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Trattamento del dolore cronico con la CBT: quando il corpo incontra la mente (razionale)

Il dolore cronico risulta fortemente correlato ad aspetti di natura emotiva e cognitiva – legame riscontrato anche in studi con risonanza magnetica funzionale – la cui regolazione può contribuire significativamente a un esito terapeutico più favorevole nel trattamento del dolore cronico.

Mauro Grillini – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

Il dolore cronico: cos’è?

Con il termine dolore cronico, si fa riferimento a un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata o meno a danno tessutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di un simile danno (IASP, 1994), che perdura per più di tre mesi dall’evento scatenante. Tale esperienza può non essere direttamente collegata all’origine del disturbo e si caratterizza per importanti conseguenze sulla qualità di vita della persona: riduzione delle autonomie personali, alterazione delle abitudini sociali e lavorative, insonnia, tendenza all’isolamento, oltre che comorbilità con sintomi ansioso-depressivi (IASP, 2010), se non con veri e propri disturbi clinici (Mc Williams, 2003).

Nonostante la pratica medica corrente focalizzi la propria attenzione diagnostico/terapeutica quasi esclusivamente sulla componente somato-sensoriale (Fanelli, 2012), il dolore cronico risulta fortemente correlato ad aspetti di natura emotiva e cognitiva (Hanscom et al., 2015) – legame riscontrato anche in studi con risonanza magnetica funzionale (Eisenberg et al., 2003; Woolf, 2011) –  la cui regolazione può contribuire significativamente a un esito terapeutico più favorevole nel trattamento del dolore cronico.

Numerose sono, infatti, le evidenze che suggeriscono il potenziale ruolo della CBT nel trattamento del dolore cronico (Turner, 2007; Hoffman, 2007; Rundell, 2010; Carpenter, 2012; Hoffman, 2012); alcuni autori, tuttavia, segnalano difficoltà in letteratura nell’identificare puntualmente i meccanismi specifici alla base del suo funzionamento ( Williams et al., 2012), e nel distinguerli da quelli elicitati dagli approcci di terza ondata (Cederberg et al., 2016)  in modo da ottenere indicazioni terapeutiche accurate e applicabili in contesti clinico-ospedalieri.

 

 

Trattamento del dolore cronico con la CBT: le aree di intervento

In una recente rassegna Hanscom e colleghi (2015) propongono una serie di potenziali aree di intervento nel trattamento del dolore cronico sensibili all’effetto della modificazione cognitiva e comportamentale. Una di queste è la gestione della qualità del sonno, elemento strettamente collegato a condizioni di dolore cronico e predittore di un quadro di disabilità aggiuntiva (Zarrabian et al., 2014): dormire poco e male si rivela tanto conseguenza quanto elemento amplificatore della situazione dolorifica (Call-Schmidt et al., 2003), oltre che un freno alla messa in atto di attività salutari che migliorino la qualità della vita (Tang & Sanborn, 2014).

Un’altra area importante nel trattamento del dolore cronico riguarda la riduzione del pensiero catastrofico, in quanto importante mediatore, assieme a depressione e credenze di evitamento, tra dolore cronico e autonomia personale (Smeets et al., 2006): il catastrofismo infatti non avrebbe soltanto un ruolo regolatore della percezione algica (Zhu et al., 2014), ma rappresenta altresì un importante ostacolo per la messa in atto e il mantenimento di condotte salutari, tra cui controllo del peso, regolare attività fisica e aderenza alle prescrizioni farmacologiche, rappresentando dunque un fattore prognostico decisamente sfavorevole (Edwards et al., 2011).

Trattamento del dolore cronico con la CBT quando il corpo incontra la mente razionale - IMMAGINE

Radicate credenze di evitamento rappresentano elementi altrettanto sfavorevoli (Gatchel et al., 2016): l’anticipo di un’elevata percezione dolorifica nello svolgimento di attività quotidiane può condurre infatti a un importante livello di inattività, a sua volta rinforzante l’aspettativa iniziale, creando così un circolo vizioso e amplificando il senso di disabilità personale.

Molti pazienti presentano alti livelli locus of control esterno (Oliveira, 2012)   che può portare ad atteggiamenti rivendicativi verso le persone e situazioni considerate origine del malessere (De Good & Kiernan, 1996)  creando in tal modo un ciclo di rabbia che può amplificare notevolmente la sensazione dolorifica (Sarno, 1982), oltre che a rendere più difficile per il paziente una comunicazione adeguata con il personale medico (Hanscom et al., 2015) e la partecipazione attiva al programma di cure e di trattamento del dolore cronico (Beinart et al., 2013).

A rabbia persistente è inoltre associata una risposta infiammatoria prolungata da parte dell’organismo, con il probabile sviluppo di ulteriori sintomi somatici (Abbass et al., 2008).

Tutti questi elementi necessitano di essere tempestivamente riconosciuti e inquadrati, in modo da identificare situazioni con particolare rischio di cronicizzazione (Hasmi et al., 2013): a tal proposito possono essere somministrati in fase di screening questionari (Araujo et al., 2010; Hanscom et al., 2015; Nursen et al., 2016) quali Fear Avoidance Beliefs Questionnaire (FABQ), Distress and Risk Assessment Method (DRAM) ,  Pain Catastrophizing Scale ( PCS ) e  Pain Locus of Control Scale (PLOC).

L’intervento CBT può inserirsi in una presa in carico multidisciplinare del paziente –  con l’obiettivo clinico di ostacolare pensieri e comportamenti che prolunghino o peggiorino la condizione algica e il senso di disabilità –  attraverso strumenti quali ristrutturazione cognitiva, sessioni di rilassamento strutturato, pianificazione delle fasi di addormentamento e programmazione di attività piacevoli, salutari e distraenti.

Appare fondamentale inoltre, nel trattamento del dolore cronico, un lavoro sui meccanismi di attribuzione causale – favorendo il passaggio da un locus esterno a un locus interno – in modo tale che il paziente porti attivamente a termine l’intero percorso di cura e sia motivato a mantenere i risultati raggiunti nel tempo (Hanscom et al., 2015).

I prossimi webinars organizzati dall’Ordine Psicologi Lombardia – Maggio e Luglio 2016

Lunedì 23 maggio 2016, ore 21.00 – 23.00

Nuove frontiere del lavoro psicologico: la conoscenza e l’intervento nei contesti mafia

La psicologia come strumento di conoscenza e intervento nei contesti di mafia. Questo il focus del secondo incontro promosso da Opl – Ordine degli Psicologi della Lombardia  presso Casa della Psicologia.

Attraverso le voci dei relatori e le loro testimonianze, si indagheranno le nuove frontiere del lavoro dello psicologo in contesti di mafia: dal sostegno ai collaboratori di giustizia alla formazione e supporto di chi combatte le mafie.

Parteciperanno all’evento: Gianantonio Girelli, presidente commissione antimafia Regione Lombardia, Enrico Interdonato, psicologo e rappresentante Addiopizzo Messina e Toni Giorgi, psicologo e professore universitario.

Casa della Psicologia, Piazza Castello 2- Milano

Evento gratuito e aperto a tutti previa iscrizione ([email protected])

Ufficio Stampa: [email protected] – 345 7357751

[email protected] – 335 1821270

 

 

Mercoledì 25 maggio dalle 21.00 alle 22.30 

webinar La depressione quel che la serotonina non spiega

 

 

La depressione: quel che la serotonina non spiega

La depressione, diventata negli anni Novanta oggetto privilegiato della psichiatria biologica e dei trattamenti farmacologici, sta tornando nelle mani degli psicoterapeuti.

A partire dall’inizio del nuovo Millennio negli Stati Uniti sono stati pubblicati un numero crescente di volumi e di articoli che mettono radicalmente in questione sia l’interpretazione biologica della depressione, sia l’efficacia dei farmaci per questa psicopatologia. I farmaci serotoninergici sono stati messi sotto accusa: di poco o affatto superiori al placebo, non solo non sembrano proteggere i pazienti da eventuali suicidi ma ne possono essere causa.

Dopo aver fatto qualche cenno a questi sviluppi recenti della letteratura, Valeria Ugazio avanzerà la tesi che la depressione cronica si sviluppi in un contesto familiare caratterizzato da un particolare modo di organizzare i significati, definito ‘semantica dell’appartenenza‘, contraddistinto emozioni definite. Le posizioni del paziente e degli altri membri della famiglia entro questa semantica saranno descritte e illustrate con esempi clinici.

Saranno inoltre esaminati gli eventi e le fasi del ciclo di vita individuale e familiare in cui più le persone con un’organizzazione propensa alla depressione sviluppano una patologia conclamata. Valeria Ugazio cercherà di spiegare anche perché così tanti scienziati e artisti siano affetti da disturbi depressivi.

 

Relatrice: Dott.ssa V. Ugazio

Valeria Ugazio è psicoterapeuta. Svolge la propria attività terapeutica e formativa a Milano dove dirige l’European Institute of Systemic-relational Therapies, che ha fondato nel 1999. È inoltre professore ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Bergamo. Le dinamiche familiari sono al centro dei suoi interessi. La teoria delle polarità semantiche familiari e i modelli di interpretazione dei disturbi fobici, ossessivi, alimentari e dell’umore che Ugazio ha elaborato si basano sulla premessa che anche gli aspetti più soggettivi dell’esperienza individuale siano costruiti nel dialogo.

 

Come partecipare:

Vi aspettiamo il 25 maggio alle 20.45 presso la Casa della Psicologia in Piazza Castello 2 a Milano, o alle 21.00 sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina. Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio del seminario (quindi alle 20.45).

 

 

 

Martedì 19 luglio dalle 20.30 alle 22.00 

 

 

webinar Nuove prospettive nella comprensione e la cura dei disturbi alimentari

 

Nuove prospettive nella comprensione e la cura dei disturbi alimentari

 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i Disturbi dell’Alimentazione rappresentano un problema di salute pubblica in costante crescita nei paesi industrializzati; tuttavia le informazioni mediatiche trasmesse sono per lo più poco adeguate e semplicistiche, e concorrono a generare confusione circa la natura di tale disturbo.

Scopo specifico del webinar, pertanto, è quello di approfondire le dinamiche che contraddistinguono la storia di tali disturbi, con un foucs specifico sull’anoressia nervosa, riservando un’attenzione particolare alla comprensione delle cause dei fattori che concorrono non solo all’insorgenza della patologia ma anche al suo mantenimento. Inoltre, nel lavoro terapeutico con questi pazienti, è sempre più evidente l’importanza rivestita dalle prime relazioni di attaccamento come fattori di rischio e/o protezione che giocano un ruolo fondamentale nella loro sofferenza. Per tale motivo, un ulteriore obiettivo sarà quello di far luce sui processi che caratterizzano la costruzione di tali legami e sull’individuazione di strumenti pratici che ne facilitino la comprensione.

Data la natura multifattoriale del disturbo, risulta di particolare importanza delineare un intervento che tenga in considerazione i fattori traumatici che stanno alla base della patologia: l’EMDR, trattamento d’elezione per i traumi riconosciuto dalle più importanti linee guide internazionali, risulta particolarmente indicato per il trattamento dei disturbi alimentari. Attraverso il racconto di esperienze cliniche, quindi, verranno delineati alcuni dei meccanismi fondamentali del disturbo e le strategie più efficaci per fronteggiarli, con l’obiettivo fornire nozioni riguardo l’importanza di un’identificazione e presa in carico tempestiva di tutte le persone affette da tali disturbi.

 

Relatrice: Dott.ssa Maria Zaccagnino

Maria Zaccagnino è direttrice scientifica, insieme ad Isabel Fernandez del Centro Terapia EMDR per l’Anoressia Nervosa. Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, Supervisore e Facilitator EMDR, Dottore di ricerca in Psicologia dello Sviluppo. E’ Senior Researcher presso l’Università della Svizzera Italiana a Lugano. Fa parte del gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Torino presso la Facoltà di Psicologia, e dell’Università della Svizzera Italiana a Lugano. In particolare lavora a diversi progetti di ricerca che riguardano principalmente lo studio delle dinamiche delle relazioni familiari con particolare riferimento alla Teoria dell’Attaccamento, e da sempre si occupa a livello di ricerca e clinico di Disturbi Alimentari. Svolge incarichi professionali di consulenza presso la Neuropsichiatria Infantile di Brescia. È autrice dei protocolli di intervento EMDR sull’Anoressia Nervosa e sulle dinamiche di Attaccamento.

 

Come partecipare:

Vi aspettiamo il 19 luglio alle 20.15 presso la Casa della Psicologia in Piazza Castello 2 a Milano, o alle 20.30 sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina. Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio del seminario (quindi alle 20.15).

 

La compassione per persone o animali deve essere diversa? Sulle parole di Papa Francesco

Caro Papa Francesco, permettimi di dissentire dalle tue ultime frasi in cui paragoni cani e gatti e umani e compassione verso gli animali con pietà per gli umani.

“…la pietà non va confusa con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi“.

Tradotto:

“Accade che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli”.

Comprendo la necessità di parlare dell’amore, è il tuo mestiere e penso anche che sia importante, utile e che abbia fatto, nella sua versione sublime, molto bene all’umanità, ma non capisco il paragone con la compassione per gli animali, e soprattutto il fatto che tu differenzi le due cose. Solo chi ha compassione per gli animali, li ama e li protegge, li vede come creature che sono degne di una vita che abbia senso, che aiuti ad alleviare le loro sofferenze, che abbia rapporti con loro di affetto e rispettosi della loro animalità, solo persone così possono amare il prossimo umano, averne pietà. Perché è nel riconoscersi tutti come creature di questo mondo, direi di Dio, se si ha fede, ed è solo così che si diventa umani veramente.

Gli uomini e le donne e i bambini devono essere protetti e amati, e lo si può fare solo se ci si rende conto che anche gli animali, che noi chiudiamo in gabbie, mangiamo, matrattiamo, sfruttiamo, uccidiamo per ornarci, torturiamo per gioco, sono noi stessi.

Le differenze che tu sottolinei, la differenzia che fai  tra compassione e pietà, non è utile ad aumentare l’attenzione agli altri umani, ma giustifica anzi ciò che di crudele da sempre, facciamo agli altri ospiti di questo pianeta, ai nostri compagni di viaggio su questa terra.

 

Si possono amare e rispettare i bambini solo se si amano e si rispettano gli animali e se non si fanno indebiti paragoni tra sentimenti legittimi. La differenza tra compassione e pietà è una differenza semanticamente arbitraria, e direi che la scelta se dedicare le proprie forze, le proprie energie a difendere bambini e animali, appartiene a ciascuno di noi ed è un diritto. Fare gerarchie di tipi di amore, di rispetto di affetto è rischioso e soprattutto poco utile ad aumentare l’amore nel mondo.

 

E un ultima nota, nei disturbi della Condotta con ridotta socializzazione leggiamo:

Disturbo della condotta con socializzazione normale (F91.2)

…violenti accessi di rabbia incontrollabile, azioni distruttive delle cose altrui, incendi, crudeltà verso i compagni e gli animali.

Ed è interessante questo avvicinamento tra umani e animali  nel disturbo della condotta, che sottolinea più la vicinanza che la distanza.

 

VIDEO: Dogs decoded

https://www.youtube.com/watch?v=kqlskptTPxU

 

I disturbi alimentari: Il modello cognitivo “migliorato” di Fairburn – Magrezza non è bellezza

Fairburn ha cercato di rimediare ai possibili difetti delle sue riflessioni del 1999 con un nuovo modello, il cosiddetto modello cognitivo migliorato (enhanced) e transdiagnostico.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il modello cognitivo “migliorato” di Fairburn (Nr. 14)

Il modello cognitivo migliorato di Fairburn

In questo modello cognitivo migliorato Fairburn compie due operazioni: cerca di concepire un’ipotesi applicabile all’intero spettro dei disturbi alimentari – incluse anoressia, bulimia e disturbi alimentari non altrimenti specificati (NAS) – e cerca di elaborare un insieme di stati mentali che siano capaci sia di spiegare l’ossessione per il controllo alimentare sia di tenere conto della sofferenza emotiva dei pazienti a un livello più ampio, cioè dello stile interpersonale e dei vissuti interiori.

Si ottiene così un modello cognitivo migliorato (o CBT-E, Cognitive Behavioural Treatment Enhanced) che tiene conto non solo del timore di ingrassare e della tendenza a mantenere sotto controllo l’alimentazione, ma che include anche quattro processi di mantenimento aggiuntivi:

a) perfezionismo clinico;

b) bassa autostima nucleare;

c) intolleranza alle emozioni;

d) difficoltà interpersonali (Fairburn et al. , 2003).

La bassa autostima come tema nucleare nei disturbi alimentari

Perfezionismo clinico e bassa autostima erano già presenti in Garner e Bemis e in altri modelli, ad esempio quello psicodinamico di Arthur Crisp. Nel modello di Fairburn del 2003 la bassa autostima è però nucleare, ossia va al di là della dipendenza dal controllo del peso e dell’alimentazione. Si tratta di qualcosa di autonomo, di più pervasivo, per non dire profondo. La bassa autostima qui non sembra derivare dal fallimento del controllo alimentare, ma si presenta piuttosto come il centro generatore del quadro clinico. Per la verità, più che di bassa autostima si dovrebbe parlare di un generale e più ampio senso di inadeguatezza di fronte al compito di dare un senso e una direzione alla propria vita impegnandosi in obiettivi maturi, soddisfacenti, gratificanti e di ampio respiro: insomma la realizzazione di sé nel campo affettivo e lavorativo.

Si tratta – con le parole di Livesley (1998) – della capacità di sviluppare un concetto integrato di sé. E significa, soprattutto, saper vivere un’avventura, qual è l’avventura della vita, nella quale non ci sono parametri chiari e misure definite per poter valutare i propri successi e insuccessi. Tolleranza dell’ambiguità e della frustrazione sono aspetti fondamentali per poter vivere una buona vita. Laddove manchino, la conseguenza non può che essere un continuo senso di inadeguatezza e inferiorità. E il controllo diventa una strategia di gestione della via surrogata. In questo modo è possibile comprendere il legame tra bassa autostima e i due fattori aggiuntivi: l’intolleranza alle emozioni e le difficoltà interpersonali.

Con questi due fattori Fairburn sembra voler tentare un’elaborazione della personalità dei pazienti con disturbo alimentare di vasto respiro. Per questo prende in prestito concetti che provengono dalla psicologia della personalità e del funzionamento interpersonale. In realtà Fairburn non si serve propriamente dei concetti più complessi della psicologia della personalità, come per esempio la già citata auto-direzionalità. Funzioni di questo tipo, però, si sviluppano soltanto se si possiedono altre abilità mentali più semplici, tra le quali è fondamentale la capacità di tollerare gli stati negativi.

La costruzione coerente del sé e l’auto-direzionalità, infatti, si sviluppano a patto di saper tollerare le continue invalidazioni della vita, invalidazioni che ci arrivano in forma di esperienze interiori dolorose se non angoscianti. L’età di transizione dall’adolescenza alla giovinezza è un periodo chiave – particolarmente delicato nell’età contemporanea – in cui per la prima volta i giovani individui sono messi alla prova al di fuori del protettivo ambiente familiare. La tentazione di rifugiarsi nel controllo di parametri quantificabili come il peso o il cibo può essere forte, in particolare nelle ragazze, a causa del forte investimento che il sesso femminile fa sul proprio aspetto per raggiungere una soddisfacente definizione di sé.

Il disturbo alimentare diventa dunque una soluzione patologica al problema della costruzione di una personalità autonoma e matura. L’individuo, vacillando di fronte a un compito che avverte come arduo, si rifugia in una nicchia più facilmente controllabile. Il prezzo che paga è un ripiegamento depressivo e un restringimento del proprio orizzonte di vita, ma evidentemente è un prezzo che può essere ritenuto accettabile.

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

La felicità è nelle piccole cose, lontana da scopi e da controllo

Per l’uomo moderno la felicità si cerca in casa propria e non in mezzo agli altri. Anche le soddisfazioni collettive sono concepite come mezzi per aumentare il benessere individuale. 

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 14/05/2016 

 

Sulla felicità, le opinioni oscillano da sempre. Molti sanno della sua inclusione nella costituzione americana e intuiscono che lì c’è qualcosa di particolare, anche se di felicità si parlava già dai tempi di Aristotele. Solo che in Aristotele si trattava di una felicità pubblica, una felicità effetto dell’esercizio delle virtù pubbliche. Eudamonia la chiamavano i greci, ovvero condizione buona dello spirito, soddisfazione di svolgere correttamente, anzi onorevolmente e virtuosamente, il proprio ruolo sociale nella comunità. Le comunità antiche, che fossero le città stato greche o le tribù barbariche, erano comunità totalitarie, in cui il singolo era sempre asservito, in ogni sua azione, alle attese sociali.

 

Il concetto di felicità nella società moderna

La felicità moderna è invece privata. Per carità, anche Aristotele riconosceva il ruolo del benessere privato nella sua eudamonia, ma non si sarebbe sognato di renderlo l’elemento principale. Non vi era vita privata per l’uomo antico, e tantomeno vi era felicità privata. L’intenso grado di partecipazione dell’individuo antico alla vita pubblica gli riempiva la giornata e l’esistenza di una forte e coinvolgente passione politica. L’individuo antico aveva la possibilità di partecipare in prima persona a molte occasioni politiche: assemblee, consigli, giudizi, elezioni. Viveva una vita meno dedita alla sicurezza e più all’azione, più politica e pubblica e meno privata.

Per l’uomo moderno la felicità si cerca in casa propria e non in mezzo agli altri. Anche le soddisfazioni collettive sono concepite come mezzi per aumentare il benessere individuale. Per noi la felicità è la libertà di usare a piacimento il nostro appartamento e il nostro giardino, senza che nessuna autorità esterna o superiore possa intromettersi, per qualsiasi interesse superiore e comune. L’idea privata della felicità è moderna e illuminista, e a noi italiani fa piacere pensare che Benjamin Franklin e gli altri redattori della costituzione americana la ereditarono in buona parte dall’opera ‘La scienza della legislazione‘ di Gaetano Filangieri (1753-1788).

 

La felicità oggi

In questi nostri tempi più disincantati e meno illuminati, però, questa visione privata e individualista della felicità sta rientrando. Forse è la nuova coscienza ambientalista, o l’oscuro timore che il nostro giardino, troppo sfruttato, possa smettere di dare i suoi frutti. Certo che la visione individualista è meno sentita ed è sostituita da una coscienza collettiva che non è però politica, come nella fiammata degli anni ’70, ma civile e sociale. Ha più a che fare con la diffusione di nuovi comportamenti e sensibilità che con la conquista del potere.

Questa diversa sensibilità ha conseguenze anche nella riflessione psicologica. Alle teorie dell’autostima, del benessere, della realizzazione di sé, si sostituiscono le teorie della tolleranza del disagio e dell’accettazione incondizionata di sé. È una svolta stoica che arriva dopo l’utilitarismo illuminista del benessere individuale.

Questa svolta stoica ha ricevuto un singolare aiuto dall’interesse crescente che si prova in occidente per le tecniche di meditazione orientale e che confluiscono nella cosiddetta mindfulness. Sono tutte tecniche che sarebbe discutibile ridurle allo stoicismo, con il quale ha in comune solo alcune componenti. Tuttavia, si può prendere atto che la mindfulness, se è distante dallo stoicismo, sembra essere altrettanto distante dall’attiva ricerca della felicità dell’individualismo occidentale. Mentre lo stoicismo predicava l’indifferenza alle emozioni, nella mindfulness vi è un atteggiamento più cortese, in cui l’attenzione è aperta ad ammettere qualsiasi cosa entri nell’esperienza con un atteggiamento di gentile curiosità.

Tutto questo somiglia più alla serenità che alla felicità, il che forse è un bene. O meglio, significa che la felicità si distacca da uno stato di esaltazione euforica determinato dal raggiungimento di un obiettivo, da una vittoria o da un traguardo. La felicità contemporanea non dipende solo dalla coltivazione e dallo sviluppo delle proprie potenzialità e dall’usarle quotidianamente nel lavoro, nell’amore, nelle attività ricreative. Essa è composta anche da piccoli piaceri, sensazioni gradevoli momentanee legate a esperienze momentanee, per non dire futili. Piccole gioie che vale la pena provare.

La felicità si distacca dal raggiungimento di scopi e dal controllo. E anche questo può essere un bene, perché è vero che gli uomini sono sempre stati utilitaristi e sempre hanno perseguito scopi; ma mai nel modo ossessivo e controllante dei moderni. Nella modernità si è scivolati nell’utilitarismo ideologico, l’utilitarismo che non si limita a essere un lato dell’azione umana ma che diventa l’aspetto dominante e l’unico veramente significativo: una disincantata e ruvida ammissione che non vi è altro che l’utile a questo mondo, e tutto ciò che si fregia di un’etichetta più elevata è inganno. Al posto di questo paesaggio deprimente e impegnativo al tempo stesso, possiamo accontentaci di una piccola felicità sensoriale.

La terapia cognitivo-comportamentale può alterare il volume di materia grigia in pazienti con fobia sociale

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), lavorando sui pensieri disfunzionali del paziente, risulta essere tra gli approcci più efficaci nel trattamento del disturbo di ansia sociale. In un recente studio, Mansson e colleghi hanno indagato quali siano gli effetti della CBT sul cervello di pazienti con ansia sociale.

 

Il disturbo d’ansia sociale, o fobia sociale, è un disturbo caratterizzato una marcata sensibilità verso il giudizio altrui: la principale paura di chi soffre d’ansia sociale è il divenire oggetto di scherno o di valutazioni negative da parte degli altri.

Da un punto di vista sociale tale disturbo porta al ritiro da ogni tipo di interazione con altri: una festa ad un pub con amici o l’entrare in una stanza in cui tutti sono già seduti possono essere tra gli eventi più ansiogeni per un fobico sociale. L’evitamento è dunque la strategia comportamentale più utilizzata dalle persone con questo disturbo e più i comportamenti di evitamento si generalizzano, maggiormente il disturbo diventa invalidante.

A livello cognitivo, invece, il fobico sociale è molto critico verso se stesso e si definisce debole e incompetente, mentre l’Altro è visto come abile, migliore e competente. Si creano in questo modo sentimenti di inadeguatezza ed inferiorità con un impatto altamente negativo sull’autostima.

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), lavorando sui pensieri disfunzionali del paziente, risulta essere tra gli approcci più efficaci nel trattamento del disturbo. In un recente studio, Mansson e colleghi hanno indagato quali siano gli effetti della CBT sul cervello di pazienti con ansia sociale.

Dati precedenti avevano mostrato come coloro che soffrono di fobia sociale tendano a mostrare un’iperattivazione neurale nell’amigdala, struttura cerebrale associata alla paura. Mansson, nel suo studio, fa un passo avanti identificando un legame tra questa ipersensibilità dell’amigdala e il volume di materia grigia in questa parte del cervello.

Utilizzando poi la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per eseguire la scansione del cervello di 26 individui con diagnosi di fobia sociale, i ricercatori hanno notato che quelli con i sintomi più gravi tendono ad avere un maggior volume di materia grigia nell’amigdala di sinistra.

I soggetti sono stai poi sottoposti a un percorso on-line di terapia cognitivo-comportamentale della durata di nove settimane. Alla fine del programma, i partecipanti sono stati sottoposti a misurazioni psicologiche, tra cui dei self-report su eventuali cambiamenti della loro condizione, al fine di valutare l’effetto del CBT sui loro sintomi.

A questo punto, un ulteriore ciclo di scansioni fMRI ha rivelato una riduzione della materia grigia nell’amigdala di sinistra in coloro che hanno sperimentato risultati positivi dalla loro terapia. Inoltre, maggiore è la riduzione dei sintomi, più significativo risulta essere il corrispondente calo di volume della materia grigia.

L’ipersensibilità neurale nel amigdala, implicata nella fobia sociale, è almeno parzialmente mediata dal volume della materia grigia, e la CBT, a detta di Mansson e colleghi, ha il potenziale per ridurre questo volume, portando a un miglioramento i sintomi. Sebbene tali risultati siano significativi, il campione dello studio risulta esiguo. Future ricerche potrebbero essere effettuate per studiare meglio il fenomeno.

 

Il Giudizio degli altri - State of Mind - Immagine: © 2013 State of Mind

Psicologia dello sport: le emozioni nella prestazione sportiva agonistica

Non ti devono tremare le mani né le gambe, la concentrazione massima per ogni movimento, una sola perdita potrebbe fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. La tua allenatrice conta su di te, le tue compagne contano su di te e tu ti chiedi se sarai all’altezza delle aspettative tue e degli altri. Le emozioni possono influenzare una prestazione agonistica: ecco il perché della nascita della psicologia dello sport.

Francesca Adriana Boccalari – OPEN SCHOOL Scuola di Psicoterapia e Ricerca, Milano

 

Il pubblico, la giuria, le compagne di squadra che fanno il tifo… è tutto sotto i tuoi occhi, ma tu sei sola, sulla pedana, aspettando di sentire l’inizio della musica. Sai che in quel minuto e mezzo ti giocherai la tua chance di vittoria e il passaggio di categoria, che tutto il lavoro fatto nei mesi precedenti potrebbe trovare il suo coronamento o essere sprecato per qualche stupido errore. Non ti devono tremare le mani né le gambe, l’attrezzo deve essere ben saldo nella tua presa, la concentrazione massima per ogni movimento, una sola perdita potrebbe fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta, devi seguire la musica ed essere espressiva. La tua allenatrice conta su di te, le tue compagne contano su di te e tu ti chiedi se sarai all’altezza delle aspettative tue e degli altri.

Questi sono solo alcuni dei pensieri che, nella mia esperienza di atleta, attraversano la mente di ogni ginnasta mentre aspetta di entrare in pedana, pensieri che, intuitivamente, si portano dietro un grosso carico emotivo. La ginnastica ritmica è, infatti, un perfetto esempio quando si tratta di capire come e quanto le emozioni possano influenzare una prestazione agonistica e perché, quindi, sia nata la psicologia dello sport.

 

La psicologia dello sport o psicologia sportiva

A differenza di ciò che si può pensare, lo sport non è solo fisico, ma anche tanta testa. L’attività sportiva richiede costanza e impegno nell’allenamento, volontà di tener duro di fronte alla fatica e ai sacrifici, capacità di sopportare la pressione emotiva di una gara e dei giorni che la precedono. Con lo sport l’atleta costruisce l’immagine che ha di sé in relazione ai propri limiti e obiettivi, alle proprie motivazioni, agli avversari e al pubblico. Più riuscirà a utilizzare le proprie risorse per mettere in campo performance di livello, più ne potrà trarre un’immagine di sé come efficace, competente e di valore.

Questo processo, importantissimo nella vita di ogni sportivo, è, tuttavia, particolarmente faticoso e può sottoporre l’atleta a notevoli pressioni che, ripercuotendosi a livello fisico, ne inficiano la performance, in un circolo vizioso che può risultare pericoloso.

La psicologia dello sport fornisce all’atleta strumenti che permettano di migliorare la propria prestazione, affiancando all’indispensabile allenamento fisico e al perfezionamento del gesto atletico, l’utilizzo di tecniche che lavorano sulla dimensione psicologica, per ottenere una migliore gestione delle energie e dell’emotività in una situazione di allenamento e di competizione sportiva.

Ciò su cui atleti e allenatori concordano è, infatti, che a parità di preparazione fisico-atletica la differenza è data dall’atteggiamento mentale con cui allenamento e competizione vengono vissuti. Questa differenza spiega, secondo molti, quel quid in più che hanno i veri campioni, coloro che riescono a replicare un risultato positivo e a renderlo costante.

 

La dimensione psicologica nello sport

Spesso si sente dire che la dimensione psicologica non è un aspetto allenabile o controllabile e che non ha influenza significativa sulla prestazione sportiva. In realtà, evidenze di ricerca dimostrano proprio il contrario. La concentrazione, l’autocontrollo, la conoscenza del proprio modo di pensare, sentire e comportarsi di fronte a una competizione sportiva sono tutti ambiti sui quali ci è possibile intervenire e che è possibile potenziare al fine di affrontare la gara con il miglior equilibrio psicofisico possibile.

 

Sport e ansia

L’ansia, tra tutte le emozioni, risulta, nella letteratura in tema di psicologia dello sport, la peggior nemica della prestazione sportiva agonistica, in grado di influenzarne negativamente i risultati. L’ansia è uno stato emotivo che può essere percepito come spiacevole e che prepara il corpo per una minaccia, nonostante questa non sia reale o corrispondente al livello di pericolo soggettivamente percepito. Durante lo stato di ansia avviene una massiccia attivazione del sistema nervoso simpatico che provoca una serie di alterazioni fisiche, biochimiche e endocrine, le quali a loro volta contribuiscono a un precoce esaurimento delle risorse fisiche e mentali dell’atleta.

 

Sport e rabbia

Un’altra emozione che spesso emerge negli atleti durante una competizione, e di frequente studiata nella psicologia dello sport, è la rabbia. Il voler dare tutto, e anche di più, è spesso espressione di rabbia e sfocia in un atteggiamento aggressivo che può portare a esagerare i movimenti e ad andare oltre i confini di quanto praticato in allenamento e di quelle che sono le proprie capacità tecniche e pratiche. La rabbia può essere anche espressione di frustrazione, ad esempio per un infortunio subito o per una serie di risultati negativi ottenuti nelle precedenti competizioni, o di rivalsa, nei confronti di un allenatore o di un compagno di squadra. Qualunque sia la causa, l’atleta arrabbiato si presenta alla gara con un atteggiamento poco produttivo, esito di modalità di pensiero disfunzionali.

 

Psicologia dello sport: la gestione delle emozioni disfunzionali

Le emozioni disfunzionali che spesso si associano a una competizione non sono eliminabili, ma gestibili. E’ stato ampiamente dimostrato nella psicologia dello sport che le tecniche di allenamento mentale permettono all’atleta di riconoscere le proprie modalità di pensiero abituali, e le emozioni ad esse collegate, rispetto a sé stesso come atleta e al significato rivestito da una competizione, e di imparare a modificarle e gestirle.

In particolare, tra gli atleti è molto diffuso il ricorso a tecniche di rilassamento e di visualizzazione, che vengono utilizzate per accrescere le risorse mentali dell’atleta, allenandolo a confrontarsi con le situazioni più critiche e aumentandone l’autocontrollo.

 

Training autogeno nella psicologia dello sport

La capacità di raggiungere uno stato di rilassamento è fondamentale nella preparazione di ogni sportivo. Il rilassamento non coincide con uno stato di riposo, come si può pensare, ma in una normalizzazione delle funzioni vitali e, nello sport, a un loro migliore utilizzo. Permette, infatti, di creare uno stato psicofisico caratterizzato da una riduzione della tensione muscolare e da sensazioni psichiche introspettivamente percepite come benessere, serenità e tranquillità. Alcune tra le tecniche più utilizzate nella psicologia dello sport sono il Rilassamento Progressivo di Jacobson e il Training Autogeno di Schultz.

Le tecniche di visualizzazione, invece, sfruttano un’altra grande amica dell’atleta: l’immaginazione. Tali tecniche partono, infatti, dal presupposto che ciascuno di noi possiede questa abilità mentale estremamente potente, una grande risorsa a cui poter accedere in qualsiasi momento e luogo.

 

Tecniche di imagery per la psicologia dello sport

Le tecniche di visualizzazione immaginativa possono servire, nella psicologia dello sport, per raggiungere una condizione di rilassamento, anche durante una gara importante. In questo caso, la tecnica consiste nell’immaginarsi all’interno di una situazione serena e confortevole, in un luogo reale o immaginario, in cui sia possibile trovare benessere psichico. A livello pratico, è essenziale che questa scena venga immaginata il più dettagliatamente possibile. Mentre si svolge l’esercizio si deve, infatti, prestare attenzione a tutti i particolari dell’ambiente: i colori, le luci, la temperatura, il momento della giornata, i suoni, il movimento delle persone e degli oggetti, le sensazioni tattili, uditive e olfattive, e, ovviamente, le emozioni provate. In questo ambiente immaginativo l’atleta potrà tornare ogni volta che desidera calmare e rilassare la mente.

La visualizzazione può, inoltre, essere impiegata per focalizzare un obiettivo che si intende raggiungere. In particolare, è stato dimostrato che visualizzare è particolarmente utile quando ci si concentra sul processo che ci permetterà di raggiungere il nostro scopo. L’atleta, attraverso questi esercizi, può crearsi l’immagine di sé stesso mentre è impegnato a perseguire i propri traguardi, e questo lo spronerà all’azione. I passaggi fondamentali per eseguire questa tecnica sono: definire un obiettivo, immaginare il processo di raggiungimento dello stesso, immaginare sé stessi mentre si compiono queste azioni. La visualizzazione va eseguita per almeno 5 minuti più volte al giorno. Questa tecnica permette all’atleta di arrivare preparato in gara e di gestire anche gli imprevisti perché già vissuti nella propria mente.

In maniera molto simile, l’allenamento ideomotorio permette di esercitare specifici gesti tecnici, a livello mentale oltre che fisico, e di migliorarne l’esecuzione. Per la realizzazione di questa pratica è necessario focalizzare l’attenzione sulle singole porzioni di movimento che compongono la sequenza, dapprima concentrandosi solo sul proprio corpo, e in seguito anche sui pensieri e sulle emozioni che la accompagnano.

Spesso, nei giorni prima di una competizione, passo molto tempo a immaginare la situazione di gara, arricchendola di tutti i dettagli possibili in base alle mie esperienze passate, visualizzando il momento dell’entrata e dell’esercizio, i giri, gli equilibri, i salti, i tanti maneggi e rischi. Spesso, mentre immagino, provo una forte ansia e, persino nella mia mente, sbaglio. Allora rincomincio da capo, fino a quando le emozioni sono sotto controllo e l’esercizio è come lo vorrei eseguire.

Come me molti atleti, professionisti e non, riconoscono ormai mente e corpo come facce di una stessa medaglia, entrambi imprescindibili al fine di ottenere grandi risultati.

psicologia dello sport: le emozioni nella prestazione agonistica - FEATURED

Lettere 1908-1938 tra Freud e Binswanger (2016) – Recensione

Il dialogo epistolare tra il padre della psicoanalisi e il fondatore dell’antropoanalisi offre elementi di grande interesse per la storia della psicoterapia nel Novecento.

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati in italiano due epistolari di grande interesse per la storia della psicologia e della psicoterapia. Dopo l’epistolario tra Jung e Pauli, è la volta delle lettere di Freud e Binswanger, disponibili per la prima volta nella nostra lingua.

Sia gli epistolari di Freud che quelli di Jung hanno arricchito e corretto molto la storia della storiografia psicoanalitica, molte volte prigioniera di assurde polarizzazioni tra agiografi e detrattori dei protagonisti della storia della psicoanalisi. Già Ellenberger (1970) e Sulloway (1979) avevano ampiamente illustrato come i resoconti storici su Freud ad opera di Jones e di altri psicoanalisi erano almeno in parte agiografici; la lettura diretta delle lettere di Freud (1986) a Fliess, tra Freud e Ferenczi (1992-2000) e soprattutto tra Freud e Jung (1974) ha consentito di comprendere fin nei particolari la storia della nascita del Movimento Psicoanalitico. Ne sono emersi un Freud forse meno eroico ma più umano; un Fliess molto sottovalutato ex post da Freud; uno Jung meno “allievo” e più teorico indipendente fin dagli esordi; un Ferenczi mai traditore e anzi tradito dal patriarca di Vienna. L’epistolario tra Freud e Binswanger arricchisce ulteriormente il quadro storico per il lettore italiano. Si spera in una prossima uscita anche dell’ultimo epistolario junghiano ancora non tradotto: quello con Erich Neumann.

Il rapporto di Binswanger con Freud e il gruppo freudiano è decisamente peculiare. Dopo aver conosciuto Carl Gustav Jung sui banchi di scuola, Binswanger lo aveva ritrovato all’ospedale Burghölzli di Zurigo, quando aveva iniziato il proprio tirocinio come volontario, nel 1906. Jung era all’epoca il principale collaboratore del primario Eugen Bleuler (colui che avrebbe coniato il termine “schizofrenia”). Proprio sotto la guida di Jung, nel 1907 Binswanger consegue il dottorato in Medicina. Affascinati ambedue dalla psicoanalisi, Jung e Binswanger effettuano insieme la loro prima visita a Freud, sempre nel 1907, iniziando con quest’ultimo rapporti di amicizia e collaborazione che però conosceranno esiti molto diversi. Jung viene rapidamente investito del ruolo di “principe ereditario”: Freud lo ritiene inizialmente la persona più adatta per guidare il nascente movimento psicoanalitico verso l’affermazione internazionale e in seguito a raccogliere la sua eredità. Tra malintesi e ambiguità, però, il rapporto si guasta rapidamente: Jung aspira a un’indipendenza teorica che Freud considera piuttosto un tradimento. Nominato Presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale nel 1910, Jung rassegna le dimissioni nel 1913 ed esce definitivamente dall’orbita freudiana nel 1914.

La relazione tra Freud e Binswanger è molto più quieto e a suo modo unico. Freud si dimostrava usualmente assai intollerante verso coloro che non accettavano integralmente le sue idee. Prima del dissidio con Jung, Freud aveva attivamente accompagnato alla porta del suo movimento Alfred Adler e la stessa cosa succederà ad altri allievi che non riteneva sufficientemente fedeli. Il dissidio teorico segnerà la chiusura dei rapporti, tra gli altri, con Stekel, Rank, e Ferenczi. Ciò non avviene con Binswanger, malgrado la freddezza con la quale Freud accoglie già la relazione del primo nel congresso psicoanalitico del 1920, che pure non costituisce una vera e propria dichiarazione di indipendenza. Né la fondazione da parte di Binswanger della Daseinsanalyse (assai impropriamente chiamata in Italia antropoanalisi) è per Freud ragione sufficiente per una stigmatizzazione pubblica.

I rapporti tra i due, del resto, erano stati improntati fin da subito piuttosto alla simpatia umana che a una possibile collaborazione teorica: Freud arriva a scrivere a Ferenczi di ritenere Binswanger intellettualmente poco dotato; ed anzi meritevole per la consapevolezza dei propri limiti (Freud e Ferenczi, 1993-1998, vol. I, p. 389). Del resto, è Binswanger a dire di se stesso, agli esordi, di non sentirsi [blockquote style=”1″]in grado di tenere testa a disquisizioni di natura teorica[/blockquote] (Binswanger a Freud, 24/1/1911). Non c’è dubbio che l’uomo destinato al tentativo di coniugare psichiatria, psicoanalisi e fenomenologia dimostrava un notevole understatement.

Va notato che Binswanger aveva dimostrato una particolare fedeltà personale a Freud nel momento dell’uscita del Gruppo di Zurigo dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale, nel 1914, staccandosi a sua volta definitivamente da Jung. Il distacco, del resto, sarebbe stato successivamente talmente netto da spingere Binswanger a non nominare mai Jung nei suoi scritti autobiografici. Binswanger arriva invece a spingersi ai limiti della piaggeria allorché scrive a Freud: [blockquote style=”1″]Sono giustamente gli spiriti indipendenti a riconoscere e ad ammirare la Sua Storia del movimento psicoanalitico[/blockquote] (Binswanger a Freud, 22/7/1914). In effetti, Freud in quello scritto (1914) non poteva certo considerarsi imparziale, dato che avocava a sé la paternità di ogni idea importante della psicoanalisi, mentre a Jung e Adler attribuiva travisamento dei principi fondamentali, tradimento e bassa volontà di compromesso dettata dall’ambizione.

Non manca d’altronde neanche l’occasione, a Freud, di dimostrare la propria ambivalenza nei confronti di Binswanger. Questi chiede a Freud l’autorizzazione di citare sue lettere in occasione della conferenza che dovrà tenere per l’80mo compleanno di quest’ultimo (Binswanger a Freud, 30/3/1936). E Freud risponde [blockquote style=”1″]mi permetto di ammonirLa sulla situazione e pregarLa di non rivelare di fronte a questi estranei gli aspetti più intimi della nostra amicizia[/blockquote] (Freud a Binswanger, 4/4/1936).

Le lettere costituiscono naturalmente un documento prezioso per la ricostruzione della storia della psicoanalisi. Ne rivelano anche aspetti inediti, come avviene fin dalla prime battute quando Freud propone a Binswanger di destinare una donna alla cura psicoanalitica di bambini dagli otto anni in su (Freud a Binswanger, 5/1/1909), poco dopo la pubblicazione del caso del piccolo Hans (Freud, 1908). Emergono anche riferimenti teorici di notevole interesse, come lo spunto sul controtransfert contenuto nella lettera di Freud del 20/2/1913. Diverse parti dell’epistolario fanno invece riferimento a specifici casi clinici, disvelando anche un lato di Freud che altrove nessuno troverebbe indizi per sospettare. Freud, infatti, in un dialogo a tre con Binswanger e Alphonse Maeder (altro membro del gruppo di Zurigo) suggerisce esplicitamente l’uso di una sonda uretrale a carico del paziente J.v.T., caratterizzato da onanismo compulsivo, come forma di contenimento del suo vizio (Freud a Maeder, 21/4/1910).

Sembra opportuno osservare che l’edizione italiana delle Lettere tra Freud e Binswanger è arricchita da un preciso e puntuale apparato di note e da un eccellente saggio introduttivo opera di Aurelio Molaro. A opera di Molaro, che aveva già scritto su Freud e Binswanger (Molaro e Civita, 2012) vale la pena di segnalare anche la recentissima uscita di un saggio dal titolo Psicoanalisi e Fenomenologia: dialettica dell’umano ed epistemologia (Molaro, 2016).

 

Lo sviluppo cognitivo secondo la teoria di Piaget – Introduzione alla Psicologia

Secondo Jean Piaget lo sviluppo cognitivo si verifica attraverso l’assimilazione di informazioni e gli scambi che avvengono direttamente con l’ambiente, permettendo in questo modo di strutturare delle rappresentazioni mentali, schemi cognitivi, ben organizzati.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN COLLABORAZIONE CON LA SIGMUND FREUD UNIVERSITY DI MILANO

 

Lo sviluppo cognitivo nel bambino: introduzione

Quando si parla di sviluppo cognitivo si è soliti riferirsi al progressivo evolvere delle capacità intellettive che variano durante tutto l’arco della vita, mutando e perfezionandosi. Quindi, più nel dettaglio, lo sviluppo cognitivo consente di acquisire informazioni dall’ambiente per immagazzinarle, attraverso rappresentazioni mentali, che permettono di essere utilizzate in momenti successivi della propria esistenza.

Le conoscenze acquisite durante l’interazione con l’ambiente esterno, sono costruite dal bambino, fin da dalla nascita, e sono arricchite con il procedere dell’età, sia quantitativamente sia qualitativamente.

Esistono tappe diverse di acquisizione di capacità mentali per ogni fase di sviluppo. Si individua in questo caso un circolo che inizia e si chiude con il depotenziamento o involuzione delle capacità cognitive, che coincide con la nascita e l’invecchiamento dell’individuo, che raggiunge il picco massimo di acquisizione di informazioni durante la giovane età adulta.

Ogni volta che si parla di sviluppo cognitivo solitamente si cita Jean Piaget, psicologo-pedagogista, che si è largamente occupato di questo argomento individuandone le diverse tappe di immagazzinamento di conoscenza.

 

Lo sviluppo cognitivo: storia

Jean Piaget è da sempre considerato uno dei massimi esponenti dello studio dello sviluppo della cognizione o pensiero infantile. Le sue teorie derivano da anni di studio osservazionale da cui egli inferì l’esistenza di una serie di tappe considerate ancora del tutto valide al giorno d’oggi. La sua teoria parte da un colloquio clinico non strutturato, ma supportato da una serie di compiti pratici svolti dal bambino, come per esempio la manipolazione usata per studiare il ragionamento concreto, tipico delle prime fasi di sviluppo cognitivo nel bambino. Lo scopo finale è chiedere sempre al bambino il perché svolge una serie di azioni, al fine di poter rivelare la logica sottostante al proprio comportamento da cui poter inferire la regola di base acquisita attraverso l’esperienza.

Jean Piaget, dunque, sostiene che lo sviluppo cognitivo del bambino deriva dall’interazione con la realtà circostante, grazie alla quale si verifica una trasformazione in termini di acquisizione di informazioni utili alla conoscenza pratica.

 

Lo sviluppo cognitivo nel bambino: gli stadi

Secondo Piaget lo sviluppo cognitivo si verifica attraverso l’assimilazione di informazioni e gli scambi che avvengono direttamente con l’ambiente, permettendo in questo modo di strutturare delle rappresentazioni mentali, schemi cognitivi, ben organizzati. Di conseguenza si determinano 5 stadi o periodi di crescita intellettiva, aventi diversi livelli di funzionamento cognitivo che si sviluppano durante il corso della vita. L’ordinamento di questi stadi è fisso e universale malgrado si rilevino delle differenze individuali determinate da fattori culturali e ambientali.

Ciascuno stadio presume l’esistenza di una particolare organizzazione psicologica e il passaggio da uno stadio all’altro è direttamente proporzionale all’età e chiaramente varia da un bambino all’altro, in relazione all’ambiente e la cultura. Ogni stadio è diverso dal precedente, poiché presenta caratteristiche e regole specifiche. Inoltre, una volta raggiunto uno stadio si apprendono una serie di capacità che saranno integrate agli stadi successivi (integrazione gerarchica tra stadi).

 

Lo sviluppo cognitivo: le tappe

Secondo Jean Piaget l’intelligenza, è una funzione cognitiva che permette l’adattamento all’ambiente e garantisce l’equilibrio tra le diverse strutture cognitive. Questo processo chiamato equilibrazione consente di implementare conoscenze e di apprendere nuove strutture cognitive sempre più dettagliate della realtà. Si tratta di due funzioni intellettive innate che permettono la creazione e l’apprendimento delle diverse strutture cognitive:
l’organizzazione, ovvero la combinazione e l’integrazione degli schemi disponibili in ogni individuo in sistemi coerenti o in corpi di conoscenza che prendono il nome di strutture; l’adattamento che si divide in assimilazione e accomodamento, consistono in processi di aggiustamento alle richieste dell’ambiente.

Più nel dettaglio, l’assimilazione è la ripetizione di una capacità cognitiva già presente nel proprio repertorio comportamentale, come ad esempio buttare a terra gli oggetti, mentre l’adattamento consiste nella modificazione di comportamenti già acquisiti in relazione al contesto in cui si vive, ad esempio muovere l’oggetto invece di buttarlo a terra quando si scopre che può produrre un suono piacevole.

I due processi si alternano per cercare di individuare un equilibrio omeostatico costante che porta a una sorta di controllo della realtà circostante. Quindi, se dovesse sopraggiungere una nuova informazione non contemplata all’interno degli schemi esistenti, si crea una sorta di disequilibrio. A questo punto il bambino prova a individuare un nuovo equilibrio modificando gli schemi cognitivi già esistenti incorporando le nuove conoscenze acquisite.

 

Lo sviluppo cognitivo nel bambino: le diverse fasi secondo la teoria di Piaget

Secondo la teoria di Piaget le fasi di sviluppo cognitivo sono 5:

1.    Fase senso-motoria, che varia dalla nascita ai 2 anni di età. Durante questa fase il bambino passa dall’uso dei soli riflessi, o istinto, alla ripetizione di una serie di comportamenti per osservare quali possano essere le conseguenze degli stessi prima sul proprio corpo, reazioni circolari primarie, e poi su oggetti facenti parte dell’ambiente esterno, reazioni circolari secondarie. Esattamente dall’ottavo mese il bambino verifica come gli schemi di comportamento producano, in interazione con l’ambiente, nuove informazioni. Inoltre, dai 18 mesi si manifesta il ragionamento simbolico, che permette di testare concretamente le conseguenze delle proprie azioni sull’ambiente esterno.

2.    Fase preconcettuale, dai 2 ai 4 anni di vita. Durante questa fase il pensiero è egocentrico, l’infante pensa che tutti possano conoscere i suoi pensieri o desideri, e potenzia il linguaggio attraverso l’acquisizione di maggiore lessico, ma non è in grado di passare dal ragionamento generale al particolare e viceversa.

3.    Fase del pensiero intuitivo, varia dai 4 ai 7 anni di vita. Con l’avvento della scuola materna si ha un maggiore bagaglio di conoscenza, ma il pensiero non è ancora reversibile. Infatti, il bambino non è in grado di mentalizzare l’azione compiuta verso uno scopo o fine.

4.    Fase delle operazioni concrete dai 7 agli 11 anni. Durante questa fase aumenta la coordinazione tra le azioni compiute e il pensiero induttivo si evolve passando dal particolare al generale e viceversa, ma i processi cognitivi sono ancora legati alle azioni e quindi vincolati ad una fase puramente verbale.

5.    Fase delle operazioni formali dagli 11 ai 14 anni. Questo costituisce il periodo preadolescenziale in cui il ragionamento ipotetico-deduttivo permette di creare scenari puramente immaginativi e la messa in atto di vari tipi di azione, grazie ad un adeguato e costante equilibrio tra assimilazione e accomodamento. Durante questa fase si sviluppano: la capacità di giudizio, la relatività dei punti di vista, le operazioni sui simboli e l’attività di misurazione.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Report dalla 2° Conferenza Internazionale di Mindfuness, Roma, 11-15 maggio 2016

Si è appena conclusa la seconda edizione della conferenza internazionale sulla Mindfulness.

Da mercoledì (con i workshop pre-apertura) fino a domenica, Roma e l’Università della Sapienza hanno fatto da cornice per 5, direi più che intensi, giorni di ricerche e dibattiti sull’argomento che sta diventando sempre più oggetto di ricerca scientifica (così come di interesse popolare): la Mindfulness e tutto quello che la riguarda (in clinica, nei contesti di lavoro, nei bambini, nelle professioni di aiuto), la meditazione e i suoi effetti, la (self)Compassion e le sue relazioni con la Mindfulness, le discipline e le filosofie orientali che forniscono il terreno di nascita, il tutto con una spolverata generosa di neuroscienze.

Molti sponsor e moltissimi speaker provenienti davvero da tutto il mondo per 50 simposi (ebbene sì, proprio 50) oltre a interventi da parte di personalità rilevanti come Paul Gilbert, Antoine Lutz, Peter Malinowski, Rebecca Crane, assieme a maestri di meditazione come Ven. Bhiukkhu Analayo, Ven. Shi-Yan-Hui e Ven. Shi-Heng-Chan.

 

Mercoledì, il giorno di pre-apertura della conferenza

Il mercoledì è giorno di workshop pre-apertura tenuti da Paul Gilbert e Nicola Petrocchi sulla Compassion Focused Therapy, da Peter Malinowski e Liliana Shalamanova su “Healty Mindfull ageing” con interesse ai possibili ruoli protettivi della Mindfulness e della meditazione, da Donald McCown e Diane Riebel sullo sviluppo di skills per insegnanti e infine da Antonella Cammellato e Fabio Giommi sull’ Insight Dialogue e Insight meditation e i suoi effetti nelle relazioni.

 

Il programma delle giornate

La tabella di marcia è serrata, la conferenza apre alle 7:30 del mattino per 45 minuti di meditazione (di tradizione Zen di venerdì, Tibetana il sabato e Chan per la festiva domenica).
Ore 8:15 già al primo coffee time per non farsi mancare niente.
Alle 8:30 si aprono i primi simposi raggruppati per tematiche; 1 ora e mezzo, per 4 presentazioni di circa 20 minuti ciascuna.
Il primo giorno, giovedì, 5 aule in contemporanea, ha visto chiudere la giornata alle 16:30 al simposio nr 20 (prima dell’intervento in plenaria di Paul Gilbert delle 17 nell’Aula Magna con tanto di traduttori simultanei).
Mentre il menu di venerdì e sabato ha previsto 2 keynote lecture ad inizio mattina e pomeriggio e 10 simposi per dì.

La difficoltà non è stata la lingua inglese, unica e sola lingua di tutto il convegno, ma il dover prendere decisioni istantanee per capire in quale stanza sedersi nei tre piani della facoltà di Psicologia e Medicina della Sapienza.
Non da meno, ore 10 e ore 14 è tempo di “Refreshment” e POSTER; e anche in questo caso una ventina di poster al giorno davvero interessanti (molti di questi portati da giovani ricercatori da tutto il mondo con lavori su ogni singola sfaccettatura della Mindfulness).

 

I contributi dai vari Paesi

Provando a moltiplicare tutto questo per autori ne viene fuori un convegno con circa 150 relatori provenienti davvero da tutto il mondo e innumerevoli ricercatori che hanno lavorato per mettere insieme quello che viene definito “lo stato dell’arte” in un’aerea che sta in modo esponenziale catturando l’attenzione di addetti ai lavori e di profani.

Ben rappresentata la lontana Australia e Nuova Zelanda, madre di interessantissimi simposi, così come rilevanti contributi dalla Corea, dal Sud Africa, dal Giappone e Asia in genere, da Israele, e dagli USA, per non nominare l’Europa al completo ovviamente.
Anche l’Italia ha potuto fare conto su illustri nomi di importanti esponenti nel campo, da Fabio Giommi presidente della Società Italiana per la Mindfulness ad Antonella Cammellato ad Antonino Raffone e collaboratori.

Un aspetto che occorre sottolineare non è solo la diversità in termini di provenienza geografica, ma la diversità anche in termini di background professionale di tutti coloro che hanno preso parte all’evento. Da psicologi, psicoterapeuti, e psichiatri (e fin qui niente di strano), a contemplativi, biologi, meditatori, monaci, studenti, ricercatori, neuroscienziati, insegnanti…

Conclusioni

Sono stati giorni di scambio di reciproche visioni, reciproci risultati e reciproche esperienze (in un’ottica davvero ampia, comprensiva delle più svariate angolature), con il suono di campane tibetane e “attenzione al respiro per qualche minuto” come introduzione ai contributi portati.

Tra le cose più interessanti si sottolineano i molti dibattiti clinici tra i paesi con attenzione particolare alle diversità culturali, le numerosissime ricerche ed esperimenti di neuroscienze che tentano di spiegare, svelare e dimostrare gli effetti della meditazione continuativa sia sulla morfologia delle varie aree del cervello sia sugli effetti cognitivi veri e propri, i tentavi di migliorare gli strumenti di misura della Mindfulness nelle sue varie componenti e infine lo spazio dato al concetto di (self)Compassion nella sua interrelazione con la Mindfulness.

Mi ripeto nell’affermare che il dispiacere sia stato nel non avere avuto il dono dell’ubiquità.

Le responsabilità nell’abbandono, nota al post di Umberta Telfener

Cara Umberta Telfener,

vecchia amica, commento al tuo blog ‘Per chiudere una relazione è necessario l’amore’, in cui spingi l’acceleratore sul: ‘valore aggiunto dell’addio, che apre nuove strade’,  ti cito:

Riuscissimo a non volerne a chi se ne va (chiunque abbia provocato l’abbandono le responsabilità sono sempre al 50%), la separazione potrebbe essere reale e lo spazio per l’altro disponibile.

Solo questo punto del tuo bel post mi trova in disaccordo. Questa idea, derivata dalla terapia sistemica per come la conoscevo, che partiva dal sistema e finalmente, in modo innovativo a quei tempi, puntava sulle responsabilità individuali condivise. Sulla distribuzione equa di queste responsabilità per ricominciare. Ed era importante.

Oggi invece non sottoscriverei al 100%  la frase ‘chiunque abbia provocato l’abbandono le responsabilità sono sempre al 50%‘. Questa distribuzione di responsabilità così calibrata oggi mi sembra ideologica, cerchiobottista e forse a volte dannosa per i nostri pazienti.

Se si era fragili, se non si era in grado di capire bene da giovani come sarebbe stata la distribuzione delle forze nella coppia con il passare del tempo, se l’altro invecchia più baldamente o diventa cocainomane, se la vita si sviluppa in una direzione non prevista, con un figlio disabile che l’altro non sa e non vuole trattare, o con malattie psichiche o organiche, ecco non sempre mi viene in terapia questa distribuzione. A volte scoprirsi scemi, vittime, fragili e piangere per questa fragilità senza considerarla una colpa è importante, e anzi può essere, questo sì, l’inizio di un percorso di salvazione che tu indichi con lucidità nella seconda parte del tuo blog.

A volte quando in terapia, a una persona abbandonata, ferita, il terapista spinge troppo sulla responsabilità, mi sembra veramente un modo che potrebbe essere difettoso di empatia. Le vittime esistono magari non 100 a 1 ma spesso 70 a 30 e chi si trova dalla parte del trenta, vuole piangersi addosso per un po’, sentirsi compreso, prima di potere guardare negli occhi la sua responsabilità che è sempre collegata con temi dolorosi che non poteva vedere.

Questi nostri pazienti fregati dalla vita, a volte hanno bisogno di compassione e vicinanza, prima di potere guardare con lucidità la loro parte di condivisione nel disastro relazionale che stanno attraversando, e poi, e poi giustamente piangere piangere e poi risorgere come tu bene spieghi.

 

LEGGI L’ARTICOLO ‘PER CHIUDERE UNA RELAZIONE È NECESSARIO L’AMORE’ DI UMBERTA TELFENER

Le reazioni dei genitori alla diagnosi di disturbo dello spettro autistico dei figli

Non tutti i genitori vivono la diagnosi di disturbo dello spettro autistico del figlio allo stesso modo: mentre in alcuni casi la comunicazione della presenza di un disturbo alla base di determinati comportamenti viene considerata fonte di sollievo e conferma dei propri dubbi e delle proprie preoccupazioni, in altri altri le reazioni dei genitori alla diagnosi possono comportare shock, dolore e insoddisfazione.

Sara Bui – OPEN SCHOOL, Scuola Cognitiva Firenze

 

Definizione di autismo

Il disturbo dello spettro autistico è un disturbo neurologico caratterizzato da un ritardo nello sviluppo delle interazioni sociali e della comunicazione e da forme atipiche di entrambe, oltre che dalla presenza di comportamenti stereotipati e di interessi ristretti (American Psychiatric Association, 2013).

Lo sviluppo del disturbo avviene entro i 36 mesi ed interessa l’individuo per tutta la vita (Poslawsky, Naber, Van Daalen & Van Engeland, 2014; Karst & Van Hecke, 2012). Nelle ultime tre decadi, è notevolmente aumentato il tasso di diagnosi dello spettro autistico (Lord & Bishop, 2010) e ciò ha portato a concentrare l’attenzione dei ricercatori sulla comprensione dei meccanismi genetici e biologici ancora sconosciuti alla base del disturbo, e quella dei clinici allo sviluppo di interventi sempre più efficaci, non solo per aiutare i bambini affetti dal disturbo, ma anche per migliorare la qualità della vita delle loro famiglie (Karst & Van Hecke, 2012).

 

Psicologia: le reazioni dei genitori alla diagnosi

Innanzitutto dobbiamo sottolineare che non tutti i genitori vivono la diagnosi di disturbo dello spettro autistico del figlio allo stesso modo; infatti mentre in alcuni casi la comunicazione della presenza di un disturbo alla base di determinati comportamenti viene considerata fonte di sollievo e conferma dei propri dubbi e delle proprie preoccupazioni, in altri altri le reazioni dei genitori alla diagnosi possono comportare shock, dolore e insoddisfazione, nonostante anche questi familiari avessero dei sospetti al riguardo (Russel & Norwich, 2012; Carlsson, Miniscalco, Kadesjo &Laakso, 2016).

Le negative reazioni dei genitori alla diagnosi derivano da due aspetti principali: la constatazione della presenza di un grave disturbo e le caratteristiche stesse del processo di diagnosi.

Per quanto concerne il primo aspetto, Estes e colleghi (2009) hanno sottolineato che lo stress percepito dai genitori alla diagnosi è maggiore nei casi di autismo piuttosto che nei genitori di bambini con altre tipologie di ritardo nello sviluppo. Ciò sarebbe dovuto anche alle caratteristiche stesse del disturbo come per esempio ritardo cognitivo, problemi comportamentali, umore irritabile, iperattività, assente o ridotta capacità di prendersi cura di sé, deficit nel linguaggio, difficoltà sociali e necessità di essere accuditi per tutto l’arco di vita (Lyons, Leon, Phelps & Dunleavy, 2010; Karst & Hecke, 2012).

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda l’influenza che la gravità della sintomatologia riportata al momento della diagnosi ha sulle reazioni dei genitori e sul livello di stress percepito dagli stessi. È stato notato, infatti, che mentre nel periodo successivo alla diagnosi, maggiore è la gravità dei sintomi, più elevato è il livello di stress dei genitori, al momento della diagnosi la situazione si capovolge: infatti per i genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico di lieve entità la diagnosi rappresenta una brutta sorpresa, mentre i genitori di bambini con grave sintomatologia ricevono una conferma dei loro sospetti e questo li porta quindi ad esperire livelli inferiori di stress (Siklos &Kerns, 2007; Moh & Magiati, 2012).

Per quanto riguarda, invece, il processo diagnostico, sono stati individuati alcuni aspetti che incidono negativamente sulle reazioni dei genitori alla diagnosi. Un primo aspetto molto importante è l’eccessivo tempo atteso prima di ricevere la diagnosi a partire dalla prima identificazione dei sintomi. Tale situazione viene considerata in maniera particolarmente negativa dai genitori, sia perché il ritardo nel ricevere la diagnosi può associarsi ad incertezza, ansia e senso di impotenza (Bruey, 2004), sia a causa del fatto che i genitori hanno la sensazione che stanno perdendo del tempo prezioso per poter iniziare un intervento adeguato (Cohen, 2006).

Altro aspetto direttamente connesso al ritardo nel ricevere la diagnosi, è il numero di professionisti consultati: Siklos  e Kerns (2007) hanno trovato che in alcuni casi il processo per ottenere una diagnosi può durare anche 3 anni con una media di 4,5 professionisti consultati in questo periodo. Il doversi rivolgere ad un numero elevato di professionisti viene vissuto negativamente dai genitori, i quali dichiarano di essere meno soddisfatti del percorso diagnostico rispetto ai genitori che consultano un numero inferiore di professionisti e che ricevono la diagnosi in tempi più brevi (Goin-Kochel, Mackintosh & Myers, 2006; Moh & Magiati 2012).

Parlando del rapporto con i professionisti, è stato dimostrato che anche il modo in cui gli specialisti stessi si pongono nei confronti dei genitori, e le informazioni che forniscono, hanno una certa rilevanza. Infatti, i genitori sono maggiormente soddisfatti del processo diagnostico quando hanno la possibilità di fare delle domande, quando vengono fornite loro informazioni utili e quando i professionisti stessi si mostrato empatici nei loro confronti (Brogan & Knussen, 2003; Osbourne & Reed, 2008;; Moh & Magiati, 2012).

 

 

Fattori che possono influenzare lo stress genitoriale durante e dopo il processo diagnostico

Innanzitutto occorre sottolineare che la notizia della presenza di disturbo dello spettro autistico ha un grande impatto nelle reazioni dei genitori alla diagnosi, ed alti livelli di stress percepito spesso si manifestano anche in seguito e non solo come reazione alla diagnosi, provocando una diminuzione della qualità della vita all’interno della famiglia e un aumento dei problemi all’interno della coppia genitoriale (Moh & Magiati, 2012; Karst & Van Hecke, 2012).

Nel corso degli anni, vari studi hanno trovato dei fattori che possono influenzare tale stress percepito dai genitori: la gravità della patologia, le strategie di coping adottate, ed il supporto sociale (Lyons et al., 2010, Karst & Van Hecke, 2012; Poslawsky et al., 2014). Per quanto concerne la gravità della patologia, come evidenziato precedentemente, una volta concluso il processo diagnostico mostrano livelli più elevati di stress i genitori i cui bambini presentano una sintomatologia più grave. Secondo Davis e Carter (2008), non sarebbero i singoli sintomi, quanto la combinazione di problemi a livello emotivo, funzionale e comportamentale, tipica dei bambini con disturbo dello spettro autistico, a causare reazioni dei genitori alla diagnosi caratterizzate da elevati livelli di stress e sofferenza.

Altro fattore che gioca un ruolo molto importante sono le strategie di coping. Il coping viene definito da Lazarus & Folkman (1984) come gli sforzi cognitivi e comportamentali per trattare richieste specifiche (interne ed esterne) che sono valutate come eccessive ed eccedenti le risorse di una persona; sono state poi individuate tre strategie principali utilizzate dalle persone per fronteggiare lo stress: coping orientato sul problema, coping centrato sulle emozioni e coping orientato all’evitamento. In linea generale possiamo affermare che le strategie di coping centrate sul problema sono correlate ad un adattamento alla situazione, mentre quelle centrate sulle emozioni alla psicopatologia (Lyons et al., 2010); gli studi condotti sull’adozione di tali strategie da parte dei genitori di bambini con autismo confermano questo dato, per cui i genitori maggiormente centrati sulle emozioni presentano livelli più elevati di stress in quanto maggiormente coinvolti dal punto di vista emozionale, piuttosto che attenti a risolvere e riconcettualizzare la situazione problematica che stanno vivendo (Smith, Seltzer, Tager-Flusberg, Greenberg & Carter 2008).

Lyons e colleghi (2010), inoltre, hanno evidenziato che l’utilizzo di strategie centrate sulle emozioni aumenta lo stress dei genitori in quanto li porta ad avere elevati livelli di pessimismo nei confronti della situazione, mentre le strategie centrate sul problema si collegano anche ad un miglioramento dal punto di vista delle abilità fisiche dei bambini; infine le strategie orientate all’evitamento vengono considerate particolarmente utili nei casi in cui la sintomatologia del bambino sia molto grave.

Infine, occorre sottolineare come ultimo fattore in grado di influenzare le reazioni dei genitori alla diagnosi e il loro adattamento ad essa, anche il supporto sociale. Il supporto sociale si riferisce alla disponibilità di relazioni d’aiuto a cui un individuo può attingere durante un periodo di stress (Leavy, 1983), e date le numerose richieste cui un genitore di un bambino con autismo deve far fronte, si rivela particolarmente necessario (Khanna, Madhaven, Smith, Patrick, Tworek & Becker-Cottrill, 2011).

È stato dimostrato che il supporto sociale non solo è in grado di ridurre lo stress percepito dai genitori, ma può anche contribuire alla diminuzione di sintomi depressivi e al generale miglioramento dell’umore (Ekas, Lickenbrock & Whitman, 2010); tuttavia nelle situazioni di persistente stress genitoriale, comune nei genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico, vi è una minore percezione del supporto sociale, per cui può verificarsi la situazione in cui i genitori non siano consapevoli e quindi non utilizzino le risorse di cui invece dispongono (Karst & Hecke, 2012). Un aspetto che contribuisce alla diminuzione del supporto sociale è il fatto di essere un genitore single, questo dato risulta particolarmente importante anche alla luce della forte incidenza di divorzi tra i genitori di bambini con autismo (Hartley, Barker, Seltzer, Greenberg & Floyd, 2011).

Trauma, coscienza, personalità. Scritti clinici di Pierre Janet (2016) – Recensione

Un’antologia di scritti, soprattutto casi clinici, aiuta a riscoprire definitivamente anche in Italia uno dei padri della psicoterapia dinamica: Pierre Janet.

Janet: uno dei padri della psicoterapia dinamica

Quando, nell’ormai lontano 1970, apparve il monumentale volume di Henri Ellenberger, La scoperta dell’inconscio, molti freudiani ortodossi rimasero perplessi. Prigionieri della biografia agiografica di Freud scritta da Ernest Jones (1953) si ritrovavano davanti agli occhi una ricostruzione sostanzialmente obiettiva della storia della psicoterapia dinamica e non riuscivano ad adattarsi. Come? – pensavano – Freud non era un eroe senza macchia e senza paura? Jung non era un traditore matricolato? Il concetto di inconscio esisteva prima della nascita della psicoanalisi?

Ellenberger (1970) ebbe il merito di mettere in evidenza queste ed altre verità storiche oggi ormai definitivamente acclarate e la maggior parte delle sue posizioni storiografiche è stata acquisita anche dagli ambienti psicoanalitici più conservatori. Soprattutto di fronte ai contributi di autori come Sulloway (1979) e Crews (1995; 1998) che di Freud hanno dipinto ritratti a tinte ben più fosche. Una delle idee di fondo di Ellenberger, però, ha molto tardato a imporsi, quella che Pierre Janet andasse considerato uno dei padri della psicoterapia dinamica, al pari di Freud, Jung e Adler. Eppure anche in questo caso lo storico svizzero aveva ragione: Janet era destinato a essere nuovamente riletto e apprezzato, una volta dissipata la nebbia che la psicoanalisi classica aveva sollevato per coprire i meriti degli avversari di Freud.

 

Breve biografia di Janet

Pierre Janet, in effetti, era una figura assai nota in Europa ben prima che le opere di Freud iniziassero a essere veramente lette e apprezzate al di fuori dell’ambiente medico viennese, con la possibile eccezione degli Studi sull’isteria, che peraltro lo stesso Janet considerava nulla più che una conferma delle sue teorie (Janet, 2016, p. 10). Allievo di Théodule Ribot, padre della psicologia scientifica francese, Janet si era addottorato in filosofia e medicina a Parigi ed era rapidamente divenuto la figura principale della nascente psicoterapia francese. Quando la psicoanalisi cominciava ad affacciarsi sulla scena internazionale per merito di Jung, nel 1906, i contributi scientifici di Janet erano già ben noti agli psichiatri dell’epoca. Janet fu del resto tra i più fieri oppositori all’affermarsi della psicoanalisi. Riteneva infatti che [blockquote style=”1″]Freud si fosse tranquillamente appropriato del suo lavoro, e che la psicoanalisi non fosse altro che una brutta copia della sua analisi psicologica[/blockquote] (Borch-Jacobsen e Shamdasani, 2012, p. 62).

Fu però la psicoanalisi ad affermarsi clamorosamente nel mondo in capo a pochi anni: e la vittoria di Freud portò con sé, appunto, un completo oblio del contributo di Janet alla nascita della psicoterapia. La riscoperta di Janet, tuttavia, auspicata da Ellenberger, è in effetti ormai ampiamente avvenuta. Scriveva infatti già venti anni fa: [blockquote style=”1″]Se si leggesse l’attuale letteratura psicoanalitica come un romanzo gotico a puntate, non sarebbe difficile intravedere il fantasma senza pace di Pierre Janet, scacciato dal castello di Sigmund Freud un secolo fa, ritornare oggi per tormentare i suoi discendenti. Con inquietante comunanza, le principali scuole di pensiero analitico sono diventate responsive al fenomeno della dissociazione e, ognuna a suo modo, sta tentando di adattarlo all’interno del proprio modello di mente e approccio al caso clinico[/blockquote] (Bromberg, 1995, p. 119).

Anche la tecnica terapeutica di Janet può essere rivalutata: “Per fare un solo esempio” argomenta Giovanni Liotti nella prefazione “le tecniche proposte da Janet per incrementare la capacità di ‘sintesi mentale’ (vedi il caso di Justine) sembrano consonare con quelle contemporanee intese ad aumentare la capacità di mentalizzazione, ovvero le abilità metacognitive del paziente” (Liotti, 2016, p. x). Anche la “gestione della relazione terapeuticca” operata da Janet sembra meritare una particolare attenzione, ad avviso di Liotti: Janet a suo avviso “cercava anzitutto di entrare in uno stato intersoggettivo di condivisione empatica con le parti dissociate” della personalità dei suoi pazienti”, usando un atteggiamento “che sembra configurare un’interessante variante dell’empatia” (Liotti, 2016, p. xi).

 

Il libro “Trauma, coscienza e personalità”

Trauma, coscienza e personalità è il secondo libro di Janet che esce per i tipi di Cortina nel giro di pochi anni, facendo seguito alla traduzione integrale della tesi di dottorato in filosofia su L’automatismo psicologico (Janet, 1889) uscita nel 2013. Questa nuova uscita è invece un’antologia, costituita da quattro capitoli dell’edizione del 1911 dello Stato mentale delle isteriche; da due capitoli dell’edizione del 1898 di Nevrosi e idee fisse; da due capitoli di Dall’angoscia all’estasi, del 1926; da un saggio apparso su Scientia nel 1910 dal titolo “Il subcosciente”.

Anche la storia “interna” dei testi è complessa. In particolare, la prima parte dello Stato mentale delle isteriche era stata pubblicata in volume nel 1893 con la prestigiosa prefazione di Charcot e riassumeva una serie di studi precedenti sulle stigmate mentali, concentrandosi su anestesie, amnesie, abulie, difficoltà nei movimenti e modificazioni del carattere. La seconda era uscita l’anno seguente e corrispondeva alla tesi di dottorato discussa il 29 luglio 1893. In questo caso Janet si concentrava piuttosto su idee fisse, sonnambulismo, deliri e sui cosiddetti “attacchi” isterici.

[blockquote style=”1″]A partire da queste osservazioni, Janet suggerisce che l’isteria sia essenzialmente caratterizzata dalla debolezza della sintesi psicologica, dall’impotenza in cui si trova il soggetto di riunire, di condensare i suoi fenomeni psicologici e di condensarli nella propria personalità […] La debolezza della volontà si unisce alla debolezza della sintesi psichica[/blockquote] (Nicolas e Ferrand, 2003, p.287).

La terza parte dell’edizione del 1911 era invece apparsa solo in un libro curato da Albert Robin nel 1898, anche se non conteneva innovazioni teoriche di rilievo. Il fatto che manchino delle indicazioni sulle differenze tra le edizioni originali e quella di riferimento per la traduzione costituisce in effetti un problema, soprattutto per chi voglia utilizzare il libro come fonte storica. Un problema che tuttavia non inficia la più che lodevole iniziativa editoriale, per la quale bisogna ringraziare oltre a Raffaello Cortina, i due curatori Francesca Ortu e Giuseppe Craparo.

Mad in America, cattiva scienza, cattiva medicina e maltrattamento dei malati mentali di Robert Whitaker (2015) – Recensione

Il libro ripercorre la storia della psichiatria americana ed europea a partire dal 1750, quando il malato mentale veniva trattato come un essere inferiore, tanto da meritarsi come cura i salassi, le purghe, la sedia rotante e la somministrazione di sostanze che inducevano la nausea.

 

La storia della psichiatria nel libro di Whitaker

Conoscere la storia della psichiatria riveste grande importanza per comprendere dove siamo arrivati oggi nella cura della malattia mentale. E’ da questa premessa che il giornalista scientifico Robert Whitaker parte per scrivere questo libro, che in parte completa l’altra sua celebre opera Indagine su un’epidemia, che contiene concetti molto provocatori (ma in parte aimè condivisibili) come quello che gli esiti della cura della malattia mentale grave erano migliori cento anni fa (quando non c’erano gli psicofarmaci) o che c’è una remissione maggiore dei disturbi psichiatrici nei paesi in via di sviluppo (dove ci sono pochi psicofarmaci) rispetto ai paesi sviluppati.

Il libro ripercorre la storia della psichiatria americana ed europea a partire dal 1750, quando il malato mentale veniva trattato come un essere inferiore, tanto da meritarsi come cura i salassi, le purghe, la sedia rotante e la somministrazione di sostanze che inducevano la nausea. L’800 ebbe con il francese Pinel una temporanea umanizzazione dei trattamenti, con l’introduzione della cosiddetta terapia morale (antesignana del modello biopsicosociale, che vedeva la malattia mentale anche come conseguenza di eventi di vita stressanti), che venne ripresa in America da alcune comunità di Quaccheri.

Il ‘900 (definito dall’autore l’età più buia) fu caratterizzato da una regressione della visione della malattia mentale, anche grazie alla diffusione dell’eugenetica, che identificava nel malato di mente un portatore di patrimonio genetico alterato che andava pertanto eliminato per migliorare la razza umana.

Negli anni ’20 negli Stati Uniti si arrivò alla sterilizzazione obbligatoria dei malati mentali, alla stregua della Germania Nazista. In quell’epoca manicomiale il disagio psichico era visto come qualcosa da eradicare violentemente producendo lesioni al cervello. I trattamenti terribili in voga in quel periodo comprendevano il coma insulinico, l’uso massiccio di barbiturici, la terapia convulsiva con metrazol e poi con scosse elettriche, la lobotomia (in precedenza altre mostruosità chirurgiche come l’estrazione di tutti i denti o l’isterectomia come possibile cura della follia).

La modalità di sperimentazione scientifica per salute mentale di quel periodo e, secondo l’autore anche in parte del periodo successivo, contravveniva al celeberrimo Codice di Norimberga (prodotto dopo la seconda Guerra Mondiale in opposizione agli orrori sanitari del Terzo reich), che sanciva il principio secondo il quale gli interessi scientifici non avrebbero mai dovuto avere la precedenza sui diritti dell’essere umano.

 

Le ricerche sugli psicofarmaci

Oltre ai danni cerebrali permanenti causati dalla lobotomia, nel libro viene raccontato il periodo delle ricerche americane sull’esacerbazione di psicosi indotta da allucinogeni come l’LSD, che veniva somministrato in dosi massicce senza un valido consenso dei pazienti. La scoperta degli psicofarmaci a partire dagli anni ’50 per certi versi rivoluzionò radicalmente la cura e la qualità di vita delle persone affette da disturbi mentali, anche se l’autore non ne riconosce il valore e anzi sostiene che gli psichiatri americani ne abbiano sempre fatto un uso sconsiderato, in nome di un riduzionismo biologico che in Europa ha sicuramente preso meno piede.

Vengono presentati studi e testimonianze che mettono in discussione l’efficacia degli psicofarmaci, in particolare i neurolettici (anche quelli di nuova generazione), che aumenterebbero addirittura il rischio di ricadute nella malattia. Whitaker accusa la classe psichiatrica americana di essere stata accecata di fronte al miraggio psicofarmacologico, che poi è stato ridimensionato in termini di efficacia e in questo anche le industrie farmaceutiche hanno sicuramente le proprie responsabilità.

Sicuramente un libro-inchiesta molto efficace che pecca un po’ della mancanza dell’aspetto propositivo, privilegiando quello critico.

La scoperta dell’atlante semantico del nostro cervello

Per la prima volta è stata elaborata una mappa semantica della corteccia celebrale, definita atlante semantico, che mostra quali aree celebrali si attivano quando dobbiamo associare un significato alle parole che ascoltiamo.

Lo studio

Nel seguente articolo viene riportata la recente scoperta avvenuta nel campo delle neuroscienze ad opera dei ricercatori dell’Università di Berkeley in California: Alexander G. Huth, Wendy A. de Heer, Thomas L. Griffiths, Frederic E. Theunissen e Jack L. Gallant sono i nomi dei ricercatori che hanno partecipato e contribuito a questa nuova scoperta che può aprire importanti orizzonti nel campo delle neuroscienze e non solo.

Nello specifico, per la prima volta è stata elaborata una mappa semantica della corteccia celebrale, definita atlante semantico, che mostra quali aree celebrali si attivano quando dobbiamo associare un significato alle parole che ascoltiamo. È stato dimostrato così che il linguaggio impegna molte aree del cervello e non esclusivamente quelle a sinistra.

Lo studio che ha portato alla mappatura celebrale del sistema semantico dell’Università della California, Berkeley, è stato pubblicato sulla rivista Nature con il seguente titolo: “Natural speech reveals the semantic maps that tile human cerebral cortex” (Alexander G. Huth, Wendy A. de Heer, Thomas L. Griffiths, Frederic E. Theunissen e Jack L. Gallant, 2016).

Il gruppo – guidato da Alexander Huth, postdottorando di ricerca in neuroscienze, e Gallant, professore di psicologia – per le loro ricerche ha scelto sette soggetti volontari, ai quali è stato chiesto di ascoltare per circa un paio d’ore delle storie narrative dalla “Moth Radio Hour” (Carey B, 2016). È stata così mappata sistematicamente la selettività semantica attraverso la corteccia, utilizzando la modellazione voxel-wise dei dati forniti dalla risonanza magnetica funzionale (fMRI, questa permette di visualizzare in tempo reale l’attività dell’area celebrale che corrisponde alla facoltà utilizzata dal soggetto in quel dato momento) mentre i soggetti ascoltavano queste storie. I dati forniti sono stati utilizzati per calcolare una stima di modelli voxel-wise che anticipino l’attività in ogni voxel (pixel volumetrici) in base al significato delle parole nelle storie (disponile sul sito).

In altri termini: a questi volontari è stato fatto ascoltare lo stesso programma radiofonico e sono stati confrontati i risultati tra loro attraverso un programma che analizza semanticamente i testi della trasmissione.

[blockquote style=”1″]Using novel computational methods, the group broke down the stories into units of meaning: social elements, for example, like friends and parties, as well as locations and emotions . They found that these concepts fell into 12 categories that tended to cause activation in the same parts of people’s brains at the same points throughout the stories. They then retested that model by seeing how it predicted M.R.I. activity while the volunteers listened to another Moth story. Would related words like mother and father, or times, dates and numbers trigger the same parts of people’s brains? The answer was yes.[/blockquote] (Carey B, 2016).

I ricercatori hanno così dimostrato che il sistema semantico è organizzato in schemi intricati di popolazioni neuronali che mostrano una corrispondenza tra gli individui. Un dato interessante che emerge da questo studio è infatti che le mappe celebrali dei concetti semantici che risultano, sono simili tra i soggetti esaminati. Per fare un esempio, nella corteccia parietale laterale, tutti e sette hanno mostrato una zona selettiva per parole “sociali”, in relazione alle persone.

In questo modo è stato possibile creare il primo atlante semantico.
[blockquote style=”1″]Our results suggest that most areas within the semantic system represent information about specific semantic domains, or groups of related concepts, and our atlas shows which domains are represented in each area[/blockquote] (Alexander G. Huth, Wendy A. de Heer, Thomas L. Griffiths, Frederic E. Theunissen e Jack L. Gallant, 2016).
Si è così scoperto che il sistema semantico è distribuito in più di 100 aree distinte che si trovano in entrambi gli emisferi celebrali.

Lo studio dei ricercatori dell’Università della California Berkeley, che ha elaborato la prima mappa cerebrale del sistema semantico, si può trovare sulla già citata rivista Nature (Alexander G. Huth, Wendy A. de Heer, Thomas L. Griffiths, Frederic E. Theunissen e Jack L. Gallant, 2016) con il seguente titolo: “Natural speech reveals the semantic maps that tile human cerebral cortex”.

È possibile guardare dei video che sinteticamente illustrano tale scoperta, quello prodotto da Nature e l’altro dalla National Science Foundation.

The Brain dictionary (l’articolo prosegue sotto il video)

 

Tour della mappa semantica

Sul sito è stata riportata la mappa semantica del cervello, un tour in 3D tratto da un modello confacente ad ogni cervello umano. I colori indicano la categoria di parole prevista per suscitare la più grande risposta in ciascun voxel. È possibile ruotare, ingrandire il modello del cervello per vederne i vari dettagli. Attraverso il comando “next” si può iniziare tale tour. Si hanno varie sezioni:

– Modelli voxel-wise
Viene qui allestito un modello di regressione separata per ciascuno di 60.000 voxel nella corteccia cerebrale. Un modo per immaginare un modello è quello di prevederne la sua risposta a 10.000 parole differenti e mostrare le 20 con la più alta risposta prevista. Questi voxel nel lobo sinistro occipito-temporale della corteccia, sembrano rispondere alle parole collegate alle informazioni sulla forma e spazio. Molte delle altre parole evidenziate in verde rispondono fortemente alle parole legate allo spazio e al tatto.

– Rappresentazione delle parole sociali
In questa sezione sono evidenziate le parole che sono collocate nel giro angolare nella parte destra. I ricercatori sostengono che lì ci possa essere una forte risposta alle parole che descrivono eventi drammatici, così come le parole che descrivono il tempo. Gli altri voxel, quelli rosso intenso e arancione, prevedono la risposta alle parole sociali o drammatiche. Il rosso scuro e il marrone invece rispondono a parole di tempo e luogo.

– Rappresentazione di parole numeriche
I voxel qui evidenziati sono localizzati nel solco destro precentrale. I ricercatori prevedono che lì ci sia una risposta selettiva ai numeri.

– Ingrandimento della superficie corticale
In questa sezione si mostra come molti dei voxel interessanti nel cervello siano nascosti alla vista, all’interno delle pieghe (circonvoluzioni) nella superficie corticale. I ricercatori sono stati in grado di “gonfiare” la corteccia in modo da rendere visibili alcuni di questi voxel, per vederlo basta premere nel menù (in alto a destra) il tasto “inflate” sotto il tasto “camera”. Per tornare alla vista originale basta premere “reset”.

– Conferma dei modelli voxel
Solo alcuni dei voxel nella corteccia celebrale rispondono selettivamente e in modo affidabile ad alcune categorie di parole. Per determinare quali sono queste categorie, i ricercatori hanno testato l’accuratezza di previsione di ogni modello di una storia a parte, che non era stata utilizzata per il modello di montaggio. Per attivare la visione di quanto detto è possibile premere il tasto “performance” a destra. Per ritornare alla visione originale premere il tasto “selectivity”.

– Atlante PrAGMATiC
Uno dei principali obiettivi della ricerca è stato creare un “atlas of semantic selectivity in the human brain” (dal sito, sezione settima, “PrAGMATiC atlas”); uno degli scopi è stato dunque quello di creare un atlante di selettività semantica nel cervello umano. A tal proposito è stato sviluppato un nuovo modello probabilistico di aree per rivestimento della corteccia per tale atlante. Il modello PrAGMATiC presuppone che ogni soggetto abbia le stesse aree funzionali, ma permette qualche variazione tra gli individui nella precisa posizione e dimensione di ogni area. L’atlante PrAGMATiC divide l’emisfero sinistro in 192 aree funzionali distinte, 77 delle quali sono semanticamente selettive. L’emisfero destro è diviso in 128 aree funzionali, di cui 63 sono semanticamente selettive. Per coloro che consultano questa visione 3D è possibile vedere i maggiori dettagli di selettività semantica (o la sua assenza) facendo un click sull’area che desiderano approfondire.

– PrAGMATiC area SPFC R10
Qui per visualizzare la selettività semantica di ogni area i ricercatori hanno calcolato una media tra i voxel-wise che costituiscono i modelli all’interno di tale area in tutti e sette i soggetti. Hanno poi previsto come quella zona risponderà a ciascuna delle 10.000 parole differenti e visualizzato le 20 parole previste per evocare la risposta più alta. L’area semanticamente selettiva evidenziata qui si trova nella corteccia prefrontale destra. I modelli prevedono una forte risposta alle parole che descrivono luoghi (spesso sedi di attività), ore e numeri.

 

Conclusioni

In conclusione, possiamo dire che l’atlante semantico fornisce, per la prima volta, una mappa dettagliata di come il significato è rappresentato nella corteccia umana. Come è stato accennato all’inizio del presente articolo, questo risultato ha dato modo di scoprire che il linguaggio impegna ampie regioni del cervello e non è limitato solo ad alcune. Questo studio ha fornito, infatti, l’importante risultato di vedere che le rappresentazioni linguistiche sono bilaterali: le risposte nell’emisfero cerebrale destro sono grandi e varie circa quanto le risposte di quello sinistro. Viene così sfidata l’ipotesi (ricavata da studi sui deficit linguistici prodotti da lesioni celebrali) corrente, secondo cui il linguaggio coinvolga esclusivamente l’emisfero sinistro. È stata una sorpresa per i ricercatori stessi il fatto che il linguaggio interessi entrambi gli emisferi.

La recente scoperta fornisce una valida conoscenza per la comprensione dei meccanismi celebrali che sottostanno al linguaggio, ma potrebbe avere anche importanti implicazioni per studiare la riabilitazione a seguito di lesioni celebrali che abbiano danneggiato i settori legati al linguaggio. Gli studi futuri potranno chiarire come tali mappe cambino in presenza di disturbi legati al linguaggio (come la dislessia) o in condizioni neurologiche legate all’elaborazione del linguaggio.

I ricercatori comunque sottolineano il bisogno di approfondire questi studi in quanto, il campione a cui è stato sottoposto l’esperimento è in numero ristretto, per giunta dello stesso gruppo sociale, fattore che potrebbe inficiare sui risultati. Pertanto i ricercatori continueranno i loro studi estendendoli a campioni maggiori, con gruppi più eterogenei al fine di migliorare la precisione delle mappe e per comprendere le differenze individuali.

Insegnare ai bambini la matematica: l’utilizzo di un abaco immaginario

I risultati hanno dimostrato che l’utilizzo di un immagine mentale di un abaco (mental abacus) favorisce un miglior apprendimento della matematica e in particolare delle abilità di calcolo e di aritmetica rispetto alle altre tecniche tradizionali, ma questi benefici non risultano presenti nello stesso modo nei bambini che presentano in partenza minori abilità cognitive di natura spaziale o della memoria di lavoro.

 

La matematica è una materia che richiede abilità cognitive spaziali e della memoria di lavoro e per questo ci si chiede se le tecniche di apprendimento tradizionali siano sufficienti per l’apprendimento della stessa o se sia necessario integrarle con lo strumento (immaginativo) dell’abaco.

Su Child Development è stato pubblicato uno studio condotto in India sugli effetti nel processo di apprendimento derivanti dall’utilizzo della visualizzazione mentale dell’abaco. Hanno partecipato allo studio 183 bambini di età compresa tra i 5 e i 7 anni.

Durante la baseline sono state testate le abilità cognitive e matematiche dei bambini ed essi sono stati assegnati in modo random ad uno dei 2 gruppi: nel primo per 3 ore alla settimana veniva utilizzato l’abaco immaginativo per insegnare la matematica, mentre nell’altro si proponevano 3 ore supplementari di matematica ma senza l’utilizzo della tecnica mental abacus. Lo studio è stato condotto per la durata di 3 anni, al termine dei quali sono state nuovamente testate le abilità matematiche e cognitive dei bambini.

I risultati hanno dimostrato che la visualizzazione mentale dell’abaco favorisce un miglior apprendimento della matematica e in particolare delle abilità di calcolo e di aritmetica rispetto alle altre tecniche tradizionali, ma questi benefici non risultano presenti nello stesso modo nei bambini che presentano in partenza minori abilità cognitive di natura spaziale o della memoria di lavoro.

Questo dimostra che l’abaco mentale è sicuramente uno strumento utile ed efficace per favorire l’apprendimento di abilità matematiche nei bambini, ma non consente di migliorare la capacità di visualizzare o manipolare gli oggetti, qualora esse risultino deficitarie.

 

Il metodo dell’abaco mentale (VIDEO)

 

 

Abstract:

Mental abacus (MA) is a technique of performing fast, accurate arithmetic using a mental image of an abacus; experts exhibit astonishing calculation abilities. Over 3 years, 204 elementary school students (age range at outset: 5–7 years old) participated in a randomized, controlled trial to test whether MA expertise (a) can be acquired in standard classroom settings, (b) improves students’ mathematical abilities (beyond standard math curricula), and (c) is related to changes in basic cognitive capacities like working memory. MA students outperformed controls on arithmetic tasks, suggesting that MA expertise can be achieved by children in standard classrooms. MA training did not alter basic cognitive abilities; instead, differences in spatial working memory at the beginning of the study mediated MA learning.

Fiocchi di grafene per calmare le sinapsi: la tecnologia al grafene apre nuovi orizzonti terapeutici

Tamponare l’attività delle sinapsi con una tecnologia innovativa basata sul grafene, questa è l’idea alla base del lavoro appena pubblicato sulla rivista ACS Nano, coordinato dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e dall’Università di Trieste.

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

 

Lo studio in particolare ha svelato l’efficacia dei fiocchi di ossido di grafene di interferire con l’attività delle sinapsi eccitatorie, un effetto che in futuro potrebbe essere sfruttato per nuovi trattamenti di patologie come l’epilessia.

Il laboratorio di Laura Ballerini alla SISSA, in collaborazione con l’Università di Trieste, l’Università di Manchester e l’Università di Castilla-la Mancha, ha scoperto un nuovo approccio per modulare l’attività delle sinapsi. Questa metodologia potrebbe essere utile nel trattamento di condizioni patologiche dove l’attività elettrica nervosa è alterata.

Ballerini e Maurizio Prato (Università di Trieste) sono i principal investigator del progetto che è inserito nella flagship europea del grafene, un’ampia collaborazione internazionale della durata prevista di dieci anni (per un miliardo di euro di finanziamento) che studia gli usi innovativi di questo materiale.

Le terapie tradizionali per le malattie neurologiche in genere si basano sull’utilizzo di farmaci mirati ad agire nel cervello o di approcci neurochirurgici . Oggi però la tecnologia del grafene sembra molto promettente in questo tipo di applicazioni, e per questo sta ricevendo molta attenzione da parte della comunità scientifica. Il metodo studiato da Ballerini e colleghi si basa sull’uso di nano-fiocchi (flake) di grafene, in grado di tamponare l’attività delle sinapsi semplicemente con la loro presenza in loco.

Abbiamo somministrato – in condizioni di esposizione “cronica”, cioè ripendo l’operazione ogni giorno per circa una settimana – delle soluzioni acquose di fiocchi di grafene a normali colture di neuroni su vetrino. Grazie all’analisi funzionale dell’attività elettrica neuronale abbiamo poi tracciato l’effetto sulle sinapsi – spiega Rossana Rauti, ricercatrice della SISSA e prima autrice della ricerca.

Negli esperimenti le dimensioni dei fiocchi potevano variare (10 micron o 80 nanometri) come anche il tipo di grafene: in una condizione si usava grafene normale in un’altra ossido di grafene.

L’effetto di ‘tamponamento’ dell’attività sinaptica si ottiene con i fiocchi più piccoli di ossido di grafene e non nelle altre condizioni – spiega Ballerini – L’effetto è sistematico e selettivo per le sinapsi eccitatorie, mentre è assente in quelle inibitorie.

Questione di dimensioni

Qual è l’origine di questa selettività?

Sappiamo che in linea di massima il grafene non interagisce chimicamente con le sinapsi, o comunque in maniera limitata, il suo effetto è probabilmente dovuto alla semplice presenza in corrispondenza delle sinapsi – spiega Denis Scaini, ricercatore della SISSA fra gli autori dello studio – Non abbiamo ancora prove dirette, ma la nostra ipotesi è che ci sia un legame con l’ampiezza dello spazio sinaptico.

Una sinapsi è un punto di contatto fra un neurone e un altro dove il segnale elettrico nervoso salta dall’unità presinaptica a quella post sinaptica.

Nel punto di contatto c’è in realtà un piccolo spazio, una discontinuità dove il segnale elettrico viene tradotto in neurotrasmettitore e rilasciato dalla terminazione presinaptica nello spazio extracellulare e riassorbito da quella postsinaptica, per essere tradotto nuovamente in segnale elettrico.

La larghezza dello spazio varia a seconda del tipo di sinapsi:

Per quelle eccitatorie del sistema studiato, è più accessibile, quindi maggiore è la probabilità che i fiocchi di grafene vi interagiscano, a differenza di quelle inibitorie, meno fisicamente accessibili in questo modello sperimentale – spiega Scaini.

Un altro indizio che porta a pensare che distanze e dimensioni potrebbero essere cruciali nel processo è dato dall’osservazione che il grafene svolge la sua funzione solo nella forma ossidata.

Il grafene normale si presenta come un foglietto disteso e abbastanza rigido, mentre l’ossido ha un aspetto più accartocciato e per questo potrebbe favorire l’interfaccia con lo spazio sinaptico – aggiunge Rauti.

La somministrazione di soluzioni di fiocchi di grafene lascia i neuroni vivi e intatti, per questo motivo il team pensa che potrebbero trovare spazio in applicazioni biomediche, per il trattamento di alcune patologie. Una fra le migliori candidate sembra essere l’epilessia, che è caratterizzata da attività elettrica nervosa alterata nel cervello.

Si potrebbe pensare ad un rilascio farmacologico mirato sfruttando la apparente selettività di interazione sinaptica (cioè a livello della unità funzionale di base dei neuroni) di questi nano materiali – conclude Ballerini.

Malattia di Alzheimer: il sintomo dell’apatia

L’apatia si manifesta solitamente nelle fasi precoci della malattia di Alzheimer, ma persiste con la progressione della stessa, e rappresenta uno tra i sintomi neuropsichiatrici più diffusi nelle persone con demenza. Nel 2008 il Consorzio Europeo della malattia di Alzheimer ha emesso le linee guida per la diagnosi dell’apatia

Giulia Cesetti, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

Introduzione: la diagnosi della malattia di Alzheimer

[blockquote style=”1″]Diventando più emotivi e meno cognitivi, noi ricorderemo il modo in cui ci parlate, non quello che ci dite. Conosciamo i sentimenti ma non la trama. Il vostro sorriso, la vostra risata, il vostro tocco sono le cose con cui noi possiamo entrare in relazione. L’empatia è una cura. Amateci per come siamo. Siamo ancora qui, con le nostre emozioni e con il nostro spirito, se solo riusciste a trovarci.[/blockquote]
(Christine Bryden,2005, p.138)

La demenza è una sindrome clinica caratterizzata da perdita delle funzioni cognitive di entità tale da interferire con le usuali attività sociali e lavorative del paziente. Oltre ai sintomi cognitivi sono presenti sintomi non cognitivi, che riguardano la sfera della personalità, l’affettività, l’ideazione, la percezione, le funzioni vegetative e il comportamento (Boller & Traykov, 1999).

Tra le diverse forme di demenza, la malattia di Alzheimer è quella più diffusa (Ott, Breteler, van Harskamp, Stijnen& Hofman, 1998).
La progressione della malattia è caratterizzata da stadi in cui si evidenziano specifici clusters di sintomi e segni cognitivi e funzionali (Dubois et al.,2007).
Nel grado lieve possono presentarsi disturbi di memoria di lieve entità, deficit di problem solving, episodi di disorientamento tempo-spaziale, ansia e depressione anche per la consapevolezza del deficit e anomie.
Il grado moderato è caratterizzato da deficit che interferiscono con la vita quotidiana, scarsa igiene personale, incontinenza urinaria e disturbi del comportamento.
Nel livello grave si possono presentare sintomi come la fatica nella deambulazione, mancati riconoscimenti e linguaggio ridotto.
La fase terminale è caratterizzata da catatonie e complicanze internistiche che portano alla morte.

Le caratteristiche della malattia possono variare da persona a persona, tuttavia la manifestazione iniziale è generalmente subdola e insidiosa e il decorso cronico-progressivo. I sintomi iniziali sono spesso attribuiti ad un normale invecchiamento, allo stress o alla depressione. Nella maggioranza dei casi solo a distanza di uno/due anni dall’esordio la malattia è tale da portare i familiari a richiedere un aiuto specialistico. La presenza di sintomi cognitivi e non cognitivi pone delle difficoltà in termini di diagnosi differenziale e un ritardo nell’individuazione precoce della malattia.

 

Il sintomo dell’apatia nella malattia di Alzheimer

L’apatia può essere definita come una perdita di motivazione rispetto al precedente livello di funzionamento dell’individuo; si manifesta con una diminuzione degli obiettivi di tipo cognitivo e comportamentale (Marin,1991). Tra i pazienti con diagnosi di malattia di Alzheimer (AD) la frequenza dell’apatia si colloca in un intervallo tra il 25% e il 50% (Landes, Sperry, Strauss & Geldmacher, 2001). La depressione è uno dei maggiori disturbi psichiatrici correlati all’apatia nella malattia di Alzheimer, la perdita di interessi e di motivazione sono sintomi comuni ad entrambe le sindromi (Starkstein, Petracca, Chemerinski& Kremer, 2001). Tuttavia l’apatia non deve essere interpretata come un mero sintomo di depressione, considerando il fatto che circa la metà dei pazienti con malattia di Alzheimer che manifestano apatia non presentano una depressione in concomitanza (Starkstein et al.,2001).

L’apatia si manifesta solitamente nelle fasi precoci della malattia, ma persiste con la progressione della stessa, e rappresenta uno tra i sintomi neuropsichiatrici più diffusi nelle persone con demenza (Lyketsos, Lopez, Jones, Fitzpatrick, Breitner, & DeKosky, 2002). Nel 2008 il Consorzio Europeo della malattia di Alzheimer ha emesso le linee guida per la diagnosi dell’apatia (Winblad et al., 2008). Secondo queste linee guida per una corretta diagnosi di apatia la diminuzione della motivazione deve permanere per non meno di quattro settimane e due delle seguenti tre dimensioni devono essere presenti: riduzione dei comportamenti diretti ad un scopo, diminuzione dell’attività cognitiva diretta ad uno scopo ed emotività ridotta. Inoltre, la compromissione funzionale dovrebbe essere attribuibile all’apatia (Robert et al., 2009).

Perché l’apatia possa essere diagnosticata la persona con Alzheimer deve soddisfare i seguenti criteri: A, B, C e D.
Criterio A. Perdita o diminuzione della motivazione in confronto al livello precedente di funzionamento del paziente, la stessa non è coerente con la sua età o la cultura. Questi cambiamenti nella motivazione possono essere segnalati dal paziente stesso o da osservazioni di altri.
Criterio B. Significativa presenza di almeno un sintomo in almeno 2 dei seguenti 3 domini per un periodo di almeno 4 settimane, presente per la maggior parte del tempo.
B1. Dominio del comportamento: Perdita o diminuzione del comportamento diretto ad uno scopo che si evince da uno dei seguenti comportamenti: diminuzione dell’iniziativa alla partecipazione ad attività sociali, ad iniziare o a rispondere ad una conversazione o ad impegnarsi in attività di vita quotidiana.
B2. Dominio della cognizione: la perdita dell’attività cognitiva è dimostrata da almeno uno dei seguenti sintomi: perdita di curiosità/idee spontanee per eventi nuovi e/o di routine.
B3. Dominio delle emozioni: diminuzione dell’emotività comprovata da almeno uno dei seguenti aspetti: perdita di emozione spontanea osservata o auto riferita, ad esempio sensazione soggettiva di emozioni deboli o assenti o l’osservazione da parte di altri di un appiattimento affettivo; perdita di reattività emozionale a stimoli o eventi positivi o negativi.
Criterio C. Questi sintomi (A e B) causano un disagio clinicamente significativo e una compromissione personale, sociale e occupazionale.
Criterio D. I sintomi (A e B) non sono causati esclusivamente da disabilità fisiche (ad esempio, la cecità o la perdita dell’udito), dalle disabilità motorie, dal ridotto livello di coscienza o da effetti fisiologici diretti di una sostanza (ad esempio, uso di droga o farmaci).
L’apatia potrebbe derivare dalle limitazioni funzionali causate dal deficit cognitivo (Landers et al., 2001).

Diversi studi hanno dimostrato un’associazione significativa tra l’apatia e una riduzione dell’attività metabolica nelle regioni pre frontali (Benoit, Clairet, Koulibaly, Darcourt & Robert, 2004; Craig, Cummings, Fairbanks, Itti, Miller, Li & Mena, 1996) suggerendo che i cambiamenti neuropatologici alla base dell’apatia possono in parte spiegare l’alta frequenza della stessa in pazienti con malattia di Alzheimer.

Ci sono diversi strumenti in letteratura che valutano la presenza di apatia nella persona con malattia di Alzheimer. Uno di questi è l’Apathy Scale (Robert et al.,2002), un questionario dotato di una buona validità e affidabilità composto da 14 item. Il questionario viene compilato dai familiari dei pazienti o da un caregiver e valuta 3 dimensioni che definiscono l’apatia: l’ottundimento emotivo, la mancanza di iniziativa e la mancanza di interessi.
Uno studio longitudinale (Starkstein, Jorge, Mizrahi & Robinson, 2006) ha valutato 354 persone con diagnosi di malattia di Alzheimer e ha misurato la presenza di apatia attraverso il questionario Apathy Scale (Robert et al., 2002) e mediante criteri standardizzati.

Inoltre, sono stati misurati altri aspetti tra i quali la depressione, la compromissione funzionale e il funzionamento cognitivo globale. I risultati hanno evidenziato come l’apatia rappresenti un predittore significativo di una maggiore depressione e di un declino funzionale e cognitivo più rapido.
La sindrome apatica nella malattia di Alzheimer è associata ad un maggiore rischio di mortalità. (Vilalta-Franch, Calvó-Perxas, Garre-Olmo, Turró-Garriga & López-Pousa, 2013).

L’apatia nella persona con malattia di Alzheimer spesso è anche responsabile di un aumento dello stress nei caregivers (Samus et al., 2005; Weiner, Hynan, Bret & White, 2005) e nel corso del tempo la rabbia e i conflitti conseguenti rendono l’apatia un fattore di rischio per l’istituzionalizzazione (Rea, Carotenuto, Fasanaro, Traini & Amenta, 2014).

 

Il trattamento dell’apatia nella malattia di Alzheimer

Considerando il ruolo esercitato dall’apatia nella malattia di Alzheimer, diversi studi hanno indagato la possibilità di ridurre la sindrome apatica attraverso trattamenti farmacologici e/o non farmacologici. Attualmente l’epidemiologia, la patogenesi e il trattamento dell’apatia nella malattia di Alzheimer sono poco chiari e controversi (Drijgers, Aalten, Winogrodzka, Verhey& Leentjens, 2009; Levy & Dubois, 2006; Robert, Mulin, Malléa& David, 2010). Il trattamento farmacologico nella persona con demenza non permette una restituito ad integrum, ma, al massimo consente un lieve rallentamento della malattia. Attualmente il trattamento farmacologico della demenza si basa sulla prescrizione di inibitori dell’acetilcolinesterasi (Donepezil, Rivastigmina, Galantamina) e sull’antagonista del recettore NMDA (Memantina). Questi farmaci sembrano indurre miglioramenti modesti sulle funzioni cognitive, sull’attività della vita quotidiana e sui sintomi comportamentali della demenza in pazienti con un livello di malattia da lieve a grave (Black et al.,2007; Erkinjuntti, Kurz, Gauthier, Bullock, Lilienfeld& Damaraju, 2002; Reisberg, Doody, Stöffler, Schmitt, Ferris & Möbius, 2003).

Tuttavia, secondo una recente review della letteratura (Rea et al.,2014) non vi è ancora un evidente vantaggio di una particolare terapia farmacologica nel trattamento dell’apatia. Lo stesso resta una delle principali sfide nella cura della malattia di Alzheimer.
L’uso dei farmaci in persone con malattia di Alzheimer in alcuni casi non ha mostrato un effetto superiore rispetto al placebo e può essere causa di un peggioramento del disturbo (Doody et al.,2013; McCleery Cohen, & Sharpley,2014; Schneider, Dagerman, & Insel, 2005). Per tali ragioni parte dell’attenzione è stata rivolta anche alle cosiddette terapie non farmacologiche, che hanno dimostrato una certa efficacia nella riduzione dei sintomi comportamentali, psicotici e nel miglioramento dei sintomi cognitivi, del benessere e della qualità della vita delle persone con malattia di Alzheimer (Chen, Liu, Lin, Peng, Chen, Liu, & Chen, 2014; Cooper et al., 2012; Mitchell, McCormack & McCance, 2014; Spagnolo, Aricò, Bergamelli, Mazzucco, Boldrini, Di Giorgi & Gallucci,2015).

Uno studio pilota (Spagnolo et al.,2015) ha indagato il ruolo della stimolazione cognitiva caratterizzata da un’associazione sequenziale di 3 terapie non farmacologiche: la Rot (Realty Orientation Therapy) (Spector, Davies, Woods & 2000), la terapia della Reminiscenza (Goldwasser, Auerbach, & Harkins,1987) e quella della Rimotivazione (Mazzucchi,2006).  Il programma (3R-CS) è stato applicato a 36 pazienti e ai loro caregiver. Tutti i pazienti hanno ricevuto un assessment multidimensionale che consisteva nell’individuare informazioni di carattere socio-demografico, clinico e neuropsicologico.

Al termine del trattamento è stato dimostrato un miglioramento significativo per quanto riguarda l’aspetto cognitivo e delle autonomie nelle attività della vita quotidiana. I sintomi comportamentali delle persone con malattia di Alzheimer e lo stress del caregiver hanno mostrato una significativa riduzione. Considerando la scarsità di dati presenti in letteratura sarebbe importante realizzare studi controllati e randomizzati al fine di indagare gli effetti delle terapie farmacologiche e non farmacologiche e una loro possibile associazione.

In particolare per approfondire gli effetti dei trattamenti nella riduzione dell’apatia occorrerebbe misurare il costrutto in modo adeguato considerando sia la percezione dei familiari che quella di operatori e caregiver, cercando di isolare possibili variabili confondenti e considerando le differenze già individuate in letteratura tra apatia e depressione.

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