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Anziani alla guida: e se avessi l’Alzheimer?

Dato l’espandersi dell’uso delle autovetture come mezzi di trasporto e data una società come quella italiana con la presenza di 13,4 milioni di ultra sessantacinquenni, risulta necessario domandarsi quali provvedimenti sia necessario intraprendere con un così alto numero di anziani alla guida.

Sciore Roberta – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Nella nostra società, guidare è un’attività caratterizzante dell’autonomia e della dinamicità di ciascun cittadino adulto. Tale rilevanza è dimostrata dall’importante numero di patenti di guida richieste ogni anno in Italia e dalla presenza, sempre maggiore, di autoveicoli a due o a quattro ruote, circolanti  nel nostro territorio.

L’espansione di tale comune modalità di trasporto alimenta un dibattito affine a più discipline sul giudizio di idoneità dei profili dei conducenti degli autoveicoli. In particolare, in una società come quella italiana che in linea con le altre nazioni europee, vede la propria popolazione invecchiare progressivamente, data la presenza di 13,4 milioni di ultra sessantacinquenni pari al 22% dell’intera popolazione (DATI ISTAT 2014), risulta necessario domandarsi quali provvedimenti sia necessario intraprendere con un così alto numero di anziani alla guida.

In tal senso, i temi chiave di preoccupazione non dovrebbero essere circoscritti allo stabilire un’età limite indifferenziata per tutti ma dovrebbe procedere verso una valutazione multidimensionale delle abilità fisiche e cognitive di ciascun driver.

 

Anziani alla guida: quali rischi per la capacità di guida?

La capacità di guida viene definita infatti come una “competenza di alto livello” che richiede la simultaneità di attivazione di più funzioni intellettive quali: l’attenzione selettiva nel direzionarsi verso stimoli rilevanti, la reattività nel rispondere ai mutevoli cambiamenti provenienti dall’ambiente e la capacità di prevedere i pericoli (Adler et al., 2006).

Sono numerosi i fattori e le patologie conclamate presenti in misura predominante nelle persone anziane che possono minare tale competenza di alto livello, con rischio aumentato di sinistrosità stradale superiore a 1,5 per le persone malate rispetto alla popolazione sana.

Tra le più frequenti si possono trovare: le patologie neurologiche, le patologie psichiatriche, le apnee del sonno, i problemi di abuso di alcol o droghe ed il diabete mellito, così come anche i più generici deficit visivi, i disturbi del movimento o i problemi cardiovascolari che possono rappresentare un possibile rischio di compromissione dell’idoneità degli anziani alla guida (Charlthon et al., 2004).

Tra queste patologie, quelle neurologiche di tipo dementigeno risultano particolarmente predisponenti ad un rischio incrementale di incorrere in un incidente stradale, poiché determinano, nelle persone affette in misura variabile ma ingravescente e deterministica, una diminuzione nella risposta motoria e nella velocità di elaborazione (Duchek et al., 2003, Brown et al., 2005, Perkinson et al., 2005).

Avere una guida sicura significa poter svolgere movimenti abituali, divenuti con il tempo automatici (come ad esempio cambiare le marce o armeggiare con i pedali dell’acceleratore o della frizione), ma anche avere la prontezza di rispondere ai mutevoli cambiamenti che l’ambiente propone, aggiornando le informazioni in corso di elaborazione in tempi brevi e con una complessità variabile.

Guidare bene richiede pertanto buone capacità cognitive di memoria e di apprendimento le quali sono soggette a diminuzione di potenzialità nelle persone con demenza. Si è stimato quindi che gli anziani alla guida, con una diagnosi di deterioramento cognitivo, hanno una probabilità di essere coinvolti in un incidente stradale di  2-2,5 volte superiore ai propri coetanei sani (Hogan et al., 2008).

 

Alzheimer e guida: quando avviene il ritiro della patente?

Tuttavia, una diagnosi di Alzheimer non può e non deve essere subito considerata un marker discriminatorio per il ritiro immediato della patente. Come dimostrato dalla ricerca un po’ datata ma significativa  di Cox et al., del 1998, in cui è stata comparata la capacità di guida degli anziani tra popolazione sana e con Alzheimer, le persone con deterioramento cognitivo alla guida possono avere performance molto diversificate seppur globalmente peggiori rispetto alle persone sane.

In particolare, comparando prove effettuate mediante l’ausilio di un simulatore di guida, si è riscontrato che rispetto agli anziani sani, gli anziani con demenze andavano con il loro veicolo virtuale più volte fuori strada; guidavano per più tempo più lentamente rispetto ai limiti di velocità; non si fermavano agli stop ed impiegavano di più per stabilire le precedenze nella svolta a sinistra.

Tali errori presenti in pattern differenziali nel gruppo con patologia, confermavano non solo una pervasività della malattia diversa nei partecipanti con demenza, ma anche un’importante disomogeneità nei profili di guida. Questi risultati supportano l’idea che una diagnosi di Alzheimer non necessiti di un immediato ritiro della licenza di guida ma mette in allerta rispetto all’imprescindibile bisogno di approfondimento diagnostico caso per caso.

 

Anziani alla guida: i test di valutazione cognitiva

Inoltre, la demenza è una patologia neurodegenerativa in evoluzione continua per cui tale accertamento delle capacità psicofisiche degli anziani alla guida deve essere stabilito in una timeline definita di monitoraggio continuo. Molto spesso, nell’esplicare questa prassi valutativa degli anziani alla guida, vengono utilizzati test brevi di valutazione cognitiva globale come il Mini Mental State Examination (Folstein et.al., 1975), ma tale procedura rischia di essere poco sensibile nella valutazione dell’idoneità e della sicurezza alla guida (Crizzle et. al., 2012).

Anche le guidelines di altri paesi, come quelle proposte dall’American Medical Association (AMA) e dalla Canadian Medical Association (CMA), suggeriscono che anche altri test di valutazione globale, quali il test dell’orologio (Tuokko et al., 1995) o il Trial Making Test B (Givagnoli et al., 1996), apparentemente più complessi, non risultano essere esaustivi per tale compito.

Tali linee guida, supportate da dati significativi come quelli riportati dallo studio di Roy e Molnar del 2013, indicano che nessuno di questi strumenti ha sufficiente sensibilità e profondità da risultare predittivi delle capacità degli anziani alla guida e dell’abilità di conduzione di un autoveicolo.

Se i test di valutazione globale non risultano essere indicativi di una buona prassi valutativa dell’idoneità alla guida, si potrebbe partire, come è stato fatto in letteratura, dal considerare quelli che sono i maggiori errori commessi durante la guida dalle persone con demenza ed individuare quali sono le funzioni cognitive ad essi collegati.

 

I contributi dalla letteratura scientifica

I due importanti lavori di Uc et al., 2005 e di Rizzo et al.,1993, hanno permesso di confrontare anziani alla guida sani con persone con demenza di tipo Alzheimer ed  hanno identificato per questa attività errori importanti riconducibili ai domini cognitivi delle abilità visuo-spaziali e dell’attenzione nei campioni con patologia. Inoltre, questi studiosi hanno riscontrato nello specifico un deficit nel Useful Field of View (UFOV) (Ball et al., 1988) che è un compito che indaga l’attenzione visuo-spaziale. Tale task risulta essere strettamente correlato non solo ai generici errori su strada, ma ad un rischio incrementale di imbattersi in incidenti stradali.

Dopo aver descritto la natura multifattoriale dell’abilità di guida, definito i domini cognitivi specifici coinvolti e deficitari nei driver con Alzheimer e sottolineato i limiti dell’uso esclusivo di test di valutazione globale in tale contesto, potrebbe risultare chiarificatore indagare la forza dell’associazione tra tali indicatori del comportamento di guida e strumenti neuropsicologici, applicati nei contesti valutativi riferiti alle abilità visuo-spaziali ed attentive.

Tale finalità la troviamo in un recente studio di Yamin, Strinchombe e Gagnon del 2015. In particolare, questi autori hanno voluto esaminare il ruolo dell’attenzione, delle abilità visuo-spaziali e della cognizione globale nel predire il comportamento di anziani alla guida con diagnosi di Alzheimer moderato, mediante l’ausilio di un simulatore di guida. A questo studio, hanno partecipato 41 anziani con più di 65 anni con regolare patente di guida: metà di questi (gruppo sperimentale) avevano una diagnosi di Alzheimer moderato mentre gli altri, con funzionamento cognitivo nella norma, sono stati inseriti nel gruppo di controllo.

Coloro che appartenevano al gruppo sperimentale sono stati sottoposti alla Global Deterioration Rating Scale (Reisberg et al., 1982)  al fine di verificare se si trovassero ad una fase moderata della malattia, mentre per tutti è stato fatto il Mini Mental State Examination (Folstein et al., 1975) come screening d’inclusione. Le sessioni specifiche per la ricerca hanno previsto l’utilizzo della Mattis Dementia Rating Scale (DRS-2) (Jurica et al., 2001)  per il funzionamento globale, il Visual Object and Space Percepetion Test (VOSP) (Warrington et al., 1991) per le abilità visuo-spaziale, il test of Everyday Attention (TEA) (Robertson et al., 1994) e l’Useful Field of View (UFOV) (Ball et al., 1988), per l’attenzione.

I due gruppi hanno inoltre partecipato ad una sessione di guida simulata in cui veniva chiesto loro di guidare come erano soliti fare nella vita reale, rispettando le regole e i segnali stradali. Come atteso, i risultati hanno mostrato che i drivers con demenza hanno una performance con il simulatore di guida più povera rispetto agli anziani sani. In particolare, le persone con deterioramento cognitivo rispettavano meno i limiti di velocità ed i semafori e mantenevano con maggiore difficoltà il margine della strada.

Tale diversificazione di risultati ovviamente si riscontra anche nelle prove cognitive in cui gli anziani sani hanno ottenuto punteggi significativamente più alti. L’obiettivo fondamentale di questo studio è stato quello di valutare il contributo dei test neuropsicologici nel predire  il comportamento di guida nelle persone con demenza.

Di conseguenza, gli autori hanno calcolato il coefficiente di Pearson  tra i punteggi di ciascun test neuropsicologico e due indicatori presi dalla performance di guida simulata: il numero degli incidenti e il totale degli errori. I risultati non hanno mostrato nessuna relazione significativa tra i test di funzionamento globale (MMSE e DRS) e le misure di guida simulata. Al contrario, correlazioni significative con gli indicatori di guida sono stati trovati per le misure visuo-spaziali (VOSP) ed attentive (TEA ed UFOV).

Gli esiti hanno quindi mostrato come nessuna delle misure di funzionamento globale sono risultate significativamente correlate con la performance di guida negli anziani con demenza. Dati i risultati, il funzionamento cognitivo è legato alla guida anche se questa ricerca riporta come solo alcune delle abilità cognitive risultano essere maggiormente salienti per tale pratica (attenzione e capacità visuo-spaziale). I test di funzionamento globale come il MMSE, spesso molto usato nei servizi pubblici, risultano non essere sufficientemente sensibili ad individuare abilità fondamentali nella guida ed oggetto di deterioramento nelle persone con demenza.

Nel dettaglio, questo importante contributo sottolinea come negli anziani alla guida nonostante l’ Alzheimer, i deficit nelle abilità visuo-spaziali sono correlati con possibili incidenti stradali simulati. Questo può accadere poiché evitare un incidente richiede una rapida percezione degli stimoli, una veloce elaborazione delle informazioni ed un’appropriata risposta motoria: tutto questo spesso in contesti di guida complessi.

A queste complicazioni, a causa della patologia neurodegenerativa, si sommano le difficoltà nel recupero delle eventuali informazioni necessarie e pertinenti alle decisioni di guida, dovute a problemi nella memoria e alla aggiuntiva complessità di implementare le risposte elaborate, a causa dei deficit a carico delle funzioni esecutive.

In questo studio emerge inoltre come l’attenzione sia determinante nell’idoneità di guida. Questa infatti risulta essere strettamente correlata nei partecipanti con demenze al numero di errori totali commessi nella prova di guida simulata. Nel dettaglio proprio il test TEA mostra con quest’ultimi una correlazione importante, a sostegno dell’idea che sia proprio l’attenzione sostenuta ad avere un ruolo chiave nella sicurezza degli anziani alla guida ed è pertanto questo aspetto della cognizione da considerare centrale nei giudizi di idoneità nei drivers con deterioramento cognitivo.

 

Conseguenze psicologiche e sociali del ritiro della patente sugli anziani

Le conclusioni di questo recente studio identificano i deficit attentivi e visuo-spaziali e non i punteggi nei test di funzionamento globali, come marker predittivi degli errori alla guida negli anziani con demenza. Pertanto, un’esaustiva valutazione cognitiva dell’idoneità di guida può passare solo per la costruzione di protocolli neuropsicologici che approfondiscano tali domini cognitivi e non si fermino a punteggi globali non sensibili e poco indicativi della reale sicurezza.

Un iter valutativo così progettato deve essere di tipo multidirezionale poiché deve andare a quantificare sia i deficit presenti, mediante protocolli e test, sia le risorse di rete di supporto al paziente, optando per dei colloqui con i familiari ma sfruttando anche la conoscenza del territorio.

Questo approccio non riduttivo garantirebbe sicurezza per il malato e per gli altri, serenità per la famiglia e qualora fosse possibile, stabilire prima il momento di recesso dalla guida. Tale modus operandi  potrebbe permettere di trovare, in maniera concordata con il malato, modalità di trasporto alternative all’autovettura. Pertanto, l’importanza dell’autonomia e l’inclusione sociale delle persone con demenza devono essere riconosciute come aspetti fondamentali nella concettualizzazione del paziente.

Tale rilevanza deve investire non solo i professionisti che si occupano degli aspetti valutativi dell’idoneità di guida, ma anche l’opinione pubblica, i familiari e chi non affronta tutti i giorni queste difficoltà. La persona a cui viene tolta la patente si trova ad avere da un giorno all’altro un’indipendenza ridotta, una mobilità limitata che gli rende affannoso svolgere le attività essenziali per se o per la propria famiglia. Le conseguenze di questa decisione possono portare l’anziano a limitare le attività sociali e ricreative. Questi cambiamenti possono condurre a modificare il senso di identità personale, la soddisfazione per la propria vita ed il ruolo che la persona si sentiva di ricoprire all’interno della comunità di riferimento.

Tra le conseguenze psicologiche, a volte invasive, che possono far seguito al ritiro della patente di guida, ci può essere la comparsa di una vera e propria sintomatologia depressiva. In uno studio Ragland et.al, nel 2005,  hanno trovato la presenza di depressione clinicamente significativa in anziani a cui era stata tolta la patente tre anni prima e la pervasività di questa era maggiore in coloro per cui la guida aveva rappresentato un pilastro nella loro vita come ad esempio ex autisti di autobus o piloti. Bisogna inoltre sottolineare come lo studio considerato non era specifico per anziani con demenza.

Pertanto particolare attenzione deve essere data al contributo di questo studio in una popolazione con patologia dementigena, in cui la presenza di depressione è spesso presente ed oggetto di indagine diagnostica. Sicuramente l’autonomia data dall’utilizzo dell’autoveicolo rappresenta un punto di forza supportivo per il mantenimento di un possibile equilibrio psichico ed emozionale degli anziani alla guida.

Quindi un accurato esame neuropsicologico ampliamente argomentato precedentemente deve essere accompagnato da un accertamento motivazionale e valutativo dell’importanza che per quella persona riveste la possibilità di guidare, nei limiti sempre del mantenimento della sicurezza propria e degli altri. Anche la presenza di un coniuge o di  una persona vicina che guida e che propone la propria disponibilità, non sembra attenuare l’impatto emotivo forte causato dal ritiro della patente (Stearns, Sussman, e Skinner, 2004).

Il quadro psicologico già molto labile della persona con demenza viene aggravato dalle diminuite competenze che questi anziani sani hanno di far fronte alla incipiente scarsa autostima e alla crescente dipendenza. La persona con demenza può anche negare la propria difficoltà di guida: può non riconoscere il reale pericolo. Questa forma di negazione può far seguito anche al ritiro della licenza e può essere causa di forti conflitti con il caregiver di riferimento.

Pertanto potrebbe essere una buona prassi che il clinico spieghi al paziente, nel momento della comunicazione del giudizio di idoneità, le motivazioni che hanno portato ad esprimersi negativamente, favorendo in questo modo l’accettazione della decisione e della complessa situazione della malattia. Inoltre, il ritiro della patente di guida può influenzare il caregiver del malato di Alzheimer in altri modi. In primis i familiari si trovano spesso in un vuoto assistenziale per cui devono personalmente organizzare i viaggi, soprattutto quelli frequenti per le necessità sanitarie. Inoltre può accadere che il familiare non abbia lui la patente di guida e che fino a quel momento era il proprio coniuge a garantire il trasporto, per cui è il caregiver stesso, spesso improvvisamente, ad aver perso la mobilità personale se non è presente nel nucleo un altro adulto idoneo.

Quando le persone con deterioramento cognitivo smettono di guidare, per la maggior parte dipendono infatti dai propri parenti, solo una percentuale molto piccola utilizza i mezzi pubblici (Adler et al., 2006). Questo accade soprattutto in contesti, come quello italiano, in cui le città sono complesse, con molto traffico e in cui ancora non c’è una mentalità di pianificazione di una urbanistica protesica per persone con limitate possibilità di movimentazione autonoma, causate da deficit fisici e/o cognitivi.

Questi sono gli aspetti neuropsicologici e psicosociali salienti relativi all’idoneità di guida nella persona anziana con demenza. Tali peculiarità rendono la decisione di ritiro della patente per i professionisti un momento molto delicato e complesso. Solamente un’ adeguata preparazione e competenza da parte dell’equipè di clinici, coinvolta nella gestione di questo momento di transizione,  può rendere quello che apparentemente viene visto come una decisione di  limitazione una possibilità di cambiamento di stile di vita e di gestione diversificata delle risorse di rete presenti per la persona con morbo di Alzheimer, per la famiglia che se ne prende cura e per il contesto sociale più ampio.

Social network, qualità della vita e rischio di mortalità

I soggetti che hanno più amici e più legami sociali tendono a vivere più a lungo, questo sarà vero anche per chi fa un largo uso dei Social Network?

 

I soggetti, che hanno più amici e più legami sociali nell’ambito della comunità in cui risiedono, tendono a vivere più a lungo. Ricerche compiute a tal proposito hanno spiegato questa correlazione, asserendo che un maggiore supporto sociale, unito ad un coinvolgimento diretto nella comunità di appartenenza, ha degli effetti positivi sullo stato di salute individuale. Attualmente, molte persone coltivano le loro amicizie attraverso i social network. Frequentemente, i contatti sociali che avvengono attraverso i social network sono seguiti da occasioni nelle quali le persone si incontrano realmente ed instaurano fra loro delle vere e proprie amicizie. Ciò determina un miglioramento della qualità della vita e una diminuzione del rischio di mortalità. Se, però, i social network sono usati in maniera passiva, come se si guardasse la televisione, e questo non determina un incremento delle amicizie reali, i riverberi sulla salute dell’individuo sono negativi.

Keywords: social network, interazioni sociali, amicizie, rischio di mortalità.

 

Legami sociali e impatto sulla salute

I soggetti che hanno più amici e più legami sociali nell’ambito della comunità in cui risiedono, tendono a vivere più a lungo.

Ricerche compiute a tal proposito hanno spiegato questa correlazione, asserendo che un maggiore supporto sociale, unito ad un coinvolgimento diretto nella comunità di appartenenza, ha degli effetti positivi sullo stato di salute individuale (Holt-Lunstad, Smith e Layton, 2010): infatti, aumenta le difese immunitarie (Cohen, Doyle, Skoner, Rabin e Gwaltney, 1997) e riduce la frequenza delle infiammazioni (Loucks, Berkman, Gruenewald e Seeman, 2006).

Solitamente accade che le persone, che sono più integrate a livello sociale, abbiano uno stile di vita più salutare, con abitudini virtuose nel campo della salute. Le ricerche svolte fino ad ora, finalizzate a indagare gli aspetti sopra delineati, hanno studiato gli effetti delle interazioni sociali che avvengono di persona nel contesto di vita quotidiana.

 

Gli effetti dei Social Network sul benessere delle persone

In realtà, attualmente, molte persone coltivano le loro amicizie attraverso i social network.

Frequentemente, i contatti sociali che avvengono attraverso i social network sono seguiti da occasioni nelle quali le persone si incontrano realmente ed instaurano fra loro delle vere e proprie amicizie (Rainie e Wellman, 2012). Ciò determina un miglioramento della qualità della vita e una diminuzione del rischio di mortalità.

Se, però, i social network sono usati in maniera passiva, come se si guardasse la televisione, e questo non determina un incremento delle amicizie reali, i riverberi sulla salute dell’individuo sono negativi. A stabilire questo è stato uno studio statunitense, compiuto da ricercatori di varie università (Università della California, Northeastern University di Boston, Università di Harvard e Università di Yale) in collaborazione con il social network Facebook (Hobbs, Burke, Christakis, Fowler, 2016).

 

Gli effetti di Facebook sulla salute

Per giudicare gli effetti sulla salute delle interazioni sociali, che avvengono attraverso i social network, si è seguita l’attività su Facebook di dodici milioni di persone per sei mesi.

Fra di esse, è stato formato un gruppo sperimentale che è stato comparato con un gruppo di controllo, tratto dalla popolazione su larga scala, costituito da persone con le stesse caratteristiche del gruppo sperimentale, che non avevano interazioni sociali tramite Facebook.

È stato fatto, successivamente, un follow-up a distanza di due anni per stabilire se ci fosse stato un decremento della mortalità nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo di controllo. Nel gruppo di individui che utilizzava il social network Facebook si è trovata una diminuzione di mortalità, relativa, per esempio, al diabete, alle infezioni, all’infarto e alle malattie cardiovascolari.

In conclusione, la ricerca ha stabilito che le interazioni sociali che avvengono anche attraverso i social network riducono il rischio di mortalità.

CrossFit e Terapia Metacognitiva Interpersonale: la metacognizione favorisce l’accesso alle parti sane nello sport

La Terapia Metacognitiva Interpersonale è un modello teorico cognitivo comportamentale di “terza ondata” che da diversi anni sta contribuendo al modo di fare terapia oggi. Le peculiarità del modello della terapia metacognitiva interpersonale nascono dalla necessità di dotarsi di strumenti di intervento per pazienti con specifiche caratteristiche che ne rendevano difficile il trattamento con i metodi cognitivi standard finora presenti (Semerari, 1999). Come può essere utile nell’ambito del Crossfit?

 

La relazione mente-corpo: gli effetti benefici dello sport e del Crossfit

Mi trovo nello spogliatoio dopo un denso allenamento di CrossFit, letteralmente madido di sudore e a corto di fiato, osservo le mani arrossate ed ancora sporche di magnesio, il mio corpo inizia a rilassarsi dopo un intenso stato di sforzo e tensione producendo una sensazione difficile da definire, ma mi accorgo che sto sorridendo. Mente e corpo sono come allineate in una sorta di stato di energica quiete. Mi sento soddisfatto e ripenso a quel momento in cui, un’ora prima, dopo aver finito di lavorare, avevo combattuto con il solito “no dai oggi non vado, sono stanco…” ed invece ora mi sento pieno di energia, i pensieri di una giornata lavorativa sembrano più lontani ed i buoni propositi e le idee si accendono sulla mia testa come la lampadina di Archimede della Disney. Qualcosa ha funzionato bene! Non è il primo allenamento che faccio e so per certo che mi porterò questa bella sensazione anche a casa.

Il mio solito vizio, quello del pensare, diventa tentatore e la piacevole condizione in cui mi trovo lascia intuire che possa trattarsi di riflessioni produttive alle quali decido di cedere volentieri, assecondando il desiderio di capire qualcosa di più su questo stato che sto vivendo:
Come ci sono arrivato a questa condizione di benessere? Cosa e come ha funzionato in me, nella mia mente e nel mio corpo per portarmi ad attivare questa energia fisica e mentale? Se riuscissi a comprendere di più di questa mia relazione positiva mente-corpo, potrei migliorarla e magari portarla anche in altri ambiti della mia vita?” e sopratutto “C’è un modo per condividere e trasmettere questa modalità di accesso al benessere agli altri?

In tutto questo la sensazione positiva aumenta… Certo di non essere in una fase maniacale e tanto meno di vivere la sgradevole sensazione che è tipica del rimuginare, mi sento come il surfista che ha agganciato l’onda e seguo questo contatto con quello che ho da tempo imparato a riconoscere come “la mia parte sana”: una parte di me che ho iniziato a sentire, riconoscere ed alimentare in altri contesti, un’attivazione della mia mente che si è affinata (e continuo ad affinare) e alla quale ho saputo individuare adesso un nuovo accesso attraverso la modalità con cui sto vivendo il CrossFit. Mi rendo conto di aver vissuto l’esperienza dell’allenamento applicando in modo piuttosto automatico uno schema consolidato già in altre circostanze. Rifletto sul fatto che se questo è vero, allora è possibile anche un percorso al contrario, ovvero, se avessi per la prima vota imparato ad applicare delle giuste strategie mentali in un momento stressante o difficile del mio allenamento, probabilmente avrei potuto applicare le stesse strategie mentali anche in altre situazioni problematiche della mia quotidianità.

 

Come resistere alla procrastinazione dello sport

Ripercorro e ridefinisco cosa mi è appena accaduto. Paradossalmente l’applicazione di un sano funzionamento inizia ancora fuori dalla palestra. Dopo un’intera giornata passata seduto in poltrona impegnato in un lavoro puramente intellettivo, sono arrivato all’orario in cui mi ero preposto di andare ad allenarmi. La percezione iniziale del mio corpo è di stanchezza e mancanza di energia, certo non sono sfinito, ma neanche pronto per la maratona di New York. Immediatamente la mia mente va all’allenamento che probabilmente dovrò fare, trazioni alla sbarra, bilancieri da sollevare e chissà quanti addominali, il senso di affaticamento stranamente si fa più intenso senza apparente motivo ed inizio a sentirmi orientato verso la procrastinazione.

Le scuse sono fluenti: borsone da preparare, tragitto da compiere ecc. Il tutto devo dire abbastanza convincente e condito da una dose di ansia che non guasta mai (credo anche di aver visto il divano con il telecomando in grembo ammiccarmi). Mi sono sentito così altre volte? Certo! Ogni volta in cui devo fare qualcosa e non mi sento all’altezza di uno standard che mi sono prefissato. Quindi non fatico a riconoscere che si è attivato un mio schema di funzionamento del tutto orientato alla prestazione che tende a farmi trascurare un elemento assolutamente fondamentale: il fatto che mi piace allenarmi e anche molto!

Riporto la mente sugli aspetti piacevoli dell’allenamento a cui sto per rinunciare, a quei gesti di movimento e libertà in cui mi sento attivato, allo stato di attivazione di forza ed energia ed alla sensazione piacevole del migliorare a poco a poco nelle capacità di eseguire un esercizio ed alla resistenza che, pur non occorrendomi per raggiungere nessun podio, migliora di volta in volta contribuendo sicuramente a strutturare una percezione di me soddisfacente. In questo shift di pensieri in cui immagino una situazione alternativa, inizio a percepire qualcosa di diverso nel mio corpo, il borsone da preparare non è più un loop di rimuginii, ma è qualcosa che sto facendo senza quasi rendermene conto. Questa oscillazione tra aspetti perfezionistici che tendono a farmi procrastinare o evitare ed aspetti legati alla ricerca del piacere fine a se stesso si ripeterà per tutto l’allenamento, ma ormai il filo mentale in cui è definito l’accesso e l’utilizzo della seconda opzione è ormai definito. Insomma, aver individuato e padroneggiato un mio schema mi sta conducendo ad uno stato di benessere e allontanando da un altro senz’altro più negativo.

 

Terapia Metacognitiva Interpersonale: un modello cognitivo di terza ondata

La base teorica dalla quale ha origine questo funzionamento è la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) (Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore, 2013).
La Terapia Metacognitiva Interpersonale è un modello teorico cognitivo comportamentale di “terza ondata” che da diversi anni sta contribuendo al modo di fare terapia oggi. Le peculiarità del modello della terapia metacognitiva interpersonale nascono dalla necessità di dotarsi di strumenti di intervento per pazienti con specifiche caratteristiche che ne rendevano difficile il trattamento con i metodi cognitivi standard finora presenti (Semerari, 1999).

Ciò che viene preso in considerazione è l’aspetto metacognitivo della persona che risulta carente. Elementi della disfunzione metacognitiva sono, tra gli altri, una difficoltà nel riuscire a percepire e comprendere i propri stati interni (pensieri, emozioni e motivazioni) e quelli altrui e di conseguenza la difficoltà di padroneggiarli, al fine di promuovere il benessere nella propria vita e nelle relazioni interpersonali.

Un altro assunto di base peculiare della Terapia Metacognitiva Interpersonale è che i soggetti si orientano nel mondo e nelle relazioni in base a schemi interpersonali specifici, ovvero strutture cognitivo-affettivo-somatiche attraverso le quali attribuiscono significato a come gli altri risponderanno ai propri desideri e quali reazioni essi stessi avranno a tali risposte. Il desiderio (wish) è la base dalla quale nasce e si sviluppa lo schema di funzionamento di un soggetto secondo la terapia metacognitiva interpersonale. In ambito clinico, ricostruire e riflettere su certi schemi aiuta a comprendere come essi, qualora disfunzionali, possano guidare le azioni determinando sofferenza o blocchi nella sua vita relazionale.

Naturalmente non sono il primo a portare queste riflessioni fuori da un setting terapeutico standard. Con la sua capacità di intervenire su aspetti funzionali della personalità, la Terapia Metacognitiva Interpersonale si è già dimostrata un utile strumento nei contesti agonistici sportivi (Galasso, 2015 ), dove è stato riscontrato che gli atleti spesso necessitano, oltre che di interventi con tecniche standard di tipo cognitivo comportamentale (riduzione dello stress e dell’ansia agonistica, ottimizzazione delle abilità attentive, ecc.) anche di interventi su “aspetti di sofferenza soggettiva riconducibili alle caratteristiche di personalità dell’atleta”.

 

Comprendere gli schemi disfunzionali che si attivano secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale

In un contesto oggettivamente stressante come la dimensione agonistica infatti, è molto più probabile che uno schema disfunzionale, se presente anche sotto soglia, emerga. Nella mia esperienza personale, mi trovo a riflettere su funzionamenti non legati a situazioni patologiche, ma in cui agisco degli schemi di personalità che, se non orientati in direzioni più funzionali, contribuirebbero senz’altro a stati emotivi distanti da quelli appartenenti ad una situazione di benessere.

Il mio schema si è attivato addirittura prima di iniziare l’allenamento: desidero allenarmi ed avere una buona forma fisica (wish di successo ed affermazione) ma provo uno stato di ansia in quanto, la percezione errata che ho del mio stato fisico e l’alto standard di allenamento che mi prospetto, mi fanno percepire un possibile stato di fallimento e la mia risposta è la tendenza alla procrastinazione che, se dovessi assecondare, mi porterebbe alla conseguenza di sentirmi fallimentare e poco tenace. Ebbene si, mi ritrovo a fare i conti con il mio perfezionismo: non mi sento abbastanza rispetto le mie aspettative e sono tentato di rinunciare al mio desiderio. Il mio senso di agency è a rischio!

Recupero dalla mia memoria episodica, “mi sono sentito già altre volte in questo modo?” Assolutamente si! E’ un mio schema di funzionamento con il quale ormai ho sufficiente familiarità, presente nei miei allenamenti e perfino ora che sono alla tastiera nello scrivere questo articolo! So benissimo che per orientare questo processo verso le mie parti sane dovrò, mettere da parte le mie possibili risposte disfunzionali (es. procrastinare), dare delle giuste interpretazioni agli stati somatici ed emotivi che percepisco ed utilizzare le giuste strategie per raggiungere il mio scopo, ma sopratutto trovare un modo per accedere alle mie risorse nel qui e ora.

Perché è utile considerare tale assunto? Utilizzare una chiave di lettura metacognitiva dell’esperienza sportiva di un individuo ci permette anzitutto di andare ad individuare aspetti della personalità che, se compresi e condivisi, rendono tale contesto un’occasione di promozione di consapevolezza del proprio funzionamento di personalità e delle proprie risorse personali. Inoltre, una persona impegnata nella pratica sportiva, può trovarsi in una condizione in cui sia la sua mente che i suoi muscoli sono sottoposti ed impegnati in una interazione molto intensa e piuttosto unica. In tale condizione, orientare sul piano della consapevolezza e della metacognizione con la giusta tecnica (esercizi di focalizzazione e di autoriflessività in presa diretta e discussioni a posteriori) può presentare un’ottima occasione per individuare e sviluppare risorse individuali (fisiche e mentali) magari normalmente assopite.

A questo punto il contesto sportivo diventa un valido campo per riconoscere e coltivare risorse dell’individuo che altrimenti sarebbero più difficili da individuare e la psicologia, e ancor più le tecniche della Terapia Metacognitiva Interpersonale, offrono un valido strumento per amplificare e sfruttare al meglio gli aspetti potenzialmente sani già presenti nell’esperienza sportiva. Individuate le risorse e rafforzata la modalità di accesso ad esse, sarà quindi più semplice raggiungere i risultati sperati contribuendo anche ad aumentare il senso di autoefficacia della persona coinvolta.

Allo stesso tempo, anche se questo può non considerarsi il target principale della mia idea, è utile considerare che, anche in assenza di una patologia psichica conclamata, in molte persone si attivano processi mentali disfunzionali. Tali processi, qualora attivi, potrebbero sia impedire il vivere lo sport in modo sano, sia alimentare sofferenza. Se dovesse esser presente un disagio psichico “sotto soglia” che agisce sulla base di uno schema potenzialmente disfunzionale, la Terapia Metacognitiva Interpersonale applicata al contesto sportivo può offrire una valida occasione per individuarlo e creare una buona opportunità per un lavoro di prevenzione del disagio e favorire una ridefinizione alternativa di tale schema per una crescita e sviluppo personale.

Attraverso l’aumento della metacognizione secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale è quindi possibile amplificare gli aspetti positivi dell’esperienza focalizzandosi su di essi. In parallelo, individuare eventuali schemi interpersonali dominanti presenti, offre una valida occasione per un intervento volto a comprendere come tali schemi, non necessariamente maladattivi in sé, ostacolino l’esperienza sportiva e riducano il benessere e il piacere che ne derivano.

In un suo articolo Salvatore (2015) metteva in evidenza come, attraverso l’uso della disciplina delle arti marziali, con un giusto allenamento, è possibile guidare un soggetto ad avere un’esperienza somatica di cui è possibile conservarne memoria, andando così a modificare in positivo l’immagine di sé. Inoltre, attraverso la narrazione di un caso clinico Salvatore illustrava come gli schemi di una persona possono modificarsi funzionalmente attraverso un “approccio basato sulla corporeità”.

 

La Terapia Metacognitiva Interpersonale nel CrossFit

Il CrossFit è un potente campo esperienziale in quanto disciplina che racchiude diversi aspetti: resistenza cardiovascolare-respiratoria, resistenza energetica, forza, flessibilità, potenza, velocità, coordinazione, agilità, equilibrio e precisione. Insomma una bella prova per corpo e mente!
La terapia metacognitiva interpersonale nell’ambito del Crossfit si è strutturato in un workshop della durata di circa tre ore.

Nello step iniziale del mio lavoro nell’ambito del Crossfit ho utilizzato la Terapia Metacognitiva Interpersonale per rintracciare ed esplorare gli stati mentali dello sportivo attraverso un rapporto narrativo del vissuto durante un allenamento. A tale scopo, in accordo con il coach, ho preparato una sessione di allenamento (workout of the day – WOD) in grado di generare un alto livello di stress nella prestazione. Il WOD è composto da una serie di esercizi e di ripetizioni alternate tra loro, concentrate nell’arco di circa 20 minuti che, per terminare con successo in questa finestra temporale, richiedono una buona forma fisica.

Prima dell’esecuzione del WOD al trainer viene esposto un breve discorso psicoeducazionale in cui si introducono gli stati emotivi. Lo scopo è di favorire un migliore processo di monitoraggio emozionale. Al trainer viene poi assegnato il compito di prestare attenzione ai propri vissuti emotivi e dialoghi interiori durante la sessione, insomma stimolare una presa di coscienza sul fatto che ogni nostro vissuto nel mondo è accompagnato da un vissuto personale del nostro mondo interiore.

Partita la sessione, in collaborazione con il Coach, abbiamo osservato in tempo reale i comportamenti non verbali (espressioni facciali ecc.) e le difficoltà di esecuzione dell’esercizio in quel determinato momento.

Al termine dell’allenamento è stato fatto un circle time dove, chi se la sentiva, poteva rispondere a domande come: “Qual’è stato il momento più difficile? Che cosa hai provato in quel momento?” oppure “In un centro momento ti ho visto in difficoltà sull’esercizio, sei in grado di dirmi che emozioni stavi provando in quel momento?” e via dicendo. In alcuni casi si arriva a ottenere una vera e propria narrazione completa dell’episodio.

Grazie a questa procedura, sono emersi vari contenuti emotivi. Uno dei più frequenti era l’ansia legata sia alla prestazione che al timore di un possibile giudizio negativo. Gli episodi raccontati sono stati esplorati cercando di rintracciare al loro interno il desiderio/motivazione/meta del soggetto per comprendere, come da nostra intenzione iniziale, cosa lo spingesse a compiere l’attività sportiva del Crossfit e, soprattutto, quale schema sottendesse l’attività. Proseguendo ho cercato quindi di identificare le risposte alle difficoltà vissute e le risorse personali che il soggetto attivava per superarle.

Indagando i desideri che guidavano gli schemi, i partecipanti hanno riportato: il bisogno che il loro valore personale venisse riconosciuto dagli altri; il desiderio di affermarsi, avere successo e di migliorare o mantenere la propria posizione nella gerarchia sociale; il desiderio di appartenere al gruppo.

Un altro aspetto interessante è dato dal fatto che sono emerse anche motivazioni relative all’utilizzo del CrossFit come strategia di secondo livello per il fronteggiamento del rimuginio ansioso che, altrimenti, occuperebbe in maniera preminente la maggior parte della giornata del soggetto: “vengo qui perché il senso di fatica mi aiuta a non pensare costantemente agli esami e a tutte le cose che devo fare”. Quest’ultima farebbe pensare ad una strategia sotto soglia tendente all’over-training, in quanto il soggetto non fa esercizio perché lo trova piacevole e né lo utilizza come strategia di mastery che gli consentirebbe, una volta scaricata la tensione e presa distanza dal rimuginio, di guadagnare uno stato di umore migliore. Questa è una delle possibili condotte nell’attività sportiva (non solo nel Crossfit) che andrebbe approfondita col soggetto in separata sede.

Le strategie di fronteggiamento delle difficoltà emerse durante il training di Crossfit che risultavano utilizzate più di frequente erano: rimuginio con contenuti ansiosi (ad esempio “adesso non ce la faccio”), perfezionismo (“non devo sbagliare nulla”) e autocritica (“farò schifo”). Alcuni soggetti tentavano, attraverso l’esercizio, di indursi uno stato simil dissociativo, una sorta di stato di flow (flusso) (Mihaly Csiksgentmihalyi 1975), uno stato chiamato anche di trance agonistica potenzialmente distraente, dove l’individuo perde la nozione di tutto ciò che lo circonda arrivando ad essere totalmente immerso e focalizzato sul compito e dissociato dal contesto. Questo aspetto meriterebbe essere maggiormente indagato in esperienze successive.

Nella sessione del circle time ho presentato e messo in evidenza come certe strategie autoprodotte non possano fornire i risultati sperati. Ad esempio sul desiderio di riconoscimento “devo essere perfetto e fare meglio degli altri perché voglio essere da esempio” questo aumenta i livelli di ansia proiettandomi a pensare più su come sarò visto dagli altri (spostando l’attenzione all’esterno) che come devo gestire il mio corpo e le sue risorse durante l’esercizio, aumentando probabilmente la possibilità di sbaglio e riducendo l’accesso alle risorse interne di cui potrei necessitare. E’ facile che, in tali situazioni, l’emozione dell’ansia orienti il corpo a tenere un tono muscolare più rigido ed un tipo di respirazione meno orientata sul diaframma con oggettive conseguenze sull’esercizio.

Il tipo di intervento fatto nel circle time relativo a tali schemi emersi si è rivelato fondamentale: ogni volta che emergeva o veniva riconosciuto un desiderio all’interno di un episodio narrativo, questo veniva inizialmente validato, spostando così l’attenzione dall’autocritica, dallo scarso senso di autoefficacia e quindi da un rimuginio conseguente, e successivamente veniva aiutato il soggetto ad orientarsi verso l’importanza della ricerca di una migliore strategia di esecuzione presentando i vantaggi di una giusta respirazione e di una buona focalizzazione sul corpo.

Salvatore nel suo articolo sottolinea che “il tramite principale tra corporeità, lo sviluppo delle capacità autoregolatorie e le potenzialità interiori della persona, è la respirazione”.

Proprio allo scopo di aiutare il trainer a sviluppare o aumentare la sua capacità di focalizzarsi sull’esercizio nel presente ed entrare in contatto col proprio stato corporeo, al fine di regolare i propri stati emotivi ed i livelli di stress attivati, è stata fatta una sessione di esperienza guidata utilizzando un esercizio di respirazione. I soggetti hanno potuto sperimentare l’esperienza di uno stato mentale focalizzato dove, eventuali distrazioni, rimuginii ecc., venivano “lasciati scorrere” per poi tornare a riportare la concentrazione sul compito e quindi sul proprio corpo, ovvero respirare.

Nella parte successiva del workshop è stato proposto un altro WOD, questa volta lo scopo era di rendere applicabile la modalità di focalizzazione sul corpo e sul compito appena esplorata. Il trainer era guidato quindi a percepire le sensazioni positive sperimentate durante l’allenamento e prendere una “distanza fluttuante dai pensieri negativi” di cui si era discusso nel circle time e sui quali si aveva maggiore consapevolezza.

I risultati di quest’ultima sessione sono stati infine indagati attraverso un altro circletime: i soggetti hanno dichiarato tutti di aver provato un vantaggio nell’esecuzione degli esercizi utilizzando la tecnica di focalizzazione sul presente, avendo maggiore consapevolezza delle proprie risorse disponibili e riuscendo ad avere più energia e precisione nell’esecuzione degli esercizi.

Un dato importante, osservato dal Coach è stato che il gruppo, nonostante fosse composto da atleti di differente livello, ha eseguito una performance molto omogenea riguardo i tempi di esecuzione. Questo potrebbe avere una rilevanza in quanto una delle grandi potenzialità del CrossFit è di riuscire a stimolare l’interazione ed il bisogno di aiutare gli altri, cooperare per il raggiungimento di fini comuni. L’ipotesi è che la condivisione in gruppo degli schemi interpersonali possa aver fatto percepire il compagno più vicino, soprattutto nell’individuazione e la condivisione dei wish comuni emersi nel circle time, predisponendo ad una maggiore collaborazione, un aspetto che ci promettiamo di approfondire senz’altro in futuro.

Aspetto fondamentale ai fini della nostra indagine è il fatto che, ogni qualvolta si domandasse al trainer, a partire dalla narrazione raccolta e ricostruito lo schema attivo, se era in grado di riconoscere questa modalità in altri aspetti della sua vita, la risposta era sempre affermativa ed accompagnata da una espressione di stupore.

Es. “Quindi quando stai eseguendo un esercizio e ti trovi in difficoltà, provi ansia perché non stai riuscendo ad eseguirlo perfettamente come ti aspettavi e senti minacciate le tue capacità. A quel punto cominci a rimuginare e perdi concentrazione. Ti capita in altri momenti della tua vita?
Si praticamente in tutto
Mi faresti un altro esempio?
Nello studio, mi capita di non riuscire a comprendere una cosa o provare difficoltà e rimugino tantissimo perdendo concentrazione

Questo conferma l’ipotesi iniziale che prevedeva l’applicazione di schemi personali dei soggetti all’interno dell’attività sportiva.

Ciò che emerge da tale esperienza ci indica sicuramente una notevole potenzialità di applicazione dei principi della Terapia Metacognitiva Interpersonale come strumento di promozione del benessere nel contesto del Crossfit, guidando lo sportivo ad una maggiore consapevolezza di se stesso e aumentando gli effetti già benefici dello sport. Grazie a questo lavoro integrato tra lo psicologo e il Coach nel Crossfit, è possibile non solo promuovere gli stati positivi, aumentare la capacità di vivere nel presente l’attività sportiva riducendo l’uso di strategie maladattive di gestione del malessere e frustrazione psicologica, ma anche aumentare la consapevolezza generale del proprio funzionamento interpersonale ed esportare le conoscenze su come padroneggiare i meccanismi mentali attivi nell’esercizio anche nella vita quotidiana, così come si è potuto apprendere negli esercizi corporei.

Un feedback raccolto da alcuni partecipanti agli incontri, di cui è bene tener conto, consiste nel fatto che non tutti arrivano a compiere tale esperienza aspettandosi di entrare in contatto con consapevolezze di se stessi a volte così profonde e questo a volte è stato destabilizzante generando atteggiamenti di chiusura. Inoltre è importante specificare che questo tipo di intervento, pur consentendo l’accesso a risorse personali del soggetto, tende ad essere più orientato agli stati interni che su aspetti meramente legati alla prestazione sportiva in assoluto e non solo del Crossfit.

L’applicazione delle strategie della Terapia Metacognitiva Interpersonale nel contesto di allenamento del CrossFit si è quindi rivelata un’interessante risorsa al fine di migliorare l’esperienza dello sportivo, aggiungendo così un tassello in un quadro di promozione di benessere della persona che si propone di arricchirsi con ulteriori sviluppi in tale direzione.

 

Captain Fantastic (2016) e il dilemma dello stile educativo – Recensione del film

Captain Fantastic, pellicola diretta da Matt Ross, mette in scena la storia della famiglia Cash, una brigata di adolescenti e bambini capitanati dal padre Ben, impegnato in uno stile educativo piuttosto rigido ed esigente coi suoi figli.

Guglielmo D’Allocco

 

Lo stile educativo in Captain Fantastic

Captain Fantastic, pellicola diretta da Matt Ross, mette in scena la storia della famiglia Cash, una brigata di adolescenti e bambini capitanati da un magistrale Viggo Mortensen che veste i panni del padre Ben, un “Capitano” impegnato quotidianamente nell’impartire un’educazione piuttosto rigida ed esigente ad un gruppo di ragazzi divenuti improvvisamente orfani di madre.

Captain Fantastic inizia a prendere forma dalla prima scena in cui la famiglia Cash è impegnata in una battuta di caccia stile sioux con tanto di pugnali e assalto a mani nude alla preda; si tratta, forse, della faccia più estrema dello stile educativo che questo padre americano, lontano ideologicamente dalla politica consumistica e capitalistica occidentale, adotta con la sua prole stimolandola, costantemente, ad un contatto quanto più armonioso possibile con la terra e il cosmo intero.

La brigata Cash vive nella foresta come conseguenza del ricovero della madre, affetta da disturbo bipolare e ben presto suicida; ciò che stupisce della figura del padre è una costante abnegazione al concetto di verità e una assertività che non risparmia, nel riportare spiegazioni e fatti accaduti (compresa la tragedia della perdita della madre), neanche i più piccoli della cucciolata, Zaja e Nai.

 

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER DEL FILM

 

Captain Fantastic e le difficoltà genitoriali

Pur lasciando emergere una serie di contraddizioni e di eccessi, che Captain Fantastic non risparmia di mettere velatamente in luce, la figura di questo “capitano fantastico” interpretato da Mortensen fa emergere anche delle sfaccettature che stimolano una riflessione sull’attuale difficoltà riscontrata nelle famiglie contemporanee circa l’adozione di uno stile educativo efficace.

Ben Cash riesce, malgrado un atteggiamento hippie facilmente attaccabile e alibi servito su un piatto d’argento per chi storce il naso in maniera pregiudizievole verso l’anticonformismo (basti pensare alla figura del nonno che considera Mortensen il peggiore guaio mai capitato alla sua famiglia e a sua figlia), a rappresentare una guida per i suoi figli e a stimolarli costantemente, adottando quasi in maniera ortodossa lo stile maieutico, a far emergere il proprio punto di vista e le proprie idee senza che, in maniera pigra, possano essere i concetti generali e mutuati dal pensiero comune a parlare per bocca loro.

La famiglia di Captain Fantastic si ritroverà ben presto, vista la volontà di voler far rispettare le ultime volontà della madre in merito al fatto di voler essere cremata, a dover fare un’incursione in quel mondo che rappresenta una vera e propria nemesi rispetto al modo in cui sono cresciuti, e sarà proprio il mischiarsi con l’opposto a far vacillare la solidità della scialuppa del capitano Ben.

Una serie di eventi, dalla volontà del giovane Bodevan di andare al college all’incidente di Vespyr, costringeranno Ben a dover fare i conti con gli angoli più spigolosi di questa sua modalità forse troppo alternativa di allevare i suoi figli.

Ciò che rasserena di più, volgendo al termine di Captain Fantastic, è il forte attaccamento che, al di là delle lusinghe e del benessere tutto ad un tratto offerto ai giovani, unisce ancora di più i figli ad un padre che sceglierà (di qui la maturità di mettere in discussione gli aspetti rischiosi di uno stile educativo considerato vincente) di apportare qualche modifica al suo “allenamento” mantenendo quella stessa identità che ha permesso ai 6 ragazzi di voler continuare a vivere uno stile di vita improntato ai più genuini e autentici valori morali.

Vergognarsi del proprio corpo può peggiorare la salute dei pazienti obesi

Le persone che combattono l’obesità devono affrontare contemporaneamente la tendenza ad essere giudicate in modo stereotipato come persone pigre, incompetenti, non attraenti, prive di forza di volontà e colpevoli del loro peso in eccesso. Il dolore di questi messaggi può contribuire e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche negli obesi, secondo un nuovo studio pubblicato sul giornale Obesity, rivista scientifica della Obesity Society, guidata da un gruppo di ricercatori della Scuola di Medicina di Perelman all’Università della Pennsylvania.

 

 

Il vissuto di vergogna nei pazienti obesi

Il team di ricerca guidato da Rebecca Pearl, assistente alla cattedra di “Psicologia in Psichiatria”, in collaborazione con i colleghi del centro di Penn per il Peso e i Disturbi Alimentari ha scoperto che, al di là degli effetti già riscontrati dell’indice di massa corporea (BMI) e della depressione sul tasso di rischio di sviluppo di malattie cardiovascolari e metaboliche, livelli più elevati di interiorizzazione di pregiudizi sul peso aumentano tale rischio.

[blockquote style=”1″]C’è un malinteso comune secondo cui lo stigma dell’obesità potrebbe contribuire a motivare gli individui obesi a perdere peso e migliorare la loro salute[/blockquote] ha detto Pearl.

In realtà, secondo lo studio, l’effetto è esattamente opposto: quando le persone provano vergogna a causa del loro peso hanno più probabilità di evitare l’esercizio fisico e consumare più calorie per affrontare questo stress, a causa di una risposta fisiologica allo stress stesso, che induce un aumento dei livelli di infiammazione e di cortisolo che può degenerare appunto in comportamenti non salutari.
In questa ricerca è stata identificata una relazione significativa tra l’internalizzazione dei pregiudizi riguardanti il peso e la presenza di una diagnosi di sindrome metabolica, un indicatore di cattiva salute.

 

L’interiorizzazione dei pregiudizi e la presenza di sindromi metaboliche

Il team ha esaminato 159 adulti obesi che sono stati arruolati in un ampio studio clinico finanziato da Eisai Pharmaceutical Co atto a testare gli effetti di farmaci dimagranti – la maggioranza dei partecipanti erano donne afroamericane, un gruppo tipicamente sottorappresentato nella ricerca sui pregiudizi riguardanti il peso. Tutti i partecipanti hanno completato alcuni questionari atti a valutare i livelli di depressione e internalizzazione dei pregiudizi, prima di qualsiasi somministrazione farmacologica. L’internalizzazione dei pregiudizi riguardanti il peso si verifica quando le persone riferiscono a se stesse gli stereotipi negativi sul peso, come ad esempio ritenere di essere pigri o poco attraenti perché obesi, e si svalutano a causa del loro sovrappeso.

I partecipanti sono stati sottoposti a visita medica, che ha determinato la presenza di una sindrome metabolica, un insieme di fattori di rischio, come alti livelli di trigliceridi, pressione sanguigna elevata e ampia circonferenza della vita, che sono tutti associati a malattie cardiache, diabete di tipo 2 e numerosi altri problemi di salute obesità-correlati.

Inizialmente, non è stata osservata alcuna relazione tra internalizzazione dei pregiudizi e sindrome metabolica, analizzando i dati in un’ottica demografica, ovvero per età, peso o razza . Tuttavia, quando i soggetti sono stati stratificati in due gruppi in base all’entità dell’internalizzazione dei pregiudizi, quelli con elevati livelli di interiorizzazione avevano il triplo delle probabilità di avere una sindrome metabolica e sei volte più probabilità di avere alti livelli di trigliceridi rispetto ai partecipanti con bassi livelli di interiorizzazione.

[blockquote style=”1″]Gli operatori sanitari, i media e il pubblico in generale devono essere consapevoli che senso di colpa e vergogna nei pazienti obesi non sono uno strumento efficace per promuovere la perdita di peso e possono, al contrario, contribuire a cattive condizioni di salute se i pazienti interiorizzano questi messaggi pregiudizievoli[/blockquote] ha affermato il co-autore Tom Wadden, professore di “Psicologia in Psichiatria” e direttore del Centro di Penn. Gli addetti ai lavori giocano un ruolo fondamentale nel ridurre questa interiorizzazione trattando i pazienti con rispetto, discutendo del loro peso con sensibilità e senza giudizi, e dando loro sostegno e incoraggiamento.

 

L’Analisi comportamentale applicata (ABA): approfondimenti e alcune precisazioni per evitare fraintendimenti

Aba: analisi comportamentale applicata per il trattamento dell’autismo

Paolo Moderato,  IESCUM – ABAI Italian Chapter

 

L’analisi comportamentale applicata, in inglese Applied Behavior Analysis – ABA, è diventata popolare anche in Italia negli ultimi 15-20 anni. La popolarità, si sa, oltre a vantaggi, porta anche alcuni svantaggi, tra cui, in campo scientifico, un forte rischio di banalizzazione e parecchi fraintendimenti. L’ABA, potremmo dire, è vittima della sua efficacia, poiché questa ampia popolarità le deriva dai brillanti risultati delle sue applicazioni nel campo dell’autismo.

Per molti (troppi) anni l’autismo è stato considerato un disturbo originato da una patologia della relazione affettiva madre-bambino, “curabile” con lunghi anni di psicoanalisi. Grazie alle ricerche eziopatogenetiche di Michel Rutter e Lorna Wing, e ai primi protocolli applicativi di Ivar Lovaas, negli anni Ottanta l’impostazione diagnostica e terapeutica è radicalmente cambiata, consentendo l’applicazione di quei principi scientifici che anni di ricerca sui processi di apprendimento avevano scoperto.

 

L’analisi del comportamento (Behavior Analysis): la teoria da cui deriva l’ABA

Per non banalizzare l’ABA, considerandola, come alcuni fanno, una tecnica o un metodo per la cura dell’autismo, sebbene efficace ma in ogni caso un metodo fra i tanti, bisogna fare un passo indietro. L’analisi comportamentale applicata o ABA, come dice il termine, è un’applicazione, quindi implica l’esistenza di un livello superiore di teoria. Questo livello è rappresentato dall’analisi del comportamento, la Behavior Analysis, presentata In Scienza e Comportamento Umano (Skinner, 1953, ed .it. 1971), cioè la scienza che studia alcune particolari interazioni tra un organismo e il suo ambiente, interazioni che definiamo come psicologiche. Verbal Behavior (Skinner, 1957, ed. it. 1975 ) rappresenta i fondamenti per lo studio del comportamento verbale e per le future applicazioni, Contingencies of Reinforcement (Skinner 1969) costituisce l’apertura allo studio del comportamento governato da regole.

Va sottolineato che oggetto di studio dell’analisi del comportamento non è il comportamento in sé, ma le interazioni dinamiche che hanno luogo tra individuo e ambiente in un determinato contesto o setting. Queste interazioni sono studiate seguendo il metodo delle scienze naturali che si è rivelato così utile per la conoscenza del mondo materiale: il termine comportamentismo definisce questa opzione epistemica, relativa alla filosofia della scienza, cioè che è possibile utilizzare il metodo delle scienze naturali anche per la conoscenza del mondo immateriale psicologico.

Per fare un’analogia con il mondo della materia: il metodo galileiano rappresenta l’opzione epistemica, come si può conoscere il mondo, la fisica rappresenta la scienza di base che studia la materia per comprenderne il funzionamento, l’ingegneria, nelle sue varie forme, rappresenta l’applicazione dei principi scoperti dalla fisica ai fini produttivi, di utilità sociale, terapeutici (pensiamo alla diagnostica per immagini) e così via.

 

L’applicazione dell’ ABA in vari ambiti

Allo stesso modo l’analisi del comportamento costituisce la disciplina che studia i processi di base della psicologia umana, utilizzando metodologie sperimentali note come paradigmi di analisi del comportamento. In questo modo è stato possibile derivare alcuni principi, leggi generali che governano le interazioni umane. I principi sperimentali dell’apprendimento sono stati poi declinati in procedure applicative: l’ABA rappresenta l’intero corpus di queste procedure, che possono trovare applicazione in diversi ambiti.

Ad esempio in campo organizzativo (OBM e Performance Analysis), in campo ergonomico (Behavior Ergonomics), nel campo decisionale e delle scelte (Behavioral Economics), in campo clinico (Clinical Behavior Analysis, ACT e FAP), in campo educativo (Instructional Technology) e in campo riabilitativo (EIBI, Early Intensive Behavior Intervention, ESDM, Early Start Denver Model, MIPIA, Modello Italiano Precoce e Intensivo per l’Autismo). Per tornare all’analogia con la Fisica, i principi o leggi della fisica trovano applicazione tecnologica nell’ingegneria meccanica, idraulica, chimica, delle costruzioni, elettronica, informatica, gestionale e così via.

Ecco perché parlare di ABA come metodo o tecnica di cura per l’autismo è riduttivo, fuorviante e concettualmente sbagliato.

 

L’elaborazione acustica in neonati a rischio familiare per disturbi del linguaggio e dell’apprendimento

Recenti studi suggeriscono che la velocità di elaborazione degli stimoli acustici in bambini di pochi mesi sarebbe legata allo sviluppo delle successive abilità linguistiche e, in particolare, bambini provenienti da famiglie con storie di disturbi specifici del linguaggio (DSL) e disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) processano più lentamente gli stimoli acustici rispetto ai bambini di controllo.

Chiara Sebastiano, Roberta Pisani, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

Prevedere le abilità linguistiche dei bambini a partire dall’elaborazione precoce dei suoni

Grazie allo sviluppo di nuovi metodi di ricerca, è possibile studiare le patologie in modo sempre più approfondito e precoce. Poiché la plasticità cerebrale e la capacità di “recupero” è massima nei primi anni di vita dei bambini, individuare dei marcatori di rischio precoci per le patologie è sempre più importante così da poter fare una più efficace prevenzione. Recenti studi suggeriscono che la velocità di elaborazione degli stimoli acustici in bambini di pochi mesi sarebbe legata allo sviluppo delle successive abilità linguistiche e, in particolare, bambini provenienti da famiglie con storie di disturbi specifici del linguaggio (DSL) e disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) processano più lentamente gli stimoli acustici rispetto ai bambini di controllo.

Lo sviluppo infantile consiste in un graduale processo di accrescimento di competenze cognitivo-linguistiche, socio-emozionali e senso-motorie tra loro interconnesse. Tale processo è sottoposto all’influenza ambientale che, grazie alla plasticità del sistema nervoso centrale, agisce sulle condizioni biologiche individuali.

 

Il linguaggio e le fasi di acquisizione

Il linguaggio verbale è una importante capacità cognitiva indispensabile per comunicare con gli altri e intimamente legata al modo in cui pensiamo e comprendiamo il mondo (Hoff, 2003; Saffran e Schwartz, 2003). Il linguaggio è la facoltà, peculiare ed esclusiva degli esseri umani, di comunicare, esprimere e rappresentare a se stessi e agli altri la propria realtà interiore e la realtà esteriore, per mezzo di una lingua storico-culturale, cioè per mezzo di un sistema di suoni articolati distintivi e per mezzo di segni grafici. Il bambino impara a parlare in un periodo relativamente breve, nei primi tre anni di vita. I neonati, fin dai primi mesi di vita, sono impegnati nella costruzione delle categorie fonemiche della propria lingua madre, processo che si completa entro la fine del primo anno di vita (Kuhl, 2004 citato in Cantiani, 2013). Sono dunque in grado di discriminare tra categorie fonetiche diverse, ad esempio le occlusive sonore (b, d, g) da quelle sorde (p, t, k); si tratta di un’abilità che non essendo influenzata né dall’età né dall’esperienza, non può che derivare da una dotazione innata che, tra l’altro, consente al bambino di riconoscere la lingua parlata da altri tipi di suoni, fin dalla più tenera età (Schaffer, 1984).

Nel corso dello sviluppo dell’acquisizione del linguaggio, si riconoscono quattro stadi di sviluppo (Oller, 1980).

– Lo stadio fonatorio: va dalla nascita fino ai due mesi di età ed è caratterizzato dalla produzione di suoni quasi vocali, pianto riflesso e suoni vegetativi (ruttini, colpi di tosse, deglutizioni).

– Lo stadio primitivo fonatorio: la maggior parte dei bambini attraversa un periodo -che va dal secondo al quarto mese- in cui avviene la produzione sequenziale di suoni che sono quasi vocali e protoconsonanti.

– Lo stadio di espansione: va dal quarto all’ottavo mese, è presente una serie più lunga di sillabe, suoni vocalici e consonantici prolungati. A questa fase appartiene la comparsa del babbling, chiamato anche “lallazione” ossia la produzione di una sequenza di sillabe di tipo consonante-vocale che si ripetono identiche o che possono variare, con un’organizzazione ritmica e temporale simile a quella del parlato adulto (Oller, Wieman, Doyle e Ross, 1976).

– Lo stadio canonico: va dai cinque ai dodici mesi e rappresenta il culmine del processo della buona formazione sillabica, compaiono i primi suoni simili a parole o proto-parole che assumono un significato specifico quando vengono utilizzate consistentemente in determinati contesti (Ciceri, 2008). L’età di comparsa delle prime parole varia considerevolmente,ma in generale si colloca tra undici e tredici mesi di età. Nella fase iniziale (12-16 mesi circa) l’ampiezza del vocabolario si attesta in media sulle 50 parole; la fase successiva (17-24 mesi) si caratterizza per una maggiore rapidità nell’acquisire nuove parole e può assumere la forma di una esplosione del vocabolario (Goldfield e Reznick, 1990), in questa fase il ritmo di espansione è di 5 o più nuove parole (fino anche a 40) per settimana, cosicché alla fine del periodo in questione il vocabolario complessivo si attesta mediamente sulle 300 parole, ma può raggiungere anche 600 parole (Camaioni e Di Blasio, 2007).

Il periodo critico per l’acquisizione del linguaggio va dai due anni alla pubertà: si può apprendere la lingua materna anche dopo, ma in modo difficoltoso e incompleto; infatti, se i bambini non sono esposti al linguaggio nei periodi critici avranno successivamente difficoltà a superare questa mancanza (Bortfeld e Whitehurst, 2001; Bruer, 2001; Newport, Bavelier e Neville, 2001).

 

I disturbi specifici dell’apprendimento e del linguaggio

Le ultime ricerche scientifiche evidenziano come i primi anni di sviluppo siano fondamentali per il futuro benessere, anche nell’ambito della salute mentale: in quest’ottica diviene cruciale orientare la ricerca verso l’individuazione di “marcatori di rischio” neuropsicologici e neurofisiologici nei primi mesi di vita dei neonati (Cantiani et al., 2013). In particolare questo articolo si focalizza su alcuni progetti di ricerca elaborati per evidenziare i marcatori neuropsicologici e neurofisiologici dei DSA e Disturbi specifici del linguaggio, con notevoli vantaggi sia sul fronte dell’individuazione dei fattori di rischio, sia, di conseguenza, per lo sviluppo di efficaci programmi di prevenzione da applicare ai neonati a rischio. Infatti, grazie alla plasticità cerebrale dei bambini nei primi anni di vita, tanto più sarà precoce l’intervento, tanto più sarà efficace.

I DSA e i Disturbi specifici del linguaggio sono entrambi definiti “specifici” perché le difficoltà a cui portano non dipendono da deficit sensoriali o neurologici o da disabilità intellettiva. Inoltre, come ampiamente evidenziato dalla letteratura si manifestano frequentemente in comorbilità, e tale fenomeno viene anche osservato nella pratica clinica: circa un terzo dei bambini con Disturbi specifici del linguaggio sviluppano dislessia (disturbo specifico di apprendimento della lettura) a partire dalla scuola elementare (Catts et al., 2005.; Bishop e Snowling, 2004; Van Alphen et al., 2004; McArthur et al., 2000). Inoltre questi due disturbi spesso si presentano in più membri della stessa famiglia, suggerendo un’eziologia genetica (Plomin e Kovas, 2005).
Studi epidemiologici italiani rivelano che, in età evolutiva, i Disturbi specifici del linguaggio hanno una prevalenza intorno al 5-6% (Fabrizi, Sechi, Levi; 1991), i DSA del 4% circa (Stella, 2003).

Il disturbo del linguaggio si manifesta con difficoltà persistenti nell’acquisizione o nell’uso di diverse modalità di linguaggio (scritto, parlato, gestuale) dovute a deficit della comprensione o produzione che comprendono: 1. Lessico ridotto, 2. Limitata strutturazione delle frasi, 3. Compromissione delle capacità discorsive (DSM-5, APA, 2013).

Il disturbo specifico di apprendimento si manifesta invece con difficoltà di apprendimento e nell’uso di abilità scolastiche, tali difficoltà persistono per almeno sei mesi nonostante la messa in atto di interventi mirati. Può essere compromessa la lettura (dislessia), l’espressione scritta (disortografia) o il calcolo (discalculia). In particolare la dislessia si riferisce ad un pattern di difficoltà di apprendimento, caratterizzato da problemi con il riconoscimento accurato o fluente delle parole, con scarse capacità di decodifica o spelling (DSM-5, APA, 2013).

 

Le cause dei disturbi specifici del linguaggio e dell’apprendimento

Alla base dello sviluppo del linguaggio e dell’apprendimento e dei suoi disturbi viene evidenziato l’effetto di diversi geni in interazione con fattori di tipo ambientale; questi ultimi risultano essenziali nel modulare l’espressione genetica dei disturbi del linguaggio e dell’apprendimento (Plomin e Kovas, 2005).

Tra i fattori ambientali descritti troviamo lo stato socio-economico della famiglia, l’età e la scolarità dei genitori, alcuni eventi critici nel periodo pre-peri/natale quali ad esempio rischio di aborto, fumo materno in gravidanza, parto cesareo, nascita prematura/basso peso alla nascita.

Esistono poi abilità neurofisiologiche e neuropsicologiche di base sottostanti all’acquisizione e alle difficoltà di linguaggio e dell’apprendimento; tra queste, il presente articolo si focalizza sulle abilità di elaborazione acustica.

Recenti ricerche hanno mostrato che adulti con disturbi del linguaggio (Heath et al., 1999; Oram Cardy et al., 2005) e bambini in età scolare (Tallal, 2004; MacArthur & Bishop, 2001) hanno difficoltà a decodificare stimoli uditivi in rapida successione. Ad esempio è emersa una compromissione nella discriminazione di sillabe che si succedono rapidamente (vedi Tallal 1998 per una review); inoltre tali difficoltà sono state riscontrate anche nella percezione di segnali uditivi rapidi di tipo non linguistico che si verificano entro decine di millisecondi (Benasich & Tallal 2002).Ciò fa ipotizzare la presenza di un’anomalia di base nella elaborazione acustica dei suoni (Lehongre et al., 2011), abilità che sembrerebbe quindi avere un ruolo cruciale nella costruzione del linguaggio (Choudhury & Benasich, 2011).

Citando Benasich e Tallal (2002) [blockquote style=”1″]Se i deficit di elaborazione trovati in bambini e adulti con disturbi specifici del linguaggio (DSL) precedono lo sviluppo di un disturbo della lettura o del linguaggio (invece di derivare da un uso errato del sistema fonologico), dovrebbe essere possibile individuare questi deficit nella prima infanzia esaminando la soglia infantile della elaborazione acustica rapida e determinando in seguito prospetticamente la relazione della soglia con lo sviluppo del linguaggio successivo e la sua compromissione.[/blockquote]

Lo strumento di indagine più utilizzato per indagare l’elaborazione acustica è quello dei potenziali evento correlati (ERP), misurati con l’elettroencefalografia(EEG). L’utilizzo di tale tecnica, essendo non invasiva, è ottimale su neonati con pochi mesi di vita e permette di misurare l’elaborazione acustica in modo passivo. Il paradigma utilizzato in questo tipo di studi generalmente prevede un campione di bambini di pochi mesi di vita i quali vengono esposti a una serie di stimoli acustici in un paradigma oddball. Questo paradigma prevede stimoli standard ai quali si alternano stimoli devianti che hanno lo scopo di elicitare potenziali evocati (ERP); di particolare interesse è la componente negativa denominata Mismatch Response, la quale viene elicitata senza che il soggetto presti attivamente attenzione agli stimoli e fornisce una misura delle abilità di discriminazione acustica.

Benasich e Tallal (2002) hanno condotto per la prima volta uno studio longitudinale per indagare se l’elaborazione acustica in bambini con pochi mesi di vita (circa 7,5) fosse legata allo sviluppo delle successive abilità linguistiche. I bambini sono stati divisi in due gruppi: bambini di controllo senza una storia familiare Disturbi specifici del linguaggio (FH-) e bambini provenienti da famiglie con una storia familiare di Disturbi specifici del linguaggio (FH+). Come le autrici si aspettavano, i risultati hanno mostrato che la soglia psicofisiologica al test di elaborazione acustica non verbale correlava con gli outcomes linguistici a 24 mesi: in generale, bambini con una soglia più alta (quindi un’elaborazione acustica più lenta) risultavano avere in seguito anche outcomes linguistici più poveri. Inoltre dai risultati è emersa una significativa differenza anche riguardo ai due gruppi di bambini: i bambini nati in famiglie con storie di Disturbi specifici del linguaggio hanno una soglia mediamente più alta rispetto ai bambini senza storia familiare.

Esistono numerosi altri studi che confermano la relazione predittiva tra le abilità di elaborazione acustica in bambini con pochi mesi di vita e con familiarità per i Disturbi specifici del linguaggio e lo sviluppo delle successive abilità linguistiche (Benasich et al., 2006; Choudhury & Benasich, 2003; Choudhury & Benasich 2011) e con familiarità per la dislessia (Leppanen et al., 2010; van der Leij et al., 2013). La ricerca è stata replicata anche da uno studio italiano di Cantiani e colleghi (2016), indagando oltre all’elaborazione acustica dei cambiamenti nella frequenza degli stimoli – come negli studi precedentemente citati- anche cambiamenti nella durata (per la quale tuttavia non sono emersi forti risultati).

Dallo studio è emerso che i risultati che riguardano la frequenza confermano quanto emerso nei precedenti studi (Benasich et al., 2006; Choudhury & Benasich, 2011), fornendo ulteriori dati cross-linguistici a supporto dell’ipotesi; inoltre, sempre in accordo con i risultati delle precedenti ricerche, è stato riscontrato che i bambini con un’elaborazione più rapida e con un’ampiezza maggiore dei potenziali evocati hanno una produzione di parole maggiore a 20 mesi; infine è emerso che il gruppo dei bambini a rischio per i disturbi del linguaggio e della lettura (FH+) mostrano un’ampiezza minore dell’onda Mismatch Response rispetto ai bambini di controllo.

La direzione di questi studi suggerisce che l’elaborazione acustica potrebbe essere un endofenotipo sottostante ai disturbi specifici del linguaggio e della lettura. La misurazione della soglia attraverso la metodologia EEG potrebbe quindi rappresentare un valido strumento per individuare un fattore di rischio precoce per lo sviluppo di questi disturbi e permettere quindi di attuare interventi di prevenzione più tempestivi e efficaci.

Una metafora dei nostri tempi: il peso del bicchiere d’acqua

Troppo stressati? Situazioni familiari o lavorative che mettono a dura prova i vostri nervi? Un’idea fissa vi impedisce di riposare? Pensateci, ma non troppo. Sembra esser questo il senso della storia del professore che un giorno si presenta a lezione con un bicchiere d’acqua tra le mani e, tra lo stupore e la sorpresa generale, domanda ai suoi studenti quale fosse il suo peso. Ricevendo le risposte più diverse e stravaganti.

Maurizio Bifulco, Eugenia C. Bifulco
Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria “Scuola Medica Salernitana”, Università di Salerno, Baronissi (Sa)
CORPOREA- Fondazione Idis- Città della Scienza, Napoli.

 

La metafora del bicchiere d’acqua per pesare le preoccupazioni e il rimuginio

[blockquote style=”1″]Il peso assoluto del bicchiere d’acqua è del tutto irrilevante[/blockquote] li interrompe il professore.

[blockquote style=”1″]Ciò che conta davvero è per quanto tempo lo tenete sollevato! Sollevatelo per un minuto, e non avrete problemi! Sollevatelo per un’ora, e il braccio vi farà male. Sollevatelo per un’intera giornata e il braccio vi si paralizzerà! In nessun caso, il peso del bicchiere è cambiato! Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere vi sembrerà pesante. Ecco, le preoccupazioni sono come questo bicchiere d’acqua: piccole o grandi che siano, ciò che conta è il tempo che dedichiamo loro. Se ad esse dedichiamo il tempo minimo indispensabile, la nostra mente non ne risentirà. Se, invece, ci pensiamo più volte durante la giornata, la nostra mente comincerà ad essere stanca e inquieta. Se, infine, pensiamo continuamente alle nostre preoccupazioni, la nostra mente si paralizzerà.[/blockquote]

Detto per inciso, si allude qui al sopravvenire di forme e modi di pensiero come il rimuginìo e la ruminazione. Il primo caratterizzato da schemi iterativi come credenze, immagini avversive e assunti disfunzionali consistenti in minacce e pericoli incombenti su diversi ambiti di significato (Beck & Clark, 2010), la cui percezione rende più acuta la consapevolezza della propria incapacità di farvi fronte, con l’innalzarsi dei livelli d’ansia che impongono strategie di coping come la soppressione del pensiero e la ricerca continua di rassicurazioni (Borkovec, 1994).

Il secondo, la ruminazione, che spinge la mente a focalizzarsi su un unico argomento, solitamente di natura regressiva (Gabbard, Del Corno & Lingiardi, 2010). Per tornare alla nostra storia, il professore concluse il proprio racconto esortando i suoi studenti a ricercare la serenità, imparando a dedicare alle preoccupazioni il minor tempo possibile, concentrandosi solo sui propri desideri e progetti e niente altro. In definitiva, a mettere giù il bicchiere d’acqua!

Quella del bicchiere d’acqua è una riflessione leggera e ironica, non certo banale, sul peso delle preoccupazioni e delle angosce che assediano la nostra esistenza quotidiana. Ciò che conta davvero, infatti, non è il numero di eventi che possono condizionare le nostre scelte, ma il modo in cui le leggiamo e le interpretiamo. In altre parole, non sono i contenuti cognitivi a generare emozioni come ansia e tristezza, quanto il tempo che vi dedichiamo. Proprio come un bicchiere d’acqua che, sebbene scarsamente pieno, metterà a dura prova la nostra resistenza muscolare se lo terremo sollevato per ore. La sua è un’utile metafora per i nostri tempi, che ripropone un’evidenza nota fin dalla notte dei tempi, ma troppo spesso ignorata. Cioè che l’ansia, proprio come la paura, è una reazione fisiologica di difesa o di attacco dell’organismo ad eventi esterni percepiti come pericolosi (LeDoux, 2015).

Entrambi rappresentano meccanismi adattivo-evolutivi finemente regolati, indispensabili per la sopravvivenza della nostra specie. La fuga o la difesa rappresentano armi a nostra disposizione per identificare situazioni o persone potenzialmente pericolose; anche se queste, come tali, in relazione alla loro funzione specifica, devono essere istantanee, in grado di innescare azioni tempestive e risolutive di fronte a insidie e pericoli (Gazzaniga, Ivry & Mangun, 2009). Al contrario, le condizioni d’ansia e preoccupazione finiscono per occupare un posto diverso, trasformandosi nell’oggetto più visitato dai pensieri, così presenti nel vissuto da impedire un normale svolgimento dei nostri compiti nell’ordinario fluire della vita.

Questo non vuol dire che sia necessario lasciarsi andare agli eventi del mondo che ci circonda: vuol dire diventare consapevoli che i fatti sono anche espressione dei significati e delle interpretazioni che noi assegniamo loro. Soprattutto, che le nostre condotte e i nostri stati emotivi sono, non di rado, l’esito di un fatto accaduto associato alle nostre interpretazioni (Rachman, 1997). Ogni nostra reazione è, infatti, condizionata da queste interpretazioni, dai comportamenti e dalle nostre conseguenti risposte emotive. Per non lasciarsi sopraffare occorre imparare a conferire a ciascuna vicenda la necessaria attenzione. Lo stesso può essere fatto a proposito di quelle circostanze in cui, pur se in qualche misura giustificata da precedenti negative esperienze, si sperimenta il timore del fallimento e dell’insuccesso (Mancini & Gangemi, 2002). “Non ce la faccio” è l’espressione più tipica che caratterizza questi momenti e che, proprio per la sua presenza ingombrante, impedisce il più delle volte l’azione che genera il cambiamento. La chiave di volta è nel concentrarsi su ciò che si può e si deve fare, più che su quel che non si vuole che accada (Johnson-Laird, Mancini & Gangemi, 2006). Come un cane che si morde la coda, o meglio per il cosiddetto ‘effetto Pigmalione’, la profezia che si autorealizza, si finirà per persuadersi della inevitabilità delle cose, ritrovandocisi per davvero.

 

Quando il ragionamento è utile e quando ci danneggia

Naturalmente va detto che, sebbene il ragionamento sia stato a lungo considerato fondamento della razionalità – costituito da entità oggettive, indipendenti da chi le pensa e diverse dalle rappresentazioni soggettive – non vi è alcuna evidenza che sia una facoltà superiore della mente. Originariamente, ratio indica proprio la capacità di scegliere i mezzi più adatti a perseguire uno scopo. Qualcosa, cioè, non di razionale in sé, ma solo relativo a uno scopo (Simon, 1983). In questo senso, l’orizzonte della razionalità è ben più ampio di quello della logica formale tradizionalmente intesa. Tra la logica e la ricerca di mezzi e condotte più idonee per la sopravvivenza vi è una stretta relazione. Gli sviluppi recenti delle scienze cognitive hanno rimesso in questione questa idea di razionalità (Gigerenzer, 2009). Si è visto cioè che, nelle nostre azioni, intervengono fattori extracognitivi come la valutazione emotiva del rischio, la perseveranza, il timore per le conseguenze di un’azione, la tolleranza alle frustrazioni, il coraggio, l’autostima e così via.

Se non ripensassimo tutto questo, anche alla luce delle evidenze neuroscientifiche, ogni descrizione di noi stessi e della nostra vita psichica continuerebbe a essere approssimativa. Tramontata la stagione che considerava la razionalità (espressione della corteccia cerebrale) come il vertice assoluto della vita psichica, oggi questa (e di conseguenza l’unità dell’Io) ci appare come un prisma dalle molteplici facce: un insieme di stati fisiologici e di identità transitorie e fluttuanti (Scott, 1995). I nostri stessi giudizi razionali e morali, da sempre considerati fulcro della nostra soggettività, appaiono movimenti di superficie di attività profonde, complesse e instabili.

Nei prossimi anni saremo chiamati a farci seriamente i conti con il mistero ancora insoluto del corpo, proprio come dovremo rifare i conti con la nostra soggettività. Questa non vive, secondo la bella immagine di Frege su un’isola deserta in un mare di ghiacci, molto prima dell’uomo. Non è indipendente dalle attività di pensiero. Essa nasce nel corpo. È il corpo a conferirle l’identità, che è ben più fluttuante e precaria di quanto non si sia ammesso sin qui. Il sentimento che abbiamo di ‘essere un soggetto’ è ritmato da discontinuità, intermittenze, variazioni (Oliverio, 2009). La stessa distinzione tra mondo esterno (cui attribuiamo una realtà viva) e mondo interiore (cui attribuiamo un’esistenza soggettiva) è una costruzione della mente, non un dato di natura (Gazzaniga, 2013). La consapevolezza di questa pluralità originaria non è solo la premessa per la cura del nostro disagio, ma ci consente di affrontare la paura della morte, guarire le nostre ferite e vivere pienamente il nostro presente.

 

Ringraziamenti

Si ringraziano il prof. Paolo Valerio e il Dott. Mauro Maldonato per la revisione critica dell’articolo.

Cooperazione e interdipendenza: i presupposti di una morale collettiva

I bambini che giocano si allenano ad agire congiuntamente per raggiungere uno scopo comune: la base del senso del noi, per Tomasello il pilastro evolutivo della morale.

Un articolo di Giancarlo Dimaggio pubblicato sul Corriere della Sera l’ 8 gennaio 2017

La cooperazione e l’interdipendenza per raggiungere obiettivi comuni

Bambini che montano una nave spaziale, vestono principesse, calciano una palla verso una porta delimitata da maglioni che torneranno a casa sporchi di terra. La radice della morale è questa, con buona pace del genitore che caricherà la lavatrice: Tomasello la chiama intenzionalità condivisa. I piccoli di uomo giocano insieme per uno scopo comune: centrare la porta, salvare la principessa dal regno di ghiaccio, completare l’astronave di Star Wars.

Nel farlo, compiono un’azione meravigliosa: assumono il punto di vista dell’altro sapendo che è un atto reciproco. Metto il mio pezzo dell’ala e immagino te che completi il cannone spaziale. Mentre difendo il regno d’inverno, ricordo cosa è stato essere il troll che lo assaliva e viceversa. In questo gioco cooperativo, nel mondo della finzione, i bambini diventano l’altro, sviluppano il senso del noi, me e l’altro uniti da uno scopo congiunto. Al momento del premio, i bambini sanno di averlo ottenuto insieme e accettano che la spartizione sia equa.

Un passo indietro: per Tomasello la pressione evolutiva a sviluppare la morale è la difficoltà nell’accesso alle risorse. Se il cibo scarseggia, gli umani per nutrirsi devono cooperare. Prima unirsi in diadi e poi in gruppi e assumere ruoli reciproci. Tu ostacoli la fuga della preda, io miro con la lancia che lui ha forgiato. Se non cooperiamo catturiamo meno cervi. La mia azione è la tua e il nostro gesto compiuto con perizia è superiore al gesto di uno solo. Si chiama interdipendenza. Esperienze ripetute di cooperazione per accedere alle risorse formano il senso del noi. Grazie a questo gli umani, un passo oltre le scimmie, sanno che il cervo andrà diviso in parti uguali, perché noi meritiamo una divisione giusta.

Perché questa sorta di miracolo evolutivo si compia, aggiungerei, è necessario essere fisicamente l’altro. Si chiama intercorporalità, capire l’altro nell’atto di assumere il suo posto. Il nostro corpo in movimento ci fa sentire cosa è muoversi come l’altro, il nostro sentimento ci dice che emozione prova. Mentre ti vedo tirare la lancia, i miei neuroni-specchio mi preparano a lanciare con te. Quando hai colpito il cervo sono anche io che ho mirato, e quando sarà il mio colpo ad abbattere il cervo, so che tu lo avrai centrato all’unisono con me. E allora lo divideremo in parti uguali.

I bambini che giocano si allenano ad agire congiuntamente per raggiungere uno scopo comune: la base del senso del noi, per Tomasello il pilastro evolutivo della morale. È prima un noi duale, ma non basta. A un certo punto gli umani impararono a invertire la rotta delle risorse: non le inseguono più, se le crescono in casa. Addomesticano gli animali, coltivano i campi. Azioni complesse, che funzionano solo in gruppi coordinati. Il dominio del noi duale si estende alla collettività che abita quella nicchia ecologica, ma i principi della cooperazione sono gli stessi. Otterremo la risorsa se la nostra azione sarà efficace e per esserlo ognuno dovrà compiere il gesto nel modo migliore, più giusto. L’esito sarà una pesca ricca, un raccolto generoso e quando lo spartiremo sapremo che ognuno ha contribuito al risultato. La spartizione, ancora una volta, dovrà essere equa. Quindi, se chi ha di meno protesta, noi saremo nel suo corpo e sapremo che quella protesta è sensata, se egoisticamente abbiamo preso di più, ci sentiremo in colpa. La colpa, il collante della morale.

 

La cooperazione consente di accedere a risorse limitate

Si faccia attenzione: la cooperazione nel gruppo è finalizzata a massimizzare la possibilità che tutti abbiano accesso a risorse che in natura sono limitate. Perché è così necessario? Perché al di là del fiume c’è un altro gruppo che ambisce alle stesse risorse, che non si moltiplicano all’infinito. Quindi, la morale garantisce tutti i membri del gruppo – almeno quelli che non sono stati stanati come cronicamente non cooperativi – contro l’altro gruppo.

La morale sorregge la competizione per le risorse, compatta il gruppo e divide dai barbari alle porte. È un meccanismo stampato nelle nostre menti, sotto pressione evolutiva. Significa che essere soggetti morali si radica sul sentirsi diversi, e meglio, dai membri di un altro gruppo. Il nostro modo di pescare, di arare i campi, di macellare, il nostro vessillo, il gesto sacro del nostro antenato. Contrapposto al vostro. Quanto è difficile trascendere da questo fondamento della morale per accettare l’altro? In regime di risorse limitate (ovvero sempre), direi che è vera virtù.

 

Interdipendenza e azione congiunta: verso una morale collettiva

Tomasello non esaurisce la ricerca dei fondamenti della morale – si legga in proposito Pievani in queste pagine – ma da psicoterapeuta osservo che interdipendenza e azione congiunta per uno scopo comune sono pilastri indispensabili. Quando curo chi chiede aiuto seguo i principi: scopriamo il tuo desiderio, lavoriamo per raggiungerlo, è il nostro scopo, lasciamoci guidare da compiti e vincoli reciproci che è nostro dovere rispettare. Esulteremo insieme per il risultato.

Da genitore so che ogni volta che ho conquistato un pianeta insieme a mio figlio ho costruito un mattoncino della morale collettiva. Cavolo se mi fa sentire bene!

Curare la bulimia nervosa: l’importanza di un trattamento tempestivo

La bulimia nervosa è caratterizzata da preoccupazioni per la magrezza e dalla presenza di abbuffate seguite da condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso. Se la diagnosi è precoce e il trattamento intensivo e completo sotto il profilo medico e psichiatrico, i bulimici hanno buone probabilità di recupero.

 

La bulimia: cos’è e come si manifesta

La bulimia nervosa è caratterizzata da preoccupazioni per la magrezza e dalla presenza di abbuffate seguite da condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso come vomito autoindotto, rigida restrizione alimentare, abuso di lassativi e diuretici, eccessiva attività fisica (DSMV, 2014).

L’abbuffata è l’ingestione di un quantitativo di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone assumerebbe nello stesso lasso di tempo, avendo la sensazione di perdere il controllo mentre lo si fa. Inoltre nella persona che soffre di bulimia nervosa l’autostima è influenzata in misura eccessiva dalla forma e dal peso corporei. Le persone con bulimia nervosa tipicamente sono nei limiti di peso normale o di sovrappeso (indice di massa corporea IMC>18.5 e <30) e possono manifestare serie complicanze mediche come ad esempio gravi alterazioni elettrolitiche, complicanze renali e aritmie, fino a lacerazioni esofagee, rottura gastrica, e sintomi gastrointestinali importanti. Nelle donne sono spesso presenti irregolarità nel ciclo mestruale o talvolta amenorrea.

Nell’esperienza clinica si osserva come da un punto di vista psicologico la presenza di bulimia nervosa ha spesso effetti negativi sull’umore (sintomatologia depressiva e disturbi bipolari) e sulla propria autostima. Può esserci inoltre un’elevata frequenza di disturbi d’ansia che vanno spesso incontro ad una remissione totale in seguito ad un trattamento efficace della bulimia nervosa.

Spesso le persone con bulimia nervosa fanno uso di sostanze e alcol nel tentativo di controllare l’appetito e il peso. Esistono, inoltre, delle caratteristiche specifiche di personalità che si riscontrano nei pazienti affetti da tale disturbo dell’alimentazione: coloro che ne sono portatori sono più esposti di altri a sviluppare bulimia nervosa. Infatti la bassa autostima, la scarsa consapevolezza delle proprie emozioni, l’eccessivo perfezionismo, l’oscillazione tra comportamenti impulsivi e comportamenti ossessivi e l’eccessiva importanza attribuita al peso ed alla forma corporei paiono essere elementi comuni alle persone che soffrono di bulimia nervosa.

 

Cause della bulimia nervosa

I fattori di rischio (DSM V, 2014) per lo sviluppo della bulimia nervosa possono essere: temperamentali (preoccupazioni relative al peso, bassa autostima, sintomi depressivi, disturbo d’ansia sociale, disturbo iperansioso dell’infanzia), ambientali ovvero l’avere un ideale di corpo magro ma anche l’aver subito in infanzia abusi fisici e/o sessuali e fattori genetici e fisiologici come la trasmissione familiare e la vulnerabilità genetica ma anche l’obesità infantile e la precoce maturazione puberale.

 

Prevalenza e esito del disturbo

La prevalenza della Bulimia Nervosa nella popolazione femminile giovane ha un tasso dell’1% mentre l’incidenza sarebbe pari a 12 per 100.000 persone per anno. I tassi epidemiologici forniti da Hoek e Van Hoeken (ibidem, 2006) concordano abbastanza con quelli forniti dall’ APA in merito alla situazione negli Stati Uniti con una prevalenza tra l’1,1 e il 4,2 per cento per la bulimia Nervosa. Tipicamente riscontrati e diagnosticati soprattutto nei paesi occidentali, i disordini alimentari sono negli Stati Uniti la prima causa di morte per malattia mentale.

Per quanto riguarda il decorso della bulimia nervosa, la gravità dei disturbi copresenti predirrebbe un esito peggiore e a lungo termine del disturbo. Tuttavia, se la diagnosi è precoce e il trattamento intensivo e completo sotto il profilo medico e psichiatrico, i bulimici hanno buone probabilità di recupero. Per quanto riguarda la bulimia nervosa, la APA indica un tasso di successo dei pazienti trattati del 50–70 per cento nel breve periodo, e del 30-50 per cento nel lungo. Solitamente, i pazienti la cui condizione all’inizio del trattamento non è tale da richiedere ospedalizzazione, raggiungono risultati migliori.

Il rapporto tra prevalenza nelle donne e negli uomini si attesta tra 1 a 10. La bulimia colpisce tutte le classi sociali statunitensi e tutte le componenti etniche.

Secondo dati aggiornati a maggio 2015, forniti dal Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute, la prevalenza della Bulimia Nervosa in Italia sarebbe dell’1%-5%, in linea con i dati forniti dagli altri paesi.

La Liguria parrebbe essere una delle regioni del nord-ovest in cui si ci ammala di più di disturbi dell’alimentazione. I dati rilevano una prevalenza di disturbi, come bulimia e anoressia, tra i 14 e i 24 anni, che arriva all’8 per cento, un punto in più rispetto alla media nazionale. Ma il picco arriva a quindici anni, la percentuale sale al 24%, si ammala quasi un ragazzo su quattro.

La fascia adolescenziale, tra i 14 e i 24 anni, resta la più colpita, ma bulimia nervosa e anoressia nervosa iniziano a diffondersi anche prima: ci si ammala già a nove anni, dalle Elementari si comincia a sviluppare un rapporto morboso con il cibo e anche i maschi cadono, sempre più spesso, nell’ossessione di un corpo perfetto.

 

Il centro Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova

All’interno del centro Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova i terapeuti di comprovata esperienza utilizzano la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) per il trattamento della bulimia la cui elevata efficacia è ampiamente documentata in letteratura (Anderson CB et al, 2012, Agras WS et al. 2000, Fairburn CG et al 1993) tanto da risultare la tecnica di elezione per il trattamento di tale patologia alimentare (NICE, 2004, Shapiro et al., 2007, Hay et al., 2009, Murphy et al., 2010) soprattutto nella versione ampliata (CBT-E) (Fairburn et al., 2009). In particolare, studi di efficacia riportano che il trattamento cognitivo-comportamentale determinerebbe un decremento nei comportamenti di abbuffata, vomito e abuso di lassativi (Mitchell JE et al, 1993, Bulik CM et al., 1998, Agras WS et al., 1989).

All’interno del Centro Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova la terapia cognitivo-comportamentale ha lo scopo di aiutare chi soffre di bulimia nervosa a identificare e modificare alcune modalità di pensiero problematiche che favoriscono la comparsa e il mantenimento della patologia alimentare, a imparare a gestire il sintomo e a sostituirlo con pensieri e comportamenti più adeguati e funzionali.

In particolare attraverso lo strumento del colloquio psicoterapeutico cognitivo (Ruggiero, Sassaroli 2013), la persona è incoraggiata a riconoscere il legame tra sofferenza emotiva ed elaborazione cognitiva consapevole, mettere in discussione la validità di questi pensieri, il loro valore di verità e di utilità e costruire nuovi pensieri più utili, che andranno a sostituire quelli vecchi, nelle situazioni quotidiane e quindi genereranno emozioni e comportamenti differenti e più funzionali. Ha inoltre il compito di aiutare la persona che soffre di bulimia nervosa a conoscere le proprie emozioni negative e a gestirle non solo attraverso il cibo ma con attività differenti.

Il percorso di psicoterapia individuale del centro Psicoterapia e scienza Cognitiva di Genova prevede il raggiungimento di diversi obiettivi: nelle fasi iniziali il trattamento si focalizza sulla normalizzazione del peso e sull’abbandono dei comportamenti di controllo dello stesso; successivamente tende ad aiutare la persona a migliorare l’immagine corporea, la valutazione di sé e i rapporti interpersonali, modificando l’idea che il peso e le forme corporee costituiscano il principale fattore in base al quale stimare il proprio valore personale.

La strutturazione del percorso di terapia all’interno del centro Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova prevede un primo colloquio di conoscenza del paziente e della sua problematica con l’obiettivo di definizione del problema, una valutazione diagnostica e colloqui di psicoterapia individuale e colloqui di supporto ai familiari; spesso si affianca alla psicoterapia la terapia farmacologica per gestire gli aspetti legati all’umore e il controllo delle abbuffate.

Il centro Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova lavora in un’ottica multidisciplinare, avvalendosi di medici internisti, psichiatri abilitati alla terapia psichiatrico-farmacologica, nutrizionisti per una alla valutazione internistica e nutrizionale allo scopo di valutare le condizioni fisiche e modificare le abitudini nutrizionali scorrette attraverso il monitoraggio quotidiano dell’alimentazione. In alcuni casi si rende necessario un eventuale invio presso strutture di ricovero pubbliche o private.

 

Scopri il centro di psicoterapia di Genova

Le infezioni in epoca prenatale e le sue conseguenze

Una infezione contratta durante la gravidanza può alterare lo sviluppo del cervello aumentando il rischio di scompensi nello sviluppo neurologico del bambino.

 

Le infezioni materne e i cambiamenti epigenetici nei figli

In uno studio dell’Università di Zurigo-Vetsuisse, Svizzera, alcuni ricercatori hanno utilizzato dei topi per dimostrare che l’attivazione del sistema immunitario della madre può causare alterazioni a lungo termine nella programmazione genomica dei figli. Tali alterazioni sono conosciute anche come modificazioni epigenetiche e sono la causa di anomalie comportamentali del feto in età adulta.

Secondo il Dr. John Krystal, questo studio suggerisce che l’attivazione immunologica potrebbe essere il collegamento tra una infezione materna e i cambiamenti epigenetici che causerebbero delle alterazioni a lungo termine nello sviluppo del cervello dei figli.

I risultati forniscono una nuova visione dei meccanismi molecolari alla base dei fattori di rischio. Le alterazioni sono state trovate in un tipo specifico di modificazione epigenetica chiamata metilazione del DNA, implicata all’origine dei disordini dello sviluppo neurologico.

 

Le infezioni all’inizio della gravidanza e gli effetti sullo sviluppo neurologico dei piccoli

La Dr.ssa Giulietta Richetto ha condotto uno studio provocando una infezione in topi in due momenti differenti della gravidanza ovvero all’inizio e alla fine. In entrambi i casi l’attivazione del sistema immunitario nei topi ha prodotto delle alterazioni: nello specifico l’infezione contratta durante i primi mesi di gestazione provoca effetti e scompensi più drastici sullo sviluppo neurologico della prole rispetto a quella contratta a fine gestazione.

Un altro risultato interessante è che questi effetti non erano evidenti quando i topolini erano appena nati ma, al contrario solo successivamente, in età adulta.

La scoperta che le infezioni hanno avuto delle conseguenze funzionali è un’ importante scoperta per i ricercatori e la capacità di individuare queste anomalie tempestivamente aprirebbe la strada a trattamenti preventivi ed efficaci affinché gravi patologie non si manifestino.

Ansia e depressione da prestazione sportiva: il rilassamento muscolare progressivo in aiuto dello sportivo

Grazie al rilassamento muscolare progressivo di Jacobson atleti agonisti e amatoriali possono apprendere, tramite un graduale ma costante allenamento, come portare i muscoli alla distensione tenendo conto dei diversi distretti corporei, e a focalizzare l’attenzione sulla differenza tra le due diverse sensazioni (Bertolotti, 2005).

Sharon Vitarisi, Open School PTCR Milano

L’ansia come nemica degli atleti

Nell’ambiente sportivo è noto quanto la preparazione fisica degli atleti faccia la sua parte nel determinare un buon risultato durante le gare agonistiche. Ad oggi sappiamo che la preparazione fisica non è la sola variabile a determinare il risultato, ma una grande parte di quest’ultimo è determinata dalla predisposizione mentale dell’atleta e dalla sua preparazione a fronteggiare lo stress e l’ansia che si manifestano sia durante il duro allenamento, sia durante il traguardo finale che l’atleta dovrà affrontare.

In psicologia dello sport l’ansia viene considerata una pessima alleata della prestazione sportiva agonistica, in grado di influenzarne negativamente i risultati. L’ansia è uno stato emotivo che può essere percepito come spiacevole e che prepara il corpo per una minaccia, nonostante questa non sia reale o corrispondente al livello di pericolo soggettivamente percepito. Durante lo stato di ansia avviene una massiccia attivazione del sistema nervoso simpatico che provoca una serie di alterazioni fisiche, biochimiche ed endocrine, le quali a loro volta contribuiscono a un precoce esaurimento delle risorse fisiche e mentali dell’atleta.

È importante riuscire a regolare questi stati di attivazione per poter perseguire i propri obiettivi in modo sano ed equilibrato. L’ansia può essere anche percepita in maniera positiva, come qualcosa che ci spinge a dare di più per perseguire uno scopo ben preciso e il nostro desiderio di portare a
termine qualcosa in maniera fiera e ottimale. Per poter trasformare l’ansia da cattiva consigliera a alleata durante il training agonistico è essenziale imparare delle tecniche per gestirla e per entrare in contatto con il nostro corpo e gli stati di tensione che questo ci procura nelle situazioni
stressanti. Inoltre, il non riuscire a perseguire l’obiettivo desiderato potrebbe influire sul tono dell’umore dell’atleta.

Una lieve depressione o uno stato d’ansia non significa soltanto minor voglia di allenarsi, ma e’ indice di un profilo ormonale alterato che condiziona negativamente la composizione corporea e l’allenamento.

 

Le tecniche di rilassamento

Per poter entrare in contatto con la propria ansia e la tensione muscolare che procura si possono utilizzare delle tecniche di rilassamento specifiche che permettono una maggiore distensione percepita. Ciò a cui le tecniche di rilassamento auspicano è l’apprendimento di strategie di riduzione dell’attivazione psicofisiologica, ispirandosi al principio del condizionamento classico (Menotti, Piccinini, 2012). Queste possono produrre un effetto indiretto: l’ aumento del senso di autoefficacia del paziente rispetto all’acquisizione di un maggior controllo sulle proprie risposte fisiologiche (2012, p. 100). È stato Wolpe, nel 1958 a introdurre il rilassamento muscolare come tecnica utile nella riduzione delle componenti fobiche o di paura, inserendolo all’interno dell’approccio cognitivo-comportamentale (Bertolotti, 2005).

 

Il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson per gli atleti

Ciò che contraddistingue i soggetti affetti da disturbi d’ansia, in particolare le persone che sentono ansia da prestazione, è la presenza di tensione psico-fisica. Per gli atleti quello che può rivelarsi utile è l’impiego di una tecnica di rilassamento che implica da una parte il riconoscimento di uno stato di tensione e dall’altra la capacità di abbandonarsi alle proprie sensazioni fisiche in una condizione di benessere. Edmung Jacobson (1888-1983) è stato l’ideatore di un programma di rilassamento muscolare che si basa sul metodo dell’osservazione scientifica che risulta efficace in numerosi ambiti di intervento, come la fisiologia, la medicina e la psicologia clinica (Bertolotti, 2005).

Alcune malattie o sintomatologie come l’insonnia e la cefalea muscolo-tensiva possono essere provocate da uno stato di elevata tensione che viene protratta nel tempo (2005, p. 13). Secondo Jacobson (1938) il rilassamento può facilitare l’apprendimento di una sensazione soggettiva
nuova, spesso piacevole, di rilassamento dei muscoli e del corpo (2005, p.19) e portare, col tempo, all’apprendimento di strategie utili per contrastare gli stati di tensione.

Il rilassamento muscolare progressivo richiede una fase di apprendimento caratterizzata da sistematicità e costanza da parte dell’individuo (Jacobson, 1938). In prima seduta, il terapeuta dovrà incrementare la fiducia del paziente, sia verso se stesso sia nei confronti della tecnica, con la finalità di far acquisire la consapevolezza che i benefici saranno evidenti solo con il mantenimento regolare della pratica, eseguita non solo in seduta, ma anche a domicilio (Jacobson, 1938; Bertolotti, 2005).

L’obiettivo primario di questa tecnica è quello di portare il soggetto ad un livello di competenza tale da indurre la condizione di distensione/rilassamento sempre più rapidamente ed efficacemente sia nella pratica clinica che nella gestione dei fattori stressanti quotidiani (Bertolotti, 2005; Menotti, Piccinini, 2012). Il rilassamento generale, se sufficientemente avanzato, ha come caratteristica la riduzione del flesso di irritabilità (Bertolotti, 2005).

Nel manuale Il rilassamento progressivo in psicologia (2005), Bertolotti pone in evidenza le tre caratteristiche di progressività del metodo da
lui presentato:
– Il paziente rilascia un gruppo di muscoli, ad esempio il bicipite brachiale del braccio destro, sempre di più, sempre più intensamente, attimo dopo attimo.
– Il paziente impara progressivamente a rilassare i principali gruppi muscolari del suo corpo.
– Con ciascun nuovo gruppo egli attiva e rilascia queste parti seguendo le modalità apprese dai precedenti training e approfondisce l’esperienza.
– Praticando tutti i giorni il rilassamento, progredisce verso una modalità che include uno stile di vita più tranquillo e tende sempre di più a uno stato nel quale la quiete è quasi automaticamente mantenuta in quanto appresa (Bertolotti, 2005).

Caratteristica peculiare delle risposte di attacco e fuga, utili per permettere all’organismo di reagire velocemente e con forza ai pericoli, è proprio la tensione muscolare. Tuttavia, nelle persone che soffrono di attacchi di panico, e in generale di disturbi d’ansia o ansia da prestazione atletica, la tensione muscolare è costante e continua a comunicare al cervello sensazioni di allerta: il sistema nervoso diventa più sensibile e risponde con l’ansia a stimoli anche piccoli, come se si trattasse di minacce reali (Menotti, Piccinini, 2012).

Grazie al rilassamento muscolare progressivo di Jacobson atleti agonisti e amatoriali possono apprendere, tramite un graduale ma costante allenamento, come portare i muscoli alla distensione tenendo conto dei diversi distretti corporei, e a focalizzare l’attenzione sulla differenza tra le due diverse sensazioni (Bertolotti, 2005). Una volta affinata la tecnica è possibile allentare la tensione del gruppo muscolare interessato, senza eseguire tutti gli esercizi in successione (Jacobson, 1938; Bertolotti, 2005; Menotti, Piccinini, 2012). Quello che sembra una caratteristica peculiare della tecnica di rilassamento muscolare progressivo, non è solo la riduzione della tensione nel momento in cui compare, ma anche la sua prevenzione: abituando il soggetto a riconoscere le situazioni per lui potenzialmente ansiogene e svolgere gli esercizi prima di esporsi a tali situazioni, il livello di tensione si abbassa gradualmente (Jacobson, 1938; Bertolotti, 2005). L’abbassamento della tensione percepita è indice anche di un aumento del tono dell’umore, e delle emozioni positive su quelle negative.

E’ interessante citare uno studio sugli effetti del rilassamento muscolare progressivo sulle emozioni di giovani giocatori di calcio. Nel 2011 lo Sports Medicine Research Center della Tehran University of Medical Sciences ha effettuato uno studio per confrontare gli effetti di due diverse tecniche di rilassamento, il rilassamento muscolare progressivo (PMR) e il training autogeno (AGR) sulle emozioni di giovani giocatori di calcio.

I risultati hanno evidenziato che entrambe le tecniche hanno avuto come effetto una riduzione degli stati di confusione, depressione, stanchezza e tensione rispetto alla situazione iniziale. Inoltre, ciò che viene suggerito da questa ricerca è di incrementare gli studi sul rilassamento per poter, in futuro, impostare degli interventi formativi per gli adolescenti in generale, non solo quelli che praticano attività sportive.

RIDINET: la riabilitazione dei DSA si fa APPetibile

Nell’epoca dei bambini “nativi digitali” e delle terapie virtuali (come le sempre più diffuse psicoterapie via Skype), la riabilitazione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento non può essere da meno: nasce Ridinet, il servizio online per il trattamento proposto da Anastasis.

Equipe DSA Studi Cognitivi – Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Come funziona la piattaforma Ridinet

Il servizio propone una serie di percorsi personalizzabili in base alla diagnosi, che si presentano sotto forma di applicazioni indipendenti chiamate App. Il riferimento alle applicazioni smartphone non è sicuramente casuale, così come le caratteristiche delle App stesse, che richiamano per molti versi i giochi che vanno per la maggiore tra i giovani. Ridinet è infatti caratterizzato da un’interfaccia semplice e intuitiva, all’interno della quale l’utente può costruire un proprio profilo personalizzato con tanto di avatar. Queste App altro non sono che esercizi basati su specifici modelli riabilitativi, gradevoli da svolgere per bambini e ragazzi grazie alla grafica accattivante e ai costanti feedback sonori sull’andamento della propria prestazione.

 

Le app di Ridinet

Veniamo all’elenco delle App e alle loro caratteristiche:

READING TRAINER 2 – è un esercizio di lettura basato sulla sillabazione, che offre al clinico la possibilità di assegnare testi da far leggere al paziente a casa con la supervisione di un adulto. Scelto il brano da un’ampia libreria, si ha la possibilità di modificare le modalità di somministrazione dell’esercizio, tarandole quindi sulle specifiche caratteristiche del bambino. Il programma fornisce inoltre un feedback su accuratezza e velocità di lettura.

LINEA DEI NUMERI – è un programma pensato per favorire la rappresentazione mentale della quantità e del calcolo: il bambino deve collocare un numero sulla linea, valutando visivamente dove si trovi tra 1 e 10. Questa App è basata sull’ipotesi secondo cui dopo una fase precoce in cui la rappresentazione della quantità fa riferimento alle dita delle mani, la rappresentazione mentale più evoluta della quantità è una linea orizzontale. Anch’essa prevede aiuti visivi (indicazione di altri numeri) e feedback sonori variegati e divertenti.

TACHISTOSCOPIO RAPWORDS – è un programma per esercitare e migliorare la velocità e la correttezza nella lettura di parole rivolto a bambini e ragazzi con prestazioni di lettura non ottimali. L’esercizio intende stimolare una lettura globale delle parole, favorendo un migliore utilizzo/sviluppo del lessico ortografico: presenta infatti parole singole con un tempo di esposizione inferiore a quello per iniziare un movimento oculare (o saccade). In questo modo, il bambino è spinto a cercare di leggere la parola come una sola unità. La presentazione di liste di parole che variano per frequenza d’uso o lunghezza consente di adattare l’esercizio rispetto alle specifiche difficoltà del bambino.

CLOZE – è un software per la comprensione del testo scritto che mira specificatamente al recupero dei processi di inferenza lessicale e semantica. Ad ogni seduta di lavoro il bambino lavora su testi scritti a cui mancano delle parole e deve completare gli spazi vuoti scegliendo l’alternativa corretta tra quelle proposte automaticamente affinché il testo sia congruente. Il programma propone inizialmente una fase di taratura che consente di determinare il livello di partenza delle attività per ogni bambino, ed è personalizzabile anche rispetto alla tipologia dei cloze con i quali il bambino dovrà lavorare (casuali, prevalentemente funtori, prevalentemente tempi verbali, prevalentemente nomi e aggettivi).

SILLABE – è un programma di rieducazione della lettura, che favorisce lo sviluppo della capacità di decifrazione senza supporto lessicale, attraverso il riconoscimento rapido di sillabe o gruppi di lettere (subcomponenti delle parole). L’App controlla anche i tempi di elaborazione degli stimoli, attraverso un intervallo, anch’esso autoregolato, tra uno stimolo e l’altro. Il programma propone un test di ingresso che determina il livello ottimale di lavoro per ciascun paziente e il percorso, strutturato su 116 livelli, prosegue in modo automatico sulla base del risultato di ogni singola esecuzione di batteria.

RUN THE RAN – è un programma finalizzato al potenziamento dei processi di denominazione rapida. L’ esercizio di RAN (Rapid Automatized Naming) prevede la denominazione temporizzata di stimoli sequenziali: il bambino deve denominare sempre più velocemente ad alta voce tutti gli stimoli visivi (colori e figure) presentati in matrici, corrispondenti a parole di differente struttura sillabica, frequenza d’uso e lunghezza. Le figure, appositamente create in bianco e nero, sono inserite in librerie divise per tipologia di stimolo, e vengono presentate in matrici che richiedono l’esplorazione da sinistra a destra, come nella lettura di un testo, aiutando il bambino ad automatizzare anche il processo di scansione visiva e pianificazione dei movimenti oculari (e quindi del focus attentivo).

DAL SUONO AL SEGNO – è un programma che intende stimolare la discriminazione di suoni simili, la conversione del suono nel segno grafico corrispondente, il riconoscimento di raddoppiamenti, il recupero lessicale del vocabolo. In breve, le abilità definite dallo stadio alfabetico ed ortografico-lessicale della scrittura. Gli esercizi sono stati costruiti con l’intento di proporre ai bambini attività mirate alle diverse problematiche fonologiche della scrittura. Sono prese in esame, inoltre, le principali difficoltà fonetiche (doppie e accenti), e sono previsti, nelle fasi conclusive del programma, esercizi di tipo lessicale.

 

I vantaggi della piattaforma Ridinet

L’utilizzo della piattaforma ha diversi vantaggi, sia per il clinico che per il bambino e la sua famiglia.

Il clinico può inserire i dati dei pazienti e i punteggi riportati nelle varie prove, ottenendo in automatico grafici relativi all’andamento del percorso per ciascun bambino, il che facilita molto la valutazione in itinere. Fondamentale inoltre è il fatto che quasi tutte le App prevedano la proposta di esercizi dalle caratteristiche tarate in base al livello iniziale di competenze del bambino e ai risultati da esso riportati di prova in prova. Questi aspetti, oltre ad essere coerenti coi principi promulgati dalla Consensus Conference (secondo cui il trattamento deve partire da un’analisi puntuale dei punti di forza e di debolezza del bambino, nonché su periodici momenti di verifica), consentono al clinico un notevole risparmio di tempo, offrendogli la possibilità di prendere in carico un numero maggiore di pazienti contemporaneamente.

Per il bambino, le caratteristiche dell’interfaccia, la possibilità di personalizzare il proprio profilo scegliendo un avatar e le caratteristiche stesse degli esercizi (brevi e variegati, ricchi di suoni e immagini) costituiscono un incentivo rispetto al trattamento “classico”, favorendo la motivazione e il mantenimento dell’attenzione. I frequenti feedback sulla prestazione stimolano le competenze metacognitive del bambino, il che va a favore del senso di autoefficacia e quindi dell’autostima. Il fatto di non doversi recare ogni volta presso lo studio dello specialista consente di incrementare la frequenza dell’esercizio, oltre a permettere alle famiglie di risparmiare tempo e denaro (l’iscrizione alla piattaforma ha un costo ovviamente inferiore a quello del trattamento svolto in studio).

E’ importante sottolineare che l’utilizzo di queste App non sostituisce gli incontri in studio: la fase iniziale del trattamento riabilitativo prevede infatti, idealmente, una terapia ambulatoriale mono o bisettimanale unita all’utilizzo della piattaforma nei restanti giorni della settimana. Una volta che il clinico considera il trattamento concluso, tuttavia, la piattaforma può essere utilizzata in modo esclusivo dal paziente, risultando un’ottima alleata ai fini del mantenimento delle competenze acquisite e facilitando gli incontri di monitoraggio a cadenza quindicinale o mensile.

Per le famiglie, a nostro parere il maggior vantaggio derivante dall’utilizzo della piattaforma è quello del coinvolgimento diretto e della possibilità di interfacciarsi “strada facendo” con il clinico: lo stesso può valere per il personale educativo, se necessario, favorendo il lavoro di rete. Per i genitori, avere tempi e obiettivi chiari e poter monitorare direttamente l’andamento del percorso del proprio figlio può aiutare a ridurre l’ansia derivante dalla percezione di non avere gli strumenti per aiutarlo. Le reazioni delle famiglie a questa proposta, tuttavia, variano molto, in particolare in base alle caratteristiche dell’organizzazione famigliare (l’ideale è che uno dei genitori abbia la possibilità di seguire quotidianamente il figlio nello svolgimento degli esercizi, cosa al giorno d’oggi non semplice se non in fascia oraria serale, quando i bambini sono più stanchi e deconcentrati), alla disponibilità di risorse tecnologiche e alla capacità del genitore di utilizzare tali risorse. Alcuni genitori lamentano dunque problematiche relative ai costi, alla mancata disponibilità di una connessione Internet (ad esempio durante le vacanze), al rifiuto di utilizzare materiale informatico (a causa di una preferenza per quello cartaceo) e a un impegno troppo gravoso in termini di tempo.

Ad ogni modo, è un dato di fatto che la piattaforma favorisca il recupero di ampie fasce di popolazioni DSA escluse dalla presa in carico (come quelle inserite nelle liste d’attesa delle strutture pubbliche).

 

I principi teorici della piattaforma

Il trattamento svolto tramite la piattaforma rispetta i principi teorici condivisi dagli esperti di riabilitazione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

La riabilitazione mediante Ridinet racchiude infatti in sé queste caratteristiche:
– è basata su modelli evolutivi – neuropsicologici che delineano l’architettura dei normali processi di lettura, scrittura e calcolo
– è svolta in modo continuativo e ripetuto
– è considerata efficace solo se nel breve periodo incrementa il processo più della sua naturale evoluzione (e se il miglioramento è stabile ai controlli di follow-up dopo 6 mesi)
– prevede cicli di trattamento brevi e ripetuti: 2/3 volte a settimana per almeno 3 mesi.

Il comitato scientifico di Ridinet è composto da alcuni dei massimi esperti italiani di Disturbi Specifici dell’Apprendimento, che hanno elaborato in prima persona le App e che ne monitorano gli effetti su larga scala, attuando le modifiche eventualmente necessarie.

Dal punto di vista tecnico la piattaforma prevede alcuni vantaggi:
– è un servizio web, richiede cioè una connessione internet, ma non l’installazione di un software;
– è un servizio multi-device (utilizzabile su pc, tablet, smartphone);
– i dati sono raccolti in modo sicuro (grazie a un sistema di backup, protezione e privacy);
– il programma è aggiornato sempre all’ultima versione;
– è un servizio interattivo, grazie alla presenza di messaggi e notifiche.

In conclusione, riteniamo che l’utilizzo di Ridinet possa essere un valido supporto per i tre “attori” coinvolti nel processo di riabilitazione dei DSA (clinico, paziente e famiglia), facilitando un approccio sempre più immediato al trattamento.

 

Scopri il servizio di prima diagnosi DSA, dell’Equipe DSA di Studi Cognitivi, un servizio accreditato ASL

Mi ci hanno mandata. Ovvero un approccio possibile alla psicoterapia – Recensione del libro

Il libro “ Mi ci hanno mandata, ovvero un approccio possibile alla psicoterapia” è il nuovo romanzo della Psicologa Psicoterapeuta Flavia Cavalero.

 

Mi ci hanno mandata: introduzione

Il taglio ironico, il linguaggio diretto e la voce narrante in prima persona che facilita l’identificazione con Maria, la protagonista, rendono la lettura senza dubbio consigliata e gradevole. Poche ore e le 112 pagine del libro diviso in piccoli capitoli, quasi paragrafi, volano velocemente via.

Edito da CIESSE Edizioni e con la prefazione del Presidente dell’Ordine del Piemonte Alessandro Lombardo, il romanzo racconta l’approccio alla psicoterapia dagli occhi della paziente e seguono lo sviluppo e la crescita di Maria accompagnandola nel percorso con l’analista (rogersiana) Sara.

 

Mi ci hanno mandata: la trama

Maria è una donna di 45 anni che vive un momento di vita difficile. In realtà, inizialmente più per gli altri che per se stessa.
Come comunica senza giri di parole il titolo, Maria va controvoglia in terapia spinta (mandata) dal marito e dalla sorella sempre più preoccupati (e stanchi).

La prospettiva all’inizio è completamente egosintonica.
I problemi della donna sono ascrivibili all’eccessivo carico di lavoro, agli altri, allo stress, e a tutto quello che spesso, pazienti con qualche sbavatura nell’asse II, riportano come fonte dei propri problemi.
Qualsiasi cosa, ma non certo loro che non hanno bisogno di una psicoterapia! La messa in discussione è più un obiettivo di terapia che un inizio.

Il romanzo è il diario della protagonista, che tiene su consiglio della Psicoterapeuta e che mostra, con lo scorrere delle pagine, quello che avviene, non tanto e non solo a livello di crescita della paziente stessa (evidente), ma soprattutto la crescita della relazione tra paziente e terapeuta. Ed è proprio questo l’aspetto originale del libro “una relazione affettiva, ma non amicale”.

 

Mi ci hanno mandata: i retroscena della psicoterapia

Evidentemente la lettura del libro da parte di una psicocosa (come Maria chiama la terapeuta) risulta particolarmente interessante perché svela il “dietro le quinte” (plausibile e verosimile) della mente del paziente che non emerge necessariamente, per educazione o compiacenza, nel palco della seduta.
Allo stesso modo è una buona lettura anche per chi sta dall’altra parte, per sfatare false credenze sulla psicologia e sulla psicoterapia e mostra come le paure, le domande, i pregiudizi siano molto più simili per tutti di quanto possiamo immaginare.

I primi passi sono segnati da un atteggiamento un pò ostile di Maria nei confronti di Sara (si ipotizzano tratti narcisistici) e divertenti speculazioni riguardo alle regole del setting.
Maria si pone domande che è facile pensare tanti pazienti si possano fare all’ingresso dello studio.
L’uso del Lei o del Tu, perché non c’è il lettino, chiedere o non chiedere dove la terapeuta trascorrerà le vacanze, ricevere la notizia (con le conseguenti emozioni) che la terapeuta va in vacanza, quando si può telefonare e quando no, la possibilità di sforare per 10 minuti per comunicare una cosa importante, fare o non fare il regalo a Natale, personalizzare lo studio durante le feste, fare un favore alla terapeuta stessa, chi è la terapeuta nella sua vita privata.

Passo dopo passo si snoda la relazione tra le due che, come citano i migliori manuali sull’argomento, si comincerà a fondare sull’autenticità della terapeuta, sulla costruzione di un linguaggio comune (esplicitato nel testo), sul percepire l’assenza di giudizio e cominciare ad umanizzare la figura della terapeuta che da “strizzacervelli” si conquista l’appellativo di “Sara”.

Alleanza terapeutica: un presupposto imprescindibile per la terapia

Il filo del romanzo è pertanto la costruzione di un’alleanza terapeutica. Sara chiarirà le regole iniziali in modo impeccabile, ma le parole arriveranno ad essere comprese non come sfida ma come modo di poter aiutare durante il percorso stesso di terapia.
Emerge chiaramente come mano a mano la figura di Sara viene sempre più mentalizzata anche tra una seduta e l’altra e in tal senso crescono di conseguenza le facoltà metacognitive di Maria.
Allo stesso modo emergono, quasi come fossero involontari, proprio perché il punto di vista non è di Sara e della sua tecnica, ma di Maria, i maggiori interventi che fanno breccia proprio lì, nella relazione.
Il fatto di essere pensata, di esistere nella mente della sua psicologa è l’elemento che mette in moto il cambiamento.

Maria sentirà molte emozioni, anche ambivalenti, per Sara, passo passo nel percorso di terapia, dalla diffidenza, all’esigenza di parlarle per più di un’ora alla settimana, alla sensazione che la terapia sia lunga e poco pratica sino al bisogno di un silenzioso abbraccio di un contesto sicuro e validante che le permetta l’espressione delle sue emozioni negative, in modo spontaneo e autentico.
E Sara con timing da professionista lascerà cadere in alternanza interventi tecnici sulla relazione e pezzi di propria umanità come è normale che avvenga.

Un consiglio di una lettura senza dubbio per pazienti potenziali che vogliano avvicinarsi alla terapia e provare a capire cosa sia davvero e per gli “psicocosi”come ottimo esercizio di decentramento e provare a star seduto nella sedia di fronte nei panni del cliente.

Gli aspetti psicologici della violenza sessuale: effetti dello stupro sulle vittime

Gli effetti dello stupro più comuni sono isolamento, depressione, ansia, sintomi somatici, tentativo di suicidio e disturbo da stress post traumatico. Le conseguenze psicologiche di uno stupro permangono a lungo nella mente della vittima.

Leggi anche: (parte 1) : dalla definizione di stupro ai date rapes (parte 2): come e perché agisce lo stupratore? – (parte 3): perché il silenzio? Il senso di colpa nelle vittime di violenza

 

I ben noti effetti dello stupro, che questo sia o meno denunciato, sono isolamento, depressione, ansia, sintomi somatici, tentativo di suicidio e disturbo da stress post traumatico.

Anche se, solitamente, non vengono riportate serie conseguenze fisiche, le conseguenze psicologiche di uno stupro permangono a lungo.

Le donne aggredite che si presentano ai centri di emergenza manifestano degli intensi sentimenti di rabbia e paura, passando da ansia, agitazione, pianto, lamento e riso incontrollato fino ad una calma ostentata che copre ogni altra emozione.

 

Le reazioni delle vittime di violenza sessuale: la sindrome da trauma di stupro

Burgess e Holstrom (1974), nel loro pionieristico lavoro con le vittime di stupro presentatesi al Boston City Hospital, hanno descritto la “sindrome da trauma di stupro” (rape trauma sindrome).

Le reazioni che hanno rilevato nella loro esperienza, sono sia comportamentali, che somatiche e psicologiche; solitamente si manifestano in due fasi: una fase di disorganizzazione acuta, che dura qualche settimana, ed una di riconoscimento, che può durare da più di una settimana a molti anni.

Durante la fase acuta, solitamente si hanno reazioni di incredulità, shock, paura, vergogna, senso di colpa, sentimento di umiliazione, rabbia, isolamento, lutto e perdita di controllo. Le reazioni somatiche più comuni, comprendono tensione muscolo-scheletrica, irritabilità gastro-intestinale, disturbi genito-urinari.

Spesso tra gli effetti dello stupro più comuni, vi sono reazioni di paura, da parte delle vittime, legate alla possibilità che famiglia e amici scoprano cosa è accaduto.

Durante la fase di riorganizzazione vengono manifestati sentimenti di vulnerabilità, disperazione, senso di colpa e di vergogna. I sintomi comprendono un’ansietà diffusa, mal di testa, insonnia ed altri disturbi del sonno, depressione e rabbia. Questa fase è a volte caratterizzata da frequenti traslochi e cambiamenti del numero telefonico.

Tra gli effetti dello stupro sulle vittime, vi sono alcune fobie più diffuse, esse includono la paura degli spazi chiusi (se lo stupro è avvenuto in casa), agorafobia o fobia degli spazi aperti, paura di restare soli e paura della sessualità.

La vittima diventa una sopravvissuta quando è in grado di riconoscere lo stupro, di esprimere la propria rabbia, il proprio dolore, e di ritornare ad una vita normale.

Una sequenza di stupri protratta può portare a depressione, tentativi di suicidio, uso di droghe ed alcol, disfunzioni sessuali, e problemi relazionali.

Circa un terzo delle vittime sviluppano la sindrome post-traumatica da stress, un terzo manifesta un episodio di depressione maggiore negli anni successivi la violenza, contro la stima del 10% della popolazione femminile (Kilpatrick et al., 1992).

Dai follow-up è emerso che il 33% ha pensato al suicidio, paragonato all’8% della popolazione femminile. Le vittime di stupro hanno il 13% di probabilità in più di tentare il suicidio.

Le vittime “silenti”, cioè che non riportano a nessuno l’esperienza vissuta, spesso manifestano un alto livello di ansia, fobie, perdita di autostima, senso di colpa e vergogna, incubi notturni e possono sottoporsi a numerose cure per sintomi somatici senza causa eziologia.

 

Gli effetti dello stupro: cosa cambia se la vittima denuncia la violenza?

Sarebbe auspicabile che le donne che hanno subito una violenza sessuale si presentino ai centri di assistenza, dove possono ricevere sostegno per evitare effetti a lungo termine tramite un processo di ricostruzione dell’autostima, allentamento del senso di colpa ed incoraggiamento ad esprimere la rabbia.

La vittima è realmente diventata una sopravvissuta agli effetti dello stupro quando ha elaborato l’aggressione, senza flashback e ricordi intrusivi. Questo tipo di elaborazione è accompagnata da una diminuzione dei sintomi ansiosi e depressivi.

Da un’intervista su 126 soggetti sono emerse alcune differenze nelle risposte delle donne che hanno denunciato e donne che non hanno denunciato la violenza subita (Peretti e Cozzens ,1979).

Nelle risposte dei soggetti che non hanno denunciato emergono maggiormente fattori di confusione, diniego, razionalizzazione, ricerca di significato ed isolamento; nelle risposte delle donne che hanno denunciato emergono fattori come ansia, umiliazione, vergogna e rabbia. Non sono, invece, emerse significative differenze per quanto concerne fattori come l’imbarazzo, l’umiliazione, il senso di colpa e la paura.

Tutti i soggetti hanno dichiarato che lo stupro è un atto distruttivo a livello psicologico, sociale, comportamentale e che scardina la propria sessualità.

Tra gli effetti dello stupro di natura fisica troviamo senso di fatica, mal di testa, nausea, mal di stomaco e dolore vaginale; gli effetti comportamentali consistono nella paura a camminare ed uscire da soli e rigetto all’intrattenere normali comportamenti amichevoli (come sorridere, chiacchierare, dare la mano) con chiunque; i disturbi sociali conseguenti uno stupro consistono nella restrizione di tutti i contatti sociali per molti mesi dopo la violenza, incapacità a socializzare con uomini e di avere rapporti sessuali con il proprio partner; i disturbi della sessualità comprendono l’apatia sessuale, vaginismo, disfunzioni dell’orgasmo e dispareunia.

Le donne che non denunciano la violenza hanno più problemi nell’accettare la realtà della violenza sessuale e gli effetti dello stupro. Le donne che non denunciano la violenza subita tendono a rispondere alla stessa con una gran distruttività, che si ripercuote sulla loro qualità della vita. Hanno un urgente bisogno di collocare l’evento tragico in un quadro che lo renda più comprensibile. Queste donne hanno difficoltà ad accettare la possibilità che alcuni semplici fattori l’abbiano messe nella posizione di vittime, temono di aver avuto un comportamento interpretabile ambiguo verso l’aggressore.

Per quanto riguarda la variabile dell’isolamento, spesso la vittima pensa che lo stupro sia un’esperienza su cui devono lavorare in solitudine. Da un punto di vista legale, questo desiderio di isolamento è irrazionale ed indesiderabile, perché l’evidenza di uno stupro richiede perizie mediche che comportano il contatto con altre persone.

Da una ricerca su 70 donne che si sono rivolte ad un centro assistenza ospedaliero per le vittime di stupro, è emerso che queste vittime presentano alti livelli di depressione, ansia, ostilità, disturbo post-traumatico da stress e confusione; questi stati emotivi si ripercuotono sulle credenze su loro stesse, gli altri ed il mondo in generale (Frazier e Searles, 1997)

 

Che conseguenze ha uno stupro se la vittima conosce l’aggressore?

Relativamente agli effetti dello stupro, le donne che hanno subito la violenza da persone conosciute presentano un più alto livello di senso di colpa comportamentale, anche se il grado di senso di colpa caratteriale, tra donne violentante da conoscenti o da estranei, non è significativamente diverso.

Le donne che non dichiarano di aver subito una violenza sessuale, nonostante la loro esperienza possa essere classificata tale dalle risposte fornite al SES, mostrano una maggiore attribuzione di colpa per il comportamento tenuto.

Le donne violentate da persone conosciute hanno manifestato un peggioramento delle proprie credenze in 4 scale su 10: sentono di avere meno forza e controllo, hanno minore stima per gli altri, si sentono meno collegati agli altri e provano minor conforto nel restare soli nella propria intimità.

E’ interessante notare che mentre il 100% delle donne che sono state violentate da uno sconosciuto sono consapevoli del fatto di essere state stuprate, solo il 47% di quelle violentate da un conoscente dichiarano di essere state violentate.

I risultati di questa ricerca mostrano che le vittime di violenze sessuali da parte di conoscenti sono traumatizzate allo stesso livello di quelle violentate da sconosciuti; ad esempio, non differiscono nei diversi gradi di depressione, ostilità, ansia e disturbo post-traumatico da stress.

Alcuni risultati suggeriscono, addirittura, che le vittime di violenza da parte di conoscenti, sono più traumatizzate delle altre, in quanto tendono a auto-incolparsi di più e a manifestare maggiori turbe nel proprio sistema di credenze.

Le vittime esprimono vergogna e senso di colpa per essere state violentate; ritengono che siano state “stupide”, che sia stato un  loro sbaglio e che avrebbero dovuto prevenire l’evento (Orlandini, 2002).

Dalla ricerca di Koss et al. (1988) è emerso che sul piano dell’impatto dell’esperienza sulle vittime, quelle aggredite da sconosciuti parlano più facilmente della loro esperienza con qualcuno, si rivolgono ad un centro di crisi, denunciano alla polizia.

Tra tutte coloro che hanno riferito la loro esperienza a qualcuno, il 19.2% delle vittime di sconosciuti ed il 17% delle vittime di conoscenti si sono rivolte ad un centro di crisi; alla polizia si sono rivolte il 21.2% delle prime e il 17% delle seconde. I gruppi non differiscono per la percentuale di donne che ha pensato al suicidio dopo l’aggressione (27.8%).

Mentre il 55% delle donne aggredite da un estraneo considera la propria esperienza uno stupro, solo il 23.1% della donne aggredite da conoscenti lo considerano tale; le prime hanno inoltre più probabilità che la persona a cui raccontano l’esperienza consideri la stessa come stupro.

Sul piano degli effetti dello stupro, i sintomi manifestati nei due gruppi non differiscono; sono stati considerati i livelli di depressione (tramite il Beck Depression Inventory), ansia (tramite lo State Anxiety Index), la qualità dei rapporti interpersonali ed il soddisfacimento sessuale. Koss et al. (1988) hanno poi confrontato i quattro gruppi di vittime di conoscenti.

Per quanto riguarda la percezione della donna, le vittime del proprio marito o di altri familiari avevano un grado molto più altro di rabbia, depressione ed aggressività verso l’assalitore; percepivano se stesse come meno responsabili per ciò che era successo rispetto alle donne vittime di compagni casuali o conoscenti senza implicazioni romantiche.

Per quanto riguarda la sintomatologia, le donne violentate da membri della propria famiglia hanno un più basso livello di qualità nelle relazioni interpersonali, mentre per gli altri aspetti non sono state riscontrate differenze.

Anche a distanza di mesi gli effetti dello stupro si mostrano vividi: le vittime si sentono ancora tese e profondamente umiliate. Si sentono in colpa per non esser riuscite a reagire fisicamente alla violenza. Depressione e perdita di autostima sono sempre molto comuni, molte cominciano a soffrire di incubi notturni. Alcune vittime sviluppano fobie, a seconda di dove è avvenuta l’aggressione non sopportano più stare in posti aperti o chiusi; altre sono soggette al disturbo post-traumatico da stress, spesso sviluppano un atteggiamento negativo nei confronti del sesso e hanno difficoltà nelle relazioni con mariti o partner.

Spesso, anche gli amici più cari, mettono in dubbio la complicità della vittima in quello che è successo.

Calhoun e Atkison (1991), due ricercatori clinici di provata esperienza in materia di stupro, sono così certi che i problemi sessuali siano una frequente conseguenza a lungo termine di un trauma da stupro, che esortano i clinici  a prendere in considerazione la possibilità di una violenza in presenza di disfunzioni sessuale da parte della donna.

Una vittima di stupro va incontro ad ansia, depressione, rischio di suicidio, ad abuso di sostante (spesso inizia da un tentativo di auto-medicazione per alleviare l’ansia e la disforia generalizzata).

Le tipiche strategia di difesa messe in atto dalla vittima, dopo la violenza, sono la negazione e l’evitamento.

Si stima che solo una percentuale minima degli stupratori è condannata per il reato commesso. Inoltre, non si può negare che il processo sia un’esperienza molto stressante: qualsiasi rapporto di familiarità della vittima con il suo aggressore diventa un elemento a favore dell’assoluzione di quest’ultimo e, il ruolo della vittima nell’aggressione subita, è quasi sempre oggetto di esame da parte del difensore dell’imputato.

Spesso nei giorni seguenti lo stupro, la donna si trova in uno stato di abulia ed apatia: non riesce a parlare, non riesce a piangere, non riesce a sorridere né a mangiare, non sente niente.

La maggior parte delle donne, se conoscono l’aggressore,  non riesce ad usare tutta la sua forza al momento dello stupro, questo può essere dovuto alla difesa dissociativa messa in atto nel momento della violenza: rimuovono le sensazioni fisiche e mentali da ciò che sta succedendo, in pratica oppongono una reazione di freezing. La dissociazione può quindi diminuire o bloccare la capacità reattiva all’aggressione.

Il sentimento di colpa nasce proprio dall’incapacità della donna di fermare l’uomo che l’ha violentata. E’ questo senso di colpa che fa sì che la donna non denunci l’accaduto e non cerchi conforto dai suoi amici: ha paura che la incolpino come lei incolpa se stessa.

A volte la donna continua a vedere l’uomo che l’ha violentata per porre l’esperienza in un contesto di “relazione sessuale” e farla quindi diventare più accettabile a se stessa. Nella maggior parte dei casi, l’uomo le stupra ancora. Queste donne non uscirebbero ancora con queste persone se etichettassero giustamente la loro esperienza come “stupro”.

Le donne violentate da conoscenti, hanno le stesse ripercussioni negative a livello psicologico delle vittime di sconosciuti, hanno però l’aggravante che spesso non parlano a nessuno della loro esperienza, non si rivolgono a gruppi di auto-aiuto che possono aiutare nella comprensione di ciò che è successo e delle reazioni della vittima, inoltre, quando lo raccontano, non sentono la stessa empatia e vicinanza che l’interlocutore mostrerebbe per una vittima di uno stupro stereotipico.

Tra gli effetti dello stupro, un comportamento comune, che la vittima riconosca o meno a se stessa di essere stata violentata, è il “rituale del lavaggio”: la vittima si lava ossessivamente, è nauseata dal sentirsi ancora sulla pelle l’odore dell’uomo. Si sentono sporche e violate, pur non ammettendolo coscientemente.

 

I rape myths nella valutazione dello stupro

Le donne violentate da conoscenti spesso non trovano supporto e conforto emotivo dagli amici e dai parenti, non vengono credute, o vengono ritenute responsabili di quello che gli è accaduto.

Nonostante i cambiamenti legislativi ed i cambiamenti socio-culturali avvenuti nell’ultimo secolo, una ricerca su un campione italiano (Sarmiento, 2004) sembra confermare le ricerche statunitensi sull’esistenza dei “rape myths” (Burt, 1977; Koss, 1982, 1985; Williams, 1984; McGregor et al., 2000; Buddie, 2001) e della loro importanza nella percezione dei rapporti di genere.

Il dato saliente di questo è il fatto che per più della metà dei soggetti intervistati, il comportamento della vittima renda privo di valore il suo dissenso ad avere un rapporto sessuale con l’uomo della storia: solo il 48% degli interpellati ritiene infatti che l’aggressore di un caso non stereotipico debba essere arrestato, seppur il 68% ritenga che si tratti di un caso di violenza sessuale.

Coerentemente a questo risultato i soggetti ritengono infatti che per la maggior parte dei soggetti si può parlare di violenza sessuale quando vi sia stato uso della forza o intimidazione attraverso un’arma, mentre solo il 58% ritiene che basti l’opposizione di un dissenso verbale perché un rapporto sessuale venga considerato un caso di violenza. In merito a questo aspetto le donne si dimostrano più sensibili, infatti si discostano dagli uomini di venti punti percentuali (F = 67,6; M = 47,5) anche se nella valutazione della storia non risultano apportare un giudizio significativamente diverso da quello degli uomini.

Un altro dato significativo è che il 45% dei soggetti non ritiene che si possa parlare di stupro tra coniugi; in Italia fino al 1976 questa possibilità non era contemplata neanche dal nostro sistema giuridico. Con sentenza del 16 febbraio 1976 la Corte di Cassazione non solo stabilisce che il coniuge non può pretendere con la forza il soddisfacimento della concupiscenza sessuale, ma anche che “…il delitto di violenza carnale sussiste non solo quando vi sia una lotta strenua, capace di lasciare segni sulla vittima, ma anche quando questa si sia concessa solo per porre termine ad una situazione per lei angosciosa ed insopportabile, poiché tale consenso non è libero consenso, bensì consenso coatto…”.

Il fatto che le violenze sessuali denunciate, e che quindi arrivano all’opinione pubblica, siano prevalentemente quelle ad opera di estranei, non fa che alimentare false credenze sui luoghi e le situazioni in cui è più facile incorrere in uno stupro, infatti contrariamente ai dati ISTAT, i soggetti interpellati considerano meno sicuri i luoghi isolati e le ore notturne.

 

Leader e narcisismo: il potere percepito rende eccessivamente sicuri?

L’eccesso di sicurezza, per i leader che sono chiamati a rendere importanti decisioni per conto della propria organizzazione, potrebbe condurre a disastri. La ricerca ha a lungo dimostrato che pensare di sapere più cose di quelle che si sanno, limita la capacità di prendere decisioni.

 

Narcisismo ed eccesso di sicurezza

Una nuova ricerca suggerisce che l’eccesso di sicurezza sarebbe fortemente collegato al narcisismo ed emergerebbe, in modo particolare, nel momento in cui le persone fortemente narcisiste si sentirebbero più “potenti”. Per questo motivo, un capo narcisista che irradia sentimenti di superiorità, sensazione di avere diritto a fare qualcosa e un costante desiderio di ammirazione, potrebbe anche essere più propenso a prendere decisioni a rischio.

Attraverso quattro studi, Lee A. Macenczak, Stacy Campbell, Amy B. Henley e W.Keith Campbell, un team di ricercatori di psicologia proveniente dalla Georgia, hanno rilevato una connessione tra narcisismo ed eccesso di sicurezza: l’elevato narcisismo andrebbe di pari passo con l’eccesso di sicurezza. Quando le persone fortemente narcisiste erano “caricate” con sentimenti di potere, essi diventavano anche più fiduciosi nelle proprie abilità.

[blockquote style=”1″]I narcisisti sono particolarmente predisposti ad errori di eccesso di sicurezza perché essi possiedono le seguenti qualità: essi ritengono di essere unici e speciali, tanto da avere il diritto ad ottenere risultati migliori nella vita rispetto agli altri, e di essere più intelligenti e fisicamente attraenti rispetto a quanto essi effettivamente siano[/blockquote] spiegano Macenzack e coll. nella rivista “Personality and Individual Differences”.

 

Il primo studio: il legame tra narcisismo ed eccesso di sicurezza

Nel primo studio, 135 partecipanti (53% uomini, 47% donne; 80% caucasici), hanno completato la versione di 40 item del Narcicistic Personality Inventory (NPI-40), un questionario valutante la presenza di tratti di personalità narcisisti. Il reattivo consiste nella presentazione ai soggetti di item composti da due affermazioni, tra cui essi devono scegliere in base a quale delle due li rappresenti maggiormente (ad es. “Mi piace avere autorità sulle persone” vs “Non mi dispiace seguire gli ordini”).

Dopo aver completato l’NPI-40, i partecipanti eseguivano un test di cultura generale di 15 domande, relativamente difficili. Essi dovevano scegliere la risposta corretta tra due per ogni domanda posta dal test (ad es. “Quale fiume è più lungo? Il Mississipi o lo Yangtze?”). A seguito di ogni risposta, i soggetti erano chiamati a valutare quanto si reputassero fiduciosi di aver dato la risposta corretta, selezionando un livello di fiducia dal 50% al 100%, e a fare una stima delle risposte esatte date, sia per loro stessi che per gli altri partecipanti.
[blockquote style=”1″]Come previsto, i risultati hanno indicato che il narcisismo è positivamente correlato alle differenti misure dell’eccesso di sicurezza[/blockquote] scrivono i ricercatori.

 

Il secondo e il terzo studio: il legame tra percezione di potere e l’eccesso di sicurezza nei narcisisti

In altri due studi addizionali, i ricercatori hanno indagato se la percezione di potere spingerebbe ulteriormente i narcisisti verso l’eccesso di sicurezza.
I partecipanti hanno seguito una procedura simile rispetto allo studio precedente, ma questa volta essi erano indotti a sentirsi più o meno “potenti” prima di prendere parte al test di cultura generale. Ai soggetti nella condizione di “alto potere” era chiesto di ricordare e scrivere una situazione in cui essi avevano controllato altre persone o gruppi; i soggetti nella condizione di “basso potere“, invece, erano chiamati a descrivere una situazione in cui qualcun altro aveva avuto potere su di loro.

Come nello studio precedente, il narcisismo è risultato predire l’eccesso di sicurezza. Tuttavia, le diverse condizioni di potere non sembravano comportare dei cambiamenti rispetto alla fiducia.

 

Quarto studio: il legame tra percezione di potere ed eccesso di sicurezza nei soggetti con alti livelli di narcisismo

In un quarto studio, i ricercatori hanno effettuato la stessa manipolazione riguardo alle diverse condizioni di potere, ma stavolta hanno utilizzato un campione precedentemente valutato, che presentava alti livelli di narcisismo.

Nella procedura di “pre-screening” i partecipanti avevano risposto al “Single-item Narcissism Scale” (SINS), strumento che consiste in una singola affermazione per valutare il narcisismo: “Io sono narcisista“. I soggetti si autovalutano, per questa affermazione, su una scala di 7 punti da “Non molto vero” a “Molto vero”. Nello studio sono stati inclusi solo coloro i quali avevano risposto con un 4 o con un numero più alto. Questo campione, che consisteva in un numero di 250 individui (36% uomini, 64% donne; 68% caucasici), ha poi completato la stessa procedura utilizzata nell’esperimento precedente.

Compatibilmente agli altri esperimenti, il narcisismo è risultato essere un predittore significativo dell’eccesso di sicurezza. Inoltre, quando i soggetti fortemente narcisisti erano indotti a sentirsi potenti, l’eccesso di sicurezza diventava ancora più elevato.

 

Discussione dei risultati: il narcisismo, la percezione di potere nei leader delle aziende

L’eccesso di sicurezza non sarebbe collegato solo al narcisismo o alla percezione di potere. In un articolo di revisione del 2004 pubblicato sulla rivista “Psychological Science in the Public Interest”, David Dunning, Chip Heath e Jerry M. Suls, hanno revisionato le ricerche sulla valutazione di sé. In base alle loro revisioni, essi sono giunti ad una conclusione chiave: [blockquote style=”1″]Quando si guarda all’accuratezza dell’autovalutazione sui posti di lavoro, dalla postazione in ufficio fino alla sala riunioni manageriale, si può constatare che i soggetti tendono ad avere visioni di sé eccessivamente elevate, che sono solo modestamente correlate alla performance attuale. [/blockquote]

Per mitigare questi risultati negativi, Dunning e colleghi suggerirebbero che sia gli amministratori delegati che gli impiegati dovrebbero ricevere dei feedback frequenti.

[blockquote style=”1″]La letteratura passata, esaminando i leader, ha indicato che i narcisisti spesso diventano leader all’interno delle organizzazioni. Un buon esempio potrebbe essere la situazione che è accaduta alla Enron Corporation[/blockquote] scrivono Macenczak e colleghi. [blockquote style=”1″]Lì, molti leader, che avevano plausibilmente alti livelli di narcisismo, hanno preso decisioni troppo rischiose in cui avevano un alto grado di fiducia. Le organizzazioni dovrebbero essere caratterizzate da processi volti a monitorare le decisioni prese dai top manager per assicurarsi che coloro che sono al potere abbiano delle procedure per stabilire che le proprie decisioni siano sotto controllo.[/blockquote]

Lavoro e invecchiamento: la valutazione neuropsicologica come mezzo efficace nel contrastare il paradigma del deficit nelle organizzazioni aziendali

L’aspetto negativo del fenomeno lavoro e invecchiamento si evince anche nella cultura organizzativa attuale che rimane influenzata da un paradigma del deficit, riferito ai lavoratori anziani, le cui prestazioni vengono ritenute inferiori a quelle dei più giovani.

 

Principale obiettivo politico del giorno d’oggi è quello di prolungare la vita lavorativa di ciascun lavoratore. Infatti è emerso come più di un lavoratore su due abbia oltre i 55 anni. Ciò può avere conseguenze positive, come il fatto di aver in campo professionisti con pregressa esperienza e competenza, ma anche e soprattutto conseguenze negative in termini di rendimento, affaticamento e stress.

Il numero delle persone nelle classi di età oltre i 60 anni supera quello delle fasce di età sotto i 25. Se prendiamo come riferimento il modello del ciclo di vita, vediamo evidenziati quelli che sono alcuni degli effetti negativi dell’età come la diminuzione della performance fisica e delle capacità cognitive. Tale enfatizzazione dell’aspetto negativo dell’ invecchiamento si evince anche nella cultura organizzativa attuale che rimane influenzata da un paradigma del deficit, riferito ai lavoratori più anziani, le cui prestazioni vengono ritenute inferiori a quelle dei più giovani (Lieberum et al., 2005).

 

Lavoro e invecchiamento: lo stress lavoro correlato

Tema ampliamente dibattuto negli ultimi tempi, relativamente alla relazione tra lavoro e invecchiamento, è lo stress lavoro correlato e il tema diventa ancora più ampio se si prendono in riferimento i lavoratori di tarda età.

A tal proposito, interessante lo studio condotto dall’Università di Notthingham, il quale va a delineare le conseguenze comportate dallo stress percepito sul lavoro in linea con l’età dei lavoratori. Si è evidenziato come lo stress sia legato a disturbi cronici nei lavoratori anziani (Eskelinen et al., 1991). In particolare si parla di disturbi cardiovascolari e di ipertensione (Yamasue et al., 2008) e disturbi muscolari (Gershon et al., 2002).

Nello studio del fenomeno lavoro e invecchiamento, inoltre, c’è da fare anche una differenza di genere poiché è emerso come le donne della fascia d’età 45-54, riportano livelli superiori di stress rispetto al genere maschile. Questo dato deriva soprattutto dalle molteplici responsabilità che le donne hanno a carico dovendo conciliare la vita domestica con quella lavorativa; ed inoltre è emerso come abbiano una risposta differente alle situazioni difficili usando maggiori strategie di coping rispetto agli uomini (Frabkenhauser et al., 1991).

 

Lavoro e invecchiamento: medici veterani in corsia

E’ emerso inoltre come lo stress correlato al lavoro sia maggiore in particolari occupazioni, come quello dell’infermiere o del medico. Infatti ritroviamo medici in corsia fino a 70 anni, età vulnerabile sia a problematiche di tipo fisiche, come incidenza di patologie cerebrali degenerative e vascolari e condizioni mediche generali meno brillanti ma soprattutto a deterioramento delle capacità cognitive come riduzione delle potenzialità intellettive e mnesiche, minor resistenza a stress, turni notturni e maggiori tempi di recupero.

Uno studio retrospettivo, in tema di lavoro e invecchiamento, dell’università della California condotto su 148 medici con un’età media di 60 anni, i quali manifestavano problemi di ridotta performance nelle loro attività professionali, ha dimostrato che la maggior parte di loro presentava deficit in test attentivi, logici e di coordinazione visuo-prassica (Perry et al., 2005)

 

La formulazione del giudizio di idonietà alla mansione specifica

Come sappiamo dal comma 3 dell’art. 176, vi è l’obbligo per il datore di lavoro di sottoporre i lavoratori che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età alla visita periodica di idoneità alla mansione ogni 2 anni sia per tutelare la salute del lavoratore e sia per valutare il possesso di determinati requisiti psicofisici. Come abbiamo detto in precedenza però l’invecchiamento può comportare non solo limitazioni fisiche ma anche a livello cognitivo.

Nei paesi anglosassoni sta crescendo la prassi di sottoporre a valutazione neuropsicologica i medici che mostrano difficoltà nella loro attività professionale. (Pitkanen et al.,2008). Sarebbe opportuno estendere ciò ad ogni professionista avanti con l’età dato che in molte aziende si parla di un “paradigma del deficit”, ovvero lavoratori anziani che presentano prestazioni inferiori, deterioramento cognitivo e quindi un maggior assenteismo (Ilmakunnas et al., 2007).

I test neuropsicologici in tema di lavoro e invecchiamento, si rendono necessari nella valutazione del giudizio di idoneità lavorativa specifica di professionisti che presentano disturbi cognitivi che compromettono le capacità richieste dal compito lavorativo specifico.

Tra i vari test possiamo menzionare il Mini Mental State Evaluation (Folstein et al., 1975) e il Beck Depression Inventory (Beck, 1967) dato che con il progredire dell’età vi può essere un parallello aumento di un deficit depressivo (Djerneset et al., 2006).

Molto importanti anche i test per la valutazione delle funzioni attentive ed esecutive. Infatti noto è il caso di un medico professionista il quale comunicava le sue diagnosi in maniera superficiale e frettolosa a causa di un deficit disesecutivo che comportava un impatto negativo sulla sua vita professionale (von Cramon et al. 1991). Necessari anche test mnesici, come le 15 parole di Rey ( Rey, 1958) e delle abilità strumentali come la Figura complessa di Rey (Rey, 1941) o il test di fluenza verbale. (Novelli, 1986).

In tal modo non solo è possibile una futura rieducazione delle funzioni compromesse ma anche un potenziamento delle capacità residue del lavoratore in modo tale da prevenire difficoltà ed errori che potrebbero essere deleteri per la propria attività professionale.

La statistica in psicologia – Introduzione alla psicologia

La statistica in psicologia è una disciplina che permette di studiare e misurare comportamenti, atteggiamenti e i fenomeni psichici oggetto di studio della psicologia.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

La statistica in psicologia

La statistica in psicologia consente di trarre conclusioni e prendere decisioni partendo da dati ricavati da un gruppo di soggetti di dimensioni limitate, accomunati tutti dalle stesse caratteristiche. Le diverse procedure di calcolo utilizzate permettono di generalizzare i risultati osservati sui gruppi, alla popolazione generale, individuando caratteristiche nuove rispetto a quelle già esistenti. La statistica è uno strumento molto potente che consente di aggiungere nuova conoscenza alla conoscenza esistente ed è alla base della ricerca.

 

L’utilizzo della statistica in psicologia, breve storia

La statistica approda in psicologia alla fine dell’800 con l’arrivo della psicologia sperimentale. In questo periodo nasceva l’esigenza di misurare e quantificare tutto ciò che era osservabile allo scopo di renderlo scientifico. Scaturisce un filone di ricerca quantitativa ovvero dati, numeri, riguardanti i fenomeni psichici oggetto di studio, cui era possibile applicare procedure statistiche di inferenza e di verifica delle ipotesi.

La psicologia, però, era costituita anche da manifestazioni non sempre rappresentabili solo ed esclusivamente da un numero e, di conseguenza, quasi contemporaneamente si stava sviluppando lo studio delle qualità presentate da questi elementi, che permettesse di far emergere una maggiore variabilità, tipica caratteristica di ogni essere umano.

Alla fine di ogni misurazione si otteneva un numero o un’etichetta che poteva essere elaborata attraverso delle procedure di calcolo statistiche da cui si inferivano conclusioni nuove rispetto a quelle già esistenti. Lo scopo era sempre giungere a una maggiore comprensione del fenomeno psichico oggetto di studio.

 

A cosa serve la statistica in psicologia

La statistica ha sempre svolto un ruolo importante nelle scienze, e di conseguenza anche nella psicologia, fin da quando è nato il metodo sperimentale. Con l’avvento del metodo sperimentale si è iniziato a voler misurare e quantificare i diversi fenomeni psichici. Grazie a una serie di procedure di calcolo era possibile valutare il sintomo individuandone presenza o assenza o confrontarlo con altre patologie. In questo modo, nasceva la psicometria ovvero l’uso della statistica applicata alla psicologia.

Si dava origine, dunque, al concetto di misurazione dei fenomeni psichici che dovevano essere quantificati tramite delle scale che permettevano di rilevarne le caratteristiche e le peculiarità. La misurazione, ovvero ciò che va aldilà del semplice conteggio, non sempre risulta essere una procedura esatta perché soggetta a errore. Per ovviare a questo problema gli scienziati hanno messo a punto dei metodi di misurazione in grado di raggiungere elevati livelli di precisione e applicabili a variabili con caratteristiche diverse. La precisione raggiungibile dipende dagli scopi che si intende perseguire, da ciò che si vuole misurare e dallo strumento utilizzato. Misurazioni effettuate ripetutamente su uno stesso oggetto con lo stesso strumento o misurazioni simultanee effettuate con diversi strumenti dello stesso tipo producono dei risultati estremamente simili, grazie alla estrema oggettività dovuta allo strumento utilizzato.

Le diverse scale di misurazione, dunque, contengono indici numerici aventi le caratteristiche del sistema numerico, come la presenza dello zero e le eguali distanze interposte tra i numeri presenti sulla scala.

I primi studi sistematici di misurazione in ambito psicologico riguardarono l’intelligenza, e hanno permesso di far evincere le caratteristiche della stessa e di far emergere le diverse componenti di cui è costituita. Dall’intelligenza, si passa alla memoria e più tardi si era cercato di misurare la personalità, gli atteggiamenti e i comportamenti delle persone. Non tutti questi fenomeni psicologici possono essere direttamente misurati, per questo il più delle volte ci si focalizza sui loro effetti o comportamenti.

In psicologia, dunque, attraverso l’applicazione di apposite tecniche di misurazione è possibile rilevare le diverse caratteristiche psichiche quantificando le proprie manifestazioni. Grazie alle scale di misurazione i numeri ottenuti possono essere successivamente elaborati attraverso l’applicazione di particolari calcoli statistici.

Si parte, dunque, dallo studio dei singoli fenomeni psichici per arrivare a osservare gruppi di individui accomunati dalle stesse caratteristiche che si vuole studiare. Lo scopo è di quantificare le variabili coinvolte in determinati manifestazioni collettive, descrivendole e misurandole. Gli scienziati psicologi solo più tardi cominciarono a interessarsi alle relazioni funzionali esistenti tra le variabili analizzate individuandone le relazioni e le causazioni.

 

La statistica in psicologia: da cosa è costituita

La statistica o psicometria usa i numeri per descrivere le proprietà degli oggetti ed eventi con una precisione di gran lunga superiore alle espressioni verbali. Senza i numeri, la comunicazione sarebbe vana e lo sviluppo della scienza e della tecnologia sarebbe molto limitata.

In psicologia il numero è in grado di rappresentare le caratteristiche e la grandezza di un determinato fenomeno psichico. Spesse volte questo processo è piuttosto arduo perché la variabile oggetto di studio non è immediatamente misurabile e per questo bisogna riferirsi al comportamento manifesto. Rilevare la presenza di un dato fenomeno su una grossa fetta di soggetti rende possibile generalizzare lo stesso alla popolazione generale.

Gli strumenti utilizzati per quantificare un fenomeno psichico sono i test.

I test o più esattamente i reattivi psicometrici sono degli strumenti standardizzati, ovvero con regole uguali per tutti, di indagine psicologica e producono valutazioni quantitative del comportamento osservato. Entrando nel dettaglio, i test psicometrici hanno lo scopo di misurare degli aspetti dell’attività psichica, del comportamento e della personalità.

I test sono stati introdotti in psicologia sperimentale a fine Ottocento, quando nasceva l’esigenza di misurare i comportamenti manifesti, e furono sempre più utilizzati. I test presentano una serie di parametri che li rendono assolutamente validi, ovvero estremamente precisi nel valutare una determinata variabile. Un test è valido quando misura effettivamente quello che dice di misurare. Inoltre, il risultato ottenuto deve essere attendibile, ovvero costante se ripetuto nel tempo o sullo stesso soggetto in tempi diversi.
Ottenuto un valore numerico, indicante la presenza o assenza di un fenomeno psichico, deve essere elaborato attraverso l’applicazione di procedure statistiche che permettono di far evincere relazioni o differenze tra le variabili a seconda dello scopo da perseguire.

Misurare tramite test una variabile su un gruppo di individui produce quasi sempre una gran quantità di valori numerici differenti, che per essere resi comprensibili devono essere ordinati ed elaborati, perché la variabilità che differenzia una persona dall’altra è molto forte, basti pensare alle differenze esistenti tra l’altezza, il peso, la costituzione fisica, gli atteggiamenti e le credenze, le abilità cognitive, i modi di reagire nelle diverse situazioni. A questo punto entra in gioco la statistica, che permette di rendere minime le diversità, grazie a una serie di procedure, atte a far emergere le caratteristiche psichiche oggetto di studio riducendo al minimo l’errore.

Ad esempio se si volesse misurare il grado d’ansia presentato da un gruppo di studenti universitari prima di affrontare un esame si utilizza un test in grado di rilevare la presenza del sintomo. Si ottiene in questo modo un numero medio che corrisponde all’ansia mostrata dall’intero gruppo di individui. Se si volesse verificare se questa ansia è più alta o più bassa rispetto alla popolazione generale si confronta il punteggio ottenuto con quello di un gruppo di controllo, avente la stessa numerosità del precedente, a cui è stata misurata la stessa variabile. Grazie a un test statistico che permette di effettuare un confronto è possibile rilevare una significatività a carico dell’uno o dell’altro gruppo.

Chiaramente è necessario ricordare che gli individui non sono solo dei numeri, ma il numero funge da rilevatore oggettivo di un sintomo che deve essere letto tenendo conto della storia del sintomo presentata dal soggetto stesso.
Quindi, è importante integrare la statistica con l’approccio qualitativo che rende più corposo e più ricco il sintomo stesso dotandolo di significato.

 

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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