expand_lessAPRI WIDGET

“L’ultimo episodio e poi smetto”: l’incremento del Binge Watching durante la pandemia da Covid-19.

Con l’espressione “binge watching” si fa riferimento al consumo intenso e consecutivo degli episodi di una serie televisiva in una sola seduta (Pittman & Sheehan, 2015) e il periodo di isolamento determinato dal Covid-19 ha creato la condizione ideale per la diffusione di tale fenomeno. 

 

Al giorno d’oggi, i servizi di distribuzione online di film e serie televisive, come Netflix e Amazon Prime Video, costituiscono la principale fonte di intrattenimento. Difatti, queste piattaforme consentono ai loro utenti di poter accedere ai propri programmi favoriti in qualsiasi momento e indipendentemente dal luogo in cui si trovano.

Questo importante sviluppo dell’intrattenimento digitale ha dato vita ad un’autonomia quasi illimitata nella selezione e nel consumo di contenuti mediatici ma, allo stesso tempo, tale autonomia rischia di sfuggire di mano, andando drasticamente a modificare l’utilizzo di tali piattaforme.

Con l’espressione “binge watching” si fa riferimento al consumo intenso e consecutivo degli episodi di una serie televisiva in una sola seduta (Pittman & Sheehan, 2015) e, il periodo di isolamento determinato dal Covid-19, ha creato la condizione ideale per la diffusione di tale fenomeno.

Le società di distribuzione stanno investendo per realizzare serie tv che spingano le persone verso il binge watching e, difatti, per promuovere questo comportamento, spesso tutti gli episodi di una determinata stagione vengono rilasciati contemporaneamente (Umesh & Bose, 2019).

Diversi studi hanno dimostrato che l’intrattenimento mediatico può influenzare il benessere degli utenti sia positivamente che negativamente (Reinecke & Oliver, 2017). Naturalmente tali effetti variano a seconda del contenuto mediatico e della sua modalità di utilizzo.

Nell’attuale situazione pandemica, in cui le persone vivono in un totale stato di stallo che comporta un decremento delle attività ludiche, alcuni autori (Dixit et al., 2020) hanno ipotizzato che vi fosse stato un aumento del fenomeno del binge watching. Essi si son proposti di indagare come fosse dunque cambiata la frequenza di utilizzo delle piattaforme di distribuzione online, quali fossero state le eventuali motivazioni e, ancora, se gli utenti avessero avvertito delle ripercussioni dovute all’evoluzione di questo fenomeno.

Lo studio in questione è stato condotto su un campione della popolazione generale di quattro paesi del sud-est asiatico. Nello specifico, all’indagine hanno preso parte 548 partecipanti, con un’età media di 32 anni, a cui è stato richiesto di completare un sondaggio online.

I risultati hanno mostrato che, mentre prima del dilagarsi della pandemia, il tempo medio trascorso dagli utenti su queste piattaforme era di circa 1-3 ore al giorno; durante il lockdown, il 73,7% degli intervistati si è mostrato concorde nel riportare un considerevole incremento del fenomeno di binge watching, sottolineando come il tempo medio trascorso dinanzi al computer sia esponenzialmente salito a 3-5 ore o più.

Questo fenomeno ha avuto considerevoli ripercussioni sulla qualità di vita sei soggetti. Alcuni hanno riportato di aver sperimentato disturbi del sonno, altri hanno perso il lavoro e il 28 % dei partecipanti ha riferito di aver vissuto situazioni conflittuali con i propri conviventi, proprio a causa del tempo trascorso sulle piattaforme di distribuzione online.

Rispetto alle motivazioni esplicitate, si è evinto che la maggior parte dei partecipanti è stata spinta dal desiderio di sfuggire alla noia, mentre alcuni hanno riferito di averlo utilizzato come un metodo per alleviare lo stress percepito e superare il senso di solitudine. Quanto appena detto ha portato gli autori ad assimilare il fenomeno del binge watching ad un meccanismo di coping disfunzionale. Difatti, è possibile che le persone stiano tentando di sopprimere determinate sensazioni spiacevoli elicitate dall’isolamento, attraverso la fantasia, l’immaginazione e lo svago generati dalle serie e dagli show televisivi (Lazarus & Folkman, 1984). Inoltre, bisogna tener conto del fatto che la costante disponibilità dei contenuti online determina una gratificazione immediata dei bisogni ma, allo stesso tempo, può compromettere altri obblighi ed esigenze (Reinecke, Hartmann, & Eden, 2014). Ricerche precedenti nel campo dell’intrattenimento mediatico hanno dimostrato che cedere al desiderio di trascorrere il tempo sui media, a costo di altri obiettivi o responsabilità, spesso genera un senso di colpa, ovvero un’autovalutazione negativa, innescata dalla contrapposizione tra il comportamento attuale (ad esempio, l’uso dei social-media) e gli standard personali, gli obiettivi e le responsabilità a lungo termine dell’individuo (Reinecke, Vorder & Knop, 2014; Panek, 2014).

Il senso di colpa, a sua volta, può ridurre il benessere percepito durante o poco dopo l’episodio visto (Reinecke, Hartmann, et al., 2014) ed avere, nel lungo termine, effetti negativi sul senso di soddisfazione personale, soprattutto se gli obiettivi, come ad esempio il rendimento scolastico, sono cronicamente trascurati, a causa dello scarso autocontrollo dei soggetti (Hofmann et al., 2014; Panek, 2014).

Dunque, più gli utenti trascorrono il tempo guardando serie tv consecutivamente, più possono correre il rischio di perdere il controllo sull’utilizzo dei media, dando origine a conflitti interiori, in quanto rimandano attività necessarie all’assolvimento di obiettivi a lungo termine, a favore delle gratificazioni a breve termine (Wagner, 2016).

Naturalmente, data la mancanza di autocontrollo dei soggetti e il successivo senso di colpa, si potrebbe assimilare il binge watching ad una vera e propria forma di dipendenza comportamentale ma, non essendovi ancora evidenze in merito, tale affermazione potrebbe apparire precoce. Ad ogni modo, le prove attualmente esistenti supportano la presenza di un’associazione tra il binge watching e i disturbi dell’umore, i disturbi del sonno, l’affaticabilità e la compromissione dell’autoregolazione (Zhang et al., 2017), dunque non è considerarsi come un fenomeno da sottovalutare.

Saranno dunque necessarie ulteriori ricerche, ma limitare tale comportamento potrebbe essere benefico e potrebbe prevenire lo sviluppo di una sintomatologia connessa ad uno stile di vita disfunzionale. Ulteriormente, sarà necessario indagare gli effetti a lungo termine del binge watching sulla popolazione generale, in quanto potrebbe fornire una migliore comprensione degli aspetti patologici connessi con tale comportamento.

 

Non saper smettere di odiare – L’ottavo episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico.

 

NON SAPER SMETTERE DI ODIARE:

L’umorismo nel rapporto di coppia

Le persone dotate di un buon senso dell’umorismo sono anche caratterizzate da altri tratti desiderabili, quali l’essere amichevoli, disponibili, estroversi, piacevoli, interessanti e stabili emotivamente. Per questo motivo, il senso dell’umorismo è spesso utilizzato come fattore guida nella ricerca del partner.

 

L’umorismo risulta essere un fattore molto importante nella scelta del partner: le persone, infatti, preferiscono avere relazioni con chi è capace di far divertire, non solo perché ridere facilita la relazione, ma anche perché gli individui dotati di senso dell’umorismo riescono a reagire in maniera più positiva agli imprevisti e alle difficoltà della vita (Dionigi & Gremigni, 2010; Tornquist & Chiappe 2015).

Nel corso degli anni, sempre più studiosi si sono avvicinati a questo tema, cercando di cogliere l’essenza e l’importanza del ridere insieme, nel legame di coppia. Ad esempio, in uno studio condotto venti anni fa, in cui vennero intervistate 700 persone (Sprecher & Regan, 2002), aveva mostrato come il senso dell’umorismo sia una delle caratteristiche maggiormente ricercate nel partner, insieme all’affettuosità e all’estroversione. Il motivo di questa attenzione è dato dal fatto che gli individui più simpatici sono anche quelli maggiormente in grado di risollevare il morale del partner, in quanto non si lasciano scoraggiare dalle avversità della vita.

A suffragare l’idea che l’umorismo sia un importante fattore nel favorire l’intimità, vi sono i risultati di uno studio condotto da Fraley & Aron (2004). I ricercatori chiesero a coppie di sesso diverso di svolgere insieme un compito: ad una parte del campione fu assegnato un compito divertente, all’altra un compito non divertente. Come previsto, le coppie impegnate in un’attività divertente condividevano risate e un maggiore sentimento di intimità rispetto alle altre impegnate in un compito non divertente.

Come visto, vi sono buone indicazioni che ridere insieme sia un fattore di protezione dei rapporti affettivi. Qui di seguito viene approfondito il ruolo dell’umorismo in due ambiti specifici: il corteggiamento ed il matrimonio.

Umorismo e corteggiamento

Una recente revisione della letteratura (Hofmann et al., 2020), condotta per valutare la variabilità di genere nell’utilizzo dell’umorismo, ha evidenziato che la maggioranza degli studi effettuati per valutare le differenze di genere nelle risposte umoristiche, ha riportato come uomini e donne, tendenzialmente, mostrino preferenze diverse.

Uno dei risultati emersi in questo articolo è la differenza nel modo in cui entrambi i sessi tendono a rispondere a commenti umoristici in base al contesto delle relazioni e all’attrazione interpersonale. Bressler e colleghi (2006) hanno chiesto a uomini e donne di stabilire la piacevolezza del partner, in riferimento al fatto che valutassero positivamente o meno il proprio umorismo. Lo studio ha rilevato che entrambi i sessi tendono a percepire in maniera più positiva chi apprezza il proprio umorismo, mentre sono le donne a reputare in maniera più importante la capacità di essere divertente nel partner. Una scoperta che è stata replicata anche da diversi autori (Bressler & Balshine, 2006, Hone et al., 2015; Tornquist & Chiappe, 2015) mostrando come le donne appaiono maggiormente sensibili all’umorismo maschile in fase di corteggiamento, rispetto a quanto non succeda agli uomini. Quindi, almeno nelle situazioni di corteggiamento, i ruoli di genere tradizionali prevalgono quando si tratta di umorismo.

Inoltre, emerge che gli uomini tendano a produrre un numero di commenti umoristici maggiore rispetto alle donne quando si trovano in compagnia mista, sottolineando come l’apprezzamento dell’umorismo maschile da parte delle donne è correlato con l’interesse nell’intrattenere una relazione romantica (Wilbur & Campbell, 2011). Fra le varie motivazioni per spiegare questo fenomeno, alcuni autori sostengono che le differenze di genere nella produzione di umorismo possano essere dettate da una prospettiva evoluzionistica, favorendo quindi la possibilità di essere selezionati come partner. Tuttavia, guardando alla qualità del contenuto umoristico, solo l’umorismo affiliativo, e non quello aggressivo, viene percepito positivamente dalle donne, mentre gli uomini hanno risposto allo stesso modo a entrambi i tipi di umorismo (Cann et al., 2016). Infine, in uno studio sperimentale (Bippus et al., 2012) sono state presentate ad un gruppo di partecipanti misto una serie di vignette raffiguranti una femmina o un maschio che utilizzano l’umorismo per rispondere alle lamentele dei loro partner. Gli uomini hanno valutato le vignette come più divertenti e si sono dimostrati più propensi a controbattere rispetto alle donne.

Umorismo e matrimonio

Un dato interessante proviene dal fatto che, nelle coppie sposate, la soddisfazione del rapporto sia legata alla valutazione positiva del senso dell’umorismo dell’altro: più le coppie sono soddisfatte, più affermano che il partner ha un grande senso dell’umorismo, a prescindere dal reale apprezzamento delle sue battute (Martin, 2010).

A tal proposito, c’è chi parla anche di umorismo come “linguaggio segreto” (Ziv, 1984). Lo humor fungerebbe la funzione di specifica tipologia di comunicazione privata, comprensibile solo dai partner, che permette di divertirsi insieme e aumentare la soddisfazione del proprio rapporto. Questa teoria è confermata anche da una ricerca successiva (Lauer et al., 1990), in cui vennero intervistate un gruppo di coppie sposate da almeno 45 anni, che confermarono che ridere frequentemente con il proprio partner è uno dei tre aspetti più importanti per il successo del matrimonio, insieme all’affettuosità e all’estroversione. In maniera simile, un altro aspetto legato alla soddisfazione di coppia è dato dalla presenza di quello che viene definito “bonding humor” (legame umoristico, Bippus, 2000). Si tratta di una particolare forma di umorismo, specifico per ogni coppia, che ha lo scopo di aumentare l’intimità, il sostegno, il rafforzamento ed il supporto reciproco nei momenti difficili.

Studi basati sull’analisi della conversazione di discussioni fra coniugi della durata di circa 15 minuti mostrano che gli individui maggiormente soddisfatti sono coloro che utilizzano più contenuti umoristici e che ridono di più insieme (Gottman, 2008). Un altro interessante studio (Gottman et al., 1998) ha rilevato come l’uso di espressioni umoristiche delle mogli durante una discussione problematica sia indicativo di una maggiore stabilità matrimoniale. Proprio in ragione del fatto che i mariti, rispetto alle mogli, si infervorano di più durante le discussioni, i risultati di questo studio dimostrano come la comicità utilizzata dalle donne sia in grado di svolgere un’azione positiva per la relazione di coppia, placando le reazioni degli uomini quando queste si fanno eccessive.

Bazzini e colleghi (2006) hanno dimostrato che non solo condividere esperienze divertenti, ma anche ricordare vicende passate e ridere di avvenimenti (anche non divertenti) accaduti nel passato aiuta a mantenere a lungo relazioni sentimentali. L’abilità di ridere di eventi neutri o potenzialmente negativi (come ad esempio un incidente imbarazzante) porta ad una migliore percezione di solidità e soddisfazione della relazione. Le coppie che ricordano eventi divertenti vissuti da entrambi ridono di più rispetto a quelle che richiamano alla mente situazioni nelle quali il partner non era coinvolto. Questa condivisione più leggera porta a una migliore elaborazione critica e rivalutazione positiva dell’evento, facendo in modo che questo possa essere re-interpretato e percepito nuovamente come divertente.

Riassumendo, gli studi condotti finora hanno permesso di dimostrare come l’umorismo sia un fattore importante sia nella costituzione iniziale della coppia, sia nel mantenimento della relazione, ma solo se si tratta di un umorismo positivo e bonario. Inoltre, nella vita quotidiana, in cui ci si deve confrontare con numerosi stressors, l’umorismo del partner appare essere una risorsa preziosa per la regolazione delle emozioni.

 

La relazione tra difficoltà di calcolo, ansia per la matematica e funzioni esecutive: uno studio nelle classi terze, quarte e quinte della scuola primaria

L’ansia per la matematica è una reazione affettiva negativa a situazioni che coinvolgono numeri, matematica e calcoli matematici e può manifestarsi fin dalla scuola primaria.

Adelina Di Napoli e Jessica Anselmi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

… Questo grandissimo libro (io dico l’universo)… non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica.
(Galileo Galilei, 1623)

Il numero è sicuramente uno dei concetti matematici più difficili e complessi anche se, fin da molto piccoli, tutti si trovano a dover “fare i conti” con il mondo dei numeri. Esso fa parte della nostra vita in modo così profondo che anche i bambini ne fanno uso ancora prima di sapere che cos’è. Ritroviamo il numero ovunque, in qualsiasi epoca e in molte società, anche le più primitive, ovviamente con forme e aspetti diversi, e principalmente allo scopo di contare.

Quello che al giorno d’oggi conosciamo sullo sviluppo del concetto di numero nel bambino e dei vari processi che caratterizzano l’apprendimento aritmetico è sicuramente il frutto di ricerche che si sono interessate all’evoluzione del numero nella storia e alle abilità numeriche più semplici, presenti addirittura negli animali.

La rappresentazione del numero si è evoluta attraverso migliaia di anni, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui la capacità di elaborare e utilizzare le informazioni numeriche fa ormai parte della nostra struttura cognitiva.

Oggi la ricerca psicologica dimostra che nasciamo predisposti all’intelligenza numerica così come all’intelligenza verbale. Se allora è fondamentale, dal punto di vista educativo, accompagnare lo sviluppo del linguaggio attraverso una adeguata istruzione, è altrettanto necessario accompagnare lo sviluppo delle capacità di “intelligere” i fenomeni attraverso la quantità e i suoi principi.

La conquista della conoscenza numerica costituisce senza dubbio uno dei processi più affascinanti e complessi dello sviluppo infantile.

Ma come giungono i bambini a riconoscere le quantità, a rappresentarle e a manipolarle attraverso un sistema simbolico complesso quale quello dei numeri?

Per anni la teoria predominante che spiegava lo sviluppo delle abilità matematiche è stata quella di Piaget (1965). Per Piaget il bambino non impara il concetto di numero dagli adulti, ma in qualche modo deve scoprirlo da sé dando senso alla propria esperienza, e ciò non avviene prima dei 6-7 anni di età. Egli ritiene che il concetto di numero è acquisito solo dopo quello di cardinalità (idea d’invarianza di un valore, equivalenza tra gli oggetti, modificando la loro posizione nello spazio) e di seriazione (comprendere che un oggetto può essere contemporaneamente più grande di uno e più piccolo di un altro).

Oggi, invece, la più recente ricerca psicologica ha dimostrato come la capacità di comprendere il mondo in termini numerici sia innata e condivisa dall’uomo con animali che si trovano a diversi livelli della scala filogenetica (Rugani, Regolin e Vallortiga 2007).

I bambini, come gli adulti, sembrano possedere un particolare processo di percezione visiva, chiamato subitizing, che permette loro di ricavare la numerosità di un insieme in modo immediato, senza attivare particolari abilità di conta (Mandler e Shebo, 1982) e ciò dimostra una sensibilità alle quantità da uno a tre che sembra essere innata.

Se ancor prima di saper contare, la specie umana sa capire i fenomeni anche in termini di quantità se ne deduce che la conoscenza numerica dipenda da principi cognitivi innati che, integrati con i principi appresi (conoscenze quantitative e conoscenze verbali), determinano sia la competenza nei meccanismi di conteggio, sia la capacità di usare il linguaggio simbolico del sistema numerico verbale e scritto.

Le competenze matematiche dei bambini variano notevolmente durante tutti gli anni della scuola e, alcuni di essi possono mostrare gravi difficoltà con l’acquisizione di adeguate competenze in uno o più domini della materia (Berch & Mazzocco, 2007; Duncan et al., 2007). Infatti, la matematica è una capacità multiforme, di alto livello, che si basa su un certo numero di abilità cognitive quali la memoria di lavoro, le funzioni esecutive, la memoria semantica a lungo termine e la velocità di elaborazione delle informazioni (Andersson, 2007; Berg, 2008; Passolunghi, Mammarella, e Altoè, 2008). Come per gli altri processi di apprendimento, la memoria di lavoro è sicuramente un fattore chiave anche per quello matematico. Essa, infatti, entra in gioco in maniera considerevole nel momento in cui, ad esempio, si devono eseguire dei calcoli a mente, in cui è necessario mantenere informazioni in memoria come il riporto, le tabelline ecc., e al contempo elaborare nuove informazioni (Adams e Hitch, 1998). Infatti, per automatizzare i calcoli mentali, gli esseri umani sono tenuti a mantenere il problema nella memoria di lavoro verbale, mentre calcolano la risposta al fine di costruire associazioni a lungo termine.

Negli anni, l’attenzione dei ricercatori si è sempre più spostata verso l’identificazione di processi cognitivi specifici di base del numero che non sono sufficientemente sviluppati nei bambini con difficoltà di apprendimento matematico.

La ricerca che si è interessata nello specifico delle difficoltà di apprendimento matematico ha messo in luce anche l’influenza di altri due fattori cognitivi, quali l’inibizione e la velocità di elaborazione delle informazioni (Geary, 1994; D’Amico e Passolunghi, 2009), che sono strettamente legate alla memoria di lavoro.

Temple e Sherwood (2002) hanno riscontrato che bambini con difficoltà matematiche sono più lenti rispetto ai controlli nella denominazione di colori ed oggetti. Indagando nello specifico le informazioni di tipo numerico, Geary (1994), ad esempio, ha confrontato la velocità di conteggio tra bambini di classe prima con difficoltà matematiche e controlli, dal quale è risultato che non c’è differenza trai gruppi per quanto riguarda il conteggio, ma che il gruppo con difficoltà matematiche risulta significativamente più lento in altri processi quali la lettura e la denominazione di numeri. D’Amico e Passolunghi (2009) hanno riscontrato una lentezza nei bambini con difficoltà matematiche rispetto ai controlli in prove di denominazione e di capacità di accesso alla memoria a lungo termine, seppure non specifica per il codice numerico, ma anche per quello verbale, dimostrando una generale lentezza nell’elaborazione delle informazioni, non solo di carattere numerico.

Anche il processo di inibizione, dunque, risulta essere molto importante nell’apprendimento in generale e, in particolare, nell’apprendimento matematico. Passolunghi e Siegel (2004) hanno dimostrato che bambini con difficoltà matematiche compiono più errori di intrusione nel compito di Listening span rispetto ai controlli.

Engle (2002), ritiene che la differenza nelle capacità di memoria di lavoro tra bambini con difficoltà matematiche e controlli risieda nell’incapacità di inibire le informazioni irrilevanti che sovraccaricano la memoria di lavoro.

Quindi, la memoria di lavoro ed altre funzioni cognitive ad essa legate, sono cruciali nel determinare le differenze individuali nell’apprendimento matematico e un danno a loro carico può rappresentare la causa delle differenze dei bambini discalculici rispetto al normale sviluppo delle abilità aritmetiche.

I deficit che conseguono il mal funzionamento cognitivo si considerano veri e propri disturbi dell’apprendimento. E, tanto più la disfunzione è estesa, tanto più generalizzato sarà il disturbo. Il danneggiamento di un modulo può produrre disturbi circoscritti, senza necessariamente compromettere il funzionamento del sistema cognitivo nel suo insieme. A tale livello si collocano i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA).

Bambini con difficoltà di apprendimento nel calcolo matematico: il ruolo dell’ansia

Sono numerosi i bambini che già nella scuola dell’obbligo esperiscono serie difficoltà nell’area matematica, sviluppando stati d’ansia e comportamenti demotivanti, che poi hanno come conseguenza l’evitamento, o in taluni casi, l’abbandono di percorsi scolastici che implicano lo studio di tale disciplina. Ancora forti sono gli stereotipi relativi alla matematica «si è o non si è portati», «si ha o non si ha il pallino», ciò ha una forte influenza sugli aspetti emotivo-motivazionali e sul comportamento degli alunni. Per sottrarsi a possibili insuccessi e allo stato d’ansia, chi è convinto di “non essere capace” spesso mette in atto comportamenti di evitamento, che hanno l’effetto di impoverire ulteriormente le sue capacità.

Le abilità matematiche di base sono molto importanti per il successo sia scolastico che della vita di tutti i giorni. Eppure molte persone sperimentano apprensione e paura quando hanno a che fare con informazioni numeriche; questo fenomeno prende il nome di “ansia per la matematica”.

L’ansia per la matematica è una reazione affettiva negativa a situazioni che coinvolgono numeri, matematica e calcoli matematici, “un sentimento di tensione e ansia che interferisce con la manipolazione dei numeri e la risoluzione di problemi matematici in un’ampia varietà di situazioni scolastiche e di vita quotidiana” (Richardson & Suinn, 1972, p.551). Essa può manifestarsi con sentimenti di apprensione, disgusto, tensione, preoccupazione, frustrazione e paura. Infatti, le reazioni all’ansia per la matematica possono variare da lievi a gravi, da una frustrazione apparentemente “leggera” ad un opprimente crollo emotivo (e fisiologico).

Molti studi suggeriscono che esiste una notevole proporzione di bambini della scuola primaria e secondaria che soffrono di ansia per la matematica (Ashcraft & Kirk, 2001; Maloney & Beilock, 2012) che è negativamente correlata con le abilità di calcolo (Vukovic, Kieffer, Bailey & Harari, 2013).

Ma perché l’ansia per la matematica è legata a scarse prestazioni in matematica?

Un’idea è che gli individui ansiosi per la matematica manifestando continuamente comportamenti di evitamento, tendendo ad esempio a star lontani dalle classi in cui si svolge questa disciplina, imparano meno matematica e quindi non sviluppano adeguate capacità di calcolo e di conseguenza non sono flessibili nelle abilità del problem solving aritmetico. Infatti, alcuni autori affermano che il comportamento di evitamento causato dall’ansia per questa materia è molto probabilmente legato ad un circolo vizioso caratterizzato da meno pratica nel calcolo, che causa un rallentamento nell’apprendimento e quindi maggiore delusione e problemi emotivi (Ashcraft, 2002; Dowker, 2005).

Già nel 1968, Lang ha affermato che l’ansia per la matematica è come ogni altra fobia che influenza gli individui su livelli differenti:

  • Emotivi: sentimenti/emozioni negative;
  • Cognitivi: preoccupazioni e pensieri intrusivi;
  • Fisiologici: aumentato arousal, battito cardiaco, sudorazione, di fronte a stimoli numerici;
  • Comportamentali: evitamento di contesti o carriere professionali che richiedono l’uso di abilità matematiche.

Tra i principali fattori di rischio dell’ansia per la matematica troviamo:

  • Aspetti cognitivi: Alcuni fattori cognitivi (bassa attitudine in matematica o scarsa capacità di memoria di lavoro) possono indurre l’ansia per la matematica; quest’ultima disturba le risorse di memoria di lavoro, necessarie per poter svolgere compiti matematici rendendo difficile la capacità di concentrarsi e interferendo con la memorizzazione dei contenuti.
  • Fattori di personalità e fattori emotivo-motivazionali: L’ansia per la matematica può essere indotta da aspetti legati alla personalità e da componenti emotivo-motivazionali, quali pensieri di fallimento, scarsa percezione delle proprie abilità matematiche, mancanza di fiducia in se stessi e scarsa autostima, scarsa motivazione, atteggiamento negativo verso la matematica, differenze di genere.
  • Fattori ambientali: Tra i fattori ambientali che possono contribuire all’insorgere e allo sviluppo dell’ansia per la matematica ci sono la condizione socio-economica e culturale della famiglia, le esperienze scolastiche, il rapporto con gli insegnanti.

Uno studio nelle classi terze, quarte e quinte della scuola primaria

Le competenze matematiche dei bambini variano notevolmente durante tutti gli anni della scuola e, alcuni di essi possono mostrare gravi difficoltà con l’acquisizione di adeguate competenze in uno o più domini della materia.

I risultati presenti in letteratura, infatti, convergono nel sostenere che, da un punto di vista cognitivo:

  • Le prestazioni dei bambini in matematica sono supportate da abilità quali la memoria di lavoro, le funzioni esecutive, la memoria semantica a lungo termine e la velocità di elaborazione delle informazioni (Andersson, 2007; Berg, 2008; Passolunghi, Mammarella, e Altoè, 2008;)
  • La memoria di lavoro è sicuramente un fattore chiave per l’apprendimento matematico. Essa, infatti, entra in gioco in maniera considerevole nel momento in cui, ad esempio, si devono eseguire dei calcoli a mente, in cui è necessario mantenere informazioni in memoria come il riporto, le tabelline ecc., e al contempo elaborare nuove informazioni (Adams e Hitch, 1998).
  • La ricerca che si è interessata nello specifico delle difficoltà di apprendimento matematico ha messo in luce anche l’influenza di altri due fattori cognitivi, quali l’inibizione e la velocità di elaborazione delle informazioni (D’Amico e Passolunghi, 2009).

Da un punto di vista emotivo-motivazionale e comportamentale, la letteratura ha messo in luce i seguenti risultati:

  • Il processo di apprendimento relativo alla matematica è fortemente influenzato da una serie di variabili emotivo-motivazionali relative al soggetto che apprende.
  • Sono numerosi i bambini che già nella scuola dell’obbligo esperiscono serie difficoltà nell’area matematica, sviluppando stati d’ansia e comportamenti demotivanti, che poi hanno come conseguenza l’evitamento, o in taluni casi, l’abbandono di percorsi scolastici che implicano lo studio di tale disciplina.
  • Le frequenti prestazioni deficitarie in matematica o i frequenti fallimenti nel comprendere i concetti matematici, conducono verso emozioni negative come l’ansia per la matematica, che a sua volta è probabile che porti a comportamenti di evitamento.
  • L’ansia specifica per la matematica è stata associata con una riduzione della capacità di memoria di lavoro e con una lenta e inaccurata risoluzione di problemi aritmetici.

E’ all’interno di questa cornice che si inserisce uno studio da noi effettuato nelle classi terze, quarte e quinte della scuola primaria al fine di indagare quali sono le principali cause dell’insuccesso in matematica includendo, tra le variabili considerate, sia fattori di tipo cognitivo che fattori di tipo emotivo-motivazionale. In particolare sono state analizzate le differenze tra bambini con buone prestazioni in prove di matematica e bambini con scarse prestazioni nelle medesime prove al fine di identificare le variabili che li differenziano.

Ci aspettavamo che i bambini con basse prestazioni in matematica riportassero maggiori livelli di ansia specifica in matematica, ma non di ansia generalizzata rispetto ai bambini con buone prestazioni in matematica, e maggiori difficoltà nelle funzioni esecutive.

In un primo momento sono state somministrate delle prove per distinguere tra bambini con e senza difficoltà di calcolo; successivamente sono state prese in considerazione le differenze tra i gruppi rispetto ai fattori emotivo-motivazionali e cognitivi utilizzando questionari e prove per valutare le funzioni esecutive e in particolare la capacità del bambino di inibire le informazioni irrilevanti ai fini del compito.

Il risultato interessante è stato che le variabili che meglio discriminano tra i due gruppi sono riferite a due prove non specifiche per l’elaborazione di materiale numerico, una che indaga i processi di inibizione di una risposta verbale, e l’altra che riguarda l’ansia specifica per la matematica. Infatti, non solo i bambini che presentavano difficoltà nel calcolo esperivano maggiori livelli di ansia specifica per la matematica, ma tendevano anche a commettere più errori di interferenza poiché non riuscivano ad inibire le risposte automatiche di tipo verbale.

Conclusioni

Comprendere i fattori che sono implicati nell’ansia della matematica, fornisce indizi su come prevenirne la comparsa. Se le carenze nelle competenze aritmetiche predispongono gli studenti a sviluppare ansia per la matematica, allora l’identificazione precoce di questi studenti a rischio può aiutare a prevenire lo sviluppo dell’ansia per la matematica. Non solo l’ansia per la matematica può emergere sin dall’inizio degli anni scolastici ma il suo sviluppo è probabilmente legato sia a fattori sociali sia alle vere e proprie competenze numeriche di base dello studente, le cui carenze possono predisporlo verso giudizi negativi circa la matematica.

Se le preoccupazioni in situazioni che coinvolgono la matematica compromettono in modo significativo, da un punto di vista cognitivo la memoria di lavoro, l’attenzione e l’inibizione e, da un punto di vista comportamentale favoriscono l’evitamento di situazioni in cui è coinvolta la matematica, è cruciale discriminare bambini con difficoltà matematiche da bambini che falliscono in matematica a causa dell’ansia specifica per la matematica per sviluppare ed implementare il trattamento migliore.

 

Lo sviluppo di un sé compassionevole rende più accettabili le possibili colpe? Uno studio pilota con Compassion Focused Therapy nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Gli effetti della Compassion Focused Therapy di gruppo sono stati confrontati con la baseline iniziale in pazienti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo e dimostratisi resistenti al trattamento standard.

 

Numerosi studi, sia sperimentali che correlazionali, e osservazioni cliniche dimostrano la centralità del senso di colpa nella genesi e nel mantenimento del disturbo ossessivo-compulsivo (per una rassegna, Mancini, 2016), suggerendo che l’attività ossessiva sia finalizzata alla prevenzione e alla neutralizzazione della possibilità di essere colpevole e disprezzabile sul piano morale, possibilità che appare catastrofica agli occhi degli ossessivi che, più di altri pazienti, riferiscono il timore che possano essere oggetto del disprezzo altrui nel caso in cui dovessero rendersi responsabili di errori e/o provocare danni.

Con una ricerca di recente pubblicata sulla rivista Frontiers (Petrocchi, Cosentino et al., 2021) abbiamo voluto verificare se il favorire un atteggiamento compassionevole nei confronti di sé e di auto-perdono produca un abbassamento degli standard morali solitamente impiegati dal paziente per giudicare la propria condotta, una maggiore accettazione della propria imperfezione morale che dovrebbe poi tradursi in una maggiore disposizione ad assumere qualche rischio in più nel dominio sintomatologico rinunciando, in parte o completamente, ai provvedimenti preventivi o di neutralizzazione. In altre parole, ci siamo chiesti: “se il paziente matura una prospettiva più compassionevole nei confronti di se stesso, mediata dall’idea che lui, come ogni altro essere umano, non sia tenuto a fare tanto per prevenire la minaccia temuta, sarà poi più disposto a rinunciare alle condotte preventive o di neutralizzazione e ad esporsi al rischio temuto?”. Nelle nostre aspettative ne sarebbe derivato nell’immediato una riduzione della sintomatologia e, nel lungo termine, della possibilità di ricadute e riacutizzazione del disturbo.

Per promuovere un’attitudine compassionevole nei confronti di se stessi e incline all’auto-perdono ci siamo avvalsi della Compassion Focused Therapy (Gilbert, 2014) in un setting di gruppo. La CFT è un approccio terapeutico riconducibile alla terza onda della terapia cognitivo-comportamentale che sta accumulando sempre più evidenze sperimentali a supporto della sua efficacia. Lo scopo della CFT è quello di aiutare i pazienti a sviluppare un atteggiamento di cura e compassione nei propri confronti e ridurre l’attitudine autocritica che solitamente caratterizza il loro dialogo interiore. Diversi studi stanno confermando l’efficacia di queste pratiche nel ridurre differenti manifestazioni psicopatologiche (disturbi alimentari, PTSD, ansia, depressione e psicosi; per una rassegna si veda Sommers-Spijkerman et al., 2018).

Il disegno sperimentale adottato è stato Multiple Baseline Design per confrontare gli effetti Compassion Focused Therapy di gruppo con la baseline iniziale in pazienti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo e dimostratisi resistenti al trattamento standard. Questo disegno consente di fare inferenze causali e controlla molte minacce alla validità interna. Poiché ogni partecipante agisce come se fosse il proprio controllo, sono necessari meno partecipanti per dimostrare che il cambiamento sia la conseguenza dell’intervento. Le valutazioni frequenti infatti forniscono informazioni, oltre che sulla stabilità dei cambiamenti dei sintomi, sulla coincidenza delle variazioni con l’introduzione del trattamento specifico.

L’intervento si è svolto nell’arco di otto settimane, con incontri settimanali della durata di due ore e ha coinvolto otto pazienti affetti da diversi sottotipi di disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Ciascun incontro iniziava con un breve esercizio esperienziale di respirazione e focalizzazione dell’attenzione nel qui ed ora, dopo il quale venivano introdotte diverse pratiche finalizzate a far sperimentare al paziente una maggiore compassione verso se stesso, verso gli altri, e una maggiore accettazione della compassione che proviene dagli altri (il luogo compassionevole, il colore compassionevole, la figura compassionevole; incarnare il sé compassionevole; utilizzare il sé compassionevole nell’incontrare gli altri; visualizzazione dell’autocritica e “incontro” fra il sé critico e il sé compassionevole; il compassionate body scan, lo specchio compassionevole, la lettera compassionevole). Ogni incontro terminava con l’assegnazione di homework (solitamente l’ascolto, almeno una volta al giorno, della registrazione di una pratica sperimentata durante l’incontro precedente) e con una pratica di focalizzazione dell’attenzione nel qui ed ora.

Seppure con le doverose cautele visto il numero esiguo di partecipanti, i risultati dello studio hanno confermato le aspettative di partenza dimostrando una riduzione clinicamente e statisticamente significativa dei sintomi ossessivo-compulsivi in tutti i pazienti, perlopiù stabile a distanza di un mese dal termine del trattamento. Interessante notare, in linea con il modello del disturbo di Mancini (Mancini, 2016), che il miglioramento sintomatologico, dunque, si è registrato a prescindere dal sottotipo del disturbo, a dimostrazione del fatto che il timore di colpa e l’investimento sulla prevenzione di tale evenienza sia l’ingrediente sovraordinato nelle diverse tipologie di DOC. Il risultato dunque è in linea con altri studi precedenti (Perdighe, Mancini, 2012; Cosentino, Mancini, 2012; Cosentino, D’Olimpio, et al., 2012; Tenore, Basile et al., 2020) che dimostrano come l’intervento su questo elemento specifico, il timore di colpa, produca una sostanziale riduzione della sintomatologia anche senza intervenire direttamente su di essa. Questo filone di studi, oltre che dimostrare la centralità del costrutto nella genesi e nel mantenimento di questo disturbo, apre nuove prospettive di trattamento anche in pazienti resistenti al trattamento cognitivo standard.

 

Il respiro e la relazione

Il lavoro psicologico svolto dai Terapisti della Riabilitazione Respiratoria potrebbe essere considerato come una ricerca pilota per quello che attualmente sta accadendo nel mondo come conseguenza del diffondersi del Covid-19.

 

Introduzione

In questo periodo di governo un po’ tiranno, giustificato da un virus che minaccia globalmente, ancora più del solito il nostro organismo viene trattato come una ‘macchina senz’anima’. Si misurano i parametri respiratori, l’efficienza cardiaca, la risposta immunitaria e la funzionalità di tutti gli altri apparati del corpo, gli organi e i sistemi e di conseguenza si accettano di buon grado consigli per cui bisogna stare attenti al contagio, a non ammalarsi, e riguardarsi restando in casa e curando l’osservazione della distanza dagli altri.

Dato che questo virus aggredisce innanzi tutto i polmoni, il contagio è paventato a carico del sistema respiratorio che, visto così, assume un valore meccanico spogliandosi della sua vera funzione che è quella di svolgere un ‘atto’ complesso, quello respiratorio appunto.

Questa deriva rende più che mai necessario riprendere un discorso ‘organismico’ del corpo umano, inteso nel senso di complessivo, che metta al centro dell’attenzione i risvolti relazionali ed emozionali. Nel presente articolo si cerca di perseguire questo intento avvalendosi della rivisitazione di un articolo, pubblicato su Med. Psicosom. 42: 27-36, del 1997 scritto da G. Marciano e G. Pizzi: ‘Riabilitazione respiratoria: la lampada di Aladino’ e che può essere consultato integralmente nella sezione ‘Articoli’ del sito dell’AEPCIS.

Emersione di un problema

Anche se un po’ datato, il lavoro di Marciano e Pizzi è di una sorprendente attualità.

L’articolo descrive l’esperienza clinica psicologica di un gruppo di Terapisti della Riabilitazione Respiratoria (TdR) che, nel corso dell’applicazione delle proprie tecniche chinesioterapiche, avvertono sottili interferenze psicologiche nelle interazioni con i propri assistiti. Notano poi che queste interferenze rischiano di compromettere l’efficacia della tecnica riabilitativa usata, modificando il loro stesso assetto respiratorio e provocando uno stress che definiscono: ‘strapazzo respiratorio’.

In pratica gli operatori si accorsero con sorpresa che i pazienti con cui lavoravano non erano solo corpi fisici ‘passivi’ da rieducare ma che, pur nel disagio della malattia, conservavano il valore di ‘persona’ e che, con la loro competenza fenomenologica, erano capaci di suggerire nessi associativi e diagnostici.

Orientati ad un approccio organismico di tipo biologico, i TdR interpretavano i vissuti delle persone con cui lavoravano come un’invasione indebita, specie quando contraddicevano le verifiche sperimentali. Per esempio quando i pazienti dichiaravano di provare meno dispnea nel salire le scale a fronte di un quadro sanitario rimasto pressoché invariato, l’informazione era considerata un’ingerenza che non poteva competere con le informazioni tecniche rilevate sperimentalmente.

Di fronte a queste incongruenze il gruppo di TdR chiese la collaborazione della cattedra di Psicofisiologia Clinica dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, allora condotta dal Prof. Vezio Ruggieri, che propose un’esperienza di gruppo Balint.

Una ricerca esperienziale

Negli incontri Balint vengono proposte esperienze di simulazione che promuovono atteggiamenti di auto osservazione per aumentare la consapevolezza corporea.

Dall’esperienza suggerita i TdR compresero quanto l’autosservazione poteva essere fondamentale nel lavoro di riabilitazione respiratoria. L’osservazione dettagliata degli elementi del proprio corpo coinvolti nel processo riabilitativo poteva diventare una componente esemplificativa della tecnica riabilitativa. Per esempio l’osservazione del proprio respiro, e l’approfondimento della consapevolezza relativa, poteva assumere un posto centrale nell’orientamento riabilitativo.

Questa maggiore sensibilizzazione condusse alla rivalutazione dell’Eco respiratoria che fino ad allora era stata considerata interferente.

L’Eco respiratoria è un fenomeno multi determinato che si realizza in un contesto relazionale. È più evidente in un contesto in cui l’intento è quello di modificare, assecondandolo, il comportamento di una persona. Per esempio può essere osservato nel gesto della mamma che imbocca il suo bambino oppure quando lo culla. Per un buon esito di tali attività è necessario che la madre adegui il proprio ritmo respiratorio a quello del bambino immedesimandosi nella sua esperienza ritmica di succhiare, ingoiare o essere dondolato (Persico, 2002).

Nella riabilitazione respiratoria accade qualcosa di analogo. Nel cercare di insegnare i dettagli di un corretto e coordinato movimento respiratorio, l’operatore replica inconsapevolmente l’onda respiratoria del paziente per avere una mappa (immagine corporea) del percorso da modificare. Tale processo potrebbe essere definito come una sorta di atto empatico, o imitativo (‘Decodificazione Imitativa’ di Ruggieri, 1997), del comportamento respiratorio adottato, per meglio relazionarlo allo schema corretto del respiro e meglio descriverlo al paziente.

Nei TdR questi eventi così naturali erano complicati dall’attivarsi di difese inconsce. Di fronte alla competenza fenomenologica espressa dai pazienti, i TdR tendevano ad essere sempre più formali e usare formule tecniche standardizzate. Così facendo però, gli operatori trasformavano inconsapevolmente i pazienti in realtà astratte e si autorassicuravano rispettando il protocollo. La spinta di questa dinamica derivava dall’angoscia del contatto che a volte si rivelava in una sorta di ansia espressa nella pratica operativa (per esempio poteva accadere di dimenticare di usare i consueti presidi disponibili per la rieducazione).

Il lavoro Balint consentì d’individuare queste paure che l’analisi consentì di depotenziare e la cui comprensione consentì una sorta di approvvigionamento energetico che si rivelò un ‘lusso’ capace di alimentare la resilienza.

Secondo i conduttori dell’esperienza, perché tali processi si possano compiere pienamente, è necessario l’’appoggio’.

La condizione dell’appoggio è il contrario della sensazione di ‘sospensione’ fisica e psichica.

Per dirla con un’immagine onirica, il vissuto di ‘non-appoggio’ corrisponde allo stato di chi si trova sul limitare di un dirupo reso pericolante dal proprio stesso peso. In quel caso qualunque movimento è rischioso, ma lo è anche restare immobili. Il tempo smette di scorrere e rimane solo uno stato di allerta. È come non potersi lasciare andare alla forza di gravità e non poter cedere al riposo. La sospensione è dovuta alla produzione dell’aumento della tensione muscolare che rende i passi leggeri, i movimenti lievi e gli spostamenti inavvertiti come se l’esistenza potesse trascorrere senza rumore e senza vibrazioni così da evitare le catastrofi. In tale stato il movimento e i processi vitali ed esistenziali vengono vissuti come pericolosi, il respiro diventa lieve riducendosi al minimo indispensabile e fornendo un limitato apporto energetico. Il respiro si realizza con la parte alta del torace, il collo si infossa, il petto si solleva e dilata, le spalle si sollevano e il diaframma riduce la sua espansione.

Nel corso della crescita evolutiva ogni preoccupazione può produrre un certo grado di sospensione e il vissuto che ne consegue è probabilmente analogo a quello indicato come empasse da Perls (Perls, 1980) che si realizza quando ci si trova ad un bivio ritenuto importante nella propria vita.

Tale definizione porta a considerare che cedere o meno al piacere di ‘appoggiarsi’, a sé e all’altro, riveste un ruolo essenziale nella costruzione delle difese, fisiche e psichiche, che partecipano alla formazione del carattere. Carattere che, appare allora evidente, prende forma e si struttura conformemente al movimento respiratorio per cui, infine, ‘appoggiarsi’ può equivalere a ‘respirare’.

Allora il frutto di questo lavoro, che potrebbe essere positivamente utilizzato anche nell’attuale contesto epocale del coronavirus, è che per offrire appoggio è necessario essere, a propria volta, in possesso di un solido appoggio personale. È per questo che non è vero che le condizioni di aiuto specialistico generino automaticamente la possibilità di comprensione e di sostegno e non è neanche vero che qualsiasi aiuto, per quanto metodico, sistematico e attento, possa ricondursi ad un valido sostegno per una sana guarigione.

Si può essere un solido puntello solo se prima si è imparato a stare a proprio agio nella funzione da riabilitare, agio che corrisponde appunto all’appoggio. Nel caso del respiro quindi solo se si è appoggiati a sé stessi e alle proprie strutture, fisiche e cognitive, il respiro si fa morbido e ampio. Si approfondisce e comunica tranquillità e solidità permettendo all’altro di appoggiarsi a sua volta e sperimentare un fiducioso abbandono alla cura.

Riflessioni aggiuntive

Il lavoro psicologico svolto dai TdR potrebbe essere considerato come una ricerca pilota per quello che attualmente sta accadendo nel mondo come conseguenza del diffondersi del Covid-19.

Nel caso della cura delle patologie respiratorie, sembra evidente che non ci si può limitare alla cura dei soli aspetti fisici e corporei. Siccome anche gli operatori sanitari cercano e realizzano un proprio ‘appoggio’ corrispondente al modo in cui respirano e si relazionano agli altri allora anche quando sembrano magicamente capaci di rapportarsi con qualunque paziente, in realtà vivono e sono vissuti da dimensioni relazionali conflittuali che li rendono, sì amorevoli e attenti, ma anche critici, parziali e superficiali in certe condizioni.

Questi sentimenti, conformi a specifiche modalità respiratorie, condizionano e sono condizionati (e quindi comunicano) dai modi con cui le altre persone respirano a loro volta. Se queste condizioni comunicative implicite e subliminali non vengono riconosciute, è possibile che permangano in una sospensione emotiva che può rivelarsi stressogena.

Inoltre, siccome la pandemia sospende il contatto diretto tra le persone in genere, vale per tutti la necessità di apprendere nuove pratiche relazionali attraverso cui togliere i camici, i guanti e le mascherine, almeno virtualmente, per disporsi ad un vero ascolto.

Il rischio dell’intervento standardizzato, anche se preciso e puntuale, porta con sé il rischio della scomparsa dell’empatia sotto i caschi per l’ossigeno, sotto le mascherine, negli schermi spersonalizzati, sotto le tute asettiche e igienizzanti vari.

Il rischio dei presìdi, usati da soli e senza accorgimenti relazionali, è che svuotano il vocabolario degli sguardi così che, sottratto alla vista il corpo, l’incontro si fa virtuale anche nei suoi aspetti intimi. Allora alla vista resta solo una minaccia in cui si paventa un tono, una tensione e un respiro colorati di superficialità, frettolosità, stanchezza e paura.

Specialmente in questo contesto pandemico dobbiamo riappropriarci e conservare la consapevolezza del fatto che, quando manca il contatto, gli organi smettono di fremere e trasmettere vibrazioni emotive e rischiano l’estromissione dal gioco delle parti. La possibile conseguenza di questa caduta informativa potrebbe essere la compromissione della comunicazione e del rapporto con il depauperamento del movimento e della relazione.

Il Covid-19 non aggredisce solo i polmoni ma tocca le relazioni. E non solo perché separa e distanzia le persone ma perché inficia l’atto respiratorio nel suo complesso e il valore relazionale di cui quest’ultimo è portatore.

Compromettendo la capacità respiratoria compromette l’intera capacità delle persone di entrare in contatto, entrare in sintonia e comprendersi. Compromette la capacità di incontrarsi nel mondo degli oggetti e degli affetti che ‘qui ed ora’, in questo preciso momento, realizzano e affollano lo spazio della mente.

 

La famiglia Savage (2007): diagnosi e istituzionalizzazione – Recensione del film

Il film La famiglia Savage è una riflessione su come la malattia e la perdita delle autonomie di un genitore comportino spesso il riemergere di dinamiche familiari congelate per anni.

 

Di sicuro il rovescio della medaglia dell’aumento della speranza di vita, e del conseguente aumento della popolazione anziana, è l’incremento dei tassi di prevalenza di malattie croniche e degenerative come la demenza. Negli ultimi decenni sempre più film trattano questa problematica, ognuno dando peso a differenti aspetti della care. Uno di questi è La famiglia Savage (2007), scritto e diretto da Tamara Jenkins.

Il film vede come protagonisti Jon e Wendy, fratello e sorella, che vivono in zone diverse degli States e si sentono raramente, entrambi con una vita sentimentale e professionale insoddisfacente. All’improvviso ricevono una notizia: l’anziano padre, con cui i rapporti si sono interrotti da un po’, sembra avere i sintomi tipici della demenza e, dopo la morte della compagna, viene cacciato dalla casa in cui si trovava. Ora che è rimasto senza tetto e non più autosufficiente, come non occuparsene? Questo evento improvviso e repentino porta i due fratelli a riconciliarsi al fine di decidere circa l’assistenza del padre, cambiando le proprie abitudini quotidiane. Viene rappresentata, quindi, l’intensa, coinvolgente e complessa esperienza del prendersi cura del proprio genitore anziano fragile.

Ogni famiglia vive momenti di difficoltà e crisi che portano a un disequilibrio e che necessitano di una nuova organizzazione dei rapporti tra i membri della famiglia stessa. Nel caso della non-autosufficienza, il primo passo per organizzare la care è individuare un familiare o una persona fidata che assuma il ruolo di caregiver principale. Nel caso dei Savage, Jon e Wendy decidono di prendersi entrambi la responsabilità di compiere delle scelte per il padre, optando per l’istituzionalizzazione.

Diventano allora protagoniste le dinamiche relazionali che si innescano tra i membri della famiglia coinvolti, in particolare alla luce del loro passato. Il film è, quindi, una riflessione su come la malattia e la perdita delle autonomie di un genitore comportino spesso il riemergere di dinamiche familiari congelate per anni. Due sono gli aspetti su cui è bene concentrare l’attenzione, ovvero la modalità con cui viene comunicata la diagnosi e la difficile scelta di inserire il proprio caro in una struttura.

La comunicazione della diagnosi

Fin dalle prime scene vediamo un anziano scorbutico, offensivo e con disturbi del comportamento evidenti. Ai figli viene riferito che “non è più quello di prima” e che “si dimentica tutto”. Raggiunto l’ospedale in cui è ricoverato, i figli trovano il padre a letto, agitato, confuso, con misure di contenzione. Qui hanno modo di interfacciarsi con il medico che li accompagna velocemente a visionare i risultati di neuroimaging. Il medico adotta un linguaggio molto tecnico e sbrigativo, elencando una serie di segni e sintomi riscontrati nel padre (caduta dei freni inibitori, fissità dello sguardo, aggressività, inespressività del volto) che lo fanno propendere più per una diagnosi di morbo di Parkinson, prospettando ai familiari un crescendo di complicazioni e deficit.

Il medico adotta, quindi, un modello di comunicazione della diagnosi che Emanuel ed Emanuel (1992) definiscono informativo: il professionista è simile a un tecnico esperto che deve fornire al paziente tutte le informazioni, sarà poi il paziente o chi per lui a decidere su come intervenire. I limiti di questa modello, riscontrati dagli autori, sono la presunzione che il paziente o caregiver siano in grado di prendere decisioni che sono il più delle volte complesse e la semplificazione della realtà clinica e del ruolo del medico.

Più attuale e adeguato è invece il modello deliberativo, secondo cui il medico è tenuto a instaurare un dialogo con il paziente su quale azione potrebbe essere la migliore da intraprendere, andando al di là degli obiettivi immediati della relazione professionale. Il professionista dovrebbe rispettare le difese del paziente e non distruggere la speranza, dal momento che è sempre possibile intraprendere interventi utili, almeno per diminuire la sofferenza. Soprattutto nel caso di prognosi infausta, il medico dovrebbe cercare di comprendere il peso del sapere che il paziente può sopportare e, nella comunicazione della diagnosi, dovrebbe saper coniugare il “diritto alla verità” con il “diritto alla speranza”.

J: E quindi che cosa ci dobbiamo aspettare?

M: Beh non è più giovanissimo e una crisi cardiaca o polmonare potrebbe risparmiargli il peggio. Tuttavia, non mancheranno tremori, un incedere saltellante, improvvise immobilità, difficoltà nel controllo degli arti… insomma un crescente deficit motorio.

L’istituzionalizzazione

Il prendersi cura di un genitore è un’esperienza complessa che riporta a galla legami, relazioni e “conti in sospeso”.

Ogni scelta presa, sia essa temporanea o permanente, comporta un costo emotivo, facendo emergere sentimenti ambivalenti e contrastanti. Mentre Wendy appare più coinvolta emotivamente e in preda ai sensi di colpa, Jon risulta più distaccato e razionale. Nella scelta di inserire il padre in una struttura per anziani, mentre Wendy si sente un “mostro orripilante” e valuta attentamente la qualità dei servizi offerti per garantire al genitore la migliore assistenza possibile, Jon individua e sceglie una struttura in base alla vicinanza e risponde ai sensi di colpa della sorella con un “gli stiamo dando più di quello che lui ha dato a noi”.

Aspetti della relazione precedente hanno, dunque, un impatto sul modo in cui la relazione di cura funziona e su come viene vissuto il ruolo di caregiver.

Wendy cerca di fare il possibile per lenire il proprio senso di colpa: personalizza la stanza del padre arredandola in modo che faccia più “casa”, porta con sé il fratello a gruppi di sostegno per familiari di anziani con demenza e prova a inserire il padre in una struttura qualitativamente superiore a quella in cui risiede, con scarso successo.

Questa esperienza avvicinerà i due fratelli, portandoli a conoscersi meglio, a cambiare e migliorare, riprendendo in mano la loro vita.

J: Non è a lui che non piace la casa di riposo dove sta adesso.

W: Voglio solo migliorare la sua situazione, è un delitto?

J: La situazione di papà va benissimo com’è, ma non ci si abituerà mai se continuiamo a sbatacchiarlo a destra e sinistra… Anzi per dirla tutta, questa tua fissa per i posti chic è controproducente e spaventosamente egoista!

W: Egoista?

J: Sì perché lui non c’entra, sei tu e il tuo senso di colpa.. che è la cosa su cui puntano loro [le case di riposo]

W: Io osservo soltanto che qui è più dignitoso!

J: È logico, perchè sei il loro consumatore ideale: una garantista coi sensi di colpa! Il parco tenuto bene e il paesaggio carino non sono per gli ospiti, sono per i parenti… persone come noi che non vogliono ammettere cosa succede qui!

W: Perchè cosa succede qui?

J: Qui si viene a morire, Wendy! Dentro quel delizioso edificio, in questo istante, è peggio di un castello degli orrori […]

 

LA FAMIGLIA SAVAGE – GUARDA IL TRAILER:

 

Dipendenze patologiche e il modello delle “tre colline” – Intervista al Dott. Maurizio Frisina

Il modello delle “tre colline” offre una visione allargata e complessa alla tematica delle dipendenze e ha permesso di formalizzare il mio modo di lavorare, basato sull’idea che non si possa cogliere la complessità clinica con una sola chiave di lettura (Maurizio Frisina).

 

Maurizio Frisina è psicologo e psicoterapeuta, formatore alla Scuola di specializzazione in psicoterapia a orientamento sistemico e socio-costruzionista del Centro Panta Rei di Milano.

Si occupa da anni del trattamento delle dipendenze e co-dirige il servizio U1 della Clinique La Ramée – Groupe Epsylon a Bruxelles.

Nel 2020 pubblica Sul bordo del caos – Complessità, terapia sistemica e dipendenze, edito da Mimesis, un testo sulla dipendenza da sostanze, frutto di anni di esperienza sul campo e di insegnamento, nel quale l’autore propone delle mappe innovative per orientarsi nel mondo delle dipendenze.

Edoardo Perini (EP): Maurizio, come arrivi ad occuparti di dipendenze dal punto di vista sistemico relazionale in Belgio?

Maurizio Frisina (MF): Ho iniziato a lavorare in ospedale, occupandomi di disturbi alimentari, per poi proseguire nel settore delle dipendenze, nel quale ho deciso di rimanere. Questo ambito continua ogni giorno ad appassionarmi perché se è vero che si tratta di un problema pervasivo, è tuttavia anche fluido, ovvero crea possibilità di cambiamento nei pazienti. La relazione terapeutica è molto intensa, contrassegnata dalla velocità tra perturbazione e cambiamento.

EP: Nell’immaginario collettivo, in un contesto come quello delle dipendenze, pensare al cambiamento può essere difficile. Infatti molti Sert, anche in Italia, sono più orientati alla gestione della cronicizzazione.

MF: Parlare solo di cronicità è un po’ una tautologia, una costatazione. Uno dei motivi per i quali ho proposto una classificazione delle dipendenze lungo il continuum tra caos e periodicità è proprio la varietà clinica dei casi con i quali sono entrato in contatto. Ho voluto soffermarmi su quali siano i meccanismi e i processi che portano al cambiamento.

EP: Il modello sistemico abbraccia la complessità e cerca di comprendere il problema in tutti i suoi aspetti, prospettiva opposta a quella del riduzionismo, approccio più economico e rassicurante ma meno efficace in quanto porta alla perdita di tante connessioni.

Nella realtà in cui lavori, è stato semplice far capire, anche a livello istituzionale, quanto sia utile affrontare un “problema complesso in modo complesso”?

MF: Nella mia Istituzione c’è già uno spazio previsto per l’approccio sistemico: ogni paziente è seguito da uno psichiatra, uno psicoterapeuta individuale e uno familiare. Inoltre, da quando co-dirigo il servizio, ho dato sempre più spazio a tale approccio, pur considerando una ricchezza il confronto con altri orientamenti.

EP: Entrando più nello specifico, quanto del modello delle “tre colline”, che offre una visione allargata e complessa alla tematica delle dipendenze, è preso dai modelli classici sistemici, dallo strutturalismo e dalla pragmatica della comunicazione umana?

MF: Con questo modello ho voluto formalizzare il mio modo di lavorare, basato sull’idea che non si possa cogliere la complessità clinica con una sola chiave di lettura. Qualsiasi modello lascia sempre fuori qualcosa, e questo mi ha incoraggiato ad integrare più modelli, per rendere conto della ricchezza delle dipendenze. In riferimento alle tre colline, citate nel libro, quella dell’organizzazione si avvicina maggiormente allo strutturalismo, concentrandosi sulla struttura del sistema, su come esso si organizza intorno alla sostanza e sulle ridondanze relazionali.

La collina narrativa si focalizza sul linguaggio: sul modo in cui, attraverso esso, costruiamo la realtà e su come la perdita di libertà si rifletta sull’impoverimento del discorso. Spesso il soggetto grammaticale è la sostanza e non la persona e, dato che il linguaggio è il modo in cui pensiamo, se la storia è ridotta è difficile pensare al cambiamento.

Infine, la collina temporale evidenzia il ruolo del tempo: come le dipendenze si modificano in rapporto al tempo, sia a livello esperienziale/fenomenologico che cronologico. La sostanza agisce nel tempo sempre nello stesso modo, creando un vero e proprio rituale, che a mano a mano prende il posto dei rituali familiari.

EP: Facendo riferimento alla tua esperienza clinica professionale, hai trovato delle associazioni tra i tipi di sostanze di abuso, le personalità dei pazienti o la loro storia clinica?

MF: Quando si pensa alle dipendenze si possono avere due porte di entrata: ci si può focalizzare sui diversi prodotti e le loro specificità, ragionando sulle proprietà del prodotto in sé, oppure si guarda più la relazione con il prodotto, al di là della sua specificità. Io ho deciso di utilizzare la seconda prospettiva per due ragioni:

  • dal punto di vista teorico, nella teoria sistemica l’unità di analisi è la relazione con il prodotto più che il prodotto in sé;
  • a livello di esperienza clinica, i pazienti sono più variegati rispetto alle categorie che abbiamo per descriverli. Infatti, da un lato, lo stesso prodotto rimanda a funzioni diverse (ad esempio, la cocaina: per alcuni può servire a disinibire i freni e perdere il controllo, mentre per altri può avere una funzione calmante); dall’altro, alcune persone fanno uso di più prodotti che, nonostante non abbiano lo stesso grado di dipendenza, sono tra loro in connessione, rendendo difficile la classificazione in un’unica categoria. Quindi, in generale, preferisco guardare più alle connessioni che alle specificità.

È bene comunque evidenziare alcune specificità interessanti, come quelle tra:

  • prodotti illegali, caratterizzati da un consumo più trasgressivo e nascosto, e prodotti legali, più banalizzati e inseriti più facilmente nel lessico familiare;
  • dipendenza fisica dal prodotto e dipendenza senza sostanza: la prima agisce sul corpo, producendo uno scollamento tra schema corporale e stato effettivo del corpo, che si traduce nella difficoltà a parlare di emozioni e distinguerle; nella seconda, invece, c’è un’attivazione globale ma è meno presente l’effetto fisico sul corpo (es. gioco d’azzardo).

EP: In merito al tema della trasgressione, sappiamo quanto esso sia centrale in adolescenza. A tal proposito ci chiedevamo se questa tendenza potesse emergere anche in età adulta o fosse tipica solo del periodo adolescenziale?

MF: L’adolescenza è una fase di transizione e di esplorazione dell’identità, la trasgressione è qualcosa di funzionale con cui l’adolescente mette alla prova le regole e i valori familiari, e porta ad un equilibrio dinamico tra il bisogno di differenziazione e quello di appartenenza. È un momento tanto di crisi quanto generativo.

Si possono riscontrare delle similitudini in età adulta: anche in questa fase, si osserva un mettere alla prova le relazioni, i dispositivi di cura e le sue regole, e il voler oltrepassare i limiti per vederli.

Quando, in età adolescenziale, l’equilibrio tra appartenenza e differenziazione non va a buon fine, può riproporsi in età adulta.

EP: Quanto la famiglia può ostacolare o promuovere un cambiamento e portare ad una guarigione?
Quali potrebbero essere i comportamenti più indicati per favorire il processo di cura?

MF: La problematica e il sintomo del paziente si estendono all’intero sistema, influenzando le sue relazioni significative. È quindi importante coinvolgere la famiglia nel processo di cura, non come ricerca delle cause ma come ricerca delle soluzioni.

Se dovessi dire qualcosa ad una famiglia di un soggetto dipendente direi: “siate pronti ad accompagnare il cambiamento e ad accettare perdite di riferimenti che non riguardano solo la persona in cura”. Il cambiamento non si ferma quando la persona smette di diventare dipendente da quella sostanza, ma inizia proprio in quel momento.

EP: Quanto affermi ci fa capire che se non si lavora sugli effetti che l’assenza della sostanza crea anche nel contesto più allargato, le ricadute sono più facili.

MF: Quando l’astinenza è percepita come obiettivo e non come mezzo, il paziente è più soggetto ad una ricaduta. Non affrontando la tematica in modo diverso e limitandoci a togliere la “cattiva soluzione”, il sistema tende a ritornare ad essa, per ritrovare un equilibrio.

Da questo punto di vista, quando si ha un’alternanza di ricadute e astinenza, bisogna vedere il consumo e l’astinenza sullo stesso piano: sono entrambe importanti ed è lì che inizia il vero processo di cambiamento.

EP: Nel tuo libro parli di tre livelli di dipendenza (A, B, C). Nel caso del tipo C, in cui il soggetto sembra aver perso le risorse necessarie per fronteggiare il suo problema, è possibile una completa remissione dal disturbo? Oppure, il paziente con una dipendenza di tipo C presenterà sempre una debolezza, che lo porterà ad essere più a rischio di ricadute rispetto a soggetti con una dipendenza di tipo A o B?

MF: Il tipo C è la situazione più complicata, dove vi sono rotture relazionali, il corpo è più colpito e ci sono meno risorse, con perdita di autonomia. All’inizio c’è bisogno di stabilizzare e ridurre il rischio e da lì è possibile far leva sulle risorse rimaste e sulla resilienza.

Io credo nel cambiamento, rimango sempre sorpreso dalle persone che riescono a rialzarsi da situazioni anche estremamente drammatiche; tuttavia, nel caso del tipo C è molto difficile: questi pazienti sono più vicini all’entropia. Riuscire a scivolare verso il tipo A e B è come risalire la corrente di un fiume: si può ma non è sempre possibile.

EP: Questo concetto rimanda al tema della precocità dell’intervento: quando il problema è presente da poco tempo, il cambiamento è più facile da ottenere. Viceversa, più aumenta l’età della persona e il tempo di permanenza nelle difficoltà, più tutte le relazioni si strutturano intorno ad essa, quindi è difficile “risalire la corrente”.

MF: Nel paziente di tipo C permane sempre una fragilità, poiché per anni ha strutturato il suo funzionamento attorno al prodotto.

Anche io credo nell’importanza della precocità di intervento, tuttavia è raro che il paziente si presenti in terapia all’inizio del problema, poiché il sintomo non è ancora visibile.

A tal proposito, per riuscire ad anticipare l’intervento, da un paio di anni abbiamo creato un sito rivolto a coloro che iniziano ad interrogarsi sulla loro relazione al prodotto, senza che sia già connotata come patologica e senza che abbia delle ricadute sulla quotidianità. In questo modo, iniziano ad arrivare pazienti a stadi più precoci. I loro problemi, non essendo così radicati, possono essere risolti attraverso alcune sedute. All’inizio, infatti, le possibilità di cambiamento sono più fluide e più facili, e se si interviene velocemente si ha molta più possibilità di ritrovare una relazione normale con la sostanza. Non bisogna aspettare di aver toccato il fondo per chiedere aiuto.

EP: Credo sia importante aprire la porta anche ai familiari e, qualora il soggetto non voglia chiedere aiuto, interrogarsi sui motivi sottostanti questo rifiuto, il più delle volte non banalizzabili ad una semplice contrarietà agli psicologi, ma riguardanti tematiche relazionali conflittuali con la famiglia.

MF: Esatto, spesso il processo di cura non inizia con la persona che esprime il sintomo ma con qualcuno nel nucleo famigliare che ha più coraggio di esprimersi e di “andare verso l’esterno”. Fortunatamente l’approccio sistemico offre diverse porte d’entrata al cambiamento.

EP: Grazie Maurizio per le tue risposte. A questo punto lascerei spazio alle due giovani colleghe, Sara Pegoraro e Sara Ranieri, che, all’interno del loro tirocinio pre-lauream, hanno letto il tuo libro e desiderano porti due domande.

Prima domanda: Ha avuto occasione di trattare pazienti adolescenti un po’ restii e non sempre pronti ad aprirsi con un terapeuta, come lavora con loro?

MF: Incontro maggiormente pazienti adolescenti nel mio studio privato, mentre in ospedale vi sono meno casi.

Per riuscire ad agganciarsi a loro è importante interessarsi a loro: alla loro vita ma anche alla loro dipendenza. Prima di vedere il prodotto come qualcosa da eliminare, è importante capire cosa gli adolescenti trovano nell’oggetto di dipendenza. Questo permette di entrare in connessione con loro, con ciò che li appassiona, per poterli accompagnare verso la guarigione.

Seconda domanda: Secondo l’approccio sistemico, dove è fondamentale coinvolgere nel trattamento la famiglia e il sistema di interazione, come si potrebbe agire nel caso in cui la famiglia non ne comprenda l’importanza e non riesca a farsi coinvolgere in tale trattamento?

MF: In primo luogo è importante capire il motivo per cui la famiglia decide di non rientrare nel processo terapeutico, poiché spesso hanno delle “buone” ragioni, nella loro ottica.

Inoltre, spesso il cambiamento nella relazione viene visto come una minaccia, non come un’evoluzione, quindi sarebbe importante analizzare anche questo aspetto.

Nel caso in cui non sia possibile coinvolgere la famiglia, è importante agire comunque sul singolo individuo, attraverso “porte di entrata” differenti.

Concludo dicendo che, al di là di quante persone siano presenti nello spazio terapeutico, è possibile utilizzare tale approccio: la grande ricchezza della teoria sistemica è il fatto che sia un modo di vedere la realtà, un’epistemologia e non una tecnica di intervento vero e proprio. Va oltre la terapia, è un modo di vedere le cose, ed è questo che continua ad appassionarmi ogni giorno.

Nda: Si ringraziano Sara Pegoraro e Sara Ranieri, per il loro essenziale contributo nella stesura di questa intervista

 

Dilatazione del tempo depressivo: la concezione del tempo in soggetti depressi

La dilatazione del tempo è un rallentamento temporale ben consolidato, percepito da parte dei soggetti nell’esperienza consapevole. Questo fenomeno può essere sperimentato dalle persone affette da depressione.

 

Nella teoria della relatività, Einstein (1920) osserva come il tempo sembra scorrere più lentamente in determinate contingenze: la “dilatazione del tempo” è stata coniata nel campo della fisica (Kent, Van Doorn & Klein, 2019). Nel campo psicologico, la dilatazione del tempo non viene misurata in intervalli di secondi, minuti o ore, bensì viene misurata in termini di

velocità o rallentamenti percepiti individualmente con il passare del tempo. (Kent, Van Doorn & Klein, 2019)

È noto come la depressione sia in grado di influenzare la percezione in generale e la percezione del tempo (Bech, 1975; Dilling & Rabin, 1967; Hawkins et al., 1988; Mezey & Cohen, 1961). Alcuni ricercatori si sono focalizzati sulla valutazione compromessa del tempo da parte di soggetti depressi (Bech, 1975; Bschor et al., 2004; Aneto & Rabin, 1967; Gallagher, 2012; Kornbrot, Msetfi & Grimwood, 2013), mentre altri hanno evidenziato come il tempo “passa più lentamente” quando si è depressi (Kent, Van Doorn & Klein, 2019; Kitamura & Kumar, 1982; Stanghellini et al., 2017; Thönes & Oberfeld, 2015). Questo effetto è noto come “dilatazione del tempo depressivo” ed è un rallentamento temporale ben consolidato, percepito da parte dei soggetti nell’esperienza consapevole (Kent, Van Doorn & Klein, 2019; Thönes & Oberfeld, 2015).

Thönes e Oberfeld (2015) hanno misurato la percezione del tempo nella depressione attraverso una scala analogica visiva: quest’ultima ha un continuum che parte da “molto veloce” a “molto lento”. Secondo il modello della percezione del tempo “dell’orologio interno” (Allman et al., 2014; Burle & Casini, 2001; Treisman, 1963; Zakay & Block, 1995), dilatazione e accelerazione possono essere interpretate grazie a due fattori che contribuiscono alla durata percepita (Glicksohn, 2001), cioè la 1) “dimensione” delle unità di tempo e il 2) “numero” di unità di tempo percepite (Kent, Van Doorn & Klein, 2019). In sostanza, si presume che la durata percepita sia un multiplo di questi due fattori (Kent, Van Doorn & Klein, 2019).

Un fenomeno curioso è come la percezione di unità del tempo più grandi sia vissuta in modo rallentato (come se il tempo scorresse più lentamente), mentre la percezione di unità di tempo più piccole richiedono più tempo per essere percepite (come se il tempo scorresse più velocemente; Kent, Van Doorn & Klein, 2019). Nella depressione, il passaggio dalla dilatazione e all’accelerazione del tempo implica che le unità fluiscono più rapidamente, oppure diventano più piccole man mano che gli intervalli di tempo si allungano (Kent, Van Doorn & Klein, 2019).

Nonostante le persone depresse vivano il tempo come lento, Kent e colleghi (2019) hanno svolto una meta analisi per osservare come mai le persone depresse riescono a sovra produrre brevi durate di tempo e a sotto produrre durate di tempo più lunghe. Escludendo due studi su sei, Kent e colleghi (2019) hanno osservato l’accelerazione del tempo in soggetti depressi: il tempo soggettivo accelera (1 secondo circa) dalla dilatazione iniziale alla successiva accelerazione all’interno della memoria di lavoro (con una durata di circa 30 secondi). Gli autori suggeriscono come l’effetto dell’accelerazione si verifichi a causa della congruenza dell’umore tra lunghi intervalli, noia e depressione: questa congruenza dell’umore porta al richiamo automatico di memorie autobiografiche intrusive a lungo termine, memorie negative e non specifiche che sono state utilizzate per giudicare gli intervalli dall’esperienza precedente (Kent, Van Doorn & Klein, 2019). Nonostante gli studi revisionati siano pochi, questa metanalisi fornisce la spiegazione di un potenziale legame tra il giudizio soggettivo in persone depresse e l’esperienza del tempo accelerato all’interno dello stesso modello esplicativo (Kent, Van Doorn & Klein, 2019).

 

Il Principe Harry sarà Chief Impact Officer di una Start Up che si occupa di coaching e benessere mentale

Il Duca del Sussex, ai più noto come Principe Harry, trova lavoro in Silicon Valley: sarà Chief Impact Officer della Start Up BetterUp, che si occupa di coaching e assistenza per il benessere mentale.

 

Il Principe Harry non assumerà un ruolo manageriale ma fornirà input su quelle iniziative che includono decisioni di strategia di prodotto e contributi di beneficienza, oltre a sostenere pubblicamente iniziative di promozione sociale relative alla salute mentale.

Nata nel 2013, la StartUp BetterUp si pone l’obiettivo di fornire ai suoi clienti un modo per rafforzare la forma fisica e mentale, nonché sviluppare il potenziale personale e professionale grazie all’aiuto di coach esperti. La StartUp consente all’abbonato, previa compilazione di alcune informazioni personali, di iniziare un percorso online con un esperto.

Il principe Harry, che non ha mai nascosto al pubblico di aver vissuto momenti difficili, è da sempre impegnato nella promozione del benessere mentale. Proprio a tal proposito, sul sito di BetterUp dichiara:

Quello che ho imparato nella mia vita è il potere di trasformare il dolore in uno scopo.

Durante il mio decennio nell’esercito, ho imparato che non abbiamo solo bisogno di costruire la resilienza fisica, ma anche la resilienza mentale. E da allora, la mia comprensione di cosa significhi resilienza – e come possiamo costruirla – è stata plasmata dalle migliaia di persone ed esperti che ho avuto la fortuna di incontrare e da cui ho imparato.

Nel ricoprire il ruolo di Chief Impact Officer di BetterUp, obiettivo del Principe Harry sarà quello di stimolare l’opinione pubblica sulla salute mentale, promuovendone prima di tutto la difesa e la consapevolezza.

Dopo essere stato protagonista, non molti giorni fa, di innumerevoli polemiche dovute alla discussa intervista rilasciata a Oprah Winfery, non possiamo che sperare che il suo ruolo e la sua visibilità, al di là delle notizie da tabloid, possano davvero aiutare a sensibilizzare le persone a un tema così importante quale la salute e il benessere mentale.

Ansia o depressione? Quando le preoccupazioni generano sconforto – VIDEO del Webinar organizzato da Studi Cognitivi L’Aquila

Nei casi in cui l’ansia viene valutata come un segno di fragilità o debolezza personale è possibile che oltre a questo tipo di reazione emotiva si aggiunga anche uno stato di tristezza – Il webinar di Studi Cognitivi L’Aquila.

 

Quando vengono vissute delle esperienze di preoccupazione verso un obiettivo personale è possibile sperimentare un’attivazione emotiva di tipo ansiosa che ostacola il suo raggiungimento. Se questo tipo di reazione emotiva viene valutata come un segno di fragilità o debolezza si può ipotizzare che oltre allo stato iniziale di ansia si andrà ad aggiungere un’emozione di tristezza. Anche se quello che inizialmente non ci stava aiutando erano le nostre preoccupazioni, la tristezza che si è venuta a generare diventa il primo problema sul quale bisogna intervenire prima di poter gestire l’ansia.

Attraverso l’utilizzo di tecniche di monitoraggio è possibile elicitare i pensieri che generano gli stati ansiosi e allo stesso tempo le valutazioni che facciamo su di essi, che ci conducono alla tristezza, permettendo di fare ordine e avere una situazione più chiara di cosa ci sta accadendo.

L’obiettivo del webinar è stato quello di mostrare i processi cognitivi che, a partire da un’emozione di ansia, possono generare tristezza e cosa fare in questo tipo di situazione. Pubblichiamo per i nostri lettori il video dell’evento.

 

ANSIA O DEPRESSIONE? QUANDO LE PREOCCUPAZIONI GENERANO SCONFORTO

Guarda il video integrale del webinar:

SCOPRI I PROSSIMI EVENTI IN PROGRAMMA >> CLICCA QUI

STUDI COGNITIVI >> SCOPRI DI PIU’

 

Paralisi del sonno: aspetti neurofisiologici e interpretazioni del fenomeno nella cultura popolare

La paralisi del sonno è un fenomeno al quale, in diversi contesti culturali, sono stati attribuiti vari significati – spesso di tipo sovrannaturale – che ancora oggi è possibile ritrovare in alcune credenze popolari.

 

Si tratta di un’esperienza che per le sue caratteristiche ha ispirato da sempre leggende e racconti di gnomi, spiriti o altre spaventose presenze in grado di prendere possesso del corpo durante il sonno fino a paralizzarlo (Piazzi, 2019).

La paralisi del sonno ha una frequenza diffusa nella popolazione generale e si manifesta con uno stato di immobilità nel passaggio dal sonno alla veglia, o dalla veglia al sonno. Può essere accompagnata da esperienze allucinatorie che possono interessare tutti i canali sensoriali: allucinazioni uditive come udire un rumore di passi o delle voci nella stanza, sensazioni tattili, allucinazioni riguardanti la percezione visiva di figure umane o ombre che si avvicinano al soggetto provocando reazioni di terrore (Jalal et al., 2020b). Proprio questo aspetto ha fatto sì che si diffondessero una serie di credenze che hanno descritto la paralisi del sonno come un evento scatenato da circostanze misteriose al limite del paranormale.

In una review riguardante la paralisi del sonno nei racconti del folklore, de Sá e Mota-Rolim (2016) hanno messo in evidenza l’impatto che la cultura può avere sul modo in cui questo evento biologico viene interpretato. Nel loro studio vengono passate in rassegna diverse descrizioni del fenomeno provenienti da paesi anche molto distanti tra loro, ma che richiamano elementi comuni. Ad esempio, in alcune zone del Canada l’esperienza della paralisi del sonno viene attribuita ad un incantesimo lanciato da uno sciamano in grado di indurre l’immobilità del soggetto causandogli allucinazioni visive di una presenza dalla forma indefinita. In Giappone si dice che il responsabile di una simile esperienza sia uno spirito vendicativo che tenta di soffocare i propri nemici durante il loro sonno. E ancora, nella cultura Nigeriana sarebbe un demone dalle fattezze femminili ad attaccare durante il sonno provocando uno stato di paralisi. In un’ottica più contemporanea, alcuni hanno associato la paralisi del sonno ai rapimenti alieni riferendo anch’essi l’incapacità di muoversi durante il risveglio accompagnata dalla visione di figure extraterrestri.

Anche in Italia non mancano le descrizioni di personaggi spaventosi che minacciano la persona mentre giace indifesa nel sonno. In Abruzzo, ad esempio, molti si riferiscono all’esperienza della paralisi del sonno come all’attacco di una creatura con intenzioni malvagie chiamata Pandafeche. Il suo nome deriva dalla parola “fantasma”, ma i racconti della tradizione locale ne forniscono diverse rappresentazioni che la descrivono a volte come una strega, altre come lo spirito di una persona defunta o una creatura simile ad un gatto (Jalal et al., 2020b). Se in alcune zone di Italia la paralisi del sonno viene definita come l’attacco della Pandafeche, in Turchia si fa riferimento ad una creatura chiamata Karabasan capace di causare la paralisi mentre il soggetto sta per svegliarsi o per passare dalla veglia al sonno. Sebbene non ci sia una descrizione univoca riguardante l’aspetto di questa creatura, sappiamo che il suo nome deriva dalle parole “kara” (= nero) e “basmak” (= sopraffare, premere), (Jalal et al., 2020a) che richiamano la percezione di pesantezza e di essere oppressi da qualcosa o qualcuno tipica della paralisi del sonno. Nel folklore brasiliano si tramanda la leggenda della Pisadeira, un’anziana donna dalle lunghe unghie e dalla capigliatura trasandata che si nasconde in agguato sui tetti per poi attaccare le proprie vittime schiacciandone il petto e impedendogli di respirare. In alcune varianti della leggenda, la Pisadeira indossa un cappuccio rosso; se la sua vittima riuscirà a sottrarglielo, essa perderà la propria forza e gli concederà di esprimere qualunque desiderio (de Sá e Mota-Rolim, 2016).

Se un tempo le cause di questi episodi venivano attribuite a fenomeni arcani che sfuggivano alla comprensione dell’uomo e talvolta venivano trattate come vere e proprie possessioni demoniache, oggi conosciamo le basi neurofisiologiche di questo evento. Infatti, la paralisi del sonno risulta essere molto comune. Essa può presentarsi in maniera isolata oppure in associazione con la narcolessia (Stefani e Högl, 2020) o altre condizioni mediche e/o psichiche. Ciascun episodio rende impossibile al soggetto muoversi, per cui la persona si ritrova in uno stato di semi-coscienza, a metà tra il sonno e la veglia, ma paralizzata e incapace di parlare. Si può immaginare quanto questa esperienza – soprattutto quando si verifica per la prima volta – possa suscitare vissuti di ansia e intensa paura. Gli episodi possono durare da pochi secondi a qualche minuto, ma per chi lo vive in prima persona quello della paralisi del sonno può essere percepito come un tempo molto più lungo che porta con sé ogni volta un forte senso di inquietudine. Ma oggi sappiamo che durante il sonno REM il nostro cervello – tramite la corteccia cerebrale – ci permette di sognare, mentre vi sono altre strutture che, comunicando con i motoneuroni spinali responsabili del movimento, innescano una paralisi che ci impedisce di eseguire con gesti e movimenti ciò che stiamo sognando, proteggendoci così dai pericoli a cui potremmo essere esposti se agissimo le scene oniriche nella realtà. Dunque la paralisi del sonno non è altro che un fenomeno indotto dalla mancata sincronizzazione tra i meccanismi che regolano la fase di veglia e la fase REM del sonno (Piazzi, 2019).

In altre parole, l’atonia che durante il sonno REM paralizza il corpo dalla testa ai piedi, è dovuta al fatto che durante questa fase alcuni pattern di attivazione neuronale sono molto simili a quelli presenti durante lo stato di veglia; il che è in linea con il fatto che i nostri sogni più vividi e ricchi di contenuti emotivi si manifestano proprio durante questo periodo. Nei casi in cui il risveglio avviene mentre questo stato di immobilità è ancora attivo, si verifica un episodio di paralisi del sonno. Per quanto riguarda la spiegazione dei fenomeni allucinatori, questi potrebbero derivare dai contenuti onirici che il soggetto si trova a sognare nel momento di passaggio tra il sonno e la veglia. Le allucinazioni che si presentano in occasione del risveglio o dell’addormentamento vengono chiamate rispettivamente allucinazioni ipnopompiche e ipnagogiche (Jalal e Ramachandran, 2017).

Alcuni fattori associati alla comparsa di questi episodi possono essere una scarsa qualità del sonno – sonno disturbato o interrotto – il lavoro su turni, o dormire in posizione supina. Inoltre, episodi di questo fenomeno sembrano essere comuni in soggetti con una storia di trauma o PTSD; anche condizioni quali ansia sociale, disturbo d’ansia generalizzatao e disturbo di panico sono spesso riscontrabili in soggetti che sperimentano la paralisi del sonno, sebbene non sia stata accertata una relazione di causalità tra questi disturbi e gli episodi di paralisi. Esistono inoltre alcune personalità che sembrerebbero maggiormente predisposte a questa esperienza, come quelle con tratti più marcati di dissociazione, credenze paranormali o una maggiore tendenza immaginativa, ma anche in questo caso il nesso di causalità è poco chiaro (Sharpless, 2016).

Attualmente, l’unico sistema di classificazione che consente l’inquadramento diagnostico della paralisi del sonno è l’International Classification of Sleep Disorders (ICSD)-3, nel quale troviamo tra le parasonnie un disturbo denominato Recurrent Isolated Sleep Paralysis (RISP); i criteri diagnostici prevedono la presenza di episodi multipli di paralisi del sonno associati a disagio clinicamente significativo – come ansia e/o paura associate al sonno (ibidem).

Bisogna ricordare che, seppure poco piacevole, la paralisi del sonno è un’esperienza alquanto comune che non necessariamente si presenta in associazione con altre condizioni patologiche e non sempre soddisfa i criteri per essere riconosciuta come un vero e proprio disturbo. Quando si ha a che fare con alterazioni del normale ciclo sonno-veglia, c’è però da considerare che alla base possono esserci delle abitudini scorrette che influenzano negativamente la qualità del risposo notturno. Nella società moderna in particolare, un cambiamento nelle abitudini di riposo può essere indotto da vari fattori quali l’avanzamento della tecnologia – con il conseguente abituale utilizzo di numerosi dispositivi elettronici – l’esposizione a ritmi di vita frenetici e ritmi di lavoro sempre più incalzanti. In un simile contesto socioculturale si è certamente più suscettibili di andare incontro ad alterazioni del sonno con ripercussioni potenzialmente significative sul benessere fisico e psicologico (Shochat, 2012).

 

Fearless: la sindrome di Urbach-Wiethe

La Sindrome di Urbach-Wiethe rappresenta una tipologia di anestesia emotiva, con forti implicazioni sulla natura difensiva e dunque evolutiva, della nostra emozione primaria più antica: la paura.

 

Erano gli anni intorno al 2000 e nel mio tempo libero seguivo spesso una serie di documentari emessi dalla nota emittente televisiva statunitense ‘Discovery Channel’, il tema era la mente ed in uno dei tanti episodi veniva trattata l’emozione della paura.

Puntate interessanti descrittive di tutte le tematiche riguardanti questa emozione primaria, dalla fisiologia, con al centro il ruolo dell’amigdala, ai vari temi riguardanti la psicopatologia, primo fra tutti il ben noto PTSD (Disturbo da Stress Post Traumatico).

Quello che fece breccia nella mia mente fu però la descrizione di una patologia con importanti implicazioni neuropsichiatriche, la Sindrome di Urbach-Wiethe.

La puntata raccontava di una giovane ragazza che, a Parigi, salita in cima alla torre Eiffel si sporgeva per vedere la città senza minimamente riconoscere il pericolo legato all’altezza.

L’assenza di timore per le situazioni di pericolo era presente anche in molte altre manifestazioni della sua vita (ragni e serpenti non la intimorivano) (Willyard, 2010) cosicché, dopo accurate indagini mediche, le era stato diagnosticato un disturbo genetico che comprometteva il funzionamento dell’amigdala, quella struttura a forma di mandorla che dalla parte più profonda del lobo temporale si attiva in presenza di un evento che percepiamo come pericoloso: in lei l’emozione della paura era completamente assente.

La Sindrome di Urbach-Wiethe (detta anche proteinosi lipoide) è una rara malattia genetica la cui descrizione risale a due medici viennesi di inizio novecento, da cui prende il nome, uno otorinolaringoiatra e l’altro dermatologo. La sindrome infatti è caratterizzata da manifestazioni sistemiche dovute al deposito anormale di lipidi e proteine nei tessuti che portano allo sviluppo di manifestazioni otorinolaringoiatriche, quali la raucedine fino alle difficoltà respiratorie, e a manifestazioni cutanee, con assottigliamento della cute fino a lesioni cicatriziali (sono caratteristiche le lesioni a papula presenti sulle palpebre) (Parida, Misra & Agarwal, 2015).

Dal punto di vista neurologico, la malattia colpisce varie zone cerebrali con la possibilità di sviluppare sintomatologia epilettiforme con presenza di crisi convulsive generalizzate; peculiare è la compromissione delle aree cerebrali temporali, in particolar modo della regione amigdaloidea (Conti & Arnone, 2015)

Al momento una terapia specifica non è stata individuata e viene impostata una terapia a base di antibiotici e corticosteroidi al fine di contrastare gli aspetti legati alla sintomatologia sistemica.

Per quanto riguarda la sintomatologia neuropsichiatrica, caratterizzata da aspetti legati alla totale inconsapevolezza dell’emozione della paura, che rendono il soggetto facile preda di comportamenti a rischio, al momento attuale l’unico trattamento individuato è quello di tipo cognitivo grazie al quale si aiuta il paziente a riconoscere e modificare il comportamento in alcune situazioni potenzialmente pericolose (Feinstein et al., 2013)

Ultimamente la ricerca sembra aver individuato nella somministrazione di anidride carbonica una possibile fonte di stimolo alla sensazione della paura in questi soggetti, ma i risultati sono ancora controversi (Thornton et al., 2008).

La Sindrome di Urbach-Wiethe è interessante in quanto lega aspetti legati alla cognizione ad aspetti più propriamente di carattere neurologico nella cornice più ampia della malattia; ne scaturiscono riflessioni di carattere generale: tale sindrome rappresenta, in definitiva, una tipologia di anestesia emotiva con forti implicazioni sulla natura difensiva e dunque evolutiva della nostra emozione primaria più antica.

Vivere senza paura è dunque possibile? O ci espone ad incidenti ed insidie che fanno parte del nostro vivere quotidiano? L’assenza della paura comporta un appiattimento dal punto di vista emotivo? Quali sono le implicazioni dal punto di vista della socialità?

Queste ed altre domande trovano al momento difficile risposta in quanto la sindrome è una malattia estremamente rara, con una prevalenza maggiore tra la popolazione sudafricana di origine nordeuropea, e perciò è difficilmente indagabile.

Unico dato che sembra certo è che non comporti significative variazioni sulla curva della mortalità nella popolazione affetta anche se, chi ne è affetto, può andare incontro progressivamente ad una forma di alterazione del comportamento di tipo degenerativo simile all’autismo (Lynn et al., 2010).

 

Il Digital Learning e l’utilizzo di tecnologia e videogiochi per favorire l’apprendimento – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Una delle sessioni pomeridiane della seconda giornata dell’European Conference on Digital Psychology è stata dedicata al Digital Learning, l’apprendimento digitale, con gli interventi della Dott.ssa Angela Cattoni, il Dott. Andrea Cioffi e il Dott. Andrea Facoetti.

 

La Dott.ssa Cattoni (Imm. 1), con un intervento dal titolo Let’s play and learn! The use of gamification in education to improve children’s abilities and motivation, ha presentato gli effetti di applicazioni gamificate sul miglioramento della motivazione e delle abilità di letto-scrittura in bambini con Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Punto di partenza è una considerazione sull’importanza del gioco come esperienza universale e come una delle principali modalità attraverso le quali il bambino può apprendere: il gioco può arricchire l’apprendimento a tutte le età, rendere gli utenti attivi, partecipi, creativi, promuove un miglior concetto di sé e di autoefficacia ed è caratterizzato da piacevolezza, rendendo le attività coinvolgenti e divertenti.

Digital Learning la tecnologia per favorire l apprendimento Report ECDP Imm 1

Imm. 1 Dott.ssa Angela Cattoni

Nell’ultimo decennio si è assistito ad un aumento degli studi sulla gamification, termine che indica l’utilizzo di elementi di gioco in contesti non di gioco, sia analogici che digitali; la gamification offre l’opportunità di proporre attività coinvolgenti tramite dispositivi mobili apprezzati dagli utenti, ma permette anche di progettare strumenti personalizzati che rispondano alle esigenze dell’utente. Le ricerche fino ad ora condotte hanno dimostrato che l’applicazione della gamification in aula o negli interventi riabilitativi porta al soddisfacimento dei bisogni di relazione, di competenza e di autonomia, sottostanti alla motivazione intrinseca.

L’obiettivo principale dello studio presentato dalla Dott.ssa Cattoni è stato quello di valutare l’efficacia della gamification su motivazione, coinvolgimento e potenziamento delle abilità di letto-scrittura in termini di rapidità e accuratezza in bambini di età compresa tra 8 e 10 anni a sviluppo tipico e con disturbi specifici dell’apprendimento, in particolare dislessia evolutiva e/o disortografia, confrontando questo training con un training carta e matita.

Per quanto riguarda i risultati preliminari della ricerca si è osservato un miglioramento statisticamente significativo in buona parte degli indici di lettura e scrittura dopo le sessioni di training e i risultati suggeriscono che i software non abbiano un’efficacia significativamente maggiore rispetto al training carta e matita. Si riscontra un generale entusiasmo per le attività proposte, che si mantiene sopra la media. Le app gamificate sembrano quindi avere un’efficacia sulle prestazioni degli studenti equiparabili agli esercizi tradizionali carta e matita: entrambe le metodologie sono valide e possono essere utilizzate una in supporto all’altra integrandole. In particolare, l’uso della gamification in classe può permette di ricevere immediatamente un feedback rispetto alla performance, di avere delle consegne dettagliate e precisi obiettivi da raggiungere personalizzabili e soprattutto la possibilità di apprendere dai propri errori. Per quanto riguarda la pratica clinica i professionisti possono monitorare in tempo reale l’andamento di bambini e ragazzi anche nelle esercitazioni a casa e continuare a revisionare il percorso di apprendimento integrandolo e modificandolo. In un periodo come questo, di didattica digitale integrata e difficoltà di alcune famiglie di recarsi nello studio clinico, questi strumenti possono essere un aiuto fondamentale.

L’intervento successivo, Enjoy your learning: Trend and emerging models for digital learning, è stato tenuto dal Dott. Cioffi (Imm. 2), che ci ha fatto riflettere su come sia possibile oggi affrontare la tematica dell’apprendimento in un contesto sociale ed economico caratterizzato da una digital transformation sempre più diffusa. Il quesito da cui parte è come sia possibile progettare attività formative coinvolgenti, di impatto e di semplice fruizione. Spesso la didattica tradizionale è incentrata sui contenuti più che sulle modalità di apprendimento; a partire da queste osservazioni è nata l’idea di riflettere sulla smart education, in cui entra in gioco l’utilizzo delle tecnologie per guidare l’innovazione didattica. In un modello di smart education viene messo al centro lo studente, si mira a creare insieme e condividere nuove forme di conoscenza per facilitare un’intelligenza collettiva e una maggiore partecipazione; prendere il buono degli ambienti tecnologici e portarli in contesti non di gioco è un modo per abbattere le barriere all’apprendimento e riuscire a promuovere un livello costante di attenzione e partecipazione. Non è sufficiente però l’introduzione delle tecnologia, ma è necessario un nuovo approccio alla didattica, che tenga in considerazione almeno due pilastri fondamentali: l’apprendimento attivo e quello partecipativo, cioè coinvolgere gli studenti in attività, far fare loro progetti e attività che implichino uno sforzo cognitivo per stimolare il pensiero critico oltre a coinvolgerli in comunità fisiche o virtuali, tutti aspetti questi che aumentano l’engagement in aula e l’apprendimento delle soft skills fondamentali anche nel mondo del lavoro.

Digital Learning la tecnologia per favorire l apprendimento Report ECDP Imm 2

Imm. 2 Dott. Andrea Cioffi

Seguono alcuni cenni al mondo delle imprese sottolineando l’importanza di allinearsi ai trend della digital transformation, soprattutto con riferimento al mondo del lavoro. I modelli organizzativi stanno tendendo al work life integration e quindi anche i modelli di apprendimento devono tendere al work-learning integration cioè un apprendimento fluido, diffuso, non vincolato a una visione rigida del tempo e dello spazio.

L’intervento si conclude sottolineando come oggi sia possibile “rendere la formazione un’attività attrattiva, non da promuovere, ma in grado di attrarre. Per farlo è necessario integrare metodologie, strumenti e tecnologie per la didattica per rendere l’esperienza di apprendimento coinvolgente, di impatto e al tempo stesso di semplice fruizione”.

Il Dott. Facoetti (Imm. 3) ha condotto il terzo intervento, Enriched environment to promote plasticity in neurodevelopment disorders: A lesson from action video games.

Digital Learning la tecnologia per favorire l apprendimento Report ECDP Imm 3

Imm. 3 Dott. Andrea Facoetti

Spesso viene posta l’attenzione sugli aspetti negativi dei videogiochi, ma gli studi presenti in letteratura evidenziano effetti positivi come ad esempio quelli di trattamenti riabilitativi che utilizzano i videogiochi per migliorare le abilità di lettura. Gli studi presentati dal Dott. Facoetti hanno coinvolto un campione con dislessia evolutiva. Meccanismo fondamentale per la lettura è quello dell’attenzione, un complesso meccanismo di filtro che il nostro cervello applica sul mondo per selezionare le informazioni rilevanti e bloccare quelle che non ci servono in quel momento e che risulta fondamentale per apprendere sia l’ortografia che la fonologia.

Ci si è quindi interrogati su come sia possibile migliorare l’attenzione e, già dagli anni ’90, diversi lavori dimostravano che alcuni tipi di videogiochi, gli action videogames, erano in grado di migliorare l’attenzione; il videogioco infatti è un ambiente in cui l’utente deve percepire ed elaborare l’informazione e rispondere agli stimoli.

Per quanto riguarda nel dettaglio l’utilizzo dei videogiochi nella dislessia, è stato dimostrato come l’utilizzo di action videogames porti ad un miglioramento delle capacità attentive rispetto a videogiochi di altro tipo e, aumentando le capacità attentive, si riscontra un miglioramento in quelle di lettura: è presente un effetto cross modale per cui si osserva un miglioramento nelle capacità uditive fonologiche.

Tuttavia, non è sufficiente l’utilizzo dei videogiochi per ottenere un miglioramento, ma è importante che il bambino riesca ad impegnarsi nel gioco in modo attivo allenando così i meccanismi attenzionali.

Parte dell’intervento ha riguardato anche i risultati ottenuti in un campione con discalculia in cui è stato rilevato un miglioramento delle capacità visuo-attentive connesso all’utilizzo di questo tipo di videogiochi.

Quindi attraverso una serie di esperimenti è stato mostrato come un programma riabilitativo basato su action videogames sia in grado di migliorare le abilità di lettura nella dislessia evolutiva e le abilità matematiche in bambini con discalculia.

In conclusione gli action videogames sono in grado di promuovere la plasticità neurale a breve e lungo termine anche nei disturbi del neurosviluppo e possono essere utilizzati come strumenti di riabilitazione e prevenzione innovativi.

 

Prevedere un reato è possibile? XLAW tecnologia all’avanguardia si pone come modello predittivo di illeciti di tipo predatorio

Uno studio accademico partenopeo ha dato origine ad una nuova tecnologia tramite la quale è possibile prevedere una percentuale di illeciti a stampo predatorio come i furti, gli scippi, le rapine, i borseggi e reati simili, grazie all’utilizzo di un modello di analisi automatica di intelligenza artificiale che ha permesso lo sviluppo del programma predittivo XLAW.

 

Lo studio, condotto dal Professore Di Gennaro ed altri collaboratori, si pone come innovativo nel panorama italiano nel settore della sicurezza urbana e dell’analisi criminale, rientrando in settori di studio come la criminologia, la sociologia criminale, la vittimologia e il crime mapping.

Contestualizzando, per analisi criminale si intende quel processo che ha per oggetto lo studio di eventi criminosi, indagando sul chi, come, quando e dove del loro effettuarsi nell’ottica di trovare delle connessioni tra l’evento reato, l’autore e il luogo dell’atto criminoso per fini di prevenzione sulla commissione di reati (Aramini, 2002). Esistono principalmente due tipi di analisi criminale: quello di stampo psicologico dinamico chiamato profiling e l’altro più scientifico chiamato crime mapping.

La prima si incentra maggiormente sullo studio delle dinamiche che portano a commettere un reato, stilando un profilo del presunto criminale che verrà confrontato con le informazioni derivanti dall’analisi criminale del reato commesso che includono la scena del crimine, il movente, il modus operandi e lo stato mentale del presunto colpevole al momento della commissione del reato. L’obiettivo di questa analisi è quello di aiutare a migliorare la comprensione del caso assumendo che l’autore del reato abbia un determinato modello di comportamento nel momento in cui commette un crimine che si proietta anche in alcune caratteristiche della scena del crimine (Jackson, Bekerian, 1997; Turvey, 1999). Solitamente questo tipo di analisi viene ad essere utile per crimini di tipo efferato come gli omicidi.

La seconda si basa su inferenze statistico-geografiche utili a prevenire reati a carattere predatorio come quelli contro il patrimonio (furto, rapina, scippo etc.) (Ummarino, 2013). Nello specifico si utilizzano dei software GIS (Geographic Information System) che aiutano a produrre mappe georeferenziate della distribuzione dei reati.

Semplificando tramite questi software si ha modo di vedere attraverso la costruzione di mappe virtuali quali reati sono stati commessi, dove sono stati commessi e quanti ce ne sono stati in una determinata area.

Il modello XLAW si avvicina di più alla seconda tipologia di analisi criminale e, grazie alla fusione delle teorie psicologiche derivanti dal crime mapping con quelle derivanti dall’intelligenza artificiale del machine learning, ha sviluppato una tecnologia che è in grado di prevedere una buona percentuale di crimini a stampo predatorio. Questo modello parte da studi sui fenomeni della devianza urbana risalenti alla fine degli anni ’90 per giungere allo sviluppo della tecnologia predittiva XLAW nel 2003, anno di partenza per la sperimentazione di tale tecnologia in sei città italiane con la conclusione della validazione di tale strumento nel 2019 da parte del Dipartimento di Pubblica Sicurezza Direzione Centrale Anticrimine.

Gli obbiettivi raggiunti nella sperimentazione del protocollo di XLAW sono stati i vantaggi in termini di riduzione degli illeciti di tipologia predatoria, la valorizzazione della prestazione degli operatori nel controllo del territorio, l’economicizzazione del consumo del carburante dei mezzi di pattuglia e l’impatto positivo nella percezione della fiducia del cittadino nei confronti delle forze dell’ordine.

Le criticità di questo modello previsionale sono legate al fenomeno del displacement ossia allo spostamento del fenomeno criminale causato da provvedimenti di previsione e dal 10/20% di probabilità che la macchina non anticipi l’evento criminoso.

In conclusione, il modello previsionale adottato in questo studio apre le porte ad una possibilità di riduzione dei crimini di tipo predatorio, rispondendo in parte all’interrogativo che è stato posto in questo articolo: è possibile prevedere i reati? La risposta ai lettori e agli esperti al settore.

 

Prendersi cura di un anziano fragile. Guida pratica per il caregiver familiare (2020) di Giulia Avancini – Recensione del libro

Il libro Prendersi cura di un anziano fragile, scritto con un linguaggio semplice e diretto, è dedicato a chiunque si occupi di un caro o di un assistito anziano nella condizione che il titolo definisce fragile.

 

Laddove ci siano condizioni di malattia debilitante che modificano la qualità di vita di un soggetto anziano, si modificano non solo il ruolo e le funzionalità di vita di quel paziente, ma anche l’assetto familiare e di quotidianità che ruota attorno a lui. Si affaccia così sulla scena, affianco all’anziano, un co-protagonista ugualmente importante: il caregiver ovvero colui che se ne occupa. I caregiver, il più delle volte, sono familiari oppure operatori sanitari o ancora assistenti domestici che vivono giorno dopo giorno la nuova scenografia che la malattia ha deciso di inscenare.

Prendersi cura di una persona fragile introduce inevitabilmente difficoltà quotidiane complicando le vite di tutti, in particolare del caregiver che si ritrova costretto a districarsi tra impegni di lavoro, vita personale e doveri di cura. Se poi il caregiver è un figlio o un familiare a ciò si aggiunge la fatica emotiva di gestire emozioni e sentimenti alle volte contrastanti quali la stanchezza, la rabbia per la situazione, il senso di colpa per alcuni pensieri che possono sopraggiungere e la responsabilità nei confronti di un ruolo acquisito.

Il volume della Avancini dunque pone i riflettori proprio su questa figura, non certo per risolvere ed eliminare le difficoltà che possono presentarsi in quanto, come chiarisce bene l’autrice, non può esistere una soluzione univoca e indiscutibile, quanto piuttosto per aiutare a individuare diverse soluzioni alle situazioni fornendo una “cassetta degli attrezzi” personale.

Suddiviso in 7 capitoli, il libro si apre introducendo il concetto di caregiving e di altri termini chiarendone le definizioni e le caratteristiche. Gli inglesismi inevitabili che si ritrovano nel capitolo iniziale vengono tradotti al meglio e resi secondo un linguaggio chiaro e accessibile. Questo primo capitolo fornisce la spiegazione teorica e la visione di diverse autrici nonché la presentazione di alcuni dati statistici italiani. Per quanto potrebbe sembrare di difficile comprensione, la presentazione quasi da manuale ha lo scopo di offrire una consapevolezza profonda del ruolo e dell’importanza che esso ricopre per giungere agli elementi fondamentali di quella che viene definita “cura autentica”.

I capitoli successivi affrontano da un lato la dimensione psicologica ed emotiva del caregiver cercando di far affiorare, attraverso esercizi specifici, la consapevolezza di bisogni personali e di emozioni prevalenti, dall’altro invece si sofferma su questioni maggiormente burocratiche e organizzative (luoghi di vita, gestione delle finanze, poteri decisionali). La caratteristica esperenziale-pratico è predominante nel volume: l’autrice propone diversi esercizi di riflessione personale e consigli utili per organizzare al meglio vari aspetti della quotidianità fornendo schemi e tabelle preimpostate.

Il capitolo finale, dedicato alla gestione della situazione con i più piccoli (figli, nipoti o parenti in età infantile), è meritevole di riflessioni. Attraverso una visione empatica e attenta l’autrice fornisce spunti utili per spiegare la nuova condizione ai più piccoli rendendoli partecipi del cambiamento inevitabile.

Prendersi cura di un anziano fragile fornisce istruzioni passo a passo e consigli pratici correlati da esempi di casi reali per meglio chiarire i diversi concetti; a tratti assume quasi le sembianze di un manuale che fornisce spiegazioni sulla metodologia di attivazione e i costi di diversi servizi. Il glossario finale fornisce un dizionario essenziale per districarsi all’interno di termini e abbreviazioni con cui si viene a contatto.

Compatto nel volume, di lettura scorrevole e con consigli pratici da applicare, aiuta il caregiver, o chiunque si occupi di assistenza, a trovare una propria dimensione di benessere percepito, facilita la relazione con la persona fragile conducendo a una gestione funzionale della quotidianità all’interno di una nuova dimensione del ciclo di vita di entrambi i protagonisti.

 

La clinica e l’economia comportamentale verso un obiettivo comune: la prevenzione del suicidio

La prevenzione del suicidio ha dinanzi a sé innumerevoli ostacoli, come la scarsa tendenza alla ricerca di un trattamento e la discutibile accuratezza dei metodi di auto-rivelazione (King et al., 2015).

 

Al fine di poter superare le suddette problematiche, l’utilizzo di strategie e tecniche proprie dell’economia comportamentale potrebbe rappresentare una soluzione.

Una tecnica definita nudge consente di indirizzare – o spingere gentilmente – le persone verso scelte più virtuose e meno soggette a distorsioni sistematiche. Ad esempio, il suo utilizzo ha consentito l’aumento dei risparmi per la pensione (Carroll et al., 2009) e le vaccinazioni contro l’influenza (Milkman et al., 2011).

Nell’utilizzo di tale tecnica, spesso si ricorre all’uso di norme sociali al fine di poter correggere la disinformazione ed influenzare un cambiamento (Cialdini, 2003). Si ritiene che le norme sociali abbiano un forte impatto sul comportamento, in quanto gli esseri umani possiedono un forte desiderio di piacere agli altri e di essere socialmente accettati (Cialdini &Goldstein, 2004). Il problema è che, a causa di tale bisogno, i singoli vengono spesso influenzati inconsapevolmente da pregiudizi cognitivi e dalla paura dello stigma (Barney et al., 2006), che impediscono al soggetto di segnalare comportamenti altrui socialmente inaccettabili.

Poiché si è visto che l’esposizione a norme sociali influisce sulle azioni future (Perkins, 2002), è plausibile che il loro utilizzo possa aumentare la ricerca di aiuto per comportamenti e pensieri legati al suicidio (Suicide-related thoughts and behaviors-STB).

La Item Count Technique (ICT; Droitcour et al., 1991), invece, è una procedura di interrogazione indiretta che viene usata per stimare la proporzione di persone che manifestano un comportamento culturalmente sensibile (Droitcour et al., 1991). Questa tecnica propone a un gruppo di persone una breve lista di item che non contiene il comportamento target, chiedendo loro di riferire quante affermazioni sono vere (es. “Sono stato triste e turbato, almeno una volta nell’ultimo anno”); ad un secondo gruppo vengono proposti gli stessi item e un ulteriore item riguardante il comportamento sensibile (es. “Hai mai pensato di ucciderti?”; Karlan&Zinman, 2011). Una meta-analisi ha evidenziato che, attraverso l’utilizzo di tale tecnica, i partecipanti erano più propensi a palesare la presenza del comportamento target (Holbrook&Krosnick, 2010).

Le strategie di framing, invece, vengono utilizzate per presentare un’opzione, mettendo in evidenza determinati aspetti che, inevitabilmente, influenzano l’attrattività verso la suddetta (Tversky e Kahneman, 1981). Il loro utilizzo potrebbe migliorare la diffusione di informazioni sulla prevenzione del suicidio ma, attualmente, ciò non è ancora avvenuto. Ci sono diverse ragioni per cui tali materiali potrebbero non essere utilizzati, una delle quali è lo stigma che circonda i STB (Barney et al., 2006). Per questo motivo, effettuare attività di prevenzione del suicidio, senza esplicitare che siano indirizzate a quest’ultimo ma direzionandole verso fattori di rischio connessi ad esso, eppure meno stigmatizzati, come l’ansia (Cougle et al., 2009), potrebbe contribuire ad aumentare i comportamenti di ricerca del trattamento per il comportamento target. Inoltre, l’uso di strategie di framing può aiutare a diminuire gli effetti del bias di ottimismo, ovvero la tendenza degli esseri umani a sottovalutare le loro possibilità di rischio. Dunque, poiché le persone percepiscono che gli altri sono a più alto rischio di STB e hanno più probabilità di avere bisogno di aiuto, questi individui potrebbero essere più disposti a essere esposti a un intervento allo scopo di aiutare gli altri piuttosto che se stessi (Sharot, 2011).

Nonostante le strategie nate in seno all’economia comportamentale abbiano esercitato un considerevole impatto in diversi campi, la salute mentale e, nello specifico, la prevenzione del suicidio non ha ancora utilizzato queste tecniche.

Bauer e colleghi (2019) hanno dunque condotto tre studi pilota con l’obiettivo di dimostrare l’efficacia di tali strategie nell’ambito della salute mentale.

Nel primo studio, essi hanno ipotizzato che gli individui che avrebbero ricevuto un “nudge” in una e-mail che li avrebbe informati di un intervento di salute mentale online gratuito per ridurre un fattore di rischio comunemente citato per il suicidio – ansia – avrebbero accettato di partecipare all’intervento con una frequenza maggiore rispetto a coloro i quali avrebbero ricevuto una e-mail senza il “nudge”. Nel secondo studio, è stato ipotizzato che gli individui che sarebbero stati sottoposti ad un metodo di interrogazione indiretta (TIC), avrebbero fornito una stima più ampia dell’ideazione suicidaria nell’anno passato, rispetto a coloro a cui sarebbe stato chiesto direttamente. Rispetto all’ultimo studio, i ricercatori hanno ipotizzato che gli individui a cui avrebbero chiesto se fossero interessati ad acquisire competenze per aiutare coloro i quali attraversano una crisi suicidaria, avrebbero accettato più spesso di partecipare a tali interventi rispetto a coloro a cui sarebbe stato chiesto se fossero stati interessati a possedere le competenze per aiutare sé stessi durante una crisi suicidaria.

I risultati emersi dal primo e dal terzo studio si sono dimostrati coerenti con quanto ipotizzato. Difatti, il primo ha dimostrato che la semplice presentazione di norme ingiuntive e descrittive sull’accettabilità sociale e l’efficacia del trattamento professionale legato al suicidio ha aumentato l’impegno rispetto al fattore di rischio associato al suicidio (cioè l’ansia). Allo stesso modo, il terzo studio ha dimostrato che la presentazione di risorse online per la prevenzione del suicidio come un mezzo per aiutare qualcun altro, che potrebbe essere vittima di STB, ha aumentato il coinvolgimento rispetto a quando sono stati presentati come un modo per aiutare sé stessi. Rispetto al secondo studio, nonostante i risultati non abbiano mostrato alcuna differenza statistica tra i metodi di segnalazione diretta e indiretta, si è visto che i dati raccolti online in forma anonima utilizzati abitualmente per le variabili relative al suicidio sono probabilmente veritieri, accurati e molto meno influenzati da bias di desiderabilità sociale.

In sintesi, i risultati di tre studi pilota suggeriscono che le strategie di stampo economico- comportamentale potrebbero essere tecniche valide per aumentare il comportamento di ricerca del trattamento e la diffusione delle competenze di prevenzione del suicidio, nonché raccogliere tassi di prevalenza più accurati.

 

Radical Open DBT: trattamento per i disturbi dell’ipercontrollo – L’ottavo episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Tema dell’ottavo incontro è stato il trattamento per i disturbi dell’ipercontrollo con la Radical Open DBT, discusso dalla Dott.ssa Alessia Offredi.

RADICAL OPEN DBT
TRATTAMENTO PER I DISTURBI DELL’IPERCONTROLLO:

cancel