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La fine della storia tra Angelina Jolie e Brad Pitt: quando le difficoltà di coppia non si superano

Brad e Angelina si lasciano, e si lasciano male, scambiandosi botte da orbi. Termina un episodio di pace nella guerra tra i sessi, un episodio che ci aveva un po’ illuso e consolato, anche se i motivi di allarme erano tanti e da tempo.

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 24/09/2016

La psicologia moderna dedica uno spazio a sé, un santuario a parte allo studio dei rapporti tra uomini e donne, tra maschi e femmine. Una nicchia separata dalle correnti maggiori della psicoanalisi e della psicologia cognitiva. Che ci sia questo spazio a sé e riservato ci avverte della natura di mistero sacro di questi rapporti. Uno spazio difficile da scoprire, perché tende a disperdersi nel bacino più vasto della psicologia della famiglia. I cui sacerdoti sono silenziosi e meno noti al grande pubblico. Più raramente ci è capitato di sentir parlare di Salvador Minuchin e Mara Selvini Palazzoli rispetto allo Zeus della psicologia, Freud. Come silenziosa e meno nota è la dea del focolare domestico, Estia in Grecia e Vesta a Roma, rispetto agli altri Dei olimpici dalla fama più rumorosa. Eppure il silenzio di Vesta non ci parla solo di tranquillità domestiche, ma di sotterranee tensioni destinate a scoprirsi improvvise, come quelle tra Angelina e Brad.

Le difficoltà di coppia già nei racconti antichi

Ne siamo molto consapevoli da sempre; perfino il racconto della Genesi è una sottile analisi delle difficoltà di coppia: [blockquote style=”1″]Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.[/blockquote] Malgrado l’apparenza, non è una dichiarazione di superiorità del maschio e sottomissione della femmina, piuttosto un’amara descrizione di una millenaria incomprensione reciproca in cui non vince nessuno.

I racconti antichi procedevano per allusioni rapide e precise come sciabolate, che lasciavano molto all’immaginazione. Non è così nella letteratura moderna, nella quale lo scavo del dettaglio psicologico è portato fino all’estenuazione. Nella sonata a Kreutzer Tolstoi ci descrive ogni movimento emotivo della coppia di sposi, fino alla tragedia finale. Proust non ci risparmia nulla della relazione tra Marcel e Albertine, e poco cambia che all’ombra dei due personaggi ci fossero due maschi: Proust e Agostinelli. Il movimento di coppia rimane identico anche nell’identità dei sessi, e la guerra tra i sessi è destinata a complicarsi ora che sono più di due.

Gli antichi invece dobbiamo spiarli dal buco della serratura e seguirne i rapidissimi movimenti mai commentati da troppe parole. Così intuiamo nel racconto di Erodoto che la moglie di Candaule, il re di Lidia, fosse irritata e stanca da tempo dei comportamenti fatui e penosi del marito, fino a decidere di farlo uccidere dalla guardia del corpo Gige. Da quanto tempo questa donna disprezzava il marito? Non lo sappiamo. Conosciamo solo l’ultimo episodio, in cui lo sciocco Candaule si vanta della bellezza del corpo nudo della moglie con un suo sottoposto, appunto la guardia del corpo Gige. E porta a tal punto questa fatua vanteria da ragazzone malcresciuto da permettere a Gige di spiare la nudità di sua moglie. Possiamo perfino immaginare Candaule vantarsi?

-Gige, non puoi immaginare mia moglie cos’è. Che corpo, che donna!-

O peggio:

-Gige, te lo dico. Mia moglie è semplicemente una figa. Dovresti vederla nuda. Anzi, sai che ti dico? Te la faccio vedere. Stanotte!-

È sconfortante notare come il realismo di un racconto dialogato moderno riveli la volgarità della vita, laddove il mito avvolge di favola e mistero perfino eventi che, a ben guardare, furono penosi. Come questo di Candaule.

E quindi quella sera, seguendo il piano di Candaule, Gige si nascose dietro l’uscio della camera da letto regale per vedere la regina spogliarsi prima di andare a dormire. La regina però vide Gige allontanarsi dalla stanza e capì di esser stata tradita e offesa dal marito. E ne decise la morte.

Dietro questo episodio da fiaba è possibile intravedere la storia di una relazione vera, una relazione tra un uomo sciocco e superficiale e una donna orgogliosa e astuta. Offesa col marito, questa donna, di cui mai conosciamo il nome, convoca Gige il quale, come ci racconta Erodoto, “credendo che ella non sapesse nulla di quanto era accaduto, venne al richiamo; era solito presentarsi anche prima, quando la regina lo chiamava. Appena arrivò, gli disse: “Delle due strade che ora ti si presentano, ti do la scelta, Gige, di prendere quella che vuoi: o uccidi Candaule e hai me e il regno di Lidia; oppure devi morire subito […]. Deve morire l’autore di questo inganno o tu, che mi hai visto nuda e hai fatto cose non lecite”. E Gige scelse di uccidere Candaule e diventare egli stesso re.

Come si erano incontrati quest’uomo stupido e questa moglie spietata? Non lo sappiamo. Forse un matrimonio dinastico; ma poi la loro relazione era andata oltre l’interesse e aveva preso sostanza. Probabilmente era diventata la relazione tra un uomo forse dolce ma infantile nel suo essere così fiero della bellezza della moglie e una donna dura che non lo rispettava. Uno scenario non nuovo: il marito inconsapevole dei movimenti emotivi, la moglie invece perfino troppo.

L’attualità dei miti del passato

Eppure questo comportamento sepolto nel passato di un racconto a metà tra mito e storia (l’esistenza storica di Gige e Candaule è plausibile) è anche un comportamento molto comune. Il candaulesimo, l’esposizione con o senza assenso delle nudità del proprio partner al voyeurismo di un estraneo, è una pratica erotica diffusa tra gli scambisti ed è una fantasia sessuale non infrequente. Non vi è distanza tra questo re dimenticato di un racconto di due millenni fa e le fantasie di un impiegato o le pratiche di un don Giovanni di provincia dei giorni nostri.

Torniamo a Candaule. Era un uomo così preso dalla sua infatuazione per il corpo della moglie dal parlarne con tutti, comprese le guardie del corpo. Forse era anche un uomo innamorato, ma lo esprimeva in questa maniera squalificante. Probabilmente era un uomo che aveva da tempo perso credito agli occhi di tutti, non solo della moglie. Candaule era politicamente squalificato. L’assassinio di un re e la sua sostituzione con uno dei suoi pretoriani non è un evento che si possa improvvisare. Se Gige se la cava e diventa re, vuol dire anche che Candaule ormai non godeva più del favore della corte e che l’avvicendamento al potere fu ben organizzato. Nessuno protesta quando Candaule muore e Gige sale sul trono senza problemi.

Insomma, è una donna potente, questa moglie di Candaule. Una king-maker. Decide lei chi sale e chi scende dal trono. Vigeva ancora una sorta di matriarcato in Lidia? D’altronde era un regno che aveva per patrona una dea, Rea o Cibele la grande madre, madre di Zeus e di molti altri dei. Non possiamo dire altro. Come spesso nei racconti antichi, dobbiamo intuire tutto da un episodio. Un episodio di ambivalenza nei rapporti di coppia. Un’ambivalenza che ci racconta come la coppia maschio-femmina sia sempre una negoziazione politica tra due potenze, potenze che conducono un’eterna trattativa che compone e dispone gli interessi stridenti, ma talvolta anche armonici, dei due giocatori.

Misofonia: Non voglio sentirti! Non voglio guardarti!

Il termine misofonia è stato creato nel 2001, e introdotto in letteratura nel 2002, dal gruppo di lavoro di Pawel Jastreboff per indicare quei pazienti che reagivano negativamente solo verso determinati suoni e non riportavano miglioramenti quando trattati come iperacusici (Jastreboff & Jastreboff, 2014). Pur riconoscendo come comune denominatore la ridotta tolleranza ai suoni (Decrease Sound Tolerance, DST) presente sia nell’iperacusia (ipersensibilità generica verso i suoni) che nella misofonia, quest’ultimo disturbo è caratterizzato dalla presenza di un’importante reazione emotiva, generalmente rabbia, disgusto o ansia.

 

Che cos’è la misofonia

Martina, 35 anni, mi racconta: “Tra poco è ora di pranzo, i miei familiari saranno tutti a tavola, oggi c’è anche mio padre con noi, già so come andrà a finire… mi dovrò sbrigare a mangiare e a cercare subito una scusa per alzarmi da tavola per non sentirli e non vederli. Quando mangio lo faccio velocemente, cerco di coprire i loro suoni, cerco di non guardarli ma non ci riesco se ho finito il mio pasto. La mia attenzione va tutta lì verso di loro, come una calamita, e inizio ad innervosirmi, mi chiedo perché lo fanno, perché non smettono?”.

Riccardo, 52 anni: “ero in treno e il tipo davanti a me ha iniziato a mangiarsi le unghie… ho provato schifo, non riuscivo più a stare seduto, avrei voluto urlargli contro, sentivo in me la rabbia crescere… ma cavolo, che schifo è? Come si permette? A volte ho quasi l’impulso di picchiare, ho voglia sempre di fuggire, di far smettere quel tormento”.

Queste appena riportate sono le parole di pazienti che soffrono di quella che viene oggi definita misofonia, una problematica ancora sconosciuta a molti e soprattutto ai pazienti che si rivolgono allo specialista otorinolaringoiatra per una visita audiologica perché credono di “sentire troppo” oppure perché soffrono anche di acufeni (suoni come fischi o fruscii, anche di forte intensità, che possono essere percepiti in una o in entrambe le orecchie, o all’interno della testa).

Per quanto gli studi scientifici a disposizione siano scarsi e tante le domande rispetto alle limitate risposte, cercherò di delineare un quadro generico sulla problematica.

 

I sintomi della Misofonia

Il termine “misofonia” è stato creato nel 2001, e introdotto in letteratura nel 2002, dal gruppo di lavoro di Pawel Jastreboff per indicare quei pazienti che reagivano negativamente solo verso determinati suoni e non riportavano miglioramenti quando trattati come iperacusici (Jastreboff & Jastreboff, 2014). Pur riconoscendo come comune denominatore la ridotta tolleranza ai suoni (Decrease Sound Tolerance, DST) presente sia nell’iperacusia (ipersensibilità generica verso i suoni) che nella misofonia, quest’ultimo disturbo è caratterizzato dalla presenza di un’importante reazione emotiva, generalmente rabbia, disgusto o ansia, in risposta a stimoli uditivi con caratteristiche di specificità che vedremo di seguito.

La reazione emotiva può essere anticipata o accompagnata da stimoli visivi e, in questo caso, il disturbo prende il nome misokinesia (Schröder et al., 2013). Nella misofonia, a differenza dell’iperacusia, la reazione dipende dal contesto in cui il suono è presente o dalla persona che lo emette e non dalle caratteristiche fisiche del suono stesso (Jastreboff & Jastreboff, 2014). I suoni comunemente riconosciuti come trigger sono quelli prodotti dalla bocca (es. masticazione), dal naso (es. starnutire, respirare) e altri ripetitivi tipo giocare con il click della penna o il rumore della tastiera quando scriviamo al computer (Eldestein et al., 2013; Jastreboff & Jastreboff, 2014; Schröder et al., 2013).

Le persone sono spinte ad allontanarsi dall’evento trigger oppure avvertono il desiderio di essere violente verso la persona che emette il suono o compie determinati gesti (Bernstein et al., 2013). Le reazioni fisiche associate possono manifestarsi in: tachicardia, ipertensione, rigidità muscolare, dispnea, sudorazione, ipertermia (Cavanna & Seri, 2015). La vita quotidiana, nei casi più gravi, è compromessa, caratterizzata da evitamenti e difficoltà nella gestione delle relazioni interpersonali (Bernstein et al., 2013; Cavanna & Seri, 2015).

 

Misofonia: le difficoltà nel definire la prevalenza e le comorbidità

Non ci sono stime sulla prevalenza del disturbo nella popolazione generale a causa della mancanza di strumenti di valutazione validati e perché i pazienti si rivolgono a specialisti differenti come neurologo, otorino, psicologo, audiologo e questo rende complessa una raccolta omogenea dei dati (Jastreboff & Jastreboff, 2014). La misofonia generalmente insorge nella tarda infanzia (Cavanna & Seri, 2015; Eldestein et al., 2013; Schröder et al., 2013) e coinvolge inizialmente le persone più vicine, come i membri della famiglia (Bernstein et al., 2013).
Non è chiara ancora la connessione tra la misofonia e altri disturbi di tipo psichiatrico.

Nello studio di Ferreira et al. (2013) vengono riportati tre casi in cui la misofonia viene vista come sintomo secondario di disturbo d’ansia generalizzato, disturbo ossessivo-compulsivo e disturbo schizoide di personalità. In realtà però nell’articolo non è stato specificato con quali modalità sono state effettuate le diagnosi e non vi è evidenza di una valutazione con esami audiologici.

 

Gli studi sulla Misofonia

Schröder e colleghi (2013) suggeriscono di considerare la misofonia come un disturbo psichiatrico distinto, inserito nello spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi, e riportano gli ipotetici criteri per farne diagnosi. Il campione di riferimento è formato da 42 pazienti valutati con la Structured Clinical Interview for DMS-IV Axis II (SCID-II), la Hamilton Depression Rating Scale (HAM-D), e la Symptom Checklist (SCL-90) e una scala prodotta dai ricercatori stessi chiamata Amsterdam Misophonia Scale (A-MISO-S) costruita a partire dalla Yale-Brown Obessive-Compulsive Scale (Y-BOCS). Da evidenziare che il 52,4% dei pazienti ha riportato una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità; soltanto 5 pazienti del campione hanno effettuato controlli audiologici.

Jastreboff e Jastreboff (2014) ritengono che nello studio di Schröder (2013) si è tenuto conto solo di una popolazione di tipo psichiatrico e che invece, secondo la loro esperienza, i pazienti con misofonia non presentano generalmente disturbi di questo tipo; anche qui non riportano stime precise e metodi di valutazione psichiatrica. Avvalorano la loro posizione dichiarando che i pazienti misofonici sono migliorati con un trattamento combinato tra counseling e terapia sonora specifica, senza nessun tipo di intervento psichiatrico. A detta degli autori il trattamento è risultato efficace per 139 pazienti su 167 (83% dei casi); l’assessment è stato effettuato con un’intervista strutturata da loro prodotta a partire dalla Tinnitus Retraining Therapy e non riportano dati sul follow-up.

La realtà attuale è che la scarsità degli studi non permette di delineare linee di intervento psicoterapeutico precise, né tantomeno sulla possibilità di un trattamento farmacologico.

 

Misofonia: possibili trattamenti

Uno studio piuttosto scarno su due giovani con misofonia (McGuire et al., 2015) utilizza la CBT con tecniche di esposizione e prevenzione della risposta per incrementare l’abituazione agli stimoli non tollerati. Unici test somministrati nell’assessment sono il Misophonia Questionnaire e la Misophonia Severity Scale, entrambi non ancora validati.

L’unico case study di Bernstein e colleghi (2013), piuttosto dettagliato, illustra un protocollo CBT (Cognitive Behavioural Therapy) per l’ansia adattato alla misofonia ed include ristrutturazione dei pensieri automatici, esposizioni, modificazione delle strategie di coping disfunzionali, training attentivo e lavoro sull’assertività. Alla fine dello studio gli autori riportano un punto importante emerso dal trattamento: la paziente ha capito che sotto il disturbo c’era il pensiero che i suoi bisogni non erano importanti per le persone vicino a lei… peccato che questo aspetto, a mio avviso preminente, non sia stato particolarmente trattato lungo il percorso terapeutico.

 

Conclusioni

Quanto riportato non pretende di essere un’esposizione esaustiva a proposito di una patologia ancora poco conosciuta, ma intende stimolare l’interesse degli esperti, sia nel campo della mente che in quello dell’udito, per effettuare diagnosi più accurate sulla base di criteri omogenei e per avviare ricerche scientifiche in merito. Questo tipo di lavoro, a mio avviso, comporta la necessità di un approccio multidisciplinare troppo spesso sottovalutato e, soprattutto, poco utilizzato.

Infine, credo sia necessario far conoscere ai pazienti le caratteristiche di questo disturbo, fornendo loro informazioni scientifiche aggiornate, affinché possano essere consapevoli dei trattamenti oggi disponibili, in modo da evitare di intraprendere un percorso terapeutico basato su false cure “miracolose” come già succede, in alcuni casi, per il trattamento degli acufeni.

Le rappresentazioni sociali: immagini, rappresentazioni, stereotipi e pregiudizi

Rappresentazioni sociali: Una rappresentazione mentale è, infatti, un pensiero operato in sostituzione di un oggetto, persona o evento percepito in precedenza, pensiero che è il risultato di un processo percettivo e cognitivo in relazione diretta o elaborata con lo stimolo percepito.

Rossella Pavani, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

Le rappresentazioni sociali: definizioni

Le rappresentazioni sociali sono alla base dei complessi meccanismi della produzione della conoscenza sociale e dell’agire di ognuno di noi; sono un fondamentale costrutto teorico, ma soprattutto [blockquote style=”1″]uno strumento indispensabile per comprendere ed eventualmente modificare i comportamenti collettivi[/blockquote] (Palmonari & Emiliani, 2014).

Le rappresentazioni: ovvero “la mappa non è il territorio”?
Per iniziare una disamina intorno alle rappresentazioni sociali, si potrebbe partire parafrasando la suggestione condivisa da Bell (1945) e da Korzybsky (1958) sulla constatazione che la mappa non corrisponde alla cosa mappata, ma rispetto alla quale, in qualche modo, ci muoviamo come se lo fosse.

Una rappresentazione mentale è, infatti, un pensiero operato in sostituzione di un oggetto, persona o evento percepito in precedenza, pensiero che è il risultato di un processo percettivo e cognitivo in relazione diretta o elaborata con lo stimolo percepito. [blockquote style=”1″]È un rimandare di qualcosa a qualcosa che è altro[/blockquote] (Ruggiero, 2011).

L’oggetto della rappresentazione si presenta come un [blockquote style=”1″]insieme complesso di idee, immagini, informazioni, atteggiamenti e valori tenuto insieme da un sistema cognitivo avente una propria logica e un proprio linguaggio[/blockquote] (Grande, 2005) che dipende sia dal soggetto che lo costruisce/esprime, sia dall’oggetto esterno o sociale che lo suscita. Il sistema rappresentativo è caratterizzato da tre dimensioni: l’informazione, ovvero le conoscenze possedute sull’oggetto rappresentato; l’atteggiamento, che indica le disposizioni favorevoli o contrarie verso l’oggetto rappresentato; e il campo della rappresentazione, cioè la struttura che organizza, articola e dispone gerarchicamente le unità di informazione (Moscovici, 1976, Grande, 2005).

Rappresentare una situazione, per Moscovici (1976), [blockquote style=”1″]non vuol dire semplicemente sdoppiarla, ripeterla o riprodurla, vuol dire ricostruirla ritoccarla, cambiarne il testo.[/blockquote] Nel processo ri-costruttivo, ad un’immagine si sovrapporrà inevitabilmente un significato di natura simbolica, impedendone, di fatto, una “rappresentazione oggettiva”. Ciò avviene soprattutto perché l’individuo non costruisce da zero la realtà, ma subisce una contaminazione anche da parte di elementi/significati/valori che circolano nella sua società e nel suo tempo. Attorno agli “oggetti”, gli individui formeranno delle “idee calde, cariche di significati emozionali” (Gastaldi & Contarello, 2006) e quando la conoscenza sarà elaborata e condivisa collettivamente, attorno a quell’oggetto, a quel punto divenuto sociale, per Moscovici e Farr (1989) si creeranno delle rappresentazioni sociali che non sono semplicemente [blockquote style=”1″]opinioni su o atteggiamenti verso, ma sono di diritto teorie o branche della conoscenza che vengono usate per la scoperta e l’organizzazione della realtà.[/blockquote]

Rendendo familiare ciò che è estraneo o distante dall’esperienza dei membri di un gruppo, per Palmonari, Rubini e Cavazza (2002), non solo si faciliterà la comunicazione in merito ad una realtà comune, ma il sapere condiviso avrà anche la funzione di guida del comportamento, appiattendo ed omologandone i tratti. Questa articolazione, che gli autori definiscono “dinamica ed evolutiva” tra componenti individuali e sociali, mostra la natura sociale e collettiva che gli individui hanno di loro stessi e del modo in cui si porranno nel mondo che li circonda, evidenziando la pervasività delle rappresentazioni sociali nelle azioni quotidiane. Anche per lo stesso Moscovici (1991) le rappresentazioni sociali [blockquote style=”1″]mostrano un potere d’influenza notevole, perché non è più possibile distinguerle dal mondo dell’esperienza collettiva che le reifica. Insinuandosi in tutte le azioni reciproche e le cerchie sociali, diventano il codice genetico […] delle combinazioni successive.[/blockquote]

 

Le rappresentazioni sociali e le categorizzazioni

In questa direzione il contributo di Tajfel appare fondamentale; come riportato da Rubini (2003), egli opera una distinzione fra categorizzazione tout court (raggruppamento di oggetti/eventi per similarità, che permette una riduzione del carico cognitivo) e categorizzazione sociale. Quest’ultima, oltre ad essere caratterizzata dalle funzioni cognitive che regolano i normali processi di classificazione degli stimoli (semplificazione e ordinamento della realtà percepita), è carica di valori sociali che influenzano la divisione dell’ambiente sociale in “noi” e “loro”.

Fra gli effetti cognitivi prodotti dalle categorizzazioni sociali, oltre alla semplificazione euristica della realtà, saranno presenti delle distorsioni valutative come l’effetto contrasto (la sovrastima delle differenze intercategoriali – “noi siamo diversi da loro”) e l’effetto assimilazione (l’accentuazione delle somiglianze intracategoriali – “loro sono tutti simili”). L’espressione di questi due effetti comporta una maggiore variabilità percepita fra i membri dell’ingroup dovuta all’effetto della familiarità e, di conseguenza, la percezione di un’omogeneità nell’outgroup (Rubini, 2003).

La spiegazione che viene ipotizzata da Tajfel (1974) sul comportamento ingroup/outgroup si rifaceva al bisogno degli individui di raggiungere la differenziazione o specificità positiva del proprio gruppo, attraverso la quale derivava la valorizzazione della propria identità sociale. Questi sono gli assunti di base della teoria dell’identità sociale (Tajfel & Turner, 1979) che è definita [blockquote style=”1″]motivazionale per il fatto che la forza psicologica che spinge gli individui all’appartenenza ai gruppi sociali è l’enfatizzazione o il mantenimento della stima di sé. Il raggiungimento della specificità positiva del proprio gruppo produce un riverbero positivo sull’immagine di sé[/blockquote] (Rubini, 2003).

È invece slegando l’autostima dalle idee di base della teoria dell’identità sociale, che Turner (1985) formulò la teoria della categorizzazione del Sé, attraverso la quale cercava di dar conto non solo delle differenze percepite ma anche dei comportamenti effettivi. Turner sosteneva che le identità sociali fossero le responsabili del comportamento intergruppi e ciò è evidente proprio dal fatto che le persone che si identificano in un gruppo si comporteranno in modo coerente con gli altri membri del gruppo. Da un punto di vista cognitivo la teoria mette in risalto che [blockquote style=”1″]il Sé non si configura come un’entità fissa ma piuttosto come qualcosa che dipende dal contesto intergruppi saliente[/blockquote] (Cognizione sociale, 2009), facendo risaltare gli aspetti psicologici dell’appartenenza ad un gruppo, accentuandone quelle caratteristiche prototipiche e stereotipiche che aumentano la percezione di somiglianza fra sé e i membri dell’ingroup.

 

I processi di stereotipizzazione: dalle rappresentazioni sociali ai pregiudizi

Sarà appunto la tendenza ad assimilare fra loro gli elementi che compongono una determinata categoria, attenuandone o appiattendone le differenze interne (Rubini, 2003), che farà diventare la categorizzazione sociale “conoscenza in senso comune”, nella misura in cui essa concorre alla costruzione consensuale della nostra realtà quotidiana (Grande, 2005).

Il collegamento fra le rappresentazioni sociali e la nascita dello stereotipo era stato avviato dal giornalista Walter Lippmann (1922) il quale, oltre a coniare il termine stereotipo mutuandolo dall’ambiente tipografico, sosteneva che gli individui si approcciassero alla realtà non in modo diretto, ma attraverso delle immagini mentali che ognuno si forma su un particolare della propria realtà (Mazzara, 1997). Per l’autore, queste immagini mentali costituiscono un filtro, uno “pseudo-ambiente” attraverso il quale l’individuo interagisce, e ciò che ne passa attraverso sono semplificazioni, spesso grossolane. Come riportato in un suo recente articolo, Fiore (2015) definisce uno stereotipo come [blockquote style=”1″]una scorciatoia mentale usata per incasellare persone o cose in determinate categorie stabilite. Sono delle valutazioni rigide, inflessibili, che si riferiscono a concetti mai appresi in maniera diretta, ma mediati dal senso comune.[/blockquote]

In ragione del fatto che, bypassando le verifiche empiriche dirette, uno stereotipo si propone di [blockquote style=”1″]rappresentare gruppi e non individui, immagini globali e non specifiche rappresentazioni di singole persone[/blockquote] (Arcuri & Cadinu, 2011), ne deriva che la realtà rappresentata si articolerà in prospettive contrapposte secondo il punto dal quale ci si colloca per osservarla. Proprio per il fatto che entra in gioco lo status del gruppo, gli stereotipi non sono dei sistemi di [blockquote style=”1″]rappresentazione «neutrali»: essi normalmente veicolano in maniera implicita sistemi di valore, gerarchie di criteri, preferenze e giudizi tendenziosi[/blockquote] (Arcuri & Cadinu, 2011) che spesso offrono una base fertile, un “nucleo cognitivo” al pregiudizio (Mazzara, 1997).

Per Fiore (2012) lo stereotipo è spesso collegato al pregiudizio dal momento che è una [blockquote style=”1″]rappresentazione mentale di un preconcetto, vale a dire l’insieme degli elementi di informazione e delle credenze circa una certa categoria di oggetti, rielaborati in un’immagine coerente e tendenzialmente stabile, in grado di sostenere e riprodurre il pregiudizio nei loro confronti.[/blockquote]

Nelle scienze sociali il termine pregiudizio somma così, oltre al significato più comune di giudizio emesso a priori (e in assenza di dati empirici), due ulteriori precisazioni: la prima è che ci si riferisce principalmente a specifici gruppi sociali e la seconda, che sia di solito sfavorevole perché tende a penalizzare l’oggetto del giudizio stesso (Mazzara, 1997). Come lo stereotipo, anche il pregiudizio può essere positivo, utile e corretto seppur formulato in assenza di validazione empirica, ma il crinale fra l’esigenza utilitaristica di classificare un mondo incredibilmente vario e complesso e farne un uso distorto, per Mazzara (1997), sta nel motivo per cui un determinato tratto entra a far parte di una categoria. Per l’autore avviene [blockquote style=”1″]un’estensione dai requisiti di base che definiscono la categoria e che sono relativi ad appartenenze sociali, a requisiti accessori di tipo psicologico, e riguardano i tratti di personalità, le disposizioni, le qualità morali.[/blockquote]

L’accezione negativa di pregiudizio è, di solito, predominante e può concretarsi in stigma quando in una società [blockquote style=”1″]sono consolidate e culturalmente condivise delle credenze che assegnano ad alcuni gruppi una posizione di inferiorità e li fanno oggetto di espressioni di disprezzo [/blockquote](Arcuri & Cadinu, 2011).

Per Clark (1965) il grave rischio per gli individui presi di mira da forme di stigma sociale è che dubitino del loro valore, indebolendo la loro autostima, offrendo ulteriormente il fianco a successive ed ulteriori espressioni negative. Sebbene i dati riportati da Fiske e Taylor (2009) rivelino che solo il 10% della popolazione occidentale detiene stereotipi manifesti, non si può certo affermare che razzismo o sessismo siano scomparsi, ma piuttosto che siano celati sotto forme latenti, sottili, di “razzismo riluttante”. La maggior parte delle persone, infatti, rifiuta l’idea di poter detenere delle credenze o delle intenzioni razziste (Gaertner & Dovidio, 1986) e ciò può essere determinato dal tentativo di rifuggire a loro volta dal marchio/stigma di individui poco politically correct, rivolto verso coloro i quali si siano sbilanciati ad esprimerli apertamente. Tutto ciò può comportare un adeguamento, una conformazione a norme e credenze che siano ritenute collettivamente più accettabili, spesso celandole sotto mentite spoglie, le quali però continuano a far sentire gli effetti dei bias a chi ne è stato fatto oggetto (Fiske & Taylor, 2009).

Molte delle pubblicazioni (per una rassegna si veda Wheeler & Petty, 2001) mostrano che l’attivazione degli stereotipi può influenzare il comportamento degli individui. Gli autori analizzarono i dati operando tre principali distinzioni: fra stereotipi positivi e negativi; fra stereotipi che riguardano il proprio gruppo (self-stereotype) o il gruppo a cui non si appartiene (other-stereotype); fra l’effetto comportamentale dell’assimilazione o quello del contrasto. Le loro analisi mostrano come, nella maggioranza degli studi presi in considerazione, le persone assimilano il loro comportamento allo stereotipo attivato. Inoltre, temendo di confermare con la propria prestazione lo stereotipo (Fiske & Taylor, 2009), le persone subirebbero una sorta di “minaccia da stereotipo” (Steele, 1997), la quale consente di predire che l’essere costretti a confrontarsi con auto-stereotipi negativi salienti porterà i membri di un gruppo svantaggiato a peggiorare le proprie performance in un compito per il quale sono stati ritenuti “meno adatti” (Fiske & Taylor, 2009; Wheeler & Petty, 2001).

Per Fiore (2012) la ragione che ci spinge ad adottare e mantenere gli stereotipi non è per una deprecabile [blockquote style=”1″]tendenza all’errore, ma per non rimanere senza schemi e senza aspettative[/blockquote] e questo comporterebbe degli innegabili benefici da un punto di vista cognitivo, in quanto si riescono ad accumulare dati sul mondo che ci circonda assimilando le nuove informazioni a quando precedentemente appreso e già in memoria, per ridurre operazioni complesse ad azioni semplici.

Ciò può avvenire attraverso l’uso di euristiche, semplici strategie cognitive, forme semplificate ed economiche di ragionamento, che costituiscono strumenti in grado di ridurre la complessità degli elementi e di fornire una spiegazione “al meglio” di quanto viene comunicato. Vi è una quantità di informazioni praticamente illimitata alla quale siamo esposti quotidianamente: parte di essa potrebbe essere influente sulle decisioni che si prendono nella vita, ma un’altra parte potrebbe essere di dubbio valore. Per Fiske & Taylor (2009), dati i vincoli temporali, per complessità o mole delle informazioni rilevanti, [blockquote style=”1″]non è realistico che, per formulate i propri giudizi, il pensatore sociale utilizzi strategie esaustive.[/blockquote] In molte circostanze si comporta come una persona che “si accontenta” di effettuare inferenze e decisioni adeguate, piuttosto che come un “ottimizzatore” che cerca di arrivare alle inferenze e alle decisioni che siano le migliori in assoluto.

Il modello sistemico dei disturbi alimentari

Modello sistemico dei disturbi alimentari: Minuchin parla di “famiglia anoressica”, una terminologia che sottolinea ed evidenzia come la famiglia sia al centro dell’attenzione e la paziente designata sia semplicemente la portatrice di un sintomo all’interno di un sistema più complesso. In questo contesto diventa importante osservare e valutare le relazioni che intercorrono nella famiglia, il panorama trigenerazionale, le linee generazionali, i triangoli all’interno della famiglia e i miti che percorrono le famiglie delle anoressiche.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARIIl modello sistemico dei disturbi alimentari – (Nr. 27)

Il modello sistemico dei disturbi alimentari

La terapia sistemico-relazionale e familiare, partendo dalla teoria dei sistemi, si focalizza sui rapporti all’interno della famiglia, sui giochi relazionali e sui sottosistemi familiari.

Minuchin (1984) parla di anoressia come sindrome psicosomatica caratterizzata da sintomi sia di natura fisica sia psichica. Certi tipi di organizzazione familiare sono strettamente correlati allo sviluppo e al mantenimento di sindromi psicosomatiche; non è l’individuo ad essere sintomatico ma il sistema stesso. I confini interni tra i membri sono praticamente assenti (invischiamento), mentre i confini con l’esterno sono molto rigidi.

Minuchin parla di “famiglia anoressica”, una terminologia che sottolinea ed evidenzia come la famiglia sia al centro dell’attenzione e la paziente designata sia semplicemente la portatrice di un sintomo all’interno di un sistema più complesso. In questo contesto diventa importante osservare e valutare le relazioni che intercorrono nella famiglia, il panorama trigenerazionale, le linee generazionali, i triangoli all’interno della famiglia e i miti che percorrono le famiglie delle anoressiche. La famiglia diventa la matrice dell’identità, il luogo dove viene definito il proprio sé.

Il modello sistemico dei disturbi alimentari: la famiglia anoressica

Selvini Palazzoli (2006) prende in considerazione gli stili comunicativi e i modelli interattivi, notando come ogni diversità venga azzerata con una costante opera, dall’esterno, di ridefinizione delle emozioni, che non vengono negate bensì disconfermate. Ogni membro non fa qualcosa perché lo desidera, ma lo fa in rapporto alle esigenze altrui e “per il bene di qualcun altro”. Si parla di “matrimonio a tre” dove ogni membro è come se fosse sposato con due persone: il padre con la madre e la figlia, la figlia con il padre e la madre ecc. Tutto ciò non permetterà alla figlia di condurre una vita autonoma.

A questo quadro si affianca anche la presa in considerazione della realtà intrapsichica, non solo della figlia ma anche della madre, che spesso, sotto l’apparenza esteriore di moglie sottomessa, nasconde idee di ribellione e di abbandono non assecondate solo per paura della condanna sociale.

L’emacipazione del corpo esprime un comportamento paradossale: l’onnipotenza della schiavitù. L’anoressica si sente onnipotente perché attaccando il corpo come un oggetto esterno, possedimento della madre che non riconosce i bisogni altrui, colpisce là dove è riposta la potenza dell’altro; sottrae il suo corpo alla madre in modo che non possa, attraverso il cibo, plasmarlo secondo i suoi desideri.

L’anoressia, dunque, è un disturbo che riflette modalità particolari di funzionamento familiare, quali la tendenza a evitare i conflitti, un atteggiamento eccessivamente protettivo dei genitori nei confronti dei figli, una mancanza di regole chiare e di confini tra i membri della famiglia, da cui risulta un’eccessiva intrusione di ciascuno negli spazi dell’altro. Allo stesso modo, le madri delle ragazze anoressiche sono quasi tutte iperprotettive e dominanti. Sembra che in queste famiglie siano incoraggiati e premiati la disciplina e il successo, più che la conquista dell’autonomia e di una consapevolezza matura. Un’apparente armonia tra i membri della famiglia diventa il modo in cui ci si preserva dall’affrontare i problemi e si mantiene la stabilità.

Il modello sistemico dei disturbi alimentari: la famiglia dei pazienti obesi o bulimici

Anche lo sviluppo dell’obesità e della bulimia sembrano essere collegati a caratteristiche familiari particolari, come la presenza di una madre iperprotettiva e una mancanza di calore, supporto nei confronti del soggetto. Le figlie obese si sentono colpevolizzate, come se non riuscissero a perdere peso per una mancanza di volontà e di controllo. L’invischiamento, ovvero la mancanza di confini, è quella situazione familiare in cui si attribuisce un’importanza fondamentale alla relazione con l’altro. Chi cresce in questa famiglia dà un valore capitale alla relazione con l’altro, quasi che l’altro definisca il sé della persona stessa. Un sistema così chiuso e protetto cela in realtà una forte conflittualità che diventa una dinamica manifesta all’interno della famiglia stessa.

Andando in cerca di un senso di identità e di autonomia, le ragazze non accettano nulla di quanto i genitori o il mondo che le circonda possono offrire; preferirebbero morire di fame piuttosto che continuare una vita di accomodamenti. Invischiamento e iperprottetività vanno nelle famiglie anoressiche di pari passo. Talvolta la figura paterna è in posizione periferica nella famiglia. Gli impegni di lavoro, il modello culturale, ormai superato in una società in cui sia l’uomo sia la donna lavorano fuori casa, lo portano a delegare quasi completamente il compito di seguire i figli alla madre. Questo comportamento paterno può generare nei figli un senso di abbandono e di inadeguatezza, per cui finiscono erroneamente per considerarsi poco importanti per il genitore. Inoltre, durante l’adolescenza, talvolta le figlie entrano in conflitto con la madre, mentre risulterebbe più armonico il rapporto con il padre.

Le ragazze tendono a dipingere un quadro positivo della loro famiglia. Si tratta, in parte, di una negazione diretta dei fatti o del timore di trovarsi costretti a esprimere una critica; ma è anche espressione di eccessivo conformismo: quello che dicono i genitori è sempre giusto e le ragazze si rimproverano di non essere abbastanza buone. In molte famiglie si pone l’accento su un comportamento educato e i genitori sono fieri della loro bambina perfetta che non ha mai manifestato i comuni atti di insubordinazione infantile, come il contraddire, la caparbietà o l’ira. Infatti, la mancata espressione dei sentimenti, specie di quelli negativi, è una regola generale finché non si manifesta il problema e l’antica bontà cede il passo a un negativismo indiscriminato.

Molti giovani si preoccupano dell’impressione che fanno, di quello che la gente penserà e dell’immagine che rimandano alla società. Le famiglie di anoressiche sembrano quadri ben dipinti perfetti, da esporre al mondo. Una pace a tutti costi, un rapporto ostentatamente corretto e rispettoso quasi una caricatura dello stesso: se si osservassero attentamente le dinamiche interne, le disconferme tra i diversi membri e le squalifiche apparirebbero continue. Esiste la possibilità che nelle famiglie anoressiche esista una polarità semantica di fondo “vincente/perdente” e questa squalifica rappresenterebbe esattamente la necessità di uscire vittorioso dalla lotta.

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

 

Dipendenza da cocaina e ricadute: la rilevazione dell’elettricità corticale

Una nuova ricerca condotta alla Mount Sinai School of Medicine (MSSM) di New York City, indica che gli adulti dipendenti da cocaina possono essere più vulnerabili alle ricadute negli intervalli di tempo compresi tra due giorni e un mese di astinenza, e tra uno e sei mesi.

Questo è quanto risultato dalle rilevazioni condotte tramite elettroencefalogramma (EEG). I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista JAMA Psychiatry, mostrano come il periodo più intenso per la brama della sostanza, corrisponde paradossalmente con il periodo di rilascio dai trattamenti per la tossicodipendenza.

Per oltre cinque anni e mezzo, il team di ricerca ha raccolto i dati provenienti da registrazioni EEG di 76 adulti dipendenti da cocaina, in diverse fasi di astinenza (due giorni, una settimana, un mese, sei mesi e un anno). L’elettroencefalogramma è stato effettuato mentre i partecipanti stavano esaminando diversi tipi di immagini, comprese scene di individui che simulavano l’uso di cocaina (ricerca, preparazione, assunzione). In seguito a questa fase veniva richiesta la compilazione di un questionario self-report al fine di valutare il loro livello di desiderio durante la visione di tali immagini.

Discussione dei risultati

E’ stato il primo studio che ha utilizzato un EEG per quantificare il livello di attivazione cerebrale indotto dal desiderio per la sostanza in soggetti cocainomani. Studi precedenti erano stati condotti solo su popolazioni animali.

Il risultato più interessante dello studio, è stato rilevare la mancanza di correlazione tra le misure di attivazione registrate dall’EEG e le affermazioni self-report. Mentre queste ultime segnalavano una diminuzione della percezione del desiderio con l’aumentare della durata dell’astinenza, i dati dell’EEG hanno provato il contrario, ossia che l’attivazione fisiologica era più alta.

[blockquote style=”1″]I nostri risultati sono importanti perché identificano un periodo oggettivamente accertato di vulnerabilità alle ricadute[/blockquote] dice Muhammad Parvaz, autore principale dello studio. [blockquote style=”1″]Purtroppo, questo periodo di vulnerabilità, coincide con la finestra di scarico della maggior parte dei programmi di trattamento, aumentando forse la propensione dei pazienti alle ricadute.[/blockquote]

[blockquote style=”1″]I risultati di questo studio sono allarmanti, in quanto suggeriscono che molte persone alle prese con la tossicodipendenza, vengono rilasciate dai programmi di trattamento nel momento in cui hanno un maggiore bisogno di supporto[/blockquote] ha detto Rita Goldstein, professore di psichiatria e neuroscienze presso la MSSM.[blockquote style=”1″] I nostri risultati potrebbero, nel prossimo futuro, guidare per mettere a punto nuove strategie di trattamento alternative, più individualizzate e funzionali, riguardo alle tempistiche di azione e conclusione del trattamento.[/blockquote]

La relazione tra alimentazione ed esperienze sociali nei primi anni di vita

Secondo uno studio pubblicato all’interno di Proceedings of the National Academy of Sciences i bambini, durante il pasto prestano molta attenzione al cibo che viene mangiato dalle persone che stanno loro intorno, e soprattutto al cibo che loro stessi mangiano. Inoltre all’interno dello studio si parla di un crescente corpo di ricerca, il quale suggerisce che i bambini molto piccoli sono in grado di pensare in maniera sofisticata ai diversi spunti sociali che gli si presentano.

Lo studio

La ricerca ha evidenziato che i bambini, quando sono a tavola, fanno molto di più dell’apparente giocare con il biberon o con gli oggetti che trovano a portata di mano.

Gli autori hanno osservato che i bambini di 1 anno possiedono aspettative sulle persone che equivalgono a quelle che possiedono per il cibo, a meno che queste persone appartengano a diversi gruppi sociali o culturali (ad es. parlare una lingua differente). Come ha dichiarato Kinzler, una co-autrice dello studio, lo studio sottolinea quanto le nostre scelte alimentari siano strettamente collegate al nostro pensiero sociale.

[blockquote style=”1″]Nei primi anni di vita i bambini sono sensibili ai gruppi culturali. Quando i bambini vedono qualcuno mangiare, non stanno solo imparando a conoscere il cibo, ma imparano anche a conoscere chi mangia cosa con chi. Questo perché la capacità di formulare attribuzioni sulle persone come “uguale o diversa”, e “noi o loro” compare molto precocemente[/blockquote] ha dichiarato Kinzler.

Kinzler, Liberman, Woodward e Sullivan, hanno impostato una serie di studi in cui hanno mostrato a più di 200 bambini dell’età di 1 anno una serie di video raffiguranti persone che esprimevano pareri di simpatia o antipatia sugli alimenti. Quando i bambini vedevano due persone che parlavano la stessa lingua o che agivano come se fossero amici, i bambini si aspettavano che ai due protagonisti piacessero gli stessi cibi. Quando invece vedevano due persone che parlavano lingue diverse o che agivano come se fossero nemici, i bambini si aspettavano che ai due protagonisti piacessero cibi differenti.

Gli studi hanno approfittato di un fatto ben noto in psicologia dello sviluppo: i bambini prestano maggior attenzione ad azioni nuove o a cose che si discostano dalle loro aspettative generali del mondo.

Lo studio inoltre ha evidenziato che i bambini hanno un pensiero leggermente diverso quando si tratta di alimenti che li possono danneggiare. Quando i bambini vedevano una persona disgustata dal mangiare un determinato cibo, si aspettavano che anche la seconda persona sarebbe stata disgustata da quel cibo, anche nel caso in cui la seconda persona faceva parte di un gruppo sociale diverso. Ciò suggerisce che i bambini potrebbero essere particolarmente vigili relativamente alle informazioni sociali che potrebbero segnalare pericolo.

I ricercatori hanno inoltre scoperto che vi sono discrepanze tra i vari bambini relativamente a ciò che essi identificano come differenze culturali significative. Mentre per i bambini monolingue persone che parlano lingue diverse mangiano cibi differenti, per i bambini bilingue le persone che parlano lingue diverse potrebbero mangiare gli stessi cibi. Kinzler ha ipotizzato che questo avvenga in quanto i bambini bilingue potrebbero aver sperimentato una situazione simile in casa, dove sono presenti persone che parlano lingue diverse riunite intorno allo stesso tavolo.

Conclusioni

Pertanto è importante che i genitori tengano in considerazione il fatto che quando mangiano tutti insieme, i loro bambini li stanno osservando. Alimentare il proprio bambino con la dieta perfetta, mentre allo stesso tavolo genitori e amici si nutrono con del cibo spazzatura è piuttosto inutile, in quanto in quel momento il bambino sta imparando qualcosa sul cibo e sulle esperienze sociali delle persone che lo mangiano.

Assunzione di cannabis e ridotta motivazione a guadagnare tramite il lavoro

Un nuovo articolo pubblicato su Psychopharmacology dimostrerebbe in maniera affidabile gli effetti a breve termine del consumo di cannabis sulla motivazione negli esseri umani. Infatti, secondo i risultati di questo studio, fumare l’equivalente di uno spinello di cannabis renderebbe la gente meno disposta a lavorare per soldi.

 

Lo studio

Nel presente studio sono stati reclutati 57 volontari. Nella prima parte dell’esperimento 17 soggetti che avevano utilizzato cannabis di tanto in tanto, inalavano vapori di cannabis o cannabis-placebo (vapore acqueo) in condizioni separate. Subito dopo completavano un compito progettato per misurare la loro motivazione a guadagnare soldi. In ogni prova i volontari potevano decidere se completare le attività a basso o alto sforzo per vincere diverse somme di denaro.

I risultati mostravano che le persone sotto l’effetto della cannabis erano significativamente meno propense a scegliere l’opzione ad alto sforzo.

Nella seconda parte dello studio, 20 persone dipendenti da cannabis venivano abbinate a 20 partecipanti del gruppo di controllo che avevano riportato il medesimo pattern di consumo di altre droghe (esclusa la cannabis). I partecipanti non potevano consumare altre droghe all’infuori del caffè e del tabacco nelle 12 h antecedenti lo studio e completavano lo stesso compito assegnato al gruppo della prima parte dello studio.
I risultati evidenziavano come non ci fossero differenze nella motivazione tra i volontari cannabis-dipendenti e il gruppo di controllo.

 

Conclusioni

Quindi i ricercatori inizialmente avevano ipotizzato che la cannabis potesse inficiare la motivazione dei soggetti se consumata per lunghi periodi. Questa ipotesi è stata però scartata quando i ricercatori hanno confrontato le persone dipendenti da cannabis con i soggetti del gruppo di controllo, entrambi quando non avevano assunto cannabis, concludendo che non vi era alcuna differenza nei livelli di motivazione. Sembrerebbe quindi che l’utilizzo di cannabis a lungo termine non comporterebbe problemi di motivazione residui. Sottolineiamo però che questi risultati non sono sufficienti per affermare con sicurezza l’assenza di effetti sulla motivazione; occorreranno infatti delle ricerche longitudinali.

Il primo giorno di scuola: differenze tra passato e modernità

Il primo giorno di scuola con la sua ritualità ci protegge. Ma anche con il suo valore iniziatico. Forse soprattutto il primo giorno del primo anno di elementari, in cui ci si separa da quello dei genitori che ci accompagna a scuola. Nella mia infanzia si era lasciati incustoditi più facilmente e più precocemente, almeno così mi pare di ricordare, e andai da solo al mio primo giorno di elementari. Oggi mi pare non più, anche perché non si ha più la sensazione di vivere in un quartiere in cui ci si conosce in po’ tutti.

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 10/09/2016

I rituali del primo giorno di scuola

Non so se il primo giorno di scuola sia un rito di iniziazione, un ingresso in un’età adulta. Primo giorno di quale scuola, poi? Delle elementari, delle medie, delle superiori? E di quale anno? Dal primo anno delle scuole elementari all’ultimo delle superiori si srotola negli anni un nastro di primi giorni che prolunga per tutta l’infanzia e l’adolescenza una periodica iniziazione.

Mancando un rito vero e proprio, una separazione netta che ci separi dalla nostra immaturità pilucchiamo qua e là occasioni che lentamente ma mai del tutto ci fanno proseguire nel nostro viaggio. Eppure pare che questi eventi rinnovati aiutino a controllare le condotte più disturbate. Il solito studio di psicologia cin informa che i più gravi disturbi infantili e giovanili, i terribili disturbi di carenza dell’attenzione e iperattività (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ADHD), della condotta (Conduct Disorder, CD) e oppositivo provocatorio (Oppositional Defiant Disorder, ODD) si sviluppano in ambienti degradati, in cui queste scansioni rituali del tempo, della giornata e dell’anno, sono assenti.

 

I riti del passato e le differenze col presente

Così il primo giorno di scuola con la sua ritualità ci protegge. Ma anche con il suo valore iniziatico. Forse soprattutto il primo giorno del primo anno di elementari, in cui ci si separa da quello dei genitori che ci accompagna a scuola. Nella mia infanzia si era lasciati incustoditi più facilmente e più precocemente, almeno così mi pare di ricordare, e andai da solo al mio primo giorno di elementari. Oggi mi pare non più, anche perché non si ha più la sensazione di vivere in un quartiere in cui ci si conosce in po’ tutti. Che non si vivesse più in quartieri che erano piccoli paesi era già nell’infanzia di noi cinquantenni; già si viveva in grandi condomini spersonalizzanti, ma si andava avanti per inerzia con la vecchia mentalità di reciproca confidenza, le case di ringhiera a Milano o i bassi a Napoli. Oggi credo che tutti siano accompagnanti dalle mamme o dai papà alle elementari, e ci si liberi della tutela solo alle scuole medie e anche dopo. Ma sono impressioni, non ho dati da offrire.

Immaginiamo che un tempo fosse diverso, che queste cerimonie avessero un potere che le portava oltre la nudità dell’evento. In realtà non lo sappiamo, non ne sappiamo un bel nulla. Immaginiamo, appunto, ci beiamo di fantasie mitiche. E a loro volta quelle cerimonie rimandavano a miti, ovvero in fondo a fatti, a eventi accaduti. Quindi il cerchio si chiude: eventi sepolti nel tempo diventarono cerimonie rituali da ripetere ogni anno. E cerimonie ripetute ogni anno persero nel tempo ogni significato, diventando eventi annuali vissuti nella loro semplicità. Come il primo giorno di scuola. Quindi ora, nel presente, viviamo di nuovo nel mito? E il passato, che ci sembra mitico, invece si svolgeva dopo il mito?

In età romana la cerimonia che dava accesso alla maturità consisteva nella concessione al ragazzo acerbo di una veste, la toga virilis che andava a sostituire la toga praetexta, indossata per tutta la prima giovinezza e orlata di una fascia purpurea. La cerimonia avveniva al compimento di un certo anno di età, il quattordicesimo secondo alcune fonti, il diciassettesimo secondo altre. Veste che era dono del padre del ragazzo. E il permesso di indossarla significava il primo ingresso nel foro e nella vita pubblica da cittadino libero e adulto. Non so se questo accesso era vissuto con l’ansia del primo giorno di scuola. Probabilmente si.

Questa iniziazione a lungo desiderata avveniva in un giorno ben noto dell’anno, alla metà di marzo, giorno in cui cadevano insieme due feste e che quegli uomini antichi chiamavano “il sedicesimo giorno precedente le calende di aprile” (ante diem sextum decimum Kalendas Apriles). Era un giorno al crocevia tra l’inverno e le stagioni più temperate, un giorno in cui le menti degli uomini già presentivano la primavera. Era l’anno agricolo, in cui d’inverno ci si riposava insieme alla terra non coltivata e nei mesi temperati e caldi si lavorava. Che differenza con l’anno moderno e industriale, che come ben sappiamo inizia a settembre. Al giorno d’oggi ci si riposa d’estate e si lavora nei mesi freddi. È vero che il calendario ancora porta l’eredità di quelle età passate, dato che esso inizia a gennaio, nel profondo del freddo invernale. Ma è solo un residuo. Il vero capodanno è a settembre, quando si torna al lavoro e si iniziano le scuole. Con il primo giorno di scuola inizia l’anno, e questo è uno dei suoi significati rituali.

Quel giorno antico di marzo ospitava due feste. La prima erano gli Agonalia, festa in cui un sacerdote che portava un nome regale, il Rex Sacrorum -poiché in un tempo antichissimo e dimenticato questo sacerdote era stato Re degli uomini e dello Stato, ma poi egli aveva visto il suo dominio contrarsi alle sole cose sacre e si era ridotto da re a prete- sacrificava un capro a molti dei. Ora, questi dei erano tanti, un popolo numeroso, di un numero talmente elevato che nessuno poteva dire di conoscerli tutti. Ma di questi almeno quattro erano noti a ognuno. Il primo era Giano (Janus), il Dio bifronte e italico, colui che custodiva la pace ma sapeva senza titubanza aprire la porte alla guerra, quando necessario. Lo seguiva in processione Liber Pater, il padre Libero o Bacco, Dio non solo del vino, ma anche della benedetta fecondità. Dopo accorreva Vedovius, dio bizzarro e oscuro, ben conosciuto solo agli appassionati di storie e cose religiose, sfaccendati che raccontavano storie in piazza e sapevano dirti che questo Vedovius era un tipo dalle amicizie molteplici e contraddittorie, essendo assiduo sia della casa celeste Giove che della reggia sotterranea di Plutone. Ultima infine appariva in processione l’immagine del Sol Indiges, il Sole indigeno e ancestrale della città.

Ma questa era solo la prima delle due feste. La seconda festa erano i Liberalia, la festa del già menzionato dio Liber Pater. I Liberalia erano una festa popolare, celebrata non sulla sacralità separata e altezzosa degli altari dei grandi templi nel Foro, ma nelle case e per le strade, da donne che su banchetti di legno preparavano piccoli pani insaporiti con miele e poi, coronate di edera, agendo come sacerdotesse del dio, li offrivano ai passanti. E così nelle case le matrone facevano lo stesso in riti domestici, offrendo i loro piccoli pani mielati ai figli e al marito.

 

Considerazioni

Mi chiedo se queste mamme che portano i loro bimbi e le loro bimbe a scuola siano differenti da quelle donne che offrivano piccoli pani al miele su banchetti di legno. È una domanda oziosa finché non capita che, andato oggi che è venerdì 9 settembre accompagnando mio figlio all’Istituto dove ha il suo primo giorno, non incontriamo nell’atrio delle donne che offrono dolci a chi arriva. Probabilmente brioscine al cioccolato. Non ho osato controllare se ci fossero dolci al miele. Beh, queste madri in fondo sono simili alle loro antenate che festeggiavano l’ingresso alla maggiore età dei figli. Mentre vado via mi viene in mente che nello stesso giorno nelle campagne si tenevano processioni sacre alla rinnovata fertilità della terra, portando in giro grossi falli scolpiti nel legno.

Il disturbo ossessivo compulsivo e l’alto rischio di suicidio

Un recente studio pubblicato su Molecular Psychiatry ha stabilito che i pazienti affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo (OCD) siano 10 volte più a rischio di commettere suicidio rispetto alla popolazione generale.

Ogni anno circa 800’000 persone nel mondo si tolgono la vita (1,4% delle morti); i soggetti affetti da patologie mentali sono esposti ad un rischio maggiore di suicidio e tra chi commette suicidio circa il 90% soffre di un disturbo mentale.
Tuttavia, ben poca attenzione è stata dedicata al rischio di suicidio tra le persone colpite da OCD, per altro uno dei disturbi psichiatrici più comuni (Ruscio, Stein, Chiu & Kessler, 2010). Infatti, il disturbo ossessivo-compulsivo colpisce circa il 2% della popolazione generale (Ruscio et al., 2010), ha solitamente un decorso cronico e si associa ad una minore qualità di vita.

Storicamente il OCD è stato considerato un disturbo a relativo basso rischio di suicidio. Tuttavia, questa evidenza deriva principalmente da un ridotto numero di studi dai campioni piuttosto piccoli (Coryell, 1981; Goodwin, Guze, & Robins, 1969; Kringlen, 1965) e di questi inoltre il follow-up generalmente era breve e perciò insufficiente ad identificare un reale rischio di suicidio per questa patologia. Un recente studio epidemiologico ha concluso che gli individui con OCD (n = 10155) hanno un rischio triplo di suicidarsi rispetto ai controlli (Meier, Mattheisen, Mors, Schendel, Mortensen & Plessen, 2016).

 

Lo studio

Nel tentativo di fornire stime più accurate del rischio di suicidio tra questi pazienti e identificare i fattori di rischio e di protezione associati allo stesso, i ricercatori del Karolinska Istitutet in Svezia hanno analizzato 36788 soggetti contenuti nello Swedish National Patient Register (1969-2013). Stando ai risultati dello studio, 545 soggetti si erano suicidati e 4297 avevano tentato di farlo; il rischio di morte, quindi, era circa 10 volte superiore a quello della popolazione generale, mentre il rischio di suicidio circa 5 volte superiore. Dopo aver controllato l’effetto degli altri disturbi psichiatrici presenti (sebbene il 43,49% dei soggetti suicidatisi non riportavano altri disturbi in comorbilità), il rischio risultava inferiore, ma comunque la differenza con la popolazione di riferimento era sostanziale. La soluzione primariamente scelta per togliersi la vita risultava l’avvelenamento (ad es., overdose di psicofarmaci prescritti), sia per gli uomini che per le donne.

Tra la coorte di pazienti OCD, i precedenti tentativi di suicidio erano i predittori più affidabili del rischio di morte per suicidio, stabilendo, quando presenti, un rischio cinque volte superiore alla norma. Anche avere un disturbo di personalità o una dipendenza da sostanze in comorbilità aumentava il rischio di suicidio del 40-82%. Contrariamente, avere un disturbo d’ansia o possedere uno status socioeconomico elevato si configuravano come fattori protettivi.

 

Conclusioni

I ricercatori hanno perciò concluso che il disturbo ossessivo-compulsivo è in effetti un disturbo associato ad un significativo rischio di suicidio, anche in assenza di altre condizioni psichiatriche in comorbilità, al pari di altri disturbi come schizofrenia, disturbo bipolare, disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e superiore a quello del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) o alla dipendenza da alcol.

Identificare i fattori di rischio associati al suicidio risulta fondamentale per sviluppare protocolli taylor-made di intervento atti alla riduzione di tale rischio. Come infatti risulta dalla letteratura di riferimento, strategie di prevenzione come ridurre la prescrizione di psicofarmaci potenzialmente letali se assunti in grande quantità, incoraggiare il self-help, incrementare l’aiuto fornito da clinici, educatori e terze parti, hanno mostrato una buona efficacia nel prevenire il suicidio (Mann et al., 2005; Pirkis, San Too, Spittal, Krysinska, Robinson & Cheung, 2015). Tuttavia queste strategie non sono specifiche per i pazienti OCD e per tale motivo i futuri studi avranno l’onere di stabilire quale metodologia risulta maggiormente efficace per questo tipo di pazienti.

Uno sguardo su La fluidità sessuale. La varianza dell’orientamento e del comportamento sessuale, di Dettore e Lambiase

La fluidità sessuale: a distanza di 5 anni dalla sua pubblicazione, questo testo, l’unico in Italia nel suo campo di indagine, porta ad una riflessione estremamente attuale. Scritto da Davide Dèttore e Emiliano Lambiase, entrambi psicologi, psicoterapeuti ed esperti in campo sessuologico, tra le loro pubblicazioni troviamo Il disturbo dell’identità di genere (Dèttore, 2005), La disforia di genere in età evolutiva. Implicazioni cliniche, sociali ed etiche (Dèttore, Ristori, Antonelli, 2015), Omosessualità e psicoterapie. Percorsi, problematiche e prospettive (Lambiase, Cantelmi, 2009).

Greta Riboli

 

Questo saggio, strutturato in tre capitoli, tratta in particolare la fluidità dell’orientamento sessuale, passando in rassegna i maggiori studi sull’argomento. «Da questa breve rassegna bibliografica emerge come l’orientamento sessuale per molte persone non sia rigidamente fissato, o non venga percepito come tale, ma possa subire delle variazioni nel corso del tempo».

Nel primo capitolo, nonostante il focus del libro sia l’orientamento sessuale, vengono illustrati alcuni concetti fondamentali dell’identità sessuale, tra cui l’identità di genere e l’identità di orientamento sessuale, opportunamente distinta dall’orientamento sessuale [per una descrizione della terminologia vedere il glossario, NdR]. Questa scelta è dettata dal fatto che una giusta analisi dell’orientamento sessuale non può prescindere dalle altre componenti, sebbene non coincida con esse. «L’orientamento sessuale, infatti, è in parte, ma non del tutto, legato all’identità e al ruolo di genere e ne è altrettanto dipendente in un circuito “riverberante” di cui è impossibile determinare il punto di inizio».

Il secondo capitolo risulta essere il perno del libro. Gli autori hanno scelto e riportato alcuni tra gli studi condotti sulla fluidità dell’orientamento sessuale, a livello principalmente psicologico, ma anche sociologico e antropologico. Rispetto ad altri argomenti, il tema della sessualità fluida è stato poco indagato; le maggiori ricerche psicologiche sono state pubblicate negli USA a partire dal corrente millennio. Per quanto riguarda l’ambito sociologico e antropologico il materiale si riduce ulteriormente, probabilmente in quanto fino agli anni ’70 i comportamenti non eterosessuali non venivano considerati legittimi campi di indagine.

Un’ulteriore analisi viene condotta sulla metodologia utilizzata negli studi riportati. Gli autori notano come spesso gli strumenti di valutazione siano soggettivi, e presentano, a questo proposito, le tecniche oggettive di valutazione fisiologica utilizzate ad oggi e gli interessanti risultati raggiunti: durante la visione di immagini e filmati che riproducono diverse scene, alcune di queste erotiche “le donne rispondono primariamente alle attività sessuali eseguite dagli attori, mentre gli uomini rispondono primariamente al genere degli attori”.

Il terzo ed ultimo capitolo è strettamente connesso al secondo, ed ha lo scopo di illustrare diverse ipotesi di funzionamento della sessualità fluida. Alcuni ricercatori avanzano ipotesi principalmente legate alla maggiore fluidità sessuale femminile e ne rintracciano le cause tra fenomeni psicologici, ad esempio legate al fatto che l’amore non ha orientamento e può determinare desiderio sessuale, socio-culturali, come la differenza di potere tra uomini e donne, o biologici, ipotizzando la sessualità come fattore predisposto a livello genetico dal cromosoma X e legato ai cicli e ai livelli ormonali. Inoltre vi è chi rintraccia le cause della variabilità sessuale a livello cognitivo «c’è una forma di apertura cognitiva (… che) permetterebbe la manifestazione del potenziale bisessuale che, secondo gli autori, è in ognuno di noi». Essi «ritengono che il processo centrale per produrre uno schema di genere aperto includa l’abilità di “rompere” cognitivamente la connessione tra il genere e la preferenza sessuale».

Merito di Dèttore e Lambiase è aver selezionato ed organizzato in un libro di un centinaio di pagine gli studi più significativi, dando al lettore gli elementi essenziali, ma non per questo incompleti, per approcciarsi al tema della sessualità fluida e ad un suo eventuale approfondimento tramite la lettura della bibliografia citata. Gli autori confrontano i dati emersi dalle diverse ricerche, li mettono in rapporto e li discutono anche in base al proprio punto di vista, il quale prende un maggiore spazio nelle conclusioni. Nella sezione finale vengono introdotti alcuni spunti di psicologia clinica, per sottolineare l’assenza di valutazioni psicologiche dei partecipanti agli studi riportati, e di psicologia evolutiva, circa il rapporto tra attaccamento e sessualità.

L’intervento degli autori rende il libro non una semplice e ben strutturata sintesi di alcuni studi, ma un saggio dall’autonomia propria. Risulta per questo motivo una lettura scorrevole e di significativa importanza per un pubblico di psicologi e non solo, in un ambiente, come quello italiano, in cui il tema della sessualità fluida non occupa uno spazio di riflessione privilegiato. In conclusione, gli autori propongono una riflessione, in accordo con le linee dell’APA (2009) e dell’Ordine degli psicologi della Lombardia (2010), sulle terapie riparative: «dire che l’orientamento sessuale “può” cambiare è molto diverso dal dire che “si può” cambiare».

 

Recensione a cura di Greta Riboli, fluIDsex

 

 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

L’impiego della S-Ketamina nella depressione resistente al trattamento

Un nuovo studio pubblicato su Biological Psychiatry afferma che l’impiego di esketamina (o S-ketamina), un anestetico affine alla ketamina, produce un rapido e significativo miglioramento dei sintomi depressivi in pazienti che non rispondono alle terapie oggi disponibili.

Precedentemente la ketamina aveva riscosso successo nell’alleviare i sintomi della depressione poichè, somministrando tale droga a basse dosi entro 2h si assisteva ad un effetto antidepressivo piuttosto rapido, al contrario dei classici farmaci impiegati (i.e: SSRI) che richiedono fino a tre mesi per produrre un effetto. Inoltre, la ketamina era risultata efficace anche su quei pazienti cosiddetti non-responders, ovvero sui quali le terapie convenzionali non funzionavano.

 

Lo studio

Nello studio in questione per la prima volta gli autori hanno esaminato la sicurezza e l’efficacia della esketamina in pazienti con depressione resistente al trattamento. In uno studio in doppio cieco, quindi, i ricercatori hanno assegnato in modo casuale 30 pazienti ad una condizione di trattamento con placebo e a condizioni di somministrazione di esketamina (un gruppo con 0,2 mg / kg e un gruppo con 0,4 mg / kg). I pazienti hanno ricevuto due somministrazioni della droga e sono stati seguiti in una fase di follow-up per due settimane, in cui i pazienti potevano richiedere fino a 4 dosi opzionali a quelle previste.

I primi effetti sono stati registrati a partire da 2h dopo la prima iniezione. Dopo 3 giorni, oltre il 60% dei pazienti trattati con entrambi i dosaggi di eskatamina mostravano miglioramenti nei sintomi depressivi. Nessuno dei pazienti trattati con placebo invece mostrava miglioramenti. L’effetto registrato è confrontabile ad un tasso di risposta compreso tra il 37-56% dei pazienti dopo 6-12 settimane di trattamento con antidepressivi convenzionali.

Secondo gli autori questo studio chiarisce i vantaggi del farmaco rispetto al placebo e suggerisce che la dose più bassa di eskatamina (0,2 mg / kg) può configurarsi come una valida alternativa, e a tratti più sicura, dei farmaci convenzionalmente usati per il trattamento della depressione. Quest’ultima affermazione sarebbe in linea con quanto riscontrato con il trattamento a più alti dosi di esketamina, dove i pazienti (il 17% per l’esattezza), sperimentavano cambiamenti percettivi transitori entro le 4h dalla somministrazione.

 

Conclusioni

Sebbene quindi gli effetti a lungo termine di questo farmaco vadano ancora chiariti, questo studio altamente affidabile (in doppio cieco, con randomizzazione e gruppo di controllo) si presenta come un buon risultato in vista dell’applicazione clinica di un nuovo farmaco.

Il gruppo analitico e la funzione gamma

Il gruppo analitico è considerato, secondo un’ottica bioniana, come un insieme unitario dotato di un’attività mentale propria, in cui circolano la condivisione di aspetti individuali che vengono convogliati in un contenitore comune (Neri, C., 2004).

 

Francesco Corrao, ha introdotto il pensiero bioniano in Italia, curandolo negli anni 60-70. L’autore sostiene che il Piccolo Gruppo Analitico è rappresentato strutturalmente ‘come un Insieme Unitario, che funziona mediante attività mentali trans-individuali (meta-noiche) ed usa un pensiero multiplo di tipo meta-logico‘ (Corrao,1985, pag. 88).

Corrao F. (1981) propone una funzione gamma del gruppo analitico che sarebbe per il gruppo l’analogo simmetrico della funzione alfa dell’individuo.

 

La funzione alfa di Bion

La funzione alfa proposta da Bion (1962), in analogia con la funzione somatica della digestione, ha il compito di elaborare i pensieri. È una funzione della personalità che opera su tutte le percezioni sensoriali e sulle emozioni.

Inoltre, la funzione alfa è un processo che dipende strettamente dal rapporto che il bambino stabilisce con la madre o da chi ne fa le veci. Questo rapporto si instaura grazie alla rêverie materna. Bion con il termine rêverie indica la capacità della madre di ricevere le impressioni emotive e sensoriali grezze del neonato, grazie all’identificazione proiettiva, e in seguito di bonificarle in una forma più digeribile affinché la psiche del neonato possa reintroiettarle e assimilarle. Il neonato così può introiettare sia le esperienze emotive rese pensabili, sia un oggetto accogliente e comprensivo col quale identificarsi, sviluppando nel tempo la sua capacità di pensare.

L’adeguato funzionamento della funzione alfa determina, secondo Bion (1962), la formazione della barriera di contatto, ossia una parte importante dell’apparato psichico, costituito dall’insieme di elementi alfa che determinano il contatto o la separazione fra conscio e inconscio.

 

La funzione gamma nel gruppo analitico

La funzione gamma nel gruppo analitico corrisponde alla capacità che ha il pensiero di gruppo nel digerire gli elementi sensoriali ed emotivi grezzi (elementi beta) che sono sparsi nel campo analitico, che vengono poi  trasformati in elementi gamma, necessari per la formazione del pensiero di gruppo.

La funzione gamma è ‘[…]intesa come una variabile incognita, che si può definire l’analogo simmetrico, nella struttura di GRP, di ciò che rappresenta la funzione α nella struttura personale‘ (Corrao, F., 1981, pag. 39).

Pertanto, la funzione gamma nel gruppo analitico tende verso il pensiero, la ricostruzione di senso, la verbalizzazione condivisa di ciò che apparentemente sembra essere solo un’atmosfera impercettibile, ma che è il fondamento del lavoro del gruppo terapeutico.

La funzione gamma eseguirà, quindi, analoghe operazioni trasformative sugli elementi sensoriali ed emotivi del gruppo, generando in tal modo elementi gamma disponibili per la formazione di pensieri gruppali onirici, miti ecc.; per organizzare una barriera gamma atta a distinguere il conscio, dall’inconscio nell’ambito della struttura gruppale (Corrao, F., 1981).

L’attivazione della funzione gamma del gruppo, permette di elaborare gli elementi sensoriali ed emotivi immessi in esso, generando in questo modo elementi gamma necessari alla produzione di sogni e miti di gruppo, allucinazioni di gruppo, memoria di gruppo ecc…

Il gruppo analitico può avere una funzione di rêverie, così come afferma il Grupo Sygma (2001) in Rêverie di Gruppo, una possibile funzione?. Gli autori argentini in questo articolo evidenziano i due fattori della rêverie di gruppo: uno di contenimento e un altro denominato ensoñacion, specifico nella creazione e nell’uso dei miti (Grupo Sygma, 2001).

Per ciò che riguarda ensoñacion, gli autori si rifanno al mito e al contenuto manifesto del sogno. Essi si dovrebbero considerare come versioni gruppali e individuali della stessa cosa, elementi costantemente in congiunzione. Pertanto, il Grupo Sygma ha proposto l’ipotesi che la capacità di rêverie di gruppo, riguardo a questo fattore di ensoñacion, si manifesterebbe nella creazione e nel uso dei miti (Grupo Sygma, 2001).

Corrente (2004) considera la rêverie di gruppo ‘come un fattore della funzione gamma, un fattore fondamentale e fondante, nel senso che è la situazione gruppale a promuovere uno stato di rêverie da dove nasce e si sviluppa la stessa funzione gamma‘ (Corrente, G., 2004, pag. 4).

L’autore vede una funzionalità reciproca tra funzione gamma del  gruppo analitico e funzione alfa dell’individuo. Egli mostra come la funzione gamma opera trasformazioni che accrescono la funzione alfa individuale, mediante l’addormentamento momentaneo della funzione alfa.

La funzione gamma opera trasformazioni che alimentano costantemente la funzione alfa individuale, seppure questo processo si attivi mediante la sospensione o meglio direi l’addormentamento momentaneo della funzione Alfa. (Corrente, G., 2004, pag. 3).

Anche Neri C. (2004) rileva, la capacità metabolica del gruppo, intesa come facoltà di ‘disintossicare la mente dell’individuo da eccessive tensioni che vi si possono essere accumulate e che la occupano’ (Neri. C, 2004, pag 138).

La funzione terapeutica del pensiero di gruppo si esplica, pertanto, come capacità di elaborare l’angoscia in presenza di un ambiente accogliente e di una situazione gruppale conviviale.

In sintesi, attraverso le diverse elaborazioni proposte dai vari autori, abbiamo potuto costatare che la funzione gamma del gruppo analitico sta alla base delle trasformazioni emozionali, relazionali della vita gruppale (Corrao, 1998; Grupo Sygma, 2001; Corrente, 2004; Neri 2004).

Come si stimano le proprie capacità? Confrontandosi con gli altri

Le valutazioni che facciamo delle nostre capacità sono fortemente influenzate dalle prestazioni altrui, secondo quanto afferma un nuovo studio pubblicato su Neuron.

Interagire con performance alte fa sentire più capaci all’interno di un team, ma meno abili in situazioni competitive. Questa “unione-sé-altro” è risultata associata all’attività di una particolare regione cerebrale precedentemente implicata nella teoria della mente (ToM): la capacità di comprendere gli stati mentali propri e altrui. Nonostante le persone stimino le loro capacità sulla base della propria performance razionalmente, le stime su di sé risultano comunque in parte fuse alle prestazioni altrui.

[blockquote style=”1″]I risultati hanno potenziali implicazioni per comprendere le interazioni sociali tra individui in ambito lavorativo, nonché alcuni disturbi clinici, come la depressione[/blockquote] ha affermato il principale autore Marco Wittmann, dottorando in Neuroscienze Cognitive all’Università di Oxford.

Stimare le proprie capacità e quelle altrui è la chiave per la sopravvivenza, per decidere a quali gruppi sociali aderire e se attaccare o ritirarsi. Nella vita quotidiana, noi giudichiamo costantemente noi stessi e gli altri su tutto. Un patrimonio di ricerca psicologica ha dimostrato che il confronto con gli altri può essere utilizzato come mezzo efficace per l’auto-valutazione, e che, viceversa, le persone basano i loro giudizi sugli altri basandosi sulla conoscenza delle proprie caratteristiche. Tuttavia, molto poco si sa su quali regioni cerebrali siano coinvolte nella stima delle capacità.

 

La ricerca

Wittmann ed colleghi hanno cercato di rispondere a questa domanda. Pertanto, 24 soggetti hanno completato due compiti (valutazione cromatica di forme e stima temporale) durante risonanza magnetica funzionale, consapevoli che altri due giocatori stavano eseguendo contemporaneamente gli stessi compiti. Dopo ciascuna prova, i soggetti hanno ricevuto un feedback sulla propria prestazione e sulla prestazione altrui. Prima della prova successiva, ai soggetti è stato chiesto di valutare il rendimento atteso sia per sé che per gli altri. I ricercatori hanno valutato tra l’altro come le stime delle prestazioni attese fossero influenzate da contesti cooperativi o competitivi.

In situazioni cooperative, i soggetti hanno valutato se stessi più positivamente quando gli altri giocatori hanno ottenuto buoni risultati e più negativamente in caso di cattiva esecuzione del compito. Nel contesto competitivo, invece, i soggetti hanno valutato se stessi più negativamente quando interagivano con performance buone rispetto a quando si rapportavano a cattive prestazioni. [blockquote style=”1″]I nostri risultati rispecchiano molto bene ciò che la gente sperimenta sul luogo di lavoro[/blockquote] ha affermato Wittmann.

I dati di neuroimaging

I dati di neuroimaging hanno rivelato che la stima delle capacità di sé e degli altri si può rintracciare in due distinte regioni corticali frontali: la corteccia cingolata anteriore periungueale e l’area dorsomediale frontale (area 9). Quest’ultima è parte del network della ToM identificato nell’uomo; inoltre, la ricerca nelle scimmie ha dimostrato che struttura e funzione dell’area 9 sono influenzate dallo status di dominanza sociale e dalla dimensione della rete sociale. Presi insieme, questi risultati suggeriscono che l’area 9 potrebbe integrare le informazioni su sé e gli altri per calcolare la propria posizione all’interno di un network sociale.

 

Conclusioni

Il passo successivo sarà quello di verificare come l’unione-sè-altro e l’attività dell’area 9 possano essere colpiti nelle popolazioni cliniche. [blockquote style=”1″]Stiamo riflettendo sulla possibilità che i meccanismi cerebrali alla base della valutazione di sé e dell’altro possano essere alterati in sindromi cliniche come la depressione, dove le persone si sentono impotenti nel fronteggiare attività quotidiane[/blockquote] ha affermato. [blockquote style=”1″]Sembra intuitivo che le persone affette da depressione possano giudicare quanto bene stanno facendo qualcosa in modo diverso rispetto alle persone non depresse. Credo che varrebbe la pena proseguire su queste riflessioni.[/blockquote]

Un approccio olistico nel trattamento del Binge Eating Disorder: l’utilizzo dello Yoga

Esiste un tipo specifico di Yoga che aiuterebbe i pazienti con Binge Eating Disorder che hanno vissuto un trauma: esso è il Trauma-Sensitive Yoga. È uno stile gentile di yoga che promuove l’equilibrio nella mente e nel corpo attraverso l’uso del respiro, la meditazione e, di particolare importanza in questo ambito, le posture fisiche o “asana”. Tale disciplina parte dal presupposto che i sopravvissuti ad un trauma rivivono la loro esperienza sul corpo giornalmente. In questo senso, il corpo diventa il loro nemico (van der Kolk, 1994), sentono che il corpo li ha traditi nel passato e continua a farlo nel presente.

Roberta Porta, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

Binge Eating Disorder: la diagnosi e il trattamento

Il Disturbo Binge Eating, solo recentemente identificato come una diagnosi ufficiale nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, si caratterizza per periodi di assunzione di grandi quantità di cibo, associati a sensazione di perdita di controllo con conseguenti emozioni di vergogna, senso di colpa ed isolamento sociale. Non sono presenti inoltre comportamenti compensativi al fine di regolare il peso e\o l’assunzione di cibo.

Diversi studi evidenziano come il trattamento di eccellenza sia la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), efficace in termini di remissione completa solo però nel 50-60 per cento delle persone. Ciò può portare a pensare che sia necessario ampliare la visione di questo Disturbo Alimentare e conseguentemente i suoi strumenti di cura poiché questi pazienti manifestano anche altre difficoltà in svariati ambiti della loro vita. Raccogliendo l’anamnesi di questi pazienti ciò che emerge è un disagio precoce, molto spesso già in età giovanile in cui ciò che viene evidenziato è il disagio sociale esteso alla maggior parte dei rapporti interpersonali, la difficoltà a gestire le proprie emozioni, il senso di impotenza legato all’incapacità di controllare il proprio comportamento alimentare e il conseguente aumento di peso con l’aggiunta della distorsione nella visione del proprio corpo che alimenta un senso di insicurezza e d’inadeguatezza che permane anche nell’età adulta.

La complessità di questo disturbo, e quindi della sua cura, è legata alla elevata numerosità di pazienti che presenta comorbilità con depressione maggiore, disturbo di panico e di alcuni disturbi di personalità. Infatti, pazienti con binge eating disorder sono caratterizzati da specifiche caratteristiche di personalità e proprio questi aspetti vengono considerati come fattori di vulnerabilità individuale che la terapia non può non prendere in considerazione per ampliare il suo grado di efficacia.

Vari studi, come quello di Fassino et al., 2002, si sono avvalsi del Temperament and Character Inventory (TCI) uno strumento specifico utilizzato per analizzare il profilo temperamentale e caratteriologico. Essi hanno evidenziato che i pazienti con Binge eating disorder (BED) confrontati con pazienti obesi senza BED ottengono alti punteggi nella scala HA (Harm Avoidance), per cui sono soggetti più insicuri, timidi, apprensivi, nervosi, irascibili e impulsivi, più passivi e si scoraggiano più facilmente.

Secondo un altro studio (Marcus et al., 1990; De Zwaan el al., 1994; Kirkley et al., 1992) i pazienti Binge Eating Disorder tendono ad ottenere tramite tale strumento bassi livelli di SD (autodirezionalità) e di C (cooperatività) per cui mostrano maggiore immaturità, debolezza, fragilità, tendenza alla colpevolizzazione altrui e scarsa tolleranza allo stress. Oltre agli aspetti caratteriali e temperamentali ciò che emerge dalla letteratura è che i pazienti affetti da Disturbo da Alimentazione Incontrollata presentano una prevalenza significativa di attaccamento disorganizzato, soprattutto di tipo irrisolto (Barone et al., 2009; Tasca et al., 2014) e tassi particolarmente bassi di attaccamento di tipo B con una ricaduta più frequentemente nello stile di attaccamento insicuro (Tasca et al., 2014), caratterizzato da sfiducia verso le altre persone e aspettative negative nei confronti delle relazioni (Fabbro et al., 2010); inoltre, i soggetti affetti da Binge Eating Disorder sembrano riferire dei tassi di maltrattamento infantile ed altre esperienze traumatiche che correlano con attaccamento di tipo disorganizzato che sono circa due o tre volte superiori a quelli riportati da campioni normativi; in particolare, gli studi condotti da Grilo e colleghi (2001 & 2002) e Becker e collaboratori (2011) hanno evidenziato che l’80% dei pazienti con Binge Eating Disorder tende a riportare almeno un tipo di maltrattamento infantile e Caslini e colleghi (2015) hanno osservato che il Binge Eating Disorder risulta associato a tutte le tipologie di abuso infantile (sessuale, fisico ed emotivo).

Riassumendo possiamo dire che i pazienti affetti da Disturbo da Alimentazione Incontrollata presentano spesso una comorbilità in Asse I con i disturbi dell’umore (Weightman et al., 2014; Kerr et al., 2003), la dipendenza da alcool (Maurage et al., 2015) e il PTSD (Nazarov et al., 2013). Infine, per quanto riguarda l’Asse II, Friborg e colleghi (2014) e Grilo e collaboratori (2002) hanno riportato che circa il 30% dei pazienti con Binge Eating Disorder presenta almeno un disturbo di personalità e che i disturbi più frequentemente associati sono quelli appartenenti al Cluster C (Evitante e Ossessivo-Compulsivo) e al Cluster B (Borderline). È soprattutto nei pazienti con Cluster B che ritroviamo il deficit di regolazione emotiva.

 

Binge eating disorder: i fattori determinanti nella genesi e nel mantenimento del disturbo

Tra i fattori che la letteratura recente indica come determinanti nella genesi e nel mantenimento del disturbo vi sono l’esperienza e la regolazione disfunzionale delle emozioni: le persone a rischio di questi disturbi spesso presentano difficoltà nella gestione delle emozioni, sperimentano frequentemente emozioni negative molto intense e utilizzano il cibo per regolarle (Polivy e Herman, 2002; Bardone-Cone e Cass, 2006; Macht, 2008).

Inoltre, si è osservato in uno studio condotto da Carano, De Berardis, Gambi, et al., (2006) che ha indagato la relazione tra immagine corporea e presenza del costrutto alessitimico nei soggetti con Binge Eating Disorder, che questi ultimi mostrano una maggiore gravità del disturbo alimentare (indici di massa corporea più elevati) e una maggiore insoddisfazione per il proprio corpo rispetto ai pazienti non alessitimici.

I soggetti Binge Eating Disorder alessitimici rispetto ai soggetti BED non alessitimici rispondono meno ai trattamenti psicoterapeutici e nutrizionali, mostrando elevati tassi di drop-out. Nello specifico, i pazienti BED alessitimici hanno difficoltà a identificare e a descrivere sentimenti ed emozioni senza presentare caratteristiche di pensiero orientato esternamente. Come affermano Taylor e al., (1997), le persone affette da BED sono fondamentalmente alessitimiche, in quanto presentano deficit nel riconoscimento dei propri stati interni (fame, sazietà, senso di vuoto), nell’esplorazione del proprio mondo interiore e nella competenza necessaria per riconoscere ed esprimere le proprie emozioni. La mancanza d’informazioni sul proprio stato di benessere e sui propri desideri e bisogni, ostacola la creazione di confini stabili con gli altri, aumentando, di conseguenza, la dipendenza dall’ambiente esterno per avere conferme e sicurezze. Quindi emerge in tali pazienti una mancanza di consapevolezza enterocettiva, con conseguente confusione e incertezza nel riconoscere e rispondere in modo preciso agli stati emotivi. Al fine di favorire il processo di cura anche di questi pazienti con caratteristiche ben specifiche si è ipotizzato di inserire un percorso di Yoga nel trattamento CBT già in uso al fine di favorire il potenziamento della attenzione consapevole, intenzionale e non-giudicante nel momento presente.

Inoltre lo scopo principale è quello di aiutare il paziente, che spesso ha dimenticato il suo corpo fisico (soprattutto se in anamnesi troviamo episodi legati al trauma) a relazionarsi con esso e a riconoscere, ascoltare e rispettare i ritmi naturali del proprio corpo e aumentare così la propria consapevolezza enterocettiva. Durante la lezione di Yoga si eseguono pratiche che vengono appositamente organizzate in modo tale da concentrare l’attenzione del paziente al presente: le asana, esse sono caratterizzate da benefici e controindicazioni, che vengono considerati durante ogni lezione in modo tale da rendere ogni paziente partecipante attivo ai benefici sulla propria salute.

Il secondo obiettivo che ci si propone di favorire è la riduzione dello stress e la produzione di un aumento graduale dello stato di rilassamento. Ciò viene favorito dalla sensazione di equilibrio psicofisico, imparando ad entrare in contatto con se stessi, sperimentando lo stato di calma, grazie alle tecniche di rilassamento guidato ed a convivere con i propri limiti corporei cercando di generare importanti benefici sull’allungamento muscolare e sulla mobilità del corpo tramite le asana contrastando i problemi su muscoli e scheletro provocati dal comportamento alimentare che ha generato lo stato di sovrappeso\obesità.
Il terzo e ultimo obiettivo è il miglioramento della coordinazione e della capacità respiratoria.

 

La pratica dello yoga

La pratica dello yoga nasce 5000 anni fa in Oriente, ed è una disciplina che armonizza tecniche di respirazione, postura, allungamento muscolare e meditazione. Esistono diversi tipi di yoga: il più diffuso e praticato in Occidente è l’Hatha yoga, finalizzato a un benessere tanto fisico quanto mentale.

Le evidenze scientifiche derivanti da diversi studi hanno evidenziato cambiamenti significativi tra prima e dopo la pratica di Yoga. Nei gruppi di studio si sono registrati punteggi più alti per qualità di vita, emotività e autoconsapevolezza, mentre sono diminuiti i punteggi riguardanti ansia, panico e stress autopercepito (Amber W.Li, 2012) . Alcuni studi hanno preso in considerazione anche parametri di controllo biochimici: ai soggetti sono state misurate le concentrazioni di cortisolo (ormone dello stress), DHEA (ormone che promuove la lipolisi), melatonina e GABA (la prima regola il ritmo sonno-veglia e il secondo è connesso al rilassamento). I ricercatori non hanno trovato cambiamenti significativi nei livelli di cortisolo e DHEA, mentre sono leggermente aumentati quelli di melatonina e GABA: lo yoga sembra dunque promuovere la secrezione di sostanze collegate allo stato di calma mentale e fisica. Inoltre in un altro studio è stato analizzato l’effetto dello yoga sulla secrezione di leptina e adiponectina e ciò che è emerso è una correlazione tra il tempo da cui si praticava yoga e lo stato di benessere: le praticanti yoga da più tempo mostravano che il profilo dei marker antinfiammatori erano correlati a un minor rischio per la salute cardiovascolare e il diabete.

Parallelamente a questo studio, una review ha dimostrato che lo yoga permette di normalizzare i livelli di pressione arteriosa, di colesterolo e di glucosio nel sangue (Kiecolt-Glaser JK, Christian LM, Andridge R, Hwang BS, 2012). Gli studi sottolineano comunque che chi pratica yoga è anche più attento ad altri fattori che influenzano il benessere e la salute, come ad esempio la dieta, la scelta di alimenti biologici e di stagione, la gestione dello stress, l’astensione dal consumo di alcol e fumo.

 

Lo yoga con i pazienti con Binge Eating Disorder

Esiste un tipo specifico di Yoga che aiuterebbe i pazienti con Binge eating disorder che hanno vissuto un trauma: esso è il Trauma-Sensitive Yoga. È uno stile gentile di yoga che promuove l’equilibrio nella mente e nel corpo attraverso l’uso del respiro, la meditazione e, di particolare importanza in questo ambito, le posture fisiche o “asana”. Tale disciplina parte dal presupposto che i sopravvissuti ad un trauma rivivono la loro esperienza sul corpo giornalmente. In questo senso, il corpo diventa il loro nemico (van der Kolk, 1994), sentono che il corpo li ha traditi nel passato e continua a farlo nel presente.

In uno studio di Van der Kolk si è visto come le donne che ricevevano il Trauma-Sensitive Yoga riportavano diminuzioni significative nella disregolazione emotiva e aumenti nelle attività di riduzione della tensione e dell’hyperarousal corporeo (van der Kolk et al., 2014). Un corso di 10 settimane di TSY è associato a una diminuzione significativa nei sintomi del PTSD nei sopravvissuti al trauma con un PTSD complesso. Al fine di aiutare il paziente nel percorso di cura sono stati studiati gli effetti della disciplina sui livelli dei neurotrasmettitori (nello specifico, il GABA) associati al PTSD complesso. Il GABA (acido γ-aminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio nel cervello; il suo rilascio, infatti, impedisce all’impulso nervoso di propagarsi da un neurone all’altro. Il GABA ha profondi effetti ansiolitici e smorza le risposte comportamentali e fisiologiche ai fattori di stress. Si è notato in diversi studi scientifici che i livelli di questo neurotrasmettitore sono particolarmente bassi nei soggetti con disturbi d’ansia e con PTSD complesso, come se si perdesse la capacità chimica di limitare la risposta allo stress.

In uno studio del 2007 si è rilevato (attraverso metodiche di neuroimaging) che i livelli di GABA nel cervello aumentano dopo una sessione di yoga. Il concetto che dalla letteratura emerge con interesse maggiore collegato a questi dati è quello relativo al fatto che alcuni pazienti con Binge Eating Disorder cronici hanno in anamnesi il PTSD complesso: si tratta, cioè, di bambini che hanno fatto esperienza di [blockquote style=”1″]eventi traumatici molteplici, cronici e prolungati, soprattutto di natura interpersonale e ad esordio precoce, spesso nel loro sistema di accudimento primario[/blockquote] (Cook et al., 2005).

Nel PTSD complesso si evidenziano (van der Kolk et al., 2005):
1. la regolazione delle emozioni e il controllo degli impulsi: le persone non riescono a gestire emozioni intense e improvvise (come la rabbia) e mettono in atto condotte auto-distruttive (auto-lesionismo, abuso di sostanze,abbuffate, ecc.) quando iniziano a percepire come intollerabili e opprimenti anche minimi fattori di stress;
2. l’attenzione e la consapevolezza: presenza di episodi dissociativi, amnesia e incapacità di focalizzarsi su uno stimolo rilevante, che rappresentano delle risposte emesse dagli individui per sottrarsi ai pensieri/ricordi e sensazioni fisiche/emozioni legati alle esperienze traumatiche;
3. la percezione di sé: le vittime di esperienze traumatiche sviluppano una visione di se stesse come indesiderate, deboli, impotenti, “danneggiate” e provano senso di colpa e vergogna cronici perché, nella maggior parte dei casi, si ritengono responsabili dell’abuso che hanno subìto;
4. i rapporti interpersonali: incapacità di fidarsi o di entrare in intimità con gli altri, elevata sospettosità e isolamento sociale;
5. i sistemi di significato: le persone iniziano a pensare che la vita non abbia più senso e che non saranno mai in grado di apportare dei cambiamenti positivi alla propria vita, come se osservassero se stessi, gli altri e il mondo attraverso delle “lenti di colore nero”;
6. la somatizzazione: presenza di sintomi cronici a livello somatico (dolori addominali, nausea, vomito, mal di testa, ecc.) che non sono riconducibili a delle cause mediche, ma che sono il risultato di alterazioni neuro-biologiche causate dalle esperienze traumatiche (iper-attivazione del sistema nervoso centrale, eccessiva produzione delle catecolamine, bassi livelli di serotonina, ecc.) e che sembrano rappresentare una modalità inconsapevole per comunicare il dolore emotivo (che i sopravvissuti a eventi traumatici non riescono a esprimere con le parole, né a se stesse né agli altri).

Tutti questi sintomi rientrano nel costrutto diagnostico chiamato CPTSD/DESNOS (Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso/Disturbo da Stress Estremo non Altrimenti Specificato, dalla denominazione inglese Complex Post-Traumatic Stress Disorder / Disorder of Extreme Stress Not Otherwise Specified). Alcuni studi (p.e., van der Kolk et al., 2005) hanno riscontrato che il 25-45% delle persone che avevano subìto un trauma e il 68% tra coloro che avevano subìto abusi sessuali mostravano sintomi di CPTSD/DESNOS. La spiegazione va ricercata nella natura del trauma.

I traumi, infatti, possono essere distinti in due macrocategorie:
– Traumi con la T maiuscola o “grandi” traumi corrispondenti a “esperienze traumatiche di natura estrema” che comprendono la percezione di pericolo al corpo, attacco al sé, che portano alla morte o minaccia all’integrità fisica propria o delle persone care;
– traumi con la t minuscola o “piccoli” traumi che corrispondono a “esperienze traumatiche non estreme” che implicano eventi di vita meno catastrofici, con una percezione intensa di pericolo ma non per questo meno traumatici se costanti e ripetitivi. Secondo Judith Herman (Emerson, 2015) il trauma che si verifica nel contesto delle relazioni e che si prolunga nel tempo, come nei casi di abusi sessuali infantili, rientra nel Trauma con la T maiuscola.
Le persone con storie di traumi interpersonali, eventi traumatici multipli e/o traumatica esposizione di lunga durata sono quelle che con maggiore probabilità presentano i sintomi di CPTSD/DESNOS (p.e., Jagodzinski, 2011).

 

Efficacia dello yoga come trattamento per il PTSD

È proprio partendo da queste premesse che van der Kolk e coll. (2014) hanno pubblicato i risultati di un trial controllato e randomizzato finalizzato a valutare l’efficacia dello yoga come trattamento per il PTSD, e i disturbi d’ansia.

Un campione di 64 donne con PTSD cronico, refrattario al trattamento (le partecipanti infatti si erano sottoposte ad almeno 3 anni di terapia finalizzata al trattamento del disturbo PTSD), è stato assegnato casualmente a due gruppi (gruppo di yoga vs. gruppo di educazione alla salute), ognuno dei quali prevedeva un incontro alla settimana per 10 settimane. Le ipotesi dei ricercatori erano che le donne traumatizzate, assegnate alla condizione yoga, avrebbero mostrato un miglioramento clinico significativo in termini di riduzione della sintomatologia PTSD al post-trattamento, come pure un incremento nelle capacità di regolazione emotiva. I risultati dello studio hanno rilevato che il 52% delle pazienti nel gruppo yoga, rispetto al 21% di quelle nel gruppo di controllo, non soddisfaceva più i criteri del DSM per il PTSD. Entrambi i gruppi di pazienti mostravano cambiamenti significativi nella sintomatologia post-traumatica durante la prima metà del trattamento, ma questi miglioramenti erano mantenuti solo nel gruppo yoga. La conclusione degli autori è che la pratica di yoga, focalizzandosi sul respiro e su esercizi fisici che combinano movimento, rilassamento muscolare e meditazione, possa aumentare la capacità di accettare e tollerare le esperienze fisiche e sensoriali associate alle emozioni, migliorandone la regolazione.

Lo scopo del trattamento delle memorie traumatiche è ricostituire l’interezza degli eventi vissuti, associandone le diverse componenti frammentate (emotiva, sensoriale, motoria, cinestesica, cognitiva) e permettendone l’integrazione nella narrazione autobiografica del paziente. Poiché le memorie traumatiche provocano emozioni soverchianti le capacità dell’individuo di farne fronte, è necessario che tale lavoro di integrazione sia preceduto da quello sulla regolazione delle emozioni.

Gli interventi mente-corpo, come la mindfulness e lo yoga, incoraggiano nel paziente una posizione da osservatore, finalizzata a mantenere l’attenzione su ciò che accade nel momento presente, senza giudizio, con apertura, accettazione e curiosità. Tali pratiche che stimolano la consapevolezza aumentano l’accettazione e la tolleranza di emozioni, migliorandone di fatto la regolazione emotiva. Secondo questi approcci la disregolazione emotiva, che abbiamo visto essere una caratteristica tipica dei pazienti traumatizzati, potrebbe essere proprio la conseguenza evoluzionistica dell’attivazione, anche in situazioni non pericolose, dell’esperienza sensomotoria vissuta al tempo del trauma. In questi casi le strutture corticali non hanno influenza su quelle sottocorticali come l’amigdala e l’organismo non permette una regolazione top-down. Inoltre, l’orientamento verso l’esperienza del qui e ora stimola proprio la presentificazione (Janet, 1928), vale a dire l’azione mentale di essere saldamente radicati nel presente, integrando il proprio passato, presente e futuro. Il lavoro clinico con questa tipologia di pazienti non può dunque prescindere dal prendere in considerazione la dimensione del corpo, soprattutto per ciò che concerne le connessioni con gli effetti dei traumi.

Per i motivi sopra citati si potrebbe pensare di poter inserire all’interno del percorso riabilitativo delle pazienti affette da disturbo da alimentazione incontrollata una sessione di 10 incontri di yoga al fine di aumentare e migliorare il già efficace trattamento CBT.

Gli zuccheri? Una droga!

Guardatevi intorno, quanto zucchero trovate? Vi siete mai accorti di essere costantemente bombardati da cibi pieni di zucchero! E lo sapevate che mangiare troppo zucchero fa male? 

Ebbene, sì: lo zucchero fa male, è risaputo, sia alla forma fisica sia alla psiche. Pare si possano avere notevoli ripercussioni negative sia sulle funzioni cognitive sia sul benessere psicologico. In che modo? Scopriamolo insieme!

Le sostanze dolcificanti, chiamate anche glucosio, fruttosio, melata e sciroppo di mais, si trovano nel 75% dei cibi confezionati presenti nei supermercati. E nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandi di fare in modo che solo il 5% delle calorie assimilate quotidianamente provenga dagli zuccheri, in una tipica dieta il 13% delle calorie assunte ogni giorno proviene dai dolcificanti. Caspita, quanto zucchero!

Guardiamo più da vicino cosa succede. Gli zuccheri attivano le papille gustative presenti sulla lingua, esattamente come ogni altro alimento, ma subito dopo il segnale è inviato in una parte del cervello particolare: quella imputata alla ricompensa. In questo modo si attiva la produzione di una serie di ormoni associati alla sensazioni di benessere, uno fra tutti la dopamina che innesca un meccanismo a cascata di perdita di controllo sull’ingestione di zucchero portando la persona a continuare a cercare e ricercare ancora l’ennesima dose, di zucchero ovviamente.

Chiaramente, il problema nasce quando si stimola questo meccanismo costantemente, poiché solo in questo caso possono cominciare i problemi.
Attivare questo sistema di ricompensa in maniera incontrollata provoca una serie di infelici conseguenze: perdita di controllo, desiderio irresistibile di assumere sostanze zuccherine e l’incremento della tolleranza verso gli zuccheri stessi. Praticamente una catena di eventi simili a quelli delle droghe!
Insomma, guardiamo nel dettaglio cosa succede e “gustiamoci” la visione di questo video.
“Buona visione!”

 

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Ruminazione: basta un poco di zucchero e la pillola va giù? 

Sogno, mito, poesia. Tre saggi di Otto Rank – Recensione

I saggi racchiusi nel libro Sogno, mito, poesia risalgono al periodo di più intensa vicinanza e di massima collaborazione tra Freud e Otto Rank. Il primo dei tre, Un sogno che si interpreta da solo, risale al 1910 (quando ancora lo stesso Adler fa parte del gruppo viennese!); gli altri due, cioè Sogno e mito e Sogno e poesia vedono invece la luce nel 1914 (l’anno in cui Jung rassegna le dimissioni dall’Associazione Internazionale di Psicoanalisi).

Otto Rank: il legame con Freud

Otto Rank rappresenta una delle figure chiave della storia della psicoanalisi. Entrato in contatto con Freud nel 1906, inizia subito a partecipare alle «serate del mercoledì» cioè alle riunioni che Freud teneva ogni settimana a casa sua con i primi membri del nascente Movimento psicoanalitico (erano iniziate nel 1902 con quattro presenti più Freud stesso). Ben presto delle riunioni viene nominato segretario verbalizzante, compito che svolgerà con impegno e perizia per diversi anni. A lui si devono dunque le minute dei Dibattiti della Società Psicoanalitica di Vienna (Nunberg e Federn, 1962), che rappresentano un documento fondamentale per gli storici della psicoanalisi. Considerato da Freud uno dei suoi collaboratori più creativi, Otto Rank entra nel famoso «Comitato segreto» (destinato a custodire l’ortodossia della psicoanalisi) fin dalla sua creazione, nel 1912.

Gli altri componenti, oltre allo stesso Freud, sono Karl Abraham, Sándor Ferenczi, Ernest Jones. Tra loro, Otto Rank è l’unico non laureato in medicina e si può ben affermare che, insieme ad Hanns Sachs, egli rappresenti il più importante esponente laico (cioè appunto non medico) del movimento psicoanalitico, per il primo ventennio della sua storia (in seguito, probabilmente, la palma sarebbe toccata ad Anna Freud e Melanie Klein, le vere pioniere dell’analisi infantile). Con Sachs, del resto, Otto Rank condiresse dalla fondazione Imago – Rivista per l’applicazione della psicoanalisi alle scienze dello spirito, la seconda rivista dedicata integralmente alla psicoanalisi (sarebbe però sopravvissuta allo Jahrbuch) e la prima incentrata sul rapporto tra psicoanalisi e cultura.

Otto Rank: l’allontanamento dal Movimento psicoanalitico

Il legame personale con Freud, tuttavia, non risparmia a Rank l’allontanamento dal Movimento psicoanalitico in seguito alla svolta teorica sancita con la pubblicazione di Il trauma della nascita (Rank, 1923). Qui Rank afferma che la maggior parte dei problemi nevrotici debba essere ricondotta, appunto, al trauma che l’infante affronta nel venire al mondo e che lo scopo fondamentale della terapia debba consistere nel rievocare catarticamente tale momento.

Recensendo il successivo libro sulla tecnica psicoanalitica (Rank, 1926), Ferenczi – destinato peraltro a cadere a sua volta in disgrazia – così si esprime: [blockquote style=”1″]L’autore, con l’acume che ben conosciamo, riesce a compiere un lavoro interpretativo che sembrerebbe talora impossibile, ma per far ciò deve ricorrere a interpretazioni di una violenza finora sconosciuta, la cui unilateralità supera tutto ciò che sotto questo riguardo hanno potuto fare Jung e Adler[/blockquote] (Ferenczi, 1926, p. 379).

Sono parole che, soprattutto nell’allusione finale ai due più noti eretici della psicoanalisi, suggeriscono anatema e scomunica. Dopo qualche tentennamento e numerose discussioni interlocutorie con Rank, in effetti, Freud decide di prendere a sua volta ufficialmente posizione contro la novità teorica in Inibizione, sintomo, angoscia. Freud ammette che [blockquote style=”1″]la tesi di Rank all’inizio era anche la mia[/blockquote] (Freud, 1926, p. 307) e concede: [blockquote style=”1″]Rank rimane sul terreno della psicoanalisi, di cui prosegue le linee di pensiero, e bisogna ammettere che il suo è uno sforzo legittimo per risolvere i problemi analitici [/blockquote] (Freud, 1926, p. 298).

Tuttavia sembra proprio inappellabile la sentenza per cui [blockquote style=”1″]questa teoria si libra nelle nuvole anziché appoggiarsi su solide osservazioni[/blockquote] (Freud, 1926, p. 299). Il 12 aprile 1926 Freud e Rank si incontrano per l’ultima volta e quest’ultimo regala al maestro, con gesto assai simbolico, un’edizione completa delle opere di Nietzsche, che Freud porterà con sé a Londra nel 1938. Negli ultimi anni Rank, trasferitosi prima a Parigi e poi a New York (dove muore nel 1939), continua ad esercitare la professione di analista ma da outsider.

I saggi Sogno, mito, poesia

I saggi racchiusi nel libro Sogno, mito, poesia risalgono però al periodo di più intensa vicinanza e di massima collaborazione tra Freud e Rank. Il primo dei tre, Un sogno che si interpreta da solo, risale al 1910 (quando ancora lo stesso Adler fa parte del gruppo viennese!); gli altri due, cioè Sogno e mito e Sogno e poesia vedono invece la luce nel 1914 (l’anno in cui Jung rassegna le dimissioni dall’Associazione Internazionale di Psicoanalisi). La loro importanza storica è difficilmente sopravvalutabile, perché strettamente legata alla storia della revisione della più famosa opera di Freud, cioè L’interpretazione dei sogni (Freud, 1899).

Freud, in effetti, meditava di riscrivere integralmente la sua opera capitale, e di compiere tale lavoro a quattro mani proprio con Otto Rank, che già aveva suggerito svariati intarsi nell’edizione del 1909. L’intenzione freudiana è testimoniata in una lettera a Jung datata 17/2/1911 (McGuire, 1974, pp. 423 e ss.). In effetti, la teoria delle pulsioni elaborata nei Tre saggi sulla teoria sessuale (Freud, 1905) si scostava in modo deciso dal modello dell’Interpretazione dei sogni basato sull’idea di desiderio. Alcuni ritengono si tratti di schemi esplicativi dell’inconscio sostanzialmente incompatibili tra loro (Greenberg e Mitchell, 1983). Se Freud non realizzò il suo progetto, ed anzi l’Interpretazione dei sogni conobbe numerose altre edizioni (sia pure aumentando di mole), si deve all’opposizione di Franz Deuticke, l’editore di riferimento del movimento psicoanalitico. Questi era (non a torto) convinto che ritirare dalla circolazione un’opera ponderosa apparsa pochi anni prima per sostituirla con un nuovo libro poteva comportare il rischio di confondere parecchio anche i lettori ben disposti (McGuire, 1974, p. 453). L’intenzione di coinvolgere Rank rimase tuttavia viva e se il saggio Un sogno, che interpreta se stesso, costituisce solo un’integrazione virtuale all’edizione del 1909, i due successivi videro la luce all’interno dell’Interpretazione dei sogni apparsa nel 1914 e vi rimangono anche nell’edizione del 1922. Vengono invece espunti a partire dall’edizione del 1930, quando i rapporti tra i due sono definitivamente compromessi. Nel frattempo Freud (1908) aveva a sua volta già contribuito con un proprio scritto a un’opera pensata da Rank, cioè Il mito della nascita dell’eroe (Rank, 1909); e una larga, diretta ispirazione aveva tratto dal rankiano Il doppio (Rank, 1914) nel concepire Il perturbante (Freud, 1919), saggio breve ma celeberrimo.

Sogno, mito, poesia è curato da Francesco Marchioro, studioso da tempo impegnato nella diffusione delle opere di Rank in Italia, avendone proposto edizioni nella nostra lingua da più di trent’anni. Oltre ai tre saggi di Rank, il volume comprende una prefazione, una breve ma densa biografia di Rank e un’utile bibliografia rankiana firmate dallo stesso Marchioro; uno scritto finale dello psicoanalista Andrea Scardovi dal titolo Gli psicoanalisti sono capaci di sognare? Una nota sulla ‘stagione primaria’ della psicoanalisi, interessante excursus tra filosofia, clinica e scienza.

 

I miei genitori non hanno figli (2015) di M. Marsullo – Recensione

I temi dell’aspettativa, del non sentirsi mai abbastanza, dello scontro generazionale e delle difficoltà comunicative tra genitori e figli, sono quelli che segnano una commedia spassosa e divertente, delicata ma al tempo stesso graffiante.

 

– Allora, hai deciso, sì?

– Eh?

– L’università, allora, l’hai decisa? Hai diciotto anni, sei grande, ormai.

L’esordio del libro ‘I miei genitori non hanno figli‘ di Marco Marsullo, è quello di una brevissima conversazione tra madre e figlio. Una domanda che all’apparenza sembrerebbe ammettere risposte aperte ma che segretamente (poi neanche così tanto) cela il bisogno di una risposta che vorrebbe vedere appagato l’io genitoriale: mamma e papà sarebbero compiaciuti all’idea di sentire risposte determinate da un figlio adolescente ma risoluto che sentenzia il proprio giudizio universitario. I temi dell’aspettativa, del non sentirsi mai abbastanza, dello scontro generazionale e delle difficoltà comunicative tra genitori e figli, sono quelli che segnano una commedia spassosa e divertente, delicata ma al tempo stesso graffiante.

L’autore sin da subito ci porta con sé, ci apre le porte della sua casa. Ci fa osservare, senza giudizio, le dinamiche emotive di una coppia scoppiata, quella dei suoi genitori, di un legame familiare confuso e disorientato. La parola è data all’adolescenza e a quell’adolescente, figlio di separati (così si definisce l’autore) che ha varcato la maturità degli anni anagrafici ma che si sente ancora sulla strada della crescita, quella fatta di scelte che fanno maturare e rendono coraggiosi.

E la scelta universitaria fa parte di quella categoria di decisioni esclusive e tortuose, impegnative, dal sapore di assoluto perché sembrano per sempre. Perché in fondo ogni scelta ha a che fare con la storia, con le esperienze che ogni persona ha vissuto e vive, con il modo con cui ci si approccia ai bivi, agli incroci di cui è fatta la vita. Ogni scelta ha a che fare con il modo con cui la nostra famiglia, i nostri genitori primi fra tutti, ci hanno supportato e valorizzato, con il modo con cui ci hanno fatto sentire capaci di poter scegliere, di assumerci la responsabilità delle azioni, di correre il rischio che spesso ne deriva. Ma soprattutto ogni scelta ha a che fare con la dose di fiducia che i nostri genitori hanno voluto regalarci, dono di speranza e crescita.

E dalla trafelata crociata verso la conquista dei primi esami di legge, nel testo si alternano i flashback della separazione dei genitori del protagonista, finita non nel migliore dei modi, a colpi di discussioni rumorose avvenute di sera in cucina, di avvocati che si sfidano, per colpa di una ‘quella là’ che si è messa in mezzo. Confusione, tristezza, rabbia, nostalgia, solitudine, è un testo emotivamente ricco, coinvolgente.

Noi figli dei separati siamo come ostaggi. Merce di scambio, casi diplomatici, dividiamo l’opinione pubblica. Solo che non c’è una nazione con il fiato sospeso che affanna per la nostra sorte. Ci siamo solo noi, e basta.

Parole legittime e provocatorie da parte di un figlio di separati. Ed è chiaro che questo status non protegge e non fa sentire così stabili. In aggiunta c’è la pungente descrizione di un padre evitante in termini di attenzioni e considerazione perché troppo preso da diktat e luoghi comuni che risultano stucchevoli, troppo lontani dalla realtà, spesso mutevole, di un adolescente in corsa.

Un rapporto quello tra padre e figlio, caratterizzato da sermoni sterili, paternali che suonano di superficialità. ‘Abbiamo dovuto proprio metterci d’impegno per non riconoscerci nei pensieri’ la descrizione del loro rapporto, senza parafrasare le parole dell’autore.

Una madre ancora troppo arrabbiata, che fa fatica a fare pace con la vita ma soprattutto una donna ferita. Lacerata da ricordi che stentano a trovare una collocazione in una vita ricca di attività (yoga, pilates, etc) che non bastano per far fronte ad un dolore, quello della separazione, mai metabolizzato. Una madre che mette in atto dei tentativi maldestri di coinvolgere o forse di tenere a sé il frutto di un amore finito, come la creazione di un gruppo su whatsapp (chiamato Family), i cui componenti sono madre e figlio (forse un numero un po’ piccolo per parlare di gruppo che abbia caratteristiche familiari?).

Perché è un po’ così, dal titolo stesso, i genitori non hanno figli se il confronto è sempre con i figli dei propri colleghi che in qualsiasi altra attività risultano più tenaci, escono vittoriosi da qualsiasi battaglia che ingaggiano. I genitori non hanno figli se non c’è un ponte comunicativo, se non c’è empatia che fa da cornice nei rapporti genitori-figli, se non c’è condivisone e spazio di ascolto.

Amedeo Modigliani: la biografia e la sua arte

Amedeo Modigliani era un grande disegnatore, riusciva, con un tratto volumetrico e bidimensionale, a catturare la sensibilità e la psicologia delle persone; coloro che gli fecero da soggetto per i suoi ritratti ebbero a dire che farsi dipingere da Modigliani era come “farsi spogliare l’anima”. Ed infatti i ritratti di Modì esprimono il desiderio dell’artista di penetrare la natura intima dell’essere umano, anticipando l’interesse dei surrealisti per l’inconscio e le sue manifestazioni.

Amedeo Modigliani: biografia

“Sono Modigliani, ebreo, cinque franchi per un ritratto”: così si presentava l’artista livornese ai vicini di tavolo, quando, seduto in qualche bar o bistrot parigino, offriva la propria arte in cambio di pochi soldi o di un paio di bicchieri di vino.

Amedeo Modigliani (1884-1920), artista dotato di grande talento e di profonda energia espressiva, condusse una vita turbolenta, tra la pittura, la droga, l’alcool e le donne. Era un uomo profondamente segnato nel fisico dalla malattia: nell’adolescenza contrasse una febbre tifoide e fu affetto da una forma grave di tubercolosi, che condizionò la sua intera esistenza, costringendolo persino ad abbandonare la scultura, a causa delle polveri che vengono generate durante la lavorazione. La sua vita dissoluta fu profondamente legata alla città di Parigi, dove l’artista livornese si trasferì nel 1906 e dove lavorò intensamente. Pare che dipingesse molto velocemente: gli bastavano un paio di sedute per completare una di quelle figure dal collo lungo e flessuoso, dal corpo sinuoso e dagli occhi sottili, che rendono immediatamente riconoscibili i ritratti di Modì, come fu soprannominato l’artista.

Modigliani amava dipingere le persone, soprattutto le donne, che ritraeva anche in posizioni molto sensuali; le sue nudità, esibite per la prima volta a Parigi nel 1917, fecero chiudere, dopo poche ore dall’apertura e con un intervento del capo della polizia, la sua prima mostra personale. Modì era l’artista degli eccessi e a Parigi alcool e droga divennero suoi compagni inseparabili e la sua salute, già precaria, fu definitivamente compromessa. Non riuscì a convincere né critici, né collezionisti, versando in pessime condizioni economiche. La moglie, la pittrice Jeanne Hébuterne, gli restò accanto fino alla fine; il loro amore non fu scalfito né dalla povertà, né dalla malattia di lui. Un’altra persona rimase accanto a Modigliani fino all’ultimo, sostenendone l’avventura artistica ed esistenziale: fu il poeta e mercante d’arte polacco Léopold Zborowski, che viveva in un albergo parigino insieme alla moglie e all’amica di lei, Lunia Czechowska, con cui Amedeo instaurò un rapporto di intima amicizia. Di Lunia ci sono pervenuti quattordici splendidi ritratti, che testimoniano il profondo legame e l’attenzione intima di Modigliani verso quella giovane donna.

Amedeo Modigliani: la sua arte

Modigliani era un grande disegnatore, riusciva, con un tratto volumetrico e bidimensionale, a catturare la sensibilità e la psicologia delle persone; coloro che gli fecero da soggetto per i suoi ritratti ebbero a dire che farsi dipingere da Modigliani era come “farsi spogliare l’anima”. Ed infatti i ritratti di Modì esprimono il desiderio dell’artista di penetrare la natura intima dell’essere umano, anticipando l’interesse dei surrealisti per l’inconscio e le sue manifestazioni. Nei nudi è evidente il coinvolgimento emotivo del pittore, che riflette nelle modelle le sue emozioni, non solo artistiche, ma anche e soprattutto appassionate e carnali, come in Nudo sdraiato, a braccia aperte (detto anche Nudo rosso) del 1917, oppure in Nudo sdraiato (1917) o in Nudo disteso (1919): Modigliani tratteggia i corpi sinuosi di donne completamente nude, adagiate in posa provocante, su un divano. Sono le donne con cui l’artista tentava di soddisfare la sua irrefrenabile lussuria, tra ubriacature ed esperimenti con le droghe, che Modì considerava necessari anestetici in grado di lenire i dolori del corpo e dell’anima.

Modigliani ritraeva donne con colli lunghissimi e delicati e con gli occhi “vuoti” come quelli delle statue (si pensi, per esempio, a Ritratto di Jean Hébuterne (1917), Ritratto di Lunia Czechowska (1919), oppure a Donna con il ventaglio , del 1919). Se facciamo una lettura psicologica di queste opere d’arte, emerge un conflitto tra gli impulsi fisici e la parte intellettuale e razionale dell’individuo: il collo, infatti, è l’organo che divide la testa dal corpo. Inoltre, le teste rappresentate da Amedeo Modigliani sono spesso storte e deformate: la testa è l’organo dell’autocontrollo e, quando viene ingigantita e deformata, sta a significare la perdita di autocontrollo.

Gli occhi “vuoti” come quelli di una statua e semichiusi, invece, sono occhi che sembrano guardare il mondo senza realmente vederlo e, attraverso di essi, l’artista rappresenta la distanza che percepisce tra il proprio Io e la realtà esterna. Ed infatti la maggior parte dei ritratti di Modigliani emana un profondo senso di solitudine, con quegli spogli sfondi su cui si stagliano. La scelta stessa di dipingere esclusivamente figure umane è un indizio del terrore che Modigliani doveva avere nei confronti della solitudine, ma fu anche una vera e propria anomalia per la sua epoca, quando dipingere esclusivamente ritratti era davvero molto insolito.

Il “mostro ubriaco” – come venne definito Modigliani dal poeta russo Nikolaj Gumiliev, morì a soli 35 anni, stroncato da una meningite tubercolare. L’artista livornese, che in vita non ebbe né fama, né successo, nè danaro, fu, dopo la sua morte, a lungo ignorato anche dagli storici dell’arte, ma nel novembre 2015 il suo Nudo sdraiato (1917) ha reso giustizia al suo talento: l’opera, infatti, in un’asta da Christie’s a New York, è stato aggiudicato, dopo pochi minuti di gara a colpi di rilanci, a oltre 170 milioni di dollari (oltre 157 milioni di euro).

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