Slater, 2011), la capacità di differenziare eventi improbabili e impossibili (Cook & Sobel, 2011) evidenziando un incremento di tale abilità all’aumentare dell’età. In genere, la fantasia dei bambini in età prescolare è più vivida e fanno più fatica a discriminare con precisione e immediatezza la realtà dalla fantasia.

Nonostante le difficoltà dovute all’età, anche i bambini più piccoli sembrano comunque in grado di identificare a grandi linee il confine tra realtà ed eventi fantastici. Questo è vero soprattutto per informazioni che non hanno particolare valenza emotiva.

 

 

Fantasia dei bambini ed emozioni

Vari studi hanno infatti messo in luce come la competenza dei bambini nel discriminare la realtà dalla fantasia si riduca in presenza di informazioni capaci di evocare emozioni. Ad esempio, se a bambini dai 4 ai 7 anni viene chiesto di immaginare personaggi buoni o cattivi (es. pupazzi, mostri) all’interno di scatole vuote, essi preferiscono immaginare scatole contenenti entità positive piuttosto che negative. Questo dato suggerisce che la reazione emotiva dei bambini di fronte alla richiesta di immaginare personaggi buoni o cattivi favorisce la confusione tra realtà e fantasia dei bambini, rafforzando nei bimbi l’erronea convinzione che le entità immaginate possano essere reali (Harris, Brown, Marriot, Whittal, & Harmer, 1991).

Altre ricerche hanno evidenziato che bambini di età compresa tra 3 e 5 anni a cui è stato chiesto di discriminare tra eventi reali spaventosi ed eventi fantastici neutri sono stati in grado di riconoscere gli eventi fantastici come non reali (Sayfan & Lagattuta, 2009) ma sono stati inaccurati nella valutazione degli eventi reali spaventosi, categorizzati come non veri (Samuels & Taylor, 1994). Questi risultati suggeriscono che la paura contribuisce a ridurre la capacità del bambino di discriminare la realtà dalla fantasia.

Samuel e Taylor (1994) hanno presentato a bambini di 3-5 anni immagini spaventose ed immagini neutre, entrambe le immagini potevano riguardare eventi reali o immaginari. Ai soggetti è stato chiesto di valutare se tali immagini rappresentavano eventi che sarebbero potuti accadere nella vita reale. E’ interessante notare che i bambini erano accurati nella valutazione delle immagini neutre (reali e fantastiche), ma erano inclini a commettere errori nella valutazione delle immagini spaventose ritenendo che il verificarsi di eventi reali fonte di ansia e paura fosse piuttosto improbabile.

Inoltre, i bambini che si erano maggiormente spaventati alla presentazione delle immagini spaventose tendevano a dare giudizi più inaccurati rispetto ai compagni che avevano provato meno paura.

Nel complesso, questi studi sulla fantasia dei bambini rivelano come le emozioni influenzino le valutazioni dei bambini influenzando la loro capacità di distinguere informazioni reali da elementi fantastici.

Sono state proposte diverse spiegazioni per questi dati. Una possibile spiegazione prende in considerazione l’ipotesi che le risposte dei bambini riflettano il tentativo di regolare l’arousal emotivo e ridurre l’intensità delle emozioni negative. Negando il possibile verificarsi di eventi negativi il bambino si sgancia psicologicamente da tali avvenimenti, riducendo così l’ansia che essi provocano in lui.

Un’ulteriore spiegazione valuta la possibilità che le risposte dei bambini rappresentino l’espressione del loro desiderio che si verifichino esclusivamente eventi positivi.

Una terza ipotesi prende in considerazione l’eventualità che le valutazioni dei bambini riflettano la loro esperienza, le loro conoscenze e le loro aspettative. Considerato che generalmente i bambini non fanno esperienza di eventi negativi, potrebbero non possedere conoscenze e aspettative relative a questi eventi e pertanto ritenere più bassa la probabilità che tali eventi possano verificarsi.

 

 

Come l’ambiente influenza la fantasia dei bambini

Infine, la distinzione tra realtà e fantasia dei bambini potrebbe essere influenzata da fattori ambientali, quali tradizioni culturali e incoraggiamento da parte degli adulti. I genitori tipicamente proteggono i loro bambini dalle esperienze negative e potrebbero attivamente dissuaderli dal credere in entità negative, in modo da evitare  che i propri figli provino ansia o altre emozioni negative. Al contrario, i genitori tendono a promuovere il fatto che i bambini credano all’esistenza di personaggi buoni, quali Babbo Natale o la Fatina dei denti.

E’ stato messo in luce che l’incoraggiamento da parte dei genitori a credere in entità fantastiche positive incrementa le credenze dei bambini circa queste entità. È quindi possibile che gli errori di valutazione dei bambini riflettano l’atteggiamento dei genitori, la cultura e l’educazione ricevuta (Zisenwine, 2013).

 

 

Fantasia dei bambini e processi cognitivi

Le ricerche hanno valutato anche la possibilità che determinati processi cognitivi possano influenzare l’abilità dei bambini di distinguere tra realtà e fantasia.

Secondo Wooley (1997), emozioni intense potrebbero influenzare il processo cognitivo alla base della distinzione tra realtà e immaginazione spingendo i bambini a credere che entità appartenenti al mondo della fantasia possano esistere anche nella realtà.

Un altro processo cognitivo che potrebbe far luce sulla capacità di distinguere tre realtà e fantasia dei bambini fa riferimento all’euristica della disponibilità di Kahneman e Tversky, per cui gli oggetti o gli eventi facilmente richiamabili alla mente tendono a essere valutati come più comuni e probabili.

Se si applica questo principio all’abilità dei bambini di discriminare la realtà dalla fantasia è possibile ipotizzare che immaginare qualcosa accresca la sua disponibilità cognitiva, incrementando la tendenza a considerare gli elementi immaginati come reali. Quindi, quando i bambini visualizzano stimoli spaventosi questi diventano accessibili e sono di conseguenza percepiti come reali (Zisenwine, 2013).

 

 

Discriminazione tra realtà e fantasia dei bambini: implicazioni cliniche

La capacità dei bambini di discriminare tra realtà e fantasia sembra avere importanti implicazioni anche a livello clinico.

Vari studi hanno messo in luce una relazione tra deficit nelle capacità di discriminazione realtà-fantasia e  lo sviluppo di paure notturne e disturbi d’ansia correlati.

Le paure notturne sono in genere rappresentate dalla paura di separazioni notturne, da paura del buio, paura di dormire o di fare incubi.

Le paure notturne sono una normale parte dello sviluppo del bambino (Muris, Merckelbach, Olendick, King, & Bogie, 2001). Tuttavia, è stato stimato che il 20% dei bambini hanno severe paure notturne e problemi del sonno (Gordon, King, Gullone, Muris, & Ollendick, 2007). Se queste paure rimangono non trattate, potrebbero persistere e avere effetti negativi sullo sviluppo del bambino sfociando in disturbi d’ansia nella tarda infanzia e in adolescenza e correlandosi a difficoltà nel funzionamento quotidiano, difficoltà sociali e accademiche, bassi livelli di autostima, depressione e, in alcuni casi, abuso di droghe (Zisenwine, 2013).

Zisenwine et al. (2013) evidenziano che la capacità di discriminare tra realtà e fantasia dei bambini migliora con l’età. I bambini di 5 anni sono più confusi rispetto ai bambini al di sopra di tale sogli d’età. Come descritto da Piaget, sembra che i bambini più piccoli siano particolarmente suscettibili al pensiero magico a causa della loro immaturità cognitiva. Inoltre Zisenwine et al. (2013) mettono in luce un ritardo nello sviluppo delle abilità di discriminazione realtà-fantasia dei bambini con paure notturne. I bambini che soffrono di paure notturne tendono a fare maggiore confusione tra fantasia e realtà rispetto ai coetanei che non presentano tale problematica.

L’associazione tra paure notturne e deficit di discriminazione fantasia-realtà potrebbe avere diverse origini. È possibile, ad esempio, che uno sviluppo deficitario dell’abilità di distinguere la fantasia dalla realtà contribuisca all’emergere e al persistere della paure nei bambini. L’incertezza dei bambini rispetto all’esistenza di entità magiche come streghe, fantasmi e mostri potrebbe generare e mantenere le paure nei confronti di queste creature.

In alternativa, è plausibile che paure particolarmente intense intralcino lo sviluppo e l’esercizio delle abilità di discriminazione realtà-fantasia dei bambini. Wooley (1997) ritiene che le emozioni intense esperite dai bambini che soffrono di paure notturne o fobie influenzino negativamente la loro capacità di comprendere che gli eventi o le entità immaginate non sono reali, soprattutto se tali stimoli sono associati a emozioni negative.

I dati sulla bassa capacità di distinguere tra realtà e fantasia dei bambini con paure notturne hanno significative implicazioni cliniche. Una potenziale implicazione potrebbe essere che l’incremento delle abilità di discriminazione fantasia-realtà potrebbe essere uno degli obiettivi da perseguire nel trattamento di bambini con paure notturne.

Un’altra implicazione è relativa alla possibilità di utilizzare tecniche immaginative nel lavoro con i soggetti che presentano tale problematica. È stato dimostrato che i bambini tendono a usare l’immaginazione per affrontare le loro paure. Studi recenti hanno evidenziato che dare ai bambini una bambola di pezza raccontando loro una storia correlata a questa figura è in grado di aiutare i bimbi a fronteggiare eventi di vita stressanti, determinando una significativa riduzione delle paure notturne nei soggetti analizzati.

 

 

Percorsi terapeutici

La terapia cognitivo comportamentale è la prima linea di trattamento per i bambini con paure e disturbi d’ansia. Desensibilizzazione sistematica, esposizione in vivo, ristrutturazione cognitiva, rinforzo e modellaggio sono tutte tecniche efficaci per il trattamento dell’ansia (Davis & Ollendick, 2005).

Anche la biblioterapia è stata identificata come un approccio alternativo al trattamento di bambini e adolescenti con varie forme di pscicopatologia (Rickwood & Bradford, 2011).

La biblioterapia consiste nell’uso di libri come parte integrante della terapia per il trattamento dei disordini mentali. La teoria alla base dell’utilizzo della biblioterapia si fonda sull’assunto che la lettura di materiali relativi alle aree problematiche può produrre cambiamenti specifici e prevedibili (Lenkowsky, 1987), riducendo l’ansia e rafforzando le strategie di coping.

La biblioterapia richiede abilità di lettura e comprensione del testo, quindi nel caso di bambini in età prescolare che non hanno ancora tali capacità è tipicamente demandata ai genitori che saranno chiamati a narrare storie e racconti ai propri figli.

Lewis et al. (2015) hanno sottoposto un gruppo di bambini di età compresa tra 5 e 7 anni con paure notturne e ansia a un intervento di quattro settimane basato sull’utilizzo della biblioterapia. Ai genitori dei bambini partecipanti è stato chiesto di narrare ai propri figli una serie di storie appositamente selezionate dagli sperimentatori. Il confronto tra le valutazioni pre-trattamento e post-trattamento hanno messo in luce una significativa riduzione delle paure notturne e dei sintomi d’ansia manifestati dai bambini.

Questi dati sono incoraggianti, rappresentano un valido esempio di integrazione tra ricerca e pratica clinica evidenziando come i risultati derivati dalla letteratura che ha esaminato le competenze di discriminazione realtà-fantasia dei bambini possano essere un valido punto di partenza per integrare l’attività del clinico con nuovi obiettivi di lavoro raggiungibili attraverso il ricorso a tecniche cognitivo comportamentali classiche e alternative, quali la biblioterapia.

Festival Psicologia – Stiamo Fuori! – Desidera, Progetta, Realizza

Nelle principali piazze romane sono stati posizionati strategici punti di informazione e consulenza, identificati da simboli dell’Ordine degli Psicologi; sotto ad ogni gazebo, si trova personale a disposizione per ogni tipo di chiarimento e dubbio.

[blockquote style=”1″] Il Festival della Psicologia incontra le persone per strada e nelle piazze, aperto agli stimoli della società, in dialogo con i dubbi, i progetti e i desideri delle persone, capace di facilitare processi di cambiamento e promuovere qualità di vita e lavoro.[/blockquote]

Si presenta cosi la home page sul sito del Festival, organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Lazio, durante le giornate del 23 e 24 maggio 2016; un’iniziativa che sia nella capitale che nella città di Torino, aveva già riscosso un enorme successo.
L’idea di base è ovviamente avvicinare la società alla psicologia, non intesa come materia scolastica, ma come concetto insito e imprescindibile dell’essere umano.
E’ un momento storico importante per la psicologia; infatti proprio in questi giorni, il Senato ha approvato il ddl Lorenzin, il quale inserisce la professione di psicologo nell’ambito delle professioni sanitarie.

Nelle principali piazze romane sono stati posizionati strategici punti di informazione e consulenza, identificati da simboli dell’Ordine degli Psicologi; sotto ad ogni gazebo, si trova personale a disposizione per ogni tipo di chiarimento e dubbio.

Come ambiti principali a cui la moderna psicologia pone maggiore attenzione, sono stati selezionati lo Sport, l’Alimentazione, la Scuola, il Lavoro, la Cronicità e la Perinatalità; queste sei tematiche sono state distribuite in tre differenti piazze con esperti disponibili per tutta la giornata.

Inoltre sul sito ufficiale dell’evento, sono scaricabili gratuitamente degli e-book, uno per ogni tema della manifestazione, che personalmente ho trovato completi e utili; in particolare l’e –book in materia Lavoro, dove sono raccolti preziosi consigli per chi si affaccia alla professione, per quanto concerne competenze personali, desideri e settori preferenziali, ma anche suggerimenti pratici sulla compilazione di un corretto curriculum.
Non è finita qui; l’iniziativa quindi promuove allo stesso tempo il benessere psicologico dei cittadini e l’attività lavorativa dei professionisti.

Gli psicologi, infatti, attraverso l’adesione al festival, hanno avuto modo di farsi conoscere e di offrire agli interessati, la possibilità di scaricare un voucher dalla pagina online, che consente loro un primo incontro gratuito con il professionista e l’applicazione di una tariffa agevolata per gli incontri successivi.
Un’iniziativa moderna e ben gestita, in cui si sottolinea sempre di più la necessità di una nuova idea di psicologia, una scienza che non si occupa solamente di gravi problematiche psichiche, ma che sostiene ogni tipo di persona, la accompagna fianco a fianco, promuovendo l’autonomia e il benessere.

Effetti del trauma emotivo sulla metacognizione e sulle funzioni esecutive – Forum di Assisi 2015

Dal VI FORUM sulla FORMAZIONE in PSICOTERAPIA – Assisi 2015

Effetti del trauma emotivo sulla metacognizione e sulle funzioni esecutive

Fiammetta Monte, Monia Torrieri, Michela Grandori, Martina Torresi, Tatiana Bartolatto, Chiara Caruso, Tiziana Ciccioli, Clarice Mezzaluna

Introduzione

La sperimentazione di molteplici traumi, in particolare nei primi anni di vita, aumenta il rischio per lo sviluppo di disturbi cognitivi (Bremner et al., 1995;) e metacognitivi (Myers & Wells, 2015) e i deficit cognitivi interessano in particolar modo l’attenzione, la memoria, e le funzioni esecutive.

La compromissione delle funzioni esecutive è stata osservata in diversi adulti con Disturbo da stress post traumatico (DSPT). Tuttavia, un’importante limitazione di questi studi è il ricorso eccessivo a campioni clinici che corrono il rischio di enfatizzare eccessivamente gli effetti specifici della sintomatologia del DSPT sui deficit cognitivi a scapito degli effetti intrinseci del trauma. Infatti alcuni autori osservano che la semplice esposizione al trauma è in grado di produrre di per sé una compromissione delle funzioni esecutive (Navalta et al. 2006; Stein et al. 2002).

Myers e Wells (2015) hanno osservato che l’abuso emotivo correla positivamente e significativamente con alcune credenze metacognitive, determinando che le esperienze negative e in particolare l’abuso emotivo siano un fattore rilevante nello sviluppo problematico della metacognizione e del distress emotivo, a differenza di altre forme di trauma precoce, come l’abuso sessuale e fisico o gli eventi traumatici in generale come le malattie gravi, le quali non sono connesse alle credenze metacognitive e all’affettività negativa (Myers e Wells, 2015).

Nel modello dell’Autoregolazione delle funzioni Esecutive (Self-Reguatory Executive model S-REF; Wells e Matthews, 1994, 1996; Wells, 2000) i disturbi psicologici sono dovuti all’elaborazione prolungata di informazione negativa come strategia di coping. Questa elaborazione prolungata viene chiamata CAS (cognitive Attentional Sindrome) e consiste in rimuginio, ruminazione, e focus attentivo su minacce esterne ed interne. Questo stile cognitivo è determinato da un deficit delle funzioni esecutive che produce un’incapacità di controllare e monitorare i processi di pensiero disfunzionali (es. metacredenze positive e negative), rispettivamente tramite processi top down (controllo inibitorio, risoluzione del conflitto, correzione degli errori, pianificazione e allocazione delle risorse) e bottom-up (monitoraggio della fonte e detenzione degli errori), dando luogo a bias attentivi verso stimoli minacciosi e a delle strategie cognitive patologiche.

Lo scopo della ricerca è di analizzare gli effetti del trauma in soggetti adulti senza Disturbo Post traumatico da stress (PTSD) con eventi traumatici avvenuti prima dei 18 anni. E stato ipotizzato che i partecipanti con abuso emotivo abbiano rispetto ad altre tipologie di trauma punteggi più elevati al Metacognition Questionaire-30 e che presentino maggiore deficit delle funzioni esecutive (FE) (controllo inibitorio e flessibilità cognitiva).

 

Metodo

Gruppo sperimentale: 13 soggetti con trauma emotivo. Gruppo di controllo: 29 soggetti senza trauma emotivo. I soggetti sono stati divisi in due gruppi: Gruppo 1 (presenza trauma emotivo); Gruppo 2 (assenza trauma emotivo), considerando i punteggi ottenuti alla TEC.

Strumenti: TEC (Traumatic Experiences Checklist), Self-Report Symptom Inventory – Revised (SCL-90-R); State-Trait Anxiety Inventory-x (STAI-X); Beck Depression Inventory (BDI); Dissociative Experiences Scale-2 (DES-2); Metacognition Questionnaire (MCQ-30); Difficulties in Emotion Regulation Strategies (DERS); Emotional Inhibition Scale (EIS); Penn State Worry Questionnaire (PSWQ); Ruminative Response Scale (RRS); Davidson Trauma Scale (DTS), Span di cifre, Test di Stroop, Torre di Londra; Trial Making Test (TMT A -B), Wisconsin Card Sorting Test (WCST).

 

Risultati

I dati sono stati analizzati utilizzando un test non parametrico di Mann-Whitney per campioni indipendenti. I due gruppi differiscono significativamente tra loro per i valori ai test del Digit Span Forward (p< 0,01) e WCST (p< 0,01) rispetto agli errori perseverativi: in particolare il gruppo 1 presenta performance migliori per quanto riguarda la memoria di lavoro. Il gruppo 1 risulta inoltre meno perseverativo rispetto al gruppo 2.

 

Conclusioni E Limiti

La migliore performance osservata nel gruppo 1 risulta in conflitto con studi che individuano nei soggetti che hanno subito un trauma (con e senza PTSD) dei deficit delle FE (Bremner et. Al, 1995).

D’altra parte, coerentemente con il modello di Wells, i soggetti del gruppo 1, che non hanno deficit delle FE, non hanno sviluppato disturbi metacognitivi. Una possibile spiegazione potrebbe essere che, come sostiene Aupperle (Aupperle et al., 2011), un miglior funzionamento delle FE, potrebbe agire come fattore di protezione per lo sviluppo del PTSD. La migliore performance del gruppo 1 potrebbe essere altrimenti attribuibile ai maggiori livelli d’ansia. Sebbene non sia stata controllata l’ansia di tratto potremmo ipotizzare che secondo il fenomeno del mood congruity effect, aumenti l’accuratezza delle risposte sul Digit span e il WCST perchè gli stati affettivi emozionali determinano un aumento dell’arousal che porterebbe ad un maggior monitoraggio dell’informazione da elaborare, comportando quindi una migliore capacità di memorizzazione e una migliore pianificazione e flessibilità.

Limiti dello studio sono la bassa numerosità del campione e il mancato bilanciamento tra i due gruppi.

Il supporto familiare e gli amici aiutano a prevenire la depressione negli adolescenti

Tra i ragazzi che nell’infanzia hanno subìto bullismo e vissuto in contesti famigliari difficili, un ambiente famigliare supportivo e delle buone amicizie durante la prima adolescenza possono configurarsi come fattori protettivi per lo sviluppo della depressione nei tre anni successivi.

 

Tra i principali fattori di rischio per l’insorgenza della depressione durante l’adolescenza vi sono le avversità del contesto familiare sperimentate durante l’infanzia (i.e., un ridotto o assente affetto mostrato dai parte dei genitori, abusi di tipo emotivo, fisico o sessuale, problemi finanziari, disturbi psichici o la perdita di un membro della famiglia). Inoltre, il bullismo perpetuato da pari durante l’infanzia, in associazione alle esperienze negative di un contesto familiare difficile, condurrebbe ad un rischio ancor più elevato di sviluppare sintomi depressivi.

Stando alle conclusioni di un nuovo articolo pubblicato su Plos One, tra i ragazzi che nell’infanzia hanno subìto bullismo e vissuto in contesti famigliari difficili, un ambiente famigliare supportivo e delle buone amicizie durante la prima adolescenza possono configurarsi come fattori protettivi per lo sviluppo della depressione nei tre anni successivi.

I ricercatori del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Cambridge, infatti, hanno reclutato 771 adolescenti (322 maschi e 449 femmine) e, in uno studio longitudinale durato 3 anni, hanno esaminato l’effetto delle amicizie e i contesti famigliari supportivi all’età di 14 anni sui sintomi depressivi rilevati a 17 anni tra i ragazzi che avevano vissuto ambienti famigliari difficili e bullismo prima degli 11 anni.

I risultati, come spiegato dalla dott.ssa Anne-Laura van Harmelen, prima autrice dell’articolo, evidenziano come le esperienze familiari negative vissute nell’infanzia siano inversamente associate con il supporto familiare fornito all’età di 14 anni che, a sua volta, è negativamente associato alla presenza di sintomi depressivi all’età di 17 anni.

Inoltre, i risultati mostrano come le amicizie supportive in adolescenza medino il rapporto tra le esperienze di bullismo tra pari e l’insorgenza di sintomi depressivi.

Così, sembrerebbe che gli adolescenti che hanno sperimentato contesti famigliari negativi nell’infanzia abbiano più probabilità di subire bullismo a scuola e abbiano meno probabilità di ricevere supporto dalla famiglia durante l’adolescenza, periodo chiave e delicatissimo per lo sviluppo della persona. Questo avverrebbe poiché le esperienze famigliari negative durante l’infanzia incrementerebbero il livello di attivazione o arousal e di ansia del giovane influenzando in senso negativo le sue interazioni sociali.

I risultati, tuttavia, lasciano aperte molteplici possibilità di interpretazione. Ad esempio, secondo un’ipotesi fornita dal il team di ricercatori, le amicizie e i contesti famigliari supportivi fornirebbero sollievo dallo stress e incrementerebbero il livello di autostima dei ragazzi garantendo lo sviluppo di skills interpersonali efficaci. Il diretto risultato di ciò sarebbe l’incremento delle abilità di coping dei giovani nei confronti delle situazioni difficili. Secondo tale punto di vista, quindi, diventerebbe indispensabile intervenire con specifici training sulle capacità di supporto delle famiglie dei ragazzi in difficoltà, al fine di ridurre in questi ultimi il rischio di sviluppare depressione.

Essere insoddisfatti del proprio aspetto fisico: quali fattori risultano associati?

L’ insoddisfazione corporea è un problema molto diffuso tra le donne e gli uomini del mondo occidentale. La maggior parte delle donne desiderano essere più magre e sono insoddisfatte del proprio corpo e peso, mentre lo scontento degli uomini è legato al desiderio di possedere un buon tono muscolare e bassi livelli di grasso corporeo.

 

Lo studio sui fattori associati all’ insoddisfazione corporea

A tal proposito la Chapman University ha recentemente condotto uno studio nazionale con lo scopo di individuare i fattori che sono legati alla soddisfazione del proprio aspetto e peso. Hanno partecipato alla presente ricerca 12.176 soggetti residenti negli Stati Uniti con un’ età compresa tra i 18 e i 65 anni, i quali hanno completato un sondaggio online pubblicato su NBCNews.com e Today.com. Le domande poste al campione vertevano sulla personalità, sulle credenze relative alle relazioni sentimentali, sull’autostima, sul guardare la televisione, e sulle caratteristiche personali.

Come primo dato fondamentale dai risultati è emerso che i sentimenti provati dai partecipanti rispetto al loro aspetto e al loro peso giocavano un ruolo estremamente importante sulla soddisfazione della loro vita in generale. Nello specifico per le donne la soddisfazione corporea era il terzo predittore più importante per la soddisfazione complessiva della vita, seguendo la soddisfazione economica e la soddisfazione con il partner. Per gli uomini invece la soddisfazione corporea era il secondo predittore più forte, anticipato solo dalla soddisfazione economica.

 

I risultati dello studio

Guardando nel dettaglio i risultati relativi alla soddisfazione corporea, è emerso che solo il 24% degli uomini e il 20% delle donne si sentono molto soddisfatti in relazione al proprio aspetto, e solo la metà del campione si sente un po’ soddisfatta. Si tratta di dati che confermano le credenze sulle donne di voler essere più magre, e quelle sugli uomini di voler essere più atletici, mostrando così un panorama della popolazione americana che sembra essere piuttosto lontano dalla possibilità di essere veramente felici in relazione al proprio corpo.

Le persone che erano insoddisfatte del loro peso hanno inoltre riferito una bassa soddisfazione della vita sessuale e un livello generale di autostima molto basso. Si tratta di fattori che in qualche modo vanno ad influenzare quelli che sono gli stili di attaccamento, ad esempio coloro che possiedono un attaccamento ansioso sono spesso preoccupate relativamente alla loro relazione sentimentale con il partner e provano una forte paura di essere lasciate. Dallo studio è emerso che le donne con stili di attaccamento ansiosi e timorosi presentavano una insoddisfazione corporea maggiore rispetto alle altre. Ciò che è stato osservato è che l’insoddisfazione e gli stili di attaccamento ansioso possono portare ad una spirale fuori controllo. Coloro che sono insicuri in relazione al proprio corpo hanno una paura maggiore di essere abbandonati dal proprio partner, andando ulteriormente ad alimentare la propria insoddisfazione corporea.

Altri risultati minori, ma comunque cruciali per lo studio sono stati:
Le persone che spendono molte ore a settimana a guardare la televisione sono meno soddisfatti del proprio corpo e del proprio peso.
Le persone maggiormente soddisfatte del proprio aspetto fisico e peso presentano stili di attaccamento più sicuri.
Le persone soddisfatte del proprio corpo presentano una maggiore autostima, soddisfazione della vita, soddisfazione sessuale, buone relazioni sociali, amorose e familiari, ed infine una stabilità economica.
L’indice di massa corporea (BMI) è fortemente legato all’ insoddisfazione corporea.

Il ruolo dell’attaccamento infantile nelle conversazioni tra madre e bambino su eventi autobiografici condivisi

La qualità dell’attaccamento infantile può incidere sullo stile conversazionale materno? Negli ultimi anni si sono incrementati gli studi che hanno indagato la qualità dell’attaccamento infantile come possibile fattore responsabile delle differenze nello stile conversazionale materno durante le conversazioni su eventi autobiografici condivisi, la maggior parte dei quali è giunta alla conclusione che le madri sono più elaborative con i bambini sicuri rispetto a quelli insicuri.

Raffaella Mancini, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

 

Lo sviluppo della narrazione nei bambini

Nella nostra cultura i bambini sono esposti precocemente al genere narrativo, che costituisce una delle prime modalità per organizzare la storia e le esperienze personali (Rollo, 2007).

Le forme narrative forniscono una struttura coerente sia per raccontare il passato agli altri e sia per rappresentarlo a noi stessi. La narrazione, dunque, consiste sia in una modalità esteriore di trasmissione delle esperienze, sia in un’impalcatura interiore di rappresentazione delle stesse (Fivush, 1993, citato in Rollo e Benelli, 2003). Madre e bambino iniziano a parlare delle esperienze passate all’incirca quando quest’ultimo ha 18-20 mesi. Sono le madri che forniscono la maggior parte dei contenuti alle conversazioni, attraverso dichiarazioni o domande chiuse, mentre i bambini si limitano a rispondere, il più delle volte confermando o ripetendo ciò che la madre dice.

Poi, gradualmente, con lo svilupparsi delle abilità linguistiche del bambino, le madri passano ad utilizzare domande aperte, in modo da coinvolgerlo maggiormente nella conversazione (Ferrant e Reese, 2000; Haden, Ornstein, Rudek e Branstein, 2006, citato in Fivush, Haden e Reese, 2006). Tale atteggiamento sembra riflettere la sensibilità materna allo sviluppo delle capacità del proprio figlio di impegnarsi in conversazioni che riguardano eventi passati. I bambini, quindi, diventano sempre più capaci di partecipare a queste conversazioni, sanno rispondere a domande sugli eventi passati e forniscono informazioni appropriate sull’accaduto, giungendo a proporre da soli tali argomenti come oggetto di conversazione (Smorti, 1997).

 

Gli stili comunicativi materni

Ricerche precedenti hanno rilevato una considerevole variabilità nel modo in cui le madri strutturano le conversazioni su eventi passati condivisi; in particolare, sono stati individuati due distinti stili materni, che differiscono per il grado di elaborazione delle conversazioni (Fivush e Fromhoff, 1988, citato in Fivush et al., 2006). Da un lato vi sono le madri altamente elaborative che parlano in dettaglio, fornendo ad ogni turno di conversazione informazioni sempre più interessanti e invitando, attraverso domande aperte, i loro figli alla conversazione (Fivush et al., 2006). In questo modo esse si adoperano per elicitare e mantenere un’attività congiunta di ricordo anche quando i figli non contribuiscono attivamente al racconto.

Dall’altra parte le madri meno elaborative adottano uno stile più pragmatico, ripetitivo, ovvero discutono esperienze passate con i loro figli facendo poche domande o ripetendo sempre le stesse, fornendo poche informazioni sull’evento e indagando su aspetti specifici di quest’ultimo (Fivush et al., 2006). Esse sembrano interessate ad ottenere specifiche informazioni sugli eventi e tendono a considerare le conversazioni sui ricordi come un modo per verificare le capacità mnestiche dei loro bambini.

Inoltre è emerso come le madri tendono ad utilizzare con il proprio bambino, nel tempo, lo stesso stile narrativo (Reese, Haden e Fivush, 1993, citato in Bost, Shin, McBride, Brown et al., 2006) e quest’ultimo tende ad essere collegato allo stile narrativo e cognitivo dei propri bambini, ovvero i bambini rispecchiano lo stile che le loro madri utilizzano con loro durante le conversazioni (Peterson e McCabe, 1992 citato in Newcombe e Reese, 2004), dimostrando così che non sono degli ascoltatori passivi, ma rispondono alla struttura e allo stile che le loro madri utilizzano nelle conversazioni con loro.

Le differenze individuali nello stile conversazionale materno sembrano essere associate anche ad alcune caratteristiche del bambino, quali il sesso, le competenze linguistiche e i tratti temperamentali (Fivush et al., 2006; Laible, 2004). Riguardo al ruolo che il sesso del bambino può avere nello stile conversazionale materno le differenze di genere che sono state individuate in alcune ricerche hanno rilevato che le madri tendono ad essere più elaborative con le bambine che con i bambini (Fivush, Berlino, Vendite, Mennuti-Washburn et al., 2003; Reese, Haden e Fivush, 1996, citato in Fivush et al., 2006), in particolar modo nelle discussioni su temi emotivi (Brown e Dunn, 1996, citato in Farrar, Fasing e Welch-Ross, 1997).

 

L’attaccamento infantile e lo stile narrativo materno

Relativamente alle abilità linguistiche e al temperamento del bambino, invece, si è osservato che le madri sono più elaborative con i bambini che hanno maggiori competenze linguistiche (Ferrant et al., 2000; Newcombe et al., 2004; Welch-Ross, 1997, citato in Fivush et al., 2006) e con quelli valutati più socievoli (Lewis, 1999, citato in Fivush et al., 2006) e con maggiore effortul control (Laible, 2004, citato in Fivush et al., 2006).

Di particolare interesse è il ruolo dell’attaccamento infantile come un fattore responsabile delle differenze nello stile conversazionale materno. L’attaccamento viene teorizzato da Bowlby come un sistema motivazionale primario: una predisposizione biologica del bambino verso chi si prende cura di lui. Secondo Bowlby (1969, 1973, 1980, citato in Cassibba e D’Odorico, 2000), il bambino nasce provvisto di una serie di comportamenti, geneticamente predeterminati, che svolgono un’importante funzione adattiva. Questi comportamenti, come il sorriso, il pianto, l’aggrapparsi, sono definiti comportamenti di attaccamento. Essi fanno parte di un sistema comportamentale finalizzato a garantire al bambino la prossimità fisica con l’adulto, la cui funzione biologica è quella di garantire la sopravvivenza, mentre quella psicologica è di ottenere un senso di sicurezza interna attraverso, appunto, il contatto e la prossimità fisica.

The Strange Situation. -SLIDER- Di Davide Osenda © State of Mind 2016 www.stateofmind.itLa prima e principale studiosa delle differenze individuali nell’attaccamento è Mary Ainsworth (Simonelli e Calvo, 2002). Quest’ultima, insieme ai suoi collaboratori, ha ideato una procedura osservativa, chiamata la Strange Situation, che da allora è diventata il metodo principale, più diffuso e validato per valutare l’attaccamento nella prima infanzia (Simonelli et al., 2002). Tale procedura osservativa ha portato all’identificazione di tre principali pattern di attaccamento: attaccamento sicuro (B), attaccamento insicuro-evitante (A) e attaccamento insicuro-ambivalente (C), ai quali è stato aggiunto successivamente una quarta categoria, denominata attaccamento disorganizzato (D).

Tornando all’attaccamento infantile come un fattore responsabile delle differenze nello stile conversazionale materno, i ricercatori, a tal proposito, hanno affermato che la qualità dell’attaccamento del bambino può condizionare la natura del discorso tra quest’ultimo e la madre, in particolare quando le conversazioni riguardano problemi o questioni emotive e relazionali (Laible, 2004). Infatti un elemento centrale della teoria dell’attaccamento è che la sicurezza dell’attaccamento infantile si riflette nella comunicazione tra madre e bambino (Etzion-Carasso e Oppenheim, 2000).

Bowlby (1988, citato in Etzion-Carasso et al., 2000) ritiene che una delle principali differenze tra diadi con attaccamento sicuro e attaccamento insicuro è il grado di apertura e di libertà nella loro comunicazione. È probabile che le madri di bambini sicuri siano più elaborative con i loro figli nel discutere questioni emotive e relazionali poiché si presume che entrambi i partner della diade abbiano dei modelli operativi interni sicuri, e data l’accessibilità di questi modelli per entrambi, si ipotizza che la comunicazione tra i due sia più aperta, coerente ed elaborativa (Bretherton, 1990, citato in Laible, 2004). Al contrario, si pensa che entrambi i partner di una diade insicura abbiano modelli operativi interni meno accessibili e in conflitto, i quali danno luogo a processi difensivi e scarsa comunicazione tra i membri della diade (Bretherton e Munholland, 1999, citato in Laible, 2004).

Inoltre questa relazione tra conversazioni su eventi autobiografici e modelli operativi interni può essere bidirezionale. Questi ultimi non solo potrebbero influenzare la scelta degli argomenti affettivi durante le discussioni sul passato ma, tali conversazioni, potrebbero influenzare la formazione di tali modelli operativi interni (Bretherton, 1993, citato in Farrar et al., 1997).

 

Gli studi sull’attaccamento infantile

A tal proposito diversi sono gli studi che hanno analizzato le conversazioni tra madre e bambino su eventi passati, sia positivi che negativi, all’interno della prospettiva teorica dell’attaccamento. Tra questi vi è quello di Laible e Thompson (2000), condotto su un campione di 42 bambini dell’età di 4 anni e le loro madri. Tra gli obiettivi vi era quello di indagare la relazione tra il contenuto delle conversazioni madre-bambino sul comportamento passato di quest’ultimo e la sicurezza dell’attaccamento infantile. Alle madri è stato chiesto di pensare a due eventi passati che hanno coinvolto sia lei che suo figlio, uno in cui il bambino si è comportato male e l’altro in cui si è comportato bene.

Le conversazioni sono state registrate e trascritte in modo da poter codificare i riferimenti materni e del bambino a sentimenti/intenzioni, regole sociali/morali/familiari e conseguenze materiali di un’azione, mentre l’attaccamento del bambino è stato valutato tramite l’Attachment Q-Sort (Waters et al., 1985, citato in Laible et al., 2000). I risultati hanno indicato l’esistenza di una relazione tra i discorsi carichi emotivamente e la sicurezza dell’attaccamento. I bambini sicuri e le loro madri hanno utilizzato più riferimenti ai sentimenti e alle valutazioni morali durante le discussioni su eventi passati rispetto a quanto hanno fatto i bambini con attaccamento insicuro e le loro madri. Ciò è coerente con le diverse formulazioni della teoria dell’attaccamento (Bretherton, 1990; Cassidy, 1988; Laible e Thompson, 1998; Main et al., 1985, citato in Laible et al., 2000) secondo le quali è probabile che il discorso su questioni delicate sia più frequente, coerente ed emotivamente aperto tra un bambino sicuro e la propria madre: le diadi sicure discutono un potenziale argomento minaccioso, in questo caso un comportamento scorretto del passato, con una maggiore apertura emotiva.

Nello stesso anno un contributo innovativo alla letteratura proviene dallo studio longitudinale di Etzion-Carasso e Oppenheim (2000), i quali hanno voluto analizzare la relazione predittiva, piuttosto che concorrente, tra l’attaccamento e le conversazioni tra madre e bambino su eventi passati. L’attaccamento infantile è stato valutato a 12 mesi, tramite la Strange Situation (Ainsworth, Blehar, Waters e Wall, 1978, citato in Etzion-Carasso et al., 2000), mentre la comunicazione tra madre e bambino è stata valutata quando quest’ultimo aveva 4,5 anni, a seguito di una separazione di circa 45 minuti. Alle madri è stato detto che dopo la riunione con il proprio bambino avrebbero avuto 3 minuti per parlare con il proprio figlio di ciò che era accaduto durante la separazione. La comunicazione tra madre e bambino è stata inizialmente codificata in comunicazione aperta o in comunicazione non aperta, e successivamente ciascuna macro-categoria è stata ulteriormente suddivisa in sotto-categorie. I risultati del presente studio dimostrano che vi è un’associazione tra l’attaccamento infantile e la successiva comunicazione madre-bambino in età prescolare. I bambini sicuri tendevano ad avere una comunicazione più aperta e coerente con le loro madri dopo una breve separazione rispetto ai bambini classificati come disorganizzati.

Tali risultati indicano come le caratteristiche del fenomeno di base sicura rimangano ugualmente importanti in età prescolare ma subiscano una significativa trasformazione. Ora la base sicura fornita dal caregiver non facilita solo l’esplorazione del mondo esterno, ma anche il mondo interiore dei pensieri e dei sentimenti (Bowlby, 1988, citato in Etzion-Carasso et al., 2000). La comunicazione aperta sembra supportare l’esplorazione da parte dei bambini dei loro mondi emozionali, i quali sanno che c’è qualcuno che riconosce, rispetta e risponde in modo appropriato e sensibile ai loro pensieri e sentimenti. Per quanto riguarda i bambini insicuro/ambivalenti, invece, i risultati non hanno indicato una chiara associazione tra attaccamento e comunicazione. Gli autori a riguardo hanno dato due possibili spiegazioni: tale pattern di attaccamento è di per sé incoerente e di conseguenza sono necessarie osservazioni più estese, o la separazione temporanea in laboratorio non era molto stressante per il bambino, quindi sono necessarie condizioni più stressanti che consentano di identificare con maggiore probabilità la comunicazione tra madri e bambini insicuri/ambivalenti.

A distanza di qualche anno Laible (2004) ha condotto uno studio il cui obiettivo era quello di verificare se la sicurezza dell’attaccamento e il temperamento del bambino predicono le differenze nell’elaborazione e nel contenuto emotivo delle conversazioni madre-figlio in due contesti e se, tali differenze, erano correlate allo sviluppo socio-emozionale del bambino. Allo studio hanno partecipato 51 bambini tra i 3 e i 5 anni con le loro madri. E’ stato utilizzato l’Attachment Q-Sort (Waters et al., 1985, citato in Laible, 2004) per valutare l’attaccamento infantile. Le due conversazioni sul comportamento passato sono state elicitate seguendo una procedura analoga a quella di Laible e collega (2000). Inoltre alle madri è stato chiesto di leggere e discutere con i propri figli un libro di fiabe, ricco di temi emotivi e morali. Le conversazioni sono state codificate per tre aspetti: riferimenti alle emozioni, valenza delle emozioni discusse (positiva, negativa e neutra) e stile elaborativo materno. Nel complesso i risultati hanno indicato che, oltre al temperamento, anche la sicurezza dell’attaccamento del bambino era collegata allo stile elaborativo materno e al contenuto delle conversazioni, anche se tali risultati variavano a seconda del contesto. Le diadi sicure hanno discusso l’emozione negativa con maggiore frequenza quando parlavano del comportamento passato del bambino, ed erano altamente elaborative rispetto alle situazioni in cui leggevano e discutevano il libro di fiabe. Tali dati sono coerenti con l’idea che le conversazioni tra madre e bambino sono emotivamente più aperte, elaborative e coerenti soprattutto quando riguardano questioni relazionali (Laible e Thompson, 1998; Thompson, Laible e Ontai, 2003, citato in Laible, 2004), e suggeriscono come la disponibilità delle diadi a focalizzarsi e a discutere l’emozione negativa potrebbe dipendere in parte dal contesto. Nello specifico le madri dei bambini sicuri possono essere sensibili al contesto del discorso e di conseguenza discutono le emozioni negative solo quando è costruttivo farlo.

Nello stesso anno Newcombe e Reese (2004) hanno condotto uno studio longitudinale e tra gli obiettivi vi era quello di esaminare l’associazione tra la sicurezza dell’attaccamento infantile e lo sviluppo dello stile narrativo dei bambini e delle madri. Il campione era costituito da 56 bambini e le loro madri, i quali sono stati osservati all’età di 19, 25, 32, 40 e 51 mesi. All’età di 19 mesi è stato chiesto alle madri di parlare con i loro bambini di due eventi che hanno vissuto insieme una sola volta, mentre dai 25 mesi in poi è stato chiesto loro di discuterne tre. L’attaccamento del bambino, all’età di 19 mesi, è stato valutato tramite l’Attachment Q-Sort (Water et al., 1985, citato in Newcombe et al., 2004). Tutte le conversazioni sono state registrate, trascritte e codificate. I risultati, in linea con le previsioni degli autori, hanno evidenziato differenze nello stile narrativo di bambini e madri in funzione della sicurezza dell’attaccamento. I bambini con attaccamento sicuro e le loro madri hanno sottolineato gli aspetti valutativi ed emotivi degli eventi quotidiani con maggiore frequenza rispetto ai bambini con un attaccamento insicuro e le loro madri, e hanno anche mostrato uno stile narrativo più coerente e maggiormente collaborativo.

 

L’attaccamento infantile e materno e gli stili narrativi di madre e bambino

Bost e colleghi (2006), a differenza degli studi citati, hanno preso in considerazione anche l’attaccamento materno, oltre a quello infantile: essi hanno condotto uno studio su 90 bambini di età prescolare e le loro madri, il cui obiettivo era quello di analizzare le relazioni tra le rappresentazioni materne dell’attaccamento, la sicurezza dell’attaccamento infantile e gli stili narrativi di madre e bambino valutati nel contesto dei ricordi di esperienze condivise.

L’attaccamento infantile è stato valutato con l’Attachment Q-Sort (Waters, 1995, citato in Bost et al., 2006) mentre le rappresentazioni materne dell’attaccamento sono state valutate con l’Attachment Script Representation Procedure (Waters, Waters, 2006 citato in Bost et al., 2006) che valuta il contenuto e la qualità dello script della base sicura. Gli stili narrativi madre-bambino sono stati valutati attraverso la procedura di Memory Talk (Fivush e Fromhoff, 1988, citato in Bost et al., 2006).

Alle madri è stato chiesto di parlare con il loro bambino di tre eventi che hanno condiviso nel corso dell’anno passato. I risultati di tale studio rivelano che le madri dei bambini sicuri, rispetto a quelli insicuri, discutono con i loro bambini gli eventi condivisi in modo da costruire un racconto dettagliato, elaborativo e carico emotivamente. Inoltre, è emerso che le variabili dell’attaccamento di madre e bambino erano positivamente e significativamente correlate, e gli script della base sicura erano significativamente correlati al numero di riferimenti alle emozioni nei racconti di madre e bambino, nonché alla partecipazione del bambino a tali conversazioni. Tali dati suggeriscono come le rappresentazioni dell’attaccamento influenzino il modo in cui le diadi madre-bambino pensano e discutono contenuti carichi emotivamente relativi agli eventi autobiografici del bambino.

Nel 2010 Laible ha condotto un altro studio su 50 bambini di età prescolare, in cui ha voluto analizzare come la sicurezza dell’attaccamento e il clima familiare siano connessi alla qualità dei ricordi tra madre e bambino. Alle madri è stato chiesto di parlare con il proprio bambino di due eventi emotivi passati che li hanno coinvolti, uno in cui ha manifestato un’emozione positiva e uno in cui ha manifestato un’emozione negativa. L’attaccamento è stato valutato tramite l’Attachment Q-Sort (Waters et al., 1985, cittao in Laible, 2010). Le conversazioni madre-bambino sono state codificate in: riferimento alle emozioni, discussione approfondita dell’emozione, cause dell’emozione e validazione dell’emozione, mentre lo stile elaborativo materno è stato codificato utilizzando i criteri che lo stesso Laible ha usato in una ricerca precedente (2004, citato in Laible, 2010).

Relativamente alla relazione tra la sicurezza dell’attaccamento e la qualità dei ricordi tra madre e bambino Laible ha rilevato, coerentemente con gli studi sopra citati, che lo stile elaborativo materno era correlato alla sicurezza dell’attaccamento infantile. Nello specifico, i bambini con attaccamento sicuro avevano madri che erano maggiormente elaborative quando discutevano con i loro figli delle esperienze emotive passate, sia positive che negative, rispetto ai bambini con attaccamento insicuro. Tuttavia l’attaccamento sicuro era principalmente collegato alla discussione delle emozioni durante le conversazioni di eventi negativi: le madri erano più propense a discutere le cause delle emozioni con i propri bambini, le discutevano in maniera più approfondita ed erano più disposte a confermare le esperienze emotive dei loro figli. Tali dati sono coerenti con le idee dei teorici dell’attaccamento, i quali sostengono che un legame di attaccamento sicuro dovrebbe essere caratterizzato dalla condivisione aperta di emozioni negative nella diade (Cassidy, 1994; Laible e Panfile, 2009, citato in Laible, 2010). Nel contesto dei ricordi, la volontà della madre di confermare le esperienze di emozioni negative del bambino, così come la sua volontà di aiutarlo nella comprensione delle cause di tali emozioni probabilmente è una dimensione della sensibilità materna.

 

Conclusioni

Da tale rassegna, dunque, si evince come lo stile narrativo materno e le conversazioni tra madre e bambino su eventi autobiografici varino in funzione della sicurezza dell’attaccamento infantile. Nello specifico le madri sono più elaborative quando ricordano con i bambini che hanno un attaccamento sicuro (Fivush et al., 2002; Laible, 2004; Reese et al., 2003, citato in Fivush et al., 2006), in particolare sugli aspetti emotivi e valutativi degli eventi passati (Farrar et al., 1997; Laible e Thompson, 2000; Newcombe et al., 2004, citato in Fivush et al., 2006).

10 risorse su autismo e disturbi dello spettro autistico

Il termine autismo, etimologicamente deriva dal greco αὐτός (autos) «stesso», ovvero «se stesso», termine coniato all’inizio del novecento dallo psichiatra psicodinamico svizzero Eugen Bleuler.

L’origine etimologica del termine rimanda chiaramente a quelle difficoltà comunicative e sociali e nell’attenzione condivisa che si riscontrano a diversi livelli e secondo modalità estremamente differenziate nei disturbi dello spettro autistico.

Vi proponiamo 8 libri e 2 film, recensiti su State of Mind, che esplorano da diversi punti di vista il mondo della neurodiversità.

 

Castelli_di_fiammiferiCastelli di fiammiferi. Una storia sulla disabilità e per la disabilità adatta a bambini e adulti (2013)

Un racconto semplice, vero e realistico.
La disabilità vista dagli occhi di un bambino, di un fratello, Jan, che prova a comprendere la sorella, affetta da autismo. Un fratello che sperimenta codici nuovi di comunicazione con lei, che si sforza di interpretare il suo comportamento, i suoi movimenti e lo sguardo… Un libro adatto a bambini, dai dieci anni, a genitori e a noi operatori. Un libro che ci mostra il punto di vista di un fratello sull’autismo. Attraverso gli occhi di Jan, la scrittrice ci ricorda che un figlio con disabilità non è preoccupazione solo per i genitori ma anche i fratelli vivono l’esperienza della diversità e della sofferenza, anch’ essi si preoccupano e possono sentire su di loro la responsabilità della cura non solo del fratello o sorella, ma talvolta dei genitori stessi… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

Preparare alla scuola il bambino con autismo - Erickson Editore - RECENSIONEPreparare alla Scuola Il Bambino con Autismo

Un manuale pratico, non ci sono riferimenti ad approcci teorici, anche se le soluzioni pratiche proposte rientrano nell’ambito di strategie riconosciute efficaci dalla comunità scientifica. Si tratta soprattutto di interventi che utilizzano le immagini a supporto della verbalità e a sostegno della promozione di comportamenti adeguati. Un libro alla portata di tutti, ma la sfida più grande, nel contesto della scuola italiana, rimane il consolidamento di una buona prassi di inserimento scolastico di questi bambini, che costituisce il primo passo per la garanzia del diritto di integrazione di tutti gli alunni. L’impressione è che la preoccupazione di come affrontare questo momento delicato sia quasi interamente sulle spalle dei genitori, che da soli faticano a promuovere strategie utili come quelle descritte in questo testo… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

Tony Atwood - Esplorare i sentimenti - copertinaEsplorare i sentimenti. Terapia cognitivo comportamentale per gestire ansia e rabbia

C’era indubbiamente bisogno che qualcuno iniziasse ad adattare la CBT (Cognitive and Behavioral Therapy) destinata alle persone Asperger o con autismo ad alto funzionamento, soprattutto da quando questo tipo di trattamento psicologico è stato segnalato come terapia elettiva per il trattamento di ansia e rabbia nelle Linee Guida per Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti dell’Istituto Superiore di Sanità nel 2011…

Questo libro costituisce indubbiamente di un primo passo importante verso il riconoscimento di una neurodiversità che necessita di interventi psicologici che devono prendere le dovute distanze da quelli pensati per i neurotipici ma la strada è ancora lunga, soprattutto perché sono quasi esclusivamente solo professionisti tipici a percorrerla… LEGGI LA RECENSIONE (Di Ilaria Cosimetti). Questo libro è stato recensito anche da Gianluca Frazzoni.

 

emozioni e sindrome di aspergerEmozioni e sindrome di Asperger. Educazione affettiva per bambini e ragazzi con sindrome di Asperger (2014)

Scritto dal prof. Tony Attwood e dalla dott.ssa Michelle Garnett, due psicologi clinici con una grande conoscenza dell’autismo, il programma fa della chiarezza e semplicità i suoi punti forza. Una solida base di strategie tipiche della Terapia Cognitivo Comportamentale, si arricchisce di accorgimenti e strumenti specificamente progettati per la popolazione autistica.

Se si parte dal presupposto che l’affetto non coincide con l’espressione dello stesso, regolata da convenzioni sociali a servizio della popolazione neurotipica, questo libro è un’importante risorsa per migliorare la capacità di esprimere affetto in maniera adeguata alla diverse relazioni e situazioni, nella convinzione che ciò possa incidere positivamente sulla qualità delle amicizie e delle relazioni, variabile significativa nella qualità di vita di ciascuno di noi, autistico o neurotipico… LEGGI LA RECENSIONE

 

storia dell'autismo: recensioneStoria dell’Autismo. Conversazioni con i pioneri: Evoluzione storica del disturbo e trattamenti

“Nulla è completamente originale. Tutto è influenzato da ciò che è stato prima”. Con queste parole di Lorna Wing, psichiatra britannica e madre di un’autistica, si apre questo interessantissimo libro e le pagine a seguire danno prova di ciò, ricordandoci costantemente che non si può andare da nessuna parte se non si conosce la strada percorsa da chi ci ha preceduti.
I personaggi raccontati dall’autore sembrano infatti cedersi il testimone dopo aver dato il loro personale contributo nella scrittura della storia dell’autismo che ha inizio negli anni ‘30 e, fortunatamente, continua ad appassionare ancora oggi professionisti, parenti e le stesse persone autisticheLEGGI LA RECENSIONE

 

 

Autismo e crescita familiareAutismo e Crescita Familiare (2014)

Il libro propone una tipologia di trattamento in cui la famiglia, dapprima destinataria dell’intervento, è in seguito considerata esperta del trattamento. Oggi gli studiosi escludono che la causa primaria dell’autismo possa essere di natura psicosociale e ambientale, e i genitori, inizialmente accusati di essere la causa del problema, sono considerati fattori indispensabili per l’efficacia del trattamento e la durata nel tempo degli apprendimenti. Questo manuale sintetizza il lavoro svolto all’interno dell’Associazione Il Filo dalla Torre a favore delle famiglie con un figlio autistico, secondo i principi dell’approccio PEIAD (progetto evolutivo integrato autismo e disabilità)… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

le regole non scritte delle interazioni sociali_RecensioneAutismo: Le regole non scritte delle relazioni sociali (2014)

Nonostante le loro differenze, gli autori hanno concordato un elenco di dieci “regole d’oro” che a parer loro ogni bambino autistico dovrebbe apprendere attraverso le modalità più consone al suo schema di pensiero, visivo o verbale, e alle caratteristiche fisiche e mentali che lo caratterizzano. Entrambi ci raccontano attraverso quali risorse e ostacoli personali sono riusciti ad apprenderle e non si può rimanere indifferenti all’impegno e all’enorme fatica che traspare dalle loro parole.

Questo libro è un viaggio alla scoperta del regno del “pensiero diverso”. Ci fanno da guida Temple Grandin, zoologa, e Sean Barron, giornalista, entrambi autistici. Attraverso la narrazione di episodi di vita reale, ci raccontano il loro percorso di apprendimento del funzionamento sociale, basato su una fitta rete di regole e soprattutto di eccezioni ad esse… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

Esplorare i sentimenti per i più piccoli_ Terapia cognitivo comportamentale per gestire ansia e rabbia nei bambini di 5-7 anni. Il modello STAMPEsplorare i sentimenti per i più piccoli: Terapia cognitivo comportamentale per gestire ansia e rabbia nei bambini di 5-7 anni. Il modello STAMP

E’ importante aiutare i bambini con disturbi dello spettro autistico ad acquisire dei mezzi per gestire i loro livelli di stress e ansia il prima possibile. Tra gli esperti più importanti in tema di Autismo e Asperger, Tony Attwood si è occupato proprio di questo attraverso la creazione di un protocollo per la gestione delle emozioni negative in bambini con Autismo ad alto funzionamento e Sindrome di Asperger (si farà da ora in poi riferimento alla classificazione da DSM IV-TR, così come nel protocollo illustrato).

Il manuale Esplorare i sentimenti per i più piccoli espone tale protocollo: Stress Treatment and Anger Management Protocol – STAMP, un programma di intervento pensato per bambini con Autismo ad Alto Funzionamento (HFA) e per bambini con Sindrome di AspergerLEGGI LA RECENSIONE

 

Temple Grandin - Thinking in Pictures. LocandinaTemple Grandin – Una Donna Straordinaria

“Mi chiamo Temple Grandin non sono come le altre persone penso in immagini e le metto in relazione”

Il film affronta il tema dell’Autismo ripercorrendo l’eccezionale vita di Temple Grandin, una donna autistica dotata di capacità straordinarie.

Attualmente Temple Grandin è una sessantenne americana con due lauree una in Psicologia e una in Zoologia, un master in Scienze Animali, è una tenace attivista del movimento in tutela dei diritti degli animali e delle persone con autismo. Inoltre, è ricercatrice e professoressa presso la Colorado University… LEGGI LA RECENSIONE

 

 

RAin manRain man -L’uomo della pioggia – (1988) e il mondo dell’autismo

La pellicola racconta la storia di un uomo autistico e del rapporto con il fratello minore, in una scoperta profonda dell’affettività e della condivisione.

LEGGI LA RECENSIONE

 

 

 

 

 

Tutti gli articoli sui Disturbi dello spettro autistico
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Osservare è il primo passo. Comprendere è il più importante - Scopri il nostro servizio di valutazioni specialistiche per l’Autismo
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Il controverso utilizzo del packing come strumento terapeutico
Ad oggi il packing, una forma di contenimento fisico, è considerato una pratica non più accettabile all’interno del trattamento per l’autismo
Autismo al lavoro - Report da convegno di Milano con Tony Atwood_
Convegno Autismo al lavoro con Tony Atwood – Report dall’evento di Milano
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Autismo: Report dall’ottavo Convegno Internazionale
8° Convegno Internazionale Autismi – Report dall’evento di Rimini
Viste le sfumature dell'autismo è necessario un approccio clinico specifico in base alle peculiari caratteristiche della persona e la sua famiglia
Persone autistiche e mondo del lavoro - Intervista a Tony Attwood
Neurodiversità al lavoro: intervista a Tony Attwood
L’esperto mondiale di autismo Tony Attwood risponde alle nostre domande su come funzionano le persone nello spettro autistico e sulle sfide che affrontano in contesti lavorativi
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“Il Mondo di Leo” – Comunicato stampa
Ieri è stato presentato “Il Mondo di Leo”, progetto multimediale inclusivo che racconta le avventure di un bambino con disturbo dello spettro autistico
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Un protocollo innovativo per lavorare sulle funzioni esecutive e migliorare flessibilità, regolazione emotiva, problem solving e pianificazione
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Tratti autistici nei giovani con anoressia nervosa prima e dopo il trattamento
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Memoria di un trauma: perché ricordiamo meglio l’evento negativo rispetto al contesto in cui è accaduto?

L’attivazione emotiva che accompagna un’esperienza può intensificarne ed accrescerne il ricordo, agendo sui processi di consolidazione della traccia. Tuttavia, non tutti gli aspetti della memoria sono potenziati dalle emozioni in egual modo.

 

L’attivazione emotiva che accompagna un’esperienza può intensificarne ed accrescerne il ricordo, agendo sui processi di consolidazione della traccia. Tuttavia, non tutti gli aspetti della memoria sono potenziati dalle emozioni in egual modo, e così avviene che esperienze spiacevoli o traumatiche possano essere ricordate in modo molto forte da ciascuno di noi solo per quanto riguarda il contenuto negativo dell’evento vissuto, e non per quanto concerne il contesto in cui tali esperienze si sono verificate.

 

Gli effetti del trauma su memoria e ricordi

Un recente studio di Bisby e colleghi (Maggio, 2016) condotto dalla University College London (UCL), finanziato dal Medical Research Council and Wellcome Trust, ha svelato cosa succede nel cervello, spiegando il meccanismo alla base di questo fenomeno. Lo studio, pubblicato in Social, Cognitive and Affective Neuroscience, ha implicazioni molto importanti nella comprensione di quei disturbi che coinvolgono l’interferenza dell’attivazione emotiva sulla memoria, come avviene ad esempio nel Disturbo da Stress Post-Traumatico (DPTS).

L’esperimento ha coinvolto 20 studenti universitari volontari della UCL ai quali, durante fMRI, sono state mostrate coppie di immagini da ricordare, alcune delle quali implicanti contenuti negativi. In seguito, la memoria dei partecipanti è stata testata chiedendo loro se l’immagine mostrata dallo sperimentatore corrispondesse a quelle viste in precedenza. In caso di risposta affermativa, veniva chiesto loro di ricordare anche l’altra figura della coppia.

Durante la presentazione delle coppie di immagini, una dal contenuto negativo ed una dal contenuto neutro, la performance è stata migliore nel riconoscimento delle immagini negative, e ciò si è associato ad un aumento di attività dell’amigdala, una struttura cerebrale coinvolta nell’elaborazione ed immagazzinamento in memoria delle informazioni emotive.

Al contrario, scarsi risultati sono stati ottenuti nella rievocazione delle immagini comparse al fianco di quelle negative, e sono stati associati ad una ridotta attività dell’ippocampo, un’area cerebrale coinvolta nella memorizzazione del contesto circostante all’evento memorizzato.

L’ippocampo è infatti quella regione cerebrale che consente a ciascuno di noi di ricordare non solo il contenuto di un’esperienza, ma anche la circostanza in cui l’evento ha avuto luogo, in quanto crea delle associazioni tra contenuto e contesto, permettendo a tutti gli aspetti di un evento di essere richiamati insieme e collocati nel contesto appropriato. Quando questo non avviene si registra una ridotta attivazione dell’ippocampo, come è avvenuto nello studio esaminato durante il riconoscimento delle immagini a contenuto negativo.

Il risultato dello squilibrio tra memoria di eventi e memoria associativa è un ricordo forte, ma frammentario del contenuto traumatico dell’evento, privo però di quell’informazione circostanziale che consentirebbe di porlo nell’appropriato contesto.

Vivere un evento traumatico o un’esperienza negativa può far sì che si creino immagini vivide e dolorosamente intrusive di tale esperienza/evento, come avviene ad esempio nel disturbo post-traumatico da stress: le immagini si presentano intrusivamente come effetto del ricordo potenziato degli aspetti negativi del trauma isolati però dal contesto in cui si è verificato. Questo potrebbe essere il meccanismo che si cela dietro ai flashback, dove ricordi traumatici sono involontariamente rivissuti come se fossero successi nel presente.

Il concetto psicologico di controllo in Fairburn – I disturbi alimentari

Nel caso dei disturbi alimentari il controllo si esprime nel controllo del peso, del cibo e dell’aspetto corporeo attraverso la dieta, ed è rinforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta quando si riesce a rispettarla, e negativamente dal timore di ingrassare. Il risultato è che, con l’intensificarsi della dieta, il peso decresce sempre più e il processo si autoperpetua.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il concetto psicologico di controllo in Fairburn (Nr. 15)

La credenza del controllo

Prima di proporre il modello “migliorato” del 2003 Fairburn, insieme con Cooper e Welch, aveva già tentato di rendere più sofisticato il suo primo modello. Nel 1999, questi tre studiosi proposero, accanto alla credenza cognitiva del timore di ingrassare, tre credenze più globali, che vanno oltre il cibo e il corpo: il perfezionismo, la valutazione negativa di sé e il bisogno di controllo. Delle prime due abbiamo già parlato negli articoli precedenti.

 

Il controllo nei disturbi alimentari

Qui ci concentreremo sul controllo. Il controllo come concetto clinico esplicativo è connesso a un’ipotesi già espressa nel 1973 da Hilde Bruch, seguita da Slade nel 1982, la quale ipotizzava che in individui con scarso concetto di sé ed elevati livelli di perfezionismo, il bisogno di controllo è centrale per lo sviluppo e il mantenimento di questo disturbo. Il controllo è legato non tanto a un obiettivo, sia pure negativo, come il timore di sbagliare (perfezionismo patologico) o alla scarsa stima di sé, ma piuttosto alla ricerca di un correttivo, di una soluzione alla paura della vita e del mondo che pervade la paziente con disturbo alimentare. Una soluzione o almeno una possibilità di gestione. E, in effetti, il timore viene in qualche modo gestito controllando, nutrendo cioè l’illusione di sapere sempre ed esattamente la misura e/o la dimensione degli eventi paventati.

Diversamente dal perfezionismo patologico o dalla bassa autostima, il controllo si presenta non come un problema, bensì come una soluzione. E in questo consiste la sua natura subdola e maligna. Nel caso dei disturbi alimentari il controllo si esprime nel controllo del peso, del cibo e dell’aspetto corporeo attraverso la dieta, ed è rinforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta quando si riesce a rispettarla, e negativamente dal timore di ingrassare. Il risultato è che, con l’intensificarsi della dieta, il peso decresce sempre più e il processo si autoperpetua.

Secondo Slade è per questo motivo che il bisogno di controllo nei disturbi alimentari diventa una necessità compulsiva, un vero e proprio obbligo. Il controllo, in realtà, si applica a qualunque aspetto della vita ed è teso a prevenire ed evitare gli eventi imprevisti. L’imprevisto, per queste pazienti, è interpretato come minaccia ed è temuto e vissuto con profonda ansia. Il controllo è il mezzo con cui esse ritengono – ingenuamente – di prevenire l’imprevisto. Siccome il controllo sulla vita è impossibile, le pazienti affette da disturbo alimentare si limitano a controllare un aspetto circoscritto della vita, secondo una strategia rigida che condividono con gli ossessivi. L’aspetto prescelto è il peso. Il corpo, invece, è già qualcosa di più ambiguo e sfuggente. Il peso o il cibo si possono misurare e controllare facilmente: basta stabilire un determinato peso che va assolutamente rispettato. Del corpo, invece, esattamente cosa si controlla? E secondo quale criterio di giudizio? La riduzione alla magrezza estrema è forse il tentativo di ridurre il corpo a un unico parametro non troppo ambiguo: l’emaciazione scheletrica.

 

Le teorie sul controllo alimentare

Nel loro lavoro, dal 1999, Fairburn, Shafran e Cooper integrarono la teoria di Slade sul controllo alimentare con la loro precedente teoria fondata sulle credenze cognitive verso il peso e le forme corporee. Secondo i tre studiosi, le pazienti soffrono una necessità generale di controllo che, prima dell’esordio, tenta probabilmente di esprimersi su aspetti più complessi e potenzialmente gratificanti della vita, quali la realizzazione nello studio, nel lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni o nell’affettività. Ma questi ambiti si rivelano ben presto troppo complessi e incontrollabili.

Un altro studioso che si è occupato della funzione del controllo è stato Eric Button (1985), il quale ha descritto l’anoressia nervosa come una ricerca di controllo. Secondo Button, soggetti con disturbi alimentari si impongono regimi alimentari estremi- mente rigidi e condotte di eliminazione al fine di «comprimere», restringere il loro mondo. Le relazioni, il lavoro, il gioco e anche la vita e la morte tendono ad assumere una posizione subalterna rispetto a questioni concernenti il peso, la taglia, il grasso, il cibo e l’alimentazione: [blockquote style=”1″]Sebbene i pazienti abbiano un lavoro, siano impegnati nello studio o nella gestione della vita familiare, generalmente sono più assorbiti dal tentativo di resistere alla tentazione del cibo[/blockquote] (Button 2005, p. 199).

La spiegazione più plausibile di questa esasperata costrizione è che forse essa rende la vita più gestibile e controllabile. Soggetti con disturbi alimentari sentono di non essere capaci di controllare i rapporti personali, le reazioni interne e gli eventi in generale. Per ottenere la percezione del controllo e raggiungere un certo grado di prevedibilità, sono disposti a confinare le loro vite entro un’esperienza ridotta, circoscritta all’alimentazione e alle dimensioni corporee. Tuttavia, sebbene la gestione dell’alimentazione e delle dimensioni corporee offra in un primo momento l’attrattiva di una qualche possibilità di controllo, alla fine li condanna a un’esistenza isolata e insana (Button 1985; 2005).

Per Dalle Grave (2001) la tendenza al controllo si focalizza sull’alimentazione perché fornisce una prova evidente e immediata di capacità di autocontrollo, perché ha un potente effetto manipolatorio sugli altri e in particolare sui familiari, perché ci può essere stato un incoraggiamento da parte della famiglia stessa, perché la dieta e la conseguente magrezza possono arrestare o anche far regredire il processo della pubertà (che è un altro elemento vissuto dalla paziente come una minaccia dell’autocontrollo e dell’autostima), e infine perché l’associazione di idee tra restrizione alimentare e senso di autocontrollo è tipica e presente da secoli nella cultura occidentale.

Una volta iniziata la dieta, il disturbo si automantiene attraverso tre meccanismi principali: 1) la restrizione dietetica aumenta il senso di essere in controllo, poiché riuscire a seguire la dieta e a dimagrire produce, nelle fasi iniziali, un forte senso di gratificazione, autocontrollo e padronanza; 2) gli stessi effetti del digiuno incoraggiano un’ulteriore restrizione alimentare, come dimostrato dagli studi sul digiuno volontario di Keys e colleghi (1950); 3) la preoccupazione per il peso e le forme del corpo incoraggia la restrizione alimentare. Secondo Dalle Grave, l’ipotesi di Fairburn, Cooper e Welsh contiene indiscutibilmente alcuni pregi. Recupera alcuni concetti psicologici più complessi da Slade e da Garner e Bemis, ma li collega meglio ai sintomi alimentari veri e propri. Tuttavia è una spiegazione troppo concentrata sul controllo e sull’anoressia, mentre la riflessione sulla bulimia è insufficiente. Inoltre gli aspetti interpersonali sono ancora trascurati (Hsu et al., 1992).

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

L’evoluzione del maschio nella storia e il suo ruolo nella società moderna

Io non credo che il maschio scompaia. Egli è sempre lì tra noi, intento a giocare il suo eterno gioco di caccia. È stato cacciatore, guerriero, prete, missionario, esploratore, artista e perfino a volte amorevole padre di famiglia, che poi è stato quello il suo ruolo e il suo momento meno maschile, nel borghese ottocento, e non questo nostro tempo che si dice infelice e non lo è.

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 21/05/2016

Comparsa e ricomparsa del maschio

Il maschio scompare per poi ricomparire, e così la femmina. È una vecchia storia, un po’ ripetitiva e a volte triste, ma in fondo sempre appassionante. Anche se sappiamo come va a finire –nel solito modo: a letto- non ci sono spoiler che possano rovinarci l’attesa. Malgrado la falsa saggezza dei tanti recenti noiosi che passano il loro tempo a temere di sapere come vanno a finire i racconti più belli, le migliori storie sono quelle di cui già conosciamo il finale, e quale migliore finale se non sesso e amore? Lo vogliamo questo finale, e per questo un maschio ci vuole e non scompare. Che poi talvolta ci siano due maschi o due femmine sono variazioni sul tema, i timbri sono più psichedelici ma le leggi armoniche non cambiano, è come ascoltare Berlioz e i Grateful Dead invece che i Beatles e Beethoven: la dialettica dei suoni e dei sessi rimane quella, malgrado i pregiudizi.

 

Il maschio nella preistoria

Facciamo ordine. Di chi stiamo parlando? Del maschio alpha della banda dei cacciatori preistorici, del patriarca poligamo all’alba della storia o del severo padre di famiglia dell’ottocento? Non sono mica la stessa persona, anche se in comune hanno il pistolino. Il primo è un guerriero e un capo. Eccolo che corre spensierato in testa alla sua banda di giovinastri. È giovane ed esiste da duecentomila anni, da quando è apparsa l’umanità sulla terra. All’inizio c’era solo lui, quando l’umanità era fanciulla al tempo dei cacciatori-raccoglitori ed è sempre stato il più felice tra i maschi. Lo contempliamo nella sua giungla o nella sua savana, insieme ai suoi amici, sono tutti belli e tutti felici, se ne sta lì a cacciare un paio d’ore al giorno, giusto il tempo di raccogliere il suo pasto quotidiano a base di carne. Torna alle sue capanne coperto di gloria e di bullaggine, ed è un simpaticone, un tipo da discoteca e un grande figlio di puttana. La sua dieta è varia, oltre la carne ci sono radici, bacche e frutta ma niente pane e questo gli fa molto bene. La sua dentatura è perfetta anche in età avanzata, non ci sono carboidrati in giro e non vi è nemmeno l’ombra di una carie a guastargli la nobile forza delle zanne bianche. La sua muscolatura è scolpita e corre sotto la pelle. Il nostro giovane amico si agita il giusto, non più di due ore al giorno come abbiamo detto, e poi finita la caccia dormicchia, ciondola, se ne sta lì con la sua banda di 10-20 amici mentre altrettanto si divertono le 10-20 donne della banda, fanno anch’esse quel che loro aggrada, raccogliere frutta e bacche, chiacchierare con le amiche e badare un po’ ai pargoli. Sono tutti un po’ promiscui, fanno sesso casuale e i bimbi crescono tutti assieme, non si capisce bene chi sia figlio di chi, in fondo non importa.

Pare fosse così, almeno così la racconta Donald Symons in “The Evolution of Human Sexuality”. Bel libro, leggetelo (tranquilli, non vi dico come va a finire, no spoiler).

 

Il maschio diventa capofamiglia

La popolazione però cresce e le bestie da cacciare e le bacche da raccogliere vanno cercate sempre più lontano, e qui iniziano i guai per il nostro maschione alpha. In teoria è facile: basta tenere il numero dei componenti della banda sotto controllo. Si tratta solo di far fuori un po’ di bambini –come racconta con cruda tranquillità Marvin Harris in “Cannibali e Re”- e l’equilibrio tra bocche da sfamare e cibo cacciato e raccolto si mantiene.

Dite che far fuori bambini sia un sistema un po’ forte? Beh, è quello che pensarono anche i nostri antenati settemila anni fa, quando non ce la fecero più a sacrificare bambini e inventarono l’agricoltura. Diventammo sentimentali e fu l’inizio della fine, come scriveva quella bestia fanfarona di Nietzsche, in realtà incapace di far male a una mosca. Diventammo sentimentali e incapaci di seguire il sanguinario ritmo della natura, della caccia e della raccolta e dell’eliminazione delle bocche infantili sovrannumerarie, scoprimmo i buoni sentimenti e la carità. Il sacrificio di Dionisio-bambino, attirato nella cerchia dei Titani con giocattoli, ovvero tra gli adulti destinati a ucciderlo, diventò emotivamente gravoso fino a trasformarsi in una croce che nessuno voleva portare. Chissà perché poi, lo si era fatto per centonovantatremila anni, poi basta. Fatto sta che emersero tutti assieme i nostri guai: l’agricoltura, il lavoro, la società, la politica, il senso morale, la capacità empatica di identificarsi con l’altro, la pena per il bambino o la bambina da sacrificare. E morì la bestia bionda di Nietzsche, il maschio alpha, colui che dice di sì alla vita. E al sangue.

Non era però finita per il maschio. Al posto del cacciatore arrivò il patriarca, il capofamiglia poligamo e capotribù, alla testa di un’azienda agricola con decine di lavoranti: una tribù, una città, un impero. Emersero le differenze di classe e quelle di genere. Le donne furono confinate nella cura dei bimbi –non era più possibile farli fuori e quindi le donne se ne vedevano appioppare a decine e decine, uno nuovo ogni anno per l’intera vita fertile. Roba da ammazzarsi. D’altronde non c’erano anticoncezionali e il patriarca e i suoi accoliti avevano sempre voglia di fare il solito sesso, che ci vuoi fare. La dieta peggiorò, carboidrati a bizzeffe e solo quelli, sempre meno proteine, denti cariati, corpi deformati dalla fatica e dalle calorie ora carenti ora eccessive e sempre di scarsa qualità: riso e grano; un misto di denutrizione e obesità imbruttì l’umanità ben prima dell’era industriale. I capi, però continuavano a fare una vita da guerrieri, ogni estate si davano alla guerra lontano dai doveri agricoli che erano già doveri di ufficio: l’agricoltura richiede sei ore di lavoro al giorno, non le due orette dell’età dell’oro quando il cibo si cacciava e si raccoglieva. Questi doveri dell’aratro e del vomere dovevano essere così gravosi che la banda dei patriarchi aristocratici –stressatissimi come degli impiegati- non esitava a fuggire di casa per una decina d’anni e più all’assedio di Troia, pur di staccare dalla routine quotidiana. Salvo poi tornare e farsi trucidare in bagno dalla moglie incarognita, come accadde ad Agamennone. Il quale non si era fatto mancare il sacrificio della figlia Ifigenia, a dimostrazione che le epoche storiche sono intrecciate tra loro e l’agricoltura non aveva significato la fine dei sacrifici umani, lontana eco dell’abitudine ancestrale di uccidere la popolazione infantile in sovrannumero.

Come abitudini sessuali il patriarca è ancora un po’ promiscuo ma anche legalitario, sistema le intemperanze del pene e del cuore con la poligamia e/o il concubinaggio. Si concede ancora divertimenti con il suo stesso sesso, ma comincia a vergognarsene, lo fa di nascosto, si capisce e non si capisce, insomma Achille e Patroclo andavano a letto assieme o no? Boh! Non si sa. Odisseo è già un marito borghese, l’unico che pensa a tornare a casa e l’unico che ama sua moglie e la vita in famiglia in quella banda di achei appassionati solo di guerra e della vita tra maschi.

Al patriarca poligamo succede il terzo tipo di maschio, che discende da Odisseo. Nel migliore dei casi affettuoso, amante della vita in famiglia, lavoratore indefesso e rispettoso degli orari di ufficio, romantico nei sentimenti e negli affetti. Il suo trionfo è nell’interno familiare borghese, anche se poi, come Odisseo, si concede le sue scappatelle da maschio alpha. Anche lui va in guerra, conquista colonie in mezzo mondo, sta via per anni, s’intrattiene nei resort di Circe e Calipso ma poi torna sempre dalla sua Penelope. Anche se fa figli all’estero con una Madama Butterfly poi si sistema con una moglie del suo paese. Alla lunga si deprime, la vita nell’interno borghese è un carcere in cui si passa la giornata a fumare l’ultima sigaretta e a immaginare di far finire il mondo in un immane attentato terroristico. Il padre di famiglia è strettamente eterosessuale, e man mano che si inoltra nel novecento, diventa sempre meno propenso a scappatelle extraconiugali, o comunque le effettua in maniera sempre più coperta salvo incappare in Monica Lewinski. Eppure dietro Odisseo c’è sempre l’ombra di Achille: ancora in pieno novecento l’esplosione nazista riproduce il gruppo dei cacciatori guerrieri, le giovani belve assetate di sangue saltano fuori dalle trincee e sconvolgono il mondo di sangue, di spari e d’innovative forme di sacrificio umano. Così fan tutti.

 

Il maschio nella società moderna

Infine, si arriva a questa nostra età, che si dice confusa e che forse è felice. Le donne evadono dal carcere e dalla condanna alla maternità, con metodi ora gioiosi e giocosi e ora un po’ più tristi. Così è la vita. Il benessere economico ci regala calorie di qualità migliore rispetto ai terribili carboidrati cariatori di denti dell’età agricola. Possiamo perfino permetterci di essere vegetariani, ma nello spirito stiamo tornando all’età della caccia e della raccolta. Lasciamo alle spalle i ruoli rigidi richiesti dalla società agricola e ci abbandoniamo al flusso, siamo tutti un po’ donne e un po’ uomini e tutti siamo maschi e anche femmine, il sesso diventa un breve divertimento a cui in fondo non dare troppo peso, è più divertente semmai parlarne. Una nuova promiscuità è possibile, i ruoli sono meno importanti di un tempo e ci si concedono esperimenti con i propri co-gender, si tratta di esperienze da non drammatizzare troppo, vanno vissute tra lo sbadiglio e l’orgasmo.

Io non credo che il maschio scompaia. Egli è sempre lì tra noi, intento a giocare il suo eterno gioco di caccia. È stato cacciatore, guerriero, prete, missionario, esploratore, artista e perfino a volte amorevole padre di famiglia, che poi è stato quello il suo ruolo e il suo momento meno maschile, nel borghese ottocento, e non questo nostro tempo che si dice infelice e non lo è. Non è mai sparito e oggi è più che mai presente, anche quando assume un aspetto femmineo: come Achille, si veste da femmina per imboscarsi ed evitare di andare alla guerra, poi ci va e va a letto con Patroclo.

Assunzione di cocaina: psicopatologia e trattamento

L’obiettivo della terapia è quello di rendere la persona consapevole delle emozioni e dei pensieri connessi con l’ assunzione di cocaina: capire, in altre parole, la funzione che la sostanza ha avuto nella propria vita, accettare i propri limiti e sviluppare strategie di coping più funzionali.

Giada Costantini, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

I correlati neurobiologici dell’assunzione di cocaina

Come sappiamo l’ assunzione di cocaina ha degli specifici correlati neurobiologici che ne determinano gli effetti emotivi e comportamentali che osserviamo. Nello specifico, l’effetto farmacologico principale della cocaina, a livello del sistema nervoso centrale, è quello di bloccare il recupero di dopamina nel terminale presinaptico una volta che questa è stata rilasciata dal terminale del neurone nella fessura sinaptica (Koob, 1992; Abbott e Concar, 1992). Nello specifico, la cocaina agisce sulla funzionalità delle proteine di trasporto, impedendo il riassorbimento di dopamina all’interno del neurone. Il risultato è un aumento di dopamina nelle sinapsi fra le terminazioni dei neuroni che proiettano dall’area tegmentale ventrale ed i neuroni del nucleo accumbens e della corteccia prefrontale mediale (Weiss et al., 1992). La sostanza può bloccare anche il riassorbimento presinaptico di norepinefrina e serotonina (Woolverton e Johnson, 1992).

Sul piano psicologico, l’aumento della quantità di dopamina presente in queste aree ha importanti implicazioni cliniche. I nuovi modelli delle neuroscienze del comportamento ipotizzano che la dopamina non sia più il “neurotrasmettitore del piacere”, come ipotizzato inizialmente dal modello neurobiologico classico (in Wise, 1982), ma essa permette di valorizzare la “novità” come valore adattivo e di integrarla con gli altri schemi cognitivi e comportamentali già appresi su di sé e sul mondo (Redgrade e Gurney, 2006). In altre parole, la dopamina induce uno stato di attenzione focalizzata, di ricerca, di esplorazione di nuovi elementi e di necessità di fronteggiare al meglio quegli eventi ambientali in cui predominano incertezza, ambiguità e imprevedibilità.

I correlati fisiologici direttamente associabili alla dopamina sono, quindi, riconducibili a uno stato affettivo di base caratterizzato da euforia (energia positiva) e ricerca nell’ambiente (seeking – attivazione motoria) e non a stretto rigore con il piacere (Panksepp, 1998; 2005; 2012). Sarà poi la valutazione che ognuno farà di questa esperienza sensoriale che indurrà o meno una condotta tossicomanica: tanto più il soggetto attribuisce a tale esperienza affettiva un’utilità soggettiva (Bentham, 1789) tanto più alta sarà la probabilità di cronicizzare tale comportamento nel tempo. Sarà l’attivazione delle funzioni corticali superiori, ad opera della corteccia prefrontale, che permetterà di fare una valutazione cognitiva adeguata dell’esperienza che il soggetto ha sperimentato.

Effetti dell’assunzione di cocaina

In questi termini, l’uso di cocaina non determinerà necessariamente lo sviluppo di una dipendenza: affinché il legame con la cocaina diventi forte essa deve rappresentare la porta d’accesso alla vita desiderata (Bignamini e Rigliano, 2009). L’ assunzione di cocaina può quindi causare due effetti differenti: il soggetto deciderà quale sia la funzione che ha esercitato dentro la propria mente, l’utile che ne ha ricavato e il valore che ne può ricavare e, quindi, l’uso che ne potrà ancora fare (ibidem). In un primo caso il soggetto può percepire gli effetti euforizzanti della cocaina come non essenziali per il potenziamento di sé e per il raggiungimento dei propri obiettivi. In questo senso è probabile che la sostanza venga utilizzata saltuariamente, per sballarsi in situazioni che possono rimanere del tutto occasionali. In un secondo caso il valore personale attribuito a tale esperienza è alto: la persona sperimenta quel Sé desiderato che gli consente di affrontare la scarsa autostima, quell’incentivo motivazionale fondamentale per raggiungere brillantemente i propri obiettivi. L’utilizzo di cocaina diventa il modo per sentirsi persone di valore, adeguate, determinate nel raggiungimento dei propri scopi ritenuti importanti.

In altre parole, quanto più il soggetto riconosce valore alle “qualità” dello stato cocainico, ritenendosi valorizzato, tanto più esso diviene dominante nella mente del soggetto (ibidem). Quanto più il Sé è poco strutturato e sicuro della propria identità e del proprio valore (e quindi meno certo di raggiungere i propri scopi) e quanto più valorizza la potenza e l’esaltazione, tanto più alta sarà l’utilità soggettiva attribuita a tale esperienza e, con essa, anche la probabilità d’instaurare una condotta d’abuso.

In questo caso, il soggetto può così entrare in un circolo vizioso. Con l’ assunzione di cocaina sviluppa credenze su se stesso, cui sono connessi degli scopi di estrema importanza, che attengono al giudizio di sé: si percepisce come una persona capace, valida, degna di autostima, sicura, protagonista della propria vita e consapevole di essere consapevole. Il soggetto “sa” che così è possibile raggiungere gli scopi che danno senso alla propria vita, ma per farlo deve passare attraverso lo stato mentale cocainico (Bignamini e Rigliano, 2009).

Tuttavia, quando il soggetto non è più connesso al “carburante” si ha un progressivo ritorno allo stato di equilibrio neurobiologico precedente l’ assunzione di cocaina. È qui che avviene il dramma dell’esperienza cocainica: la persona avrà la certezza di mancare di quegli stati mentali prodotti solo dalla sostanza, che acquista così un fascino irrimediabile. Così, nel tentativo di oltrepassare i propri limiti, in realtà ha scoperto il proprio limite grazie alla cocaina: è il rapporto con essa a ribadirgli la propria identità svalorizzata (ibidem). Lo stato alternativo indotto dalla cocaina da desiderio diventa, quindi, un bisogno: s’inaugura così una patologia, in cui cadono i soggetti deboli perché intravedono in un Sé maniacale la soluzione alla bassa autostima e al dolore (ibidem).

Il trattamento dell’ assunzione di cocaina

L’obiettivo della terapia è quello di rendere la persona consapevole delle emozioni e dei pensieri connessi con l’ uso di cocaina: capire, in altre parole, la funzione che la sostanza ha avuto nella propria vita, accettare i propri limiti e sviluppare strategie di coping più funzionali.
Se gli approcci relativi al trattamento e alla gestione clinica del cocainismo sono molteplici, vi sono molte evidenze collegate a ricerche cliniche sulla particolare utilità della Terapia Cognitivo Comportamentale ( in Serpelloni, Macchia, e Gerra, 2006).
In generale, la terapia cognitivo comportamentale (TCC) rappresenta un approccio focale breve ed utile per aiutare i soggetti cocaino-dipendenti a diventare astinenti.

L’approccio cognitivo-comportamentale alle dipendenze riconosce il comportamento di abuso come un comportamento complesso appreso e mantenuto tramite i principi dell’apprendimento: il condizionamento classico, il condizionamento operante, l’apprendimento sociale o modellamento. Ciascun individuo ha un suo assetto cognitivo, schemi, convinzioni, assunti, che determinano il modo di percepire se stessi e la realtà circostante (Beck, 1976). Ognuno si muove in un ambiente che contestualizza il suo comportamento, ha un suo corredo genetico che lo determina e si muove nelle sue dimensioni cognitive-emotive-comportamentali all’interno di un contesto ambientale, sociale, familiare. Il trattamento TCC tiene conto di tutte queste aree a partire dalla relazione terapeutica con il paziente e lo aiuta a capire quali sono le variabili che determinano il suo comportamento d’abuso (analisi funzionale), per riconoscere i propri fattori di rischio e imparare a fronteggiare o evitare le situazioni che li determinano (strategie di coping, problem solving, rilassamento).

Lo strumento elettivo è l’ABC. Soprattutto all’inizio del trattamento, l’analisi funzionale svolge un ruolo fondamentale poiché permette di accertare le cause o le situazioni ad alto rischio che favoriscono l’ uso di cocaina e aiuta a comprendere alcune delle ragioni che spingono il paziente a far uso della sostanza. Più avanti, invece, l’analisi funzionale degli episodi di uso di cocaina consente di identificare quelle situazioni, emozioni e pensieri che il soggetto ha difficoltà a controllare e a gestire.

Tra i protocolli TCC per la dipendenza da cocaina l’approccio psicoterapico maggiormente validato sperimentalmente è quello della Carrol et al. (1994), il cui manuale è disponibile in Italiano (Carrol, 2001). Un altro approccio sperimentalmente validato per i disturbi da uso di sostanze in comorbilità con il disturbo Borderline di personalità è quello di Marsha Linehan (2001, 2002).

La mancanza di una farmacoterapia in grado di arginare il craving, l’ uso di cocaina e le ricadute frequenti rende spesso impossibile un corretto approccio di trattamento. È quindi importante, prima di pianificare qualsiasi tipo di intervento, fare una concettualizzazione accurata del caso e valutare tutti i fattori che possono influire negativamente sulla motivazione e trattabilità del paziente, quali: la gravità del quadro premorboso, le caratteristiche del contesto socio-famigliare, l’assenza/compenso di psicopatologia, l’abuso di altre sostanze, la presenza di comportamenti a rischio espressi, uno stile di vita antisociale con rispettivo vissuto egosintonico.

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